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IL SOLE e IL PARLAMENTO due giornali nella Napoli luogotenenziale di Zenone di Elea (20 Luglio 2019)

IL SOLE – GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA

dal N. 1 al N. 15

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IL SOLE GIORNALE
POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
dal N. 1 al N. 15
IL SOLE GIORNALE
POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
dal N. 16 al N. 29

Anno I – N° 1 Napoli — VenerdI 2 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

Al NOSTRI LETTORI

Noi non impiegheremo molte parole per esporre con chiarezza il nostro programma: vogliamo l'Italia una, con i suoi confini naturali, e metropoli Roma; vogliamo la nostra patria, libera da ogni soggezione straniera, governata costituzionalmente dalla illustre casa di Savoja.

Il fatto innegabile che di ta’ cose oggi più tra noi italiani non si discute, segna già una splendida conquista, poiché concorde su questi grandi scopi è tutta quella nobile parte, che rappresenta l’intelligenza, la forza, la vita della nazione; e ciò à principalmente assicurato quegli stupendi successi, che ci àn conciliato la stima, e l’ammirazione del mondo.

In quanto a’ mezzi può esservi tuttavia qualche divergenza per condurre a termine l'edilizio incominciato: ma allorché vi è schietta lealtà nelle intenzioni, questi diversi modi di vedere non serviranno, che a rendere più energiche ed efficaci le novelle istituzioni dello Stato. Per quello che riguarda politica esterna. noi terreni conto di alcuni dati già messi, e da’ quali sarebbe ormai stoltezza il voler prescindere, non sconosceremo però che la prudenza deve andar congiunta all’ardimento, e che la gelida circospezione mal si addirebbe ad una esistenza, la quale si trova nel periodo più bollente della sua giovinezza.

L’opera egregia della formazione di una Potenza Italiana uscita dal campo sentimentale delle aspirazioni, ed entrata nello stadio laborioso della realtà, richiede oggi il nostro concorso, la nostra abnegazione, i nostri maggiori sacrifizii. Noi soprattutto delle provincie meridionali abituati al riposo, al sonno della schiavitù, è d’uopo che ci destiamo, che i mettiamo al lavoro, e che ci persuadiamo una volta per sempre, che in colossali intraprese non si raccoglie momentaneamente il frutto degli sparsi sudori.

Le profonde trasformazioni, indispensabili per condurre la nazione dallo stato di laceramento all’armonia dell’unità, producono un doloroso perturbamento d’interessi, di cui solo ci compensa la prospettiva del bene avvenire. Esagerare i mali presenti alla mente confusa delle popolazioni, obliare quasi i vantaggi del domani, è rendere più malagevoli le difficoltà della transizione, è mettersi ciecamente nelle fila di combattenti, di cui non si dividono né le tendenze, né i fini.

Il governo à commesso de’ gravissimi errori, e noi li esamineremo ogni volta che occorrerà discorrerne, non per astiosa recriminazione, ma per opportuni insegnamenti, e possibili emende, onde richiamarlo sul sentiero meno disastroso, ed agevolare al paese il passaggio di questo aspro stadio di crisi.

Le nostre meridionali provincie sono cadute in uno stato di languore, che facilita immensamente le mene perverse de’ nostri eterni nemici: la sicurezza, e la tranquillità vi sono compromesse con scandalo in Europa, e con danno d’Italia. Noi non toccheremo delle cause di questo deplorevole disordine, quando ciò dovesse solo servire a far la storia, o ad inasprire le passioni de’ nostri caratteri tempestosi: ma nulla taceremo allorché potrà uscirsi da un falso indirizzo, o metter termine a qualche male; diremo senza riserva la verità a’ governanti, ed a’ governati, la diremo anche a questi severamente, poiché i vili adulano i popoli come hanno adulato gli oppressori, né carezzano i vizii, né secondano le aberrazioni.

Con siffatto intendimento noi intraprendiamo questa pubblicazione periodica. Daremo a’ nostri lettori una cronaca degli avvenimenti, che si svolgono giornalmente in Europa, in America, e negli altri principali stati del globo: descriveremo le istituzioni de’ paesi, che sono con noi in più intimi rapporti, e vi aggiungeremo le biografie di tutti gli uomini che si trovano. e che in seguito appariranno sulla scena politica. Contemporaneamente terremo dietro a tutti gli atti del governo, e li discuteremo con imparzialità, occupandoci assidui degli ordinamenti economici, giudiziarii, ed amministrativi.

Coi sentimento del dovere noi ci accingiamo a questo lavoro solo per rendere qualche liève servigio alla nostra patria; e se le forze non ci basteranno all'intento, abbiamo fiducia, che non ci mancherà quella indulgenza, che il pubblico sempre accorda a’ propositi onesti, ed alle buone intenzioni.

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I BRIGANTI

Tutta la stampa oggi discorre del male più che pesa su queste province meridionali, vogliam dire il brigantaggio.

Iborbonici ed i clericali, esagerando il numero e l'importanza di queste orde di masnadieri, non temono di appellare i briganti: i salvatori della patria, i difensori del dritto divino, ed un giornale reazionario, che si pubblica in Napoli, addivenne così spudorato da chiamarli valorosi guerrieri che difendono il principio della nazionalità oppressa dai piemontesi… Ma a questi gazzettieri che fecero ridere e fremere l’Europa scrivendo panegirici de'  più vulgari tiranni de’ tempi moderni, non può darsi altra risposta che il disprezzo, sendo stati condannati da un pezzo dalla pubblica opinione.

Altri per vece gittan la colpa di questi mali tutta sul governo e dicono che fu grave errore l'aver congedato i soldati; gravissimo aver voluto stringer lega co’ borbonici. Ma la prima querela non ci sembra gran fatto vera, poiché la maggior parte de’ soldati non furono congedati dal governo ma dalla rivoluzione.

Molte diserzioni ebbero luogo in Sicilia, molte altre a Reggio, cinquemila soldati si sbandarono a Monteleone, undicimila comandati da Ghio in un’altra terra di Calabria; 4 mila comandati da Caldarelli, molti altri in Puglia, moltissimi altri ancora in Napoli, quando giunse Garibaldi: ed è a tutti noto come inseguiti dalle truppe italiane, quattro o più mila soldati avesser preso la volta di Roma e consegnate le armi a’ Francesi.

IlGoverno adunque non ha rimandato altri a casa loro se non quei di Gaeta — Certo con più savio accorgimento si sarebbero potuto organizzare le milizie mobili della Guardia Nazionale, certo ancora il governo avrebbe raggiunto meglio lo scopo, se si fosse con maggiore studio posto a riordinare l'amministrazione delle province, a far sentire l’imperio della legge dovunque, a scegliere uomini di fede inettamente liberale, a saper con più pratico modo richiamar questi sbanditi; ma é certo ancora che il brigantaggio trae principale origine da due fatti indipendenti dalla volontà del governo.

Questi due fatti sono l'esser Roma la fucina di tutte le reazioni Europee, essere quella Città il nido in cui tutti i reazionarj di Francia di Spagna e di Austria sono accorsi per operare di concerto contro l'esistenza di un Regno che dovrà in breve mutare il dritto pubblico. Ed il secondo fatto è la conseguenza logica dell’iniquità de’ borboni i quali vollero partendo lasciare gli ultimi ricordi delle guerre cittadine onde fecero inutilmente versare sangue italiano, perché i germi della discordia e dell’ira non venissero mai meno. Or come è a credere che i vinti di Gaeta e di Capua, richiamati sotto le bandiere fossero accorsi volenterosi e avessero steso la destra a’ loro vincitori?

Ma il brigantaggio è l'ultima eredità che ci han lasciato i borboni, e l'ultima gloria di quella famiglia la quale stimò unica sua gloria educare i popoli all’ignoranza ed alla corruzione.

Sessantadue anni or sono Fra Diavolo e gli altri eroi di quella natura, infestavano queste province. Quando la libertà era spenta e i più intemerati cittadini avevano mozzo il capo dalla scure del carnefice, i briganti borbonici, messe a sacco e a ruba le case, uccidevano e stupravano, e nel largo della reggia arrostivano le membra de’ liberali, mangiandosi i cuori. L’ultimo de’ borboni non viene meno alla nobile tradizione degli avi suoi, ed a Mamone e Fra Diavolo, tien dietro Chiavone e suoi complici.

È fama che quando Ferdinando II era presso a morire avesse detto: avvenga pure una mutazione politica, io ho ordinato le cose in questo paese in guisa, che 40 anni di anarchia non possono mancare. Egli infatti lasciava un clero che, salve poche onorevoli eccezioni, è corrotto, ignorantissimo ed avido di guadagni. Egli lasciava un popolo senza scuola, senza lavoro, e senza strade, non avvezzo a rispettare la legge, ma il capriccio e l'intrigo. Egli lasciava un’aristocrazia che, tranne le onorevoli eccezioni, è la più ignorante di quante né abbia l'Italia. Egli lasciava in fine un esercito senza disciplina e vero valore militare, che fu costretto a dare all'Europa un dolorosissimo spettacolo.

Oggi il borbone di Roma ed i suoi agenti che percorrono queste province han ripetuto, in mille guise, a’ chiamati sotto le bandiere, che saranno detti, scomunicati, che andranno a morire per Venezia; dall’altra parte esortano i contadini al saccheggio ed alle uccisioni, affermando esse via più agevole ed ampia per andar dritto in paradiso. I soldati che furono educati a reputare lor gloria rader la barba a’ liberali in via Toledo. non vogliono morire in battaglia, e codardi ed ignoranti, diventan ladri e saccheggiatori. Ecco l’origine del brigantaggio, al quale se il governo poteva certo porre da prima un freno, non avrebbe però potuto del tutto impedirlo.

Oggi conviene che questo gran male del brigantaggio abbia fine al più presto possibile; i mezzi scelti dal Generale Cialdini son tali da farci bene sperare dell’esito. Noi abbiamo piena fiducia in lui. Oramai la causa de’ borboni non può trovar difensori negli uomini onesti di tutta Europa, non potendo nessuno associare il suo nome a quello de saccheggiatori che uccidono e fuggono.

Oramai l'Europa deve intendere che il brigantaggio è la più chiara prova dell’impotenza de’ borbonici, e di quanto li abborrano i popoli. Sono già tre mesi da che i briganti scorrono le campagne e, se né togli i furti e le uccisioni, di che cosa sono venuti a capo? Son tre mesi e questi briganti soccorsi da Roma, non han potuto entrare in una sola città delle nostre provincie, contendendosi solo di aggredire qualche piccolo villaggio e fuggire, respinti e. battuti dovunque dalle guardie Nazionali, che volenterose accorrono in nome dell’Italia e di Vittorio Emanuele. E pure è appena scorso un anno da che un eroico uomo, con solo mille animosi, da Marsala giungeva trionfante in Napoli.

Oramai l'Europa deve intendere ch'è un infamia permettere che in Roma si organizzi una reazione a d. 'nno del nostro popolo, e s’impedisca al governo italiano di poter combattere i suoi nemici, ed inseguirli insino a’ loro covili.

Diremo altra volta i modi che a noi pajono acconci per porre fine al brigantaggio; oggi ci piace solo conchiudere affermando che interesse di tutti i buoni è di pacificare questa meridionale parte d’Italia; di armarci e di aspettare il momento in cui potremo combattere i nostri nemici nella loro sede principale.

E se i briganti ci dessero il modo di entrare in Roma, noi veramente renderemmo lor grazie; ed allora invero anche Francesco II avrebbe grandemente cooperato all’unità Italiana.

NOSTRE CORRISPONDENZE PARTICOLARI

Torino 28 luglio 1861

Il tema di tutte le conversazioni è sempre il prestito: e né vale la pena, poiché realmente questa splendida operazione finanziaria è uno di quei fatti capitali e culminanti, che guarentiscono l’avvenire della nazione, ponendo in grandissima luce il credito ond’essa gode all’estero. Ieri al giorno non ci era di certo in tutta Italia persona più lieta e più contenta del cav. Balogi, ministro delle finanze: e né aveva ben d’onde. Dopo pochi mesi di ministero, all'inizio di un nuovo Regno, la dimane della costituzione di una nazione, fare un appello al credito europeo, e riceverne una risposta che proprio ero follia sperar è tal caso, di cui un ministro d finanza ha tutti i d ritti di menar vanto e di essere soddisfattissimo.

Il segreto sulle condizioni del prestito fu serbato religiosamente fino all’1 ¼ pomeridiana di ieri. Fino a quel momento nessuno né sapeva nulla: il ministro Bastogi non aveva confidato il suo segreto, se non al presidente del consiglio. Gli altri ministri né vennero informati, allorché ieri poco prima dell’1 p. m. venne loro comunicato il decreto, con cui quelle condizioni erano determinate. Son lieto di potervi aggiungere, che i modi usati dal cav. Bastogi verso i banchieri esteri qui accorsi per partecipare ai prestito sono stati tali da accattivarsi sempreppiù la loro simpatia. Iersera in città non si parlava di altro. I banchieri esteri non rifinivano dal lodare il ministro per la squisita delicatezza, con cui tutelando i sacri interessi dell’erario italiano, aveva saputo non ferire nessuna suscettività. Tra i soscrittori è per una somma assai cospicua il signor Koenigswarter, deputato al Corpo legislativo di Francia, uno dei pochi coraggiosi difensori della causa italiana in quell’assemblea. Egli parlò nobili ed eloquenti parole sull'Italia dalla tribuna francese. ed ora col fatto ha dimostrato quanto la sua fiducia fosse sentita e profonda.

Molte scommesse eransi impegnate sul probabile ammontare del prestito: coloro che avevano scommesso a favore della più alta cifra non si aspettavano a vincere così completamente, o per meglio dire, così abbondantemente.

Quando la sottosezione era chiusa giungeva l’annunzio di una domanda di 70 milioni all’incirca per parte di case olandesi: ma fedele osservatore delle regole e delle prescrizioni fissate il mostro fu costretto a rifiutare questa offerta. mediante la quale la somma sottoscritta avrebbe ecceduto d miliardo. Ciò prova, come realmente sia prossima anche per parte del governo de’ Paesi-Bassi la ricognizione del nostro italico Regno.

Ad so a compir t’opera ci vuole un buon risultamento della sottoscrizione nazionale, la quale si apre domani e si chiuderà lunedI ad otto. I capitali indigeni non saranno di certo né meno fiduciosi né meno solleciti, di ciò che sieno stati i capitali forestieri.

— Leggesi nella Nazione del 30:

Pubblichiamo le seguenti osservazioni del signor Tito Lardelli sull’opuscolo uscito testé in luce per i tipi Le Mounier sotto il titolo la Soluzione della questione Romana, e sotto la forma di indirizzo all’imperatore de’ Francesi. Le osservazioni del signor Cardelli ci sembrano molto giuste e molto opportune, ed è per questo che noi le abbiano accolte nelle colonna del nostro Giornale.

LA SOLUZIONE DELLA QUESTIONE ROMANA.

Riuscì mai sempre di offesa, ed in specie allorché l'autore di un pubblico scritto serba, sotto un governo libero, l’anonimo, abusare impunemente del nome del popolo. Un opuscolo testé venuto alla luce in Firenze pe’ tipi Le Monnier col titolo: La soluzione della questione romana, viene dall’incognito autore dedicato a Sua Maestà Napoleone III Imperatore de’ Francesi in nome de’ Romani.

I Romani per altro, i quali non sanno nulla di quale autorità si serva l’autore per parlare pubblicamente in loro nome, non intendono riconoscere quest’atto illegalissimo, e quindi ne fanno la più ampia protesta, affinché serva di regola a chiunque osasse genericamente rinnovarne le cause nell’avvenire. Se i Romani hanno creduto parlare all’Imperatore de’ Francesi, hanno inviato a lui una deputazione apportatrice di un loro indirizzo ricoperto da migliaia di firme.

Non vogliamo noi fare un esame critico di detto opuscolo, né lo avremmo pur citato, se non fosse stato per le ragioni suddette. Avviseremo solo in genere essere la questione romana di tale delicatezza ed ormai sì svolta, che crediamo maggiormente recarlesi giovamento, col non andarne ad investigare inutilmente nuove teorie che possono spessa danneggiarla, anziché giovarla nell’opinione pubblica.

Certo si è che tutti coloro i quali convengono nella necessità di-dover serbare al Papa un territorio qualunque, la minima sovranità terrena, mostrano non conoscere la questione romana né dal lato politico, né dal lato religioso, rinnegandosi in tal modo dal punto di vista politico la morale santissima che giustifica e consacra la nostra rivoluzione dinnanzi al dritto delle nazioni e d’innanzi a Dio; dal punto di vista religioso, il bisogno vero del Cristianesimo e di quel Vangelo che garantisce, anzi assicura alla Chiesa là sua indipendenza nella sola coscienza di quel Pontefice, di quell’Episcopato e di quel Clero che sappia, nonché non sovraneggiare, dare l’esempio della sottomissione e del rispetto alle leggi dello Stato.

È questo il modo unico onde devesi riguardare la questione romana, ed alla sua soluzione non occorrono ormai che i fatti, nel che convengono tutti i romani scienti de’ loro bisogni religiosi e politici, in nome de’ quali tutti, si firma il sottoscritto Tito Carrelli.

NOTIZIE ITALIANE

— In una corrispondenza del Corriere Mercantile da Torino, 27 luglio si legge quanto segue:

Il Ministero pare deciso di non rispondere alle accuse contenute a suo riguardo nella lettera del conte di s. Martino. Questa determinazione dicesi consigliata dall’interesse del paese e dalla voglia di non aggravare la discussione spiacevole durante la crisi del Sud, ma il pubblico non rimane certo con impressioni favorevoli al Ministro dell’interno.

Parlasi sempre e con maggior insistenza d’una modificazione del Gabinetto attuale. Ieri a sera correva la voce che oltre Minghetti dovessero anche ritirarsi Bastogi e Peruzzi; i loro successori sarebbero Rattazzi all’interno, Pepoli alle Finanze, Depretis ai Lavori Pubblici, Lamarmora riassumerebbe il portafogli della Guerra. Non so quanto vi sia di vero in tutto ciò; vi dò questa notizia per debito di cronista. Vorrebbesi, a quanto si assicura. formare un Gabinetto di conciliazione. È certo però che Lamarmora giorni sono fu qui a Torino e pare che abbia avuto più d’un colloquio con Ricasoli. Il di lui ingresso al Ministero della Guerra sarebbe non inopportuno allo stato attuale delle cose. purché non avesse l’idea di cangiare l’organizzazione dell’armata impiantata da Fanti, giacché allora saressimo sempre al fare ed al disfare tanto nocivo all’erario ed all’esercito. Se si limiterà a raffermare la disciplina militare e se si applicherà ad accrescere il numero e l’istruzione dei soldati sarà certamente un buon acquisto per l’Italia, ma se vorrà ristabilire il suo sistema spenderemo milioni inutilmente. In quanto a Bastogi è già realmente da lungo tempo che egli ha espresso il desiderio di ritirarsi, avendo accettato di entrare nei Ministero per pura compiacenza e quasi colla condizione di restarvi finché fosse compiuto l’imprestito. Per quanto poi il successore, che gli si designa dalla voce che corre o che vien fatta correre, possa essere persona dotata di molte cognizioni finanziarie, sarà però difficile che possa superare l’abilità dimostrata dal Bastogi in questa circostanza, per etti ad unta che la situazione commercio e della politica, europea sia più che mai intricata o per conseguenza poco favorevole ad una nuova emissione di rendite pubblica, tuttavia ha saputo destreggiarsi così bene che a vece di subire la legge dei Banchieri ha potuto loto imporre la propria, tenendola, ben inteso, ristretta nei limiti del possibile. Pel Peruzzi, in verità non vi sarebbe plausibile motivo per spiegarne la dimissione, ma vogliono che ciò provenga da incompatibilità di umore con qualcuno dei successori dei suoi colleghi. Eccovi quanto corre a tale riguardo nei crocchi politici della città.

Questa mane nella chiesa di s. Giovanni ebbero luogo i funerali per la memoria di Carlo Alberto. La chiesa addobbata a lutto era piena di cittadini d’ogni classe ed età per far atto di ricordanza a quel Sovrano che iniziò in Italia l'era politica della penisola. Il Corpo diplomatico, le autorità politiche civili e militari, come pure i Corpi costituiti assistevano a quella mesta funzione. Il maestro Lamberti di Cuneo produsse in questa circostanza una sua nuova messa stata eseguita colla più gran maestria dall’orchestra della reale cappella. La musica fu trovata dagl’intelligenti assai pregevole in alcune sue parti, e fu soprattutto notato come il Lamberti avesse abbandonato il metodo teatrale seguito dai più in tali sorte di lavori conservandosi sempre severo e grave quale conviensi ad una musica funebre.

— L’Opinione Nationale ritorna sull’affare delle armi depositate in Castel Sant’Angelo. Esso riferisce, anzi tutto una lettera, diretta da Roma, 20 luglio, all’Ami de la Religione dalla quale giova estrarre i seguenti passi;

Il Governo pontificio acquistò dal re di Napoli i cannoni, i fucili ed il materiale da guerra, eh’ erano stati trasportati nel forte Sant’Angelo per cura dell’autorità francese.

I cannoni ceduti sono in numero di 48, otto rigati, e quaranta di calibro ordinario. Essi sono in buonissimo stato, e furono trasportati nei magazzini del nuovo arsenale che ora si costruisce dietro il palazzo del Vaticano. Gli affusti ed i furgoni sono danneggiati, ma sarà facile il ripararli.

I fucili, i moschettoni e le sciabole hanno bisogno di alcune riparazioni, prima di essere rimessi nelle mani dei soldati. Una parte dei fucili sono a pietra ed ora si darà mano subito a trasformarli in fucili a percussione; operazione, come si sa. molto facile. L’arsenale e la fonderia del Vaticano racchiudono tutti gli elementi per una buona e pronta esecuzione di questo lavoro.

L’acquisto d’un materiale da guerra così considerevole sarà motivo probabile di molte supposizioni. Importa di prevenirle e di far notare che, dopo la battaglia di Castelfidardo ed il memorabile assedio di Ancona, il Governo Pontificio si trovava quasi del tutto privo di materiale da guerra. Fu duopo acquistare all’estero i fucili che ora sono nelle mani dei soldati pontificii. I magazzini d’armi erano vuoti, ed era una saggia previdenza il pensare a provvederli.

Una eccellente occasione si era presentata; il ministro delle armi l'accolse con sollecitudine, e non si potrebbe che felicitarsene altamente con lui.

A questa dichiarazione, l'Opinione Nationale risponde che, primieramente, il papa, difeso a Roma dalle truppe francesi non ha bisogno d’armi e di armati. Poscia domanda da chi la Corte romana abbia acquistato quelle armi.

Francesco II non aveva il diritto di venderle, come i Francesi non avevano quello di lasciarle prendere. In ogni paese il materiale da guerra appartiene allo Stato e non al re. Ora, lo Stato napoletano è oggi rappresentato dal Regno d’Italia, che la Francia à riconosciuto: il re di Napoli ha cessato di esistere per il Governo francese.

La cessione di cui si tratta ci pare, sott’ogni rapporto, deplorabile. Si ordiscono a Roma tanti intrighi dopo la caduta di Gaeta, e le autorità pontificie diedero a Francesco II tante prove di simpatia, per non dire di più, che l’acquisto delle armi consegnate nel forte Sant’Angelo può e deve inspirare al partito liberale le più legittime inquietudini.

— Leggesi in una corrispondenza che da Torino scrivono alla Nazione:

Avrete veduto ieri nella Gazzetta di Torino una breve nota nella quale si dichiarano infondate le voci di crisi ministeriale. Quella nota venne inviata al giornale dalle segreterie di Piazza Castello, ed a quanto io so, essa esprime esattamente il vero stato presente delle cose. Non è in fatti presumibile che il ministero pensi a sciogliersi quando non è ancora compiuta la pacificazione delle provincie napoletane. La lettera del corte di San Martino al conte Gallina, dopo la esplicita dichiarazione fatta al Senato dal barone Ricasoli, che il ministero aveva preso tutte le deliberazioni relative alle cose di Napoli all’unanimità, non può non obbligare i varii membri che compongono il gabinetto a stringersi sempre più fra loro. Non prestate dunque fede alle notizie che potessero correre di modificazioni del gabinetto. Del futuro non possiamo rispondere, ma per ora un corrispondente coscienzioso non potrà sicuramente farsi eco delle voci che si vanno spargendo dai novellieri nei caffè di Torino. Potrebbe ben darsi che molte speranze avessero a rimaner deluse!

Vengo assicurato che il governo francese ha posto a disposizione del nostro ministero detta marina una rilevante quantità di. macchine e di attrezzi per le costruzioni navali che si trovano ora nei cantieri di Brest e di Tolone.

— È giunto in Genova l’onorevole conte Pasolini, governatore di Milano, nell’intento, a quanto ne si dice, di visitare que’ pii stabilimenti e farne tesoro nelle migliorie da introdursi negli stabilimenti di cui va splendida la città di Milano, ieri, accompagnato dal vice governatore Magenta, dal marchese G. C. Gentile deputato degli spedali, dal dottor cav. Ramorino Ispettore dell’Ospedale di Pammatone, visitò questo grandioso stabilimento, prendendo le più accurate nozioni sull’amministrazione dei medesimo.

Sarebbe utile a nostro avviso che da qualche nostro amministratore si facesse altrettanto, si visitassero cioè e studiassero gli stabilimenti pii di Milano e d’altre parti a ragione iodati per saggia amministrazione, per prendervi quel buono che per avventura mancasse ai nostri.

— Il corrispondente parigino della Gazzetta di Milano dice sapere di buon luogo che il signor Ferini è aspettato à Parigi,dove si incontrerà coll’imperatore. «Credo, soggiunge il corrispondente. che l’ex-dittatore dell’Emilia debba da parte del barone Ricasoli insistere presso l'imperatore riguardo all’imperiosa necessità di finirla colla quistione romana. Napoleone III ha molta stima per il cavaliere Farini, e la scelta non poteva essere migliore per un ambasciatore di confidenza.» Registriamo questa notizia senza assumerne la responsabilità.

—Se non siamo male informati, la già decretata succursale della Banca nazionale italiana verrà aperta nella città d’Ancona verso la metà del prossimo settembre. Così anche quelle province potranno godere i vantaggi d’una istituzione, che introdotta nelle più cospicue città del Regno, si manifestò sempre un mezzo potentissimo alla prosperità del commercio. (Corr. delle Marche)

— Il barone Aimè d’Aquin, che rimaneva finora a Napoli quale incaricato d’affari di Francia, ricevette testé dal governo imperiale l’ordine di chiudere quella legazione, consegnare gli archivi al signor console generale Solange Rodine e di imbarcarsi.

—S. Ecc. l’inviato straordinario di S. M. il Re di Svezia e di Norvegia presso S. M. il Re Vittorio Emmanuele II è partito per far ritorno a Stoccolma.

Prima di lasciare l’Italia, il generale de Bildt volle visitare i lavori di traforo del Moncenisio.

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Una lettera di Garibaldi

— Il generale Garibaldi, inspirato sempre dal suo vivissimo ed operoso amore per la causa de’ popoli oppressi, ha indirizzata la lettera seguente riprodotta dal Diritto alla tanto benemerita contessa Dora d’Istria, nata principessa Ghika:

Caprera 16 luglio 1861.

Signora!

Con ammirazione e riconoscenza lessi la vostra magnifica lettera: essa afforza in me l’opinione,che da lungo tempo io nutro,che la donna sia chiamata dalla Provvidenza ad avere la prima parte nell’emancipazione delle nazionalità oppresse e nell’annientamento del despotismo e della superstizione. — Voi avete ragione, o signora, la teocrazia papale è la più orribile delle piaghe da cui il mio povero paese è afflitto, diciotto secoli di menzogna di persecuzioni, di roghi e di complicità con tutti i tiranni d’Italia, resero insanabile tale piaga. —Ora, come sempre, questo vampiro della terra degli Scipioni sostiene il suo corpo corrotto, eroso dalla cancrena, colla discordia, colla reazione, colle depredazioni, colla guerra civile: porge pretesto alla dimora di armi straniere e colla maledetta sua influenza impedisce ad una generosa nazione di costituirsi. Malagevole è la nostra missione, o signora, molti ostacoli si hanno ancora da superare: ma le mutue simpatie delle diverse nazioni d’Europa, l’unanimità di scopo e di progresso, che le lega, sicché stringendosi la mano mirano alla stessa poeta d’emancipazione, sono sicure guarentigie de! buon esito della crociata umanitaria. Tra la patria vostra ed il popolo italiano esistono tante cause di affezione che vi parrà cosa naturalissima che io, per mezzo vostro, indirizzi ai vostri prodi concittadini un consiglio che io credo abbia a giovare all’interesse generate.

L’Ungheria trovasi oggi in condizioni assai delicate. Il popolo ungherese che sui campi di battaglia della, libertà italiana cementò la sua fratellanza con noi, inerita particolarmente la cooperazione dei popoli dell’Europa orientale, la cui causa è identica alla sua. Serbi, Croati, Dalmati aderirono alle aspirazioni nazionali de’ Magiari 1 Moldo-Valacchi debbono imitare un tale esempio, ed io metto illimitata speranza nella vostra alta influenza sui compatrioti vostri per stringere il nodo fraterno che deve oramai tenere unite le razze orientali colle razze sorelle del centro e dell'Occidente d’Europa.

Quando i popoli furono tratti a combattere l’uno con l’altro dalla malvagità de’ tiranni, essi accrebbero la potenza di questi tiranni medesimi. Ove i popoli ri amino e sieno concordi, secondo le leggi dI Cristo e dell'umanità, per essi si realizzeranno i sogni di prosperità che in ogni periodo della nostra vita abbiamo accarezzati.

G. Garibaldi.

NOTIZIE STRANIERE

—La Patrie del 26 luglio ha notizia da Vichy, secondo le quali la salute dell’Imperatore è eccellente, e S. M. fa ogni giorno lunghe passeggiate.

—Secondo il Globe. il pranzo 'ministeriale ordinario avrebbe avuto luogo il 31 luglio a Trafalgar-Greenwich. Credesi che il Parlamento sarà prorogato il 6 agosto per commissione.

— Si legge nel Times del 25:

Oggi un consiglio di gabinetto sarà tenuto a Osborne, e le mutazioni nel governo che noi annunziammo lo scorso lunedì, saranno, con una sola eccezione, compiute. In primo luogo la dimissione di lord Herbert, già inviata, sortirà un effetto formale. Le speranze, colle quali questo popolare ed abile uomo di Stato lasciò l’Inghilterra, non furono realizzate. Né l’abbandono dei suoi doveri officiali. né il cambiamento d’aria produssero un miglioramento nella salute di lui da giustificare l’aspettativa di un sollecito ritorno del nobile lord al disimpegno del pubblico servigio. È stato necessario quindi di scioglierlo da ogni ufficiale responsabilità, e da ciò nacque il bisogno di nominargli un successore. Questa è l’unica causa di mutazione nell’attuale distribuzione degli offici del governo. Tranne per ciò è probabile che lord John Russell non avrebbe voluto ora disturbare la quiete di Downing-Street, e che ninna necessità vi sarebbe stata di rimuovere o cangiare l’attuale stato. Noi abbiamo ogni possibile ragione di deplorare un’afflizione che non solo ci priva di un ottimo pubblico funzionario, ma che origina anco una serie di cambiamenti, i quali sono di non lieve momento.

La nuova distribuzione degli offici conseguentemente al vuoto lasciato dal ritiro di lord Herbert differisce, come abbìam detto, in un solo particolare da quelli già annunziati. Sir Giorgio Lewis lancia l’Interno pel Dipartimento della Guerra. Sir Giorgio Grev diviene segretario dello Interno, e così viene a vacare il ducato di Lancastro. Il signor Cardwell, ora segretario per l’Irlanda, con seggio nel gabinetto, lascia l’uffizio, e, conservando il suo posto nel gabinetto, succede a Sir Giorgio Grey come Cancelliere del Ducato di Lancastro. Il nuovo accomodamento del Segretario per l’Irlanda differisce da quello che si era predetto. Sir Roberto Peel deve succedere al signor Cardwell in quell’officio, ma senza seggio nel gabinetto. Noi crediamo che sia stato notato come il gabinetto sia adesso molto p»ù numeroso di quello che occorra, e che i precedenti sienò in favore del non essere il segretario per l’Irlanda un uffizio dI Gabinetto. Ecco tutte le mutazioni accadute per ora. L’etichetta della vita officiale esige che alcuni nuovi cambiamenti si facciano negli uffici di Sotto-Segretario degli Affari Esteri e di Sotto-Segretario della guerra; ma per adesso sono sospesi, aspettando una futura discussione ed il momento acconcio.

— In un carteggio da Vienna del 27 luglio leggesi: La destra ricomincia a mettersi in campo nella Camera dei deputati. Smolka protestò contro i modi. usati dalla presidenza nel chiamare all’ordine. Il cav. di Schmerling rispose all’interpellanza de’ deputati triestini che nel ginnasio superiore la lingua d’insegnamento sarà la tedesca, nell'inferiore l’italiana.

Jeri |a seduta della Camera de’ deputati fu procellosa, a cagione d’un conflitto tra il presidente ed il deputato czeco Brauner nella discussione della legge su’ feudi. Fu tolta a Brauner la facoltà di parlare, dopo ch’egli era stato ammonito quattro volte a non uscir d’argomento. In conseguenza di ciò, i deputati czechi e polacchi lasciavano subitamente la sala. Alla seduta d’oggi però, que’ deputali riapparvero. Smolka protestò, in nome de’ socj del suo partito, contro il procedere del presidente nella seduta anteriore.

— La rappresentanza civica di Pest nominò il barone Vay a rappresentante onorario. I conti supremi decisero di continuare a reggere conforme alle leggi del 1818, finché ne verranno impediti dalle baionette. (Gazz. dI Ven.)

—Il Giornale tedesco dI Francoforte, scrive pure a questo riguardo quanto segue;

«Le voci relative ad un imminente ravvicinamento tra la Russia e l’Austria si rinnovano e sono recate da ogni parte con una certa sollecitudine. Tuttavolta fino a questo momento esse sono prive di fondamento.

«In ogni caso questo ravvicinamento come può operarsi, senza che a Pietroburgo si rompa completamente colla politica seguita fino al giorno d’oggi? Questo cangiamento dovrebbe essere necessariamente preceduto dalla dimissione di Gortschakoff. Ora un tale avvenimento non sembra imminente».

—Lo Czas di Cracovia reca il seguente carteggio in dal7, dj Varsavia, 22 luglio:

Jeri una gran massa di popolo (alcune migliaia di perone) assembrossi innanzi alla casa del console inglese, «all’angolo delle vie Masovich e Santa Croce. Un’apposita (deputazione entrò nell’abitazione del console e gli presentò una corona di fiori, sulla quale eranvi le parole «Graz e alla nazione inglese per la sua partecipazione agli interessi della Polonia! — Varsavia, 22 luglio. —»

II console accolse la corona; e nel medesimo istante il popolo proruppe nel grido di gioia di evviva la nazione inglese? Una voce rispose allora dalla finestra del consolato: evviva la nazione polacca! Il popolo rinnovò i suoi evviva all’Inghilterra, gettando centinaja di corone di fiori nella casa del console.

Dopo questa manifestazione, che seguì nel maggior ordine, la folla si disperse. Alcuni minuti dopo comparve un distaccamento di soldati e di poliziotti, ma le strade erano già vuote.

L’ufficio funebre per il principe Adamo Czartorvski tenuto in Varsavia il 22 luglio venne, come è noto, ordinato dall’arcivescovo Fralkowski. — La cerimonia cominciò alle sette ore antimeridiane e vi prese parte tutto quanto il clero di Varsavia. Il numero degli accorsi era così grande che la spaziosa cattedrale non si potè capire. Allorché dopo la cerimonia l’arcivescovo si recò alla sua abitazione furono a suo malgrado staccati i cavalli dalla sua carrozza, fra le grida «viva il nostro arcivescovo» e il popolo trasse la carrozza fino davanti alla sua abitazione. Dopo ciò l’arcivescovo dispensò dalle finestre la sua benedizione alla raccolta moltitudine.

— Leggesi in una corrispondenza dell’Independance che:

«Il ritiro del principe di Gortchakoff è considerato come niente affatto inverosimile, e che la dimissione di Kisseleff, ambasciatore di Russia a Parigi, è spiasi un fatto compiuto, se sono vere le voci che corrono nei circoli diplomatici. Secondo queste voci, il generale conte di Kisseleff avreBbé Sérittà una lettera allo czar Alessandro per esporgli che la «uà età molto avanzata, e la fatica richiesta dai doveri d’una incessante attività, gli fanno temere di non aver forze sufficienti per occupare degnamente un posto che, in un'epoca così agitata come la presente, richiede energia e lavoro continuo. In conseguenza egli pregò lo czar di volerlo esonerare da ogni funzione diplomatica e permettergli di rientrare nella vita privata.

ULTIME NOTIZIE

— Il conte de Launay, ministro d'Italia a Berlino, è arrivato a Baden, latore di una lettera autografa di Re Vittorio Emmanuele a S. M. il re Guglielmo di Prussia.

—Lunedi, è partito per Parigi il cav. Costantino Nigra, ministro plenipotenziario presso S. M. l’imperator Napoleone.

—Rileviamo dalla Gazzetta uffiziale che S. M. ha incaricato il signor marchese Caracciolo di Bella, deputato al Parlamento, di una missione straordinaria presso S. M. il re di Portogallo per notificargli di avere assunto il titolo di Re d'Italia, Sappiamo che il marchese partiva il 1. ° agosto, accompagnato dal cav. Ulisse Barbolani, regio incaricato d’affari.

—Il generale Fleury deve essere giunto il 30 a Vichy e vi ha motivo a sperare che le comunicazioni che egli farà all’imperatore saranno favorevoli alla vostra causa. Abbiamo sempre osservato che tutti quelli che sono stati in Italia ritornano in Francia animati da sentimenti favorevoli alla causa italiana; — L’imperatore ritornerà a Parigi il 28 o il 29 e partirà per il campo di Chalons nei primi giorni di agosto.

— Si aspetta a Parigi il re di Svezia. Quanto al re di Prussia è probabile che egli venga fino a Chàlons. V'ha chi cerca di impedire anche questa visita, ma dopo tutti i discorsi che si sono fatti, un rifiuto da parte di re Guglielmo sarebbe cosa assai grave.

—I giornali di Berlino e di Vienna dichiarano falsa la notizia di un ravvicinamento tra l’Austria e la Russia. Dal canto nostro siamo costretti, quantunque a malincuore, a credere alla esistenza di sforzi fatti dalle due corti per arrivare ad un accordo. La Russia e l’Austria si dispongono ad affrontare gli avvenimenti che potessero sorgere, essendo che la incertezza dell’avvenire è un argomento di grave preoccupazione per quei due governi.

— La Russia tien dietro con inquietudine ai progressi delle idee liberali non soltanto in Polonia, ma nelle stesse provincie interne dell’impero. Il governo russo deve avere serii timori quando lo vediamo risolversi in questo momento a richiamare sotto le bandiere 150.000 soldati. Quella risoluzione non fu sicuramente presa senza gravi ragioni.

Copenaghen 28 luglio

Iersera è arrivato qui il marchese di Torrearsa, inviato in missione straordinaria di S. M. il Re d’Italia. Egli è stato ricevuto al suo sbarco da un aiutante di campo del Re, dal governatore della fortezza e d’altri ufficiali, in mezzo a numerosa folla.

Egli ha quindi ricevuta una deputazione della cittadinanza di Copenhaguen, mentre la popolazione ingombrava la piazza, acclamando il Re d’Italia e facendo una dimostrazione con fiaccole e bandiere.

Alla sua partenza da Stoccolma il marchese di Torrearsa ebbe una nuova manifestazione della popolazione. Egli è stato accompagnato da tre battelli a vapore per lungo tratto di mare, su cui era folla con musica.

Il Cardinale di Napoli

— L’altro ieri il Questore della città di Napoli, accompagnato dal suo Segretario generale, recavasi presso il Cardinale Arcivescovo, e dopo avergli ossequiosamente baciato la mano, gli disse con bei modi come Sua Eminenza farebbe bene a lasciar Napoli. Il Questore venne a tale conclusione col suo porporato interlocutore, dopo avergli dimostrato che il di lui sacro nome trovavasi immischiato in tutte le mene reazionarie. Sua Eminenza ripose che ella in Napoli attendeva soltanto alle pratiche di religione, e che non avrebbe mai desistito da questo suo sacrosanto dovere. Sua Eminenza diceva il vero, perché, a come la pensano le Eminenze, è pratica religiosa anche il mettersi in corrispondenza con Chiavone, Bosco, Antonelli e compagnia. Il Questore però pare che la pensi altrimenti, perché cortesemente insistette sulla partenza da Napoli. Sua Eminenza protestò contro le cortesi insistenze, e disse che si sarebbe allontanata da Napoli solo quando venisse costretta dalla forza—Ebbene, avrete la forza, soggiunse il Questore, e fu puntuale nella sua promessa. Verso le otto di sera i delegati della Questura si presentarono a Sua Eminenza, e le fecero sapere che una carrozza aspettava nella via, e nel porto un vapore. Verso le nove e mezzo il vapore partiva per alla volta di Civitavecchia. ed ora che scriviamo Sua Eminenza respira le aure imbalsamate dal potere temporale del Papa, ed è lieto d’aver lasciato questo atmosfera appestato di liberalismo. Iersera appena divulgata la notizia della dolorosa partenza, il popolo napolitano accorse in folla sotto il palazzo della foresteria ad acclamare il Generale Cialdini, il quale avea data sì opportuna e desiderata disposizione.

La partenza del Cardinale di Napoli, mentre à messo la gioia in ogni cuore onesto ed animato da’ sensi di umanità e di patriottismo sincero e verace, à sgomentati ed inviliti i più audaci e spudorati retrivi. Le sagrestie che nei giorni passati brulicavano di gente fanatica e pinzochera, la quale correva a prendere l'imbeccata dai rodomonti in abito talare, che davano per bella e attuata la ristaurazionc borbonica, e spacciavano il governo impotente a dappoco — questa mattina abbiam veduti quei sacri luoghi da buon tempo cangiati in profani convegni reazionarii, deserti o frequentati appena da qualche fanatico devoto che con accenti sommessi si facea a confortare lo sconsolato parrocchiano per le sciagure avvenute e da avvenire.

Da molto tempo circolavano sinistre ma vaghe voci intorno alla condotta che il Cardinale teneva verso il nostro Governo; ma una carta che ci è venula fra mani è di tale importanza che non lascia più alcun dubbio intorno ai preparativi reazionarii diretti dal prelato napolitano. Alcuni preti intimi confidenti del Cardinale sono andati distribuendo a tutti i confessori una carta intitolata Regola per la Confessione, raccomandando a nome del prelodalo arcivescovo!a scrupolosa esecuzione dei precetti in quella carta contenuti. È vero che la prelodata Regola era firmata dalla sola Sacra Penitenzieria romana, ma S. Eminenza napolitano era in obbligo di sapere che per legge canonica e per antichissima consuetudine del regno una carta qualunque di Homo non può esser promulgata tra noi senza il Regio exequatur.

Perché la brevità delle nostre colonne c’impedisce di trascrivere per intero la menzionata scrittura, ne riportiamo solamente i punti più rilevanti, i quali (bastano a spiegare tutto il pensiero di quella santa regola. Essa è scritta a domande e risposte.

1. D. È lecito cantare il Te Deum in occasione della promulgazione dell’intruso governo, o in altre analoghe circostanze?

«R. No.

«2. D. Può recitarsi nelle messe o nelle altre funzioni la colletta prò Rege, qualora fosse ordinato dal governo invasore?

«R. No.

«4.° D. È lecito illuminare la propria abitazione in occasione della inaugurazione del nuovo governo, ed è lecito indossare coccarde o fascio tricolori?

«R. No.

«6.° D. È lecito arruollarsi nella guardia cittadina o nazionale, che dal governo intruso viene ordinata a suo sostegno nelle province usurpate?

«R. No.

«8.° D. Che deve dirsi di quei soldati, che contro la loro volontà sono ascritti e fanno parte della stessa guardia?

«R. Possono tollerarsi purché sieno pronti, quando può loro riuscire senza grave danno a disertare la propria bandiera.

«9° D. È lecito ai parrochi dare l’elenco chiesto dal governo per la guardia nazionale o per la leva militare?

«R. Debbono rifiutarsi, e rimaner passivi se loro è fatta violenza.

«14.° D. È lecito il giuramento proposto dal governo intruso nei seguenti termini: Giuro fedeltà ed obbedienza a Vittorio Emmanuele Re d'Italia, e suoi successori; giuro osservare lo statuto ed ogni altra legge dello stato pel bene inseparabile del Re e della patria Italia?

«R. Non è lecito. Solo può esser tollerato un giuramento di obbedienza passiva.»

CRONACA INTERNA

— Ieri sera oltre cinquanta popolani, istigali non sappiamo da chi, andarono sotto la casa di qualche deputato reduce da Torino, e si posero a fischiare— Quanto questi moti anarchici siano da deplorare non è chi noi vegga: disonorerebbero il paese se non fossero de’ fatti speciali.

— Nella provincia di Lecce si sono, formale molle colonne di Guardia Nazionale che la percorrono in tutta la sua estensione. La popolazione è tranquilla, e s’agita talvolta per le esagerate notizie che vi giungono dalle lontane province. Dopo la fucilazione di 11 refrattarii i soldati sbandali si presentano a torme nei capiluogo di circondario. Le condizioni di quella provincia si son fatte migliori, quando l’energia del governo si è palesata nel seguente fatto: In Brindisi alcuni vecchi borbonici scambiando, troppo grossolanamente, il Cavour (vapore) per un legno carico di truppa spedila, dicevan essi, da Francesco II, ad accender la rivolta in questa Provincia, incominciavano a menar festa. La Polizia se ne accorse, e la notte li mise agli arresti. Sono tutte persone di riguardo e tra queste vi ha il canonico Guadalupi, e l’arcidiacono Tarantini —due arci-rispettabili membri del Clero Brindisino. La sera fu arrestato anche l’arcivescovo.

— Della provincia di Bari può dirsi altrettanto; la lezione che i briganti ebbero in Gioja fu tale che i più avventati reazionarii a quest’ora han dovuto rinunziare a qualsivoglia progetto.

— Nella provincia di Capitanata, tranne qualche fatto parziale di ricatti e di ruberie, non c’è niuno avvenimento d’importanza politica. I briganti raccolti nelle selve del Gargano trovansi affidate alle cure del generai Pinelli, il quale non tralascierà di ridurre alla ragione anche i reazionarii reverendi di quei villaggi.

— Di Basilicata non si hanno cattive nuove. La triste fine dei reazionarii di Auletta sarà memorabile per le province di Basilicata e di Salerno.

— Lo stato dei tre Abruzzi è soddisfacente; tranne la apparizione di una banda armata verso Rocca S. Maria in provincia «li Teramo, nessun altro fatto è venuto a turbare la tranquillità di quelle popolazioni.

— Dalle Calabrie non si hanno nuove di importanza; gli avanzi della reazione già repressa in provincia di Catanzaro. come si mostrano, cosi sono soffocati dalle forze di quelle medesime popolazioni.

— Le diverse bande delle provincie ili Caserta d’Avellino cominciano esse pure a cedere alla forza che da ogni punto le incalza. Da qualche giorno in qua non contano altra vittoria che il furto del procaccio che ieri l’altro da Avellino veniva a Napoli, e sempre di questa natura sono i trionfi dei campioni del diritto divino.

RECENTISSIME

— Cinquanta briganti ieri sera passarono dalla selva di Castellacelo nella selva di Sora. Si suppone siano zuavi pontifici travestiti.

— Da Reggio giungono notizie telegrafiche che in tutta la provincia vi è gran tranquillità.

— A Lecce continuano a presentarsi soldati sbandati.

—Ieri a Cuma verso la casina Poerio pochi carabinieri aiutati dalla Guardia Nazionale aggredirono quattordici briganti, dieci de’ quali sono rimasti uccisi.

DISPACCI TELEGRAFICI

Agenzia Stefani

Gazzetta Ufficiale: Nei tre ultimi giorni 28, 29. 30 luglio la reazione tentò un movimento simultaneo in parecchie provincie Napoletane, facendo dal confine Romano un tentativo nel distretto di Sora. Questi tentativi furono repressi immediatamente e vigorosamente. Le nostre perdite sono insignificanti. Cialdini pose sotto consiglio di guerra l’ufficiale che aveva ordinato la fucilazione di sei individui a Somma.



Anno I – N° 2 Napoli — Sabato 3 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

IL GOVERNO E LA PUBBLICA SICUREZZA

La quiete in queste estreme contrade d’Italia è senza dubbio compromessa. Il fatto è incontrastabile; esso è il soggetto di frequenti discorsi, è il tema di tutt’i giornali, in esso s'infiammano le più vive passioni, attingendovi le sue ultime speranze un partito definitivamente sconfitto: e il danno è immenso, perché si trovano esposte a pericolo nel tempo stesso le persone e le proprietà, perché l'intercezione delle strade paralizza la vita di una così gran parte dello stato.

Noi non discorreremo delle cause che lo àn prodotto, per disfogarci in inutili lamenti: ma insisteremo sopra di quelle, che né impediscono tuttavia la cessazione, ovvero che lo sostengono, e lo accrescono.

E di queste la principalissima noi crediamo ché sia l'assenza di molti pubblici funzionarli dalle loro sedi, e la condotta di un gran numero di essi, che non adempiono a’ propri! doveri; né ciò noi asseriamo a caso, ma sopra lettere autorevolissime, ché all'uopo esibiremo.

Mentre il governo si duole delle ambizioni smodate, della smania di chiedere impieghi, fino ad ora ha lasciato scoverti molti uffizi, con pubblico discapito, e parrebbe quasi che fosse cosi abbandonato, da non trovare uomini in qualche modo accettabili, che gli prestassero i loro servigi.

E cominciando da’ governatori ed intendenti i i nuovi non vengono, gli antichi si tengono precaria, mente a’ loro posti, come di passaggio, aspettando di giorno in giorno il rimpiazzo, quindi vivendo alla giornata, e non mettendo nessun amore ad un opera che richiederebbe coraggio, perseveranza ed abnegazione.

I giudici di mandamento, queste autorità tanto importanti. perché sono le ultime diramazioni del potere, l’influenza delle quali è stata finora siffattamente estesa, che non poteva distruggersi con un tratto di penna, molti giudici di mandamento non si trovano a’ loro posti. E per questo inconveniente così notevole di chi è la colpa, di chi la responsabilità?

Nè il malprò deriva solo dal fatto di que' magistrati, che si sono allontanati dalle loro residenze, ma da un numero non lieve di coloro, che vi stanno: sono essi animati dalla più vituperevole paura Ia quale infonde nelle popolazioni uno sgomento che né prostra le forze, e rende possibile ad un pugno di ribaldi di tener sossopra un intero paese. Tanto la paura che il coraggio sono veramente contagiosi, e si propagano con meravigliosa rapidità. Un prode guidato da altri si sarebbe abbandonato alla fuga.

Inoltre si è tolta la polizia a’ giudici mandamentali, si è data a’ sindaci, e si è rimasta in sospeso l'organizzazione delle Delegazioni di sicurezza per le provincia, ossia si e distrutta ogni cosa. Ma erari tempi questi d’affievolire per fino all’annullamento uno de’ mezzi più efficaci per governare? Nè discutiamo davantaggio se è stato opportuno; oppur no, metter su un nuovo sistema però ora che il vecchio si è distrutto, è egli ragionevole lasciar così il nuovo a metà? che si completi, e presto.

In quanto all'ordine giudiziario, accenneremo solo qualche cosa per ora, perché il campo è troppo vasto: ma il pubblico non sa reprimere la sua indignazione nel vedere in questa stessa città, sotto gli occhi del Segretarii del Dicasteri, con un Procuratore generale e quattro sostituti, con una vera squadra di accusatori, più di cinque giornali reazionarii predicare impunemente la rivolta, vilipendere le leggi, senza che tanti custodi di Astrea trovassero il mezzo di opporre un freno al tristo maleficio. E che? manca forse qui pure la forza per fare rispettare le leggi? o è una menzogna che le leggi siano audacemente violate? Il paese, che non può mettere in dubbio l'efficacia delle nuove istituzioni, finisce per sospettare che il governo sia impotente a farle eseguire, sembrando assolutamente assurdo, che si tenessero quì de magistrati, i quali obbliassero fino a questo segno i loro doveri. Con siffatti ragionamenti s'ingenera la credenza di una fiacchezza nel potere, la quale alletta alla insubordinazione gli animi più peritanti, e più vigliacchi, mette in movimento tutti gli elementi indisciplinati. E poi, che cosa abbiam visto? funzionarii, che non han disimpegnato con zelo gl'incarichi loro commessi, sono stati rimossi, per essere collocati in uffizii più cospicui: sissignore, se ciò ci si nega, noi diremo i fatti, ed i nomi; altri si son tolti surrettiziamente, o con rigiri, e senza quel benefizio che viene dall'esempio, e dalla pubblicità. In questo modo non si crea certamente nulla in un paese, che deve riordinarsi, ma si getterebbe lo scompiglio nelle più regolate amministrazioni.

Alle corte; che il governo cessi dalle titubanze, dalle incertezze, da discussioni interminabili: che, riserbando le innovazioni, i perfezionamenti a tempi più calmi, completi oggi in due settimane tutti gli organi delle pubbliche amministrazioni. Questo non è un lavoro, che deve pianamente miniarsi, ma eseguirsi a grandi tratti.

Che ogni funzionario sia al suo posto, né solo quelli, che àn rapporto alla sicurezza, ma tutti gli altri senza eccezione.

Né basta recarsi al posto, ma starvi impavidi con fiducia, con coraggio, non curando pericoli, non schivando disagi. Coloro che esitano, che allegano motivi di qualunque sorte, coloro che indugiano un giorno solo, coloro che impallidiscono, che immediatamente si destituiscano, e si segnino i loro nomi nel giornale uffiziale.

Si è sempre detto, che la questione degl'impieghi è una delle più ardue nel nostro paese: ebbene, qual più propizia occasione potrebbe richiedersi per risolverla? i vecchi, che avranno oggi adempito al loro dovere si saranno ribattezzati, i nuovi avranno concittadini.

Fanti e tanti dimandano impieghi, e perché si lasciano provincie senza intendenti, senza giudici, senza delegati di sicurezza? il governo vuol procedere con cautela in una bisogna così delicata: oh lasciamo stare queste sofisticherie, gli studii, gl'indugi non producono nessun b ne; qui gli uomini si conoscono poco, perché non vi è stato occasione di mostrarsi, né vi è, né vi può essere chi li conoscesse.

Assodate certe condizioni indispensabili di moralità, è giuocoforza pel resto commettersi all'azzardo e la prova, l'esperimento sarà quello che dovrà decidere. Con l'aggiunta d'irritanti parzialità, che era il solo risultamento delle ostentate indagini scru polose, così in sostanza si è praticato finora, così solo poteva praticarsi, ma nessuno è voluto riconoscere il sistema; quindi una lentezza, uno scontento di ciò che si faceva, mentre non poteva farsi altrimenti Dovunque succedono sconcerti, che se né chiami no responsabili gli agenti dei polere, destituendoli inesorabilmente, e dando al fatto immediata pubbli cità. Nè ci si venga dicendo, che spesso la questione è di forze; questo è un errore. Nel paese il numero di coloro, che vogliono ad ogni costo fa tranquillità è così grande, il numero de perturbatori è così pic colo, che solo quando l'autorità è incapace, inetta, scorata può lasciarsi sopraffare.

Si, lo sappiamo, tutti desiderano degl'impieghi, ossia un lucroso privilegio, una specie di abazie, o tutto al più una cura di anime, che solennemente dispensasse anche dall'obbligo della castità, ma nes suno intende sobbarcarsi ad un onere, che togliesse il sonno, ed il riposo, e che mettesse sugli omeri una terribile responsabilità. e o Nella mal celata gioia di raggiungere il potere, nella smania di chiedere impieghi da più alti a più piccoli, noi dobbiamo confessare con dolore, che si scorge interamente perduta la coscienza di questa chiara verità. Ciò né rattrista, perché se vediamo il male, scorgiamo altresì malagevole il rimedio, al quale dovranno strascinarci nostro malgrado a poco a poco le angustie stesse della situazione.

Noi, nemici di sterili declamazioni pubblicheremo i fatti, ed i nomi di tutti coloro, che essendo in uffizio, non adempiranno esattamente a loro obblighi, e principalmente di quelli, che mancheranno di fiducia nelle proprie forze, e si lasceranno governare da colpe le trepidazione.

Che tutt' pubblici funzionarii stieno al loro posto, che il governo ve li metta subito, e non precaria mente, o come di passaggio; che non si trattenga a miniare opere perfette, le quali infine riescono tanto più goffe quanto più presuntuosamente annunciate.

Che esiga che tutti adempiano al loro compito, e non ammetta mai scusa di nessun genere, per nessuna considerazione. Che chiami tutti responsabili de'  disordini, che avvengono né paesi da loro amminastrati; che li punisca severamente e sia sicuro di non commettere ingiustizia, perché LA TRANQUILLITÀ’ NOV SARA' MAI SCOSSA IN QUE’ LUOGHI OVE I FUNZIONARI NON AVRAN MANCATO DI CONFIDENZA, OVE NON SI SARANNO ABBANDONATI ALLA PAURA.

DIARIO POLITICO

— I giornali tutti discorrono delle stolte e ridicole sperante partito borbonico-clericale.

Il Pays schernisce con molta piacevolezza una lettera di Pietro Ulloa, ch’è una specie di programma. in cui l’ex-ministro dell'ex-re promette generosamente il perdono e l’oblìo del passato.

«Belle promesse davvero, osserva il giornale francese: quelli che sperano o preparano le reazioni ne hanno sempre piene le mani. Lo clemenza delle monarchie è sempre grande quando i troni sono a terra. Ma se il giorno della reazione arriva, si sente il bisogno di reprimere e di punire, si cercano eccezioni, s'istituiscono corti speciali e si si seminano i germi di nuove rivoluzioni.

«Del testo, continua il Pays, queste promesse non hanno fondamento. Crede forse il signor Ulloa che il governo distrutto in pochi giorni possa mai esser ristabilito? La caduta del trono borbonico, quella caduta sì immediata, sì subitanea, quella caduta già definitiva, quando il re, chiuso nella sua ultima fortezza, prolungava a Gaeta una difesa coraggiosa ma inutile, ha provato quanto poca solidità avessero le basi di un potere assalito da un pugno di uomini e abbandonato da un popolo che l’oppressione aveva spinto agli estremi.

«Il ministro di Francesco II promette al popolo il perdono della monarchia, ma da prima bisognerà sapere se la monarchia otterrà mai il perdono del popolo».

—Incoraggiati dall’imperversare dei briganti, i borbonici si maneggiano a Parigi con tutt’i nervi per fomentarlo.

— Sotto il titolo di Curiose Rivelazioni l’Opinione da la seguente smentita alla pretesa cessione della Sardegna:

Il Courrier du Dimanche ci reca oggi delle rivelazioni inaspettate. Esso ritorna sull’argomento del discorso del presidente del Consiglio nella discussione dell’imprestito, ne dà la seguente spiegazione:

«Si pretende che il sig. Ricasoli sarebbe stato indotto agli ardimenti del suo famoso discorso da uno scritto a trovato nel portafogli del conte di Cavour e nel quale sarebbesi trattato da una parte dell’abbandono della soluzione della quistione romana alla decisione del governo francese, e dall’altra d’un compenso territoriale in favore della Francia pel giorno in cui il governo dell’imperatore consegnerebbe Roma a Vittorio Emanuele. Si dice inoltre in Europa che il barone Ricasoli, veramente a inglese, come si sa, avrebbe sottomano e nell’ombra data comunicazione di questa singolare scoperta al gabinetto britannico per mezzo di sir. J. Hudson.»

Lo stesso Courrier, avvedendosi che queste notizie erano stravaganti ed incredibili, ha la bontà di chiamarle assurde, e di attribuirne la responsabilità a’ giornali tedeschi. Però esso le riferisce con tale compiacenza, che quasi mostra di crederci, quantunque assurde.

Delle due notizie l’una riguarda la politica del conte Cavour, l’altra il carattere e la politica del barone Ricasoli.

Rispetto al conte Cavour ciò che si riferisce è assolutamente contrario alle idee da lui manifestate ed ai suoi disegni. Se egli aveva dichiarato che a Roma non si può andare se nonché d’accordo colla Francia, non aveva fatto che riconoscere una necessità ineluttabile della nostra posizione e della politica generale d Europa... ma egli era ben lontano dal voler abbandonare alla Francia esclusivamente la soluzione della questione di Roma.

Quest’era la politica del conte Cavour, politica attiva, ma prudente, che mirava ad accelerare l’indipendenza di Roma. Il suo successore non può seguire altra politica: egli ha anzi reiterate volte dichiarato, che lo stesso programma sarebbe propugnato e svolto, e mostra di conoscer ben poco il suo carattere chi gli attribuisce altri intendimenti.

Come il conte Cavour era alieno dall'abbandonare la quistione di Roma alla Francia, cosi non poteva pensare ad offerire un compenso territoriale pel ritiro delle truppe francesi da Roma. È naturale che per compenso territoriale il Courrier du Dimanche intenda la Sardegna. Dopo l'articolo del Constitutionnel potrebbe parer superfluo il ritornar su questa quistione; però non è inopportuno il ristabilire i fatti ed ritoglierle incertezze, suscitate da’ nostri avversari.

Né la Francia potrebbe togliere un compenso di territorio per la restituzione di Roma all’Italia, né l’Italia potrebbe accordarlo. Non potrebbe La Francia, perché l'occupazione di Roma cagiona alla Francia molestie e spese senza alcun politico vantaggio, e mettendovi fine, non fa alcun sacrificio, e seconda invece i suoi interessi; non potrebbe l’Italia perché non possiede un palmo di terra che non sia italiano, ed il suolo italiano non si cade. E conviene aggiugnere chela Francia non ha domandato nulla. Tutto ciò che si è scritto e si ripete riguardo alla Sardegna è una mere ipotesi ed invenzione.

Forse ha dato origine la notizia che era corsa, alcuni mesi sono, di una proposta fatta al conte di Cavour di cedere la Sardegna al papa. Se questa proposta è stata presentata, non fu né dall’imperatore Napoleone, né da’ suoi ministri, né ufficialmente né in modo ufficioso; ma da qualche influente amico di Italia che reputavate una soluzione soddisfacente. Il conte di Cavour l’ha trovata tanto assurda, che non volle neppur fermarvisi sopra. Egli aveva compreso che. conceder la Sardegna al papa sarebbe stato lo stesso che staccarla dall’Italia e metterla sotto la protezione della Francia.

— I preti alla lor volta non stanno inerti, e concistori e bolle e prediche si vanno ripetendo in tutti i tuoni, e gli argomenti dell ira sono sempre l’Italia e l'imperatore dei francesi.

Il corrispondente da Roma del Movimento, a proposito del concistoro tenuto dal papa il 22, dice che fu prorogato fino a quel giorno per ordine espresso della Francia che aveva sentore di nuovi attacchi contro l’Italia e contro le potenze liberali nella preparata allocuzione. Questa fu castrata e corretta in tal modo che un cardinale non seppe ritenersi dal dire in una conversazione: «la nostra autorità temporale è gravemente malata, e i nostri medici di Parigi pretendono che noi ci curiamo con la malva».

«Per ottenere questo mutamento nella allocuzione il conte Goyon dovette parlar fuori dei denti a monsignor Merode, il quale ne è grandemente indispettito 11 dissenso tra questi due capi è grave e si è già manifestato in molti casi. Ora il conte di Goyon irato di questa guerra continua si ritrasse a Civitavecchia per alcuni giorni, e corre la voce ch’egli abbia chiesto all’imperatore d’essere sollevato da questo ufficio di protettore di gente che non vuole essere proietta.

— La situazione politica europea è sempre tesa. In tutti i luoghi vi hanno quistioni da risolvere, nazionalità da costituire, interessi diversi che vengono a lotta. L’alleanza austro Russo tanto predicata non pare abbia effetto; i giornali tutti ne dubitano o la smentiscono. A questo proposito leggasi nell'Independance belge:

«Al ministero degli affari esteri non si crede che questo ravvicinamento fra le due potenze del nord sia avvenuto. o, se vi si crede, non se ne temono le conseguenze.

«Si vuol mostrare alla Russia la stessa cortesia che seguì il trattato del 1856, e sono stati iteratamente pregati i corrispondenti officiosi dei fogli francesi ed esteri di evitare ogni parola che potesse spiacere alta Russia.»

Né diverso è il linguaggio dei giornali tedeschi:

L’Ost-Deutsch-Post dice che il celebre motto dei principe Gorciakoff: «La Russia non imbroncia, essa si raccoglie,» è oggi vero per tutte le potenze; le antiche alleanze di principio cessarono d’esistere; le nuove alleanze non potrebbero aver più che un carattere transitorio, una importanza puramente materiale. Il segno distintivo della nostra epoca si è di far senza delle alleanze. I governi devono cercare la lor forza nelle riforme interne e nell’applicazione di un reggente saviamente liberale.

Questa dottrina, l’abbiamo proclamata per i primi, l’abbiamo difesa costantemente per più anni, e difesa contro gli stessi fogli che illuminali dall'esperienza e coartati dalla forza irresistibile della verità, la scrivono oggi sulla loro bandiera. Noi ce ne congratuliamo con loro, giacché crediamo che errori confessati e ben sentiti non siano irreparabili.

NOSTRA CORRISPONDENZA PARTICOLARE

Da una nostra corrispondenza di Parigi del 24 luglio scorso, estragghiamo il brano seguente, che potrebbe avere tuttavia qualche interesse.

Finora a Londra, a Parigi, a Torino persone, che credono esser a parte de'  più reconditi segreti diplomatici, àn ritenuto che una convenzione era stata stipulata a Varsavia tra te potenze del Nord, convenzione che avrebbe avuto effetto sotto la riserba di certe eventualità; cosa che ben lungi di avere il carattere serio e pericoloso di una alleanza, rivelava meglio i germi occulti della profonda diffidenza, che ostili interessi alimentano tra quelle corti. Ed oggi infatti il riparlarci di nuovi tentativi per effettuire ciò che parecchi mesi dietro si riteneva già stabilito, prova le insuperabili difficoltà per giungere ad accordi quando si ànno tendenze e scopi affatto diversi. Le alleanze oggi tra le potenze di Europa non possono essere il risultato di risoluzioni prese la sera pel mattino, ma la conseguenza di preparamenti così lunghi e complessi, che più non dipendono dal semplice atto di una sola volontà; l’abilità dell'uomo di Stato sta nel sapersi avvalere di combinazioni possibili, ma non può mutare le leggi che regolano un sistema. Or come mai gli uomini che ànno una certa esperienza degli affari possono credere ad un prossimo ravvicinamento tra la Russia, te Prussia, e l’Austria in questo momento, per impiegare di concerto i loro mezzi? Ciò non potrebbe avverarsi che tra altri quattro o cinque anni almeno.

NOTIZIE ITALIANE

—La Gazz. Militare ha questa circolare del Ministero della guerra in data del 27 luglio:

Gli ufficiali provenienti dal servizio pontificio, come pure gli uffiziali provenienti dallo sciolto esercito delle Due Sicilie, i quali furono ammessi nell’esercito italiano ed assegnati ai varii corpi, reggimenti, comandi od uffizii militari, sono in obbligo di prestare giuramento ne’ modi e colle formalità prescritte dal regolamento di disciplina (§§ 1239 e 1240).

Gli atti di giuramento saranno trasmessi al Ministero, giusta per quanto si pratica per ogni ufficiale nuovo promosso.

Si compiaccia V. S. provvedere in quanto la riguarda all’eseguimento delle presenti disposizioni.

—Fra breve tempo saranno nominati i commissari di leva destinati per la Sicilia. Si ha tutto il motivo di credere che le operazioni della leva procederanno nell’isola con buon ordine e successo.

—Scrivono dai confini toscani che il nostro governo ha prese le volute misure per impedire l’invasione delle bande che si vanno organizzando nel ducato di Castro, nel Viterbese, preparate evidentemente allo scopo d'invadere i limitrofi paesi della Toscana. Un battaglione di bersaglieri ed uno squadrone di cavalleria sono di già scaglionati da Radicofani a Pitigliano, e altre truppe vanno collocandosi dalia parte di Chiusi e Cetona.

—L'affluenza del pubblico alla sottoscrizione pel prestito è grande in Genova, tanto alla Banca quanto presso i diversi intermedii che si sono stabiliti. Notevole è la quantità delle piccole quote, prova che il credito de’ pubblici fondi, e l'impiego in cedole dello Stato si popolarizza ognor più tra noi, anche per le piccole economie delle classi meno agiate. Le notizie che si hanno in proposito da Torino, da Milano, da Livorno fanno stimare ormai oltrepassato, ed in modo brillantissimo, il limite della pubblica sottoscrizione.

—La sottoscrizione per la Corona Nazionale Italiana a Vittorio Emanuele, accolta con favore nella penisola, non lo è meno, dice il Corriere Mercantile, presso le nostre colonie all’estero. Il dottore Luigi Pinna console generale d'Italia a Smirne ha testé fatto pervenire al presidente della Commissione in questa città l’egregia somma di lire 1239 raccolta fra i nostri connazionali colà residenti, — la qual somma rappresenta 4956 azioni. La Commissione ha pure ricevuto favorevoli riscontri da Algeri, Odessa e Taganrog ecc.

—Leggesi nel Corriere Mercantile:

Siamo pregati d’inserire la seguente lettera del generale Cosenz.

Pregiatissimo Signore,

So che molti degli ufficiali de’ Volontari desiderano qui venire per arruolarsi nella Mobile: fate loro conoscere che farebbero il viaggio inutilmente, perocché io ho un gran che fare per poter situare il grandissimo numero che qui vi ha, e che pretende essere della Mobile,

Vi saluto cordialmente e credetemi

Tutto vostro

Errico Cosemz

—Dal confine Mantovano, 25 luglio.

Gli Austriaci stanno per intraprendere nuovi ed importanti lavori, tanto nella fortezza di Mantova che in altri luoghi della sinistra del Po. Nel forte dI Pietole si vuol costruire una grande caserma ed una robustissima polveriera: altre polveriere verranno costruite negli altri principali forti de la città, forse ritenendo per certo che le attuali non potrebbero reggere ai nuovi proiettili. Anche il materiale della fortezza dovrà subire una radicale innovazione, continuando sempre I arrivo di affusti e piattaforme che si vogliono costruire poi sistema prussiano, ed anzi talune dice che sono fabbricati in Prussia (1); e si fecero venire anche due enormi mortaj da bomba.

Oltre alle dette opere che riguardano la sola fortezza, si dice doversi costruire una gran strada militare, che attraversi le Valli Ostigliesi, e che da Mantova, Verona e Legnano porti ad Ostiglia, Massa e Calto. Questa strada riescirà di grande spesa, occorrendovi numerose opere d’arte sopra i molti scoli e canali d’irrigazione che tagliano quelle valli; e poi i rialzi di terra riesciranno costosi, non potendola avere in quantità sufficiente dalle campagne laterali, essendo il terreno per cui si passa vallivo e tortuoso. Ancorché una tal opera sia per riescire lunga ed assai dispendiosa, non si tralascerà di intraprenderla quando dal militare sia stata dichiarata utile per una operazione attiva sulla destra del Po: alla quale non si è mai tralasciato di pensare agognando l’Austria di tentare qua più o mono prossima ristaurazione. Anche sulla destra del Po e nella valle di Sermide si costruirà un altro tronco di strada militare, e dicesi che fra Calto e Massa, e fra Sermide, Fetlonica e QuatreIle si sieno ricevuti molti materiali da ponte.

Dopo gli ultimi arresti di persone, sospette di eccitare e favorire le diserzioni del nostro esercite, non si sono più veduti altri disertori nella città di Mantova, e questo fa supporre che la catena sia stata rotta; ma è a desiderarsi che altri anelli vengano tolti ancora per cessare per sempre un tale scandalo.(Perseveranza)

NOTIZIE STRANIERE

Londra, 27 luglio.

GiovedI S. M. la regina tenne ad Osborne un Consiglio cui furono presenti il principe consorte, il conte Granville, il visconte Palmerston, sir G. Lewis, sir G. Grey, il signor Cardwell, il conte St. Germans, il visconte Sidney ed il conte Spencer. Al consiglio sir Roberto Peel prestò giuramento come consiglier privato, e prese seggio, il visconte Palmerston ebbe udienza da S. M. Sir Giorgio Cornewall Lewh ebbe udienza e ricevè dalla regina i sigilli del dipartimeoto della guerra, e consegnò a S. M. i sigilli del dipartimeoto dell’interno. Sir Giorgio Grey ebbe udienza da S. M., e consegnò i sigilli del ducato di Lancastro. Sir Giorgio. Grey prestò giuramento come segretario di Stato, e ricevé i sigilli dell’ufficio. L’onorevolissimo E. Cardwell ebbe udienza e ricevi dalla regina i sigilli del ducato di Lancastro, il conte Graville pure ebbe udienza. (Post.)

È positivo che sir Roberto Peel va in Irlanda come segretario, quantunque ancora non abbia abbandonato il suo seggio nella Camera. (Sum)

Secondo il Times del 27, il signor Layard sarà nominato sotto segretario degli affari esteri, il conte de Grey della guerra, il signor Baring del ministero dell’india.

— Leggesi nell’Independance:

La visita del Re di Prussia al Campo di Chàlons, è sempre affermata dagli uni è contestata e messa in dubbio dagli altri. Il fatto è che nulla fu ancora deciso, o almeno, che la risoluzione del sovrano prussiano non è ancora conosciuta, anche fra i circoli che per lo più ne sono sempre informati.

Ciò non impedisce ad alcuni novellisti di far correre la voce che il re Guglielmo non si limiterà ad andare al campo di Chàlons, ma che si recherà perfino a Parigi. È questa una induzione che si ricava, dai preparativi che si fanno alle Tuileries per il ricevimento di un ospite di distinzione. Questi preparativi per ora, da quanto sembra, non sono fatti che in vista dell'arrivo del Re di Svezia, la cui visita fu annunziata.

Di pari passo a tutte queste voci di visite reali, si prosegue a fare ogni specie di commenti e di congetture sui negoziati che si pretende sieno intavolati in vista di un ravvicinamento tra la Russia e l’Austria.

Uno dei nostri corrispondenti di Parigi ritorna di bel nuovo su questo argomento e sembra che inclini a credere, che le pratiche continuino, e che abbiano una probabilità di riuscita. Noi non possiamo che ripetere quello che abbiamo detto ieri: aspettiamo che la cosa diventi più chiara; ma fino a quel momento noi persistiamo a non attaccare seria importanza a queste voci.

È cosa degna però d’osservazione che il governo francese si sforza precisamente in questo momento di mostrarsi grazioso ed assiduo più che mai verso la Russia. I corrispondenti dei giornali esteri sarebbero stati pregati d’evitare ogni ostilità troppo marcata, ed anche ogni allusione sgradevole al governo russo.

L’impressione cagionata a Parigi dal rimpasto nel gabinetto inglese, potrebbe benissimo spiegare questa recrudescenza di amichevoli dimostrazioni del gabinetto delle Tuileries verso quello di Pietroburgo, e non fa d’uopo di cercarne altrove il motivo.

È più che probabile infatti che la nomina di Robert Peel al posto di Segretario per l’Irlanda, non sia stata accolta colla massima soddisfazione a Parigi t benché f onorevole baronetto non sia entrato a parte del Ministero. Peel è uno dei membri del Parlamento che hanno il più sovente manifestato delle diffidenze verso il Governo Francese; egli ha appoggiato quasi tutte le interpellanze di Kinglake sul annessione della Savoia e di Nizza; e di recente si è associato al discorso che questo tenne a proposito del preteso progetto d’annessione dell’isola di Sardegna alla Francia.

— Il Costitutionnel dice che, dopo prese delle informazioni sulla pretesa consegna d’armi fatta dalla Corte Romana a Francesco Borbone, è in grado d’affermare in modo positivo che queste armi sono ancora a Roma negli arsenali ove furono deposte.

Il comitato dirigente l’associazione nazionale ha convocato per mezzo d’una circolare tutti i membri in assemblea generale pel 23 agosto prossimo a Coburgo, Si spera che il duca regnante sarà di ritorno per quest’epoca dal suo viaggio p Londra, Le decisioni da proporsi dai capi del movimento e che verranno senza dubbio adottate dalla assemblea, saranno, a quanto assicurarsi, più precise o più energiche che pel passato.

Si domanderebbe ad ogni sovrano d’imporsi dei sacrifici personali e dinastici in favore deli’ unità germanica; cioè questi sovrani sarebbero invitati a dimettersi d’una parte de’ loro diritti speciali e della loro autorità in favore del futuro imperatore di Germania. Quest’ultimo potrà esser nominato per mezzo del suffragio universale per esercitare il potere centrale, appoggiandosi su d’un parlamento popolare che prenderebbe il posto dei delegati dei principi sovrani alla Dieta germanica. Tale è il risultato verso cui tendono tutti gli sforzi dell’associazione nazionale, D'altronde non è più il re Guglielmo I di Prussia che sarebbe proposto a candidato dei trono Germanico, ma bensì il più degno, quand’anche fosse uno dei principi più modesti fra tutti i sovrani tedeschi.

—Gli ultimi dispacci da Pietroburgo smentiscono le voci generalmente sparse da molti Giornali, d’una prossima modificazione ne) Gabinetto russo, Unto desiderata da quelli che vorrebbero che questo Gabinetto la rompesse con quello di Parigi, per secondare le loro mire dispotiche.

— Si scrive da Roma il 22 luglio al Temps di Parigi:

Nell’esercito d’occupazione ogni tre mesi succedono dei cambiamenti di guarnigione e di distaccamenti. I battaglioni ch’erano a Roma vanno a Viterbo; quelli di Viterbo passano a Frosinone; da Frosinone a Velletri; la guarnigione di Frascati dà il cambio a quella di Tivoli ecc. Non bisogna dimenticarlo che il corpo l'occupazione non ha il solo compito di tutelare la sicurezza del santo padre; ei sta a guardia di tutto quanto è rimasto di stato pontificio, è guardiano di tutte le frontiere.

Precisamente in questi ultimi giorni avvenne uno di quei cambiamenti di guarnigione: e come è di oso in tali occasioni, il generale de Goyon riunì gli ufficiali per tener loro il solito discorso di circostanza. Dalle parole del generale non trasparì la più leggera allusione al riconoscimento dei regno d’Italia; ei tenne un discorso identica a quello di tre mesi or fanno. La vostra attitudine nei distaccamenti, «diceva il generale agli ufficiali, deve essere la stessa d’altre tre volte. La politica dell’imperatore è assolutamente rivolta alla conservazione del dominio di San Pietro. Quest’è il programma della vostra condotta. Ei proibì nel modo più positivo a tutti gli uffiziali di mettersi in relazione cogli ufficiali piemontesi al di là delle frontiere, ricordando, in atto severo, d’aver inflitto la pena di quindici giorni d’arresto a tre ufficiali perché avevano dimenticato questa consegna Accettando un invito fatto loro dagli ufficiali piemontesi in Narni.

Sicché noi ci troviamo di fronte ai piemontesi come nemici, dicea un ufficiale uscendo da quella conferenza militare.

— Cosa mai dici? rispondeva un altro. — Non lo sai forse che le profezie del generale son destinate a non indovinarla mai? Non ti ricordi che quest’inverno al banchetto di Civitavecchia ei ci tenne un discorso come se noi dovessimo essere i difensori di Francesco II a Napoli?

Checché ne sia però, il carattere dei discorsi officiali del generale è chiaro da non ammettere ambiguità di sorta. Io per me vi espongo il fatto, lasciando a voi il cavarne la conseguenza che meglio v’aggrada. Per quel che riguarda gli ufficiali, vi dirò, che vedendo il loro generale sbagliarla sempre nelle sue previsioni, rammentando come quindici giorni prima del riconoscimento del regno d’Italia egli aveva loro assicurato che il Piemonte non poteva far altro che discendere, questi danno importanza del tutto secondaria alle di lui impressioni politiche, stando però sempre ligii alle consegne avute.

Nonostante il discorso del generale di Goyon, io ritorno con più insistenza d’altra volta sul progetto d’una guarnigione mista a Roma; non sono tanto ingenuo da crederlo realizzabile questo progetto; ritengo però che se ne proporrà l’esecuzione, e di questo io ne sono sicuro.

Può dirsi che si dica così al santo Padre: Essendo Roma indispensabile all'organizzazione del regno d'Italia: e voi rimanendo colà, potreste conservarvi la garanzia d’una occupazione francese a fianco degl’italiani fino a tanto che vela intenderete coll’Italia. Questa sarebbe, l’idea d’una guarnigione mista. È probabile che i diversi preliminari, e l'ultimatum stesso si ridurranno a questa conclusione.

FATTI DIVERSI

— Leggesi nell’Adriatico del 26 luglio:

«Il governatore d’Albano, uscendo di casa, trovò una gran bandiera tricolore italiana che sventolava al disopra del suo capo. Avendo fatto chiamare il brigadiere della gendarmeria, gli ordinò di toghe re quella bandiera insurrezionale, alche il brigadiere fece osservare che, non avendo sotto i suoi ordini che tre gendarmi, sarebbe stata imprudenza avventurarsi a levarla colla popolazione mal disposta e nemica — ragione alla quale il governatore si arrese. Ma come fare a toglierla di là?

«Si pensò a ricorrere all’autorità militare francese. L’ufficiale che comanda il posto di occupazione in Albano fu richiesto e pregato di far togliere da quel posto il vessillo, — ionon posso, rispose questi; Vittorio Emanuele fu riconosciuto Re d’Italia dalla Francia. —Ma allora, rispose il governatore, io non capisco più nulla... E il papa chi è dunque?

«Il papa? Ahi è vero, si, è giusto. Ebbene, tutto si può aggiustare. Pel papa io farò togliere la bandiera; ma pel nostro alleato farò ciò con tutti i riguardi militari possibili.

«E fu con musica e tamburi in testa e dopo i saluti militari. che la bandiera venne levata».

—Una vecchia ballerina inviò al santo padre lire austriache 500 colla seguente lettera:

«Giunta alla grave età di 78 anni, mi umilio nella polvere e piango amaramente d’aver cagionati molti scandali, ballando sui teatri per ben 25 anni, ed ammassate gioie e ricchezze con quell’arte diabolica. Alle angustie che soffre il governo di Roma oso io, indegna peccatrice, venire tenuemente in aiuto colla piccola somma di lire austriache 500 pel danaro di s. Pietro, implorando la s. benedizione e le preghiere per me, pel mio padre defunto, per mia figlia Carlotta, pei figlio di questa, Eustorgio e sua moglie Elisabetta, e pel nascituro o nascitura di lei, tutti i miei figli, nipoti e pronipoti, acciocché trionfino i buoni e periscano i malvagi (sic!).

—Gira per Roma una profezia attribuita a salita Brigida e tolta da un’opera stampata nel secolo passato nella quale si dice che quel pontefice il quale si rinchiuderà coi suoi assessori in quella cerchia che descrivono il Castel Sant’Angelo, il Vaticano e Santo Spirito, avrà a cuore veramente la sua sposa (chiesa), e qui potrà attendere pacificamente al suo san ministero.

Lettere da Roma alla Gazz. dell'Umbria assicurano che quel governo prosieguo a spogliare la città eterna dei migliori suoi capolavori. Buon numero di quadri di sommi Artisti e una rara raccolta di disegni preziosi vennero da ultimo spediti in Inghilterra ritraendone vistosissime somme.

—La polizia di Baden ha inviato a tutt’i governi la foto grafia di Becker (l’autore dell’attentato contro il Re di Prussia) con preghiera a coloro che lo riconoscessero di fornire tutte le notizie che potessero avere sul conto di lui.

—La Corte dei divorzi d’Inghilterra continua a pronunziare numerose sentenze. Nel 1860 furono esibite innanzi a quel tribunale 212 domande di scioglimento di matrimoni, e 62 istanze di separazione giudiciaria.

Sono già stati decisi 142 affari e le spese pagate dai litiganti sommarono a 60 mila franchi.

—L’Echo de l’Est dice che un fatto Spaventoso ha turbato la quiete della pacifica comunità di Mogneville: 8 persone sono rimaste avvelenate per aver mangiate de’ funghi: non prendendo rimedio a tempo e non supponendo qual fosse la causa della indisposizione che, dopo il pranzo, gli otto commensali risentirono, chiamarono troppo tardi il medico. Cinque di codesti disgraziati sono periti, lo stato degli altri tre ispirava sempre grandi timori.

UNA CIRCOLARE DEL MINISTRO MINGHETTI

«Consta al sottoscritte che il partite che s’intitola d'azione ha ricevuto nuovi eccitamenti dal Mazzini, onde in tutto il regno si ponga in opera ogni mezzo e si approfitti di ogni incidente per riaccendere e tener viva nel paese una sorda agitazione, che, impedendo al governo di assodare ovunque la tranquillità, serva ai ben noti suoi fini.

«E, poiché la calunnia, sparsa artificiosamente di pretesa cessione di territorii italiani ad estere potenze, non ha trovate alcuno ascolto presso l’universalità degli italiani, ha esso attualmente diramate istruzioni affinché si ricominci a diffondere la falsa voce che il governo del re ha riconosciuta l’integrità degli stati papali e a suscitare gli animi contro la presenza delle truppe francesi in Roma.

«La S. V. lllma sa quale sia la politica del governo di S. M. interno a questa questione politica ragionata (il testo dice sanzionata e giustamente) ripetutamente dal parlamento; né ignora similmente quante e quali siano le difficoltà inerenti a simile questione, quali è quanti i riguardi con cui deve essere trattata. Il gettarla quindi sull’arena delle piazze sfar di essa argomento delle popolari discussioni non solo porterebbe l'effetto di agitare pericolosamente le passioni, ma riuscirebbe fors'anche ad allontanare quella soluzione alla quale il governo non cesserà d’adoperarsi con ogni sforzo, di concerto col governo francese.

«Il vero scopo dell'agitazione che si vuol produrre non sta in ciò che si dice, ma piuttosto in ciò che si tace; non è tanto nel desiderio di vedere adempiere le speranze nazionali, quanto in quello di recare imbarazzi interni ed esteri al governo di S. M., nella cui forza essi trovano un insuperabile ostacolo ai loro disegni.»

«Premesso ciò, è debite del sottoscritto l’avvertire V. 8. lllma che il partite d’azione ha in animò di chiamare le nostre popolazioni a sottoscrivere una protesta sortita dal la nota officina di Londra contro l’occupazione di Roma per parte dei francesi.

«L'invito a firmare sarà dirette tanto ai colpi costituiti, quanto alle società private e ai singoli individui. I comitati di provvedimento, le associazioni ed i vincoli politici che furono istituiti nelle varie provincie del regno per opera di quel partito, useranno ogni mezzo per diffondere nel popolo la persuasione che la presenza della Francia a Roma è il solo ostacolo all’attuazione del gran concetto che, patrocinato dall'illustre uomo di stato, mancate in questi giorni all’Italia, forma sempre il cardine della politica dell'attuale ministero.

«Il soscritto ne dà avviso alla S. V. Ill.ma end’ella ai valga di ogni mezzo legale che sta in suo potere per illuminare le popolazioni da lei amministrate, le quali, tratte forse in inganno dalla forma non aspra né concitata della protesta che sarà loro proposta, potrebbersi lasciare illudere a sottoscriverla, credendo non far cosa nocevole, forse anche utile allo scopo in essa indicato.

«Non dubita poi il sottoscritto che qualora i modi impiegati per ottenere firma o adesione uscissero dal cerchio di quelli ammessi dalla legge, la S. V. Ill.ma non mancherà di usare di tutti i mezzi che valgono ad impedire e punire qualunque violazione del diritto comune.

«Il ministro

M. MINGHETTI»

ULTIME NOTIZIE

Da Parigi mandano al Diritto per telegrafo le seguenti notizie, che riferiamo senza assumerne la responsabilità.

«Sarà stabilita una ferrovia strategica litorale francese.

«Il Morning Post annunzia prossima la proclamazione dello stato d’assedio.» (dove?)

—Si scrive !n Parigi all’Independance Belge:

«Il viaggio del re di Prussia a Chàlons, su cui mi era astenuto di parlarvi da qualche giorno per mancanza di sufficienti informazioni, sembra veramente confermarsi.

«Il principe della Mosckova, tornato direttamente da Baden a Vichy; avrebbe recato, a quanto si dice, una lettera autografa di S. M. Guglielmo I, la quale non lascierebbe, più alcun dubbio sulla prossima effettuazione di questo fatto importante.»

— Sì légge nell’Independance Belge in data del 28:

«Ieri correva voce a Parigi che era quistione del richiamo del signor di Goyon, locché a quanto pare, sarebbe il primo indizio di misure più decisive.»

—Scrivono da Mantova 26, alla Sentinella bresciana:

Il 20 firmarono da Legnago dodici affusti per cannoni del più grosso calibro per essere ripartili in varii punti della fortezza.

«Dicesi che la villeggiatura del conte Persico da Verona, sita sulle alture di Taleggio. sia stata occupata dal militare per appostarvi pezzi d artiglieria prospicienti la riva opposta del Mincio: anche a Castiglione mantovano si eressero piattaforme per cannoni.

«Il comando militare, visto il rifiuto del vescovo di cedere il seminario, si è appropriato il ginnasio.

«L’ospitale militare che era a Governolo venne trasferito a Stradella vicino a Mantova, non essendo il primo posizione opportuna per un ospedale, ma eminentemente strategica.

«Al nuovo porto vengono erette muraglie grassissime con fuciliere; venne eretto un nuovo ponte levatoio.

 Il colonnello Ferri, capo del comitato modenese, che qui risiede in casa Marconi, e sempre al Poggio, località vicinissima al confine, per sollecitare le diserzioni dalia vostra armata.

«I disertori vengono per Venezia diretti su Roma, ove sono stipendiali ad ingrassare le bande de’ briganti dell’Italia meridionale. L’Austria ha rifiutato di arruolarli sotto le proprie bandiere, non per riguardo internazionale, come è facile comprendere, ma perché con una breve esperienza ha compreso che razza di canaglia siano questi pochi italiani che tradiscono la bandiera italiana. I comandanti di reggimenti austriaci nei quali venivano prima incorporali hanno poi solennemente protestato contro questi arruolamenti.

«Grave imbarazzo regna nel comando militale pella distribuzione degli ungheresi nelle diverse guarnigioni.

«Da ogni parte fuggono, e le diserzioni continuano ognor più a prendere vaste proporzioni.»

CRONACA INTERNA

— Ieri mattina una numerosa deputazione dei corpo degli studenti di Napoli si recò presso i tipografi dei giornali reazionarii, e con modi onesti e da galantuomini fece loro comprendere come fosse antinazionale ed empia l’opera che essi prestavano agli sconosciuti compilatori borbonici. Quegli egregi giovani, percorrendo poscia tranquillamente la via di Toledo, rivolsero una simile ammonizione a fiche ai venditori di giornali, i quali fecero all'istante scomparire dalle loro banche la Settimana, la Gazzella del mezzodì, l’Araldo e simili.

Con mastra meraviglia iersera abbiam visto che il Popolo d'Italia narra, questo fatto attenuandolo e biasimandolo. La dimostrazione degli studenti non è andata a sangue dei compilatori dell’italianissimo giornale. Eppure nel medesimo numero troviamo che la dimostrazione dell altro iersera contro alcuni deputati, da noi qualificata per anarchica, sia narrata con lo compiacenza di un impresario contento della riuscita del proprio spettacolo. Sapevamo che i compilatori del Popolo d’Italia pretendono che a certi cotali soltanto debba essere riconosciuto il privilegio di aver fatto l’Italia, ma non potevamo mai immaginare essi fossero anche sostenitori del dritto di privativa per dimostrazioni.

— L’altro ieri si adunò per la prima volta il nostro consiglio comunale. Il sindaco lesse il discorso inaugurale: poscia si discusse se la seduta dovesse essere segreta o pubblica, prevalse l’avviso della seduta pubblica, e si venne alla nomina di una commissione redattrice di quattro indirizzi: uno al Re d’Italia, uno a Garibaldi, uno al Luogotenente Cialdini, uno al Popolo di Napoli. Questi indirizzi saran letti e discussi nella prossima seduta di lunedI venturo, nella quale si tratterà pure dello stato discusso e dell’imprestito. Nell’indirizzo ai popolo si darà conto di ciò che il nuovo municipio ha fatto ed intende di fare. Secondo noi esso finora non ha fatto altro che adacquare tanto copiosamente le vie principali della città, da meritarsi il titolo di rugiadoso.

— Questa mattina all’alba pochi carabinieri han condotto arrestati circa venti briganti, fruito della caccia fatta di notte nei dintorni di Napoli. Anche ai pochi bersagliere che perlustrano il Vomero, la scorsa notte è riuscito d'imbattersi in un’orda di briganti, i quali dopo il primo scontro si son dati a precipitosa fuga, lasciando però dieci morti sul terreno.

— La notte del 29 figlio una banda di briganti disarmò il posto di guardie Nazionale di Ceree Piccolo.

— È stato arrestato in Guglionesi il capo brigante Stefano Monsignore. In Cicciano il 19 luglio 15 persone uccisero un certo Sabato Ardolino che non volle dar loro danaro; di poi bruciarono il cadavere.

— Nove malfattori il giorno 27 dello scorso mese sequestrarono nella Provincia di Cosenza un tal Nicola Ferraro, e il rilasciarono dopo avere avuto pel suo riscatto 4000 D.

— È stato arrestato dalla Guardia Nazionale di Monte Adorisio Antonio Grande uno de’ principali autori della reazione di Ripalda. Fuggiva accompagnato da due donne ed era ancora tutto lordo di sangue.

—Il 26 luglio i briganti di Principato Citeriore mandarono al Sindaco di Siano: Egli pervece mandò loro alcuni Bersaglieri che li fugarono uccidendone parecchi.

— Una banda di 17 persone fu disfatta presso Castrovillari. Era composta di briganti evasi dalle prigioni; e soldati refrattari.

— Nel circondario di Catanzaro si sono già formate tre compagnie di Guardie Nazionali mobili, ed altre due sono in formazione.

—A Reggio già son. pronte tre compagnie di G. Nazionale mobile.

— Il Generale Pinelli ha sconfitto le bande che infestavano il Gargano, Molti sbandati son fatti prigionieri, altri fuggono.

— Venti briganti han saccheggiato la casa del Signor Lancia, in Avella, principato citeriore.

—Il piccolo paese di Colle in provincia di Benevento è stato invaso da’ briganti, ed il Colonnello delle Guardie Nazionali mobili, signor Giuseppe de Marco è accorso sopra luogo. accompagnato da 70 soldati.

LE SCUOLE MAGISTRALI

Quanto è sentito in queste province meridionali di Italia il bisogno dell'istruzione popolare ce lo ha dimostrato l'Accoglienza entusiastica che in tutt’i Capo-luogli è stata fatta ai maestri colà spediti, i quali avendo aperto le loro scuole l’hanno viste immediatamente farsi numerosissime. Tutte le autorità civili, e militari, i capi d’arte, e chierici, e frati si sono affollati alle aperture, che si sono fatte il di 15 di. luglio.

Però non possiamo non lodare immensamente il proposito in cui è venuto il Rev. P. provinciale dei PP. Cappuccini della provincia di Aquila, il quale ravvisando nella nuova istituzione delle scuole popolari l'immenso bene che si potrebbe operare in prò della Società, ha inoltrata una dimanda al Signor Governatore di Aquila per ottenere il permesso d’inviare alla scuola Magistrale parecchi individui scelti fra le diverse Comunità Religiose dipendenti dada sua giurisdizione allo scopo di far poi, ripetere in Convento il corso Magistrale ai frati, e così trasformare molti Padri Cappuccini in zelanti educatori del popolo Oh! il bel pensiero! il veggano ora gli scrittori dell’Araldo, dell'Unità Cattolica, del Corriere del Mezzodì. Questo nel suo n. ° 22 si lamenta «essere ben triste le condizioni imposte alla stampa cattolica e conservatrice». Se invece quei reverendi compilatori e loro consorti intendessero il loro mandato d'istruire, ed insegnare il popolo, perché il sacerdote è fatto pei popolo non contro il popolo, non si acquisterebbe il disprezzo universale. Iddio, Reverendi, non si deride. Egli vede che avete sbagliata la strada, ed in mezzo al Clero fa sorgere esempi di carità evangelica da farvi arrossire le mille e mille volte.

L'ARRESTO DI GERVASI

Il Popolo d’Italia si fomenta dell’arresto del signor Gervasi, scrittore della Pietra infernale. La cagione dell’arresto non vuolsi trovare nell’opposizione che fa il Gervasi al potere; né si potrebbe arrestare un cittadino senza un processo. Ma ci vien riferito che il Gervasi sia stato arrestato per la dimostrazione fatta contro alcuni deputati. Noi non sappiamo se il Gervasi abbia avuto parte a questa dimostrazione. Certo in un governo libero, e costituzionale vi sono i mezzi per significare ai Deputati, che hanno frainteso il loro mandato, vi sono le lotte elettorali, la stampa, l'indirizzo e via via: ma vi è poi al mondo persona onesta di qualunque colore essa sia, la quale possa approvare simili villanie? i borbonici hanno per loro espressione il brigantaggio, i liberali d’ogni partito onesti hanno la stampa libera: sotto quale categoria possiamo noi segnare i dimostratori essi sono nemici del governo rappresentativo svinalleggiando i rappresentanti del popolo, non sono punto civili,ed urbani, giacché i mezzi adoperati sono stati vili, e plebei, e noi preghiamo il governo, che dia tali provvedimenti da far vedere all’Europa, come la pubblica opinione qui ha riprovato questi villani insulti fatti ai più onesti e leali cittadini.




Anno I – N° 3 Napoli — Domenica 4 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

NAPOLI 4 AGOSTO 1861

La Procura Generale presso la G. C. Criminale sta spiegando, e fa bene. un gran zelo nella quistione di gerenti de’ giornali. Fa piacere il vedere con che rigore punisce quelli che si son trovati anche in leggere contravvenzioni della legge, con che efficacia richiede che gli presentino il sospirato e rassicurante gerente anche quelli che non sono propriamente giornali. Persuasi da gran tempo della santità del principio dell’eguaglianza di tutti innanzi alla legge, noi non possiamo che applaudire di tutto cuore alla vigile sorveglianza con cui l’infaticabile Procurator Generale applica la legislazione de’ Gerenti ad amici e nemici, senza distinzione di colori, di partiti e di opinioni. La giustizia è una per tutti, e, come sapete, per soprassello è cieca; così è stata sempre, e così deve essere, ed è però ben fatto che supplisca alla mancanza degli occhi coll’eccesso del zelo.

Ma almeno il zelo non dovrebbe esser cieco, altrimenti manca allo scopo e non sene più a niente. Come diavolo voi che avete cosi fino odorato da accorgervi così astutamente del gerente che non sia in perfetta regola, e da fiutar subito dove è che manchi, non vi siete mai accorti che molti giornali che pur l’aveano, vi scrivevano ogni giorno sotto il naso mirabilia de’ Borboni, del Papa, de briganti, di Maria Sofia, di Chiavone, e vi prometteano di farveli trovar quando meno ve li aspettavate in casa; e mai non avete avuto l’idea di chiamar niuno di questi gerenti a dar conto di quel che esri col passaporto altrui si divertivano a scrivere. Nè questo è tutto; perché se qualche volta vi siete svegliato per chiamare alcuno di questi gerenti, e farlo condannare, mai non siete riuscito a fargli espiare un sol giorno di pena. E la cosa era andata tant’oltre che i poveri studenti che non han troppo l’abitudine di leggere i giornali se né son dovuti mischiare, e avendo scoverto quel che i vostri censori e segretarii non giungeano a vedere, sebbene pagati per leggere giornali, e han dovuto far da sé quel che voi non trovavate modo di fare, cioè punire sommariamente i colpevoli, i gerenti e i torchi.

È sperabile che dopo di questi esempli finirete per aprire un pò meglio gli occhi. Ed è sperabile che con voi li aprino altri ancora. Gli studenti, per esempio, han punito, a lor modo, la Settimana, ma chi dovrebbe pensarci non si è ancora accorto che nelle Ufficine delle Finanze è impiegato e tocca puntualmente il soldo dal governo usurpatore e straniero un pigmeo scrittore del gran giornale dell’autonomia.

Similmente la polizia che fino ad ieri ha lasciato fare, senza accorgersene, al Cardinale ed a’ legittimisti di Portici, tutto quel che volevano, non credo che si sia accorta che per Napoli bazzicano molti degli antichi uffiziali Svizzeri? Se dunque non se né era accorta, si tenga ora per avvertita; altrimenti sapete voi che né avverrà? Quando questi uniti a tanti altri teneri dell'antica polizia, riuscissero a far qual che cosa, subito la Settimana, l'Araldo, la Gazzetta del Mezzodì, l’Unità Cattolica vi scriveranno che il paese stanco dell’usurpatore, chiama a gran voce i suoi Borboni, e subito l'Unione i giornali di Roma lo ripeteranno, e voi colti un’altra volta alla sprovvista andrete cercando il rimedio al male quando è avvenuto, e la polizia sarà maravigliata de’ quotati che altri non essa, avrà scoverti la Procura Generale andrà bravamente cercando, per ristabilir l’ordine minacciato, quali pubblicazioni periodiche non abbiano ancora un gerente responsabile, e quali gerenti responsabili non siano attenti a porre la loro firma quotidiana a’ pericolosi giornali su cui è staro pato il loro nome.

IL PUNGOLO

Il Pungolo ch'è certo un giornale scritto con lodevole intenzione, spesso vien meno al suo intendi| mento, ed invece d’illuminare il pubblico, si. fa i sostenitore di sentenze strane e pericolose. Sono l'sei mesi da che ripete sempre in tutti i tuoni che il, governo nazionale ha avuto una grandissima colpa, quella di non dare pane e lavoro al popolo, quella di non promuovere la pubblica istruzione, creando le scuole popolari e tecniche. Il governo ha certo commesso molti errori, ma. non questi che gli addebita il Pungolo. In politica il sentenziare in su i generali è la cosa più facile di questo mondo. Con la penna e con la carta in un quarto d ora si riforma l'Europa, ma i allora non si avrà fatto altro che scrivere un romanzo.

Non basta il dire che bisognava dare pane e lavoro al popolo, riformare perfettamente le amministrazioni. creare le scuole tecniche ed altro, ma bisogna ben disaminare se tutte queste cose potevano aver (luogo ne’ trascorsi mesi ed indicarne il modo.

Nessuno potrebbe dubitare che il governo doveva sopra una vasta scala attuare i lavori pubblici in queste provincie meridionali d’Italia. Ma né aveva il modo? Vediamolo.

Le strade, i ponti, i porti, disgraziatamente non si fanno senza danari. Ora il governo italiano in quel tempo non né aveva né poteva trovar modo d’averne. Che nei mesi trascorsi l’entrate in queste provincie siano diminuite e le spese cresciute, è un fatto innegabile, ed è una conseguenza non nuova delle rivoluzioni. Ora qual mezzo vi era per aver danari? Il governo centrale di Torino non era più ricco di noi. Fare un prestito non si poteva, senza il concorso delle camere, ed in quel tempo poi nessuno vi avrebbe affidato i proprii capitali. In queste; provincie fu tentato un prestito, e non si trovò mo‘ do di farlo, perché in momenti di rivoluzione i capitalisti non potevano aver fede in un governo ancora non bene costituito, e non riconosciuto in Europa, i Non appena il governo vide aperte le camere legislative, presentò e fece approdare i grandi progetti per le ferrovie dell’Italia Meridionale, progetti che per attuarli conviene fare de grandi sacrifici finanziari, e che quando saranno compiuti, si vedrà in poco tempo moltiplicare la ricchezza di queste nostre belle provincie. Eppure quei giornali che davano dell’assassino al governo perché non metlea mano a lavori pubblici, incominciarono a gridare allo scandalo, al furto, alla spoliazione, quando lessero le condizioni con le quali avremmo avuto le ferrovie. Insomma si volevano i latori pubblici senza spendere, ed avere danaro senza fare sacrifizii di sorte. In vero colui che saprà spiegare questo problema sarà tenuto per paese ove vi hanno ancora due mila comuni in cui non ti è una sola scuola primaria; e non si può trovar modo d’indurre i municipi a crearle, perché i municipii son poveri. Il Pungolo esce sovente in declamazioni rettorirhe, le quali possono p avere agli uomini che van cercando il fantastico, ma non hanno il pregio della pratica utilità.

Il Pungolo negli ultimi numeri si fa un’altra volta a sostenere una tesi non meno strana. Egli dice. Voi volete governare da Torino, o uomini del Potere, e questo è falso sistema. Se non potete andare a Roma, venite a Napoli. Ora qui pria d’ogni altro, il Pungolo scorda che in fino ad ora noi non fummo governati da altri che da Napoletani ed in Napoli. I nostri consiglieri, segretarii ed altro ebbero tutto il potere nelle mani. Ma né han male, usato, esclamerà il Pungolo; è vero, ma la colpa non è dunque perché da Torino si voglia governar Napoli.

E poi questo argomento potrebbero farlo Milano, Firenze e Palermo, e noi torneremmo alle discordie, alle guerre chili, alla divisione. Ora ci dica chiunque ami l’Italia, se in questi momenti si pus sono metter su di tali quistioni.

La capitale degli Italiani è Roma e là debbono sempre essere rivolti i nostri desiderii. le nostre speranze. Noi dobbiamo averla subito, e non mettere in dubbio questo fatto. Ma per raggiungere presto lo scopo, bisogna armarci ed organizzarci.

Le difficoltà che si son dovute vincere in queste meridionali provincie d’Italia, sono state, alcune create dagli uomini e da’ governi, ma la maggior parte son venute dalle condizioni eccezionali in cui ci siamo trovati.. Le grandi rivoluzioni non si compiono senza grandi sacrifizii, senza il turbamento d’ogni ordine sociale, senza grandi mali, che sono però momentanei, da’ quali verrà tosto la luce e la verità. Basta leggere la storia.

La capitale degli Italiani è Roma. Quando il nemico è ancora sul Po e sul Mincio, non si potrebbe, senza compiere un grandissimo errore, mutare la sede del governo. Questo fatto è solo giustificato avendo la città eterna, e l’abolizione del potere temporale del papa, che è quanto dire spegnere la sorgente di tutti i mali passati e presenti d’Italia, e creare veramente la nazione.

Torneremo più a lungo su questo argomento.

NOTIZIE ITALIANE

–Leggesi nella Gazzetta di Torino: Le Marche sono continuamente in agitazione, perché in sistenti voci di brigantaggio si spargono fra le popolazioni.

Ancora non si è veduto un brigante su quel territorio, e pur tutti stanno in allarme ad onta che continue pattuglie di Guardia Nazionale e di truppe regolari perlustrino il confine. Non sarebbe questo un tentativo dei reazionarii per mettere un timore le popolazioni e pescare nel torbido? Ci giunge in questo punto la notizia che il generale Brignone si trova colle sue truppe alla frontiera dello Stato pontificio nelle vicinanze di Rieti. ove tutto è perfettamente tranquillo, né ancor furono visti i tanto temuti briganti.

– Leggesi nel Corriere delle Marche:

La notte dal 28 giungevano in Ancona notizie che i briganti si avvicinassero alle mura di Osimo. Si verificò in seguito che i briganti non erano che una riunione di giovani vagabondi, i quali gridavano Viva Pio IX, Viva Lamoriciére con qualche esplosione di feste. La La Guardia Nazionale accorse mediatamente, ne arrestò tre: gli altri si diedero alla fuga. La tranquillità pubblica non venne turbata.

— E nel medesimo giornale:

Si disse che da Roma partissero per l’Umbria e per le Marche alcuni tristi individui ai quali sarebbe stato bene tener dietro per isventare l’esecuzione dei noti progetti reazionari che qui venivano ad eseguire. Sappiamo che realmente si videro nei passati giorni alcuni ceffi sospetti, che il nostro uffizio di P. S. non mancò di sorvegliare!

Essi erano alcuni appartenenti alle disperse bande di Castelfidardo, muniti di medaglie e decorazioni papali, cui si diede ordine perentorio di lasciare Ancona nel più breve tempo possibile. Il vapore di Lloyd partito ieri alla volta di Trieste imbarcò questa non invidiabile mercanzia.

— Leggesi nell’Opinione:

Il generale barone Solaroli, aiutante di campo di S. M. è partito per alla volta di Stoccolma, incaricato di presentare a S. M. il Re Carlo XV di Svezia e Norvegia le insegne dell'ordine dell’Annunziata.

— Mentre sono poste in istndio presso il ministero della guerra tutte le quistioni riguardanti il benessere del soldato, sappiamo essere già stato dato l’ordine d«portare, a cominciare dal 1 agosto entrante, di 150 a 200 grammi la azione di caute e dI distribuire tutti i giorni il vino ed il caffè.

Quanto a’ corpi che non sono provvisti de’ viveri delle sussistenze venne portato a 10 centesimi al giorno l’aumento pel vitto del soldato.

Questo provvedimento cagiona all’erario un sacrificio di 4 a 5 milioni; ma è un sacrificio che la nazione sopporta di buon grado e che il Parlamento sarà sollecito di approvare.

NOTIZIE STRANIERE

— Il Giornale di Francoforte pubblica le seguenti considerazioni sulla questione ungherese, e mostra di sapere qual decisione adotterà la Dieta ungherese relativamente al rescritto imperiale:

Il partito della resistenza ad ogni costo, vale a dire, la frazione Deza-Nyody perdette e perde costantemente terreno; può essere considerato come posto in una minoranza che va diminuendo quotidianamente. Il partito Dc«k, dopo aver solennemente protestalo al cospetto dell’Europa, e riservati i diritti dell’Ungheria, è più potente, ma racchiude nel suo seno due elementi ben distinti, che ne indeboliscono sensibilmente l’azione, l’uno composto dei disertori del partito della reazione» che strinsero alleanza con Deck, in occasione della revisione dell’indirizzo, e l'altro formato dagli spiriti moderati, che vorrebbero, prima di compromettersi più oltre, tentare tutti i mezzi possibili di conciliazione. Finalmente v'ha il partito Vay. verso il quale piegano questi ultimi, e che, nel mentre propone di discutere rigorosamente tutti i punti del rescritto, ha già stabilito di inviare al consiglio dell’impero gli 80 delegati assegnati all’Ungheria, nella speranza che in unione ai czechi, polacchi e slavi del sud possano formare una forte opposizione, detronizzare il partito tedesco, strappando al governo, senza uscire dalle vie costituzionali, quelle concessioni che sino ad ora rifiutò all’Ungheria, perché forte dell’appoggio di una maggioranza considerevole nel consiglio ristretto dell’Impero.

Quest’ultimo partito è, senza alcun dubbio, quello, il cui programma ha migliore probabilità di riuscita, tanto più che ha l’adesione dei signori Forgarh ed Esterhazv, i quali adoperano tutta la loro influenza per fondere insieme i due partiti D ak e Vay. Essi assicurano che in questo caso il governo centrale, affine di completare il consiglio dell'impero, sarebbe disposto a fare delle concessioni abbastanza estese, e ne danno prova la facilità con cui il Gabinetto di Vienna adottò il cangiamento proposto da esso al rescritto prima che fosse definitivamente deciso e spedito a Pest. Però sappiamo che questi cangiamenti erano di una meschina importanza.

Questa in poi le paro e è la situazione del momento, e tutto ci fa credere che male non ci apporremo sostenendo che avrà luogo una transazione, la quale, lasciando intatte le quistioni di dritto, permetterà alla Dieta di farsi rappresentare a Vienna. Non siamo del pari certi dell'appoggio che i futuri membri ungheresi al consiglio dell'impero, troveranno nell'opposizione presente; gli interessi czechi e polacchi offrono pochi punti di contatto con quelli dei magiari, recenti decisioni della Dieta slava debbono aver fatto conoscere a questi ultimi, che nei loro colleghi del Sud avranno piuttosto degli antagonisti che degli amici

– Si scrive da Berlino all'Indépendance belge:

«Il carattere della politica estera non sarà menomamente modificato per la nomina del conte di Bernstoff. Ed io non voglio constatare questo fatto in risposta alla notizia contraria formalmente data da un giornale di Pietroburgo.

«Benché questo personaggio, all'epoca della guerra d'Italia, si sia pronunciato per una iniziativa della Prussia in favore della grande potenza tedesca dei mezzi di questo non dimostra ch'egli sia oggi partigiano dell'Austria ad ogni costo, e che per l'avvenire egli sia costretto a dare l'avviso i che giudicò conveniente manifestare or soli due anni.

«Si sa che in quel tempo non solo i conservatori, ma anche personaggi liberalissimi della Prussia si pronunciarono per un intervento nella guerra contro la Francia. Ma oggi le cose sono in una situazione assai diversa, e però bisognerà necessariamente adottare una condotta in armonia con questo cangiamento».

– Si legge nella Gazzetta d'Augusta:

«Fra le carte dello studente Becker si è trovata una lettera che può dar luogo ad interpretazioni diverse. In essa Becker scrive a suo padre che egli non può tornare a casa, perché si prevedeva che una rivoluzione dovesse scoppiare in Germania da un giorno all'altro; che egli, come straniero, di aveva in questo caso un doppio dovere da adempiere, e che per conseguenza gli sarebbe impossibile d'allontanarsi».

UN ARTICOLO DELLA PRESSE

– La Presse traendo partito da certe velleità del partito clericale e legittimista, e specialmente da certe espressioni dell'Union, la quale facendosi la domanda se la Francia possa lasciar Roma, si risponde «no, e mille volte no» in un brillante suo articolo giustifica la condotta dell'Imperatore rispetto all'Italia.

- Noi non possiamo astenerci dal darne ai nostri lettori i brani più importanti: L'imperatore, s'esprime il periodico, disse che la pace europea è lo scopo costante dell'impero ed è aggiunse, per ottenere questo scopo che cercò di rendere la Francia potente. sicura di se stessa, pronta a sostenere le cause fon date sul diritto e sulla giustizia. L'Europa difatti deve rinunciare ad una pace durevole sino a che un popolo qualunque sia soggetto ad un regime contrario alla giustizia ed al diritto. Una lotta suprema è impegnata tra Roma e Parigi, cioè tra il diritto divino e la rivoluzione. Dei due attori di questo gran dramma, l'uno fece il possibile per allontanarne lo scioglimento, l'altro al contrario vi si affretta rapidamente, trascinato dai più funesti consiglieri. Tutti e due sono signoreggiati dalla forza delle cose. Quando un'idea è nella pienezza della sua maturazione, agisce per se sola e si impone irresistibilmente.

L'imperatore non è un rivoluzionario, nel senso volgare della parola, ma un silenzioso osservatore degli avvenimenti; spirito freddamente logico sentì l'invincibile potenza del movimento democratico che trascina l'Europa. Questo movimento che i ciechi disconoscono e che i pazzi credono poter fermare, volle egli condurlo a piccola velocità e fabbricare sopra un terreno, che dieci rivoluzioni copersero di rovine, un edificio di cui sarebbe il solo architetto. Radica le nei principi ma obbligato a far calcolo degli imbarazzi di una situazione interna ed esterna complicatissima, parecchie volte subbordinò i principi alle circostanze. Donde le incertezze che di lui si impossessarono di fronte ai problemi, dei quali non trovava immediatamente lo scioglimento, o il cui scioglimento contrariava i suoi progetti, donde la pace impreveduta di Villafranca, donde la costante protezione accordata al potere temporale del papa, malgrado le inesplicabili provocazioni e la strana ingratitudine della corte di Roma.

Sotto la pressione degli avvenimenti ed in presenza dei fatti compiuti, l'imperatore Napoleone non si ostinò, ma si tenne un po' in disparte per meglio apprezzare la forza e la direzione del nuovo elemento di attività nazionale che si manifestava in tutta l'Europa e sopratutto in Italia. Abilmente messo a profitto, quest'unico momento poteva, non salvare il partito contro rivoluzionario, ma indefinitamenta prolungare la sua agonia. Ingannato dal tempo di remora ed acciecato sempre dalle sue illusioni, questo partito rad doppiò la sua insolenza e la sua audacia: la risposta non si fece attendere gran fatto. Si dichiarò assoluto il non intervento ed il principio dell'unità si sostituì alla formazione progettata di parecchi stati confederati. Questo principio era in germe negli avvenimenti compiutisi: il partito controrivoluzionario ne provocò la immediata applicazione.

La locomotiva era pronta, il conte di Cavour vi accese il fuoco e partì, allegerita di tutto quello che poteva rallentare il suo cammino: l'Italia si è fatta.

L'imperatore crede alla democrazia, ma volle governar la, condurla, metterla, nella sua vera strada. Quando la vidde minacciata dalla contro-rivoluzione, pronta a tutto compromettere, accelerò il cammino e si mise alla guardia del movimento; ed è con ciò che si spiegano i grandi avvenimenti compiutisi in questi ultimi anni. Batté e fiaccò l'Austria, circoscrisse a Roma il dominio temporale ed infine conobbe officialmente il nuovo regno italiano. Grandi soste e che ci riavvicinano sensibilmente alla metà! Ancora una e la meta è raggiunta. Questa sosta, cioè lo sgombro di Roma, si farà, noi non ne dubitiamo perché abbiamo confidenza nell'aberrazione del partito contro-rivoluzionario.

La Francia ha il sentimento profondo della sua missione liberale. Essa desidera la pace di cui abbisogna e che il go verno cerca di mantenere localizzando il più possibile le quistioni d'interesse generale. Tal è il senso della politica di non intervento. Così spiegasi la parte di aspettativa e di neutralità che la Francia sostiene ora in Europa nell'interesse della pace.

Ma sostenendo questa parte che ad essa viene imposta dai più grandi interessi non rinuncia al diritto che ha, non solo di difendere il suo onore se mai venisse offeso, ma fedele alla parola dell'imperatore, di dare il suo appoggio morale ed in caso materiale a tutte le cause giuste.

La Francia non visse che d’idee generose. Il carattere dei suoi figli, la sua pozione territoriale, la gelosia delle potenze che la circondano, la sua gloria, le sue sciagure, tutto fa nascere in essa delle idee generose, base della sua politica estera. Quando la più folle, la più antinazionale di tutte le imprese sarebbe quella di voler isolare un tal pop do, di voler circoscrivere in una muraglia della China questo focolare di libertà e di e viltà. Per una nazione come la Francia vi sono due mezzi per evitare le calamità della guerra: uno, di tenere una condotta decisa ed un fermo linguaggio; l’altro di avvolgersi nelle, doppiezze della diplomazia; l’uno di dichiararsi, secondo il programma dello imperatore, la protettrice dei popoli deboli e delle cause giuste; l’altro di accarezzare gli oppressori e strappar loro concessioni derisorie; l’uno è la missione del popolo francese, l’altro è la dottrina dell’egoismo e della paura. Tutti e due possono ad un certo punto, avere per risultato la pace, ma il primo assicura in pari tempo l’onore, anche il riposo, l’altro non mette capo che ad ansietà e rimorsi; la pace dell’uno è durevole, la pace dell'altro è una illusione.

Per collocare la giustizia sui troni ed d diritto dei popoli nel codice internazionale europeo, si può sempre far calcolo del concorso della Francia, della sua perseverante ed invincibile volontà.

Il governo non può dubitarne; agisca egli quindi in cotal guisa, crni le grandi cose che fece per l’Italia dandole la sua capitale e sdegni le minacce e le ingiurie del partito contro-rivoluzionario. Con una politica franca e generosa al di fuori, preveggente, liberale e progressiva all’interno, la Francia sarà sempre abbastanza forte per giustificare la questione che le venne diretta, or fanno sei mesi, solenne? mente dall’imperatore: che cosa abbiamo noi a temere?

FATTI DIVERSI

—Domenica sera nelle colline che fanno corona a Firenze furono incendiati moltissimi fuochi d’artifìzio, a manifestazione di pubblica gioia per il giorno onomastico del Re Vittorio Emanuele.

—X.... si recava in questi giorni da Pisa ai Bagni di s. Giuliano all’oggetto di prendervi un abbuonamento ad un corso di bagni, che erangli stati ordinati dal medico per curare una infermità che da qualche tempo lo affiggeva. Ma X… voleva però abbuonarsi ai bagni che si fanno al Cratere, e che sono bagni in comune. Sulle prime quei signori preposti allo stabilimento noti muovono difficoltà alcuna; ma poi tutto ad un tratto fanno sapere ad X che atteso i regolamenti non gli possono permettere di immergersi nel bagno comune. Forse X era affetto da lebbra, o da altra malattia contagiosa? No. Il lettore non indovinerebbe fra mille la causa di tale rigoroso rifiuto. Quindi per non tenerlo tanto in curiosità gliela diremo noi. X era israelita, e i regolamenti delle Terme di s. Giuliano non permettono che un Israelita si bagni in comune co’ Cattolici. X riavutosi della sorpresa pensò che era strano che nell’anno di grazia 1851 si dovessero far tali distinzioni ridicole di religione, e si risolvé di recarsi del Prefetto, che è un onest’uomo,intese la cosa per i suoi versi, e scrisse una lettera fulminante all’operaio di quelle terme, esortandolo a riformar così barocchi regolamenti.

—Togliamo al Nord qualche notizia sul regno di Siam. Esso è uno dei grandi Stati dell’Indo Cina; si stende per 1400 chilometri da sud a nord, e ne ha 300 di larghezza media di est a ovest. La sua popolazione è di circa 3 milioni d’abitanti. Bangkok, la capitale lontana da Siam 30 chilometri, conta 90 mila abitanti, la maggior parte chinesi.

Le case sono di legno, meno il palazzo reale e un tempio dedicato a Buddha. Il Commercio marittimo è importantissimo. Il regno è percorso da due gran fiumi ed è diviso in quattro regioni. — Le montagne, coperte di foltissime selve, popolate di tigri, linci, scimmie ed elefanti, tagliano il paese in tutti i sensi.

Iprodotti suoi sono: di cotone, lo zucchero, il riso, il pepe, il tabacco, ecc. Fra gli animali l’elefante banco è adorato come un dio.

Ilgoverno è dispotico, la religione vii buddismo; però tutte le sett sono tollerate.

Il popolo è di carattere dolce e inoffensivo, timido, gaio, irreflessivo; non ama le dispute, non sente collera od impazienza; non ama più dare che ricevere; non lascia mai partire un posero senza avergli dato qualcosa.

Un omicidio è rosa rarissima; l’ospitalità grande; si guardano financo dal maltrattare le bestie. Chi non direbbe dunque i Siamesi il popolo più civile del mondo?

— Scrivono da Rio Janeiro al Giornale delle Arti e delle Industrie che le piante del caffè sono affette da una malattia che comprometterebbe il prossimo ricolto, ed anche se si prestasse fede agli allarmatori, alla prosperità avvenire d’una coltura, principale base del commercio di esportazioni. Secondo i rapporti che giungono dall'interno, una specie di scabbia elepidoptere microscopico depone le sue uova nel parenchima delle foglie; i| bruco divora quel parenchima, e formandone rotoli, infetta la foglia al punto che questa s’annerisce e cade.

Le legioni dell'invisibile nemico ànno così numerose che spogliano interamente le piante da caffè ancorché consideraci, e tronchi, rami e frutti appassiscono.

Il Governo nominò una Commissione per istudiare il male e cercarne i rimedi.

— Si legge nel Corr. Mere.

Nel breve giro di pochi giorni si constatarono quattro casi disgraziati. Due annegati nella spiaggia della Foce, un individuo che precipitò dalle mura della Strega restando sul campo, ed una giovinetta che si gettò dalla finestra, a quanto dicesi, per causa amorosa.

«Uno degli annegati è un giovinetto di 14 a 15 anni che trascinato lungi dalla spiaggia insieme ad un suo compagno, per imperizia al nuoto non poterono più guadagnare la spiaggia. Un giovane coraggioso di cui ignoriamo il nome, accortosi appena del grave pericolo di quegli infelici si lanciò in mare e giunse ancora in tempo di salvarne uno, l’altro, ch’era certo Maniero, era già affogato.»

— Leggesi nel Regno d'Italia del 30 corrente:

«Domenica sera, 28 luglio, quattro bersaglieri di guarnigione a Como, presa una barca a nolo si divertirono a guidarla essi stessi come usano tanti militari in guarnigione sulle rive dellago. Questo divertimento che non aveva ma avuto alcun esito cattivo, questa volta finì male: un forte vento si alzi, travolse la barca ed i quattro militari miseramente annegaronsi. Ci rincresce di non sapere ancora i loro nomi. Non mancheremo di informarne il pubblico subito che avremo più ampie informazioni.»

LA VANITÀ DI MAZZINI

— Il corrispondente della Nazione scrive in data del 31 luglio.... Non posso trattenermi dal farvi notare l'articolo del sig. Mazzini pubblicato dell’Unità Italiana d'oggi. Il Profeta, costretto dalle smentite che gli piovono da tutte parti. ufficiali o non, contro la sua stupenda nvenzione della cessione della Sardegna, ammette che ora non se ne parla più, ma sostiene che il progetto si è abortito in causa delle proteste dell’opinione pubblica da lui sollevata. Mi ricordo che all’apparire del primo articolo del signor Mazzini sulla cessione della Sardegna io scriveva in un giornale di qui, quella voce essersi sparsa ad arte per produrre del chiasso in Italia, e poi a tempo e luogo poter dire che s’è impedito un gran disastro, un grande obbrobrio all’Italia. Queste previsioni, come vedete, si sono pienamente avverate.

ULTIME NOTIZIE

Il 29 luglio S. M. si degnò ricevere in udienza particolare una deputazione del municipio di Gaeta composta dei signori dottore Paolo di Marco, Erasmo Matarazzo, Erasmo Sorrentino, condotta dai signor Elia della Croce, deputato al parlamento nazionale pel circondario elettorale di Gaeta. La deputazione ebbe l’onore di rassegnare a S. M. un indirizzo a nome del municipio e del popolo.

S. M. benignamente accolse i voti espressi nell’indirizzo, e con vivo interesse volle essere minutamente informato dei danni patiti nel recente assedio da quella illustre e sventurata città, cui fece sperare un più lieto avvenire. Dal magnanimo re galantuomo non v’ha chi non debba tutto attendere e tutto ottenere.

—Il cavaliere Monale, consigliere di stato, che si era recato col conte Ponza di San Martino in Napoli, era ieri di ritorno in Torino.

—Il consiglio superiore si è costituito in tre sezioni corrispondenti a tre rami d’insegnamento, primario; secondario e superiore, per trattare separatamente di quanto a questi si riferisce.

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— Fra i soscrìttori al monumento Cavour è a notare la città di Trieste, che ha mandato un migliaio di franchi col motto: alla memoria di Cavour Trieste fedelissima.

—Il ministro Bastogi è al colmo della felicita; la riuscita del prestito gli procacciò gli elogi di tutta la stampa. L’altrieri il barone Ricasoli diede uno de’ suoi innumerevoli pranzi al re della Borsa, che in numero di 22 sono qui raccolti; il Bastogi era la sposa del banchetto; tutti gli omaggi dei commensali erano per lui.

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— Un dispaccio particolare del Diritto da Parigi 31 luglio reca. che l’Austria s rilevò a Vichy la quistione delle nazionalità; ma l’imperatore si rifiuto a prendere qualunque impegno — Il medesimo dispaccio reca pure che gli studenti e gli operai di Parigi sottoscrivono della petizione all’Imperatore per la cassazione dell’occupazione francese d Roma. Se il fatto fosse vero, gli Italiani sarebbero nel dovere di raddoppiare la loro riconosceva verso la Francia, e non già di protestare contro il suo governo, come il profeta de’ danni d’Italia, Giuseppe Mazzini, vorrebbe che si facesse.

—La Gazzette de France annunzia il matrimonio dell'arciduca Carlo, figlio primogenito dell'ex granduca di Toscana e nipote dell’imperatore d'Austria colla principessa Maria Clementina Immacolata, sorella dell'ex re Francesco II. Dio li fa e poi li accoppia, dice il proverbio.

– Il colonnello conte Vimercati è definitivamente nominato rappresentante militare presso la legazione italiana in Francia. I servigi che ha resi il signor Vimercati negli undici mesi che è durata la sua missione e il successo che ha coronato questa missione gli hanno meritata per parte del re Vittorio Emanuele questa novella prova dell'affezione di cui quegli fu sempre onorato.

Il conte Vimercati è stato il primo fra i lombardi che il re abbia condotto con lui prima dell’entrata delle truppe piemontesi a Milano nel 1848.

Il re Carlo Alberto lo collocò presso suo figlio, e da quel momento il signor Vimercati non ha mai lasciato il re Vittorio Emanuele se non che quando è partito dal Piemonte. Dal canto suo il commendatore Nigra aveva manifestalo il desiderio di avere con sè il conte Vimercati, nel caso che egli fosse andato come ministro a Parigi.

Assicurasi che un’insurrezione sia scoppiata nel Caucaso: mancano i particolari.

—Nei giorni scorsi passarono in Casale e furono avviati per la posta a Fenestrelle due prelati scortali da quattro carabinieri. Il passaggio per Casale di briganti ed ex-soldati borbonici diretti a Fenestrelle è pure certissimo, e già si trova raccolto un migliaio d questa feccia arruolata nel corpo franco, ma tenuta disarmata.

— Si legge nella Patrie:

«Le informazioni che riceviamo e che abbiamo attinte a buona fonte, ci mettono in grado più che mai di smentire formalissimamente la voce sparsa e riprodotta da parecchi giornali intorno ai 30,000 fucili che sarebbero stati consegnati dal governo pontificio agl’insorti delle provincie napoletane.

«Questo fatto non esiste. Le armi depositate nel castello Sant’Angelo, fra le quali figuravano i 30,000 fucili in questione, vi sono ancora tutte.

«Si è verificato recentemente se vi si trovavano, e si è potuto acquistare la convinzione dell’inesattezza della notizia inserita in alcuni giornali intorno alla loro sparizione.

— Il Morning Post annunzia che l’Austria. prevedendo una prossima lotta, intende adottare provvedimenti estremi; si tratterebbe nientemeno che di porre tutto l'impero in una specie di stato d'assedio. L'agenzia Bullier assicura inoltre che essa farà un nuovo imprestito forzoso di 200 milioni di fiorini!

— Leggesi in una corrispondenza della Nazione da Torino 31 luglio:

I Ministri tutti hanno riconosciuto la necessita di rimanere compatti e di sostenersi a vicenda; gli è però che le voci di crisi vanno diminuendo, ed anzi hanno fiuto per perdere affatto ogni credenza.

Un dispaccio telegrafico oggi arrivato dalle Marche reca notizie pienamente tranquillanti di quei presi. Di più giorni erasi destato un grave allarme per la temuta riunione di un corpo di briganti nelle gole dell'Appennino. Non si trattava che d'una piccola astuzia di guerra dei nostri borbonici di Roma Avevano costoro dispensati dei fucili a qualche dozzina di contadini, i quali si recavano sulle cime delle montagne gridando a perdifiato viva Pio IX, viva Francesco Borbone, viva l'Austria, e facendo delle scariche all'aria. Avvertita l'autorità, spedI un drappello di Guardia nazionale a fare una visita inaspettata a quei capi ancora mentre stavano eseguendo il loro XXXXX. Fuggendo i come daini; non tutti però, che qualcuno ne rimase nelle mani della giustizia.

D'ora in poi oltre dei briganti veri, converrà guardarsi dai falsi briganti, cioè la dilettanti della specie. Che cosa poi speri la reazione dall’uso di cotesti mezzi assurdi più ancora che immorali io non saprei immaginare. Spaventare le popolazioni, produrre i brividi in qualche anima pavida, far abortire qualche femmina incinta, ecco i risultati che possono aver tali gesta; e quanto meno, mandare per qualche anno in galera i pochi o gonzi o tristi che si prestano a servirli.

– Leggesi in un giornale di Torino.

ll Comitato Romano qui residente ebbe notizie da Roma dell'arrivo del Padre Giacomo. Sembra che questo degno frate abbia a soffrire circuizioni e violenze morali d'ogni genere, onde indurlo a far pubblica dichiarazione d'avere in le operato nell'amministrare i Sacramenti al Conte di Cavour senza esisgere da lui precedentemente una formale ritrattazione dei principi professati nella sua vita e una condanna degli atti compiuti a danno del potere temporale del Papa.

Noi Torinesi conosciamo padre Giacomo da lunga pezza e sappiamo ch'egli è un coraggioso e convinto sacerdote, incapace di prestarsi alle inique esigenze della Corte Romana.

– L'Ungheria si apparecchia a rispondere colla resistenza passava al rescritto imperiale, che in ultima analisi abolisce la costituzione ungherese, vi sostituisce quella del 25 ottobre e dichiara che sarà mantenuta con tutto il rigore.

Ormai si può prevedere ciò che sarà per accadere. La dieta rispondeva di non poter aderire ai comandi imperiali, il governo di Vienna la scioglierà, si ordineranno nuove e lezioni per mandar deputati al consiglio dell'impero, ma nessuno si recherà a votare.

Appena sciolta la dieta, tutti i funzionarii nominati dal governo rinunceranno, ma gli impiegati eletti nei comitati continuerauno le loro funzioni sino a tanto che non si vorrà costringerli ad agire in senso contrario alle nostre leggi.

È dichiarato a priori traditore della patria chi in avvenire oserà seguire un ordine il cui tenore non sia conforme alle leggi del 1848. Non sarà permesso di cedere se, non alla violenza. E così si continuerà sino a che arriverà il giorno della redenzione.

Noi speriamo che questo non sia lontano.

– Si legge nel Constitutionnel:

«Una nuova disfatta pei liberali, una nuova vittoria pei conservatori. Gli elettori della City si pronunziano decisamente contro il signor Wood, candidato wihg.

«L'allarme si spande nel mondo politico: i tories arrivano, i tories sono arrivati! e i liberali si riaccostano gli uni agli altri. I fratelli nemici dimenticano i loro antichi odi.

«Egli è perché non fa d'uopo che d'uno sforzo energico ai tories per riconquistare alla camera quella in maggioranza permanente che possederebbero oggi se Roberto Peel e la legge sui cereali non li avessero scompagnati.

«I conservatori sono 230 nella camera le comuni e i whigs non hanno una superiorità numerica che mediante alleanze le quali loro oggi costano concessioni di dignità, e che più tardi costeranno loro forse una abdicazione politica.

«I conservatori guadagnano terreno, e quest'accrescimento inaspettato di potenza lo debbono ai loro nemici più diretti e più accanto. Ad ogni passo che fa la scuola di Manchester, le file dei conservatori ingrossano, poiché i nemici di Cobden e Bright comprendono bene che solo il partito tory può lottare contro il fatto crescente del radicalismo.

«I conservatori avanzavano, ma a spese dei whigs, il nemico comune.

«I libericambisti anche avanzano, ma essi guadagnano partigiani in una generazione nuova. La una razza giovane e fresca alla lotta.

«I due principi avversi si affrettano a venire a fronte per combatte si direttamente, e una zi al loro doppio sforzo tutto qui che li separa dee sparire, tutte le piccole gradazioni di partito che sembrano unirli in un gran tutto parlamentare debbono svanire; i wighs saranno distrutti dai clericali, sino a che i due grandi partiti che oggi dividono l'Inghilterra s'incontreranno e verranno alle mani.

«Allora noi vedremo se la Gran Bretagna è col signor Cobden, o con lord Derby Allora vedremo se dee trionfare il passato o l'avvenire! Ma fin d'ora può prevedersi l'esito di questo duello finale. Sotto l'influenza della terribile pressione dell'opinione pubblica, influenza irresistibile, innanzi a cui debbono inchinarsi e le camere e i ministri, il gabinetto del conte di Derby quel gabinetto che annoverava nelle sue fila il marchese di Malmesbury, sir John Pakington, due vecchi tories, e finalmente il signor Disraeli, più retrogrado ancora perché dovea farsi perdonare le sue origini rivoluzionare quel gommetto che recava a Downing Street le tradizioni di Patto di Castelreagh, non può proporre alle camere che un bill di riforma che soddisfaccia gli stessi whigs, se i whigs non tenessero l'applicazione dei grandi popolari che proclamano.

«Al contrario, xxxxxx attendersi da Coolen e da Bright una concessione d'opinione? È stata questa la loro debolezza per lo passato, ma è in ciò la loro forza per l avvenire.»

NOSTRA CORRISPONDENZA PARTICOLARE

Torino 1. agosto 1861.

Avrete notati gl'importanti articoli, che in questi ultimi giorni il Constitutionnel di Parigi è venuto pubblicando intorno all'Italia, ed avrete senza dubbio osservato nel giornale siasi ora francamente schierato nelle file dei partigiani dell'unità italiana. Quegli articoli non sono dettati a caso: e la loro pubblicazione e interpretata e seguita a Parigi, come indizio significatissimo delle xxxxx oltremodo benevoli del governo imperiale di Francia verso di noi. Giova riflettere, che la pubblicazione di detti articoli è posteriore alla missione del generale Fleury e questa considerazione però porgeva accorta spiegazione di quel fatto. Sicché al cav. Costantino Nigra xxxxstare a Parigi trova la sua missione assai agevolata, con un compito da fornire che certo non è facilissimo, ma che ora non oltre più quelle grandi difficoltà che si potevano temere dapprima. Aggiungasi a ciò la condotta di Monsignor de Merode, e vi persuadere e come vi sia molto fondamento a sperare non remota la soluzione di quelle parti della questione italiana, che non sono ancora composte. Da molti, a torto od a ragione, con buona o con malafede, poco monta indagare, si era temuto e detto, che l'indole schietta e risoluta del barone Ricasoli fosse per nuocere all'andamento delle trattative diplomatiche. e si era anche affermato che i medi recisi e franchi dell'illustre barone spiacessero assai di là dai monti. Il fatto prova, che quei timori non sono punto fondati. Non occorre a tal uopo entrare in minuti particolari: basta enunciare il fatto il quale è indubitato, e con tutta la buona voglia di contraddizione, che hanno taluni, non può essere contrastato.

ll rigoroso provvedimento adottato dal governo a riguardo del colonnello Galateri e una guarentigia lealmente e solennemente data all'Europa, che il governo nei reprime re energicamente il brigantaggio non intende menomamente d partirsi dall'osservanza di quei principi di umanità e di giustizia, che sono la base della sua politica. Non bisogna dare nessun pretesto a nostri nemici, non bisogna spuntare nelle mani dei nostri amici nessuna delle armi, con cui essi ci difendono: il proclama del colonnello Galateri non potrà più ora essere allegato dai nostri nemici come documento contro di noi, poiché il governo si è affrettato a ripudiarlo con tanta franchezza e senza perdere neppure un momento di tempo.

Stamane dopo il mezzodI Caracciolo di Bella, accompagnato xxx Ulisse Bartolani, è partito alla volta di Parigi, di dove va a Londra e quindi a Suthampton per imbarcarsi per Lisbona. L'inviato del nostro Re nel recarsi in Portogallo non tocca il suolo spagnuolo, dove la nazione, ma il governo e la camarilla di Suora Paxxxxxio, osteggiano l'italia, e mandano quattrini ed incoraggiamento all'ex-re Francesco II. Prima di partire il Caracciolo fu a visitare il cav. xxxxx Castro, incaricato di affari del Portogallo, il quale xxxx benevole espressioni del gradimento con cui D. Pedio V. ha accolto la notizia di questa missione italiana.

Sono giunti in questi ultimi giorni parecchi impiegati dei dicasteri napolitani, i quali sono stati chiamati per prestare servizio nei dicasteri centrali secondo la loro capacità. M'è grato a questo proposito di potervi dire, che gl'impiegati venuti, qualche tempo fa, hanno saputo subito accattivarsi la benevolenza e la stima del loro superiori e colleghi: il Baer segretamente ed il Magliano, che sono al dicastero delle finanze, sono assai commendati e stimati. Che la capacità e chi è assiduo al lavoro è certo di trovare presso il governo molta considerazione.

Purtroppo la diserzione continua nelle file di quei soldati borbonici, che vennero ammessi a servire sotto la bandiera italiana. Molti di questi disertori sono stati arrestati dalle guardie nazionali o dalle popolazioni rurali. Interrogati alcuni di essi perché disertassero, rispondevano cinicamente «perché si lavora troppo.» Ecco a che cosa aveva ridotto il soldato il sistema di Ferdinando II. È cosa chiara, che da questa sorta di gente non si ricaverà nulla di bene: ma possiamo consolarci pensando, che i coscritti della nuova leva saranno buoni, e sapranno essere degni de loro commilitoni italiani. Qui proprio è il caso di ricordare l'abusato adagio: a cosa nuova, uomini nuovi. E pensare che nel nostro Parlamento certi liberatori hanno fatto il patrocinio dell'esercito borbonico!!!

CRONACA INTERNA

Questa notte alla Fabbrica dei tabacchi da parte del supportico dei Gajolari si tentava di forare un muro per rubare il tabacco. Quando i ladri aveano già menata a termine la loro opera perforatrice la Guardia Nazionale li ha sorpresi, ed avendo incontrata resistenza ha dovuto far uso delle armi; per cui è rimasto morto un giovanetto, che forse era destinato a far da topo, cioè ad introdursi nell'edifizio e pel foro far passare nelle mani degli altri che remanevano fuori quanto tambaeco avrebbesi trovato. Degli altri ladri sono stati arrestati due.

- Questa notte due persone vestite da Guardie Nazionale seguite da altre quattro vestite alla borghese, si son recati a casa di un tal Iacobucci, quartiere di Montecalvario, e fatta aprire la porta, ha legato il padrone e rubato gli un ogge. Un altro quasi simile avveniva perpetrato e questa pure a sera nel quartiere S. Giuseppe e propriamente nella casa abitata dal sig. Edoardo Pancrazi, dove però con due guardie nazionali xxxxxxxx si presentarono.

– Questa notte verso Laxxxxxx Acerra e Nola, dalla Guardia Nazionale di Acerra, xxxxx carabinieri e dai granatieri che perlustravano in quei luoghi. Sono stati arrestati tre briganti e tre xxxxxxx che tenevano mano ai medesimi, molti altri sono fuggiti verso i boschi.

– Nelle vicinanze di Sora si ritiene che i briganti siensi ritirati nello Stato Romano–Una sola banda si è veduta verso Colle S. Magna – Si teme nel Circondario di Sora una prossima invasione di orde provenienti dagli Stati papalini - Sono stati recuperati xxxxxxxx dai briganti alla guardia nazionale di Vallerotonda – Giungono da Roma notizie che Francesco 2.° faccia grandi preparativi per mantener viva la reazione in queste province, assolda nuova gente per spedirla capitanata dal noto Giorgi. Molti fucili e munizioni partirono da Roma per Trilettino e per altri siti – 70 briganti sono per partire da Roma diretti per gli Abruzzi, i quali debbono essere armati e poscia raggiungere le bande del noto Chiavone.

– Il generale Govone telegrafa che a S. Germano e Roccaguglielma sono arrivati altri rinforzi di bersaglieri, e che in una perlustrazione fatta in quei luoghi sono stati arre stati quattro briganti, di cui uno solo è stato fucilato.

–In Salvacana circondario di Mola trenta briganti hanno assalito la casa di Montanaro, da cui sono stati respinti. Nel bosco di Fondi si fa una ricognizione di cui s'ignora il risultato.

– In Auletta, come su mille altri luoghi, quelli che da alcuni si vorrebbero dire i difensori del diritto divino, gli eroi della restaurazione, han mostrato a chiarissime prove di non essere altro che ladri ed assassini, avidi di sangue e e degli averi altrui. Essi saccheggiano uccidono e disonorano senza riguardi a guelfi e ghibellini, a fianchi e neri, a borbonici spasimanti o a liberali, e quindi non solo son odiati e respinti e battuti dalle G. N. e dai patriotti più ardenti, ma fin dai più risaputi retrivi.

In fatti ne’ dintorni di Auletta un bettoliere conosciutissimo per attaccamento al borbone e ben disposto a far plauso e a secondare le operazioni di quelli che egli reputava i salvatori del reame, come si ebbe un vigliettino con cui gli s'imponeva una taglia di più centinaia, armatosi di tutto punto una con i figli e non pochi amici ed aderenti, tutti più o meno animosi ed esperti armigeri, corsero a dare una coi rimanenti tale una lezione a vantati prodi da fare che se ne ricordassero un bel pezzo, alcun in questa vita, altri in quella che or vivono al di là nell'inferno.

– L'altro ieri a Bari mentre si conducevano in quel carcere cinque reazionari arrestati nelle campagne, la popolazione che erasi ingrossata sul loro passaggio, s'avventa va tumultuosamente contro di essi, e percuotendoli con ba stoni ed altre armi ne uccideva uno. Le guardie di pubblica sicurezza fecero quanto era in loro per poter impedire il deplorevole fatto, il quale, se da un lato depone in vantaggio dello spirito patriottico dei Baresi, dall'altro non ci dà un grande argomento di loro civiltà. Quel governatore istruisce processo contro i promotori del fatto.

– All'Intendente di Catanzaro è riuscito di fare arrestare i famosi fuorusciti Giuseppe Cimino sotto capobanda di Felicione di Cotronei, Arcangelo Lupinacci e Serafino Muscaro. Dopo questo fatto parecchi banditi si son presentati e moltissimi altri sono stati arrestati.

REAZIONE DI GIOJA

Da una nostra particolare corrispondenza da Casamassima provincia di Bari dei gi luglio sappia mio intorno ai fatti di Gioia i seguenti particolari, che rivelano l'ottimo spirito da cui sono animate quelle Guardie Nazionali, e la cura che dovrebbe adoperare il Governo nell'allontanare da loro ogni elemento borbonico.

I briganti colà piombati erano tutti ex-soldati borbonici della provincia di Lecce, i quali avevano precedentemente avuto ordine di muovere su quel paese, ove alcuni borbonici noti per le croci di cavaliere avute da Francesco II avrebbero proclamato un governo provvisorio. Però le autorità locali avutone sentore posero negli arresti molti di costoro, sicché all’arrivo dei briganti non potè effettuirsi il concerto prestabilito. Ecco il brano del nostro corrispondente di Casamassima.

«Come ti promisi, ceco lo notizie sui fatti di Gioia, a cui io ho preso parte. La nostra Guardia Nazionale con altre dei limitrofi paesi, tra le quali file andammo quindici di noi volontari, benché i nostri Capitani cav. borbonici volevano impedirci, aiutata da alcune compagnie di truppa regolare mosse sopra Gioia. La frattempo al largo di S. Vito ove gli sbandati furono messi in piena rotta. Fino a ieri 30 luglio i briganti morti erano 120. vl momento che vi scrivo, e stiamo sulle mosse di partire, ho assistito a due scelte indietro un consiglio militare sono stati fucilati altri undici briganti, i quali invece di battersi pensavano a saccheggiare le case dei pacifici cittadini, commettendo contro di loro ogni sorta d'insulti. L'altra che l'arciprete Bruno, uno dei capi di questo disordine fu portato in carcere pubblicamente, tra le esecrazioni di tutto il paese. Delle Guardie Nazionali e della truppa regolare posso asseverantemente assicurarti non esservi stata disgrazia di sorta alcuna per chicchesia. Solo deploriamo la morte di un nostro concittadino il quale ritornando verso il tramonto del Sole dalla sua Casina, imbattutosi con 200 di questi briganti, che muovevano su Gioia fu trafitto da un colpo di pugnale al cuore.»




Anno I – N° 4 Napoli — LunedI 5 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

I MUNICIPALI

Chiunque abbia per poco notizia della nostra storia, ha facilmente potuto intendere come una delle principali sventure dell'Italia, ne’ secoli trascorsi sia stata la divisione della penisola in tanti piccoli stati, per il predominio del Municipio.

Le nostre città crearono è vero, quanto vi ha di più nobile in fatto di scienze e di arti; inventarono la bussola, furono le prime a schiudere al commercio le porte dell’oriente; ma non ebbero la virtù, e forse noi potettero, principalmente per opera de’ Papi, di creare un gran popolo che avesse potuto resistere all'invasioni straniere, che avesse potuto difendere la propria indipendenza. Noi fummo una schiera di poeti, di filosofi, di scienziati, di preti ma non mai una nazione.

Ora il sogno di tanti secoli addiviene una realtà; cerchiamo creare la nazione possente che sappia difendere i suoi confini naturali, che sappia collocarsi nel numero delle grandi potenze d’Europa, d’avere quella influenza che le spetta, sia per la ricchezza sia pel genio veramente cosmopolita né suoi abitatori. Se i popoli italiani si ridesteranno, e’ né abbiamo piena fede, dal lungo e vergognoso sonno in cui han dormito parecchi secoli, l’avvenire sarà splendidissimo e glorioso. L'Italia ricca di tutti i prodotti che mena la terra, posta di rincontro all’Oriente, regina del Mediterraneo, Ella in breve vedrà rifiorire l’industria ed il commercio che daranno ricchezza con mirabile prosperità.

Ma quest’opera dell'unità italiana, come tutte le grandi opere, è tale che non si può condurre a compimento senza la concordia de'  partiti, senza l’unione di tutte le forze vive del popolo.

È fama che quel grande politico dell’Imperatore de’ francesi avesse detto: l’Italia più che fuori troverà in se stessa le maggiori difficoltà da vincere per raggiungere l’unificazione. Il detto è profondamente vero. In questa limone quanti interessi non debbono essere violati, quanti abitudini mutate? Il municipio è un fatto storico; aveva un' esistenza di secoli, e quindi istituzioni, leggi e costumi diversi. Ora che l’Italia Meridionale si è unita alla Settentrionale è di necessità venuto che ogni lieve modificazione legislativa operata in queste provincie, ogni legge promulgata ha fatto subito gridare tutti, ed a coro biasimare il governo. Tutto questo vuol dire che il sentimento Municipale si ridesta in lutti i suoi pregiudizi e si manifesta in ogni più lieve cosa.

Certo noi avremmo voluto meglio che il governo italiano, una volta preso il potere in queste provincie, avesse pensato prima riordinare le diverse Amministrazione, ravviare la macchina governativa, e dipoi avesse posto mano ad introdurre le leggi opportune. Ma se questo fu un errore del governo, è egli poi vero quello che affermano alla lor volta i municipali, che le leggi le quali ci furon date siano poi un così gran male, tanto che l’antica nostra sapienza legislativa debba essere umiliata al paragone di tante leggi inutili e dannose? Solo un falso amore del municipio può affermare queste cose. Nessuno più di noi è caldo estimatore antica sapienza de’ giureconsulti Napoletani; ma quali leggi si son create qui dal 1819 in poi, se non decreti che hanno l’impronta del dispotismo? Le nuove leggi qui pubblicate furono lo statuto che noi non avevamo; la legge sulla stampa; che pure è reputata una delle più liberali fra quante ve né ha in Europa; la legge di Pubblica Sicurezza, promulgata da un ministro democratico, qual’era il Rattazzi, e noi non avevamo che incomposte ordinanze di Polizia pubblicate di quando in quando senza un disegno avuto dal legislatore, fuori che quello di tener gli occhi addosso su tutti ed inceppare in mille guise la libertà individuale degli uomini.

Un’altra legge pubblicata fu la Municipale, e noi crediamo che nessuno in buona fede possa dire che l'antico ordinamento Municipale di queste Provincie debba preferirsi ad una legge che tanta libertà accorda al popolo, che lo rende arbitro di tutte le sorti del Municipio. Un’altra legge pubblicata fu quella intorno all'organica giudiziaria che sarà attuata da qui a pochi mesi. Molti lamenti si levano intorno a questa legge. Si dice molti avvocati scapiteranno in guadagni, ma chi ha potuto in buona fede dire che né scapita la giustizia, che né scapita l’interesse dell’universale? Un’altra legge ancora fu promulgata In queste province e fu il codice penale, e tutti son d’accordo che questo codice penale abbia pene più miti, e sia più conforme all’indole della civiltà moderna.

Le nuove leggi adunque se non furono promulgate in tempo opportuno, non si debbon reputare però opera peggiore delle antiche nostre leggi, e chi giudica in questa guisa non si avvede che un falso amore di municipio fa tanto velo al proprio intelletto da non fargli iscorgere il vero dal falso. Ma i municipali voglion esser distinti in due classi. Alcuni sono Borbonici puri, i quali credono di far colpo sull’intelligenza e fantasia del popolo dipingendo in mille guise la perdita fatta delle antiche istituzioni, per concluderne poi il panegirico de'  Borboni. A questa gente non crediamo si debba dar risposta. V’ha poi un’altra schiera di uomini la quale crede o finge di credere in buona fede che noi avremmo grandemente guadagnato conservando la propria autonomia e sognano confederazioni. Quando veggano le amministrazioni disordinate in queste province meridionali, quando la quiete non ristabilita, gridano a piena gola: ecco i frutti dell’unificazione; ma no gridiamo noi alla nostra volta, ecco i frutti del borbonismo.

Non siamo noi che osserviamo essere il nostro popolo corrotto e guasto interamente dalla mala Signoria; noi abbiamo per vece troppa fede nell’ingegno, nella pazienza al soffrire, nella virilità de’ propositi degli uomini di queste province meridionali d'Italia. Ma non saremo certo accusati di poco amore al nostro paese se diremo che una triste tirannide essendo pesata per tanti anni su queste infelice popolazioni, ha snervato i costumi, ha distrutto le forze vive del paese che non ai possono in un giorno solo ravvivare.

Il governo ha certo gravi colpe, ma non quelle che gli addebitano i municipali. L'autonomia significa la schiavitù, significa il ritorno di Francesco Borbone, vuol dire la morte di un popolo. Immaginate per poco che avesse potuto aver luogo una confederazione. Noi avremmo avuto una camera di Senatori composta degli onorevoli uomini di Portici e di Parigi, di quegli aristocratici che non seppero difendere la cadente monarchia del loro padroni, quando ancora si ricoverava nei baluardi di Gaeta; che fuggivano innanzi al vero pericolo, e che hanno incominciato a cospirare quando un governo legale ed onesto ha posto in oblìo il passato, e si è mostrato benigno e mite con tutti. Gli aristocratici di Napoli se credevano che il loro nume fosse Francesco II, e credevano d'avere un diritto ad esistere, fra i raggiri. e la corruzione della corte Borbonica, bene avrebbero fatto ad impugnare le armi, ed a guisa di vecchi cavalieri morire a Capua ed a Gaeta. Noi li avremmo allora rispettati, non dividendo le loro convinzioni.

Noi avremmo avuto un esercito di canonici che non ha saputo difendere l’integrità di quel regno di cui menano tanto vanto gli autonomisti. Noi avremmo avuto una camera di deputati che di necessità avvia dovuto porsi in opposizione sistematica col potere. Avremmo avuto un popolo non educato alla libertà, e quindi facile alle brighe ed ai tumulti della piazza. Un nuovo 15 maggio sarebbe stato inevitabile, e le libertà costituzionali del Borbone avrebbero per conseguenza avuto fine coi supplizii e con gli esilii. Tutto questo a voler supporre Francesco II di buona fede e non vassallo dell’Austria!!

Ma queste cose il nostro buon popolo le ha già comprese troppo; ed in tutti i luoghi in tutte le classi de’ cittadini sorgono proteste mirabili contro il borbonismo.

I briganti, il saccheggio, le spoliazioni, le uccisioni de’ pacifici cittadini, ecco il frutto delle glorie borboniche, a cui rispondono le guardie nazionali di tutte queste province combattendo valorosamente col grido di Viva l'Italia.

RICORDI AL GOVERNO CENTRALE

Coloro che più spingono la unificazione, e fanno maggiormente crescere il bisogno di ridurre le facoltà dei supremi impiegati napolitani a quelle di semplici amministratori, sono essi medesimi coi loro abusi. Noi ci proponiamo d'indicarli tutti: per ora richiamiamo attenzione del G. C. e della pub. opinione a questo fatto inqualificabile. Il coadiutore, o Dirett. dei Lavori pubblici, ha nominato Alfonso Barbaro di Avellino, Feliciano Leone di Buonalbergo, e Pasquale Jovene di Somma di anni 60, guardie a cavallo, colla condizione di entrare in possesso ed in stipendio quando e se vacheranno le piazze. Queste nomine in futuris non vi fanno creder vero, che siamo ai beati tempi di Ferdinando II?

Ha creduto pure il sig. Direttore o Coadiutore del Giudice per dare un lecco dello stipendio eventuale e futuro accordare una gratificazione di duc. 6 al Jovene. Potremmo fare pure qualche osservazione sulle persone nominate, ma la grandezza del vizio del sistema ci dispensa da ciò. Lo stesso del Giudice tiene a passeggiare in Napoli o a Caserta molte altre guardie che potremmo ad una ad una indicare, e le fa mancare nelle altre provincie.

Un altro dovere, oltre ai molti che ignorano gl'impiegati, è la pubblicità che danno ai rapporti confidenziali delle autorità locali, onde è avvenuto che, o queste non rispondono o lodano senza coscienza.

Richiamiamo seriamente l'attenzione del sig. C. sopra questa parte di servizio, ch'egli interamente trascura, al quale ci riserviamo con altro numero svelare anche le antiche e le attuali sue debolezze.

Abbiamo saputo con nostro rammarico, che nel censimento vi sieno molti fanciulli per impiegati i quali hanno avuto il soldo dal momento della loro nascita e che attualmente godono. I consigli di Governo debbono essere riformati e richiamiamo istantemente l'attenzione del Segretario Generale dell'interno e Polizia, acciò faccia immantinenti cessare il primo scandalo e provvegga subito al secondo.

DOCUMENTI DIPLOMATICI

– Togliamo dal Bund la nota seguente del signor Tourte inviato svizzero presso il nostro governo, al barone Ricasoli presidente del Consiglio o ministro degli affari esteri:

Torino, 17 luglio, 1861.

Eccellenza Io fui dolorosamente sorpreso all'intendere dalla vostra bocca che il governo italiano avrebbe forse cangiata la decisione, communicatami già da tempo dal conte Cavour da voi stesso a me confermata, di permettere anche in appresso agli antichi soldati svizzeri al servizio dell'ex-re delle Due Sicilie il soggiorno in Napoli fintanto che non si fossero immischiati nella politica del paese..

Io aveva fatto conoscere quella decisione alle parti interessate, che ne avevano ricevuto la notizia, con espressioni di riconoscenza ed avevano preso l'impegno sul loro onore di non prendere alcuna parte ai movimenti suscitati in Na poli dall'antico governo.

E la stessa notizia io aveva comunicata al console federale al quale sta grandemente a cuore che tutti i cittadini svizzeri possano godere in tutta l'Italia dei diritti di libero soggiorno guarentiti dal trattato di commercio del 18 giugno 1858 tra la Sardegna e la Svizzera, quando non siansi fatti colpevoli di un qualche atto degno di biasimo.

Perché si possa modificare una decisione presa da due ministri, devono potersi invocare gravissime ragioni, Giacché i miei connazionali, forti delle loro buone intenzioni e fatti sicuri dalla loro condotta non molesta ad alcuno, non possono credere di essere minacciati da una popolazione la quale, almeno in quanto è a mia cognizione, non ha fatto contro di essi alcuna dimostrazione, e non potranno mai credere che un provvedimento dal quale essi sono tratti in rovina sia stato suggerito dall'intenzione di far loro un bene.

Io credo quindi di aver il diritto di chiedervi quali siano queste ragioni – di qualunque specie esse possano essere – relativamente alle quali io non posso pretendere di pronunciare un giudizio, in considerazione dello stato eccezionale in cui si trova la provincia di Napoli, così che io possa almeno spiegare al console federale le ragioni di questo improvviso cangiamento di risoluzione, per il quale sono rovinate tante onorevoli esistenze. Ed infatti tra quelli che vengono colpiti da questo provvedimento si trova un buon numero di veterani domiciliati in Italia da venti o trent'anni, tutti gli interessi dei quali sono in Italia e che non avendo nella Svizzera alcuna fonte di rendita non sono più in grado per la loro età di procurarsi i mezzi di esistenza; e per il mantenimento dei quali nella Svizzera sarebbe del tutto insufficiente una pensione calcolata dietro il buon mercato dei viveri in Napoli.

Io prego in conseguenza il governo di S. M. a non voler ricorrere, se non in caso di necessità, ad un provvedimento – che, ne sono convinto, sarebbe giudicato molto crudele in Isvizzera, dove la popolazione è avvezza a trovare nei rapporti internazionali coll'Italia una grande cordialità – quando non si possano citare fatti che giustifichino questo provvedimento come una di quelle eccezionali necessità che la buona politica impone alle volte ad un governo.

Io prego istantemente il governo del Re a voler riflettere che gli uomini dei quali si tratta, tutti soldati, che non avevano altra professione all'infuori di quella delle armi, avrebbero corso pericolo di perdere la pensione con tanta fatica acquistata, il solo sostegno della loro vecchiezza, quando non avessero seguito a Gaeta l'ex-re di Napoli.

Sicuramente non vi sarà in Isvizzera alcuno che voglia negare il diritto di espellere da un paese, la tranquillità del quale fosse per opera sua minacciata, qualunque di quegli antichi soldati svizzeri che avesse dato fondate ragioni di sospetto anche piccolissimo. Ma sembrerà a tutti cosa molto dura quella che si vogliano colpir tutti colla pena dell'esilio, senza far distinzione di colpevoli e di innocenti, un mese appena dopo che fu ad essi accordato il permesso di rimanere a Napoli.

Permettetemi, sig. presidente, che io vi ricordi come senza i due decreti dell'antica Dieta e della Assemblea federale, coi quali vennero vietate le capitolazioni ed il servizio militare degli svizzeri all'estero, sarebbe permesso di credere che la rivoluzione in seguito alla quale le Due Sicilie furon riunite all'Italia, non avrebbe potuto forse compiersi tanto agevolmente. L'Italia può quindi esser grata sotto questo rapporto alla Svizzera, la quale non ha esitato di sacrificare ad un principio liberale gl'interessi di 15,000 suoi cittadini.

Con pieno diritto può quindi la Svizzera domandare che i suoi cittadini siano, nel caso presente, trattati più favorevolmente di quelli degli altri paesi che hanno favorito con tutte le loro forme il reclutamento per i corpi esteri al servizio dell'ex-re di Napoli.

Nella speranza che il governo del Re troverà il modo o di ritardare o di mitigare le risoluzioni delle quali V. E. mi ha dato comunicaziione, prego V. E. ecc.

Firmato A. TOURTE.

LO STATO DI ROMA

– Il corrispondente parigino della Perseveranza assicura il fatto della consegna dei fucili napoletani essere verissimo, e vi sono lettere di Roma che descrivono il fatto con tutti i suoi particolari.

«Roma è diventata il centro ed il focolare della propaganda borbonica; il re di Gaeta, ed il papa. hanno intera mente confuso le loro cause, ed il denaro di S. Pietro serve ad arruolare i briganti che vengono poi lanciati nelle montagne.

Già da molto tempo tali manovre erano sospettate, ma ora se ne ha la certezza. Ben a ragione adunque, sin da principio, si reclamava contro la presenza di Francesco II a Roma. Era chiaro che egli e il papa, ambedue minacciati nella loro esistenza politica e presso a poco pei medesimi motivi, avrebbero accomunati i loro interessi per tentar di resistere alla corrente che minacciava di travolgerli. Le cose sono pervenute ad un punto tale, ch è necessariamente d'uopo che codesta causa d'agitazione scompaia: non si tratta qui solamente dell'interesse dell'Italia, ma anche di quello dell'Europa, la quale non dee tollerare tali fatti, che implicano tanto disprezzo del diritto delle genti. Siccome la necessità d'uscire dallo statu quo divenne ormai evidente per tutti, è naturalissimo che le voci del richiamo delle truppe francesi abbiano ricominciato a correre.

«E infatti opinione generalmente sparsa che il governo francese, il quale non ignora il vero stato delle cose, non può consentire più a lungo, dopo la solenne manifestazione delle sue simpatie in favore della causa italiana, a mantenere una condizione di cose nocente all'opera a cui attende l'Italia, e, ch'è più, per un motivo di condiscendenza, di cui gli interessati stessi non gliene sanno grado.

«L'ex-re di Napoli sottoscrisse un atto di vendita fittizia di tutte le sue armi al governo pontificio. Munito d'un tal documento, monsignor del Merode reclamò dall'amministrazione francese la consegna dei 35 mila fucili e dei 40 cannoni. Gli agenti del generale Goyon non osarono resistere; e appena in possesso di tutto questo materiale di guerra, il ministro delle armi se ne valse per armare le migliaia di briganti che partono tutti i giorni per le provincie napoletane. Questa è la pura verità.»

– Il Pays riferisce il fatto cui accennò il telegrafo:

«Una scena assai grave ha avuto luogo a Roma. Essa mostra a qual punto i sentimenti di certi membri del governo papale differiscano da quelli del Santo Padre che non parla mai dell'imperatore senza esternare la gratitudine che gli deve.

In una rissa recente tra un soldato francese e un soldato romano, a proposito di una donna, il primo riportò una ferita.

Secondo le convenzioni, il soldato pontificio doveva essere rimesso al nostro consiglio di guerra e il generale De Goyon lo reclamò. Opposizione per parte di De Merode.

Il generale indirizzossi al cardinale Antonelli che riconobbe il diritto e diè un ordine in conseguenza. Nuovo ri fiuto di De Merode. Il litigio fu riportato davanti al Papa, che fece intimare al sig. De Merode di consegnare il soldato. Resistenza ostinata di De Merode a questo sovrano comando.

Egli corse presso il generale Goyon, con aria sdegnosa, e gesto minaccioso e nella conversazione proferì le più ingiuriose parole contro l'Imperatore Napoleone. Allora il generale gli impose silenzio, e gli significò che non potendo, a causa del suo abito da prete, dargli due schiaffi, egli glieli applicava moralmente; poi aggiunse se il sig. Merode voleva deporre la sua sottana, egli lascierebbe la sua uniforme e si recherebbero ambedue sul terreno.

Il sig. De Merode si trincierò nel suo carattere ecclesiastico. Il generale rispose che in ogni caso egli manteneva l'oltraggio inflitto dalle sue parole, e mandò a cercare al forte Sant'Angelo dal comandante della nostra gendarmerie il soldato romano, che gli fu finalmente consegnato.

FATTI MILITARI

Ecco l'elenco delle principali onorificenze decretate da S. M all'esercito pei fatti dell'Italia meridionale:

Menzione onorevole all'intiero 7 battaglione dei bersaglieri, per la sua bella condotta durante l'intiera campagna:

Medaglia d'argento alla bandiera del 24 regg. di fanteria, per essersi distinto sotto Gaeta il 12 novembre 1860;

Medaglia d'argento alla bandiera del 25 regg. di fanteria, id;

Medaglia d'argento alla bandiera del 26 regg. di fanteria, id..

Menzione onorevole a tutto, il 35 regg. di fant per essersi distinto nell'assedio di Messina il 13 marzo 1861,

Menzione onorevole a tutto il 36 regg. di fanteria; id., id.;

Menzione onorevole al 1 squadrone dei lancieri di Novara, pel combattimento del Macerone, il 20 ottobre 1860;

Menzione onorevole all'8 comp. del 2 regg. di artiglieria, assedio di Messina 13 marzo 1861;

Menzione onorevole la 2 e alla 4 comp. 3 regg. d'artiglieria, assedi di Capua; Gaeta e Messina;

Menzione onorevole all'intiera comp. 3 del 2 regg. zappatori, assedio di Gaeta 13 febbraio 1861,

Menzione onorevole all'intiera comp. 6 del 2 regg. zappatori, combattimento del Macerone 20 ottobre 1860;

Menzione onorevole all'intiera comp. 7 del 2. regg. zappatori, assedio di Gaeta 13 febbraio 1861,

Medaglia d'oro alla bandiera del 1 regg. granatieri di Sardegna, presa di Mola 4 novembre 1860.

Medaglia d'argento alla bandiera del 2 regg. granatieri di Sardegna, id.;

Menzione onorevole alla 7 comp. 40 regg. di fanteria, presa di Monte Pelago sotto Ancona;

Menzione onorevole al 4 batt. 6 regg. di fant., fatti d'armi di Casammari e di Bianco;

Menzione onorevole all'intiero 9 batt. de’ bers., operazioni contro gli insorti negli Abbruzzi;

Menzione onorevole all'intiero 14 batt. de'  bersaglieri, attacco e presa di Mola;

Menzione onorevole all'intiero 24 batt. de'  bers. presa di Mola;

Medaglia d'argento alla bandiera del reggimento Pie monte reale cavalleria, per coraggio e fiero contegno tenuto da tutto il reggimento sotto il fuoco nemico, durante quasi due ore nella ricognizione al Garigliano, il 29 ottobre 1860.

Menzione onorevole alla 6 battaria del regg. 8 d'artiglieria, presso di Mola e Castellone, il 4 novembre 1850,

1. Fanti cav. Manfredo, generale d'armata, medaglia d'oro al valor militare. Attacco e presa di Mola di Gaeta 4 novembre 1860 (M. P. di S. M.);

2. Menabrea cav. Federico, generale del genio, medaglia d'oro al valor militare. Assedio e presa di Capua e di Gaeta, 2 novembre 1860 e 13 febbraio 1861;

3. Negri cav. Pier Eleonoro, maggiore del 7 battaglione bersaglieri, medaglia d'oro al valor miliare. Per il brillantissimo valore da lui spiegato nella ricognizione del Garigliano, 29 ottobre 1860;

4, Avogadro di Casanova conte Alessandro, generale della brigata Bergamo, medaglia d'oro al valor militare, Per il valore ed intelligenza dimostrata, il 12 novembre 1860, sotto Gaeta;

5. Cocconito di Montiglio cav. Vincenzo, capitano del 1 squadrone lancieri di Novara, medaglia d'oro al Valor militare. Per essersi al Macerone slanciato alla testa del suo squadrone alla carica contro un reggimento di fanteria, ed avere così contribuito alla presa del generale della bandiera e di tutto il reggimento, il 20 ottobre 1860;

6. Savio Teodoro, capitano della 4 compagnia. 3 regg. d'artiglieria, medaglia d'oro al valor militare. Per l'intelligenza ed attività dimostrato nei lavori d'assedio e per il suo gran coraggio e sangue freddo superiore ad ogni elogio nei giorni di fuoco, infondendo col suo valoroso contegno animo a suoi subordinati: morto il 22 gennaio 1861 all'assedio di Gaeta;

7. Morozzo della Rocca conte Enrica, generale d'armata, medaglia d'oro al valor militare. Assedio e presa di Capua 2 novembre 1860.

8. Grecis Giacomo, cannoniere 5 com. 3 regg. d'artiglie ria, medaglia d'oro, Sempre il primo nei maggiori pericoli durante l'assedio di Gaeta, si distinse pel continuo lavoro, grande coraggio e valore. Ferito nel dI 22 gennaio, rimaneva al fuoco; gravemente ferito nel braccio il 9 febbraio 1861 ricusava il soccorso dei compagni. Nell'amputazione del braccio ammirato da quanti lo videro;

9. Quintini cav. Pietro colonnello del 40 regg. fanteria, medaglia d'oro. Per l'intelligenza, l'energia e il valore spiegato nel Cirolano e nella Marsica nel respingere le bande reazionarie:

10. Pallavicini di Priola mare: Emilio, luogotenente Colonnello dei bersaglieri, medaglia d'oro. Per l'intelligenza, l'energia ed il valore dimostrato nel concorrere a formare il piano ed a dirigere le operazioni degli Abruzzi e dell'Ascolano contro i briganti, e nel condurre una colonna di assalto a Civitella del Tronto;

11. Grosso Campana Alessandro, maggiore del 14 batt. bersaglieri, medaglia d'oro. Pel sommo valore dimostrato nella presa di Mola, dirigendo una frazione della propria compagnia all'attacco dell'artiglieria nemica che tirava a mitraglia. Ferito nel petto vi morì.

NOTIZIE ITALIANE

Leggesi nella Gazzetta Ufficiale:

-- Le istruzioni date dal generale Cialdini, ai diversi comumi relativamente al brigantaggio, mostrano lo spirito di giustizia e di equità con cui il governo procede, però taluni giornali avendo voluto mettere in contraddizione gli atti di qualche ufficiale inferiore colle istruzioni del generale, dobbiamo dichiarare che gli ufficiali stessi quando avessero realmente oltrepassato i loro poteri saranno chiamati a renderne severo conto.

– Sabato, 27 luglio, fu definitivamente, firmata dal governo di S. M. il re d'Italia la convenzione per il servizio postale marittimo della Sicilia.

Questa convenzione comprende il servizio tra Napoli e Palermo, toccando a Reggio di Calabria; quello di Palermo per Messina, Catania, Siracusa e Malta; quello di Palermo per Trapani e Girgenti, toccando a Favignana, Marsala, Sciacca, Pantelleria e Licata; finalmente una linea da Palermo all'isola d'Ustica.

Per ora i viaggi si fanno settimanalmente; ma più tardi vi saranno tre partenze per settimana da Napoli a Palermo, e da Napoli a Messina, e due da Palermo pure per Messina, Catania e Siracusa. In una di queste corse, il battello a vapore farà il servizio di Cefalù, S. Stefano, Milazzo; Lipari ed Agosta.

Speriamo presto di poter dare l'itinerario esatto coi giorni e colle ore di partenza.

–La mattina del 2 a Torino nella chiesa di San Massimo aveva luogo una funzione funebre promossa da parecchi emigrati polacchi in onore del principe Adamo Czartoryski.

– A Viareggio fu splendidamente solennizzato il giorno onomastico di Vittorio Emanuele a cura di un Comitato di bagnanti e di alcuni abitanti del paese i quali insieme riuniti si fecero promotori di quella festa. I palii, le regate i fuochi di artificio, le bande musicali, il numeroso concorso anche da luoghi circonvicini, e la gioia spontanea di tutti, contribuirono a render più brillante quella festa.

– Leggesi in un carteggio di Torino:

La Monarchia Nazionale del 31 pubblica un decreto reale del novembre 1860, che deve essere dato da Sessa, con cui viene dichiarata perenta l'azione penale a carico degli ufficiali del nostro esercito che disertarono per passare nel le file di Garibaldi.

Vuolsi che la pubblicazione e l'inserzione di questo decreto negli atti ufficiali siano state impedite dal General Fanti.

Intanto tutti gli ufficiali in esso contemplati che si restituirono ai rispettivi corpi ebbero a subire un processo e una condanna per diserzione, in onta alla benigna disposizione reale. Alcuni stanno ancora nelle prigioni scontando la loro pena; a tutti fu rifiutata la riassunzione in servizio.

L'accusa contro il ministro è grave assai, e non mancherà di sollevare giustamente tutta la stampa indipendente.

Il decreto venne consegnato a Garibaldi, né si sa per quale accidente abbia tanto ritardato ad essere posto in luce.

Ho veduto oggi parecchi di quegli ex-ufficiali, che sono alla lettera convulsi per l'indignazione, e si lusingano che la pena sofferta varrà almeno a riabilitarli e a dischiudere nuovamente loro le onorate fila dell'esercito.

– Nell'udienza del 25 S. M. accoglieva la rinunzia del deputato Imbriani dall'Ufficio di Segretario generale per la pubblica istruzione presso la Luogotenenza di Napoli. Lo stesso dI era firmato il Decreto che sopprime quella Segreteria generale.

– La Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, in due supplementi al foglio del 29 luglio, ci ha porto un accurata statistica delle due Camere del Parlamento. Ne resulta che a Senatori del Regno dal 3 aprile 1848, data della prima nomina, al 1 aprile 1861, data dell'ultima, vennero eletti 300 personaggi.

– Di essi morirono 60; rinunziarono 23; non si presentarono mai 3; onde il Senato si compone attualmente di 214 membri, dei quali 94 appartengono alle Provincie antiche, 34 alle napolitane, 27 alle lombarde, 19 alle toscane, 18 a quelle dell'Emilia, 13 alle siciliane, 9 a quelle delle Marche e dell'Umbria. Però appena 195 hanno voto deliberativo, dacché degli altri 19 uno non toccò ancora l'età di quarant'anni e diciotto non intervennero ancora alle sedute e non prestarono giuramento.

Dal 18 febbraio al 22 luglio, il senato votò 85 progetti di legge.

La Camera dei deputati dovrebbe constare attualmente di 443 membri, di cui: 144 per le provincie antiche e lombarde, 144 per le napoletane, 48 per le siciliane, 42 per quelle dell'Emilia, 37 per la Toscana, 28 per le Marche e l'Umbria.

Ma i Collegi effettivamente rappresentati sono 410; 33 debbono essere riconvocati per una nuova elezione. Dei 410 Deputati sedenti, ve ne hanno 72 impiegati, di cui 17 Magistrati, 48 professori, 21 uffiziali superiori, gli altri funzionari dell'ordine amministrativo.

– Dicesi che ai soldati reingaggiati e anziani si restituirà il distintivo dei galloni o checrons al braccio sinistro e che a questo distintivo sarà ammessa un'alta paga per invogliare alla vita militare. Se questo provvedimento sarà riattuato ne vantaggierà certamente l'esercito per l'emulazione che ne sarà la conseguenza e pei vecchi soldati che saranno conservati come aroma prezioso.

Le ghette di tela di vele delle quali io vi faceva parola altra volta già sono in distribuzione nei vari corpi dell'esercito: un nuovo comodissimo modello fu testé presentato da un fornitore francese, modello che avrebbe il vantaggio di riunire il cuoio e la tela i cambiamenti alle mostre della cavalleria colla relativa numerazione dei reggimenti se condo la loro qualità sembrano rimandati all'autunno.

- Agli usseri di Piacenza fu levato il berretto rosso che fu sostituito con uno verde uguale all'uniforme e al modello degli altri berretti di cavalleria usati presso di noi.

- Il giovane ufficiale Salasco, per la cui vita si fu in grave timore in seguito al duello avuto col Riboli, è perfettamente ristabilito, e già da alcuni giorni lo si vede con soddisfazione passeggiare per Torino.

– La diserzione oltre il confine del Mincio e del Po è disgraziatamente sempre forte fra i soldati ex-borbonici aggregati all'esercito nazionale. Si notano più particolarmente frequenti nelle truppe raccolte in Ferrara e si accusa la negligenza o l'apatia di quell'intendente generale che con tanti mezzi di scoprire il vero non ha saputo o voluto finora mettere le mani addosso ai tanti seduttori reazionarii notissimi in Ferrara a tutto il mondo fuorché all'intendente.

– Con Decreti Reali delli 25 e 28 luglio corrente vennero nominati: Il signor cavaliere Giovanni Battista Marsano, ispettore del Genio civile, a direttore generale degli studi delle strade ferrate in Sicilia; il signor cavalier Alessandro Colli, ispettore del Genio civile, a direttore generale degli studi delle strade ferrate delle Calabrie; ed il signor cavalier Flaminio Cappa, ispettore dei telegrafi, a commissario tecnico governativo per la sorveglianza della ferrovia da Ancona a San Benedetto del Tronto.

NOTIZIE STRANIERE

Il Nord ha la seguente importante corrispondenza:

«Non crediate al miglioramento della situazione in Au stria ad onta dell'attitudine che ha presa rispetto all'Ungheria. Questi grandi colpi in aria nascondono in sostanza un eccesso di debolezza. Si vogliono illudere gli spiriti rimasti creduli ad ogni costo; abbagliare i gabinetti che non si sono ancora pronunziati francamente sulle grandi questioni che si agitano, e finalmente si vuol guadagnar tempo.

«Lo spirito dell'armata è molto cangiato dopo il 1859. Fra gli ungheresi, fra gl'italiani al servizio dell'Austria sono pochi coloro che non comprendano la situazione e non siano di cuore e di volontà con le popolazioni alle quali appartengono.

«I capi non possono più contare su quell'obbedienza ciecamente passiva che caratterizzava una volta l'armata imperiale. Da qualche tempo gli uffiziali parlano di politica, ed anche a voce alta ad onta del divieto che loro n'è stato fatto. Si osserva tuttavia una separazione assai notevole fra gli ufficiali austriaci puro sangue, e gl'italiani o gli ungheresi dello stesso reggimento, mentre i soldati che non possono fraternizzare col popolo per timore di essere sorpresi dai superiori non trascurano alcuna occasione per dimostrare in qualsiasi maniera le loro simpatie e i loro voti.

«La piaga sempre aperta e sempre sanguinosa è l'esaurimento del tesoro. Il disavanzo del bilancio non può esse re tolto e intanto le spese aumentano. Quanto alle economie introdotte nell'amministrazione, nulla v'è di più illusorio. I fondi diminuiti, spesso senza motivi plausibili nei bilanci particolari dei ministeri, sono d'altra parte adoperati al compimento dei lavori di fortificazione, a comprar materiali da guerra e soprattutto cannoni rigati. Si è menato vanto di aver fatte entrare nei bacini tre fregate, sotto pretesto che l'orizzonte politico non è tanto minaccioso da dover rimanere sempre in guardia. Nulla di tutto questo è vero.

«Le tre fregate non sono più atte ad una lunga navigazione, tanto sono mal ridotte: la marina imperiale è poco fortunata. Gli accidenti si moltiplicano per essa.

– Leggesi nel Riassunto politico del Nord:

In Prussia le voci di ravvicinamento tra la Russia e l'Austria avevano per solo oggetto d'impedire l'accordo della Prussia e della Francia, e specialmente la visita del re Guglielmo a Napoleone: in Austria volevansi intimidire gli Ungheresi facendo loro travedere una seconda intervenzione russa.

– Leggiamo nella Presse:

Le notizie della Polonia sono sempre gravissime. Le manifestazioni si raddoppiano e la importanza loro aumenta. A Varsavia, un assembramento di 20 m. persone andò a rin graziare il console inglese per le simpatiche parole pronunciate nel Parlamento in favore del popolo polacco. All'indomani, una folla immensa di popolo si portò al servizio funebre organizzato dall'arcivescovo in onore del principe Czartoryski. Una pompa inusitata si spiegò in questa cerimonia; vi assistevano tre vescovi e parecchie centinaia di preti. A Wilma, qualche migliaio di persone si riuniscono quotidianamente per pregare e cantare inni patriotici. In tutto il resto del regno non si vuole smettere il lutto.

– Leggesi nell'Opinion Nationale, che il giudizio pronunciato contro Kossuth, riguardo all'emissione dei biglietti ungheresi, sarà posto in piena esecuzione. Le banconote sono state inviate alla banca d'Inghilterra, perché vi sieno distrutte. Secondo il Morning Advertiser, esse formavano il carico di due o tre vagoni.

– Dicesi che il conte Elgin sarà nominato governatore generale delle Indie in sostituzione di lord Canning.

– Secondo le voci che corrono, la dissoluzione della Dieta ungherese dev'essere considerata come inevilabile.

ESPOSIZIONE INDUSTRIALE A FIRENZE

– Gli autori d'invenzioni sono incerti se abbiano o no ad inviare i loro prodotti all'Esposizione di Firenze.

Noi ne abbiamo uditi parecchi dichiarare che non avrebbero mandate all'Esposizione le loro produzioni, affine di non perdere i loro diritti di privativa industriale.

Alcuni, che forse ignorano come in Toscana non siavi legge di privativa industriale, se inviano le loro invenzioni, corrono rischio di esser danneggiati e che altri usurpi i frutti delle loro fatiche e dei loro studi.

Noi provochiamo su di ciò l'attenzione dell'onorevole ministro d'agricoltura e di commercio. Perché l'Esposizione possa riuscire convenevolmeate, importa di guarentire tutti gl'interessi, non omessi quelli degl'inventori, epperò ci sembra indispensabile di adottare una determinazione, la quale copra dell'inviolabile diritto di proprietà i modelli d'invenzioni e le invenzioni stesse che fossero per esser presentate, derogando alla legge vigente in Toscana.

– Hanno contribuito alle spese dell'Esposizione di Firenze: il Municipio di Medicina nella Provincia di Bologna per it. lire 50; quello di Castel Guelfo (idem, idem); quello di Castel Fiumanese (idem) lire 60; quello di Mordomo (idem) lire 100; quello di Colorno nella Provincia di Parma, lire 60; e quello di Crescentino nella Provincia di Novara lire 50.

IL MINISTRO BASTOGI

Tutti i giornali profondono lodi, e con ragione, al ministro delle finanze, Bastogi, per l'abilità dimostrata nel condurre l'operazione del prestito. Infatti egli seppe eludere l'ingordigia di certi lupi rapaci che stimando lo stato nostro alquanto alle strette, facevano offerte molto onero se pel tesoro; tenne a bada sì bene i banchieri, che gli indusse a sottoscrivere per la somma da noi accennata in altro foglio senza lasciar penetrare loro qual sarebbe il prezzo d'emissione del prestito, serbando intorno a ciò cotanto profondamente il segreto che niuno del ministero ebbe da lui la più piccola comunicazione a tale riguardo prima della seduta di sabato ultimo; mostrò infine molta abilità oratoria nel convincere i banchieri ad adattarsi alle sue condizioni, facendo eziandio bellamente sentire alla banca Rothschild come dovesse mostrarsi a capo della lista dei so scrittori privati per togliere le prevenzioni che in Italia si avevano contro di essa, reputandola qual poco favorevole alla causa italiana. Tutte codeste pratiche accorte ebbero quel risultato migliore che si potesse aspettare, e un risultato che dicesi non abbia esempi negli annali delle borse, e però il ministro delle finanze fu il primo a rallegrarsene.

Nè sappiamo dargliene torto. Un giornale lombardo narra anzi a questo proposito che nel pranzo dato pochi di so no dal barone Ricasoli ai più grossi soscrittori del prestito, ed a cui si trovarono riuniti molti principali possessori esteri e nazionali di milioni più o meno effettivi, il magro ministro pareva ingrassato per la contentezza, e diceva che non avendo potuto pigliar parte al prestito colla sua casa bancaria, per quelle ragioni che tutti sanno, voleva darsi il gusto di sottoscrivere per una rendita di 10 franchi, e metterne il recapito in cornice e serbarlo ad perpetuam res meemoriam.

ULTIME NOTIZIE

– Le corrispondenze di Roma a tutto il 27 annunziano che la gendarmeria pontificia arresto alle frontiere alcuni reclutatori di bande democratiche. Il partito esaltato agita paesi vicini per organizzare una involte negli Stati romani; le autorità italiane resistono. L'intendente di Perugia ha disciolto il comitato d’invasione sospetto di mazzinianismo. Si assicura che la Francia ha inviato delle nuove dichiarazioni, le quali dicono ch'essa è decisa a impedire qualsiasi intrapresa violetta.

–Le colonne mobili mandate a perlustrare l’Appennino lungo l'antico confine delle Marche colla Toscana per arrestare i renitenti alla leva ottennero ottimo risultato l'areo chi dei refrattari vennero a costituirsi spontaneamente, o quelli che furono arrestati colla forza mostraronsi partiti del loro trascorso.

Simili perlustrazioni e collo stesso favorevole effetto si stanno operando ora nell'interno delle Marche e con mio combinate da Forlì e dalla Toscana verso le creste dell'Appennino. Altre se ne fanno contemporaneamente sui colli del Piacentino.

– Si è sparsa la voce fra noi dice l'Adriatico, che numerosissime diserzioni si siano verificate nelle guarnigioni di Faenza, Ravenna e Forlì.

Siamo in grado di smentire queste notizie per ciò che riguarda Ravenna e Forlì. A Faenza solamente vi sono stati cinque o sei disertori.

– Il ministro dei lavori pubblici, cavaliere Peruzzi, si è recato a Genova: a quanto dicesi: cotale gita ha per motivo i lavori d'ampliamento di quel porto.

– Corre voce che il ministro della marina, generale Menabrea, voglia domandare un congedo di qualche settimana, per recarsi alle acque di Vichy.

– Leggesi in una corrispondenza dell'Opinione da Parigi:

Lo splendido risultato dell'imprestito italiano ha fatto gran piacere a tutti i vostri amici, ed il gran numero di banchieri tedeschi che hanno preso parte all'imprestito, sia per conto proprio, sia per conto dei loro clienti, vi deve far intendere che il pubblico tedesco ha maggior intelligenza degli inviati del Würtemberg, della Baviera e dei due Mecklemburg presso la Dieta di Francoforte. I capitalisti tedeschi conoscono benissimo l'esistenza del regno d'Italia e sanno che non è soltanto una chimera. Non è probabile che l’Austria possa ottenere un eguale risultato malgrado l’alta protezione della Baviera, del Würtemberg e dei due Mercklemburg.

Il corrispondente della Nazione scrive da Torino:

Vi darò qualche notizia più esatta e più coscienziosa di quella spedita da certi corrispondenti sul padre Giacomo.

Una lettera scritta da lui medesimo a persona sua amica qui di Torino narra le accoglienze che gli furono fatte, e furono urbane e cortesi quanto mai potevano essere. Ci sarà nel fondo il veleno senza dubbio, ma sarebbe stato sovranamente sciocco il farlo vedere alla superficie. Che cosa gli abbia detto il Santo Padre nell'udienza privata indomani del suo arrivo, né io né altri lo possiamo sapere. Queste cose o verranno in luce nell'avvenire o meglio si dedurranno dai fatti palesi.

Dei tentativi di pressione morale sul padre Giacomo erano stati fatti già da questa curia fino dal momento della morte del grande ministro. I giornali ne fecero allora qualche cenno; oggi poi la Gazzetta di Torino li narra con qualche maggior dettaglio. Vi rimetto quindi ad essa per prenderne cognizione.

– Da un mese l'illustre patriota ungherese Luigi Kossuth trovasi in Cossilla (ad un chilometro da Biella) a farsi a cura idropatica nel riputato stabilimento del dottor Vinea. Egli è circondato dall'amabile sua famiglia, e riceve tuttodI gli amici magiari ed italiani. Nella scorsa settimana recossi a vederlo il generale Medici.

– Circola in Torino la protesta ultra mazziniana contro l'occupazione francese in Roma, già presentata dalla circolare del ministro Minghetti. Ognuno, com'era da aspettarsi rifugge dal sottoscriverla, e tutti la disapprovano pubblicamente.

– Il governo di S. M. la regiina di Spagna ha aperto pratiche per riconoscere il regno d'Italia, Non si conferma che il governo neerlandese (Paesi Bassi) sia disposto al riconoscimento del regno d'Italia.

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– Da una importante corrispondenza di Parigi all'Opinione ricorriamo quanto segue:

Per ora non potete aspettarvi grandi cose, che il nostro governo sembra voler aspettare, ma questo stato di cose non può a lungo durare. L'opinione pubblica da un canto e la simpatia che l'imperatore ha per la causa italiana dall'altro, tutto concorre a rendere necessaria una soluzione. In Francia si giudica che la politica imperiale sia moralmente impegnata al trionfo del risorgimento italiano; gli mi vedono in questo fatto un titolo glorioso per la politica francese, gli altri un titolo di biasimo, una tutti ammettono la solidarietà tra la politica francese e la causa italiana.

Per quanto l'imperatore sia andato avanti prudentemente verso la meta, egli non si è mai spaventato delle conseguenze di una guerra contro l'Austria, è della conchiusione necessario l’opera di emancipazione da lui favorita.

Il tempo ha giovato alla politica dell'imperatore come ha giovato all'Italia. Se in questo momento sono grandi gli ostacoli, in conseguenza di eventualità diplomatiche che potrebbero essere di danno alla causa liberale, come saremmo indotti a crederlo quando dovessimo prestare credenza a certe rivelazioni o forse più esattamente a certe spavalderie, fra alcuni mesi le cose saranno mutate.

Gli sforzi delle potenze reazionarie riusciranno impotenti, e quando l'Inghilterra si sarà accorta della vanità di certe suscettività che si sono volute far risorgere, e potrà giudicare spassionatamente dei veri suoi interessi, d'accordo fortunatamente coi principii politici predominanti nel popolo inglese, allora si potrà passare ad un'equa soluzione.

I mesi che ancora rimangono della state saranno probabilmente impiegati dalla Francia ad un lavoro diplomatico, il quale sarà di una grande utilità, quantunque non possa avere uno scopo precisamente definito. Si tratta di esaminare diligentemente le disposizioni dei vari governi d'Europa, essendo necessario, prima di prendere una risoluzione definitiva, che siano terminati certi esperimenti politici Il risultato delle elezioni in Prussia potrebbe aver per conseguenza un cangiamento salutare nella politica vacillante del gabinetto di Berlino.

Tutte le notizie che riceviamo dall'Ungheria confermano in noi il convincimento che la nazione ungherese, senza abbandonare il terreno legale, è risoluta a lottare fino all'ultimo contro le tendenze unitarie del governo viennese. Sia che l'imperatore si decida a sciogliere la Dieta, sia che egli si rassegni a discutere ancora sulle basi della risposta che la Dieta sta preparando, il risultato sarà lo stesso. Gli ungheresi si batteranno contro l'Austria, ma scieglieranno il momento opportuno e non si lascieranno c0gliere nella rete.

Ora voi vedete facilmente che dalla piega che prenderanno le cose sia in Ungheria, sia in Germania può dipendere la politica della Francia e sarebbe cosa puerile lo scorgere un cangiamento di politica, nel senso reazionario, là dove in di vedersi altro che una saggia aspettazione degli avvenimenti che stanno preparandosi.

L'imperatore d'Austria pare deciso a voler domare la resistenza degli ungheresi, ma egli si inganna se crede che la dissoluzione della Dieta e la proclamazione dello stato d’assedio siano bastanti a renderlo padrone assoluto del l'Ungheria. Vedrete che i fatti mi daranno ragione.

CRONACA INTERNA

Ieri il Generale Cialdini passò a Rivista cinque battaglioni della nostra benemerita Guardia Nazionale. Le grandi strade che circondano la gran piazza di Palazzo erano gremite di popolo. Il Generale nell'uscire dalla sua abitazione fu salutato da un grande scoppio di applausi, che a varie riprese si ripetettero durante la rivista. La tenuta della Guardia Nazionale era ammirabile. Dopo la rivista il Generale con lo stato maggiore si fissò presso una porta della Regia. ed i battaglioni sfilarono in bell’ordine dinanzi a lui. Quando Cialdini si ritirò un immenso popolo si affollò sotto i balconi, e con applausi e grida di evviva a Cialdini, costrinse que sto ad uscire e ringraziare. Ieri per Napoli fu una delle più belle feste nazionali, siamo assicurati che al Governatore di Bari si sono presentati più di ottocento ex soldati borbonici. Altri seicento si son presentati a Leo. che depositati in Brindisi aspettano l'imbarco. In Ginosa provincia di Lecce è stato pure arrestato uno de capi della reazione di Gioia. Anche in Avellino avvengono frequenti presentazioni di sbandati, e dove non si presentano quella valorosa Guardia Nazionale attende indefessamente ad arrestarli. Dagli Abruzzi e dalle Calabrie pervengono soddisfacenti notizie.

Ieri mattina mentre ai Lagni, tra Cancello e Nola, il convoglio della ferrovia trasportava un di staccamento di Bersaglieri, una turba di briganti fece una scarica di fucilate. Fermata la macchina, i Bersaglieri scesero dai vagoni e si fecero ad inseguire i briganti, che già si eran dati a precipitosa fuga. Sopraggiunto un altro distaccamento di Bersaglieri, il cui capitano comandava pure cento Guardie Nazionali di Caserta, e dopo una faticoso perlustrazione potettero ferire, sempre alle spalle, un buon numero di briganti; che si dispersero pei monti. La perlustrazione prosegue sulle tracce di sangue. Nell'attacco rimase morto un tromba dei Bersaglieri e feriti un soldato e due militi. Ai briganti riusci di catturare un milite, che poi nella perlustrazione fu trovato con le gambe mozzate. A Colle in provincia di Benevento, il Giudice unito ai reazionari del suo mandamento, per precedente concerto coi briganti, permise che questi arrestassero dieci soldati della truppa regolare ed egli con l'Arciprete andò in Chiesa a cantare il Te Deum. Ma sopraggiunta altra truppa, i soldati furon liberati, ed il Giudice e l'Arciprete s ebbero una lezione memorabile.

ISTRUZIONE PUBBLICA

Fiaccare lo sfrenato orgoglio dell'inumano brigantaggio che spargendo la desolazione nelle nostre provincie disonora i suoi agenti e i suoi capi al cospetto della civiltà europea è non solo utile, ma necessario per la salute e per l'onore della nostra penisola. E noi senza essere così impeciati alla lettera della legge che uccide, amiamo meglio apprezzare lo spirito che vivifica. Quindi la nostra soddisfazione pel vigoroso impulso dato da Cialdini ai mezzi di difesa. Ma mentre la forza del Diritto distrugge la violenza degli insolenti, vorremmo il concorso di tutti gli onesti per riedificate su basi più solide, perché più sicure, l'edifizio che dovrà proteggere la sorte delle future generazioni. La prima pietra di questo edifizio non può essere che la rigenerazione della donna popolana, la quale insieme col latte dovrà trasfondere nei bimbi innocenti il germe dell'onestà, della moralità, dell'amore a Dio, agli uomini, alla patria, al lavoro per crescere una generazione migliore emancipata dal servilismo, dalla corruzione, dalla superstizione. Formar buone madri, ecco il gran punto che deve tutti altamente interessare.

Ma come si formano esse? Dando alle bambine sagge educatrici per guida. E queste come si formano? istituendo a spese dello Stato, o dei Municipii, o dei Privati istituti appositi per formare Educatrici del popolo. Dunque per ora il vero punto di partenza del lento ma sicuro progresso morale delle nostre famiglie è riposto in una istituzione che ci prepari ottime istitutrici.

Il Governo ha provveduto, ed una prima scuola per Allieve-Maestre si è aperta, e conta già 36 alcune inscritte, nel locale del Gesù Nuovo dirimpetto alla Chiesa di S. Chiara: Le lezioni, per ora, hanno luogo dalle 8 alle 11 ant. e sono date da esperti Professori per rettitudine di mente, per ispecchiatezza di costumi onorandi. La direzione inoltre e affidata ai coniugi, Casissa, nomi già tanto favorevolmente noti, nelle città dell'alta Italia per la loro singolare attitudine nella direzione dell'educazione femminile. Mentre le accorrenti poi si preparano in quella Scuola a rendere eminenti servigi alla moralità e alla coltura intellettuale del nostro paese, assicurano per sé un avvenire non ispregevole abbracciando una carriera che frutta alle future Maestre un onesto sostentamento. Così anche alla Donna laboriosa si schiude una decorosa palestra nella quale troverà di che satisfare a stessa senza essere di peso alla famiglia. Eccovi dunque Damigelle Napoletane un campo aperto per voi. Accorrete numerose e piene di zelo al Gesù Nuovo dirimpetto a S. Chiara, fatevi inscrivere a quella utilissima scuola, frequentatela assiduamente rendetevi buone educatrici delle nostre bimbe derelitte, e voi associandovi nella santa impresa alla già formata elettissima schiera di istitutrici delle altre parti d'Italia, contribuirete a rafforzare i vincoli di nazionalità, e a distruggere fin dal loro nascere quelle ree passioni che oggi irrompono nelle nostre contrade con danno dei buoni, con dolore della patria.




Anno I – N° 5 Napoli — MartedI 6 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

LA FORZA

Dicemmo in un altro articolo che per ridonare a queste provincie la sicurezza, di cui oggi vi ha penuria, conveniva principalmente che il governo avesse tenuto gli occhi addosso a pubblici funziona rii, e con ogni mezzo si fosse ingegnato a farli addivenire zelanti del proprii doveri.

Or diremo che la colpa più grave delle amministrazioni che si son succedute in queste provincie è, di non avere pensato seriamente ad organizzare la forza che avesse potuto tutelare l'ordine pubblico e la proprietà de'  cittadini. Era facile prevedere che sugli antichi soldati borbonici non ci era da fare assegna mento, onde la necessità di crearne nuovi.

Il Parlamento ha approvato un progetto di legge col quale si dà al Governo la facoltà di operare in queste province una leva di 36 mila uomini. Ben fece, ma la leva non potrà aver luogo se prima non sarà ritornata la calma.

Gli errori di oggi si sono rinnovati un'altra volta in queste province, a tempi della venuta de’ Francesi, e ci piace ricordare le parole che a questo proposito scriveva il celebre autore del Saggio storico della Rivoluzione di Napoli.

«Un nuovo governo, egli dice, ha più bisogno di forza che un governo antico, perché l'esecuzione della legge per quanto sia giusta, non può mai con sicurezza essere affidata al pubblico costume. Gli scellerati, che non mancano giammai, hanno campo maggiore di calunniarla e di eluderla: ed i deboli sono più facilmente sedotti o trascinati nell'ondeggiar dubbioso tra le antiche opinioni e le nuove. I Francesi impedirono però ogni organizzazione di forza nella repubblica Napoletana. Il primo loro errore fu quello di temer troppo la capitale: il secondo di non temere abbastanza le provincie. Essi non aveano truppa da inviarle, e di ciò non po teano essere condannati; ma essi non permisero che si organizzasse truppa nazionale, e di ciò non possono essere mai scusati.»

Queste parole del celebre scrittore napoletano ci spiegano la presente situazione di queste province, e ci danno il modo di trovare il più grave errore del governo centrale, l'errore da cui partoriscono tutti i mali che affliggono queste terre.

Quando il governo ebbe il potere nelle mani, era facile comprendere il terreno in cui dovea lavorare.

La rivoluzione avea distrutto in pochi mesi una dina stia, mille passioni diverse tenevano accesi gli animi degli uomini, l'imperio della legge era venuto meno, e popoli non educati alle nuove forme facilmente scambiavano la libertà con la licenza. Il governo dovea innanzi tutto risolvere questo problema: fare in tendere alle masse ch'egli era forte, che avea modo di reprimere i tumulti e le ambizioni personali, ed in questa guisa collocato al di sopra de'  partiti, venire a poco a poco riformando le pubbliche amministrazioni.

Per compiere tutte queste cose il governo dovea mandare molti soldati in queste province, ed in pari tempo dovea con ogni potere organizzare militarmente il paese. La sola scusa che si potrebbe allegare si è che in quel tempo l'esercito stava a guardia del Mincio e del Po; ma questo non è ragionevole scusa, poiché si potevano bene organizzare battaglioni di Guardia Nazionale Mobile, e lasciarli alla custodia delle fortezze e mandare qui i soldati, i quali avrebbero bene potuto in caso di guerra accorrere sul luogo del pericolo.

Per vece il Ministero lasciò sguernite queste pro vince, ed in tanti mesi non pensò ad organizzare un solo reggimento. Certo è che se tutti i borbonici con le loro famiglie, ed i Garibaldini, non avvezzi alla disciplina, si fossero incorporati all'esercito, avremmo avuto l'armata di Serse, come diceva il ministro Fan ti, ma è vero pure che in tanto tempo se gli uomini del potere fossero stati meno pedanti, avrebbero trovato modo d'aver soldati.

Bisogna ricordarsi dell'indole e della tradizione dei popoli. Qui il borbone avea educato questo popolo a veder cento mila uomini con cannoni e cavalleria per correre le province, e nella mente de’ rozzi contadini era entrato che il borbone fosse invincibile. Quando compiuta la rivoluzione, finito il primo momento di stupore e di meraviglia, hanno veduto che il nuovo governo lasciava le provincie senza soldati, han saputo che non né avea, da una parte nella classe infima del popolo è surto il desiderio della rapina, e dall'altro si son resi audacissimi, credendo il governo debole ed impotente. I proprietari si sono trovati esposti alle minacce dei contadini ed han tremato; i tribunali non hanno più amministrato imparzialmente la giustizia, non sentendosi sicuri, le vie sono state ingombre di ladri, i quali nell'impunità trovano esca al delitto, molte vendette personali hanno avuto luogo, i tumulti delle piazze son cresciuti. le imposte non si pagano, ed il governo, in mezzo a tutte queste agitazioni, non sapendo porre un freno alle passioni, è andato alla ventura ed ha perduto di credito e di forza morale.

Guai quando i popoli credono che i governi sian deboli. Ma le Guardie Nazionali non vi erano? E vero, ma queste non aveano il potere di rimettere lor dine in tutti i luoghi, e poi gli abitatori delle nostre campagne, credono che la Guardia Nazionale non sia una forza da temersi e tale da far rispettare la legge.

Intanto il governo senza forza, non si poggiava su nessun partito, onde dispiaceva a tutti senza contentare nessuno, e non avendo nessun potere da farla eseguire, ogni giorno cacciava fuori una nuova legge, che distruggendoti il passato, cresceva il disordine, la confusione, l'anarchia in tutto, Come se questo fosse poco, si chiamano sotto le armi i 0 mila soldati, e sempre non avendo la forza.

Intanto i nostri nemici, veduto il disordine e sicuri dell'impunità, cospirano, si riuniscono, cavano partito dagli errori amministrativi del governo, e fatti ancora più arditi dalle gare ingenerose, e dalle mille calunnie onde liberali e non liberali si combattono, ripetono alle moltitudini ignoranti che i liberali son ladri, che il nuovo governo spoglia il paese, ed è nemico dei preti e dell'altare.

Certo il brigantaggio è tal cosa che si può domare con le forze che ora abbiamo, ma ci vorrà tempo, ed intanto crescerà il malessere.

I borbonici ci hanno fatto chiaramente intendere ch'essi non si staranno con le mani alla cintola, e con ogni potere cercheranno sempre distruggere l'edificio dell'Italiana unità, i preti ne’ confessionali che cercano far colpo sull'ignoranza delle masse, la stampa retriva che predica l'insurrezione, i comitati istituiti in più siti: il danaro, le armi e i zuavi pontifici che partono da Roma e invadono le nostre provincie, tutti questi fatti chiaramente ci fanno intendere che il partito vinto non vuole rassegnarsi ed accettare il nuovo ordine di cose. La reazione domata oggi, alzerà di nuovo domani il capo, infino a che non avremo Roma.

Conviene che il governo non solo pensi a distruggere ora il brigantaggio, ma provveda per modo che non torni in campo un'altra volta, o che se nuove reazioni potessero aver luogo, si trovasse il paese organizzato ed armato in modo da poter ridurre subito al dovere i colpevoli.

Ora a noi sembra un'assai acconcia maniera di raggiungere interamente lo scopo, organizzando le Guardie Nazionali Mobili per guisa che non restino sotto le armi tre soli mesi, ma uno o due anni.

I briganti tengono un mezzo facile, ed ora a tutti noto, col quale compiono le uccisioni ed i saccheggi.

In un giorno si raccolgono in un determinato luogo; battuti, si disperdono e ritornano a loro paesi o nelle campagne.

Ora quando l'autorità di P. Sicurezza e Giudiziaria fossero vigili, subito scovrirebbero i rei.

Ma i giudici e i delegati di P. Sicurezza senza la forza non hanno autorità, ed in questi giorni nessuna migliore forza si può trovare di quella delle Guardie Nazionali Mobili.

In questa guisa operando avremo noi creata una forza utilissima, che in caso di guerra, potrebbe ella sola bastare, coll'aiuto de’ carabinieri a custodi e la pubblica sicurezza.

Noi vorremmo che il governe pensasse principalmente a questo fatto, ricordandosi ch'oggi l'Italia ha gran bisogno di soldati.

Ma questa organizzazione conviene che sia ben fatta, è necessario che le Guardie Mobili abbiano esperti comandanti e tali, su cui si possa fare fondamento, che abbiano disciplina, altrimenti invece di essere utili saran cagione di scandali e di disordine.

LA QUISTIONE ROMANA

— Si scrive da Roma al Journal des Débats:

La quistione di Roma, sotto il punto di vista dell’occupazione francese è abbastanza semplice in diritto. Il governo francese accordò il suo appoggio al poter temporale del papa ad una condizione sine qua non, condizione che una potenza quale è la Francia non poteva non esigere: cioè che il governo pontificio darebbe quelle riforme strettamente necessarie per rendersi sopportabile ai suoi propri sudditi. Questa condizione non venne adempiuta: la Francia è sciolta.

In ogni contratto oltre le condizioni espresse, vi sono le sottintese, che si passano sotto silenzio perché i casi che esse suppongono sono troppi per essere esplicitamente preveduti. Èra quindi inutile che il capo del governo francese dicesse allo autorità pontificie: lo vi do un rinforzo, a condizione che voi non ve ne serviate contro i miei alleati e contro me stesso, condizione che voi non farete di Roma un asilo di cospiratori. a condizione che voi non comprometterete né l’onore, né la dignità dei nostri soldati, per i quali solo state in piedi. Ciò non fu detto: ma è incontestabile però che ciò era sottinteso.

Non eseguendo le condizioni espresse nel contratto e violando le condizioni che vi erano sottintese, il governo pontificio non solo sciolse la Francia degni impegno, ma la pose nulla necessità di por fine all’occupazione di Roma. Difatti sinché la corte papale non opponeva che una resistenza passiva agli amichevoli consigli che l'erano diretti, possibile dire: aspettiamo. È vero che tutto aveva dimostrato l'impotenza del poter temporale a sostenere stesso, a rigenerarsi, a rivivere; è vero che una g: e grande nazione, che ha i suoi diritti, s’innalzava essa pure sulle sue rovine; ma considerando i rapporti diretti della Francia colla corte di Roma, era ammessibile che la prima dimenticasse per un istante gl’interessi della sua politica generale e l'ingratitudine dei suoi protetti, per continuare di rendere a questi i suoi servizii.

Ma l’asilo in cui la Francia faceva guardia rispettosa al capo del cattolicismo, divenne cosa dolorosa, un’officina di cospirazione, di saccheggio e d’incendio. Noi detestiamo le declamazioni, e vorremmo parlare di ciò che avviene a Roma come lo si deve di avveramenti che appartengono all’ordine pubblico; ma i fatti son là; bisogna tacerli, n dire ciò che siamo forzati di dire. Le autorità pontificie vollero fare dei soldati di Francia i protettori di un’orda di banditi. Non è più la libertà della santa sede, così preziosa per il mondo civile, ma la libertà del delitto quella che si trova garantita.

Il papa, raggirato dagli intrighi di coloro che pretendono servirlo, non è più nulla nella città eterna; nessuno è meno potente di lui. Quando i papi regnavano veramente, lanciavano spedizioni contro i briganti; ora invece Roma lancia spedizioni di briganti; arruolali, armati, pagati, partono a centinaia ed ormai si conoscono le loro imprese.

Ecco quello che ora si fa in Roma; quello che vi si apparecchia è torse meno odioso, ma ad ogni modo più audace. Nessuno può contestare che vi sia stato quistione di cangiamenti da operarsi in Francia. che si sieno messi di accordo col partilo che vorrebbe cancellare dal suolo francese le opere della rivoluzione e che si mantengano strette relazioni coll’Austria. Il poco lavoro serio che si eseguisce a Roma tende a rovesciare l’ordine di cose stabilito in Francia a sconvolgere l’Italia e l’Europa. I mestatori non cercano di mascherare i loro piani.

Fu così che si sfruttò senza scrupolo la protezione francese Non si sono accontentati di servirsene come di un mezzo per continuare il malgoverno; si volle farla servire ad imprese che la politica non conosce e che trovano definizione soltanto nei codice penale; la si fece infine servire contro il governo a cui la si deve: si usa del beneficio come di un’arma contro il benefattore, perché una volta ancora, oggi non è più mistero per alcuno che Roma è il quartier generale di tutti i partiti ostili al governo francese.

È naturale come l’imperatore s’inquieti poco di queste piccate cospirazioni. come la Francia non le creda pericolose, e come in ogni caso, né il giusto risentimento né l’apprensione che esse potrebbero Spirare, non abbiano azione sulla politica francese in una questione, in cui si vuole che sia interessata la religione. Ma almeno sarebbe d’uopo che lutti questi sacrifici!, tutta questa longanimità avessero per risultato di tutelare gli interessi morali, per i quali la Francia sta in Roma. Ora la continuazione del presente stato di cose ha per effetto al contrario di nuocere al prestigio della santa sede in Italia. Sai ebbe ingiusto senza dubbio di far risalire sino alla persona venerabile del pontefice la responsabilità degli atti di coloro che lo circondano; ma agli occhi della moltitudine, la corte di Roma è responsabile degli eccessi di cui la fonte e le cause stanno nelle sue mani. Ogni assassinio commesso, ogni casa abbruciata nelle provincie napolitane è per le popolazioni il frutto dell’alleanza dei due sovrani spossessati di Napoli ed Ancona: quei fatti li avvolgono entrambi nelle stesse imprecazioni.

Nessuna combinazione più fatale alla religione avrebbe potuto immaginarsi dai più abili suoi nemici; il cattolicismo è in pericolo per questo stato di cose molto più del paese stesso.

Quale prova per l’Italia! Giammai la vitalità, la forza d’una nazione vennero dimostrale con maggior indubbie esperienze. Suppongasi un’annata straniera, che protegga in Avignone un papa ed un pretendente interessati tutti e due allo smembramento della Francia, ed i dipartimenti del mezzogiorno vittime dell’invasione di bande armate, organizzate, pagate nella città pontificia e sicure di ritrovarvi sempre un asilo inviolabile; questa situazione non potrebbe ancora stare a fianco di quella d'Italia, che vede avvenire quei fatti nella sua stessa capitale.

Prima del riconoscimento del regno d’Italia, questo stato di cose non era che deplorabile, dopo, divenne incomprensibile. All’ombra del vessillo francese si organizzano quotidianamente spedizioni senza nome contro una potenza riconosciuta, amica. alleata della Francia. Non si può dire che la Francia nulla possa fare, perché dovunque sventola la sua bandiera, nulla deve farsi suo malgrado; né si può dire egualmente che essa non ne sia responsabile. Ciò che è chiaro si è, che esiste in Roma un focolare di cospirazioni contro l’ordine pubblico in Italia,che la tranquillità non sarà del tulio ristabilita nel sud, se non quando questo focolare sarà spento, e che dipende dalla Francia che lo sia.

Tutte le altre considerazioni che guidano la politica francese, gli interessi della religione, la dignità della santa sede, gli interessi della Francia stessa, si oppongono alla continuazione della presente situazione. Lo scioglimento non può essere né dubbio, né lontano.

PARLAMENTO INGLESE

— Nella seduta della Camera dei comuni del 30 luglio ebbe luogo il seguente incidente:

Griffth chiede la produzione delle copie di dispacci del sig. Dunlop, di Pesth, durante il tempo in cui era agente diplomatico dell’Inghilterra. L’onorevole membro entra in qualche particolare sulla storia dell’Ungheria e sulla critica situazione in cui si trova di fronte all’Austria.

Lord Palmerston. Il signor Dunlop era addetto all’ambasciata di Vienna e restò qualche tempo a Pesth per fare al governo un rapporto confidenziale sopra una quantità di questioni utili ed interessanti per il potere esecutivo. Le informazioni non sono tali da poter essere rese di pubblica ragione, perché, in caso diverso, per l’avvenire, nessuno, trovandosi nella posizione del signor Dunlop, vorrebbe darle. Gli avvenimenti che si svolgono ili Germania hanno al certo nna grande importanza. Se si considera la posizione occupata dall’Austria come grande potenza centrale d’Europa, che equilibra certi interessi, devesi sperare che nulla all’interno venga a diminuire la sua influenza.

Qualunque sia l’opinione che possa avere il governo della regina in questo riguardo, è deciso ad attenersi al principio del non intervento.

While. Approvando il principio del non intervento. io credo, che se si consideri come il diritto per il quale lottano gli ungheresi sia stato garantito dai trattati del 15 parrebbe che l’Inghilterra fosse tenuta ad intercedere in loro favore.

Il sig. Griffith ritira la sua mozione.

— Togliamo dal Vortschrit di Vienna un passo importante della petizione che i rappresentanti dei Confini militar: nella Dieta della Croazia diressero all’imperatore: il nostro più gran male proviene dalla esagerazione del servizio militare. Sopra una popolazione di 1 milione 82 mila anime, i confini danno un contingente medio di 60 mila soldati, un soldato cioè su 18 abitanti, e in tempo di guerra, sottratte le donne, i fanciulli, gl’infermi ed i vecchi. resta appena qualche uomo nel paese.

Nel resto dell’Austria si prende solo un uomo sopra 140, in guisa che il contingente dei confini è sei volte maggiore di quello degli altri paesi austriaci. S’intende quindi come la guerra d’Ungheria e quella d’Italia fecero 30 mite vedove e 60 mila orfani; e siccome nella guerra pi ha sempre it fiore della nazione, così la nostra razza è decimata e la nostra potenza nazionale ridotta a tal punto, che altre razze si propagano e si fortificano a spese nostre. Ecco perché la popolazione diminuisce in luogo di aumentare.

Nel 1847 il numero degli abitanti si innalzava ad 1,110. 000 anime; oggi i Confini ne contano un 20 mila di meno. La è questa certamente una terribile imposta di sangue che poi paghiamo da trecent’anni a questa parte e non da ieri soltanto.

ESPOSIZIONE NAZIONALE DI FIRENZE

— Dal ministro di agricoltura, industria e commercio è stata pubblicata la seguente nota, che noi siamo, dice l'Opinione, contenti di avere provocata esponendo nel foglio precedente i timori di alcuni autori di invenzioni:

Si è dubitato che alcuni autori d'invenzioni sieno incerti Del determinarsi a inviarle in pubblica mostra all’Esposizione di Firenze per non porre a rischio i loro diritti di proprietà industriale che non sono ancora per legge riconosciuti in Toscana. Fu anche espresso il desiderio che il ministero di agricoltura e commercio deroghi alla legge vigente in quelle provincie.

Mentre nessun ministero ba diritto a simile deroga che eccede le competenze del potere esecutivo, quello di agricoltura e commercio non lasciò di prevedere il caso e con l’art. 64 del regolamento per l’Esposizione italiana del 1861 approvato il 23 ottobre 1860 fu ordinato quanto segue:

«Art. 64. Nel locale della Esposizione è tutelata in fatto per quanto è possibile, la proprietà dell’inventore.»

«Sarà quindi assolutamente proibito il levare disegni o descrizioni degli oggetti esposti, se non vi sia il preventivo consenso scritto o firmato dall’espositore.»

Con queste precauzioni, del cui adempimento avrà il governo cura speciale, non pare che gl’inventori abbiano ragione di temere il contraffacimento nelle provincie toscane, che non potrebbe estendersi nelle altre parti del Regno in cui è in vigore la legge sulla proprietà industriale, che sarebbe di corta durata, e che altronde essendo vietato di levarne descrizioni o disegni, dovrebbe dipendere dalla semplice vista delle invenzioni che non è certamente l'effetto della Esposizione di Firenze, potando i contraffattori procurarsela nelle provincie in cui è in vigore li detta legge sulle privative.

Il ministro prega quindi gli inventori di portare con tutta sicurtà i loro trovati alla Esposizione italiana considerando i vantaggi che possono ritrarne dal farne mostra e quanto sieno infondati i timori concepiti da alcuni con troppa leggerezza.

MONSIGNOR DE MÈRODE

Monsignor di Merode avrà il merito di aver contribuito a dimostrare alla Francia che la protezione accordata tanto generosa niente dall’imperatore al papa ed al suo governo, si voleva far servire a scopi tutt'altro che religiosi. Avrete letto nel Pays d’ieri la narrazione della strana disputa tra monsignor de Merode ed il generale Govon.

La condotta del pro-ministro delle armi non ci ha punto meravigliati.

Monsignor di Merode è conosciuto già da gran tempo. Tutti sappiamo che egli non ha grande attaccamento agl’interessi della chiesa e del papato, e che gli rimane sempre un campione focosissimo della reazione legittimista la quale a stabilito a Roma il centro dei suoi intrighi sotto la direzione di quel pio ministro di sua santità.

Finalmente egli si è lasciata radere la maschera, e non sapremmo in qual «litio modo spiegare la strana condotta del prelato, se non colla supposizione che monsignor di Merode desideri di provocare un aperto dissenso tra la Francia e la santa sede. La camarilla dj Roma vedendo scoperti i suoi colpevoli maneggi, vedendo palese a tutti la parte pressi negli atti di brigantaggio che si commettono nell'Italia meridionale, bene intendendo che la longanimità della Francia potrebbe stancarsi, tenta con questi atti di violenza d’indurre:i papa a fai e qualche pazzia. Diciamolo apertamente: v’ha a Roma un partito che vorrebbe persuadere il papa a partire dalla città eterna prima che avesse luogo la partenza dei francesi da essi considerati inevitabile.

Noi speriamo che li gabinetto delle Tuilleries riconoscerà come i suoi interessi non possano conciliarsi colla continuazione di una politica che serve a proteggere una serie di intrighi diretti apertamente contro una causa, che la Francia fece trionfare con tanto suo sangue e raccogliendone tanta gloria.

Stando ad un dispaccio da Roma, il cardinale Antonelli avrebbe insistito presso il papa finché fosse tolto a monsignor di Merode il portafoglio della guerra; ma, aggiunge lo stesso dispaccio, non sembra che le istanze del cardinale Antonelli abbiano avuto buon risultato.

L’IMPRESTITO ITALIANO

— Il Temps ha un importante articolo del signor Forcade sull'imprestito italiano. Sj occupa del modo di negoziazione adottato dal ministro delle finanze, delle condizioni e dei vantaggi offerti al pubblico, e dopo aver detto che l’avvenire finanziario del regno d’Italia deve assicurare più solide guarentigie al beneficio dei capitali, continua:

Se si considerano le difficoltà alle quali doveva andare incontro il ministro Bastogi, è impossibile di non essere meravigliati pel pratico giudizio e pel lavoro che esso spiegò per compiere la sua missione, e di non apprezzare l’abilità con cui diresse la regolazione dell’imprestito, C’era un preliminare obbligato per questa negoziazione, vale a dire la creazione del Gran Libro d’Italia e l'unificazione dei debiti particolari degli antichi stati della penisola. Era la prima volta che si contraeva un debito in nome d’Italia; faceva d’uopo che l'Italia si presentasse ai capitalisti con un credito semplificato ed identico. Il signor Bastogi dovette dunque da prima fondere in un solo tutti i debiti.

Il lavoro pratico di questa fusione complessa, irte di tante difficoltà minuziose, fu opera sua personale. Egli fece tutti i quadri di conversione con tante aggiustatezza che vennero senza ostacolo, accettati dal Parlamento.

Questo primo lavoro di unificazione dei debiti particolari, per quanto difficile fosse, non era. per così dire, sotto il punto di vista finanziario, ché un' opera d’arte. Faceva d’uopo; per compierlo, riunire senza dubbio rare e speciali conoscenze, sostenute da una laboriosa applicazione. Ma la grande difficoltà era la contrattazione dell’imprestito. Quale sistema dovevasi scegliere? il mondo finanziario emise in questo proposito svariate opinioni, le quali si fondavano sugli esempi offerti dalla esperienza degli altri stati da quei prestiti specialmente che si conchiusero in Francia ed in Inghilterra.

Si possono ridurre a tre i modi diversi di contrattazioni consacrati dalla esperienza. Giusta il primo, l’imprestito è negoziato con un solo banchiere o con parecchi i quali agiscano di concerto. Col secondo, lo stato si rivolge direttamente al pubblico; fissa egli stesso il prezzo di emissione ed offre alla pubblica soscrizione la totalità della somma imprestata. Pel terzo sistema, lo stato invece di fare egli stesso la domanda attende l’offerta: ricevo le proposte dei capitalisti ed approfittando della concorrenza delibera l’imprestito per frazioni a coloro che propongono il prezzo più vantaggioso.

Non è necessario di riflettere lungamente sulla situazione in cui l’Italia doveva contrattare il suo primo imprestito, per vedere che il ministro Bastogi non avrebbe potuto senza inconvenienti adottare o senza imprudenza alcuno di que' tre sistemi. Non era possibile che nello stato politico d’Italia, un solo banchiere offrisse una somma così vistosa di 50 milioni. Era del pari difficile, nella situazione finanziaria d’Europa, trovare una riunione di banchieri i quali agissero di completo accordo. E sarebbe stato temerario se lo si avesse voluto fare tutto per pubblica coscrizione in un paese nuovo come l’Italia, le cui risorse non erano state manifestate da nessuna esperienza di questo genere. L’Italia che conosce tutti i suoi uomini di Stato, non può sapere cosa sia capace di fare sotto il rapporto finanziario. Il terzo modo, la concorrenza cioè delle offerte, è il sistema del paese il più avanzato in materia di credito—l'Inghilterra. L’Italia non poteva a quello appigliarsi nella prima prova che andava a fare del suo credito.

La precipua difficoltà del ministro, e ciò aggiunge merito al trionfo, era quella di non avere a sua disposizione questi sistemi così semplici e che, per così dire, vanno da sé soli. Dovette manovrare con essi, servendosi di tutto quello che ciascuno poteva offrirgli e trovando nell’abilità della sua azione personale l’equivalente della facilità che avrebbe trovata nella semplicità dei sistemi che non erano alla sua portata. Non poteva confidare l'imprestito ad un unico banchiere, ed approfittò del concorso di tutti quelli che si sono presentati isolatamente. Non potea tutto arrischiare sulla incertezza di una pubblica soscrizione ristretta alla sola Italia; ma si riservò una porzione dell’imprestito alla sottoscrizione italiana. Non poteva innalzare la tassa d’emissione con l’incanto delle offerte, come si usa in Inghilterra; ma la concorrenza delle offerte dei banchieri gli permise di fissare un prezzo che non fu né oneroso, né umiliante pel credito italiano.

I risultati sino ad ora conosciuti sono un gran trionfo per l’imprestito italiano e pel ministro Bastogi.

La somma imprestata se la si calcola al pari nominale di 100 franchi rappresenta 714 milioni. La. somma riservata ai banchieri, dopo aver subita una riduzione del 42 0|0, essendo di 564 milioni, si vede che la sottoscrizione dei medesimi ammontò a 972 milioni. Restano 150 milioni per la sottoscrizione italiana: la riduzione operata sulle domande dei banchieri coprirebbe per sé sola quasi tre volte questa somma. Si può adunque prevedere il successo che attende la pubblica sottoscrizione.

Ilgrande allettamento di quell’imprestito è la tassa di emissione: 70 franchi. Questa tassa è ben lungi al certo dal rappresentare il vero prezzo in cui 1 capitali ripongono il credito italiano. Or fa un anno, sotto circostanze politiche meno favorevoli di quelle d'oggi, il Piemonte averti potuto contrattarne altro all’80. Questa tassa d’emissione di 70 franchi fu in qualche guisa artificialmente forzata dall’influenza che la prospettica dell’imprestito esercitava sui corsi degli antichi fondi piemontesi; ed una volta fatto l’imprestito il credito italiano deve prendere un’elasticità proporzionale alla depressione artificiale che la prospettiva dell’imprestito gli aveva inflitta.

NOTIZIE ITALIANE

— Con R. decreto del 28 luglio, sono nominati membri della giunta per la formazione della carta geologica del regno d’Italia: Capellini prof. Giovanni. Cocchi prof. Igino, Costa prof. Oronzio Gabriele, Curioni cav. Giulio, Della Marmora conte Alberto, Senatore del Regno, Castaldi cav. Bartolomeo, Gemmellaro prof. Angelo, Gemmellaro prof. Gaetano, Meneghini cav. prof. Giuseppe, Pareto marchese Lorenzo, Senatore del Regno, Savi cav. prof. Giuseppe, Pareto marchese Loreuzo, Senatore del Regno, Savi cav. prof. Paolo, Sca «hi prof. Angelo, Scarabelli Gommi Flamini cav. Giuseppe. Sella cav. pr»f. Quintino, Deputato al Parlamento, Spada conte Alessandro. Sisrnonda comm. Angelo, Stoppa ni abate Antonio, Strozzi marchese Ca rio, Umbonì prof. Giovanni.

— Con R. Decreto 25 luglio si dispone:

Art. t. Tutte le attribuzioni che dalle leggi sono date al capo della pubblica istruzione, rappresentato fin qui da un Consigliere da un Segretario generate residente in Napoli, apparterranno d'ora innanzi solo al Ministro della Pubblica Istruzione.

Art. 2. Una Segreteria composta d’Impiegati del dicastero di Pubblica Istruzione rimarrà in Napoli in diretta corrispondenza col Ministero per la contabilità e il disbrigo degli affari che le saranno affidati.

Art. 3. Corrisponderanno direttamente col Ministro Il Vicepresidente del Consiglio superiore; il Rettore dell’Università e i Direttori degl’Istituti universitari (Collegio medico, Scuola di veterinaria); il sopra intendente Generale degli Archivi; Il Sopraintendente del Museo Nazionale di antichità e degli scavi; il Prefetto della Biblioteca Nazionale; il Direttore della Scuola di belle arti; la Direzione del Collegio di musica.

Ari. 4. È data facoltà al Ministro di nominare delegati straordinari per orrore i Licei, i Ginnasi,, le Scuole normali è primarie.

Gl’Ispettori e tutte le Autorità scolastiche dell’istruzione secondaria o primaria corrisponderanno coi sopraddetti delegati.

Art. 5. L’Amministrazione dei Teatri passerà sotto la dipendenza del Ministro dell’Interno.

Art. 6. L’attuale Consiglio di Pubblica Istruzione in Napoli è consideralo come sezione del Consiglio superiore di Pubblica Istruzione. E«so darà il suo parere negli affari di cui sarà incaricato dal Ministro.

— Dicesi che il Generale Fanti sarà mandato dal nostro governo ad assistere alle manovre militari del campo di Cbàlons che si faranno sotto gli occhi dell’Imperatore.

— Proveniente da Piacenza giunse ieri sera (10 agosto), dice il Corriere Mercantile, un battaglione dell’11° reggimento, brigata Casale, che prese alloggio nell’ex-monastero delle Turchine. Tra oggi e domani devono giungetegli altri due battaglioni e si imbarcheranno tantosto tutti per Napoli.

Si dice che anche il 12° reggimento debba partire a quella volta. —Sono in pronto per ricevere truppa la pirofregata Ettore Fieramosca ed i piroscafi onerari Tanaro e Washington. Ieri s’imbarcò sul piroscafo onerario Ville de Lyon, il 4° squadrone dei cavalleggeri di Lucca, che va a Napoli.

— Scrivono da Civitavecchia, 29 luglio, al Movimento:

Si dice che le truppe italiane sotto gli ordini di Cialdini avanzeranno fino a Tivoli. occupando Ceprauo, Frosinone e tutta la provincia di Marittima e Campagna. Speriamo che questo dicesi si verifichi.»

— Avrete veduto nel Giornale di Roma, dice un carteggio di quella città pubblicato dalla Nazione, il sunto dell’allocuzione pontificia nel concistoro del 22. Posso dirvi che quel sunto è inesatto, e dice meno assai di quello che disse il buon pontefice. Oltre che le espressioni colle quali biasimò il riconoscimento fatto dalla Francia eran più caricate. biasimò ancora il riconoscimento fatto dal Portogallo. dicendo che non se lo sarebbe mai aspettato da uno stato fedelissimo, se la prese poi coll’Ungheria, che per la sua divozione alla Vergine è chiamata dai preti la nazione Mariana, e fece alcune allusioni non molto favorevoli verso il primate di quel clero.

— Avremo fra breve pubblicazione di un nuovo lavoro del padre Théiner. Esso va stampandosi misteriosamente nella stamperia segreta del Vaticano. E sapete cosa esso è? È nientemeno che una lunga serie di documenti relativi all’acquisto, sia per dedizione o per altro titolo, fatto dai pontefici delle città e terre già componenti lo stato pontificio. Manco male! Vedremo se vi sarà un testamento di San Pietro che le abbia loro lasciate in patrimonio!

— Il Giornale Ufficiale di Sicilia del 31 luglio parla d’un lieve disordine succeduto in Palermo il di 28 dello stesso mese:

Verso le ore 10 poni, giungendo la processione della Madonna del Carmine nella piazza di porta di Vicari, un gruppo di persone obbligò la banda musicale a suonare l’inno di Garibaldi, e fra il grido Viva Garibaldi due sconosciuti individui esclamarono: Viva la Repubblica. La truppa regolare, che seguiva il simulacro, schéerossi in faccia al popolo, e impose col suo contegno a’ pochi schiamazzatori che tosto si sbandarono.

NOTIZIE STRANIERE

—Dietro informazioni ricevute, l’avvicinamento delle tre potenze del Nord è rimasto allo stato di tentativo. (Patrie.)

—La pretesa alleanza austro-russa riceve da Pietroburgo una solenne smentita. Scrivono da quella città all’agenzia Bullier che l’altro giorno, dopo la mensa al palazzo di Peterhoff, l’imperatore Alessandro si avvicinò amichevolmente al principe Gortchakoff, e stendendogli la mano, gli rivolse, in modo da essere udito dallo splendido suo corteggio, le seguenti parole:

—Son rimasto sorpreso, caro principe, di veder nei giornali annunziata l’alleanza della Russia coll’Austria e il vostro ritiro dal ministero degli affari esteri: voi avreste dovuto farmelo sapere più presto.

—Sire, fu un artifizio ripose il principe inchinandosi.

—Sì. un artificio presto scoperto, un tentativo fallito, replicò l’imperatore.

— Il Constitutionnel coglie con premura l’occasione per denunziare gli intrighi dei legittimisti. Egli dimostra come il potere temporale del papato sia caduto nelle mani dei «satelliti di questo partito altrettanto poco religioso quanto poco popolare»; riconosce in questo disordine latente la cagione dominante degli avvenimenti che vi si compiono imita sfera politica; dichiara che il papa non è libero; e qualifica nei seguenti termini il governo pontificio: «Un sistema ibrido il quale non ha di libertà che il nome, e si esercita mediante il più inalterabile dei dispotismi, quello occulto, e che non si osa di proclamare».

—Si legge nella Presse:

Si credeva che una delle conseguenze del convegno del re di Prussia con l'imperatore dei francesi, sarebbe stato il riconoscimento del regno d’Italia. Se bisogna stare a certi indizi raccolti oggi dalla Gazzetta crociata questo riconoscimento precederebbe la visita invece di seguirla.

— Leggiamo nella Patrie:

Lord John Russel fece ieri (31) il suo ingresso nella Camera dei lordi. Il nobile conte introdotto dal conte di Gramville e dal conte di Stafford. prestò il giuramento e prese posto sotto il nome di conte Russell di Kingston-Russel.

—I giornali inglesi annunziano la morte di Riccardo Plantageneto duca e marchesa di Buckingham e Chandos, pari del Regno unito, nato l’11 febbraio 1797. Gli succede il suo unico figlio Riccardo Plantageneto Campbell, già marchese di Chandos. nato il 10 settembre 1823

— La Gazzetta Ufficiale di Venezia ha il seguente dispaccio da Vienna 31 luglio; Nella tornata di ieri della Dieta di Zagabria, la maggioranza decise di trattare la questione dell'invio di deputati al nostro Parlamento indipendentemente dall'Ungheria.

—Ecco come si esprime la Gazzetta Crociata, giornale retrogrado di Berlino:

«Si scrive da Colonia alla Gazzetta della Banca che il console di Sardegna a Colonia, il signor Engel, ha fatto collocare or sono pochi giorni sulla sua casa l’iscrizione di Consolato d Italia invece di quella di Consolata di Sardegna. Bisogna dunque supporre che l’exequatur accordato a quel console dal governo prussiano sia stato modificato.

Infatti il giornale semi-officiale di Berlino, la Gazzetta universale di Prussia, non dà più al conto di Launay il titolo di ministro di Sardegna a Berlino, ma quello di rappresentante del re Vittorio Emanuele. La Gazzetta del Papato di Berlino non ha mancato d’indicar questo fatto coma un passo versò il riconoscimento del regno d'Italia.

ULTIME NOTIZIE

—Leggesi in un carteggio dell’Opinione da Parigi:

Siam ben lieti di costatare il gran cangiamento operatosi nell’animo pei fino di coloro che avevano veduto con rammarico il riconoscimento del regno d’Italia. Ormai tutti sono concordi nel dire che dal momento che la Francia ha riconosciuto il regno d’Italia. essa deve se non impedire, che sempre noi potrebbe almeno non coprirà colla sua protezione gli sforzi fatti per rendere impossibile il risorgimento di una nazione elle noi abbiamo stimato tanto necessario all’equilibrio europeo da affrontare per ottenerlo le più gravi difficoltà.

—Si assicurava in circoli ordinariamente bene informati, che il signor di Cadore, incaricato d’affari di Francia a Roma, avrebbe ricevuto l’ordine di domanda re officialmente la remozione di Monsignor de Merode.

Si affermava nello stesso tempo che le voci che circolano nuovamente intorno a una prossima evacuazione di Roma sarebbero sempre premature. (Temps.)

— Leggesi in una corrispondenza dell’Opinione da Parigi 31 luglio.

—Il cav. Nigra è giunto a Parigi questa mattina alle 6. I membri della legazione erano andati tutti ad incontralo. L’imperatore sarà a Parigi domani ed il signor di Thouvenel, secondo ogni probabilità, riprenderà la direzione degli affari verso il 9 del mese prossimo. Cosi il ministro italiano potrà ben presto cominciare a far qualche cosa. L’arrivo del signor Nigra a Parigi si è fatto sotto buoni auspicii. Sappiamo da buona fonte, e siamo ben lieti di ripeter velo, che Napoleone III comincia ad intendere il gran peso delle considerazioni fatte valere dal barone Ricasoli per convincerlo della necessità di un sollecito assestamento della quistione romana.

— Leggasi nell’Opinione del 3:

Un telegramma di Roma ci annunzia else la polizia francese ha arrestati due famosi reazionari barboni, Merenda e De Giorgi, quali complici del movimento napolitano.

La polizia francese non ii avrebbe arrestati, se non avesse avute prove in minio della loro complicità.

Ma le prove e l'arresto plesso attestano come a Roma sì ordiscano le congiure e si preparino le insurrezioni di Napoli.

Disperso il nido di cospiratori che ha trovato ricetto in Roma, la pacificazione del paese resta assicurata, mentre finché quel nido vi è tutelato, si ha un bel sbaragliare ì briganti, che vorranno cure e sacrifìzij straordinari perché non risorgono e si riordinino.

A Roma si era studiato il modo di ordire un’insurrezione generale nelle provincie napolitane. La vigilanza della polizia di Napoli. mandò a vuoto il disegno; ma frattanto si poterono avariali documenti irrefragabili della complicità di Roma da costringere a prudente silenzio i difensori del potere temporale e de’ Borboni.

— Padre Giacomo dei frati della Madonna degli Angeli ha scritto da Roma, in data, del 30 luglio al marchese Gustavo di Cavour.

Da questa lettera si comprende che ebbe a sopportare molte noie perché si voleva che egli facesse d riparazioni contraria alla sua dignità personale. Egli assicura d’aver stipulo resistere tanto alle lusinghe quanto alle intimazioni, il che gli fu di molta consolazione. Però la sua libertà, non fu mai manomessa, e non fu uralico invitato a presentarsi al Santo Ufficio.

Non sa ancora indicare l'epoca del ritorno: egli per ora si tien pago a far conoscere i suoi voti accesi perché si affretti quel giorno sospirato. Per ciò che spetta alla cura spirituale della parrocchia non dice parola. Da questo silenzio si può arguire che non di venne intimato di dare la sua rinunzia, come crasi supposto da qualche giornale di Torino e di Milano.

Il carteggio torinese della Perseveranza dice a questo proposito, però alquanto dubitativamente, che padre Giacomo ottenne già licenza di restituirsi a Torino.

—Le notizia dall’Ungheria portano che la Commissione per la redazione della risposta all’indirizzo imperiale ha deciso di preparare due progetti di risposta. La redazione dell’uno venne affidata al signor Déak, quella del secondo al signor Varady. Quest’ultimo proporrà una risoluzione, mentre il Signor Déak sta sempre per un indirizzo. La Dieta delibererà in comitato segreto a quale dei due partiti debba darsi la preferenza. Si prevede che sarà adottata anche questa volta la proposta di Déak quantunque la maggioranza della Dieta sia favorevole alla risoluzione.

I deputati ungheresi non cederà uno un iota dei diritti dell’Ungheria e confuteranno ad uno ad uno tutti gli argomenti addotti nella risposta imperiale, ma sono decisi a non fornire al governo viennese un pretesto di sciogliere la Dieta.

Dopo il ritiro del barone Vay le cose hanno preso un’altra piega e le autorità militari si comportano come si rompe lavano prima della pubblicazione del diploma del 20 ottobre.

Gli abitanti di Pesth devono soffrire innumerevoli vessazione ed è evidente che si tende a provocare una sollevazione. Non è probabile che la nazione ungherese si lasci cogliere nella rete.

Come già vi ho dello, l’Ungheria si muoverà quando stimerà venuto il momento opportuno. Quanto sd una conciliazione non dovete avete alcun timore. La conciliazione è ormai divenuta impossibile.

CRONACA INTERNA

Pare che il nostro Governo abbia in mano le fila di un tentativo reazionario preparato contemporaneamente a Marsiglia, a Malta ed a Civitavecchia. Tratterebbesi, nientemeno, di fare sbarcare sulle nostre coste una grossa accozzaglia di legittimisti cosmopoliti, i cui direttori, dopo avere in tanti modi biasimata la rivoluzione, ora né vogliono adottare tutti gli espedienti. Vogliono imitare Garibaldi coi suoi mille volontarii; ma un Garibaldi non l'hanno ancora trovato né lo troveranno così facilmente: invece di mille animosi patriotti, essi hanno arruolato cinquecento malfattori, con la seduzione di grossa mancia e con la speranza del saccheggio: essi finalmente sono i sostenitori di un principio aborrito da tutti, laddove la nostra rivoluzione ebbe per iscopo l'unità della nazione e la libertà dei popoli oppressi. Le me né dei reazionarii adunque non hanno niuna probabilità di riuscita, ed è solamente dispiacevole che i De Merode, gli Antonelli, le Marie Terese e le Sofie Ilon parteciperanno della sorte che ai loro satelliti è preparata in queste nostre province. Questa notte infatti su vari punti si è stato in aspettativa di uno di questi sbarchi.

La principessa napolitana X..,. dimorante nel la Vandea di Portici, entrando in una riunione di reazionarii teoretici suoi pari, disse che sentivasi male e che l'era venuto il tremore: la principessa lo dicea per celia. Questo fatto avvenne il giorno della pubblicazione del proclama di Cialdini. La principessa col suo simulato tremore volle mettere in burla le parole del proclama «Quando il Vesuvio rugge Portici trema.»

Dopo qualche giorno il tremore da burla divenne una realtà. Quando la principessa ha in cominciato a sentire i ruggiti del Vesuvio ha trema to davvero, e con essa ha tremato l'intera vandea: ed ha tremato tanto che ha pensato di far fagotto per la città della reazione, ossia Roma.

– Le Gran Corti Criminali incominciano a fare qualche cosa. Quella di Cosenza il 4 agosto ha pro nunziata la sua sentenza contro gl'imputati pei fatti reazionarii di Rose e Castiglione. Ne ha condannato uno ai lavori forzati a vita – sei ad anni venti – cinque ad anni diciotto – cinque ad anni quindici– dodici ad anni dieci di ferri – diciotto ad anni otto – due ad anni sei di reclusione – uno a due mesi di prigionia – e quattordici a libertà provvisoria. La popolazione di Cosenza è rimasta soddisfatta dalla pubblicazione di una tale sentenza.

– A Nicastro si sono presentati i due più famigerati capi-banda, Bruno Lucente e Saverio Ammirato.

– Da Brindisi il vapore Conte di Cavour è partito carico di sbandati che colà si erano presentati in numero di più di 600 mettendosi a disposizione delle autorità.

– In Potenza mentre arrivava di sera una compagnia del 40° di linea; la città si è tutta illuminata per la gioia, ed i nostri bravi soldati sono stati accolti con entusiasmo ed in mezzo alle grida di viva l'Italia, vi va il nostro Re Vittorio Emmanuele. Nella notte vi è arrivata un'altra compagnia, ed un'altra se né aspetta. La tranquillità è generale per tutta la provincia.

– Nella provincia di Teramo i briganti de'  Castelli assaliti dalla truppa si son dati a precipitosa fuga, la sciando sul terreno 4 morti e molti feriti. E rimasto ferito un soldato del 49° di linea. Quella medesima comitiva trovasi ora a Fosca di Valle talmente circondata dalle Guardie Nazionali, che difficilmente troverà scampo.

– Il 1.° agosto nel Bosco Rifreddo nella provincia di Basilicata furono da alcuni briganti ammazzati il sig. La Cava ed un suo compagno. Il sig. La Cava è padre del Consigliere di Governo sig. Pietro, e recavasi in Potenza per visitare suo figlio.

– Il brigantaggio che desolava i distretti di Larino ed Isernia è in gran parte scemato; lo spirito pubblico comincia a sollevarsi dalla prostrazione in cui era caduto per la ferocia di quei masnadieri, ovunque debellati e dispersi dalla forza pubblica.

Ogni dI si van presentando soldati sbandati tanto alle autorità civili che militari – Un recente tentativo fatto in Castelpizzuto dagli avanzi di quelle bande andò a vuoto per l'energica resistenza operata dalla Guardia Nazionale e dall'intera popolazione.

La comitiva di Castelluccio ridotta a pochi uomini inseguita da ogni lato ha cercato ricovero nei boschi, ma ivi è stretta e circondata, che non le rimane possibile via di scampo.

– ll celebre Chiavone con la sua banda sta sempre sulle montagne in prossimità di Sora, e v'ha chi assicura, che dopo le ultime rotte toccategli essendo di molto assottigliato il numero de'  suoi seguaci, sieno stati spediti da Roma circa 50 tra gendarmi e zuavi ad ingrossarne le file.

- Il passaggiero trionfo del briganti di Colle avvenne, perché duecento cinquanta di essi attaccata una piccola colonna di guardie nazionali mobili, la respingevano, prendendo forte posizione tra Circello e Colle. Ma attaccati poscia dalla truppa venivano dispersi lasciando liberi diciassette prigionieri. Fu allora che l'arciprete ed il giudice di Colle capitarono quell'ultima disgrazia che abbiam narrato ieri.

Credesi che fra i morti ci fosse anche il generale supremo della masnada.

Apertura dell'Istituto di Belle Arti

Dopo un lungo anno di penosa aspettativa le porte del nostro Istituto di Belle Arti si sono finalmente dischiuse. Pare che il Segretariato della Istruzione Pubblica dovesse venire disciolto perché le nostre istituzioni artistiche avessero pure la speranza di rivivere. Nè è a dire che il novello statuto non fosse stato da lungo tempo approvato, e posto in ordine quant’altro era necessario all’attuazione del medesimo; u’ era pure stato ricostituito con Decreto, oltre al menzionato Statuto, tutto il personale con de Napoli Direttore. Alle quali cose non è tuttavia a dire che fosse venuto meno il conforto degl’intelligenti e degli artisti medesimi, perché dunque quelle porte erano inesorabilmente chiuse ed una massa di 400 giovani avidi di studiare, la si vedeva raminga per la Città, balorda, incerta de’ suoi destini?

Intanto se da una parte il Segretariato ha fatto opera buona servendosi pel nuovo organico, dei lavori compiuti da una Commissione di egregie persone e secondando il desiderio dell’universale nel mettere a capo dell’istituto quell’uomo ch'è Michele de Napoli. nella cui attività e fermezza, nella intelligenza e lungi pratica delle Arti e nel forte proponimento di giovare alla gioventù è da mettere fede pienissima, dall’altra il Segretariato non ha avuto nell’anima né la indipendenza di migliorare radicai mente il personale dell’Istituto, con che non ha certamente rimesse come doveva tutte le difficoltà eh si presenteranno al riordinamento del medesimo.

Ma dicemmo le porte dell’Istituto sono finalmente dischiuse da venti giorni, di presente tutti gli ocelli sono rivolti in chi ha la missione di dirigerlo, e speriamo di non ingannarci in questo che, avendo de Napoli accettato l’incarico e posto mano alacremente all'opera, sa bene di poter correre lo spinoso cammino senza tema di rimanere inferiore alle speranze in lui poste.




Anno I – N° 6 Napoli — MercoledI 7 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

NAPOLI 7 AGOSTO 1861

Il Dicastero dell'istruzione pubblica di Napoli è sciolto, e saran create quattro direzioni nelle diverse province napoletane, in Napoli, in Calabria, in Puglia ed Abruzzo. Queste direzioni dipenderanno di rettamente dal ministro, ed avranno il carico di provvedere e sorvegliare i Collegi e Licei e le scuole popolari che si vanno istituendo nelle province.

Noi vediamo con piacere che già qualche cosa s'incomincia a fare per la pubblica istruzione, ed abbiam fede che il ministro De Sanctis, che troppo già conosce queste province, ov'egli nacque e dove per tanti anni insegnò con tanto lustro, abbiam fede, dico, che il De Sanctis, voglia non istancarsi mai a creare qui la pubblica istruzione.

Intanto è necessario, è urgente ch'egli, senza porre più tempo in mezzo, proveda alle seguenti cose, che per sommi capi verremo enumerando.

Conviene sopra tutto riordinare perfettamente la nostra università, la quale, come è noto, fu una delle prime ad essere fondata in Italia, e che per secoli non venne mai meno alla fama e allo splendore primitivo. Ed in vero nessun paese d'Italia può trovar modo di avere un maggior numero di eccellenti professori, come Napoli. sendo già risaputo che se qui l'istruzione popolare manca, di dotti e laboriosi professori non vi fu mai penuria.

Ora è un anno da che l'università quasi tace, imperocché i professori eletti o non hanno accettato, o hanno amato meglio di non rinunziare e starsene altrove. Questo scandalo deve finire, e conviene non es sere indulgente e parziale con alcuno, conviene che al 1° di novembre ogni facoltà abbia i suoi professori.

Non sappiamo noi quali leggi abbia in mente di presentare al parlamento il ministro De Sanctis, ma vogliamo sperare che le università italiane, che dovrebbero essere poche, saranno ordinate in modo che non solo i giovani possano compier bene i loro stu dii, ma trovino aiuti e soccorsi, e si nobiliti oramai la condizione degli studenti, in cui principalmente è riposto l'avvenire della nostra patria.

Vorremmo che il Ministro De Sanctis pensasse subito a Collegi di queste provincie, parecchi dei quali sono ancor chiusi per mancanza di professori, Vorremmo che con tutti i modi si promovessero gli scavi di Pompei, cui oggi presiede un illustre e la borioso uomo, quale è certo Giuseppe Fiorelli. E inutile dire quanto lustro e ricchezza verrà all'Italia dal compiere questa opera. Il governo nazionale potrebbe in pochi anni far più di quanto non siasi operato da un secolo.

Vorremmo che il De Sanctis compisse al più breve tempo possibile la riforma del Liceo Vittorio Emmanuele, dell'Istituto di belle arti, e meglio si riordinassero i collegi Medico Cerusico e della Veterinaria.

Vorremmo infine che lo Stato, lasciando di fare l'impresario del teatri, acordasse ad altri la direzione e l'impresa di s. Carlo, che lo Stato quando addiviene speculatore, fa male i suoi conti, ed è inesorabilmente rubato.

Tutte queste cose che noi vorremmo, ed in qual modo, ci daranno il destro di scrivere in avvenire parecchi articoli.

IL MINISTERO (Dall'Opinione)

Le voci di modificazione ministeriale di continuo smentite si ripetono di continuo ed i corrispondenti così d'Italia come di Francia, discordi in molte cose, convengono per fino né nomi del ministri che si ritirerebbero ed in quelli de loro successori.

Se a provocare una crisi, basta talvolta l'insistere nel preconizzarla e nell'annunziarla, meglio non potrebbero riuscirvi ora quelli che con tanta pertinacia spargono noti zie di cambiamenti e perseguono con un'incredibile ira il comm. Minghetti.

Non partigiani, né devoti alle persone, ma a principii, siccome quelli che, liberi ed indipendenti, nulla abbiamo a sperare e nulla a temere né da presenti, né da quanti altri ministri possono loro succedere, non dobbiamo tutta via rimaner indifferenti ai tentativi che si fanno, alle voci che si spacciano, a discorsi che si ripetono, alle combinazioni che si propongono rispetto al ministero.

Il barone Ricasoli non è stato chiamato al potere in conseguenza d'una crisi politica; ma in seguito d'una sventura nazionale. Egli non afferrò quindi le redini del governo per inaugurare un nuovo sistema; ma anzi per tranquillar gli animi e rassicurar l'Italia e le potenze a a noi favorevoli, che la politica del Conte Cavour sopraviveva al grande uomo di stato che l'aveva promossa e sarebbe stata continuata.

Egli ha compresa la propria missione: non trascurò occasione di proclamare quei principii che informavano la politica del suo predecessore e di sostenere quelle idee che costituiscono il programma nazionale, propugnato dal partito costituzionale. Il gabinetto da lui composto, se da molte difficoltà era circondato, non aveva però da superare quella sempre gravissima di iniziare il paese ad una nuova politica, ad un sistema differente, e poteva far assegna mento sull'appoggio del Parlamento e della nazione, che la calamità, onde eravamo stati colpiti, invitava a salutare concordia.

La situazione è essa cambiata dopo d'allora? Quali ca si avvennero che richiedano una modificazione nel mini stero? Noi udiamo ripetersi contra il gabinetto Ricasoli le accuse che press'a poco si muovevano al gabinetto Cavour e che gli oppositori muoveranno instancabilmente a qualunque ministero. Il quale, se non possono chiamarlo un gabinetto di commessi, chiameranno un gabinetto di uomini mediocri o un gabinetto senza coesione, disgregato, ed una riunione di ministri, di cui ciascuno fa nel suo dicastero autocraticamente ciò che gli pare e piace, anziché un ministero che in comune discuta e deliberi intorno alle gran di quistioni della politica interna od estera.

Sono esse fondate queste accuse? Non si è avvertito, come dovevasi, sin dapprincipio, che il barone Ricasoli assumendo il grave incarico di costituire la nuova amministrazione, seguendo le orme del conte Cavour, era costretto a navigare in un pelago per lui quasi incognito. D'onde le incertezze e le esitazioni che ne’ primordi si manifestarono, donde alcuni ostacoli che era arduo il vincere, dovendo con molta prudenza valutare tutte le circostanze, investigare con attento studio le interne ed internazionali condizioni, affine di adattare gli atti suoi a quella suprema legge politica dell'opportunità, che niun uomo di stato può trascurare e che fa sì che un passo il quale in ispeciali contingenze può tornare giovevole, diventar potrebbe pernicioso in altre.

Ma queste difficoltà, lungi dal fornire all'opposizione un'arma, essere dovevano di sprone, a porgere al ministero aiuto e consigli per superarle.

Il ministero non ebbe a discutere quistioni capitali le quali potessero dar occasione a dissensi ed a screzi, che danneggino il corso regolare degli affari ed indeboliscono la sua azione.

Siffatte discussioni possono sorgere e forse fra breve; ma frattanto è incontestabile che non sonosi elevate nel seno del Consiglio. La sola grande e vitale quistione che vi venne agitata fu quella delle province napolitane ed il ministero è stato unanime nelle deliberazioni che ha adottate.

La mancanza adunque di coesione che si lamenta non dovrebbe sussistere, e forse si scambia con quella l'esitazione che parve talora di osservare nell'andamento della cosa pubblica e che sarebbe stato difficile l'evitare in qual siasi ministero, a cui d'improvviso vien meno l'appoggio d'una vasta mente, che abbracciava tutta la somma degli affari e dirigeva la politica dello stato in mezzo a più insidiosi scogli.

Ma quando ci fosse questo difetto di coesione, il mettervi riparo non è facenda da trattarsi leggermente.

Noi non amiamo guari le modificazioni ministeriali che si compiano durante le vacanze del Parlamento. In uno stato costituzionale, il ministero si modifica in seguito d'un voto del Parlamento contro qualche atto o proposta d'un ministro, il quale perciò è costretto a ritirarsi. L'azione del Parlamento ci sembra necessaria non solo perché ri chiesta dalla ragione del sistema politico, ma eziandio perché giova al ministro che succede e rafforza il gabinetto intero, perché alla modificazione dà il carattere d'una politica necessità e toglie ogni sospetto possa esser effetto d'un intrigo.

Che se v'hanno pur circostanze, le quali possano render inevitabile una modificazione ministeriale, mentre la rin ghiera parlamentare è silenziosa, esse sono molto rare e gravi; esse suppongono avvenimenti impreveduti, atti imprudenti, pericolo per la pubblica sicurezza, urgenza di provvedimenti, benché manchi il sindacato della Camera.

Noi non ci troviamo ora in queste contingenze. Attendiamo da coloro i quali affermano la necessità d'una modificazione ministeriale, due settimane dopo la proroga della sessione legislativa, le prove della mutata situazione. Se v'ha cambiamento è in bene, perciocché niuno vorrà niegare che le condizioni di Napoli non migliorino, che la reazione ordita con tanta scaltrezza non sia ridotta alle strette e che il generale Cialdini non giustifichi le speranze in lui risposte.

L'esito soddisfacente dell'imprestito sia ne' contratti a partito privato sia nella pubblica sottoscrizione, e la repressione del brigantaggio delle province napolitane sono due fatti che, lungi dall'affievolire, dovrebbero rinforzare il ministero, lungi dal dividerlo dovrebbero viepiù unirlo e renderlo concorde.

Il compito che gli resta da soddisfare è l'applicazione de gli articoli transitori per l'interna amministrazione, a cui fa d'uopo provvedere con alacrità e solerzia, togliendo il paese all'incertezza ed imprimendo quell'energia agli ufficiali del governo, che in molti di essi invano si ricerca. Chi porrà in esecuzione queste transitorie disposizioni? Non dovrebbe essere che il ministro dell'interno col quale furono intese ed il quale non potrebbe ritirarsi dal ministero, senza aver compiuta quest'opera, se non che per dissensi che sorgessero intorno a qualche quistione rilevante, di cui non iscorgiamo per ora alcun sintomo.

E ciò né fa credere che troppo in fretta corrano coloro che non solo preconizzano una modificazione ministeriale; ma ci annunziano quasi un cambiamento di gabinetto e ci fanno conoscere i nomi di quattro o cinque nuovi ministri.

L'impazienza di alcuni amici ha forse fatto metter innanzi i nomi di alcuni che potrebbero esser alieni dall'entrar a desso nel ministero e produrre combinazioni, alle quali nessuno ha mai pensato o pochi credono convenienti.

Ciò che ha cagionato più viva sensazione di queste dicerie, si è che i nomi menzionati rappresentano tutt'altro che la politica del conte di Cavour, continuata dal barone Ricasoli; si è che fra essi ed il presidente del Consiglio si crede difficile o poco durevole un accordo. Non è possibile che a compiere il programma del conte Cavour si vogliano chiamar a cooperatori uomini che né furono sino al 6 giugno gli avversari.

Potrebbe accadere che il paese riconoscesse necessario di modificare la politica ed allora i personaggi, a cui parecchie corrispondenze accentuano, sarebbero additati come soli adatti a quest'incarico, ma finché la nazione è ferma sostenitrice della politica del conte Cavour, e crediamo lo sarà per un pezzo, finché la maggioranza della Camera già quella politica, come mai si chiamerebbero al potere uomini che non sono d'accordo colla maggioranza? non correrebbesi rischio che questa maggioranza si scindesse sia perché si è proceduto a mutamenti ministeriali senz'interrogarla, sia perché qualche nuovo ministro non godrebbe la sua fiducia e non rappresenterebbe le sue idee? Nelle condizioni in cui siamo importa assai di evitare tutto ciò che può indebolire il ministero o dividere la maggioranza.

Ed il ministero sarebbe indebolito e correrebbe ad inevitabile crisi e la maggioranza si dividerebbe se nel seno del gabinetto s'introducessero altri elementi, perché coloro che con costante amore hanno seguito il conte e che appoggiano il barone Ricasoli, il quale né continua l'opera generosa, non potrebbero in alcuna guisa accordare la loro fiducia e prestare il loro aiuto a uomini politici che eglino ebbero il dolore di trovar negli ultimi tempi nella schiera de loro avversari e partigiani di altra politica, di altro sistema e di altre idee.

DOCUMENTI DIPLOMATICI

— Il Bund pubblica un'altra nota del signor Tourte, inviato svizzero presso il governo italiano, relativa agli svizzeri domiciliati a Napoli. Questa seconda nota è diretta al presidente della Confederazione svizzera:

Turino, 17 luglio 1861.

Eccellenza. Con grave rammarico devo annunciarvi che il ministro malgrado la capitolazione di Gaeta mi ha fatto prevedere probabile la revoca della decisione in virtù della quale era permesso agli antichi. militari svizzeri il soggiorno di Napoli. Il gen. Cialdini ed il conte Ponza di San Martino chiedono ambedue fa revoca di quella concessione, la quale, a quanto essi assicurano, espone ad un sicuro pericolo i nostri connazionali stante l'irritazione grande che esiste contro di essi, considerati come agenti passati e futuri del re di Napoli.

lo ho parlato colla massima energia contro una tale risoluzione ed ho stimato dover diriggere al ministro la nota che qui unisco in copia.

Mi darò premura di comunicarvi là risposta che sto aspettando.

Ho solamente paura che i nostri connazionali manifestino in modo sconveniente ed imprudente le loro simpatie Così per es. quando un console oltremodo reazionario, appena ricevuta la notizia della morte del conte Cavour si affrettò a preparare un grandioso pranzo, tutti gli invitali, ad eccezione di sette od otto svizzeri ebbero il buon senso di non accettare l'invito. Quegli svizzeri erano senza dubbio nel loro diritto, ma il loro atto è tuttavia molto imprudente, in un momento in cui Chiavone e compagnia tengono la campagna, e ci fa creder ogni giorno possibile il ritorno dell’antico re. L'inviato dello stato al quale appartiene il detto console ne ha severamente biasimata la condotta in una nota diretta al suo governo, della quale mi ha dato lettura.

Aggradite, ecc.

Firmato A. Tourte.

ROMA E LA FRANGIA

— Tutti i giornali francesi si occupano del violento colloquio che ebbe luogo in Roma tra monsignor De Merode ed il generale de Govon, di cui ci diede esatto ragguaglio un dispaccio elettrico, e ne fanno gravi commenti. Parte chi tra quei periodici riproducono eziandio la corrispondenza da Roma al Journal des Débats, che abbiamo inserita nel nostro giornale di ieri, e la raccomandano all'attenzione dei lettori, traendo partito da tutto ciò per far conoscere l'urgente bisogno di un pronto scioglimento della questione romana.

Crediamo far cosa grata ai nostri lettori, riportando dall’Opinione il giudizio dei principali giornali su questi argomenti.

— Il Constitutionnel che nel numero antecedente aveva per intero riportala la nota del Pays sulle scene tra i due personaggi, autenticando per così dire la esattezza del fatto. così si esprime:.

Non è che con un sentimento di profondo dolore che noi possiamo rivolgere lo sguardo a Roma e tener parola dei detestabili intrighi che si agitene nella capitale del mondo cattolico. Noi abbiamo ieri riprodotta la narrazione, sciaguratamente troppo esatta, della scena scandalosa provocata da monsignor De Merode e colla quale l’antico officiale belga, ponendosi al sicuro sotto la veste venerata del sacerdote non ebbe timore di provocare un generale che è il ll|o dell’onore e della lealtà francese.

Tutte le corrispondenze provenienti dall’Italia si accordano nel segnalare le mene incessanti di questo nemico dichiarate dell’Italia e della Francia.

Noi troviamo a questo proposito nel Journal dea Débats una lettera da Roma, nella quale i fatti sono mossi alta luce del giorno. (E qui ne riporta un brano, quindi continua) Una cosa evidente è che sarebbe consolante se non fosse l’indizio di una situazione sempre più anormale e pericolosa, si è che non è possibile considerare il santo padre come responsabile degli atti di monsignor De Merode; il cameriere segreto regna e governa; lo stesso cardinale Antonelli non figura che in secondo ordine e lotta i penosamente contro il partito potente che ha il suo appoggio nella maggioranza del sacro collegio.

È qual momento monsignor De Merode scelse egli per insultare l'imperatore e la Francia? Noi esitiamo a dirlo: noi vorremmo avere riguardo in pari tempo alla maestà della santa sede, che non confonderemo giammai cm ciechi ed inutili consiglieri, ed alla venerata persona del sovrano pontefice, il quale, attraversando prove cosi crudeli, altro non saprebbe ispirare che una pia e filiale simpatia. Ma perché tacere ciò che tutti si ripetono a bassa voce?

In questi ultimi tempi si è lasciata intravedere una eventualità dolorosa: la salute di Pio IX faceva nascere le più vive inquietudini, le quali in oggi essendo scomparse, non possiamo più dissimularlo che si dovette, or fan parecchie settimane, prevedere la possibile vacanza del trono di San Pietro. Lo stesso Pio IX, più occupato dell’avvenire della chiesa che della propria situazione, si chiedeva quale sarebbe, in questo supremo momento, l’atteggia mento del potente sovrano che, nullostante le calunnie e le ingiustizie dei partiti è l'unico e disinteressato appoggio del trono pontificio.

Pochi giorni dopo, fausta del santo padre era dissipata dal governo francese, il quale gli diriggeva le assicurazioni più opportune a ricondurre la calma nell'anima inquieta di lui e per ora e pel futuro, tanto per sé che per i suoi successori: senza dubbio la confidenza che tante preziose assicurazioni fecero penetrare nello spirito di Pio IX dovette influire al ristabilimento della sua saluta.

E fu all'indomani di questo commovente episodio, quando l'imperatore diede una nuova prova della sua inalterabile affezione alla indipendenza ed alla dignità della 8. Sede, che un ministro di Rio IX potè tenere quella condotta che abbiamo segnalate e che solleverà in tutte Europa un sentimento unanime d’indignazione, mista a quella pietà che nasce dallo spettacolo della follia!

In Francia gli atti e le parole di mons. De Merode altro non ispirano, che lo sdegno: non è in potere di Un tal uomo il modificare per nulla né le risoluzioni né la politica della Francia. Ma quanto è doloroso che una quistione, la più grave forse dei nostri giorni, possa in qualche guisa trovarsi pregiudicata o compromessa per passioni subalterne e così manifestamente inferiori alle esigenze del tempo e della missione loro.

— La Presse cosi si esprime:

I nostri soldati non possono più sostenere la parte di gendarmi pel vantaggio di un potere contro il quale i popoli da essi oppressi dimostrano la più invincibile e la più giusta antipatia, di un potere, che ci oltraggia pubblicamente e sistematicamente, quando è notorio elio senza di noi non prolungherebbe di 21 ore la propria esistenza artificiale e detestata. Il governo francese non può più proteggere uomini dei quali, coi mezzo dei suoi organi officio si ed officiali proclama lo spirito malevolo l'insolenza e f ingratitudine. V’ha una anomalia, una contraddizione, uno scandalo, che deve e prontamente cessare.

IITemps dal canto suo, dopo avere in qualche guisa criticato il Constitutionnel, perché a suo avviso si limitò a dare una lezione ai partiti, continua:

… Bisogna far cessare una situazione equivoca, bisogna abbandonarlo a se stesso un governo che ricompensa la protezione con l’insulto.

Lascia soddisfazione reale che la Francia possa darsi si è di richiamare le sue truppe. Sino ad ora essa fu inconseguente, rimanendo colà dopo il riconoscimento del regno d’Italia: non sarebbe qualche cosa di peggio dopo la scena violenta di mons. De Merode? Ci sono delle posizioni assolutamente intollerabili e quella che sosteniamo a Roma la è tale sotto ogni punto di vista, perché il perdono delle ingiurie non ha ancora messo piede tra governo e governo. Ognuno deve ricordarsi la brillante soddisfazione elio Luigi XIV credette pretendere per una offesa molto minore, malgrado la sua devozione per la santa sede e benché i primi torti stessero dalla parte della Francia.

— Il Siecle racconta con isplendido brio l’incidente avvenuto: accenna esso pure alla corrispondenza del Dèbats: si occupa delle osservazioni del Constitutionnel e così conchiude:

La Francia può essa assumere più a lungo tempo la sorprendente responsabilità che le incombe mantenendo i suoi soldati a Roma? Nessuno che abbia sentimento e cuore può nemmeno pensarlo. L’incidente Govon-Merode getta una luce sinistra su una situazione da lungo tempo anormale, Siamo giunti ad un punto in cui uno scioglimento è inevitabile. In nome di tutti gli interessi politici, morali, commerciali, finanziarii minacciati da questa situazione facciamo appello al governo francese perche vi inetta un termine. Speriamo che l’opinione pubblica riporti questa volta ancora l'ultima vittoria.

— E il Pays:

Il velo è completamente tolto.

Il dubbio non è più possibile e grazie ad un eccesso di violenza, forse provvidenziale, mons. De Merode, lasciò vedere il fondo del suo pensiero, nessuno potrà ingannarsi Trattasi ben altro che di religione e cattolicismo per questo agente passionato delle consorterie e dei partiti retrogradi. Non si tratta che di un odio implacabile contro il liberatore dell'Italia e contro la nazione liberatrice. Che cosa è una convenzione formale, un ordine del Santo Padre pel signor di Merode? Nulla.

… Malgrado tutte le spiegazioni e tutte le smentite, restò stabilito che. il dispaccio del duca di Gramont sugli intrighi di qualche cameriere e di qualche legittimista francese, non era che l'espressione raddolcita della verità. Le cattive passioni, dopo quell'epoca, non fecero che inasprirsi ed esaltarsi e se il signor De Merode non fosse stato fermato nelle sue usurpazioni insolenti, il Vaticano diveniva un focolaio permanente di cospirazione contro la Francia, e Rema una vera Coblenza.

— Un medesimo linguaggio di quello da noi riferito contiene l’Opinion Nationale. Dal canto suo Monde, organo radicalmente clericale, invece cosi si esprime:

… Vien detto da qualche periodico italiano che il signor di Cadore abbia formalmente protestato presso la Corte di Roma, in nome della Francia, contro la condotta di mons. de Merode, aggiungendo che questi avrebbe chiesto scuse al generale e che i soldati pontificii si sarebbero sottomessi al comando francese. Tutto questo è falso. La condotta di Mons. di Merode fu quale deve essere sempre, cioè ispirata dal più vivo sentimento della dignità della santa sede. Non c’era dunque motivo che il ministro pontificio facesse le sue scuse con il gen. Goyon, né che il sig. di Cadore protestasse. Quanto alla pretesa di sottomettere i soldati pontificii al comando francese è insultante pel santo padre, per la Francia e pei lettori di quei giornali.

MONUMENTO DI CAVOUR

—Il Comitato veneto centrale lui indirizzate la seguente lettera al signor sindaco di Torino, conte Nomis di Cossilla:

lll.mo signor Sindaco!

Belluno co' finitimi distretti alpini di Pieve del Cadore Arronzo, Zoldo e Agordo, manda per la prima fra le città venete. L’offerta di L. 1570 pel monumento nazionale del conte Camillo Benso di Cavour.

Presto presenteremo a V. Ill.ma le offerte delle altre città della Venezia, tutte concordi nel tributare gratitudine alla memoria del grande ministro italiano e nel Tare nuovi e solenne protesta contro il dominio straniero che l’offende e che deve ad ogni costo finire.

Ci segniamo con stima ed ossequio

Torino, 2 agosto 1861.

Il Comitato veneto centrale: Sebastiano Tecchio, presidente G. Batt. Giustinian — Andrea Meneghini — Alberto Cavalletto.

Distinta dell’offerta


Belluno L.920,30
Pieve di Cadore » 422,50
Arronzo   »60
Zoldo    »85
Agordo »85
L.1,570

IL PADRE GIACOMO

— Leggasi nel Corriere Mercantile:

Il nostro corrispondente di Roma ci scrivo che il padre Giacomo, appena giunto colà, ricevette l'ordine di recarsi al Vaticano. Introdotto che fa al cospetto del pontefice, S. S. gli disse ch'era malcontento di lui, e chi l'aveva tolto chiamare appositamente per fargli conoscere questo suo malcontento. Il reverendo padre rispose al pontefice non sapere per quale cagione avesse incorsa la disapprovazione del santo padre.

—Vi ripeto che sono malcontente di voi, riprese il papa a tali parole, e non mi sarei giammai aspettato un tale procedere da parte vostra verso il conte di Cavour.

«A simile rimprovero il padre Giacomo rispose ch'egli non aveva nulla a rimproverarsi, che aveva agito secondo che gli dettava la sua coscienza e nulla più.

«Il papa allora dopo aver tentato d'indurlo invano a fare una ritrattazione, perché il padre Giacomo rispondeva continuamente ch’egli non aveva nulla a ritrattare, gli ditte:

— Ebbene, come mai andò la commedia dei sacramenti?

— Quella non fu punto commedia, riprese il padre; il malato li ricevette colla massima devozione, e se avessi dubitato di questo, io non glieli avrei punto amministrati.

«Fallite con queste risposte le mire del papa, lo congedò e lo mandò dal generale dei suo ordine, dal quale ebbe a sentirsi ripetere i medesimi rimproveri che ebbe dal santo padre.

Dopo il colloquio col generale la scena non era ancora terminata, e il povero padre Giacomo dovette presentarsi al tribunale del sant'uffizio, che, ripetute per la terza volta le espressioni di malcontento e di biasimo. gli ingiunse di mandare a detto tribunale una memoria che Contenesse la narrazione di tutto l’accaduto.

«Liberato finalmente da tante seccature, il padre non fece che ricopiare la narrazione che da Torino aveva spedito a Roma e la mandò al sant'uffizio, e si disponeva a ritornare a Torino per via di terra.

— La Gazz. di Torino dice:

Siamo ili grado di assicurare che il padre Giacomo può partire da Roma quando gli piace.

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NOTIZIE ITALIANE

— Leggesi nella Gazzetta Ufficiale del Regno:

«Alcuni giornali hanno riportato un decreto dI S. M.; controfirmato Farini, ma senza data di giorno, né di luogo, che riguarda la abolizione dell’azione penale per gli ufficiali ed individui dell’esercito che abbandonarono le bandiere per prendere servizio nei volontari dell’Italia meridionale.

«Senza negare l'esistenza di tale documento, fatto è che esso non ebbe il suo compimento, perché non fu mai munito del suggello dello stato né inscritto negli atti del governo, come la formola stessa del decreto e la legge prescrivono.

Invece furono pubblicati sullo stesso argomento e nelle forme legali due altri decreti di amnistia l’uno del 19 settembre 1860, e l'altro del 12 dicembre 1860.

Il governo pontificio ha impedito la trasmissione dei dispacci cifrati che il conte Tecco invia al nostro governo. (Gazz. di Tor,)

— Leggesi in un carteggio del Dritto da Palermo:

Gli antichi poliziotti, quelli del ramo segreto, si sono gettati nell’opposizione più spinta e radicale, e sono divenuti apostoli di repubblica. La plebe ignorante si lascia condurre da 'questi birbi, tipo perfetto di mariuoli. e ripete meccanicamente quel che non capisce; essa non vede che i suoi mali, li addossa naturalmente al governo, e, per liberarsene, reputa necessario un cambiamento.

— Scrivono alla Perseveranza:

Potete pubblicare con tutta sicurezza nel vostro giornale quanto segue:

Nella notte dal 29 al 30 luglio p. p., sui monti di Vertova (mandamento di Gandino, circondario di Clusone) furono dalla stazione dei reali carabinieri di Gazzaniga e dalla brava guardia nazionale di Vertova arrestati 12 disertori napoletani del 19 reggimento di guarnigione a Bergamo. Fu dietro gli indizii forniti dal sindaco di Verteva che l’esistenza in quei monti dei fuggitivi venne sugnalata: giova dirlo ad onore dell'autorità locale. Insieme ai disertori fu arrestato un certo Gualdi che aveva dato loro ricetto ed abiti per travestirsi.

— I disertori e refrattari di Modena e delle Romagne vengono accolti nel Polesine e tenuti di lavoro e di danaro dal deputato centrale Angeli, dal podestà di Rovigo Venezze e dal decorato austriaco Giro, pure di Rovigo. In Serravalle oltre Po vi è un centro sanfedista che incoraggia, accoglie e provvede dei mezzi di tragitto i disertori; non occorre dirvi che anima di quel centro reazionario è un prete, É necessario che il governo agisca energicamente per snidare dai paesi di confine quei tristi che si fanno attori e complici delle mene austriache e clericali.

NOTIZIE STRANIERE

— Leggesi nel carteggio dell’Opinione da Parigi, 31 luglio:

In questo momento l’imperatore fa il suo ingesso a Parigi. Questa notte egli dormirà a Saint-Cloud.

— Sì scrive da Parigi all’Independance Belge, in data del 31 luglio:

«Il signor Nigra è a Parigi da questa mattina.

«L’imperatore giungerà domani, e il signor Thouvenel è aspettato pel 9 agosto. Il ministro plenipotenziario del regno d’Italia potrà quindi occuparsi ben presto con attività all'importante missione che gli è affidata.

«Non vi è bisogno dI essere iniziato ai segreti del gabinetto italiano per sapere che il compito principale del signor Nigra sarà di ottenere da! gabinetto imperiale ohe il riconoscimento del regno d'Italia diventi una verità. Sino a che la bandiera francese servirà a coprire gli intrighi della camarilla di Roma quell'atto così saggio della politica francese rimarrà, per così dire, lettera morta.

«Ho ragione di credere che il signor Nigra troverà l'imperatore dei francesi meglio disposto di quel che avrebbe potuto sperarsi dietro ima specie di ravvicinamento che è sembrato avverarsi tra la santa sede e il gabinetto delle Tuilieries,o, per parlare più esattamente, tra il santo padre e l'imperatore dei francesi.

—Da Pietroburgo scrivono che Gortschakoff rimane in carica, essendo in modo formale ed assoluto, smentite le voci di un' alleanza coll'Austria.

—Si annunzia che la Russia ha date alla Francia spiegazioni rassicuranti intorno alle voci corse d’un'alleanza delle tre grandi potenze settentrionali.

— Leggesi nel carteggio dell’Opinione da Parigi, 31 luglio:

Alcune parole sfuggite ad un diplomatico appartenente alla legazione russa farebbero credere che la Russia non vegga di buon occhio il viaggio del re di Svezia a Parigi. La Russia ha paura di veder tornare a galla i disegni relativi all’unione scandinava, della quale si età tanto parlato al tempo della guerra di Crimea.

—Si parla molto a Parigi d’un lavoro d’epurazione che si sta facendo al ministero dell’interno per le prossime liste del candidati al Corpo legislativo: parecchi nomi appartenenti all’opinione clericale vi darebbero sostituiti da altri dell'opinione democratica.

—-Dicessi che al ritorno dell’imperatore da Vichy sarebbe instituita una medaglia agricola simile alla medaglia militare. Ogni medagliato, oltre al distintivo, godrebbe una pensione di 100 franchi all’anno. Questa misura non può non riuscire di uno grandissima utilità, imperocché l’emulazione è purtroppo sempre lo sprone più efficace alla operosità umana.

— Scrivono da Pesth al Wander in data del 9 luglio che la discussione preliminare sul progetto di risposta di Deak alla risposta imperiale comincierà appena verso la ne della settimana.

La ragione di questo ritardo sta in ciò che nel nuovo indirizzo si vuole trattare completamente la quistione delle nazionalità alla quale nel rescritto regio si è voluto dare tanta importanza. Essendo or universale il desiderio, che speriamo non abbia a rimanete soltanto un desiderio, che la Dieta sia unanime nella decisione che deve prendere sulla quistione delle nazionalità, si vorrebbe mettersi prima d’accordo sui principii che i rappresentanti dell’Ungheria intendono adottare rispetto alle nazionalità non magiare, in maniera che Deak potesse far entrare nel suo progetto t risultali di questo accordo.

L’Osservatore Triestino ha il seguente discaccio da Vienna 1 agosto: Fu intentato un processo por delitto di lesa maestà alla redazione delta Presse, a motivo del suo primo articolo del 7 luglio.

— Scrivono da Pesth 28 luglio al Nord:

Da due settimana nel Comitato di Neutra ogni funzione amministrativa e giudiziaria è sospesa. Le truppe stanno a guardia del palazzo del comitato, chiuse sono le sale dell’assemblea e del tribunale e gli archivi. Il governo, colla sospensione della amministrazione, della giustizia e di ogni funzione pubblica vuol costringere il comitato ad annullare la sua risoluzione la quale dichiara, in conformità alla legge, traditore della patria chiunque pagherà un'imposta non acconsentita dalla Dieta. Se si mette il comitato nella impossibilità di convocare l’assemblea,come si potrà discutere sé la risoluzione possa o no rivocarsi? Ma a Vienna non ci si pensa neppure, perché sono troppo abituati al regime burocratico. In Ungheria le assemblee sono quelle che decidono e non i funzionari incaricati di eseguirne le decisioni.

Nel comitato di Zemplin il palazzo del comitato stesso fu ridotto a caserma e si tengono le sedute nel convento dei Pieristi.

Da una parte fanno guardia i soldati, dall’altra gli ussari del comitato. Una sola parola, un nonnulla potrebbe far nascere un conflitto.

FATTI DIVERSI

— Santa Brigida nelle sue profezie previde la decadenza del potere temporale dei papi. Essa pensando ai tempi deh l’avvenire divinò la formazione di una nuova città in Roma. Cominciando dal Valicano, le mura di questa città non avrebbero sorpassato Castel Sant’Angelo e lo Spirito Santo.

Dopo aver data la descrizione perimetrica della città papalina, la profetessa esclama:

«Allora udii una voce che diceva: — Quel papa che amerà la sua sposa dell'amore che io ed i miei amici ebbimo per lei, possiederà questo luogo co' suoi assessori affinare più liberamente e quieto possa convocare i suoi consiglieri. —»

Il testo latino della profezia è riferito nell’Adriatico del 30 luglio, n° 170.

—Anche a Livorno e precisamente sui Baguetti del signor Palmieri fu festeggiato, a cura di alcuni bagnanti che frequentano quello stabilimento, il giorno onomastico del Re Vittorio Emanuele, con fuochi di artifizio, e con i concerti di una banda musicale diretta dal maestro Garzia di Livorno, che gentilmente si prestò a questa patriottica esultanza.

—Abbiamo in Torino un uomo che dice d’avere trovato il mezzo sicuro per camminare nell’aria; esso si prefigge di far conoscere a chicchessia la sua scoperta di cui finora non ha che il progetto in pronto. Staremo a vedere poi del come riescirà l’applicazione se purè si troverà qualcuno che voglia tentarne l’esperimento.

—Per cura principale di signor Giuseppe Maiorana, che non ha risparmiato né tempo, né denari aiutato dal priore cassinese, P. Tornabene, professore di. Botanica, le industrie e i prodotti delta provincia di Catania faranno bella mostra nella prossima esposizione italiana in Firenze.

—Dal dicastero di agricoltura industria e commercio iti Napoli è stato pubblicato coi tipi di Francesco Ferrante e compagnia, lo Specchio statistico delle popolazioni de'  comuni delle province meridionali d’Italia. seguito dall'elencazione de'  comuni medesimi per ordine alfabetico. È una pubblicazione importante. Risulta da essa che, le province di Napoli contano 1850 comuni con una popolazione di 7,116,864 anime.

ULTIME NOTIZIE

— L’idea di Ricasoli di discentralizzare il più che sia possibile l'amministrazione in tutto ciò che non tocca il politico, dice il corrispondente torinese del Corriere Mercantile, pare che si vada a giorni mettendo in pratica.

In tutti i dicasteri si lavora per isciogliere le varie segreterie di Napoli è Palermo e riorganizzarle su altre basi. Si lascierebbero delle divisioni dipendenti dal potere centrale per la spedizione degli affati locali di minore importanza. Quelle divisioni sarebbero composte non esclusivamente di indigeni ma mischiate con altri impiegati delle altre provincie della penisola. Questi provvedimenti andranno in esecuzione entro il corrente mese di agosto.

— Nel Constitutionnel si legge:

«Gli atti di monsignor di Merode non potranno mutare né le risoluzioni dell'imperatore né la politica francese; ma potranno forse, mettendo fine ad una situazione troppo tesa favorire al contrario la realizzazione dei disegni che renderebbero al papato la sua piena ed intiera indipendenza ed in pari tempo la sua legittima influenza sull’Italia è sul mondo intiero.

—Il Times annunzia che l'imperatore dei francesi ha deciso di ritirare le truppe da Roma.

—L’Indépendance belge ritiene la pubblicazione dell’alterco di Merode con Goyon nel Pays, giornale del governo, come un segno della prossima soluzione della quistione romana.

«Più che mai, dice quel foglio, dopo quei che è avvenuto, si ha la convinzione che il gabinetto delle Tuileries non potrà né vorrà più coprire con la bandiera della Francia gli intrighi d'ogni sorta che si tramano intorno ai trono pontificio, e che non sono meno ostili al governò imperiale che a’ suoi alleati.»

— Leggiamo nel Times:

Si crede generalmente che lo scioglimento della quistione romana sia vicinissima. Malgrado le smentite date dalla stampa semiufficiale di Parigi alla notizia che il governo del papa abbia fornito d’armi gl’insorti di Napoli, si afferma però in certi circoli la verità del fatto, che avrebbe determinato l'imperatore a non aggiornare di più lo scioglimento, il quale consisterebbe nello sgombero dei francesi e nella successiva occupazione del territorio romano per parte delle truppe italiane:

— Il Morning Herald si esprime in questi termini sullo stesso argomento:

È di nuovo sul tappeto lo sgombero da Roma dei francesi, cosi spesso annunciato e così di sovente aggiornato.

Lettere dalla capitale d'Italia annunciano che si fanno dei preparativi pel ricevimento di una guarnigione mista piemontese; anzi si dice che il re di Napoli sia sul punto di partire per Ispagna.

— Affermano parecchi carteggi che O’ Donnell abbia intenzione di proibire la diffusione nella Spagna della maggior parte dei fogli di Francia, Italia. Inghilterra e Belgio. Così solamente sanno regnare i Borboni!

— Si legge nel Nord:

«Le notizie d’Ungheria sono meno pacifiche di quel che pareva dovessero essere. La dissoluzione della dieta è considerata come imminente. Sarebbe una dichiarazione di guerra del governo austriaco e un indizio che quest’ultimo si crede in istato di dominare con la forza ogni resistenza in Ungheria. E possibile che il gabinetto di Vienna voglia precipitare gli avvenimenti e cerchi prepararsi per gli affari d’Italia terminando la contesa con gli Ungheresi mentre il regno d’Italia è impedito dalle difficoltà di Napoli.

— Il Morning Post dice sapere da buona fonte che il gabinetto di Vienna pensa a misure radicali:

Si tratterebbe di porre tutta la monarchia in una specie di stato d’assedio, e di sostituire provvisoriamente al Consiglio dell’impero una commissione militare che avrebbe l’alto potere sugli affari del paese. L'espediente finanziario cui si appiglierebbe il governo austriaco per crearsi le opportune risorse, sarebbe in armonia col nuovo sistema politico, di cui il Morning Post annuncia la prossima inaugurazione; essendo quasi certo, che malgrado le officiose smentite si pensa a un nuovo prestito forzato di duecento milioni.

— Scrivono all’Osservatore Triestino da Beirut:

La lettura del firmano che conferma da parte del nuovo sovrano le leggi ed i trattati e regolamenti del precedente, ha ridonato la quiete ai cristiani, perché esprime di mantenere l’uguaglianza avanti la legge a tutte le differenti religioni, ed ha temperato nello stesso tempo la fantasia dei musulmani fanatici, che in Damasco minacciava di sviluppare nuove scene di persecuzione, anzi alcuni furono arrestati dall’autorità. Si fecero per tre giorni festività con illuminazione.

CRONACA INTERNA

Ieri si tenne una lunga discussione da nostri consiglieri comunali per tre indirizzi che il Municipio fa, uno al Re, l'altro a Cialdini ed un terzo a Garibaldi – Vennero approvati. Domani s'incomincerà a discutere del prestito, e vogliamo sperare che le discussioni non sian fatte per sola vaghezza di discutere, vale a dire per quella virtù, per cui le riunioni napolitane riescono tanto brillanti.

Parecchi mesi or sono il Municipio incominciò seriamente a pensare al prestito, ma un Giornale napoletano, i cui compilatori hanno la debolezza di credersi forti economisti, gridò tanto che il prestito non si concluse. Intanto quel giornale dando sempre prova della sua mirabile logica gridava dall'altra parte contro il Municipio perché non ponea mano a lavori pubblici. Ora il Municipio è costretto a fare il prestito alle condizioni pressoché simili a quelle offerte cinque mesi or sono. Quanto tempo non si è perduto inutilmente! Si dia ascolto alla libera stampa, ma non si accettino tutt i pregiudizii degli scrittori. Dal campo dei progetti si scenda un poco alla utilità pratica del proprio municipio, e restandoci luogo, si ri volga pure un po' di pensiero alla gran nazione, di cui per nostra fortuna oggi formiamo una bella parte. A questo proposito, mentre facciamo sapere ai nostri consiglieri municipali che il municipio di Milano ha già trovato nella sua cassa qualche milione di lire con cui concorrere all'imprestito italiano, cogliamo pure questa occasione per pregare gli onorevoli compilatori del Pungolo a spiegarci per quali ragioni, nella quistione della capitale, Napoli è da preferirsi a Milano.

– Ieri a due miglia da s. Germano fu aggredito da 12 briganti la messaggiera partita da Napoli. Vi viaggiava una famiglia francese, la quale fu derubata di ducati 2000 circa, tra denaro contante ed oggetti di oro. Ricordiamo alle autorità che quasi nel medesimo luogo giorni sono fu aggredita anche la carrozza della posta, che i viaggiatori notarono qualche sospetto di complicità in un oste il quale tiene la sua osteria sul la strada, che vollero manifestare questo loro sospetto al giudice che prima incontrarono, e che questi non accolse la loro dichiarazione. dicesi per paura: ma noi facciamo il nostro dovere nel credere quel cotal giudice uno dei tanti reazionarii borbonici che ancora si trovino insediati.

– Nel giorno 1 del corrente mese un'orda di assassini, che si fa ascendere dai 60 ai 70, penetrava nel comune di Lettere, vi riscuoteva la taglia di centocinquanta ducati, e impadronivasi delle munizioni della Guardia Nazionale. Raccomandiamo a nome di quel circondario maggior solerzia all'Intendente di Castellammare, il quale da più giorni si sente ronzare attorno questa masnada, e finora non ha messo in opera niuno di quei provvedimenti energici richiesti all'uopo.

– In Sarno il giorno 30 luglio pervenne la nuova, che nella notte una numerosa banda di briganti erasi formata sulla montagna di Pratella. La Guardia Nazionale del detto comune ed un distaccamento di Bersaglieri mossero sopra luogo, e venuti a conflitto coi briganti, questi davansi a precipitosa fuga rifugiandosi nei boschi vicini. Da allora non si è avuto altra notizia.

– Da una nostra particolare corrispondenza da Terlizzi, provincia di Bari, ricaviamo, che il giorno 30 del passato luglio quella Guardia Nazionale unita all'altra di Ruvo, dopo un gran perlustrare, s'imbatté nel bosco di Siciliani limitrofo a quello di Marinelli in una mano di briganti al numero di 20. Vi fu un vivo combattimento, in cui uno de malfattori rima se ucciso, due mortalmente feriti, ed otto prigionie ri. Il resto della banda sfuggì alle ricerche de'  militi, che per l'ora tarda dovettero ritirarsi. Tra i prigionieri annoverasi il capo, il quale ha fatto alle autorità delle importanti rivelazioni, dalle quali si è venuto a conoscere che alcune ragguardevoli per sona tenevano mano alla cospirazione. Infatti un tal Buquicchio ed un tal Sisto di Bitondo, ricchi usurai, sono stati arrestati come persone che avesser dato ai briganti viveri e munizioni, promettendo anche di mettersi alla loro testa tostoché la banda si fosse ingrossata. E buono pure a sapere che un tal Tommaso Foggetti, guardaboschi di Marinelli, cercò con false notizie di far deviare la colonna della menzionata Guardia Nazionale dal luogo av'erano appiattati i briganti: ma non vi riuscì essendo ben nota la fede sua e del padrone.

RECENTISSIME

Ci si annunzia che la polizia francese ha incominciato a spiegare un'operosità affatto nuova contro i reazionarii che convengono a Roma da ogni paese. Si fanno perquisizioni nei conventi e nelle chiese; ed il numero degli arrestati e degli espulsi finora si fa ascendere a più di mille. Antonelli pare che incominci a perdere la bussola; i cospiratori legittimisti so no sdegnati contro gli agenti borbonici napolitani, perché questi aveano data per certa la riuscita del movimento reazionario nelle nostre province. Già in cominciano le rampogne contro i capi della reazione per le ingenti somme di denaro a loro versato, di cui non s'è visto nessun profitto. A tutto questo aggiungasi pure la nuova ed inaspettata attitudine della polizia francese, la quale non restringe le sue attribuzioni nei soli limiti della città eterna; i gendarmi francesi sono già ai nostri confini. Ebbero sospetto di briganti celati nel convento di Casamari, e ieri vi fecero una perquisizione da edificarne quei reverendi padri domenicani. Oltreacciò una colonna di soldati francesi si è avanzata tanto verso i nostri confini da guardare le spalle di Chiavone ed impedire a quei banditi il ritorno nei santi dominii del papa. E non ritorneranno più! Il generale Pinelli, già rivenuto dalla Capitanata ove ha completamente fornito il suo compito. pare che abbia assunto l'incarico di farla finita col campione borbonico, nella cui masnada trovansi aggregati molti tedeschi.

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Il Pungolo dall’altezza in cui siede scendendo un poco nell’umile arena in cui è posto il nostro neonato giornale, ci è largo di una risposta. Vero è che il Pungolo si scorda che legge di cavalleria è di essere cortese coi deboli e coi neonati. In ogni modo il Pungolo col suo articolo non è venuto a nessuna conclusione. Non ha risposto alle nostre osservazioni. uscendosene, come si suol dire, pel rotto della cuffia. Da prima il Pungolo dice che la celebre formola lavoro e istruzione non fu da lui inventata, ma dal signor Nigra; e noi risponderemo che fu un errore del Ministro il promettere, quando non poteva porre in atto le sue buone disposizioni, e fu maggiore errore del giornale far suo un programma che allora non si poteva attuare.

Di poi il Pungolo con una certa gravità, proporzionata alla magnificenza del suo giornale, dice che proprio non intendiamo quello che vogliamo dire, tutto questo dopo aver in certo modo convenuto dell’errore tante volte detto e ridetto, e senza rispondere una sola parola alle nostre osservazioni. In fine parla d'ideologia, e poco manca che non entri in metafisica. A tali discussioni in vero non siamo usi.

ANNUNZIO DI GIORNALI

— Abbiamo ricevuta dalla Direzione i 7 primi numeri di un modesto quanto sano, temperante ed utilissimo periodico d’Istruzione e di Educazione intitolato: L'Amico delle Scuole Popolari. E dall’attenta lettura di quegli assennati articoli dettati con vero spirito educativo, ci siamo convinti dell’immensa utilità di esso e ad un tempo rallegrati nel vedere colma una lacuna del giornalismo meridionale. Oltre le scuole (che per altro in gran parte sono ancora un desiderio) un giornale esclusivamente dedicato a propagare le migliori teorie di educazione che si conoscono, e a venire in aiuto con direzioni prattiche ai novelli Istruttori del popolo, ci pare un vero benefizio reso alla causa del progresso. Noi pertanto approviamo la buona idea dei redattori dell’Amico delle Scuole Popolari e preghiamo i padri di famiglia, gli Istitutori e le Istitutrici, i Direttori di Stabilimenti scolastici, e quanti sono che amano l'istruzione del popolo a far tesoro di quelle letture, a propagare quelle massime, a tradurle in pratica sì, che più presto possano scomparire le tracce della barbarie, che sono effetto dell’ignoranza in che per calcolo ci tenne l’infausto governo passato, e il popolo meridionale possa per forza del suo genio nativo in poco lasso di tempo, essere istruito e non secondo a quello di uessun’altra provincia italiana.




Anno I – N° 7 Napoli — GiovedI 8 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
DIARIO POLITICO

La situazione interna di queste provincie addiviene ogni giorno migliore, ed in breve, possiamo esserne certi, sarà pressoché distrutto il brigantaggio che tanto danno e sventure ha arrecato alle nostre popolazioni.

Raccolto un buon numero di forze si darà la caccia a briganti del Cipriani, che tiene il nido nelle montagne di Monteforte, e di là trascorre ora nelle campagne di Benevento, ed ora in quelle di Terra di Lavoro. La banda di Cipriani è la più numerosa, ed è in gran parte composta di contadini, soldati sbandati ed evasi dalle galere. Il Cipriani è anch'egli un galeotto, che in giovinezza attese agli studi nel seminario di Nola, e di là uscito con gli ordini sacerdotali, ma più asino di quando vi era entrato, visse vita di libidine, di furti e di ogni più sozzo delitto.

Or sono trascorsi quattro anni da che il Cipriani sendo in Napoli s'accese d'amore della moglie di un bettoliere, e poiché l'oste gli recava molestia, in una bella notte l'uccise con venti colpi di pugnale. Capitato in mano alla giustizia fu condannato alla galera, da cui fuggiva quando il barbone, lasciando Napoli, faceva aprire per edificazione dei suoi amatissimi servitori, le carceri ove erano raccolti i più feroci masnadieri in Questura vi ha l'elenco da cui si cava che in quel tempo altre seicento furono i galeotti evasi.

La banda di Chiavone è composta del poliziotti siciliani, gente rotta ad ogni nefandità, e più belve che uomini, e de zuavi pontificii, boemi ed austriaci. Contro la costituzione del nuovo regno d'Italia si levano i masnadieri di tutta Europa, e il Papa-Re, e il Re del briganti stringono le onorevoli destre di Chiavone e di Cipriani, e li appellano colombe pure, difesa de’ troni, liberatori degli innocenti ed oppressi e col sorriso sulle labbra li esortano a fare la santa fede. Questo misto di sacro e di profano, di delitti vestiti dell'abito sacerdotale rende insopportabile la tirannia clericale, che già è morta e seppellita. Chiavone intanto, come annunziammo ieri, è circondato dalla polizia Francese, che non gli permetterà il ritorno alle terre ancora tenute dal Santo Padre.

Delle nostre province non vi ha penuria di buone novelle, e la G. Nazionale di pressoché tutti i luoghi occorre alla tutela dell'ordine e della libertà, con coraggio ed abnegazione veramente ammirabile. Lo diamo la gratificazione accordata dall'egregio Segretario generale dell'Interno a militi della G. Nazionale di Acri, che con tanto valore pugnarono contro o briganti, ma vorremmo ancora che ad altri fossero otto di simili largizioni, e che si cercassero tutti i modi per onorare la virtù cittadina.

Intanto che il brigantaggio si combatte, non si lascia di attendere alla pubblica amministrazione, e con piacere leggemmo ieri un decreto col quale si ridona al municipio napoletano il dritto di esigere il dazio di consumo.

Se le nostre informazioni sono esatte, sarebbe già compiuto il lavoro de’ conventi. È tempo che oramai si ponga fine ad una condizione di cose che non può più a lungo durare. Noi invero non possiamo lodare che otto mesi or sono si fosse pubblicato il decreto che sopprimeva i Conventi, ma poiché si opinò altrimenti, conveniva attuarlo. Il Pironti si è posto all'opera, e pare che abbia stabilito nella seguente guisa.

Tutti i Conventi di Monaci e Monache sono soppressi, meno gli ordini insegnanti, fra i quali i Barnabiti e gli Scolopi. Ma lo stato si riserba il diritto di sorvegliare le scuole de’ frati, per mezzo degli ispettori delle scuole, e proporre i libri d'insegnamento.

Sono eccettuati dalla soppressione i Benedettini di Montecassino, quelli di Cava e di Montevergine. I padri dell'Oratorio de Girolomini, il Convento de'  Cinesi, quello detto volgarmente de Moretti, gli Ospitalieri, S. Francesco di Paola, in Provincia di Cosenza, un monistero in provincia di Salerno, e i Teatini di S. Paolo.

I monaci questuanti restano, ma non potranno accogliere nuovi novizi, e lo stato si riserba il diritto di assegnar loro quelle dimore che crederà opportune, quando scemeranno di numero.

Gli altri monaci e monache hanno dallo stato nove ducati al mese per uno, e possono uscir via da con venti, o restarvi secondo che loro tornerà più accetto, ma non saran più corporazioni religiose, non potranno ammettere nuovi novizi, né stare in una casa in maggior numero di sei.

Vogliamo sperare che questo progetto si attui presto.

 Il brigantaggio ed i tentativi reazionari fatti dalla corte romana, se un gran male han prodotto alle nostre popolazioni, un gran bene dall'altra parte han già partorito. Possiamo assicurare che agenti Russi e Prussiani che dimorano presso noi, avuta chiara e vera notizia degli uomini che si dicono sostenitori del dritto borbonico, e della valida difesa delle nostre G. Nazionali, abbiamo scritto a loro paesi che la causa del borboni è interamente spacciata in queste Contrade. La quistione romana si avvicina omai al suo scioglimento. Ieri riferimmo in sunto il giudizio del più accreditati giornali di Parigi, da'  quali appar chiaro, e più da semi-ufficiali, come la Francia non possa più tollerare uno scandalo ed una perenne cospirazione contro l'Italia e l'Imperatore de Francesi. La Provvidenza che vuole l'Italia, fa perdere il capo a preti, ed i villani insulti di De Merode al generale francese, affretteranno la soluzione della crisi. I preti che han sempre vissuto di mistero e sono addivenuti più po tenti per quanto han fatto capo dell'armi più sottili e segrete con le quali han dominato la coscienza, oggi si tradiscono, e rotto il freno alla pazienza si mostrano quali sono. Bestemmiano e cospirano contro l'Imperatore de Francesi che tanto li ha beneficati, e dopo di aver maledetta e scomunicata la figlia primogenita della Chiesa, quella Italia che dicono di amar tanto, irati che le armi della scomunica sono oramai spezzate, stringon la destra di Chiavone e di Cipriani, e il birro borbonico e il prete omicida appellano figli dilettissimi.

Le armi del nostri nemici sono oramai vecchie e logore. La Provvidenza vuole l'Italia; i popoli han già coscienza delle loro forze, e quanto sono più grandi le prove ed i sacrifizi, tanto sarà più stabile e dura turo il nuovo ordine di cose.

I preti ed i borboni dopo aver dichiarato che non avrebbero riconosciuto il nuovo prestito italiano, han sollevato i briganti, ed i popoli si ribellano contro all'orde masnadiere, ed offrono allo Stato novecento milioni.

LE DECORAZIONI

Delle decorazioni è come delle vergini secondo l'Ariosto, benché non sieno tutti della sua opinione, cioè che fino a tanto che sono intatte non vi è prezzo che non valgano, e dopo che sono state violate non valgono più nessun prezzo.

Noi a Napoli siamo stati troppo avvezzi a vedere violata la verginità delle decorazioni tanto che nessun galantuomo non si sarebbe trovato fra noi che avesse consentito di appiccarsene una al petto. Ora Vediamo quasi quasi incominciare il pericolo di veder lo stesso colle nuove decorazioni per impedire che questo avvenga, il governo, se gli pare che valga la pena d'impedirlo, prima di distribuirle bisognerebbe che cercasse di sapere quelli che han fatto cosa per la quale veramente le meritino, quelli che han fatto cosa per la quale non meritano di esser compensati, che con danaro, e spesso con poche piastre, e quelli che non meritano né danaro né decorazioni, Se voi le date a questi ultimi, voi le avete subito profanate e fatte scemare o al tutto private d'ogni pregio. Se le date a secondi, voi le venite a vestire di un valore pecuniario, e subito si vedrà che l’una equivale a cento l'altra a venti, l'altra a dieci ducati.

Non restano dunque che i primi soli, ma tutto sta a saperli ben discernere; e noi finora abbiam veduto, e stiamo vedendo ogni giorno, che il governo non è forte in questo e non discerne né punto né poco.

L'IMPRESTITO ITALIANO

Leggesi nell'Opinione del 6: La sottoscrizione de 150 milioni di capitale del l'imprestito rilasciato al pubblico chiudevasi oggi, e tant’è stata l'affluenza del soscrittori, che le dichiarazioni loro non si poterono ricevere tutte prima del e ore quattro pomeridiane, e saranno ricevute sino a mezzanotte.

Laonde non si conosce ancora la somma definitiva; ma da ragguagli che già si hanno, risulta che la sottoscrizione ascende a circa 600 milioni. Genova avrebbe sottoscritto oltre 125 milioni; Torino si calcola circa 300 milioni. Il resto a Milano, Napoli, Firenze, Livorno ecc.

Delle sottoscrizioni di Torino molte sono per ordini venuti dall'estero, e soprattutto dalla Francia.

Questi furono così importanti che stabilimenti e case bancarie sottoscrissero chi per 40, chi per 60 milioni di capitale.

PARLAMENTO INGLESE

Lord Palmerston ha data un altra risposta che fa onore al suo senno politico e a'  suoi principii, al deputato Bouryer che nella tornata dei 2 ha detto che nelle Due Sicilie regna l'anarchia, e che bisognerebbe che le truppe italiane abbandonassero quel territorio perché quei popoli manifestassero con li bero voto se vogliono far parte della monarchia unitaria (che egli chiama piemontese, ovvero tornare ad una monarchia separata !!!

«Quanto alle atrocità commesse nelle vicinanze di Napoli, ha risposto lord Palmerston, gli autori sono emissarii usciti dalla città santa per questo scopo. Il governo inglese non interverrà per proteggere quei briganti nella perpetrazione dei loro delitti.»

L’IMPERATORE NAPOLEONE E L'ITALIA

– Leggesi in un carteggio del Diritto da Parigi: Il governo imperiale esige ora il rinvio di Merode e dell'ex-re di Napoli: questo è positivo. E probabile che il papa non avrà il coraggio di cedere a così giuste esigenze, ed in tal caso le truppe france si evacueranno la città. Ma anche nel caso in cui que sti due cattivi genii della corte romana venissero allontanati, non dubitate che tutto andrà bene; e la cessione di Roma al regno d'Italia verrà fatta, volente o nolente il sommo pontefice.

Ebbi occasione di trovarmi ieri con un alto personaggio che gode della confidenza dell'imperatore e che s'adopera molto onde far accordare un'udienza alla deputazione romana. Ecco quel ch'egli mi disse su questo proposito: L'imperatore Napoleone, riconoscendo il regno d'Italia, ha reso un segnalato servigio all'unità italiana; ma egli dovette fare e restrizioni e promesse in cospetto alle altre grandi potenze. Ma qualunque siano gli impegni assunti relativamente al sommo pontefice, egli è deciso ad ogni costo di lasciar Roma in balia di se medesima. Egli quindi alla prima occasione, richiamerà le truppe francesi, impegnandosi a non rinnovare per qualsiasi pretesto la spedizione del 1849. Il papa resterà a Roma in mezzo ai suoi sudditi, ed ove questi con un plebiscito regolare chiamassero Vittorio Emanuele, egli non solo non metterà ostacolo all'ingresso in Roma dell'armata italiana, ma impedirà, come fece da due anni, ogni straniero intervento in Italia.

Napoleone avrebbe soggiunto: «Mi hanno accusato di aver mancato al mio programma; l'italia libera dalle Alpi all'Adriatico: ma io lo servo questo programma, oggi come due anni sono, e lo servirò fino a che non sia diventato una realtà; io voglio che l'Italia abbia Venezia, Trieste ed Istria: oggi mi è impossibile ricominciare la guerra, in vista sopratutto dell'umile attitudine dell'Austria. ma le occasioni non mancheranno, ed appena un momento favorevole si presenti, vedrete come io sappia tenere la mia parola.»

L' UNITA TEDESCA

– Dacché la visita del re di Prussia a Chàlons è certa, i fogli francesi sollevano la questione dell'unità tedesca, e pare che in ciò obbediscono a una parola d'ordine. Ecco cosa scrive l'Havas che attinge notizie ed ispirazioni dal ministero degli esteri:

Se i voti dell'Italia verso l'unità finirono per divenire una realtà, non si può negare che tendenze analogie si manifestano in Germania, con tanto più ardore e perseveranza quanto che alcuni anni or sono i patriotti tedeschi si credettero definitivamente in possesso delle istituzioni unitarie e liberali ch'essi non cessato d'invocare. Uno degl'istromenti più attivi di questa riforma dello stato politico attua le della Germania e, senza contrasto, l'associazione naziomale il cui comitato permanente si riuniva, pochi giorni fa, a Coburgo. Si sa che il duca regnante manifesta per quella associazione simpatie, la cui vivacità contrasta colla ripugnanza che gli altri principi sovrani non cessano dimostrate per quella società medesima.

– Il Siècle reca anch'egli un articolo sull'unità tedesca:

«Qualunque sia, dic egli, la via che la Germania pigli per arrivare all'unità noi ci congratuleremo con essa il giorno che vi perverrà. Può darsi che la ricognizione della Germania si tragga dietro certe modificazioni nell'equilibrio europeo, necessiti novelli accordi ai quali la Francia debba partecipare. I nostri vicini d'oltre Reno lo capiranno perfettamente, come lo capirono i nostri vicini d'oltr'Alpe.»

ll Siècle conchiude colle parole del Moniteur:

«La politica della Francia non può aver due pesi e due misure. Ciò ch'essa vuol far rispettare in Italia, saprà far lo rispettare in Germania. Non è la Francia che sarebbe minacciata da una Germania nazionale colle tendenze unitarie il cui principio fu posto nel grande unione commerciale dello Zollverein. Tutto ciò che sviluppa nei paesi vicini le relazioni create dal commercio, dall’industria, dal progresso profitta alla civiltà, e tutto ciò che ingrandisce la civiltà, innalza la Francia.

– Il Giornale di Francoforte ci narra che l'Associazione nazionale tedesca aperse a Danzica le sue sedute il 26 luglio. All'unanimità furono prese le seguenti deliberazioni.

1. L'assemblea dichiara: L'unione de la Germania è lo scopo a cui tende il popolo tedesco. Per raggiungere questo scopo fa d'uopo che la direzione militare e diplomatica della Germania sia affidata alla Prussia e che sia convocato un Parlamento nazionale tedesco. Il più semplice mezzo legale consiste nello scegliere a deputati, negli stati isolati tedeschi, uomini il cui carattere e le cui convinzioni politiche sieno una garanzia che si affretteranno a riconoscere l'urgenza di questa missione tedesca e che ne provocheranno energicamente il compimento:

2. Considerando che la Prussia non sarà in istato di adempiere i doveri che le incombono per l'unificazione della Germania sinché non siasi essa stessa trasformata in uno stato costituzionale, che dia ogni garanzia alla libertà; Considerando inoltre che il raggiungimento di questo scopo è reso impossibile per l'attuale confermazione della Ca mera dei signori.

I membri dell'Associazione nazionale riuniti in Danzica dichiarano che la trasformazione radicale della Camera dei signori è la principale missione che devono compiere con tutti i mezzi costituzionali il governo prussiano, la Carnera dei deputati e tutto il popolo di Prussia.

– La società nazionale prese egualmente la seguente risoluzione:

L'assemblea, intimamente convinta che una marina capace di proteggere le coste ed il commercio tedesco, forma una condizione necessaria della esistenza e della potenza della marina tedesca, dichiara essere tempo alla fine di riprendere l'opera intrapresa or fan dieci anni cogli applausi del popolo tedesco e che fu così vergognosamente abbandonata più tardi. L'assemblea crede essere necessario a questo scopo:

1. Che anzitutto la Prussia ne dia l'esempio sviluppando energicamente i suoi mezzi marittimi;

2. Che senza entrare in trattative colla Dieta di Francoforte, la Prussia s'intenda direttamente cogli stati del litorale per la creazione di una flotta tedesca comandata dalla Prussia;

3. Che lo stesso popolo tedesco per mantenere desto il pensiero di questo grande scopo nazionale, faccia delle sottoscrizioni volontarie.

UN INDIRIZZO A GARIBALDI

– Il seguente indirizzo fu da un egregio patriota ellenico inviato al generale Garibaldi, e noi di buon grado lo pubblichiamo, dice il Dritto, come una testimonianza dei vincoli di simpatia che uniscono il popolo greco all'Italico.

Siamo lieti eziandio che questo diritto ci porga occasione di far voti per la completa indipendenza e per la libertà di quel nobile paese, indipendenza e libertà ch'esso ha ben meritato con tanti anni di lotte accanite coi suoi oppressori e con lo spargimento del migliore suo sangue.

Ecco l' indirizzo:

Patrasso, 4 luglio 1861

Generale,

Dietro alle cortesi lettere del comitato centrale, presieduto da voi, e al dono che esso pensa di farmi del caro vostro ritratto, munito della firma immortale, io mancherei se non inviassi due parole di saluto fraterno a voi, o generale, che tutta la gioventù Ellenica ed io amiamo caldamente come un tipo di virtù e sostegno e speranza della libertà nelle afflitte patrie.

Vissuto molti anni in Italia, ove avevo compiuto i miei studi, io avevo preso parte ai suoi dolori e fui legato con molti dei suoi martiri, vostri fratelli. Un pensiero di stringere i sacri legami, di riunire in una stessa causa i comuni destini fra l'Italia e la Grecia, queste due splendide figlie del sole, sorelle per tradizioni, civiltà, glorie e sventure – fu dalla mia prima gioventù un pensiero centrale. E quando nel 1849 l'emigrazione italiana venne in Grecia, quel pensiero cominciò ad effettuarsi, e i dolori e le speranze dei due popoli si confusero in un occulto patto che i tempi s'approssimano a rivelare.

Così non è solo un irresistibile bisogno del cuore che io adempio, ma in pari tempo un sacro dovere nazionale – preparazione ed una grande opera che iddio medita nei suoi arcani pensieri. E voi, o generale, anima pura e di devozione alla libertà, intenderete il nostro dolore e accoglierete queste poche parole di affetto sincero e di amor patrio.

In mezzo alle nuove sventure della Grecia voi apparite nell'anima mia e di tutti i giovani come una cara rimembranza della nostra grande rivoluzione (messa ormai nella tomba!) – tempi di virtù, di vita, di sublimi sacrifizii ed eroismi. – Noi vi accarezziamo nei nostri sogni come un angelo consolatore di speranza e di risorgimento. E voglio credere che sovente voi pensiate alla sorella della vostra patria che soffre di nuovo e più di quello che l'altra aveva sofferto – Non è solo la voce del Campidoglio e di s. Marco che voi ascoltate nel silenzio delle notti stellate, ma dal Partenone e da santa Sofia non vi viene ancora un'altra? Vorrete affermarmelo dalla vostra sacra solitudine?

lo devo ancora ringraziare voi, o generale, del vostro ritratto che l'egregio sig. Bellazzi vuole donarmi. L'imagine dell'eroe d'Italia sarà un rinfresco agli occhi miei, come l'idea vostra è nella mia anima. Mentre ho conosciuto tanti patrioti d'Italia e d'Europa, quanto mi duole di non aver avuto la felicità di rincontrar voi, o Garibaldi, nei miei viaggi intrapresi in un disegno patriottico!

Quando nel 1832 io ero negli Stati-Uniti d'America, voi già eravate nel sud e percorrevate gli immensi mari fra l'Asia e l'America pensando ai dolori della lontana patria! Ora è tempo di meditare sugli eventi prossimi delle due sorelle nazioni, concepitrici dell'ideale divino sulla terra.

Accogliete intanto con amore fraterno questo saluto di cuore che è il saluto di tutto il popolo ellenico!

Vostro

Firm. – A. RICOPULO.

Al generale Giuseppe Garibaldi

a Caprera.

ESPOSIZIONE DI FIRENZE

– La commissione regia dirigente l'esposizione italiana ha fatto noto, che ad oggetto di soddisfare ai desiderii stati espressi da parecchi comitati e di rendere così maggior tempo ad ultimare i lavori da esporsi fu prorogato sino al 31 agosto prossimo, tempo entro cui i prodotti ammessi dai comitati debbono essere consegnati in Firenze, termine que sto perentorio e di assoluto rigore, acciò si possano compiere i preparativi per l'apertura dell'esposizione definitivamente determinata per la prima meta del prossimo settembre.

Con altra circolare la commissione regia esorta i proprie tari di stabilimenti industriali e di tenute agrarie a non ommettere le dichiarazioni dei nomi dei loro operai distinti per ingegno e per amore al lavoro, pei quali può il giurì dell'esposizione proporre il conferimento di speciale meda glia di premio.

Il comitato locale delle provincie piemontesi ripetendo cotali determinazioni aggiunge il caloroso suo invito ai produttori tutti a volersi uniformare alle medesime poiché ove per difetto delle dichiarazioni fatte in tempo utile o per ritardo nella consegna dei prodotti che debbe seguire agli uffizi del comitato o dei sotto comitati non più tardi del 20 agosto il collocamento nelle gallerie dell'esposizione non potesse ottenersi corrispondente ai loro desiderii, alla tardività delle dichiarazioni e delle consegne dovrà esserne poi imputata ad altri tutta la cagione.

Aggiunge ancora il comitato locale il suo appello a proprietari di stabilimenti industriali ed agricoli ad approfittare della favorevole occasione che loro si offre di procurare un'onorifica ricompensa nazionale ai più meritevoli fra i loro operai, ed a presentare al più presto al comitato od ai sotto comitati le loro proposte motivate e corredate dei titoli che possono farvi appoggio.

Spera il comitato più non abbiano a ripetersi i lamenti che si fecero sentire dopo chiusa l'esposizione nazionale di Torino nel 1858, perché pochi dei proprietari di officine, di fabbriche, di manifatture, di poderi rurali ebbero cura d'innalzare sugli altri operai quelli ai quali ne competeva il diritto, e dovevano attendersi destinato quel contrassegno di preminenza, la cui collazione non poteva essere pro mossa da altri all'infuori di chi nella direzione dei lavori vede ed è in caso di apprezzare continuamente il merito individuale di ciascun operaio.

Torino, il 25 luglio 1861.

Il vice-presidente DI POLLONE.

COME SI STA A ROMA

– Così scrive il corrispondente dell'Espero:

Anche a Roma fu risentito il contraccolpo dello sgomento che invase i reazionari dell'ex-reame. Sullo scorcio del passato mese l'ultima accozzaglia di 600 briganti, raccolti agli ordini del Borbone per invadere gli stati italiani, s'ammutinò al deposito, levando alte grida di non voler essere condotti al macello per una causa perduta. Alcuni superstiti della banda di Chiavone, i quali aveano potuto raggiungere la città eterna, erano stati gli apostoli di quest'improvvisa conversione».

Il Merenda e il Giorgi accorsero immantinente, ma furono impotenti a sedare il tumulto. Allora mandarono pei gendarmi pontificii, i quali mossero al primo cenno per metter le mani addosso ai capi dei rivoltosi, quand'eccoti i gendarmi francesi che alla loro volta arrestaronvi due veri caporioni della reazione. E poiché sono a parlarvi di Roma, vi dirò che il padre Giacomo doveva essere ricevuto la mattina del 30 in udienza di congedo dal santo padre. Egli avrebbe dovuto in questa circostanza rassegnare a S.S. una narrazione scritta, la quale, a quanto mi si afferma, non sarebbe stata che una copia di quella spedita da Torino al suo generale.

Il padre Passaglia è partito mercordI scorso da Roma, e deve essere sbarcato ieri l'altro a Livorno. Si crede che fra non molto possa recarsi a Torino.

Quanto a Pio IX, sono in grado di assicurarvi che gode perfetta salute. Egli si occupa di polizia piuttosto che di politica.

ll cardinale de Andrea è in disgrazia per certi discorsi tenuti in casa sua, e che furono riportati fedelmente al S.Padre.

Dopo un forte rabbuffo avutone, l'eminentissimo si è ritirato in una villetta a breve distanza dalla capitale. Del resto la corte romana è sempre sorda ai consigli della prudenza, e non vuol saperne di conciliazione a nessun patto.

Persona giunta stamane da Roma, mi faceva il più triste quadro di quella desolata città.

Ad ogni svolta di via s'incontrano gendarmi papalini, e le strade della città sotto percorse dal tramonto del sole fino all'alba da numerose pattuglie, scortate da gendarmi francesi. Tutti sentono che lo sfacelo è imminente; ma la consorteria che circonda il papa non vuol darsene per intesa.

Da una corrispondenza di Roma alla Presse togliamo le seguenti notizie: «La cospirazione borbonica non riposa un minuto. Nella villa del marchese Patrizi, membro del comitato centrale, le riunioni sono frequenti. Mi si assicura che il cardinale Antonelli in persona non sdegna presiedervi. Di là partono gli ordini al comitato di Napoli, che dal canto suo corrisponde direttamente con Francesco II: il re trasmette queste comunicazioni corrette e redatte da don Giovannino suo segretario, agli undici fedeli, monsignori o no, che gli sono affezionati. Di là escono i famosi dispacci telegrafici che, mandati a Parigi, fanno il giro del mondo. (Si allude ai dispacci borbonici che pubblica la Gazette de France).

«Alla ferrovia gli ingegneri avevano collocati su certi punti alcuni segnali in carta bianca e rossa per indicare il livello del terreno. La polizia li ha tolti osservando che vi si potrebbe facilmente aggiungere una fascia verde.

«Non bastò. Alla stessa ferrovia lavoravano un centinaio di genovesi: ognuno di essi avea ricevuta anticipatamente una somma di 200 scudi e comandava ad una cinquantina di lavoranti.

«Il governo ha mandati via questi operai per l'unica ragione che sono di Genova, e Genova appartiene al regno d'Italia.

INTOLLERANZA E VENDETTA CLERICALE

Circa due anni sono – ed i giornali ne parlarono – il parroco di Tarantasca, perché alcuni giovani si divertiva no al giuoco della palla nel tempo delle sacre funzioni sospese queste, e chiuse la chiesa parrocchiale, non senza inveire contro i giuocatori.

Ora, uno di questi giuocatori, certo Chiocchia, nella scorsa prima vera ammalò, e vedendosi in fin di vita, richiese i contorti della religione. Il buon parroco di Tarantasca, recatosi in persona a prestare i soccorsi della religione all'ammalato, a vece di parole di conforto, non potendogli perdonare lo scandalo arrecato due anni sono, lo dichiarò dannato, aggiungendogli inoltre che la sua famiglia era maledetta, e che continue disgrazie l'avrebbero perseguitata.

L'ammalato risanò, ma purtroppo la famiglia fu colpita da varie disgrazie, ed il Chiocchia vedendo in questa parte avverata la profezia del prete, s'immaginò d'essere veramente, come gli dichiarava il parroco, dannato, e talmente si concentrò in quell'idea che il cervello gli diede volta ed in pazzi. Non ostante i consigli e le visite ricevute durante la sua alienazione mentale dal vice parroco, con cui si cercava dissuaderlo della sua idea, confermandosi ogni dI più d'essere dannato, scelse il partito di suicidarsi, e venerdI scorso, di buon mattino, salutata la moglie, abbandonata la propria casa, presa con sé una corda, andò ad appiccarsi ad un gelso, e la notte seguente, quei della famiglia, non lo vedendo ritornare, n'andarono in cerca, e lo trovarono cadavere appeso ad un gelso, orribilmente convulso.

Il medesimo era padre di famiglia, e sul fior degli anni! Ora domandiamo: se un Dulcamara, vendendo i suoi specifici cagiona la morte della giumenta o del mulo del credulo contadino, la legge lo condanna almeno a risarcire il danno, perché un prete che, abusando dello specifico dell'inferno conduce un padre di famiglia ad appiccarsi, dovrà cavarsela cogli elogi del superiore ecclesiastico?

IL PRINCIPE DI PIOMBINO

E LA DEPUTAZIONE ROMANA A PARIGI

Così scrive il corrispondente del Dritto da Parigi:

Io vi dipinsi sempre come potentissima in Francia l'opinione pubblica, e questa opinione, tranne alcune rare eccezioni, ora è tutta per voi. E qui permettetemi di dirvi quanto bene abbia fatto alla causa ita liana la presenza in Parigi della deputazione romana, composta dei signori principe di Piombino, Camporesi e Tittoni. Il principe di Piombino, ricco sfondolato gli si attribuiscono 400.000 scudi di rendita) appartenente alla più pura aristocrazia di Roma, indipendente, grave, maturo d'anni e di senno, venne qui accolto a braccia aperte in tutti i sa?ons aristocratici, senza escludere quelli di San Germano; dovunque egli fa il più tristo quadro dello sgoverno dei preti: dovunque, egli dichiara altamente non voler più mettere il piede in Roma, finché il potere temporale non abbia cessato. Aneddoti piccanti, storie scandalose, pitture commoventi, tutto gli serve allo scopo, ed all'udire quelle parole esprimenti una profonda convinzione, il vedere un uomo che ha tutto da temere e nulla da sperare dalla rivoluzione, tutte le persone di buona fede sono persuase ch'egli dice di vero. La parola del principe di Piombino ha prodotto più grandi effetti che non tutti i libri che vennero stampati contro la corte di Roma in questi ultimi anni. Gli aristocratici che amano sopratutto il benessere e la gloria della Francia, sono i primi a ripetere che il governo imperiale non deve più puntellare colle sue armi un governo immorale, che sussiste solo per la violenza. Quanto a certi legittimisti che aspirano solo al ritorno di Enrico V, e che salutano in Roma una nuova Coblenza, questi sono convinti più degli altri, ma per interessi ed odii particolari si ostinano nell'errore.

Mi si assicura in questo punto che vi sono molte probabilità che la deputazione romana, di cui vi parlai più sopra, sia ricevuta dall'imperatore.

NOTIZIE ITALIANE

Nei giornali di Torino leggesi il seguente decreto ministeriale:

Art. 1. Sarà compilato un elenco degli impiegati finanziari del Regno d'Italia distinto per ciascun ramo di amministrazione.

Gl'impiegati suddetti saranno ordinatamente iscritti in detto elenco secondo i loro gradi ed anzianità nel grado.

Saranno altresì indicate la data dell'entrata in servizio, e quella della prima nomina ad impiego retribuito, non che quella di ciascuna successiva promozione.

Accanto al grado presentemente tenuto da ciascun impiegato, sarà segnato anche lo stipendio di cui gode effettivamente.

Art. 2. ll lavoro comincerà coll'elenco dei funzionari ed impiegati degli uffici che estendono la loro azione amministrativa sopra più provincie, e che tengon luogo delle precedenti amministrazioni centrali.

Art. 3. E istituita presso il Ministero delle finanze una Commissione coll'incarico di compilare l'elenco di cui è parola negli articoli precedenti, la quale sarà composta dei signori: Commendatore Francesco Saverio Vegezzi, membro della Camera dei deputati, presidente: Cavaliere Luigi Chiesi, senatore del Regno e consigliere di Stato; Cavaliere Giuseppe La Farina, membro della Camera dei deputati e consigliere di Stato: Comm. Augusto Duchequè, procuratore gen. presso la Corte dei conti di Firenze; Prof. Giovanni Marina, direttore gen. dell'amministrazione dei dazi indiretti a Napoli; Cav. Arminio Capelli, direttore generale del demanio e delle tasse; Cav. Massimiliano Martinelli, membro della Camera dei deputati; Cav. Luigi Castelli, primo sostituito avvocato patrimoniale Regio; Cav. Cesare Vincenzo Cuttica, direttore capo di divisione nel Ministero delle finanze; Agostino Magliano, capo di ripartimento nel dicastero delle finanze a Napoli; Giuseppe Cappelli, direttore della dogana di Livorno.

Le funzioni segretario saranno sostenute dall'avv. Antonio Manusati, segretario di 1 classe nel Ministero delle finanze.

Art. 4. La Commissione riceverà per mezzo del segretario generale del Ministero delle finanze le notizie e le indica che saranno necessarie per l'adempimento del suo incarico.

Torino, 22 luglio 1861.

PIETRO BASTOGI.

– Alcune settimane fa, un giovane ufficiale di cavalleria del nostro esercito italiano, il marchese Bernazzo, in un combattimento coi briganti napoletani ebbe il suo cavallo ucciso. A terra il giovane ufficiale lottò da solo contro i soli avversari e li mise in fuga.

S. M. il re d'Italia, a cui nessun fatto d'armi rimane ignoto, e che sa così bene comprendere e ri compensare gli atti di coraggio, si è degnato di far rimettere, un magnifico cavallo delle sue scuderie al marchese Bernazzo, con un attestato dell'alta sua soddisfazione. (Italie)

–Credesi che sia imminente la pubblicazione d'un decreto del Ministro d'Agricoltura e Commercio che regoli la materia della proprietà letteraria in tutte le provincie d'Italia.

– Ci scrivono da Genova:

Seguitano le spedizioni di truppe a Napoli onde farla finita coi briganti che infestano le provincie del mezzogiorno. Ieri salpavano per Gaeta il Monzambano e l'Ettore Fieramosca con parte dell'11 reggimento. Questa mattina sul far del giorno salpava pure il Tanaro, diretto per Napoli con uno squadrone di cavalleria del reggimento Lucca. – Si tengono in pronto altri legni, per imbarcare, credesi, il 12.° reggimento fanteria.

– GiovedI proveniente da Voghera giunse il 5, ed ultimo squadrone di Cavalleggeri di Lucca (il 6. essendo di deposito a Napoli); è accompagnato dal proprio colonnello sig. Balzani di Firenze, dalla bandiera e dalla musica. Prese alloggio nel baraccone fatto erigere dal Municipio nel piazzale dell'ex monastero delle lnteriane, e deve imbarcarsi quanto prima per Napoli.

Il colonnello Balzani è incaricato dell'ispezione della cavalleria nell'Italia meridionale.

– Al Dritto scrivono da Palermo, 1° agosto.

La mia corrispondenza quest'oggi sarà breve. Il governo pare si sia messo alla caccia de borbonici; è stato intimato lo sfratto di tutti gli ex-gesuiti, tra gli altri vi è il direttore dello Stesicoro, P. Agalbato, colui che per fare omaggio a Maniscalco nel 1857 mutò al suo istituto il titolo, chiamandolo Salvatore; è questo il nome del carnefice della Sicilia. Si parla di altri ostracismi, si è fatto qualche arresto; le scoverte di Napoli hanno dato il filo per colpire questi vigliacchi borbonici, che profanano un santo nome per mascherare i loro perfidi disegni. Bisogna estirpare questa mala pianta, che come l'edera ha rivestito le meridionali provincie, bisogna sbarbicarla dallo esercito e dagli uffici; ovunque appiglia porta la corruzione e minaccia la morte.

Qui i borbonici son segnalati, si conoscono i loro discorsi, i temi favoriti sono l'autonomia e la leva; levano a cielo i benefici della prima, maledicono con tutta l'anima la seconda; ma guai per loro se fanno un passo di più!

– La sera del primo di questo mese radunavasi in Fossombrone gran quantità di contadini e basso popolo, che con minacce e grida volevano impedire si esportassero dal paese delle granaglie. Fu spedita tosto della truppa, che represse l'ammutinamento senza che si abbiano a deplora re inconvenienti. Furono arrestati gli eccitatori.(Gazz. di T.)

– Il Governo Romano dichiarò al nostro rappresentante cav. Tecco, che d'ora in poi non avrebbe più spediti i dispacci in cifra indirizzati da Roma a Torino. Eccoci tolto un mezzo, e il più valido di tutti, per avere notizie esatte e pronte. Anche la nostra corrispondenza postale dovrà probabilmente essere tenuta col mezzo del Corriere di Francia e sotto il suggello di quell'ambasciata, per non esporci al pericolo che si arrestino le lettere per via.

– Scrivono da Torino alla Nazione:

l felici risultati ottenuti finora a Napoli dal generale Cialdini, hanno ritardata, come vi diceva nell'ultima mia, la crisi ministeriale, e non è improbabile che il ministero continui ancora per qualche tempo nella sua presente composizione. Non pertanto si va parlando continuamente dei successori dei ministri, contro i quali furono dirette le armi della opposizione, ed è cosa strana che quei nomi si vadano ripetendo, senza che alcuno sia in grado di render ragione della necessità di ricorrere al terzo partito, piuttosto che alla maggioranza della Camera. Se voi domandate per qual ragione il signor A. abbia ad entrare nel ministero, vi risponderanno: perché ne ha un desiderio grandissimo: ed il sig. B.; perché il sig. A. non entrerebbe al ministero senza di lui, e così via. Insomma se dovremo avere quella combinazione ministeriale di cui si va da qualche tempo parlando, vedremmo un nuovo connubio, colla differenza che il terzo partito entrerebbe in gran forza al ministero, e non porterebbe, in questa occasione, se non pochissimi voti in appoggio al governo, i quali non lo compenserebbero sicuramente della perdita di molti voti della presente maggioranza che passerebbero alla opposizione. Come potete credere, di queste cose si parla moltissimo, e tutte le volte che qualcuno vuol spingere i ragionamenti fino alle ultime conseguenze si arriva al risultato che io ho tentato di indicarvi nelle brevi considerazioni fatte più avanti. Ai nomi già noti dei candidati al ministero si è aggiunto in questi giorni quello del professor Matteucci. Per noi sarebbe il benvenuto ma non in un ministero del terzo partito, il quale non può avere che brevissima vita.

ULTIME NOTIZIE

– Scrivono da Parigi al Vaterland di Vienna:

«Nei circoli bene informati si assicura che l'imperatore chiederà al re di Prussia nel convegno di Chàlons una dichiarazione di neutralità per il caso di una seconda guerra tra Austria e Francia. Per coloro che conoscono le relazioni tra le Tuileries e Torino una tal guerra è meno dubbia che mai.

– Benedetti, il 15, partirà per Torino, presenterà al re le sue credenziali, e poscia tornerà a Parigi ad installare il suo successore al ministero degli affari esteri.

–La visita del re di Prussia a Chàlons si dà per certa.

– Corre voce di un vasto complotto scoperto a Pietroburgo.

– La Monarchia Nazionale riceve per telegrafo da Parigi le seguenti notizie: «La congiura di San Pietroburgo ha per fine di attenta re alla vita dell'imperatore e la proclamazione d'una costituzione.

– È deciso l'aumento della marina militare francese.

– Scrivono da Verona 2 agosto, alla Sentinella Bresciana:

«I vostri disertori imprecano a chi li sedusse ad abbandonare la bandiera italiana. Vivono qui soli. abbandonati senza che un cane volga loro uno sguardo. Cercano di pane, ma vengono respinti. Chiedono persino l'elemosina, ma non trovano misericordia in chicchessia.

«Molti perdono i vestiti a brani, e, quel che è più lo stesso militare li odia.

«Alcuni si sono indotti a ripatriare, come avrete veduto ieri e ieri l'altro, e non dubitate che altri verranno ancora.

– In una delle ultime sedute del Parlamento portoghese, il deputato di Magalhaens mosse acerbi rimproveri al ministero per l'esitazione dimostrata nel riconoscere il regno d'Italia. D'Avila respinse l'accusa ricordando che il governo del Portogallo, fu, dopo la Francia, il primo governo cattolico che abbia presa una determinazione manifestamente ostile al potere temporale del papa.

CRONACA INTERNA

– La nostra città è tranquilla e fiduciosa, non ostante le mene di pochi reazionari di vario colore, i quali, come abbiam detto altra volta, contro il governo libero mettono in opera quei medesimi espedienti, di cui si serviva la rivoluzione contro il governo dispotico. I rivoluzionarii, per esempio, esageravano in mille modi le forze della rivoluzione, perché sapeano che al governo da essi combattuto mancavano i modi di smentirli; ma i reazionari perdono la loro opera nel voler tenere lo stesso sistema: che vale a costoro spargere tante voci allarmanti, se do po qualche ora i giornali, i manifesti. le notizie officiali smentiscono le loro fandonie. Ieri, per dirne una, i legni inglesi che stanziano nella rada di Castellammare fecero esercizii di tiro al bersaglio, le cannonate echeggiavano in Napoli; ed ecco girare attorno quattro susurroni spargendo la voce che le nostre truppe con quei colpi di cannone respingevano dai dintorni della città non so quante migliaia di briganti! Il buon senso del popolo napolitano non tiene più conto di questi stupidi espedienti, e quanto prima sarà anche in grado di respingere ogni altra specie di perfide insinuazioni. Perciò in questa no stra cronaca noi saremo solleciti di registrare solamente quei fatti di cui possiamo garentire la veridicità.

– Si hanno notizie che il brigantaggio nel Circondario di Isernia vada diminuendo sensibilmente, e che pochi malfattori rimasti in Collemeluccio e sul Matese vengono stretti da ogni parte dalla Guardia Nazionale e dalla truppa. L'Intendente di Isernia ha sospeso dalle loro funzioni il Sindaco ed il Capitano della Guardia Nazionale di S. Massimo, i quali intimoriti dalle voci allarmanti fuggirono dal paese, dicendo che già era stato invaso dai briganti per così giustificare la propria vigliaccheria.

- Nel mattino dei 2 andante, un'orda di malviventi invase il Comune di Chiusano in Terra di Lavoro, saccheggiando la casa dell'ex Sindaco sig. Giacomo Corvi e commettendovi altri eccessi.

– Nel dI 1° agosto i briganti penetrati in Villa S. Paolo provincia di Teramo disarmarono alquanti proprietari ed arrestarono il Sotto Tenente della G. Nazionale Giuseppe Volpe che dicesi rilasciato dopo di aver sborsato 500 ducati. Indi passarono a Trignano, poscia ad Ornano ed infine avvicinatisi a Tassicia impegnarono il fuoco colle guardie mobili. E mosso sul luogo rinforzo di truppa e di guardie nazionali.

– Nella notte del 29 scorso mese una comitiva di circa trenta persone assaliva un podere poco lungi da Ferrandina in Basilicata, maltrattando e disarmando il colono. Altre bande di malviventi comparvero nel territorio medesimo, minacciando di mettere a soqquadro il paese.

– Nel di 5 andante un'orda di assassini che si fa ascendere ai 100 si avvicinarono al comune di S. Maria a Vico in Terra di Lavoro minacciandolo di metterlo a sacco e fuoco, ma subito mossa la truppa e guardia nazionale sostenne un primo attacco che durò circa due ore. Il numero dei briganti essendo di gran lunga superiore a quello della forza questa dovè ripiegare, ma in seguito avendo ricevuto rinforzo ritornava vigorosamente all'assalto e venne impedito ai briganti di consumare gli eccessi minacciati.

– Da Sora si scrive che il clero si ravvede. Continue sono le dichiarazioni di attaccamento e di fedeltà al Governo nazionale; e quei preti che finora furono tenuti in concetto di ardenti reazionari, ora distribuiscono danaro ai poveri onde stieno tranquilli, ed han messo a disposizione del Municipio un appartamento, volendo con ciò dimostrare che essi re spingono ogni solidarietà con Chiavone. Questi s'asserisce che fino al giorno 2 avea con sé circa 400 persone, ma sembra che voglia restare per ora nell'inazione e che attenda rinforzi da Roma. Si fan quindi preparativi per attaccarlo e farla finita una volta per sempre con quest'orda di assassini.

– Si hanno alcuni particolari sugli ultimi fatti del Gargano. Nella notte del 27 al 28 penetravano in Viesti alcuni briganti rinforzati da buon numero di contadini. La guardia nazionale resisteva lungo tempo ritirandosi nel Castello. La plebe al grido di viva Francesco il rimasta in balia di sé stessa si dava al saccheggio, apriva le prigioni incendiava talune ca se e commetteva nove omicidii. La guardia doganale prendeva parte a quegli eccessi. In seguito quella turba passava nel vicino Comune di Peschici, ma quivi trovata resistenza rinunziava ai suoi iniqui progetti. In Rodi ed in Vico all'annunzio dei fatti di Viesti la plebe cominciava a tumultuare ed a com mettere le stesse eccedenze. Sbarcato il Generale Pi nelli tutto rientrava nell'ordine, ed i colpevoli venivano assicurati alla giustizia.

–Guglielmo Mutto uno dei più famigerati briganti della provincia di Avellino è stato arrestato la notte del 7 luglio dalla Guardia Nazionale di Pratola.

– La brava Guardia Nazionale di Bonefro in uno scontro coi briganti né ha ucciso uno, ferito un altro ed arrestato un terzo.

- Il dI 5 and. i briganti assalirono nuovamente Avella (Avellino). Bersaglieri e Guardie Nazionali di Bajano e Sperone li mettevano in fuga. Son degni di molta lode il Capitano Lori dei Bersaglieri ed i Capitani Sgambati e Napoletani della milizia cittadina.

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– Il Pungolo ha un prezioso corrispondente a Torino che gli scrive spesso di molte utile cose. Due giorni or sono gli scriveva che nel Ministero delle finanze era un caos, in quello de'  lavo, i pubblici peg gio, in quello della guerra una vera babilonia. Nel Ministero dell'Interno poi si fanno e rifanno pro getti di legge che mostrano l'imperizia e la stoltezza del Minghetti. Ma il corrispondente del Pungolo non ci parla intanto in che sia veramente questa babilonia, e quali sono i progetti strani del Minghetti, Il medesimo corrispondente del Pungolo tempo fa scriveva che Bastogi era un banchiere dozzinale, e che a proposito dal prestito voleva tradire gli ins ressi dello stato a favore del Banchieri. Il medesimo corrispondente scriveva che Peruzzi avea fatto dei contratti scandalosi, e che proprio non istava all'altezza della situazione presente. Ora tutti i progetti presentati dal Peruzzi furono approvati dal Parlamento, senza grave opposizione: ed il ministro Bastogi è lodato da tutta Europa per la grande perizia ed onestà con la quale ha saputo concludere il prestito. Che dirà il Pungolo del suo corrispondente?

L'opposizione, perché torni proficua, conviene sia fatta secondo giustizia e verità.

Noi non facciamo il panegirico del ministero, e già abbiamo notato di molti gravi errori commessi da ministri, e di molti altri verremo parlando, ma crediamo che non è bello udire, quando ciò non è vero, da un giornale moderato e che ha il pregio di essere molto letto, che il ministro delle Finanze ha voluto fare più l'utile de suoi amici banchieri, che quello dello Stato.

Queste cose diciamo al Pungolo senza essere né segretarii in ritiro, né amici di ministri.

DISPACCI TELEGRAFICI Agenzia Stefani

Napoli 7 – Torino 7 (9,40 a.m.)

La Gazzetta di Torino ha un dispaccio che annuncia – il P. Giacomo arrivato ieri ad Orvieto. La Corte Romana lo privò della cura della sua parrocchia.




Fondi piemontesi 71.20
Prestito 1861 70.95
Metall. Austr. 67.25

Napoli 8 – Torino 7 (10 p. m.)

Londra 6 – Chiusura del Parlamento, discorso della Corona. Il discorso esprime riconoscenza per i lavori fatti durante la sessione. Le relazioni colle Potenze sono amichevoli, soddisfacenti. La Regina confida che non avverrà alcuna rottura della pace Europea. Gli avvenimenti d'Italia condussero all'unione la più grande parte sotto Vittorio Emmanuele.

La Regina si è astenuta dalla intervenzione attiva nelle transazioni che produssero tale risultato: il suo desiderio è che questi affari sieno regolati nel modo meglio conveniente al benessere e alla fedeltà del po polo italiano. La Regina deplora che i dissensi d'America presero il carattere di guerra aperta: d'accordo colle altre potenze di Europa osserverà una stretta neutralità. Relativamente alla Siria la Regina espone le misure prese in comune colle altre Potenze per ristabilire l'ordine e la tranquillità. Le truppe europee furono ritirate. La Regina confida che le disposizioni prese dalla nuova amministrazione assicureranno la tranquillità.

Parigi 7.– L'Imperatore abbracciò cordialmente il Re di Svezia e suo fratello. VenerdI al campo di Marte grande rivista della Guardia Imperiale di guarnigione a Parigi.

Napoli 8 – Torino 7 (4 10 p. m.)

Gazzetta ufficiale – Avendo la somma delle sottoscrizioni superato un miliardo di capitale mentre l'amministrazione raccoglie quanto occorre per la definitiva riduzione. Il Ministro delle Finanze ordinò a tutte le casse nelle quali fu versato il primo decimo, che sieno restituite senza indugio tutte quante le somme pagate a coloro che ne faranno richiesta e che sottoscrissero per cinquanta lire di rendita o più.

Costantinopoli 6 – Aly Pascià fu nominato Gran Visir. L'Hat del Sultano annunziando ad Aly la sua nomina dice; avendo giudicato di mettere Mehemed Pascià in disponibilità, convinti che la sua fedele intelligenza saprà adempiere degnamente le nostre istruzioni relativamente ai grandi affari dell'Impero, l'abbiamo nominato agli affari esteri – Kiamil è nominato Presidente del Consiglio di Giustizia.



Anno I – N° 8 Napoli — VenerdI 9 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

I DEPUTATI NAPOLETANI

Il Parlamento è chiuso, e trascorreranno forse ancora due mesi prima che sia riconvocato. Se noi volessimo ricordare tutti i progetti di legge ed esaminarli, andremmo troppo per le lunghe; ci basterà solo il dite che negli ultimi tempi il parlamento si mostrò di una operosità molto commendevole, che. importantissime leggi furono approvate, e che se meno grande fosse stato il desiderio o la vanità del cicalare il più delle volte in quistioni inutili, il primo parlamento italiano per la parte legislativa, sarebbe stato pari alla sua missione.

Ma noi non del Parlamento, vogliam dire de’ Deputati Napoletani. Gli è indubitato che nella coscienza de’ più vi è la certezza che i Deputati sian venuti meno all’aspettazione che avevasi in loro. Gli è per una parte irragionevole questo giudizio, ma trova la sua spiega nel pensare che popolazioni non avvezze a libertà, ardenti di desideri che non si potrebbero appagare in un giorno, credettero che il Parlamento avesse un potere che invero non avea, aspettavano da’ Deputati un rimedio a tutt’i mali della presente situazione, ma questo rimedio non venne o essi noi videro, e le speranze deluse fecero gridare pazzamente contro i rappresentanti della Nazione.

Queste cose son tutte vere, ed è indubitato ancora che troppo grandi erano le speranze che si avevano nei Deputati. Ma possiamo poi mai affermare che i nostri rappresentanti siano stati pari alla loro missione?

Lasciamo dal considerare la parte ch'essi hanno avuto nella creazione delle leggi, e ritenuto dall’altra parte che noi individualmente abbiamo la maggiore stima possibile per tutti coloro che hanno avuto l’onore di sedere in parlamento, non possiamo dall’altra parte negare che i nostri rappresentanti nella quistione Napoletana non han saputo esser di accordo per guisa da poter fare intendere al potere la vera situazione delle cose.

E proprio nella natura del nostro popolo la mancanza di associazione. Tanti uomini vi ha e tante opinioni diverse vengono in campo, senza che si possano accordare in un solo concetto, senza che possano determinare ima cosa sola. Ne’ parlamenti, i Deputati rappresentanti le diverse frazioni sogliono avere un capo che li rappresenta e in certo modo prenda la direzione della lotta parlamentare. I Deputati Napoletani, quando si è venuto alla quistione di queste province, non solo non han saputo trovare un capo in cui avessero fiducia, non solo non han saputo formulare un programma comune, ma non si sono divisi neppure in frazioni, ed ognuno ha parlato per conto suo in opposizione dell’altro.

Alcuni Deputati della sinistra, vaghi dell'autonomia, avvegnaché dicessero di aver pensato fin dalla culla all’unità italiana, gridano non appena veggono modificata una legge, fan l’elogio de’ Borbonici, difendono l'antico esercito e con tutti gli argomenti politici vi dipingono l’eroismo e la sventura de’ questi uomini.

Altri fanno i sostenitori della protezione in commercio, e non vorrebbero tolti i dazj; alcuni vogliono distrutta l’autonomia in un sol giorno, ma nò, grida un altro, andate adagio adagio infino che non siamo arrivali a Roma, né mancano coloro che allei mano doversi trasferire in Napoli la sede del governo. Un deputato biasima acremente un Governatore, un altro sorge a fargli un panegirico: un deputato afferma che la sicurezza in Napoli non esiste, un altro allega lettere de’ suoi amici in cui è scritto che nelle province Napoletane vi è l’Eden e si gode la pace degli angioli.

Insomma i nostri deputati quando son venuti a ragionare di queste province e de’ rimedj per sanare le piaghe, sono stati cosi discordi, così in contraddizione l’uno all’altro che invero né il pubblico né il governo ha potuto chiaramente intendere la vera situazione di queste province.

Noi vorremmo che i nostri Deputati pensassero seriamente a questi fatti. che le ambizioni e le vanità personali tacessero una voltaiche si accordassero almeno i più in un solo concetto, che fosse come un programma a dover eseguire e vedere attuato, ed in questa sola guisa si potrebbe venire a capo di una conclusione utile e ragionevole.

Noi crediamo che tanto qua'  della sinistra quanto quelli della diritta si siano posti in una situazione che a noi non par vera. I primi han gridato per ogni più lieve novità che si voleva introdurre in Napoli, senza ben disaminare se avrebbe arrecato utile, e sono stati spesso in contraddizione con quello che avean detto prima. Facean la guerra al Ministero perché volean l’armamento, e di poi negano di dar gli uomini quando si fa la quistione della leva. Gridano sempre perché non si fanno lavori pubblici e quando poi il governo, progettati i lavori pubblici, chiede che siano approvate nuove imposte, i Deputati gridano e strepitano e protestano contro queste nuove misure. È vero che non era forse prudente approvare novelle leggi d’imposte e leve di molle migliaia di uomini. ma perché gridare allora che si vuole l’armamento ed i pubblici lavori.

I deputati della diritta alla lor volta facean plauso ad ogni parola del Ministero. per essi la sicurezza pubblica non era minacciata in queste province, per essi i gridi ed i lamenti che muovevano da tutte parli non erano né ragionevoli né giusti. per essi lutto era serenità e bellezza.

Se i deputati avessero avuto maggiore stima l’uno dell’altro, se gli uni non avessero creduto che una parte della camera era una consorteria e gli altri non avessero reputati matti ed esagerati, quelli ridi’ opposta parte, sarebbero venuti ad una conclusione, avrebbero facilmente consigliato al governo i mezzi acconci per far venir meno i mali di queste provincie, ché invero non v’è popolo più governabile del nostro.

_____________________________

Noi profittiamo volentieri della favorevole occasione che ci porge la seguente lettera dell'egregio signor Strada per rendere un attestato di stima e di simpatia al rispettabile corpo, in nome del quale egli parla. E ciò facendo siamo certi di essere gl’interpetri dei sentimenti di tutte le popolazioni del Napoletano, de’ quali in tutte le occasioni ed in tutti i punti hanno mostrato in qual pregio essi tenessero l’esercito italiano e particolarmente il corpo dei bersaglieri, che ha seminato il suo sangue e le sue glorie su tutti i luoghi, nei quali si è spiegalo il vessillo italiano incontro al nemico.

Noi siamo troppo sicuri. che quelle pruove e dimostrazioni di simpatie sono ancora presenti vive nell’animo di quei bravi per sentire il bisogno di chiedere loro in nome della popolazione napoletana scuse d’un’ingiuria, che noi lutti non possiamo, che sdegnosamente riprovare. Ma più che dolenti siamo vergognosi, che in Napoli nel momento, in cui cittadini e soldati si battono con uguale ardore contro un nemico comune, vi possa essere un solo giornale, che voglia colle sue parole offendere o solamente dispiacere al rispettabile corpo dei Bersaglieri. Noi Napoletani abbiamo troppo a cuore la libertà, l'indipendenza e l’unità dell'Italia per non amare e stimare coloro, che tanto potentemente hanno cooperato al trionfo di questi principi, nei quali si riassume la nostra rigenerazione.

AL SIGNOR DIRETTORE DEL SOLE

Catanzaro li 5 agosto 1861

Pregiatissimo Signore Gli Ufficiali del 32° Battaglione Bersaglieri determinarono li pubblicare la qui unita rettificazione in risposta ad una corrispondenza inserita nel N° 79 del Giornale la Democrazia.

lo a nome loro ricorro alla gentilezza della Sig. V. III. pregandola di volerla ammettere nelle colonne dello stimatissimo suo periodico;.

Gradisca in un coi nostri anticipali ringraziamenti i miei sensi di distinta stima e considerazione.

Della S. V. III.

Per gli Ufficiali sopradetti

Il Capitano

Annibale Surada.

Al Signor Direttore del Giornale la Democrazia in Napoli.

Catanzaro 3 agosto 1861;

Signore

Avendo sentito a dire (perché noi non leggiamo mai); che nel N.° 79 del Giornale diretto dalla Sig. V. si leggeva in una corrispondenza del 22 luglio relativa al brigantaggio, che dai Bersaglieri non si era ancora tirato un colpo solo, abbiamo voluto prenderne conoscenza, e scorgemmo che era un ammasso di menzogne. Perciò ci affrettiamo a mandarlo la presente rettificazione.

Dal giorno 24 giugno sino al 23 luglio scorsi, cioè durante un mese completo, il 32° battaglione Bersaglieri con una compagnia del 29° Reggimento di linea comandala dal Capitano sig. Morra andò in colonna mobile e percorso in vari sensi l'ampio tratto compreso tra Catanzaro Comune san Giovanni in fiore. In questo periodo di tempo si ebbero vari scontri con briganti: non nominerò che i principali di Cotronei e Spinello: in essi si uccisero 20 briganti e se né ferirono più di 30, quindi sì fucilarono moltissimi dei più ribaldi, fra cui il famoso Controllore di Spinello e sei Guardiacoste ch’avevano fatto causa comune coi briganti. Come ella vede siamo già lontani dal non aver tiralo un colpo solo. S’imprigionò inoltre quasi un centinajo di persone; si ricevettero le dedizioni spontanee di più di 200 sbandati. Taccio l’uccisione di 13 briganti a Taverna e di 'altri 3 in questi dintorni perché avvenuta dopo la data della corrispondenza.

Mercé le misure prese dal nostro comandante sig. Maggiore Bossi organizzando e mobilizzando le guardie nazionali di quei paesi, ed installando altri Sindaci in luogo di quelli che avevano abbandonate il loro posto, l'ordine, la fiducia e la tranquillità succedere sui nostri passi all’anarchia ed al timore, in guisa che da 12 giorni. che noi li lasciammo per rientrare in Catanzaro, in nessuno di essi ebbe luogo il menomo attentato alla Sicurezza Pubblica. Ciò prova, ci pare, l’energia l’attività e l'intelligenza che que’ poveri Bersaglieri così calunniati hanno adoperata per proteggere i placidi sonni del suo Corrispondente, il quale nell’ora del pericolo si nasconde a rischio di soffocare, come egli dice, in un cestone di granone, ove deve essere stato lungamente rimpiattato perché la fama dei combattimenti di Maglie, come di Cotronei e Spinello non sia giunta fino a lui.

Egli invoca le camice rosse: sia pure: ma quanto possiamo attestare al suo corrispondente anonimo, si è, ché, se è possibile, quantunque difficile, l’uguagliare i Bersaglieri, è assolutamente impossibile il superarli. Noi non siamo usi a riempire le colonne dei giornali col racconto delle nostre gesta per farci un nome: ci basta l’approvazione delle Autorità Superiori, ci bastano le benedizioni delle popolazioni a cui profitto versiamo il sudore ed il sangue.

Nel pregare la Sig. V.a di pubblicare in. un prossimo numero questa rettificazione, la informiamo che copia di essa è da noi spedita anche ad altri giornali.

Per gli Ufficiali del 32° Batt. Bers.

Il Capitano Strada.

NOSTRA CORRISPONDENZA PARTICOLARE

Torino 1 agosto 1861.

Il cav. Bellà, ispettore dei genio civile, è partito questa mattina per Napoli, dove si reca in qualità di commissario del governo del Re presso la Compagnia concessionaria della ferrovia dal Tronto a Foggia, e di li a Napoli e ad Otranto. Il cav. Bella ha incarico di esaminare il modo, con cui la società tiene i suoi impegni, e di sollecitare il più che è possibile i lavori. Egli è uno de’ più esperti ingegneri delle vecchie provincie, e si è molto distinto per la costruzione delle strade nell’isola di Sardegna, la quale né difettava completamente. Tutto dunque fa credere, che anche in questa occasione saprà corrispondere alla fiducia riposta in lui dal ministro de’ lavori pubblici.

Stamane sono pure partiti per ’a stessa direzione gf ingegneri, che debbono fare gli studii per la linea della via ferrata del mare Jonio, di quella cioè che la compagnia Adami deve eseguire per congiungere Taranto e Reggio— e per la. linea dell’isola di Sicilia. Questa faccenda delle vie ferrate è quella che più urge, ed il governo ha molta ragione di pigliarla tanto a cuore, e di non perdere tempo per recare iti esecuzione le leggi provvidamente decretate dal Parlamento. Frattanto al di qua del Tronto non si perde tempo, e si lavora a tutta possa per essere in grado di andare con la locomotiva tino ad Ancona il giorno 1° gennaio 1862. Fra due mesi tutt’al più si fa calcolo di essere a Rimini, ed allora sarà utilmente stabilito un servizio di battelli a vapore, per cui da Ancona si andrà a Manfredonia, a Bari, a Brindisi, a Messina. L’attività preveggente del ministro Peruzzi è rivolta ad agevolare le comunicazioni ed a procacciare al più presto alle provincie meridionali quel segnalato beneficio. Per ciò fare non si bada né danaro né a spesa.

Il bravo Mariano delli Frangi, che passò col Longo nella segreta di Gaeta dodici anni, è stato nominato colonnello nel Real Corpo di artiglieria con l'anzianità a datare dal 27 luglio 1860; sicché egli si trova essere uno dei primi per la promozione a maggior generale. La nomina del sig. delli Frangi è un atto di giustizia, ed una prova dell’interesse avuto dal governo verso i bravi soldati ed i buoni patrioti. Il delli Frangi è degnissimo di vestire la nobile assisa del soldato italiano, ed in particolare di quel corpo di artiglieria, che i nemici ci invidiano, che gli amici approvano assai e che tutti ammirano.

È reduce in Torino il cav. Genova di Revel, già direttore della cessata direzione di guerra in Napoli.

La notizia di una missione affidata dal barone Ricasoli al cav. Farini presso l’imperatore, dei Francesi non ha il menomo fondamento. Il cav. Farini viaggia privatamente, e la sua gita non si riferisce a nessuna cura di missione né officiale né officiosa.

Insussistente è la voce della nomina del deputato Massari a governatore di Napoli. Si era pur detto che lo stesso deputato fosse scelto a governatore di Piacenza: ma anche questa voce è falsa. Il deputato Massari appartiene al novero di coloro, che non accettano ma rifiutano gl’impieghi. Ed io so che mentre certe gazzette ci divertono a nominarlo governatore egli è intento alla pubblicazione del secondo volume della vite e del carteggio dei suo insigne maestro ed amico Vincenzo Gioberti.

STATISTICA ELETTORALE

— Da uno specchio ufficiale risulta che nei 443 collegi elettorali del regno furono eletti 244 deputati nel primo scrutinio e 199 in quello di ballottaggio. Il numero totale degli iscritti fu di 419,938; quello dei votanti di 232,367. La media degli elettori iscritti in ciascun collegio fu di 947 417,443, e la inedia dei volanti 347 46,443.

Osservato nelle sue parti e secondo le grandi divisioni territoriali, lo specchiò dà per cadun collegio la media seguente:




Inscritti Votanti
Provincie antiche e lombarde 1075 128,145 566 31,144
Napolitane 907 4,144 591 53,144
Siciliane 962 764 46,48
Emilia 827 8,42 369
Toscana 1019 10,37 462 27,37
Marche e Umbria 563 3,28 240 25,28

Per affluenza alle urne elettorali la Sicilia va dunque innanzi a tutte le altre provincie e alcune si lascia indietro d'assai. E a questo proposito è degna di nota particolare reiezione di Petralia Soprana in Caltanisetta dove quanti gl’inscritti altrettanti la prima volta forse nella storia delle elezioni furono a votare.

Il numero dei deputati in ragguaglio colle popolazioni territoriali è il seguente:



Territorii Deputati Popolazione del territorio Popolazione dei collegi
Prov. Antiche e Lombarde, 144 7, 103. 83 49, 332
Prov. Napolitane 144 7, 137, 952 49, 777
Siciliane 48 2. 309. 172 48, 107
Emilia 42 2, 127, 105 50, 645
Toscana 37 1, 813, 856 49, 023
Marche e Umbria 28 1, 393, 326 49, 761
443 21, 915, 243
Epperciò il territorio che sulla base di 50,000 abitanti ha guadagnato di più, nelle attuali circoscrizioni elettorali, è la Sicilia; quello che meno, Napoli, e l’unico che vi ha perduto è l’Emilia.

Il collegio di Benevento ha una popolazione di soli 24, 965 abitanti ed i 4 collegi della provincia di Ferrara una popolazione di 219, 700 abitanti, vale a dire in media 4.923 abitanti per cadaun collegio oltre la cifra normale di 50,000.

I collegi nei quali il numero degli elettori iscritti è maggiore sono quelli dell’isola di Sardegna: Sassari con 2215, Oristano con 2185. Nuraminis con 2008, Iglesias con 1906 ec. Fuori della Sardegna il solo collegio di Brindisi, che né ha 2091, oltrepassa il numero di 2000 elettori iscritti.

In complesso abbiamo: 4 collegi con oltre 2000 elettori iscritti


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In complesso abbiamo:
4 collegi con oltre 2000 elettori iscritti
5 1900
2 1800
8 1700
3 1600
10 1500
12 1400
35 1300
21 1200
35 1100
28 1100
34 900
38 800
48 700
47 600
36 300
37 con meno di 300
Il colleggio nel quale vi ha minor numero di elettori iscritti è quello di Avezzano, nelle provincie napolitano, con soli 184 elettori.

Dei colleggi che oltrepassano i mille elettori iscritti, né hanno 79 le antiche provincie e la Lombardia su 144,37 le provincie napolitane, pure su 144,19 la Sicilia su 48,10 l’Emilia su 42,17 la Toscana su 37 e uno solo le Marche e l'Umbria su 28.

Nelle Marche e nell’Umbria il numero degli elettori iscritti è per cadaun collegio inferiore d’assai a quello delle altre provincie, 11 numero relativamente maggiore degli elettori nell’isola di Sardegna si deve alla disposizione eccezionale, per cui nell'isola non sono peranco esclusi gli analfabeti dal diritto elettorale.

Trentacinque deputati furono eletti in più d’un collegio: uno (Liborio Romano) in 8 collegi; 5 in tre collegi ciascuno e 29 in duc.

In seguito alle decisioni della Camera nella verificazione dei poteri rimasero vacanti: per ineligibilità del deputalo eletto. 30 collegi; per irregolarità nelle operazioni elettorali, 9; per opzione o sorteggio 40; per nomina ad impiego o promozione, 23; per nomina al Sanato, 6; per rinunzia, 3 per esclusione a sorte, 13; per morte del deputato, 3, Totale generale 127 collegi.

I deputati confermati delle elezioni generali sono 316, quelli delle elezioni supplementarie 94; rimangono quindi in questo momento 33 colleggi non rappresentati al Parlamento.

STRADA FERRATA DELL ITALIA MERIDIONALE

— Scrivono da Napoli, 31 luglio, all'Opinione Si proseguono con alacrità gli studii particolareggiati per la grande stazione di ferrovia in Napoli a cui si è già incominciato a lavorare. Il piano generale di questo edilizio è concepito per guisa da non lasciar dubbio che per purgato stile architettonico, per eleganza di decorazioni e per convenienza di scompartimenti riuscirà ben degno della cospicua città ove si erige. Si continuano grandi approvvigionamenti di materiali; manovali e muratoci in buon numero sono impiegati nei lavori di appianamento e di strutture murali di fondazione, e verrà accresciuto il numero dei lavoranti appena che siano terminate le operazioni concernenti l’acquisto dei terreni da occuparsi per la pianta dello stabilimento.

Anche alla strada ferrata delle Puglie e degli Abruzzi sarà presto dato principio nella sezione dal fiume Tronto, limite con la provincia di Ascoli, al fiume Pescara, limite con la provincia di Chieti. Non più tardi della settimana ventura si incomincierà la costruzione dei ponti sui fiumi Pescara e Palino. Intanto è stata provveduta una quantità considerevole di materiale fra cui 3 milioni di mattoni, due mila grosse travi di abete, un centinaio di larice, moltissima calce idraulica, carbon fossile, macchine effusorie per prosciugamenti e per elevare grossi pesi, attriti ed utensili di ogni genere per modo che lavori appena principali potranno progredire con la maggiore attività. Oltre di ciò si è dato mano a stabilire un grandioso cantiere in vicinanza di Pescara. Sono già costrutte parecchie tettoie, magazzeni per deposito di materiale, botti scali e simili. Sono state formate due calate provvisorie al mare costrutte di pali e impalcature di legname per l’approdo dei battelli e per lo sbarco dei materiali che continuano a provvedersi,, che vengono trasportali al cantiere suddetto per mezzo di strade provvisorie munite di rotale in ferro con piccoli ed adattati vagoni.

UN ARTICOLO DEL NORD

— Alia voce concoide dei giornali francesi che esortano il governo imperiale a desistere dalia protezione di un potere condannato dalla civiltà e che fomenta la discordia e la guerra civile in Italia si aggiunge la voce autorevole del Nord, giornale ispirato, colite ognuno sa, dal gabinetto di Pietroburgo.

L'increscevole e scandalosa scena avvenuta testé a Roma tra monsignor De Merode ed il generale Govon non né ha, a dir vero, fatto meravigliare. Per certo non è codesto un fatto isolato, e, abbenché sia il solo conosciuto, noi non lo consideriamo siccome uno dei numerosi episodi che dovettero accadere al cominciare della occupazione francese a Roma, conseguenza inevitabile della falsa situazione fin da principio. Strana situazione affè, e che appalesa una anomalia da noi spesso notata, L’armata francese, che rappresenta e difende dappoi tatto il voto popolare, a Roma sostiene il potere temporale, potere a cui la Francia non crede, ed al quale l’opinione illuminata di tutta Europa si è le tante volte mostrata avversa, e che non durerebbe un giorno dopo la partenza delle truppe di occupazione. Non vi è stata forse mai incompatibilità maggiore tra i mezzi e il fine, tra lo stromento e lo scopo, né mai vi fu missione cotanto ingrata e difficile a compiersi quanto quella del generale Govon.

«In mezzo ad avvenimenti esterni sì gravi è a cabale interne sì potenti la politica francese ha fatto prova di una longanimità senza esempio. Egli è per certe savia e alta politica il non soffermarsi a quistioni di dettaglio e di persone quando è d’uopo sostenere un principio e raggiungere uno scopo, ma conviene che siffatto principio sia vitale, che questo scopo sia ammessibite. Ma chi potrebbe ormai affermare che il potere temporale del papa abbia oggidI qualche probabilità di durate? D’altra parte può il governo francese dichiarare con tutta franchezza di Volere il mantenimento di codesto potere e di credere sinceramente alla vitabilità di esso?

«Tale uno stato anormale di cose produsse il risultato che dovevasi aspettare, in ricompensa de’ suoi sacrifici e della divozione sua, la Francia a l’ombra del suo stesso vessillo scorge coloro che protegge, congiurare contro la propria politica, non avendo ritratto in Europa altro frutto che l’ostilità, e in Roma l’inimicizia del pontefice.

 Egli è tempo di mettere fine a consimile situazione. Il governo francese conviene che lo faccia per dovere inverso se stesso e inverso la Francia. Esso ha dato oramai bastevole prova ai sentimenti cattolici della Francia, delle sue simpatie pel santo padre e del desiderio di soddisfare ai doveri di figlio primogenito della chiesa. Gli è giunto il momento in cui fa mestieri per l’onor suo e per la sua dignità ch’egli desista da una sterile protezione, la quale non gli procacciò che disinganni. impacci, e persino, siccome si è veduto testé, oltraggi. S’egli persistesse a mantenerla in onta ai fatti, all’opinione, la Francia e l'Europa avrei bero ragione d’accusarlo o di secondi fini o di debolezza.»

PARLAMENTO INGLESE

L'Inghilterra non cessa dal preoccuparsi degli armamenti marittimi della Francia. Nella tornata del primo agosto della camera dei comuni, in occasione della terza lettura del bill per le spese suppletive al bilancio della marina, parecchi deputati han ripresa la discussione, ed han ripetute presso a poco le vecchie ed umilianti dimostrazioni di gelosia e di paura verso la Francia. Il sig. Lindsay, che dietro sue particolari informazioni, asseriva non esser veri gli ultimi e grandiosi armamenti della Francia, è stato contraddetto da lord Palmerston, che ha detto essere vere quelle informazioni, ma riferirsi a pochi mesi or sono, quando non ancora il governo francese aveva dati ordini per la costruzione di dieci vascelli corazzati.

A queste rivelazioni Lindsay si allarma, secondo il solito, e dice che, se la Francia ha 20 vascelli in ferro, l'Inghilterra dee averne 30 perché ha immensi possedimenti da guardare, ecc. D'altronde gli armamenti della Francia a che servono se essa ha pochissime colonie, e quindi scarsi interessi marittimi da tutelare? Quindi i sospetti e le paure. Quindi parecchi deputati che insistono nel domandare al governo che, per mettere un termine a questa gara rovinosa di armamenti fra le due nazioni, si ponga d'accordo col governo francese per procedere ad una convenzione che determini definitivamente le forze che ognuna delle due potenze dovrà mantenere. Lord Palmerston risponde saggiamente a queste domande che non si dovrebbe in tal caso guardare alla sola Francia, e l'Inghilterra non potrebbe acconsentire ad imporre dei limiti ai proprii armamenti mentre la Russia, l'America, la Spagna non ne avrebbero alcuno.

Ora, riflette il nobile lord, fare una convenzione generale in questo senso implica di necessità una sorveglianza reciproca che dovrebbero esercitare le potenze sui loro armamenti, e questa convenzione sarebbe cosa assai pericolosa, perché invece di porre un termine alle quistioni, ai dissidi, porgerebbe anzi occasione a mille sospetti, a mille reclamazioni, a mille pericoli di guerra.

NOTIZIE ITALIANE

Genova, 5 agosto.

Ieri al dopo pranzo per cura del Municipio di Pegli, anzi, se siamo bene informali, per concorso privato di que’ signorj Consiglieri Municipali, aveva luogo la festa marinaresca di una regata offerta ai RR, Principi che trovanti ai bagni nella villa Rostan, ed ai numerosi bagnanti raccolti in quelle vicinanze.

Un numeroso concorso coronava la festa, che ebbe luogo alla presenza dei Principi, i quali dopo la regala percorsero tutta la spiaggia ove era riunita una varia e numerosa società. Molti dei bagnanti erano in mare con barchette adorne di bandiere, altri dalle case e palazzi, altri dallo stabilimento Gargini, che per la sua felice posizione è il più acconcio a godere la vista del mare.

La salute del principe Oddone è sempre in via di miglioramento, la Principessa Maria è sempre fiorente di salute e lo stato sanitario della casa dei Principi è eccellente. (Corr. Merc.)

—La Gazzetta ufficiale del regno pubblica la voluminosa corrispondenza tenuta colf inviato della Svizzera intorno alla controversia dei Soldati svizzeri già militanti nel disciolto esercito borbonico e che si vogliono allontanare dal territorio napoletano sebbene dapprima avessero avuta licenza di rimanervi. Di quella corrispondenza fanno parto varie comunicazioni dirette al ministero dell'estero dal conte San Martino, luogotenente del re a Napoli, non che dal ministero della guerra. Dal complesso poi di questi documenti si rileva come l’allontanamento di quelle reliquie della tirannide fosse richiesto non solo della necessità di togliere un nucleo o una speranza di appoggio alla reazione imbaldanzita, ma eziandio dalla sicurezza stessa degli antichi satelliti della caduta tirannide, fatti segno all’odio ed al sospetto dell’universale.

A torto quindi la Svizzera si lagna di quel provvedimento; a torto piglia la difesa di gente che, trasgredendo le sue leggi e i riguardi internazionali, vendevano braccia e coscienza a danno dell’Italia; il governo federale cade in una manifesta contraddizione coi suoi atti anteriori, col principio stesso che rappresenta.

I documenti di cui parliamo sono troppi e troppo lunghi per poter essere riportati testualmente dal nostro giornale, d’altronde le due note di Tourte da noi ultimamente pubblicate bastano per se sole ad illuminare l’opinione pubblica intorno ad una quistione che non avrebbe dovuta suscitare, dovendo rammentare il contegno usato con noi nel 1848 e nel 1859.

— Una corrispondenza parigina dell’Independance Belge parlando del generale Cialdini fa le seguenti riflessioni:

«È impossibile sconoscere ch’egli dà prova come amministratore d'una intelligenza ed un'abilità che non si prevedevano in un uomo esclusivamente conosciuto per le sue qualità militari. Due ottimi provvedimenti soprattutto sono stati presi dal luogotenente del re Vittorio Emmanuele; la prima è l'organizzamento dei volontarii locali opposti agl'insorti, locché prova che una frazione notevole per lo meno delle popolazioni oneste e civili del regno di Napoli è col Piemonte: la seconda, l'iniziativa giusta e ardita che ha preso arrestando i veri capi delle cospirazioni che, senza titilla rischiarare nelle loro case in fondo alle grandi città, alimentavano l’insurrezione da ogni parte e mandavano a farsi ammazzare i poveri diavoli per condurre la loro causa ad un trionfo di cui essi soli avrebbero raccolti i frutti.

«Questo complesso di provvedimenti presi dal generale Cialdini sono come un primo saggio di quel colpo d'occhio sicuro ed energico che valse al generale Hoche nella nostra rivoluzione di poter finalmente pacificare la Vandea.

— Ho visto, dice un corrispondente del Corriere Mercantile, lettere di Roma e di Civitavecchia: Io stato degli animi del partito liberale esistente in quelle due città non potrebbe essere più soddisfacente. I comitati incontrano non poche difficoltà nel contenere più a lungo la gioventù, che vorrebbe venire ai fatti. Ad onta che la polizia pontificia abbia aguzzato più del solito l'ingegno e le orecchie per scoprire i componenti i suddetti comitati, fino ad ora non le venne fatto di mettervi sopra le mani: però a Roma il comitato centrale da cinque tenne ridotto a 3, onde rendere sempre difficile la sua scoperta.

— Leggesi nel giornale Italia e Roma, sotto la data di Roma, 29 luglio: «Le mene reazionarie non cessano, anzi sembrano pigliar vigore dalle sconfitte e dalle rigorose risoluzioni dei generali italiani. Il governo pontificio ha mandato involti nel fieno quattro piccoli pezzi da montagna a monte Rotondo e di là lungo la linea del confine nell’Ascolano. Terracina ribocca di borbonici che attendono gli ordini di Chiavone. I delegati pontificii, monsignorelli galanti, che passeggiano Roma a modo di bellimbusti, Pericoli, Apolloni, Pietrosanti, ecc., non avendo altro a fare, servono di procaccini è di portavoce ai reazionarii ed al Borbone. Colla scusa dei bagni fanno continui viaggi a Civitavecchia, e colà s'intendono con quel delegato.

«Il monastero de’ Ss. Domenico e Sisto è il centro degli arruolamenti e delle trame reazionarie, nelle quali hanno parte principalissima molti canonici di s. Eustachio che potremmo nominare.

«Si sa inoltre che dalla zecca pontificia sono rimesse somme significanti agli agenti della reazione, e che due carra d’armi presero testé la via delle Sabine. Ed intanto il governo pontificio fa lo gnorri, ed invita a pregare pei peccati altrui! Ed il generale Govon non vede nulla. E la Patrie smentisce che sieno state consegnate ai reazionarii le armi depositate dai borbonici nelle mani dei francesi e conservate in Castel Santangelo! Ma noi, ad onta di questo smentito. «possiamo assicurare nuovamente» che gran parto di quelle armi (non vogliamo far comenti sul come e sul perché) tornò in possesso del Borbone».

— Si stanno apprestando il Lazzaretto di Livorno e varii conventi in Cagliari per ricevere gli sbandati borbonici che consegneranno le armi, o che vennero fatti prigionieri, sarà grave cura quella di trovare alloggio per un numero sì rilevante dI gente.

—Leggiamo nell’Eco del Tevere da Rieti, 1 agosto.

Ieri è stato qui di passaggio il generai Brignone con tre compagnie di Bersaglieri e due squadroni di cavalleria: egli veniva da Poggio Mirteto, od è partito stanotte per Terni: abbiamo qui un battaglione di granatieri. A Poggio Mirteto è una compagnia di bersaglieri e distaccamenti accantonati in tutti i dintorni.

NOTIZIE STRANIERE

– La Patrie dice che l'imperatore, dopo la visita del re di Prussia a Chàlons, si recherà a Bruhl a rendergli la visita.

– Ora si preparano gli appartamenti a San Cloud dove si recherà fra pochi giorni la famiglia imperiale. Si fanno pure grandi preparativi al padiglione Marsan, alle Tuilerie, dove scenderà probabilmente il re di Svezia, sebbene molti assicurino che siano destinati al re di Prussia, la cui venuta diviene di giorno in giorno più probabile.

– Il Journal des Debats consacra un suo articolo di fondo firmato dal segretario della redazione, a fare uno splendido elogio del cav, Costantino Nigra, giunto a Parigi in quantità di ministro plenipotenziario e inviato straordinario del Re d'Italia.

Ricorda le fasi principali della vita dell'illustre diplomatico, dalla campagna del 1848 a cui prese parte come volontario e fu ferito a Rivoli, fino all'ultima sua destinazione di ministro segretario di Stato a Napoli; e ne fa amplissime lodi come cittadino, come soldato, come scienziato, come amministratore e come diplomatico.

Quest'articolo termina colle seguenti parole:

«Il Re, richiamando il signor Nigra al suo antico posto, ha compito uno degli ultimi voti del conte di Cavour, il quale non attendeva che il riconoscimento del Re d'Italia da parte dell'imperatore Napoleone per ristabilire gli amichevoli rapporti fra i due governi. Il signor Nigra vi è adattato in modo speciale, perocché egli ha una grande conoscenza di tutto ciò che interessa i due paesi, e perché possiede al più atto grado la confidenza dei due sovrani.»

– Il gabinetto austriaco raddoppia le sue pratiche per impedire il riconoscimento d'Italia per parte della Prussia.

Si sente l'imminenza di quest'atto, e si conosce che forse non sarà la maggiore delle conseguenze della visita di Chàlon. I giornali di Berlino hanno già riprodotto più volte un avviso della legazione italiana nel quale si invita a sottoscrivere al monumento Cavour.

L'avviso portava precisamente la firma della ambasciata italiana. Il non aver il governo di Berlino fatta alcuna rimostranza è ciò che genera cattivo sangue al gabinetto viennese. Anche a Francoforte nello scudo dell'ambasciata la parola Sardo fu surrogata dalla parola Regno d'Italia. Vedremo se riuscirà alle mene dell'Austria di farle scomparire.

– Secondo una lettera indirizzata da Pesth al Daily News tutta la nazione ungherese è pronta ad accettare la lotta armata coll'Austria. La dieta avrebbe risoluto di rivendicare e difendere, all'uopo, i diritti della nazione e l'attuazione degli antichi trattati; ma, soggiunge il corrispondente, l'Ungheria aspetterà a precipitare la crisi che le cir costanze siano favorevoli al successo della sua impresa.

Intanto la dieta di Pesth ha presa una risoluzione lodevolissima, e che spiacerà non poco all'Austria. Una delle mene famigliari al governo austriaco è, come è noto, di spargere la discordia fra le diverse provincie dell'impero e di aizzare le une contro le altre. Esso fece la maggiore applicazione di questo sistema in Ungheria; e non è certa mente sua colpa se, al punto in cui siamo, croati e serbi non siano ancora separati dall'Ungheria, che fu loro sempre rappresentata come la maggior nemica. La dieta di Pesth volle impedire che abbiano successo le mene del gabinetto aulico; e, prima di rispondere al rescritto imperiale, decise che intenderebbe e discuterebbe il rapporto della commissione incaricata di designare le concessioni da farsi alle terre annesse. Questo rapporto verrà unito alla risposta della dieta al rescritto, e, siccome è tale da soddisfare i croati, i serbi, ecc., nei punti più essenziali, la corte di Vienna vede così distrutta la speranza di creare nemici al l'Ungheria.

ULTIME NOTIZIE

– Sappiamo, dice la Nazione di Firenze, che il colonnello Giovanni Peard, l'amico e compagno di Garibaldi, ha ricevuto il busto che, scolpito dell'egregio signor Giovanni Paganucci di Livorno, gli è stato offerto a testimonianza di gratitudine da una società promotrice costituitasi in Firenze. Il sig. Peard, accusando, con lettera in data del 30 luglio 1861, di retta ad uno del promotori, ricevimento del busto stesso, e ringraziando i soscrittori, raccomanda agl'italiani la concordia, e conclude con le seguenti paro le che ci sembra opportuno di riprodurre. «Davvero l'Italia deve essere pronta a respingere i suoi aggressori; ma coloro che insegnano che il paese dev'essere sempre in stato di guerra, sieno codini, sieno mazziniani, sono più nemici dell'Italia che l'aquila a due teste al di là del Mincio.»

– I giornali di Palermo descrivono una grande rivista della guardia nazionale di quella città, fatta in presenza del generale barone Righini, successo al generale Cadorna nel comando delle truppe dell'isola.

Alla rivista, che si tenne il giorno 26 luglio, nel Foro Italico, presero parte, sotto gli ordini del generale Carini, gli undici battaglioni della guardia nazionale di Palermo ed i nuclei dei due battaglioni di bersaglieri che sono in corso di formazione.

Assistevano alla rivista oltre al generale Righini i generali comandanti le brigate e gli ufficiali superiori preposti al comando dei vari corpi della guarnigione. Il generale Righini in seguo della soddisfazione provata al vedere la precisione dei movimenti e la buona tenuta militare della milizia cittadina stringeva fraternamente la mano, in mezzo agli applausi dell'immensa popolazione accorsa, al generale Giacinto Carini, e gli scriveva più tardi una lettera, che per mancanza di spazio non possiamo riprodurre.

Roma, 3 agosto.

– Sul vapore il Tancredi il Cardinale Arcivescovo di Napoli approdava a Civitavecchia a un'ora dopo mezzanotte del due agosto. Sulle tre pomeridiane è giunto per la strada ferrata alla Stazione di Roma, dove un Principe della Casa Reale di Napoli mandato dall'ex Re lo ha ricevuto. Poscia saliti insieme nella carrozza nobile di Corte, sua altezza lo ha accompagnato fino al palazzo Sciarra, dove l'illustre Cardinale ha preso stanza presso il principe di Roviano. (Osserv. Romano)

– Anche Pisa ha ora il suo giornale. L'Indicatore Italiano è titolo d'una pregevole effemeride ebdomadaria, che senza trascurare del tutto le questioni politiche del giorno, mira principalmente a diffondere quel sani principii di economia e di filosofia civile di cui l'Italia sente così vivo il bisogno per procedere avanti nel cammino delle riforme e de progressi sociali.

– Scrivono da Perugia, 30 luglio, alla Gazzetta del Popolo di Torino:

Mi permetto nuovamente di venire ad infastidirla, ma forse questa volta Ella crederà che non sia affatto inopportuno il rettificare un errore.

Nell'egregia Gazzetta del Popolo di codesta città, num. 206 del 27 volgente, sotto la rubrica Notizie Italiane, Marche, leggesi:

«Le notizie della leva, se dobbiamo credere al Pungolo, nelle Marche e nell'Umbria sono sconfortanti. Di 4000 reclute, se sono bene informato, se ne sono presentate appena 1200. Il resto trovasi parte sbandato nelle montagne, inseguito dalla pubblica forza, parte disertava nel territorio papalino ad ingrossare le fila dei briganti del borbone».

Non parlo delle Marche, perché ignoro come stieno le cose in quella Provincia; ma quanto all'Umbria posso dirle positivamente: non creda al Pungolo.

Non creda al Pungolo, perché vi sono relativamente pochi renitenti, dei quali pochissimi hanno passato il confine, la maggior parte si consegnano spontaneamente, e il rimanente non è precisamente inseguito dalla pubblica forza nelle montagne, dove finora non si è ritirato alcuno, ma cade nelle mani dei Carabinieri e dei bravi Cacciatori del Tevere, animosi volontari che fanno un servizio lodevolissimo, riscuotendo gli applausi e le simpatie di tutti i cittadini, mercé gli ottimi ordinamenti introdotti in quel Corpo dalle egregio colonnello Masi.

Dico che i renitenti, i quali non si presentano spontaneamente, cadono quasi di per sé nelle mani degli agenti della pubblica forza, poiché, malgrado le subdole mene dei preti e di qualche retrivo papalino, la gioventù è animata in generale di buona volontà, e non ha potuto indursi ad abbandonare vigliaccamente il nazionale vessillo. Il che di mostra eziandio godere questo clero ignorante di poco o niun credito.

– Leggesi nell'Ost-Deutsche-Post:

«Le LL. AA. Il Duca e Duchessa di Modena sono partiti ieri alla volta di Salisburgo. Da colà il duca si recherà a Bassano per passar in rassegna le truppe, visiterà quindi una parte della Svizzera, farà poscia ritorno a Salisburgo.»

– Un nuovo incendio scoppiò il 31 luglio negli immensi depositi di Tooley Street a Londra, a poca distanza dal punto dove erasi destato l'incendio che durò 15 giorni. La causa n'è ancora ignota. I magazzini contengono molte materie infiammabili e nelle loro vicinanze v' hanno altri depositi di sego, di olii d'essenza di terebentina, di resina o d'altre merci pericolose.

Le pompe sono ora esclusivamente dirette a circoscrivere l'incendio e a preservare ciò che non è ancora in fiamme. Si teme per altro di non riuscire.

(Indep. Belge.)

– Scoppiarono torbidi alquanto gravi nel mezzogiorno del Portogallo in occasione della ripartizione delle imposte.

Il governo ha dovuto mandar da Lisbona truppe nelle Algarvi.

(Presse)

–L'agenzia Reuter pubblica le seguenti notizie da Nuova York del 20 luglio:

«I federali nella loro marcia in avanti verso Richemond hanno preso Dulbbrau, piazza fortificata a 3 miglia da Manassas. Le due armato sono ora ad un miglio di distanza da Manassas. Una battaglia è imminente.

CRONACA INTERNA

Quando alla storia spetterà di parlare di questi ultimi rivolgimenti italiani, il governo di Vittorio Emmanuele, massimamente per le province napolitane sarà proclamato magnanimo, generoso e mille volte più cristiano e più cattolico di quello del Papa. (Agli eterni nemici d’Italia non solo qui non si è torto un capello, ma moltissimi fra essi furono anche beneficati: quelli che si trovavano negl’impieghi non né vennero rimossi, ed alcuni né conseguirono de’ più pingui. Il governo insomma intendeva a cancellare fino le tracce degli antichi partiti e fonderli tutti nel gran pensiero d una famiglia italiana. Dopo la generosità venne anche la tolleranza pei conati reazionari, ed il perdono dei rei. Tanti belli espedienti riuscirono infruttuosi per certuni, la cui perfidia è tanto più colpevole quanto fu più grande la generosità che verso di essi venne praticata. Contro questi incorreggibili nemici della nazione il governo nazionale è oggi nel dovere di assumere un implacabile severità. La patria discaccia dal proprio seno chi cospira contro di essa. Chi non vuol essere italiano, esca fuori dalla famiglia degl’italiani. Jeri la notte furono arrestati molti generali ed uffiziali superiori del disciolto esercito borbonico, e molti canonici e parrochi I tristi aspettavano che le bande de briganti sparse intorno Napoli, ingrossando, attirassero fuori la città e truppe e guardie nazionali, per sommuovere la rivolta che gli ufficiali avrebbero guidata con la spada ed i preti col crocefisso e col sagramento. Ma la Provvidenza vuole salva l’Italia; il tristo disegno fu sventato a tempo.

— Questa notte sono stati arrestati altri ufficiali borbonici, e si è compiuto un altro provvedimento per cui non sapremmo lodare abbastanza il nostro governo: tutti i forzati che stavano in Napoli si son presi ed imbarcati per lontane destinazioni.

— Gli ufficiali dei disciolti reggimenti svizzeri, intorno ai quali corrono delle trattative tra il nostro governo e la confederazione elvetica per la loro espulsione dall’Italia, giorni sono si presentarono al Generale Cialdini, ed affermandogli che essi non si brigavano di politica, lo pregarono a farli rimanere in Napoli. Da persona degna di fede ci vien riferito che il Luogotenente avesse loro risposto: in un tempo ho amato assai la confederazione svizzera, come asilo di libertà; ed oggi la rispetto; ma con mio rincrescimento debbo confessarvi che da un anno in qua tra i più fieri nemici d Italia incontro sempre non pochi ufficiali svizzeri. Trovo svizzeri a Pesaro, a Castelfidardo, ad Ancona, al Garigliano, a Gaeta, a Messina. Il generale Fanti trova svizzeri a Perugia: il generale Garibaldi trova svizzeri ai Volturno; ed ora che dal Re d’Italia mi si affida il governo delle provincie napolitane, trovo che ufficiali svizzeri del disperso esercito borbonico sono involti in cospirazioni contro l’Italia e spesso sono a capo delle reazioni.»

Se il fatto è vero, come non né dubitiamo, tutti gli onesti italiani debbono benedire all'energia che il generale Cialdini mette in opera per salvare queste nostre province dalle mene de’ tristi.

— Nella notte del 3 andante un’orda di circa 50 assassini assaliva il piccolo villaggio di Castello di Palma in provincia di Terra di Lavoro, portando via 17 fucili di quegli abitanti. Scorrendo poscia per le campagne tolsero anche le armi a quei coloni.

— Nel bosco di Selvapiana furono incontrati alquanti briganti da un distaccamento di truppa, la quale riesci va a catturarne sei.

— Una numerosa banda di briganti venuta a conflitto presso Durazzano con la truppa, era da questa completamente disfatta.

— Nel giorno 2 andante una banda di circa 70 briganti assalì e disarmò Ailano arrestando varii signori. La notte appresso tentava di assaltare Pietravairano, ma non le riusciva per la vigilanza di quella Guardia Nazionale.

— Nella notte del 5 andante una turba di assassini penetrava nel comune di Molinara, in provincia di Benevento, assaliva la casa di quel capitano della Guardia Nazionale chiedendogli i fucili. Avutone rifiuto incominciò un vivo fuoco a cui il detto ufficiale seppe ben rispondere sostenendo il conflitto per circa tre ore respingendo i briganti, i quali nel ritirarsi saccheggiarono alcune case.

—Nel dI 1° andante una comitiva di 160 briganti comandata dal famigerato Cav. Verardi occupava di bel nuovo Cotronei, nella provincia di Catanzaro; ma né era discacciata con gravissime perdite dalla Guardia mobile sotto gli ordini del signor Arcnre di Belvedere.

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Ci piace di far noto che in Agnone, paese in quel di Molise amico sempre alle belle arti, alle lettere ed alle scienze, si è istituito, pel buon volere di alquanti giovani, un Circolo Politico: al quale han dato il nome di Associazione Unitaria Popolare. Noi a simili istituzioni, quando son fatte per amore de! bene e con desiderio di mettere nelle menti dei popolo quei germi di educazione morale e civile, di che oggi tanto si ha bisogno, per compire quel magnifico edificio dell’unità nazionale; che dalle Alpi al Lilibeo agita e commove quanti vi sono che amano di sviscerato amore la libertà e l'indipendenza della patria; a simili istituzioni, dicevamo, non sappiamo che dar lode. Si educhi il popolo: che se potenti sono le armi, onnipotenti sono le idee.




Anno I – N° 9 Napoli— Sabato 10 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
UNA LEGA

A questi giorni trascorsi, ed anco oggi, ci avviene di udire a ripetere, e sulle bocche di tutti, una lega conclusa tra le potenze del Nord, dalla quale lega sperano i borbonici il ritorno dell’amato padrone. I giornali hanno smentite queste notizie;hanno in mille guise disaminato come, una lega fra le potenze del, Nord oggi non potrebbe aver luogo e eh? quando anche fosse un fatto stabilito, non menerebbe a nessuna conchiusione.

Me i borbonici non sono forti in logica, e pascolano l’animo loro di speranze vane ed inattuabili, sulle quali fanno de’ castelli che vincono quelli dell’Ariosto. Prima che la Russia fosse battuta a Sebastopoli era bello udire i discorsi de’ legittimisti Napoletani, i quali vedeano milioni di soldati, vestiti in fogge nuove e stranissime, che si avrebbero inghiottito l’Europa al solo mostrarsi. Oggi ritornano allo antico stile e ti affermano che il solo unirsi delle potenze del Nord, significherebbe far tornare a Napoli Francesco II — In tutti i proclami reazionari questa nuova è ripetuta in mille guise: se interroghi le persone del popolo subito odi parlare di questa lega conchiusa.

Non dobbiamo perderci in molte parole e ripetere argomenti già troppo noti a coloro che hanno l’abitudine di pensare, che oggi una lega tra l’Austria e la Russia tante volte tentata, non può aver luogo. Gl'interessi delle due Potenze sono diversi, e se vi ha qualche cosa di simile, è l’agitazione interna dei due imperi.

Ma poniamo per poco che questa lega fosse bella e conclusa, sarebbe poi così pericolosa da cancellare in un tratto i grandi principi che oggi si sono venuti attuando in Europa? Potrebbe soffocare le legittime speranze de’ popoli?

L’Austria al presente è in una situazione che accenna a prossima rovina. Costituita dall’unione di tre razze diverse, la Tedesca, la Slava e l’Italiana, l’Austria è costretta a stare in guerra co’ suoi sudditi, che non vogliono essere austriaci, ma far parte de'  popoli a cui per tradizione e per stirpe appartengono. La Venezia sospirosa guarda l’Italia; l'Ungheria anela la sua indipendenza la Boemia, il Tirolo e la Croazia che si agitano e tutto altro accennano che a concordia. L’annullamento così dell’Impero austriaco è un fatto certo, e perché, si avveri, non vi è d'uopo d’altro che di una guerra in cui' si combatta pe’ principi di libertà e indipendenza. È noto quanto l'Austria. dovere, lottare, contro l’Ungheria nel 1848, e come potè solo riportare vittoria con l’aiuto dell’esercito Russo. Ora l’Ungheria si apparecchia con ogni potere alla lotta, e quando la guerra fosse scoppiata, tra i Magiari e l’imperatore d’Austria, potrà intervenire la Russia senza destare una guerra l'Europea? Oggi la Francia e l’Inghilterra hanno proclamato un principio che fu reso sacro dalle vittorie, vogliamo dire quello del non intervento. Se un solo battaglione Russe movesse verso l’insorta Ungheria, una guerra generale il di appresso scoppierebbe, è la Russia è in grado oggi di desiderare questa guerra? Ella dentro non è meno sicura di’ quello che siano le altre nazioni; la Polonia freme si agita; la sollevazione de’ servi sarebbe inevitabile, e la Russia costretta a combattere i suoi popoli, ritarderebbe di molto il suo avvenire.

Ma fate conto pure che questa lega sia già bella e fatta, che gli eserciti sien ordinati a battaglia, che sia presso a squillare la tromba di guerra, una lega Ira quelle potenze dovrebbe di necessità portarvi un’altra alleanza tra la Franerà l’Inghilterra e l’Italia; imperocché quelle due nazioni han combattuto la Russia così ostinatamente per non farle avere quella grande preponderanza cui accennava di aspirare sui popoli di Europa, ed oggi non potrebbero consetire che gli effetti di guerre sanguinose e di tanto denaro versato, sian distrutti in un giorno solo.

Se questa lega avesse luogo, gl'italiani assalterebbero I’Austria sulla. Venezia, i Magiari e la Polonia insorgerebbero come un sol uomo; la Francia sul Reno, e nei cuore dell’Austria, in poco tempo deciderebbero di una guerra ih cui il trionfo de’ popoli e del nuovo diritto non potrebbe esser dubbio.

Noi non solo non temiamo la lega che con tanta magnificenza ci van ripetendo i borbonici, ma tenia; mo per fermo invece che se questa avesse luogo, sarebbe in più breve tempo risoluta la quistione italiana.

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Le notizie che ci arreca il telegrafo dalle nostre province seguono ad esser tali da farci sperare che in breve dapertutto sarà ristabilita la pubblica sicurezza. Ciò si deve all’energica azione della truppa regolare ed al buon contegno che in tutte le occasioni dimostra la Guardia Nazionale.

I briganti non hanno vantaggio che quando in gran numero assaliscono inermi villaggi per poi fuggire e inselvarsi alla vista dei soccorsi che accorrono dai vicini paesi. Ma le stragi e i saccheggi che commettono non tarderanno ad avere il condegno castigo, massime col mettere il ferro alla radice del male, cioè col distruggere quei covi donde partono gli incentivi a misfare. La Guardia Mobili si va con alacrità organizzando in tutti i circondarii, e già sappiamo esser pronte le compagnie di Catanzaro, Nicastro, Cotrone, Cosenza, Castrovillari, Rossano, Paola. Barletta, Avellino, oltre quelle già precedentemente formate. Le disposizioni prese dalle truppe francesi presso al confine per togliere ai briganti le comunicazioni col loro quartiere generale e tagliar loro la ritirata, contribuiranno potentemente a distruggere in breve la mala sementa. Nè influirà meno sullo spirito pubblico il vigilar che fa la polizia, la quale ha ornai nelle mani elementi bastevoli a scoprir le fila della tela ordita dai teneri amanti di un dispotismo che li faceva gavazzare; ed in conseguenza di tali scoperte molti preti, poco reverendi, molti ufficiali del disciolto esercito ed altre persone notabili sono assicurati al poter giudiziario.

A questo proposito diremo che il Luogotenente-generale vuole che la magistratura adempia con zelo e prontezza il suo dovere e non si menino in lungo le cause; epperò una circolare del Segretario generale di Grazia e Giustizia raccomanda agli organi del Pubblico Ministero a invigilare perché tali voleri abbiano esecuzione, e tutti i giudici siano' al rispettivo posto e procedano con sollecitudine alle istruzioni e ai giudizii, soprattutto nelle cause politiche. Sotto il quale riguardo è molto da lodare la Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro che in. sette mesi; ha trattato 2275 cause riguardanti 5172 imputati, delle quali da aprile a luglio 22 cause politiche con 131 accusati.

Prima di uscire dalle nostre province, troviamo. notevole che alcuni giornali, e qualche scrittore per proprio conto, sono in questi ultimi giorni ritornati; sul voler fare di Napoli la capitale d’Italia finché si abbia Roma; e questo dicono appunto n?l momento in cui tutte le notizie, che si tappa intorno alla quistione romana sembrano convergere ad una non lontana favorevole soluzione, lasciando stare il merito della proposta che ogni uomo ragionevole può esaminare da sé, ci pare che se altro, il momento di mettere in campo queste pretensioni prive di fonda; mento e. di ragion sia scelto con pochissima, assi niuna opportunità.

I nostri lettori già conoscono i motivi che, si hanno per credere ad un probabile sgombro delle truppe francesi dal territorio ancor soggetto di fatto al papa; e gli ultimi giornali e gli ultimi telegrammi nulla ci recano che valga a diminuire una siffatta credenza.

L’imprestito va a vele gonfie, e le soscrizioni hanno oltrepassato i mille milioni sicché sarà necessaria una riduzione proporzionata. Non sappiamo se i nemici d’Italia riuscirebbero ad ottenere un successo simile, se a Roma o a Vienna fosse aperto un prestito di cinquecento milioni.

Niente d’importante par quel che riguarda le altre nazioni, se né togli il discorso di chiusura del parlamento inglese, in cui si dicono parole di simpatia per la nazione italiana. Del resto nulla della quistione ungarica, nulla della congiura scoperta a Pietroburgo, nulla dell'accordo che vuolsi conchiuso fra le potenze nordiche, e non si hanno ancora ragguagli, intorno alla sconfitta toccata dai federali a Manassas negli Stati-Uniti. Gli occhi dei politici sono ora rivolti a Chàlons, e noi speriamo che colà l’imperatore dei Francesi si stringa col re di Prussia colla stessa cordialità con cui ha abbracciato il re di Svezia a Parigi.

GL’IMPIEGATI

Tutti sanno quanto siasi scritto intorno a questo tema. Noi non vogliamo discorrere del numerò infinito de'  postulanti, del modo onde il governo doveva accogliere le loro domande e riformare le amministrazioni, di quelli fra gl’impiegati che doveva tenere o mandar via: tutte queste son cose che darebbero argomento a lunghe parole. Noi vegliamo per vece dar la spiega di un fatto che interviene ogni giorno.

Quando i borboni tenevano la trista signoria di queste contrade, se ti veniva fatto di flettere il, piede in una publica, amministrazione, vedevi gl’impiegati che silenziosi si guardavano l’un l’altro, quasi temessero tradirsi, a certi che una. spia non mancava in quelle officine che i sospiri e le parole avrebbe notate e riferite a chi non avea per abitudine il perdonare. Allora era un elogio, un panegirico perenne dell’amato padrone, era un discorrere frequente delle dolcezze provate nell’incontrare per via il caro aspetto; era un eterno alleluja delle amministrazioni, con la certezza poi che ognuno di quegl’impiegati odiava, cordialmente il suo vicino e si brigava né punto né poco degli amati padroni. Era una vita di finzioni, d’inganni e di simulazioni. Oggi per vece se ti capita di andare in una publica amministrazione. trovi la scena: mutata. Quegl’impiegati così agnelli, oggi han l’aria di leoni e di pantere. Ieri eran tutti mansuetudine, oggi reputano unica loro virtù il parlare da mattina a sera contro il governo e le nuove amministrazioni.

Noi non vogliamo cercare di scovrire se abbian ragione o torto a muovere que lamenti, ma certo nessuno vorrà reputarci governativi, se diciamo che ognuno il quale assume l'obbligo di servire un governo, deve di necessità non calunniarlo, e metterli pubblici uffizi e dare al popolo lo spettacolo di coloro che dovrebbero esser più grati per vece mostrarsi nemici implacabili del governo.

E pure la maggior parte di questi impiegati borbonici furon premiati, accarezzati. Abbiam visto alcuni ne’ dicasteri che da anni e anni traevano una vita di miseria ed il governo borbonico dava loro pochi carlini al mese, abbiam visto questi alunni avere un soldo col quale possano onorevolmente trarre la vita, e li abbiamo intesi gridare e strepitare contro il governo che non ha dato loro anche di più e dire che per loro la vita era più lucrosa sotto l'antico regime.

Volete la spiega di questo fatto? Eccola.

Le amministrazioni per lo passato erano una vera ladronaia. Un capo di uffizio, un impiegato qualunque poteva esser certo che oltre il soldo apparente vi era il nascosto; vi erano i guadagni consentiti ed approvati dal governo, il disbrigo degli affari ed altro, e bastavano a fare andare in cocchio l'usciere e il più umile impiegato del Ministero. Son fatti a tutti noti. Oggi con la libertà non si può rubare senza che il furto non venga a cognizione del pubblico, senza che non sian noti gl'illeciti guadagni e la pubblica opinione non li condanni e spesso la giustizia non ci metta le mani.

La manna ch'è mancata fa gridare questi impiegati più di quanto non avrebbero fatto gli ebrei nel deserto.

IL NOSTRO MUNICIPIO

Il nostro Municipio a maggioranza di voti ha approvato che si contragga un prestito di 2 milioni e mezzo, onde si possa sopperire alla mancanza del danaro e si possa metter mano al lavoro di publica utililà. Non possiamo non lodare la deliberazione del Municipio. Sappiamo dall'altra parte che molti utili progetti sono stati presentati da nostri ingegneri, e ci gode veramente l'animo in vedere come nel nostro paese si vada ridestando l'attività e lo spirito di associazione. Quando Napoli potrà mettere a profitto tutte le immense risorse ch'ella ha, quando il nostro popolo educato intenderà che tutti debbono lavorare, che il lavoro è un capitale immenso, allora Napoli si vedrà veramente in tale floridezza da far intendere a più vaghi delle autonomie, che niente vi è di più grande per la ricchezza de'  popoli, che la libertà. I nostri concittadini dovrebbero ricordarsi che per questo spirito di associazione e di libertà, per questo a more al lavoro ed alle grandi intraprese, gl'Inglesi oggi trovansi a capo del mondo commerciale e in meno che un secolo da 9 si sono moltiplicati sino a 20 milioni di abitatori.

Vorremmo che il municipio nell'approvare gli utili progetti si mostrasse pari alla sua nobile ed alta missione.

IL MINISTERO

– Leggesi nella Nazione:

Noi pure crediamo che le voci di una mezza crisi ministeriale, con tanta insistenza diffuse in questi ultimi giorni, altra causa non abbiano che il desiderio di coloro che vorrebbero che accadesse.

In questa credenza ci confermano il nostro privato carteggio, il linguaggio dei giornali che hanno voce di esser meglio informati, e più che altro, il complesso delle circostanze in cui trovasi l'attuale ministero.

Infatti è noto a tutti come il barone Ricasoli, assumendo la direzione delle pubbliche faccende, egli che poteva dirsi come il capo della maggioranza, prese in faccia al paese ed in faccia all'estero l'impegno morale di farsi continuatore della politica, che il conte di Cavour aveva lasciata, diremmo quasi, in retaggio alla nazione.

Il sentimento di rassicurare le popolazioni, e di dare ai nostri amici ed alleati una garanzia dei nostri intendimenti fece porre in disparte ogni questione che non esigesse una soluzione immediata, e quasi per modo di un compromesso che faceva onore a tutti, noi vedemmo porsi d'accordo il barone Ricasoli e il cav. Minghetti, sebbene non occultassero al Parlamento come sulla questione amministrativa vi fosse un punto che li divideva.

Il Parlamento fu grato ad entrambi di questo accordo, e mostrò evidentemente con solenni e reiterati voti, quale e quanta fosse la fiducia che egli riponeva nel attuale gabinetto.

A questo gabinetto accordò un imprestito di 500 milioni.

A questo gabinetto accordò la riscossione delle imposte prima di aver votato il bilancio.

A questo gabinetto accordò i poteri per riformare la pubblica amministrazione.

A questo gabinetto accordò larghissime facoltà per eseguire le grandiose opere pubbliche, che ora si tratta di compire in presso che tutte le provincie italiane.

I voti del Parlamento escludono qualunque primordio di crisi ministeriale, poiché costituzionalmente la sarebbe una cosa strana ed anche pericolosa che i poteri dati dal Parlamento ad un Ministero si sfruttassero da un altro. Ciò purtroppo è avvenuto un'altra volta, ma siccome l’esperimento non tornò a bene per nessuno, non pensiamo che ad alcuno venga in mente di rinnuovarlo

Ma vi è di più. Non vi ha peggio che una dislocazione qualunque nei membri che compongono un gabinetto. Si comincia col mutarne uno, e non si sa dove si finisce. Ora cosa avverrebbe mai, se una vera crisi di gabinetto si pronunziasse? Accaderebbe che lo stesso credito dello Stato, a fede di coloro che collo Stato hanno contrattato si porrebbero a ben duro cimento. Cosa direbbero i capitalisti che hanno avuto fede nel ministro delle finanze, se egli compito l'imprestito si ritirasse? Cosa direbbero le grandi società di costruttori che hanno avuto fede nel ministro dei lavori pubblici, se egli, ottenuta l'approvazione dei contratti, ne abbandonasse ad altri la esecuzione?

Sarebbe poi stranissima cosa che si vedesse adesso una crisi ministeriale quando appunto le faccende napolitane si annunziano prossime a comporsi, quando il successo quasi favoloso dell'imprestito può dirsi un vero trionfo per il gabinetto, quando il paese attende che il ministro dell'interno valendosi dei poteri avuti dal Parlamento rechi ad atto quel primordio di decentramento che sta nel desiderio di tutti, e dal quale si spera possa ottenersi un migliore e più regolare andamento nelle pubbliche faccende.

Per tali considerazioni, ed in presenza di tali fatti, noi dobbiamo persuaderci che le voci di una prossima crisi ministeriale non possono avere in questo momento fondamento alcuno.

Diciamo in questo momento, poiché, da un giorno all'altro, potrebbe presentarsi una qualche circostanza nuova, che creando un dissenso nei membri del gabinetto, imponesse alla minoranza divergente il dovere di rassegnare al Capo dello Stato le proprie dimissioni.

Ma perché questo avvenga ci vogliono circostanze straordinarie e gravissime; e meno il caso di una urgenza assoluta che non ammetta dilazione, gli amici delle libertà costituzionali non possono che far voti, onde la soluzione di questioni nuove che si presentino improvvise sia aggiornata più in là che è possibile per evitare appunto una crisi ministeriale.

Imperocché non vogliamo tacere che le crisi ministeriali a Parlamento chiuso non sono del nostro gusto, come quel le che sogliono essere accompagnate da un lungo seguito d'intrighi che il Parlamento non può né sorvegliare né impedire. Così i rimpasti ministeriali avvenuti in questo modo non riescono mai di soddisfazione di alcuno.

Su questo punto noi sentiamo tanto più il bisogno d'insistere perché le voci diffuse di crisi ministeriale erano ne gli ultimi giorni accompagnate dalla indicazione di uomini, il cui ingresso nel gabinetto indicherebbe un assoluto mutamento di politica. E la cosa non potrebbe giudicarsi diversamente quando il barone Ricasoli, che compose il gabinetto per continuare la politica del conte di Cavour, si associasse uomini che questa politica hanno combattuta fino agli ultimi giorni.

Bastava a noi questa circostanza perché non potessimo restar fede alcuna a tali voci, che metterebbero il barone Ricasoli in contraddizione con sé stesso, in contraddizione della Camera, in contraddizione colla maggioranza del paese.

Non diciamo che un mutamento allo indirizzo politico non possa farsi, e non possa accadere. Diciamo bensì che ciò ha bisogno della presenza e del voto del Parlamento, né potrebbe mai farsi per iniziativa individuale e solitaria, ove non si volesse correre il pericolo di vedere spostata la maggioranza, o di dover ricorrere ad un nuovo appello al paese, che in queste circostanze sarebbe quanto mai improvvido il tentare.

Noi pertanto siamo d'avviso che qualora circostanze imprevedute e che ora non sappiamo immaginare imponessero, ad alcuno dei ministri attuali il dovere di ritirarsi, il presidente del Consiglio troverebbe facile il modo di rimpiazzare il posto rimasto vuoto, senza scostarsi dai riguardi dovuti alla maggioranza, ed ai precedenti parlamentari, e senza provocare una crisi maggiore di quella suggerita dalla stessa necessità delle cose.

È troppo palese che i moltiplici intrighi, i quali si ordiscono da qualche tempo, non hanno altro scopo che di separare il Barone Ricasoli dai suoi colleghi, per separarlo quindi dalla maggioranza, e porlo nel bivio o dell'isolamento, o di gettarsi in braccio a nuove alleanze.

Se non avessimo altro indizio di ciò, ci basterebbero le dicerie di certi giornali, che forse troppo presto sonosi af frettati a darci la chiave del segreto.

– ll corrispondente di Torino del medesimo giornale scrive sullo stesso argomento quanto segue:

E’ un grande agitarsi nel seno del terzo partito per raggiungere la sospirata meta del potere.

Voi conoscete già le candidature di questo partito; ma permettetemi di ricordarvele per rendervi più manifesto il significato di certe manovre.

Comprendendo che il barone Ricasoli è troppo forte nella sua posizione, che raccoglie il suffragio dell'immensa maggioranza del paese, che infine è, almeno pel momento, l'uomo indispensabile, lo accetterebbe bon gré mal gré per la presidenza del consiglio e per gli affari esteri. Rattazzi, il loro capo, dovrebbe prendere gli Interni, Pepoli le Finanze, Depretis i lavori pubblici, e Lamarmora la guerra; Cordova e Miglietti rimarrebbero al loro posto; per l'istruzione pubblica si accenna al senatore Matteucci, le cui idee politiche possono adattarsi coll'uno e coll'altro partito.

Dietro questo programma di gabinetto, essi proseguono un piano che non manca d'abilità.

Non attaccano tutto il governo in massa, ma danno battaglie alla spicciolata ora a questo, ora a quel ministro.

Da principio è toccato a Minghetti: naturalmente il primo a passare dovrebbe essere il Rattazzi, a tout seigneur tout honneur. I loro giornali proclamarono in tutti i toni che se Minghetti non dà le dimissioni, l'Italia è perduta; tutto andrà in iscompiglio; la rovina universale succederà alle speranze della rivoluzione, insomma fecero un quadro d'orrore, in fondo al quale lasciavano scorgere la scena delle rosee beatitudini che ci preparerebbe il ministero Rattazzi.

Se Rattazzi andrà in su le perfide regioni spariranno come nebbia al sole; San Martino tornerà a Napoli e si farà una gran conciliazione di tutti i partiti; cani e gatti addomesticati insieme comporranno una sola famiglia, sulla quale pioverà ogni mattino latte e miele.

Minghetti stette duro, e allora toccò a Peruzzi. S'inventò contro di lui la gran congiura ordita col Farini, con intervento di Napoleone III, che si prestava per compiacenza, come direbbero i cartelli teatrali, e venne il campo il favore del forestierismo nei servigii dei lavori pubblici, e tutte quelle altre belle cose di cui a suo tempo vi tenni parola. Ma nemmeno Peruzzi diede segno di lasciarsi smuovere.

La terza vittima fu Bastogi. Non c'è danno che questo povero ministro non avesse proponimento di recare alla pubblica finanza. Gli organi del partito parlarono come di cosa certa e constatata di contrattazioni profittevolissime allo Stato ch'egli rifiutò avvertitamente pel prestito e d'illeciti mercanteggiamenti coi suoi colleghi, i banchieri.

Ora è venuto il momento del ministro della guerra. Non volendo ferire il Ricasoli responsabile, si attaccano alla pelle del segretario generale Cugia; e vi so dire che lo congiano pel dI delle feste! Tutto questo chiasso si riduce, per dirla con Giusti:

A dir: esci di là ci vo star io.

Costoro però non s'accorgono di essere né più né meno che impossibili colla maggioranza del Parlamento e del paese che non vogliono saperne di piccole gare di personalità ambiziose; e i loro uomini diedero già troppe prove di capacità limitata, o di gretto spirito di parte, mentre il sistema lasciato in eredità dal Conte di Cavour all'attuale Gabinetto fece le sue prove gloriose, tali prove a cui l'Italia deve la sua rigenerazione.

Queste mie parole serviranno anche a me di professione di fede, perocché, a dirvi il vero, mi sembra che i signori del terzo partito, m'abbiano fatto troppe volte l'onore di citare le mie corrispondenze nei loro giornali, e non vorrei che si pigliassero equivoci.

ROMA E IL PADRE GIACOMO

Il Padre Giacomo ha"Roma e si trova già entro i confini del Regno, diretto alla volta di Torino. Il suo ritorno ci tranquillizza intieramente circa alla sua personale posizione. Non già che noi abbiamo mai prestata fede a certi assurdi racconti di maltrattamenti fisici, che se concordano coll'efferata natura dei preti romani, sono però impossibili nell'anno di grazia 1861, mentre àvvi in Roma una guarnigione francese, e a poche miglia li distanza la bandiera del re d'Italia; all'infuori di cotali maltrattamenti scandalosi, temevamo nel Padre Giacomo quelle vessazioni morali, contro cui non vale l'impiego di niuna forza esteriore. Quindi, ci congratuliamo di cuore col venerando frate, di saperlo uscito da quell'atmosfera che dev'essere veramente asfissiante per ogni valentuomo.

Egli non ritorna più alla direzione della sua parrocchia: ché, non potendo fargli di peggio i monsignori romani, si diedero il piacere di privarnelo, ma ritorna nel suo libero paese, fra gente che l'ama, e a cui egli è ora tanto più caro per la ricordanza dell'uomo sì grande e si amato, cui prestò gli estremi soccorsi della religione.

Se vessazioni materiali ha avuto a soffrire, egli potrà ben presto dimenticarle, e consolarsi col pensiero che gli avranno resa più meritoria la sua intemeratezza.

Non è quindi di ciò che vogliamo preoccuparci, ma bensì di una quistione d'alta moralità e che tocca l'universale dei cattolici.

Qual è lo scopo pel quale Padre Giacomo fu richiamato a Roma? - Quello di conoscere dalla sua bocca la storia degli ultimi momenti del conte di Cavour; di sapere se ha disconfessato la sua vita politica; se ha smentito i principii che ha costantemente professati; se fosse in base a cotali dichiarazioni che Padre Giacomo gli amministrava il Viatico.

In altri termini, la Corte romana voleva conoscere da Padre Giacomo la confessione del conte di Cavour, il rompere il suggello d'una confessione è uno dei più peccati che si possano commettere contro la religione. Eppure, egli è questo peccato che il capo della religione consigliava, comandava anzi al padre Giacomo di commettere.

La religiosità e la moralità della corte romana so no poste in chiara luce da questo episodio. Ora tutti i cristiani cattolici saranno avvertiti che quando c'è di mezzo l'interesse politico, Roma non conosce, né rispetta più alcun principio; la consorteria deve pre valere a tutto, alla ragione, alla morale, ai precetti dei sacri canoni.

E non si ha nemmeno il pudore di nasconderlo, ma come si trattasse della cosa più legittima e naturale del mondo, non si dubita di farne un oggetto di scandalo e di pubblicità.

Del resto, ciò non ha nulla di nuovo. La corte ro mana novera fra i suoi fasti l'invenzione peregrina delle assoluzioni pei peccati commessi e da commettersi in servizio della S. Sede.

Il rompere il suggello della confessione è un nulla al paragone! Però è bene che i fedeli siano prevenuti, perché sappiano ognor più qual uso possano fare i confessori, per obbedire agli ordini di Roma, dei secreti ad essi confidati. (Gazz. di Torino)

L'IMPRESTITO ITALIANO

– Leggesi nella Nazione di Firenze del 7 agosto: Il dispaccio telegrafico che ci è giunto da Torino e che pubblichiamo più sotto ci fa conoscere il resultato della soscrizione pubblica alla quota di 150 milioni dell'imprestito. Codesto resultato è assai più splendido di quello che dette l'imprestito per soscrizione privata. E se noi ci allietammo del prospero successo sortito dal nostro credito sul mercato europeo, ben più dobbiamo allietarci di questa prova di fiducia che al governo del re hanno offerto le popolazioni del regno.

Di fronte a queste testimonianze così solenni e così autorevoli non sappiamo davvero come possa ancora esservi chi sogni la distruzione di un ordinamento politico che ha avuto il suffragio delle case bancarie di tutta l'Europa, e che ora è stata novellamente confermato, quasi a modo di un secondo plebiscito, dal concorso delle popolazioni nell'imprestito.

Questa è una battaglia vinta nel campo della fede universale: è una battaglia che consolida il Regno d'Italia, vale assai più delle battaglie vinte cogli eserciti.

L'imprestito a soscrizione privata ci dette offerte per un miliardo; l'imprestito per soscrizione pubblica ci dà oltre un miliardo, perché certamente possiamo calcolare che ben 100 mila lire frutterà la soscrizione nelle provincie meridionali. Così alla domanda di 750 milioni corrispose un'offerta di 2 miliardi.

– Il fatto è tanto eloquente che è inutile spendervi sopra ulteriori parole.

Solo vogliam dire che non a torto noi per i primi asserimmo che la soscrizione pubblica avrebbe coperto l'imprestito.

Per quanto ci consta le sottoscrizioni all'imprestito de 500 milioni alle Casse della Depositeria di Finanze, e della Dogana di Livorno hanno sorpassato la cifra di 46,000,000 di capitale nominale.

– Ieri la sottoscrizione al prestito, che doveva essere chiusa a Milano alle 4 pomeridiane, per ulteriore ordine ministeriale non ebbe termine che a mezzanotte precisa, ed il risultato fu di italiane lire 173,488,000. Così Milano superava da sola di 23 milioni e mezzo la quota che era riservata per tutto il regno alla pubblica sottoscrizione.

Domani potremo dare le cifre precise delle altre città e provincie, le quali, per quanto fino ad ora ci consta, non rimarranno al di sotto di quanto si fece fra noi, per cui il prestito avrà assunto proporzioni così smisurate da superare quanti si sono contratte in questi ultimi tempi nei varii paesi.

(Notasi che molti fra i banchieri milanesi si erano già firmati per ingenti somme nella quota maggiore dell'imprestito riservata alla casta bancaria.)

(Gazz. di Milano del 6.)

– Lo stato delle dichiarazioni soscritte nella Real Tesoreria generale di Palermo nei giorni 30, 31 luglio e 1 agosto 1861, per l'acquisto di rendita 5 0|0 sul Gran libro del debito pubblico del Regno d'Italia, ascese a lire 29,330 di rendita pari a lire 413,553 di capitale, a cui aggiungendo le dichiarazioni soscritte nelle ricevitorie circondariali di Cefalù e di Termini si hanno lire 29,700 di rendita o lire 318,770 di capitale. Il 2 agosto le soscrizioni presso la Tesoreria generale ascendevano a lire 56,110, e in Messina a lire 2,800 di rendita.

NOTIZIE ITALIANE

– La Gazzetta di Torino pubblica la seguente lettera scritta all'avv. Piacentini, direttore del giornale, dal generale Fanti:

Torino, 6 agosto 1861.

Ieri al mio giungere costì, lessi diversi giornali che si occupavano di un decreto d'amnistia per ufficiali disertori, e delle ricompense date ai volontari per la campagna dell'Italia meridionale.

In quanto al decreto io non l'ho mai veduto, né alcuno me ne ha mai parlato, né fatto il minor cenno, benché io fossi presso S. M. come ministro della guerra, e suo capo di stato maggiore.

Riguardo alle ricompense, esse furono date ai volontari nel modo e nella misura che si sono date e si danno all'esercito.

Prego la di lei gentilezza a volermi favorire dell'inserzione della presente nel suo pregiato giornale.

M. FANTI

generale d'armata.

– Si legge nella Valtellina:

«Il giorno 28 luglio p. p. dalla truppa distaccata a Ti rano disertarono otto soldati, sei napoletani, un ravennate ed un cremonese. Dalle informazioni che si son potute raccogliere pare che questi sciagurati invece di entrare immediatamente nella Svizzera si sieno recati per la via di Mortirolo al Tonale. La strada che coloro seguirono per fuggire dalla patria fu lunga, difficile, perigliosa; dunque c'è stato chi li ha subornati, chi li ha diretti, sovvenuti di danaro e forniti di guide.

Siamo assicurati che col primo settembre si aprirà la ferrata sino a Forlì, purché altri nuovi impedimenti non vengano a procrastinare questo giorno tanto desiderato.

(Corr. dell'Emilia).

– Leggesi nel Corriere Mercantile del 6:

Giunsero da Napoli altri 300 circa tra refrattari ed ex militari, dalle faccie sinistre e dal vestito cencioso; la maggior parte de quali facevano parte delle orde brigantesche, e che poscia costituironsi alla forza o alle autorità dopo replicate salutari lezioni ricevute dai nostri soldati. Ci siamo presa la curiosità di parlare con due di questi sciagurati, gl'interrogammo sulle faccende di colà, e ci risposero di essere stati ingannati dai preti e da alcuni antichi loro capi, i quali avevanli assicurati che a Napoli era tutto preparato per ricevere Francesco II, e che gli eccitarono sempre alla resistenza, poiché gli assicuravano che i Piemontesi, quanti ne prendevano li fucilavano, che insomma Vittorio Emanuele (!) aveva mandato ordine di non dar quartiere. Perseguitati dai neri (i bersaglieri sono chiamati con questo nome dai Briganti) e dalle guardie nazionali, e circondati nel distretto di Avellino, deposero le armi (erano circa 120) e contrariamente a quello che loro era stato detto, non ebbero torto un capello, solo ebbero a sopportare qualche insulto dai borghesi transitando nei paesi. Ora sono avviati tutti a Fenestrelle, ove sono già parecchie migliaia.

– Il nostro ministro delle finanze partiva il 7 alla volta di Livorno, per trattenervisi alcuni giorni in seno alla propria famiglia.

– E stato segnato il decreto di nonnina del signor Mathieu a governatore di Messina.

– Ci scrivono da Roma, 4 corrente:

Da due o tre giorni si rinnova uno straordinario movimento fra i più caldi partigiani del papa e dell'ex-re. Molti legittimisti vennero di Francia e di Spagna; credesi vogliano tentare qualche colpo di mano.

- Siamo informati che con reale decreto in data 4 corrente venne stabilito l'uniforme delle diverse armi per gli ufficiali e bassaforza del corpo Volontari italiani (Opin.)

– La Monarchia Nazionale assicura che ieri furono arrestati a Chieri sei disertori napoletani.

– Scrivono alla Gazzetta delle Alpi:

Fu arrestato a Mondovì un individuo, che, col pretesto di vendere galanterie, cercava di far reclute pel Borbone fra i militare qui stanziati, portava con sé carte compromettenti, una vistosa somma di danaro e molte medaglie di Pio IX.

– Scrivono al Movimento da Roma, 3 agosto:

Il Papa va migliorando, a quanto pare, perché ha ripreso le sue quotidiane passeggiate ch'egli va anzi facendo assai lunghe.

I briganti qui si arrollano sfacciatamente, checché ne voglian dire i giornali pretini di qui. Il boia di Napoli e quel di Palermo sono i primi arruolatori. Costoro, come due sensali, stanno tuttodI al caffè del Biscione a Campo di Fiori e ingaggiano e pagano. Per le paghe giornaliere poi è in caricato il barone Trasmondi alla Farnesina, e nella superba sala di questo palazzo v'è ogni giorno la nota di quelli che hanno da essere pagati.

Queste cose sono pubbliche e si fanno sotto gli occhi della Francia. Chi non crede si porta in via della Longara in contro il palazzo Corsini ove esiste la famosa Farnesina, e dove potrà vedere quell'inetto disperato che è il barone Trasmondi darsi un'arione d'importanza–Già guardarobba ai palazzi Farnese e Farnesina, ora innalzato al grado d'in tendente generale della real casa.

– L'emigrazione triestina ed istriana fece pubblicare chi mesi sono sotto il titolo Trieste e l'Istria un eccellente opuscolo che propugnava il diritto di queste nobili provincie italiane a formar parte del regno di Vittorio Emmanuele.

Ora l'emigrazione stessa considerando che i diritti di Trieste e dell'Istria nella ricostituzione della Penisola non interessano solo gl'Italiani, ma entrano nel dominio della politica generale della situazione speciale delle due provincie di fronte all'Austria ed alla confederazione germanica, nonché per l'importanza europea del porto di Trieste, ha creduto utile di fare una traduzione francese dell'opuscolo, che ora venne edita coi tipi del Dentu. A guisa di prefazione vi sono stampate lettere del comitato veneto di Torino, con cui l'emigrazione veneta prende, diremmo così, questo opuscolo sotto il suo patrocinio.

–Il nostro ministro di agricoltura, industria e commercio ha nominato una commissione composta di sei membri, fra cui il senatore Plezza, Mosca e l'ingegnere Noè, per istudiare il progetto presentato da una società franco-italiana per l'arginamento del Po; operazione importantissima e di grande utilità al paese.

CRONACA INTERNA

— Nella situazione attuale del nostro paese è assai doloroso lo sciupo grandissimo che fa la nostra finanza per Pensioni di Ritiro. Molti potrebbero dire es sere quelle pensioni di giustizia che si debbono agli impiegati ritirati in considerazione dei servigi da loro resi allo stato. Noi non vogliamo entrare a disaminare se quelli furono veri e reali servigi, ovvero arti finissime per mezzo delle quali il Borbone ha potuto tanto crudelmente inferocire contro dei po poli di queste provincie italiane. Ma chi potrà affermare che sieno stati servigi resi allo stato le arti di un Carlo Dupuy, tenente colonnello, che con decreto del 1° aprile 1861 ha liquidato duc. 720, di pensione, di un Bartolomucci, che ha liquidato col decr. de 27 dicembre 1860 duc. 10, e di un nu mero grandissimo di uffiziali maggiori, o di altissimi impiegati per cui la Finanza sostiene una spesa esorbitante? Da una nota, che ci è occorsa di vedere abbiamo rilevato come a soli 126 impiegati si pagano dallo Stato duc. 82,029,50. Fossero costoro almeno grati a quei governo, che mensilmente offre loro un pane, e che avrebbe l'obbligo di toglier loro e dare a tanti poveri ed onesti cittadini, che non aspirano, non eccitano le popolazioni a tumulti, non formano liste di cospiratori, non arruolano briganti, ma corrono nelle file delle Guardie Nazionali per la difesa dell'ordine, e della tranquillità interna. Noi siamo stati presi da orrore nel leggere i nomi di molti di costoro già arrestati, e di molti che si dicono lati tanti. L'ingratitudine è il delitto più enorme che offende Dio e la Società. Noi insistiamo fortemente presso il governo, acciò vigili attentamente la con dotta di costoro, e appena saranno trovati rei di co spirazione, o complicati come che sia contro il governo, facciam voti che immantinenti sia tolta loro la pensione di ritiro. Pubblicheremo man mano tutti i nomi e le cifre di pensioni di ritiro che paga lo Stato, acciò i pensionati si guardino bene d'immischiarsi in cospirazioni contro lo stato, e serbino almeno una gratitudine per quel governo, che loro non fa mancare un pane.

– E' stato arrestato il famigerato borbonico Galizia, in casa del quale si sono trovati moltissimi ritratti di Francesco II, note di persone, che pagavano grosse somme di denaro per cooperare al felicissimo ritorno del borbone, e molto denaro destinato a tal fine. Quando regnava il Borbone il Galizia era esoso anche ai suoi amici per i modi goffi e plebei con cui era uso trattar tutti; oggi fattosi capo di chi raccoglie denaro e somministra ritratti odiosissimi all'universale ha giustamente eccitato lo sdegno di tutti.

– Con mandato della Corte Criminale è stato arrestato il già Consigliere Colombo con un suo fratello. Il Colombo girava per le case di tutti quelli, ch'e gli credeva poterlo aiutare nel riacquistare il perduto posto di Consigliere. Oggi che si vede arrestato con un mandato della Corte Criminale dà chiaramente una pruova della lealtà con cui intendeva valersi dell'opera de suoi bravi amici.

– Nel mattino del 4 andante una grossa banda di briganti vestiti da gendarmi borbonici tutti armati, invase il comune di s. Polo in Provincia di Molise.

Prima ad esser saccheggiata fu la casa dell'arciprete Rogati, il quale insieme al capitano della guardia nazionale ed al Sindaco vennero trascinati nella piazza e barbaramente trucidati. Tre altre case furono an che saccheggiate. Un sergente veterano avendo tentato di fuggire, fu preso e vestito da donna – poscia fu appiccato il fuoco alle sue vesti per modo che do po poco morì. La truppa è sulle tracce di questi assassini.

– La notte dell'8 andante da 15 briganti fu assalita la posta presso la Fontana della Regina nel territorio di Miano. Al postiglione furon tolti trenta ducati, l'orologio ed un dispaccio.

– Nel villaggio di Orsano presso Castellammare ieri entrarono i briganti; presero il figlio di Michele Teresiano Giordano e lo legarono su di un albero, Accorse tosto la Guardia Nazionale di Lettere e coi Carabinieri fu anche chiamata la truppa da Gragnano; ma i briganti erano stati più solleciti a prendere la fuga. Fu arrestato come sospetto un Raffaele Giordano.

– In Corato, provincia di Bari, la guardia Nazionale il giorno 7 andante procedeva in quelle campagne all'arresto di due sbandati incolpati d'omicidio; mentre eran tradotti in città, i popolani si avventarono sopra di essi e strappandoli a viva forza dalla Guardia Nazionale, li uccidevano esponendone al pubblico i cadaveri. L'atroce fatto non ha portato al tre conseguenze, ma è a deplorare che in una città incivilita avvengano di simili disordini. S'istruisce un rigoroso processo contro i promotori.

– Da notizie di Sora si raccoglie che Chiavone, dopo aver torturato per tre giorni un individuo che andato ad arruolarsi, era ritenuto come spia, finalmente lo fece fucilare il giorno 7 andante – La notte dello stesso giorno la truppa è uscita ed ha attactaco i briganti. Il fuoco durò dalle 4 alle 5 a. m. Si gnora l'esito dell'attacco perché la truppa non era ancora rientrata. Da Sora si vedeva il fuoco delle ca se che servivano di ricovero ai briganti e che dai sol dati sono state incendiate – La note del 9 fu rotto il telegrafo a un miglio da Sora, che fu subito reintegrato. Dicesi che i soldati abbian circondato i briganti e fatti varii prigionieri. Si sentivano ad intervalli colpi di fucile. Si erano spedite 40 Guardie Nazionali e 7 carabinieri a perlustrare la strada di S. Germano, ed altre pattuglie per arrestare gli sbandati.

RECENTISSIMA

– Questa mattina l'Intendente di Ariano con telegramma avvisava il Governatore di Avellino che Buonalbergo in provincia di Benevento assalito dai briganti opponeva energica resistenza, e che a quest'annunzio tutto Ariano voleva muovere in soccorso del paese assalito. Quell'Intendente ha creduto più opportuno riserbarsi la forza per difendere Castel franco che pure è minacciato. Il Governatore ha ordinato la mobilizzazione di 500 Guardie Nazionali, le quali oggi stesso son partite alla loro destinazione.

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Il Pungolo crede che noi vogliamo farla da Mentori. Non abbiamo mai aspirato a tanta gloria e a tanto onore. Il Pungolo crede che non siamo professori di logica; si appone al vero, la logica e l'ideologia sono di esclusiva proprietà del Pungolo. Vero è che il prelodato giornale sembra di esser forte nello studio di quelle argomentazioni che in logica si chiamano sofismi. Egli salta come un fringuello di palo in frasca, e per quanto tenti di porre ne giusti limiti una quistione, per tanto egli non ti risponde, o male a proposito.

Noi non abbiam fatto l'elogio né di Peruzzi, né di Bastogi, né di Minghetti: noi crediamo che tutti i ministri al mondo commettano degli errori, e pagheremmo al Pungolo tanto oro, se sapesse indicarci un ministro perfetto. Noi non dividiamo punto l'opinione pel Ministro Minghetti intorno alle regioni. Noi abbiamo detto solo che un corrispondente del Pungolo afferma che ne diversi Ministeri di Torino vi è un caos. Abbiam domandate le prove di questo fatto, ed il Pungolo ci risponde facendoci la disamina degli atti del Minghetti che governa col cannocchiale e col telescopio le provincie meridionali. Questo significa rispondere a quello che noi domandavamo? Il vostro corrispondente di Torino, abbiam detto al Pungolo, vi scriveva che Bastogi volea far l'utile più del capitalisti che dello Stato, a ragione del prestito, e quelle parole a un dipresso volevan dire che Bastogi non era sordo a favori, alle amicizie e forse anche ad altro. Ora il Pungolo ci risponde: Bastogi, ha il genio di fare un prestito con banchieri al 70, mentre ha una Nazione a cui si domandano 150 milioni e questa dà un miliardo. Or domandiamo la seconda volta, è questo rispondere alle nostre parole? In quanto poi a quello che dice il Pungolo per condannare il Ministro Bastogi, invero possiamo affermare che s'egli è forte in logica, l'economia non sono le acque su cui può con gran destrezza nuotare.

Noi dicemmo al Pungolo che quando il suo corrispondente di Torino gli scriveva che il ministro Peruzzi avendo avuto offerti tre progetti per fare un contratto di navigazione, due de'  quali erano ottimi ed un terzo pessimo, ed il ministro sceglieva piuttosto l'ultimo che i primi, il corrispondente del Pungolo volea dire che il Peruzzi non solo era un uomo inettissimo, ma che quasi quasi profitta del suo ministero. Or noi abbiam detto al Giornale, col quale abbiam l'onore della polemica, che quando si affermano di tai cose intorno ad un uomo, bisogna dimostrarle. Si può dire che un ministro non vale a nulla, ma un giornale onesto, qual è il Pungolo, non può far sospettare che un ministro cavi profitto dalla sua amministrazione senza allegarne le prove. Ed il Pungolo sapete come ci risponde? il Peruzzi, son sue parole, fa un contratto di navigazione con una casa inglese conosciuta per la scarsezza di mezzi di trasporto.

Con queste parole egli non risponde a quel che noi dicevamo, ma smentendo quello che avea detto il suo corrispondente, dà ragione alle nostre parole. Dipoi critica il Peruzzi perché ha fatto concessioni di strade ferrate per 99 anni ad altre case straniere, garentendo il 6 ½ per 0/0 sul capitale impiegato.

Ma è egli mai possibile che queste cose dica da senno il Pungolo? È egli mai possibile che critichi il Ministero di aver concesso a stranieri quando non vi erano nazionali che avrebbero fatte le strade; almeno i nazionali non si son presentati, e le strade si volevano presto anzi in un giorno? Dopo tante discussioni al Parlamento, dopo quanto ne ha detto la stampa di tutta Italia, vedere il Pungolo che viene ancora a ripetere antichi pregiudizi, ci fa credere che niente invero vi abbia di tanto poco utile agli uomini, quanto la storia.

Il Pungolo sorride delle nostre parole e della nostra polemica; ha appena la degnazione di compatire la nostra miseria, la nostra cecità, la nostra poca notizia delle cose.

Sia pure, ma se il Pungolo volesse poi vedere come anche coloro che non son professori di logica, sanno qualche volta ragionare, ci dovrebbe far la cortesia di venderci una collezione del suo giornale, e gli verremmo allora dimostrando come nessun peggior logico al mondo di colui che si stima professore di logica; gli verremmo a far toccare con mano in quante contraddizioni è venuto, quanti pregiudizii popolari ha spesso accarezzati, ed allora il Pungolo vedrebbe come sempre è al mondo intervenuto che i ciechi e i zoppi han stimato di avere le migliori gambe e i migliori occhi.

DISPACCI TELEGRAFICI Agenzia Stefani

E giunto (dove?) il Luogotenente del Re della Rovere colla Maria Adelaide. I legni da guerra inglesi e Francesi in porto gli resero gli onori dovuti. Fu ricevuto all'imbarcadero dal Municipio e dalle Autorità giudiziarie, civili e militari. La Guardia Nazionale e la truppa sotto le armi – i bastimenti in porto e la città parata a festa – S. E. sbarcato si è recato al Duomo e quindi al Real Palazzo.

Napoli 9 sera (tardi) – Torino 8 (2.50 p. m.)

Il Re onde ricompensare il Ministro Bastogi dei servizi resi in occasione del prestito gli conferi il titolo di Conte per sé e suoi discendenti. Lo nominò grande Ufficiale dell'Ordine Mauriziano.

Ragusa – La commissione per gli affari dell'Erzegovina ha cessato le sue funzioni. Omer à diretto un ultimatum al Capo de'  Montenegrini. L'armata di Omer di 30 mila uomini concentrasi con intenzione di spingere rigorosamente le operazioni.

Parigi 8 – Patrie. L'Ammiraglio Inglese ha deciso di aumentare di quattro navi da guerra la divisio ne sulle coste occidentali di America.

Si assicura che l'intervisto dell'Imperatore col Re di Prussia avrebbe luogo il 6 ottobre a Strasburgo.

Napoli 9 (sera tardi) – Torino 9 (11:10 a.m.) Pest 7 – Lettura dell'indirizzo. La Dieta respinge il Rescritto – dichiara che l'Ungheria, non riconoscerà l'imprestito. Il Consiglio dell'Impero nel la sua risposta dichiara rotte le trattative – considera sospesi i lavori della Dieta, finché non verrà riconosciuta la Costituzione. L'indirizzo è adottato ad unanimità – applausi dei Deputati e del pubblico.

Napoli 10 – Torino 9 / 4, 10 p. m.) Pest 8 – Nel progetto della risposta al Rescritto Imperiale l'Ungheria respinge la proposta dell'invio de Deputati al Consiglio dell'Impero.

Costantinopoli 8 – I quadri degli ufficiali sono ridotti – nome amministrazione degli ultimi Kiamis (a).

(a) il testo è intelligibile.

Roma 7 – Il Papa ed Antonelli reclamano presso Goyon che Giorgi sia posto in libertà. Govon riferisce a Parigi.

Napoli 10 – Torino 9 (7, 40 p. m.) Marsiglia – Roma 6 – La dimissione di de Merode è inesatta. Il medico dell'ospedale fu reintegrato. Il Cardinale Antonelli diede la sua dimissione dalla Presidenza della commissione dell'Indice.




Anno I – N° 10 Napoli— Domenica 11 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
LE NOSTRE FINANZE

I.

Fra i grandi avvenimenti di cui la storia contemporanea abbonda, è certo da mettere in prima linea quello stupendo e maraviglioso, della ricostituzione del Regno Italiano, di quel popolo che, dopo tanti secoli di scissure, di disgrazie e di oppressione si presenta per la terza volta al mondo, pieno di vigore e di giovinezza a riconquistare il posto che gli spetta tra le prime nazioni incivilite.

Questo avvenimento preconizzato dai più grandi ingegni di questa classica terra, inspirato nelle scienze, cantato nei poemi da Dante a Leopardi, elaborato dai più grandi politici, da Pier delle Vigne a Cavour, preparato coll’olocausto di tante illustri vittime, è oggidI un fatto, che ciò nonostante non è privo di quella poesia, o vogliam dire di quello splendore e di quella grandezza di cui tanti uomini illustri l’hanno circondato.

Ma la mente calcolatrice e finanziera, non si appaga dello splendere di questo avvenimento; e se il nostro cuore palpita di un indicibile contento all’idea della riacquistata nazionalità, e nel poter noi impune-, mente e con nobile orgoglio dire: siamo italiani! pure la mente speculatrice vuole investigare e conoscere quanta sia l’utilità che né consegue e né potrà, conseguire alla patria — Ecco dunque che dal campo della poesia e dell'entusiasmo, scendiamo in quello del calcolo e del mercato,. ciò che costituisce purnondimcno, il più importante soggetto da trattare.

È Indubitato, che l’unificazione di tanti piccoli stati deve necessariamente produrre un cambiamento radicale del sistema economico e finanziario di essi.

— Poiché quanto più grandi sono gli stati, altrettanto si rende possibile un maggior risparmio di spese: e per le condizioni economiche dicasi lo stesso, perché la circolazione della ricchezza vi trova minori impedimenti.

Infatti l’Italia, come era divisa in sette stati diversi, doveva mantenere a carico delle sue finanze sette corti diverse, sette rappresentanze e corpi consolari all’estero: sette amministrazioni centrali, o ciò che diconsi amministrazioni di stato; sette amministrazioni militari ed altre simili. All’opposto coll’unità vi è una sola corte, una rappresentanza, un corpo consolare all'estero, una sola amministrazione di stato, una amministrazione militare: e quindi vi è il risparmio di tutte quelle inutili ripetizioni che stavano a peso de'  contribuenti, ed a pura perdita per la Nazione.

Queste sono verità per sé medesime evidenti: poiché avviene degli stati appunto quello che avviene nel bilancio delle famiglie private: infatti è noto universalmente che un individuo isolato spende per sua sussistenza molto più di quello che vivendo in famiglia spenderebbe. É d’altronde, come per le forze fisiche cosi per le economiche, nell’unione consiste la maggiore potenza ed efficacia—Così senza l'associazione i piccoli capitaci resterebbero di poca o di nessuna importanza o inerii: mentre una quantità di piccoli capitali raggruppati, rende possibile l’effettuazione di grandi intraprese industriali.

— Se l'uomo isolato non può nemmeno vivere, e l'uomo in società fruisce di una parte della ricchezza generale, è chiare, dialetticamente parlando, che l’uomo sarà per tanto più ricco d opulento per quanto più grande è la società in cui i vive.

Non vi dev’essere dunque il minimo dubbio che noi entriamo a partecipare di uno stato ricchissimo ed il nostro avvenire finanziere ed economico si presenta sotto auspicii non favorevoli soltanto ma grandiosi. Le sette barriere doganali che separavan o a stento e marcavano anche contro la geografia, dei confini artifiziali, sono svanite, ed il commercio non sarà quindi innanzi obbligato a trovare uno sbocco limitatissimo nell’interno mercato di piccoli stati. Quindi la produzione trovando più facile sgorgo sarà più ampia e più generale: e perciò se da una parte l’avvenire si presenta favorevolissimo alla ricchezza privata aumentando il valore posseduto dai contribuenti, da un’altra parte, per la finanza si presenta sotto un aspetto veramente stupendo, poiché tutti i valori prelevati sulla ricchezza sociale per questo solo fatto si troveranno aumentati, e per effetto dell’Unità, una gran massa potrà essere risparmiata ed invertita, con gran profitto della. Nazione, in opere utili e produttive. e non venir sperperata come per necessità finora si è fatto: Per comprovare con documenti la verità di queste scientifiche previsioni, basta Osservare il bilancio delle provincie Napoletane per il 1861 in confronto di quello che era al tempo dell’autonomia, per esempio, del 1859. In esso già si ravvisa qualche significativo miglioramento, comunque esso non sia il risultato ch'è da aspettarsi, allorché il nostro bilancio particolare sarà completamente fuso col generale. E qui esporremo uno specchietto di statistico comparata per mostrare i primi benefici influssi che la nostra finanza né comincia a risentire:


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SPESE 1859 1861
PRESIDENZA 66,278 109,911, 34
AFFARI ESTERI    297,600
GIUSTIZIA 784,664 825,908, 00
ISTRUZIONE PUBBLICA 371,710, 06 543,499, 61
FINANZE 14,312,738, 00 13,264,188, 00
INTERNO, AGR. E COM. 1,384,033 1,773,470, 00
LAVORI PUBLICI   2,433,270, 91 6,306,040, 00
GUERRA 14,646, 214
MARINA 2, 313 000
POLIZIA 207,369, 20 757,811, 00
33,818,927, 17 23,646,183, 20
DIFFERENZA
SPESE in più in meno
PRESIDENZA 43,633, 34
AFFARI ESTERI 297,600
GIUSTIZIA 41,244, 00
ISTRUZIONE PUBBLICA 171,789, 53
FINANZE 1,048,550
INTERNO, AGR. E COM. 389,437, 00
LAVORI PUBLICI   3,872,769, 09
GUERRA 11,646,214
MARINA 2, 315,000
POLIZIA 550,441 80
3,069,314 78 7813,307, 364
in meno —10, 172, 743, 97
Si vede dunque che le provincie napoletane per il 1861 risparmiano per là Guerra, la Marina ed affari esteri, più di 16 milioni: mentre per l'amministrazione civile, l’istruzione pubblica, ed i lavori pubblici si spendono in di più oltre a 5 milioni. In altri termini la provincie napoletane risparmiando per questo anno le spese per l'esercito, per la corte e per la rappresentanza all’estero, né ottengono un’economia che si versa specialmente per l'istruzione, e per i pubblici lavori; ed è osservabile che la cifra di duc. 6 milioni e 306,010 che col bilancio del 61 si eroga per pubblici lavori, è una spesa favolosa, se si mette in confronto a quella che ci presenta la storia finanziera dell’ex regno.

Queste cifre non hanno bisogno di commenti, e bastano per sé sole a comprovare col fatto di quanta utilità finanziaria cominci ad esserci la nostra politica rigenerazione.

LA PAURA

Il dispotismo educa i popoli alla mollezza, alla corruzione, alla paura. Temendo di tutto e di tutti vede in coloro che si esercitano all’armi tanti nemici che vogliono distruggere il governo — Ponendo la diffidenza tra i cittadini rende impossibile ogni associazione, e gli uomini divisi son deboli e senza forze — Il popolo di Torino quando cento mila austriaci sono a poche miglia dalla città aspetta impavido il nemico, senza che il paese si agiti o gli uomini perdano la fede nel trionfo del principio che sostengono.

Presso questi nostri popoli per vece era proverbiale la paura. Non è già che l’individuo napoletano non sia valoroso al pari degli altri ed anco più, ma perché fu educato ad una vita molle ed orientale, ad amare i piaceri, fuggire la fatica, temere grandemente la morte. I popoli liberi son quelli che sanno ben morire nelle battaglie che si combattono in difesa della patria; i popoli schiavi per vece son quelli che veggono pericoli dove non ve né sono, che temono di tutto e di tutti.

Conviene che il popolo napoletano riacquisti la coscienza delle sue forze, e non si lasci vincere così facilmente dalle arti de’ nostri nemici.

Noi abbiamo visto che in quei villaggi dove poche G. Nazionali si sono strette fra loro ed hanno giurato di morire anziché darsi per vinti ai briganti, abbiam visto quei villaggi respingere le orde de’ masnadieri e vincere; mentre dove le G. Nazionali o i sindaci sono vergognosamente fuggiti, prima che il nemico si avvicinasse, là i briganti han gavazzato, ucciso e spogliato il paese.

Quanto meno danno e più poche vittime avremmo avuto se la paura, spesso irragionevole, non avesse avuto tanto imperio sull'animo de’ nostri concittadini? È intervenuto poi a questi sindaci e G. Nazionali codarde, quello che interviene sempre in questi casi, che credendo di salvarsi con la fuga, in cambio han trovato la morte dove credevano trovare la salvezza.

La paura ed il coraggio non s’infondono negli uomini con gli scritti, pure noi verremo pubblicando i nomi di tutti quei sindaci ed altri funzionari che codardamente fuggono dal loro posto.

NOSTRA CORRISPONDENZA PARTICOLARE

Torino, 8 agosto 1861.

Il signor Rattazzi, presidente della Camera dei deputati, è partito ierisera per Savona, doveva a fare i bagni di mare. Durante la sua breve dimora in Torino l'onorevole personaggio ha avuto molti colloqui col presidente del consiglio, col ministro dell'Interno e con altri consiglieri della corona. Il più completo accordo sulle quistioni di politica generale regna tra il signor Rattazzi ed il ministero: il dissidio versa sulla questione di ordinamento interno, sulla quale come sapete il sig. Minghetti e o sola o pressoché solo del suo parere, giacché il così detto sistema regi e è avversato e dal sig. Rattazzi e dal barone Ricasoli,

Com'era naturale il presidente della Camera si è preoccupato delle voci messe in giro da alcuni giornali intorno ad abusi, che alcuni onorevoli avrebbero commesso per i biglietti di circolazione gratuita sulle ferrovie. Per buona ventura pare cosa assodata che in quelle voci ci e poca esagerazione, e che i pretesi abusi di cui si - parlato si riducono in verità ad episodi da ride ad altro.

Posso pure accertarvi, che l'onorevole presidente della Camera non ha mancato di esprimere a pochi deputati napolitani (che trovansi a Torino e che si sono recati a doverosa premura di andargli a porgere i loro ossequii) il sentimento d'indegnazione e di disgusto che ha destato in lui l'annunzio delle sconce dimostrazioni fatte in Napoli a tanti rispettabili ed onorandi componenti della rappresentanza nazionale. Questo sentimento fu generale qui, allorché si seppe delle prime dimostrazioni di quel genere: è stato anche più vivo, allorché si è saputo che quella indecenza si è rinnovata.

Il ministro dell'interno è tornato da Bologna, e stamattina assisteva al consiglio del ministri preseduto da S. M. il Re. Dopo il Consiglio la M. S. ha ricevuto in particolare udienza il signor Königswarrer, deputato al corpo legislativo di Francia, il quale dopo avere egregiamente perorata in quel consesso la causa nostra, è venuto ora come banchiere concorrente all'imprestito a dare a quella stessa causa un attestato non dubbio della sua fiducia e della sua simpatia. L'accoglienza fatta dal nostro ottimo Sovrano al banchiere e deputato francese è stata oltre ogni dire bene vola e cortese.

La morte del marchese Centurioni, governatore di Bergamo, lascia un posto vuoto nell'alta carriera amministrativa. Si assicura, che in questa occasione non verranno fatte nomine ancora, ma che il ministero coglierà l'occasione per promuovere qualche vice-governatore. Quest'ultima carica, come ben ricordate, è stata abolita per una legge recente, e perciò il ministero è nell'obbligo di prov vedere al collocamento di coloro che la sostenevano finora.

È imminente la pubblicazione dei volumi degli atti della sessione legislativa del 1861. Questi volumi, che riproducono fedelmente le discussioni parlamentari, sono la risposta vittoriosa ed inconfutabile che la Camera dei deputati porge ai suoi detrattori.

IL P. VENTURA

– Scrivono da Parigi all'Italie:

Il P. Ventura, testé resosi defunto a Versailles, nacque a Palermo nel 1792. Professore primieramente presso i gesuiti di Palermo, più tardi si fece religioso teatino. La nuova filosofia cattolica lo annoverò tra i suoi; egli tradusse la Legislazione primitiva, e prese parte alla traduzione di L'essai sur l'indifference.

Nominato superiore dell'ordine, egli ebbe la direzione del Journal ecclesiastique, negoziò il concordato col duca di Modena, riconciliò il Papa con Chateaubriand, allora ambasciatore di Francia a Roma, e contribuì a produrre il riconoscimento della dinastia d'Orléans.

L'abate Lamennais lo attaccò vivamente nel giornale l'Avenir; il che non impedI punto al P. Ventura d'insistere presso il Papa, affinché questi usasse molti riguardi verso l'autore dell'Essai sur l'indifference.

All'assunzione di Pio IX, egli crede possibile l'alleanza del cattolicismo e della democrazia; egli pronunzia l'elogio di O'Connel. Nel 1848 egli è nominato dal governo siciliano ministro plenipotenziario a Roma. Da quel momento egli pensò all'organamento d'una vasta confederazione italiana, progetto che il celebre Gioberti combatté. Al generale Oudinot che lo consultava sull'opportunità d'un attacco contro Roma, egli rispose: «Voi renderete il potere papale presso a poco impossibile.»

Egli venne quindi in Francia, dove predicò molto eloquentemente nella chiesa dell'Assunta, alle Tuilerie, e dove egli scrisse delle opere ora serie ed ora amene, che ottennero molto favore. Tutti i suoi ultimi libri sono stati scritti in francese. Così la signora Isabella Rossi scriveva gli: «colle sue opere italiane ella appartiene a noi, colle sue opere francesi ella appartiene a tutti.»

UN AVVISO A CHI SPETTA

Il corrispondente dell'Opinione scrive da Parigi: Può darsi benissimo che la Francia sia disposta a ritirare i suoi soldati da Roma, ma è molto probabile che essa non voglia lasciar credere che la sua risoluzione sia dovuta alla pressione straniera.

Prima di richiamare le sue truppe la Francia, visti gli impegni contratti verso l'Europa, vorrà senza dubbio poter dimostrare a tutti i gabinetti che il papa nulla deve temere dall'Italia e che il governo italiano è in grado di proteggere il santo padre come lo proteggeva finora l'esercito francese. Ma perché questo argomento possa essere invocato con autorità è necessario che il gabinetto di Torino dimostri dal canto suo di aver forza bastante, a dominare tutti i partiti. La più lieve dimostrazione intempestiva potrebbe servire di pretesto ai nostri nemici ad esigere dalla Francia la continuazione della occupazione di Roma, come l'adempimento di un dovere, non solamente verso la Santa Sede, ma verso l'Europa intera.

Non state a pensare che io ragioni unicamente colla fantasia, che io mi lasci dominare da pensieri pessimisti, che purtroppo l'esperienza parla in mio favore.

So in modo da non poterne dubitare che quindici mesi or sono, prima che Zambianchi invadesse il territorio romano dalla parte della Toscana, il duca di Gramont aveva annunziato al santo padre la partenza del corpo di occupazione, e che erano già incominciati i preparativi della partenza, quando il tentativo di Zambianchi venne a far mutare la decisione dell'imperatore ed i nostri sodati rimasero a Roma.

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CHE SI FA A ROMA

–I Gendarmi papali,fra le altre cose, devon tener dietro anche ai ragazzi che i Gesuiti, cacciano dalle scuole e denunciano alla Polizia come cospiratori. L'altro giorno fu arrestato per ordine di Pasqualoni certo Innocenzo Silvagni di 10 anni, dopo fattagli una rigorosa perquisizione. Gli trovarono i bamboli del presepe custoditi gelosamente: Devo dire che i Gendarmi stessi al vedere il pretesto politico non si persuadevano di doverne operare l'arresto. I Gesuiti lo avevano espulso, con altri giovinetti, dalle loro scuole perché faceva complotti e ordiva sedizioni!

– A Giorgi fu trovato un foglio d'istruzioni per dirigere la reazione negli Abbruzzi. Gli si dava facoltà di creare uffiziali, con promesse di riconoscerne i gradi se l'operazione riuscisse, se no si compenserebbero in danaro. Ingiungevasi il saccheggio delle case dei liberali, di ordinare alle bande di tormentare i piemontesi e ritirarsi poi nel territorio pontificio per tornar da capo ad ogni occasione. Capirete che queste istruzioni gli venivano dal Quirinale, e di fatti vi è scritto che al Quirinale dovesse egli indirizzare i rapporti. Da altri arrestati col Giorgi risultano gli arruolamenti da loro fatti in Roma. Ma la sera dell'arresto di Giorgi si tenne congresso dal general Clary. Fu deciso di proseguire.

È giunto giovedI in Roma l'arcivescovo di Napoli portato a Civitavecchia da un bastimento da guerra italiano. Il comandante del bastimento fece dichiarare all'autorità papale che se non gli era permesso di avanzarsi sino al porto a bandiera spiegata egli avrebbe tirato innanzi e condotto il cardinale a Genova. Il delegato dovette ingoiar la pillola. In un momento la città fu tutta sul porto a salutare i sospirati tre colori.

– È stato stampato nella stamperia segreta del Vaticano un programma intitolato Gl'Italiani agl'Italiani colla data Genova 2 agosto e firmato Il Comitato della Confederazione L. S. V. G. R. A. C. N. In esso si fa l'apologia di Pio IX e Francesco II leali italiani, si dice che non è colla demoralizzazione, coll'omicidio, col ladroneggio, colla vendetta, col rovescio della religione che si unisce un Paese, e quindi si propone che la voce degli Italiani giunga al generoso Napoleone III, perché faccia rispettare il trattato di Villafranca!!! In verità che si crederebbe cosa da scherzo, se questa notte la Polizia papale non avesse fatto vegliare i suoi impiegati per fare dei pacchi diretti a molte persone in Napoli, nelle Marche e nell'Umbria; il che prova ch'essa la prende sul serio. I pacchi sono stati spediti questa mattina, in gran parte, col mezzo della posta ordinaria.

È un bel trovato del Comitato Sanfedista tramutatosi in federale!!!

(Nazione)

LA STAMPA FRANCESE E ROMA

– I fogli offiziosi di Francia con un'insistenza molto significante stimolano il governo a vendicare l'ingiuria che da monsignor di Merode fu fatta alla Francia. La destituzione di Merode riclamata dal Pays non pare soddisfazione sufficiente alla stampa liberale.

– In presenza dei fatti testé accaduti a Roma e dal contegno preso dalla stampa governativa, i fogli clericali sembrano perdersi d'animo prevedendo prossima una soluzione contraria ai loro voti: cosi, ad esempio, troviamo nella Gazzette de France le seguenti parole:

Le cose furono spinte sì lungi tra monsignor di Merode e il signor di Goyon, che non vi sarebbe nulla da stupire se apprendessimo quanto prima l'impossibilità di con ciliare le vedute, i sentimenti e l'attitudine del ministro della guerra colla parte che sostiene il governo francese a Roma.

– In un articolo del Siècle firmato Havin si legge:

«Oltre la soddisfazione dovuta al governo, una soddisfazione si deve all'opinione pubblica, e questa non può consistere che nella soluzione della questione romana così vivamente desiderata. Calcolo fatto di quanto ci costò l'occupazione di Roma in dodici anni, troviamo che si è speso poco meno di un Milione. Quante grandi cose sarebbesi potute fare in patria con questi danari! Con esso potevasi rigenerare la nostra istruzione elementare, preservare il paese dal flagello delle inondazioni: eseguire utilissimi lavori.

E che ci rimarrà per la protezione accordata a cardinali? Il ricordo della commedia che durante dodici anni ci recitarono. Se la Francia è abbastanza ricca per pagare la sua gloria, essa non lo è tanto che basti per pagare i tradimenti orditi contro di lei. Troppo lungo tempo fummo zimbello di gente che sotto la porpora nasconde le più esecrabili passioni. L'opinione pubblica esige che loro si dimostri quello che la Francia vuole in Italia e nel mondo intiero.

La Francia vuole che il regno d'Italia abbia la sua capitale naturale ed incontestata; che il sovrano pontefice circondato dagli ossequii della cristianità, mantenga la sua sede in Roma e con piena indipendenza e libertà vi eserciti i suoi poteri spirituali che dal potere temporale non ricevettero lustro mai, mentre invece per interessi meramente mondani si trovarono soventi compromessi. In Italia la Francia vuole la pace e l'ordine colla libertà: in Europa vuole che si dieno ai popoli legittime satisfazioni, onde si evitino nell'avvenire sanguinosi sconvolgimenti. Essa non può soffrire che il governo da lei protetto dia l'esempio della più deplorabile duplicità, sovratutto dacché questo governo vantasi di rappresentare i santi interessi della religione. Se la Santa Sede ha motivo di lagnarsi della Francia, lo proclami ed esponga le sue querele: non ricorra a spedienti che rivelano i suoi ignobili livori e sovratutto non insulti coloro a quali deve la sua esistenza.»

– Il corrispondente dell'Opinione così scrive da Parigi:

Il Journal des Débats stampa oggi nella sua rivista po litica alcune considerazioni relative alle conseguenze del dissenzo tra il generale Goyon e monsignor de Merode, le quali concordano pienamente colle informazioni che io ho potuto raccogliere. La quistione romana ha fatto un gran passo, ma non ne è ancora imminente la soluzione, ed il linguaggio concitato de’ giornali ufficiosi di Francia tende a due scopi: l'uno, quello di preparare l'opinione pubblica; l'altro, quello di costringere il Pontefice a cangiare i suoi consiglieri. Non so fino a qual segno il governo dell'imperatore Napoleone possa sperare che, allontanati alcuni de'  più focosi campioni del legittimismo, la corte di Roma sia per essere più arrendevole ai consigli di moderazione, e più disposta ad entrare in trattative col governo italiano. In ogni modo, dopo che sarà andata fallita anche quest'ultima prova il governo francese non avrà alcuna buona ragione da addurre in giustificazione della permanenza de’ suoi soldati a Roma, ed è in questo senso che io vi diceva la quistione romana aver fatto un gran passo.

Il barone Ricasoli dal canto suo considera l'ottenimento della nostra capitale come una necessità, segnatamente in quanto alla politica interna, ed il comm. Nigra ha ricevuto l'incarico di occuparsi con tutta la sua intelligenza ad ottenere una soluzione soddisfacente.

FATTI DIVERSI

– Dicesi che il signor Lamartine aveva scritto al celebre incisore Calamatta,romano, chiedendogli se volesse incidere il suo ritratto, come aveva fatto colla Sand. Cala matta rispose all'illustre poeta che in altre circostanze avrebbe egli stesso sollecitato un tanto favore, ma che gli era d'impossibile esito il ritratto d'un campione dell'Austria e del papa, nemici del suo paese.

– Scrivono da Taggia (Riviera di Ponente) in data 27 luglio:

«Ho a narrarvi un turpe fatto fratesco che in questa tranquilla e religiosa borgata ha prodotto un vero scandalo.

«Certo frate Cappuccino che, ai tempi andati, chiama vasi Filippo Anfossi, ma che in religione chiamasi fra Ambrogio, nativo di questi luoghi e residente a Roma, era tornato, dopo lunga assenza in patria, vecchio d'anni 67 ed in odore di santità. Tutti correvano a lui per benedizioni e consigli, fra cui molte done e ragazze.

«Volete lo scioglimento di questa commedia?

«Il giudice istruttore di San Remo spiccava in data 29 giugno un mandato d'arresto contro il frate Ambrogio per infami tentativi su fanciulle men che dodicenni. Alle prime non si credette, ma la verità venne in chiaro e le pinzocchere dovettero ricredersi.

«Ma intanto il frate non si trova. Una lettera di Roma mi narra ch'egli è tornato al suo convento laggiù, da dove sfida, sotto l'egida del Vaticano, la giustizia degli uomini. Codesto non recherà stupore a nessuno.»

– Il signor Gustavo Ponton ha inventato un apparecchio per volare, egli lo chiama Aerones; e da otto anni lavora a questo meccanismo per levarsi in aria. Il sistema di esso è fondato su leggerissime elici sul sistema di quelle di un battello a vapore, e di un timone che deve servire per ascendere e discendere e per regolare il volo come presso a poco le penne della coda degli uccelli.

– Risulta dai rapporti ufficiali dei governi inglese, francese e prussiano, concernenti il movimento dei viaggiatori sulle ferrovie e gli accidenti constatati sulle medesime che vi ebbe un morto sopra 4,500,000, ed un ferito sopra 381.000 persone: mentre calcoli analoghi instituiti nei viaggiatori trasportati in Francia dal 1846 al 1857 colle diligenze imperiali danno un morto sopra 355,163 persone ed un ferito sopra 29,872.

– La Gazzetta Crociata di Berlino racconta aver veduta una coperta di lettera venuta dall'America del nord, la quale caratterizza in modo veramente curioso le passioni di partito che regnano in quelle contrade ed il modo con cui si manifestano. Vi si vede a destra l'indirizzo ed il bollo postale; a sinistra tre piccole stampe colorate che rappresentano Jefferson Davis (presidente del sud) appesi ad una forca e una gabbia m cui sono racchiusi i principali de'  suoi amici, una bandiera di separatisti giacente a terra e calpestata da un fanciullo. In queste tre stampe si legge l'iscrizione: Fade of traidors (la sorte dei traditori).

– È autentica la notizia che l'imperatore Napoleone indirizzò una lettera di condoglianza al principe Ladislao Czartoriski in risposta all'annuncio della morte del principe Adamo.

Ma è noto che tale pratica non fu fatta che a riguardo della regina Cristina di Spagna, di cui è genero il principe Ladislao, e che la risposta imperiale non racchiude né una parola, né un'allusione politica, in onta a ciò che si vorrebbe far credere.

– Si legge nell'Independance Belge:

Una scoperta interessantissima è stata fatta recentemente a Strafford-upon-Avon. Trattasi d'un ritratto autentico di Guglielmo Shakespeare, preso dal vero. Wivel, nella sua opera sopra Shakespeare, dice che questo ritratto deve esistere, ma ignora ove bisogna far ricerche per iscoprirlo. Il signor Collins, che si occupa a ristaurare al cune pitture a Stra?ford-upon-Avon, ha scoperto un ritratto autentico di Shakespeare in un quadro che è stato chiamato sinora: «ritratto d'uomo barbuto.».

– Secondo le disposizioni prese Da Berlino la festa del l'incoronazione reale sarà celebrata con pompa straordimaria. L'incoronazione avrà luogo il 15 ottobre, anniversario della nascita del re defunto Federico Guglielmo IV, e l'entrata in Berlino il 18 ottobre, giorno anniversario della nascita del principe reale.

– Interrogato uno de più cospicui membri della dieta di Pesth su quali mezzi l'agitazione ungherese faccia assegna mento per raggiungere il suo scopo, rispose:

«Noi contiamo sull'unanime pertinace volere dei magiari di conservare intatti a qualunque costo i loro preziosi diritti, contiamo sulla subordinazione che il popolo ha fino ra mostrata verso quelli che dirigono il movimento, contiamo sugli imbarazzi interni dell'Austria, e non son pochi, contiamo infine anche noi... sovra un'eventualità non lontana.»

NOTIZIE STRANIERE

– Scrivono da Parigi all'Opinione:

Gli affari hanno preso una miglior piega ed i timori concepiti sulle probabili conseguenze della liquidazione del mese di luglio sonosi dileguati. L'abbondanza del denaro sui mercati europei e l'impulso dato agli affari del prestito italiano hanno contribuito in gran parte a questo migliore stato di cose.

Un sintomo evidente dell'abbondanza relativa del denaro e dei capitali disponibili si scorge nella diminuzione del prezzo degli sconti a Londra. Sono di molto diminuite le esportazioni di danaro per l'America, ed il corso de'  cambii sulla piazza di Nuova-Yorck indica che per ora non si riprenderanno operazioni di tal genere, almeno in proporzioni tanto grandi come per lo passato. Speriamo che il prossimo resoconto della Banca di Francia ci mostri un miglioramento della situazione anche in Francia.

ll prestito italiano troverà un vantaggio in questa abbondanza di capitali disponibili, e la abbondanza dei capitali reagirà alla sua volta sul movimento degli affari.

L'aspettazione del prestito italiano, che già durava da parecchi mesi, aveva senza dubbio trattenuto i banchieri ed i capitalisti da altre speculazioni. È questa sempre la conseguenza inevitabile della imminenza di una grande operazione di credito. Lo splendido risultato della negoziazione del prestito italiano ha già dato un forte impulso alla speculazione nella nostra borsa.

– Il medesimo corrispondente scrive pure:

Senza voler pretendere che l'imperatore Napoleone, creda essere già venuto il momento di richiamare i nostri soldati da Roma, mi sembra tuttavia che lo imperatore, al paro di Vittorio Emanuele e del barone Ricasoli, sia con vinto della necessità di una pronta soluzione e che quando questa soluzione richiegga il richiamo delle nostre truppe, esse saranno richiamate senza altro indugio. La Francia non si lascerà spaventare da considerazioni più di apparenze che di vera sostanza, del genere di quelle che già per troppo lungo tempo hanno reso sterile il buon volere del governo imperiale.

– Si assicura che il re Massimiliano di Baviera si porterà al campo di Chàlons con molti altri principi tedeschi.

– Una lettera da Berlino, del 1 agosto, ci assicura che il viaggio di S. M. il re di Prussia, di cui s'annunziò per il 25 l'arrivo al campo di Chàlons era ritardato. Secondo le voci che circolavano, non si credeva che il re potesse partire prima dell'otto o del dieci settembre. (Patrie.)

– Il conte di Quatrebarbes, governatore durante l'assedio di Ancona, diresse da Parigi una lettera al Pays colla quale dichiara che esso sin, dal momento della capitolazione, rientrato in Francia, non fece più ritorno in Italia, e che quello che venne arrestato a Napoli, è suo nipote il marchese di Quatrebarbes.

– Si legge nel Moniteur Universel, del 4 agosto:

L'Imperatore, l'Imperatrice e il Principe Imperiale han no lasciato Fontainebleau oggi ad un'ora, per venire ad abi tare il palazzo di Saint-Cloud.

– Il ministro dell'istruzione pubblica e dei culti ha di retto la circolare seguente ai monsignori arcivescovi e ve scovi:

«Parigi, 3 agosto 1861.

«Monsignore,

«La festa dell'imperatore conterà tra qualche giorno un nuovo anniversario, e inviterà le popolazioni ad unire le loro preghiere e i loro voti per il sovrano che veglia con tanta sollecitudine sui loro più cari interessi. Non contenti d'accrescere ogni giorno la prosperità del paese, S. M. mantiene con fermezza le nostre gloriose tradizioni. Dei trattati aprono le estremità dell'Oriente alla civiltà dell'evangelo; le nostre flotte assicurano una protezione efficace ai cristiani di Siria, e in uno atto solenne, il santo padre ringrazia la nostra armata dell'appoggio e della sicurezza ch'essa gli dà.

«Restano ancora, senza dubbio, gravi difficoltà a vince re, ma la loro soluzione dev'essere l'opera d'una politica paziente, leale e misurata; e dessa appartiene soprattutto alla Provvidenza, di cui non potrebbe precipitarsi l'ora. Do mandiamo all'Altissimo di continuare la sua divina assistenza alle LL. MM. 11 e d'assisterle nel loro costante pensiero per la pace delle nazioni, per la felicità e dignità della Francia.

«Io non farò dunque, monsignore, che rispondere alle vostre intenzioni, pregandovi, secondo le nostre consuetudini, di compiacervi ordinare che un Te Deum solenne, seguito dalla preghiera per l'imperatore, sia cantato il giorno dell'Assunzione in tutte le chiese della vostra diocesi, al termine della messa parrocchiale.

«Io invito il signor prefetto a concertare con V. E. le misure che può reclamare questa cerimonia religiosa e nazionale.

«Aggradite, monsignore, l'assicurazione della mia alta considerazione.

«Il Ministro dell'Istruzione Pubblica

e dei Culti

«ROULAND.»

– Si assicura, dice l'Havas che il marchese Eginardo di Cavour, nipote dell'illustre ministro e primo segretario del la legazione italiana a Parigi, era alcuni giorni fa a Vichy.

– Si pretende che le disposizioni della corte di Prussia verso il regno d'Italia si facciano di giorno in giorno migliori, e che l'inviato prussiano a Francoforte abbia ricevuto or dine di opporsi ad ogni mozione ostile all'Italia che si facesse nella dieta. A Francoforte, in ricambio si sarebbe costituito un comitato per inviare a Francesco II un gruppo d'onore, che gli sarà offerto a nome dei partigiani del diritto divino.

– Il rappresentante prussiano a Francoforte, M.r di Usedom, ebbe l'ordine di opporsi ad ogni dimostrazione ostile che si volesse promuovere in seno alla Dieta germanica contro il regno d'Italia.

(Havas)

–A Berlino si spera che il conte Bernstorff riconoscerà officialmente il regno d'Italia subito che avrà assunte le funzioni del suo ministero degli affari esteri.

– Si scrive da Berlino all'Independance Belge:

«Sino a qual punto i membri della confederazione germanica sono d'accordo fra loro per sapere se si manderanno i passaporti al signor di Barral, ministro di Vittorio Emanuele presso la dieta di Francoforte, o se questo pro getto non sarà che un semplice desiderio, ecco quanto non saprei dirvi.

«Quel che è certissimo si è che il governo prussiano eviterà per parte sua qualunque atto in questo senso della confederazione, e adoprerà tutta la sua influenza per impedire qualsiasi ostilità che in questo momento si volesse dirigere contro l'Italia. D'altronde l'assemblea federale di Francoforte non prenderà così facilmente una risoluzione decisiva, sebbene vi sia nel suo seno un grandissimo nu mero di rappresentanti di governi che portano un odio irreconciliabile all'Italia.

«La Prussia, non se ne può più dubitare, dietro le dichiarazioni dello stesso re, manterrà i suoi principii liberali nella politica estera ed interna, e, ad onta della pressione dell'Austria o di altri stati, essa non vi rinunzierà per non mettere a repentaglio a un tempo i propri interessi e quel li della Germania.»

–Praga la notte del 2 fu nuovamente il teatro di un grande tumulto; v'intervenne la forza armata e vi avvennero importanti e numerosi arresti. Il popolo demolì parecchie Case.

–l'agitazione della Polonia va ognora crescendo, e, secondo una corrispondenza della Gazzetta d'Augusta, il go verno sta per prendere nuove misure di terrore. Le investigazioni fatte pei funerali di Czartoryski hanno rilevato che non solamente a Varsavia, ma anche in altre città fu posta sul catafalco la corolla di re.

– Scrivono da Pietroburgo 13 luglio all'Opinion Nationale:

Qui si parla molto della scoperta di un complotto che avrebbe avuto per iscopo la morte dell'imperatore e dei suoi figli. Vi prenderebbero parte parecchi personaggi alto locati.

Ecco i particolari che circolano su questo argomento. Da qualche tempo la casa di un funzionario che occupava un posto importante nella cancelleria imperiale, serviva di luogo di ritrovo ad un gran numero di persone, che vi si riunivano con diversi pretesti. Erano la maggior parte funzionari, ufficiali in disponibilità, proprietari fondiarii mal contenti delle ultime riforme, infine persone più o meno appartenenti alle diverse consorterie della corte.

Questa riunione divenne il focolare di una cospirazione in cui si decise di far perire l'imperatore ed i suoi figli. La notoria complicità di due dame alto locale lascia facilmente indovinare quale doveva essere il successore.

Il senatore C.., mettendosi per la sua carica al sicuro di ogni sospetto serviva d'intermediario tra i congiurati e parecchi distinti esiliati.

L'indiscretezza di un domestico della casa mise la polizia sulle traccie del complotto. Tuttavia l'inchiesta ordinata dall'imperatore ebbe luogo colla massima precauzione.

Parecchi che frequentavano la casa vennero destituiti, per cui si risvegliarono i timori dei congiurati, alcuni dei quali cercarono sottrarsi alle ricerche della polizia. Il senatore C.... divenne completamente pazzo.

L'imperatore ordinò tosto una perquisizione nella di lui casa. Nel mentre che vi si procedeva, giunse il colonnello A.... segretario d'una delle due dame compromesse: esibì un ordine, che gli ingiungeva di impadronirsi d'un tratto della corrispondenza del senatore. Dopo una viva contestazione, il direttore di polizia la vinse, sequestrò tutte le carte, dalle quali l'autorità conobbe le fila del complotto.

Le due dame lasciarono immediatamente Pietroburgo, con proibizione di mai più ritornarvi. Degli altri ignoro cosa ne sia avvenuto.

L'Imperatore parti per Mosce, ove lo condusse l'imperatrice a fine di ringraziare San Sergio che lo salvò dal pericolo.

– Leggesi nell'Opinion Nationale, del 1.º agosto:

Crediamo poter aggiungere alcune informazioni alla no tizia ancor vaga, data ieri sera dai giornali, d'una insurrezione nel Caucaso.

Gli Scerkessi, che si credevano quasi sottomessi dopo la resa di Sciamyl, hanno improvvisamente ripreso l'offensiva e battuto i Russi in tre scontri successivi.

Ciò che aggrava molto questa rotta si è che un reggimento di cosacchi-zaporeghi, faciente parte dell'armata attiva del Caucaso, è indicato da un dispaccio privato della più rispettabile sorgente, e di cui abbiamo avuto comunicazione, come avente dato segni non equivoci d'insubordinazione e rifiutato il servizio offensivo contro la nazionalità scerkessa.

NOTIZIE ITALIANE

– Avendo la somma delle sottoscrizioni pubbliche all'imprestito superato il miliardo di capitale nominale, mentre l'Amministrazione del tesoro sta raccogliendo quanto occorre per la definitiva riduzione.

Il ministro delle finanze con istruzione inviato oggi a tutte le Casse nelle quali fu versato il primo decimo ha in tanto ordinato che sieno restituiti senza indugio quattro quinti delle somme pagate a coloro che ne faranno richiesta, e che sottoscrissero per cinquanta lire di rendita, o per somma maggiore.

– Il generale Fanti partirà a giorni per assistere alle esercitazioni militari del campo di Chalons, dirette dall'imperatore. Egli sarà accompagnato dal cav. Mattei, luogotenente colonnello d'artiglieria e cav. Nobili, capitano di cavalleria. (0pin.)

– Leggiamo nella Gazzetta del Popolo:

La corte di Roma non avendo potuto riuscire ad ottenere dal Padre Giacomo le desiderate imposture, lo priva della sua parrocchia.

Ma il Vicario generale di Torino che vuole l'antico regno, e non riconosce il nuovo, potrà andare a cercare l'exequatur a Cipri o a Gerusalemme; e padre Giacomo resterà par roco a dispetto de'  suoi persecutori.

– Parlasi del prossimo arrivo a Torino del padre Passaglia; alcuni credono che venga per esporre certe sue idee di accomodamento ch'egli stima ancora possibile.

– Al ministero dei lavori pubblici si vanno prendendo le opportune disposizioni per agevolare i mezzi di concorso a Firenze per l'epoca dell'esposizione. Vi saranno corse straordinarie sulle diverse ferrovie che conducono a Bologna, e in questa città verranno organizzate regolari partenze di corriere celeri per Firenze. Per rendere poi vieppiù numeroso il concorso avranno luogo, in giorni prestabiliti, le così dette corse di piacere, con riduzione del prezzo del biglietto, sulle varie linee della ferrovia di Bologna.

– Con piacere abbiamo sentito che il ministro della finanza, il quale già da qualche tempo si occupa con alacrità del riordinamento doganale, voglia raccogliere a quest'effetto intorno a sé gli uomini che sono in Italia di maggior dottrina ed esperienza in quella materia, e che intanto ab bia chiamato da Napoli il direttore generale di quelle dogane, sig. Giovanni Manna, ben noto per le sue opere sul diritto amministrativo.

– La fregata Vittorio Emanuele ha imbarcato ad Ancona una brigata per la Calabria; la Costituzione ha trasportato altre truppe e venne destinata in crociera da Terracina fino allo stretto di Messina. Da Genova sono egualmente partiti alcuni squadroni di cavalleria e cinque battaglioni di bersaglieri. Le forze militari dell'ex regno di Napoli saranno così aumentate da dieci a dodici mila uomini, dei quali la metà saranno tolti dalla Sicilia, che essendo perfettamente pacificata e tranquilla può far senza di questo superfluo di forze, che condizioni analoghe a quelle di Na poli aveano reso necessario lorché si inviò colà il generale Della Rovere.

– L'organizzazione della nostra armata procede avanti co me può, dice il corrispondente torinese del Corriere Mercantile, non essendo la guerra che si fa nel Napolitano molto propizia per dare ai nuovi reggimenti quell'insieme necessario a truppe di linea: però nel ministero di guerra si lavora alacremente per fare quanto è possibile, e per preparare gli elementi necessari a rafforzare l'esercito attuale, e ad ampliarlo a misura che le nuove leve potranno raggiungere i reggimenti. I 35 mila uomini che si dovevano levare nelle provincie napolitane fra le antiche classi, per qualche tempo rimarranno ancora alle case loro, onde non dare coi refrattarii, che sarebbero stati piuttosto numerosi, nuove reclute ai briganti; ma, non appena quel paese sarà pacificato, ed i soldati sbandati saranno rientrati al dovere, si porrà mano a quell'operazione. Questi incidenti imprevedibili hanno incagliato non poco la nostra organizzazione militare; ma speriamo che fra poco ogni cosa rientrerà nel suo stato normale, che il nostro esercito potrà riposarsi dalle passate fatiche, e riordinarsi solida mente.

– Leggesi in una corrispondenza del Constitutionnel da Torino:

Il barone Ricasoli acquista ogni giorno maggiori diritti alla riconoscenza dell'armata e della nazione per le riforme tanto sagge quanto utili, ch'egli non cessa d'introdurre nell'amministrazione dell'armata. Vi ho parlato, nell'ultima mia, dell'ospizio degl’invalidi fondato a Firenze colla sua iniziativa, debbo ora parlarvi della medaglia ch'egli ha accordata ai primi mille compagni di Garibaldi che sbarcarono con lui a Marsala, come anche delle disposizioni sagge e concilianti da lui ordinate per evitare ogni sorta di conflitto tra l'armata regolare e i volontari, per ciò che concerne il saluto militare. Ora egli ha formato una commissione di cui si è costituito presidente per istudiare tutte le migliorie da introdurre nel regime del soldato a cui si vorrebbe assicurare uno stato di prosperità e di benessere proporzionato alle sue fatiche ed ai servigi ch'egli rende al paese.

Questa commissione ha già tenuto alcune sedute, e, sulla sua proposta, a far tempo dal 1.º agosto, si è portata la razione di carne dei soldati da 130 grammi a 200. Il soldato avrà egualmente in tutti i giorni o del vino o del latte. I corpi che non ricevono i loro viveri dall'amministrazione avranno diritto ad un accrescimento di soldo, a ragione di cent. 20 a testa. Gli è coll'aiuto di queste misure tanto necessarie quanto vantaggiose che il governo si popolarizza in mezzo dell'armata.

– Sono richiamati nel Veneto sotto le armi tutti i soldati che si trovavano alle loro case. Si predispone per una nuova leva. La gendarmeria vigila attenta sui giovani reduci, congedatisi dall'esercito italiano; pare che si voglia improvvisamente sorprenderli per mandarli in Germania ad ingrossare i battaglioni austriaci.

CRONICA INTERNA

— In Altamura ci fu un tentativo di disordine, che non riusci ad altro che a far stringere attorno al governo tutt’i cittadini onesti e patriotti. Ora l’ordine è interamente ristabilito senza essersi ricorso a provvedimenti repressivi.

— Otto briganti di Casal Cassinese han fatto sapere all’intendente di Sora che essi vogliono deporre le armi purché sia loro data libertà di far ritorno alle proprie case, promettendo di condursi bene e di assoggettarsi a rigorosa sorveglianza. Gli ha fatti ritirare; ma procede su di loro una istruzione penale. Se si troverà che essi sieno colpevoli di misfatti, saranno puniti severamente.

— A Picerno in provincia di Basilicata cinquanta briganti erano rientrati pacificamente nelle loro case, sicuri di avere in tal modo delusa la vigilanza della giustizia; ma la notte del 9 andante rimasero disingannati. Quaranta soldati di linea, ventisei bersaglieri e la guardia nazionale dello stesso paese ad un segnale convenuto li sorprese tutti contemporaneamente, ed arrestati li tradussero nel carcere di Potenza.

— A Benevento sono stati arrestati otto reazionarii ed un arruolatore.

— Nella provincia di Molise nessun fatto notevole.

— Le autorità di S. Martino, di valle Caudina, di Ospidaletto ed altri villaggi fanno sapere ad Avellino che sulle montagne e sul campo di Summonte si veggono briganti in gran numero, che han rubato, vacche e capre. ed inseguito i pastori e i guardaboschi fin presso i paesi minacciando di metter questi a sacco e fuoco. L’energico Governatore di Avellino ha già date le opportune disposizioni: le guardie nazionali di Mercogliano, Santangelo, Pietrastornina Cervinara e Pannorano già sono in armi, e disposte a scaglioni, incominciano a perlustrare i luoghi minacciati.

— L’organizzazione delle Guardie mobili procede alacremente in tutte le province, ed in alcune è già al suo termine. Nella provincia di Basilicata sono complete sei compagnie, cadauna di 100 uomini, ed ora si compie la settima: fra giorni sarà bello e pronto anche uno squadrone di guardie nazionali a cavallo.

— Nel comune di Squinzano in provincia di Lecce si è scoperto un comitato di cospiratori borbonici. Il capitano di quella guardia nazionale per provare le colpevoli mire di quella malvagia congrega ha presentato un elenco di trenta testimoni. Chi ii crederebbe? Soli tre né sono stati interrogati, ed il processo si è messo a dormire; eppure la reità è comprovata non solo dalle deposizione dei tre testimoni, ma anche dalla confessione di uno dei rei, il quale è, nientemeno, il giudice supplente del medesimo comune. Questo fatto, la carcerazione di alcuni reazionari di Brindisi, e qualche altro, antecedente fanno molto dubitare della fede politica delle prime autorità della provincia di Lecce.

RECENTISSIMA

— Pago e Pietralcina, in provincia di Benevento, sono state rioccupate dalle truppe dopo un breve ma serio conflitto. I briganti in numero di 400 e più, ignari forse della quantità dei soldati da cui erano circondali, rifiutarono di arrendersi. Il Comandante della truppa vedendo che alle sue intimazioni di resa si rispondeva con le fucilate, che già uno de’ suoi era morto e parecchi feriti, fra cui il maggiore Rossi, non indugiò a togliersi dinanzi quell’orda di malfattori facendoli mitragliare. Oltre ai briganti feriti se né contano 135 morti; ai pochi superstiti non è riserbata sorte migliore.

ELOGIO MERITATO

Il signor Raffaele Granata di Lucera in Capitanata, aulici ed onesto patriotta, merita gli elogi di tutti quanti sono amanti della causa italiana, pel coraggio ed abnegazione spiegata fin dall’inverno passato nella provincia, aiuta col suo braccio e co’ suoi mezzi il governo nella distruzione delle selvagge bande che infestavano quei luoghi. Noi promettiamo ritornare a parlare di lui più diffusamente; basti per ora questo semplice omaggio a quel generoso, augurandoci che il suo esempio venga imitato da’ ricchi proprietarii di tutte le nostre provincie. Chi si mostra. inerti: è indegno di esser cittadino del Regno d’Italia.

DISPACCI TELEGRAFICI

Agenzia Stefani

Napoli 10 (sera tardi) – Torino 10 (8.30 ant)

Pesth 9. La Deputazione del Magistrato Elettorale rallegrossi con Deak che rifiutò le serenate. La risposta partirà lunedì.

Vienna. Prevedesi lo scioglimento della Dieta. I partiti sono amalgamati.

Moniteur 10. Rassegna splendida. L'Imperatore fu salutato con calorose acclamazioni. L'Imperatore diede la medaglia militare al Re di Svezia, e al Principe Oscar.

Napoli 10 – (notte) Torino 10 (2, 46 p. m.)

Agram. Nella Dieta lettura dell'indirizzo dei rap presentanti dei confini militari che prendono conce do dalla Dieta, finché è interdetto di farlo verbalmente. – Voto e deliberazione con cui è dichiarata il - legale la maniera onde hanno proceduto i rappresentanti dei confini, e dichiarazione ch'essi dovrebbero essere richiamati.

Madrid. Il Giurì dichiara di non procedersi contro gli autori del programma democratico che domanda una Camera unica ed indipendenza della Chiesa.

Napoli 10 – Messina 10 (11, 45 ant.)

Ieri sera la città fu illuminata a festa – S. E. il Luogotenente del Re percorreva in carrozza le strade riverito da tutte le persone che incontrava. Si recò al teatro Vittorio Emanuele illuminato pure a giorno, ove fu accolto con fragorosi applausi.

Napoli 1 1 – Torino 10. (4 p. m.)

La Gazzetta officiale pubblica un dispaccio circolare di Ricasoli ai rappresentanti agli Esteri. Riassume la storia della sessione parlamentare – rammenta non esservi stati Deputati rappresentanti le opinioni e gl'interessi dei reggimenti decaduti. Le piit importanti deliberazioni furono adottate quasi unanimemente. Dopo morto Cavour il Paese, il Parlamento, il Governo hanno sentito il bisogno di stringere le forze tutte.......... (a)... malgrado che una parte rimanga in altrui balia. L'Europa vedendoci ordinati, armati, forti si persuaderà del nostro diritto di possedere l'intero nostro territorio, e della sincerità nostra offrendo alla Chiesa Indipendenza e Libertà.

La Gazzetta di Torino reca: la notte del 7 i carabinieri perlustravano Caprera – s'incontrarono ivi individui che fecero fuoco su di loro. Furono scambiati dei colpi e gl'inseguiti non furono raggiunti – rinvennesi un fazzoletto intriso di sangue.

(a) Il testo è inintelligibile.

- Napoli 11 – Torino 10 (6,30 p. m.

La Gazzetta del Danubio dice, che il Governo austriaco mostrerà energia e fermezza.

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MAURO VALENTE – DIRETTORE

Gerente responsabile EMMANUELE VACCARO

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Anno I – N° 11 Napoli— LunedI 12 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
LE NOSTRE FINANZE

II.

Si è sempre generalmente creduto, per il passato, che la situazione finanziera dell'ex Regno di Napoli, fosse floridissima, e da stare bene a confronto di tutte le altre in Europa.

Ma questa credenza era ad arte stabilita da quel governo; il quale se da una parte nascondeva al publico la vera posizione delle cose, da un’altra parte facea di sé i più alti elogi per la sua sapiente amministrazione.

Il fatto però mostra precisamente il contrario di quanto si potesse credere. Poiché se si considera per poco la situazione comparata degl’introiti e degli esiti effettivamente fattisi dalla Tesoreria dal 1848 in poi si vedrà che l’ultimo risultato pel 1859 è stato quello di produrre un disavanzo di duc. 31.610.460.64.

Certamente questo deficit sarebbesi anche di più aumentato se quel regno fosse tuttavia durato. Ed infatti esaminando la posizione del Tesoro al 1° Luglio 1860, cioè alla chiusura del primo semestre, si rinviene che un altro effettivo disavanzo in più di 6 milioni e mezzo di Ducati, si era di già prodotto.

Questo fatto prova ad evidenza che l'Amministrazione camminava a stento, e che la nostra finanza era meschina, gretta ed incapace di far fronte alle spese necessarie specialmente alla pubblica Istruzione ed ai publici Lavori.

Per la istruzione publica dal bilancio napolitano non si spendevano che appena 300.000 duc. e per publici lavori non altro che 2 milioni e mezzo. Mentre che si spendeva circa un 14 milioni di Ducati per il dipartimento di Guerra e Marina!

Or qui cade acconcio osservare che l'enorme somma relativa di 11.600.000 Ducati che annualmente si pagava per l'esercito dal 1848 a questa parte fa ascendere a più di 120 milioni di Ducati il prezzo che ci è costato quell'esercito, il quale non servendo affatto per guerra contro lo straniero ma soltanto per mantenere nella soggezione il popolo, pure è svanito al primo soffio della rivoluzione, dimostrandoci che quell'enorme somma prelevata dalla publica ricchezza, e non investita utilmente né in opere di publica utilità né per aumentare e diffondere la pubblica istruzione, è stata erogata pel corso di 13 anni unicamente per sostegno del despotismo borbonico.

Questo paese dunque non avrebbe giammai avuto né strade ferrate né aumento effettivo di pubblici lavori laddove fosse rimasto nella così detta autonomia.

In effetti non poteva il passato governo seriamente pensare a far costruire strade ferrate, come si è praticato per tutta Europa, col garentirne gl'interessi: dappoiché questa garenzia sarebbe costata almeno la somma annua di 6 milioni di ducati il che non era consentito, perché si sarebbe dovuto togliere dalla dotazione dell'esercito: e d'altronde il costante deficit annuale non lo permetteva.

Quindi si vedeva che un paese come il nostro il più sprovvisto di opere pubbliche di qualunque altro stato di Europa, se si eccettuano la Spagna e la Turchia, doveva pagare una somma così considerevole ogni anno per mantenere chi l'opprimesse, e nel tempo stesso non doveva avere giammai pubblici lavori.

Se infatti si esamina lo stato delle nostre vie di comunicazione si ravviserà immediatamente quanto funesta ci sia stata la nostra autonomia. Moltissimi comuni che sono a poca distanza tra loro non comunicano che per mezzo di un lunghissimo giro di altri comuni. Le tre sole strade che mettono in comunicazione i principali punti di queste provincie, se si osservano, sono deplorabilissime. La strada postale che da Napoli mena a Bari per Ariano, arriva a tal punto di sterminata e ripida altezza, che le vettore non possono praticarla se non dopo di avervi attaccati de’ Bovi per il corso di molte ore! Le vie di rapida comunicazione che sono la prima condizione perché la pubblica ricchezza prosperi, ed i capitali circolino, non solo mancano presso di noi, ma sarebbero sempre mancale laddove lo spirito della Nazione abbastanza forte nel suo diritto non avesse rovesciato il meschino edilizio di Ruggiero o di Carlo 3.° Noi vorremmo ancora che il Segretario dell’Interno pensasse ad accrescere e meglio organizzare il numero delle guardie di pubblica sicurezza. Converrebbe che avessero un capo esperto che li sapesse esercitare nelle armi, che fossero provvisti di carabine, e fossero in maggior numero per inviarne molti ne’ Capoluoghi di provincia. In questa guisa, quella istituzione potrebbe rendersi utile alla sicurezza de’ cittadini.

LA POLIZIA

Le notizie. più particolari intorno al brigantaggio ci narrano un fatto su cui bisogna porre attenzione.

ll'nucleo del briganti in tutti i luoghi è stato in piccol numero; ed in gran parte composto da evasi dalle galere e soldati sbandati. Intanto queste bande in un giorno sono cresciute in gran numero, hanno assalito un villaggio, lo han rubato di quanto v'era di più prezioso, e di poi queste orde in un momento sono sparite, e si son viste ricomparire in capo a qualche tempo.

Il fatto viene spiegato nella seguente guisa: — Come i briganti son giunti in mezzo alle campagne, hanno esortato i contadini a seguirli, istigandoli con la speranza della rapina, e con la certezza dell'impunità. Allora uomini e donne, fanciulli e vecchi scalzi e laceri han tolto le armi; coloro che non ne aveano, han preso una scure o una picca, ed in questa guisa, come locuste, si sono gittati sugli averi del cittadini.

Compiuti i furti ed i saccheggi, son tornati all'antico lavoro, certi dell'impunità e desiderosi di nuove rapine.

Questo fatto ci fa chiaramente intendere che a volere estirpare il brigantaggio, non conviene solo combattere con la armi tanta stupida e feroce plebe, ma conviene ancora che il potere della Polizia sia vigile, e le leggi abbiano la loro attuazione; conviene che al più presto in tutti i circondari delle nostre provincie, siano inviati quegli ottimi carabinieri che tanto zelo ed amore mettono nell'adempiere i propri doveri; è necessario infine che al più presto possibile siano inviati nel Circondarii dove ancor mancano i delegati di Pubblica Sicurezza.

La Polizia, siccome è oggi organizzata, non pare che sia molto vigile potere: certo i borbonici hanno avuto modo di raccogliersi e di cospirare per lungo tempo, di provvedersi in gran copia di armi e di munizioni senza che la polizia ne avesse saputo nulla, o almeno troppo tardi quando i fatti stavan o già per compiersi. Noi vorremmo che il Segretario dell'Interno pensasse seriamente a queste cose e vorremmo ancora che gl'Ispettori delle Sezioni di Napoli e i Delegati delle Province, pensassero ad adempiere al proprio dovere.

Ne paesi liberi, la Polizia è affidata a uomini che si stimano, e ne paesi liberi conviene che i fatti più lievi siano noti al potere, poiché la sicurezza dello stato interessa tutti i cittadini.

Noi vorremmo ancora che il Segretario dell'Interno pensasse ad accrescere e meglio organizzare il numero delle guardie di pubblica sicurezza. Con verrebbe che avessero un capo esperto che li sapesse esercitare nelle armi, che fossero provvisti di cara bine, e fossero in maggior numero per inviarne molti ne’ Capoluoghi di provincia. In questa guisa quella istituzione potrebbe rendersi utile alla sicurezza del cittadini.

DIARIO POLITICO

Ieri il general Cialdini, Luogotenente generale del Re, passò in rivista tre altri battaglioni della Guardia Nazionale: e fu accolto con indicibile entusiasmo. È questa la terza rivista di tal genere: ma que sta volta il nostro popolo era più lieto per le notizie, ricevute delle sconfitte toccate dai briganti e a Sora e più completamente a Benevento. Epperò oltre la simpatia verso il valoroso generale, si volle esprimere quella che ogni di più va crescendo pei prodi soldati italiani, che dalla malvagità dei tristi son costretti ad affrontare nuovi pericoli dove non avrebbero dovuto trovare altro che amore e riconoscenza universale. Veramente a noi pare un problema insolubile il determinare qual sia più in quei cannibali che si nutrono di sangue e di ladroneccio, l'imbecillità o la nequizia: ché imbecilli son da riputare coloro che per qualche successo contro gente inerme o non atta a resistere, si credono poter trionfare sopra sette milioni d'uomini, e quel che più è, sopra quei soldati dinanzi a cui caddero le mura di Ancona, di Gaeta e di Messina. Ma giusto giudizio di Dio non tarderà a cadere sui vigliacchi motori di cotesti infami, e il sangue sparso di tanti innocenti ricadrà sul loro capo. Sentiamo che molti ufficiali del disciolto esercito ammessi nell'esercito italiano, e che erano in aspettativa per scioglimento di corpo, come dice la formola, siano partiti da Napoli per diverse destinazioni. Lodiamo questa prudente misura, che nei tempi presenti rende più sicuri i buoni, e riduce all'impotenza qualche tristo che vi potrebbe essere, Sembra che la quistione insorta per Merode si complichi ora con quella sorta per l'arresto di Giorgi, se egli è vero quello che ci ha annunziato il telegrafo, cioè che il papa ed Antonelli ne reclamino la liberazione. Comunque sia, a noi piace che la corte romana sia dura, che ripeta sempre il suo non possiamo, e che Merode rimanga al suo posto senza che Goyon si abbia alcuna soddisfazione... tranne quella che si ha preso da sé. Certo simili ostinazioni ci hanno condotto al punto a cui siamo, e la loro continuazione ci condurrà alla meta dei nostri desiderii.

I giornali in generale proseguono ad incoraggiarci in tale speranza, e noi contiamo specialmente su quella caparbietà che finora ci ha così bene servito, i l giornali fanno notare un certo raffreddamento nelle relazioni tra Francia ed Inghilterra, raffreddamento che noi non istentiamo a credere perché di facile spiegazione. L'antica rivalità fra quei due stati è tutt'altro che spenta. e più si fa manifesta quanto sorge un qualche motivo di dissenso. Certo ad Inghilterra non piace l'ascendente che la Francia ha preso fra le potenze di Europa, ascendente che riversa poi la sua influenza sulle cose dell'Oriente. Ma ora pare che il dissenso sia più particolarmente cagionato dagli affari dell'America settentrionale, poiché all'Inghilterra non può dispiacere che si sciolga in due e quindi si debiliti uno stato che gareggia coi lei sul mare e sui mercati, mentre al contrario è interesse della Francia che sia grande e potente uno stato per la cui indipendenza tanto cooperò e che può in qualche occasione renderle il contraccambio in una lotta sui mari. Ma in America le cose son giunte a tale per l'Unione, che a noi pare non potersi più reintegrare l'antica federazione: dove sono in campo le passioni politiche esaltate all'ultimo segno, e dove sono in giuoco i più vitali interessi materiali, non è probabile che vi sia luogo ad accomodamento. E Francia ed Inghilterra farebbero meglio, non potendo impedire la lotta fratricida, a darsi la mano e procedere d'accordo per salvare i loro interessi commerciali e manifatturieri, facendo gli Stati Uniti uno de principali sbocchi della loro industria.

Anche la speranza per la Francia di più intime relazioni col sempre incerto re di Prussia è rimasta per ora sospesa, e rimandata al 6 ottobre, se non forse alle calende greche. Certo è lo dice il Moniteur, che non verrà a Chàlons: vogliamo sperare che più di questa città sarà fortunata Strasburgo coll'accogliere i due monarchi fra le sue mura, Le sorti dell'Austria si vanno sempre più intorbidando: par che quello stato si avanzi ogni di più verso una totale fallenza morale. La dieta d'Ungheria ha respinto il rescritto imperiale: non riconosce lo imprestito; rifiuta di mandar deputati al consiglio dell'impero: queste sue dichiarazioni furono espresse in un indirizzo letto e votato all'unanimità in mezzo a fragorosi applausi. A queste notizie, già prevedute, della condotta dei prodi magiari, si aggiungo no quelle della Croazia, dalla cui dieta presero commiato i rappresentanti dei Confini Militari con un indirizzo che la dieta trovò illegale: quelle della Boe mia che il telegrafo ci annunzia essere in fermento grandissimo. E in mezzo a questa condizione di cose la Gazzetta del Danubio dice che il governo austriaco mostrerà energia e fermezza. Noi ci auguriamo, che sia così, perché lo ripetiamo, ci è sempre riuscita proficua la testardaggine dei nostri nemici.

DOCUMENTI REAZIONARII

ll Lombardo pubblica uno strano documento, che fu trovato addosso ad un prete reazionario, di recente arrestato nella provincia di Bergamo per aver favorita la diserzione di quattro soldati napoletani. Eccolo:

«Ai nostri venerabili fratelli in G. C. parroci e sacerdoti «in eura di anime della diocesi, salute e benedizione.

«In nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo.

La recente allocuzione di S. S. e nostro capo supremo e vicario di Dio in sulla terra, ci obbliga a raddoppiare di zelo e di attività onde scongiurare i mali che minacciano la santa chiesa e sventare le trame dei nemici della religione e del diritto divino.»

A voi tutti, o elettissimi fratelli, che illuminati dallo Spirito Santo, collaborate coi vostri vescovi alla grande impresa, noi crediamo bene di rinnovare le più vive istanze perché in questi supremi momenti il vostro coraggio non venga meno, e le vostre forze si raddoppino onde ottenere ii santo scopo.

«Attendendo con prudenza e caina dignitosa l'ora della riscossa, noi dobbiamo in questi giorni aver principalmente di mira:

«I. Di scomporre le file dell'esercito regolare, che ora si va organizzando, esercitando soprattutto la nostra influenza sugli elementi nuovi, che in esso vengono fusi, e in cui è più facile suscitare il malcontento e fomentare la discordia.

«ll. Di allarmare le popolazioni con notizie prudente mente divulgate, facendo conoscere la probabilità di prossima ristaurazione, di alleanze e coalizioni fra le potenze nordiche.

«III. Di fomentare in tutti i nomi, quella specie di antagonismo fra l'esercito regolare ed i soldati volontarii, che fortunatamente già esiste, giovandoci delle intemperanze parziali, delle piccole ambizioni deluse; esagerando da una parte le ingiustizie del governo, dell'altra le prete e degli incontentabili.

«IV. Di esercitare con debita misura e colla dovuta circospezione sull'animo de'  fedeli, soprattutto del semplici contadini e delle donne, tutta la nostra autorità morale, incutendo un salutare terrore delle dottrine sovversive predi ate dai nostri avversarii Dal pulpito, e meglio ancora dal confessionale, ammonite, esortate. Cercate guadagnare le anime col terrore e colla benedizione. Non passi giorno senza che voi abbiate a registrare una nuova conquista

«V. Prepariamo il terreno onde nel giorno della benedizione esso sia fecondo di frutti copiosi! I nostri nemici, che ora si credono xxxx quando luce sarà fatta, fuggiranno come locuste. E il suono delle nostre campane sveglierà le falangi, che noi xxxx create colle parole di Dio!

«Nel nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito Santo, noi vinceremo!

F. S. S. P. A F

In G. G.

UNIFORME DELL’ESERCITO MERIDIONALI

Uffiziali generali —Tunica della medesima forma di quella dell’esercito stanziale. di color rosso. con goletta e paramani di panno nero e distintivi del grado ricamati in oro, cordoncino pure in oro.

Stato maggiore generale. —Tunica come quella dell’esercito stanziale, color rosso goletta e paramani in panno nero, con due granate ricamate in oro, controspalline in trecciuole d’oro.

Artiglieria —Tunica come quella dell’esercito stanziale, colore bigio, golette e paramani di panno nero, controspalline in trecciuole d’oro; due cannoni e piccola granata alla goletta, in oro per gli ufficiali, in lana gialla per la bassa forza.

Fanteria. — Tunica come quella dell'esercito stanziale, colore rosso, golette e paramani di panno nero, senza ornamento; controspalline in trecciuole d’oro; per la bassa forza giubba rossa della forma di quella dei Bersaglieri dell’esercito stanziale, coi bottoni in una sol fila, col numero del reggimento.

Genio. — Tunica come l'esercito stanziale, colore bigio, golette e paramani in panno nero, distintivi in oro come l’artiglieria, con due appiè in croce dei cannoni.

Guide—Tunica come quella dell’esercito stanziale, con distintivi in oro.

Treno — Tunica come quella dell’esercito stanziale, colore bigio, golette e paramani in panno nero, distintivi in oro.

Cacciatori. — Tunica bigia come quella dei Bersaglieri; goletta, paramani e distintivi come quei della fanteria dello stesso esercito, giubba per la bassa forza come quella dei I Bersaglieri, di color bigio — due file di bottoni.

Quanto al Corpo Sanitario, della Giustizia militare, dell’Intendenza d’armata e delle Sussistenze militari, noni havvi grave differenza dall’uniforme dell’esercito stanziale, meno nel colore che è rosso, e nei distintivi che sono in oro.

I pantaloni per tutte le varie armi sono eguali a quelli dell’esercito stanziale; come si vede, quest'esercito, invece degli spallini, ha indistintamente i controspallini a trecciuole in oro; non ha keppy, ma un berretto rosso o bigio, secondo il colore della tunica, con lista di panno nero, e distintivi dei gradi in oro.

LA QUISTIONE ROMANA

– Leggiamo nella Presse il seguente articolo del signor Peyrat sulla quistione romana:

Dacché è assolutamente necessario che i nostri soldati partano da Roma, importa che si sappia ciò che ha prodotto la nostra occupazione e ciò che vorrà dire la nostra partenza.

Che, cosa siamo noi andati a fare a Roma nel 1819? Siamo andati a ristabilire il potere temporale della Santa Sede. L'abbiamo poi ristabilito? Materialmente, si; ma moralmente lo abbiamo abbattuto per sempre: Colla inutilità della nostra annegazione, dei nostri sacrifici e dei nostri consigli noi abbiamo distrutto nella coscienza dei cattolici sinceri ogni fiducia nel governo politico dei papi. Quei cattolici sinceri erano convinti che l'interesse e l'indipendenza della religione fossero vincolati all'esistenza del poter temporale.

Quella credenza non meno fatale alla religione di quanto nol fosse all'Italia, aveva resistito alla eloquenza dei fatti; nulla aveva potuto distruggerla fino a questi ultimi tempi; nulla aveva servito ad indebolirla, né gli scandali della corte romana, né l'evidente anacronismo di un governo teocratico ai nostri tempi, né le proscrizioni politiche, né la negazione dei principi di giustizia e di diritto che sono il fondamento della società moderna. Nella lotta impegnata tra l'Italia ed il poter temporale della Santa Sede, il mondo cattolico, quasi per istinto, era indotto a mettersi dalla parte del pontefice, a stimare esagerate le querele degli italiani, a diffidare delle loro asserzioni e sopratutto delle loro passioni rivoluzionarie.

Con diece anni di inutili sforzi e di conflitti permanenti la Francia ha imparato ed ha fatto conoscere a tutti che cosa sia il governo dei preti; essa si è convinta ed ha con vinto il mondo che il governo pontificio non può adattarsi al progresso ed alla civiltà; che in conseguenza non può parlarsi di costituzione o di leggi e non vi possono essere a Roma se non sudditi senza diritti. Si è dopo aver sopportato lungamente ed ostinatamente questa dura esperienza che la Francia ha potuto far testimonianza in faccia all'Europa in favore dell'Italia. Grazie a ciò che la Francia ha fatto a Roma dal 1849 in poi, non vi ha più una coscienza illuminata ed una mente retta che non sia costretta a separare le quistioni di fede dalle quistioni politiche, gli interessi del cattolicismo dagli interessi della corte romana, gli interessi dell'Italia da quelli del papato.

Col compiere a Roma quello che sventuratamente essa i considerato essere un dovere verso il mondo cattolico, la Francia ha dimostrato in modo evidente la incompatibilità del governo pontificio con un buon reggimento politico. L'opinione è ormai illuminata, la dimostrazione è fatta.

Vi ha in questo momento da una parte, tutta l'Europa liberale, dall'altra i zuavi di Castelfidardo, i giornali clericali e la fazione capitanata da monsignor de Merode, fazione che va perdendo credito ogni giorno più, e si uccide moralmente coi suoi propri eccessi.

In questo stato di cose, la continuazione della occupazione di Roma non sarebbe altro che un controsenso, una lesione alla esistenza del regno d'Italia, ufficialmente riconosciuto dall'imperatore. Ora, da questo momento, qualsiasi lesione alla grandezza, alla forza, al diritto dell'Italia va a detrimento del prestigio della Francia. La Francia e l'Italia una ed indivisibile sono solidali intimamente ed indissolubilmente vincolate l'una all'altra. I legittimisti ed i clericali cercano invano di suscitare tra le due nazioni dissensi o rivalità; per la grande politica, per la politica liberale che è la politica dell'avvenire, i francesi e gli italiani sono alleati necessari, stretti da interessi comuni ed obbligati da considerazioni di sommo rilievo a consolidare la loro reciproca grandezza.

Un errore ci ha condotti a Roma, né abbiamo ormai più bisogno di dimostrarlo; il buon senso il diritto degli italiani, il nostro proprio interesse e l'interesse della religione, richieggono ora che noi partiamo da Roma. Ciò che noi ora proteggiamo a Roma non è più il pontefice, bensì un foco lare di cospirazione borbonica e clericale, il partito dei Merode e degli Antonelli. La spedizione del 1849 fu il risultato del pregiudizio, ancora esistente a quel tempo, per cui si credeva alla necessità ed alla vitalità del potere temporale; il richiamo dei nostri soldati sarà per il mondo il segnale della fine di quel potere funesto; sarà il risultato della rivoluzione morale compiuta negli ultimi dieci anni, il trionfo della opinione liberale in Europa, la vera consacrazione del regno d'Italia.

– Il corrispondente dell'Opinione sul medesimo argomento scrive da Parigi quanto segue:

A noi basta che la causa italiana progredisca senza ostacolo nella sua via ed ai vostri avversari dobbiamo rendere giustizia dicendo che per quanto da loro dipende essi la servono mirabilmente. Il governo pontificio delira e la sua condotta verso la Francia ne è una prova evidente. I famigliari di Pio IX fanno il possibile per far perdere la pazienza al governo francese e per costringerlo a ritirare la protezione, che, mal grado i sentimenti manifesti della nazione, l'imperatore ac corda alla Santa Sede.

Tutti conoscono la disputa che ebbe luogo tra il generale Goyon e monsignor di Merode; ma tutti non sanno che quella disputa deplorabile non fu la prima, né l'ultima, quantunque sia stata una delle più gravi.

Se io devo prestar fede a quanto mi vien detto da persone che sono in grado di dare un giudizio sulle tendenze del la reazione sanfedista, e clericale si tratta di giuocar la partita sopra un'ultima carta. Si vuol tentare un colpo disperato, perché le speranze della reazione vanno sempre dileguandosi; e perché le idee italiane guadagnano terreno in tutte le classi della società. Si aveva sperato per qualche tempo che il governo italiano sarebbe stato tanto debole da non poter opporsi ai disegni di quel partito che vorrebbe far sorgere un conflitto fra i patrioti italiani ed i francesi.

Vedendo fallite queste speranze si pensa ora ad un conflitto tra i pontifici ed i francesi. E evidente che si sta co spirando per ridurre le cose a tal segno da rendere impossibile qualsiasi pratica di conciliazione da parte di Pio IX, e da costringerlo a venire ad aperta rottura colla Francia.

Sono questi disegni insensati e che riusciranno a nulla di fronte alla impassibilità ed al buon senso dei francesi; ma per noi sono una prova che la camarilla papale si trova ridotta ai rimedii disperati. La corte intima del papa teme il trionfo della politica di conciliazione, ché, se la maggioranza dei cardinali non osa ancora consigliare una transazione, i capi della reazione cosmopolita che hanno scelto Roma a centro dei loro intrighi, conoscono abbastanza i sentimenti dei cardinali italiani da non temere, sia che essi ricuperino il loro predominio sull'animo del santo padre, sia le conseguenze di una catastrofe che rimane pur sempre possibile in un avvenire non lontano quantunque la salute del pontefice ispiri in questo momento minore inquietudine.

Tutti i fatti avvenuti in questi giorni a Roma sono conseguenze immediate di un sistema scaltramente combinato, del quale non è difficile scoprire le fila.

Si prende l'offensiva ad un tempo contro la Francia e contro l'Italia, allo scopo di rendere impossibile qualsiasi tentativo, tanto si ha paura di una transazione.

Il telegrafo ci porta notizie di vederle confermate ufficialmente, quantunque, da quanto vi ho detto, abbiate dovuto accorgervi che nessuna pazzia potrebbe farci stupore da parte della camarilla pontificia e borbonica.

Intanto è cosa indubitata che la Francia è malcontenta della corte di Roma e ne ha ben ragione. Non vi deve quindi far meraviglia se va ripetendosi la notizia del richiamo del generale Goyon.

L'importanza di questo fatto non avrebbe bisogno di es sere dimostrata e tanto più si farebbe grande, se, come dice la fama, il successore del generale Goyon dovesse essere il generale Trochu, del quale sono note le simpatie per la causa italiana.

TESTAMENTO DI CZARTORYSKI

Monformeit presso Parigi, 14 luglio 1861.

Volendo assicurare in precedenza il cammino regolare del pubblico servigio nell'emigrazione ed evitare che in alcun caso questo cammino sia inceppato, risolsi di pubblicare in proposito qualcuna delle mie idee. Le raccomando all'attenzione della mia famiglia e dei miei compagni di lavoro. Come il dissi l'ultima volta parlando ai miei compatriotti, oggi il paese ha preso da sé la direzione della pro pria causa; da sé dirige i suoi sforzi, conosce il suo scopo, sceglie la sua via e affretta o rallenta il cammino secondo la somma delle sue forze interne e l'opportunità della loro applicazione.

Oggi l'emigrazione deve esporre e spiegare all'estero il lavoro del paese, difendere i nostri diritti davanti l'opinione ed i governi europei. Finalmente creare o sviluppare presso le potenze straniere dei rapporti che possano promuovere la liberazione della Polonia e la consolidazione avvenire della sua esistenza e della sua azione indipendente.

– I doveri dell'emigrazione così interi e compiti entrano nell'insieme dell'opera nazionale, e quelli che fino ad ora riempirono qualche funzione, non potranno esserne ancora rimossi da alcun fatto, da alcuna circostanza favorevole o meno, fino a che la Polonia libera e indipendente, non avrà essa stessa designati i suoi rappresentanti all'estero.

In queste prove, le ultime forse che la nazione sosterrà, ciascuno dee fare assegnamento sopra sè stesso e pesare sulla sua coscienza, se quel che fa per la patria è secondo ciò che la sua condizione gli permette di fare. E più la Polonia vivrà d'una vita piena e manifesta, più l'opera sua al l'estero dovrà crescere in energia e modellarsi ad una organizzazione unica, e gerarchica, regolare. Senza quest'ordine indispensabile, senza un lavoro ben diviso, senza posizioni bene determinate, senza una stabile solidarietà, lo zelo di ciascuno il più generoso può riuscire fors'anco nocevole.

Ho veduto con ineffabile contento il mio figliuolo Ladislao, fin dal giorno in cui toccò l'età matura, darsi tutto al servizio pubblico, e farne il suo unico fine, la sua occupazione unica. Spero che persevererà in questa via, che niuna considerazione, niun avvenimento me lo distornerà, e che il popolo avrà sempre in lui un servo utile. E lui dunque che invito a continuare l'opera a cui, senza mire ambiziose per me e per la mia famiglia, ho dedicato tanti anni. Ed io lo fo con tanta maggiore sicurtà, poiché già si è egli acquistato all'estero un grado che lo pone in facoltà di utilmente adoperarsi per i bisogni interni della sua nazione e soste nere la sua parte nello stato presente dell'emigrazione.

Supplico il mio figliuolo primogenito Witold, che con generosità impareggiabile ha sostenuto il suo fratello minore, a continuare ad offrirgli il suo aiuto di consiglio e di devozione, e a conservargli quella tenera sollecitudine che egli gli ha costantemente consacrato. Così facendo grandi sa ranno i servigi che renderà alla sua nazione e ne troverà in sé medesimo il guiderdone. So che scrivendo così io non dico nulla che il suo nobile cuore non gli abbia già dettato; ho solo voluto fargli conoscere che tal era il mio pensiero.

Niuno nella mia vita pubblica mi ha dato maggiori prove di costanza incrollabile quanto il mio nipote, il generale Zamoysky. Per lunghi lavori e fra vicissitudini varie egli è sempre stato come la mia mano dritta, fermo ne’ pericoli, anteponendo sempre il dovere alla speranza della riuscita o del guadagno. Questo stesso aiuto egli l'offrirà al mio figliuolo Ladislao. e la memoria di trent'anni di lavori comuni terrà congiunti, al bene della patria, i loro cuori e le loro braccia.

Se mercé l'opera mia qualche vantaggio è venuto alla causa nazionale, se la costanza stessa dell'opera, ezíandio senza alcun altro risultamento, è stata di qualche utile alla nazione, sopratutto lo debbo all'aiuto de miei amici e di coloro che hanno preso parte a miei lavori. Altri sono già discesi nella tomba, lasciando incancellato il rammarico de'  sopravviventi, altri comeché oppressi dall'età, tutta via apportano alla causa nazionale il rimanente delle loro forze; altri finalmente, artefici dell'ultim'ora, danno a divedere che tutte le generazioni comprendono il dovere comune. Niuno di essi nella buona come nella avversa fortuna non mi ha abbandonato ne mi ha rifiutato il suo aiuto tanto gravi che aspettiamo devoto, disinteressato, intelligente. Spero parimenti che niuno di essi abbandonerà il mio figlo, né rifiuterà d'adoperarsi in un'opera utile ed onorevole.

Due pensieri ugualmente veri, ugualmente importanti m'hanno guidato nella vita; ho ricordato che la forza viene dall'unità; e che l'uomo isolato è in braccio alla sventura. Lego il primo di questi pensieri alla mia famiglia e a miei compagni; il secondo al mio figliuolo Ladislao.

In ciascuna parte della Polonia vivono uomini a cui mi stringono i preziosi nodi del sangue, dell'amicizia, e d'antichi e continui rapporti. Non mi è concesso il nominarli, pure vorrei che conoscessero quale profonda riconoscenza mi tiene ad essi stretto per ciò ch'essi han fatto a mio riguardo, o piuttosto per quello che insieme con me han fatto a riguardo della patria.

Ho levato sovente la voce per rammentare a miei nazionali i loro doveri urgenti, i bisogni e i pericoli della no stra causa. Questi bisogni e questi doveri sono oggidI comunemente compresi, e gli uomini che sono meritamente stimati e venerati dalla nazione manterranno in ogni evento l'unità necessaria, e dirigeranno gli sforzi ad un fine comune.

Pure è mestieri che insieme a queste preoccupazioni tanto utili ed importanti non si dimentichi che una parte essenziale dell'opera nazionale devesi compiere all'estero, e che questa cosa non può essere trascurata senza grave danno generale; ma per operar con successo, l'emigrazione non può far a meno della cooperazione della nazione.

Con un profondo sentimento d'umiltà e di tenerezza ringrazio Iddio d'avermi fatto vivere fino ad un tempo in cui l'avvenire della patria comincia a rischiararsi dopo un seco lo d'incertezza. Ho nella mia lunga vita formato il convincimento che tutte le volte che la mano di Dio s'è aggravata su noi, non lo è stato per perderci ma sì per renderci migliori. Speriamo dunque nella sua misericordia, speriamo nell'intercessione della regina celeste, e in ogni nostro atto miriamo al trionfo eterno, anzi che a ciò che sembra pro mettere un successo passeggiero.

La vostra volontà sia fatta, Signore Iddio onnipotente.

A. CZARTORYSKI.

NOTIZIE STRANIERE

– L'Imperatrice dei Francesi sta scrivendo un romanzo, che, corretto dall'accademico Prospero Mérimée, verrà pubblicato dal Journal des Debats.

– Il Moniteur e la Patrie c'informano che il colloquio di Napoleone III col re di Prussia avrà luogo a Strasburgo il 6 ottobre. La data è ancora troppo lontana per avventurare commenti o congetture sugli effetti di quell'incontro.

– L’Economist del 3 e il Times del 5 corrente si occupano delle cose nostre. Il primo trae ottimo augurio dal l'esito del nostro prestito, e istituisce un confronto tra il giovine regno di Italia e il vecchio impero d'Austria, che riesce naturalmente a tutto nostro vantaggio. E sebbene manifesti qualunque inquietudine per le cose di Napoli, conchiude col fausto presagio che anche quel regno godrà fra breve i benefizi della pace e della libertà.

– Un ordine del re di Prussia ha posto termine ad una controversia per la quale stavano molto agitati gli animi della popolazione. D'ora in poi nella feste patriotiche sarà permesso l'uso della bandiera nazionale germanica coi tre colori nero-rosso-oro.

- Il Times, termina la sua filippica contro la consorteria di Roma dicendo:

«Il Governo papale e l'esautorato re di Napoli speravano di indebolire il regno italiano coll'eccitare la guerra civile, e in parte vi riescirono con grande giubilo dell'Austria, che ora riprende un pò di animo contro i suoi propri sudditi. Ma la trama fu scoperta, e la coscienza dei po poli si è sollevata contro tanta nequizia. Gli errori che avvengono nell'Italia meridionale costringeranno l'Imperatore dei Francesi a farla finita con coloro che ne sono gl'istigatori, e forse il papato espierà colla perdita le suoi ultimi dominii l'aiuto dato a una tirannide esecrabile.»

–Le agitazioni d'Ungheria assumono d'ora in ora un carattere sempre più decisivo e minaccioso. L'esasperazione contro il governo è all'estremo: le manifestazioni si succedono continuamente. A Nyghteraza, ogniqualvolta gli austriaci escono per le strade la sera a battere la ritirata, una folla innumerevole li segue ed accompagna il suono dei tamburi con una canzone magiara piena d'insulti e di mi naccie contro gli oppressori. A Kaschau è scoppiata una rissa tra studenti e soldati. Al teatro di Debreczin si è fatta calar la tela prima della fine dell'ultimo atto d'un dramma che terminava con un incoronazione. Gli spettatori scirono dalla platea alzando grida minacciose ed imprecau d all'Austria.

Le lettere che vengono dall'Ungheria danno a dividere xxxxxxxxxx a una catastrofe. Nei reggimenti ungheresi stanziati nel Veneto circolano numerosi proclami venuti da Pesth che dipingono con vivissimi colori le tristi condizioni in cui trovasi l'Ungheria e predispone gli animi dei soldati a prossimi avvenimenti.

– Alcune dame della Franca Contea mandarono a regalare all'ex regina di Napoli una statua di Giovanna d'Arco.

Un regalo cosiffatto non sappiamo che allusione politica possa avere: Giovanna d'Arco, nella storia di Francia, è la personificazione dell'entusiasmo destato dall'amore d'indipendenza nazionale: Maria Sofia, nella storia d'Italia, fa parte di quelle famiglie regnanti che esse sole hanno avversate la nostra nazionalità. L'ex-regina ha risposto alle dame che le ringraziava del dono, e che in quanto alle lodi pel suo invitto coraggio ella le accoglieva per attribuirle ai soldati di suo marito, i quali con eroico valore (sic) difesero i dritti della legittimità! L'ex regina e le dame della Franca Contea si corbellano a vicenda.

NOTIZIE ITALIANE

– Il cav. Nigra ministro plenipotenziario d'Italia in Francia, è stato ricevuto ufficialmente da S. M. l'Imperatore la mattina dell'8 agosto.

L'accoglienza è stata assai benevola.

– Benedetti giungerà a Torino dopo il 15 agosto.

– Dicesi che il governo abbia firmato un contratto per l'acquisto di 100 mila carabine per l'esercito.

– S. M. il re ha insignito il cavaliere Bastogi, ministro delle finanze, del titolo di conte, trasmessibile a suoi discendenti maschi, e del grado di grande ufficiale mauriziano.

– Il Cavaliere Conte, direttore generale delle gabelle, è stato nominato governatore di Noto, in Sicilia. Dicono che al posto lasciato vacante dal Conte sarà chiamato Manna, direttore generale dei tributi indiretti a Napoli.

– Domani o dopo partirà da Torino il cavaliere Salino col signor Secco, capo sezione nel ministero dell'interno per una ispezione amministrativa nelle Marche e nell'Umbria; nella settimana prossima si manderanno verso Napo li sei impiegati telegrafici destinati al corpo d'operazione del generale Cialdini onde assicurare quel servizio impor tante.

– La Lombardia annunzia che nella sera del giorno 6 e nel mattino del 7 il commendatore Rattazzi fu ricevuto da S. M. e consultato sulle complicazioni politiche sopravvenute in quest'ultima settimana.

– Il generale Cialdini scrive da Napoli 1° agosto ai signor Taddei, maggiore nei volontari italiani, ringraziandolo dell'offerto servizio nei corpi mobili. Dichiara d'aver accettato come cooperatori della pacificazione gli ufficiali e i soldati garibaldini dimoranti nei paesi napoletani, incorporandoli nei quadri della guardia mobile: e con ciò non essere più necessario di richiedere l'aiuto degli altri italiani.

– Scrivono da Torino al Cittadino:

Secondo la promessa che faceva in Senato, dietro un'interpellanza del conte Gallina, il ministro Bastogi diramò, in questi ultimi giorni, le opportune istruzioni per le nuove norme da osservarsi nella compilazione del bilancio del 1862. Nella sua parte generale e nel complesso delle categorie, questo sarebbe realmente unico per tutto il regno d'Italia; ma come le necessità presenti richiedono tuttavia quattro amministrazioni e contabilità diverse e separate, cioè quella del governo centrale, quella della Toscana, quella del Napoletano e quella delle Sicilia, come allegato al bilancio generale, ve ne avrà uno speciale per caduta di quelle amministrazioni, con tutti quei maggiori ragguagli che possono giovare a chiarire la vera natura e la reale im portanza dei redditi e delle spese dello Stato.

Lo stesso ministro prepara pure per la nuova sessione parlamentare uno specchio esatto di quanti godono pensioni od assegnanti d'aspettativa e di disponibilità o trattenimento sotto qualsivoglia titolo a carico dello Stato.

– La mattina del 19 a Bologna dovevasi celebrare un servizio funebre in onore di Ugo Bassi martire della libertà: e la guardia nazionale era chiamata sotto le armi per una rivista in memoria della difesa sostenuta nel 1848 dai Bolognesi contro gli Austriaci.

– Scrivono da Torino alla Perseveranza:

So da buona fonte, che le ultime differenze tra il ministro dei lavori pubblici ei concessionari costruttori delle linee calabre-sicure sono state risolte con reciproca soddisfazione e che non più tardi della metà del corrente il signor Stefano Breda, altro dei concessionari, moverà alla volta di Palermo con molti distinti ingegneri fra cui i signori Favaro, dalle Ore ecc Appena compiuti i primissimi studj si darà principio senza altro indugio ai lavori, tanto che si spera di potere nel corso stesso del 1861 percorrere i primi 20 chilometri sulla linea da Palermo a Catania. Gli studi per le Calabrie si comincierebbero soltanto ai primi del venturo settembre.

Dal rev. D. Mongini, parroco d'Oggebbio, riceviamo la seguente:

Oggebbio, 7 agosto 1861.

Chiar.mo Signore, Il sottoscritto colpito da Mionitorio romano il 26 passato giugno, e minacciato di sospensione ab o??icio et beneficio, se non ritratta in globo il suo opuscolo: Il Pontefice e le armi temporali, supplica la stampa generosa ed imparziale a manifestare al pubblico le seguenti dichiarazioni, che ha fatte al suo Ordinario con lettere 22 febbraio, 16 maggio, 22, 24 e 30 luglio:

1. Che esso non intende di ritrattare, né ritratterà mai il suo opuscolo, se non dopo che sarà illuminato degli errori da ritrattarsi.

2. Che la lettera 25 dicembre di monsignor vescovo, di cui parla l'Armonia nel numero 176, 28 luglio, è confutata coll'apologia dell'opuscolo incriminato, pubblicata coi tipi Contini e Bertolotti d'Intra sebbene per rispetto monsignore non sia nominato.

3. Che intende mantenere le sue opinioni politiche intorno a Roma ed all'Italia.

4. Che solamente intende respingere l'eresia, od altro pronunziato contro il domma, o la morale cattolica, ove per caso gli fosse caduto dalla penna, lo che non crede.

5. Che respinge l'asserto del S. Ufficio, ove l'autore è giudicato assai reo nell'intendimento, essendo Dio solo quello che giudica le intenzioni.

Queste sono le dichiarazioni, che lo scrivente ha fatte.

Ma sarà nondimeno la vittima del Monitorio. Ora conosca il mondo colto e civile, che non è una ritrattazione di errori teologici, che si dimanda, ma una ritrattazione delle opinioni politiche. Quando e così, egli protesta, che non farà conto del Monitorio, né delle sue conseguenze, sino a tanto che non venga munito di placito governativo, e che egli starà fermo alla amministrazione della sua parrocchia.

Coi più vivi ringraziamenti

Della S. V. chiarissima

Dev.mo Servo

Parroco PIETRO MONGINI.

CRONACA INTERNA

Ieri alla gran piazza della Reggia ebbe luogo la terza rivista della nostra ammirabile Guardia Nazionale. Era immensa la folla di popolo che vi accorse da più rimoti quartieri della città; n'erano pieni i porti i di s. Francesco di Paola e le larghissime vie che circondano la piazza: ne riboccava la strada del Gigante ed il largo s. Ferdinando. Un unanime applauso scoppio da quell'interminata moltitudine quando la simpatica figura del Generale Cialdini comparve in mezzo alle ordinate schiere del militi. Al grido di viva Cialdini, viva l'Italia mille volte ripetuto, si armonizzavano i suoni delle quattro bande musicali che durante la rivista eseguivano la marcia reale. La rivista di ieri riuscì più brillante anche perché vi prese parte la nostra impareggiabile Guardia a cavallo – Gli applausi a Cialdini si ripetettero pii fragorosi al suo ritirarsi, il popolo volle rivederlo al balcone, ed egli salutato ed acclamato comparve a ringraziare e salutare tutti – Un incidente inaspettato sopraggiunse a prolungare la festa nazionale: mentre quella immensa folla lasciava il largo della Regia per immettersi in via Toledo, incontratasi con un battaglione di Bersaglieri che si ritiravano da una lunga e faticosa perlustrazione contro i briganti di Terra di Lavoro, si divise in due ale per dar loro il passaggio, ed applaudendoli fragorosamente, e gridando viva la truppa italiana, viva l'esercito del nostro Re, se li fece passare di mezzo. Quei valorosi soldati cospersi di polvere, trafelati dal cammino ed abbruciati dal sole non rimasero indifferenti a quegli applausi, ed ogni cuore italiano si commosse nel vedere che anche il popolo di Napoli incomincia a capire che i primi fattori dell'Italia sono i soldati.

____________________

– Fino a ieri nulla di nuovo in provincia di Molise.

– A S. Lupo, provincia di Benevento, l’11° Compagnia del 62° il giorno 10 corrente combattette per quattr’ore con circa 200 briganti appiattati di confini del bosco, i quali si dispersero nell'interno del medesimo bosco lasciando sette morti dei loro e sette xxxx della banda composta in massima parte di tedeschi, è sconfortata per l'attitudine minacciosa del paesi e per la mancanza del soccorsi promessi.

Dei nostri neppure un ferito.

– Un distaccamento di truppa regolare il giorno 10 corrente mosse a tutta corsa da Calitri, in provincia di Avellino, verso Ruo, dove la banda di Crocco avea saccheggiate alcune case. I soldati si posero in agguato nel bosco di Monticchio per sorprendere i briganti che dovean ritornare da Ruo. Infatti mentre costoro si riparavano in quel bosco, i nostri valorosi soldati gli assalirono. Nel conflitto, che durò più ore rimasero morti circa 20 briganti. Si ha a deplorare la perdita di tre de nostri e le leggiere ferite di 8.

I briganti lasciarono cinque prigionieri e sei cavalli nelle mani del nostri valorosi soldati, i quali nonostante le fatiche della giornata proseguirono la loro perlustrazione.

– All'alba del giorno 10 corrente il comune di Ruvo, nel circondario di Melfi, fu invaso da circa 90 briganti. A mezzogiorno arrivarono le guardie nazionali di Pescopagano e di Rappone, uno squadrone di lancieri ed una compagnia di bersaglieri, ma i briganti aveano già consumate le loro atrocità aveano ucciso sette de'  più notevoli liberali, aveano saccheggiato ed incendiato molte case tra cui quelle dell'arciprete, del sindaco, l'archivio comunale e le schede del notaro Patrizio. Tanta strage si commetteva al grido di Viva Francesco II. Quando dai paesi vicini accorsero i nostri, trovarono che i briganti si erano dati a precipitosa fuga; due soli di loro rimasero prigioni.

– La comitiva di briganti guidata dal noto di Girolamo, si accerta che accenni a ritirarsi nello Stato i Romano; epperò si stanno prendendo le misure di concerto colla truppa stabilita in Carsoli e colle guardie nazionali per circondarla e farla prigioniera.

– Si scrive da Chieti che i briganti di quella provincia dopo che vennero respinti sul confine di Molise, i rimanenti non molto numerosi, sonosi concentrati sulle alture della Majella ove in certa guisa so no assediati dalla truppa per modo che non si per mettono di venire ad ulteriori atti di violenza – Molti sono gli sbandati che si presentano,

– Un distaccamento di truppa italiana avendo spinta una perlustrazione fino al Comune di Salle, imbattevasi coi briganti, coi quali essendo venuta a conflitto molti di costoro sono rimasti uccisi mentre che da parte della truppa si è avuta a deplorare la perdita di un sol dato soltanto.

– La provincia di Lecce è tranquillissima. Alcuni piccoli comuni sono in apprensione di essere sorpresi dagli sbandati, alla caccia dei quali discorre un distaccamento di truppa regolare con drappelli di guardie mobili. La guardia nazionale di Carpignano è stata sciolta per vigliaccheria mostrata contro una piccola banda, la quale fu messa in fuga dal Sindaco di quel comune accompagnato da un solo milite sendo stato eletto deputato, per lo spazio di quattro mesi è stato al parlamento, e come si son chiuse le Dei nostri neppure un ferito.

-- Ci scrivono da Catanzaro che quella Gran Corte Civile non può giudicare perché non è in numero le gale. Manca il Consigliere signor Capone, il quale camere legislative ha ottenuto dal ministero un per messo di 40 giorni. In questo tempo si riapriranno le camere, ed il signor Capone ritornerà al parla mento senza che abbia una sola volta indossata la toga. Sarebbe bene che i deputati fossero i primi a mostrarsi zelanti del proprio dovere.

– Nella provincia di Cosenza è stato arrestato un capobanda, al quale un giornale appicca il nome di Chiavoncino indosso a costui fu trovato un documento scritto da un antico brigadiere di gendarmeria. Noi lo pubblichiamo per dare sempre più a di vedere di quali mezzi si serva il partito borbonico per illudere e sedurre quei poveri diavoli, che capitati poscia fra le mani del general Pinelli, fanno quel brutto ballo che sapete – Ecco il documento:

«Nel Débats 9 maggio di Parigi vien trascritto il seguente proclama di Francesco ll'datato 6 maggio da Albano.

«Essendosi risoluto da tutte le potenze del Nord doversi conciliare la confederazione Italiana, e quindi ripristinarsi ai loro posti tutti i principi spodestati, e siccome la mia corona per ogni buon diritto divino ed umano è a me solo legittimamente dovuta, così fra breve sarò ricondotto a voi da una forza militare straniera mia amica, la quale avrà alla testa un principe reale della nostra casa. Essa truppa si occuperà a ristabilire l'ordine costituzionale e richiamare i miei fedeli soldati che mi hanno seguito sul Volturno e in Gaeta. Amnistia generale per tutti i miei popoli delle Due Sicilie, e velo impenetrabile sui passati trascorsi. Saranno concessi alle Finanze dieci milioni, di cui cinque saranno destinati alle sole Calabrie. Saranno mantenuti saldi i miei atti del 25 giugno 1860, dei quali sciaguratamente non si è voluto aspettare lo sviluppo. Voglio sperare che i ravveduti miei amati soldati si uniranno per venirmi incontro, altrimenti mi riceveranno con la forza.»

MENZIONE ONOREVOLE

– I nomi degli ufiziali e preti arrestati ultima mente in questa città sono i seguenti – Generali – Giuseppe Sigrist, Nicola Colucci, Vincenzo Polizzi, Giovanni Rodriquez, Gennaro Marcarelli, Fabio Sergardi, Carmine, Luverà, Francesco Antonelli, Giovanni d'Orgemont, Emmanuele Palumbo, Colonnello Vincenzo Afan de Rivera; Tenente Colonnello Luigi Guillamatt: Maggiore Pietro Quandel; Capitani Andrea Dupuy, Luigi Sigrist, Achille Afan de Rivera; Luogotenente Augusto Sigrist – Vicario Generale Gennaro Maresca, Sacerdote Vincenzo Minichino; Penitenziero maggiore Salvatore Pica, Parroco di S. Maria la Scala Michele Parlati; Gennaro Rotondo Parroco del Forte Nuovo; Giovanni Faja, economo idem Gennaro Marotta, parroco – Si accerta che presso del Vicario Maresca, del Sacerdote Pica e del Parroco Marotta, furono rinvenute molte carte criminose.




Anno I – N° 12 Napoli—MartedI 13 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
LE NOSTRE FINANZE

III.

Nel bilancio particolare delle provincie napolitane per il 1861 la spesa destinata per i lavori pubblici, come si è mostrato precedentemente, essendo stata elevata alla cifra straordinariamente imponente di più di sei milioni di ducati e perciò avendo dato una differenza almeno di 3 milioni e mezzo sull’antico assegno di questo Ripartimento, ci si rende necessario esaminare in che consistano questi lavori, e quali opere pubbliche siansi messe in esecuzione.

A conseguire questo scopo, basta paragonare i diversi capitoli del bilancio del 1861 coi loro corrispettivi degli anni precedenti, paragone che risulterà dal seguente confronto.




BILANCIO
del 1859 — 1860
BILANCIO
del 1861
Rettificazioni, miglioramento e perfezionamento di strade, nuove costruzioni, compenso di fondi occupati o danneggiati per tali lavori 511,076,86 2,000,000
Riparazioni all'Edilizio di Castelcapuano colla parte destinata a Tribuna ecc. 11,600 40,900
Esplorazione dei terreni su cui fondare i rilievi geognostici per la carta geologica 1,900,67 4,000
Pel mantenimento de’ Porti mercantili 10,000 37,400
Opere publiche provinciali e bonificazioni 360,935,62 291,914,62
Lavori della ferrovia da Capua a Ceprano 480,000 900,000
Telegrafia elettrica, personale,. spese e nuovi lavori 164,311 622,824,12
Poste e procacci, personale, spese diversi e rimborsi all’estero 242,329 646,219,36

Dal suesposto ragguaglio, risulta come per il 1861 la quantità di pubblici lavori, non che il miglioramento di pubblici servigi, come sono le poste i telegrafi e la ferrovia sono state sensibilmente aumentati e corrette.

Questa quantità di lavori comunque per sé stessa fosse sufficientemente considerevole, pure atteso il radicale mutamento che queste provincie,. per effetto «Della rivoluzione, hanno dovuto subire, non è adequata al bisogno.

Imperocché, dicasi francamente, presso di noi non v'è più quistione politica, avendo le nostre popolazioni, i cui sentimenti per la massima parte sono veramente italiani, ottenuto l’intento su quello che riguardava la quistione politica per cui han voluto non rimanere più divise dai proprii connazionali dell’alta Italia — e questo scopo si è conseguito.

La vera quistione attuale non bisogna in niun modo dissimularla, è ridotta oramai ad una quistione schiettamente economica.

L’effetto di qualsivoglia guerra, o rivoluzione, di qualsivoglia perturbazione di un antico ordine di cose, è sempre quello di produrre momentaneamente una perturbazione economica.

Il cambio, il lavoro, i capitali sospendendo in un momento le loro funzioni non possono produrre che una perturbazione necessaria che si suol denominare crisi finanziera, crisi commerciale talvolta, e spesso alimentare.

Presso di noi in verità nessuna di queste specie di crisi è avvenuta nel senso assoluto della parola, una qualche cosa però generalmente si sente di malessere economico, Affinché questo male abbia un salutare rimedio, i governi debbono provvedere a produrre artificialmente la pubblica attività o per dir meglio debbono richiamare la pubblica attenzione sul movimento economico della società. E perciò che i pubblici lavori in generale sono richiesti come un salutare provvedimento, dopo che le crisi politiche fossero avvenute.

Per queste ragioni è. di grave importanza l’atto del parlamento con cui si concedono le grandi linee di ferrovia in queste nostre provincie.

La pronta costruzione delle ferrovie, qui dove sono state per lo passato cosi ardentemente desiderate, e dove il passato governo che io parte non voleva, perché le reputava giustamente un veicolo atto a fomentare l’incivilimento tra le popolazioni di campagna, ed in parte non poteva per la infelice condizione in cui stavano le finanze, le ha sempre destramente ostacolate in guisa che in più di 30 anni per tutta l’estenzione di queste provincie non si sono costruite, o messe in corso di costruzione che appena 238 chilometri che quasi per ischerno quel governo né avea permesso l’esistenza.

Per rilevare la nostra grande inferiorità al resto d'Italia è utile osservare il seguente specchietto che riunisce le diverse parti della penisola, escluse le grandi sue isole.


»»»»»»»»»»

Provincie Ferrovie Rapporto per 100,000 ab.
PIEMONTE 1230 chil.
LOMBARDIA 498 16,45
EMILIA 494 23.22
TOSCANA 895 49,30
MARCHE ED UMBRIA 830 29,38
NAPOLI 238 3,31
3965 chil. 1755
Si rileva da questo quadro quale infelice proporzione le provincie napolitane serbano con le altre, e di quanta necessità era che tostamente fossero le ferrovie incamminate.

Con la Convenzione del 12 maggio 1861 ratificata dal Parlamento noi aggiungiamo la cifra di altri 1012 chilometri per la strada ferrata che dovrà percorrere dal Tronto ad Otranto, passando per Termoli, Foggia, Barletta, Bari, Brindisi e frecce; e con le altre da Foggia per Ascoli, Eboli, Salerno, a Napoli e quella da Ceprano a Pescara passando per Sora, Cesano, Solmona e Popoli.

Cosicché avremmo, senza contare l'altra grande linea concessa per le Calabrie, 1250 chilometri che dovranno essere costruite nel corso di sei anni.

Con questa cifra aggiungendovi pure quella che risulterà dalle ferrovie Calabre, in 400 chil. noi arriveremmo nel corso di tempo relativamente cosi breve ad avere da 1650 chilometri di ferrovie cioè sette volte quelle che stavano presso di noi in gran parte soltanto come concessioni, e perciò se non a metterci a superare le provincie dell'Emilia almeno ad uguagliarle ed a superare certamente le provincie Lombarde.

Ora qui noi faremo due osservazioni, in primo luogo: col passato governo autonomico volendo fare un’identica concessione, si avrebbero (come risulta dalle convenzioni che erano in trattative di fare) dovuto pagare 750 ducati annui per miglio di sola sovvenzione alla società che avrebbe costruite le ferrovie.

Per la qual cosa volendosi costruire le indicate linee in 1650 chilometri, che più di 800 miglia avrebbe dovuto pagare per il corso di cinquanta anni una somma di sei milioni di ducati sul bilancio dello stato.

Dimandiamo noi in qual modo gli sarebbe stato possibile mettere nel bilancio passivo questa somma?


Il bilancio portava costantemente ogni anno un introito di ducati 30.790.500. 07
Ed un esito di ducati. 32.547.717.69
E perciò un deficit di ducati. 1.757.117.32
Laonde per poter costruire le ferrovie sarebbe stato bisogno di aggiungere a questo deficit l’enorme somma annua di ducati. 6.000.000.
Per cui si avrebbe avuto un complesso nel disavanzo di ducati 7.759.117.32

Ora questa somma non potendosi in verun modo prelevare dagl’introiti ordinari sarebbe stato mestieri contrarre un prestito il cui frutto l’avesse uguagliato, vale a dire che per il corso di mezzo secolo dovea il governo contrarre ogni anno un prestito, che alla fine dei conti avrebbe dato con gl’interessi accumolati un capitale di più di 300 milioni di ducati che gli avrebbe costato la costruzione di queste ferrovie.

Per queste ragioni le ferrovie presso di noi non avrebbero mai avuto luogo se la nostra rivoluzione non avesse rovesciato quell’antinazionale governo.

L’altra osservazione che a noi sembra giusto di fare è questa: che il nostro paese ricchissimo in sé, per la sciocca dominazione che ne ha sviato le fonti della ricchezza non solo può produrre i 30 milioni di ducati, compresa la Sicilia, i 36 milioni circa, ma produrrà almeno il doppio appunto quando le vie di rapida comunicazione si saranno messe in attività, ravvicinando i mercati lontani e diversi, moltiplicheranno la produzione, il commercio sarà più grande, e la rendita territoriale si metterà a pari delle altre in Europa.

La mancanza di queste vie di comunicazione, facendo rendere di poca attività il commercio, sviliva tutti i valori e la Finanza che consiste nel prelevare dalla pubblica ricchezza una quota parte per i bisogni generali dello stato, dovea di necessità essere qualora presso di noi di nessuna importanza, tanto che il Belgio, che è uno stato per estensione di terra quarta parte dell’ex-regno, e per popolazione poco più della terza parte, somma nel suo bilancio d’introito la stessa quantità che sommava la finanza dell'ex regno di Napoli e di Sicilia riunite insieme.

LE PENSIONI DI RITIRO

Una cifra enorme paga la nostra finanza per le pensioni di ritiro, che sono state approvato dal 14 luglio 1860; la cifra è scandalosa, ed è tanto più scandalosa in quanto i pensionati sono stati in gran parte 0 complici col caduto governo di tutte le nefandezze, che impunemente si sono allora commesse, o potendo non hanno impedito, che s'inferocisse cotanto. E noi? Paghiamo loro niente di meno, che ducati 1,914,548: 97. Ed a chi paghiamo un milione novecento quattordici mila cinquecento quarantotto ducati e novanta sette grani?

A Leopoldo Corsi, Consultore della già Consulta dei Domini al di qua del Faro per anni 45 di laicissimo servizio per aver percepito negli ultimi due anni il soldo di duc. 2,900:00, essendo di accordo nell’agosto 1860 le Conclusioni del Pubblico Ministero e gli Avvisi della G. C. dei Conti si concedono annui duc. 2,900: 00.

A D. Francesco Antonio Winspeare ministro segretario di Stato, e primo Ufficiale del R. Esercito per più di 40 anni di felicissimo servizio per aver percepito il soldo per gli ultimi due anni in ducati 3,600:00 si accorda la pensione di ritiro in ducati 3,600; 00.

Giuseppe Bartolomucci Uffiziale di Ripartiti e per i anni di faustissimo servizio si accorda la pensione di annui duc. 1,000: 00.

A Giuseppe Faraone, Commissario di Polizia per 40 anni di fedelissimo servizio si accorda la pensione di annui duc. 1,200; 00.

A Carlo Picenna Maresciallo di Campo già Direttore della Guerra la pensione di annui due. 3.600:00,

Ad Emiddio Antonini, invialo straordinario e ministro per anni 37 di servigio la pensione di ducati 3.000:00.

Ad Antonio Maddaloni Direttore Generale del Gran Libro per 36 anni di servizio la pensione di duc. 2000:00.

A Federico Cervati Amministratore Generale delle l’oste per 40 anni di servizio la pensione di ducati 2000: 00.

A Pasquale M.a Luigi Carata Incaricato del Portafoglio degli Affari Esteri per 40 interminabili anni di servizio duc. 6000: 00.

Ad Antonio Polizzi Brigadiere dell’esercito ducati annui di pensione 1410: 00.

Ad Antonio Bracco Retro Ammiraglio duc. 3000:00 di pensione.

A Raffaele Carrascosa Ministro Segretario di Stato per gli anni di servizio una pensione annua di ducati 6600:00. La strettezza del nostro giornale c’impedisce di pubblicare tutti i nomi dei pensionati, noi né abbiamo pubblicati pochi come per saggio. Ripetiamo al governo, che sorvegli attentamente la condotta di questa miriade di pensionati, acciò rispettino chi dà loro un pane. L'Italia ha dritto di essere da costoro massimamente rispettata, giacché essi tolgono a tanti infelici ed onesti cittadini, che danno la vita in sagrifizio della patria, nientemeno che un milione novecento quattordici mila cinquecento quarantotto ducati è novanta sette grani; e pure tante volte li vediamo mischiati in cospirazioni! Noi non possiamo intendere, perché non si prenda un energico provvedimento sii tal proposito, e siamo persuasi, e credo lo siano anche i governanti, che se tutti questi galantuomini ritornassero al potere certo non userebbero, quella misericordia, di cui ad essi si è tanto larghi.

IL BRIGANTAGGIO (Dal Campidoglio)

Nel sentire ogni giorno rinnovarsi le scene di brigantaggio, nel vedere riescire inutili le continue spedizioni di truppe e rinvio di esperti generali, nel vedere che quel male quando è estinto da una parte ripullula in due o tre altre, sorge naturale la domanda. in tutti: Sarà quella una piaga irrimediabile delle provincie meridionali? Non si potrà mai porre fine a quelle dolorose mene d’assassini? —

È però vero d'altra parte che se oggi il brigantaggio mostra una straordinaria recrudescenza, non è già effetto di tradizioni, bensì degli eccitamenti e degli ajuti ch'esso riceve da una corte vicina, dalle paghe, dai pregiudizi religiosi che si mettono iti giuoco appositamente per esso, dall’organizzazione che gli vien data, dalle promesse che gli vengono fatte e da molti altri moventi che ora sarebbe difficile annoverare.

I furori presenti pertanto di quella gente feroce che si dà al brigantaggio, sono eccezionali, e dureranno fino a tanto che durerà la Corte vicina che li eccita e li dirige, fino a tanto che Roma resterà in mano dei preti e del Borbone. Quanto al brigantaggio ordinario esso presenterà certamente le sue difficoltà, tuttavia allo stesso modo che la società dapprima tutta barbara venne all’attual punto d'incivilimento, allo stesso modo che vennero distrutte le bande di ladri e e infestavano diversi paesi, potrà certamente essere distrutto anche il brigantaggio.

Il brigante, che è il lazzarone delle grandi strade, ha tradizioni che si legano con quelle dell’ex famiglia reale, ed è appunto in seguito a queste tradizioni che la sua costumanza potè essere esercitata quasi come cosa lecita e che ora compare tanto difficile il dominarla.

Quando l'armata di Championnet lasciava la capitale partenopea il re Ferdinando entrava in essa con un grande corteo, a capo del quale, fiero sopra un ronzino, cinto d'oro e di variopinti cenci, figurava un lazzarone. Il re s'era affidato a questa classe, perché a forza di delitti gli riaprissero il cammino al trono, il cardinal Ruffo fu per lungo tempo il grande organizzatore del brigantaggio e d'allora in poi, questo flagello delle provincie meridionali, essendo divenuto cosa autorizzata dal potere pubblico, divenne quasi naturale a quelle provincie.

Egli pare veramente un controsenso della provvidenza che quelle provincie in cui l'aria, il cielo, la natura tutto consiglia la dolcezza, sieno invece il teatro di tante crudeltà: ci pare una cosa quasi impossibile che la ferocia dei selvaggi dell’Africa siasi trasportata sotto gli aranci ed i melagrani di Sorrento. Ma pur troppo questo triste miracolo, che la natura non avrebbe potuto fare, potè esser fatto dal dispotismo.

Il napoletano ha ottimo naturale, ha mente aperta, cuore capace dei più nobili sentimenti; ma quando un governo si studiò con ogni mezzo di tener questo popolo nell'ignoranza, quando un governo si servì del misfatti della classe peggiore di quel popolo, allora più non conviene meravigliare che gli inoffensivi pittoreschi figli del sole di Napoli siansi cangiati nella popolazione più crudele e più feroce che non si possa immaginare.

Infatti cosa si fece da cinquanta anni a questa parte per migliorare quel popolo ignorante e brutale che ora costituisce l'armata del Borbone? Cosa si fece per toglierlo al suo torpore nativo e fargli lasciare i suoi cenci? Nulla: invece di renderlo capace di lavoro e d’attività, lo si immerse tanto più nella sua infingardaggine e nella sua sonnolenza. Si aveva bisogno dei suoi vizi, ed il cessato governo non si è peritato dallo svilupparli.

Come, pel passato, i re di Napoli avevano fatto dellazzaronismo una specie di lazzarocrazia; ora la corte di Roma e Francesco Borbone tentano sostituire il governo dei briganti. Date a costoro denari. indulgenze e stili, ed il brigantaggio, che da Ruffo in poi non ha mai cessato di funzionare, che anzi era passato allo stato d’istituzione politica, e che era una ruota di governo, tornerà in fiore come noi vediamo oggidì.

È questa una vera demagogia del trono o dell’altare. Ma essa invece d’eserne il sostegno, sarà la causa che farà crollare e l’altare e il trono a cui serve.

Non si può ricorrere a tai mezzi negativi, senza rinunciare a parte di se, senza distruggerai in parie. Il governo che ricorre a tai mezzi, rinnega sé stesso in farcia al mondo, mostra ch'esso non ha mezzi naturali per reggere, ch’esso è un’anormalità sociale e null’altro; esso non è che un capo di briganti, e come tutti i capi assassini presto o tardi furono presi, così anche il governo pontificio verrà quanto prima posto in condizione di non più nuocere.

Bisognerà bene infatti che e popoli e governi trovino necessario mettere freno a tante scene d’orrore quante Accedono nelle provincie napoletane, e che trattengano la mano della corte di Roma, la quale commette tante infamie: bisognerà bene che tutti si persuadano come il potere temporale del papa più non possa assolutamente sussistere e come sfa molto più contrario alfa religione quel potere che non l'opera dei rivoluzionari; già fin d’ora te popolazioni conoscono come quel poteri; temporale sia più dannoso che necessario al pontefice, onde non andrà molto che quest’accordo di popoli contro un sistema tanto vieto e dannoso si farà sentire in modo da far crollare quel potere.

In tal modo l’arma di cui e papa e borbone vollero servirsi per sostenere una causa ingiusta, si sarà rivoltata contro essi e avrà finito col distruggere la loro potenza.

Nè il brigantaggio vorrà allora dorare molto più oltre. Cessate le distribuzioni di denaro, di indulgenze, e di stili, cessala l'opera dei congiuranti, distrutti i principali capi che sollevarono i paesi e comandarono le bande, i poveri figli dell'Appennino o delle spiagge partenopee non avranno più motivo di continuare nella. feroce condizione in cui si trovano oggidì, e troveranno essere molto meglio accettare le condizioni d’un governo ordinato, il quale tenterà far di essi tanti bravi uomini. Si purgano le selve dai lupi e dalle tigri e non si potrà purgare la società dal malfattori e dai briganti? Non v’è a dubitare: il successo è sicuro. Ma per riescire completamente nell’opera bisogna andare a Roma.

LA LEVA IN SICILIA

Rileviamo da un nuovo giornale di Catania, Roma degl’Italiani, le seguenti parole sulla leva, e raccomandiamo a'  nostri lettori di leggerle a Ilenia niente.

Il fatto che ha interessato maggiormente fa pubblica opinione in quest’ultimi giorni è stato la pubblicazione del Decreto che ordina la leva nelle provincie Siciliane di 15000 uomini fra gli iscritti del 1810. — Diciamo interessare poiché gli Italiani di quest’Isola sentono con l’orgoglio della dignità di aver fatto un altro passo dippiù verso quella libertà civile ed indipendenza politica che sono le fondamenta del nostro Statuto — Sentono che la Nazione nell’appellare i suoi figli non ha disconosciuto i diritti sacri che i Siciliani hanno all’onore, all’indipendenza, e alla libertà sua, come l’avea disconosciuto la dinastia che li ha dispotizzato, vituperandoli con un infame privilegio, ch’era il più obbrobrioso insulto che potea farsi alla dignità d’un popolo — Sentono finalmente che si è fatta giustizia all’onore della gioventù di Sicilia.

Quest'ultima considerazione è forse superflua dopo le splendide prove di eroismo che i giovani di Sicilia ànno dato spargendo di sangue la gloriosa via che da Calatafimi conduce a Palermo e a Milazzo, e da Milazzo a Reggio e a Capua; dopo la testimonianza di uno de’ più prodi soldati italiani, Nino Bixio, che disse in pieno parlamento: che in Sicilia c'è stoffa da far soldati... Sì, quella stoffa di soldati italiani, gioventù bella e prode, ricca di memorie e di avvenire, quell’indomito soldato della Liguria l’avea avuto al fianco nelle supreme battaglie del Volturno. di Maddaloni, di Santa Maria... quella stoffa di soldati avea collo splendore delle sue baionette circondata di tanta luce la nostra bandiera da non dover invidiare nessuna gloria del mondo!

Abbiamo insistito su questo punto per ismentire e per combattere qualche voce non italiana che si eleva a calunniare nella parte più sacra l’onore della gioventù siciliana, profittando della prima impressione prodotta l’anno scorso da questa libera istituzione che il dispotismo ci avea insegnato a disconoscere — per protestare colla gioventù Siciliana, come questa à protestato, che queste calunnie sono infami, non li merita, che ora in Francia non si ha diritto più a dire che in Sicilia la leva è quistione di onore, dopo che la gioventù Siciliana ha provato che in fatti d’onore non transige.

Non guari abbiamo pagato gli Svizzeri, popolo libero che Vive vendendo la sua carne, il suo onore, la sua libertà! Ora il generoso popolo di Sicilia non vuole più stranieri d’oltralpe e d’oltre mare in sua casa; e si sente forte abbastanza da concorrere coi fratelli del continente alla libertà e all'indipendenza nazionale. E vuole le sue agguerrite coorti, il suo grido di guerra. — E Vuole il suo cappotto bigio, il suo cappello piumato da bersagliere, il suo fucile, il suo zaino militare per correre alla liberazione dei suoi fratelli, ancora miserando strazio dell’aquila bicipite — E vuole il segno del valoroso sul petto lacerato alle supreme battaglie della Patria —E vuole la sua bandiera dei tre colori da piantare vincitore sulla piazzetta di San Marco e sulla sacra vetta del Campidoglio — E’ vuole fa voce del suo Re che lo guidi alle battaglie della libertà e dell'indipendenza italiana il suo Re primo soldato d’Italia a Goito, caporale a Palestro, il suo Re splendido simbolo di tradizionale cavalleria, di lealtà. di onore il suo Re, vecchio compare della mitraglia!!

COSE DI ROMA

– In una lettera di Roma leggesi:

Quanto ai capi arruolatori di S. M Francesco II, sapete chi essi sono? il carnefice di Napoli ed il suo collega di Palermo. Due servitori troppo affezionati e riconoscenti alla dinastia, per abbandonarlo nei giorni scuri. Una dinastia che ha in pochi anni contati 1493 supplizi per delitti politici, capperi se ha diritto alla inalienabile riconoscenza del boja!

Giorgi è sempre a Castel Sant'Angelo. Gli si rinvennero carte compromettenti il cardinale sonninese e che segue il suo istinto naturale fomentando brigantaggi, e l'ex-re borbone. Egli avea ordine di dare relazione esatta al Quirinale ove risiede la corte borbonica. Gli arresti dei reazionari sono cessati. L'ambasciata di Francia ebbe istruzioni di inculcare al Comando dell'armata di impedire con ogni mezzo la organizzazione del brigantaggio, e di distruggere quella che esiste. Fu allora che accaddero i primi arresti fra i quali quello del Giorgi, ma Goyon, venuto a Roma da Civitavecchia sospese gli arresti, e sembra dietro relazioni del Mangui prefetto della polizia francese. È questo un avventuriere che vari anni fa era un disperato o peggio, né si sa comprendere come il governo francese gli abbia affidato incarico sì delicato. Egli parteggia apertamente per la corte di Roma, alla quale vuolsi che venda a caro prezzo i servigi. Ma sino a quando permetterà Napoleone che in suo nome il generale di Goyota agisca con tanta leggerezza, per non dir di peggio, in questioni d'immensa importanza?

La condotta di questo signore è incompatibile colle viste, cogli interessi, e dirò anche coll'onore della Francia. Indulgentissimo quando si tratta di frenare le mene sanfedisti che, freddo e lento quando si tratta di perseguitare reazionari, pronto e fermo quando si tratta d'impedire al popolo la pacifica manifestazione dei suoi più legittimi desideri non risparmiandogli epiteti offensivi, e falsando anche la verità.

Dicesi che parta domani per la Francia. Speriamo che sia partenza senza ritorno. (Corr. d. Mar.)

– In data del 5 agosto alla Gazzetta di Milano da Civitavecchia scrivesi quanto segue:

Il famigerato Raffaele Ceccarelli, che dal governo pontificio fu mandato a Corneto come arruolatore per conto anche dell'ex re di Napoli, dopo avere dimorato in quel paese alquanti giorni senza gran frutto, non avendo potuto mettere insieme se non una quindicina di vagabondi del l'Aquilano e delle Marche, è venuto qui a spiegare le sue reti, ma è rimasto del tutto deluso. Jeri s'imbarcava per Malta sui vapore Il Quirinale, per ordine ricevuto da Roma, e per sbarcare di là in un punto della Sicilia. E partito in sua compagnia Giuseppe Baldani, celebre assassino che tanto si distinse nelle stragi di Collalto, e specialmente nell'uccisione dell'infelice medico Latini.

Sono imbarcati di qui cinque individui che ho fondata ragione di credere agenti borbonici mandati ad eccitare alla diserzione soldati delle provincie meridionali. Essi sono muniti di passaporti del console napoletano a Civitavecchia Francesco Galera, e sono diretti per Marsiglia in qualità di ramai o magnani. Pubblicate queste notizie affinché l'autorità si metta in attenzione.

NOTIZIE STRANIERE

– Leggesi nelle Nationalitès di Torino:

ll governo belgico, ci si assicura, riconoscerà bentosto il regno d'Italia. Il ministro è d'accordo su questo punto; più non ci manca che il consenso del re il quale, si ha ogni ragione di sperarlo, lo darà tosto che sarà di ritorno dal campo d'istruzione.

– In data del 7 agosto scrivono da Parigi alla Gazz. di Milano:

A sentire il chiasso che si fa dall'altra parte del Reno, si direbbe che siamo proprio alla vigilia di una conflagrazione generale. Il viaggio del nipote di Bernadotte a Parigi ha messo sottosopra i cervelli tedeschi, ed il branlebas, o come direbbesi la campana a stormo, suona da un capo al l'altro della bionda Germania. Non si è mancato di osservare l'accoglimento entusiastico fatta all'ambasciatore italiano dalla razza scandinava e dai due principi che reggono quelle lontane contrade. Si è notato il brindisi del re di Danimarca, il quale è arrivato a bere in un pranzo ufficiale alla salute del suo eccellente amico ed alleato Vittorio Emanuele II. Tutti questi fatti guardati in Germania attraverso ad una lente da telescopio, son cresciuti dalla mosca all'elefante, e la Confederazione babelica, fabbricata dai grandi rattoppatori del 15, si sente oggimai stretta in un cerchio di ferro composto dall'Italia, dalla Francia e dalla Scandinavia. Non dico impossibile il disegno in certe eventualità, e certamente cavarsela da una simile stretta non sarebbe la cosa più facile del mondo; ma per ora io credo che non ci sia altro se non uno scambio di simpatie reciproche frutto di reciproci interessi; la tacita ma eloquente dichiarazione che le velleità germaniche non potrebbero espandersi tanto facilmente in Europa.

– l reggimenti francesi a Roma stanno per ricevere dai loro depositi tutti gli uomini istrutti. Ciò implica per ora da parte del governo, la formale volontà di restare a Roma nella stessa situazione. (Temps.)

– Parlasi dell'intenzione del nuovo sultano Abdul-Azis di fare un viaggio in Europa nel prossimo ottobre. Si dice ch'egli si recherà in Italia, in Inghilterra ed in Francia.

– I disordini in Portogallo furono completamente re pressi. (Havas)

– Un dispaccio telegrafico da Praga reca che i torbidi assumono un carattere minaccevole. La guerra mossa agli ebrei non è che un pretesto inteso a coprire uno scopo po litico. È una guerra a morte del partito slavo-boemo contro il partito tedesco. La corte del vecchio imperatore Ferdinando e l'ex-imperatore stesso hanno abbandonato precipitosamente la città, temendo lo scoppio di una sollevazione, (Mov. )

– Il Comitato di Gran ha innalzato al trono un indirizzo contro l'esazione forzosa delle imposte. Questa impopolare operazione procede con vera ferocia; e saranno letti con interesse questi particolari che la Bullier riceve da Pest:

Un deputato della Camera (contro i cui membri è di retta principalmente la rabbia dei soldati che sono alle spese di coloro che non pagano le imposte) mi raccontò che in una sua fattoria furono messi settantacinque soldati i quali dopo aver mangiato per tre settimane tutto quanto vi trovarono, recaronsi dall'oste del villaggio, chiedendogli da mangiare e bere per conto del deputato. L'oste durò fatica ad impedire i soldati d'invadere la sua casa. Dopo aver com messi nella fattoria nuovi atti di devastazione, se ne partirono, promettendo di ritornarvi ben presto. I soldati, per non rimanere lungamente presso i borghesi delle piccole città e dei villaggi, immaginarono di sollecitarli al pagamento degli arretrati, col compromettere nei modi più scandalosi la riputazione delle loro figlie, delle loro donne, in guisa che quegli infelici veggonsi nella necessità di pagare subito l'imposta o di lasciar disonorare le loro famiglie. Ci arrivano quasi ogni giorno siffatte notizie. Veramente non possiamo crederci nel seco o dicianovesimo, leggendo le atrocità di quei soldati...»

UN ARTICOLO CHE CI RIGUARDA

Nella Rivista de'  due Mondi leggesi quanto segue:

«Lo stato del regno di Napoli è un triste rovescio alla pagina brillante dalle altre parti d’Italia, e presenta un deplorabile contrasto col buon contegno delle popolazioni del nord della penisola, ma gli Italiani del nord non sono responsabili della demoralizzazione delle popolazioni napoletane: l’anarchia delle provincie meridionali accusa il precedente reggimento, il funesto e vergognoso governo di re Ferdinando. D’altronde il focolare che alimenta il disordine nel regno di Napoli è manifestamente a. Roma. Questa influenza malefica di tutte le ostilità concentrata ed unite in Roma non accresce soltanto te difficoltà del governo italiano; ella diviene per la Francia, la cqi risponsabilità è impegnata per la protezione di cui copre Roma, un serio impaccio. Il governo francese deve senza dubbio considerare se gli conviene che si profitti della protezione che gli presta per eccitare e perpetuare l'anarchia nel sud della penisola.

«Intanto per nostro conto, e nell’interesse, crediamo, dell’Italia indipendente e liberale, noi non siamo disposti a sollecitare il governo francese di prendere a Roma delle misure energiche. La dignità dell’Italia le consiglia di non profittare di verun soccorso straniero. e di non reclamare? l’uscita da Roma dell’antica corte napolitana. Badino gli Italiani a non tentare la soluzione di Napoli per mezzo della questione romana! Rivolgano le loro forze solamente alla pacificazione di Napoli. Una volta raggiunto questo compilo, la loro voce avrà in Europa una più grande autorità morale, e potranno poi con maggiori esperienze di successo attaccare la quistione romana.

«La politica più saggia e più nobile per l’Italia, a luogo di sollecitare un atto d’influenza deliri Francia a Roma, consiste nell'aprirsi colle sue proprie risorse nella soluzione della quistione napolitana un avviamento decisivo allo scioglimento della questione romana.»

NOTIZIE ITALIANE

– Dal ministero dell'interno stanno per uscire i provvedimenti in esecuzione della legge provvisoria relativa all'amministrazione provinciale.

– Il ministro De Sanctis ha divisato di far partire a spese dello stato alcuni giovani che si sono distinti nella carriera degli studi e farli soggiornare qualche tempo al l'estero a fine di perfezionare la loro cultura e di profittare di tutti i progressi dell'insegnamento e della scienza. Quest'esperimento diede già un ottimo risultato allorché fu spedito in Germania il nostro valente Lignana.

– È imminente la pubblicazione di un grosso volume del cav. Boncompagni sopra il potere temporale del pontefice, e sopra i rapporti dello Stato colla Chiesa.

– Dicesi che sia per venire in luce a Torino un giornale diretto da dotti e liberali ecclesiastici coll'intento di combattere le dottrine sostenute dall'Armonia e dalla Civiltà cattolica.

– Si hanno buono notizie di Sicilia. Mercé l'abile ed operosa amministrazione del generale Della Rovere, non solo cessarono le agitazioni, e migliorò la condizione della pubblica sicurezza, ma anche i più importanti servigi dello Stato si organizzano alacremente e senza incontrare molti ostacoli. Così, udiamo che l'operazione della leva procede benissimo, e il sistema di percezione delle imposte funziona regolarmente.

– Si scrive da Venezia:

Il luogotenente austriaco Toggenburg, diramò circo lari alle autorità politiche del Veneto e alle nostre Camere di commercio che ingiungono il rifiuto di ogni domanda di permesso per inviare oggetti all'esposizione nazionale di Firenze, e impongono d'impedire che tali oggetti in alcun mo do sieno spediti. Noi Veneti domanderemo non pertanto alla Commissione dell'esposizione che sieno lasciati vuoti i posti che dovevano essere occupati dagli oggetti d'arte e d'industria delle nostre provincie, e i vuoti saranno giustificati da iscrizione relativa al veto austriaco.

– Nel Monitore di Bologna dell'8 agosto leggesi quanto segue:

Oggi, otto agosto, è giorno veramente memorabile per la nostra Bologna, poiché nel 1848, in questo stesso giorno, il nostro popolo, fatto un solo uomo, con eroico patriottismo, cacciava in fuga gli austriaci, scesi come sempre ad opprimere queste provincie italiane; e nell'anno seguente, in questo stesso giorno, tornati gli austriaci a riporre colla forza sul trono il pontefice,giustamente come re detestato, a vendicare la vergogna della sconfitta avuta dodici mesi prima, barbaramente fucilarono quel padre Ugo Bassi, che per amore all'Italia, pel sincero affetto alla Religione, era oltredire caro ai bolognesi, i quali ne serberanno eterna la pietosa ricordanza.

– La memoria di tali fatti è stata oggi ricordata fra noi con pubbliche dimostrazioni.

Nelle prime ore del mattino, per cura della Società Operaia, nel Comunale Cimitero, detto della Certosa, si è celebrata una Messa funebre in commemorazione del P. Ugo Bassi, e ciò si volle appunto là ove riposano le sue ossa benedette, ed un'aitra Messa funebre si è celebrata verso le ore 9 nella Basilica di San Petronio, dove molto concorso di popolo ha con fervore pregato Iddio, datore della libertà, per la pace dell'anima del P. Bassi e di tutti coloro che alla libertà sacrificarono la vita.

(Non dobbiam tacere che, compiuta la funzione di suf fragio nella Petroniana Basilica, una povera donna presen tavasi alla Sagristia, offerendo una corona ed un mazzo di fiori, insieme a due candelette, e pregando che si ponesse ro gli uni e si accendessero le altre sullo strato funebre, posto in mezzo al Tempio.)

– Verso le ore sette pom. nella Piazza d'Armi della Montagnola, il Maggior Generale conte Malvezzi passerà in rivista la Guardia Nazionale, appunto in quell'ora in cui tre dici anni or sono lo straniero doveva retrocedere contra l'ira di un popolo infamemente oppresso.

– Scriveci da Ancona:

A quanto si assicura, da un giorno all'altro deve qui giungere una commissione composta di generali appartenenti all'artiglieria ed al genio militare. Sembra che al loro giudicato il governo voglia rimettere la determinazione definitivamente apprendersi sulla maggiore o minore estensione da darsi alla nuova cinta, dalla quale deve dipendere l'ingrandimento della nostra città. Presto noi torneremo sopra l'interessantissimo oggetto dell'ingrandimento sospirato, il di cui ritardo, oseremo dire, trae seco gl'inconvenienti gravi che affliggono una popolazione stipata entro un recinto appena sufficiente a contenerne i due terzi.

CRONACA INTERNA

– La polizia di Napoli spiega la sua vigilanza anche sulle più lontane ed innocue aderenze delle persone sospette; e iersera le venne fatto di raccogliere qualche frutto di questa sua vigile solerzia. Vive in questa città un ministro di Dio, riputatissimo per la illibatezza dei suoi costumi e per la santa osservanza della sua vita; la polizia pare che da qualche tempo in qua non abbia molto guardato alla santità di lui, ed invece ha sorvegliato l'istinto reazionario del casto sacerdote, che non si è potuto mai cogliere in fallo. La polizia finalmente pervenne ad avere delle prove che se non davano elementi di reazione, mettevano però in dubbio la illibatezza del prete: epperciò fattasi iersera una perquisizione nel domicilio di una donna, che pure era tenuta per santa e casta persona, ci furon trovate tre magnifiche bandiere borboniche, in cui lo stemma era stato ricamato da quella donna e da altre penitenti del pio sacerdote.

– In provincia di Molise al Sindaco di Cercepiccola riuscì di fare arrestare un capo brigante a nome Antonio Nardacchione, il quale tradotto in Campo basso vi fu fucilato il giorno 10 – Nella medesima provincia il giorno 7 corrente dai briganti del Ma tese fu mandato al sig. Tito Giacchi di Sepino un biglietto di ricatto, di cui gli abitanti di questo comune si servirono a tendere una trappola ai malfattori.

Ne furono presi 19 – Il nostro ufficio di cronisti ci obbliga a registrare un fatto doloroso, avvenuto pure in provincia di Molise: un piccolo distaccamento dei nostri soldati tra Pontelandolfo e Casalduni cadde in un agguato tesogli da un gran numero di briganti i quali con una sola scarica ne uccisero 27.

– Leggesi nel giornale La Guida di Aquila: li giorno 8 rientrò in Aquila una Compagnia del 35.° la quale ebbe uno scontro coi briganti in Tollea infelice e miserabile. Paesetto della Provincia di Teramo sul confine della nostra e situato alle falde di Montecorno. I briganti sono nel numero di circa 150 dei quali una metà bene armati e trovavansi situati in una vantaggiosa ed inaccessibile posizione. Ebbe la lodata compagnia a sostenere un combattimento di circa 7 ore non solo contro la fucileria di quelli bene armati, ma sotto una grandine di sassi che gli altri lanciavano dall'alto. Ma dopo visti i briganti cinque o sei de'  loro morti si salvarono colla fuga tra quelle inaccessibili balze. Un solo soldato riporto una contusione, ed il Luogotenente ebbe salva la vita per la fortunata combinazione che una palla lo colpì nel taschino e venne arrestata dal metallo della cerniera del portamoneta. Speriamo nel prossimo numero darne meglio i dettagli.

– Leggesi nel Monitore della Guardia Nazionale di Teramo dell'8 agosto: L'altrieri la terza compagnia nelle vicinanze di Penne arrestavano cinque briganti che alla semplice intimazione del comandante si arrendevano – Inseguita dalla forza cotale canaglia si ritira negli esterminati boschi e nelle aspre ed erte montagne e di tratto in tratto si reca a tormentare il tranquillo paesano e ne diruba infamemente le misere sostanze mettendo a soqquadro l'umile casolare. Ma ciò non durerà gran pezza, poiché diretta la bisogna dal Signor Colonnello Testa e questi secondato da suoi valenti ed infaticabili ufficiali e soldati e dalla zelante e brava guardia nazionale della città e del contado verranno fra breve quei malandrini circondati inseguiti raggiunti disfatti.

Sappiamo al presente che ieri notte in numero di 150 sono stati attaccati da poco più di 40 della sesta compagnia del 49.° di linea. In forte posizione hanno fatto resistenza: in fine sono stati attaccati e dispersi restando 4 morti e molti feriti dei loro, ed un soldato del 49, un tal Vermì fe rito a morte. Fugati si son posti in un altro colle elevatissimo, ed al momento che scriviamo sono circondati dalla truppa, e da buon numero di guardie mobilizzate, che sono dirette dal bravo Colonnello sig. Testa.

LE PINZOCCHERE DELL'IMMACOLATELLA

Ad onta delle gravi cure che prende il Governo per diffondere e far prosperare le scuole d'istruzione primaria, son da deplorare gli ostacoli che tanto si affaticano a porvi i noti nemici d'Italia. Non vi ha giorno in cui ad ogni virtuoso cittadino non è mestieri porsi a persuadere gli illusi e smascherare le imposture e le calunnie di molti rugiadosi, che, sotto il pretesto di zelo per la Religione, vorrebbero perpetuare il regno dell'ignoranza e della corruzione, sul quale poggia unicamente quell'influenza, che tanto ignominiosamente s'adoperano a conservare. Non ha guari a certe gentili Signore, che si fanno a frequentare la Scuola magistrale muliebre, eretta nel locale del Gesù Nuovo, toccava tollerare in pace le più invereconde ingiurie e gravi imprecazioni di al cune pinzocchere dell'Immacolatella, per questo loro desiderio di prestarsi ad un insegnamento, che qualificavano maledetto da Dio e dalla Chiesa. Da quali sorgenti partano queste insinuazioni è facile intenderlo. Visitato avendo non è guari uno degli asili infantili di questa Città venivanci narrate con sommo nostro cordoglio le arti che usano taluni del Clero per malignare le più rette intenzioni e l'opera più santa che far si possa in favore del prossimo.

Spargesi di fatto, ad arte da medesimi che in esse scuole insegnasi il Catechismo Protestante, e sonvi state parecchie madri di teneri bambini da esse inviati a prefati asili, cui han cercato i loro padri spi rituali far capire che tali loro ragazzi, sottraendoli alle domestiche mura, il Governo ha intenzione di mandarli a Torino per meglio educarli in una religione diversa da quella del loro parenti – Noi siamo stanchi dal narrare fatti di barbarie in ogni genere, con che stanno insudiciando le pagine della storia contemporanea i seducenti sostenitori del Trono e dell'Altare. Oramai il pubblico ben li ha giudicati, e non li teme; persuaso che il progresso della civiltà continuerà, ad onta di tutte le opposizioni de tristi e de'  veri nemici della patria.

UNA DIMENTICANZA DEL GIORNALE UFFICIALE

Il Giornale ufficiale stampava i nomi di coloro, i quali dopo di aver chiesto ed ottenuto un impiego nelle scuole Magistrali delle provincie, si rifiutavano di accettarlo. Ma o per dimenticanza, o per parzialità tace un nome che anzi doveva essere pel primo registrato. Per togliere ogni sinistra interpretazione invitiamo il sig. Settembrini a correggere l'errore, persuasi che nella sua saggezza troverà che v'ha un Bardari dimenticato in quella notarella che non è una lode,

DISPACCI TELEGRAFICI

Agenzia Stefani

Napoli 13 – Messina 13 (11.43 ant.)

Sono giunti 3 battaglioni di Guardia Nazione da Palermo a far visita a quella di Messina. Fu accolta con entusiasmo tra fiori e grida di viva Palermo, viva il Re, viva l'Italia, alle quali rispondeva, viva Messina. La loro tenuta e manovra è completamente militare.

Il Luogotenente del Re è tuttora in Messina acclamato ove si presenta.

Napoli 12 – Torino 11. (11 p. m.)

Polonia. Il partito di agitazione ha ordinato gran solennità lunedI a Varsia, per celebrare l'anniversario della riunione della Polonia alla Lituania.

York 30. Il Principe Napoleone è giunto il 27: ha visitato la città conservando l'incognito. – I timori di un attacco a Washington per parte di separatisti continuano. I Federali evacuano Hampton.

Cambii 108 7/8.

S. Tommaso – Gran tremuoto ad Antigua – 200 vittime.

Patrie – Costantinopoli 8 – In presenza della situazione della Erzegovina, della Serbia e dei Principati la Porta ha deciso di concentrare le truppe disponibili dell'armata di Romelia,

Il Pays annuncia, che un nuovo competitore disputa il trono dell'Abissinia all'Imperatore.

La Presse reca: viva agitazione a Damasco: in diverse città della Siria gli ulema tentarono di sollevare il popolo contro i Maroniti. David li ha fatto arrestare – agitazione in città.

Napoli 12 – Messina 12 (11, 40 ant.)

Jerisera S. E. il Luogotenente Generale del re onorò di sua presenza il ballo offertogli dal Casino della Borsa. Egli aprì le danze alle ore 11, 9 che riuscirono brillantissime. Alla cena si fecero brindisi al Re, all'Italia, al General della Rovere. Si trattenne fino alle ore 3 del mattino. Le danze si protrassero fino a giorno.

Napoli 12 (sera tardi) – Torino 12 (8,15 a.m.)

Varsavia 11. La truppa è accampata con cannoni sulla piazza, e nei giardini pubblici. – Assicurasi che la dimissione di Wiclopolski fu accettata.

Parigi 12. ll Constitutionnel smentisce la voce di una guarnigione Franco-Italiana che surroghi l'armata Francese a Roma, smentisce egualmente i rumori del ritiro di Palmerston,

Napoli 13 – Torino 12 (9.3 pom.)

Italie. Corrispondenza da Roma 5. Malgrado l'arresto di Giorgi l'arruolamento dei briganti continua.

La Gendarmeria Francese che vorrebbe opporsi trovasi paralizzata dal Governo Pontificio che protesta contro l'intervento della polizia francese, come volesse diminuire l'autorità del Papa.

Fondi piemontesi 72. 10-prestito 1861-7. 75

Napoli 13 – Torino 12 (7. 15 pom.)

Una lettera da Ragusa riferisce che nel Montenegro si fanno grandi preparativi militari.

militari.

Notizie di Borsa

Parigi 12 – Borsa Sostenuta

Fondi piemontesi 72. 25

3 010 francese. 68. 35

4 112 010 98. 20

Consolidati inglesi 90 518

(Valori diversi)



Azioni del Credito mobiliare 725
Id.» Str. ferr. Vittorio Emanuele 366
Id.» Lombardo-venete 535
Id.» Romane 228
Id.» Austriache 501

Napoli 13 – Torino 12 (4. 13 pom.)

Parigi 12. – Il processo Mirès è aggiornato al 19.

La Patrie ha: è inesatto che l'Imperatore visiti il Re di Prussia in Germania. Il Re di Svezia è partito questa mattina.

MAURO VALENTE – DIRETTORE

Gerente responsabile EMMANUELE VACCARO

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STAMPERIA DI MICHELE GALOPPO




Anno I – N° 13 Napoli—MercoledI 14 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI

LE NOSTRE FINANZE

IV.

Nel bilancio di tutti gli Stati d'Europa specialmente due categorie di spese primeggiano sopra tutte le altre, e queste sono gli assegni destinati per il mantenimento dell’esercito e per pagare gl interessi del debito pubblico.

Per principio generale, la scienza economica ci avverte che queste due categorie di spese sono gravose e sono un danno per la pubblica prosperità.

Ma il considerar le cose cosi astrattamente, cioè il voler considerare la società còme dovrebb’essere,; e non già come effettivamente è, fa sì che la scienza il più delle volte non rende nessun servizio alla società medesima per cui fu stabilita.

L'umanità fin dal principio del mondo delle Nazioni, per esprimerci con la frase di Vico, ha proceduto identicamente alla legge generale di natura. Le forze di ogni specie che costituiscono tutto quello che è in natura, sono in una perpetua lotta tra loro: esse aggregandosi danno luogo alla dissoluzione ed alla ricomposizione delle cose tutte: così l’umanità che può considerarsi come una specie di queste forze ed anzi la principale, consistendo in quella dell’intelletto che domina sul mondo materiale, non ha proceduto diversamente. E quindi la storia dell’umanità è quella di una perpetua lotta di forze contrarie: di oppressori e di oppressi, d’incivilimento e di barbarie, di diritto e di forza bruta, di libertà e di servitù.

In conseguenza, poiché l’esercito è unico mezzo potente di mantenere in uno stato la libertà e l’indipendenza della Nazione contro stranieri oppressori, e poiché una Nazione senza libertà e senza indipendenza manca del primo requisito di pubblica prosperità, cosi la scienza stessa è obbligata a riconoscere che non v’è cosa più utile dell’esercito in una Nazione, specialmente come la nostra, che ancor non ha conseguita la totale e completa sua liberazione.

Per questa ragione il bilancio del Ministero della Guerra, è quello che maggiormente deve essere consolidato e ben retribuito: riducendosi l'esercito ad essere il primo capitale della Nazione.

In Italia esistevano vari eserciti che nell'assieme sommavano alla cifra di più di 230 mila uomini. Ma di questi una gran parte cioè 100 mila uomini erano unicamente impiegati a sostenere gl’interessi della famiglia Borbone a danno dell’intero popolo: altri 40 o 50 mila uomini, parimenti adibiti a servire i principini o le principesse di Toscana, di Parma, di Modena ed i Cardinali: ed infine altri 50 o 60 mila in circa forzati sotto straniero comando, doveano opprimere quelle popolazioni, i di cui soldati a vicenda opprimevano le nostre.

Rimanevano dunque soltanto circa 60 mila uomini che raggruppati sotto le Alpi d’intorno all'eroico Re Vittorio Emmanuele, aspettarono impazienti il momento che per nostra suprema ventura giunse, in coi avessero potuto liberare gli oppressi loro connazionali.

Ora si tratta che questo esercito per essere di maggiore utilità alla patria, giusta quanto fu dal Ministro della Guerra riferito ih Parlamento, deve essere portato alla cifra almeno di 300 mila uomini.

Vediamo quindi quello che costavano gli antichi eserciti delle provincie che ora sono unite e fuse nel regno italiano, e mettiamo il risultato in confronto di quello che potrà costare all'erario un esercito nazionale.


»»»»»»

Antichi Stati Eserciti Spesa in lire ital.
Piemonte 60.000 uomini33.290.768 1. (1)
Due Sicilie 100.000 50.000.000
Toscana 16.487 6.767.840
Modena 14.656) 8.000.000 (2)
Parma 6.100)
Prov. romane 14.310 10.786.804
Lombardia 25.000 22.500.000 (3)
Totale 230.543 uomini131.345.412 lire
Da questo quadro risulta che nelle provincie che ora compongono il Regno italiano, vi era una forza complessiva di 230 mila uomini che costavano alla nazione più di 131 milioni di lire. Vi abbiamo compreso anche la parte Romana, quantunque non tutte quelle provincie siansi ancora liberate dal giogo clericale.

Per farsi ora un’idea adeguata sul quantitativo dell’esercito che noi potremo mantenere e della somma che costerà al Tesoro, noi faremo un parallelo ci dati analoghi della Francia, la cui potenzi militare è di primissimo ordine, specialmente per la sua perfetta organizzazione.

Al Ministero della Guerra nel Budget provvisorio del 1858, meno per la Colonia di Algeria era assegnata la dotazione di fr. 319,374,045, e l’effettivo dell’esercito francese era al principio del 1858, tempo della stessa gestione finanziera, di 586,479 uomini.

In conseguenza, proporzionatamente parlando, l’Italia mettendo sul piede di guerra 300 mila uomini, dovrà assegnare nel Bilancio per il Ministero di Guerra almeno 150 milioni di lire.

In guisa che avremo il seguente parallelo da fare.



Antichi eserciti 230,000 differenza
Esercito Italiano 300,000 70. 000
Antica dotazione 131.345.412. L.
Nuova dotazione 150,000.000.  18,654,588

E perciò le diverse provincie italiane gravandosi di non altra somma che di poco più di 18 milioni e mezzo di lire, somma che d altronde verrebbe ampiamente compensata dalla cessazione delle spese di tutte quelle corti e delle loro rappresentanze, avranno un esercito rispettabile di 300 mila uomini che educati a quella severa disciplina del soldato subalpino che ha sempre formato la gloria dell’Italia, e che può prendersi per modello, renderanno a questa Italia il vero posto che le spetta in Europa tra le potenze di primo ordine.

In fine è chiaro che questa somma è anche moderata per sé stessa calcolando l’effetto che se né conseguirà dal paese. L’ordine interno e la sicurezza, il rispetto all’estero della nazionale bandiera, saranno per sé soli servigli che ben si pagheranno per un cosi tenue aumento.

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(1)Questi dati sono presi dall’Almanach de Gotha e dall’Annuaire de l’Ècon: pol. del 1858-59-60.

(2)Non trovandosi in veruna parte questi documenti dei bilanci passivi dei Ducati, si è ottenuta questa cifra per un calcolo di probabilità.

(3)Si è fatta questa cifra mettendo io proporzione la popolazione lombarda con quella di tutto l’imp. Austriaco.

DIARIO POLITICO

Il nostro Giornale Ufficiale, completando le notizie da noi data ci dà il nome e la parentela della devota ricamatrice e conservatrice, delle bandiere borboniche sorprese dalla polizia, sebbene per motivi di cui ben comprendiamo la convenienza, taccia della parte del prete collaboratore di quella santa donna. Ma. facciamo notare che non sempre i nostri avversarti ci tengon conto, di questa officiale riserva, anzi ne profittano in nostro danno. .

La pubblica opinione ha riportato due trionfi a Roma e a Venezia. A Roma il P. Giacomo, contro tutte le leggi umane e divine interrogato intorno al segreto della confessione del conte Cavour, ha sostenuto con fermezza i suoi sacri dritti, ed ora è di ritorno a Torino. In altri tempi l'inquisizione gli sarebbe stata fatale. A Venezia, dove erano state chiuse le botteghe di caffè che avevano ricusata l’associazione della Gazzetta di Verona redatta dal famigerato Perego, un ordine venuto da Vienna le ha fatto riaprire. In altri tempi non si sarebbero risparmiate le bastonate ai restii.

Tornando a Roma, è notevole un articolo pubblicato dal Costitutionnel intorno alle condizioni in cui versa la nostra Capitale di dritto, che non tarderà ad esserlo di fatto. Quel giornale. che tutti sanno donde prenda le sue aspirazioni. In esSo è dettò a chiare note che «i consiglieri del sommo pontefice nulla tralasciano per rendere difficile la protezione generosa che l’imperatore accorda da più di dodici anni alla corte di Roma; rifiuti insormontabili alle più legittime e più sagge domande, tutte dettate nell’interesse dei popoli, del papato e della religione, umilianti prevenzioni, diffidenze ingiuriose, conflitti senza neanche un pretesto, sistema persi«stente di dispettucci puerili, aperte violenze, tutto è stato messo in opera per (scoraggiare la Francia cattolica.»

Quando g(i organi officiosi parlano così di Roma, non saremo certo incolpati di troppa credulità se speriamo in una prossima soluzione.

E mentre la Patrie smentisce quella di una guarnigione franco-italiana una ne propone il Siècle che non è punto a disprezzare: quella cioè di ritirare le truppe francesi da Roma a Civitavecchia. Così sarebbero salvi tutti gl’interessi, ed il papa stesso sarebbe libero di seguire i suoi custodi. E tanto più ci piace questa proposta, in quanto che l’Union consacra tre delle sue colonne a combatterla. Intanto è notevole che a Parigi il dI 9 vi fu un ribasso alla borsa per la voce corsa che il papa abbandonasse Roma. Noi non crediamo facilmente alle voci di borsa; ma ciò non c’impedisce di far voti perché tal voce si verifichi.

Intorno alle cose dell’Austria possiamo annunziare, grazie al telegrafo, l’arrivo a Vienna della deputazione della dieta ungherese recante la risposta al rescritto imperiale. In essa si mantengono le domande poste innanzi nell'indirizzo, si rifiuta di prender parte al consiglio dell’impero, e. si dichiara l’impossibilità di nuove trattative, per il che la dieta si vede costretta a sospendere ogni sua ulteriore attività, come si esprime la Gazzetta di Venezia. La dieta della Croazia ha pur sospeso le sue sedute. Nell’Austria si procede ad elezioni per la nuova dieta, ed il governo pone in opera ogni tonneggio ed intrigo perché riescano a lui favorevoli. Si parla di nominare l’arciduca Stefano a palatino dell’Ungheria. Ed in mezzo a tutti questi interni imbarazzi che daranno molto da fare a quel governo che già trovasi a mal partito, corre pur voce che si ritiri il conte di Ungheria dal suo posto di ministro degli affari esteri, e venga rogato dal conte Esterhazy.

Vuolsi intanto che il duca di Montebello convinto dall'imperatore dei francesi di complimentarsi col nuovo sultano, abbia avuto un incarico di nuovo xxxxnere, quello cioè di un’inchiesta, che potrebbe xxxx diplomatica, per indagare in quali condizioni vivino le diplomatiche fra le tre potenze nordiche. Ardua è la missione, se vera, poiché trattasi di scoprire accorgimenti e o per le vie dei vecchi volponi.

La celebre congiura contro lo Zaro è ora smentita. Non sarebbe la prima volta che ii telegrafo c’inganna; ma dopo i ragguagli, sebbene sibillini, che se né sono dati ci par difficile che non vi sia un fondo di di vero. Però si conferma il fermento della Polonia, anzi par che prenda più vaste proporzioni, poiché nella piazza e nei giardini pubblici di Varsavia bivacca la truppa fornita di artiglieria.

Anche il ritiro di Palmerston è smentito, ma un orticolo del Morning Herald ci viene a porre in chiaro le cose su questo particolare. Le ultime elezioni per riempire i vuoti della camera dei comuni son tutte riuscite contrarie all'attuale ministero; e poiché le maggioranze ottenute nelle ultime discussioni parlamentari sono state ben poco numerose, vi è fondato timore che questo nuovo rinforzo dell'opposizione non li renda trionfante. Quindi lord Palmerston troverebbesi nell'alternativa o di ritirarsi dinanzi ad un voto contrario dei comuni, o di sciogliere quella camera e fare un appello al paese. Però è da notare che essendo ora chiuso il parlamento, il primo lord della tesoreria ha qualche tempo per pensare ai casi suoi e per riflettere bene se gli convenga il cedere il campo o il tentare le sorti di novelle elezioni.

NOSTRA CORRISPONDENZA PARTICOLARE

Torino 10 agosto 1861.

l ragguagli che si hanno intorno al ricevimento testè fatto da S. M. l'imperatore de Francesi al cav. Costantino Nigra, nostro rappresentante diplomatico a Parigi, sono oltre ogni dire soddisfacenti. Napoleone III. ha accolto amorevolmente il cav. Nigra, ed ha usato la massima benevolenza verso l'Inviato del Re di Italia. Nel significargli il gradimento, con cui rivedeva a Parigi il giovane ed abile diplomatico che nel 1858 e 1859 ebbe tanta parte e negoziati relativi all'alleanza francese, gli ha gentilmente augurato di essere per l'avvenire così felice nelle sue pratiche, come lo fu per lo passato. L'imperatore parlò con vivo interessamento del Re nostro, del Barone Ricasoli e della nazione italiana: né mancò facendo allusione alle attuali condizioni delle provincie napolitane, di esprimere la fiducia, che col ristabilirsi dell'ordine, sarebber pure rinate in quelle provincie la fiducia e la prosperità. L’imperatore insomma non manifestò verun dubbio sul l'avvenire e sul consolidamento dell'unità italiana.

Da un pezzo gli uomini che conoscono davvicino l'andamento delle cose politiche sanno che il più sincero e più costante amico dell'Italia in Francia è l'imperatore Napoleone III: oggi questa verità riceve una nuova conferma.

La moda invalsa a Parigi oggidI è quella di dire, che l'unità Italiana è un assurdo, che solo la federazione è possibile, che le popolazioni napolitane non vogliono saperne di star sotto il Piemonte e che reclamano il ritorno del loro Re! Queste sono grosse corbellerie, né so davvero con quanta buona fede siano spacciate: ma certo è che molti le dicono e che non pochi vi aggiustano fede. Il solo che non ha creduto mai a queste corbellerie, che sorride quando gli vengono dette, è proprio l'imperatore Napoleone III. L'Italia ha dovuto molto per lo passato ai Sovrano della Francia, ed oggi continua pure di essergli debitrice di infinita riconoscenza. Chi conosce l'ambiente parigina e sa di qual genere siano le influenze che accerchiano l'imperatore, giudicherà che non è piccol merito il suo di non cedere a quelle influenze, di mantenersi cotanto benevolo verso la causa d'Italia.

Concedetemi che vi narri a questo proposito un fatto, che ha già qualche mese di data, ma che forse non è molto noto. Allorché il barone Ricasoli ebbe incarico dal Re di comporre il ministero, gli conferiva col Sovrano sul grave argomento, quando giunse da Parigi una lettera indirizzata a S. M. col suggello del conte di Persigny. Il Re gentil mente invitò il barone Ricasoli a disuggellarla, e ciò fatto lessero insieme la lettera, nella quale era tessuto l'elogio del conte di Cavour nei termini più sentiti e più cordiali e più giusti, ed era espressa la soddisfazione con cui Napoleone III aveva appreso, che Vittorio Emanuele avesse chiamato a surrogare il sommo defunto il barone Ricasoli, i cui sentimenti recisamente unitari gli erano ben noti.

Dopo ciò come non stringersi nelle spalle e non sorridere di pietà

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il governo e la nazione xxxxxxxxxxxxxx e la coscienza dice al buon frate che egli in questa occasione non ha mancato a nessuno dei debiti del suo santo mimisterio.

È qui da alcuni giorni il signor Webb costruttore americano, ad oggetto di conchiudere col generale Menabrea il contratto già iniziato col conte di Cavour per la costruzione di due grandi fregate corazzate. Una si chiamerà Cavour, e l'altra America. Il ministro della marineria si arreca a premura di realizzare il divisamento del suo illustre predecessore. Se, come giova sperare, le due fregate corrisponderanno all'aspettativa, se ne faranno costruire delle altre.

È bello il vedere, come fra tanta preoccupazione, il governo non dimentica di pensare all'ordinamento della no stra marineria, nella quale è riposta gran parte del nostro avvenire.

UNIVERSITÀ' D'ITALIA

– Il Regno italiano attuale conta venti Università: – quattro l'antico Regno Sardo (Torino, Genova, Cagliari, Sassari); – una la Lombardia (Pavia) – quattro l'Emilia (Bologna, Ferrara, Modena e Parma); – tre le Marche (Camerino, Macerata, Urbino); – tre la Toscana (Firenze, Pisa, Siena); – nna l'Umbria (Perugia); – una le provincie napoletane (Napoli); – tre la Sicilia (Catania, Messina, Palermo).

Di esse, tre sono ibere: Camerino, Ferrara e Perugia, ed esse si sostentano con fondi proprii.

Fondi proprii hanno pure Macerata ed Urbino, di cui la prima non ha dalla Finanza che un annuo canone di L.15.960 e la seconda quello assai più sottile di L. 1723.

Infine hanno eziandio fondi particolari Bologna, Modena, l'arma, Catania, Messina, Palermo.

Questa Università fruttano al bilancio attivo poco più di 600.000 lire, e quest'anno danno un passivo di Lira L. QUATTRO MILIONI, SEICENTO CINQUANTAQUATTRO MILA, CENTO OTTO.

Oltre di che in Sicilia Mordini stanziò sei milioni pe gli stabilimenti scientifici delle tre Università in cui per al tra parte le cattedre furono accresciute di tanto che in al cuna Facoltà i professori superano di numero gli allievi.

– In Toscana il Ricasoli creò quell'Università modello che è l'Istituto Superiore di Firenze.

Nell'Umbria non v'ha concessione che il Pepoli non abbia fatto per arricchire l'Ateneo di Perugia. – Nell'Emilia Farini volle creare una Scuola per gl'ingegneri civili in Ferrara, che per le sue proporzioni dovrebbe quasi pareggiare la famosa scuola politecnica di Francia, ed il conte Mamiani, portò il numero delle cattedre a Bologna ad oltre settanta. Il Casati poi diede alla sua Milano due nuovi Istituti universitari, – l'accademia filosofico-letteraria e la scuola d'applicazione.

Sicché, quando si faccia la somma di tutti quanti gli stabilimenti d'istruzione superiore, se ne trovano ventisei, i quali costano quest'anno allo Stato circa sei milioni.

MONSIGNOR DI MERODE

– Togliamo da una corrispondenza torinese del Corr. Merc. queste notizie sulla vita di De Merode:» Monsignore è uomo che conosce molto il mondo, avendo avuto una gioventù piuttosto orageuse. Si dedicò su le prime alla carriera delle armi, e pare che fosse ufficiale molto galante, e che essendo una volta stato sorpreso da un marito incomodo, se la cavasse in un modo assai tragico, s'intende pel marito. Per salvarsi fuggiva poscia in un convento di Gesuiti, e quivi si decise di farsi prete ad majorem Dei gloriam. Fu sempre zelantissimo del partito ultranontano nel Belgio sua patria; bene accetto alle signore, presso le quali, oltre alla sua posizione, lo rende anche interessante l'avvettura del marito ucciso, seppe a poco a poco acquistare tale influenza presso il suo partito da quasi essere il padrone. Intrigante per natura, attivo per bisogno, fece tanto che persuase i suoi essere egli il solo capace di restaurare la fortuna papale.»

LA GUERRA DEGLI STATI UNITI

Togliamo dalla Tribuna degli Stati Uniti i seguenti particolari più esatti sulla battaglia di Manassas:

Iersera, sabato, fu tenuto un consiglio di guerra, al quale assxxxxx tutti i generali comandanti di divisioni ed i colonnelli dei reggimenti. Tutte le batterie si misero sull'imbrunire in movimento. I corpi principali di fanteria si mossero stamane alle 2 ½ ed alle 4 ½ si trovarono a Centreville.

Il colonnello Heintzelmann si avanzò con 5000 uomini della strada; era una finta per trarre il nemico da quella parte. il colonnello Hunter, con altrettanta xxxxx avanzò alla destra. La colonna del centro forte uomini, doveva cominciare il combattimento sulla strada di Manassas-Tunction. Il generale Mac-Dowel, partì 1 ora dopo in vettura da Centreville col dottore Armsby, d’Albany ed altri.

Dopo aver passata la collina, a due miglia da Centreville, la truppa venne trattenuta un poco da alcuni ostacoli, che le si frapposero. Si avanzò sino al Run; ma il ponte che lo attraversa e che era stato minato e coperto di bitume saltò in aria e fu divorato dalle fiamme, nel momento stesso in cui si avvicinava la colonna. Allora il generale Mac-Dowel montò a cavallo e raggiunse il suo stato-maggiore.

Ad ott'ore cominciò il cannoneggiamento alla sinistra, si estese gradatamente lungo tutta la linea e continuò dalle nove alle dieci quasi senza interruzione.

Durante questo tempo, la testa della colonna guadagnò quasi il Run, ma essendo stato distrutto il ponte, non tentò nemmeno di passarlo, girò a destra e parve completa mente stazionaria.

Da mezzogiorno al tocco il cannoneggiamento fu intermittente. Presso a poco a quest'ora, la colonna del centro si staccò verso la destra, fu raggiunta dall'ala destra e tra versò un ponte di chiatte. Questo movimento fu eseguito da un corpo delle nostre truppe, che aveva attraversato al i la sera innanzi su di un ponte che seco aveva condotto.

L'ala sinistra del colonnello Heintzelman continuò la finta, nel mentre un migliaio dei suoi, servendosi di scuri facevano il loro cammino per ispessissimi boschi, aprendosi una strada ed avanzandosi allo scopo di tagliare le comunicazioni colla strada ferrata di Richmoit. Il colonnello Heintzelman si impadronì delle alture che il nemico aveva neglette e fece terribili stragi sui ribelli.

Ad un'ora questi punti erano vigorosamente attaccati dai nostri, e vi fu fortissimo cannoneggiamento. Nel bollore della mischia i ribelli batterono la ritirata, ma opponendo una grande resistenza. La nostra artiglieria sopportava l'impeto della battaglia ed i nostri cannonieri soffrirono molto.

Un ufficiale portò a Centreville delle notizie che vennero accolte con grande entusiasmo. Bauregard aveva spedito un parlamentario al generale Mac-Dowell, che rifiutò di riceverlo, dicendo di non voler altro che una resa incondizionata. Tosto dopo la brigata del colonnello Blenker, che una Centreville durante l'azione, ricevette ordine di avanzare alla sinistra, per raggiungere Heintzelman..

C'era tutta l'apparenza di un combattimento disperato, ma verso le due tutte le apparenze indicavano un successo per noi.

La brigata del colonnello Sherulan sofferse più di tutte. Il colonnello Hunter fu gravemente, ma senza pericolo, fe rito da un pezzo di bomba alla testa. È impossibile formar si una giusta idea del numero dei morti e feriti. Qualcuno li fa ascendere a 2 mila. Le perdite dell'inimico devono es sere almeno quanto le nostre. Le due armate combatterono coraggiosamente e disperatamente. Vennero uccisi parecchi ufficiali.

Questi ragguagli dati dalla Tribuna si riferiscono alla prima parte della giornata, ma i dispacci che giunsero a Washington il 22 luglio narrano il triste scioglimento della battaglia:

Dopo le ultime informazioni che abbiamo ricevute ieri sera da Centreville a sett'ore e mezza, si successero gli avvenimenti in un modo estremamente disastroso.

Corre una folla di voci, ma sappiamo abbastanza per assicurare che soffrimmo a un punto tale da gittare la disperazione nel resto dell'armata e da eccitare il più profondo lutto a Washington.

Avanzavamo poco a poco e prendevamo le batterie mascherate, spingendo l'inimico verso Manassas-Iunction, quando esso si presentò rinforzato dal gen. Johnston che, a quanto si crede, prese il comando e cominciò immediata: mente a respingerci: in pari tempo un panico s’impossessò delle nostre truppe e la fu una rotta in regola.

Credesi che il gen. Mac-Dowell avesse tentato di fermar si a Centreville o nei dintorni, ma il panico era così terribile, che tutto l'esercito fu demoralizzato e riesci impossibile di fermarlo sia a Centreville sia a Fairfax-Court House.

Il gen. Mac-Dowell tentò nuovamente di arrestarsi anche in quest'ultimo luogo, ma le forze erano in piena riti rata e non potè pervenirvi.

Al di là di Fairfax Court-House continuava la ritirata sino a che gli uomini avessero potuto guadagnare gli accampamenti regolari: una parte di essi vi ritornò, ma la parte maggiore seguitò la sua corsa sino all'interno delle trincee.

Parecchi caddero spossati per istrada e si dispersero lungo il cammino.

La strada di Bnlis Run era seminata di zaiui ed armi ec. Qualcuno dei nostri gittava deliberatamente il fucile per es sere più pronto alla corsa.

Il generale Mac-Dowell era alla retroguardia e faceva di tutto per riannodare le forze, ma inutilmente.

Gli ordini non giunsero mai a coloro a cui eran diretti.

Supponesi che le forze spedite contro i nostri ammontassero, stando al racconto di un prigioniero, a 30 mila uomini circa, compreso un numeroso corpo di cavalleria. Questo prigioniero aggiunse che la forza dell'inimico ascendeva a 90m. uomini con rinforzi da Richmond, da Strasburg e da altri punti.

Secondo quello che narrano due zuavi pompieri, 200 uomini soltanto di questo reggimento poterono salvarsi dalla carnificina.

L'esatto numero dei morti e dei feriti non può essere peranco conosciuto.

Malgrado però le emozioni del di fuori, la seduta del congresso fu attivissima, perchè troviamo nel Corriere degli Stati Uniti del 23 che esso votò in quel giorno:

Le risoluzioni proposte dal signor Crittendou, che cioè la guerra non aveva la mira di soggiogare il Sud, ma semplicemente di mantenere la costituzione; una mozione por tante che il mantenimento dell'Unione è un dovere sacro, da cui non si deve lasciarsi smuovere da veruna sciagura e che devono essere impiegati tutti i mezzi per sopprimere, soffocare e punire la ribellione, dei ringraziamenti alle truppe di Massachussets e della Pensylvania che attraversarono Baltimore il 19 luglio per venire in soccorso della capitale; una mozione d'inchiesta per sapere se l'armata del Sud abbia nelle sue file degl'indiani e dei negri; un bill che autorizza il segretario del tesoro a rimborsare ai governatori dello stato le spese da essi fatte per l'approvvigionamento delle truppe.

Il Senato, dal canto suo, votò un bill che autorizza la co struzione di navi corazzate e batterie galleggianti; ed un bill che confisca le proprietà dei ribelli, compresi gli schiavi. Questo voto fu preceduto la vivissime interpellanze scambiate tra il signor Breckinridge e diversi altri membri repubblicani. Vi furono soltanto sei voti contrari.

GLI ESERCITI STANZIALI

(Dall'Opinione)

I filosofi ed i pobblicisti della scuola umanitaria in ispecial modo non lasciarono passare occasione senza deridere e compatire con giusta ragione quella mania armigera da cui furono sopraffatti i grandi stati europei e che fu cagione precipua dei debiti colossali a cui dovettero sottoporsi, senza poi che si vegga a qual punto questo giuoco rovinoso debba arrestarsi. La è una verità evidente che ora in Europa vi ha un'esagerazione nella massima della difesa mili tare; che in forza di ciò sono aumentati in modo gravosissimo i pesi pubblici, e che in conchiusione non si è né più sicuri, né più armati di quello che in altri tempi si fosse, dacché tutti lo erano in proporzioni più piccole, Questi filosofi e pubblicisti aveano sempre pronto il palmare esempio degli stati retti a repubblica, dove, dicevano il danaro del popolo non si sciupa barbaramente nei costosissimi eserciti stanziali, ma dove all'occorrenza d'una guerra ogni cittadino è soldato e sa combattere e vincere al paro d'ogni più valoroso veterano. Ben lungi da noi il voler mettere in dubbio la sapienza politica di questi stati repubblicani e la gelosa cura con cui provvedono ad un tempo alla loro sicurezza ed all'economia delle spese; ma que sta sapienza è necessario che sia completa: è necessario cioè che conduca all'eliminazione di ogni qualsiasi conflitto armato, altrimenti si corre rischio di aver avuto appunto il maggior danno da quell'economia che dianzi si trovava così provvida.

In America si volle far la guerra e si dovette quindi pensare ad improvvisare un esercito che non si avea, un naviglio a cui non si era mai provveduto. Siamo ai primi atti e si parla di un prestito di 500 milioni di dollari; se mai durasse, si vedrà che il risparmio fatto durante tutto il tempo che si stette quasi disarmati fu più illusorio che altro.

Sappiamo bene che risparmiando il mantenimento del l'esercito, lo stato si approfittò altresì del lavoro di tante braccia che furono lasciate all'agricoltura ed all'industria e quindi la ricchezza del paese ne andò in grandissima misura aumentata; ma sappiamo pure che un grande interesse nazionale è tale al cui confronto ogni altro vien meno, potrebbe essere rovinato per un difetto di ordini militari, per avere in modo soverchio trascurate quelle precauzioni che negli stati europei vengono esagerate.

La battaglia testé combattuta fra le truppe federali e le separatiste rivela infatti, massime nel sistema militare dei primi, una grande inesperienza delle cose della guerra. Un esercito di volontari, costosissimo, di cui una gran parte raccolta con una ferma che ormai è finita, sebbene siasi al principio della guerra, la moltiplicità dei comandi e l'indipendenza che i contingenti dei vari stati vogliono conservare gli uni rispetto agli altri; la tristissima abitudine di lasciar frammisti ai soldati una quantità di oziosi spettatori e di inutili seguaci, tutto questo si è messo al nudo in occasione del primo scontro ed ebbe le conseguenze che un occhio esercitato al mestiere avrebbe infallibilmente fin dapprima preveduto. La stirpe americana è però tenace e non si lascerà vincere da questa sciagura; solo vogliamo dire che a ripararla ci vorranno tali sacrifizi che d'un tratto non si richiedono ai grandi stati d'Europa, appunto perché nelle arti della guerra di continuo sono esercitati.

NOTIZIE STRANIERE

– ll Nord parlando del discorso della Regina d'Inghilterra così si esprime:

«Nelle sue osservazioni sulla politica estera, il discorso reale è tanto insignificante quanto lo permette l'importanza dei fatti cui accenna. Il principio di neutralità è nuova mente affermato, per quanto concerne l'Italia e l'America, e, siccome interessava di prevedere una soluzione qualunque del litigio romano, il discorso reale esprime il voto sincero che questi negozi possano essere composti sul mo do più conveniente pel benessere e la felicità del popolo italiano.

Questa parte del discorso non è rimarchevole che per le sue omissioni. La più importante è l'astenzione di ogni allusione all'alleanza anglo-francese. Un fatto egualmente significante è che parlando dell'occupazione di Siria il discorso reale non parla che «di truppe europee» per evitare forse di rendere omaggio ai servizi resi dalla Francia in Siria.

– Leggesi nell'Ind. Belge:

Ad onta dei gelosi reclami che si riproducono continuamente dall'altro lato della Manica, il governo francese continua a dare importanti sviluppi all'organizzamento delle sue forze navali. Questi ultimi giorni le nostre corrispondenze ci hanno annunziato l'aumento dei quadri marittimi.

La Patrie ci fa sapere oggi la creazione d'una divisione speciale di bastimenti corazzati nella squadra d'evoluzione.

Questa divisione sarà di 4 o 5 bastimenti.

– Leggesi nelle recentissime del Lombardo: Da lettere oggi pervenute da Parigi, che non dobbiamo pubblicare prima che ci giungano altre conferme, ricaviamo quanto segue:

Già da parecchi giorni, dopo la scandalosa scena fra Me rode e il generale Goyon, una sorda agitazione regna nei quartieri più liberali della città. Nel sobborgo S. Antonio leggonsi sulle muraglie iscrizioni, che accennano al disonore della Francia alle infamie del partito clericale, ecc.

Le epigrafi minacciose contro il Capo supremo dello Stato non mancano. Gli Ufficiali di polizia, e i sergents,de Ville non si danno veruna cura di far cancellare quelle violenti proteste della popolazione indignata... Un alto perso maggio, che assai bene conosce le intenzioni del Governo, interrogato da un mio amico in proposito delle dimostrazioni, rispose seccamente: lasciamo fare! è tempo che il popolo si dichiari!

– Si legge nel Bollettino della Presse:

La situazione dell'Austria va peggiorando di giorno in giorno. All'imbarazzo inatteso creato al governo dal rifiuto fatto dalla Dieta di Croazia di mandare deputati al Reichsrath, alle pretese vieppiù manifeste dei Boemi all'autonomia si unisce ora un più serio motivo d'inquietitudine. I capi del partito polacco si recarono a Pesth e le notizie di quest'oggi annunziano ch'essi ebbero conferenze coi membri della commissione incaricata di redigere la risposta al re scritto imperiale.

Si vuol vedere in ciò, non senza ragione, un tentativo di coalizione fra le nazionalità diverse che sopportano impazientemente il giogo dell'Austria.

– Il Journal des Debats riceve da Berlino delle interessanti informazioni sulla crisi ministeriale:

La dimissione del sig. de Schleinitz è ritenuta certa, ed il sig. de Gruner reggerà il ministero degli affari esteri fino alla metà di settembre, epoca nella quale assumerà quelle funzioni il conte Bernstorff, ora ambasciatore a Londra, che ha accettato l'incarico a condizione di poter ritornare a Londra se non gli convenisse di restar ministro. Questa nuova com binazione adunque potrebbe anche essere un espediente momentaneo.

Prima del sig. de Bernstorff si era pronunciato il nome del sig. de Bismark Schoenhausen, partigiano dell'alleanza russa a preferenza di quella inglese, e sostenuto a Berlino da un partito che prevede la guerra e la giudica inevitabile, e che ne paventerebbe le conseguenze per la Prussia, se questa non pervenisse ad uscire dall'isolamento in cui ora si trova; ma questo partito, sebbene influente, è poco popolare in Germania perchè si teme possa sacrificare a certe combinazioni politiche l'integrità del territorio tedesco. Il sig. di Bernstorff preferisce l'alleanza inglese; è però libero d'impegni, e la sua inclinazione per quell'alleanza non altererà la sua indipendenza né l'imparzialità del suo giudizio.

L motivi che hanno spinto il barone de Schleinitz a dimettersi si riferiscono alle forti difficoltà contro cui aveva da lottare, è che vengono create al governo prussiano dalla situazione generale dell'Europa, dalle agitazioni della Germania, e dalla trasformazione che si compie nelle istituzioni politiche e civili della Prussia, trasformazioni che producono un gran fermento ne' partiti.

– Leggesi nella Patrie:

È voce che il principe del Montenegro abbia chiesto alla Porta Ottomana ch'essa riconosca la di lui indipendenza col dritto ereditario nella sua famiglia. Il principe avrebbe chiesto inoltre la concessione di un porto nell'Adriatico, e una nuova delimitazione di frontiere. La Porta avrebbe respinto tali domande, dichiarando ch'essa ricomincia le ostilità.

NOTIZIE ITALIANE

– In data 8 agosto scrivesi da Torino alla Nazione:

Posso in questo momento confermarvi in modo positivo la notizia che il ministro Bastogi fu creato conte. Egli ebbe oggi un'udienza da S, M. Appena introdotto nelle reali stanze, il Re lo abbracciò con quell'effusione e quella famigliarità sublime, che assicurano a Vittorio Emanuele il dominio di tutti i cuori, che lo avvicinano; indi lo ringraziò con lusinghiere parole del suo zelo per il pubblico servizio, e gli rimise un piego suggellato pregandolo di accettare la distinzione, che in esso avrebbe trovata, dalle mani del suo amico, del suo Re... Bastogi commosso e confuso lo ringraziò senza sapere bene di che, e poi uscito, nell'anticamera, d suggellato il plico, lesse il diploma di conte per sé e suoi discendenti. In quello stesso momento, un ufficiale d'ordinanza gli rimise per ordine di S. M. le insegne di gran d'ufficiale di San Maurizio e Lazzaro.

– Se siam ben informati, la carica di governatore della città di Napoli, vacante in seguito alla dimissione del marchese D'Afflitto, sarebbe stata offerta al conte Arese, che essendo ora ai bagni di Evian non ha potuto ancora far conoscere la sua decisione. (Nationalites)

– Si parla di affidare al marchese Pepoli la missione di andare all'Aja a presentare a S. M. il Re di Olanda le felicitazioni del Re d'Italia. (Idem)

– Il Luogotenente generale di Sicilia gen. della Rovere ha spedito al Governo Centrale un lungo e dettagliato rap porto sullo stato dell'Isola.

Esso dà i ragguagli più rassicuranti. La sicurezza pubblica è abbastanza garantita; cessarono le tumultuose agitazioni politiche, le scene di piazza, gli scandali di alcuni mesi fa. I due più importanti servigi, cioè la percezione delle imposte e la leva militare, procedono regolarmente e senza ostacoli. Infine l'isola forma un felice contrapposto al continente napoletano.

– Scrivono da Torino alla Nazione:

Un giornale francese che si stampa a Torino, les Nationalitès, ha messo fuori una notizia che veggo ripetuta da altri giornali, ma che a quanto io so non avrebbe alcun fondamento. Si tratterebbe del viaggio del principe Umberto al campo di Chàlons. Credo non ingannarmi dicendovi che al campo di Chalons deve andare bensì il generale Fanti con alcuni ufficiali di stato maggiore, ma che il viaggio del principe deve per ora riporsi fra le notizie che non hanno fondamento

– Ci scrivono dalla Toscana che anche colà, e special mente nei piccoli paesi, il partito dei soliti mestatori si studiò con lettere e proclami di provocare delle dimostrazioni ostili ai deputati reduci dal Parlamento; ma il buon senso dei cittadini rese inutili quei tentativi.

– Fra le soscrizioni all'imprestito troviamo la Santa Casa di Loreto per L. 6,000 di capitale nominale.

– Il padre Giacomo trovò in Roma qualche cardinale che lo trattò con grande amorevolezza, spronandolo a perseverare nel suo divisamento di non cedere a minaccie di Sorta. (Movimento)

– I frati del convento della Madonna degli Angeli dicono di ignorare assolutamente che al padre Giacomo sia stata tolta l'amministrazione di quella parrocchia. Può darsi che la sospensione sia stata decretata dal generale dell'ordine in seguito alle decisioni della corte romana. I compagni del padre Giacomo si mostrano molto dispiacenti per la notizia di quella sospensione, notizia che, a quanto sembra, non si può mettere in dubbio.

– Il corrispondente della Nazione così scrive da Torino in data 8 agosto:

Oggi si parla di crisi ministeriale, ma sono tuttora voci senza fondamento. La contemporanea presenza in Torino del commendator Rattazzi e del marchese Pepoli credo vi abbia dato origine. Aggiungevasi pure che s'attendeva da Milano il generale Lamarmora. Il commendatore Rattazzi ebbe una conferenza con un alto personaggio sulla situazione politica, ma da quanto mi viene assicurato lunge dal consigliare un rimpasto ministeriale, egli stesso avrebbe riconosciuto la convenienza di prolungare l'esistenza dell’attuale gabinetto.

Tenete per fermo, che se non emergono novità di stati del Parlamento, e solo in quest'epoca sarà deciso se il Ministro dell'interno debba ritirarsi di fronte all'opposizione incontrata dalla sua legge sull'ordinamento amministrativo.

E di vero, non si potrebbe ammettere la teoria da questo Ministro esposta alla Camera, che l'accettazione o il rifiuto di questa legge di suprema importanza pel suo dicastero non sia una questione di portafoglio. Come deputato egli potrebbe transigere, come ministro non lo può.

– Scrivono da Roma, il 3 agosto, all'Italie:

Il primo consiglio di guerra francese mandò assoluto, il 1 corrente, il soldato pontificio che fu la causa del gran litigio e dell'alterco tra il generale Goyon e de Merode. E noto che questo soldato pontificio aveva ferito di coltello il soldato francese schermendosi da lui e impedendo che gli portasse via una donna che menava a braccio. Questa cir costanza spiega l'indulgenza del consiglio di guerra.

– Scrivono dal Tirolo a Torino:

Le diserzioni della vostra armata disgraziatamente continuano. Giorni sono passarono per Tione tre disertori pro venienti dalle vostre valli e dai loro discorsi si potè arguire come vi sia qualcuno fra voi che ne li abbia inviati: dagli austriaci vengono loro somministrati 25 soldi di fiorino per ogni distretto che attraversano; essi vengono spediti a Roma per Civitavecchia.

CRONACA INTERNA

— La nostra città è tranquilla: ai fatti del brigantaggio delle vicine province incominciasi a dare il vero significato. Nelle Calabrie, nelle Puglie e negli Abruzzi le popolazioni fanno da sé contro i briganti: quelle valorose guardie nazionali affratellate con le forza regolare rendono alla patria degl’importanti servizii. Lo stesso può dirsi de’ due Principati e della Basilicata, le cui guardie mobili già sono in caso di prestare il loro soccorso alle provincie limitrofe. Le apprensioni di brigantaggio son tutte in terra di La oro ed in quel di Molise e di Benevento, ove avvengono de’ fatti dolorosi ma non tali da nutrire le speranze de’ pochi sconsigliati legittimisti; anzi, se costoro avessero un atomo di senno, si sarebbero già avveduti che queste prove estreme a niente altro àn giovato che a far più detestare ed aborrire un partito, che si pasce di stragi e di rapine, che trova il suo principale sostegno nei ladri nei malfattori, negli assassini. Di questa pasta di gente son formate le schiere militanti del partito borbonico; e que’ né dirigono i movimenti dal Quirinale e dal Palazzo Farnese, figuratecelo voi che altra razza di cannibali debbono essere!—I legittimisti che non sono in Napoli, ignari della nostra geografia, forse avran gongolato dalla gioia nel ricevere l'annunzio de’ briganteschi successi di Montefalcione, di Lettere, di Casalduni, di Ruvo, ecc.; ma i legittimisti napoletani per loro sciagura sono in grado di comprendere quanta poca importanza abbiano quei fatti: il più grande dei menzionati paesi non conta più di duemila abitanti, i quali quando sono stati soccorsi da’ paesi vicini han saputo anch'essi respingere ogni aggressione.

—Iersera vennero alla nostra questura cinque arrestati di Pomigliano di Atella. Dicesi che essi sieno de'  grossi pezzi di reazionarii. Essi sono il proprietario Raffaele Russo, i tre reverendi sacerdoti Stefano Russo, Pasquale dell’Aversano e Raffaele dell’Aversano, ed il reverendissimo Parroco del sopradetto comune sig. D. Antonio dell'Aversano. Non possiamo che congratularci di cuore con la nostra polizia per l’attitudine energic.

che essa ha incominciato a spiegare verso tutti quelli che danno il menomo sentore di reazione. Si faccia persuaso il Governo che il brigantaggio non potrebbe esistere e non fosse alimentato, e diretto da persone che dimorano tranquillamente nei paesi. Si sorveglino diligentemente i signori parrochi, i sindaci ed i giudici regi, ché qualche frutto si raccoglierà. Se, per esempio, si fossero posti, gli occhi addosso all’arciprete di Pontelandolfo, principale autore di quella reazione, forse ora non deploreremmo il fatto de‘ 27 soldati uccisi; e quel perverso sacerdote non meritava certamente l’onore di essere tenuto in non cale da una vigile polizia, se pochi anni or sono diventò celebre per un suo libriciattolo intitolato L’astro nella tenebria; tenebria era la società moderna, e l’astro, chi vi credete che fosse? Ferdinando II. La polizia dunque, come a tante altre cose, dovrebbe pure rivolgere suo sguardo alle opere pubblicate in Napoli negli scorsi 12 anni;. e specialmente alle Strenne.

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Questa notte nelle carceri di Castel Capuano si è scoperto un tentativo di evasione; si sono trovati dei grossi pali di ferro, che già si era incominciato a mettere in opera per l'apertura d’un foro. L’intrapresa era capitanata e diretta dai famigerati capibanda Pipoli e Serravalle, la cui prima condanna di morte fu commutata alla pena dell'ergastolo.

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— Il console di Francia con pubblico avviso ha prevenuto i suoi con cittadini dimoranti in Napoli che domani, 15 agosto, ricorrendo la festa dell’imperatore, nella Chiesa di S. Maria a Cappella alle 11 ½ a. m. sarà cantato il Tedeum. È a nostra notizia che v'interreranno pure molti signori napolitani, e non sappiamo lodare abbastanza quel che in proposito ha ieri praticato il comandante del 1° battaglione della nostra Guardia Nazionale. Egli, a nome dei suoi militi scrisse una lettera al Console francese in Napoli nel la quale gli ha esposto che i suoi militi volendo dare un picciolo attestato della riconoscenza, che essi, come italiani, nutrono verso l’augusto alleato dei Re d’Italia, desiderano di recarsi domani alla Chiesa di S. Maria a Cappella e farvi la guardia durante la funzione. Il Console ha risposto che a lui, come rappresentante della Francia, oltremodo gradita riusciva l’offerta dei militi del 1° battaglione, e che sul momento ne dava per telegrafo notizia al suo governo — Noi possiamo dire che i militi del 1° battaglione non saranno i soli che domani concorreranno alla festa dell'Imperatore.

COMANDO SUPERIORE

della Guardia Nazionale di Napoli.

ORDINE DEL GIORNO 12 AGOSTO 1861.

Una delle più belle glorie militari dell’Italia. Sua Eccellenza il Generale di Armata Luogotenente Generale di Sua Maestà Enrico Cialdini, con nobili e generose parole si congratula della benemerita Guardia Nazionale di Napoli, che tanti servigi ha resi e tanti rio dovrà rendere a queste Provincie e all’Italia, fu sono superbo di trascrivere l'uffizio d’encomi! che mi fa l’onore d’intirizzarmi il Vincitore di Gaeta. Solevano gli antichi nostri padri, i Romani, segnare sul marmo le parole di un grande uomo per conservarne eterna memoria, ma le parole del Generale Cicalini rimarranno scolpite ne’ vostri cuori indelebilmente. Questa nostra sublime patria nello spazio di pochi anni ha dato uomini politici e Generali di tanto valore da non rimanere seconda a nessun’altra gran nazione dell’Europa. Un gran popolo davvero è il popolo Italiano! ed ove sapremo conservarci concordi. non tarderà molto a compiersi quella santa speranza che ci rivolge con impazienza a Roma ed a Venezia.

Stringiamoci caldamente intorno all’Eroe di Castelfidardo ed i nemici della nostra patria che infestano le bellissime nostre contrade spariranno come l'arena al soffio impetuoso del vento.

«Luogotenenza Generale del Re nelle provincie Napoletane — Gabinetto — Napoli addI 12 agosto 1861 — Signor Generale.

«Quali e quanti fossero i servigi resi dalia Guardia Nazionale di Napoli alla causa dell’ordine e della libertà, io ben sapeva, e non v’è in Italia chi ormai Pignori. Mosso dalla stima ch’essa m’ispirava, desiderai vederla da vicino ed osservarla in dettaglio. E per quanto me la figurassi brillantissima e bella, la mia aspettativa fu di gran lunga superata dalla realtà — Non saprei se più debba io lodare la somma pulizia, l’uniforme, la serietà della tenuta, la compostezza del contegno o il passo mirabilmente disinvolto e marziale. A giusta ragione, Illustrissimo sig Generale, Ella va lieta e superba di comandarla—Percorrendo le file de’ suoi dodici magnifici Battaglioni e del suo elegantissimo Squadrone, andai fissando Io sguardo de’ militi tutti. E in quei volti aperti ed eloquenti io lessi la fiducia nella forza loro, io lessi l'amore immenso della patria e della libertà. La reazione lenti pure un movimento in Napoli. La Guardia Nazionale e la Truppa, strette da lungo tempo in nodo fraterno, l’attendono tranquillamente.

Le rinnovo l’assicuranza della mia distinta considerazione — Il Generale d’Armata — firmato — Cialdini. All’illustrissimo signor Marchese Ottavio Tupputi Luogotenente Generale Comandante Superiore della Guardia Nazionale di Napoli.

Il Luogotenente Generale

Senatore del Regno

Marchese O. TUPPUTI




Anno I – N° 14 Napoli—VenerdI 16 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
IL CLERO

Gli oppositori sistematici del Governo han preso occasione dal brigantaggio per alzare la voce contro il Ministero, ed i gridi cresceranno ancora. Si renderà responsabile di questo sangue versato nelle nostre province per gli errori commessi in tante guise. Però secondo i diversi partiti, le sentenze sono diverse, echi dà colpa al Ministero di un errore e chi di un altro.

Il Popolo d'Italia pubblica un indirizzo che alcuni deputati della minoranza presentavano al Generale Cialdini. Secondo l’opinione di questi egregi deputati il brigantaggio ha la seguente origine: l’errore del sistema seguito dal governo, l'avere cioè troncato a mezzo lo sviluppo del programma di Garibaldi — Roma e Venezia — Libertà e Giustizia — l’avere posto un freno alla rivoluzione, la quale non avea ancora compiuto il suo corso, l’aver cercato di opprimere anzi che premiare i liberali onesti e troppo conosciuti per fede politica.

Vi ha altri poi i quali stimano che la colpa maggiore del governo, onde ha origine il brigantaggio sia l’aver lasciato le province senza soldati, permessa una specie di anarchia in cui molti che toglievano la divisa di liberali erano autori di scandali e prepotenze, non altrimenti interveniva prima, quando i borbonici né piccoli villaggi tenevano la signoria sul partito liberale.

Le due accuse, quantunque muovano da due ragioni diverse, son vere, ma non spiegano il brigantaggio, il quale trae origine da cagioni più gravi. Certo se Garibaldi e Cialdini quando si hanno stretto la mano, sotto Capua avessero potuto raccogliere le loro forze e uniti movere alla volta di Roma e di Venezia, certo la quistione italiana sarebbe compiuta e noi non avremmo briganti. Ma questa verità ch'è nota a tutti non potette addivenire un fatto per ragioni ch'ora tutti intendono, perché a Roma non si può andare senza il consenso della Francia. perché Venezia non può esser nostra, se prima non avremo organizzato un possente esercito che ci metta in grado di riavere la nostra patria senza ajuti stranieri.

I Deputati della minoranza, pare a noi, per questa parte danno un’accusa ai Ministero che invero non la merita. Noi vogliamo, noi dobbiamo ad ogni costo andare a Roma e a Venezia, ma per raggiungere 10scopo conviene armarci, conviene organizzarci, e perché una nazione si possa armare e combattere lunghe e difficili guerre, vi è bisogno di danaro che il Ministero allora non avea, vi ha bisogno di reggimenti organizzati, che non s’improvvisano in un giorno solo. Noi abbiam gran fede nelle forze del popolo, ma sappiamo pure che quando conviene muovere guerra all’Austria, quando vuolsi assalire il quadrilatero le forze popolari non bastano se non sono sorrette dalle forze ordinate. Il Ministero, non può negarsi, con poco accorgimento congedò i 30 mila Garibaldini che avrebbe potuto incorporare all’esercito, con troppo grande lentezza pensò ad accrescere il numero de’ soldati, ma non è esatto poi che non abbia voluto l’armamento, imperciocché come ha potuto avere fucili, li ha distribuiti fra le guardie nazionali d’Italia, ha cercato riordinare l’esercito e la guardia nazionale di tutte le Province, ha proposto una leva di 36 mila uomini pel Napoletano, di 4 mila per la Sicilia, di 26 mila per le antiche province del Regno, ha richiamato le quattro categorie dell’antico esercito Napoletano; ed intanto le leve non han potuto ancora aver luogo i soldati Napoletani sono addivenuti briganti, e molte guardie nazionali de’ piccoli villaggi delle province meridionali han male risposto alla loro missione.

Il ministro ha certo commesso molti e gravi errori. ma non questo che gli addebitano i deputati della minoranza, né poi è vero che i liberali onesti siano stati oppressi quantunque sia vero che non si è mostrato il governo molto severo ed imparziale verso i borbonici, i quali certo non avrebbero mai potuto stringersi con un governo onesto.

Il brigantaggio di queste provincie, è oramai noto a tutti, trae la sua origine da Roma. Non bisogna obliare che la quistione italiana è giunta all’ultimo stadio, e veramente decisivo, quando è arrivata alle porte della città eterna. Non bisogna obliare che l’Italia per tanti secoli non ha potuto costituirsi Nazione a causa del Papato, e che noi oggi stiamo cercando di risolvere quel problema che per tanti secoli ha costato all’Italia migliaia di vittime senza che mai se né sia potuto venire a capo.

Napoli era detta la Cina d’Italia; e la sentenza era vera; ma il muro di bronzo che ci divideva era lo stato del Papa. Nella storia di queste Provincie si osserva che moltissimi Sovrani di Napoli non appena sono ascesi al trono, l’han rotta con la Corte di Roma, ma vedendo che le loro armi si spezzavano, han finito con piegarsi dinanzi al Papa, col limitarsi a tiranneggiare queste provincie.

Oggi la Curia Romana sente che la civiltà de tempi è così progredita che il potere temporale dovrà irreparabilmente venir meno, ma il clero che il nostro poeta raffigurò sotto il mirabile simbolo della lupa. che dopo il pasto ha più fame che prima, non vuol deporre le sue armi, e prima di cadere, porrà in opera tutti i mezzi dell’ignoranza e della corruzione.

Quanto la maggior parte de’ sacerdoti, che si dicono seguaci di Cristo siano strettamente legati ai beni temporali, non vi ha chi noi sappia. Gli uomini che non creano famiglie non pure sono poco amanti dellavoro, ma addivengono anche più egoisti ed avari, e la maggior parte de’ preti oggi sono il tipo dell’egoismo e dell’avarizia.

Chiunque ha percorso le nostre province ed ha veduto i villaggi dove oggi intervengono atti vandalici di brigantaggio, sa bene che in quelle poche case annerite dal fumo, v’è un frate o un parroco tarchiato, circondato dalla famiglia del fratello, che la mattina dopo aver letto con grande edificazione de’ parenti il santo uffizio, esce per la via stendendo la mano alle penitenti che fanno a gara per baciargliela, e detta la messa. avuto notizia di tutte le piccole brighe del villaggio si riduce in casa e mangia e dorme con beatitudine veramente serafica.

Ora questi preti han creduto che la beata vita dovesse venir meno, la Curia di Roma ha adoperati tutti i mezzi per farli venire in questa convinzione, e questa curia istessa ha giurato di non lasciar modo per non far consolidare il nuovo stato d’Italia.

Non solo nelle province Napoletane, ma in tutte le altre della penisola, si scovrono cospirazioni di preti i quali cercano far disertare i soldati e promuovere l'insurrezione.

A questi fatti vuolsi aggiungere un grave errore commesso dal governo in queste province, e fu la pubblicazione della legge su’ conventi fatta dal Mancini. Quella legge fu intempestiva e fuori proposito, ebbe il singolar merito di scontentar lutti i monaci senza porre rimedio al male, quella legge invero non ha il pregio di accarezzare o di spegnere gli avversari politici, ch'è la norma che il Macchiavelli consigliava doversi seguire nella mutazione di ogni governo.

Or noi ripetiamo anche un’altra volta: il brigantaggio risorgerà sempre in. queste provincie fino a che non avremo Roma. Noi consigliamo ed esortiamo il governo ad organizzare militarmente il paese, ad essere inesorabile contro que borbonici che cospirano quantunque con loro siasi stato molto mite, consigliamo il governo a vigilare sul clero, a premiare i veri liberali, ma crediamo dover dire anche al governo che vigili sull’esatta osservanza delle leggi, e ricorderemo a. tutti coloro che amano l’Italia che se invero presto mai vogliamo giungere a Roma, conviene esser concordi.

NOSTRA CORRISPONDENZA PARTICOLARE

Torino 12 agosto 1861.

Il generai Fanti accompagnato da parecchi aiutanti di campo, è partito oggi alla volta di Chalons-sur-Marne. dove si reca ad assistere alle esercitazioni dell’esercito francese, ed a complimentare l’imperatore de’ Francesi a nome dei Re d Italia. Ha egli oltracciò una missione politica? in circoli bene informati si dice che sì, ed io non oserei affermare che ciò non sia. Non è improbabile, che il generai Fanti, avendo occasione di avvicinare Napoleone III, abbia fra le sue istruzioni di insistere sulla condizione anormale di cose, che lo stato attuale di Roma, crea a danno della pace della nostra penisola. Napoleone III. del resto conosce molto il generai Fanti, e senza dubbio farà gran conto della di lui parole, anche quando queste non siano vestite da veste officiale. Come vedete adunque senza che la missione del generai Fanti abbia un carattere essenzialmente politico essa può produrre risultamenti politici rilevanti. Ad ogni modo la di lui presenza a Chalons è come un nuovo pegno di amicizia che il Re e l’esercito italiano danno ai loro gloriosi, commilitoni di Palestro e di Solferino.

Mentre il general Fanti parte per Francia un altro personaggio politico distinto il cavalier Farini, a cui le gazzette hanno dato non so quali intenzioni, soggiorna tranquillamente a Baden con la sua famiglia, e non sarà di ritorno qui se non verso la fine del mese corrente. Frattanto il signor Rattazzi è a Savona. ed il generale Lamarmora fa i bagni di mare a Pegli presso Genova. Invece di pensare a portafogli i nostri uomini politici fanno ciò che fanno tutti coloro che lo possono io questa stagione—quest’anno proprio tropicale—vanno ai bagni. Secondo un giornale di qui anche il ministro inglese sir James Hudsou avrebbe fatto altrettanto, e sarebbe andato a Marsiglia: ma questa notizia è inesatta, poiché l’illustre diplomatico era qui ieri, e stamane è partito per fare una escursione di pochi giorni negli ameni laghi di Piemonte e di Lombardia. Guai del resto a un povero diavolo di corrispondente di giornale che in questa stagione non avesse la fortuna d’imbattersi spesso, in qualche notizia inesatta per poter schiccherare quattro parole e smentirle!

Jerisera tutti i diplomatici esteri residenti a Torino si adunarono per dare un banchetto di addio al conte Piper, Incaricato di affari di Svezia, il quale è stato ora traslocato in qualità di Ministro agli Stati-Unili di America. Il conte Piper è partito questa mattina lasciando moltissimo desiderio di se presso quanti lo hanno conosciuto: egli era. non di quei diplomatici che amano sinceramente l’Italia, e che si rallegrano de'  suoi trionfi e delle sue. glorie.

LA QUISTIONE ROMANA

ESAMINATA NELL’ULTIMA SUA SOLUZIONE.

A Torino si è pubblicato coi tipi degli Eredi Botta un opuscolo, il quale stimiamo importante per l'argomento non meno che per lo aspetto sotto il quale viene svolto.

Esso s’intitola: la quistione romana esaminata nella sua soluzione dal cav. Antonio Zobi.

L’illustre storico della Toscana ha dedicalo il suo opuscolo alla cara e venerata memoria del conte Siccardi, così per pagar un tributo all’amico estinto, come per attestare i sentimenti che lo mossero a scrivere e lo guidarono nel suo lavoro.

Egli crede che non solo importi di accelerare la caduta del potere temporale, ma sciogliere la curia romana, richiamando il papato alle sue origini. Chiesa libera in libero stato è, secondo lui, un principio giusto; e patti non siavi più una curia ostile la quale congiuri contro l’Italia.

Però egli vorrebbe che alla morte del papa, la nomina del suo successore si facesse non dal conclave de’ cardinali, ma da un concilio generale, siccome fu praticato quando venne innalzato al pontificato Martino V. Lo stesso concilio dovrebbe stabilire le regole normali per le future elezioni ed in pari tempo statuire che gli ecclesiastici di qualunque grado e coazione non dovessero ingerirsi per l’avvenire nette cose temporali, né possedere stati.

Ma frattanto potrebbesi andare a Roma, e siccome egli stima che due corti non possano starvi nelle presenti condizioni per qualche spazio di tempo almeno sarebbe necessario trasferire la residenza del pontefice in una città secondaria ed appartata. ed a modo di esempio a Savona od a Benevento. Più e diversi papi risederono in Anagni, in Viterbo, in Orvieto, in Perugia ed in Avignone o non pertanto cessarono di essere capi della chiesa cattolica.

Queste sono le opinioni espresse dal valente autore nella sua dotta scrittura, la quale, benché venuta alla luce dopo un infinito numero di altre sullo stesso argomento, contiene peregrine considerazioni quale poteva dettarle un erudito come il cav. Zobi.

IL GENERALE GOYON E DI MERODE

Il Constitutionnel ha il seguente articolo sull’incidente Govon Mérode:

La stampa continua ad occuparsi dell’incidente Mérode, e siccome ognuno è venuto nella credenza essere ormai indispensabile uno scioglimento qualunque, certi giornali misero fuori là Voce che il generale Govon possa essere richiamato.

Noi ignoriamo se questa notizia abbia un qualche fondamento e ci è impossibile prevedere a qual partiti possa appigliarsi il governo francese. Ha quello che noi sappiamo si è che i Consiglieri del sovrano pontefice nulla tralasciano che renda difficile la generosa protezione che l'imperatore accorda da dodici anni alla corte di Roma: rifiuti perentorii alle più legittime e più saggio domande dettate dall'interesse dei popoli, del papato e della religione, umiliatati prevenzioni, ingiuriose diffidenze, conflitti senza pretesto, sistema persistente di spilorceria puerile, aperte violenze, tutto fu messo in opera per insconfortare la Francia. Simile condotta meraviglia il buon senso» ed esaspera il cuore; l'imprevidenza politica si arroge ad una strana ingratitudine. All’ombra del nostro vessillo i ministri di Pio IX ci sfidano, e ci sfidano sapendo che i Sentimenti così conosciuti, così esperimentati dell’imperatore gli proibiscono persino il pensiero di esigere a viva forza una riparazione; sapendo che esso non curerà gli oltraggi fattigli da certi membri del sacro collegio e che perdonerà tutto con rispettoso dolore, perché si trova verso la chiesa nella posizione dI un figlio che soffre nel silenzio le ingiustizie ed i furori della madre.

Questo calcolo triste riuscì ad oltranza. A queste incessanti provocazioni l’imperatore oppose una inalterabile moderazione ed una magnanima pazienza. Da Uomini fuorviati istigato a dimenticare ì suoi doveri che essi gli rendono quotidianamente più penosi, seppe rimanervi fedele: vi si strinse indissolubilmente; chiuse gli occhi sui torti gratuitamente moltiplicati di una politica irritante: non consentì di vedere che l’alta e santa missione che si era prefissa sapendosi sovrano cattolico.

Codesto atteggiamento di figliale venerazione è ben lungi dall’essere simile a quello che prese Luigi XIV, il quale esigette per più leggere recriminazioni una pronta e solenne soddisfazione, minacciando dI ricorrere anche alla forza delle armi contro la chiesa stessa, net caso venisse rifiutata.

La pazienza dell'imperatore è tanto più eroica, dacché deve resistere, più di quello che lo sì creda a Roma, all’istinto nazionale profondamente ferito; perché, infine, è venuta Torà di confessarlo, la Francia è sdegnata di vedere per tal guisa crescere contro il suo sovrano l’audacia di coloro che vivono mercé la sua protezione e insultano il papa colla loro disobbedienza e l'imperatore coi loro politici rancori; essa soffre per tanti servigi misconosciuti, per tanti consigli disprezzati, per tanta longanimità di pura perdila, per la dolorosa situazione del nostro esercito; essa è stanca di salvare chi non lo vuole, per essere poi pagata di ingiurie.

Lo infeuda e se lo, sappia bene il magistero delle armi a Roma; il prestigio del uomini di Napoleone III non è così grande da impedire appo noi il movimento della sorpresa 0 della pubblica irritazione.

BIBLIOGRAFIA

STORIA DELLA MONARCHIA PIEMONTESE

di Ercole Ricotti

(Firenze coi tipi di G. Barbera)

— Vol. due 1861. — Lo storico delle Compagnia di Ventura che in giovanissima età conseguiva il premio dei provetti, e fondava in Torino in prima cattedra italiana di storia moderna, non intralasciò gli studi in mezzo alla straordinarie vicende che corsero in Italia e nel mondo da parecchi anni. Ancora testé dopo le lezioni di storia raccolte e ordinate in un volume, talché formano un succoso compendio de’ tempi della caduta dell’impero romano sino al 1500, dettava la vita letteraria e politica di Cesare Balbo, e stringeva in pochi volumi ad uso della studiosa gioventù i principali fatti della gloria d’Europa e della storia, patria. Gli stranieri ebbero in gran pregio anche queste ultime opere, e quella su Balbo venne compendiata non ha guari da un non oscuro scrittore alemanno, che intese tracciare quel periodo della nostra storia non peranco ben nolo ed apprezzalo che dalle riforme del 1847 corse insino alla morte di quell’egregio italiano.

Ora poi, frutto di parecchi altri anni di lavoro e di ricerche minute ed indefesse, esce in luce la storia di quell’Emanuele Filiberto che col senno e colla spada diede essere ed aspetto ai Piemonte e il collocò in tal grado fra le nazioni, da poter aspirare ad ulteriori grandezze,che la Provvidenza e il senno dei suoi figli non mancarono di procacciargli. Ma perché il regno di Emanuele Filiberto, ricco di molte e varie riforme, fosse messo in quella luce che meglio ne facesse risaltare anco le minime parti, il Ricotti volle costituirgli l’infelice riscontro di quello di Carlo III ch’egli dico, fu la bovina dello stato. Tal epoca ha principio dal 1504 e va fino al 1553, abbracciando un periodo di varie ed infelici vicende nelle quali le straniere invasioni le une alte altre succedendo, avean ridotto il bel paese subalpino un vasto campo di guerra e di stragi dove la forza e l’astuzia dominavano a vicenda con depressione de’ popoli e con onta del nome italiano. Premette l'autore a modo d'introduzione un ragguaglio delle condizioni della monarchia verso l’anno 1504 il quale è come fondamento a tutto il racconto; à vasto tema degno esordio.

Il regno di Emanuele Filiberto figlio di Carlo III raccoglie Il Piemonte lacero e prostralo dal doppio flagello dello straniere prepotenze e dal proprio avvilimento verso il 1559: quando recuperata Torino, ne faceva sua sede principale, e di qui andava con mano ferma ricostruendo un edificio che cementato dalla virtù di parecchi valorosi guerrieri, era caduto in balìa alle cupidità di più potenti nazioni che se tic disputavano l’invidiato possesso.

«Emanuele Filiberto, scrive il Ricotti in principio del libro III, nacque in Chambery l’8 luglio 1528. Non era la fortuna ancora Volta affatto contro la casa di Savoia, onde il suo battesimo fu celebrato con pompe solenni. Ma badando alla gracile complessione di lui, si prediceva che non vivrebbe; gli astrologhi fattone l’oroscopo. sentenziarono che avrebbe destini migliori del padre. Nel fatto, siccome era cadetto, infermiccio e impedito nelle gambe, cosi venne destinato alla chiesa, e per voto della madre andò vestito qualche tempo da fraticello. Secondo l’uso corrotto del secolo gli fu assegnata in commenda l’abbazia d’Altacomba, ed era appena entrato nel terzo anno che al congresso di Bologna papa Clemente VII gli prometteva per Breve pubblico il cappello cardinalizio tostochè ne avesse l'età. Fu perciò avviato a questo alato, e i famigliavi lo chiamavano il cardinolìno. Ma egli non ascoltava mai tali propositi senza abbassare ii viso ed arrossire od aggrottare le ciglia. La Provvidenza lo chiamava a ben altro.»

Non seguiremo questo luminoso racconto che io storico fa passare per quante ha, fasi la politica e l’amministrazione. Fatto é che a S. Quintino risorge sotto la sua spada la giacente monarchia; che le membra affrante e corrotte vengono a nuova vita chiamate: che le leggi ripigliano il loro impero, che i costumi si riforniscono, che gli studi si rialzano, chela milizia si ordina, che la giustizia riassume la scomposta clamide, e che la nazione entra in uno stadio dI vite col diventare signora di sé, e sgombra dalla peste straniera che sì lungamente fovea infestata.

Cotto dovette essere oltremo da faticoso allo storico l’aggirarsi in questo sterminalo labirinto di cose nuove odi antiche risorgenti, il raffrontare, il vagliare tanta copia di documenti e trarne fuori quell’unico e vero concetto che forma lo storica base.

Ma, convien dirlo a tutta sua lode, egli non venne meno ad una ricerca per umile che fosse, quando giovasse a rischiarare un punto di storia, un fatto, un’istituzione. Quindi abbiamo nella storia del Ricotti tot messe abbondante di riscontri, di citazioni, di documenti, che poche altre ne offrono l’eguale, e se forse l’unità del concetto ne scapita dI alcun poco se ne vantaggia la scienza dell’erudito, dei politico, del finanziere, dell'amministratore. Ella è quasi una vasta e ricca miniera dove ciascuno può attingere senza teina d'errate, e dove è da attingere per ogni materia.

Non diremmo delle copiose appendici che portano e il famoso memoriale, per la prima volta edito, del presidente Nicolò Balbi, né della lettera non meno famosa del duca Emanuele Filiberto al Muzueto suo ambasciatore in ispagna, né della relazione inforno alta battaglia di Lepanto, del Provana; i lettori troveranno, leggendo questi documenti. che i nostri antichi non pure ci lasciarono molti esempi di singolar valore da imitare, ma ci diedero pure insegnamenti non pochi nell’arte difficile di ben governare gli stati, eleggendo uomini che sapessero, più che brigare i favori del principe, emularne le virtù.

Il ritratto di Emanuel Filiberto grandeggia sempre in questo racconto, come doleva; è perché ne uscisse vero e compiuto', lo storico non dimenticò gli errori e le debolezze, perciocché scrivendo, egli aveva in mente coloro che questo tempo chiameranno antico, e chiederanno conto allo storico non de’ volumi che avrà saputo fare, ma delle verità che avrà saputo dire.

NOTIZIE STRANIERE

— Sull’accoglienza fatta dall’imperatore Napoleone al cavaliere Nigra scrivono da Parigi alla Perseveranza.

L'Imperatore chiese al cavaliere Nigra notizie dell’attuale stato dell'Italia, soprattutto delle Romagne e delle provincie napoletane e sicule, il signor Nigra rispose che le cose andavano bene, ma che assumerebbero un carattere assai più soddisfacente, se i’ Imperatore volesse aiutare gli Italiani, ed acconsentisse ad appianare le grandi difficoltà ch'è in suo potere di conservare o far disparire. È qui dove la conversazione cominciava a divenire interessante; ma malgrado il desiderio che il signor Nigra senza dubbio aveva d’approfondire un po più il soggetto il luogo ed il tempo non erano propizii, ed egli dovette starsene pago a ciò, per questa volta.

— É aspettato a Monaco di Baviera il re Ottone di Grecia. Pare si tratterà della successione al trono ellenico, giacché il re è tuttora disposto ad abdicare. L’erede presuntivo al trono greco sarebbe il principe Leopoldo di Baviera.

— Leggiamo nel Débats:

I partiti in Prussia si apparecchiano attivamente alle elezioni. Ad eccezione del partito della Gazzetta della Croce. di cui abbiamo di recente pubblicato il programma, due opinioni sopra tutto si disputeranno le elezioni: il partito che si chiama renano o che sarebbe meglio chiamare liberale, ed il partito che s’intitola «del progresso» ma che noi chiameremo «unitario tedesco».

Ggli unitarii pretendono che la Prussia non abbia altra opera più urgente da compiere che di costituire f unità della Germania sotto la sua egemonia. I liberali, che abbondano sopratutto nelle provincie renane, pensano a tutt’altro che ad annettersi alla Germania. Essi credono che il matrimonio civile non esista peranco nel loro paese in cui non sono rare le occasioni del matrimonio misto; pensano che nessuna legge assicura la responsabilità ministeriale; che il controllo delle spese pubbliche non è cosi regolare come dovrebbe esserlo; che i cittadini prussiani appartenenti alle diverse comunioni cristiane godono di privilegii, dai quali sono esclusi gli ebrei ecc, ecc., e siccome questi rigori della legislazione non saranno corretti in un giorno «cosi aspettano, prima di darsi all’unità, che sia interamente soddisfatta la loro passione per la libertà e l’eguaglianza civile. La è una maniera di ragionare che è fuori di moda, ma che nullameno è speciosa. Cosa importava al filosofo Callistene nella gabbia in cui lo aveva rinchiuso un po’ leggermente Alessandro figlio di Filippo, la grandezza e la gloria della Macedonia, se l'unità della Grecia si fosse fondata sotto l’egemonia della Macedonia?

— Scrivono da Baden 6 agosto alla Còrrisp, Hàvas:

Il gen. Willisen è partito ieri per Parigi con una lettera autografo del re di Prussia, nella quale il re Guglielmo espone all'imperatore i motivi che si oppongono al viaggio che aveva intenzione di fere a Chàlons ed esprime la speranza che i due sovrani possono vedersi più tardi. Il re desidera da tango tempo late convegno e lo desidera tuttora.

Le ragioni che lo determinarono a rinunciare al viaggio di Chàlons, in parte dipendono da motivi di salute e dalla prolungazione del soggiorno a Baden causala dell’attentato e fondansi in parto su di un certo caso di coscienza. Il re, che non è coronato e non prese solenne possesso della sua dignità, esita di fare ostentazione della stessa un paese straniero è così pubblicamente come al campo di Cbalons; Questi motivi non esisterebbero più, neppure prima delle feste della incoronazione per una visita meno solenne che potrebbe esser fatta più tardi partendo da Ostenda o da Baden.

— Scrivono dà Vienna 4 agosto alla Boersenhalle:

.... Segnaliamo senza ambagi la possibilità dI un intervento austriaco in una od in altra delle provincie del Montenegro vicino ai nostri con figli.

L’Austria non può e non deve tollerare finché a rischio di provocare un conflitto internazionale, che la Serbia od il Montenegro appoggino l'insurrezione che si avvicina sempre più all’impero. Il conflitto di cui parliamo avverrà dal momento in cui l’Austria farà entrare il primo soldato in uno od in altro dei principati. Egli è per questo che l'Austria deve aver veduto con dolore la frustraneità dei tentativi di pacificazione.

— Tutte le lettere che giungono dalla Polonia concordano nel raffermare che le idee di resistenza passiva si propagano ogni giorno più, e si fanno strada in tutte le classi della società. Gli arresti dI ecclesiastici sono frequentissimi. A Suwalki si è arrestato l'abate Faltrouski; a Pionkow l’arresto del R. P. Litwinski suscitò io sdegno del popolo; a Wioclaweck fu arrestato l’eloquente predicatore Kaminski sfrattato da Varsavia alcun tempo fa. L’abate Jurvenolio, cappuccino, fu arrestato tra Lomza e Tikeia per avere data la benedizione ad alcuni soldati richiamati sotto le bandiere, e che si lagnavano di essere stati costretti di lasciare cotanto subitamente lo. proprie famiglie.

Questi soldati nella fortezza di Modlin furono sorpresi dagli ufficiali a cantare inni patriottici profferire minacce contro i generali.

—Il giornale il Nord fa una pittura molto nera dello stato dei principati ed attacca vivamente la condotta dell’ospodaro. Queste accuse sono esposte in termini troppo vaghi: si parla troppo di demagogia, di anarchia, di socialismo e si usano altri paroloni non ispiegati da’ fatti politici, perché non possiamo essere in caso di determinare se ii Nord carichi un po' troppo la tavolozza. È fuor di dubbio però che il principe Cuza e l’assemblea si misero l’uno rispetto all’altra in una di quelle situazioni di antagonismo ostinato donde non si sorte che con pericolo per la pubblica pace; quello che è degno di osservazione si è che la Porta così di rado d'accordo colla Russia non vede la politica del principe Cuza con occhio migliore del gabinetto di Pietroburgo. Le complicazioni che possono nascere nei principati uniti meritano di essere segnalate in un momento in cui l’Erzegovina è tuttora in armi e dove il principe Milosch sembra più che mai risoluto a continuare le vecchie querele della sua famiglia con Costantinopoli. Stando ad una corrispondenza diretta da Vienna al Courrier du Dimanche, non solo il principe Milosch non ispedI a complimentare il nuovo sultano, ma anzi invece di un complimento avrebbe mandata alla Porta una nota che rassomiglierebbe ad un ultimatum. L’oggetto di questa nota sarebbe il quartiere turco di Belgrado, posto ai piedi della cittadella, e che egli vorrebbe sottomettere alla legge serba, col disegno più o meno mascherato di scacciarne i torchi. Dai primi atti del sultano Abd-ul-Azis si può presumere l'accoglienza che dovette fare ad una comunicazione di tal fatta. L'ha rigettata puramente e semplicemente e nello stesso tempo spediva ordini all’Erzegovina perché si spingessero con vigore le ostilità.

I PASSAPORTI

— Il vecchio e illiberale sistema dei passaporti baloccata una nuova botta. Una convenzione strettasi testé tra la Svizzera e il Belgio esonera da qui innanzi i sudditi dei due paesi da cotesta molesta formalità.

E quando mai la Francia sarà liberata anch’essa da cotale impedimento fiscale e politico del quale, siccome dei certificati di civismo, delle carte di permanenza, delle carte di sicurezza e simili, va debitrice alla prima repubblica, sebbene siano in contraddizione colla famosa dichiarazione dej diritti dell’uomo? Un fatto universalmente ignorato si è che i passaporti sono d'importazione spagnuola e datano dai bei tempi dell'inquisizione.

Eccone l’origine, siccome viene narrato dalla Storia di Carlo F: Nel 1537, mentre assediava Marsiglia, volendo mandare a Madrid due signori che con lui militavano, diede loro una pergamena sottoscritta di proprio pugno, dal legato del papa e dall’abate di Monte-Video, cancelliere dall'inquisizione «affinché, dice lo storico dal quale togliamo cotesti ragguagli, gl’illustri signori e nobili corsieri avessero passaggio libero, ricevessero all’occorrenza aiuto, buoni uffici e protezione, e non venissero molestati nel passare pegli stati del re loro signore dai seguaci della santa Hermandad, la quale noti ischerza né coi grandi d’Ispagna né coi gentiluomini dal cappello piumato, né coi mulattieri o cogli hidalghi della Catalogna.»

NOTIZIE ITALIANE

— S. A. R. la duchessa di Genova si è recata a Lucerna, ove si fermerà alquanti giorni insieme all’augusto silo padre il re di Sassonia.

— I principi Umberto ed Amedeo,die da alcuni giorni trovavano a Lugano, si recarono nel mattino del giorno 9 col battello a vapore a Capolago. Di là collo stesso battello partivano verso sera, approdando alle vicine terre italiane della Valsolda. Quivi visitarono la villa in Cadale di monsignor Renaldi, vescovo di Pinerolo. I valligiani del regno festeggiarono quest’avvenimento illuminando i loro paeselli e le mille barchette del lago. A bordo del battello, finché durò la corsa principesca, la banda civica luganese eseguì alcuni pezzi musicali, tra cui non furono dimenticati gli inni nazionali e la marcia reale del regno d’Italia. L’entusiasmo di quelle buone popolazioni fu ricambiato dai reali principi colla più schietta e cordiale accoglienza.

—Il giorno 11 giungevano a Monza le LL. AA. i principi Umberto ed Amedeo; il 12, accompagnati dal loro Governatore gen. Rossi, sono aspettati a Milano e piglieranno stanza al R. Palazzo della Villa Bonaparte.

— II dI 12 scrivesi alla Perseveranza da Torino:

Il ministro Peruzzi è partito ieri sera per Bologna donde intendeva recarsi ad ispezionare la nuova ferrovia per Forlì la quale a quanto mi si assicura, deve essere inaugurata e aperta all’esercizio entro il venturo settembre Egli deve essere di ritorno in Torino domani affine di presiedere la tornata della Commissione incaricata degli studi pel monumento commemorativo della battaglia di Solferino.

Si vuole che i| generale Fleury, quando si recò da ultimo a Torino, abbia fatto sentire, quantunque colla maggior delicatezza, il vivo desiderio che si avrebbe in Francia di veder quanto prima compiuta quest’opera. Da Torino poi il ministro dei lavori pubblici partirebbe ai più presto per Napoli, ove fu già preceduto del cav. Barbavara, direttore delle Poste, e da dove farà forse una escursione in Sicilia.

— Si sta preparando a Torino l’appartamento del signor Benedetti, in casa Nigra, via Gioberti. Arriverà dopo il 15 corrente, ma ripartirà tosto dopo per Parigi, a quanto si assicura.

— Da Torino così scrivesi alla Gazzetta di Milano:

Mi si assicura che il signor Ricasoli è un lavoratore indefesso e che tutte le ore della giornata egli le passa nel suo gabinetto del ministero, curvo sul tavolo e assorto nelle sue occupazioni. Se pensasse a nominare un ministro della guerra! Il governo inglese si mostra singolarmente simpatico verso questo nostro ministero, e parrebbe infatti che il barone Ricasoli, tuttavia coltivando l’alleanza francese, della quale sa valutare i benefici, sappia pure apprezzare quella dell’Inghilterra, pensando che vai meglio avere due amici, invece di un solo.

— S. E. il general Fanti partiva l’11 agosto pel campo di Chàlons ed alloggerà particolarmente presso l’imperatore Napoleone coi due ufficiali superiori che lo accompagnano.

Il prefato generale è molto ben veduto dall’augusto nostro magnanimo alleato, e si è appunto dietro all’onore del ricevuto invito che non si è creduto più necessario ma soverchio apparato.

— Credesi a Palermo che il marchese di Torrearsa verrà, al suo ritorno dalla missione di Svezia e Danimarca, nominalo governatore, dell’isola in luogo del generale della Rovere, il quale non rifiutò il portafoglio della guerra che temporaneamente. (Gazz. Mil.)

—Il deputato Paolo Paternostro, appena sbarcato in Palermo, fu sbeffato dalla Campana della Gancia (organo austro borbonico mazziniano). Essa pretese che l’onorevole suo avversario avesse preso un finto nome, e si fosse provveduto di una buona scorta di poliziotti per mettersi in salvo dal furore de’ suoi compatrioti. Il Paternostro respinge queste insulse invenzioni dichiarando avere piena fiducia nella civiltà del paese.

L’organo urlante accoglie la dichiarazione, insinuando però che la Sicilia non dovrebbe dimenticare l’oltraggio che suppone essergli stato fatto dai discorsi tenuti in parlamento dal signor Paternostro. Ciò equivale a fomentare I’ occasione di qualche scandalo contro la sicurezza personale dell’onorevole deputato. Mancava ancora questo me rito alla gloria invidiabile del famoso partito d’azione!

— Il successo del prestito Bastogi suscitò a Vienna nuove ragioni di odio e di avversione contro gli infelici abitanti del Veneto. Le ultime lettere provenienti da quei paesi ci fanno conoscere che la popolazione è preoccupa da serie apprensioni per la probabile imposizione di una nuova imposta forzata col derisorio titolo di prestito volontario e nazionale.

— I disertori italiani fuggiti a Verona trovarono che il grazioso imperatore non è tanto cortese come lo dipingevano gli agenti austriaci e borbonici. Abbandonati, senza mezzi di sussistenza, non possono aver modo di occuparsi perché vengono respinti con orrore dai loro connazionali. Squallidi, cenciosi, affamati vanno vagolando alla ventura per la città, misero spettacolo di politica abiezione. Alcuni caddero in tanta prostrazione che non arrossiscono di accattare l’elemosina. Questa abbominevole mendicità è il premio che si meritavano: il munifico imperatore sa ricordarsi che sono vigliacchi traditori, e per tutta generosità permette che essi godano sull’impune territorio, soggetto alle anni imperiali, una sicurezza disonorata e disperata.

I meno colpevoli, che cioè non sono rei di peculato, se pentiti, trovano ancora chi li aiuta a tornare alle bandiere che disertarono. Il governo nazionale dal suo canto adopera molta clemenza, perché tien conto delle cause transitorie che spinsero molti giovani alla diserzione, e perché desidera confortare i suoi amici, i quali, con evidente pericolo della vita, interpongono i loro preziosi uffizi per ridonate alla patria quei poveri soldati che furono sedotti dalle ingannevoli promesse dei nostri nemici.

— Scrivono da Roma, 8 agosto, al Temps:

… Ier l’altro il gen. Goyon riunì gli ufficiali di ritorno dal distaccamento, come aveva riuniti quindici giorni prima quelli che lasciavano Roma e parlò negli identici termini d’allora.

Non sono precisamente discorsi quei ch’esso pronuncia in simili circostanze, ma conversazioni famigliari nelle quali manifesta il suo modo di sentire.

Eccovi un estratto delle sue parole d’altrieri:

«Vi fu un momento in cui il papa cadde seriamente ammalato, per cui concepì dei timori che si troncassero i suoi giorni. Credetti mio dovere di chiedere istruzioni a Parigi pel caso mancasse di vita. I giornali non sanno quello che si dicano. Da Parigi mi si rispose che in caso si verificasse tale accidente dovessi colla stessa energia mantenere le cose nello stato in cui si trovano. Io vi ripeto che i giornali non sanno quello che si dicano. La politica non è cangiata d’ ori iota. Proteggere il santo padre, schiacciare il disordine e la rivoluzione: ecco il nostro dovere.

— Al momento di mettere in torchio, così l'Italie, riceviamo una lettera da Roma, da cui ricaviamo in fretta i seguenti particolari:

«Dopo l’arresto di Giorgi, operato dalla polizia francese, e malgrado quest’arresto, gli arruolamenti a profitto del brigantaggio delle provincie napoletane continuano sempre più. La gendarmeria francese, che avrebbe una gran voglia di opporvisi, si trova paralizzata dalle proteste del governo pontificio che grida altamente contro il detto arresto, e dichiara che quest’intervento della polizia francese, che le perquisizioni che essa si arroga i| diritto di fare, sono altrettante usurpazioni sull’autorità del Papa, e violazioni de’ suoi diritti.

«Si sa ciò a Roma, e si ama la gendarmeria francese tanto per quello che vorrebbe e non può fare.

 La situazione è sempre più tesa.»

RECENTISSIMA

— Sappiamo ch'è giunto un telegramma da Torino, col quale si annunzia che il signor Talabot si è sciolto dal contratto che avea stabilito per le ferrovie dell’Italia meridionale. S’ignora la cagione, ma sembra che siano surte delle quistioni col Ministero

CRONACA INTERNA

— Jeri facevano due anni che i liberali di Napoli accorsi in gran numero verso la Chiesa di S. Giuseppe dei ciechi, n’erano discacciati e dispersi dalla cavalleria borbonica, in quella chiesa il 15 agosto del 1859 cantavasi il Tedeum in ricorrenza della festa dell’imperatore dei Francesi, e i napolitani riconoscenti dei benefizi! che l'Italia avea ricevuti dalla Francia nelle battaglie contro l'Austriaco, colsero quell’occasione per manifestare la loro riconoscenza verso l’imperatore: ma i borboni, che allora comprimevano questa bella parte d’Italia, amici sempre ed alleati dell’Austria non potevano permettere una cosiffatta manifestazione, e vi opposero la forza: i conigli di Capua e di Gaeta furono allora tanti eroi contro un popolo inerme che recavasi ad assistere ad un Tedeum.

Ma ieri nessun ostacolo fu opposto al popolo napolitano per testimoniare la sua riconoscenza all’augusto Capo della Francia. Alla Chiesa della Vittoria vi trasse molta gente: le vie di Toledo e di Chiaia, che sono le principali di Napoli, fin dalla mattina si pararono di bandiere, e iersera imponentissima era l’illuminazione degli edifizii posti nelle medesime vie. Con la festa di ieri il popolo napolitano ha dato uno de’ più belli indizii d’italianità; e tanto più dobbiamo compiacercene in quanto che njuna influenza ufficiale vi ha avuto parte. L’iniziativa è stata tutta di privati cittadini, fra’ quali merita specialmente di esser lodato il sig. Eduardo Pangrazi.

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— Son giunti nel nostro porto due vascelli inglesi, e due altri a Castellammare. Si aspetta che né arrivino altri. Intorno alla venuta di questa flotta molti comenti si fanno. Se le nostre informazioni sono esatte, la flotta inglese sarebbe venuta per accelerare lo scioglimento della quistione romana.

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— Iersera giunsero in Napoli arrestati 28 preti de’ paesi posti lungo la costa di Sorrento. Sono reazionari di prima qualità, sui quali la giustizia farà sentire tutto il peso del suo rigore.

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— Dalla provincia di Basilicata si ha che all’arrivo della truppa e della Guardia Nazionale i briganti fuggirono da Ruvo, ma inseguiti nel bosco di Monticelo ebbero 32 morti e perdettero 7 cavalli. In Ruvo furono arrestati 2 preti, 4 donne e 29 uomini dell’infima plebe, i quali eransi uniti coi briganti al saccheggio del paese. Un’altra banda di briganti il giorno 13 fu assalita presso Avigliano dalla Guardia Nazionale del medesimo comune, a cui si erano uniti 20 bersaglieri e 4 carabinieri. I malfattori si dispersero lasciando 2 morti, 6 feriti, 3 prigionieri ed 8 cavalli; 30 fuggiaschi a cavallo si aggirano nei boschi di Tolve; le Guardie Nazionali l'inseguono. Il giorno 14 un drappello di Guardia Nazionale a cavallo comandata dal sig. Davide Menunni traduceva arrestati in Potenza 32 sbandati.

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— Ponte Laudolfi e Casalduni, borgate prima di Molise ed ora della nuova provincia di Benevento, sono distrutte. Il giorno 7 del corrente mese una deputazione dei due paesi partiva per S. Lupo ed invitava un distaccamento di truppa a recarsi tosto presso di loro perché erano minacciati dai briganti. I nostri valorosi soldati non tardarono un istante a mettersi in marcia, sicuri che a Pontelandolfi e Casalduni avrebbero trovata un’accoglienza pari a quella ricevuta a S. Lupo; ma l’invito era un inganno. I soldati, accolti dapprima con manifestazioni di giubilo, furon circondati dalle ribelli popolazioni dei due paesi e barbaramente massacrati. La vendetta non poteva esser tarda. La sera del 13 i due paesi ribelli erano in potere de’ bersaglieri, i quali alla vista dagli ancora esposti cadaveri dei loro compagni mutilati e sfregiati, posero da parte ogni sentimento di umanità. Quelle bestie feroci di abitanti pagarono il fio del loro misfatto, e le loro case ardono ancora.

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— Da Sora giunge la notizia che più di 30 sbandati si son presentati alle autorità, e che Chiavone sia rientrato nello stato Pontificio. Da individui disertati’ dalla sua banda si è pure saputo che nell’attacco del giorno 8 egli perdette 25 uomini.

Tra le gloriose ed eroiche gesta di questo famoso CAPO LADRO, degno campione del Diritto Divino merita speciale ammirazione il seguente fatto che noi togliamo dalla Guida di Aquila:

Avendo i suoi compagni, nel dI 20 luglio ultimo. rubati nella montagna di Luco, tre muli del sig. Antonio Ottaviani, Capitano della Guardia Nazionale, diresse tosto a costui un biglietto di ricatto per la somma di duc. 330, ed essendosi il sig. Ottaviaui rifiutato alla richiesta, furono immediatamente i di lui muli sottoposti ad un subitaneo consiglio di guerra preseduto dallo stesso Chiavone, e condannati alla fucilazione, che venne subito eseguita con 17 colpi di fucile al grido ripetuto ad ogni colpo di — viva Francesco II!!! —viva Chiavone!!! morte al Capitano della Guardia Nazionale di Luco!...

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— Dalla provincia di Campobasso si à che la notte del 13 un’orda di briganti invase Contalupo in circondario d’Isernia. Vi scarcerarono 17 detenuti, e saccheggiarono le case di tutti i liberali, i quali si erano salvati. Fu rispettata la casa dell’Arciprete e del Capitano della Guardia Nazionale perché reazionari! e perché avevano invitato i briganti. Da Cantalupo la masnada passò a Roccomandolfi, e così saranno percorsi tutti i paesi collocati alle falde del Motore, ove nell’animo delle plchi ignoranti più delle persuasioni degli onesti e liberali cittadini han peso le perfide insinuazioni de’ malvagi preti.

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— Nostra corrispondenza dalla Capitanata.

Lucera 12 agosto.

Dopo le memorabili gesta di Viesti la nostra provincia ha acquistata un poco di calma. Lo spirito pubblico è eccellente. Itaha e Vittorio Emmannele è la fede politica di tutti, se ne eccettui i pochi borbonici che aspettano il bel tempo dei Guerra e de’ Pepe. Ne’ scorsi giorni è avvenuto uno scontro co’ briganti tra S. Paolo e Serracapriota. cinque di essi vi rimasero uccisi e tredici prigionieri. Tre altri briganti son periti tra le unni delle Guardie Nazionale, di Castelnuovo, e sempre che si presentano in qualche luogo hanno la peggio. I nostri contadini non dividono per niente le funeste idee brigantesche borboniche, son rozzi, ma sentono la nostra voce, ed han capito perfettamente di che si tratta.

Noi abbiamo avuto il nuovo Sindaco nella persona del signor de Troja; e il Sindaco ultimo, signor Cavalli che avea ottenuto un centinaio di voti di più del de Troja ha mandata la sua rinunzia. Egli lascia un bel nome, ed una grata memoria di quanto ha fatto pel suo paese in momenti difficilissimi. I suoi affari non più gli permettevano di consacrarsi interamente alla cosa pubblica: facciamo voti però che da Consigliere Comunale, voglia seguitare a spendere l’opera sua. Il signor de Troja che gli succede ha un grave compito, e noi fidiamo nella sua intelligenza, ed operosità.

Abbiamo letto nel vostro giornale un elogio al signor Raffaele Granata, e ben lo meritava. Sappiate che tutto l’inverno scorso lo à passato alla testa delle guardie nazionali, girando per tutti i paesi delle nostre montagne reprimendo reazioni, e componendo dissidi. Nel mese di Luglio, senza nessun carattere ufficiale à accompagnato il Maggiore Fucino, ed i nostri eroici soldati in questi ultimi fatti, e speriamo che il governatore voglia proporlo per una ricompensa al governo. Egli è in proposta per Maggiore della nostra guardia nazionale, e speriamo vederlo al più presto in possesso del grado, affinché sia completo l’organamento della nostra milizia nazionale, che por potrebbe render degli utili servigi.

La raccolta de'  cereali. come di già sapete, è riescita al di sopra di ogni nostra aspettativa, e nell’animo del volgo ciò ha prodotto un buonissimo effetto per la ingenue conseguenze ch’essi né tirano.

Vi preghiamo di richiamare l'attenzione del signor Settembrini sul nostro Liceo provinciale, il quale è poco men che chiuso, giacché i genitori tutti richiamano i loro figli. Noi non vogliamo incolpare alcuno, ma segnaliamo il fatto. Di questo Rettore non possiamo dirvi nulla. giacché è nuovo nella provincia, ma quello che scandalizza tutti è il vederlo dipendere da un tal Alfarano, che protetto e direi quasi creato da’ gesuiti, oggi è il più ardente liberale della città. Il suo liberalismo data dai 26 giugno 1860, la sua perfidia dal giorno della sua nascita; che il signor Settembrini cerchi sapere il vero stato delle cose, e vi ponga rimedio al più presto, o che almeno ordini la chiusura del Liceo, invece di permettere tanto scempio.

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— In quanto allo stato delle Calabrie riportiamo quel che né scrivono i giornali di colà. Ecco un brano del Calabrese foglio settimanale di Cosenza: Intanto possiam confermare che qui il brigantaggio è in declinazione ad onta dei diversi piccoli conati. Quei creduti sostenitori dei dritti più-Francescani, divisi nella Sila in varie torme affin di meglio sfuggir le persecuzioni, han ripreso l’antico mestiere, di svaligiar qualche povero viandante, e taglieggiare i proprietari, attendendo da un dI all’altro l'armata Austro-Borboniro-Papalina-lberica, secondo i diversi avvisi e le insinuazioni che loro si mandano; purché sebbene la politezza, dir vogliamo la polizia, non giungesse a scoprirli, conosciamo che i messaggi non mancano. Ora vanno spacciando per organo dei soci corrispondenti ed onorari, che il giorno 15 di questo mese vi sarà insurrezione magna, dovendo rientrar Ciccillo in Napoli, e se la scappiamo adesso pel primo settembre poi non manca; e non che tanto loro calga di Francesco di Paolo o di Antonio, solo vogliono il solito appicco onorevole per le scorrerie e per i furti, e segua che può. Ma pare che la Guardia Nazionale di ogni paese cominci a sentir meglio di sé e dell’alta mission sua, e codesti ladri che il Vaticano benedice, ben presto si avvedranno di aver fatto male a cedere ad insinuazioni peggiori di quelle di Satana.

E n’è di lieto augurio il veder presso a compiersi in questo Circondario l’armamento di tre compagnie di Guardia mobile, di cui gran parte ben fornita di vestiario e di armi, ha già cominciato a prestar servizio, e come al primo annunzio della formazione di essa, sien qui convenute in gran folla genti d’ogni paese, che è stato forza congedare, dal che anche si scorge come cantino a vuoto i sanfedisti.

E così la Guardia Nazionale mobilizzata in Malito, nell’ultimo conflitto presso il Cariglione—nella Sila—combatteva eroicamente: tre briganti vennero uccisi ed altro tratto negl’arresti dal sergente della Guardia istessa signor Giovanni Gagliardi, veniva per impulso di giustizia moschettato in S. Giovanni in Fiore.

Così la Guardia Nazionale del comune di Lago per un tentato movimento brigantesco in quel territorio, arrestava subito Giovanni, Giuseppe e Nicola Muto, e Ferdinando Mazzuca, i quali cercavano di arruolar gente per la Sila.

Così la mattina di sabato, la 1 compagnia di riserva della nostra Guardia Nazionale che prestava servizio, appena ebbe sentore che due briganti simulando le mostre di uomini pacifici. si aggiravano per questa città, chi sa per qual reo fine, senza nessuna ingiunzione superiore fu presta ad arrestarli; e già liquidavasi che quei due erano un Carmine Zimbaro ed un Angelo Maria Bocchimuzza da Mangone, prevenuti di brigantaggio e specialmente del sequestro nella persona del Conte di Cjucoli.

— Per quel che riguarda la provincia di Reggio parlava Fata Morgana.

Non sappiamo per quale inesplicabile disegno non uno ma più giornali vagliano far credere questa Provincia e città sempre invase da briganti sempre minacciate da reazioni. Riserbandoci di diffusamente rispondere agli altri giornali, e di smentirli colla realità dei fatti che cadono sotto gli occhi di tutti, non possiamo per ora far così impunemente passare la fa ha falsissima notizia della Democrazia, che nei piani della Corona nella nostra Provincia sianvi 8000 briganti!!! È questo un pallone, che solo ha esistenza nella fantasia dei corrispondenti del sudetto giornale, a meno che non vogliano contarsi per briganti gii alberi che popolano quei piani.

Noi tocchiamo con mano la verità, ma chi ha il ticchio d’inventare si diverta, lo preghiamo, con altri, e non con la nostra Provincia che possiamo dire tranquillissima.

DISPACCI TELEGRAFICI

Agenzia Stefani

Napoli 15 – Messina 13 (10 30 a.m.)

Il Banchetto Nazionale offerto iersera nei pubblici Giardini dalla Guardia Nazionale di Messina a quella di Palermo è riuscito brillantissimo. I commensali superavano i 2000. Furono fatti brindisi al Re a Garibaldi, a Palermo, a Messina, alla Sicilia all'Italia.

Due bande musicali rallegravano il banchetto. Do po la cena la festa si protrasse fino alle ore tre del mattino. Quindi nel porto fu accesa una macchina pirotecnica galleggiante. Vi concorse immenso po polo. L'ordine fu mantenuto mirabilmente.

Napoli 15 – Messina 15 (9. pom.)

Quest'oggi gran rivista in piazza d'armi passata dal Generale Carini alle Guardie Nazionali di Palermo e Messina. La prima regalò alla seconda una magnifica bandiera. Vi concorse immenso popolo. Si gridò evviva al Re, all'Italia, a Palermo, a Messina al Generale Carini – ordine perfetto.

Napoli 14 (notte) – Torino 14 (10. 55 ant.)

Il Moniteur annuncia: sono inviati Benedetti ita Italia, Reculot in Baviera, Damemont nel Wurtemberg, numerose promozioni nella Marina.

Napoli 14 (notte) – Torino 14. (5 p. m.)

Il Generale Fanti è partito per Chàlons.

Corre voce che il Generale della Rovere entri a far parte del Gabinetto come ministro della Guerra.

Napoli 16 – Torino 15 (10 213 p. m.)

Pesth 15 – Molti deputati partono – è considerato imminente lo scioglimento della Dieta. Il Governo austriaco ha intenzione d'indirizzare ai suoi popoli un manifesto per giustificare le sue risoluzioni: l'Ungheria probabilmente risponderà con un manifesto all'Europa.

Vienna 15 – I Ministri hanno deciso ieri lo scioglimento della Dieta di Ungheria; il rescritto uscirà quanto prima.

Polonia 15 - Grande dimostrazione a Lublino: quantunque il comando militare volesse evitare un conflitto, vi furono parecchi feriti.

York 3– Il Principe Napoleone è andato a Washington, visiterà le provincie, tornerà a York fra qualche settimana.

Londra 15 - l'Arciduca Massimiliano è giunto a Suthampton. Massimiliano rispondendo all'indirizzo del Municipio disse: essere necessaria l'alleanza dell'Inghilterra con l'Austria Costituzionale. Al banchetto, cui assistevano molti invitati, Rocdurg difese la necessità della libertà in Austria e dell'alleanza di questa potenza col' Inghilterra, sostenendo gl'interessi dell'Austria essere identici a quelli del l'Inghilterra.

La Banca inglese ha ridotto lo sconto al 4 ½ – Consolidati inglesi 90 ¾.

Parigi 15 (sera) – I giornali pubblicano lettere indicanti che la Prussia e il Belgio riconosceranno quanto prima il Regno d'Italia.

Napoli 15 (sera tardi) – Torino 15 (8. 55 ant.)

Parigi 15 – 1236 condannati civili di diverse categorie sono stati graziati, altre pene commutate.

Vienna 14 – L'Imperatore ha accettato l'indirizzo dell'Ungheria, cui risponderà dopo maturo esame.

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MAURO VALENTE – DIRETTORE

Gerente responsabile EMMANUELE VACCARO

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Anno I – N° 15 Napoli—Sabato 17 Agosto 1861

IL SOLE
GIORNALE POLITICO-LETTERARIO DELLA SERA
SI PUBBLICA TUTTI I GIORNI
LE NOSTRE FINANZE

V.

Noi non abbiamo la pretensione di compilare il bilancio passivo delle finanze italiane anticipatamente a quello che dovrà fare il nostro Ministro delle Finanze, come per avventura potrebbe far credere averne noi l’intenzione nell’investigare e discutere, benché in maniera sommaria, quella parte delle spese che riguardano le opere pubbliche ed il mantenimento dell’esercito.

Affinché questo grave argomento potesse essere trattato sarebbe mestieri non solo raccogliere tutti i documenti possibili, ma bisognerebbe ancora discuterli minutamente in compagnia delle altre spese che entrano a prendere posto nel Bilancio, relativamente alla giustizia, all’amministrazione civile, all'Agricoltura e Commercio, all'istruzione pubblica, alle finanze stesse, ed in generale a tutti gli altri rami del servigio governativo.

Ma l'intenzione nostra non si leva tanto alto. Noi non vogliamo fare altro che studiare per quanto ci è possibile su documenti Uffiziali quale era tostato delle nostre finanze, quando l’Italia era divisa sotto tanti diversi governi, e quale sarà presumibilmente in un prossimo avvenire.

È evidente che ogni perturbazione sociale pel momento deve influire sinistramente sulle finanze, per lo scompiglio che nel frattempo arreca all’ordinamento della macchina sociale.

Avviene perciò che qualunque provvedimento finanziero, ancorché fosse perfettissimo, non manifesta il suo effetto immediatamente dopo che è stato applicato. Che anzi spesso suole ritardare di molti anni a produrre il frutto che se né presupponeva.

Cosi avvenne in Inghilterra quando il sistema del libero cambio fu messo in pratica. Il commercio e le dogane della Gran Brettagna non né risentirono i beneficii che dopo tre o quattro anni. Parimenti fu questo il risultalo della lega doganale Alemanna.

Senza moltiplicare gli esempli, è chiaro che la cii iniziata verità si applica pure alla nostra Italia.

Noi saremmo fortunatissimi se nell’anno 1862 potessimo incominciare a sentire i grandi vantaggi che per necessaria conseguenza debbono emergere dalla unificazione politica ed amministrativa di queste provincie. E poiché allo spirito ed alla volontà degl’italiani nulla è impossibile, noi ce l’auguriamo, benché dubitiamo che cosi celeramente si potesse ottenere questi risultati.

Infatti, due cause perenni di perturbazioni interne e di commozioni politiche esistono in Italia; le quali se non si rimuovono non possiamo aver piena pace e godere della nostra politica rigenerazione.

Queste due cause, ognuno, prima che fossero espresse le prevede, consistono nella mancanza di Roma e di Venezia: mancanza che si rende di tanto più fastidiosa che in quelle due fucine di reazione quotidianamente si lavora, e con tutti i mezzi e con tutte le arti anche più infami e scellerate, avvegnaché inutili, insussistenti ed inefficaci a conseguire il depravato loro scopo, la rovina di questo magnifico edilizio la ristaurazione d’Italia, frutto di secolare lavoro, e prodotto dell’inoltrato incivilimento.

La fede che noi abbiamo, e l’aspettazione di 25 milioni d'Italiani, meno di qualche 20 mila soldati sbandati, di qualche migliaio di frati sfratati e di qualche centinaio d'impiegati esonerali, è ferma ed immutabile, che quelle due cause saranno presto rimosse, e I Italia tutta potrà godere e libertà e pace.

D’altra parte, si può osservare che con la unificazione essendo andate via moltissime frontiere, le quali benché producessero un male, davano però un compenso reciproco ai diversi stati d’Italia per i dritti doganali che sì percepivano di entrata di uscita di merci; queste barriere essendo state tolte, è chiaro che nel momento attuale devono far difetto nel bilancio d'introito, analogamente a quanto di sopra si è detto.

Imperocché questo stesso fatto che era un danno che si arrecava al commercio, essendo tolto non può necessariamente che produrre un grandissimo miglioramento nella finanza stessa. Ma questo miglioramento non può in nessun modo verificarsi immediatamente.

II Commercio è certamente sollevato di tanto fin questo momento, ma la finanza non può risentirne il vantaggio che dopo un certo periodo.

Ed in fatti, le diverse barriere doganali esistenti in Italia, potevano assimilarsi perfettamente alle barriere doganali quali esistevano in Francia prima del 1793. La loro rimozione produsse un grandissimo vantaggio al commercio Francese, e dopo qualche anno la Finanza introitò molto di più di quanto prima percepiva.

Cosi avvenirne pure dello Zolverein: Quando si tolsero le diverse barriere, e vi concorsero la maggior parte degli Stati tedeschi gl’introiti della dogana diminuirono immediatamente: ma essi aumentarono immensamente dopo pochi anni.

Cosicché per queste ed altre simili cose che noi prenderemo a disaminare in appresso un poco più minutamente, il bilancio d'introito italiano per il momento non può essere che inferiore a quello che risulta dalla somma dei bilanci particolari degli antichi stati.

Intanto il Governo italiano oggidI trovasi di dovere amministrare un paese in gran parte sprovvisto di grandi opere pubbliche, senza un esercito che sia competente per la quantità alla grandezza del nuovo regno: e trova, quel ch'è peggio, la maggior parte di queste provincie, e specialmente le nostre anzicché floride e ricche come si è dai passati governi sempre strombazzato, trova, dicevamo, un paese miserabile.

Questa deduzione a taluno giungerà strana ed insolita ma non per questo è men vera. Che la natura di queste terre, l’abbondanza de’ minerali che racchiudono, la posizione geografica ed altri benefizi! naturali presso di noi abbondino, questa è una verità incontrastabile e positiva.

Ma ciò nonostante a lato di tutti questi beni vi è generalmente mancanza di credito o analoghe istituzioni: Vi è difetto di vie di celere comunicazione, non v’è nessuna specie di educazione professionale.

E perciò sarebbe questo il caso di dire che presso di noi vi è la ricchezza in germe ma non sviluppata. La ricchezza sociale la ricchezza pubblica, non può consistere in questi beni naturali.

Se questo fosse vero la Persia sarebbe un paese ricchissimo e la Francia o l’Inghilterra paesi poverissimi. La mancanza dunque di quelle tre specie di fondi sociali di ricchezze, cioè del credito, delle vie di comunicazioni e dell’istruzione, rendono debole nulla 'ed inetta ogni specie di capitale.

Presso di noi vi sono certamente de’ grandi possessori di fondi ma questi non meritano in nessun modo il nome di capitali: poiché una massa di valori allora soltanto può dirsi di costituire un capitale quando viene investita nella produzione, quando circola proficuamente nella società.

Presso di noi l’abbiam veduto, con tutta la buona volontà, il governo non ha tratto che pochi milioni di lire per l’imprestito; mentre nelle sole provincie piemontesi, i Capitalisti sono accorsi in tal folla che l’imprestito è stato più che raddoppiato! iò mostra ad evidenza in quale deplorevole stato sono le nostre provincie per ciò che riguarda il movimento economico dei capitali. E dove i capitali sono inerti l’effetto prodotto è come se non ve ne fossero: e dove non vi sono capitali vi è miseria, pauperismo, mendicità.

Il che d’altronde è un fatto notissimo che presso di noi la mendicità era giunta ad essere intollerabile.

Se dunque il governo italiano si trova oggi da una parte da far fronte a tanti immensi bisogni specialmente di queste nostre provincie, e da un'altra parte si trova in presenza di un introito minore relativamente, esso si è dovuto trovare nella necessità di contrarre un imprestito.

Ma qui e utile osservare quali possono essere gli effetti di questo imprestito. Per il momento l’imprestito fa avanzare il governo nell’amministrazione senso fargli sentire il difetto della diminuzione o della poca quantità degl’introiti.

Nel tempo stesso gli dà la possibilità di costituirsi o creare dei grandi lavori.

Intanto l’Italia si consolida nel nuovo stato di cose e la sua unificazione ha il tempo necessario, per rapporto a quanto spetta alle condizioni finanziere, per fare concretare tutti quei vantaggi che necessariamente né debbono conseguire.

Quindi avverrà che le sue risorse saranno più floride, più ampie le fonti di ricchezza, più abbondante in conseguenza il suo bilancio d’introito.

Laonde il debito stesso comunque aumentato, sarà relativamente parlando, diminuito. —Giacché se oggi rappresenta, dicasi per esempio, un terzo del bilancio d’esito, dopo esso rappresenterà il quinto, il decimo: e perciò si renderà più piccolo relativo.

In conseguenza l’imprestito testé fatto non devesi riguardare come oneroso allo stato, ma al contrario come assolutamente ed indispensabilmente utile.

Esso serve come quel capitale che viene investito in una collocazione molto proficua, in modo che ritornerà con una larga messe di profitti e di utilità che saranno sensibilmente sparsi per tutta la nostra popolazioni.

DIARIO POLITICO

Siamo lieti di essere i primi, se non andiamo errati, ad annunziare un bel fatto del nostro clero. che può essere, quanto ci pare, fecondo di belle conseguenze.

É noto che in Francia ed in Italia, dove si tien conto della pubblica opinione, si cerca d’illuminarla intorno alla quistione romana, per ottenerne cosi la soluzione tranquilla e pacifica, combattendo con le armi della ragione e del vero i sofismi e i paralogismi che i nemici d’Italia si affaticano a propagare con ogni sorta di mezzi per offuscare le menti e suscitare il più pericoloso dei fanatismi, il fanatismo religioso. Lo scopo non tarderà a raggiungersi, ed in breve sol pochi pingui prelati rimarranno a spargere lagrime sul perduto potere. Ed ecco di un colpo tremendo viene a percuotere l’albero cadente l'Associazione clerico-liberale delle provincie meridionali, copromuovere in tutta Italia, la sottoscrizione di un indirizzo al Pontefice.

Noi abbiamo letto questo indirizzo, non uno,già messo a stampa; e diciamo francamente che mentre lo troviamo molto commendevole per la sua sostanza, avremmo desiderato qualche miglioramento nella forma.

Avremmo cercato per esempio, di esser più brevi, e di esprimere in modo più stringente e calzante i buoni argomenti di cui vi si fa uso. Ancora sarebbe stato neutro desiderio, che oltre all’esporre le ragioni che che militano in pro del dritto del popolo italiano, si fossero combattute quelle che dai suoi nemici si pongono innanzi in difesa del potere temporale; imperocché giova molto in simili quistioni il trattarle sotto quell'aspetto medesimo in cui gli avversarti le presentano.

Dicono, verbigrazia, che il poter temporale sia necessario all'indipendenza del papato; or noi arvremmo detto e sostenuto a rincontro che mai non fu tanto dipendente la chiesa quanto da che il suo capo tu rivestito di un qualche temporale potere. Forse il poter temporale lo fece uscir vittorioso dalle lotte coll’impero che insanguinarono e lacerarono l’Italia? Forse gl'impedI di ricever la legge dai re di Napoli suoi feudatari!, che spesso fecero in guerra prigioniero il sovrano, e poi in ginocchio dinanzi al pontefice lo costrinsero a dar l’investitura? Forse gli giovò ad impedire lo scisma d’Inghilterra o quello della Germania? Il potere temporale non fu di ostacolo alle pretensioni della chiesa gallicana, non a quelle di Luigi XIV, di Giuseppe II e d 'Ferdinando IV o per dir meglio del Tanucci. E venendo a tempi a noi vicinissimi, non valse ad impedire all'imperatore d'Austria, fra il 18(6 e il 1848, l’occupazione di Ferrara e di Bologna, malgrado lo protette di più IX, quei medesimo pontefice ohe con tutto il suo poter temporale ebbe a fuggire di Roma, vi fu riposto dalle armi straniere, e da tredici anni vi ai mantenne mercé l'ajuto di quelle. Che razza d'indipendenza siasi cotesta ognun sel vede che abbia fior di senno.

La vera indipendenza del papato non può conquistarsi che ad un sol patto. Inutile è dir qual sia.

Or tornando all’indirizzo, diremo ohe troviamo l'idea bellissima, soprattutto pel pensiero che vi predomina di far comprendere al pontefice che perdurando l'alto clero nella via in cui si è messo né verrà di certo gran danno alla fede. Esso sarà mandato a coprir delle firme di tutti i preti liberali di tutta Italia, e l’Associazione napoletana summentovata s’incarica di tutte riunirle bell'ufficio della sua presidenza e di far pervenire sicuramente il firmata indirizzo nelle mani di Sua Santità.

Sappiamo che Fanti i giunto a Chalons ove ora son ricotti tutti gli sguardi. Sappiamo pure dell'accoglienza che ii Nigra s'ebbe dall’imperatore a Parigi. li Nigra non mancò fin dal primo momento di porre i termini primi della quistione capitale, cioè che il governo italiano verrà a capo facilmente di vincere ogni ostacolo se l’imperatore l’ajuterà a Roma ove trovasi la vera fucina della reazione. Cosi si esprime un corrispondente dell’Indèpendance Belge. Va un pò più in te il corrispondente della Perseveranza, dicendo che ella domanda fatta dati imperatore intorno allo stato delle tose in Italia, il commendatore Nigra rispondesse: «che le cose andavano bene, ma che assumerebbero un carattere assai più soddisfacente se l’imperatore volesse ajutare gl’italiani ed acconsentisse ad appianare le grandi difficoltà ch'è in suo potere di conservare o far disparire.» Par che Ricasoli, e per lui Nigra, vada dritto allo scopo.

N. B. Nel precedente Diario ov'è stampato dieta dell’Austria leggasi dieta dell'Istria.

NOSTRE CORRISPONDENZE PARTICOLARI

Torino 11 agosto.

Dopo il prestito che ha avuto un successo così brillante e superiore a qualunque aspettazione, l’attenzione di tutti è rivolta a Roma e al Napoletano. — Indipendentemente dalle ulteriori conseguenze che potrebbero derivare dall'incidente de Merode non mancano molti che sostengono prossimi a la soluzione della questione romana a cui ormai non può più torsi il predicato di quistione eterna. — L’articolo significativo del signor Grenier fitte avrete letto nel Constitutionnel del 10 di questo mese apporrebbe questa opinione che per altra parte trovano in tutta la stampa liberale da cui si afferma all'unissono l'impossibilità per Napoleone di mantenere ulteriormente la Francia nella città eterna.

La suscettività della nazione francese, a quello che sembra, si è profondamente risentita dagli insulti scagliati così bassamente dal proministro delle armi pontificie al l'indirizzo del nostro grande alleato, tanto che Napoleone potrebbe con difficoltà resistere alla pressione della pubblica opinione che insiste ad esigere una soddisfazione. A Parigi il governo sarebbe fra due. O una smentita formale nel Moniteur, o un ultimatum. Dopo il chiasso che si fece da tutta la stampa europea in seguito al famoso articoletto del Pays che pubblicò gli scandali succeduti a Roma – l'idea della smentita ci sembra fuori di tempo. La nuova occasione per stabilire la parte sgradevole che i francesi trattano a Roma è ormai compiuto il suo corso e la tarda smentita non riuscirebbe a distruggere gli effetti morali che ne sono conseguiti – Resta il mezzo dell'ultimatum e l'Imperatore inclinerebbe ad esso. Si intimerebbe alla corte romana di destituire De-Merode, minacciandola, se non consente, del ritiro delle truppe francesi. Siccome poi il Papa in una delle sue ultime interviste coi signor di Merode gli avrebbe dichiarato di crederlo il migliore dei propri amici e di piuttosto rovinarsi che fargli sfregio, le dell'ultimatum sono evidenti. Queste sono le voci che corrono a proposito di Roma e Dio voglia che sieno vere!

Per quel che riguarda Napoli e le condizioni delle nostre provincie, i dispacci che si scambiano continuamente fra il governo centrale e la Luogotenenza si accordano tutti nell'assicurare che l'ordine va prendendo piede ogni giorno più mercé l'energia di Cialdini e di Pinelli sussidiate dal patriottismo e dal buon volere delle popolazioni. E già il pubblico si è così persuaso di questi successi che i politicanti hanno omesso d'indirizzarsi per prima la fatale domanda:«Cosa di nuovo da Napoli?» Perché bisogna proprio confessare che il vostro è un benedetto paese. La sua storia e le sue condizioni attuali fanno fede di una strana verità; ed è questa, che vicino ai sentimenti generosi, vicino allo spirito di sacrifizio, vicino ad un profondo buon senso ed una perfetta intelligenza degl'interessi nazionali e locali, vi si è mantenuto un elemento, non fortissimo ma tuttavia calcolabile, che contraddice a tutti i progetti della civiltà.

La sua tenuità in confronto a quanto vi è di buono e di grande lascia veramente sperare che fra poco esso sarà spento ed assorbito ma non saprebbe contestarsi che esso ha degli imbarazzi non indifferenti. Alla stampa e all’intelligenza il coadiuvare gli sforzi che fa il governo per istirparlo e mettere così le vostre magnifiche provincie nelle condizioni che loro competono per grandezza di tradizioni e di risorse economiche.

Non saprei dirvi molte cose. Tutto qui si risente di un atmosfera straordinariamente soffocante. Pochi ricordano che il Piemonte sia salito alla misura di questi giorni.

Tale circostanza che influisce su tutti, non pare tutta via che produca effetto sensibile sui crisimaniaci ostinati a parlare che devono succedere nel personale dell'odierno gabinetto. Chi fa le spese per tutti, non faticherete a crederlo, è il ministro dell'interno signor Minghetti che si ritirerebbe. Per quanto mi consta questa asserzione, almeno in questo momento, non ha serio fondamento. Eventualità forse non lontane potrebbero stabilire più espressamente le distanze che s'interpongono fra il programma del nuovo Presidente del Consiglio, bar. Ricasoli, e gli uomini dell'ex gabinetto Cavour tanto da render necessarie delle modificazioni, ma per il momento ritenete che non c'è novità di sorte.

Il telegrafo vi avrà recata notizia della nuova circolare diretta da S. E. il ministro degli esteri ai rappresentanti di S. M. il Re d'Italia all’estero. Quasi tutti i giornali della capitale riprodotto in intero il nuovo documento lo dandone le franche maniere e le generose espressioni che ci si leggono ai riguardi di Roma e di Venezia.

Mi dicono che il Parlamento sarebbe riconvocato per la metà di settembre. Ieri S. M. il Re si è recato nel più stretto incognito a visitare la principessa Maria Pia ed il principe Odone a Pegli sulla riviera dove si sono recati per oggetto di distrazione e di salute.

Al vostro Massari sarebbe giunto da Napoli una lettera anonima colla quale gli si ingiunge di usare moderazione (sic) minacciandolo per ogni caso di qualche cosa di più serio che non sieno stati i chiarivari subiti dai deputati napoletani della maggioranza al loro ritorno in patria! Bravi questi signori, eroi senza battesimo!

Stamattina partivano di qui, diretti all'Italia meridionale il ministro dei lavori pubblici signor Peruzzi, l'Ispettore generale delle Poste del regno ed altri personaggi.

Torino 13 agosto.

Qui tutti si felicitano della lusinghiera accoglienza fatta dall'Imperatore Napoleone al cav. Nigra. Tutti i particolari riferiti dai diversi corrispondenti relativamente a questo avvenimento sono oggetto a commenti difformi; ma tutti propizii alla definizione della quistione di Roma. La circostanza che Napoleone nell'atto di accogliere l'inviato del Re d'Italia andava fregiato del gran cordone d'ufficiale dell'ordine di Savoia, le congratulazioni espresse per il buon andamento delle cose in Italia, e più di tutto l'espressa do manda sulle condizioni del nostro esercito – si vogliono ritenere altrettanti sintomi significativi. – Comeché sia, non si ha più lusinga di vedere in questo momento cangiate le condizioni della quistione di Roma. Si capisce generalmente che l'Imperatore è trattenuto nella capitale del mondo cattolico da interessi che contraddicono anche alla sua volontà, ma esigono d'essere rispettati; si capisce che prima di abbandonarci la nostra capitale contro la volontà del Pontefice e dei suoi, Napoleone III deve aver disposto tutte le maggiori forze per ovviare alle gravi conseguenze che potrebbero derivare da così seria occasione esibita all'Europa cattolica in mala fede; si capisce che noi, anche nelle condizioni in cui versiamo, siamo suscettibili di maggior grado di ordine e di consistenza interna, e che Napoleone à diritto di esigerlo prima di giuocare una carta che potrebbe essere pericolosa.

E però nel pronosticare sugli esiti della vertenza romana, voi udireste più spesso riferirsi alle agitate condizioni della Russia, dell'Austria, della Germania e della Spagna, di quello che ai rapporti internazionali franco-italiani. Si parla delle agitazioni della Polonia, dell'attitudine risoluta della Dieta ungherese e di quella di Croazia, dell'agitazione elettorale della Prussia – si parla delle condizioni sconvolte dell'interno della Russia, dei torbidi di Praga, delle rovinate fi nanze austriache, dei progressi della società unitaria tede sca, dei moti di Loia e fino della questione d'Oriente che sembra annunziarsi di nuovo in onta alla buona volontà del novello Sultano Abdul-Azis. E tutto si coordina alle definitive aspirazioni vostre per inferirne prosperi auguri.

Ed è in mezzo a tutto questo commuoversi dell'Europa, quasi a nostro esclusivo profitto, che dovea sorgere una voce rauca a disdire tutto quanto abbiamo miracolosamente ottenuto Massimo d'Azeglio (che qui hanno cominciato a chiamare Minimo d'Azeglio) scriveva la lettera che avrete potuto vedere su quasi tutti i giornali. Un grido unanime à condannato severamente quest'uomo che non dubita costituirsi campione di anacronismi e di esagerazioni, i quali in mancanza d'altro effetto, toccano e ledono la dignità della causa nazionale. I giudizi che furono pronunciati in odio di lui dovrebbero averlo persuaso che non tutti gli uomini sono buoni a tutti i tempi e che un linguaggio come quello che egli tenne nell'occasione che a Parma si uccise Amieti, e più tardi nelle sue Questioni urgenti e finalmente in questa sua disgraziata lettera non è linguaggio che si voglia oggi compatire. E noi dovremo accontentarci di vedere un'altra volta i fogli reazionari e clericali farsi belli d'una eccentricità che ad ogni modo ritrae qualche luce dal nome di un personaggio che trattò in passato una questione così splendida vicino agli uomini del 1821 e presso a Balbo, a Gioberti e a Cavour!

In questo rapporto è da lamentarsi che l'Opinione e la Gazzetta di Torino non sieno sorte ad unire la loro voce autorevole a quella di tutto il giornalismo italiano. Forse lo faranno in seguito.

Dappertutto si continua a parlare della Circolare Ricasoli ai rappresentanti del regno italiano all'estero. La stessa opposizione non sa trovare argomento che scemi il merito del nostro primo ministro. Tutti si accontentarono di riferirla senza commenti e seppur qualche cosa verrà detta in proposito, tenete pure a ciò che non sarà per detrarre ai pregi che il nuovo documento fa supporre nel Presidente del Consiglio. Il barone Ricasoli è oggimai ritenuto l'uomo a cui competeva assidersi nel posto occupato per tanto tempo e con sì gran gloria dall'Illustre Conte di Cavour....

Avrete veduto la legge sull'arsenale marittimo da stabilirsi fra la Spezia e S. Vito per il ripartimento marittimo settentrionale, e l'altra legge per l'erezione nel porto di Livorno di uno scalo a ruotaje in ferro nonché la ordinazione commessa al signor William H.Webb per la costruzione di due piro-fregate corazzate.

Oggi Torino è in festa. La vigilanza della questura cittadina coadiuvata dalle altre autorità, è giunta ad arrestare un tal Pavia, un famoso assassino che ne inquietava i pacifici cittadini. Quest'uomo, che era riuscito ad evadere dalla casa di pena di Torino dove era stato rinchiuso per una con danna di 20 anni nei lavori forzati, si sottraeva miracolosamente alle ricerche della polizia. All'atto del suo arresto gli si trovarono addosso chiavi e grimaldelli di forme stra ne e in qualche stanza che teneva ad affitto, senza che vi abitasse mai, si sono rinvenuti stromenti d'ogni genere e macchine che egli stesso preparava per forar muri e sforzar casse. Il processo che gli si intenterà riuscirà senza dubbio famoso per l'ingegno di quest'uomo singolare che si vantava di poter riuscire a tutto quel che desiderava in materia di furti, e per la quantità dei delitti da lui perpetrati.

PROCLAMA SANFEDISTICO

– Gioverà di salutare avviso agli Italiani, dice la Gazz. di Milano, il seguente proclama che stampava in Roma, all'ombra degli altari, la trista combricola de’ sanfedisti, e che venne diramato a tutti gli affigliati, e ai briganti. La Nazione di Firenze dice di darlo con tutti gli errori d'ortografia originali, ad edificazione de lettori e de buoni cattolici.

«I FATTI PROVERANNO TRA POCO

CHE L'ITALIA UNITA È UNA DERISIONE,

«Durante il periodo del trionfi, delle feste, dei banchetti, dei canti, delle mostre militari, delle gran di parlate oratorie ora parlamentari ed ora di piazza, le masse, ed i così detti intelligenti s'inebriano di orgoglio e vedono tutto color di rosa.

«Così furono gl'Italiani del 48, e così sono gl'Italiani d'oggi. – Stolti! – Essi non vedono più in là del velo fatale che li ricopre la lebbra che inesorabilmente gli è serbata... la lebbra della espiazione de gli esilii... delle morti... delle confische... dei tor menti se sarà duopo... Sì dei tormenti più atroci, poiché contro l'istruita canaglia liberale italiana dei giorni nostri è duopo adoperare la lebbra dell'inquisizione..... le condanne e l'esecuzioni in massa.

«Non contro la plebe che sempre e dovunque fu feroce e stupida, credenzona, ed avida di novità deve inveire l'ira tremenda del partito dell'ordine, no perché la plebe si doma, satollandola col pane e cogli spassi, e se rugge si castiga inesorabilmente colla mitraglia.

«L'ira dei vendicatori dei troni oppressi deve tutta colla rapidità del fulmine piombare sul partito nazionale, così detto ben pensante, se vuolsi purgar la società dal mal seme liberale in modo efficace, stabile, duraturo, conviene colpire nel cuore la massa del mezzo ceto; prostrate, impoverite, giustiziate, esiliate calpestate se fa duopo questi energumeni di avvocatuzzi, di medici, di letterati, d'impiegati, gente tutta che non si satollano mai d'oro, d'onori, e di comando. Essi gridano leggi, umanità, pane, lavoro, per tutti, ma alla fine del dramma prendono tutto per loro; distruggete questi grandi leggitori di libri d'ogni sorta, questi cantastorie, questi salvatori col l'animo da diavolo, e l'umanità sarà salva...

«Sì per Iddio santissimo, che si distruggeranno… l'ora è prossima, già suona... preparatevi dunque o libertini esecrati al giorno del giudizio che la storia dovrà registrare una seconda giornata come quella di San Bartolomeo.

«L'alleanza delle tre grandi potenze nordiche è un fatto compiuto... i vindici innumerevoli battaglioni della confederazione germanica, della Russia, del l'Austria e della Prussia già si uniscono... ed ecco che irrompono formidabili a tutti distruggere che avrà aspetto, sensi di bonapartismo e di libertà italiana.

«Tre milioni di baionette saranno il dito di Dio punitore terribile di una parte d'Europa pervertita».

ROMA

– Affermasi che l'ex-re Francesco II e la sua famiglia decisero di non rimanere più oltre a carico del Papa, cominciando dal 15 agosto. Sinora il soggiorno della Corte borbonica a Roma costò al governo pontificio 9000 scudi al mese.

– I giornali ufficiosi di Parigi continuano a far un ben nutrito fuoco di fila contro il potere temporale del Papa. Ecco che cosa scrive la Presse: «La religione va al diavolo. Voi non avete idea dello scandalo dei costumi e dell'incredulità di questo paese: cardinali, prelati, monaci, gli è una gara a chi sarà il più scostumato, il più noncurante del grande affare. Essi vivono come se non vedessero avanzarsi su di loro la rivoluzione che deve inghiottirli, e che la Francia tenta invano di ritardare. Mi pentirò per tutta la vita d'esser entrato in que sta baruffa.»

Queste linee, che caratterizzano così bene la corte di Roma, furono scritte a Roma nel 1803 da Chateaubriand.

Si vede che Roma è incorreggibile nei suoi eccessi e immobile nel suo acciecamento.

Quanto al governo francese ei vede senza dubbio dirsi come Chateaubriand «Mi pentirò tutta la vita d'esser entrato in tale baruffa» E non ha che un mezzo di provare la sua sincerità, e di uscire il più presto possibile da questa baruffa ove si è sgraziatamente impegnato dieci anni fa sotto la pressione d'un'assemblea realista e contro-rivoluzionaria.

Da una lettera da Parigi, in data 8 corr. all'Indép. belge, togliamo i seguenti ragguagli:

Credo sapere che serii negozianti risguardanti gli affari di Roma seguiranno davvicino il solenne ricevimento, oggi avvenuto, del ministro plenipotenziario del re Vittorio Emanuele. Si immaginò a torto che la scena deplorevole che è seguita ultimamente tra monsignor Merode ed il generale Goyon dovesse cagionare un cangiamento immediato della politica del governo francese a Roma. Nulla di ciò, poiché l'imperatore dei francesi, benché sentasi offeso dalla inqualificabile condotta d'un governo pel quale s'impone tanti sagrificii, non vorrà forse sollevare questioni personali in un momento in cui trattasi d'ottenere concessioni reclamate da un interesse dell'ordine più elevato. Si vorrà evitare una confusione di questioni e togliere ai nemici della Francia il pretesto di dire che il gabinetto delle Tuileries s'è lasciato trascinare ad un'attitudine più severa da considerazioni attinte fuori degl'interessi della religione cattolica e dell'equilibrio europeo.

Non accogliete dunque le voci relative ad un preteso ultimatum inviato a Roma se non con una grande riserva. Io penso, al contrario, che se il governo francese giudicasse conveniente di chiedere soddisfazione alla Corte di Roma, avrebbe cura di separare tale richiamo dai negoziati pendenti o prossimi ad essere iniziati nell'interesse d'un assestamento definitivo degli affari d'Italia.

Questa condotta si raccomanda per differenti ragioni, e tra l'altre, per la considerazione che la violenza di monsignor Merode tradisce chiaramente il partito preso di fuorviare le discussioni e portarle sopra un terreno meno buono per la Francia di quello degl'interessi dell'Europa e della cattolicità.

L'Imperatore è in possesso di vari progetti d'assesta mento emanati dal signor Thouvenel o provenienti dal gabinetto d'Italia: ve n'ha pure di quelli che furono insinuati a Roma stessa, non dal governo, ma da persone influenti che considerano la riconciliazione della Santa Sede coll'Italia come la sola soluzione conforme ai veri interessi del papato.

Quali di quei progetti otterrà i suffragi del gabinetto delle Tuileries? Lo decideranno le circostanze; ma io posso dire che furono tutti esaminati con cura, e l'Imperatore ha tra le sue mani i mezzi di indurre la Santa Sede ad un buon componimento, senza esporre l'Italia a nuove scosse.

– Scrivono da Parigi, 9 agosto, all'Independance belge:

L'Imperatore ha ricevuto jeri, – lo annunzia il Moniteur di questa mattina – il sig. Nigra, inviato straordinario, ministro plenipotenziario del Re d'Italia presso la corte di Francia. Non fuvvi allocuzione officiale, ma, quanto alla graziosa accoglienza, il ricevimento non ha lasciato nulla da desiderare. L'Imperatore, che era circondato dagli ufficiali della sua casa, stese la mano al sig. Nigra dicendo gli che lo vedeva con piacere ritornato a Parigi nella sua nuova qualità. Quindi S. M. ha pregato l'inviato italiano di scrivere al Re quanto ella era stata commossa dalla lusinghiera accoglienza che il gen. Fleury ricevette a Torino.

Poi S. M. s'informò degli affari d'Italia chiedendo notizie della Romagna e di Napoli.

ll sig. Nigra ha dato informazioni che parvero soddisfare pienamente l'Imperatore. Egli ha terminato dicendo che tutto gli faceva sperare una pronta soluzione delle difficoltà sopravvenute nel mezzogiorno dell'Italia, ma che il governo ne verrebbe facilmente a capo; se l'Imperatore l'aiutasse un poco a Roma dove trovasi il vero focolare del la reazione.

Questa conversazione avendo avuto luogo alla presenza degli ufficiali di S. M., egli è naturale che le cose siano ri maste a quel punto, ma è più che probabile che il gabinetto di Torino chiamerà ben presto l'attenzione del governo francese sulla questione di Roma che diviene sempre più urgente.

Il sig. Ricasoli considera come suo compito principale la soluzione di questa questione alla quale pensa e per cui lavora senza posa. L'Imperatore deve riconoscere la legittimità degli sforzi del gabinetto italiano, ma, secondo ogni probabilità e secondo il parere delle persone meglio informate, passerà ancora qualche tempo prima che la Francia si decida a formolare coll'energia desiderabile un programma ben determinato, un programma che corrisponda maggiormente a questa massima emessa in un opuscolo officiale:

«L'Imperatore non abbandonerà il Papa alla rivoluzione, né sacrificherà l'Italia agl'interessi della S. Sede.» Ma non m'inganno dicendovi che le cose sono abbastanza mature per giustificare le speranze che gli amici dell'Italia non cessano di nutrire facendo assegnamento sull'alta ragione politica dell'Imperatore, sulle sue simpatie in favo re della causa italiana, ed anche sulla eloquenza delle circostanze.

Qui si parla di una missione straordinaria di cui sarebbe incaricato fra poco in Italia il gen. Beaufort d'Hautpoul Ignoro di quale natura sia questa missione, e se abbia rap porto agli affari dell'Italia o all'armata francese di Roma.

NOTIZIE STRANIERE

– Vuolsi che in seguito a scambio di lettere autografe tra l'imperatore ed il re di Prussia, questi siasi deciso a riconoscere il regno d'Italia.

– In seguito al riconoscimento ufficiale del regno d'Italia il governo svedese ha ora ritirato l'exequatur ai diversi consolati delle Due Sicilie e di Parma stabiliti nella Svezia.

– Scrivono da Parigi all'Italie:

Ecco un particolare risguardante l'abboccamento che eb be luogo tra Napoleone III e il commendatore Nigra. Dopo aver parlato un istante di cose generali l'imperatore chiese al rappresentante del regno italiano a che punto era l'esercito. «L'esercito, rispose il signor Nigra, è buono e ben organizzato, – Tanto meglio, rispose l'imperatore...» E aggiunse alcune parole che lasciarono capire che in ciò, a suoi occhi, stava il punto capitale. Mi si garantisce l'esattezza di questo piccolo incidente che fece assai rumore a Parigi.

– Scrivono da Marsiglia al Corriere Mercantile:

«Esiste in questa città un comitato clerico-borbonico.

«Lo scopo suo è di somministrare danari, armi, munizioni al Borbone di Napoli per mantenere la reazione nelle provincie meridionali.

«È formato da due vescovi napoletani, fra i due quello di Sorrento – abitanti alla Blancarde;

«D'un generale... dimorante rue La Palude, 14;

«Del père Teistier superiore dei gesuiti;

«Di giudici, ecc. del tribunale civile come membri, preti, frati, pententi bianchi, bleu, neri, ecc. ecc. tutte le associazioni religiose, segnatamente quella di San Vincenzo di Paola; quantità di affigliati alla missione di Francia (gesuiti.)

«Uno dei più laboriosi uffici del comitato si è di mante nere operosa agenzia di notizie false telegrafiche su Napoli. Per lo più le manda ai fogli retrivi di tutta Europa.

Qualche volta l'agenzia Havas-Bullier ha il grave torto di attingere da questa impurissima fonte onde sgorgano le più maiuscole bestialità.»

– Si legge nelle ultime notizie della Patrie:

Più giornali esteri annunciano che l'Imperatore dei Francesi deve, dopo l'abboccamento di Strasburgo, fare un viaggio in Alemagna, in compagnia del Re di Prussia.

Questa notizia è completamente inesatta.

– Non si pose ancor fine ai discorsi sul valore politico che vuolsi attribuire al viaggio del re di Svezia in Francia; ma ora non si tratta più di scandinavismo: il re sarebbe venuto per istudiare i perfezionamenti della marina francese; e se egli non giudicò opportuno d'indossare, come fe ce un tempo Pietro il Grande, l'abito di carpentiere, l'uni co motivo è che quel travestimenti da romanzo non sono più conformi al gusto del secolo. Stando ai fogli inglesi, sarebbe il fantasma della potenza navale prussiana quello che decise Carlo XV al suo recente viaggio, e secondo essi, l'Imperatore Napoleone si sarebbe con molta compiacenza diffuso col re intorno ai miglioramenti della sua marina. È d'uopo confessare che queste voci s'accordano ben poco con quanto fu detto da altri, che cioè la Francia, conoscendo gli sforzi che si fanno a Berlino per creare una marina nazionale, avrebbe offerto alla Prussia di cederle un certo nu mero di navi da guerra. Se si considera che il re di Svezia è a Parigi e che fu tanto cortesemente ricevuto dall'Imperatore, ma che, d'altra parte, la Francia ha interesse ad usar riguardi alla Prussia ed il re Guglielmo dee venir pre sto in Francia, si rende ben malagevole lo scegliere tra le due versioni, egualmente verosimili.

– Scrivono da Londra, l'11 che il generale Codrington, antico comandante delle truppe inglesi in Crimea, si è imbarcato per Costantinopoli, incaricato di felicitare il Sulta no per la sua assunzione al trono.

– I giornali di Vienna, del 10, pubblicano quasi per e steso l'indirizzo di Deak occupando pressochè dieci colon ne del foglio. L'essenziale di quest'indirizzo è: La nazione non può per le sue leggi accettare come base il diploma del 20 ottobre e la patente del 26 febbrajo; la Dieta per conseguenza non può spedire deputati al Consiglio dell'impero, e qualora seguissero nel paese delle elezioni e si accettassero mandati, la Dieta dichiara ciò siccome una lesione alla costituzione, e mai essa riconoscerà tali deputati quai rappresentanti dell'Ungheria, né risguarderà come obbligatorie le imposte, i prestiti e le vendite di beni dello Stato relativi all'Ungheria, quando fossero votati dal consiglio del l'impero.

La Dieta pretende il suo diritto legale e sempre esercitato di imporre imposte ed il reclutamento, il suo diritto di creare leggi in unione col re, di chiarirle, di cangiarle, di abolirle, in una parola di ripristinare le leggi del 1848.

È doloroso che il reale rescritto non abbia per base la costituzione ungherese, ma una patente octroyée, giacche si rende impossibile ogni accordo, il quale avrebbe potuto essere raggiunto solo sulla base della costituzione. La Dieta considera quindi rotto anche il filo delle trattative. È possibile che il paese venga visitato da giorni di dure prove, ma la nazione pazienterà e soffrirà, onde conservare ai po steri la giusta aspirazione alla libertà ed al costituzionalismo; giacché ciò che la forza e la violenza tolgono alla nazione, può esserle restituito da tempi propizi, ma ciò che si rinunzia spontaneamente è perduto per sempre.

– Scrivesi da Vienna alla Gazzetta di Milano: lo credo che in questo momento i benefattori più importanti della libertà siano i Croati. Permettete quindi che ve ne parli un po' più diffusamente che non feci finora: la risoluzione della Dieta d'Agram di non mandare deputati al Consiglio dell'impero è un grande avvenimento. Avevamo già l'Ungheria, la Venezia, l'Istria e il Tirolo italiano che con pari risoluzione dichiararono di non far parte dell'impero austriaco, ora c'è anche la Croazia: la Croazia si trascinerà dietro la Boemia e la Moravia e in breve non siederanno al Parlamento che i deputati dell'arciducato d'Austria.

NOTIZIE ITALIANE

– Alle notizie già date sulla dimora in Lugano dei principi reali Umberto ed Amedeo, e sulle visite da loro fatte agli oggetti più distinti di belle arti, dobbiamo aggiungere che onorarono anche lo studio del pittore sig. Donati, professore di figura in questo ginnasio cantonale, dove dando a lui prova della loro soddisfazione, gli diressero cortesi parole di lode e di incoraggiamento. (Gazz. Ticinese)

– Si legge nell'Italie:

VenerdI scorso i titoli del prestito italiano hanno ricevuto il loro battesimo finanziario alla Borsa di Parigi; vi sono stati tassati per la prima volta.

– Il cav. Barbavara, direttore generale delle poste, è partito alla volta di Napoli e di Sicilia, ove si reca, a quanto si dice, ad ispezionare il servizio postale in quelle provincie.

– Il colonnello Trecchi aiutante di campo del re è testé partito per l'isola di Caprera, incaricato, si assicura, d'una missione pel generale Garibaldi.

– Scrivono da Torino, 11 agosto, alla Gazzetta di Parma:

Le varie visite fatte da Rattazzi a S. M. in questi giorni hanno, come era naturale. dato luogo alla supposizione che la crisi ministeriale già esista e che ne sia prossimo lo scioglimento colla entrata dell'onorevole Presidente della Ca mera nel ministero.

Simile supposizione avea un carattere così plausibile che mi credei in debito di recarmi ad attingere notizie positive in proposito presso fonti bene informate e quasi autentiche e sono in grado di potervi dire che per ora Rattazzi non giudica ancor giunto il momento in cui possa rendere utili servigi al Re ed alla patria, a capo di un dicastero qualsiasi.

- ll marchese Caracciolo di Bella, inviato in missione straordinaria presso S. M. Don Petro di Portogallo, è arrivato oggi, 13, a Lisbona. (Opinione)

– Prima di partire per Livorno il ministro delle finanze la sottoposto alla firma del re un decreto intorno l'amministrazione del debito pubblico. Quest'amministrazione avrà una direzione generale nella capitale del regno, e quattro direzioni locali, di cui la sede sarà a Firenze, Milano, Napoli e Palermo. Queste direzioni dipenderanno dalla direzione generale centrale, la quale sarà ripartita in divisioni. (Espero)

– A Palermo si è formato spontaneamente un battaglione di guardia nazionale mobile ed ha chiesto al governo d'essere destinato a Firenze: tutto porta a credere che questo voto sarà esaudito, e che il battaglione, in cui ?igurano molti dei rioni, più aristocratici, potrà ben presto farsi interprete della simpatia vivissima che lega i Siciliani alle provincie di Terraferma. (Idem)

– Monsignor Liverani, che levò in questi giorni tanta fama di sè colla pubblicazione dell'opera-Il papato, l'impero ed il regno d'Italia, si è ritirato a Montalera. storico e ameno castello fabbricato sulla cima di un colle in riva al Trasimeno. Tutti i paesi vicini gli inviarono deputazioni e indirizzi in segno di stima pei servigi che rese alla religione, alla civiltà ed alla nazione co' suoi scritti, e per confortarlo delle indegne persecuzioni cui fu fatto segno dalla corte di Roma.

– Scrivono all'Opinione da Genova, 13:

a La protesta mazziniana contro la Francia per lo sgombero di Roma non incontrando favore, il signor Mazzini cerca ora un altro mezzo di far dello scalpo re. Egli vuole promuovere una sottoscrizione, col titolo – Il franco per Venezia. Il franco vuol dire la lira: il partito calcola sopra un prodotto di mezzo milione n. Tutto ciò era preveduto perchè Mazzini e i mazziniani non sanno mai far niente senza denari e molti. Del resto a questa trappoletta i soli gonzi ci posson capitare.

CRONACA INTERNA

– Pare oramai un fatto da non mettersi in dubbio che Talabot abbia rinunziato alla concessione delle nostre strade ferrate. Gli avversarii del governo italiano, ossia i borbonici, ne fanno festa credendo che le strade senza Talabot non si possano più fare. Noi non abbiamo in proposito delle esatte informazioni, ma da qualche notizia raccolta possiamo dedurre che il Ministero non poteva aderire alle smodate pretensioni del concessionario senza ledere gravemente gli interessi dello Stato. Il Talabot, profittando della necessità della sua opera, pretendeva di non scontare i trenta milioni di anticipazione, i quali dovevano per ciò rimanere come donati. Pretendeva pure di esser gli concesso il tratto da S. Benedetto al Tronto, che egli dovea fare non con proprio denaro ma coi mezzi dello Stato; per questo tratto di strada abbisognano quindici milioni, dunque il sig. Talabot pretendeva, nientemeno, che la donazione di quarantacinque milioni. – A queste considerazioni affatto finanziarie si è aggiunta anche qualche considerazioncella politica: Talabot, nella sua qualità di appaltatore di strade ferrate, per molto tempo è stato il favorito del go verno austriaco, da cui ricevea la concessione di pa recchie linee; e pare che pei governi paternali e legittimi egli senta delle vivissime simpatie. Son pochi giorni che la polizia di Napoli respingeva uno scia me di stranieri qui arrivati come impiegati di Talabot; fra questi annoveravansi circa trenta ex-ufficiali dell'ex esercito di Lamoricière: come potete ben capi re tutta gente italianissima! –Le strade ferrate senza Talabot si faranno, il governo può spendere sul momento i quarantacinque milioni che doveansi anticipare al concessionario, e si faranno con intraprendi tori italiani e con impiegati anche italiani.

– Da qualche giorno circola la voce che il nostro Segretario Generale dell'Interno e Polizia avesse date le sue dimissioni per quistioni, dicesi, avute col conte Cantelli. Questa mattina un telegramma del l'agenzia Stefani annunzia da Torino il medesimo fatto. Noi non sappiamo quanto ci sia di vero; ma per nostre particolari informazioni possiamo assicurare che tra il conte Cantelli e il De Blasio si è appianata ogni divergenza, la quale non era certamente di principii e d'indirizzo politico, ma riguardava alcuni provvedimenti affatto amministrativi.

– Intorno all'incendio ed altri fatti avvenuti nel circondario di Castellammare ci pervengono i seguenti particolari.

La sera di lunedI ultimo alcuni lavoratori del Comune di Scala, limitrofo a quello di Lettere, dopo avere tagliate delle fascine per proprio uso, si disponevano a trasportarle nelle proprie case. Un ragazzo (ignorasene il vero motivo) diè fuoco a dell'erba secca prossima alle fascine. In un attimo il fuoco del l'erba secca si comunicò alle fascine e quindi si dilatò per tutto il campo sparso di piante frutticose come brusche e ginestre, per la estenzione di circa duecento moggia, metà appartenente al Comune di Scala, e metà a quello di Lettere. L'incendio non produsse danno né nelle selve Comunali di Lettere, neanco in quelle di Scala.

L'autorità politica del Circondario di Castellammare fu pronta a spedire sopraluogo gli agenti Forestali, e gran numero di bracciali muniti di zappe ed altri individui de vicini comuni di Scala e Ravella, circoscrissero il fuoco e lo smorzarono.

– La mattina di martedI le due compagnie di Guardie Nazionali mobili perfettamente organizzate prestarono il giuramento di fedeltà al Re ed allo Statuto, in presenza delle autorità politiche e militari del circondario: ed ora prestano il servizio sotto la di pendenza dell'Autorità militare.

– Da molti giorni circolavano in Castellammare e penisola sorrentina, le più strane voci circa il prossimo ritorno di Francesco secondo. Tali voci erano propagate e sostenute dal clero, e propriamente da un certo numero d'individui noti pei loro sentimenti retrivi ed ostili al Governo. Quest'individui erano vigilati dalla Polizia la quale giorni prima li avea avvertiti e pregati a far senno. Ma essendo risultate vane tali benevoli misure e continuando sempre nella loro perfida opera l'Intendente ne ha di sposto l'arresto. Gli arrestati sono al numero di trenta tra i quali vi è un alfiere di marina in servizio, un provinciale de Francescani, quattro parrochi ed otto canonici.

– Da lettere venuteci da Cantalupo riguardo agli avvenimenti del giorno 13 da noi accennati nel numero di ieri, sappiamo che quell'orda di masnadieri, invitati da quel famigerato parrocchiano, non contenti di saccheggiare, sgozzavano barbaramente il solo fra i liberali che capitò loro nelle mani, il culto e virtuosissimo giovine Francesco Mancini, figliuolo unico e carissimo di vecchi e dabbene genitori. Abbiam fiducia che questa volta severa ed implacabile giustizia voglia far aspra vendetta di quel Reverendo, che incoraggiato dai vedersi impunito pei fatti di ottobre, medita e si adopera con ogni suo potere per mettere il lutto e la desolazione in quante v'ha famiglie oneste fra un popolo affidato alle sue cure spirituali. E idrofobo perché uno di quelli che dal borbone si aspettavano l'infola episcopale.










































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