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Con la pubblicazione delle Lettere del Gladstone nel luglio del 1851 iniziò un battage pubblicitario antinapoletano che non si è più fermato, scavalcando finanche il crollo della dinastia borbonica e la unità d’Italia che avrebbe dovuto essere l’obiettivo principe.

La resistenza armata e le necessità propagandistiche del potere sabaudo di dover combattere la guerra contro il brigantaggio anche sul piano mediatico portarono la denigrazione antinapoletana al parossismo. Il sud divenne un mondo altro, dove si scontravano barbarie e modernità.

Tutto era cominciato nel 1848, il potere borbonico ebbe le sue colpe, soprattutto nella presunzione indipendentista ferdinandea, nella illusione di essere protetti dall’acqua santa a nord e dall’acqua salata a ovest, a est e a sud. Inoltre Ferdinando II fece una serie di errori, uno dietro l’altro:

  • prima inviò truppe in Lombardia (scelta sgradita agli austriaci);
  • poi le ritirò (scelta sgradita ai liberali italiani);
  • sospese la costituzione (scelta sgradita ai liberali napoletani);
  • non abrogò mai la costituzione del 1848  (scelta sgradita a molti nobili napoletani);
  • imbastì un grande processo contro gli insorti del 1848, ma graziò tutti i condannati, che il figlio Francesco II si ritrovò come nemici nel 1860.

Addebitare però alla politica borbonica tutti i problemi attuali del sud è assolutamente ridicolo. Gli stessi liberali napoletani mancarono di realismo, non seppero ponderare le loro scelte e fecero precipitare la situazione portando allo scontro del 15 maggio 1848 che fu il momento di inizio della nostra rovina.

Non ci andarono tanto per il sottile nelle più bieche menzogne come quella della frase – Napoli è vostra! – inventata di sana pianta e attribuita ad un Ferdinando II che con essa invitava il popolino al saccheggio nel 1848.

Lo stesso Massari, in questa prima edizione, poco nota, delle Lettere (*) del Gladstone, scrive una chilometrica e servile lettera di ringraziamento al  politico inglese (**) per il suo attacco alla dinastia borbonica. Questa edizione comprova certe tesi borboniche sulla genesi delle lettere – tutta napoletana – costruite dal Gladstone insieme al Massari.  Che nelle edizioni successive –  dello stesso anno! - si spaccia per curatore delle stesse.

Da allora gli Inglesi, i Francesi (***) e il Cavour corteggiarono e manovrarono i fuoriusciti napoletani, li foraggiarono e ne fecero delle quinte colonne che dall’interno (attraverso le reti massoniche) e dall’esterno con pubblicazioni e un lavorio incessante nelle diplomazie di tutta Europa, causarono l’isolamento e poi il tracollo del Regno delle Due Sicilie.

Zenone di Elea – Aprile 2016


* La formula delle Lettere politiche era già stata utilizzata dal Massari nel 1849:  “I CASI DI NAPOLI dal 29 gennaio 1848 in poi LETTERE POLITICHE PER GIUSEPPE MASSARI EX-DEPUTATO AL PARLAMENTO NAPOLITANO”, Torino 1849.

** In una lettera al Panizzi del 25 settembre 1852 Massari definirà l’amico inglese “nostro benefattore” e “nostro impareggiabile signor Gladstone”: “Di Napoli i soliti orrori: il processo del 15 maggio' tocca al suo termine: nei pubblici dibattimenti alcuni testimoni salariati dal Governo hanno spinta r infamia fino ad oltraggiare gP illustri accusati e sputare sul viso ad essi: né il tribunale ha impedito l' incredibile scàndalo. Frattanto il povero Poerio è assai male, e la sua veneranda madre è morente: forse a quest' ora la eroica donna non è più. Che orribili cose, mio buon amico! ne ho l'animo straziato. Fate sapere, ve ne scongiuro, queste cose al nostro benefattore, al nostro impareggiabile signor Gladstone.” (Cfr. LETTERE AD ANTONIO PANIZZI PUBBLICATE DA LUIGI FAGAN FIRENZE, 1880)

*** Scrive Ricciardi nel 1973: "ma questo so bene, che l'esposizione pubblicata in Messina, colla data dei 29 maggio, venne dettata a bordo del vapore francese Il Plutone, fra i 23 ei 24 maggio, durante il tragitto fatto sovresso da Napoli a Malta da Stefano Romeo, da Antonino Plutino, da Casimiro de Lieto e da me, e lasciata in Messina, al nostro passare colà, il dì 24".(Cfr. “Relazione officiale” pubblicata in “Una pagina del 1848 ovvero storia documentata della sollevazione delle Calabrie di G. Ricciardi”)

LETTERE DI GLADSTONE

E DI GIUSEPPE MASSARI

SUI PROCESSI DI STATO DI NAPOLI

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LETTERA PRIMA

Da Carlton Gardens pubbl. gli 11 Luglio 1851

Caro Lord Aberdeen

Debbo cominciare una lettera ch’io temo tornerà molto penosa per voi, anzi ecciterà xxxx alta vostra indignazione, mentre io vi presento i più sinceri ringraziamenti per la permissione che mi date d’indirizzarvela.

Dopo una residenza di tre o quattro mesi in Napoli, tornai a casa penetrato dal sentimento del dovere di tentare di migliorare in qualche guisa gli orrori (non posso usare parola men forte), gli orrori dell’amministrazione di quella contrada.

Siccome io avrò da esporvi dei fatti incredibili, e io far ciò non posso a meno di usare il linguaggio più energico, debbo avvertirvi io prima, eh io non mi portai a Napoli con lo scopo di fare una censura politica. Affari puramente domestici mi vi trassero ritènueio. Nè portai con me l’idea, che si addicesse a me lo indagare i difetti dei governi, o propagare idee proprie di altri climi. Ammetto nel modo più assoluto il rispetto, che devesi dagl’inglesi, come da ogni altro popolo, ai governi in genere, sieno essi assoluti, costituzionali o repubblicani, come rappresentanti dell’autorità divina, e difensori dell'ordine. Ora io debbo dire, che non so che siavi altra contrada in Europa, sono certo, altra non esservene, che l'Italia meridionale, da cui potessi essere tornato con le idee e con le intenzioni, che ora fanno forza al mio spirito.

Io vi sono perciò assai tenuto, perché abbiate consentito ad accettare questa mia esposizione, perocché questo fatto dà un autorità alle mie affermazioni, che fui come a forza indotto a trattare questo triste soggetto; che io non intendeva punto fare una propaganda politica;

ch’io non raccolsi senza discernimento le notizie, che sono per darvi, di cui parte conosco per osservazione personale, e altre credo fermamente, dopo averne attentamente esaminato le fonti.

Senza diffondermi nelle ragioni, che mi mossero a recarvi disturbo, io stabilisco questi tre punti. Primo, che la condotta presente del governo dì Napoli, in ciò che riguarda i veri e supposti rei politici è un permanente oltraggio alla religione, alla civiltà, alta umanità, alla decenza pubblica.

Secondariamente, che questa condotta renda certamente ed anche rapidamente la repubblica in quello stato: forma di governo, ch'è ben poco consentanea alla indole di xxx  popolo.

Finalmente, che io, come membro del gran partito conservatore in una nazione Europea, debbo rammentare, che questo partito forse senza rendersene contezza, trovasi ora in alleanza virtuale e reale con tutti i governi stabiliti in Europa, come questo, e ch'essi vengono più o meno danneggiati dalle perdite di esso: conte derivano forza ed incoraggiamento dai suoi successi.

Questo principio, che non ha gran forza quando trattasi degli stati poderosi, i cui governi sono forti non solo per militare organizzazione, ma per costumi ed affezioni del popolo, è molto rilevante nella pratica quanto al governo di Napoli, il quale, qual che ne sia la causa, si considera posto come all’ombra di un vulcano, xxxx quanto sta in lui ogni giorno per rendere reali i proprii pericoli, e dà nuova intensione, insieme a nuovo, argomento, ai suoi timori.

Anzi tutto io debbo premettere, che non farò in via di prefazione alcuna osservazione, e che pur sarebbe importante, sul fondamento dell’autorità presente del governo nel regimi delle Due Sicilie. Non cercherò, se secondo la ragione e il diritto sociale, il governo attuale di quella contrada abbia un titolo o no; se si fondi sulla legge o sulla violenza. Ammetterò che la Costituzione del gennaio. 1848, data spontaneamente, giurata come irrevocabile con la massima solennità, e finora mai abrogata (sebbene violata quasi in ogni atto del governo), non sia mai esistita, non sia che una mera finzione. Non toccherò di questo fatto, perché ciò potrebbe dar corpo alla idea, che il mio desiderio fosse immischiarmi nelle forme di governo, e far credere che questo desiderio alterasse in me quel puro sentimento di umanità, che mi mosse.

Doveché io porto ferma opinione, che questa tanto importante materia debbasi più sicuramente e convenientemente trattare come quistione interna fra il sovrano e i suoi sudditi, xxxxx ogni nostro intervento: a meno che per avventura non sorgessero questioni derivanti dal trattato del 1844 fra l’Inghilterra e le Due Sicilie, in alcune parti del quale ebbi, come collega di V. S. l'onore d’essere impiegato. Perciò io non mi tratterrò ora su tale argomento, né avrei pur fatta qui allusione alla Costituzione napoletana, se non fosse necessario ricordare qui i fatti principali, onde si spieghi la recente condotta del governo napoletano, e si presti fede a fatti così incredibili, come quelli che sono per esporvi.

Sono persuaso che nel leggere questa lettera, voi vorrete domandare come mai si possa senza motivo tenere una condotta sì inumana, anzi mostruosa, e qual ne potrebbe essere il motivo. Per rispondere pienamente a tal quistione, debbo riandare la storia della Costituzione di Napoli.

Ma al presente, e finché io ho qualche speranza di correzione senza formale controversia, lascerò, anche con mio svantaggio questa quistione senza risposta, quantunque essa occorra allo intiero sviluppo della mia tesi.

Ancora una parola di prefazione. In queste pagine non vedrete fatto cenno della lotta fra il re di Napoli e i Siciliani, o sulla condotta delle parti, che direttamente o indirettamente v'ebbero connessione. Diverso affatto argomento, che imprendo a trattare: è la condotta del governo di quel sovrano verso i suoi sudditi dei continente, con la cui missione e coraggio egli potè soggiogare la Sicilia.

Si crede generalmente difettosa l'organizzazione dei Governi dell’Italia meridionale, che l’amministrazione della giustizia non vi è scevra di corruzione; che comuni sono i casi di abuso e di crudeltà fra i pubblici impiegati subordinati; che vi sono duramente puniti i reati politici, senzaché si abbia molto riguardo, alle forme della giustizia.

Ho accennato a questa vaga supposizione di un dato stato di cose, il quale, ove fosse stato esatto, mi sarei risparmiata questa fatica.

Ma queste vaghe supposizioni sulla condizione attuale di cose in Napoli sono cosi lontane dalla pura verità, come un leggiero disegno appena abbozzato è da un perfetto ritratto vivamente colorito. Non è una mera imperfezione, non esempi di corruzione di impiegati secondarii, non qualche caso soverchia severità, che vi ho da narrare; ma la incessante, sistematica, deliberata violazione di ogni diritto, cui commette il potere, che dovrebbe vegliare sopra di esso: egli è la violazione di ogni legge umana scritta, per petrata con lo scopo di violare ogni altra legge non scritta ed eterna, umana e divina; egli è l’assoluta persecuzione della virtù, allorché è unita con la intelligenza, è una persecuzione tanto estesa, che niuna classe ne può essere allo schermo. Il governo è mosso da una feroce e crudele, non men che illegale, ostilità contro tuttocciò, che vive e si muove nella nazione, contro tuttocciò, che ne può promuovere il progresso ed il miglioramento. Il governo vi calpesta visibilmente la religione pubblica con la sua notoria conculcazione di ogni legge morale sotto lo Impulso dello spavento e della vendetta!

VI vediamo un'assoluta prostituzione dell'ordine giudiziario, ch'è stato reso un trasparente recipiente delle più vili e grossolane calunnie, che deliberatamente inventarono gl’immediati consiglieri della corona con lo scopo di distruggere la pace e la libertà, e, con sentenze capitali, la vita delle persone più virtuose, oneste, intelligenti, illustri e raffinate della intiera società; un. selvaggio e codardo sistema di modale, non che fisica tortura per mezzo di cui si fanno pronunziare sentenza da quelle depravale corti di giustizia.

Che cosa produsse questo sistema? La sovversione di ogni idea morale e sociale, La legge, invece di farsi rispettare, vi è divenuta esosa. Il governo non si fonda sull’affezione dei popoli, ma sulla forza. Fra l’idea della libertà e quella dell'ordine non vi è più associazione, ma violento antagonismo. Il potere governativo, che si qualifica immagine di Dio sulla terra, agli occhi della immensa maggioranza del pubblico pensante appare come vestito dei più laidi vizii. Udii ripetuta spessissime volte questa forte e pur vera espressione: La negazione di Dio fu eretta in sistema di governo.

Confesso di essere stato maravigliato dalla gentilezza di carattere mostrata dal popolo napoletano in tempo di rivoluzione. Pareva che nei loro petti non potesse allignare l’infernale spirito della vendetta. So che in ogni caso la rassegnazione cristiana, la lieta accettazione della volontà di Dio sostenne delle illustri vittime: ma la presente persecuzione è più grave ancora che non le precedenti e differisce da queste in quanto che è specialmente diretta agli uomini di opinioni modeste, cui un governo, ancorché non guidato che da mondana prudenza, un Macchiavelli, se fosse ministro, si adoprerebbe a conciliarsi e propiziarsi. E contro questi uomini inferocisce principalmente la persecuzione. Si vuole ad. ogni costo portare la povera natura umana agli estremi; si mettono io fermento le passioni feroci, le quali, secondo la mia opinione, non ebbero mai, sin dal tempo dei tiranni del geontilesimo, lento motivo di destarsi, né destale tanto. motivo di palliare la loro furia.

Credesi generalmente che i prigionieri per reati politici nel regno delle Due Sicilie ammontino a quindici, venti, trentamila. Il governo impedisce ogni mezzo di prendere notizie esatte, e perciò non può esserci certezza su questo punto.

Tuttavia scorsi, che questa opinione è comune alle persone più intelligenti, discrete, e meglio informate. Risulta ciò altresì da quanto trapelò sulle innumerevoli turbe, di cui sono stivate le prigioni particolari, e, principalmente dal numero delle persone, che consta mancare in alcuni distretti provinciali. Udii, a cagion di esempio, allegata questo numero a Reggio ed a Salerno, e facendo paragone con la popolazione, io credo, non si esageri portando il numero dei prigionieri a ventimila. Nella sola Napoli parecchie centinaia sono in questo momento accusati di delitto capitale. E quando lasciai quella città, si credeva imminente un processo (detto quello del 15 maggio) in cui il numero degli accusati era fra quattro o cinquecento; inclusa almeno una o due persone di alto grado, le cui opinioni in questa contrada sarebbero riputate più consevatrici, che non le vostre stesse.

Pare in verità, che il governo di Napoli possegga in parte l’arte, che il Burke diceva essere oltre il suo potere: egli «non sapeva come formare un atto di accusa contro un popolo.» Pregovi inoltre di considerare che il numero dei rifugiati e delle persone variamente nascoste, probabilmente molto più grande che non è quello dei prigioni, non è ancora constatato.

Dobbiamo rammentare inoltre, che gran parte di questi prigionieri appartengono alle classi inedie (quantunque sianvi altresì molti operai), e che il numero delle classi medie nel reame di Napoli (col qual nome potendo parlare degli stati continentali) deve essere una parte molto minore della intiera popolazione, che non sia fra noi. Poniamo mente eziandio, che di queste persone pochissime hanno mezzi di sussistenza indipendenti dalla loro famiglia: per tacere delle confische o sequestri, che qua si dicono frequenti. Sicché generalmente parlando ogni singolo caso di prigioniero o rifugiato diventa una fonte di miseria; ed ora abbiamo qualche fondamento per dire, che il sistema, il carattere del quale sto per esaminare, ha per oggetto intiere classi di persone, e. quelle appunto da cui dipende specialmente la salute, la prosperità e la sicurezza della nazione.

Ma perché debb’egli sembrare strano, che il governo di Napoli sia in aperta guerra con quelle classi? Nelle scuole nazionali, mi fu detto, è un obbligo l'usare un catechismo, politico attribuito al canonico Apuzzi, e ne ho una copia.

In questo catechismo la civiltà è la barbarie sono dipinte come due estremi ugualmente viziosi, e vi s'insegna che la felicità e la virtù stanno in un giusto mezzo fra essi.

Poco tempo dopo, ch'io giunsi in Napoli udii una qualificata persona accusata con molto vitupero di avere asserito, che quasi tutte le persone, che avevano formato posizione nella Camera dei Deputali, sotto la Costituzione, erano in prigione o in esilio: Confesso francamente, che io credei allora meritevole di riprovazione una persona, che asseverava cosa sì mostruosa. Credo che ciò accadesse nello scorso novembre. La Camera era stata eletta dal popolo sotto una Costituzione liberamente e spontaneamente ottriata dal re. Le rielezioni avevano prodotto un piccolo cangiamento in favore della opposizione.

Niuno di quel corpo era allora stato processato; credo sì bene, posso dirlo per transito, uno di essi era stato assassinato da un prete detto Peluso, ben conosciuto nelle vie di Napoli, ov’io mi trovava, e che tuttavia non fu mai interrogalo su questo affare, e si diceva che ne ricevesse una pensione dal governo.

Sicché io considerai quella notizia come una finzione, od almeno una imprudenza lo spanderla. Qual non fu il mio. stupore, quando io vidi una lista particolariztata, che provava pienamente la verità dell’asserzione, anzi nei punti più essenziali provava davvantaggio?

Risulta, mio caro lord, che la Camera dei Deputati era composta di 164 membri, eletti da circa 117 mila elettori. Il più gran numero, che venisse a Napoli ad esercitare lo ufficio di rappresentante fu circa 140. Ebbene! l'assoluta maggiorità di essi, 76, oltre alcuni altri, ch'erano stati privati del loro uffizio, erano stati arrestati od esulavano. Sicché dopo la regolare formazione di una Camera popolare di rappresentanti e la sua soppressione ad onta della legge, il governo di Napoli pose il colmo alla sua audacia col cacciare in prigione, o costringere al bando, per sfuggirla, la maggioranza dei rappresentanti del popolo.

Ho già parlato abbastanza sulla estensione di questi alti; e passo ad esaminare il carattere, e prima di tutto relativamente alla legge, poiché ho accusato il governo di violarla sistematicamente.

La legge a Napoli statuisce, che la libertà personale sia inviolabile, tranne per mandato di una corte di giustizia autorizzata espressamente. Non parlo della costituzione, ma del diritto anteriore e indipendente da essa. Nè sono ben certo, se questo mandato debba ordinarsi stante attuali deposizioni ed esprimere la natura dell’accusa, o se debba comunicarsi immediatamente dopo.

Conculcando questa legge, il governo, di cui importante membro è il Prefetto di Polizia, per mezzo degli agenti di questo dicastero insegne e codia i cittadini, fa visite domiciliari, ordinariamente di notte, rovista le case, sequestra mobili e carte, tutto questo sotto pretesto di cercare armi; incarcera uomini a ventine, a centinaia, a migliaia, senza alcun mandato, talvolta senza pur mostrare alcuo ordine scritto, o altra cosa più che la parola di un poliziotto. Non si dice poi mai quale sia la natura del reato.

Nè questo è il meno strano Si arrestano persone, non già perché abbiano commessi delitti, o si suppone che gli abbiano commessi, ma perché è utile nasconderle, disfarsene, e contro le quali perciò si dee trovare od indentare qualche capo di accusa.

La prima cosa pertanto è arrestare e incarcerare, poi sequestrare e portar via libri, carte o quel che altro soccorra a quegli sciagurati e venali poliziotti. Si leggono quindi le lettere del prigione, tostochè può sembrare utile, e si esamina poi questo senza atto di accusa, la quale infatti non esiste, e senza testimoni, che questi pure non sussistono. Non si permette all’incolpato alcuna assistenza, né il mezzo di consultare un avvocato. Per dir meglio, egli non è esaminato, ma svillaneggiato nel modo più grossolano dai poliziotti E non crediate già sia per colpa degl'individui. È cosa essenziale nel sistema, creare un capo di accusa. Qual maraviglia, se chi si sente in tal guisa insultato, e sa donde procedono gl’insulti, per da jjn istante la calma, ed esca in qualche espressione poco rispettosa per la sacra maestà del governo? Se ciò succede, se ne fa subito menzione nelle minute; se poi io imprigionalo sa contenere sé stesso, nessun detrimento riceve il grande, scopo, a cui si mira.

Si passa quindi all'esame della corrispondenza. Supponete che si tratti di un uomo di colta intelligenza; egli avrà probabilmente seguito l'andamento delle vicissitudini pubbliche.

Nelle sue copie di lettere o nelle lettere a lui inviate vi saranno allusione ad esse. Si dovrebbero paragonare tutte queste allusioni, onde apprezzarne il vero valore. Ma così non si fa, e qualunque espressione implichi disapprovazione, s’inserisce nelle minute. Ora niènte è più facile, che interpetrare la disapprovazione per disamore, e il disamore per l’intenzione di rivoluzione e di regicidio. Supponete che siavi qualche altra frase, che di, strugga intieramente la forza della prima, d dimostri la lealtà della vittima, essa è considerata di niun valore, e indarno l’accusato farebbe valere le sue ragioni.

Nei paesi, ove si osserva la giustizia, si puniscono le azioni, ed è reputato ingiustizia punire i pensieri; ma a Napoli si affibbiano pensieri, onde si possa punire. E qui parlo di quanto consta a me essere accaduto, e dichiaro non avere immaginato od esagerato nulla.

I prigioni, prima di essere giudicati, vengono detenuti in carcere per parecchi mesi, per un anno, per due, ordinariamente il termine è più lungo. Non mi accadde mai di udire, che alcuno sia stato giudicato per motivo politico prima di 16 a 18 mesi di reclusione.

Ho veduta degl’infelici attendere il giudizio dopo 20 mesi di prigione: e questa era loro inflitta non in virtù della legge, ma a dispetto di essa. Possono esservi dei casi, e certamente ve ne sono, in cui alcuno sia stato arrestalo per mandato e in seguito di deposizioni: ma è inutile il trattenermi sopra questi casi che non sono che eccezionali.

Non dubito asserire, che, fatto ogni sforzo per riuscire col mezzo di forti interpetrazioni e di parziali produzioni di prove, a formulare una accusa, se questa fattisce, si ricorre allo spergiuro ed alla calunnia. Degli sciagurati, che si trovano quasi in ogni terra, ma specialmente là, ove il governo è il gran corruttore del popolo; dei mariuoli presti a vendere la libertà e la vita dei loro simili per danaro, dare la loro anima per giunta, vengono deliberatamente impiegati dai governo per deporre contro l’uomo, che si vuole mandare in rovina. Ma quantunque sembri, che l'uso abbia dovuto dar loro della pratica in questo affare, le deposizioni sono generalmente fatte nel modo più rozzo e grossolano,, e portano con sé tante contraddizioni ed assurdità, che stomaca lo udirle.

Ma e che? Notate il calcolo. Secondo la frase volgare, nella quantità qualche cosa rimarrà sempre attaccata. Nè crediate già, ch'io parli leggermente. Dichiaro in fede, che tutto si concatena dal principio alla fine: aveva depravata logica unisce tutto. Gl’inventori debbono colpire all'avventura, perciò attaccano molte corde ai loro archi. Sarebbe una cosa veramente strana, contraria al calcolo delle probabilità, se tutto lo edifizio artatamente innalzalo dovesse scompaginarsi e cadere per causa di contraddizioni. Ora consideriamo che cosa ha luogo in pratica. Supponete nove decimi delle asserzioni assurde perfino innanzi ad un tribunale napoletano. Di questa frazione una parte non viene addotta dalla polizia in giudizio, dopoché gli avvocati del governo o quelli dell'accusato ne chiarirono ad essa l’assurdità: al resto non badano i giudici. In qualsivoglia altro paese, ciò menerebbe naturalmente ad una investigazione, ad un giudizio di spergiuro. A Napoli succede il contrario: si considera quel fatto come uno scopo patriottico, e da persone oneste, che per avverse circostanze mancò di effetto.

Il risultato di tuttociò è zero. Ma rimane tuttavia delle deposizioni una decima parte, in cui non vi sono contradizioni. Voi crederete che l’accusato possa dimostrarne la falsità col mezzo di contro prove. V’ingannate a partito: degli argomenti in suo favore egli può averne a macco, ma non gli si permette di valersene.

Tal cosa non è certamente credibile; eppure à vera. Le persone stesse ch'erano accusate, mentre io mi trovava a Napoli, nominavano e chiamavano dei testimoni in loro difesa a ventine, a centinaia, uomini d’ogni classe e di ogni professione, — militari, ecclesiastici, ufficiali — ma io ogni caso, fatta una sola eccezione, credo, la Corte, la Gran Corte criminale di. giustizia ricusò di udirgli. Una sola volta il testimoniò; che si lasciò deporre, fece spiccare pienamente l'asserzione dell'accusato. Naturalmente ciò che assevera l’accusato, quantunque giustificato dal suo carattere e della sua condizione, non si valuta menomamente in paragone della parte non distrutta da contradizioni delle menzogne della più vile canaglia, quantunque militino contro queste le più grandi presunzioni di falsità.

Questo frammento assicurato in tal guisa da contraddizioni, forma l'origlière, su cui riposano tranquille e quiete le coscienze dei giudici dopo la condanna.

Per istudio di esattezza debbo dire, che il Governo, quando si è procacciato ed ha presentalo alla corte il falso testimonio, ottiene il mandato e rende legale la cattura.

E come vengono trattati questi detenuti durante il lungo e terribile periodo, che passa tra la illegale loro cattura e lo illegale loro processo?

Dire una prigione di Napoli è dire, come ben si sa, lo estremo del sucidume e dell’orrore. Ho veduto alcune di esse e non le peggiori. E vi dirò, o mio lord, ciò ch'io vi vidi: i medici di ufficio non si recavano a visitare, i prigioni malati; ma i prigioni malati con la morte sul viso, arrancavansi sulle scale di quel carnaio della Vicaria, perché le parti interne di quello edilizio tenebrose sono così immonde, così ributtanti, che nessun medico consentirebbe per guadagno ad entrarvi. Quanto all’amministrazione, dirò una parola sul pane, che vidi. Quantunque nero e grossolano all'ultimo grado, esso era secco.

La minestra, che forma l'altro elemento di sussistenza; è così nauseabonda, secondoché mi accertarono, che senza una estrema fame niuno può vincere la repugnanza, che produce.

Non ebbi mezzo di assaggiarla. Le prigioni sono sporche come covili. Gl’impiegati in esse, tranne di notte, non vi entrano quasi mai. Fui deriso, perché leggevo con qualche attenzione dei pretesi regolamenti appiccati sopra una parete. Uno di essi concerneva le visite dei dottori ai malati. Tuttavia vidi quei dottori visitati da sventurati, che avevano un piede nella tomba; non malati visitati da dottori. Passeggiai fra una turba di tre, o quattro cento prigioni napoletani, assassini, ladri, delinquenti di ogni specie, alcuni condannati, altri no, e confusi con gli accusati politici. Nessuno portava catena; gli ufficiali solo a capo di molti appartamenti, con molte porte chiuse a chiavistello e interriate tra mezzo: ma non solo non eravi nulla a temere, ma usarono verso me, come a forestiero, molta cortesia.

Essi formano una specie di società, in cui l’autorità principale è quella dei gamorristi, gli uomini più famigerati per audacia di crimini. Non hanno nessuno impiego.

Questo sciame di esseri umani dormivano tutti in una lunga e bassa sala a volta, non illuminata che da una piccola inferriata ad un capo di essa. I prigioni politici potevano, pagando, avere il privilegio di una camera separata lungi dalla prima, ma non vi era divisione fra loro.

Ciò che vi esposi non certamente un bene, ma è lungi dallo essere il peggio. Darò ora a V. S. un altro saggio del trattamento, che si usa a Napoli, con uomini illegalmente arrestati e non ancora condannati.

Dai 7 dicembre ai 3 febbraio Pironti, che prima era giudice, e fu trovato colpevole nell’ultimo dei mentovati giorni, o in quel torno, passò le intiere sue giornate e notti, tranne le. ore ch’era menalo in giudizio, con due altri uomini in una cella della Vicarìa, della superficie di due metri e mezzo, sotto il livello del suolo di essa, e non rischiarata che da una piccola inferriata,per cui non potevano veder nulla.

Entro questo brevissimo spazio Pironti e il suo compagno furono confinati per due mesi, e non ne uscirono pure per andare alla messa, o per altro motivo qualunque, eccetto l’accennato.

E ciò succedeva in Napoli, ove, per consenso universale, le cose vanno molto meglio che non in provincia. La presenza dei forestieri esercita qualche influenza sul governo: l'occhio della curiosità o della umanità penetra talora in questi bui recessi: mentre tutto è mistero nelle remote province, in quelle solitarie isole, le cui pittoresche e fantastiche forme deliziano il passeggiero ignaro degli immensi patimenti, ch’esse racchiudono. Questo, dico, vidi in Napoli, e trattavasi di persona educata, di un giureconsulto, di un accusato, non di un condannato. Nè Supponete, che questa sia una eccezione. To non aveva da scegliere se non tra quanto per caso mi si offriva, cosa insignificante verso quanto mi restava sconosciuto. E dopo questo folto non comincia a parervi ragionevole l'accusa da me fatta al governo di Napoli, che à prima giunta poteva parere strana e quasi insensata?

Udii pure narrare un altro caso, ch’io credo potervi dare come vero, sebbene non no abbia una cognizione così piena, come del primo. Quando lasciai Napoli in febbraio, il Barone Porcari fu rinchiuso nel Maschio di Ischia. Accusato di aver preso parte alla insurrezione di Calabria aspettava il processo.

Questo Maschio è un cassero senza luce, e posto 24 piedi o palmi (non so più che cosa) sotto il livello del mare. Non si permette mai che n’esca né di giorno né di notte; né ad alcuno si permette di visitarlo, meno sua moglie una volta ogni quindici giorni.

Ho detto probabilmente abbastanza di ciò, | che si riferisce agli alti anteriori al giudizio, Rimarrebbe tuttavia ancora alcunché da esporre. Se lo arresto è contrario alle leggi, perché, potrebbe dimandarsi, non intentare un giudizio per falso imprigionamento? Ho fatta questa inchiesta relativamente a questo punto. Vidi che, come in altre cose, così io questa, la legge non faceva difetto; che tale azione si poteva muovere, e forse anche con buon successo: che la difficoltà consisteva solo nel poter trovare un tribunale, che le desse corso. Ciò si comprenderà meglio, come io terrò a parlare delle sentenze politiche; per ora me ne passo.

Mi tratterrò ora specialmente sul caso di Carlo Poerio, il quale merita particolare menzione. Suo padre era un distinto giureconsulto.

Carlo Poerio poi è una compita persona, facile ed eloquente oratore, di specchiala onestà. Io ebbi il mezzo di venire in chiaro della sua posizione politica. Egli è strettamente partigiano della forma costituzionale. Mi rimarrò dallo esporvi il vergognoso capitolo di storia napoletana, cui accenna questa parola, facendovi solo notare, che a Napoli quella espressione ha lo stesso significato, che fra noi, significa cioè una persona, che si oppone a qualunque violenza, e d’onde possa ella provenire; che vuole la conservazione della monarchia sulle sue basi legali, con mezzi legali, e con tutte quelle migliorie, che. possono contribuire alla felicità della popolazione. Il suo modello è in Inghilterra, anziché in Francia, o in America. Non l'ho mai udito accusare di altro errore in politica, che quelli che si potrebbero imputare ai più leali, intelligenti e degni nostri statisti. Esaminato, accuratamente il caso, debbo dire che condannare per fellonia un tal personaggio è un atto tanto consentaneo alla verità, alla giustizia, alla decenza, come sarebbe il condannar qui i nostri più eccellenti uomini pubblici, lord Russel, lord Lansdowne, sir James. Graham, o voi stesso.

Non è minore l’oltraggio fatto al senso comune del paese. Non dirò che Sia precisamente lo stesso caso, per quanto riguarda la posizione e il grado sociale, ma certo non hanno uomo locato più alto; né dei nomi da me mentovati avvene alcuno più caro alla nazione inglese — forse niuno così caro — come è quello di Carlo Poerio ai suoi, concittadini napoletani.

Lasciamo altri miserevoli casi, e pur beo memorabili, come quello del Settembrini, il quale, in un grado alquanto meno cospicuo, ma avente un carattere non meno nobile e puro, fu processato col Poerio e quaranta altri, e condannalo nel capo in febbraio, quantunque oltre ogni previsione umana, la sentenza non fosse poi eseguita. Ma egli era riservato, il temo, a ben più dura sorte, a doppi ferri a vita, sopra una rimota ed isolata rupe. Vi e inoltre ogni ragione di credere, eh egli venga assoggettato a fisiche torture. Rispettabili persone mi accertarono, che gli si contrassero acuti strumenti sotto le ugna delle dita.

Toccherò appena della sorte di Faucitano, il quale, come Settembrini, fu processalo col Poerio durante l’inverno nella infornata stessa dei quarantadue prigioni.

Il suo caso è speciale, perché l’accusa aveva qualche fondamento. Consisteva questa nella intenzione di distruggere, col mezzo di qualche terribile esplosione, molti dei ministri ed altre persone. Fondamento dell’accusa fu lo avere egli avuto in saccoccia, in una solenne occasione, una bottiglia che scoppiò senza fargli alcun male. É probabile che avesse meditalo qualche scherzo, ma intanto fu condannato a morte. Si credè che venisse eseguila la sentenza fino a poche ore prima, ch'essa dovesse avere luogo. I Bianchi erano nelle vie, raccogliendo limosine per far dire messe alla sua anima. Egli stava nella cappella dei condannali assistito da preti, quando sullo spuntar del giorno fu nuovamente discusso il suo caso in un consiglio, e da Caserta venne un messaggiere con ordine di soprassedere. Ho udito come ciò accadesse, ma non fa qui al caso.

Carlo Poerio fu uno dei ministri della corona sotto la costituzione, ed occupava uno dei gradi più distinti nel parlamento. Nella quistione siciliana stava per la unione dei; e due regni.

Favorevole altresì era alla guerra della indipendenza, ma' non manifestava pur tanto zelo per essa quanto il re stesso. Ma questa è una materia estranea al nostro argomento. Pareva che il Poerio godesse pienamente della confidenza del re, poiché avendo offerta la sua dimissione, non venne 'accettata dapprima, ed anche quando fa fu, si continuò a consultarlo.

Merita attenzione la storia del suo arresto, qual ce la narra egli stesso nella sua allocuzione ai giudici, agli 8 febbraio 1850. La sera prima dell’arresto, ai 18 luglio 1849, fu da una persona sconosciuta lasciata in casa del Poerio una lettera concepita in questi termini: Fuggite, e fuggite prontamente. Voi siete tradito; la vostra corrispondenza col marchese Dragonetti è già in mano del governo. — Uno che vi ama assai. S’egli fosse fuggita avrebbe somministrato una prova di colpa molto ampia per la gente, di che parliamo. Ma egli conscio di tali cose, non fuggì, e inoltre non esisteva corrispondenza.

Ai 19 intorno alle 10 pomeridiane, si presentano con falso titolo due persone alla porta, e gli annunziano che egli è arrestato in virtù di un ordine verbale del prefetto di polizia, Peccheneda. Invano egli protesta; la sua casa è messa sossopra, ed, egli cacciato io solitaria prigione.

Domandò di essere esaminato e conoscere la causa del suo arresto entro 24 ore, secondo la legge, ma indarno. Al sesto giorno finalmente fu adotto innanzi al commissario Maddaloni, e gli fu posta in mano una lettera col sigillo rotto. Essa era indirizzata a lui, e gli fu detto essere venula sotto coperta ad un amico del marchese Dragonetti, ma che la coperta era stata aperta per isbaglio da un ufficiale di polizia, il quale per caso aveva lo stesso cognome, ma non lo stesso nome, e che nel vedere la lettera racchiusa dentro l’avea consegnata alle autorità.

Si desiderò che il Poerio l'aprisse, e ciò egli fece in presenza del Commissario. Nulla poteva essere più artificioso della orditura di questo affare. Ma notate il seguito. L'argomento della lettera implicava naturalmente allo tradimento; vi si annunziava una invasione di Garibaldi; si fissava un abboccamento con Mazzini: si alludeva ad una corrispondenza con lord Palmerston (il cui nome era goffamente storpiato), che prometteva aiuto per la prossima rivoluzione.

«Vidi subito, dice il Poerio, ohe si era vilmente contraffatta la scrittura di Dragonetti, e ciò dissi, osservando che la prova intima della falsità era più evidente, che non qualunque cumulo di prove materiali.»— Il Dragonetti era uno dei pivi compiti Italiani; mentreché questa lettera era piena zeppa di scerpelloni tanto di grammatica, che di ortografia.

Altre assurdità non sono pur degne di venire menzionale, quali erano la segnatura io disteso del nome, cognome e titolo, e la trasmissione di una lettera di quel genere per la posta ordinaria di Napoli. Aveva il Poerio fra le sue carte delle lettere del Dragonetti, sulla cui autenticità non poteva cader dubbio. Esse furono addotte e paragonate con quella, la. falsità rimase tosto chiarita.

Svelata tale enorme iniquità, che cosa fece il Governo per vendicare non il Poerio, ma la giustizia pubblica? Niente; pose da lato le carte.

Raccolsi questi particolari dal Poerio stesso nella sua difesa. Ma tutta Napoli conosce la storia, e n’è indignata.

Le carte, di Poerio non fornivano dunque materia di accusa.

Era perciò necessario inventare nuovamente, o, per dir meglio, lavorare sulle falsità già preparate, ma che dapprima erano parse meno utili della lettera di Dragonetti.

Un tale Jervolino, uccellatore frustrato di bassi impieghi, era stato scelto pel duplice uffìzio di spia e di spergiuro. Secondo la deposizione di costui il Poerio venne accusato di essere fra i capi di una setta repubblicana, detta della Unità Italiana, e della intenzione di uccidere il re. Domandò di essere confrontato con lo accusatore. Lunga pezza prima aveva conosciuto Jervolino, e additatolo ai suoi amici come falso delatore di lui presso il governo: ma le autorità non vollero. permettere questo confronto: non gli venne pur detto il nome di lui.

Fu tradotto di prigione in prigione, gittato in siti più convenienti a bruti, che ad uomini, privato della vista degli amici. Per due mesi non si permise pure di vederlo a sua madre, unica sua prossima congiunta nel paese. Così scorsero sette od otto mesi, senzaché egli sapesse cosa alcuna delle prove, ohe Si adducevano contro lui e per opera di chi. In questo venne a lui il sig; Antonio dei Duchi di S. Vito a dirgli, che il governo sapeva tulio, ma gli farebbe grazia della vita, se confessava.

Nel processo si dimandò ai giudici, che si esaminasse su questo il S. Vito ma naturalmente non si fece.

Oltre a ciò il sig. Peccheneda stesso, direttore di Polizia, e ministro di gabinetto del re, andò spesse volte alla prigione, interrogò diversi carcerati, e con flagrante illegalità gli esaminò egli stesso, senza testimonia senza menzione. Uno di questi fu il Caraffa. Per deposizione di questo gentiluomo rimane chiarito, che il Peccheneda stesso lo assicurò che lo affare verrebbe tosto accomodato, purché testimoniasse, che il Poerio conosceva alcuni biglietti rivoluzionarii.

Ciò non avendo: potuto ottenere il ministro, prese comiato dal Caraffa con queste parole: «Benissimo, Signore; voi volete la vostra rovina: tal sia di voi.»

Tal fu la condotta del Peccheneda, e il Poerio non dubitò di stimmatizzarla al cospetto dei giudici.

Soggiungerò, che conosco per irrefragabili autorità, altre gesta di quel degno ministro del re di Napoli, le quali rendono l'accusa fattagli dal aperto onninamente credibili.

Oltre la denunzia e l’accusa del Jervolino, su cui si aggirava ultimamente il processo, militava contro il Poerio la deposizione di un Romeo, tipografo, e coaccusato, il quale asseriva avere udito un cotale menzionare il Poerio capo di setta. Si può giudicare del valore di questa deposizione dal fatto di venire involti coi Poerio nell'accusa due ministri, il cav. Bozzelli e il Principe di Torella, fu quindi abbandonata, come inutile, perché parlava di Poerio come di caposetta; ma ciò era in contraddizione con quanto asseverava Jervolino, e perciò fu seguita solo l’accusa di partecipazione. Ma il prigione non traeva alcun prò dallo abbandono di un capo di accusa, tutto partiva al principio, che il governo doveva con mezzi veri o falsi provare la colpa, e che la giustizia pubblica non ha alcuno interesse che si salvi un innocente.

Eravi altresì la testimonianza dì Margherita, altro degli accusati. Dopo tardiva riflessione, egli dichiarava, che il Poerio assisté ad un’adunanza dell’alta congrega della setta. Dichiarò altresì, che, come membro di questa setta repubblicana e rivoluzionaria, Poerio era uno dei tre che s’adoperavano, che si mantenesse la costituzione monarchica, che perciò ne fu cacciato.

Per questo motivo per tacere di altri, la deposizione di Margherita non giovava.

È facile comprendere il motivo, perchè questi coaccusati se travagliassero nello incolpare Poerio ed altri distinti personaggi. Ma questi sforzi non tornarono utili ad essi, forse perché troppo grossolani a perché soverchiamente si mostrasse la falsità. Margherita fu confinato a Nisida nel febbraio, nella stessa camera ove si cacciarono accusati da lui. Anzi egli fu poi incatenato con uno di essi. Dirò poi chi sia questo unico incatenato.

Perciò l'accusa del Jervolino formò la sola base reale del processo e della condanna di Poerio. E per deposizione di un uomo senza grado e carattere, di un postulatore frustrato di un impiego, che credeva potere ottenere da Poerio, un personaggio del più alto grado, pur dianzi confidente e favorito del re, veniva posto sotto capitale processo.

La materia dell’accusa, era questa; affermava il Jervolino, che, non avendo potuto ottenere dal Poerio un impiego, lo richiese di farlo ricevere nella Setta della Unità Italiana che questi lo mandò ad un certo Atanasio, il quale doveva menarlo ad un altro prigione detto Nisco, onde potesse venire ammesso.

Che il Nisco lo mandò ad un terzo, detto Ambrosio, che lo iniziò. Non si ricordava delle forme né del giovamento della setta. Del certificato o diploma o delle radunanze, che le regole della setta pubblicate (gli governo affermava averle trovate) davano indispensabili per tutti i membri; di lotto questo egli non sapeva nulla.

Come sapeva, disse il Poerio, ch'io appartenessi ad una setta, quando mi si richiese che io lo ammettessi? — Niuna risposta.  — Perché non lo poteva ammettere il Nisco; che sull’accusa è qualificato come capo? — Niuna risposta. — Se io in quel tempo ministro della corona, ero altresì membro detta setta, era egli necessario, che la dirigessi per l'ammissione ad un altra persona, quindi ad un altra ancora ed un’altra? — Niuna risposta. — Perchè Ambrosio ohe lo ammesse, non fu molestato dal governo? — Niuna risposta. — Potevo io essere settario, quando come ministro del re, ero vituperato dal partito esaltato, perché aderivo strettamente alla monarchia costituzionale?  — Niuna risposta.

Anzi tal fu la stupidità ed impudenza di quello spione, nel particolareggiare le confidente fattogli, come diceva, dal Poerio, affermò che l'ultima gliela facesse il 29 maggio 1849 quando il Poerio provò, che ai. 22 o sette giorni prima, egli era in possesso di una delazione scritta ed accusa fatta. dal Jervolino quale spia delegata per lui alla polizia, e tuttavia con questo documento in mano, avrebbe continuato a farne il suo confidente politico?

Questo è un saggio della orditura delle testimonianze del Jervolino, un saggio delle, sue contraddizioni ed assurdità. Poc’anzi era un mendicante: ora compariva bene in arnese e in buono stato. Ho già narrato come tranne un caso, mai si permetteva che deponessero in giudizio i testimonii, e furono molti, che gli accusati allegavano per loro difesa.

Ecco, per quanto udii, l'eccezione da me accennata. Il Poerio sosteneva che un certo arciprete avea dichiarato, che Jervolino aveagli detto di toccare una pensione di Ì2 ducati al mese dal governo per le accuse, che egli faceva al Poerio.

Richiedente il prigione venne esaminato l'arciprete. Questi confermò quanto aveva asserito, e fece anzi menzione di due suoi congiunti, che potevano asserire la stessa cosa. Altra volta udii, che sei persone, cui erasi appellato un prigione, come a testimoni per sua discolpa, furono per questo stesso motivo arrestate. Niente di più verosimile.

Io stesso udii discutersi molte ore nel tribunale la testimonianza del Jervolino, e parvemi che la decima parte di quanto udiva, non solo avrebbe posto un termine al giudizio, ma avrebbe bastato a far punire severamente lo spergiuro.

Ma tornando ai mio assunto, dico che ancorché fosse stata consegnata la deposizione, ancorché non militassero contro essa le. più forti presunzioni di falsità, bastava paragonare, fi carattere di questa asserzione con questo del Poerio, perché qualunque uomo giusto assolvesse l’accusato. Non credo siavi uomo in Napoli di volgare intelligenza, il quale croda una parola dell’accusa del Jervolino.

Nel corso di fucilo giudizio si addussero due eccezioni. Dimostrava l’avvocato del Poerio, come la gran corte straordinaria, incaricata del giudizio, fosse incompetente in questo caso, perché l’accusa si riferiva alla condotta del Poerio, quando era ministro. e membro della Camera. dei Deputati, e, giusta l’articolo 48 dello Statuto, tali accuse devono portarsi innanzi alla Camera dei Pari. L’eccezione non fu ammessa, e rigettata nuovamente dopo appello.

La seconda eccezione era questa. Allegavasi distintamente contro i prigioni, che la loro supposta setta avesse cospirato contro la vita di alcuni ministri; e del giudice Domenico Antonio Navarro presidente della corte, primo col mezzo della bottiglia, scoppiata nella saccoccia del Faucitano; quindi col mezzo dì un corpo di pugnalatori od assassini, che dovevano compir  l’opera, ove fallisse il mezzo della bottiglia. Dicevasi questa intenzione fondata sulla crudeltà dei giudizii, che, quello aveva pronunziati contro innocenti persone. I prigioni protestavano di non volere essere giudicati da lui, e questi presentò una nota alla Corte, in cui diceva di sentire degli scrupoli a giudicare in questo desiderava di essere guidato dal resto della Corte.

La corte decise unanime, ch’egli giudicasse questi uomini imputati di avere avuto l'intenzione di assassinare lui, e multò i prigioni e loro avvocati in 100 ducati per avere fatta questa obiezione! Anche questa decisione venne confermata dopo appello, e le Corti notarono lo scrupolo provato dal Navarro essere anzi una prova della imparziale, delicata e generosa tendenza del suo spirito, e dovere perciò allontanare ogni sospetto di parzialità in esso.

Eppure ammettevano, che, secondo la legge napoletana, non avrebbe dovuto sedere, se nei cinque anni prima fosse stato implicato in alcun giudizio criminale, come parte contro di essi. Cosicché questo imparziale, delicato e generoso uomo sedé e giudicò i prigioni! E quando si venne ai voti, Navarro votò per la condanna e per la pena più severa. Mi fu detto, e credo questa opinione non sia un segreto, che tutte le persone accusate dal governo del re, dovevano essere trovate colpevoli.

Mi fu detto (e lo credo pienamente) che il Poerio il cui caso era pur bello anche per giudici napoletani, sarebbe stato assoluto in una divisione di quattro giudici contro quattro (tale è la umana precisione della legge in caso di uguaglianza),

se il Navarro non avesse fatto largo uso della intimidazione, minacciato cioè la dimissione ad un giudice, di cui mi fu detto il nome, e procaccialo così il numero necessario per una sentenza. Ma non bo bisogno di entrare in questi laidi misteri. Insisto sul fatto, che Navarro, la cui vita, secondo la testimonianza dell'accusa,, era fatta segno dei colpi dei prigioni, sedeva presidente del tribunale, eh doveva giudicargli; e, domando io, lo umani linguaggio può esagerare lo stato di cose di un paese, ove tali enormità vengono perpetrate sotto la diretta sanzione del governo?

Questo sulle eccezioni. Debbo notare un altro curioso punto sulla corte di giustizia. Essa non sedeva come corte ordinarie; ma come corte speciale. In questi casi si abbrevia il processo con la omissione di molte formule maggior parte utili per la difesa dell'accusato. Perciò in questo caso ben quaranta persone furono private dei mezzi di difesa per lo scopo di far presto, e queste erano state sedici, diciotto e anche più mesi in prigione prima di venire giudicate.

Addurrò ora una prova non della imparzialità della corte, ma del grado di decenza, con cui si velò la parzialità. Occorse dee Volte, che gli avvocati dei detenuti seppero, che i testimoni spergiuri non conoscevano gli accusati pur di veduta. Una volta l’imputato manifestò il desiderio di chiedere ai testimonio, che additasse, tra le persone presenti,, quella che egli accusava. La Corte negò questo permesso. Nell’altro caso l'avvocato sfidò il testimonio ad additare la persona, di cui stava parlando. Se sono bene informato, il mentovato Navarro, affettando di non avere udita la quistione, disse all’accusato: «Signor Nisco, alzatevi: la Coste ha da farvi una dimanda».

Ciò detto, l’avvocato disse, che si poteva continuare l’esame. La Corte allora mandò sardoniche risa. Vi darò ora in saggio della umanità, con cui sono trattati i prigioni invalidi dalla Gran Corte criminale di Napoli. Il fatto me lo espose una distinta persona, un testimonio oculare, che conosce perfettamente il linguaggio.

«Il numero originario delle persone sotto processo, come membri dell’immaginaria società battezzata dalla polizia dell’Unità Italiana, era di 42. A capo della lista vedevasi Antonio Leipnecher. che ora non è più. La sua malattia impedì alla Corte di vedere per alquanti giorni. Finalmente Navarro informò i medici addetti alle prigioni, che dovevano trovare nelle loro coscienze i mezzi di attestare, che il Leipnecher poteva assistere al giudizio la vegnente mattina.

«Al domani mi avviai al tribunale, con un amico, quando incontrammo uno dei dottori, che conosceva il mio amico. Cominciò a parlare del Leipnecher, e disse, ch’era gravemente malato, ma che la posizione era tale ch'egli non avrebbe potuto attestare senza pericolo sulla impossibilità, in che era il Leipnecher di assistere, e che perciò aveva avvertito il presidente, che l’accusato poteva tradursi alla Corte in portantina purché gli venissero somministrati dei cordiali, e non gli si facesse veruna quistione.

«Entrai nella sala, e dopoché gli altri accusati ebbero occupato il loro posto, venne una portantina, donde uscì ii Leipnecher in uno stato di prostrazione fisica e morale.

«Il Navarro cominciò con lo imporre al cancelliere, che leggesse, lo interrogatorio di Antonio Leipnecher e, come fu finito, lo invitò a fare le sue osservazioni. Osservò l’avvocato, che invano avea cercato di parlargli, ch'egli, era incapace a rispondere ed a comprendere. Il Navarro allora si rivolse a lui con tuono minaccioso, avvertendolo che con la sua finta malattia egli rovinava la sua causa. Il Leipnecher fece alcune osservazioni, che non si poterono udire, e che vennero ripetute da un altro accusato portanti che i medici non eransi data una pena al mondo per curarlo. Scrivete, disse il Navarro, ch’egli ha detto che i medici non lo vollero curare. Il procuratore generale Angelillo mostrò desiderio che si richiamassero i dottori per dire il loro parere sullo stato presente del Io accasato. Ciò fecero in un’ora ed asserirono che soffriva per acuta febbre, e non era in grado di rimanere. Ma, disse Angelillo, se è qui, perché non può restare?Non può senza immediato pericolo della vita, —La Corte allora si sciolse, e quando si riunì nuovamente dopo due o tre giorni, Leipnecher era nella tomba».

Dopo quanto bo detto sulla gran corte criminale a Napoli, parmi che avrò desiato un senso d incredulità nel petto di chiunque è uso a scorgere nei magistrati di una nazione la più alta personificazione dei principii di onore e di spassionata equità. Non voglio altrimenti asserire, che tutti i giudici di Napoli siano mostri; ma sono schiavi. Sono numerosi, mal pagati, e la loro carica dipende dal capriccio di chi l’ha conferita. Generalmente sono molto men dotti e prudenti, e hanno molto minore moralità, che non i membri del foro, che avvocano davanti a loro. La più alta provvisione, che si dia ad alcun membro della magistratura, ammonta, credo, a 4000 ducati all'anno. Ma la cosa più notevole è la tirannica severità nel caso, fin che non secondino le accuse mossi dal governo. Non è già che in questi casi soluzione significhi molto. Come il governo arresta e caccia in prigione senza mandato e senza accusa, così, partendo dallo stesso largo ed amato principio d'illegalità, non si fa il menomo scrupolo di tenere in carcere degl’imputati, che, dopo due o tre anni di reclusione o di terrore, furono solennemente dichiarati innocenti.

Dei prigionieri, per esempio, su cui si sentenziò finalmente in febbraio (ridotti a 41 (1) per la morte di Leipnecher) sei, credo, furono assoluti. Ma questi, qualche tempo dopa la sentenza, so ch’erano tuttavia in carcere.

Non ecciterà perciò maraviglia l’udire, che i giudici, per la considerazione che condannano 35 a gravissime pene sieno andati impuniti. Ma guai a quei giudici, che dimenticano il grande oggetto della persecuzione! Nella stessa Napoli un vecchio di 80 anni, che aveva esercitato l’uffizio di giudice per mezzo secolo, fu congedato poco tempo fa per avere assoluto alcuno, ch’era stato accusato di aver composto od inserito in un giornale un articolo incriminato.

Ed un caso più notorio occorse poco tempo fa a Reggio. Dei prigionieri accusati di qualche fatto relativo alla malaugurata Costituzione furono tradotti in giudizio; essi furono assoluti, ma la mano della vendetta cadde sui giudici. Dopo un tanto misfatto tutto il tribunale, quasi fosse una stalla di Augia, fu spazzato.

(1) Credo che questo numero debba essere 40, assoluti 8, condannati 32.

Nota dell’A. degli 11 Luglio

Due giudici soli, credo, — probabilmente la docile minoranza, — furono solo nominalmente congedati, e posti fra’ disponibili, con  speranza di nuovi salari. Ma gli altri sei, la ria maggioranza, furono sputatamente ed assolutamente licenziati. Non vi maraviglierete pertanto se con una sì perfetta disciplina il commento sia, anche da’ giudici, si prontamente ubbidito.

Dei 41 accusati nella Causa, ch’io chiamerò del Poerio, tre furono condannati a morte, Settembrini, Agresti e Faucitano. Il Poerio a 24 anni di ferri. Credo che i voti si ripartissero in questa guisa: 3 per l’assoluzione, 2 pei  ferri, e 3 (compreso i! delicato, scrupoloso e generoso Navarro) per la MORTE: — sulla testimonianza di quel Jervolino, che credo avervi abbastanza descritto. Queste due sezioni quindi si unirono, e votarono per là punizione più leggiera, onde si ottenne la maggioranza. Uno di coloro, che prima avevano opinato per l’assoluzione, votò poi per la condanna, grazie al sistema d’intimorimento, che venne affidato al delicato, scrupoloso, imparziale e generoso Navarro.

Dicesi che sia occorso un grave errore.

Pare che una legge od usanza napoletana provvegga umanamente, che quando tre persone sono condannate nella vita, non si eseguisca la sentenza, che sopra una sola. Ma se ciò era vero, era stato dimenticato dai giudici, e scoperto solo dal Procuratore Generale, o talun altro, dopoché la cosa credevasi finita.

Udii pure che Settembrini ed Agresti ricevessero come per grazia, una dilaziono. Quanto al Faucitano, non entrerò nei particolari di ciò che occorse nel palazzo di Caserta, ma udii e minutamente e con ragioni plausibili, che certe minacce di privare il Governo di Napoli di un utile sostegno, anziché la umanità, dettassero in questi ultimi momenti la commutazione della pena.

La pepa capitale s’infligge molto raramente nel regno di Napoli in seguito a sentenze giudiziarie: ciò è certo. Ma checché po ssa dirsi della pena capitale considerata sotto altro punto di vista, non esito a dire, ch'essa sarebbe un atto di umanità, in quanto al patimento, ch'essa cagiona in paragone di ciò che si sofòra in seguito alle sentenze di pena di cxxarnet.

E tuttavia anche sulla severità di queste sentenze io non cercherei di rivolgere l’attenzione tanto da distorla dal grande fatto della illegalità, che sembra a me la base del sistema napoletano; l’illegalità fonte di crudeltà, di bassezza, di ogni altro vizio: l'illegalità che pervertisce la coscienza; quella mala coscienza produce i terrori; questi terrori menano alla tirannide; questa tirannide genera odio, e questo le vere cause del terrore, che prima non sussistevano. E cosi la paura diventa più pungente e grandeggia; il vizio originario si moltiplica con tremenda celerità, ed il vecchio delitto produce la necessità del nuovo.

Parlai di Settembrini e della sua creduta e credibile tortura. Vengo ora quanto ho veduta o udito secondo la più diretta e incontrastabile autorità.

In fine di febbraio Poerio e sedici suoi coaccusati (con pochi dei quali tuttavia egli avea avuta conoscenza da prima) furono confinati nel bagno di Nisida presso il Lazzaretto. Ogni settimana per una mezza ora alquanto prolungata per mitezza del soprintendente, permettevasi loro il vedere i proprii amici fuori della prigione.

Solo alcuni potevano essi contemplare le naturale bellezza dei luoghi, che gli attorniano. In diversi tempi furono confinati entro lo mura. Essi tutti, tranne, credo, uno, che allora era nella infermeria, furono giorno e notte confinati  a una camera sola lunga circa 16 palmi, alta otto; credo con un cortile per esercizio.

Quando a notte si abbassavano i letti non rimaneva spazio tra loro. Potevano uscire solo incatenati due a due. In questa camera avevano a cucinare o preparare ciò, che ottenevano dalla dolcezza dei loro amici. Da una banda il livello del suolo è sopra il pavimento della camera, e perciò la empie di umidità. Oltre a ciò per lunga reclusione i prigioni lagnavansi di soffrire. Grandemente. Eravi una sola finestra, e naturalmente senza vetri. Nè crediate già, come inglese, che quella continua corrente di aria in un clima napoletano sia sempre gradevole ed innocua, il contrario egli è forse ivi più necessario che non qua lo avere il mezzo di potere escludere l’aria aperta, per esempio, prima del tramonto. Le vicissitudini del clima si sentono a Napoli come qua, e il principio del mattino vi è talora più acutamente freddo.

Le loro catene sono come segue. Ognuno porta una forte cintura di cuoio sopra le anche. A questa sono raccomandati i capi superiori di due catene. Una catena di quattro lunghe e pesanti anella scende ad una specie di doppio anello fissato intorno alla noce del piede. La seconda catena consiste di otto anelli, ciascuno dello stesso peso e lunghezza dei primi quattro, e questa unisce due carcerati insieme, sicché possono star distanti circa sei piedi. Questa catena non si slega mai né il di né la notte. L'abbigliamento dei rei comuni, che, come il berretto del reo era tuttora portato dal già ministro di gabinetto di Ferdinando re di Napoli, è composto di un rozzo e duro giaco rosso, con brache dello stesso materiale — simile alla tela fatta qui da ciò che chiamasi polvere del diavoli (devil's dust): le brache quasi dello stesso colore, sul capo egli aveva un berretto dello stesso materiale. Le brache sono abbottonati per tutta la loro lunghezza, e di notte si possono togliere senza rimuovere la catena.

Il peso di queste catene è circa otto rotoli (più di sette chilogrammi) la più breve e questo peso si deve raddoppiare quando ciascun carcerato ha da portare altresì la metà della più lunga.

I carcerati arrancavano come se una gamba fosse più corta dell’altra. Ma il patimento è tanto più grande, che vengono incatenati insieme incessantemente uomini educati con abietti. Le catene non si slegano per nessun motivo, e il significato di queste ultime parole vuole essere beo considerato: esse si prendono nel senso più stretto. Si dirà, che l’usanza è barbara, e non dovrebbe sussistere: ma che sussistendo egli è difficile lo esentarne alcune persone, perché più raffinate. Ma questa, mio lord non è la spiegazione. Egli è per questi due signori, che s’introdusse nel bagno di Nisida l’uso d'incatenare insieme i carcerati. Mi assicurano che due o tre settimane prima; fra 800 carcerati in quel bagno, questi doppi ferri erano affatto sconosciuti: ed allora vi erano molti condannati politici, ma erano nomini di basso grado, cui questa specie di punizione non avrebbe accresciuto tanto la sofferenza. Ma appunto nel tempo che Poerio e i suoi compagni furono mandati a Nisida, venne ordine dal Principe Luigi fratello dei Re, che, come ammiraglio, avea lo incarico della isola, con cui prescriveva che si usassero i doppi ferri per coloro, eh erano venuti in carcere dopo un certo tempo, credo, dai 22 luglio 185,0.

Così si studiò il mezzo d’imporgli a Poerio e ai suoi amici, e tuttavia poter dire che non si era dato l’ordine per essi, e con lo scopo d’infliggere loro una estrema morale e fisica tortura.

Fra questi, come dissi, era stato incatenato il delatore Margherita con una sua vittima. Vidi pure un carcerato politico, Romeo, incatenato nel modo sopra descritto con un reo comune, un giovine dall’aspetto più feroce e selvaggio, che abbia mai visto fra i delinquenti napoletani.

L’ispettore di questa prigione, il general Palomba, da lungo tempo, o forse giammai, non l'aveva visitata. Ma egli era venuto poco prima, che non vi fosse io; ed è impossibile non pensare, ch’egli fosse venuto, onde cerziorarsi che gli ordini di accrescere la severità non fossero elusi o rilassati.

Io aveva udito, che i rei politici erano obbligati a tosarsi, ma questo non era stato fatto, quantunque fossero stati obbligati a radersi tutta la barba, che potessero avere.

Fui maravigliato, debbo dirlo, della dolcezza con cui parlavano dei loro persecutori, della cristiana rassegnazione, non che della loro propensione al perdono, poiché essi sembravano disposti a sopportare con pazienza qualunque cosa si ammannisse loro.

La loro salute aveva evidentemente sofferto.

Vidi la zia di uno di questi carcerati, uomo sui 28 anni, sospirare quando parlava dei suoi sguardi alterati e dei colori giovanili, che solo poche settimane prima ne infioravano le guance. Avrei detto, che aveva 40 anni. Aveva visto il Poerio durante il suo processo, ma non l’avrei riconosciuto a Nisida. Non credeva che la sua salute potesse reggere, quantunque Dio, egli diceva, gli avesse data la forza di soffrire. Gli venne suggerita da persone autorevoli, che la sua madre, di cui era solo sostegno, od egli stesso potessero ricorrere al re per implorare perdono. Ma costantemente ei ricusò Quando io era a Napoli, la madre soggiogata dal dolore smarriva le sue facoltà mentali. Pare che Iddio, più pietoso degli uomini, ne la privasse pel suo meglio, perché fra le sue angosce ella avea delle estasi e delle visioni di riposo. Un tratto disse a un giovine dottore, che avea veduto suo figlio e con esso lui altra persona. Ora quei due carcerati non erano insieme, ed essa non avea veduto né l’uno né l’altro.

 Dopoché io lasciai Napoli, il Poerio precipitò in più orrende calamità.

Fu condotto da Nisida ad Ischia più lungi dal consorzio umano, e forse a qualche dimora consimile al maschio di Porcari. Basta quel ch’io vidi. Non conversai mai, e probabilmente non converserò mai più con un personaggio cosi colto e compito, della cui innocenza, obbedienza alle leggi, e amor patrio sono così certo, e con altrettanta ragione, come di Vossignoria, o di qualsivoglia altra più degna persona. Egli stava innanzi a me circondato da’ mariuoli e vestito delle vili assise dell’obbrobrio e della colpa. Ma egli trovasi ora là, ove probabilmente non avrà pur più il conforto di una tal conversazione. Non posso onestamente dissimulare, che io sono convinto che, trattandosi di una persona sì intelligente da esser temuta, si cercò il fine del patibolo con mezzi più crudeli che il patibolo, e senza il clamore che avrebbe, eccitato il patibolo.

È tempo di finire. Potrei in verità addurre fatti provanti come a Napoli le più alle autorità considerino e puniscano come reato capitale l’amore alla costituzione, ch'è la legge fondamentale dello stato: come degli ecclesiastici, non meno che dei laici,

languiscano ivi in carcere, non per avere commessi delitti, o che pur si sospetti, che ne abbiano commessi, ma perché si pensa, che in futuro potranno forse trovare il modo d’incolpare alcun di essi. Ma darò termine a questa ingrata narrazione con lo accennare un fatto, il quale mostra chiaramente qual conto si faccia a Napoli della vita umana.

Ho parlato delle prigioni di Napoli. Lungo tempo fa, esasperati dal modo con che si trattavano i reclusi nella prigione di stato d'Ischia, si rivoltarono e si sforzarono d’impadronirsi di essa. Il modo con che si sedò la sollevazione fu il seguente. I  soldati, cui era affidata la guardia di essa, gittarono con la mano delle granate fra i prigioni, e ne uccisero 175, e fra questi 17 invalidi, ch'erano nella infermeria, non aveano preso, parte alla rivolta. E per aver compiuta questa strage, mi fu detto, il sergente comandante le truppe fu decorato, e si può vedere ora rivestito del suo ordine militare. Riferisco questo fatto senza dimenticare, che una rivolta in prigione è cosa orribile, ed esige energia: ma con le soverchiarti forze, di che dispone il potere esecutivo, e il carattere dolce dei napoletani, anche criminali, nessuno crederà che fosse necessaria questa carnificina.

Abbastanza, parmi, fu detto per mostrare, che vi sono le più forti ragioni di credere, che sotto il velo misterioso che cuopre gli atti del governo di Napoli, risono gl’incredibili orrori, che desolano quel paese, spargono la costernazione fra le intiere classi, da cui dipende la vita e il progresso delle nazioni: scalzano le fondamenta di ogni reggimento civile, preparano le vie ad una violenta rivoluzione. Il potere, che nelle umane società ha la missione di mantenere l’ordine e la legge, difendere la innocenza e punire il delitto, si rende il gran violatore della legge, la peste del paese; il primo in ordine fra gli oppressori, il mortal nemico della libertà e della intelligenza, l’attivo fomentatore ed istigatore della più vile corruzione, fra il popolo.

Mentre io parlo così liberamente e severamente degli atti del governo di. Napoli, mi trattenni deliberatamente (tranne alcuni casi speciali bene accertati) dall’indicare gli agenti o dal fissare la responsabilità. Oltre i limiti da me posti non conosco e non desidero conoscere, cui spetti.

So che. quantunque sia il re effettivamente il rettore del paese, un velo impenetrabile può frapporsi fra i suoi occhi e i mezzi attuali con cui si amministra il suo stato alcune persone credono anzi che ciò abbia veramente luogo. Debbo anzi soggiungervi, che una volta s'invocò direttamente ed apertamente la sua umanità, e che egli diede una risposta evidentemente sincera, quantunque, giusta le ultime notizie che mi pervennero, per causa di straniere influenze, lo esito non sia poi stato felice.

Conchiudo col ringraziarvi, che mi abbiate permesso di dirigervi questa lettera. Senza questo permesso mi sarei trovalo senza alcuna speranza di potermi efficacemente adoperare per correggere gli alti del Governo napoletano. Lasciai Napoli con la fissa determinazione dì travagliarmi con ogni mezzo di ottenere prontamente questo scopo. So benissimo quanto pericolosa cosa sia il destare la opinione pubblica su questo argomento in questa ed in altre contrade, come con questo mezzo si possa avvivare l’azione del disordine sociale e politico. Confesso francamente che il senso che provo pei mali, che affliggono presentemente il popolo di Napoli, per altri e contrari mali,

cui essi danno rapidamente origine, per le obbligazioni, che ne derivano, è così profondo ed intenso, che solo per la speranza di qualche pronto e caratteristico segno di miglioramento, il quale potrà effettuarsi con quei mezzi, che la vostra autorità potrà procacciarmi, io debbo andare incontro ai pericoli della pubblicità, quali essi sieno, pericoli che in casi, che io non ho volontà di contemplar qui, io potrei essere costretto ad affrontare.

Ancora una osservazione. Nei particolari di ciò che ho narralo, possono essere occorsi degli errori di forma, od anche di fatto. Se questa narrazione toccasse in qualche guisa la condotta delle persone, di che trattasi, egli è possibile che gli errori, che per avventura fossero incorsi relativamente ad essa venissero confutali anche con qualche apparenza di ragione e forse pure con qualche fondamento. Io sono preparato a ciò. In questo caso io non imporrei a Vossignoria, il carico di tutte le repliche e risposte, cui si facesse luogo. Non imprenderò a provare la esattezza di ciò, che ho esposto con le persone, che ne impugneranno la verità, solo perché io non mi trovo negli stessi termini di loro.

Primieramente in Napoli il Ministero è norma generale del governo, e l'assoluta servitù della stampa toglie ogni mezzo di chiarire le cose contestate, e quindi è chiosa ogni via per giungere alla verità. Secondariamente Io estendermi io sopra tali particolari, ecciterebbe sicuramente ingiusti sospetti sopra alcuni individui, e perciò sarei causa di nuove persecuzioni. Finalmente, e questo è il più importante, essendo io convinto della esattezza di ciò che ho esposto, nel suo aspetto generale e nei generali risultamenti, che ne (derivano, credo non si possa contestarlo in buona fede, e lo entrare in dispute di questo genere, sarebbe ritardare forse indefinitivamente il conseguimento di quei pratici fini che io mi sono proposto.

Non ho alcun dubbio nello impegnare il mio credito io ciò, perché sono convinto di aver detta la verità; Non io una sillaba ho infoscali più del vero i colori di ciò, che ho descritto: ho omesse molte cose, di coi pure io era certo, tuttoché breve fosse la mia residenza in Napoli. Evitai la moltiplicità dei particolari, e parlai specialmente della condanna di Poerio, non perché io abbia la minima ragione di crederla più atroce ed ingiusta delle altre, ma perché ebbi più agio di conoscerne i particolari, e perché più delle altre eccita interesse in quel paese.

Crimine ab uno disce omnes. Egli è tempo che si alzi il velo, che cuopre delle scene più proprie dello inferno che della terra, o si arrecherà volontariamente qualche notevole temperamento.. Intrapresi questa faticosa e penosa opera con la speranza di contribuire a scemare una quantità di dolori umani cosi grande, e così. acuta per non dir più, come qualunque possa contemplare il cielo. Io credo fermamente che con lo aiuto di vossignoria ciò si possa ottenere, prima senza delusione o ritardo, e quindi senza i mali e gl’inconvenienti, che temo nascerebbero, ove io, abbandonato alle pure mie forze, ciò imprendessi a fare senza altrui soccorso.

Rimango, mio caro Lord Aberdeen,.

Sinceramente tutto vostro

W. E. GLADSTONE

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LETTERA SECONDA

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Caro Lord Aberdeen

La lettera, di cui questa mia non è che una continuazione, aveva un carattere personale e privato, e a voi io la dirigeva con l’ardente speranza, che mai non avrebbe avuto altro carattere. Ero talmente convinto della verità generale e della forza di quanto vi esponeva e della estrema urgenza del caso, e conoscevo così bene, come conoscono tutti, peso che si dà alle parole di Vossignoria, anche quando adopera solo da persona privala, che quando, a mia richiesta consentisse, che si facesse conoscere la mia esposizione colà, ove più era desiderabile che si conoscesse, il mio animo fu liberato da un grave peso.

Io chetamente augurai allora alcune pratiche conseguenze, le quali, avvegnaché di lieve momento, mi avrebbero incuorato ad aspettare, che una più matura e lunga deliberazione producesse più considerevoli risultamenti.

Era cosa sì ragionevole, che si cominciasse a tentare la privata esposizione dei fatti, che io non mi pento di avere tenuta questa via, benché necessitasse una più lunga dilazione, onde potesse maturatamente esaminare il caso, e farlo conoscere in quei siti, a cui ho fatta allusione. Ma il modo, con che fu ricevuta, mi ha convinto del tutto, che in questo caso io non sarei giustificato, ove confidassi ancora nella efficacia delle mere. preghiere. Epperciò prima anche di abbandonare ogni speranza nel vostro concorso, deliberai di pubblicare la prima mia lettera Desidero tuttavia di protestare, che io solo sono responsabile di quest’atto.

Ho creduto impertanto, che sia un sacro dovere per me il tradurre la. mia narrazione alla sbarra della pubblica opinione, di quella opinione, che circola per tutta l’Europa conti qua facilità ed una forza, che cresce ogni anno, e che, quantunque in alcuni casi possa fallire ed in altri eccedere, è animata dallo spirito del Vangelo, e sempre si mostra favorevole alla diminuzione delle sofferenze umane.

Può credersi cosa presuntuosa e chimerica lo sperare, che una cagione meschina, come può essere la mia sperienza ed i miei sentimenti possa produrre alcuna modificazione nella politica reazionaria di un governo. Qual titolo avevo io, si domanderà, uno fra mille viaggiatori sul governo napoletano? Si presume forse, che le determinazioni, onde viene fissala la politica degli Stati, specialmente assoluti, siano proporzionale allo immenso potere, che hanno sui destini del genere umano, e non si mulino per deferenza verso i desiderii o le impressioni d'individui od insignificanti o predisposti contrariamente, ed in ogni caso irresponsabili?

La mia risposta è breve. Io non ho titoli verso il governo di Napoli, ma, come uomo, credei mio debito recare testimonianza su ciò, che aveva veduto personalmente o saputo per informazioni, o aveva motivo di credere vero intorno a vivissime e non necessarie sventure. Sapendo tuttavia, che di tali testimoniarne si poteva fare uso per ottenere dei fini, cui mai non aveva inteso chi le recava, e che io tempo d'irritazione e di sospetto, come sono i presenti nel continente di Europa,

leggiere cause possono per avventura produrre o concorrere a produrre effetti di molta gravità, volentieri posposi ogni appello al pubblico, finché il caso non fosse stato meditato da coloro, la cui condotta principalmente si toccava. Così fu. Essi fecero la loro scelta, e mentre io reluttante accetto le conseguenze, il non volere essi attuare alcun pratico miglioramento non mai verrà addotto da me, come un aggravamento della loro anteriore responsabilità.

Rimarranno fors’anche deluse alcune persone, perché io adoperi soltanto da privato e per mezzo della stampa, mentreché potrei volgere l’attenzione di quella Camera del Parlamento, cui ho l’onore di appartenere, a (questa grave e penosa quistione. A costoro io direi, che a bella posta volli astenermi dall’usare in quest'affare alcun mezzo od influenza britannica di carattere ufficiale, diplomatico o politico. Veramente io avrei potuto, associando la quistione agl'interessi dei partitii o degl'individui, ottenere maggiormente favorevole attenzione; ma d'altra banda, adoperando in tal guisa, avrei potuto desiare le gelosie di altri Stati di Europa contro le mie esposizioni,

contro ciò ch’io credo essere un sacro dovere di umanità, e nel regno delle Due Sicilie stesso pei lodevoli sentimenti d’indipendenza nazionale, che sono fondamento del patriottismo. Avrei travisato in qualche modo la quistione. Gl’interessi, che ho in vista, non sono quelli dell’Inghilterra: po ché essi o sono in ciò nulli, di niun valore, o larghi quanto si estende la schiatta umana, e duraturi come essa, Veramente sarebbe meglio, che si ottenesse parzialmente almeno un riparo a quei mali, grazie all’influenza e potere di questo Stato, anziché non ottener nulla: ma sono tanto persuaso dei mali, che deriverebbero da questo modo di procedere, e degli ostacoli di cui sarebbe causa, ch'io deliberai al tutto di astenermi dal ricorrere alle generose simpatie, con cui certamente il Parlamento inglese accoglierebbe le mie proposte. E se questo tema sarà in esso argomento di discussione, non fiasicamente con la opera od assenso mio.

Nel riandare e ripensare i termini della lettera, che diressi a Vossignoria ai 7 aprii, vi trovo un calore, che può lasciar luogo alla critica, ma che parvemi e mi pare tuttavia giustificato, generalmente dalle circostanze del caso.

Vi rinvengo allegati molti fatti, che ecciteranno in alcuni la indignazione e l'orrore, incredulità in altri, ma indifferenza in pochissimi. Confessai già, che mi fu impossibile verificare con precisione i particolari di parecchie delle cose da me narrate, perché a Napoli non si può liberamente discutere; perché se si supponesse che un napoletano avesse talora mandale delle notizie sfavorevoli al suo governo ad un inglese {potrei anche dire specialmente a me fra gl’Inglesi) diverrebbe tosto una vittima dei delatori, un oggetto delle loro ricerche.

Sono convinto ora, come allora, di non avere esagerato; di aver fatto il possibile per riuscire esalto; che le più tristi circostanze sono quelle, che constano per pubblica notorietà o di cui ebbi personalmente cognizione: che qualunque tentativo, se io facessi di conferire abitual mente con sudditi napoletani, o di fece col loro mezzo regolari investigazioni, o d’indicare direttamente od indirettamente alcuno individuo, come sorgente donde trassi le mie notizie, tornerebbe fatale alla loro personale libertà e felicità.

Ma io non mi fondo soltanto sopra queste basi. La certezza, che io ho sulla verità generale delle mie asserzioni, crebbe assai; il mio dimore, che fossi incorso in qualche errore nei particolari, diminuì notabilmente dopo la data della mia prima lettera. Scrivendo in luglio non ho ancora a fare osservazione di momento su ciò, che dissi io aprile. So che avendo io asserito di credere, che il numero dei prigionieri politici nelle Due Sicilie ammontasse a 20 mila, si osservò che dai rapporti constava non esservene che 2000 circa. Ma questa cifra non è ancora stata ammessa; poiché mi ricordo che nello scorso novembre un inglese, molto onorevole e in istretta relazione con la Corte, mi affermava il numero non ascendere che a mille.

Abbiasi pure il Governo napoletano il benefizio della obbiezione, che mi venne fatta. Per me sarebbe una gran consolazione, se vi potessi prestar fede. I lettori della mia lettera non saranno sorpresi, se io esito nell'annmetterla. Ma soggiungerò una cosa.

A’ miei occhi il numero dei prigionieri politici, come lo stato delle prigioni non ha che un interesse secondario.

Se essi sono umanamente e legalmente arrestali, umanamente e legalmente trattati prima del processo, umanamente e legalmente giudicati, questa è la principale quistione. Ma la mia accusa precipua tende a mostrare, che si commise una grossolana illegalità ed inumanità nel giudizio, ed il numero dei prigionieri e lo Stato delle prigioni non sono più materia di tanta importanza, che come una prova di quanto asserii.

Si sarà notato nella mia prima lettera, che io ho parlalo di quanto ho veduto io stesso, nelle prigioni di Napoli, ed anche, in alcuni casi, di quanto ho udito dai prigionieri. Credo necessario lo addurre i motivi, per cui cercai di penetrare io esse. Non fui altrimenti mosso da vana curiosità, ma dalla idea del dovere, che incombeva a me di farmi testimonio oculare, per quanto poteva, prima di fare. ulteriori passi. Ho pure sacro dovere di affermare, che quegli sventura li non sono in alcuna guisa risponsabili della visita, che io feci alle loro tristi dimore, né presero alcuna parte ad essa, od a checché possa io aver fatto prima o dopo.

Se poscia furono assoggettati, come mi assicurarono, a maggiori sofferenze, a più duri trattamenti, questo aumento di pena non può essere menomamente giustificato da ciò, che abbiano essi potuto operare. Debbo pure aggiungere, che quanto io asserisco di concernente al lord processo, lo desunsi da stampate memorie, che mi procacciai senza loro aiuto o cognizione. Se ciò, ch'io feci col solo scopo di venire in chiaro della verità, coi soli mezzi, ch'erano in mio potere, avesse prodotto lo effetto di aggravare la condizione di uomini innocenti, ne risalterebbe una novella prova della miserabile tendenza della tirannide a moltiplicarsi e riprodursi, come tutti gli altri mali da sé stessa. La necessità può essere la sola difesa del tiranno; sola difesa e sola sua ragione; è una dura e crudele guida di nostra condotta: e l'ostinato abuso della nostra alta facoltà di scegliere male produce tostamente uno stato di cose, in cui il comune volere ben tosto riesce impedito; ed è necessaria una risoluzione quasi eroica per arrestarne il corso fatale.

Non intendo di aggiunger fatti a quelli che sono contenuti nella mia prima lettera, quantunque non siano essi che una parte, e neppure i più considerabili. Un motivo, che mi indusse, è l'esser essi bastanti al mio scopo, e un altro è che, altrimenti facendo, porrei probabilmente in pericolo non veramente le persone che me gli fecero conoscere, ma quelle che gli agenti della polizia supponessero, o credessero conveniente di supporre, che me gli avessero fatti conoscere.

Il mio scopo presente è sostenere la probabilità generale delle mie asserzioni, col riferirmi a fatti fuor di questione occorsi a Napoli come in altre parli d’Italia, fatti che ci presentano uno stato di cose, cui difficilmente c’induciamo a credere, e che sventuratamente è troppo vero e noto a tutti.

Che la mia prima narrazione sia accolta a prima giunta con incredulità non sono scontento. Anzi, per onore della umana natura, credo che debba esser cosi: gli uomini debbono esser tardivi a credere, che possano intervenire tali cose in una contrada cristiana, sede di quasi tutta la vecchia civiltà europea.

Debbono esser inclinali ad attribuire le mie asserzioni a fanatismo e follia da mia parte, anziché crederle un genuino racconto del modo di procedere di uno stabile governo. Ma quantunque tale possa essere la prima impressione,‘confido che non si chiuderà l’adito alla luce, per quanti penosi oggetti possa ella scoprire. Io stesso provai quell’incredulità e avrei voluto poter continuare in tale stato, ma essa dové gradatamente cedere il posto al convincimento, e ad ogni nuova prova evidente provavo un nuovo dolore. Perciò io cercherò di far percorrere allo spirito del lettore la stessa via, che percorse il mio, per quanto è in mio potere, e di stabilire alcuni fatti caratteristici, i quali possano più facilmente, che non farebbe un astratta descrizione, dare un idea dell’atmosfera politica dell'Italia.

Io parlai, per esempio, ultimamente della polizia napoletana in tali modi, che io non potrei senza dolore usare verso coloro, che la polizia, quale ce la immaginiamo giusta le nostre idee, è specialmente destinata a reprimere in altri paesi civili.

Fra noi il Constable (uffiziale di polizia) è oggetto di rispetto generale.

La tradizione ispira questo sentimento e la condotta di quel corpo lo conferma, intanto che noi non abbiamo presentemente una parola per esprimere quella professione, che implichi una idea sfavorevole. Si a la lingua italiana ha le parole Sgherro e Birro, che implicano l’idea di degradazione nelle persone accennate, e di ribrezzo in colui che le pronuncia; parole di cui non abbiamo io inglese il perfetto equivalente. Ed ora avendo parlato del modo con cui altri pensano di loro, diamo un saggio di ciò che i poliziotti italiani pensano di sé stessi. Tolgo il mio esempio dalla Lombardia; tuttavia son lungi dal dire che la polizia di quella provincia sia caduta al livello della classe corrispondente a Napoli.

Eravi un famigerato poliziotto a Milano, detto Bolza. Nel tempo della rivoluzione del 1848 furono scoperte le note private del governo sul carattere dei suoi agenti. Il Bolza si è ritratto come un individuo rozzo, falso, tutt'altro che rispettabile, fanatico imperialista fino dal 1815, poi ugualmente partigiano dell'Austria «e domani Turco, se Solimano dovesse entrare in questi stati capace d’ogni cosa per danaro, tanto contro l’amico che il nemico. Tuttavia, continua la memoria, egli comprende bene gli affari e mostra molta abilità. Non si sà nulla della sua moralità e religione.»

Ma un opera pubblicata a Lugano contiene il suo testamento; e questo curioso documento prova l’acuto senso della propria degradazione,che provava anche un uomo di quella risma.

«Proibisco assolutamente ai miei eredi, dice egli, di permettere che si metta segno di qualunque sorta al sito ove sarò sotterrato; molto meno iscrizione o epitaffio. Raccomando all’amata mia consorte d’imprimere nei miei figli la massima, che, qualora essi siano in istato di dover chiedere un impiego alla generosità del governo, lo chiedano in qualsivoglia dicastero, ma non in quello della polizia esecutiva. E tranne il caso di straordinarie circostanze, non dia essa mai il suo assenso al matrimonio di alcune delle mie figlie con un impiegato di questa classe a (1).

Allegherò ora due fatti riferiti nella recente stimata storia dello Stato romano dal 1815 al 1850 del Sig. Farini — Esiste una circolare confidenziale del Card. Bernetti in cui ordina ai giudici, che nel caso che i liberali siano accusati di ordinarj reali, s’infligga loro invariabilmente il maggior grado di pena.

(1)  GUALTERIO; Gli ultimi rivolge ital, Vol. 1 pag. 431, Note.

Il Bernetti non era partigiano dell’Austria, e dicesi che sia stato esautorato (regnante Gregorio XVI) per mezzo della influenza austriaca. La sua idea favorita era l'intiera indipendenza dello stato pontificio, e perciò la circolare, cui feci allusione, è strettamente italiana. Ciò accadeva sotto Gregorio XVI. Regnante Leone XII il Cardinale Rivarola andò legato a latere in Romagna. Ai 31 agosto 1825 pronunziò sentenza contro 508 persone.

Sette di esse doveano andare al patibolo, 49 alla galera per diversi tempi, da 10 anni fino alla perpetuità; 52 in prigione per ugual tempo. Questo sentenze furono pronunciate privatamente a semplice volontà del Cardinale, per mera presunzione, che gli imputati appartenessero a sette liberali. E, ciò che stupirà un inglese, dopo un processo semplicemente analogo a quello di un gran Giurì (paragono il processo, non le persone) senza lasciare agli accusati alcuna opportunità di potersi difendere.

Accennerò altresì un editto pronunciato, dal Duca di Modena ai 18 aprile 1832.

Si ordina in questo, che gli accusati politici possano essere condannati a qualsivoglia punizione materialmente minore, che quella che è prescritta dalla legge, quando il reato è privato, e ciò senza alcun processo o formalità di sorta alcuna nei casi, io che si fosse convenuto di non palesare i nomi dei testimonj, o di non far conoscere le qualità delle testimonianze con queste riduzioni di pena ordinavansi politicamente l’esilio e le multe, come altre appendici si potevano unire a talento! L’editto si può leggere nel famigerato giornale La voce della Verità num. 110.

Avendo esposti alcuni fatti relativi ai principi con cui fu retto talora un governo italiano, vengo ora a trattare alcuni punti relativi alla posizione politica dei presente governo di Napoli. Nella mia prima lettera, mentre esprimevo la brama di evitare una discussione su quel tema, accennai pure, che egli era necessario toccarne alcuni punti, onde si potesse comprendere la politica presente. Nemo repente fuit turpissimus.

Nessun governo potrebbe arrivare a tale estremo di terrore, crudeltà e viltà, quale fu il mio doloroso dovere descrivere, a meno che non fosse già pervertilo da una mala coscienza e tratto dalla necessità a coprire vecchi misfatti col cumulo di nuovi.

Nel mese di gennajo 184$ fu ottriata una Costituzione al regno di Napoli, la quale venne poi proclamala e giurata solennemente dal monarca fra l’esultanza del popolo. Liberatore, uno dei gesuiti di Napoli, in un sermone pronunziato ai 15 di aprile del 1848 dice:

«Il sovrano si mostrò né ostinatamente tenace, né precipitosamente pieghevole. Temporeggiò, anzi respinse la dimanda finché non fu chiarito, ch'essa derivava da desiderio universale del popolo, e non da isolate affermazioni di un partito. Degnò di aderire con gioia, mentre era tuttavia in suo potere il resistere. Cosi fu dimostrato chiaramente, ch'ei fece quell’alto non per violenza od apprensione, ma per propria e sagace volontà (1).»

Ai 15 maggio venne la folla, la cui origine fu descritta coi più opposti colori da persone di sentimenti opposti.

Essa terminò colla più certa e compiuta vittoria del re e delle sue truppe, e citerò ora le parole, con cui il trionfante monarca reiterò le sue assicurazioni relativamente alla Costituzione:

(1) Napoli e la Costituzioni, stamp del Fibreno.

«Napoletani!

«Profondamente addolorati dall'orribile caso del 15 Maggio, il Nostro più vivo desiderio è di raddolcirne, quanto è possibile, le conseguenze. La Nostra fermissima ed immutabile volontà è di mantenere la Costituzione dei 10 Febbrajo pura ed immacolata da ogni eccesso, la quale essendo la sola compatibile coi veri e presenti bisogni di questa parte d’Italia, sarà l'ara sacrosanta, sulla quale devono appoggiarsi le sorti dei Nostri amatissimi popoli e della Nostra corona. Ripigliate dunque le vostre consuete occupazioni, fidatevi con effusione d’anima nella Nostra lealtà, nella Nostra e religione e nel nostro sacro e spontaneo giuramento.»

Darò ora degli estratti di questa costituzione. Essa comincia in tal modo ed io richieggo la vostra speciale attenzione su questo preambolo.

«Visto l'atto sovrano del 29 Gennajo 184$, col quale aderendo al voto unanime dei nostri amatissimi popoli, abbiamo di nostra piena, libera e spontanea volontà promesso di stabilire in questo reame una Costituzione corrispondente alla civiltà dei tempi,

additandone io pochi è rapidi cenni le basi fondamentali, e riserbandoci di sanzionarla espressa e coordinata nei suoi principii sul progetto, che ce ne presenterebbe fra 10 giorni l'attuale nostro ministero di Stato.

«Volendo mandar subito ad effetto questa ferma deliberazione del nostro animo. Nel nome temuto dell’Onnipotente santissimo Iddio Trino ed Uno, cui solo è dato leggere nel profondo dei cuori, e che noi altamente invochiamo a giudice della purità delle nostre intenzioni e della franca lealtà, onde siamo deliberati di entrare in queste novelle vie di ordine politico.

«Udito con maturo esame il nostro Consiglio di Stato; abbiamo risoluto di proclamare e proclamiamo irrevocabilmente da noi sanzionata la seguente Costituzione.»

Quindi seguono i particolari provvedimenti, di cui quadro soli fanno all’uopo:

Art. 1. «Il reame delle Due Sicilie verrà d’ora innanzi retto da temperata monarchia ereditaria costituzionale sotto forme rappresentative;

Art. 4. «Il Potere legislativo risiede complessivamente nel Re ed in un Parlamento nazionale composto di due camere, l'una di Pari, l’altra di Deputati.

Art. 14 «Ninna specie di imposizione a può essere stabilita, se non in forza di una legge, non escluse le imposizioni comunali.

Art. 24. «La libertà individuale è garantita. Niuno può essere arrestato, se non in forza di un alto emanato in conformità delle leggi dalla autorità competente, eccetto il caso di flagranza o quasi flagranza.

«In caso di arresti per misure di prevenzione, l'imputato dovrà consegnarsi all’autorità competente fra lo spazio insurrogabile delle 24 ore, e manifestarsi al medesimo i motivi del suo arresto.»

Coloro che desiderano dei particolari possono consultare le storie di questi avvenimenti (1). Io abbozzerò soltanto l’attuale stato di cose.

(1) Come I Casi di Napoli del Massari, Torino 1849. Il Signor Massari fu Deputato.

Quanto all’articolo 1. la monarchia di Napoli è assolutamente assoluta ed illimitata.

Quando all'articolo 4. non vi è Camera dei pari, non dei deputati.

Quanto all’articolo 14. tutte le tasse sono imposte e levate in virtù della sola autorità reale.

Quanto all’art. 24. furono arrestate persone a centinaja, mentre io era a Napoli poco prima di Natale, senza verun mandato legale e senza il più piccolo pretesto di flagranza o quasi flagranza non furono consegnale alle autorità competenti entro 24 ore o in altro lasso di tempo, e furono detenute nel più rigoroso confine dalla polizia, senz’alcuna relazione colle corti, e senza che si comunicasse loro in modo veruno il motivo dell’arresto.

Tale è la condizione di cose relativamente alla costituzione napoletana, alle sue prescrizioni, alla condotta attuale del governo, la quale è in ogni punto in contraddizione colla incontestata legge fondamentale.

Da questa comparazione fra la legge di uno stato, e gli atti del governo (non già atti fortuiti, ma gli atti costanti e più essenziali del governo) rimangano spiegati i tristissimi ed appena credibili fatti, che raccontava nella mia prima lettera.

Ma io ho ancora un’altra fonte di prove, che vi debbo schiudere; delle prove che spiegano nella forma più penosa e rivoltante la continua, compiuta, perfetta organizzazione del sistema, ch'io credei mio dovere esporre e denunciare, per quanto il comportava la limitata mia altitudine.

È inutile osservare, che nel reame di Napoli tanto la stampa che l’educazione del popolo sono sotto il sindacato del governo, e che, tranne alcune questioni, in cui può esser condito colla Chiesa, nulla si stampa o s’insegna, che non sia sotto la sanzione del governo e secondo il suo spirito.

Farò alcune citazioni di un opera delle più strane e riprovevoli, ch’io m’abbia mai viste. Essa è detta: Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori ed ha per motto Vidète ne quis vos decipiat per philosophiam. Io ho due edizioni di essa; una porta la data di Napoli presso Raffaele Miranda Largo delle Pigne n, 60., 1850.

L’altra è parte d una: serie intitolata Collezione di buoni libri a favore della verità e della virtù; Napoli stabilimento tipografico di A. Testa, Strada Carbonara n. 104, 1850. Sono assicurato io questi particolari, perché se nol fossi, potrei ancora eccitare il sorriso dell’irragionevole incredulità.

La dottrina del primo capitolo è, che in questi tempi vuoisi insegnare ai giovani una sana filosofia, onde opporsi alla falsa filosofia dei liberali, la quale è insegnata da certi viziosi e cattivi uomini desiderosi di render gli altri viziosi e cattivi come essi. Si enumerano quindi i segni di questi filosofi liberali, e uno di essi è «la disapprovazione degli atti energici delle autorità legittime. » Essi producono ogni sorta di male, vi si dice, e specialmente l’eterna dannazione delle anime.

L‘allievo dimanda quindi con gran semplicità al maestro, non se tutti i liberali sieno cattivi, ma se essi sieno tutti cattivi a un modo. E la risposta è la seguente:

«No, mio figlio, perché alcuni sono conscii ed ostinati ingannatori, mentre altri sono sciaguratamente ingannati; ma ciò non ostante camminano tutti per la stessa via, e se non la cambiano, arriveranno tutti alla stessa prigione.»

Il significalo di questo, giusta quanto leggo, è che coloro, i quali nutrono in Napoli le cosi dette idee liberali (e molte sono incluse in questo numero che qua non sarebbero) anche della specie più innocente, delle mere vittime dell'inganno andranno, se non le abbandonano, eternamente perduti per causa di queste loro opinioni.

L'altra inchiesta, che fa l’allievo, è se coloro che portano barba o mustacchi siano filosofi liberali!

Nei capitoli susseguenti l’allievo è ammaestrato sulla vera natura del potere sovrano. L’autore nega decisamente, che siavi alcun obbligo d’obbedire alla legge di uno stato democratico; poiché, egli dice, sarebbe essenzialmente assurdo, che il poter governante risiedesse nei governati, e perciò Dio non permetterebbe mai tal cosa. Negli Stati Uniti perciò non vi sarebbe poter sovrano. Questa è la dottrina più rivoluzionaria ed anarchica, che siasi mai propagata sotto specie di lealtà e di religione.

Il potere sovrano, ci si dice qua, è non solamente divino (non moverò mai lite ad un autore per asserire tal cosa) ma illimitato, e non solo illimitato di fatto, ma per intrinseca natura e per ragione della sua divina origine. Ed ora noi veniamo alla sostanza del libro intero, per amor del quale la filosofia fu dai sapienti napoletani tradotta dall’altezza del cielo al livello delle scuole inferiori.

Questo potere naturalmente non può esser limitato dal popolo, poiché il suo dovere è semplicemente ubbidire.

Allievo «Può il popolo di per sé stesso stabilire delle leggi fondamentali in uno Stato?».

Maestro «No; perché una costituzione o legge fondamentale é necessariamente una limitazione della sovranità; e questa non può venir misurata o limitata che per un atto suo proprio; altrimenti non constituirebbe più quell’atto poter sovrano, che è ordinato da Dio pel benessere della società. »

Continuerò a tradurre: ne vale la pena. Si scorgeranno accuratamente e in modo non ingannevole ritratte le fattezze del governo napoletano nelle abbominevoli dottrine, che si espongono in questo scritto.

Allievo «Se il popolo, nell’atto di eleggere un sovrano, gli avrà imposte certe condizioni, certe riserve, non formeranno queste la costituzione, la legge fondamentale dello Stato?»

Maestro «Sì, purché il sovrano le abbia concesse e ratificate liberamente. Altrimenti no, perché il popolo essendo fatto per la sommessione e non pel comando, non può imporre una legge al sovrano, il quale deriva il suo potere non dal popolo, ma da Dio.»

Allievo «Supponete che un principe nel l'assumere la sovranità di uno stato, abbia accettata o ratificala la costituzione o legge fondamentale dello Stato, e ch’egli abbia pròmesso o giuralo di osservarla; è egli tenuto ad osservar la promessa, a mantener fa costituzione e la legge fondamentale?»

Maestro «È tenuto, purché questa non distrugga i fondamenti della sovranità, e purché non sia opposto agli interessi generali dello Stato.»

Allievo «Perché credete voi un principe non tenuto al mantener la costituzione, semprechè questa impugni i diritti della sovranità?»

Maestro «Abbiamo già detto, che la sovranità è il più alto e sovrano potere, ordinato e costituito da Dio nella società pel bene di essa, e questo potere concesso e reso necessario da Dio debb’esser preservato, inviolato cd intero, e non può venir ristretto e atterrato dall’uomo, senza che si ponga in conflitto colle prescrizioni della natura e colla divina volontà. Pertanto, semprechè il popolo avrà proposta una condizione che minori la sovranità, e il principe avrà promesso d’osservarla, la proposta è assurda e la promessa nulla. Il principe non è obbligato a mantenere una costituzione, che è in opposizione coi comandamenti di Dio, ma è obbligalo a conservar intatto ed intero il suprema potere stabilito da Dio, e da Dio a lui conferito.»

Allievo. «Perché non credete voi astretto il principe a mantener la costituzione, quando la crede contraria agli interessi dello Stato!»

Maestro. «Dio ha istituito il supremo potere pel bene della società. Quindi il primo dovere della persona, che ne è investita, è quel lo di promuovere il bene della società.

Se la legge fondamentale dello Stato vien trovata contraria al bene di esso, e se la promessa data dal sovrano di osservar la legge fondamentale, l’obbligasse a promuovere cosa dannosa allo Stato, la legge sarebbe nulla e la promessa irrita; perché il bene generale è l’oggetto di ogni legge, e promuovere quel bene è l’obbligazione principale della sovranità. Supponete che un medico abbia promesso e giurato al l’ammalalo di salassarlo; ch’egli venga a conoscere che il salassarlo gli tornerebbe fatale, egli ha dovere di astenersene; perche equivalente ad ogni promessa e giuramento è l’obbligazione del medico di travagliarsi per la salute, del malato. In simile guisa se il governo credesse gravemente dannosa al popolo la legge fondamentale, e obbligato a non tenerne conto; perché non ostante ogni promessa e costituzione, il dovere del sovrano è il bene del popolo. Brevemente, un giuramento non diviene mai un obbligo di ammettere il male, e non può perciò obbligare il sovrano a far ciò che nuoce ai sudditi. Inoltre il capo della Chiesa ha ricevuta autorità da Dio di sciogliere le coscienze dai giuramenti, quando crede esservi giusto motivo di far ciò.»

Ora viene la chiave di volta, quella che rende tutto l’edifizio consistente e solido, con tutta la consistenza e solidità che sono proprie della fraude, della falsità, dell'ingiustizia e dell’empietà.

Allievo. «Chi deve decidere quando la costituzione minora i diritti della sovranità,?cd è contraria al bene del popolo?»

Maestro. «Il governo, perché l’alto e supremo potere stabilito da Dio nello Stato, acciò vi faccia regnare l’ordine e la felicità, risiede in lui.»  

Allievo. «Non può esservi pericolo, che il sovrano violi la costituzione senza giusta causa, sotto l’illusione dell’errore o l’impulso della passione?»

Maestro. «Gli errori e le passioni sono i mali della schiatta umana; ma i beni della salute non si debbono ricusare per tema di malattia.»

Così va avanti. Io non esporrò tutte le false, vili ed immorali dottrine, talvolta ridicole, ma più sposso orribili, ch'io trovo artificialmente velate sotto frasi di religione in questo abbominevole libro; perché io non desidero meramente di eccitare l'indegnazione negli spiriti, ma coll’indignazione una cognizione chiara e distinta, per quanto è possibile, dell'oggetto, che ne è il motore. Che dunque, che qui abbiamo una compiuta filosofia dello spergiuro ridotto a sistema ad uso dei monarchi,

un libro consentaneo ai fatti della storia napoletana degli ultimi tre anni e mezzo, pubblicato sotto sanzione e inculcato dall’autorità di un governo, il quale veramente fece, quanto stava in sé per esaltare quelle dottrine, giacché se le prese a norma nella pratica.

Questo catechismo non porta nome di autore; ma mi si dice che sia opera di un ecclesiastico, cui non designerò, perché sarebbe opera inutile al mio scopo: basti ch'egli è o era alla testa della commissione di pubblica istruzione. Egli dedica il suo lavoro «ai sovrani, ai vescovi ai magistrati, agli ammaestratori della gioventù, a tutte le persone di buone intenzioni, a Nella sua dedica egli annunzia, che l'autorità sovrana ingiungerà che gli elementi di filosofia civile e politica saranno insegnate in tutte le scuole ed insegnate solo per mezzo di questo libro, onde altrimenti non si corrompa la purezza della dottrina: che i precettori debbonsi attentamente invigilare, onde non trasandino il loro dovere, e che a niuno debbasi dopo un anno continuare l’ufficio ove non provi d’averlo adempiuto, che cosi a il libro potrà moltiplicarsi in mille forme, circolar nelle mani di tutti, ed il catechismo del filosofo imprimersi in Indi i giovani e seguire invariabilmente il catechismo del cristiano.»

Naturalmente debbesi guardare con gran cura, che niuno venga iniziato agli ordini sacri, senza che siasi imbevuto di queste necessarie cognizioni.

«I vescovi troveranno i mezzi di farlo circolare nel seminarj, prescriverlo ai chierici, raccomandarlo ai parrochi, far che diventi l'alimento del popolo. In tutti gli esami si faranno questioni sulle dottrine di filosofia pratica, come si fanno sulla fede e condotta cristiana, giacché niuno può esser buon cristiano, se non è buoncittadino e buon suddito!»

V’è della temerità, se non della grandezza, in questo concepimento. Un giuramento rotto, un argomento stillato da un laborioso cervello per provare che il giuramento si debbe violare: la risoluzione di preoccupare con questo argomento tutte le menti nel tempo della tenera ed impressionabile gioventù, e prima che siasi sviluppala la facoltà di ragionare. Non s'immaginò mai da uomo (rami) piò astuta contro la libertà la felicità, la virtù del genere amano.

L'autore finisce modestamente con questa dichiarazione. «Io bo piantato, Apollo inaffiò, ma Dio. fece crescere.» Ed è tempo che finiamo noi altresì.

Abbiamo visto lo spergiuro, figlio della frode, parente della crudeltà e della violenza far pompa di sé in un regno cristiano, sotto la sanzione del suo governo. L'abbiamo udito vantarsi modestamente, che le sue leggi saranno esposte in tutte le scuole del regno, colla stessa estensione del catechismo della fede cristiana, cui solo riman secondo in dignità.

Cosi feci quanto stava in me per fornire al lettore una prova evidente e collaterale, la quale parvemi necessaria, ond'egli si potesse formare un giudizio sulle accuse così severe e nuove, ch’io fui costretto a muovere alla politica presente del governo di Napoli intorno alle persecuzioni di Stato.

Debbo aspettarmi, lo ripeto, delle contraddizioni; ma io declino quelle obbiezioni, che non si possono verificare, esaminare o spiegare. É impossibile la confutazione, tranne nei minuti particolari, relativamente alle mie asserzioni sui fatti. Volesse Dio, che quello sciagurato governo, e s’altri ce n'ha che gli somiglino, potesse rinsavire a tempo, prima che l’oltraggiata umanità non si rivolga contro l'oppressore, e la coppa della giustizia divina non trabocchi. Se dobbiamo citar la Scrittura, questo è il mio testo.

«Per la desolazione dei poveri afflitti, per le strida dei bisognosi ora mi leverò, dice il Signore; io metterò in salvo quelli, contro cui coloro parlano audacemente.» (PS. XII.)

E volesse pur Dio che, se sorgesse una disposizione a cessar questa abbominazione e temperare gli eccessi, ad instaurare un nuovo stato di cose fermamente ed onestamente, la si accettasse con temperanza e buon volere senza soverchie espettazioni, colla memoria delle difficoltà, con propensione a dimenticare e perdonare.

Da quanto ho scritto si faranno probabilmente due illazioni, contro cui debbo premunirvi. La prima è che tutti questi mali ed oltraggi si debbono alla depravazione del popolo. Non nego che siavi in fatti in parte ciò, che qua qualifichiamo come degradazione; né ce ne maraviglieremo pensando da quali sorgenti fluiscano le corrode acque della fraudo e della falsità, ma dico che i Napoletani sono giudicati troppo severamente in Inghilterra.

Anche il popolaccio della capitale è troppo severamente giudicato; i suoi vizi predominanti compaiono alla superficie allo sguardo di ognuno, ma appena rendiamo loro giustizia dicendo quanto meritano per la loro dolcezza, semplicità, fedeltà, calda affezione, sollecitudine a rendere servizj, astensione dai più grossolani delitti.

Che si dirà in Inghilterra quando affermo sopra decisiva autorità, che durante i 4 mesi della Costituzione, quando era paralizzata i’ azione della polizia, non fuvvi pur un esempio di alcuni dei più gravi delitti a Napoli con una popolazione di 400 mila anime?

Noi facciamo un’altra ingiustizia quando estendiamo alle varie classi dello stato, ed agli abitanti delle varie provincie il giudizio troppa immaturamente formalo anche del popolaccio di Napoli; forse il principale loro difetto consiste nella mancanza di quella pratica energia e ferma perseveranza, che si richiede ad incarnar le idee, che una vera intelligenza naturale somministra loro in gran copia.

Ma mentreché paiono essi a me molto amabili, per In loro gentilezza, modestia e cortesia, li trovo poi ammirabili nella loro facoltà di soffrire pazientemente per elasticità e facilità, con cui lo spirito vive in essi sotto un peso, che opprimerebbe delle tempre più maschie e forti, ma dotate di minor potere reattivo.

Ancora una parola. Io scrivo in un momento che l'opinione pubblica è altamente eccitata contro la chiesa cattolica, e non vorrei che si traessero delle induzioni troppo sfavorevoli al clero del reame di Napoli, e non giustificate dai fatti. Certamente quel clero secolare e regolare è un corpo di carattere misto ch’io non imprenderò a descrivere; ma sarebbe ingiustizia il renderlo solidario dogli atti dei governo. Una parte di essi lo sono certamente. Da quanto mi risultò, una parte di quei preti abusarono del confessionale per servire il governo, e seppi che:si fecero degli arresti, che seguirono immediatamente la confessione, ond’è impossibile, che non siavi connessione tra questi due fatti. Ma d'altra banda vi sono membri del clero anche monaci, che sono tra gli oggetti della persecuzione che ho descritta.

I membri più illustri del celebre convento dei Benedettini di Montecassino furono espulsi dalle loro dimore, ove regnava la pace, la pietà, e la dottrina. Molti di essi furono cacciati in carcere mentre io era a Napoli; altri, non carcerati, tremano ad ogni stormir di fronda. Uno di essi fu carcerato per avere opinioni liberali, un altro per esser fratello d'uno, che avea opinioni liberali. Non eravi ombra di accusa contro essi, ma si sperava che per mezzo del primo si potesse saper qualche cosa contro qualche altra persona sospetta. Fra gli arrestati del passato dicembre ve ne furono 20, o 30 appartenenti all’ordine clericale. Può darsi, e probabilmente è così, che la maggior parte di essi stieno in disparte senza mostrar simpatia od almeno efficace simpatia per coloro, che sono oppressi da sì gravi sventure; ma ciò forse non è men vero dei nobili, che generalmente disapprovano gli atti del governo, mentre sono in una specie di armistizio con esso. Chi sopporta i mali della lotta è la classe inferiore.

La Chiesa di Napoli è presieduta da un Cardinale Arcivescovo di gran paraggio e maniere semplici e devoto del tutto ai suoi doveri. Sono certo che egli è lunge dal partecipare od anche dall'approvare degli alti indegni del suo carattere.

I gesuiti sono il corpo, che più sta vicino al governo; ma essi furono scacciati dal loro collegio durante il tempo della costruzione con flagrante il legalità e considerabile durezza. Anche le loro dottrine non sembrano andar onninamente a grado dei potere, poiché un’opera periodica cui compilavano col titolo di Civiltà cattolica cd usavano stampare nelle loro case, fu ultimamente rimossa a Roma. Non dubito che nel Clero non siavi una forte fazione pel governo come v'è fra’ lazzaroni { ma non v’è prova della complicità di quel corpo, né chiara prova dell’opposizione di una parte di esso, benché la professione e le dottrine del clero possano fino a un certo punto predisporlo innocentemente in favore dell'autorità specialmente sotto un monarca, che ha fama di esser molto regolare e stretto nelle pratiche religiose.

Rimango mio caro lord Aberdeen,

Con molta considerazione

Sinceramente tutto vostro

W. E. GLADSTONE

Carlton Gardens, 11 luglio 1851.

 

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AL SIGNOR GUGLIELMO GLADSTONE

PAROLE DI GRATITUDINE

DI GIUSEPPE MASSARI

XX DEPUTATO AL PARLAMENTO NAPOLETANO

_____________________

All several sins, all'us’d in each degree

Through to the bar, crying all: GUILTY! GUILTY!

Shakespeare, King Richard III. A. v. S. 3

» Ogni altro delitto commesso setto tutte

» le forme si affollano al tribunale della

» mia coscienza, e mi gridano; Infame!

» Infame!

Shakespeare, Re Riccarde III, A. v. S. 3. 

Vers. di C. Rusconi.

Illustre Signore Concedete ad un Napoletano, cui toccò l'onore di far parte della rappresentanza nazionale del suo paese, e che oggi in pena di avere adempiuto lealmente i suoi doveri di deputato costituzionale, ha dovuto campare dalla prigione con lo esilio, la facoltà di rivolgervi pubblicamente alcune brevi, ma sentile parole di riconoscenza e di affetto. Io fui compreso da sentimenti di profonda commozione e di gratitudine infinita leggendo le vostre lettere a lord Aberdeen intorno alle attuali condizioni della mia sventurata patria né sono libero di manifestarvi altamente siffatti sentimenti. Io obbedisco ringraziandovi ad un impulso irresistibile del mio cuore, a un dovere indeclinabile, ad un istinto invincibile di ammirazione, ad un sentimento doloroso, ma pur dolce e soave di patria tenerezza. Quasi sarei tentato di benedire una sventura, che ha fruttato al mio paese tanto e così autorevole difensore, e che vi ha mosso a dettare quelle succose ed eloquentissime pagine, dove con lo stile di Tacito e con tutta la energia di uomo dabbene e di cristiano rivendicale i diritti sacrosanti dalla umanità scelleratamente conculcati e vilipesi da un governo fedifrago e sleale, ed imprimete un marchio d’infamia indelebile sulla fronte dei codardi carnefici di otto milioni di creature umane.

Voi contemplaste davvicino lo spettacolo di tanta inumanità e di tanta ribalderia, e non poteste infrenare il vostro sdegno generoso, e non foste libero di tacere al cospetto degli orrori e delle nefandezze, di cui foste testimonio; io ho letto la vostra Scrittura con mesto entusiasmo, con amarezza inenarrabile, e non posso oggi infrenare la piena dei sentimenti affettuosi e riconoscenti, che quella lettura mi ha destati nell'animo, e non sono libero di tacere. Le vostre lettere a lord Aberdeen non sono soltanto una buona e nobile e santa azione, ma un glande atto politico, un vero avvenimento. L’Europa vi conosceva, vi ammirava, v’invidiava all'Inghilterra come insigne statista, come profondo pensatore, come valente oratore parlamentare: oggi dopo quella pubblicazione, la civiltà, la umanità, la religione vi annoverano fra i loro più coraggiosi difensori. Finora erano noti i pregi della vostra bella mente e del potente ingegno vostro: oggi risaltano luminosi innanzi agli cechi di tutti anche quelli del vostro cuore: oggi voi siete benedetto dalla voce degli oppressi! Ogni parola della vostra scrittura è una verità; ogni sentenza un assioma. Il contegno del governo napoletano verso i supposti o veri colpevoli di delitti politici, avete voi detto, è un oltraggio alla religione, alla umanità, alla civiltà, e alla decenza: e con queste vibrale e decise parole avete data la più acconcia ed esatta definizione, che mai con lingua umana dar si possa del governo napoletano. Dal 15 maggio 1848 in poi la storia degli atti di quel governo è la storia della slealtà, della ferocia, della dissennatezza e capila barbarie. Da quel giorno memorabilmente funesto incominciò il lento e non più udito martirio della mia povera patria. Ed a quel giorno pure tulio parve andare a seconda dei disegni e delle mire di quel. governo: l'anarchia che imperversò nel resto d’Italia, in sconfitta dell’esercito piemontese, le giornate parigine di giugno, il terrore della guerra sociale, il dissidio di Pio IX co' suoi popoli e la sua fuga a Gaeta, la gelosia della Francia contro l'Inghilterra, tulio contribuì ad agevolare al governo napoletano i mozzi di riuscire nel suo intento, ch'era quello di manomettere con ogni sorta di violenza un paese, di dare alle sue violenze l’aspetto della legalità e della legittima difesa. I veri demagoghi avevano altrove con le loro esorbitanze stancata la pazienza del mondo a segno di fruttar lode a qualsivoglia governo, che si vantasse di osteggiargli, e il governo napoletano scaltramente prontamente, avvalendosi della propizia occasione, non mancò di scagliare la taccia di demagogo contro chiunque non piegava ai suoi voleri, e perseguilo, torturò, imprigionò, si beffò delle leggi umane e divine, spergiurò, inferocì smodatamente, sempre dicendo di combattere a difesa del minacciato ordine sociale, e coronando ogni sua nefanda opera con la eterna calunnia contro le vittime dei suoi spietati ed insani furori. A che gioverebbe nascondere la triste verità, illustre signore? L’Europa pur troppo prestò fede alla infame calunnia, e le vittime innocenti mancarono perfino del conforto della commiserazione della pubblica opinione. La stampa francese decantò, levò a cielo, trombettò il governo napoletano, come tipo e modello di governo conservatore,. di governo di ordine! Tutti i giorni la sacra libertà della parola fu profanata ed invilita a cantare le lodi del più implacabile avversario di ogni onesta libertà. Anche nella vostra libera e civilissima Inghilterra non difettarono i panegiristi all'immane governo. Ai giornali vennero in aiuto i libelli, in ciascuno di essi Napoli era detta un Paradiso sulla terra, no paese ammirabile per l’ordine, per la tranquilla ilarità, per la sempre crescente pace e prosperità. Un mio collega ed amico recavasi in Francia nell'anno passato, ed un francese a lui esule proscritto diceva. AhQue vous êtes heureux, monsieur, d’etre  né a Naples, de vivre sous un tel gouvernement. La stesse situazione geografica del regno di Napoli concorreva a tenero celato l’orrendo vero. Soppressa e soffocata la libera stampa, rimaneva sola padrona del campo quella del governo; nuova ipocrisia, nuovo artifizio, che gettava polvere sugli occhi degli. stranieri, e li distornava dal rimirare e dal conoscere il reato stato delle cose. Protetto in tal guisa dalle universali condizioni di Europa, dalla ragionevole esecrazione in cui è tenuta le demagogia, dalla geografia, e dalla infinita propria ipocrisia il governo napoletano dal 15 maggio 1848 in poi è proceduto baldanzoso ed indefesso nella via del sacrilegio, della iniquità e dello assassinio, ingannando l’Europa, perseguitando ferocemente il senno e la virtù, e ben lungi dall'accogliere riprovazione ed anatemi raccogliendo lodi e panegirici. Gli orrori, che voi avete veduti e che avete definiti col solo nome, che meritavano, erano ignoti a tutti, tranne che agl’infelici, che n'erano argomento: un denso velame gli avvolgeva, li cuopriva, li celava allo sguardo del mondo. Ma la longanimità di Dio onnipotente, tante volte invocato con lusso di sacrilegio a testimone dello spergiuro e di ogni più abietta e scellerata opera, doveva avere ed ebbe una fine: oramai quel velame è rotto e squarciato, la luce si è fatta, l’incredibile vero, con tanta cura nascosto ed ottenebrato, e dalla sua incredibilità pareggiato all’impossibile ed all’assurdo è divenuto palese. Autore di tanto benefizio siete voi, onorevolissime signore! la vostra scrittura per questo riflesso è un fatto provvidenziale; Iddio guidò i vostri passi sul suolo della mia dilettissima e misera patria; Iddio ispirò le vostre parole eloquenti, le rampogne magnanime con cui avete consacrata l'infamia dei manigoldi e degli oppressori. Voi avete rivendicati i diritti della oltraggiata ed offesa umanità: come la portentosa apparizione della tragedia del vostro immortale poeta avete svelato ad Hamlet l’uccisore di suo padre, e come il rimorso che agitava i sonni di Riccardo schierandogli dinanzi alla mente le crudeli e sanguinose memorie dei suoi misfatti avete fulminata contro il reo il temibile: Dispera e muori: despair and die! sì, quelle parole sono veramente provvidenziali; esse non vennero dettate senza lo impulso di divina ispirazione, sine aliquo divino afflata. Continueranno forse, e di che non son capaci? i governanti di Afa poli ad essere ribelli alle leggi divine ed umane, a calpestare ogni senso di giustizia, di ragione e di pietà, ad offendere Iddio ed a lare inorridire gli uomini con le loro opere abominevoli, ma non potranno più infingersi né ammantarsi d’ipocrisia e d’impostura, come finora hanno impunemente praticato: ma dovranno mostrarsi quali sono, chiarirsi e confessarsi carnefici alla faccia del sole. Un torrente d‘ingiurie vigliacche, di forsennate contumelie sarà vomitato contro di voi: ma chi potrà oscurare od anche menomamente appannare la meritata fama d’illibatezza e d’integrità, onde godete? chi potrà dare a credere, che voi, amico e collega dell’illustre sir Robert Peel, di Lord Aberdeen siate diventato ad un tratto un demagogo ed un calunniatore? le vostre parole saranno incancellabili e credute da tutti gli uomini onesti; esse hanno incomincialo già sulla terra l'inferno dei governanti napoletani! Voi avete adoperata la grande autorità del nome vostro e della probità vostra a benefizio delle vittime e digli oppressi; avete svelati al mondo civile i dolori di otto milioni di creature umane; avete strappata la maschera dal viso d’ipocriti; avete vendicato la religione, la umanità, la civiltà, la decenza con tanta sfrontatezza e perseveranza di scelleraggine sprezzate e violate dal governo napoletano, ed avete pronunziata la inappellabile condanna di quel governo narrando le opere sue. Se l’Europa credette finora, che il governo napoletano fosse governo ordinato, energico, forte e stabile, le vostre parole hanno disegnata la singolare illusione, poiché esse hanno dimostrato con la luce della evidenza matematica essere invece quel governo il governo più anarchico più debole, più pericolante che mai sia al mondo: e sarà lecito dopo le vostre lettere continuare ad encomiare come governo amico all’ordine, un governo che, calpestando tuttodì la umanità e la ragione, e facendo della religione Strumento delle sue iniquità, scalza con questo procedi re le sole salde fondamenta dell'ordine, e vantaggia la causa dell'anarchia meglio di tutto quanto possano fare a suo prò i più imperterriti, i più audaci demagoghi? Il governo napoletano è l’apostolo più efficace e più formidabile della demagogia: esso sta educando otto milioni di uomini allo sprezzo di ogni autorità, sta predicando con lo esempio la irriverenza alle leggi, semina dovunque la corruzione, incoraggia e promuove la delazione, distribuisce croci e pensioni ai soldati che saccheggiano, agli assassini che uccidono proditoriamente, falsa e capovolge ogni concetto di giustizia e di equità, tramutando il magistrato in carnefice, perverte il senso morale delle popolazioni: e quando suonerà l'ora della divina vendetta, quando giungerà il momento del castigo, come sarà possibile instaurare in un paese educato a quella guisa un governo folte ed onesto? E chi non vede il tremendo pericolo, che siffatto stato di cose suscita alla Italia, all’Europa, ed alla intiera civiltà? Voi, conservatore intelligente e convinto, avete ben preveduta la eventualità del pericolo, ne avete con l’occhio sagace stimata la grandezza, e ve ne siete giustamente allarmato, ed avete tuonato contro gli artefici di esso. Il governo di Napoli è un pericolo permanente per l’Italia e per la civiltà, è il complice, il precursore naturale della barbarie, che torpida e minacciosa sta per invadere l’Europa occidentale: epperò i conservatori veri, coloro cioè che nella attuazione delle oneste libertà e nella lealtà dei governi ripongono la guarentigia efficace della conservatone del civile Consorzio, debbono essere per logica necessità nemici di quel governo. Voi siete stato il primo, che, contemplando la quistione sotto il suo vero aspetto abbia additata la fonte del male con inesorabile schiettezza, ed abbia in tal guisa disingannato gl’illusi, se pure ve n'erano, e tolta alla menzogna ogni apparenza di bene e di verosimiglianza. Collocando il governo napoletano nel novero dei governi di ordine, il partito conservatore screditava sé medesimo, e, non temo affermarlo, si cuopriva d'infamia al cospetto della posterità e della istoria, a meno che non siavi taluno, il quale pe:si principio essenziale di conservazione essere la immoralità in tutto, in tutti e per tutto; mezzi per difenderlo la mitraglia, la forca, la galera, lo spionaggio, la ignoranza, la superstizione. Con le vostre lettere alla mano ogni onesto uomo potrà dire, con certezza di apporsi al veto, al governo napoletano: Voi siete il governo anarchico, faziosa, demagogico per eccellenza; voi siete il gran perturbatore dell'Italia e della Civiltà, voi siete il più acerrimo nemico de! principio di autorità, voi siete la empietà innalzata a sistema politico e fatta educatrice di un popolo! —Epperò, illustre signore, voi siete tanto e forse più benemerito della civiltà e della causa dell’ordine, quando lo siete della umanità e della libertà. Per opera vostra i misfatti e le atrocità del governo di Napoli non godranno più del benefizio della impunità; lo edilizio di menzogne e d'imposture con tanta scaltrezza di artifizi e tanta arroganza da esso innalzato, è sfasciato: 0 potente soffio della vostra parola stritolato, lo ha mandalo in rottami, lo ha ridotto in polvere.

Per lo sposto di oltre a tre anni coloro fra i napoletani, ebbero la ventura di salvarsi dalla persecuzione con la fuga e lo esilio, hanno fatto quanto era in poter loro per raggiungere lo scopo, per rischiarare la pubblica opinione, ed i loro sforzi andarono sempre falliti. Narrammo la metà dell'orrido vero, non fummo creduti; anzi fummo tacciati di esagerazione e di follia e la nostra voce non trovava ascolto né presso gli stranieri né presso gli stessi nostri concittadini del resto d Italia. Il partito moderato degli altri Stati della nostra penisola, quantunque stretto a noi dai vincoli della comunanza di principi. di speranze e di opinioni, pose in non cale i nostri dolori, chiuse gli orecchi ai nostri lamenti, e quando poteva parlare per giocarci e lenire i nostri mali, tacque, quasichè la causa per la quale pativamo noi non fosse stata la sua, quasichè l’Italia terminasse al Garigliano e non alla punta della Sicilia. Tranne poche eccezioni individuali, tanto più commendevoli e preziose, quanto più furono scarse e rare, il partito moderato del rimanente d'Italia adoperò, cerne se i liberali napoletani non fossero o non avessero comune con esso almeno la favella e la patria. Nel 1847 Roma, Firenze, Torino echeggiavano di simpatiche ed affettuose grida a’ principi riformatori ed alla nazionalità; in Nipoti ed in Palermo si proferivano le stesse grida, si acclamava il Principe con la medesima spontaneità di riverente e cordiale entusiasmo, e si rispondeva con la mitraglia e le sciabolate.

L'atroce spettacolo commosse ad ira il sig. Thiers dall’alto della ringhiera francese ne mosse solenne lagnanza, ma non ebbe virtù di scuotere la indifferenza dei nostri concittadini. Che cosa fecero coloro, i quali in quell'epoca reggevan la somma delle cose negli Stati dell'Italia centrale e settentrionale? Nulla, assolutamente nulla, e potevan tutto. Potevan frapporsi mediatori fra il Re di Napoli ed i suoi popoli, potevano invocare i diritti imprescrittibili dell'umanità, potevano a norma dell'ordine minacciato suggerire ai nostri governanti miti consigli, persuaderli a mutar stile: potevano e nol fecero, ed i popoli di Napoli e di Palermo abbandonati alle loro forze ed alla loro disperazione furono costretti a chiedere per guarentigia un patto costituzionale. Nel 1848 l'Italia diventò costituzionale a cagione di Palermo e di Napoli, ma tutti si affrettarono a partecipare al segnalato beneficio e raccoglierne i frutti, e nessuno curò de benefattori. Dopo le luttuose vicende del 15 maggio una nuova occasione porgevasi ai liberali italiani di rivolgere le loro cure alla infelicissima Napoli, ed anche allora il loro contegno non cessò dall'essere quel ch'era sempre stato. I nostri amici politici stavano al potere a Roma, a Firenze, a Torino, e frattanto adoperarono verso di noi come se fossimo stati rivoluzionarii o demagoghi; le nostre libertà manomesse e violate, i nostri dolori, le nostre angosce non trovarono eco, nemmeno quello della commiserazione. Si radunò nel mese di luglio il Parlamento, il quale fece sforzi eroici per ricondurre il governo nelle vie della legalità e dell'onestà, e per persuaderlo a concorrere con le sue forze all'impresa dell'italiana redenzione: nessuna parola d'incoraggiamento ci fu indirizzata, nessuna consolazione ci fu largita: noi pensavamo all'Italia, affrontavamo per essa i pugnali degli assassini e le contumelie dei birri, e l'Italia di noi non curava. Sopraggiunse il disastro di Novara, la reazione inferocì a Napoli più dissennata e più impudente, le carceri furon popolate a migliaia del fiore dei cittadini, i componenti del Par lamento in premio della loro lealtà e del loro disinteresse avvinti in catene, o costretti a salvarsi dalla carcere fuggendo l'inospitale lido nativo: e quando raccontammo imparzialmente e dolorosamente lo strazio della patria nostra non fummo creduti. Io non parlo in tal guisa per gretto studio di municipio, né per vana soddisfazione di muovere una querela ai miei concittadini, ma bensì perchè porto ferma persuasione quella noncuranza degl'Italiani verso Napoli essere stata fonte di danni non lievi, di mali infiniti più che a Napoli, a tutta l'Italia, ed alla causa della sua nazionalità. La geografia ed i fatti non si annientano: per estensione territoriale, per potenza di armi e di ricchezze, per i doni della natura, Napoli è la porzione più importante della italiana famiglia: qual è l'uomo di giudizio che possa credere possibile l'ordinamento dell'Italia a nazione senza il sussidio napolitano? che possa credere di menare a buon fine l'impresa del patrio riscatto, qualora essa venga osteggiata da Napoli? La dimenticanza, di cui accenno, nocque adunque, e grandemente, agl'interessi dell'Italia prima della funesta battaglia di Novara, e dopo di essa fu una ingiustizia imperdonabile, un procedere disumano, una lesione di quel principio di solidarietà, che stringe i componenti tutti dell'italiana famiglia, e che non è certamente utopia di cervelli balzani e di gente avventata, ma corollario naturale e necessario della geografia, della storia e dei fatti. Voi, illustre signore, avete riparato con le vostre lettere a quella ingiustizia: voi, inglese e straniero avete fatto ciò che gl'Italiani avrebbero dovuto fare da un pezzo: mosso da nobile istinto di umanità e da coscienza illuminata dai veri interessi del partito conservatore avete fatto ciò che gl'Italiani avrebbero dovuto fare non sol per umanità, ma anche per interesse proprio, per debito indeclinabile di nazionalità, per provvedere alla necessità suprema di essere. Il disinteressato ed imparziale testimonio dell'autorevole vostra parola sarà d'ora in poi la luminosa guarentigia della veracità dei nostri lamenti: per esso la nostra causa trionfa nella coscienza del mondo civile, nella opinione di tutti gli uomini che sortirono dalla natura senno e cuore.

Voi avete stupendamente detto chi sono i Magistrati napoletani, a quali persone sono commesse in quel disgraziatissimo paese la libertà e la vita dei galantuomini, ed avete delineata, anzi scolpita con energici attribuii l’indole di quel Navarro, che sedeva rapo dei giudici di Carlo Poerio, e che oggi tiene in poter suo la vita e la libertà dei più eletti ed illustri napoletani. Quel ribaldo è il tipo ed il modello del magistrato secondo il cuore d»gli attuali governanti di Napoli: e gli uomini, che gli seggono da canto nello schiavo ed abietto consesso, che a dileggio della equità e della morale osa ancora intitolarsi tribunale, sono degni di tanta gloria. Il Navarro nei tempi andati era giudice di corte criminale, e godeva fama di nomo oltre ogni dire feroce e proclive al sangue ed alle pene più severe. Rammenterò all’uopo due fatti particolari, i quali bastano a dipingere l’uomo e a dar contezza adeguata delle sua indole. Navarro fu successivamente giudice o presidente di gran corte criminale. Uno dei suoi colleghi, oggi destituito, mi ha narrato che quando quegli sedeva in qualità di presidente della gran corte criminale di Lucera in Capitanata, allorché si deliberava intorno all'applicazione della pena all'imputato dichiaralo reo, il Navarro opinava sempre per il grado di pena maggiore e siccome non di rado gli occorreva di parteggiare solo per il proprio parere, quando vedeva tornare frustraneo ogni suo sforzo per raggiungere l'intento, si alzava dal suo posto, e con modi indecorosi e sguaiati e bassi si faceva a supplicare ciascuno dei suoi colleghi, perché essi per amor suo aggiungessero un mese od anche un giorno di più alla pena, che stavano per pronunziare contro il colpevole! Nel 18a7 il Navarro fu traslocato dalla gran corte criminale di Lucera a quella di Campobasso, ma mentre stava per partire, quella gran corte fu chiamata a sentenziare intorno ad un delitto politico: il Navarro voleva a qualsivoglia costo prolungare il suo soggiorno per avere la gioia di condannare, e l’avrebbe fatto qualora il Ministro, che allora reggeva il dicastero di Grazia e Giustizia, Niccola Parisio, uomo onesto, ed integerrimo, quantunque ministro di governo assoluto, non gli avesse imperiosamente ordinato di recarsi al suo nuovo destino. I medici ed i psicologi hanno descritte molte varietà di monomania, che affliggono e disonorano la specie umana: qual nome daranno essi a quella, da cui è compreso ed invaso il Navarro? Il governo napoletano non era certamente ignaro di queste brutali ed abiette inclinazioni dell’animo del Navarro: sarebbe adunque presupposto oltraggioso al vero, e affermare che fu a bella posta e deliberatamente, affidato a quell’uomo l’uffizio di presidente della Gran Corte Criminale di Napoli in epoca, nella quale doveva essa giudicare tanti processi di Stato? Voi, illustre signore, avete veduto con gli occhi proprii il contegno di quel governo, e per propria esperienza vi siete persuaso, h esso ha il privilegio di render possibile lo incredibile, di tramutare l'assurdo in realtà, epperò, non ne dubito, ammetterete senza esitazione di sorta la veracità del mio presupposto. A chi del resto volesse cercare fatti per convincersi di quanto affermo, non toccherà superare altro ostacolo, se non quello dello imbarazzo nella scelta. La Magistratura napoletana, soprattutto la criminale, aveva finora serbata una tradizione onorata d'imparziale equità; devota al principe e tenera della monarchia assoluta, essa era deliberata a rendere giustizia a nome delle leggi, a pronunziare, ove occorresse, pene severe contro gl'imputati politici, ma nel tempo stesso non dilungarsi giammai né da' lo spirito né dalla lettera del codice. Ciò non andava a garbo al governo, e mostrò coi fatti in qual concetto si avesse la eminente dignità della toga, rimpastando da capo a fondo la magistratura del regno, innalzando alla dignità di giudici gente corrotta, servile e feroce, scherani della risma del Navarro, e rimovendo dallo impiego ogni magistrato sospetto di onestà Nel 1848 un giudice regio per nome Tibet fu chiamato a giudicare un tipografo, il quale aveva ristampato coi tipi napoletani un articolo del giornale romano IL CONTEMPORANEO ostile al governo: lo spaccio di quel periodico non era allora vietato nel regno, ed invece di condannarlo, ne pronunziò l'assoluzione. Pochi giorni dopo a dispetto delle leggi (non parlo delle costituzionali, ma delle antiche leggi del regno), che vietano al potere esecutivo la facoltà di rimuovere dall'impiego un magistrato senza prima avere osservalo alcune essenziali formalità, il Tibet fu destituito. Qualche tempo dopo un giornale napoletano onesto e coraggioso L’INDIPENDENTE, fu citato dinanzi alla gran corte criminale della capitale, e fu assoluto dall’accusa, che il pubblico ministero gli apponeva: tutti i magistrali, che diedero voto favorevole, furono destituiti senza misericordie. Appena sciolta la Camera dei Deputati in marzo 1849. quando cioè il governo nutriva il premeditalo disegno di mettere in carcere il maggior numero dei rappresentanti della nazione per vendicarsi della loro fermezza e della loro moderazione, fu tolto lo impiego a tutti quei magistrali, che non erano pronti a vendere l’anima loro ed a calpestare la propria coscienza. Nominerò fra essi i Consiglieri, Sannio, Chiga, De Cesare, Pica, uomini onesti, e per la maggior parte nemici dichiarati degli ordini costituzionali, ma solleciti anzitutto della propria dignità, ed incapaci di scambiare la sacra toga del magistrato con la scellerata e sanguigna veste di carnefice. Il governo intendeva in tal guisa coonestare in faccia al mondo con un manto di legalità le sue premeditate nefandezze, e velava col nome augusto di giustizia il furore di vendetta, da cui ara invasato: per raggiungere la meta dei suoi perversi e biechi desiderii non temeva di contaminare con mano sacrilega la veneranda toga del magistrato, di profanare il santuario della giustizia, di pervertire ogni senso di moralità, di aprire incanto delle coscienze, di schiantare dalle sue radici l'ordine sociale,la cui essenziale guarentigia è la dignità e la incorruttibilità del potere giudiziario. Il potere giudiziario sopravvive ai politici rivolgimenti ed alle vicende dei tempi: gli uomini di tutte le parti politiche, a malgrado della loro discrepanze, si recano a dovere di rispettarlo. Solo il governo napoletano ha osato dilungarsi da questa norma tutelare e benefica di ogni civile Consorzio, e l'ha infranta, e l’ha voluto confondere in uh solo l’uffizio del magistrato e quello del boia. E mentre con siffatto procedere appagava le sue brame di vendetta, distruggeva la prima e fondamental guarantigia dell'ordine sociale e toccava all’apice della demagogia, si compiaceva di possedere un scuse bella e pronta dinanzi alla Europa, facendo pesare sulla magistratura la responsabilità delle barbare condanne e delle inaudite sevizie contro gl'imputati politici. La giustizia ha pronunziato; il governo non può non eseguirne le sentenze: ecco la risposta ch’esso divisava poter fare con isquisita raffinatezza d'ipocrisia a chi gli avesse chiesto conto di tante persecuzioni e di tanti orrori.

Voi, illustre Signore, avete sventata la pei fida trama, ed avete reso impossibile Io astuto e sleale maneggio; e chi mai avrà la impudenza, dopo aver lette le vostre parole, di appellare tribunale o corte di giustizia quel consesso di ribaldi e di scherani, pronti a vendere la coscienza, a straziare la innocenza, a bestemmiare Iddio e la religione, a patteggiare con lo inferno. a consumare freddamente qualsivoglia assassinio per compiacere a chi li pagai chi ardirà chiamare col venerato nome di magistrato un Navarro?

Voi avete, illustre Signore, opportunamente rammentate la persecuzioni, che colpiscono in particolar modo coloro, che dal libero voto dei loro concittadini furono innalzati al periglioso cuore di sedere nella rappresentanza nazionale; ed ora vi prego a concedermi facoltà di dirvi con brevissime parole qual è la erigine vera di quelle persecuzioni. Le prime elezioni politiche dopo la promulgata Costituzione vennero fatte nel regno di Napoli addì 15 aprile 1848: abbandonala alla libertà del suo criterio la nazione scelse a suoi deputati gli uomini, che per lo sperimentato amore alla libertà erano degni di riscuotere la sua fiducia: grande fu il concorso di elettori agli scrutinii, ed ogni deputato venne eletto da migliaia e migliaia di voti. Il governo, prima che quella camera si fosse costituita, prima cioè che incominciasse a vivere vita legale, cancellò arbitrariamente il decreto sovrano degli elettori e pronunziò lo scioglimento di un’assemblea, che, come suol dirsi in istile parlamentare, non aveva ancora verificati i suoi poteri, ed i cui lavori non erano stati col consueto rito inaugurati dal discorso del Principe. Riconvocati i collegi addì 15 giugno dello stesso anno con legge elettorale diversa, arbitrariamente promulgata dal governo durante lo stato d’assedio, le elezioni diedero, tranne pochissimo divario, lo stesso risultamento: gli stessi uomini furono assunti alla eminente dignità di rappresentanti. La Camera si radunò il I Luglio, i tempi erano difficili ed irti dì pericoli; infelici le condizioni del paese: incominciate le persecuzioni di stato e le vendette: risorta l’antica vessatrice polizia, concitati gli animi e travagliati da discordia; le truppe stanziali accanitamente avverse alla cittadinanza. Il Parlamento aperto da un regio delegato, diede mano senza perdita di tempo ai suoi lavori, e fin da principio il potere esecutivo, che doveva giovarsi dello autorevole concorso per ripristinare la pubblica pace, per restituire l’ordine turbato, per rimarginare le piaghe del passato ancor fresche e sanguinanti, si studiò di seminare sul suo cammino triboli e spine, ed invece di agevolare l’opera conciliatrice, scemarne le probabilità di prospero successo. Si sperava, che la Camera elettiva messa alle strette trasmodasse, e porgesse facile occasione di essere sciolta di bel nuovo: ma la iniqua speranza venne defraudata. La Camera fu perseverante nella inflessibile moderazione, fu irremovibile nel proposito di fare quanto era in poter suo per salvare il paese e per avere diritto di causare intieramente da sé la responsabilità dei mali, che la caparbietà e la insipiente ferocia del governo avrebbero indubitatamente procacciali. Ritorno alla legalità costituzionale; sistema politico nazionale ed italiano; pace con la Sicilia: erano questi i tre punti essenziali, cui mirava la Camera dei Deputati, e che intendeva raggiungere coi modi conciliativi, con la persuasione, con l’oblio 'del passato. L’indirizzo in risposta al discorso della corona era tutto informato da questi sensi; voi lo avete letto senza alcun dubbio nel terzo volume del Blue-Book risguardante gli affari d’Italia testé divulgato per ordine degli onorandi ministri di S. M,. tsritlannica, ed io non ardisco suggerire a voi, giudice competentissimo ed imparziale, il giudizio che deve recarsene. Ora quello indirizzo non fu ricevuto! alla esemplare moderazione di una Camera, che tante ragioni aveva di essere violenta, fu risposto con uno sfregio solenne alla dignità dell’autorità legislativa, con un atto inverecondo, non dirò di sfiducia, che sarebbe poco, ma di sprezzo. Ma la Camera seppe virilmente comprimere il giusto risentimento, e continuò a deliberare pacata, serena e tranquilla, opponendo agli scherni del governo, agl'insulti della soldatesca, alle minaccie degli scherani della polizia e degli assassini assoldati un contegno placidamente coraggioso ed imperturbato.

Né il governo smetteva dagli insulti e dalle calunnie, ed i suoi giornali esaurirono contro i Deputati il vocabolario delle ingiurie più svergognate e plateali: basti a conferma del mio dire rammentarvi un furibondo articolo dell'Araldo, giornale militare (1), che l'onorevole lord Napier ebbe cura d’inviare a lord Palmerston, e che si legge nel Blue Book poc’anzi mentovato nel testo originale e nella traduzione inglese letteralmente fedele, che lo accompagna! Nè io stancherò la pazienza vostra entrando nei particolari, e rammemorando tutto quanto dissero quei Deputati: essi fecero i sacrifizi più difficili e più dolorosi, che mai sia toccato fare ad uomini politici; non si sgomentarono per le violenze, non abbandonarono un solo dei diritti della nazione, non si lasciarono vincere da scuoramento; né trascinare dal giusto e generoso risentimento, frenarono gl’impeti dell’animo, e diedero al mondo lo spettacolo unico di gente, che conservava la freddezza di ragione, mentre tutto e tutti cospiravano a fargliela perdere, e che sapeva essere fortemente moderata, quando ogni eccesso sarebbe stato scusabile. I rendiconti parlamentari inseriti nel Giornale Ufficiale delle Due Sicilie bastano ad attestare la. verità delle mie asserzioni: e la migliore apologia, che possa farsi pei deputati napoletani, è quella che vien fatta dai loro discorsi medesimi, i quali sono ad un tempo la eloquenza, il coraggio, la probità ed il senno adoperati a difesa della santità del giuramento oltraggiato, della vilipesa giustizia, della tradita libertà, della umanità calpestata ed offesa nelle sue imprescrittibili prerogative. Prorogata due volte la sessione legislativa, al ripigliarsi dei lavori parlamentari, la Camera non cangiò contegno, anzi in faccia alle cresciute esorbitanze governative crebbero, sé ara possibile, la sua moderazione e la sua saviezza. Fu steso un nuovo indirizzo al Principe, nel quale era reiterata la espressione dei sentimenti manifestati nel primo con lo stesso decoroso linguaggio, con le stesse concilianti parole, con la medesima riverente schiettezza; ed al secondo indirizzo toccò pure la sorte del primo, quella cioè di non essere ricevuto. Ciò non ostante la Camera, e, facendo prova di longanimità, che mi sembra poter dire veramente straordinaria, non richieste accordò quasi unanime al ministerio la facoltà di riscuotere i pubblici tributi, i quali, dal maggio 1848, erano, a’ termini dello Statuto, illegalmente percepiti dal governo.

(1) Pubblicato per cura dello audace e sgrammaticante ufficiale del secondo Cavalleggieri Michele Rota, all’uopo largamente sfamato dal governo.

Una Camera, la cui gran maggioranza era composta da uomini, che sedevano sopra stalli opposti a quelli del ministero, dava spontaneamente questo splendido attestato della sua devozione alla legalità, ed in tempi in cui le nozioni del diritto sono capovolte e frantese dallo universale, e mentre nelle altre parti dell'Italia signoreggiavano le dottrine del radicalismo, mostrava coi fatti di non confondere i principi governativi col cattivo, anzi col pessimo, governo. A poca distanza da Roma, dove allora li era proclamata la repubblica, i Deputati napoletani offesi dal Governo con ogni sorta d’insolenza, di vituperio e di calunnie, minacciati nella vita e nella sicurezza individuale, continuamente insidiati e maltrattati, con la prospettiva del pugnale di venderecci sicari sempre parata dinanzi ai loro occhi, concedevano, o a dir meglio, largivano al Governo monarchico di Ferdinando II la facoltà di riscuotere legalmente le pubbliche tasse, gli porgevano i mezzi di governo; e gli attestavano in modo irrefragabile e solenne il loro ardente e deliberato desiderio di scendere a qualsivoglia onorevole transazione per restituire al paese la perduta tranquillità, ed iniziare la èra delle leggi e delle temperate libertà. Qualche tempo dopo la stessa Camera sanziono la legge elettorale promulgata dal ministero durante lo stato di assedio: e questo nuovo atto di sapienza e di civile antiveggenza generò tanta ira negli animi de’ governanti, da muovergli ad affrettare scioglimento dell’assemblea già premeditato e deliberato fin dal primo giorno, in cui essa fu radunata. A voi, illustre Signore, degno componente di quella gloriosa Camera dei Comuni, ch’è Senato dell'Europa, e l’Areopago della sapienza civile, io credo al tutto superfluo aggiungere più minuti particolari intorno a questo argomento: mi basta aver rammentato sommariamente i fatti: al vostro acuto ed equo discernimento commetto con fiducia la cura di recarne giudizio.

Voi avete, illustre Signore, ampiamente ragionato dello iniquo processo detto della Unità Italiana, ed avete reso giusto e commovente tributo di lodi a quel magnanimo Carlo Poerio, che basta di per sé solo a fruttare al liberalismo napoletano l’Ammirazione e la stima del mondo civile. Voi avete conversato col martire eroico, avete raccolto dalla sua bocca la espressione leale e sincera dei nobilissimi sentimenti, che informano il suo cuore, avete coi vostri propri occhi contemplata la rassegnazione sublime; il cristiano e sereno stoicismo di quell’uomo forte e virtuoso. Una causa che annovera tra i suoi difensori un uomo, che sa virilmente patire e lietamente tollerare le più crudeli e immeritate sciagure, è senza alcun dubbio la causa della verità e della giustizia. Miserabili scherani, che flagellano Napoli, hanno potuto per brutal prepotenza stringere in ceppi quelle mani, rapire a quel grande infelice ogni umano conforto, sequestrarlo dal consorzio dei suoi cari, ma non gli hanno potuto rapire, né gli rapiranno mai la serena incolpabile coscienza, la incrollabile fedeltà ai principii di patriottismo e di libertà, che sono come lo stemma gentilizio della sua inclita famiglia: hanno potuto condannarlo alla pena dei mascalzoni e dei furfanti; han potato vestirlo con la ignobile divisa dello omicida del ladro, ma non hanno potuto infamarlo: e le vostre affettuose parole sono la palpabile dimostrazione di questa asserzione. Voi avete stretta quella mano incatenata; avete veduto e parlato on Carlo Poerio in galera, ed avete sperimentato verso di lui sensi di ammirazione e di pietosa riverenza, che non sperimentaste di certo verso altri, che stanno sul trono. Se Platone fossa vivo, intitolerebbe il dialogo della Fortezza a Carlo Poerio. a non potrebbe di certo commentare con esempio migliore la sublime verità dei suoi immortali detti: l’innocenza oppressa e rassegnat  a è lo spettacolo più maraviglioso, che sia dato ad un uomo contemplare quaggiù, e chi lo porge è un santo, un eroe. Se io dovessi cercare nella storia un paragone degno di un tanto uomo Io ritroverei nel vostro inclito John Hampden. Carla Poerio è un uomo di quella risma: men fortunato di Hampden egli vede logorare la sua vita nel fior degli anni, non sui campi da battaglia, ma in galera, non fra il rimbombo dei cannoni ed il cozzare delle spade, ma fra il cupo e desolante suono di pesanti catene, che gli stringono le affrante membra! Ma Iddio non largisce invano ad un paese uomini come Carlo Poerio; la sola sua esistenza è guarentigia di avvenire migliore, di sorti più liete: no, la Provvidenza non può dimenticare né condannare alla perpetua miseria un paese, dove e tanto senno e tanta virtù, dov’è tanta sventura e tanta rassegnazione! In faccia ad un aspide vile e feroce come Navarro, ad un rettile schifose come Jervolino, essa ha collocato un angelo di sapienza e di bontà come Carlo Poerio; in faccia alla estrema abiezione e bassezza la suprema virtù, in faccia al bestiale Calibano il celeste Ariete! Né voi avete obliata quella madre sconsolata e derelitta, che il suo primogenito figlio perde per la causa italiana, ed ora è separata dalla carcere dal solo, che rimaneva a consolazione dei suoi vecchi e travagliati giorni. Iddio, come voi dite con patetiche e dilanianti parole, più compassionevole degli uomini ha tolto quell'afflitta alla coscienza del suo ineffabile dolore. Donna unica e veneranda! finché ebbe lena per piangere e soffrire, pianse e soffrì, come nessuna altra madre ha mai pianto né sofferto: dignitosa e rassegnala nella sua angoscia solenne avreste creduto raffigurare in lei la effigie vivente di quella cristiana pazienza, che il vostro Shakespeare dipinse in sembianza di sorridere al dolore: Smiling at grief! Voi avete con pietosa ed infinita delicatezza svelato al mondo civile quel materno inenarrabile. cordoglio senza profanarlo con volgari accenti di convenzionale commiserazione.

Voi avete rammentato il miserando ed atroce caso dello infelice Leipnecher, e nominati fra i compagni di Poerio Michele Pironti e Luigi Settembrini; ed essi e tutti gli altri, che fanno parte del dolorose martirologio, sono degni di soffrire con Carlo Poerio; io non saprei rendere migliore omaggio alla loro virtù. Quando i togati manigoldi, che sotto la presidenza del Navarro dovevano giudicare delle sorti di quei generosi si erano adunati in Camera di Consiglio, Luigi Settembrini scriveva alla consorte una lettera, che nessun uomo onesto ha potuto leggere senza averne l’animo trafitto, ed oltre ogni dire intenerito: la scure gli pendea sul collo, ed egli, dimentico di se, sollecito anzi tutto di recar conforto allo straziante dolore della sua diletta, la esortava alla rassegnazione, le raccomandava gl’innocenti figliuoli, le invitava a pregare Iddio, perché  conceda senno a coloro che ci governano. Al cospetto del patibolo non timor della morte, non desiderio di vendetta signoreggiavano l'animo della vittima immacolata ed innocente, ma bensì la carità dei suoi amati, la pietà per la patria, il perdono ai proprii carnefici!

E che dirovvi io di tutta la eletta schiera di prigionieri che da oltre due anni non vede più altra luce tranne quella scarsa e fioca, che rischiara la inferriata delle orride carceri, e che aspetta di essere giudicata, o a dir meglio giuridicamente assassinata, come Carlo Poerio ed i suoi compagni? Fra essi, illustre signore, è Antonio Scialoia, il degno erede della sapienza di Genovesi e di Galiani, l'assennato ed eloquente banditore dei principii economici di Adamo Smith, il propugnatore di quelle liberali riforme, che sir Roberto Peel, e voi e gli altri vostri onorevoli colleghi faceste trionfare in Inghilterra. A 21 anno egli avea già scritto un egregio Trattato di economia Politica, che gli fruttava la gloria d'insegnare la economia politica nello Ateneo Torinese in un età, nella quale il maggior numero siede ancora sulle panche dei discenti: egli mise a repentaglio la propria reputazione e la meritala popolarità per difendere la buona fede del re di Napoli: all'udire la lieta nuova della promulgazione dello Statuto Costituzionale lasciò la cattedra e Torino, ed accorse in Napoli: assunto il ministero di agricoltura e commercio, servì il Principe con ispecchiata lealtà, con amorevole ossequio: dopo la catastrofe del 15 maggio fu fra i deputati più eloquenti e coraggiosi della nazione ed oggi il guiderdone della sua schietta divozione al Sovrano del suo giudizioso affetto alla patria è il carcere, e domani comparirà come reo di stato dinanzi al Navarro, imputato di avere contribuito il di 15 maggio alla costruzione delle funeste barricate, che egli come Ministro e come cittadino, in rischio della vita, fece ogni opera perché fossero demolite! fra essi e Luigi Dragonetti, collega dello Scialoja nel Ministero nel Parlamento, scrittore eloquente ed affettuoso, anima onesta e incorrotta, di angelici e soavi costumi, gentiluomo avvenente e cortese, patrizio per i natali per la elevatezza dei sentimenti; era Ministro degli affari esteri, e non si stancò mal dal predicare contro le esagerazioni degli avventati, e caldeggiò con indomita perseveranza la causa del Principato costituzionale, ed oggi, al pari dello Scialoja, è processalo come edificatore di barricate! fra essi è Pietro Leopardi, che per lo spazio di anni visse la mesta vita dell’esule in Parigi, onorato e tenuto in gran pregio da quanti italiani e stranieri lo conoscevano, e che, nominato a rappresentante diplomatico di S. M il re di Napoli presso S. M. il re Carlo Alberto sostenne incarico da buon cittadino e da suddito fedele: egli avversò indefessamente la separazione politica dell’isola di Sicilia dal regno di qua dal Faro, ed a Milano fece energiche pratiche, perché quel Governo Provvisorio non riconoscesse ufficialmente il rappresentante del Governo Siciliano: ed ora gli si appone per l'appunto delitto di avere promossa quella separazione tanto da lui avversata, e coi detti e con le opere contrastata! Fra essi è Silvio Spaventa, giovane e profondo filosofo, negli studi metafisici versatissimo italiano sviscerato ed onesto, avvezzo fin dai più teneri anni a combattere contro la sventura ed a pensare: l’amabile austerità dei suoi modi, la ingenita benevoglienza dell’animo, l’ardore appassionato per gli studi speculativi ne avevano fatto l'amore e l'orgoglio della gioventù napoletana, alla quale fu maestro amoroso e sapiente: Questo tesoro d’ingenuità e di dotti ina si aduna nell’animo suo! in lui splende maravigliosamente quella rara virtù del coraggio e dello spirito, che da Giordano Bruno e da Tommaso Campanella a Mario Pagano è stato il privilegio dei pensatori napoletani. Dopo il 15 maggio 1848 egli stava a capo della compilazione di un periodico intitolato il Nazionale, che fra le durezze dello stato d’assedio e le gozzoviglie della trionfante reazione protestò animosamente contro le esorbitanze del governo: da quel momento diventò prediletto bersaglio dei furori della soldatesca, da cui fu spesse volte aggredito nelle pubbliche vie, nelle piazze e nei caffè, ed ebbe a patire ogni sorta d’insulti e di villanie: campò allora a mala pena la vita; fu deputato, e dalla ringhiera legislativa perorò la causa del diritto con la stessa fermezza di proposito, con lo stesso indomito coraggio, con cui l’aveva difesa nella palestra della stampa quotidiana: ed oggi è in prigione. Fu primo tra gli ex-deputati ad essere arrestato il 19 marzo 1849 mentre passeggiava per la via Toledo, e dopo la incarcerazione s’inventò contro di lui l’accusa di complicità nei casi del 15 maggio, e di cooperazione con Leopardi nel promuovere la separazione politica della Sicilia dal Continente. Fra essi è Luca di Samuele Cagnazzi, vecchio di oltre 90 anni, incurvato dal peso degli anni e delle infermità. venerando e virtuoso uomo, sacerdote intemerato, dotto economista: egli può a stento dare qualche passo e fare qualche movimento: l'atto di accusa del 15 maggio Io rappresenta come un energumeno, che coi detti e con i gesti dal balcone del palazzo di Monte Oliveta incitava il popolo alla ribellione, ed a correre alle barricale: conscio del fato, che gli soprastava, il misero vecchio fuggì, o a dir meglio fu da divoti amici trasportato su di un battello a vapore francese, e sbarcò a Livorno: ma troppo duro alla sua cadente età ed alle incurabili infermità riusciva l'esilio, ed egli, non potendo fisicamente reggere a tanti disagi, chiese di tornare in patria con promessa di non uscire mai di casa. Si acconsentì alla domanda; ma di e notte la casa del Cagnazzi è vegliata dai gendarmi: il governo napoletano teme, che sfugga alla sua vendetta un cadavere, e conturba con gli apparati del supplizio e con immani rigori le ultime ore di un morente!

Fra essi è Giuseppe Pica, ornamento preclaro del foro napoletano, e Salvator Tommasi fisiologo e medico di fama europea, e Francesco Trincherà elegante e vigoroso scrittore, e sono a migliaia uomini eletti del sacerdozio, del patriziato, del popolo della borghesia e di tutti gli ordini della napoletana famiglia. Degli esuli non vi discorro: Napoli, vidova dei suoi migliori, è in balìa dei manigoldi: non vi è famiglia, che non annoveri uno o più prigionieri, uno o più figliuoli raminghi ed esulanti: la sola parentela Plutino della Provincia di Reggio nelle Calabrie annovera in carcere 62 fra i suoi componenti: al sesso gentile perfino la natural debolezza non è schermo alla persecuzione: ogni ingegno è perseguitato, ogni probità è maledetta. Un solo uomo è scampato a tanto furore, perché confinato nella sua stanza dalla podagra; e questi è il venerabile Carlo Troia, lo storico dell’Italia, Fautore delle annotazioni al Veltro allegorico di Dante, il Presidente del Ministero, di cui Dragonetti e Scialoja facevano patte: ma egli è ricinto di spie di scherani: il governo paventa come formidabile nemico un povero vecchio giacente sopra un letto di dolori e d’infermità, oppresso dallo spettacolo del patrio strazio. Guai allo impiegato, al funzionario pubblico che non vende l'anima sua e non è pronto allo spergiuro: i magistrati, che assolvono le persone invise al governo, gli impiegati, che in tutto o per tutto non sono schiavi; vengono inesorabilmente destituiti (seppure non incarcerati e proscritti), dopo lunghi anni di servizio condannati alla fame. Citerò fra gl’infiniti nomi, che potrei arrecare a sussidio del mio dire, quello di Ernesto Capocci astronomo di molta vaglia, e noto in Italia e fuori, era d rettore dell'Osservatorio di Capodimonte: fu Deputato, nella Camera, dove non apri mai bocca, si diportò da onorato e prudentissimo uomo: è stato destituito, ed ora è ridotto alla miseria. Nelle misere province i patimenti degli abitanti vincono di gran lunga quelli della capitale: in ogni città, in ogni comune, in ogni brigata è un tiranno, è un delatore: su di ogni famiglia pesa minaccioso l’incubo di un Jervolino: ogni poliziotto è sovrano assoluto, ogni capitano di gendarmeria è despota; ogni giudice è un Navarro. Voi non vedeste, illustre Signore, tanto squallore, e laute lacrime: ma col presago istinto del cristiano e del galantuomo la divinaste, e vi apponeste al vero. Il regno di Napoli è una vasta carcere: i suoi arbitri sono lo spergiuro e la inquisizione dei pensieri e delle coscienze: la sua legge è la delazione. Nè bastava la tortura dell'anima e dei corpi; era d’uopo anche quella delle sostanze: non si contentava il governo di essere carnefice, carceriere ed inquisitore; tutta volle ungere la corona della infamia, e si fece ladro, e a dispetto del codice e delle leggi scritte, che, dichiarano abolita per sempre la confisca, sequestro i beni di non pochi cittadini. Le condizioni dalla pubblica istruzione voi le avete tratteggiale, tradunando i più rilevanti brani del catechismo di D’Apuzio: tortura, depredazione ed assassinio all'attuale generazione, il veleno della ignoranza e della bestemmia a quelle che sorgono; ecco il retaggio dei miseri napoletani.

E tanti orrori e tante nefandezze sono commessa deliberatamente, a sangue freddo, per pura libidine di persecuzione con la coscienza di fare opera scandalosa e perversa! Moriva. due mesi or sono, in Napoli il vecchio generale Gennaro Spinelli Principe di Cariati, antico ufficiale di re Murat, e che dopo il 29 gennaio era stato acclamato dalla parte liberale, e per essa innalzato al ministero. Fu onesto uomo per tutta la sua vita: ma dopo il 15 maggio 1848 prevaricò, e, se non altro, aderì col silenzio, e continuando ad esser ministro, al precedere di governo. L'anno passato fu colpito da cerebrale infermità, e nel delirio il rimorso, non essendo più infrenato dalla simulazione strappava soventi volte alla tormentata coscienza questo grido: Sono stato un galantuomo tutta a mia vita: mi hanno fatto finirà come un lazzarone! Quale avvenire siffatta condizione di cose prepari alla civiltà, alla religione, al Principato ed all’Italia non è chi non vegga, e voi, illustre Signore, avete avuto il coraggio la franchezza di dirlo. L'Europa è stanca di rivoluzioni e di disordini, ed agogna la pace, e non potrà tollerare lo scandalo di governi essenzialmente pervertitori e sovvertitori come quello di Napoli. Il governo napoletano tenta il parricidio della religione e della civiltà: ma la Religione è cosa divina; la civiltà è sua figliuola, e non possono perire: la spada omicida sì rivolgerà contro la mano, che ne impugna l’elsa, e trafiggerà le infernali belve. E già la santa crociata della civiltà e della opinione contro la bai ha te, che accampa sanguinosa e tracotante sui lidi partenopei è incominciata: voi siete, illustre Signore, il Pietro l’Eremita che l'ha bandita: la vostra leale parola, ministra, eloquente della divina vendetta, ha pronunciato l’anatema solenne, ha fulminata la civile scomunica, ed il governo napoletano è ormai messo al bando della cristianità e dalla umanità,

Ben si addiceva ad un illustre figliuolo della gloriosa e potente Inghilterra, maestra unica ed esempio luminoso di libertà e di ordine, levar la voce contro tanta ignominia e scelleratezza: la tutela degli oppressi fu la più invidiabile prerogativa dei forti; e Voi l’avete nobilmente adoperata. Al plauso della illibata vostra cosciente piacciavi aggiugnere l’omaggio di riconoscenza, che cordialmente vi profferisce con tutte le forte dell'anima ogni onesto napoletano. Ben diceste, non essere uomo, che sia tanto amato ed ammirato dai suoi concittadini quanto Carlo Poerio è dai Napoletani, ma oggi essi confondono nelle loro benedizioni e nei loro voti il nome della vittima, dell’inclito martire con un altro; col nome del coraggioso difensore degli oppressi, dello inesorabile avversario dei carnefici, del franco amico del vero, col nome dell'uomo, che ha trovato nel suo cuore tesori di affetti verso i perseguitati, d’ira magnanima verso i persecutori, col nome di Guglielmo Gladstone.

Torino 6 agosto 1851.

Di Voi, molto onorevole,

obbedientissimo e riconoscente

GIUSEPPE MASSARI
























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