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Zaino, tenda ed autostop

di Antonio Orlando

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31 Agosto 2015

Enzo Misiani – Renato Santoro

Il viaggio. Frammenti di un’avventura mai dimenticata

-Prefazione di Giuseppe Luccisano -

Ed. in proprio – Tip. Boccuto, Catanzaro, 2015, pp. 170, s.i.p.

Di solito non leggo i racconti “color nostalgia”, per dirla con Guccini; non mi piacciono le rievocazioni del tipo “come eravamo”, “come erano belli i nostri tempi”, “com’era verde la mia vallata” e roba simile. Non sono un nostalgico e non mi piace star lì con il ditino alzato a dire “Ah, ai miei tempi…”. Ognuno è figlio, oltre che dei propri genitori, del proprio tempo e non può né deve imporlo agli altri che hanno il diritto di vivere, a tempo debito, le proprie esperienze e, magari, di sbagliare. Figli compresi. Non si può tediare il prossimo con prolisse narrazioni e minuti dettagli, come fanno gli sposini di ritorno dal viaggio di nozze, che almeno sono giustificati e ti risparmiano i particolari più intimi. Però, però…. per questo racconto faccio un’eccezione, mi impongo di fare un’eccezione. Lo merita, perché è senza pretese, se non quella di ribadire che per ognuno di noi i tempi belli coincidono sempre con la gioventù. Ed è questa l‘unica  verità.

Intendiamoci “Il viaggio. Frammenti di un’avventura mai dimenticata”, scritto a quattro mani da Enzo Misiani e Renato Santoro, ha tutte le caratteristiche del racconto memorialistico, di una memoria per di più rinfrescata di recente con una simpatica trovata pseudo-giudiziaria, se non proprio originale, veramente gustosa della quale tratterò alla fine, e tuttavia l’intero racconto è pervaso da un sottile fascino che finisce per avvincere chi, come me, quei tempi li ha vissuti. Conosco i due autori da sempre, anzi, se la memoria non mi inganna – è il caso di dire – con Renato siamo stati compagni di Liceo (o era il Ginnasio?) almeno per un anno. I due appartengono alla mia generazione, è inevitabile che la vicenda, in un modo o in un altro, mi (ci) riguardi. Abbiamo fatto le stesse esperienze, in campi, è il caso di evidenziarlo, politicamente contrapposti, separati, distanti, com’era d’obbligo essendo loro di “destra”, larvatamente e tiepidamente, presumo, ed io sfacciatamente e decisamente di “estrema sinistra”. Nei paesi non ci si scontrava, non ci si picchiava, al massimo qualche baruffa, discussioni accese, molto accese, e finiva tutto lì. In genere, malgrado ci si conoscesse tutti, si preferiva ignorarsi, anzi guardarsi da lontano, scrutarsi, annusarsi quasi come fanno quei cani che non vogliono litigare, ma manifestano tutta la loro (potenziale?) esuberanza, abbaiando e ringhiando come forsennati. Sicchè io non sapevo di questa loro bellissima esperienza e loro, naturalmente, nulla sanno delle mie (nostre) esperienze di ragazzi della Sinistra, che, non ho certo intenzione di raccontare. Almeno per il momento.

Il racconto, perfettamente calato nel contesto dei primissimi anni ’70,  mette molto bene in evidenza alcuni aspetti di quegli anni su cui non si è ancora riflettuto abbastanza. Il primo è che, a prescindere,  indipendentemente ed al di fuori ed al di là della collocazione politica, le tensioni, le pulsioni, i desideri che serpeggiavano tra i giovani erano gli stessi, anzi, possiamo dire, specularmente identici. La voglia di evasione, il desidero di sfuggire quell’aria di paese avvertita come una cappa opprimente, l’impulso, quasi naturale, a viaggiare per conoscere, per vivere esperienze nuove e diverse, si manifestavano allo stesso modo ed allo stesso modo generavano nei genitori le stesse ansie, le stesse apprensioni e le stesse paure. Si, volevamo cambiare il mondo, il cambiamento sembrava a portata di mano (il ruolo della radio e della televisione furono fondamentali per creare questa illusione) però quel mondo bisognava andare a prenderselo e, prima ancora, bisognava conoscerlo, esplorarlo, scoprirlo. Ci sarebbe, quindi, da riesaminare  il senso e la valenza che avevano le parole “Destra” e “Sinistra” oltre l’ambito politico ed ideologico. Il discorso su questo tema si farebbe barboso, forse inutile perché l’altro aspetto che emerge è  la constatazione che i giovani degli anni ’60 e ’70 non erano poi così tristi, cupi, pensosi, rissosi e violenti, come li si dipinge, sapevano pure divertirsi, scherzare, ridere, prendere la vita allegramente, come tutte le generazioni che li avevano preceduti e, ovviamente, come quelle che seguiranno. La musica, le canzoni, il ritmo costituivano un elemento ineliminabile dell’esistenza e rappresentavano una sorta di perenne colonna sonora che accompagnava e segnava  le giornate, in casa come fuori. Come dimenticare la funzione del juke-box?  Gli esempi sono talmente innumerevoli - da Lucio Battisti in giù passando per i grandi gruppi americani come Jefferson Airplane, Led Zeppelin e poi Jimi Hendrix, Janis Joplin e via dicendo - che non è manco il caso di accennarvi.

L’aspetto che non t’aspetti, invece, che spunta per inciso, quasi inavvertitamente, che  fa capolino ed affiora tra il rifiuto della tradizione e la contestazione dell’autorità, che si intravede appena e se non ci fai caso lo sottovaluti, è l’avvenuta conquista della piena eguaglianza, almeno all’interno del mondo giovanile, tra Nord e Sud. Non si avvertono, in quegli anni, differenze tra le due Italie per la semplice ragione che i giovani meridionali non si sentono inferiori ai loro coetanei settentrionali  e questi, a loro volta, non mostrano segni di superiorità. Basterebbe ricordare quanti leader del Movimento Studentesco e dei gruppuscoli dell’estrema Sinistra e dell’estrema Destra fossero di origine e provenienza meridionale. Non mi pare, a distanza di più di quarant’anni, un aspetto di poco conto di fronte al palese regresso di stampo razzista ed autoritario che i leghisti tentano di spacciare come innovazione e progresso. Quell’essere tutti uniti in nome della libertà, dell’indipendenza, della contestazione, della rivoluzione aveva annullato le differenze. Quanti dibattiti sulla “questione meridionale”, “contro la questione meridionale”, “per la rivoluzione meridionale” in quel periodo. L’imperativo era essere alternativi, fare cose alternative, proporre politiche alternative.

Il 1972 è un anno di transizione, stiamo scivolando lentamente ed incoscientemente  verso gli “anni di piombo”: a marzo, in circostanze oscure e strane, è morto l’editore Feltrinelli, a maggio viene ucciso il commissario Calabresi, le elezioni segnano la scomparsa del PSIUP (a me molto caro), compare la sigla BR e le Olimpiadi di Monaco si tingono di sangue. L’età dell’innocenza è finita da un pezzo, ma l’estate, come sempre, crea una parantesi, una sospensione, una specie di tregua.

In estate tutto si ferma e chi se ne frega della politica. I giovani, di Sinistra o di Destra, impegnati  o “qualunquisti” (come si diceva allora), cattolici o miscredenti, avevano problemi comuni ed il primo e, ovviamente, il più importante, perennemente sottovaluto, anzi potrei dire, esorcizzato, era quello finanziario. A Sinistra si pensò di ovviare ricorrendo alla “tecnica della socializzazione”: si trattava di mettere in comune le (scarse) risorse finanziarie di cui ognuno disponeva, come se la somma delle miserie facesse la ricchezza. Tutt’al più si riusciva a rimediare una pizza, qualche panino, un pacchetto di sigarette, l’ascolto di due canzoni al bar, ma certo non si potevano affrontare spese per viaggi o trasferte lunghe o per vacanze. Bisognava ricorrere a ben altro: qualche lavoretto in famiglia o per gli amici, ma non che uno ci tirasse gran che. Infatti uno dei due protagonisti, il più giovane, cioè Enzo, ne fa le spese e, a suo dire o, se si vuole, “a sua memoria”, viene raggirato. Quei soldi sono indispensabili. Il loro è un viaggio pretenzioso, la meta ambiziosa, la Sardegna è lontana, sconosciuta, un mondo a parte ed il passaggio in nave inevitabile e…costoso. Ci si può arrendere?

Alla fine non la si può dar vinta alla sfortuna o al capriccio di un improvvisato “committente” mal pagatore, per cui non c’erano altre soluzioni se non quella di partire all’avventura sperando nella buona sorte, nella oculata amministrazione del peculio racimolato o nella divina provvidenza, per chi ci credeva.  Questo non significava che non ci fossero dei sostegni e delle strutture di supporto;  penso, per esempio, agli ostelli della gioventù, la cui tessera d’iscrizione costava nel 1970 (quando riuscii a “conquistarla”) ben mille lire. Se  pensate  che una tazzina di caffè veniva 60 lire, il biglietto del cinema 250 - 300 lire ed un litro di benzina 140 lire – il tutto corrispondente oggi all’ordine di pochissimi centesimi di euro - fate un po’ voi le proporzioni. Inoltre bisognava estorcere la firma di un genitore, poiché la maggiore età fino al 1975 si raggiungeva a 21 anni, è bene non dimenticarlo. E poi c’era da considerare il sostentamento quotidiano: la fame era atavica, insaziabile, perfino il Manzoni conveniva sulla circostanza che i giovani hanno sempre fame!

La rete parentale, distribuita su tutto il territorio nazionale, (i Calabresi sono in tutto il mondo, li trovi anche a Tahiti) poteva rappresentare l’altro supporto, ma occorreva farvi ricorso solo come extrema ratio, quando si era alla disperazione, come dimostrano i nostri due viaggiatori. Prima di partire bisognava attrezzarsi: i jeans, più sdruciti e consumati possibile, erano di rigore, quasi una divisa d’appartenenza, se non d’ordinanza; poi ci voleva una camicia col taschino, meglio se ne aveva due, di foggia militare. Non si poteva certo partire con la valigia, era d’obbligo lo zaino e gli unici disponibili erano quelli militari che si compravano di seconda mano o ci si prestava fraternamente; e poi la tenda sul cui uso non dico niente e rimando alle dotte e pertinenti considerazioni dei due Autori, che potrebbero prossimamente pubblicare un “manuale del perfetto campeggiatore”. La barba incolta ed i capelli lunghi – moda a parte -  venivano di conseguenza. L’unico costo che non veniva considerato era quello del trasporto. La chiave di tutto era “l’autostop” cioè chiedere un passaggio in macchina ad un perfetto sconosciuto che ti scorrazzava gratis per un tratto, più o meno lungo - dipendeva dal caso - di strada o di autostrada. Era necessario aver fatto un minimo di pratica, bisognava essere allenati, aver acquisito un minimo di esperienza a livello locale su brevi tragitti per poi affrontare le lunghe distanze. L’autostop era l’avventura nell’avventura, il viaggio dentro il viaggio ed i nostri due narratori lo documentano molto bene.

In qualunque parte d’Italia ti trovassi, era raro che ti ignorassero, qualcuno si piccava di fermarsi per dirti che gli dispiaceva non poterti prendere a bordo ed accampava le più disparate ragioni.

Gli automobilisti italiani in quel periodo si sentivano in colpa se non ti davano un passaggio e le mogli, molto spesso, rimproveravano i mariti che non volevano fermarsi. Ecco perché tanti sentivano il bisogno di scusarsi. Era come partecipare ad un gioco di società; prendere a bordo degli autostoppisti era rendere un favore più a se stessi che agli occasionali passeggeri, i quali si sentivano a loro volta in dovere di intrattenere il loro ospite, di allietargli il viaggio, magari di rendersi utili all’occorrenza. Come fanno i nostri due eroi alla prima occasione, peraltro ben ripagati. Oggi si direbbe che era una condivisione, in realtà era qualcosa di più, era disponibilità verso gli altri, era fiducia reciproca. I vari “bla.bla car” di oggi, gestiti via Internet, non sono che una pallida ed insipida parodia dell’autostop.

Chi raccontava le proprie esperienze di viaggio, come notano i Nostri, invogliava gli altri a partire. Una catena senza fine. Gli amici “esperti” non davano suggerimenti né fornivano consigli poiché sapevano che ogni viaggio costituiva un’esperienza unica, irripetibile, non trasmissibile, tuttavia erano sufficienti i loro racconti  perché immediatamente scattasse la molla.

L’itinerario che Enzo e Renato tracciano del loro viaggio, sia all’andata che al rientro, è la dimostrazione più chiara di che cosa fosse un viaggio in autostop. Non si poteva predeterminare il percorso, si poteva, in modo molto approssimativo, prefissarsi una-due tappe e lasciare poi che il caso facesse il resto. Dovevi adattarti ad un viaggio “a strappi”, un continuo tira-molla per cui dopo un’attesa snervante seguivano improvvise accelerazioni. Posso testimoniare di un’attesa di ben cinque ore a Reggio Emilia per un passaggio e di un passaggio Livorno - Messina in un sol colpo, così come del rifiuto di un passaggio, offerto da due gentilissime ragazze,  Milano – Ginevra, del quale ancora me ne pento, perché la nostra meta era Torino.

A conclusione del racconto il lettore può finalmente rendersi conto che non si è trattato di una rievocazione autoreferenziale, fatta per vanagloria bensì della ricostruzione, leggera ed autoironica, del “viaggio di formazione” cioè di quel viaggio che lascia un segno indelebile e che non dimenticherai mai perché ha segnato una svolta nella tua esistenza. Si tratta di quei “punti di non ritorno” – forse ne incontriamo più di uno nel corso della nostra vita – dopo i quali  veramente nulla è come prima e di questo ti rendi conto soltanto a distanza di tempo.

In ultimo l’Appendice giudiziaria, quella che ha vivificato ed attualizzato l’avventura che, dopo tutto, risale a ben 43 anni addietro. Enzo cita in giudizio di fronte ad un improvvisato e mal assortito “Tribunale Speciale” (e questa denominazione non vuol avere nulla di sinistro) il suo supposto “datore di lavoro” del tempo che fu e pretende lo svolgimento di una regolare “udienza conviviale” nell’amena ed appartata località montana di Canolo, previa degustazione delle specialità gastronomiche del luogo. Non è una captatio benevolentiae nei confronti della Corte (che presumiamo incorruttibile per definizione), il pranzo è parte integrante dell’udienza e giudici, attore, convenuto, testimoni, pubblico ministero e difensori, nonché il pubblico, rappresentato da sbalorditi figli e nipoti, mescolano l’assaggio di quelle prelibatezze con l’esercizio di una memoria che, ahimè, subisce gli inevitabili insulti del tempo. A dire il vero non si registrano reticenze o vuoti di memoria, bensì solo una diversa percezione dei fatti ed un diverso modo d’intendere il (presunto, molto presunto!) rapporto di lavoro che, a suo tempo, s’instaurò tra Enzo, giovanotto di belle ed ardite speranze, ed un (ora) valente ed affermato professionista del luogo, appartenente ad una prestigiosa famiglia di nobile ed antica stirpe.

La sentenza, redatta da un altro amico comune, Ernesto Scionti, - che da avvocato, agisce qui in veste di giudice – (del resto, la realtà, nell’universo parallelo, va sempre capovolta, se no, che gusto c’è?) è, nel suo genere, un piccolo capolavoro di letteratura giuridica: scritta in “puntolino” di diritto (chè “punto” mi pare esagerato), ben strutturata, con terminologia appropriata, con i dovuti richiami normativi (giusto sfoggio di dottrina) e con un dispositivo che farebbe impallidire le sentenze della Cassazione. Le notazioni sul decorso dei termini di prescrizione sono degne di un Carnelutti, di un Calamandrei, di un Pugliatti e di un Falzea messi insieme e già che ci troviamo, per dirla col grande Totò, abbondiamo ed aggiungiamoci pure il prof. Panuccio ed il quadro è completo. Il Relatore tocca tutti i tasti del modo di esprimere il giudizio, spaziando dal verdetto, all’arbitrato al lodo senza sapersi decidere (ma chi me l’ha fatta fare, a me?) probabilmente per non voler scontentare nessuna delle parti in causa perché sa che la sua deve essere una decisione perfetta, ineccepibile, intangibile, inattaccabile, “salomonica”, di quelle che non ammettono impugnazione, o, forse, no? Potrebbe esserci un appello….e poi, magari, un ricorso per cassazione  e poi ancora un’esecuzione forzata… chissà!

La Giustizia italiana – per non parlare di quella calabrese – va sana e va lontana.

Spero tanto che sia stato girato un video del processo perché la vicenda meriterebbe, visti i tempi, caratterizzati dall’iper-tecnologia informatica e telematica, tanto di ipertesto. Parafrasando la Bibbia (niente meno!), tutta questa storia non fa che confermare il detto “Molto conosce chi ha molto viaggiato”.























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