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“Miserabilia”. L’antimafia come professione?

di Antonio Orlando


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6 Agosto 2015

…pone seram, cohibe sed quis custodiet

ipsos custodes? Cauta est et ab illis incipit uxor

(Giovenale, Satire, 6-346)

Nempe ridiculum esset, custode indigere custodem

(Platone, La repubblica, III  XIII)

L’indagine avviata dalla Procura di Reggio Calabria nei confronti del dr. Claudio La Camera, presidente dell’Osservatorio antindrangheta, già Museo della ndrangheta, è un colpo così forte da minare quasi definitivamente la credibilità dell’intero fronte antimafia della nostra regione. Certo, ridotta ai minimi termini, la vicenda potrebbe essere liquidata come uno dei tanti (e ricorrenti, purtroppo) casi di malaffare, di truffa, di appropriazione indebita, di uso distorto e personalistico dei finanziamenti pubblici di cui sono ricche le cronache quotidiane. Per me e per tutti coloro, tra cui molti colleghi docenti, che hanno conosciuto e lavorato con il dr. La Camera, non è così e non può essere così. Sarebbe troppo facile liquidare la questione con un’alzata di spalla accompagnando il gesto, magari, con il solito sorrisetto ironico di chi la sa lunga e non si fida e non si è mai fidato, nonostante tutto, completamente, degli uomini. Si potrebbe anche aggiungere – e non ci starebbe male – un “l’avevo detto io, quel tipo non mi ispirava nessuna fiducia!”.

Più di un anno addietro, sempre il dr. La Camera era stato lambito da un’altra indagine, quella denominata “Araba fenice” e condotta dal dr. Lombardo, in quanto da una serie di intercettazioni era risultato che l’appartamento da lui preso in affitto, apparteneva ad un boss reggino. Nel corso dell’indagine emerse che la persona che aveva procurato questo appartamento era un poliziotto, così La Camera ebbe facile gioco nel dichiarare, grosso modo, (vado a memoria) avevo bisogno di una casa, ho chiesto ad una persona fidata, mi sono rivolto ad un poliziotto, che dovevo fare di più? Giusto. Che si poteva pretendere di più? Invece di rivolgersi alla solita Agenzia immobiliare, il responsabile di una delle più importanti organizzazioni antimafia della regione Calabria ha preferito la via più sicura. Non è che alla fine viene fuori che non ci si può fidare neanche della Polizia?

Un bravo giallista avrebbe potuto ricamarci sopra ed imbastire una storia del come la mafia riesce  a coinvolgere e a mettere nel sacco anche i suoi oppositori più decisi e più accorti. Una rilettura attenta di Leonardo Sciascia ci avrebbe invece fatto concludere che non dobbiamo mai dimenticare che dalle nostre parti niente è quello che appare e quello che appare, spesso, non è.  Come (e perché poi?) dubitare di Claudio La Camera? Come dubitare di una persona, un intellettuale eclettico, un giovane studioso, impegnato e brillante?

Molti giornali hanno “sparato” la notizia non nascondendo un certo compiacimento, altri hanno voluto arricchirla di particolari  e di dettagli circa l’uso del denaro, altri si sono limitati a riportarla nella sua essenzialità, che è di per se sufficiente a schiantare tutte le certezze e le sicurezze che possono essere state accumulate in anni ed anni di lotta alla mafia.

E’ quasi inutile ripetere, sempre con il solito Sciascia, che “di mafia si muore, ma di antimafia si campa”; che con l’antimafia si costruiscono carriere, si scalano i vertici delle amministrazioni pubbliche, si conquistano cattedre, si ottengono scranni di deputato o, male che vada, di consigliere regionale etc. etc. Sempre che non ti facciano fuori prima o in via preventiva. Non è consolante, non è determinante e, soprattutto – siamo oggettivi e cerchiamo di rimanere lucidi – non si  può annullare nè cancellare il lavoro fatto. Tutte quelle attività hanno sedimentato qualcosa, hanno prodotto libri, saggi, interviste, articoli, video e realizzato progetti. Quelle attività – nello specifico e nel nostro caso – iniziate nel 2007- hanno coinvolto, nel corso del tempo, centinaia, se non migliaia, di studenti dalle Medie ai Licei fino all’Università. Questi ragazzi hanno studiato, si sono interessati, si sono applicati, si sono avvicinati a problemi di portata gigantesca, si sono impegnati a scrivere racconti, hanno elaborato storie, hanno riscoperto e rivisitato strazianti vicende di mafia, come nel nostro caso, quella di Peppe Valerioti, giovane segretario della sezione comunista di Rosarno, assassinato trentacinque anni addietro. Grazie all’allora “Museo della ndrangheta”, di cui era coordinatore il dr. La Camera, i miei studenti realizzarono un’intervista – l’unica che mai abbia voluto rilasciare – con la mamma di Peppe Valerioti. Un documento eccezionale, soprattutto per le cose che dice, ed ancor di più per quelle che non dice, che sottace, che lascia intendere e che, alla fine, però, sussurra ai ragazzi con tanto di nomi e cognomi. L’intervista, insieme con altre dieci storie di mafia raccontate da altrettante Scuole calabresi e siciliane, fa parte del secondo volume “A mani libere”, pubblicato nel 2009 dal “Museo della ndrangheta”. Certo il video ha ben altra forza e ben altra suggestione, rivederlo, per chi, come me, quelle vicende le ha vissute direttamente, è un pugno nello stomaco perché so, con assoluta certezza, che la signora Valerioti se non ci fossero stati quei ragazzi, quegli studenti, non avrebbe parlato, avrebbe continuato a tacere come ha fatto per trent’anni di fila. Quella lunga intervista fu il suo testamento, qualche mese dopo è morta. Ebbene se non ci fosse stato quel progetto, intitolato “Arcipelago della memoria”, patrocinato, voluto e sostenuto dal Museo della ndrangheta, la signora Valerioti non avrebbe parlato.

Il primo volume di “A mani libere” invece, uscito due anni prima, raccoglie i racconti scritti dai ragazzi delle tre Scuole pilota del progetto “Museo della ndrangheta”. Sono rielaborazioni, suggestioni, percezioni dell’agire mafioso, del senso di sopraffazione che i giovani e, soprattutto, le ragazze dei paesi di provincia, avvertono quotidianamente sulla propria pelle. Non sono necessariamente comportamenti criminali, ma marcano la discriminazione, il disprezzo, la derisione nei confronti di chi, pur pretendendo di vivere correttamente, non vuole sottostare ai codici imposti da una subcultura violenta.

Quei due libri – non voglio parlare delle altre pubblicazioni e degli altri lavori successivi poiché dopo il 2010 la mia collaborazione con questi organismi si è interrotta -  hanno rappresentato un momento di crescita, di presa di coscienza e di riflessione. Quei racconti e quelle undici storie  hanno, se non altro, messo in crisi alcune certezze ed hanno contribuito a demitizzare il comportamento mafioso che proprio in quel periodo veniva “esaltato” dalla percezione distorta di film e fiction televisive come “Romanzo criminale” e “Il capo dei capi”.

Per tutto questo lavoro non percepimmo soldi, non abbiamo avuto finanziamenti, solo un rimborso delle spese effettivamente sostenute per le quali abbiamo dovuto, come Scuole, esibire tanto di fattura. Nessuno se n’è mai lagnato o a recriminato; non abbiamo mai pensato che con l’antimafia dovevamo, non dico arricchirci, ma neppure  guadagnarci. C’è un terzo aspetto che merita di essere ricordato e che faceva parte delle idee fondanti del progetto originario del “Museo della ndrangheta” ed è la categoria de “il muro”.  Il gruppo di lavoro del “Museo”, del quale il dr. La Camera, all’inizio, appariva uno dei tanti e neppure con funzioni di coordinamento, propose di analizzare l’agire mafioso ricorrendo all’immagine del “muro”. Come un muro, reale e duro, aveva diviso per quasi trent’anni la città di Berlino, così un muro immaginario divideva la Calabria e questo muro invisibile lo aveva costruito la mafia con il suo agire, con la sua cultura, con i suoi comportamenti, con la sua scala di valori. Per questo prendemmo contatti e creammo un gemellaggio con un Liceo della Pomerania, la regione attorno a Berlino; per questo ci scambiammo  visite, esperienze, lavori, attività; per questo creammo un ponte tra due realtà differenti e lontane.

In un primo momento l’immagine del “muro”, suggestiva quanto mai, mi affascinò ed affascinò ancor di più gli studenti, poi nel momento in cui questa metafora doveva essere calata nella nostra realtà, all’improvviso apparve come una mistificazione. Si trattava di una sovrastruttura di tipo letterario che non solo non aiutava a comprendere la realtà in cui viviamo, ma contribuiva a nasconderla. La ndrangheta non vuole – non ha mai voluto – creare barriere, innalzare muri, dividere e dividersi, nel senso di separarsi, dalla società, anzi al contrario la ndrangheta si espande a macchia d’olio, contamina la società civile, coinvolge, accoglie, include. La ndrangheta intende allargare le sue relazioni, ampliare le sue attività, muoversi in parallelo all’economia  fino al punto di poterne fare parte, fino al punto di confondersi e mimetizzarsi dentro la società civile. In quella che è stata chiamata la “zona grigia” cui proprio il Museo della ndrangheta, insieme con la D.I.A., con le procure calabresi, con la Regione Calabria, con la provincia di Reggio Calabria, ha dedicato un convegno articolato su tre giornate di studio nel febbraio del 2012, anche noi, nel nostro piccolo, avevamo cominciato ad intravedere la invasività della mafia. L’idea del muro venne da noi capovolta nel senso che ci fece capire che era inutile pensare di contrapporsi alla mafia alzando semplicemente una barriera e proclamandosi (o auto-proclamandosi) “antimafiosi”. A quel punto – e si può dire che ci eravamo già allontanati dal Museo della ndrangheta - abbiamo intravisto i limiti della “cultura della legalità” che non si insegna come una qualsiasi materia scolastica per il semplice fatto che la legalità si pratica, si applica  e non si attesta, non si proclama ai quattro venti né si consegue una “patente” di legalità, magari da esibire e della quale farsi forti. Forse è per questo che le nostre strade si sono separate ed è forse a questo punto che verso Il Museo della ndrangheta, diventato nel frattempo “Osservatorio”, con tanto di sede installata in una villetta confiscata ad un boss del reggino, ha cominciato a confluire quel fiume di denaro di cui parla oggi l’inchiesta.  Eppure, stando al bilancio consuntivo per l’anno 2014, le entrate ammontano a circa 185mila euro e le spese a poco più di 154mila euro con un avanzo (saldo attivo) di circa 20.000 euro. Se poi si guarda il bilancio preventivo per il 2015 si può notare che si parla della realizzazione di 9 progetti per un importo di circa 300mila euro, ma la copertura non è totale e di altre esigenze finanziarie per un ammontare di circa 30-40mila euro. Siamo ben lontani dalle cifre indicate dai giornali e, soprattutto, stiamo parlando di previsioni di spesa ed è perciò da mettere in conto un taglio da parte delle Amministrazioni, di almeno il 30% - se non anche la metà - degli importi richiesti. La gran parte dei finanziamenti è dunque finita in “spese non attinenti”? ed il Museo della ndrangheta è diventato (o è stato trasformato) nel Museo della truffa?, come dicono icasticamente molti giornali.

 L’ex presidente del Museo della ‘ndrangheta, secondo quanto riportato dal “Fatto quotidiano” (1° agosto), sarebbe indagato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per truffa aggravata ai danni dello Stato, falsità ideologica e appropriazione indebita. Dalle indagini condotte dalla Guardia di Finanza sarebbero emerse presunte irregolarità nella gestione dei finanziamenti pubblici. Secondo le indagini risulterebbe infatti che avrebbe usato indebitamente i fondi pubblici per viaggi non autorizzati, la riparazione di un’automobile, l’acquisto di un i-Pad, di pinze per il bucato, di oggetti di modellismo e anche di un pollo di gomma per fare giocare un cane, oltre a cibo per animali. Queste precisazioni, questi particolari, queste minuzie, queste spese futili e tutto sommato di scarsa entità, cosa aggiungono al senso della notizia? Ha fatto tutto da solo? Sono questi gli scenari – come amano dire i commentatori televisivi – che dovrebbero essere scoperchiati.

Da parte nostra, credo che noi meridionali, noi che viviamo al Sud, siamo ormai arrivati, contrariamente a quel che pensava Corrado Alvaro, alla piena consapevolezza che vivere onestamente non serva a niente. Anzi, per dirla tutta, è assolutamente controproducente. Di fronte al dilagare del malaffare, degli intrallazzi facili e redditizi, delle ruberie ad ogni livello ed in ogni settore della Pubblica Amministrazione, di fronte all’uso spregiudicato e personalistico dei finanziamenti pubblici, ci si ritrova soli ed indifesi a chiedersi “ma chi me la fa fare?” Chi me la fa fare a fare il mio dovere, a continuare a lavorare correttamente e seriamente, a compilare la dichiarazione dei redditi ed a pagare puntualmente, a versare ogni imposta ed ogni balzello che governi sempre più rapaci e comuni sempre più ingordi impongono. Chi me la fa fare a rispettare tutte le regole del codice della strada e di tutti gli altri codici esistenti. Chi me la fa fare ad insegnare il rispetto delle regole ad adolescenti che guardano a ben altri modelli di successo. Chi me la fa fare a difendere clienti che hanno ragione a priori ed a rifiutare quei clienti che speculano con e sul diritto e che pretendono di piegare le leggi ai loro interessi. Chi me la fa fare  a combattere la mafia e, soprattutto, chi me fa fare a mettermi con l’antimafia, che predica bene e razzola male, peggio di un vecchio e laido curato di campagna. Si dirà che sono contraddizioni tipiche di una società che ha smarrito qualsiasi orientamento, si girerà pagina e si continuerà ad andare avanti, così, per inerzia.

Sapete come si chiude l’intervista alla mamma di Peppe Valerioti? Con questa amara considerazione: non è servito a niente; mio figlio è morto, è stato ammazzato, per niente. La sua morte non è servita a niente. E’ tutto inutile.

Museo della 'ndrangheta

Museo della 'ndrangheta




















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