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Giornale degli economisti, serie II, n. 20, pag. 236-262, 1900

Gaetano Mosca

CHE COSA È LA MAFIA

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Luglio 2016

I.

A proposito del recente ed ormai celebre processo, che si è svolto a Milano, molto si è parlato e si è scritto della mafia, argomento vecchio che di tanto in tanto acquista in Italia un interesse nuovo ed un'attualità nuova. È strano intanto che si debba notare come coloro che discorrono e scrivono di mafia, in tutta l'Italia, ma specialmente in quella settentrionale, ancora oggi raramente abbiano un concetto preciso ed esatto della cosa, o delle cose, che colla parola mafia vogliono indicare. Veramente sarebbe toccato ai Siciliani stessi di togliere gli equivoci e di stabilire il vero valore del nuovo vocabolo da essi introdotto nel dizionario nazionale. Ma per i Siciliani quel complesso di fenomeni sociali, di anomalie della loro regione, che essi esprimono sinteticamente quando dicono la mafia, riesce cosi familiare, che quasi non immaginano che altri possa sentire il bisogno di una dettagliata spiegazione, di un commento che fissi e chiarisca i vari significati dell'espressione che i nativi dell'isola, mercé la lunga consuetudine, facilmente distinguono.

Or dunque, dovendosi anzitutto eliminare questa poca precisione del nostro linguaggio parlato, occorre rilevare che i Siciliani col vocabolo mafia intendono e vogliono significare due fatti, due fenomeni sociali che, quantunque abbiano fra di loro stretti rapporti, pure sono suscettibili di venire separatamente analizzati. La mafia, o meglio lo spirito di mafia, è una maniera di sentire che, come la superbia, come l'orgoglio, come la prepotenza, rende necessaria una certa linea di condotta in un dato ordine di rapporti sociali; e colla stessa parola vien indicato in Sicilia non uno speciale sodalizio, ma il complesso di tante piccole associazioni che si propongono scopi vari, i quali però quasi sempre sono tali da fare rasentare ai membri dell'associazione stessa il codice penale e qualche volta sono veramente delittuosi.

II.

II sentimento di mafia, o meglio lo spirito di mafia si può descrivere in poche parole: esso consiste nel reputare segno di debolezza o di vigliaccheria il ricorrere alla giustizia ufficiale, alla polizia ed alla magistratura, per la riparazione dei torti o piuttosto di certi torti ricevuti. Sicché mentre generalmente è ammesso, anche da coloro che agiscono secondo le norme dello spirito di mafia, che il furto semplice, la truffa, lo scrocco ed in genere tutti i reati nei quali l'autore si aiuta esclusivamente coll'astuzia e l'inganno e non presume di esercitare una violenza e di avere forza e coraggio maggiore della vittima, si possono denunziare alla giustizia, ciò invece sarebbe interdetto da un falso sentimento di onore, o di dignità personale, quando il reato riveste il carattere di una imposizione aperta e sfacciata, di un torto, che il reo intende di fare specificatamente ad un dato individuo, al quale vuole far sentire la propria superiorità e col quale non cura di stare in buoni rapporti perché non ne teme l'inimicizia ed il rancore.

Le offese all'onore delle famiglie, le percosse, le violenze personali, l'omicidio in rissa o per agguato sono tutti reati per i quali la denunzia alla giustizia è ritenuta dai mafiosi cosa sconveniente e vile, che porta con sé una specie di squalificazione cavalleresca. Ma non sono i soli: anche il taglio delle viti, l'uccisione del bestiame, l'abigeato e perfino la grassazione e il ricatto con sequestro di persona quando assumono, e ciò avviene spessissimo, il carattere di vendetta personale, di sfregio fatto ad un dato individuo, non sarebbero a rigore denuncia- bili; e, se si denunciano è pro forma, per mettersi in regola, come si dice in Sicilia, colla giustizia, ma senza in nulla agevolarla nella scoperta del reo, che invece spesso si conosce benissimo ed al quale si vuole fare sentire il peso della propria personale vendetta.

Ed è qui da notare che il carattere di vendetta e di offesa verso una determinata persona è una vera specialità della delinquenza siciliana. Reati che altrove non avrebbero alcun movente personale, che sono ordinariamente perpetrati da rei professionali che scelgono indifferentemente per vittime tutti gli individui che si trovano alla loro portata, in Sicilia assumono la parvenza di una vendetta per un torto vero o supposto che il reo, o qualche suo parente od amico, avrebbe subito da parte della vittima; ben inteso che spesso il torto accennato non è la vera causa ma piuttosto il pretesto del fatto delittuoso.

È per questa ragione che gli Italiani del continente ed in generale tutti i forestieri che viaggiano od anche abitano in Sicilia sono quasi sempre rispettati dai malfattori, perché, non avendo il forestiero in generale rapporti con la classe delinquente, è difficile che contro di lui possa addursi il pretesto di una vendetta personale. È per la stessa ragione che gli stessi Siciliani che abitano nelle grandi città dell'isola raramente sono vittime di reati premeditati; giacché nelle grandi città ognuno può scegliere liberamente le persone colle quali vuole stabilire qualunque genere di rapporti ed i rancori personali più difficilmente si accendono e non trovano alimento nei contatti e negli attriti quotidiani come avviene nei piccoli centri.

Stabilito il principio che per la prevenzione e la riparazione di una larga categoria di offese personali un uomo che vuole e sa farsi rispettare, è la frase tecnica, non deve ricorrere alla giustizia legale, ne viene la conseguenza che è lecito, anzi doveroso, ingannare le autorità, o almeno non dare ad esse alcun lume, quando vogliono intromettersi nelle contese private disturbandone lo svolgimento naturale coll'applicazione dei canoni del codice penale. Quindi filiazione diretta dello spirito di mafia è l'omertà, quella regola secondo la quale è atto disonorevole dare informazioni alla giustizia in quei reati che l'opinione mafiosa crede che si debbano liquidare fra la parte che ha offeso e quella offesa. E questa regola, che si applica anche alle vertenze fra i terzi, è la principale causa che induce nei processi penali i testimoni a diventare cosi spesso bugiardi o meglio reticenti. Perché nel Siciliano, anche che appartenga alle classi più misere e rozze, la vera bugia è rara ed egli difficilmente racconterà il falso, ma assai di frequente mostrerà di non conoscere o di non ricordare il vero, che invece conosce e ricorda benissimo.

Ho conosciuto persone anche colte dell'alta Italia che trovavano qualche cosa di fiero e di simpatico, o almeno di non completamente ignobile, in questo sentimento o spirito di mafia per il quale ogni individuo crede onorevole fidare nella sua forza e nel suo coraggio per respingere e prevenire le offese. Ma accade talvolta che anche una maniera di pensare e di sentire, i cui moventi non sono tutti ignobili, produca in complesso risultati dannosi, ed in questo caso bisogna avere il coraggio di condannarla energicamente e senza attenuanti. Or lo spirito di mafia è un sentimento essenzialmente antisociale, il quale impedisce che un vero ordine, una vera giustizia si possano stabilire ed abbiano efficacia fra le popolazioni che ne sono largamente e profondamente affette. Come vedremo più avanti, esso inoltre ha per ultima conseguenza l'oppressione del debole da parte del forte e la tirannia che le piccole minoranze organizzate esercitano a danno degli individui della maggioranza disorganizzata.

Si potrebbe invece con più ragione osservare che lo spirito di mafia non è speciale alla Sicilia, che esso si è trovato e si trova in tante altre parti del mondo, dovunque la giustizia sociale si è mostrata o si mostra incapace a sradicare ed a sostituire del tutto il sistema della vendetta privata. Lo spirito di mafia infatti, molto attenuato, esiste ancora nell'Italia centrale ed attenuatissimo in quella settentrionale. Se il vocabolo che lo esprime nacque in Sicilia ciò avvenne perché colà, grazie a circostanze che si debbono forse ricercare nella storia del secolo testé morto o moribondo, la mafiosità è più radicata, più generale e profonda ed è diventata più disciplinata ed organizzata. Cosi avvenne che i Gesuiti diedero il loro nome al Gesuitismo, che essi non inventarono né sono i soli a praticare, ma che praticarono e praticano assiduamente e che coll'assidua pratica perfezionarono e coordinarono a sistema.

In molte parti dell'Italia centrale il popolino crede sempre che il poliziotto, lo sbirro sia un essere abietto, e non approva che uno, che viene ferito in rissa da una coltellata, riveli alla giustizia il nome del feritore. Anche là abbiamo dunque non solo la mafia ma la sua indivisibile compagna, l'omertà. E se gli operai di Torino sono in generale immuni da questa lue, nei bassissimi fondi di questa città, fra i barabba ed i gargagnan, è ancora in vigore ed in onore una maniera di fare perfettamente analoga.

Ma anche nelle alte classi di buona parte d'Europa e di tutta l'Italia un leggerissimo spirito di mafia ancora sussiste. Fra esse si ammette infatti che per certe offese personali la riparazione non bisogna cercarla nella giustizia legale ma nel duello. Il quale non è in ultima analisi che una forma, attenuata, regolarizzata, circondata da garenzie, di quella tenzone sanguinosa fra due individui a cui ricorrono spesso i popolani della Sicilia e di tutta l'Italia meridionale e centrale per definire le loro querele.

III.

È difficile di determinare precisamente quanto lo spirito di mafia sia diffuso in Sicilia. Bisognerebbe prima fissare il punto dove la verità mafiosa comincia e dove finisce. Certo, esaminando uno ad uno i Siciliani con criteri molto rigorosi, battezzando per mafiosi tutti coloro che in qualche caso speciale credono preferibile di mettere a dovere colle proprie mani un tracotante od un offensore anziché ricorrere alla giustizia, si potrebbe asserire che la mafia comprende la maggioranza degli abitanti dell'isola. Ma se invece ricorriamo a criteri più larghi e più giusti, se consideriamo per mafioso solo colui che per spirito di mafia ha commesso un reato, od è almeno capace di commetterlo, allora i Siciliani che, come dicono gl'italiani del nord, sono affiliati alla mafia, diventano una scarsa minoranza.

Volendo fare delle distinzioni, a seconda delle varie classi sociali e delle varie regioni dell'isola, dirò che lo spirito mafioso, in generale, è più forte e diffuso nei piccoli paesi e meno assai nelle grandi città. Sebbene poi i contadini più poveri dell'interno dell'isola ne siano meno affetti di quelli più agiati ed intelligenti dei comuni vicino a Palermo e delle stesse borgate rurali annesse a questa città. È naturale pure che lo spirito mafioso sia in generale più forte, checché si dica e si scriva in contrario, nelle classi povere e rozze anziché in quelle ricche sopratutto e in quelle istruite. Bisogna però riconoscere che vi è qualche grossa frazione delle classi più povere, formata da coloro che esercitano certi determinati mestieri, che ne è quasi completamente immune; ciò avviene segnatamente nei marinai e pescatori numerosissimi nell'isola. Ed è pure vero che alcune frazioni delle classi dirigenti, certe famiglie ricche e perfino blasonate sono fortemente intinte di mafiosità; si tratta però spesso di famiglie di gabellotti, o grossi affittuari di fondi rustici, recentemente arricchite, nelle quali l'educazione e la cultura sono rimaste indietro alla ricchezza di una o due generazioni; oppure, se son famiglie antiche e blasonate, sono di quelle che al blasone accoppiano una buona dose d'ignoranza e di rusticità, male larvata da una specie di gentilomeria sui generis, e che, abitando per lo più in borghi appartati, dove le idee ed i sentimenti moderni hanno avuto finora poca presa, hanno assunto, mi si passi la metafora, il colore morale dell'ambiente che le circonda.

Nella stessa famiglia poi, anzi nello stesso individuo, lo spirito di mafia aumenta o diminuisce e scompare a seconda che egli viene trasportato da un luogo ad un altro dove l'ambiente è diverso. Il Siciliano che va nel continente in paesi dove la mafiosità è considerata come cosa bassa e volgare, col mirabile intuito e colla straordinaria facilità di adattarsi ad un nuovo ambiente che lo distinguono, si spoglia subito di ogni spirito di mafia. Lo stesso fa, in grado minore, il Siciliano che da un piccolo centro mafioso viene a stabilirsi a Palermo, a Messina, a Catania. Viceversa in certi piccoli centri rurali, dove il ricorrere in certe occorrenze alla giustizia regolare riesce cosa poco efficace, forse anche perché è poco usata, e non contribuisce a far rispettare l'individuo che ne usa, anche il Siciliano delle grandi città, che vi deve lungamente dimorare, acquista una forte tinta mafiosa e perfino la possono prendere gli oriundi dell'alta Italia che in questi paesi fissano il loro domicilio.

Ho potuto però constatare che i nativi dei comuni e borghi rurali più profondamente e tradizionalmente ricchi di spirito mafioso, se per lungo tempo abitano nelle grandi città dell'isola o nel continente italiano e se acquistano una solida e larga cultura intellettuale, subiscono una vera trasformazione psicologica, in forza della quale sentono una invincibile ripugnanza a ritornare stabilmente nel paterno loco. In seguito alla trasformazione psicologica che ho accennato, essi hanno un tale rispetto per la legalità e sentono tale disgusto per le violenze private da non essere in questi riguardi inferiori ai più perfetti galantuomini dell'alta Italia; ciò che, se mancassero altri argomenti, basterebbe a provare che la mafia non è effetto dell'eredità o della razza, ma dell'ambiente in cui si vive.

Accade spesso che un Italiano dell'alta Italia domandi confidenzialmente ad un suo amico siciliano se il tale o il tal altro suo corregionale sia un mafioso e si senta rispondere di si. La risposta è molto spesso data in buona fede, ma bisogna sempre accoglierla con beneficio d'inventario, e occorrono almeno altre domande più precise se si vogliono informazioni davvero concludenti. Per un Siciliano è mafioso qualunque suo corregionale che lo sia un pochino più di lui: che ammetta quindi, anche teoricamente, un uso un po' più largo dell'azione e della forza privata nel caso che si debbano prevenire o respingere possibili offese. Perciò la taccia di mafioso può facilmente venire applicata anche ad una persona che non è affiliata ad alcuna associazione criminosa, che non ha mai commesso e che sarebbe forse incapace di commettere, un vero reato.

L'immortale Manzoni, il più grande sociologo dell'Italia moderna, e grande sociologo perché psicologo profondo, descrivendo Renzo dice che questi avea «una certa aria di braveria comune allora anche agli uomini più quieti». Ora, sarebbe una vera esagerazione paragonare la Sicilia d'oggi alla Lombardia dell'epoca dei Promessi Sposi, ma certo le traccie di quell'epoca si possono ritrovare più vivaci e durature nell'isola che nell'alta Italia. Una certa aria di braveria, o, se cosi vogliamo, un certo profumo di mafia, è perciò ancor oggi assai più diffuso in Sicilia, anche negli uomini onesti, anziché in Piemonte, nel Veneto, in Lombardia.

Sopratutto poi, ed è questa la vera specialità della regione, mentre il detto profumo nell'alta Italia bisogna ricercarlo solo nei bassissimi strati sociali, nell'isola lo si può ancora sporadicamente trovare, e molto intenso, anche in individui delle alte classi; i quali qualche volta occupano posti elevati, che conferiscono molta autorità e che fanno presumere che, chi ne è investito, goda la stima dei propri concittadini.





































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