Eleaml - Nuovi Eleatici


Molto interessante la lettura di questo “BOLLETTINO” stampato in Milano nel 1862 – vi si ritrovano una serie di dati riguardanti l’appello della Camera di Commercio di Napoli sulle industrie meridionali (appello che rimase inascoltato), sulla Sicilia, sul sistema scolastico, sulle vie di comunicazione,sulla industria serica.

Ed è interessatissimo leggere dei trafori ed delle direttrici economiche che coinvolgevano la città di Genova. Per me, non esperto di cose economiche, una lettura illuminante. Che mi ha riportato alla mente alcune telefonate con Nicola Zitara e la sua irriducibilità – che a volte non comprendevo del tutto – in merito alla separazione delle Provincie Napolitane da quella che chiamava “Toscopadania”.

  Quando si legge «Rispetto ai centri germanici ed agli altri situati nella valle del Po, continua l’ingegnere Vanotti, la linea per le Alpi orientali è nelle condizioni più favorevoli, tanto che si direbbe che tali centri sono disposti simmetricamente intorno ad essa. Lo stesso dicesi rispetto ai porti di Genova, della Spezia, di Livorno, di Ancona e di Venezia, i quali per le linee interne si congiungono dapprima ai centri principali della valle del Po per indi rannodarsi nel loro centro naturale il più importante dell’Italia settentrionale Milano» diventa chiaro quanto fossero  distanti gli interessi di città come Napoli, Bari, Lecce, Messina, Catania Palermo, dalle città toscopadane, appunto.

Noi per dirla alla Scarfoglio siamo immersi nelle direttrici est-ovest e volgere lo sguardo al nord ci ha sempre portato male. Avremmo dovuto stare con Annibale invece che con i Romani tanto per fare un esempio.

Ancora oggi il nostro destino non penso si possa compiere guardando verso nord a città come Marsiglia, Genova o Trieste.

Siccome non ci nascondiamo dietro futili elenchi di primati, vogliamo sottolineare che in questo bollettino emergono numeri impietosi per quanto riguarda sistema scolastico e vie di comunicazione terrestri. A proposito di numeri riporto un passaggio da meditare, visto che i numeri del primo censimento (1861) sono introvabili. Un passaggio sulla compilazione di una  buona statistica manufatturiera:

“Si preferì invece il sistema enciclopedico che non fa altro che creare una confusione babelica, e così si farà per la statistica industriale quello che già si è fatto pel censimento della popolazione che produsse un caos di cifre affatto erronee.”

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea - Febbraio 2020

ANNALI UNIVERSALI DI STATISTICA, DI ECONOMIA PUBBLICA, ECC.

BOLLETTINO DI NOTIZIE ITALIANE E STRANIERE E DELLE PIÙ IMPORTANTI INVENZIONI E SCOPERTE

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

VOLUME CINQUANTESIMOSECONDO

Primo Semestre 1862

Milano

PRESSO LA SOCIETÀ PER LA PUBBLICAZIONE DEGLI ANNALI UNIVERSALI DELLE SCIENZE E DELL INDUSTRIA

Nella Galleria DeCrisfoforis

1862

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

Fascicolo di Gennaio 1862

Rivista finanziaria del Regno

(Continuazione e fine. V. il fascicolo di dicembre 1861, pag. 263).

Molte essendo le differenze in più ed in meno fra i diversi introiti compresi nella denominazione Demanio e Tasse, mi ristringerò soltanto a dire che avremo da queste un aumento di 14,000,000 circa.

Questo aumento deriva da 1,600,000 per il lotto, per averlo ristabilito nelle Marche e per avere sostituito al doppio decimo sulle vincite l’imposta del vigesimo sulle giuocate; da 2,800,000 per rendita di beni demaniali, compresi quelli della cessata Casa reale di Napoli e degli ordini costantiniano e gesuitico; dall’aumento del prodotto di varie altre tasse secondarie, in contrapposto alle quali stanno le diminuzioni di altri proventi, come quelli della cassa di ammortamenti di Milano per 800,000 lire, delle bolle della Crociata e dei cespiti di polizia in Napoli per 300,000 lire.

In una parola, tenendo a calcolo tutte queste differenze, e il sistema che si seguiva a Napoli, quello cioè di passare il provento del lotto, come altre rendite, al netto di spese, l'aumento delle rendite del Demanio e Tasse pel 1862, in confronto del 1861, ascende a lire 3,100,000 circa.

Per le strade ferrate, il ministro dei livori pubblici ha preveduta una minore entrata, in confronto del 1861, di lire 620,000, e ciò per la differenza fra 1,808,000 per la cessione della strada ferrata da Napoli a Capua e Ceprano fatta alla societ? delle strade ferrate romane e un maggiore introito di 1,085,000 previsto sulle varie linee esercitate dal Governo.

Lo stesso onorevole ministro prevede un aumento di lire 80,000 sui telegrafi e di 1,686,000 per le poste.

Nessuna differenza apparisce nelle entrate dei Ministeri di grazia e giustizia e degli esteri.

Il Ministero dell'interno prevede un aumento per l'amministrazione delle carceri di circa 800,000 lire.

Il Ministero dell'istruzione pubblica prevede un aumento di entrata di 365,000.

Quello di agricoltura e commercio di 5400 lire.

In fine la Direzione generale del tesoro prevede un aumento di entrata di 2,800,000 circa.

Parmi avervi esposto da quali maggiori entrate speciali sia originato l'aumento di 23,520,000, previsto nelle entrate ordinarie del 1862.

III

Le entrate straordinarie di lire 39,500,000 sono prodotte:

1.° Dalla vendita di monete di rame e di medaglie, lire 9,600,000;

2.° da fondi di estinzione dovuti al tesoro per effetto della legge sol Gran Libro, dalle casse di Milano e di Torino, lire 7,900,000;

3.° da restituzione di somme prestale ad alcune provincie, e da rimborso di spese fatte per altre; da diritti marittimi arretrali 3660,000 lire;

4.° infine lire 48,300,000, per beni demandali da vendere.

Passiamo ora alle spese, cominciando dalle ordinarie, le quali vi ho annunziato superare quelle del 1861 di lire 73,000,000. Eccone l’analisi.

Figurano le finanze per un anniento di 30,400,000, cioè per un aumento di un semestre di rendita del prestito di 500 milioni, 17,872,000; per interessi della rendita omessa per acquisto della strada ferrata da Valenza a Vercelli lire 277,000; per aumento di fondi per rendite da riscattare, lire 577,000; per pagamento di consolidato nell’Umbria e nelle Marche, lire 203,000; per aumento di debito vitalizio, lire 3,090,000; per spese di vincite del giuoco del lotto che si è riportato nell’attivo a lordo, lire 10,850,000; per aumento di quantità di tabacchi e per accresciuto prezzo dei medesimi lire 6,371,000.

Da queste spese, che ascendono a 39,310,000 debbono detrarsi:

2,050,000 per estinzione o diminuzione di rendita;

2,120000 per dotazioni della Luogotenenza di Napoli;

200,000 per diminuzione di annualità; ed infine pei seguenti risparmi, cioè:

218,000 lire per la soppressione del dicastero delle finanze in Napoli;

142,000 per diminuzione d’impiegati in alcune sopraintendenze di finanze;

406,000 lire per le Corti dei conti;

1,042,000 pel nuovo ordinamento degli uffizi del tesoro in Napoli in Palermo e in Toscana;

1,874,000 per risparmio di spese doganali per le linee abolite tra gli Abruzzi e le Marche e l'Umbria e per la diminuzione d'impiegati derivante dalla cessione del dazio di consumo al Municipio di Napoli;

800,000 per risparmi in diversi altri servizi.

Cosi, diffalcate dai 39,310,000 lire 8,850,000, l’aumento per la finanza si restringe a 30,160,000.

Per modo che chiaro apparisce come, tenuto a calcolo l'accresciuto debito pubblico, l’aumento del debito vitalizio, l’aumento apparente nelle spese del lotto, che figura ad introito nella parte attiva del bilancio, e la maggior spesa per quantità e per prezzo di tabacchi, l’ammontare delle spese, anziché un aumento, presenta un risparmio considerevole.

L’aumento delle altre spese ordinarie di 73,000,000 circa, si ripartisce: per 23,000,060 al Ministero della guerra; per 2,600,000 al Ministero di grazia e giustizia; per 10,000,000 ai lavori pubblici; per 7,000,000 circa all’interno; per 470,000 all’istruzione pubblica; per 765,000 all’agricoltura e commercio, per 1,000,000 alla marina.

Debbo finalmente dimostrarvi da dove nasce il risparmio di 100,000,000 nelle spese straordinarie, fatto confronto con quelle del 1861. Questa somma deriva:

1.° da 20,000,000 di debito che il tesoro di Napoli aveva verso il Banco;.

2.° da 5,525,000 che il tesoro doveva al Banco di Sicilia;

3.° da 4,000,000 assegnati ai danneggiati dalle truppe borboniche in Sicilia;

4.° 3,617,000 per gratificazioni ai volontari dell’esercito meridionale;

5. ° da 3,137,900 per crediti di fornitori dell’esercito meridionale.

6;° da 1,500,000 per pagamento della indennità per il piroscafo il Torino. Tutte queste somme raccolte insieme ascendono a 37,800,000; che si trovavauo già iscritte a debito del bilancio 1861, e scompaiono dal debito del bilancio del 1862;

47,500,000 sì riferiscono al bilanciò della guerra; circa 6,000,000 a quello dell’interno; 12,500,000 ai lavori pubblici; 4,600,000 alle finanze.

A fronte di questi risparmi, che ascenderebbero a 108 milioni e mezzo, il bilancio della marina presenta un aumento di 5t000,000; quello del commercio di 3)000,000; quello di grazia e giustizia di 400,000 lire.

Eccovi, o signori, esposti, quanto più minutamente era possibile, gli speciali disavanzi dei due bilanci 1861 e del 4 862, disposti per modo che lo studio comparativo intorno ai risultati terminativi dell'uno e dell’altro, vi faccia con precisione conoscere come abbia proceduto l’amministrazione del regno.

IV

Riassumiamo adesso in una parola le nostre condizioni. Il disavanzo del 1861 è stato di 400,000,000, e]quello del 1862 sarà di 317,000,000. In tutto 717,000,000 di disavanzo.

Quale parte attiva si contrappone a questa 'somma cumulativa del disavanzo di due anni?

1.° 35,000,000 ritratti dall’alienazione di rendita napoletana;

2.° 23,880,000 ritratti dall’alienazione di rendita sul Gran Libro di Sicilia;

3.° 500,000,000 dall’imprestito del 1861.

Per modo che l’ingente disavanzo di due anni di 717,000,000 si riduce in tal guisa a un disavanzo di 158 milioni. In altri termini, abbiamo colmato il vuoto del 1861, e oltre a ciò abbiamo provveduto a tutto il disavanzo straordinario per l’anno 1862, e a 51,000,000 pel disavanzo che deriverà dalla parte ordinaria. Sicché lutto il disavanzo del 1861 e 1862 si riduce a un disavanzo nelle spese ordinarie del 862 per 159,000,000.

Come provvederemo a questo disavanzo del 1862?

Il ministro vi ha già presentato cinque leggi sopra il registro e le altre tasse sugli affari; dalle quali si potrà ritrarre circa 50,000,000 di aumento.

Vi ha presentata una nuova tariffa sui sali e tabacchi, che darà un aumento di 5,000,000.

Vi presenterà una legge sulla estensione della privativa dei tabacchi in tutto il regno; dalla quale si può prevedere un aumento di 4 a 5 milioni.

Un’altra legge che impone la tassa di un decimo sul prezzo del trasporto dei viaggiatori, dei bagagli e delle merci a gran velocità, dalla quale, pei dati statistici fornitimi dall’onorevole mio collega ministro dei lavori pubblici, avremo 4,000,000 di entrata.

Vi presenterò poi, compiuti gli studi per la perequazione approssimativa dell’imposta prediale, un disegno di legge, in virtù della quale dovremmo ritrarre un aumento di 15 milioni. In questa occasione, se al Governo del Re sarà dato ottenere prima, o contemporaneamente, dal Parlamento tali modificazioni alla legge del 20 novembre 1859, per le quali sieno a tutte le provincie assegnate le spese obbligatorie di cui furono alcune di esse disgravate, potrà conseguirsi un. alleviamento al bilancio dello Stato, sufficiente a compensare l’abbandono del dazio di consumo a vantaggio di quei comuni che oggi lo pagano lutto o in parte allo Stato, ed io vi presenterò una legge, in virtù della quale, nel domandarvi l’abolizione dei canoni gabellati, vi proporrò una lassa sulle bevande, dalla quale, quantunque mite, si avrò un incremento di rendita di circa 20,000,000; né ciò farà meraviglia, quando si consideri che in Francia questa imposta rende niente meno di 200 milioni. (Movimento).

Infine una legge per imporre una tassa sulla ricchezza detta comunemente mobile, che potrà dare 30,000,000 almeno.

Quando poi a voi piaccia approvare i miei progetti, tutte le disuguaglianze d’imposta tra provincia e provincia spariranno e avremo provveduto al disavanzo ordinario per 139 milioni. E allorquando non si possano mettere tutte queste leggi in esecuzione prima del secondo quadrimestre dell’anno 1862, potremo provvedere coi buoni del tesoro; poiché il nuovo regno (e questo giova che sappia tutta Europa) non ne ha in circolazione che per 36 milioni! (Vivi segni di approvazione!).

Mancano ancora 20 milioni.

La Francia nel 1815 aveva da saldare più miliardi per contribuzioni di guerra, e doveva liberarsi da un arretrato di 650 milioni. Essa dové fare sforzi immensi per mettere il tesoro nazionale in grado di sopportare quegli enormi pesi.

Ciò non ostante, le imposte del registro e bollo, delle patenti, delle gabelle, delle bevande, delle vetture e delle poste, quantunque non ne fosse elevata la misura, produssero per lo Stato un aumento di entrate di 200 milioni nel corso poco più di 14 anni..

Aggiungasi che la Francia, la quale nel 1830 aveva un bilancio di 986 milioni d’entrata, ne stanziava uno pei 1861 di 1,840,000,000, vale a dire che la Francia, dopo le grandi perturbazioni e gli sgomenti di una terribile rivoluzione politica e sociale, dopo la stanchezza di 25 anni di sacrifizi finanziari e di guerra, seguito dall’immenso disastro del 1815, e dagli enormi pesi che ne furono la conseguenza, non solo potè tollerare le nuove imposte che furono necessarie per riparare ai vuoti fatti, ma vide in pochi anni accrescere prodigiosamente il frutto di quelle imposte, e potè in appresso, non ostante le ripetute rivoluzioni, triplicare il suo bilancio, ed aumentare nel tempo stesso la sup ricchezza (Bravo!).

Oggi l’Italia non esce da un disastro, come la Francia nel 1815; non è esausta di uomini e di ricchezze per rivoluzioni e guerre sanguinose; non è 1n condizione di veder menomare la sua potenza, ma di accrescerla (Bene! Bravo!) non è costretta a pagare miliardi di lire per riscatto o per contribuzioni a stranieri eserciti; oggi anzi l’Italia, ricomponendosi a Stato unico, e compiendo così politicamente ed economicamente il suo vero essere di nazione, è sul punto di veder centuplicare le sorgenti della sua prosperità. (Segni generali di approvazione).

Essa quindi non può, senza taccia di poca fede nelle sue forze, perdere la fiducia, e, direi pure, la certezza di vedere aumentata in breve spazio di tempo la rendita di ciascuna delle sue imposte indirette, né di vedere accrescere in altri modi il suo bilancio.

Questo accrescimento sarà, per lo contrario, tanto più grande e più celere, quanto più immediato e più considerevole sarà l’incremento della ricchezza in Italia per effetto dei maggiori mezzi che oggi si hanno per la più avanzata civiltà, e si per le sue naturali condizioni che più facile ne rendono e comparativamente più grande l'incre mento.

V

In prova della verità di queste generali considerazioni, vi accennerò rapidamente gli effetti che sono derivati dall’estensione della tariffa doganale italiana a tutto il regno.

Nel deposito di Napoli vi erano tante merci di differenti specie, che, calcolato il dazio secondo la tariffa napoletana, dovevano alla dogano dare la somma di ducati 530,000, pari a lire 2,500,000. Sostituita la tariffa italiana, paragono ducati 103,000, pari a dire 440,000. Dunque si manifesta chiaro come la tariffa italiana e quella soppressa napoletana stia come 1 a 5. Dunque se prima si riscuotevano per dazi 20 milioni di lire colla tariffa napoletana, considerando che in questi 20,000,000 è compreso 1,500,000 di dazi aboliti, che escono fuori del calcolo, e che quindi si ha lire 18,500,000 d’introiti, ne segue che, se fosse stata introdotta in Napoli la medesima quantità di merci, si sarebbe dovuto riscuotere lire 3,700,000. Essendosi invece riscosso lire 13,000,000, ne segue che sono state introdotte nelle provincie napoletane da tre a quattro volte più di merci, sottoposte a dazio, che non s’introducevano prima della nuova tariffa, senza tener conto della qualità maggiore introdotta di quelle merci sulle quali è abolito il dazio.

Signori, questo dimostra: 1.° il vantaggio enorme che la nuova tariffa ha arrecato al consumatore napoletano; 2.° il movimento di ricchezza che questo fatto della tariffa ed altri fatti derivanti dal nuovo ordine di cose hanno cagionato in quelle provincie.

Nè starò a dire i grandi vantaggi che da questa nuova tariffa ritrae il popolo minuto pel trasporto per terra della maggior quantità di merci, né quelli che ritrae la marina. E questo fatto economico, producendo maggior lavoro da una parte, e maggiori mezzi dall’altra per soddisfare ai giornalieri bisogni, è causa di un rapido miglioramento morale e intellettuale del popolo, perché il lavoro lo toglie all’ozio, e l’agiatezza gli fa sentire il bisogno di sviluppare le facoltà intellettuali e indirizzarle tutte al proprio bene e a quello della patria. (Bravo! Benissimo!!).

Ne volete una prova?

In Bari, provincia dove per la sua postura geografica è facile il contrabbando, nel mese di agosto del 1860, quando ancora vigeva l’antica tariffa, la dogana introitò 72,000 lire di meno dell’agosto di quest’anno colla nuova tariffa italiana, e nel settembre 1860 introitò pure lire 115,000 di meno del settembre 1861.

La tariffa italiana fu introdotta nel Napoletano in ottobre 1860. Ora, a mostrare se siavi a sperare un progressivo aumento di entrate basti sapere che:

Nell’ottobre 1860 gl’introiti furono di…............................................................................................................. L. 997,000
Nell'ottobre 1861 di……………………………..…............................................................................................................. 1,196,000
Nel novembre 1860 di………………………...…............................................................................................................. 1,300,000
Nel novembre 1861 di………………………….…............................................................................................................. 1,500. 000
In Sicilia il fenomeno prodotto dalla tariffa italiana è più maraviglioso, perché con dazi ridotti al quinto degli antichi gl’introiti che colla tariffa napoletana ascendevano a 8,000,000 circa, raggiungeranno la somma di oltre 6,500,000 superando di un milione quella prevista nel bilancio del 1861.

Tutte queste considerazioni valgono non solo a dimostrare che può farsi fondamento sull’aumento delle entrate, ma che fin d’ora possiamo esser certi che l'Italia è in grado di sopportare l’onere di nuove imposte, delle quali non si deve dimenticare mai che una parte considerevole non è altro che una sostituzione ad imposte abolite.

Oltre la fiducia dell’aumento delle entrate abbiamo quella dell'economia delle spese. (Ah! Bene!).

Nella prima parte del mio discorso vi ho esposto il disegno delle riforme che sia per effetto delle nuove leggi sottoposte alla nuova approvazione sia per nuovi ordinamenti amministrativi, saranno fatte nell’amministrazione finanziera.

Quasi tutte quelle riforme daranno risparmio di spesa.

Vero è che questi risparmi saranno in sulle prime minori, perché la scomposizione degli uffici e la loro ricomposizione lascia temporaneamente, a carico dello Stato stipendi o pensioni che si vanno por grado a grado scemando. Ma non è meno vero che essi possano fin dal prossimo anno (oltre quelli che sono già notati nel bilancio di previsione del 1862 e dei quali vi I10 già fatta I’ enumerazione) contare nella diminuzione del disavanzo insieme a quegli altri risparmi, che i miei onorevoli colleghi si adopereranno di conseguire.

Fin qui non ho tenuto parola dell’ingente valore che possiede lo Stato in beni demaniali ed in strade ferrate

Questi beni, mentre sussidiano il bilancio sono fin d’ora materia di studi, tendenti ad indagare i modi più acconci perché si possano saldare i conti degli esercizi precedenti, ed efficacemente concorrere a ristorare il credito e la finanza; e ben si può contare su questo valore, quando si rifletta che lo Stato ne possiede da 400 a 500 milioni.

Signori, la esposizione che vi ho fatta deve certamente ispirare, non dirò nel nostro animo e in quello di tutti gli italiani, ma si ancora nell’animo di tutti coloro che guardano con affetto di amico questo nostro maraviglioso risorgimento, intera fiducia nelle nostre condizioni economiche e nei nostro avvenire.

Questa fiducia non può divenire certezza e convertirsi in fatto, se non per opera vostra, e quindi per merito vostro.

Finora' gli italiani si procacciarono la simpatia di tutti i popoli civili, perché, mostratisi concordi nel volere, non misurarono mai con. odiosi confronti la grandezza dei sacrifizi (Bravo). le madri di una parte d’Italia non dimandarono mai a quelle delle altre quanti figli inviavano sui campi di battaglia, perché tutte ad altro non guardavano che a conseguire la vittoria. (Applausi).

 Oggi ai sacrifizii fatti sui campi di battaglia se ne debbono aggiungere altri; e per questi appunto dobbiamo continuare la stessa concordia, sopportandoli senza odiosi confronti, fino a che non si sarà potuto compiere da una parte l’intera. perequazione dei pesi, e dall’altra estendere a tutte le provincie i medesimi vantaggi.

Signori, prendete in severo esame le spese, ma volale le imposte con pronta e ferma risoluzione. (Bene).

In tal guisa consoliderete il credito nostro, assicurerete! mezzi necessari per condurre l’amministrazione del regno durante il prossimo esercizio, e preparerete ancora quelli che possono occorrere per l’esercizio 1863.

Avrete così compiuta un’opera, che più l'ogni altra varrà a conservarci ed accrescere gli amici, a diminuire e sgomentare i nemici. Questi, dopo essere stati battuti in campo aperto, hanno eccitato la piò ignominiosa delle guerre, il brigantaggio; ed oggi prima di confessarsi vinti ricorrono a male arti, per suscitar dubbi e spargere voci malevole, con speranza di renderci più ardua l’opera di riordinamento interno, scemando il nostro credito. (Segni di approvazione).

Ma gl’italiani, che fi debellarono sui campi di battaglia, che li disperdono sulle terre contristate dal brigantaggio, sapranno ancora con fermo loro volere e col mostrarsi pronti ad ogni sacrificio, render vani gli ultimi loro impotenti conati. (Applausi prolungati).

NOTIZIE STRANIERE


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Quadro statistico del bilanci e del debiti pubblici di varii Stati

AUSTRIA – Popolazione 35,040,810
(1858) (1859) (1860)
Fior. () Fior. Fior.
Bilancio passivo 272,006,096 541,700,00 367,600,000
Bilancio attivo 289 429,010 260,800,000 302,800,000
Debito pubblico 2,227,737,663 2,339,204,757
BAVIERA – Popolazione 4,615,750
1861-62
Bilancio passivo Fior, (3) 46,858,525
Bilancio attivo » 46,958,525
Debito pubblico » 346,493,364


Belgio Popolazione 4,671,180
(1860) (1861)
Bilancio passivo Fr. 138,710,436 Fr. 140,849,760
Bilancio attiva   149,188,790 119 029,190
Debito pubblico   738,607,764
Francia — Popolazione 36,205,792
(1861) (1862 presunto)
Bilancio passive Fr. 1,840,121,858 Fr. 1,969,769,031
Bilancio attivo 1,840,775,670 1,974,070,028
Debito pubblico 9,629,040,994
Inghilterra — Popolazione 27,621,860
(1860) (1861)
Bilancio passivo L SI (2) 72,842,059 L st 69,907,000
Bilancio attivo» 70,283,671 74,853,000
Debito pubblico» 802,4 90;295
Indie Inglesi
(1859-60) (1860-64)
Bilancio passivo L. st. 50,475 683 L. st. 46,067,996
Bilancio attivo 39,705-,822 39,509,631
Debito pubblico 92,453,765 403,000,000
Italia —Popolazione 21,728,529
(1861)
Bilancio passivo Fr. 805,144,893
Bilancio attivo »  490,870,036
Debito pubblico »  3,004,663,249
Olanda— Popolazione 3,494,160
(1861)
Bilancio passivo Fior. 84,185,445
Bilancio attivo » 91,262,006
Debito pubblico » 4,036,000,000
Indie Olandesi
Bilancio passivo Fior. 91,655,426
Bilancio attivo » 91,655,426
Debito pubblico
Prussia— Popolazione 17,740,000
(1861)
Bilancio passivo Fior 139,327,733
Bilancio attivo » 4 35,341,701
Debito pubblico » 281,037,576
Russa — Popolazione 62,000,010
(in Europa)
Bilancio passivo 1,000,000,000 incirca
Bilancio attivo 1,000,000,000 id
Debito pubblico 5,000,000,000 id
Spagna — Popolazione 15,518,500
(1861)
Bilancio passivo  Reale () 1,932,940,305
Bilancio attivo » 1,938,680,000

(1858)

Debito pubblico » 14,635,1 65,478
Turchia — Popolazione 37,000,000
(1861)
Bilancio passivò Fr. 335,225,300
Bilancio attivo » 286 100,615
Debito pubblico » 828,840,344
CHINA – Popolazione 415,000,000
Bilancio passivo 500,000,000
Bilancio attivo id
STATI UNITI D'AMERICA – Popolazione 31,329,881
(1859-60) (1860-61)
Bilancio passivo Dollari 77,462,103
Bilancio attivo 84,094,340 84,348,997
Debito pubblico 64,769,703
STATI UNITI D'AMERICA DEL NORD
(1861-62)
Bilancio passivo Dollari 550.000,000

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NOTIZIE SUL SISTEMA PENITENZIARIO

Rendiconto della Pia Istituzione del Patronato milanese dei liberati dal carcere pel triennio decorso dall'anno 1859 al 1861

Al 21 novembre 1861 raccoglie vasi il pio consorzio dei benefattori dell’istituto correttivo dei giovani liberali dal carcere, e con vivo plauso approvava la relazione che intorno all’andamento di questa pia opera veniva comunicata dal segretario della Commissione avv. Giovanni Battista Polli.

Noi riproduciamo tutta quella parte dei rapporto che accenna alla storia triennale di questa pia istituzione, facendo voti perché in altre contrade d’Italia fiorisca, come da noi, un si importante istituto.

Le grandi commozioni che negli anni 1859-1860 tennero animato il nostro paese sotto a novella e più augurosa vita, comò elettrizzarono tutti gli ordini della Società ed ogni famiglia, cosi non mancarono di scuotere profondamente anche la Comunità del Patronato.

Non appena nei memorabili giorni del giugno 1859 apparvero le insegne degli alleati, i più provetti e validi fra i corrigendi raccolti nel nostro Ospizio fecero vive istanze alla Direzione per avere licenza di accorrere ad accrescere le file dell’esercito liberatore. Quelle domande furono irresistibili come l’entusiasmo che le dettava, e la Direzione dovette assecondarle, sicché in poco tempo si vide d’assai assottigliato il numero degli ospitati nello Stabilimento.

In progresso di questo rapporto vi renderà conto la vostra Commissione della riuscita di quei militi improvvisati, e vi addurrà con compiacenza una novella riprova della verità che 4oll’abbracciare una grandi causa e col correre per essa incontro ai maggiori sacrificj si riaccendono i cuori alla virtù e si nobilitano gli animi anche dei traviati.

Intanto l'Ospizio del Patronato, rimasto quasi spopolato di corrigendi, si converti momentaneamente in ospitale militare, e servi per qualche giorno a quell’opera di carità della assistenza dei feriti delle armate alleate nella quale tanto si distinse la città di Milano. Sopraggiunti poi i meravigliosi avvenimenti dell’attuo 1860 tutte le menti furono in diverso modo preoccupate dallo svolgimento del grande dramma del riscatto dell’Italia meridionale; e voi sapete che durante tutto quel periodo rimasero siffattamente cangiale le consuete funzioni della società civile, che non potè più essere continuato quel mutuo scambio di uffici tra l’Autorità ed il Patronato su cui principalmente solevàsi contare pel regolare andamento della nostra beneficenza.

L’Ospizio in quel periodo trovossi con pochi ricoverati; laonde mancava lo scopo per il quale la vostra Commissione vi avesse a radunare per intrattenervi sullo stato morale della nostra Pia Istituzione.

Non crediate però che il solerte Direttore della pia causa abbia lasciata sfuggire infruttuosamente quella sosta, per cosi esprimerci, che necessariamente dovette seguire nell’esercizio dell’opera pia del Patronato. Egli la colse come una opportunità per condurre a termine l’edificio del P. L. che ormai voi potete ammirare compiute. Cosi le rilevanti opere di fabbrica furono intraprese e proseguite senza tema di recare disturbo alla disciplina dello Stabilimento.

Ciò che nell’ultima adunanza vi veniva rappresentato dalla vostra Commissione siccome un semplice voto, ora è un fatto compiuto. E l’edificio fu anche recato a termine con quelle variazioni, sviluppi e perfezionamenti al tipo di fondazione che meglio si trovarono adatti allo scopo della nostra istituzione e che la fatta esperienza aveva dimostrati opportuni.

Siccome quell’opera di fabbrica è la novità di massimo rilievo che deve naturalmente attrarre la vostra attenzione, cosi è giusto che la riferente vi intrattenga innanzi tutto di questo affare importantissimo.

Chi concepì e maturò il pensiero ardimentoso di porsi all’opera con mezzi relativamente scarsi, e chi pose mano alla sua esecuzione fu il benemerito Direttore dell’istituto. L’audacia stessa dell'intrapresa vi da la misura della fede che egli ha nell’avvenire dell’istituzione. A lui adunque ed a lui soltanto devesi l’iniziativa della esecuzione delle imponenti opere di fabbrica colle quali fu compiuto l’Ospizio del Patronato.

La vostra Commissione ben vedeva che al Direttore doveva necessariamente interessare sopra ogni cosa di compiere quell’edificio che è l’istromento dell’esercizio della beneficenza a lui affidata.

Essa dovette riconoscere che perla nostra Istituzione il finire l’Ospizio novera già da considerarsi come l’ampliamento di un edificio qualsiasi, ma che si trattava, per cosi esprimerci, di completare l’ordigno indispensabile alle finzioni della nostra beneficenza. Dovette riconoscere cosa naturale pertanto che a quello scopo fossero intesi tutti i pensieri e tutte le sollecitudini del benemerito Direttore.

Tanto più necessario poi rendevasi il compimento della fabbrica in quanto che la sola ala dell’edificio che esisteva prima delle nuove opere mal poteva prestarsi alle esigenze della disciplina interna dell’Ospizio. Come già si disse nel? l'ultima adunanza, per il perfetto servizio di ciascuna delle parti dell’edificio non si poteva prescindere dal compimento di esso, onde non fosse rotta l’armonia e l’unità dell’intero e non fossero sentiti ad ogni tratto interruzioni e desiderii nelle funzioni scambievoli dei diversi locali di servizio. Anche la disciplina e la custodia dei ricoverai) richiedeva imperiosamente il compimento della fabbrica, giacche era allo stato imperfetto dell’edificio che dovevano massimamente ascrivere le diverse evasioni dei corrigendi che andavansi' di tratto in tratto verificando.

In massima adunque il compimento dell’edificio era una necessità. Ai mezzi per condurlo a termine pensò il sig. Direttore esponendosi del proprio con rilevanti somme di denaro. le opere poi di fabbrica furono condotte colla massima avvedutezza e, grazie ai risparmj ed alle risorse a cui ebbe ricorso il sig. Direttore, si ottenne una economia di ben L. 30,000 in confronto del valor peritale delle opere eseguite.

» La vostra Commissione deve confessarvelo francamente. Senza mezzi adeguati per intraprendere un lavoro si importante, essa non ardi mai di porre la mano a’ tanta opera non trovando consentaneo alle regole della buona amministrazione l’entrare in una via azzardosa.

» Ciò che non ha ardito di fare la vostra Commissione però lo osò il Direttore che concepì il disegno, preparò i mezzi e condusse a termine con rara alacrità ed economia la fabbrica dell’Ospizio, per cui ora possiamo dire che la nostra istituzione dall’ordine delle idee è entrata nell’ordine dei fatti — che dai limiti ristretti di un puro, esperimento giunse ad assumere le proporzioni di una funzione sociale.

» Ora che il locale è compiuto felicemente; ora che esso funziona per lo scopo della istituzione, la vostra Commissione confida che vorrete accogliere la proposta che essa vi fa di approvare l’esecuzione della nuova fabbrica, e di compartire la vostra sanatoria ai felici ardimenti del Signor Direttore.

» Ora rimane a darvi conto dello stato morale dell’Istituto; imperocché per assicurare l’esistenza del Patronato più ancora che di mezzi economici dovevasi accrescere dei mezzi morali, dovevasi, cioè, attivare un buon sistema di educazione e procacciare un personale di istruzione che sapesse fargli produrre frutti copiosi.

» le cure del sig. Direttore furono dirette ad ottenere entrambi questi scopi, ed ormai può dirsi che l’istituzione giovata di mezzi tanto efficaci procede sicura nel difficile suo esercizio.

» Il sistema educativo è basato sulla convinzione che per individui cresciuti nel disordine, il più efficace modo di educazione sia quello che pone 1 individuo Tra le strette di una disciplina quasi militare, e la forza della religione. La disciplina militare tende ad imprimere uno stampo di ordine a tutte le azioni esterne di un giovane. La forza della religione tende ad imprimere la idea della rettitudine e dell’ordine negli affetti enei pensieri. L'azione simultanea e vigorosa di queste due forze costituisce appunto il sistema educativo del Patronato, e lo sviluppo del medesimo da per risultato l’attuazione di una continua ginnastica dello spirito, ed una occupazione continua temperata dalla varietà e dal diletto insito nelle occupazioni medesime.

» Tali occupazioni sono le seguenti: 1.° Istruzione morale e religiosa, — 2.° istruzione intellettuale, — 3.° istruzione industriale, — 4.° istruzione complementare.

» L’istruzione morale e religiosa è ordinaria e straordinaria. Ordinaria quella dei giorni festivi, nei quali si ha il corso delle spiegazioni evangeliche e Catechistiche. In esse ai pone il massimo studio acciocché riescano appropriate alla condizione presente e futura dei tutelati e proporzionate alla loro capacità. L’istruzione straordinaria si impartisce a nonna del bisogno, Due terzi circa dei tutelati appartengono a quella sfera sociale, fino a cui, per un complesso di sgraziate circostanze pop discese mai la luce e il calore della verità. Sono i selvaggi delle nostre società civili, destituiti affatto di quei principii, di quelle convinzioni dalle quali germoglia la virtù e la rettitudine dei cuori. A questi è indispensabile e perciò si impartisce una istruzione speciale che supplisca a quella che loro è mancala nella propria famiglia, che per quanto è possibile tenga luogo di quella che avrebbero dovuto succhiare dalla parola penetrante della madre, e dall’esempio autorevole del padre. Istruzione occasionale è quella di tutti i momenti e che si somministra di mano in mano che se ne presenta l’opportunità. Si approdino di tutte le circostanze per far sentire ni tutelati il peso della verità, il vantaggio di una vita ordinala e laboriosa, le tristi conseguenze di una vita scioperata ed inonesta, e per volgere i desiderj giovanili verso la prospettiva di un migliore avvenire. Allo scopo di educare colla parola non solo, ma anche coi fatti si pone ogni cura nella scelta delle persone alle quali affidarne la sorveglianza e l’istruzione, e non si confermano ad istruttori e custodi se non persone che dopo la competente prova, siansi chiarite di inconcussa onestà e per le quali l’educare al giusto ed all’onesto non è uno sforzo, ma l’opera spontanea della loro maniera di pensare e di agire.

» Istruzione intellettuale Gli ora accennati due terzi dei tutelaci che entrano nell’Ospizio destituiti di ogni senso morale sono altresì inalfabeti. Ad essi viene impartito l’insegnamento primario e corrispondente alle tre classi elementari. Il carattere di siffatta istruzione è quello di un insegnamento di famiglia e viene dato dai superiori e sorveglianti dello Stabilimento, e sotto lo loro immediata ispezione vengono a questo ufficio adoperati anche i più avanzati ed esemplari fra i tutelati stessi. Il tempo consacrato alla istruzione elementare dovendosi ridurlo. file. esigenze dell’andamento industriale, è di un’ora al giorno. Questo piano, mentre. provvede olla economia voluta dalle strettezze dello Stabilimento, ha il vantaggio di moltiplicare l’azione degli Individui addetti allo stabilimento; sicché si ottiene il felice effetto che i superiori col continuo contatto possono sempre meglio conoscere e pesale i tutelati, e questi vengono a considerarli non tanto come molesti testimonj delle loro azioni, quando come i loro continui benefattori.

» Istruzione industriale Onde anche l'andamento delle officine si sono ora attivate per modo che la Dilezione dell'Istituto ha l'esclusivo sindacato sulle persone da introdursi crune operai. Questi si distinguono in operai interni ed esterni. Gli esterni intervengono nelle sole ore di lavoro: gli interni dimorano nello Stabilimento. Questi ultimi dopo avere faticato nelle officine, continuano l’opera loro educativa come sorveglianti e maestri dei tutelati nelle ore non consacrate al lavoro. Per tal modo i tutelati sono sempre a contatto con persone oneste ed hanno una istruzione molto maggiore di quella che potrebbero ricevere in qualunque officina esterna..

» Estensione dell’insegnamento industriale. Essendo la varietà dei mestieri necessaria per soddisfare alla varietà delle inclinazioni e delle circostanze, si sono aumentati i rami d’industria al numero di 13, cosicché ora sono attivate le officine di sarte, calzolajo, scoccajo, falegname di fabbrica, ebanista, fabbro-ferrajo di fabbrica, fabbro-ferrajo da carrozze e di lavori minuti, tipografia, tessitoria in filo, tessitoria in seta, officina da argentiere, e da panettiere.

» A questi rami verrà aggiunta l’orticoltura ed il giardinaggio appena sarà cessato l’affitto in corso dell'ortaglia annessa allo stabilimento, ed appena si potrà passare ad altro contratto che renda possibile di introdurre I’ istruzione nei detti due rami importanti. Il risultato della istruzione professionale si è quello, che per media un giovane dotato di capacità e robustezza sufficiente, può dopo tre anni passati nell’Ospizio guadagnare due lire italiane al giorno.

» Istruzione complementare. 1.° Esercizii militari e ginnastici. Questi occupano la maggior parte della ricreazione nei giorni festivi. Col sussidio di essi si ottiene nei movimenti della comunità un ordine ed una precisione militare, si ottiene il molo igienico necessario ed ordinato al tempo stesso, e si preparano i tutelati alla carriera militare. Come altro riempitivo del tempo destinato alla ricreazione si è introdotta la musica. Anche questa viene insegnata dai maestri addetti all’Ospizio con apposito metodo di facile intelligenza che li porta alla pronta divisione del tempo. — Giunti a questo punto gli allievi vengono applicati alla musica vocale, e quindi, secondo le diverse attitudini, anche alla musica istromentale. L’esperienza diede il risultato che per alcuni questa istruzione riesce una fonte di guadagno oltre la mercede giornaliera; altri poterono migliorare la propria condizione come militari, — per tutti poi è fonte inesauribile di ditello, promuove l’esilaramento, il buon umore nella vita monotona di una comunità di reclusi, e contribuisce ad accrescere decoro alle funzioni religiose.

» Disegno lineare. Il disegno lineare fu adottato per gli applicati a quei mestieri che devono essere sussidiati da questo insegnamento. Esso serve ad accrescere il merito del lavoro dell’operajo, sollevandolo al di sopra della punì materialità per renderlo un lavoro intelligente, preciso e di buon gusto.

» Nel decorso triennio si è anche perfezionalo il sistema delle ricompense colla introduzione delle menzioni onorevoli, che consistono nella consegna di attestati trimestrali di lode a quelli tra gli educandi che se ne sono resi meritevoli, e danno poi diritto ad un premio.

» Con questa innovazione si è adempito ad un voto del Regolamento organico, e l’esperienza di un intero anno Ha dimostrato che sono assai giovevoli a raggiungere lo scopo di eccitare I emulazione al bene.

» Già nell’ultima adunanza, o Signori, la Commissione vi fece sentire come uno degli scogli precipui nell'esercizio del Patronato fosse la difficoltà di trovare un personale adatto all’istruzione e sorveglianza. Infatti un piano di educazione il meglio concepito non à altro che il bel disegno di un edificio a cui manchino le persone che sappiano eseguirlo. Per attuare un buon piano di educazione che valga a riordinare spiriti rozzi, viziati, infingardi occorrono persone le quali pratichino esse medesime la moralità in modo che il solo loro contatto, il solo esempio sia una educazione. Occorrono persone che siano disposte a sacrificare la loro libertà e che si prendano sopra di sé I incarico, stato sempre considerato come una condanna, di dividere il giorno e la notte coi tutelati, persone che a inventino del desiderio del loro bene e lo procurino come un bene loro proprio; e che sappiano così acquistare quell’ascendente che rende non solo ragionevole, ma facile l’obbedire.

» Dovette pertanto il Direttore porre una cura speciale nel rintracciare persone di buona volontà di questa città e del contado e per sua ventura gli venne fatto di trovare dei giovani virtuosi e saggi che ora sono i maestri di mestiere nelle officine dei tutelati ed insieme sorveglianti dei tutelati stessi durante le ore del giorno e della notte. Il tempo già da essi passato nell’Ospizio è abbastanza lungo per poter dirsi sicuri del loro, attaccamento all’istituto, della loro buona riuscita nel penoso e difficile incarico e per potersi affermare che le cure del Direttore furono coronate da felice successo.

» Persone cosi benemerite sono degne di tutta la contemplazione; e noi facciamo caldi voti che il nostro Istituto possa prosperare per modo, da avere i mezzi per provvedere alla sorte loro pei giorni della vecchiaja e della malattia.

» Per quarto finora vi fu esposto si può dire con ve rità che la nostra Istituzione venne consolidata ed è costituita come una funzione civile nella nostra società. Questo se si deve al favore delle autorità e del pubblico, lo si deve poi specialmente riconoscere alla solerzia del Direttore nell’istituire i buoni ordinamenti interni e la sistemazione di un idoneo personale.

» Ora la Commissione vi farà conoscere, o Signori, i risultati morali ottenuti pei giovani accolti nell'Ospizio dal 1858 al 1860 inclusivamepte.

» Dicemmo più sopra che attualmente l’Ospizio fornisce ricovero ed educazione n. 128 giovani. In questa cifra sono annoverati quelli accolti nell’anno 1861 che non forma il soggetta di questo rendiconto. Tenendo quindi parola degli ospitati nel solo accennato triennio, essi salgono alla cifra totale di 156, computandovisi pure i 55 che rimanevano nell’Ospizio all’epoca dell’ultima adunanza.

» Qui cade in acconcio di fornirvi qualche dettaglio sul contegno della nostra comunità specialmente nell’anno 1869. Voi sapete come dopo la battaglia di Magenta che liberava Milano dagli Austriaci, la città si trovasse abbandonata a sé stessa per tre giorni senza ordini interni e senza forza organizzata. Quello dovette essere necessariamente il momento per conoscere quanto si può colla forza morale anche sulle nature le più depravale. In simili circostanze negli animi disordinati si sveglia un selvaggio istinto di libertà intesa nel senso di poter fare impunemente ciò che si vuole. La forza delle leggi è nulla, ed un popolo, una comunità reggendosi solo secondo la propria coscienza, lascia che si misuri il suo grado di moralità e civiltà.

» Ora la Commissione gode di potervi dire che la comunità del Patronato la quale non trovavasi a fronte se non il freno morale inspirato dei suoi superiori mantenne un contegno tranquillo come al consueto, e non fu alterato minimamente l’ordine della giornata né si ebbe a lamentare disordine di sorta.

 Nè crediate già che la nostra fosse una comunità di spati. Due sentimenti la animavano; la gioja del felice avvenimento e la bramo di farsi soldati sotto la bandiera della indipendenza italiana. Ecco alcuni fatti in conferma di ciò. Mentre i vincitori di Magenta sfilavano sui suoi vicini spalti sotto il sole ridente del 7 giugno, i tutelati facevano a gara chi fra di loro fosse più sollecito nel portare vasi d’acqua ristoratrice. L’ufficialità di un reggimento col relativo seguito venne alloggiala nello Stabilimento ed i tutelati erano tutti in faccende a prestare loro i più affettuosi servigj, — cedevano volontari tutti quanti il proprio letticciuolo agli stanchi soldati e facevano loro festa eoi ripetuti concenti della loro banda musicale. Dopo la battaglia di Melegnano si adoperavano con una carità meravigliosa nel trasportare nei diversi ospitali i feriti che affluivano alle vicine Porte Vigentina e Romana. — Condoni in giro a drappelli per soddisfare l’immensa curiosità che in que. giorni divorava la città nostra, non si ebbe mai a lamentare il più piccolo inconveniente. A tempo opportuno poi venne (come già si accennò) soddisfatto anche al desiderio di molli che volevano farsi soldati.

» Più di quaranta vennero arruolali nelle file del generale Garibaldi, dalle quali poi passarono ad essere incorporati nell’armata regolare e fecero la campagna dell’Umbria e delle Marche, quali addetti alle musiche militari, quali promossi ai minori gradi: uno di essi avanzalo al grado di sergente contabile, varii ritornati a ricevere il premio promesso dal Direttore a coloro che reduci dal Campo si fossero presentati all’Ospizio insigniti di una medaglia.

» Anche alle schiere che fecero la campagna dell'Italia meridionale, il Patronato somministrò il suo contingente: in esse uno dei nostri tutelati ha riportato tre medaglie compresa quella del valor militare; dai suoi compagni si assicurò abbia fatto veri prodigi di valore. — Un altro, dopo molli fatti d’arme, ebbe l’onore di essere assunto ordinanza di un illustre generale.

» A proposito dei giovani che abbracciarono la vita militare, torna opportuno di notare come la vita militare, quando sussegua immediatamente quella dell’Ospizio, sia pei nostri tutelali un efficacissimo preservativo contro la ricaduta, poiché serve a portarli fuori affatto dalle loro abitudini e dalle loro pratiche primiere; facilmente promossi a gradi per la istruzione avuta, si confermano nel sentimento della propria dignità, e col vedere tanta varietà di cose, acquistano un’utile esperienza della vita.

» Quanto poi all’andamento di tutta la comunità dei 456 giovani dimorati nell’Ospizio nel decorso triennio, la Commissione lo ha desunto dalle annotazioni, anzi dal libro maestro appositamente a questo scopo tenuto dal sig. Direttore.

» Perché riesca più agevole di dedurne utili conseguenze, il Direttore tiene la contabilità morale dell’Istituto divisa in tre categorie; la prima delle quali comprende i dati relativi alla loro vita anteriore all’ingresso Dell’Ospizio; — la seconda comprende quelli relativi alla loro dimora Dello stabilimento; — la terza offre come un prospetto Comparativo, il quale facilita il calcolo dei risultati ottenuti sui collocati fuori dell'Ospizio.

» Dai relativi quadri compilati infine d’ogni anno, si rileva la precisa statistica dei ricoverati nei rapporti dell’età, del luogo di nascita, dello stato delle famiglie a cui appartengono, della condizione economica e morale di esse; della educazione avuta; — dei pregiudizj, delle condanne e degli arresti antecedentemente sofferti, dei titoli pei quali furono arrestati;, della durata dei loro traviamenti e dello stato dei ricoverati durante la rispettiva dimora neh l’Ospizio.

» Qui si limita la vostra Commissione a riferirvi i risultati ottenuti pei 91 tutelati che sui 156 entrati nell'ospizio furono collocali nel decorso triennio.

»Essi avevano subito per media 5 arresti ed una condanna per ciascuno..

» Ognuno di essi fu detenuto per media 173 giorni, e passò in traviamenti due anni e mesi sette.

» N. 39 di essi erano inalfabeti, 14 addetti alla I. elementare, 21 alla II., 21 alla III.

» In complesso al loro entrare nell’Ospizio erano capaci del guadagno di L. 25,55, e quindi per media di c. 28 per individuo.

» I detti 91 tutelati dopo una dimora nell’Ospizio per media di giorni 407 cadauno, all’atto del rispettivo collocamento, N. 11 di essi sortirono ammessi alla 1 elementare, 37 alla II e 43 alla III.

» Complessivamente erano capaci del guadagno di it. L. 129 50, e quindi per media di it. L. 1.40 per individuo.

» Presentemente 20 di essi tengono ottima condotta, 42 buone, 23 mediocre, 6 dubbia.

» Più di quaranta dei medesimi sono arruolati nella milizia.

» Prima di chiudere questo rapporto per ciò che riguarda le condizioni del Patronato interno, non vogliamo ommettere di constatare in faccia vostra un vero progresso della legislazione nella vista sapiente di prevenire la corruzione morale.

» Quella disposizione della legge sulla pubblica sicurezza, la quale stab lisce che tutti i giovani non maggiori di 16 anni recidivi nell'ozio e vagabondaggio vengano reclusi in appositi stabilimenti di lavoro, non è a dire quanto sia opportuna é sapiente. Essa tende a prevenire i piccoli delltti, coglie il giovane in quella età nella quale è più educabile, lo obbliga a subire là legge moralizzatrice del lavoro; e tende a redimere una classe incauta ed inconscie dello funeste conseguenze che l’ozio e l’ignoranza preparano per l’avvenire. — Nella sua economia poi massimamente è commendabile quella disposizione, perché trae profitto degli sforzi della carità privata facendoli convergere al grande scopo sociale. — Ammette in principio che gli stabilimenti già esistenti possano essere utilizzati, e contempla appunto quell’età che la esperienza del Patronato di ben 45 anni, ha dimostrato essere quella dalla quale datano i primi traviamenti. Quella disposizione di legge fu una vera benedizione per la futura moralità delle plebi, ed il R. Governo nell’attuarla e nel chiedere il concorso del nostro Istituto per queste provincie venne a sanzionare il principio su cui rifonda il nostro Istituto, della concorde azione dell’autorità e della beneficenza.

» La vostra Commissione è in debito di farvi qualche parola intorno ai patrocinio esterno dei liberati provetti in età, e sulla visita pelle carceri. Intorno a ciò, ei duole il dirlo, finora non fu possibile di attivare questa parte importantissima del Patronato con quella regolai ita, e su quelle nonne stabilite dal nostro statuto, e con quella estensione infine, che sarebbe desiderala da lutti i buoni.

» La Direzione del Patronato non mancò di richiamare sopra questo ramo della nostra beneficenza l’attenzione del Governo e di invocarne l’appoggio, Sebbene però non siasi finora ottenuto un concludente risultato, non si è ommesso dal Patronato, nei limiti delle proprie forze, di prender cura di tutti quei liberali adulti che a lui spontaneamente ricorsero. Siffatto beneficio venne impartito nel decorso triennio a circa 60 individui, ma, lo si ripete, fu un semplice beneficio; giacché un regolare patrocinio esterno non fu possibile stabilirlo sinora se non sui nostri tutelati usciti dall’Ospizio.

» Non si potrà dire per questo con verità che il Patronato abbia mancalo al proprio Programma; imperocché incominciò l’opera sua con quel medesimo ordine che viene indicato dal Regolamento, e come richiede la prudenza pensò a consolidare una parte, prima di impegnarsi all’edificazione di un’altra. Ora però che la parte del Patronato interno si può dire veramente assicurata, ora che ogni nuova beneficenza allargherà i mezzi dell’Istituto in guisa da potere qualcosa disporre anche pel patrocinio esterno; la vostra Commissione osa sperare che non sia lontano il giorno in cui sia resa possibile la regolare attivazione del Patronato nelle prigioni, e del susseguente patrocinio esterno a favore ilei liberati dal carcere adulti. Questa speranza è tanto maggiormente fondata ora che l’onorevole nostra Giunta Municipale ha nominata una Commissione avente appunto per iscopo la visita e la sorveglianza delle carceri di Milano, Commissione nella quale è rappresentato anche il patronato nella persona del suo Direttore.

» La Commissione vi ha esposto brevemente lo stato in cui versa la nostra istituzione. I risultati, ci gode l’animo di dichiarar velo, sono abbastanza soddisfacenti.»


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BOLLETTINO DI NOTIZIE ITALIANE E STRANIERE E DELLE PIÙ IMPORTANTI INVENZIONI E SCOPERTE

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Febbraio e Marzo 1862


NOTIZIE ITALIANE


Studj statistici ed economici su i nuovi prestiti italiani

Noi abbiamo pubblicato il quadro statistico dell’attuale debito pubblico del Regno. Questo debito va tuttodì crescendo pei nuovi prestiti che perle pubbliche necessità si vanno di anno in anno contraendo.

Operazioni cosi grandiose, e, diremo anche cosi dellcate esigono da parte di chi regge la cosa pubblica tutta la previdenza e la sapienza dell’uomo di Stato. Il pubblico pure ha diritto di sindacare siffatte operazioni perché riescano a buon fine e si aggravi meno che si può il patrimonio dello Stato.

Noi volemmo raccogliere su questo proposito gli studj che un valente economista rendeva non a guari di pubblica ragione, per tenere informato il Parlamento nazionale sulle vicende dei nuovi prestiti, e sulle cautele da osservarsi per ché non riescano più disastrosi. Crediamo di far cosa utile al paese riproducendo siffatti scritti, che versano l’uno sul l'improvviso, ribasso che ha testé subito e tuttora subisce la rendita italiane, e l’altro che offre alcune assennate osservazioni sul modo con cui i prestiti pubblici si vanno con traendo.

Ecco. il primo scritto:

I
Sul ribasso della rendita italiana

Mentre la rendita italiana, che in maggio 1861 si realizzava all’85 per 100, diminuì gradatamente di valore per modo che nel dicembre 1861 non si ricavava che il 65 per 100. Il prestito 1850, dovuto alla stessa Italia, aumentò nella stessa epoca per modo che in dicembre 1861 si ricavava il 90 per 100, e le obbligazioni per conversione i di cui coupons sono pagati dall’Austria non variarono di prezzo dal 59 al 60 per 100 da che se ne conobbe l'assegno avvenuto.

Nel tempo compreso Fra le suddette epoche il prestito austriaco 1854, che per vicende politiche era ribassato uno al 49 per 100, risali al 61 e 62 per 100, quantunque sia, periclitante il suo valore, come è incerta l’esistenza della monarchia austriaca; ed il prestito veneto 1859 sali fino al 70 per 100

Il volgo della Borsa ed il partito del movimento attribuiscono il ribasso avvenuto della rendita italiana, alla gravitò della situazione politica dell’Italia, alle difficoltà dell’ordinamento Interno elle si resero note dalle discussioni ultime parlamentarie, ed alla sfiducia insorta di conseguenza nelle Borse sull’avvenire politico e finanziario dell’Italia. Il ministro di finanza invece nella seduta del 17 dicembre lo attribuì alle condizioni generali finanziarie d’Europa.

Esaminate è confrontate però le condizioni dell'Italia dal maggio 1860 al dicembre 1861, falsi ed insussistenti si verificano i motivi che servono alle due maniere annunciate di giudicare la sfiducia che ora possa esser nata,!e cosi pure erroneo quello enunciato dal ministro; perché le condizioni. finanziarie da lui accennate dovrebbero influire, se sussistessero anche sulle carte degli altri Stati, mentre questo non sussiste.

Dopo il maggio 1860 l’Italia si aumentò In fatto di quanto componeva il regno di Napoli e Sicilia, delle Marche e dell'Umbria. Sotto l’aspetto politico la rappresentanza nazionale riconobbe l’unione dei 22,000,000 di italiani, e proclamò il Regno d’Italia. Molti governi vanno riconoscendo diplomaticamente la legalità di tali fatti. Sotto l’aspetto del credito l’Italia ha goduto e gode tale fiducia, che i banchieri nazionali ed esteri concorrono con avidità, alle sottoscrizioni verificandosi il bisogno di prestiti; ciò è dimostrato dalla pubblicazione fatta dal governo della nomina di sottoscrizione avuta dalla classe dei banchieri.

La fiducia poi che gode il governo presso i suoi amministrati non si deve riconoscere dalle ultime discussioni avvenute, se pure si possono chiamare discussioni, ma dai voti che ne risultarono.

Il ribasso continuato della rendita italiana pare che sia dovuto soltanto al sistema che adottò il governo nel secondare le esagerate pretese dei banchieri, specialmente esteri, e accordate loro la maggior parte delle somme del prestito contratto.

Su 500,000,000 di lire, che si dovevano incassare nell’ultimo prestito se ne assegnò l’importo di L. 395,000,000 ai banchieri, riservandone la limitata somma di L. 105,000,000 ai privasi.

Siccome poi il prestito fu emesso al 70 per 100, cosi si portarono immediatamente da realizzare sulle borse L. 500 milioni distribuite fra poche ditte, essendole state accordate alla sola casa Rotschild L. 87,000,000.

I banchieri non si sottoscrivono ai prestiti che si aprono per impiegare denari, ma bensì per guadagnare reclinando immediatamente tutto ciò che ottengono.

La rendita italiana non deve servir d’impiego che ai soli italiani, e fu grande errore quello dei banchieri francesi di caricarsi immensamente di quelle natura di carta per volerla realizzare nella Borsa di Parigi, ove non si trovano quegli italiani che possono aver interesse ad impiegare capitali in quella carta.

La quantità quindi enorme di carta in potere di banchieri che vogliono realizzare, e la mancanza assoluta degli acquirenti fu ed è il solo motivo che fa deprezzare straordinariamente la nostra rendita alla Borsa di Parigi.

Si nota inoltre che gli italiani, che hanno piccole somme da impiegare, non erano abituati a farlo in carte pubbliche; e ne è prova per rispetto alla Lombardia l'immensa somma di 89,000,000 di lire che tiene in deposito la Cassa di Risparmio pagando il tenue interesse del 3 ½ per 100 che viene preferito per abitudine.

Egli è perciò che, anziché mettere degli ostatoli agli italiani nell’impiegare in rendita nazionale e mandarla a vendere in piazze estere, bisognava:e bisogna all’uopo facilitarne la concorrenza, incaricando apposite persone in ogni Comune e parrocchia ad eccitarne la soscrizione e promettendo premi per la prima volta ai chi ne ottiene un maggior numero.

Nel prestito di 500,000,000 di lire fatta in Francia nel 1859 concorsero 700,000 soscrittori, e 107,000 lo fecero pel minimum di L. 100; agli altri offerenti fu accordato il 17 per 100. Nel prestito italiano invece fu dato il 58 per 100 ai banchieri ed il 14 per 100 ai privati. Col sistema tenuto in Francia è impossibile che avvenga quanto succede nel prestito italiano, che, cioè, il eredito della nazione abbia da essere affidato alla condizione economica od al capriccio di pochi speculatori.

Si osserva inoltre che col sistema tenuto dal governo italiano, non si può emettere, per la maggior parte che pezzi grossi, e resta perciò impedito l’impiego dei piccoli capitali. Si rende quindi indispensabile il rilascio di pezzi di piccola rendite senza ricorrere a Torino, e lo si potrebbe accordate a mezzo delle Banche 0 delle Casse provinciali.

Le rendite che si accennarono in principio, cioè di prestito 1850 e delle obbligazioni di conversione del prestito austriaco 1854, e veneto 1859, si conservarono sempre ad un prezzo che si può ritenere in relazione alle vicende politiche; per la sola ragione che alla Borsa non furono mai portati di quei titoli a centinaia di milioni come successe nel prestito italiano.

I banchieri italiani farebbero opera utile alla nazione ed al loro interesse a tralasciare la contrattazione alle Borse di quella carta, e procurarne invece il realizzo al dettaglio, ciocché non dovrebbe essere difficile quando l'opinione pubblica fosse illuminata dalla stampa.

E per l'avvenire sappia il governo che i prestiti votati dalla Camera devono essere forniti dalla nazione, e questa certo non fattirà.

Dicembre 1861.

Ora riproduciamo le osservazioni su i prestiti italiani.

II
Osservazioni sui prestiti italiani

Il sistema del ministro di finanza italiano nell’aprire i prestiti nazionali, di accordar provvigione ai soscrittori che oltrepassano una determinata cifra, ed a tutti i concorrenti il vantaggio dell’interesse retroattivo alla soscrizione; mette in condizione il banchiere di poter vendere, come effettivamente fa, alla Borsa a presto minore di quello fissato dal ministro quanto fu a lui rilasciato dal governo, e per tal modo vien deprezzata la rendita nel momento stesso della sua creazione.

Tale deprezzamento progredisce in seguito dei successivi versamenti, che superando di gran lunga i mezzi economici dei banchieri concorrenti per speculare, unicamente sugli accennati vantaggi, li obbliga al realizzo; quindi l’ingombro, quindi lo scredito che allontana il concorso delle altre classi (). E cosi la rendita sarda, trasformata ora in italiana, che prima del 1859 era valutata poco meno del pari, diminuì gradatamente dopo la guerra, per modo da essere discesa fino al 64 per 100 ().

Il sistema del prestito a soscrizione pubblica è riconosciuto utile e preferito oggi da tutti i governi nazionali, così per l’economia, come per dato incontrastabile dell’opinione della confidenza accordata dalla nazione al governo; e finalmente perché impedisce al monopolio di turbare il valore della pubblica cosa che la sola nazione ha diritto di determinare.

Il ministro delle finanze invece, trascurando tali principi, specialmente nel prestiti 1861, non si prescrisse nessuna norma fissa nel suo aprimento, lasciando luogo all’arbitrio; che portò dannose conseguenze al valore del credito nazionale, valendosi in modo diverso dallo scopo delle facoltà accordategli.

Quali erano queste facoltà? come avrebbe dovuto usarne il ministro come ne Ita usato? Quali dovevano essere le conseguenze, dell'uno e dell’altro sistema? Fu autorizzata l’alienazione di una parte della rendita a partita privato, e l’altra per pubblica soscrizione, colla mira di assicurare indefettibilmente, la riuscita del prestito.

Doveva quindi il ministro contrattare con una o più case bancarie l’assegno di una determinata quantità di rendita, accordando quei patti speciali che credeva di maggior convenienza, coll'espressa condizione però «che dovessero assumere anche maggior somma quante volte la pubblica soscrizione non fosse concorsa a completare il rimanente della somma»; così venivano equamente tracciati i limiti all’uno ed all'altro concorso, senza compromettere la riuscita del prestito, e con maggior economia di provvigioni avevasi anche il vantaggio di misurare la confidenza, in modo positivo e non artificiale, accordata dalla nazione al governo e si agevolava la diffusione di quella rendita che, concentrata in poche mani, forma l’ingorgo. Ed a queste mire coincideva il senso del reale decreto che pell’articolo prevedeva la riduzione per la soscrizione pubblica ciocché non doveva fare al privato partito perché al primo mezzo il concorso doveva essere ampio e indefinito, al secondo non perché subordinato al primo, doveva essere suscettibile d'aumento, ma non mai di diminuzione.

Il ministro invece, senza pubblicazione d’avviso e senza norme preventive, si è procurata delle domande manifestanti la volontà di concorrere al prestito, domande che accettò quando ogni singola richiesta non fosse minore di lire 1001,000 di rendita. Ottenute tante offerte quante formano un miliardo circa di ospitale nominale, pubblicò due decreti; con uno facendo dipendere la quota che dichiarò destinata all'alienazione per partito da lui denominato privato, dalla somma detta offerte avute, ciascuna con minore di lire 100,000 di rendita, gliene fissava l'enorme assegno di 564 milioni, accordando, loro una provvigione del mezzo per cento; e coll’altro decreto stabili l'epoca alla pubblica soscrizione, cui serbava le rimanenti lire, 150 milioni, pareggiando per queste la condizione del vantaggio della provvigione ai soscrittori di oltre lire 100,000 di rendita. da tale suo procedimento ne segui, che

»
concorsero per fu loro quotizzato
a 6
soscrittori di Torino 406,400,000 235,712.000
» 2 » Parigi 206,000,000 119,480,000
» 3 » Franc. 62,000,000 35,960,000
» 3 » Milano 60,000,000 34,800,000
» 1 » Livorno 26,000,000 15,080,000
» 1 » Genova 20,000,000 11,600,000
» diversi, ciascuno per minor somma 111,368,000
564,000,000

Quindi queste massa idi titoli che posta in una mano intelligente, poteva trovare uno stanziamento ed un’espansione equilibrata alla sua entità, sporia invece nella massima parte fra sedici case non concordi, e per lo più impotenti a sostenere il carico dei versamenti che si succedevano; questa massa di titoli, diciamo doveva necessariamente precipitarsi su pochi mercati a combattersi vicendevolmente fino all’avvenuta deeadenza.

L’avvenire politico e finanziario d’Italia si rivela già da sé stesso alla previdenza dei capitalisti per persuaderli come il valore della sua rendita dovesse, ed abbia a migliorare dal prezzo cui veniva offerto 'il prestito, né vi era bisogno di richiamarne il concorso coll’allettamento della provvigione e dell’interesse retroattivo: espedienti di finanze stremate, di Stati crollanti per decrepitezze, non già di nazioni giovani, che ogni giorno crescono nello sviluppo di forze novelle. E furono appunto questi larghi partiti promessi o previsti, che eccitarono la cupidigia di poche case a sobbarcarsi in colossali assunzioni, dimenticando come si disse che la speculazione sarebbe riescita coll’equilibrio di quote moderate, ma non poteva leggere al peso d’un carico eccessivo.

Di questa intemperanza ci offri la maggior prova Torino, che in sei soscrizioni soltanto figura per oltre 406 milioni!! Ammesso pure che vi entrasse qualche decina di milioni di commissioni non era pur soverchia quella somma confrontata colla soscrizione dì altre città, e specialmente, della ricca Milano che vi figura per soli 60 milioni?

Imprudente fu l’offerta, incauta, lo ripetiamo, fu l’accettazione per parte del ministrò, che deve sapere a quali vicende si assoggetti una rendita agglomerata in poche mani impotenti a sostenerla.

Frattanto la provvigione accordata dopo raccolte offerte incondizionate per quasi un miliardo costò all'erario tre milioni circa (), a vantaggio di poche ditte.

E come non bastassero le suaccennate cause all’abbassamento del nostro credito pubblico si aggiungono le difficoltà che l'amministrazione pone dinanzi al popolo, e specialmente al minuto popolo, che potrebbe concorrere col suo obolo a sostenere la rendita. Questa amministrazione cosi larga nei patti colle case bancarie, quanto difficile e ritrosa colle piccole somme, emette pochissimi titoli ai disotto di 50 lire di rendita, autorizza soltanto la cassa centrale in Torino al frazionamento delle cartelle, senza disporre che lo si possa ottenere col tramite degli ufficj provinciali, incoraggiandola cosi l’aggiotaggio nella sola città di Torino a far utili poco onesti dal cambio dei titoli grossi in piccoli; ed infine anche attualmente per la unificazione dei varj debiti italiani destina pochissimi centri in tutto lo Stato pel commutamento dei titoli. Per tali sevizie e da tali difficoltà spaventati i piccoli capitalisti, sfuggono un impiego che pur sarebbesi vantaggioso.

Questi fatti si mettono all'evidenza collo scopo che abbia il Parlamento nei,prestiti avvenire, a determinare le norme precise, senza lasciarne tutto il maneggio alla discrezione del ministro onde, offrire garanzia al credito nazionale, e porlo in salvo dalle invasioni del monopolio, non dimenticando, mai che la nazione, chiamata, a, pagar gli interessi ha per la prima il diritto di concorrere ai prestiti, ed assaporarne i relativi vantaggi.

Febbraio 1862.

Allorquando pubblicammo queste osservazioni sui prestiti italiani ed in particolare su quello del 1861, eravamo ben lungi d’attendere una prova del nostro assunto dalle confessioni stesse di un giornale serio ed autorevole qual è l'Opinione. Nella Rivista settimanale della Borsa di Torino 24 marzo si avverte «la persistente opposizione che impedisce il ritorno del prezzo al 68» sulla nostra rendita; e si addiviene alla seguente conclusione. «Conviene decisamente aspettare che tutti i versamenti sian finiti (!) perché la rendita riprenda un corso regolare. Non resta più ora da versare che un quinto, ma molti possessori sono ancora in debito del versamento di decimi anteriori, e ve ne hanno che finora non versarono che quattro decimi»!! ().

Queste parole rivelano l intera posizione, e dimostrano vieppiù che l'impotenza ad eseguire i versamenti sospingendo i detentori a disfarsi dei loro Titoli, è la causa precipua d’ingombro, e determina la debolezza della nostra rendita. Or bene; chi fra i soscrittori trovasi nell’impossibilità di sostenere la prova dei versamenti, se non se quelli che ad ogni quinto debbono sborsare milioni sopra milioni??

E chi ba provocato questa situazione se non se quegli che aggiudicò incautamente somme formidabili a Case, od Istituti i di cui mezzi non si trovavano all'altezza dei loro assunti?? Come veniva garantita la regolarità dei versamenti? Colla comminatoria di vendere i Titoli morosi un mese dopo dei mancato versamento: minaccia che spaventa un privato, ma che non ha alcun effetto presso uno Stabilimento od una Casa Bancaria assuntrice per somme colossali; quale all’epoca del versamento si presenta dal ministro e dice: «lo non ho di che far fronte al versamento, però se voi presentaste sul mercato i Titoli morosi non fareste che precipitare vieppiù i corsi». A simil linguaggio il ministro deve rassegnarsi, ed attendere che lo Stabilimento o la Casa Bancaria medesima venda da sé con minor tracollo i suoi certificati monchi.

Frattanto il redattore della Rivista Settimanale succitata si acquieta pensando che «questa situazione anormale deve cessare». E quando di grazia? Quando dalla mano degli «impotenti» sarà la Rendita passata in quelli che possono; nei cosi detti «compratori seri!». Ma come, se i compratori serii non vogliono che i Titoli definitivi???

Ecco in qual circolo vizioso si dibatte la nostra Rendita, finché non abbia trovato il suo collocamento legittimo, e naturale sul seno della Nazione? Ecco a cosa conduce un’inconsideratezza io chi regge le finanze di uno Stato!!

A fronte di questi deplorabili risultali consideriamo le Obbligazioni trentennarie in Francia in seguito al Decreto 4 luglio 1861.

La vendita di quelle 300,000 Obbligazioni, si fece mediante pubblica soscrizione; i concorrenti furono 182,767, dei quali 146,879 firmarono per una sola Obbligazione. Siccome la somma richiesta era di 132,000,000, ed il totale della coscrizione ascendeva a 4,695,413,000 così lasciate senza pregiudizio le soscrizioni di una Obbligazione, se ne accordò una sola ai soscrittori dalle 35 in meno; ed a chi superava la domanda dalle 35 non toccò se non il 2,9 per cento della somma soscritta. Ora qual fosse l’effetto di questo prodigiosa sminuzzamento si rileva, dai seguenti dati;

il valore nominale di ciascuna Obbligazione era di 500, ed il prezzo di emissione p. 440 come riducevasi all’alto del versamento, attesa la detrazione del dietim d’interessi a L. 432,77, sulle quali godevasi l’interesse annuo di lire 20. Il prezzo ridetto corrisponde al capitale del 3 per 100 a 64,91 che aumentò a 67,50 68, e più.

Il confronto di questi corsi con quello della nostra Rendita, che talvolta degradò fino il 7 per 100 sotto il prezzo dell’emissione, è troppo parlante per aggiungervi altri discorsi.

Non passiamo però stancarci di raccomandare al Governo la chiesta facilitazione nel frazionamento dei Titoli, che riesce tuttora cosi laboriosa perché concentrata, nella capitale!

Marzo 1862.


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NUOVE COMUNICAZIONI PER MEZZO DI CANALI, STRADE FERRATE E PONTI DI FERRO

Nuovi studj sui passaggio delle Alpi Elvetichecon una ferrovia italiana.

Gli studj per decidere sulla scelta della linea più diretta, e diremo anche più italiana per congiungere le ferrovie italiane colle germaniche mettendo capo a Coira vanno alacremente proseguendo.

Il Consiglio Provinciale di Milano eleggeva il 20 settembre 1861 una speciale Commissione perché avesse a promuovere anch'essa alcuni studj, onde porgere al Governo Nazionale ed al Parlamento nuovi lumi e notizie per decidere con migliore cognizione di causa sulla scelta definitiva della linea di congiungimento fra le ferrovie italiane e le germaniche passando pei gioghi elvetici. La Commissione eleggeva qual Relatore il distinto ingegnere Vanotti ed il rapporto che egli presentava veniva a voti unanimi accolto dal Consiglio Provinciale nella seduta del 15 dicembre 1861 e se ne ordinava anche la stampa ().

Noi riproduciamo innanzi tutto l’estratto che di questo rapporto del Consiglio Provinciale ire pubblicava mi dotto collaboratore dpl giornale La Perseveranza.

I

Quando lo vita attiva d’Italia era ristretta al piccolo Piemonte conterminato dal Ticino e dal Po, e in ogni altro paese italiano erano soliamo possibili la resistenza passiva ed il martirio, noi assistemmo, per dieci e più anni, ad imo di que’ sublimi spettacoli che maggiormente onorano l'umana natura. Uno Stato di cinque milioni osava da solo aleggiarsi qual campione d’Italia dirimpetto all’immane colosso austriaco; e tenendo sollevata la bandiera tricolore, lasciando libera la discussione della tribuna, libera la stampa, libera l’associazione, dava all’Europa attonita ed incredula il primo esempio d’un popolo che sa riformarsi e rigenerarsi pur rispettando la libertà. Noi vedevamo in quel paese rapidamente svilupparsi ogni ramo della sociale attività: e, mentre la mano vigorosa del Lamarmo?a riordinava, l’esercito un ministro di genio rimaneggiava l’ardua materia dell’imposizione, rinnovava il sistema doganale, estendeva consolati e trattative commerciali, proclamava e metteva in atto i principi della libera concorrenza, s'intrometteva audace nelle guerre e ne’ politici trattati delle grandi potenze europee, e dava un impulso straordinario alle pubbliche costruzioni, coadiuvato in questo dall’esperienza e dall’agile mente di Paleocapa.

In pochi anni coprivasi il Piemonte di una rete di strade ferrate; compievasi la monumentale linea da Torino a Genova riescivasi colla locomotiva a superare le insolite pendenze dei Giovi; si statuiva l'ampliamento del porto di Genova divenuto angusto alle nuove esigenze del commercio; vantavasi la costruzione degli arsenali e di un ampio porto di guerra alla Spezia. Bloccato il Piemonte dall’Austria e da altri piccoli Stati in preda a governi ostili e retrogradi, sentiva prepotente la necessità di espandere altrove la vita, di trovate uno sfogo all'accresciuta attività commerciale ed industriale coll’aprire alla sua rete ferroviaria un qualche valico attraverso alle Alpi. Corse dapprima il pensiero al Moncenisio che metteva il Piemonte in comunicazione colla Savoja, colla Francia e colla Svizzera occidentale e qui si diede mano all’opera gigantesca del perforamento delle Alpi, ad una galleria, a foro cieco, di dodici è più chilometri; si ricotte ad una nuova e meravigliosa sintesi di mezzi straordinarj proposti pel primo al governo sardo da Piatti, perfezionati è applicati cori mirabile intelligenza e prodigiosi sforzi di volontà dagli ingegneri piemontesi.

Ma Genova s'accorgeva che stilla linea del Moncenisio avrebbe incontrato la formidabile concorrenza di Marsiglia, che non ha trafori da eseguire, né pendenze alpine da superare. Essa quindi desiderava un altro valico che la mettesse in comunicazione colla Svizierà orientale e col centro della Germania. Come punto obbiettivo cercavasi Coira per raggiungere poi, percorrendo la Valle del Reno, il lago di Costanza. Si presentava tosto come linea più breve quella di Genova, Milano e Coira per lo Spluga e pel Septimer, poiché una retta condotta tra Genova e Coira passa appunto per Milano; in questa direzione si sarebbe pur seguito il secolare cammino del commercio, come ne fanno prova le due strade postali; l’una al passo dello Spluga e l’altra al passo di Maloja e del Juliet poco a levante del Septimer. Ma questa linea più breve incontrava a que’ tempi un gravissimo ostacolo, quello di attraversare un territorio su cui stava accampata l’Austria. Di qui tutte le spinte e le cure per trovare una linea che comunicasse colla Svizzera girando l’ostacolo austriaco; si ripresero allora seriamente gli studj ed i concetti iniziati coi Cantoni elvetici, sin prima del 1848, per i Valichi alpini; si studiò in modo più particolare il solitario passo del Lucomagno, dopo aver riconosciuto che il passaggio del S. Gottardo come più occidentale, avrebbe esso pur condotto a rivaleggiare invano col porto di Marsiglia. Si moltiplicarono quindi i progetti pel valico del Lucomagno: sin dal 1853 la Camera dei Deputati, sopra proposta del ministro Paleocapa stanziava la somma di dieci milioni in sussidio di quella compagnia che avesse eseguita l’imponente opera, e Genova vi aggiungeva nell’anno stesso altri sej milioni per proprio conto.

Mutate nel 1859 le condizioni politiche e commerciali d’Italia, non si tardò a riconoscere che la desiderata comunicazione attraverso alle Alpi «deve soddisfare nel modo più conveniente i cangiati e ben maggiori interessi, non di una parte soltanto, ma dell’intera penisola». Con regio decreto,. 14 maggio 1860, saviamente promesso dal ministro Jacirii, veniva istituita una Commissione per esaminare se fosse preferibile il passo pel Lucomagno, oppure una direzione differente.

Nel frattempo però avevano già preso dominio molte circostanze favorevoli al Lucomagno. Erasi da riputati tecnici accuratamente studiato quel valico: per esso esistevano già varj progetti compiuti, mentre, per lo Spinga, non si conosceva che un solo progetto, compilato bensì da distinti ingegneri, ma ancora incompleto, a giudizio di qualche tecnico, nella parte che riguarda il tracciato, e, pel Septimer, non si erano fatti sino allora che pochi studj di massima il governo federale, come padrone non solo dei due versanti del Lucomagno, ma altresì di un ampio territorio subalpino, che si protende verso noi, appoggiava energicamente quella linea, e lasciava credere che non sarebbe venuto ad accomodamenti per alcun’altra. Ai vantaggi strategici vagheggiati dal Governo svizzero, si aggiungevano i continui eccitamenti del 'Canton Ticino, il quale erodeva meglio favoriti i suoi interessi commerciali da uno linea che prima di arrivare alle Alpi, deve percorrere m lungo tratto del suo territorio. La Compagnia poi delle strade ferrate svizzere orientali sosteneva con vigore una linea, creduta di più facile costruzione, e che avrebbe quindi affrettato il congiungimento della sua rete ferroviaria col porto di Genova; e questo stesso desiderio di valicare più prontamente le Alpi elvetiche, è il motivo principale, che, anche oggidì fa persistere Genova nel dare la preferenza al Lucomagno.

È difficile a credersi quanto si esagerassero gli ostacoli tecnici dello Spluga o del Septimer in confronto del Lucomagno. È questa, una preconcezione che viziava tutti i metodi di esame ed i giudizi sin dalla loro origine. Ciò fu causa che la Commissione governativa non seguisse il vero ordine logico nella disamina del quesito a lei sottoposto. Osserva giustamente l’ingegnere Vanotti che il quesito avrebbe dovuto presentarsi, prima sotto l’aspetto della maggiore somma degli interessi economici e politici del nostre paese poi sotto quello delle difficoltà tecniche e, alla maggioranza di sei voti contro tre conchiuse col dichiarare preferibile il passaggio del Lucomagno in confronto di quello dello Spluga, «adottando per la traccia della linea alpina propriamente detta quella che salirebbe sulle pendici della montagna dall'una parte sino ad Olivone, dall’altra sino a Dissentis, o poco più in su, e, congiunti intanto i suddetti due tronchi di linea alpina con una strada ordinaria, aspettare che sia riconosciuto con più sicurezza il traforamento del Moncenisio per decidere quale fra i vari sistemi proposti sia il più conveniente per sostituire alla detta congiunzione provvisoria la non interrotta continuazione della ferrovia».

In merito al giudizio pronunciato dalla maggioranza della Commissione osserva l’ingegnere Vanotti «avere essa manifestata un’aperta predisposizione di spirito a favore di questa linea (Lucomagno) prima ancora che si avessero ad intraprendere gli studj per l’altra dello Spluga; aver essa prenotato circostanze influenti che non dovevano aver parte nell’esame diretto della questione; non avere essa esaminato il quesito dal punto di vista degli interessi economici e politici dello Stato che principalmente avrebbero dovuto essere presi in considerazione, con quella larghezza di vedute e con quella serietà di giudizio che la natura della, questione esige e che avrebbe pur soddisfatto la pubblica opinione».

La predominante parte avuta nel giudizio della Commissione dalla preconcezione delle difficoltà tecniche, credute assai maggiori per lo Spluga, risulta anche da una nota che Cesare Correnti, uno dei membri della Commissione rimasti in minoranza, diresse, nel maggio 1861, al commendatore Paleocapa. In questa nota il Correnti, dopo aver dimostrato essere la linea dello Spluga economicamente la più conveniente per una ferrovia attraverso alle Alpi dalla valle del Po a quella del Reno, dichiara che il vero nodo della questione, ne’ rapporti tecnici e di costo, é al passo delle Alpi. La causa dello Spinga, dice egli, fu perduta sul campo tecnico.

Ora il rapporto delle Commissione nominata dal Consiglio provinciale di Milano, della quale fu relatore il consigliere Augusto Vanotti, uno dei più distinti ingegneri per nozioni pratiche in materia di ferrovie, congiunte a non comune dottrina nelle matematiche superiori, è diretta precipuamente a conseguire una rivincita sul campo tecnico al passo delle Alpi. Ma per non incorrere anche noi nella censura di invertire l’ordine di trattazione della questione, diremo che l'ingegnere Vanotti è dapprima splendidamente vittorioso anche sugli altri terreni. E le sue idee armonizzano pur mirabilmente con quelle svolte dal professore Codazza cui molta sagacia nella riputata sua relazione 14 luglio 1861 al Collegio degli ingegneri della provincia di Pavia prima ancora che fossero condotti a compimento o pubblicati l’ultimo progetto Quadrio per lo Spinga e l’altro della Commissione municipale di Milano pel Septimer.

La questione fondamentale, dicesi nel rapporto Vanotti, che, a nostro avviso, reclama una soluzione rigorosa prima che si abbia a procedere a considerazioni di altro ordine, sta nel decidere se, avuto riguardo alle mutate condizioni territoriali dello Stato, sia più conveniente la direttone che, per le Alpi elvetiche occidentali ci offrono i passi che scendono al bacino del lago Maggiore, anziché l'altra che per le Alpi elvetiche orientali, ci offrono i passi che scendono al bacino del lago di Como».

Risolta questa parte principale del quesito, si potranno studiare le linee che conducono a quei passi che le Alpi ci offrono nella direzione che avrà avuto la preferenza; e fra i diversi progetti, studiati maturamente sul terreno, si potrà scegliere quello che presenterà la linea meno difficile, meno costosa. È solo a patto di procedere con tale ordine che si potrà scoprire quale 9ia la linea più conveniente».

E l’ingeg. Vanotti, rigorosamente fedele a questo metodo in tutta la sua relazione, sviluppa ampiamente la questione nei rapporti cosi dei vantaggi generali del commercio italiano, come degli interessi del commercio internazionale d’Italia colla Svizzera: né ommette di fare una larga parte alle considerazioni strategiche.

Quanto ai vantaggi generali del commercio italiano, è manifesto che la linea attraverso alle Alpi elvetiche deve specialmente favorire il commercio di transito diretto al centro dell’Europa, poiché alla parte nord-ovest del continente europeo servono diggià le diramazioni dell’arteria francese che si distacca da Marsiglia, e alla parte nord-est gli sviluppi dall’altra arteria del Sommering che staccasi da Trieste. le linee quindi che partono da Genova e da Venezia devono convergere sull’Europa centrale. «Costruire una strada ferrata attraverso alle Alpi elvetiche, dice il relatore, è richiamare ai porti italiani quell'importante commercio che, avendo per obbiettivo l’Europa di mezzo, ora affluisce ai porti di Marsiglia e dì Trieste».

E poiché tutte le rette condotte a Coira dai principali centri italiani nella valle del Po passano tra lo Spluga e il Septimer «emerge ad evidenza, dice Vanotti, essere la direzione che si cerca, quella che conduce ai passi delle Alpi elvetiche orientali. Infatti la linea risultante, in quanto a lunghezza, per la sua posizione naturale deve necessariamente essere la più conveniente se si considera non uno ma il complesso dei centri italiani; giacché sia che si passi lo Spinga, sia che si passi il Septimer si ha in ogni caso la linea più diretta possibile che, giunta ai passi Alpini, si scosta dall’asse fondamentale passante per Coira solo quel tanto che basta, per valicare la vetta nella posizione più conveniente in linea tecnica».

«Rispetto ai centri germanici ed agli altri situati nella valle del Po, continua l’ingegnere Vanotti, la linea per le Alpi orientali è nelle condizioni più favorevoli, tanto che si direbbe che tali centri sono disposti simmetricamente intorno ad essa. Lo stesso dicesi rispetto ai porti di Genova, della Spezia, di Livorno, di Ancona e di Venezia, i quali per le linee interne si congiungono dapprima ai centri principali della valle del Po per indi rannodarsi nel loro centro naturale il più importante dell’Italia settentrionale Milano».

Quando infatti si pensa a quella magnifica linea longitudinale che, seguendo l’antico tracciato romano percorre l’Italia da sudest a nordovest, incontrando ad ogni tratto floride città ricevendo, al di là del Po, tutte le affluenze dell’Adriatico e del Mediterraneo, e che passando per Milano accenna ai vetusti e frequentati Valichi delle Alpi Orientali, si dura fatica a credere che oggidì ancora si voglia persistete nel far deviare tanto movimento verso l’impervio Lucomagno ignoto finora al commercio italiano.

Se non che vengono poste, innanzi le ragioni del commercio di Genova, la quale, ora non è molto, ha dellberato di nuova di destinare la già votata somma di sei milioni a quell’unica compagnia che costruirà la strada ferrata pel varco del Lucomagno. Non è la prima volta che insistenti preconcezioni facciano veto al giudizio e non lascino scorgere i veri interessi a coloro eziandio che hanno vanto di somma oculatezza. Abbiamo già detto che Genova e Coira si trovano sulla stessa retta che passa per Milano; ora questa retta passa pure tra lo Spluga ed il Septimer epperciò quando fosse dimostrato che a questi passi non esistono più le maggiori difficoltà tecniche messe innanzi dagli opponenti, non sapremmo immaginare quale altra ragione possa aver Genova per preferire ancora il Lucomagno, e per non destinare anzi alla più sollecita costruzione della ferrovia per le Alpi orientali il generoso suo contributo. Non è forse sulla linea delle Alpi orientali che Genova incontra il cospicuo emporio di Milano, ove s’intersecano le principali vie della grande vallata del Po?

Se Genova, onde toccar Milano dovesse seguir sempre la linea deviante per Alessandria e Torre Berretti, potrebbe per avventura opporre ai vantaggi di un grande emporio i danni di un più lungo cammino, ma quest’inconveniente pure sta per iscomparire.

«Anche i Genovesi, osserva Vanotti, sapranno certo a quest’ora che due società potenti si contendono presso il Governo la concessione della linea diretta da Pavia a Voghera, accordata la quale, in meno di un anno la linea può essere posta in esercizio e quindi ridotta alla maggiore brevità possibile la via di congiunzione di Genova con Milano e diciamo anche con Coira, poiché la carta topografica ci mostra che questi tre centri sono in linea retta».

Passa indi il relatore ad esaminare la questione nei rapporti di politica e di commercio internazionale colla Svizzera, enumerando i prodotti che si concambiano tra l'Italia settentrionale ed i Cantoni elvetici. Impugna che il carattere internazionale della linea ci possa imporre una direzione a tutto nostro discapito. Osserva egli giustamente che «tra i riguardi e le esigenze reciproche havvi un punto di equilibrio pel quale il vantaggio può risultare intero e comune, senza che una parte sacrifichi più dell'altra».

Se i Ticinesi propugnano una linea cadente per la maggior parte nel loro territorio, non è una ragione sufficiente perché si arrechi un manifesto pregiudizio agli interessi generali italiani.

Quanto alle condizioni militari, rimarca Vanotti, essere stata messa ih risalto dagli opponenti «la circostanza che lo Stato Maggiore federale per ragioni militari non intende ammettere altra linea attraverso alle Alpi, se non una di quelle che, scendendo nel bacino del Lago Maggiore, lasciano i due sbocchi del tunnel in possesso della Svizzera; ma, soggiunge egli, siffatta esigenza, mentre ammette la reciproca può essere rispettata?»

Col passo dello Spinga uno degli sbocchi della galleria sarebbe in poter nostro, ed al valico del Septimer resterebbero ancora agli Svizzeri amendue gli sbocchi, ma ih condizioni assai diverse di quelle del Lucomagno. Un esercito nemico, sboccando dalla galleria del Lucomagno, incontrerebbe subito nel Canton Ticino un esteso territorio non nostro ove approvvigionarsi ed ordinarsi per quanto fosse numeroso, mentre invece al Septimer si troverebbe ‘rinserrato nell’angusta valle del Bregaglia, spettante in parte al nostro Stato e che può essere validamente difesa da pochi soldati.

II

Le patte della relazione dell'ingegnere Vanotti che merita più attenta disamina è quella che si riferisce al vero nodo della questione dei rapporti tecnici e di costo, cioè il passo delle Alpi; e noi siamo davvero dolenti che i limiti a noi imposti ci impediscono non solo di distenderci in tutti i confronti dei principali progetti pei Valichi così delle Alpi Orientali come occidentali, istituiti con tanta cura dall’ingegnere Vanotti ma persino di dare un idea sommaria dei singoli progetti, dovendo noi accontentarci pressocché di una semplice enumerazione.

Linee alpine orientali
Linea Chiavenna Septimer (Progetto Salis).
id. id. id (Progetto della Commissione nominata dal Municipio di Milano).
id. Gravedona Spluga (2 sotto Commissione del Governo),
id. Chiavenna Spluga (2 sotto Commissione del Governo).
id. Passo d’Adda Spluga (Progetto Quadrio).
Linee alpine occidentali
Linea Bellinzona Greina (Progetto Wetlj modificato dalla Commissione del Governo).
id. id. Cristallina (Progetto Giles),
id. id. S. Maria (Progetto Michel).
id. id. S. Maria (Progetto La Nicca ).
id. id. S. Goliardo (Progetto Presse!).
id. id. S. Bernardino (Progetto studiato dalla Commissione del Governo)

Fra i progetti sopra indicali, crediamo indispensabile di fare almeno un breve cenno dei due seguenti: l’uno compilato dall’ing. Quadrio pel valico dello Spluga, in data 1.° settembre 1861, e stampato a spese del Municipio di Milano; l’altro compilato per incarico del Municipio stesso da una Commissione speciale composta degli ingegneri Milesi, Dama, Bagnami, e Vanossi, dopo che l’ing. Salis aveva pel primo proposto una linea attraverso il Septimer e rese note le condizioni di clima della valle Bregaglia e dei versanti su di cui dovrebbe la ferrovia svilupparsi; condizioni in modo singolare favorevoli per la costante esposizione a mezzogiorno.

Le due distinte linee alpine nei progetti Quadrio e Commissione municipale partono amendue all'estremità settentrionale del lago di Conto per arrivare a Thusis. La linea Quadrio entra nella valle del Liro o di S. Giacomo, passa per un migliore sviluppo in quella della Mera o valle Bregaglia, rientra nella valle del Liro e, attraversando Io Spinga, sbocca nella valle del Reno. La linea invece della Commissione municipale percorre la valle Bregaglia, e attraverso il Septimer sbocca nella valle dell’Oberalpstein che influisce a Tiefencasten nella valle dell’Albula e per questa a Thusis nell’altra del Reno.

La linea Quadrio guadagna la vetta con pendenze sempre comprese fra il 13 e il 19 per mille, e passa lo Spluga con galleria a foro cieco, di metri 13,800, disposta in due pioventi leggermente declivi coi due sbocchi all’elevazione di metri 1275 sul livello del mare.

La linea della Commissione municipale ha pendenze non mai superiori al 25 per mille, imbocca a Casaccia, a 1480 metri sul livello del mare, la grande galleria del Septimer lunga metri 14,615, e sbocca nel versante settentrionale in mezzo all’abitato di Molins all’elevazione di metri 1475. Per la tratta di 3905 metri di traforo è praticabile con pozzi, onde la parte a foro cieco si ridurrebbe a soli 5710 metri, i quali potrebbero ancora ridursi a metri 4435 qualora si sostituisse ad un pozzo verticale un pozzo inclinato colla pendenza del 25 per 100.

Circa le quattro linee alpine occidentali, appartenenti al Lucomagno, poiché le altre due linee occidentali del San Gottardo e del S. Bernardino sembrano al tutto messe fuori di combattimento, noteremo solo che il progetto Michel pel colle Santa Maria, preferito dalla Compagnia delle ferrovie elvetiche orientali, offre bensì un tunnel con pozzi, lungo soliamo metri 5380, ma porla la linea nientemeno che all’altezza di 1832 metri sul livello del mare, con pendenze persino del 30 per mille e con dieci punti di regresso; che nel progetto La Nicea, pure pel colle Santa Maria, figura una galleria a pozzi, di metri 14,500, in parte curva, con pendenze del 25 e del 28 per mille colla elevazione di metri 1616 sul mare; che la linea del progetto Giles per la valle Cristallina si eleva a soli metri 1256 sul mare, ma ha pendenze pel 25, 50 per mille ed una galleria a foro cieco di 13,200 metri; che il progetto Wetli per la Greina, con alcune varianti di rilievo, presenta per una di queste l’altezza di soli metri 865 sul mare, a condizione però di ricorrere ad un tunnel, a foro, cieco di metri 20,000, che in un’altra variante la linea si eleva a metri 1320 con un tunnel, a foro cieco, lungo metri 10,460, e che per ultimo la modificazione proposta dalla Commissione del Governo riduce la elevazione a 1300 metri, ma con tunnel, a foro cieco, di 12 chilometri e con pendenze del 25 per mille per una lunghezza di circa 72 chilometri.

L’ingegnere Vanotti dopo aver confrontato le pendente delle diverse linee, la loro elevazione sul livello del mare, e dopo averle distinte in due sistemi, secondo che il traforamento si presenti praticabile con pozzi oppure a foro cieco, viene a dedurre che anche dal punto di vista tecnico la linea dello Spluga e specialmente quella del Septimer sono in condizioni senza dubbio meno difficili che non lo sieno quelle pel Lucomagno: 1.°9 perché tanto l’una che l’altra per essere assai meno elevate sul mare che non le linee del primo sistema (linee occidentali a granile elevazione con gallerie a pozzi); 2.° perché, ammesso pure il caso di una interruzione occidentale nella parte alpina della linea, tanto l’una che l’altra ponno valersi del sussidio di una strada postale già esisterne».

Il diligentissimo lavoro del Vanotti è corredato di una pianta corografica delle varie linee esaminate e studiate, di una carta delle ferrovie dell’Europa centrale e di quattro prospetti; il 1.° delle lunghezze delle linee alpine colla relativa spesa di costruzione e di esercizio, reddito annuo presumibile e somma che deve sagrificare lo Stato; il 2.° del costo medio del trasporto di una tonnellata di merce, a piccola velocità, da Genova, Piacenza, Venezia al lago di Costanza secondo le diverse linee proposte al passaggio delle Alpi; il 3.° delle distanze chilometriche dal lago di Costanza dei porti italiani e dei centri principali situati nella valle del Po, secondo le diverse linee; il 4.° del tempo che impiega un treno ad arrivare al lago di Costanza dai porti italiani e centri della valle del Po, con velocità di 30 chilometri all’ora per le miti pendenze e di 20 per le forti.

Ognuno comprenderà quanto debbono essere stati laboriosì gli studii e i confronti istituiti da Vanotti appena rifletta che per le Alpi occidentali sei linee alpine combinate con quattro subalpine, costituiscono ventiquattro sistemi di linee, e che per le Alpi orientali cinque linee alpine, combinale con due subalpine, formano altri dieci si sterni, dei quali sistemi tutti ba egli dovuta farsi carico nei prospetti.

Le conclusioni dalla Commissione adottate dal Consiglio provinciale nella seduta del 15 dicembre 1861 sono le seguenti:

«1.° La direzione più conveniente, avuta riguardo alle attuali condizioni territoriali e politiche dello. Stato, per congiungere l’Italia colla Svizzera e colla Germania mediante una ferrovia, sia che la si vaglia non interrotta, sia sussidiata dalla navigazione lacuale, essere, quella che congiungendo il lago di Costanza colla linea della valle del Po, attraversa le Alpi elvetiche orientali e scende nel bacino del lago di Como.»

«2.° Fra le linee attraverso le Alpi orientali, essere preferibile quella per il Septimer all’altra per lo Spinga.»

«3.° Fra le linee subalpine lungo le due rive del lago di Como essere preferibile quella sulla sponda orientale dello stesso lago».

E qui giova anzitutto osservare che la Commissione del Consiglio provinciale, dopo aver eliminato i passi occidentali, dovendo pronunciarsi per l’uno o per l’altro dei due valichi orientali, fu certo indotta, come si desume dal suo rapporto, a dare la preferenza al Septimer dall’incertezza che, non ha guari ancora, dominava sul risultato della grande esperienza del Moncenisio. E infatti la Commissione stessa, nella chiusa del rapporto, soggiungeva che la linea dello Spluga, proposta dal Quadrio, poteva essere preferibile «solo nel caso in cui il traforare un lungo tunnel a foro cieco diventasse, per le esperienze in corso al Moncenisio, opera misurabile per il tempo e per la spesa».

Questa circostanza merita di essere ben rimarcata, perché la linea Quadrio ha già per sé i vantaggi di minori pendenze, di minore elevazione sul livello del mare, di minor costo d’esercizio senza importare maggior dispendio di costruzione, e di darci il possesso di uno dei sbocchi della galleria. Ora, se le notizie, che di giorno in giorno diventano migliori intorno al traforo del Cenisio, facessero scomparire l’unica difficoltà tecnica temuta nel progetto Quadrio, quella, cioè, di una galleria a foro cieco di quasi 14 chilometri, e lasciassero anzi concepire la speranza di veder poscia applicata alla locomozione pel valico alpino una parte dei potentissimi mezzi idro-pneumatici, che avrebbero servito al lavoro di scavo e per la produzione dei quali si sarebbero già sostenute le spese d’impianto, ognun vede di leggieri quale prevalenza potrebbe acquistare il progetto Quadrio in confronto dell’altro pel Septimer.

Il Consiglio provinciale, nel prendere le accennale dellberazioni, ordinava la stampa e da maggior diffusione del rapporto aggiungendo il voto «che tutte le provincia italiane e specialmente le marittime abbiano pure a propugnare e promuovere, come di urgente interesse comune, l’attuazione delle suddette linee».

Noi non possiamo che far plauso alle dellberazioni del Consiglio, ma avremmo desiderato che si fosse pur messe allo studio se e con quali mezzi,,o;per effettivo contributo pecuniario o per acquisto di azioni. abbia la nostra, provincia a concorrere nella grandiosa impresa. È ben vero, che Io Stato ha per suo istituto l’obbligo di soddisfare alla peggior somma degli interessi pubblici e di essere imparziale; fors’anco è poco decoroso per il Governo di una grande nazione il lasciarsi influire da particolari sussidii nel risolvere quistioni di interesse generale. Ma quando un tal Governo trova già scarsi i suoi mezzi per costrurre e condurre a termine altre linee meno costose e difficili, promettenti più pronto lucro e, realmente con maggiore urgenza dai bisogni commerciali, strategici e politici quale uno dei fattori più efficaci per compiere l’opera della unificazione italiana, si scorge tosto come convenga che i territorj ed i centri commerciali, più direttamente favoriti dai passaggi alpini, incontrino qualche particolare sacrificio se pur desiderano che ai lavori già intrapresi dallo Stato cammini simultanea l'esecuzione di altre opere assai dispendiose. Simili concorsi non sono per fermo nuovi, nella storia delle ferrovie, e nel nostro caso, oltre essere giustificati dall’esempio di Genova e di altri territorj, sono altresì un mezzo necessario per contrappesare l’effetto delle contrarie offerto, Crediamo quindi che l’indefesso Sindaco di Milano sia stato bene inspiralo quando, nella sua circolare del 13 luglio 1861, N.° 23,763 3652 diretta alle Giunte delle principali città della valle del Po, dichiarava che intendeva proporre al Consiglio comunale il concorso all’opera coll’acquisto di un competente numero di azioni e ciò coll'intento che «la forza degli argomenti razionali non vada disgiunta da quella di un materiale sussidio».

Facciamo poi plauso senza riserva alcuna tanto alla Commissione come al Consiglio provinciale per aver fissata la direzione della linea lungo la sponda orientale del lago di Como, direzione adottata anche nel progetto Quadrio. Taluni avrebbero desiderato che questo punto si fosse lasciato indeciso per non suscitare rivalità tra i diversi Municipj, per non raffreddare il concorso delle spontanee offerte. Ma noi preferiamo le posizioni nette, e ciò tanto più quando sono esse conformi al maggior utile generale.

Noi crediamo che colle strade ferrate non si debba punto cercar di spostare la corrente di interessi commerciali già da lungo tempo prevalenti; esse non devono essere dirette che a meglio favorirla e promuoverla. Si può dire con sicurezza che una rete ferroviaria è bene tracciata quando si scosta il meno possibile dalle antiche postali, dalle grandi vie commerciali formatesi nel corso dei secoli. Milano, posta nel punto ove vi si intersecano le tre importantissime linee commerciali della valle del Po, l’una da est ad ovest, cioè da Venezia al Moncenisio; l’altra da sudest a nordovest, cioè dall'Italia centrale alle Alpi; e la terza da sud a nord, cioè da Genova allo Spluga od al Septimer, ricorda con dispiacere le dannose deviazioni o storpiature fatte a due di queste linee nei tratti da Milano a Brescia, da Milano a Genova; e mentre ora si riconosce da tutti la necessità di rettificarle, sarebbe strano che si creasse una nuova deviazione col passare le Alpi al Lucomagno anziché ad uno dei passi orientali dello Spluga o del Septimer.

Rispetto poi alle provenienze di Venezia dirette ad uno di questi passi, ognuno sa che la loro vera strada è quella dell'alta Lombardia per Brescia, Bergamo, Lecco e Chiavenna. Questa strada è sempre stata una delle più importanti e battute. Ora perché obbligare anche le merci, che non sono attratte dall'emporio di Milano, a percorrere un più lungo cammino discendendo sino al centro della pianura lombarda per rimontare ancora le zone dei colli e dei monti?

L'accordo spiegato in Parlamento fra i rappresentanti dei vari territorii di Lombardia ha già prodotto un ottima effetto per assicurare ed affrettare il compimento della nostra rete ferroviaria in direzioni favorevoli ai generali interessi del paese. Ci sorride la speranza che la buona intelligenza fra i diversi centri lombardi non verrà meno in quest'altra questione di non minore importanza. Nulla per fermo gioverà più di un siffatto accordo a promuovere e stabilire concerti anche con Genova e coi principali confini dell'Italia centrale, a conseguire che ogni particolare sagrificio diventi tanto meno sensibile quanto più si estenderà il territorio invitato allo spontaneo concorso, a dare per ultimo una solenne prova al Governo del Re ed al Parlamento nazionale che il nuovo passaggio per le Alpi orientali è davvero reclamato da una maggiore somma di interessi italiani.

L. S.

In seguito alla pubblicazione del rapporto del Consiglia Provinciale di Milano, l’ingegnere Luigi Tatti faceva note alcune sue osservazioni su quel rapporto, di cui riferiamo le conclusioni.

«La Commissione Reale ebbe il gran torlo di non considerare la questione che dal solo lato tecnico, trascurando il lato economico e politico. L’imperfezione del suo elaborato in questa parte, diè luogo naturalmente ad un certa senso di sfavore al suo giudizio nella pubblica opinione, né valsero, le appendici che quasi a scolparsi ebbero a soggiungere dopo il voto i signori Boccardo e Correnti, appendici che pure non trattano la questione che in qualche suo dettaglio.

«E neppure il signor Vanotti seppe sviscerare l’argomento. Portate le proprie considerazioni in una sfera troppo elevata e generica, dopo aver parlalo delle grandi linee del commercio mondiale e magnificata eloquentemente l’importanza dell’aumentare con tutti i mezzi la nostra marina, e l’influenza che avrebbe sul suo sviluppo l’apertura di una comunicazione alpina al transito delle merci dal Mediterraneo nel centro d'Europa, non seppe discendere a cifre positive che indicassero l’entità di tale commercio; e quindi il sussidio effettivo che esso potrebbe dare non tanto alla marina stessa, quanto alla ferrovia, difficile per sua natura 0 costosissima.

«I problemi da me proposti nelle varie note conseguite al Politecnico, ai nostri economisti, sono ancora senza soluzione. Ancora vive intero il dubbio, se questi commerci potranno bastare ad alimentare una via dispendiosissima senza movimenti locali nella massima parte del suo sviluppo e se questa grande opera, dopo fatta, potrà reggere la concorrenza al Reno del porto di Marsiglia e delle strade francesi e svizzere, favorite dalla natura e da tutti gli ajuti che un governo, potante ed illuminalo, ed un popolo in questa parte molto più esperimentato e avanzato di noi, saprà trovare e favorire. Ancora non è dimostrato se il commercio internazionale debba per la sua importanza intrinseca e relativa essere sagrificato a quello di transito. Mancano finalmente i dati comparativi della individuale importanza dei varj centri commerciali della penisola nelle loro relazioni coll'Europa centrale, per decidere quale peso debbano avere nella bilancia Genova, Torino, Milano, Venezia, Livorno ed Ancona, e qual gruppo di interessi debba prevalere nella scelta del varco stesso onde soddisfare al massimo numero dei nostri interessi. Ne le antiche provincia si persuaderanno della prevalenza delle Alpi orientali senza la prova delle cifre e dei fatti, dietro una semplice esposizione astratta, per quanto possa in fondo essere giusta.

«Parlando poi della linea del Brennero, il signor Vanotti non fa calcolo della traccia oltre alpina che deve esserne il compimento, e che fu da me proposta per unire Innsbruck per Immst, Fassa e Kempten al lago di Costanza, la quale abbreviando notevolmente la via al commercio dell’Adriatico per quella destinazione, distoglierà dalle Alpi Elvetiche la massima parte delle merci provenienti dall'Oriente, ed attrarrà ad essa il transito tra l’istmo di Suez e l’Europa Centrale. L’ammettere un perpetuo stato di guerra tra l’Austria e l’Italia per escludere l’importanza di quel valico è un assurdo, perché fuori dalle condizioni normali della società. Ambi i paesi hanno un reciproco interesse a non sagri fica re gli utili loro materiali a questioni politiche, le quali potranno in breve essere sciolte col trionfo del progresso, ed alla cui soluzione anzi gioveranno in prima linea i benefici influssi portati dalle facilitate vicendevoli comunicazioni commerciali.

«A che poi si risolve tutta l'argomentazione Vanotti in linea economica esposta con tanta abbondanza di parole? Se i due scopi estremi a cui riduce i suoi raziocinj, sono Milano e Coira, se a differenze piccole e trascurabili in un cosi grandioso interesse, le tre linee del Lucomagno, dello Spluga e del Settimio, pressoché si equilibrano sia nel costo che nella lunghezza, come dimostrano i suoi quadri comparativi, sui quali ritornerò, ne viene per conseguenza naturale che sotto questo riguardo sia indifferente al commercio il procurargli un passo per l’uno o per l’altro varco.

«Resta quindi a comparare le tre linee sotto l'aspetto politico e militare, e qui confesso che i suoi raziocinj hanno molto valore. La linea del Lucomagno, appunto perché sotto questo rapporto favorisce unicamente gli interessi svizzeri, che per vicende politiche imprevedibili possono divenire ostili all’Italia, riesce evidentemente dannosa agli interessi italiani. Non so comprendere poi come gli stessi raziocinj non valgano a persuaderlo della immensa inferiorità per questo riguardo della linea Settimio a confronto dello Spluga.

Allo Spinga il traforo ossìa la chiave dell’AIpe, sarebbe in mano nostra nel versante, meridionale, ad un tempo stesso che con reciprocità di condizioni sarebbe nel versante settentrionale in mano degli svizzeri, mentre al Settimio ambe le chiavi sarebbero in mano altrui. Ha un bel dire egli che la vera chiave delle Alpi Elvetiche orientali è Chiavenna e Colico. Questi due punti strategici sono in seconda linea. La prima linea è alla cresta dell’Alpi cioè al traforo alpino, dove natura ha posto ostacoli difficilissimi a superarsi ad un esercito. Chiavenna e Colico sarebbero pur sempre nostri e sarebbero: come dissi una seconda difesa dopo perduta la prima. L’abbandonare interamente la prima, la più facile a difendersi non mi sembra prudente tattica quando si possa restarne padroni. I cantoni svizzeri interessati per le Alpi Orientali impotenti ad eseguire coi soli loro mezzi una ferrovia attraverso; le Alpi, accetteranno di buon grado anche la linea dello Spluga, la quale favorisce eminentemente i loro interessi commerciali al pari e più degli altri valichi, quando il nostro governo mostri fermezza e tenacità di propositi.

Scendiamo ora ai particolari, per esaminare se effettivamente la linea del Settimio ha tali vantaggi nei rapporti tecnici sopra la linea dello Spluga, per esservi anteposta ad onta della sua decisa inferiorità nei rapporti politici e strategici. Si ha un bel magnificare la minore asperità della valle Bregaglia a fronte di quella di San Giacomo, la miglior esposizione della sua falda a cui si appoggerebbe la ferrovia. Certo se la via potesse mantenersi sul fondo della valle, la sua prevalenza riuscirebbe marcatissima. Ma dacché per la pendenza della valle stessa che supera di molto quella che si può attribuire ad una strada ferrata, raggiungendo in media il 37,60 per mille, si è costretti a retrocedere con sforzi d’arte finora non approvati dalla buona pratica, per molteplici regressi sulla falda del monte, la decantata migliore deposizione della valle stessa, cessa di avere influenza sul tracciamento. Quando lo sviluppo debba cercare sopra le pendici che sono alle spalle di Chiavenna e di Castasegna, pendici erte, nude, anfrattuose, mobili, solcate da burroni e torrenti furibondi nelle loro piene, la strada cessa di essere in condizioni favorevoli e rientra nella sfera delle vie più difficili e costose quando pur riescano praticabili. Che dirò poi del passo da Tiefencasten allo sbocco dell’Albula nella valle del Reno, di fronte a Thusis, dove la via è costretta a sorreggersi fin una forra continua ancor più stretta e tortuosa della Via Mala, profonda, cupa, senza beneficio di sole, in molte parti franosa, dove manca pur un sentiero per andarvi? Sarebbe pur stato necessario che il signor Vanotti prima di appoggiare l’accusa precipitazione e quasi di inconsideratezza l’operato della seconda sotto commissione governativa, si fosse presa la briga di farò una corsa in sito ed esaminare da presso quei luoghi» Burrone por burrone, la Via Mala presenta vantaggi enormi sopra quella dell’Albula, vantaggi di viabilità, vantaggi di miglior esposizione, vantaggi di maggior, solidità della roccia».

«Tutte queste circostanze di fatto, che portano con sé necessariamente il bisogno di opere d’arte straordinarie e dispendiosissime, lo domando a qualunque perito pratico e coscienzioso, come si possa valutare la linea del Settimio a sole 365,000 lire al chilometro, mentre là Commissione governativa ha portato il suo preventivo per la linea dello Spluga, che non si trova in circostanze molto diverse, a lire 565,000? Evidentemente le basi di apprezzamento sono diverse fra loro e non comparabili, e per raffrontarle bisognerà od aumentare proporzionatamente una cifra, o proporzionatamente diminuire l’altra. Sia pure che in qualche tratta la linea di Val Bregaglia sia meno dispendiosa di quella di Val San Giacomo, mentre la parte oltre alpina si trova se non in peggiori condizioni, almeno in condizioni eguali, io credo di non andare errato per lunga esperienza in argomento nel portare il prezzo chilometrico della linea del Settimio almeno a 500,000 lire al chilometra per poter paragonare fra loro sotto questo aspetto le due traccie. Ed in questa ipotesi assai vicina al vero, il costo della linea del Settimio paragonato con quella dello Spinga, dovrebbe dai 77 milioni preavvisati dalla Commissione municipale essere portata a 92 milioni, cifra che si approssima esattamente alla spesa preventivala dalla seconda sotto Commissione governativa, qualora si prenda per punto di partenza la riva di Chiavenna a luogo di Gravedona. E con questo raziocinio spariscono tutte le deduzioni fatte sull’economia di spesa, che vorrebbe attribuire ai nuovo tracciato. Infatti a tutti è noto come le linee alpine del Carso, del Sommering e dei Giovi, costarono approssimativamente un milione al chilometro; la linea del litorale ligure in condizioni eminentemente più propizie, fu appaltata senza il materiale mobile a lire 375,000 al chilometro, e la linea del Settimio dovrà costare solo lire 365,000 compreso il detto materiale.

«Io credo che bastino queste poche osservazioni per persuadere il pubblico della preferenza che merita la traccia dello Spluga su quella del Settimio, che ognuno sa d’altronde essere stata messa innanzi più come argomento a combattere e paralizzare le conclusioni della Commissione Reale, esagerandone i vantaggi, che per intrinseco suo pregio, e me ne appello a giudici competenti».

Noi siamo lieti delle conclusioni da ultimo prodotte dall’ingegnere Tatti, in quanto che consuonano perfettamente colle nostre convinzioni. La vera linea di congiungimento fra le ferrovie italiche e le germaniche non può essere che quella che passar deve pel monte Spluga per dirigersi verso Coira. Con questo passaggio l’Italia si congiunge alla Germania per la linea più breve, e può far metter capo a tutte le provenienze dei porti del Mediterraneo e dell’Adriatico. Se si accoglie la linea più lunga e più costosa del Lucomagno non si favorisce che il solo porto di Genova, ed ecco il vero motivo per cui quello città ha fatto non ha guari l'offerta di sei milioni di lire per la scelta di quella linea. Noi non parteggiamo per interessi municipali, ma per interessi italiani e perciò propugneremo sempre la linea dello Spluga che ci lascia padroni anche in via strategica del passaggio delle Alpi — Ma sarà scelta questa linea? Se volgiamo uno sguardo al passato, e sé consideriamo l'ineluttabile ostinazione di chi promosse pel primo la linea del Lucomagno, dobbiamo pur troppo essere esitanti. Piaccia al cielo che chi regge la cosa pubblica si illumini ai veri interessi del paese e non si lasci fuorviare da chi più grida e da chi più si agita!


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Statistica generale delle scuole primarie in Italia

Il ministero della pubblica istruzione ha potuto finalmente raccogliere la statistica delle scuole elementari del Regno per l’anno 1861. Noi ne riprodurremo per ora le cifre che si riferiscono al numero delle scuole e dei maestri, non conoscendo per anco il numero degli alunni e delle alunne.



Provincie Numero

dei Comuni

che hanno sole
scuole maschili
che hanno scuole
maschili e femminili
Piemonte, Liguria e Sardegna 2171 2113 1588
Lombardia 2267 2158 1634
Emilia 368 245 190
Toscana, 250 230 108
Marche ed Umbria 462 411 225
Provincie Napoletano 1846 1755 835
Provincie Siciliane 362 268 66
Numero totale 7726 7180 4646

Il numero totale delle setole don compresevi le infantili e le scuole serali o festive che non vennero per anno calcolate, sarebbe di 11,826, distribuite in 7726 comuni; La cifra parrebbe abbastanza consolatile nel suo complesso, ma fa duopo pensare che in Italia si contano più di1 cento città con popolazioni non minori di dieci mila anime e varie che passano i cento mila abitanti, ove esistono noti due, non dieci, ma più di cento scuole, per cui va diffalcato il loro numero dalle Semplici unità comunali.

Il numero poi dei maestri e delle maestre elementari in confronto alle rispettive popolazioni è cosi distribuito:


Provincie Popolazione Maestri Maestre
Piemonte, Liguria e Sardegna 4,079,678 4583 2577
Lombardia 3,026,533 3152 2311
Emilia 2,127,105 1150 395
Toscana 1,815,243 561 178
Marche ed Umbria 1,395,799 617 252
Provincie Napoletane 7,060,618 1755 835
Provincie Siciliane 2,223,476 657 83
Numero totale 21,728,452 12,475 6631

La legione dei mastri e delle maestre elementari sarebbe composta di 19,106 individui che distribuiti su i 21,728,452 abitanti, darebbero la proporzione di un insegnante su ogni mille e cento abitanti. Questa proporzione però varia a seconda delle provincie. Se stringiamo in un gruppo le provincie dell’alta Italia costituite dalle antiche provincie Sarde e dalla Lombardia, abbiamo su una popolazione complessiva di 8,406,244 abitanti il numero di 12,623 insegnanti; il che da sulla popolazione un insegnante su 660 abitanti in circa. Se invece sommiamo la popolazione dell’Italia centrale e meridionale che da il numero complessivo di 13,622 mila e 121 abitanti, ed ha soli 6489 insegnanti, si ha la deplorabile proporzione di un insegnante su 2400 abitanti in circa; per cui può dirsi che nell'Italia settentrionale il numero dei maestri e delle maestre è più che triplo. E se si ha poi riguardo alle istruttrici reca dolore a pensare che nella gentile Toscana non si contino che 178 maestre, e nella popolosa Sicilia non se ne contino che 83, mentre nella sola Milano popolata da 98,731 donne d’ogni età si contano 1239 maestre, per cui si ha un’istruttrice per ogni 75 donne. Noi non sappiamo che vi abbia alcun altra città in Europa che possa vantare un si vistoso numero di pubbliche e private istitutrici.

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Giugno 1862


NOTIZIE ITALIANE

L’industria serica in Italia

La Società di economia politica residente in Torino trattò in due adunanze del 24 aprile e del 1.° maggio di quest'anno l'importante argomento dell’industria serica in Italia e dei. mezzi più atti a renderla di bel nuovo fiorente.

Noi riprodurremo le parti più interessanti della discussione e vi aggiungeremo una nostra annotazione finale.



Seduta del 24 aprile

Sig. Mannucci. La questione, della industria serica è di una tale importanza che pochi anni or sono un Senatore del Regno, distinto bacologo, chiedeva licenza di fare lezioni pubbliche per insegnarne l’esercizio, e scriveva perciò numerosi opuscoli. Egli diceva che le nostre terre si dovrebbero coprire di gelsi per dare un ampio sviluppo all’industria serica; egli medesimo ne dava un largo esempio nei suoi fondi, ed era imitato da molti nella provincia di Cuneo. Sventuratamente la malattia impreveduta dei bachi da seta arrestò lo sviluppo del sistema con grave suo danno. Senza credere il Senatore Audiffredi, che tutte le terre d’Italia debbano convertirsi in gelseti, si deve riconoscere che l’industria serica è di somma importanza in Italia. Giova pertanto esaminarla al punto di vista economico, ed al punto di vista tecnico, nel suo stato attuale e nei progressi che se ne possono sperare.

Lo stato abituale dell’industria serica è certamente soddisfacente in quanto somministra immensi valori, possiede mercati regolari e numerosi per smerciarli, instituzioni come le Camere di Commercio per la pubblicazione dei prezzi, stabilimenti di filatura, di condizionamento, di tessitura della seta, ecc. — Oggi però essa languisce per una malattia dei bachi da seta che nessuno sa spiegare, né combattere, ma che al pari di altre malattie avvenute nei vegetali o negli animali sparirà certamente.

I progressi da sperarsi sono diversi secondo le varie operazioni dell'industria. Innanzi tutto la preparazione della semenza e lo schiudimento lasciano molto a desiderare, massime nella campagna. Per la parte agraria i gelsi sono ben lungi dall’essere sufficienti per lo sviluppo ché dovrebbe assumere l’industria, l’allevamento dei bachi da seta essendo molto imperfetto, conterrebbe, secondo alcuni, fondare con associazioni libere dei grandi stabilimenti di allevamento; ma secondo altri, ed a mio parere, vale meglio lasciarlo frazionato per ogni famiglia della campagna e diffondervi l’istruzione relativa con ogni mezzo possibile onde ricavino profitto dai progressi della scienza.

In quanto alle sete preparate, poco abbiamo da invidiare agli stranieri. La nostra riputazione è grande e basta conservarla, per lo ché gioverebbe il non ricorrerà troppo a semi di bachi forestieri. Converrà solo accrescere la nostra produzione ed allargare i nostri mercati. — le sete lavorate fecero da dieci anni in qua grandi progressi. Per i velluti possiamo quasi contendere la palma a tutte le nazioni del mondo, come fu evidente dalle esposizioni. Per le sete unite, ossia di un colore solo, dirò che sono assai riputate le sete napoletane, fiorentine, piemontesi e lombarde; ma per le sete di svariato colore ci manca la possibilità di dominare la moda e l’arte della. colorazione che altri posseggono. Queste difficoltà però furono vinte per i pannilani da un uomo che testé abbiamo perduto, da Gregorio Sella, e ciò è prova che anche per le sete ciò potrà avvenire.

Conchiudo proponendo che si estenda con ogni mezzo l’istruzione relativa all’allevamento dei bachi da seta, alla fabbricazione delle stoffe ed in ispecie alla tintura, e non dubito che cessata la malattia, questa industria assumerà una importanza grandissima e sempre crescente.

Avv. Ferrero Gola. Oltre l'istruzione vorrei che si curasse un poco la statistica. Le migliori statistiche che possediamo risalgono al 1840. Ora molti progressi si sono fatti di poi. Nel nord dell’Italia là produzione serica si è raddoppiata. Si crede comunemente che nel sud poco si produca, e male si lavori, mentre invece le filature a vapore vi sono comuni; i mulini da seta molto simili a quelli del Piemonte, ed i telai in numero di 9000 nella sola città di Napoli. I dati statistici pubblicati dalle Camere di commercio sono imperfetti perché si riferiscono ad una grande varietà di mercati, essendovene più di 25 in Piemonte, di 10 nella Liguria, ecc., e perché i bozzoli si vendono anche fuori dei mercati nelle filature stesse od altrove secondo la comodità dei contraenti. Oltre l’istruzione pertanto che vorrei estesa come in Francia al disegno ed alla tintura, raccomando le statistiche.

Avv. Siccardi. L’industria serica si deve perfezionare colla maggiore diffusione dell'istruzione. L’Italia produce 1/5 della seta attenuta nel mondo Intiero, per 300 milioni di franchi sopra 1151 milioni. Eppure nota il Correnti che la Lombardia produce 1/3 della seta italiana e che, moltiplicando i gelsi, si potrebbe questa almeno quadruplicare. In secondo luogo deve perfezionarsi la filatura e tessitura della seta. In molti filatoi si produce una seta cattiva che scredita il nostro commercio. Una tenue parte della seta si riduce in organzini ed il condizionamento lascia inoltre a desiderare. Per la tessitura poi, Lione sola che ha una popolazione pari a quella di Torino ha 30,000 telai,. mentre l’Italia tutta ne aveva, tre anni fa, dai 15 ai 20 mila. Quanto vi è ancora da fare! — In terzo luogo converrebbe stabilire un grande mercato serico, il quale, concentrando l’industria della seta, gioverebbe a svilupparla, E discorrendo con amici io già diceva che Torino potrebbe in ciò diventare la Lione dell’Italia. L’indole degli abitanti favorevole all’industria, la salubrità dell'aria, delle acque e la loro convenienza per la seta, il possesso d forze d’acqua, la vicinanza del mercato francese, e varie altre circostanze paiono confermare questa mia. idea.

Prof. Scullica. La Francia che è una delle più ricche e civili nazioni del mondo,, produce molta seta e ne consuma più ancora, onde il Piemonte le somministra 1/3 della quantità che importa, la Spagna e la Turchia dando gli altri 2/3. Il Piemonte pertanto è in florida condizione, ma non tutte le altre provincie d'Italia sano in simili condizioni. Lascerò da parte il lato tecnico per;trattare solo il lato economico della questione.

Un grave difetto vi ha nelle provincia del sud, ed è il difetto di strade. Un altro è quello dagli istituti d’istruzione tecnica. Ve n’era uno a Milano che poneva i milanesi in grado di lottare coi viennesi, ma i tedeschi sotto pretesto di migliorarlo lo rovinarono. Nel resto dell'Italia non ve ne sono. Egli è un fatto notevole che la Svizzera fa una concorrenza vittoriosa all’industria inglese, nell’Asia, nell'Australia e nell’America. Parendo strana la cosa agli inglesi che posseggono in maggiore abbondanza capitali, macchine, carbon fossile ed ogni elemento dell’industria, una inchiesta rivelò che la causa stava nelle basse mercedi di cui si contentavano gli operai svizzeri molto più sobrii e frugali, e nel basso prezzo dei viveri. Gioverebbe quindi diminuire in Italia i dazi di consumo onde realizzare il medesimo vantaggio, senza parlare di altri sistemi di economia.

Avv. Mannucci. Riconosco l’utilità di fare in Italia un grande emporio commerciale come Lione. Finché Torino è capitale non avrà forse mercedi e fitti bassi in guisa da potere concentrare l’industria serica; ma quando giungeremo al Campidoglio, auguro alla città di Torino per compenso questo mercato centrale della seta, che gli conviene ottimamente in mezzo alle filature piemontesi e lombarde, per le circostanze locali e per le qualità dei suoi abitanti. In quanto all’istruzione tecnica, mi pare che il Ministero abbia l’intenzione di fondare, in otto sedi nell’Italia, stabilimenti d’istruzione agraria ed industriale.

Dep. Allievi, lo non divido le speranze espresse sulla pronta cessazione della malattia. Essa subi oscillazioni in parte favorevoli, in parte contrarie; in fatto essa persiste; gli esperimenti fatti per Conservare le razze indigene sono disperati e scemano d’anno in anno le località ancora sane. In tutto il globo domina la malattia. La questione delle sementi sarà dunque grave per molto tempo, ed intanto non può svilupparsi l’industria. Devonsi lodi al Ministero degli esteri che per mezzo dei consoli chiese informazioni da tutte le altre nazioni a questo riguardo per renderle pubbliche in Italia.

Finché dura la malattia resta immobilizzata la parte agricola dell’Industria serica. I gelsi che già si sono sestuplicati di numero nella Lombardia in 20 o 30 anni, più non si moltiplicano. L’istruzione relativa all'allevamento del bachi è già molto diffusa, ma nulla valse finora contro la fatale malattia. I grandi stabilimenti di allevamento dei bachi non mi paiono convenienti per l’economia, e reputo preferibile il frazionamento dell’industria presso i contadini istruiti con insegnamenti orali, con libri e con esempi.

La trattura e la filatura che fanno subire alla seta una prima trasformazione si fanno troppo individualmente e male, giacché non possono farsi perfettamente che in grandi stabilimenti. Qui gioverebbe l’istruzione, e se ne sente vivamente il bisogno in Milano ove si desiderano scuole per filande. Gioverebbe poi massimamente per la tintura, per il disegno e per la tessitura giacché dipendono queste operazioni per. la loro riuscita dall’abilità individuale dell’operajo.

Venne fondata in Milano nel 1847 una scuola pei tessitori che lasciò una favorevolissima impressione. Si prese quindi un abile operaio che fu inviato per studii a Lione, in Prussia, in Isvizzera, ove molto imparò. e da quattro anni la scuola che dirige ha doto frutti ammirabili. 1 capi di fabbrica erano per l’addietro tutti francesi, ora sono tutti italiani, e l’esposizione ha potuto mostrare i progressi realizzati. Questa istruzione gioverebbe molto se fosse data su larga scala in questo modo pratico e popolare. Il disegno e la tintura mancano presso di noi. Per il disegno, la moda che la domina è bensì incoercibile, ma vi sono specialità per le quali l'istruzione artistica potrebbe assicurare la riuscita. Una riforma della legislazione vi gioverebbe pure col proteggere più efficacemente la proprietà artistica. Per la tintura poi, tutto è da farai, e converrebbe insegnarla nei modi più pratici, affinché possano gli operai, come si dice, rapirne il segreto del mestiere.

Nella' parte commerciale non divido le idee espresse di concentramento. La formazione di un centro commerciale avviene naturalmente non si procura artificialmente. Dapprima per lo più il commercio è isolato e frazionato; poi si concentra ed infine torna ad essere diretto e senza intermediario. Altre volle l’emporio delle sete lombarde era Londra. Si volle stabilire un monteseta a Milano per emanciparsi dall’Inghilterra. Non riuscì perché si trovava un maggiore appoggio a Londra, nei capitali inglesi. Il«vera emancipazione avvenne quando i centri: di consumazione si indirizzarono ai centri di produzione. Oggi i produttori del Piemonte vendono la loro seta alla Francia, quelli della Lombardia alla Svizzera ed olla, Prussia direttamente. Un banco-sete può giovare per l’ajuto che presta il credito; ma non conviene troppo ricercare la concentrazione del commercio serico come un grande benefizio.

Riassumendo desidero la cessazione della malattia delle. sementi, la diffusione di una istruzione pratica a cui tutti possano concorrere per l’allevamento, dei bachi, lo stabilimento delle scuole industriali e pratiche per la trattura, la filatura e le tessitura, infine nel commercio la forza dei capitali e del credito, ed il cambio più diretto fra i centri di produzione ed i centri di consumazione.

Avv. Siccardi. Proponendo un grande emporio commerciale, come quello di Lione io ne credo il vantaggio pari a quello che procura Lione alla Francia. Se non che il sig. Mannucci, vorrebbe aspettare di essere giunti al Campidoglio. Ed io mi acquieto volentieri a questo termine, credendolo assai vicino. Il sig. Allievi, poi rigettò un emporio commerciate ma io intendeva parlare di un emporio soprattutto industriale come Lione ove consumandosi una. grande quantità di seta nelle manifatture si ingiungesse necessariamente un grande emporio commerciale.

Ing. Susani. Non ho inteso parlare di un ramo assai importante dell'industria serica che largamente si sviluppa oggi all’estero. I cascami di seta, che si trovano in abbondanza laddove la produzione della seta è meno perfezionata, non si raccolgono da noi per manifatturarli, mentre si impiegano in larghe proporzioni nella Svizzera verso il lago di Zurigo, nella Francia, in Alsazia ed in Inghilterra a Lintz, per la fabbricazione di stoffe miste che poscia s’importano in Italia. Degli abusi di amministrazione hanno fatto fattire i tentativi fatti a Intra, in Arona ed a Cremona per questo oggetto, e manca tuttora in Italia l’industria relativa. — In quanto alla tessitura delle stoffe unite, io credo che possiamo ormai lottare colle migliori manifatture dell’estero e citerò come esempio dello sviluppo che assume in Lombardia la città di Como, ove con una popolazione di 20,000 abitanti, vi hanno 8000 telai per l'unito, proporzione superiore a quella di Lione, ove battono 30,000 telai in mezzo a 300,000 abitanti. Quindi sopra i mercati austriaci, con dazii uguali, le seterie italiane riescono superiori alle sete francesi. Una cosa è desiderabile per la prosperità di questo commercio ed è l’instituzione di commissionarii, come esistono a Lione, in contatto diretto e continuo coi produttori e coi consumatori, i quali guarentiscono la qualità della merce come lo fanno pure i banchi di prova a S. Etienne. Senza di ciò, i produttori poco onesti, non si curano guari della bontà delle stoffe che pajono belle in apparenza e nell'esterno, e scadenti invece nell'interno..

Dell'istruzione fu detto quali ne siano gli. effetti meravigliosi. Per il disegno si deve insegnare la messa in carta pigliando i campioni di Lione, poiché non si pensa ancora a fare i disegni originali. Del resto pochi artisti bastano in Francia per questo intento. Per la tintura e la tessitura sono necessarie delle scuole pratiche nel genere di quelle stabilite a Parigi e nel Belgio. Il governo del Belgio, per esempio, in una crisi memoranda, fece introdurre nella tessitura del lino e della lana la navetta volante con degli atelier d'apprentis ove un abile operaio lavorava in un locale centrale dinanzi ad allievi che lo imitavano. Gli effetti delle scuole pratiche sono stupendi.

Conte Arrivabene. La istruzione pratica fece prodigi nel Belgio. Grazie ad essa nelle Fiandre dove nel 1847 morirono dì fame 20 a 30 mila operai ed un operaio sì pagava due o tre soldi al giorno, regna ora la più grande prosperità. I commissionarii poi hanno molto contribuito alla riputazione delle manifatture di Verviers e nella Svizzera ogni grande manifattura ha i suoi commissionarii.

Avv. Benvenuti. La malattia dei bachi da seta ha ridotto considerevolmente la produzione serica che in alcuni luoghi non è più che un terso, la metà, ed a Cuneo, per esempio, un quarto solo di quello che era per lo addietro. Due sistemi si sono seguiti per liberarsene: ricercare la migliore semenza indigena e sinora non riuscì, ovvero cercare all’estero della semenza incolume e questo mezzo fu adottato in Piemonte ove il conte di Cavour nel 1858 raccomandò ai prefetti di favorire l'impresa dei signori Freschi e Castellani che volevano recarsi nell’Asia per riportarne semente sana e studiare l’allevamento dei bachi nella Cina ove è si antica l’industria della seta. Ora una relazione dei medesimi indica che hanno raccolto quattro specie di sementi del Giappone, le quali promettono molto e che ve ne ha una di bachi che si nutrono di foglia di quercia. Questa evidentemente non ci conviene e per il cibo e per la qualità, scadente dei bozzoli che produce In una patata trattasi ancora di avere una semente sana.

In quanto ai gelsi la loro qualità influisce molto sulla seta, giacché la foglia del gelso contiene la materia serica elaborata dall'insetto. Essa contiene, per esempio, una parte acquosa che si trasuda dall’animale, una parte zuccherina che lo alimenta, una parte resinosa che si raccoglie nei suoi serbatoi e che serve alla formazione dei bozzolo. Pregherei pertanto la Società Politecnica nella persona del suo degno presidente il prof. Garelli di volere fare uno studio di questa questione. Il miglioramento dei gelsi, accrescerebbe di molto la quantità e la qualità della seta. L’istruzione tecnica relativa allo schiudimento, all’allevamento dei bachi, all'economia dell’industria, all’uso che può fare del credito fondiario ed agrario, dovrebbe pure attirare la sua attenzione.

Per le manifatture osservo che la filatura e la tessitura sono ancora imperfette, salvo per le trame e gli organzini e per le stoffe unite. Nei velluti noi possediamo quasi il primato e citerò una manifattura che in grande onore all’Italia, quella di Zuali di Chichizzola. le sete nazionali hanno più consistenza, elasticità e facilità di filarsi che le altre sete europee e le chinesi, onde le stoffe ne sono di qualità superiore. Epperciò i manifatturieri nazionali dovrebbero preferirle: per la loro produzione. Terminerò accennando l’avvenire dell’industria serica in Italia, quando, tagliato l’istmo di Suez, le sete indocinesi ed asiatiche torneranno ad affluire nei nostri mercati come ai tempi in cui venivano portate del golfo Persico a Suez, mentre dopo la scoperta del Capo di Buona Speranza si portarono nelle manifatture inglesi.


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Seduta del 1° maggio

Leggesi una lettera del prof. Garelli il quale scusandosi di non potere intervenire all’assemblea, Borire:

Io mi proponeva dapprima di rispondere alcun che al discorso dell’onorevole sig. Allievi sul punto che concerne alla proposta da lui combattuta di fare di Torino un emporio commerciale delle sete italiane. lo concorro con lui nel riconoscere che siffatte istituzioni dipendono dal concorso di certe condizioni economiche naturali anziché da disposizioni artificiali; ma avverto che la posizione di Torino colla sua affluenza di strade e di ferrovie, e colla tranquilla ed assennata operosità della sua popolazione industriale, contiene già in sé le principali delle richieste condizioni delle quali nulla vieta e tutto consiglia, che se ne tragga. partito poi l'attendere a procacciare quegli altri requisiti accessorii, che diano vita a quel grandioso stabilimento di commercio, che si è proposto. Del pari io ammetto con lo stesso signor Allievi, che il desiderabile nelle industrie si è che i centri di produzione abbiano comunicazione diretta ed immediata coi centri di consumo; ma avverto, che da questo scopo ultimo di perfezione siamo ancora ben lontani, e ciò che appunto vi ci può per ora avvignare si è la costituzione dei grandi depositi od emporii in adatte località, per mezzo di cui resta oltremodo agevolato lo smercio e la circolazione dei prodotti. Quegli argomenti adunque in contrario addotti non mi pajono ostare al merito della proposta fattasi dell’erezione col detto stabilimento in Torino; e poiché oggigiorno sappiamo che il nostro Municipio sta avvisando ai mezzi di promuovere l'incremento industriale di codeste città, io crederei opportuno, che i verbali della presente e dell’anteriore nostra seduta fossero dal nostro ufficio di Presidenza trasmessi al benemerito Sindaco di Torino affine di chiamare la sua attenzione sulle varie osservazioni fattesi sopra di un argomento cosi vitale per noi, quale si è quello dell'industria serica, e specialmente nelle cose dettesi in ordine al proposto stabilimento dell’emporio commerciale delle sete in questa città. Relativamente all’istruzione richiesta pel maggior progresso nell’industria serica, io penso, che a ciò meglio che il Governo possano provvedere le associazioni private industriali, e di persone competenti per istudio o per pratica nelle materie tecniche, potendo finalmente queste associazioni promuovere nei vari luoghi piccoli corsi adatti alle più volgari intelligenze su quelle materie il cui esercizio è proprio dei luoghi medesimi procurando in questo modo non già studj dottrinali, che sono necessariamente lunghi, generici e poco volontieri frequentati dalla popolazione operaja, ma brevi lezioni, affatto famigliari, sovra argomenti speciali, delle quali é ben difficile che l’operajo non senta insieme il gusto e il vantaggio. E a questo proposito io accetto bene volentieri, non per me, ma per la Società Politecnica italiana, che ho contribuite in piccola parte ad iniziare, gli augurii e i pronostici favorevoli, di cui è stato largo verso di essa l'egregio signor avv. Benvenuti, e poiché questa illustre adunanza ha già in altra sua seduta dello scorso inverno voluto dimostrare il suo benevolo appoggiò in favore della detta Società, mi farò tacito di implorare la continuazione del suo patrocinio, ora che la Società Politecnica si è definitivamente costituita; e mi riprometto di essere in grado in una delle prossime sedute di presentare agli onorevoli membri di questa assemblea alcune copie del regolamento organico stato dalla Società Politecnica approvato in Adunanza Generale del 43 ora scorso aprile.

Sig. Tasca. Dirò dapprima, sebbene sia questa piuttosto una questione agricola, che la coltura dei gelsi non fece iti Piemonte sufficienti progressi, mentre da 15 o 20 anni si sestuplicò in Francia ed in Lombardia. Il benemerito Senatore Audiffredi ha provato cogli scritti e più ancora colle cose ammirabili che ha compite quanto si può moltiplicare la ricchezza del Piemonte con lieve spesa e fatica. Ma perciò, cessata una volta la malattia dei bachi molto resta da fare, massime nelle proprietà divise ove poco si curano la piantagione ed il mantenimento dei gelsi. Onde sarebbe opportuno il diffondere l'istruzione agricola in ogni comune coi maestri di scuola all’uopo che potrebbero insegnare i precetti più elementari dell’agricoltura pratico, e con poderi modelli che servirebbero d’esempio e di scuola pratica. di esperienza. Ciò non richiederebbe una grave spesa.

Il seme è ancora pur troppo soggetto a malattia onde si desidera tuttora semente sana proveniente da paesi esteri. Lo schiudimento si fa malissimo presso i contadini sotto le coltri è senza alcuna regola di temperatura, onde ne vien perduto una gran parte con loro grave danno, dacché il chilogrammo di semente invece di 100 franchi ne costa 500 o 600. Sarebbe quindi utile d’instituire in ogni comune delle camere di schiùdimento ove si farebbe questa operazione col migliore metodo per conto dei privati e con grande loro economia, giacché con lieve spesa se ne schiuderebbe una quantità molto maggiore, e riconoscendosi di cattiva qualità si potrebbe rinnovare per tempo. — Intorno alla trattura della seta si lamentò che venga affidata a piccoli filandieri muniti di poche bacinelle. Ma oggi colla facilità delle communicazioni si concentra generalmente nelle grandi filature i cui prodotti essendo migliori si vendono 12 o 15 franchi per chil. di, più che quelli usciti dalle manj dei piccoli filatorieri, onde a questi torna a conto di vendere i bozzoli piuttosto che di filarli. Grandi progressi si sono verificati nella quantità della seta estratta dalle filature, nella seta ridotta in trame ed organzini, onde. poco o nulla vi resta da perfezionare.

Sventuratamente la varietà delle razze di bachi introdotte dopo la malattia guasta un pò la qualità della seta. I torcitoj sono pure nel migliore stato possibile. Non credo però che le nostre sete siano più stimate a Lione delle sete francesi. Lo comprovano i listini del mercato. E ciò forse proviene dall’amor proprio nazionale dei francesi verso i loro prodotti.

Nelle manifatture vi fu regresso da qualche tempo. Il numero dei telai è di molto diminuito in Piemonte da che i dazi doganali si sono ribassati da 50 fr. per kil. a 30, a 15 ed a 10 fr.; lo che costituisce soltanto un diritto a valore del 4 o 5 per 100. Non vi è merce che non goda una maggior protezione. Eppure le nostre manifatture di seterie non hanno capitali che all'interesse del 6 o del 7 per 100 e non al tre per 100 come in Francia, pagano il combustibile tre volte più e non hanno ancora adottato un sistema economico di divisione del lavoro.

Ognuno fabbrica tutti gli articoli alla volta, dalla cravatta fino alla veste di lusso, come nel tempo in cui alimentavano solo il mercato ristretto del Piemonte. Ora invece col libero scambio, non vi è salvezza che nella divisione del lavoro, e nella fabbricazione delle stoffe unite. — La tintoria è nelle medesime condizioni. Si fa male ed in piccole proporzioni. Operandosi in grande si farebbe meglio e con minor spesa.

Un grande mercato serico non mi pare potersi qui stabilire.

Tale emporio dovrebbe attirare non solo le sete nazionali, ma anche le estere. Ora ciò è impossibile colla tendenza del commercio a diventare diretto, se le sete nostrali stesse si debbono esportare.

Avv. Mannucci. Disse il dep. Allievi che la questione delle sementi era predominante e che temeva non fosse ancora per cessare la malattia. Io credo invece che ne avverrà come delle malattie che colpirono altri animali o Vegetali. Tutte sparirono dopo un certo tempo. Sia dunque nell’animale, sia invece nella foglia del gelso, la malattia sparirà. Si deve solo badare a. non accrescere di troppo la varietà delle razze e del resto ad accrescere sempre i piantamene di gelsi..

L’ingegnere Susani parlò dei cascami che non sono utilizzati. Essi formano un decimo della produzione totale. Non è però vero che non siasi procurate di cavarne partito. Dieci anni fa si era fondata perciò in Arona una manifattura per la quale si chiesero cascami da tutti i produttori, offrendone i medesimi prezzi che in Francia. Ma dovette morire d’inedia per la inerzia della natura italiana. Non potè da principio ottenere la materia prima, e quando l’ebbe non potè smerciare i prodotti salvo in Francia.

Mi pare poi che l’industria serica come tutte le altre presso di noi avrebbe d’uopo di concentrarsi maggiormente. L’industria deve ormai esercitarsi in grande per essere proficua. Un emporio commerciale infine mi pare possibile a Torino, quando non sarà più la capitale d’Italia. La vastità dei locali, l’intelligenza le forze d’acqua, la materia prima, nulla vi mancherà. E se monca sinora il combustibile a buon mercato, non tarderà, col miglioramento dei prezzi del trasporto, ad ottenerli in buone condizioni il carbone ed il lignite di Cadibona. Credo pertanto al successo di questo emporio di sete.

Prof. Scullica. La città di Torino ha posseduto un secolo prima di Lione uno stabilimento per il condizionamento della sete che sta sotto la protezione della Camera di Commercio. Vorrei che s’invitassero tutte le altre Camere di Commercio a farne altrettanti. Osservo poi che mentre la terra ed il clima dell’Italia meridionale convengono perfettamente all’industria serica, la seta però vi è di qualità molto inferiore, perché l’allevamento dei bachi si fa pessimamente dai coloni e dai proprietari stessi. Gioverebbe perciò l’istruzione diffusa con istituti tecnici.

Cav. di Pollona. L’arte del filare la seta è forse quella che ha fatto presso di noi i più ampj e straordinari progressi.

Nel solo Piemonte si contavano in questi ultimi anni 550 filande con 19,000 bacinelle adoperate da 52,000 operaje, 144 torcitoj d’organzini e 51 di trame, i quali riuniti darebbero pane d lavoro a 14,000 operaj e produrrebbero 575,000 kil. di seta.

Non dirò che le seterie prodotte dalle nostre manifatture odierne valgano te seterie antiche che ci descrive il Cibrario parlando delle famose gualdrappe e ricche vesti che coprivano cavalli e cavalieri nei gran torneo del 1414 con cui si celebrava l’anniversario del Doge Tommaso Mocenigo, e di quei tappeti preziosi e di quelle ricche e stupende stoffe di seta d’ogni maniera che eccitarono lo stupore e la meraviglia dei famosi cavalieri della tavola rotonda, quando accompagnarono Carlo Magno alla fiera di Pavia. I nostri manifatturieri non sono da incolparsi di un decadimento che fu in massima parte l’effetto di cause politiche. Ora però che queste sono cessate non tarderanno a ripigliare il posto che loro appartiene per natura.

Rammenterò come Venezia fosse pur anche molto progredita nell'arte della tintoria che i libri del 1500 conosciuti sotto il nome di Plichto e di Maringola ossia l’arte dei tintori, sieno, al dire del Bischoff, la prima e più classica raccolta dei mezzi per procèdere alle diverse tinture.

Fra le altre cagioni a cui devesi attribuire la decadenza delle industrie veneziane, quella principalmente si fu delle loro leggi proibitive che spingendo la concorrenza respingevano anche il progresso e condannavano le industrie ad una colpevole inerzia e dannosa ignoranza, che fece dire al celebre Berthollet: «L’industria dei veneziani come quella dei cinesi fu precoce ma stazionaria.»

Nei gelsi dirò non essere forse un male che l’Italia non siasi maggiormente affrettata a moltiplicarli mentre fervè la malattia. Nelle provincie delle Cevenne in Francia le terre che nel secolo scorso valevano pochi denari erano salite 10 anni sono all’enorme valore di 40,000 fr. l’ettare, cd ora a cagione della malattia che affligge il baco minacciano di perdere l’intiero loro valore.

Ora per vedere a che stato sia e quale specie di margine possa avere l’industria serica in Italia volgiamo gli occhi a quella poca, scarsa ed incompleta statistica che si può appena desumere per approssimazione da alcuni dati sparsi qua e colà nelle varie provincie d’Italia.

Noi sappiamo che mentre la Francia produce 28,000,000 kil. di bozzoli, l'Italia ne produce a un dipresso 29,000,000 distribuiti in questo modo:



Piemonte 4,000,000
Lombardia 20,000,000
Romague 1,700,000
Toscana e ex Ducati 1,500,000
Due Sicilie 2,000,000
29,200,000

Dall’Italia poi si fa un’esportazione di seta filata di 2,585,900 kil. divisi come segue:
Piemonte 160,000
Lombardia 1,620,000
Romagne 195,000
Toscana e ex Ducati 40,000
Due Sicilie 270,000
TOTALE 2,585,900

Il consumo interno è appena di 600,000 kit. di seta, mentre sappiamo che la Francia, la quale esporta poi la seta lavorata per un valore di 640,000,000 fr., cioè per 90,000,000 di più del valore di tutte le altre esportazioni riunite d’Inghilterra, Austria, Germania, Svizzera ed Italia, ne consuma ben più; l'Italia sola ne importa dalla Francia pel valore di circa 50,000,000.

Avendo essa la fortuna di possedere cosi abbondante la materia prima e tanta abilità nel lavorarla, tanto varrebbe che facesse pure ogni sforzo per emanciparsi anche dalle manifatture francesi e non regalare loro una somma cosi cospicua quale si è quella da me testé accennata.

Qui sorge la questione del modo con cui si potrebbe procedere per dare all'Italia quest'avviamento industriale e se ne convenga o no di stabilire, ed in che modo ed in qual sito, un grand'emporio industriale. Io senza entrare nell’esame dei sistemi di forza motrice che potrebbero usarsi a Torino, né del sistema Sommeiller dell’aria compressa che potrebbe portare una rivoluzione nell'industria, dirò soltanto che Torino, essendo ora la città che offre le migliori condizioni per l'impianto di qualche manifattura, per l'abbondanza della forza d'acqua, per l'educazione già più progredita degli operai e per il poco costo della mano d'opera, è opera savia d’incoraggiarla con ogni mezzo possibile a diventare una città industriale.

Al tempo del governo terrorista la città di Lione contava appena 50,000 anime; oggi ella ne conta 300,000. Voi vedete che passo da gigante essa fece in mezzo secolo. La industria della seta vi produce da sé sola 300,000,000 di franchi, che rappresentano una enorme quantità di salari ripartiti fra una popolazione laboriosa nella campagna come nella città. lo non dico già che le manifatture, in seta d’Italia debbano avere per scopo di fare concorrenza per esempio ai cosi detti articoli di moda o façonnés di Francia come si vorranno chiamarli, anzi credo che ciò sarebbe un grave errore perché il gusto e la moda non si comandano, e sono il frutto dell’esperienza, cioè di profondi studi, di lunghi lavori, di continui e progressivi perfezionamenti nel disegno, nella tintura, nei metodi medesimi di lavorare.

I così detti façonnés sono il più bel vanto della fabbricazione francese. Sono cosi chiamate quelle stoffe su cui appariscono disegni formati da una combinazione di fili di chaine e di fili di trama. La ricchezza e dellcatezza d’esecuzione vi è spinta ad un grado che fa stupire ed incanta, e quantunque quest’arte sia nata in Italia fu dalla Francia portata all’apogeo a cui è giunta.

Ma se sarebbe follia per noi il voler fare concorrenza alla Francia in siffatti generi di lavoro, rimangono però sempre, alle nostre industrie le stoffe unite, i nastri, i foulards, i tessuti per mobili, i velluti; le quali stoffe tutte, per opera degli attivi ed intelligenti nostri industriali, nulla hanno a temere dalla concorrenza estera e forse anzi gli industriali esteri dovranno temerla da noi per il prezzo migliore a cui potranno essere quelle stoffe vendute.

Si guardi la Svizzera; questo paese che per la sua posizione geografica ha pochi sbocchi e nessun mercato rilevante, che è povero di materie prime e certo non ricco di capitali, parrebbe non dovere contenere molte manifatture in seta. Eppure esso è il primo dopo Francia ed Inghilterra. Quello che forma la specialità delle sue produzioni a le rende ricercate si è il loro buon mercato.

A quale cagione devesi attribuire questo strano fenomeno?… All’influenza della libertà, all'intelligenza, al vigore ed alla frugalità delle popolazioni che vivono sotto l’egida dei buoni principj.

Mi si lasci adunque formulare un volo, ed è che se per profittare eziandio dei benefici influssi della libertà di cui da 14 anni già si gode in queste contrade, e per approfittare dello estendersi del mercato offertoci dall’indipendenza ed unione d’Italia, si venisse a costituire una Società col patriottico intento di creare qualche industria di seta o di qualunque altro genere a Torino, essa riceverebbe da tutti noi ogni maniera d’incoraggiamento si morale che materiale, colla convinzione di fare cosa utile e vantaggiosa a Torino non solo ma a tutta Italia.

Avv. Ferrero Gola. Risponderò al sig. Tasca che se i nostri organzini non godono più la riputazione antica, ciò avviene perché mandiamo le nostre sete gregge all’estero per lavorare noi le sete estere e le più cattive che oggi inondano i nostri mercati. Ciò non toglie che le sete nostrali ottennero nel 1855 la medaglia d’onore all’esposizione di Parigi. Sui mezzi poi di fare progredire la nostra industria, si è parlalo molto, senza indicare come si dovessero mettere in pratica. Ed io credo che non al Governo ma alle private associazioni spetti di diffondere l’istruzione tecnica e di usare gli altri mezzi indicati.

La Società Agraria, la Società Politecnica molto possono fare colla benefica forza dell’associazione che tanto valse nel Belgio e nell’Inghilterra. La prima è ormai estesa a tutte le provincie italiane, ed oltre all’istruzione agraria potrebbe raccogliere i dati statistici che mancano. le scuole tecniche infine ritengo che debbano esser scuole pratiche di operai maestri insegnanti od apprendizi.

Prof, Dancona. Mi pareche siasi dimenticato qualche lato della questione. Il problema di rianimare l’industria serica è scientifico e pratico. Se si domanda innanzi tutto dove per condizioni naturali del territorio e dell’industria si può ottenere la miglior seta, io rispondo che dopo lunghi e profondi studii ho riconosciuto che si ottiene fra il 44 ed il 45 grado di latitudine, e cosi in Italia, nell’Europa, nell'Afghanistan in mezzo all'Asia.

Egli è perciò che la nostra produzione serica soprasta naturalmente a quella di tutte le altre nazioni d’Europa e che la Francia, la Svizzera, l'Inghilterra ricercano avidamente le nostre sete. lo mi sono del resto confermato in questa idea col visitare in Amsterdam tutti i campioni delle sete prodotte dalle antiche repubbliche italiane partendo dal 1300, e mi riservo di presentare a questo riguardo una memoria più dettagliata.

Si è detto che la trattura della seta non è inferiore presso di noi a quella d’altri paesi. Io credo il contrario. Nel Delfinato, p. es., in Francia si filano molti bozzoli di Oriente infetti di molta bava. Eppure i signori Masson riducono questi bozzoli in una seta che non si potrebbe a prima vista distinguere dalla nostra. Lo stabilimento Pravo è il solo in Italia superiore ai francesi, ma i suoi prezzi sono più elevati. I francesi per estrarre la seta non adoperano stoppa, acqua calda, ma vapore, ioduro di potassio; riducono l'acqua con paglia, carbone ecc. Si dovrebbero in Italia usare gli stessi mezzi. le nostre sete essendo le migliori del mondo ed i nostri operai essendo anche a Lione i più abili operai da seta, il successo della nostra industria pe sarebbe vieppiù assicurato.

Per il commercio della seta vorrei l’aiuto del credito. Quando nel 1852 s’impiantò presso di noi il credito mobiliare io proponeva di convertirlo in un bancosete. Ciò che opprime l’industriale è il caro prezzo dei capitali il cui interesse sale sino al 15 per 100. Come si possono in tali condizioni fare grandi operazioni, chiamare buoni operai dall’estero?

La divisione del lavoro esiste veramente presso di noi. I nostri velluti contrastano per la qualità ed il prezzo con quelli d’ogni altra nazione.

I nostri fabbricanti hanno una grande intelligenza, ma mancando di credito debbono vendere le stoffe sul telaio. Per emancipare l'industria ci vogliono cnmmissioriari che tolgano ai produttori ogni cura all'infuori della produzione ed un banco-sete con magazzini generali è warrants per mobilizzare i valori dell’industria serica e liberarla dall’oppressione dei capitalisti.

Sig. Roggiero. Dirò qualche parola sulla trattura della seta di cui mi occupo specialmente. Prima del 1856 la seta d'Italia era di buona qualità sebbene i metodi per trattarla non fossero i migliori. Ora si è deteriorata, ma il lavoro che richiede non si fa meglio. La trattura si fa o con poche bacinelle o con troppe che non si possono sorvegliare, il sistema più economico è quello dei francesi che non hanno più di 40 o 50 bacinelle ih esercizio continuo.

Qui invece i banchieri affidano la trattura a commessi mai pagati e non se ne occupano mai in persona, mentre per ottenere una buona qualità di seta ci vuole una grande sorveglianza. Onde poi la seta sia regolare senza duvet conviene scegliere accuratamente i bozzoli e non filare assieme quelli di bava forte e quelli di bava debole. Questa cura usata in Piemonte ed in Lombardia non lo è punto nell’Italia meridionale.

Nella Romagna il sig. Berretta è il solo a farla. Si debbono poi gettare le cosi dette berrette perché troppo costano a filare mentre non danno buona seta. Ma la riforma che reputo più importante è quella di filare tutto l’anno come fanno i francesi, mentre qui si perde per la maggior parte dell'anno l’interesse del capitale che rappresenta la filatura e quando di una contadina dirozzata si è fatto un operaio abile, lo si rimanda ai lavori della campagna, poi le nostre sete non sono più preferite alle francesi sul mercato di Lione ciò non è per amor proprio nazionale francese, ma per la decadenza che hanno subito.

La tessitura del secolo scorso era debole perchè non aveva altro mercato che il Piemonte. Riunito questo alla Francia si sviluppò rapidamente ma dopo la ristorazione, isolata e protetta da forti dazi, sonnecchiò di nuovo mentre però i fabbricanti facevano grossi profitti. Giunta la riforma doganale si trovò talmente indebolita che di 7000 telai che battevano a Torino non ne restano più che 4000. Ciò non pertanto facciamo prodotti migliori che per lo addietro, sebbene inferiori a quelli della Francia.

Reputo inutile un emporio commerciale della seta, non vorrei speculazioni del credito mobiliare od altre; vorrei solo l’opera dei privati stimolali dal loro interesse personale. A Milano ed a Como si lavora ed a miglior mercato, mentre poi le sete lombarde avendo un minor peso ed un maggior volume delle nostre danno un maggior profitto. In quanto all’utilità delle scuole di disegno, non ci credo. Non abbiamo gusto per la moda e del resto gli artisti francesi che fanno i campioni sono pochi e pagati 12 o 15,000 franchi a Lione. Non possiamo lottare con essi.

Avv. Mannucci. Io protesto contro questa asserzione, e credo ben provata l’utilità delle scuole di disegno.

Avv. Siccardi. Aveva proposto l’idea di un emporio serico, indicando solo in via sussidiaria la città di Torino come il luogo più adatto per questo. Sono lieto di avere ottenuto in ciò l’appoggio del sig. Mannucci e ricorderò che la posizione geografica vicina al mercato di Lione, l’indole degli abitanti, la forza matrice dell'acqua, l’intelligenza degli operai favoriscono questo progetto. Il combustibile manca bensì ma si richiede in tenue proporzione per la seta.

Un grande banco ci vorrebbe, aiutato dal Governo e dal Municipio, il quale fosse fondato da una associazione d’industriali. Vorrei del resto che si assecondino le intenzioni del Consiglio municipale per le industrie di Torino, e che perciò gli si trasmetta, se lo si reputa opportuno, il processo verbale delle nostre discussioni.

Pascal Duprat. Indicherò un libro ove si possono studiare profondamente queste questioni, il libro di Reybaud sugli operai del cotone e della seta, pubblicato alcuni anni sono. Egli cita Lione, la Svizzera, esamina come questo paese ha potuto lottare col genio francese e riconosce che fu rinunciando agli articoli di moda e producendo stoffe unite con quella pazienza, quell’attività, quella frugalità operaia, quella energia di lavoro che tanto l'onorano. Io non farei di questa questione una questione di patriottismo. L’Italia non può per ora lottare con Lione e non è che per le stoffe semplici ed unite che deve principiare.

Prof. Dancona. Anche nelle stoffe fine possiamo lottare quando vorremo. I signori Rossi e Lampugnani, p. es., possono eseguire ogni stoffa di seta come i primi fabbricanti lionesi. Volendolo possiamo essere i primi nell’industria della seta.

Prof. Reymond segretario della Società.


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Annotazione

Mentre noi approviamo le assennate osservazioni presentate dai varj membri dell’Associazione intorno al modo di sviluppare ognor più la produzione e l’industria serie in Italia, crediamo di dove convenire nel voto espressa dal deputato. Allievi sull’assoluta sconvenienza che si abbia in qualsiasi città d’Italia, foss’anche Torino, istituire un grande emporio serico. Allorché si voleva iniziare per Milano un simile progetto, nei nostri Annali di statistica l’illustre nostro amico Cattaneo dimostrò nel modo più vittorioso il pregiudizio gravissimo che ne verrebbe il paese dall’istituzione di un grandioso deposito di sete.

L’attuale condizione del mercato serico sia in Europa che in America è cosi costituita da non permettere a qualsiasi popolo alcun monopolio in nessun ramo di produzione e molto meno poi nelle sete che saranno sempre un articolo di lusso. Guai all’Italia se volesse imporre i prezzi della sua seta ai consumatori stranieri!

Questi trarrebbero da altre contrade il filo serico e la nostra penisola si troverebbe negletta. Noi non sappiamo come i dotti e generosi membri della Società di economia politica che propugnarono sinora le dottrine della liberi commercio abbiano potuto cadere in buona fede in cosiffatta ubbia. Raccomandino pure la migliore produzione serica, ma si guardino bene dal consigliare ai produttori di far deporre la loro merce in un unico emporio per dar la legge al mercato universale. Il monopolio e la libertà sono due cose che non camminano insieme. Questo diciamo francamente perché non abbia il Municipio di Torino o la sua camera di commercio da nutrire il pensiero di creare il proposto emporio serico. Ove ciò volesse tentarsi noi ritorneremo a spiegare quella vigorosa opposizione che valse anni sono ad impedire la creazione del monte-sete a Milano.

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ANNALI UNIVERSALI DI STATISTICA, DI ECONOMIA PUBBLICA, ECC.

BOLLETTINO DI NOTIZIE ITALIANE E STRANIERE E DELLE PIÙ IMPORTANTI INVENZIONI E SCOPERTE

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

VOLUME CINQUANTESIMOTERZO

Secondo Semestre 1862

Fascicolo di Luglio 1862


Rendiconto della Giunta Provvisoria di Commercio in Napoli sulle forze produttive delle Provincie

Industria Agraria. Molti e svariati sono i prodotti del nostro suolo, e specialmente quelli di cui si fa esportazione all'estero, come olio, grano, avena, civaie, robbia, lana, liquirizia, seta, seme di lino, anici, mandorle, carrube, pelli di agnelli e capretti, zafferano vino, droghe, frutta secche e fresche, specialmente fichi ed agrumi, e finalmente succhi ed essenze di limone, ed altri di minor conto.

Questi prodotti si ottengono abbondevolmente piuttosto dalla feracità del suolo, dalla benignità del clima, anziché dalla condizione avanzata e prosperevole dell'industria agricola in questa regione.

Possiamo considerare in generale che l’agricoltura in queste provincie del mezzogiorno, fatta astrazione di poche contrade, è assai mediocremente progredita, benché la varietà del suolo, la ubertosità delle terre e la dolcezza del clima ci offrano assai propizie condizioni ad ottenere i più grandi e felici risultali. L’opera governativa non potrebbe oggi aiutare gran fatto l'agricoltura, indirizzandola e promovendola con ispeciali mezzi e sussidi; ma dovrà aspettare piuttosto che, favorita dall'influsso della libertà e del progresso civile, cresciuti i traffichi e le favorevoli condizioni, possa svolgersi e migliorare colla successione del tempo.

Ciò che il Governo potrebbe fin d’ora praticare utilmente per sussidiare l'agricoltura, si è di promuovere ed attuare fra noi efficaci ordinamenti, atti a favorire nei modi bene intesi l’irrigazione dei campi, ed incoraggiare con qualche premio o vantaggio quegl'intraprenditori che s’offrissero di eseguirli con private associazioni, sia costruendo canali, sia cavando pozzi artesiani, od altre intraprese di simile natura.

Altrettanto è a dirsi per lo arginamento dei fiumi e torrenti, è pel prosciugamento dei terreni paludosi; con ciò si renderebbero all'agricoltura vaste, terre un tempo ubertose e feraci, ed ora deserte, perché micidiali.

Vi han fiumi e torrenti che devastano ampie terre, e che, lasciando spesso acque stagnanti, astringono gli abitanti a fuggire da quelle contrade, che furono per lo addietro prospere e feraci.

Le provincie di Salerno, di Capitanata e delle Calabrie offrono più delle altre questo spettacolo rincrescevole.

I privati che posseggono queste terre, o per ignavia, o per difetto di mezzi, se ne ristanno, e manca una mano direttrice che vi promuova le opere opportune.

Il cessato Governo avea creato una Commissione di bonifiche, ed a parecchie di queste opere avea poste mano, mettendo a contribuzione i possessori delle terre. Ma nessun utile effetto si potè vederne, malgrado che i proprietari vi avessero con grave dispendio contribuito.

Sarebbe cosa opportunissima il richiedere le Deputazioni. provinciali, perché formassero Commissioni, associando all’opera loro persone sufficienti per ogni distretto, le quali potrebbero innanzi raccorre i dati statistici e le conoscenze di fatto, e divisare per i mezzi opportuni ad ottenere oasi desiderali miglioramenti.

Alle attuali condizioni della industria agricola pare che non noccia in nessuna parte l’attuale sistema tributario: nuoce però assai la mancanza di sicurezza in cui sono molte provincie, e soprattutto le Calabrie.

Questa Giunta Consultiva non può non invocare istantemente e con ogni altro potere il sussidio del Governo, perché provvegga con pronte ed efficaci misure.

La pastorizia e l’agricoltura si risentono di tanto male: già molti campi son deserti, e molti armenti disratti; e se il disordine non avrà fine, non tarderanno a risentirsi i più pericolosi effetti. da ultimo torna qui utilissimo richiamare la speciale attenzione del Governo sul presente stato del Tavoliere di Puglia, onde non si differisca di apprestarvi quei miglioramenti che quella vasta e feracissima estensione di. terreno reclama

Industrie e manifatture. — le industrie che presentemente fioriscono in questa meridionale parte d’Italia non sono di piccola considerazione; anzi, avuto riguardo alle condizioni economiche troppo infelici in cui sono stati questi popoli, può dirsi che il loro progresso industriale non sia inferiore a quello di alcuni Stati Europei.

E però non senza rincrescimento noi della meridionale Italia abbiamo udito parlare con leggerezza e disprezzo di queste nostre industrie, e riputarle cosa vile e da poco.

Questa Giunta adempirebbe male il suo compito, né risponderebbe al nobile intento cui deve mirare, se nell'occasione di voler rilevare e porre in rilievo lo stato vero di queste industrie, mancasse di esporre al Ministero quei giusti reclami che oggi si fanno, per l’abbandono e la noncuranza in cui sono tenute.

Le manifatture più importanti ed estese in queste nostre provincie meridionali, specialmente Napoli, Terra di Lavoro, Principati Citra ed Ultra, sono la filatura meccanica del cotone, le manifatture in cotone e miste di cotone e lana, nonché le stamperie di tele di cotone, quella dei pannilana, e la manifattura della carta sia a macchine continue, che a mano.



1.° Delle filande in cotone si contano non meno di sei stabilimenti importanti, specialmente quei delli signori Vonwiller e C., i quali danno un prodotto annuale di quintali metrici 28,000, che al valore coacervato di Ducati () 50 in quintale rende D. 1,400,000
2.° Le tessiture meccaniche sono non meno di sette stabilimenti, i quali danno un prodotto annuale di circa pezze 170,000, che possono stimarsi un valore di D. 1,000,000
3.° Si contano quattro stabilimenti importanti di cotone stampato a canne ed a fazzoletti, i quali producono un valore annuo di D. 1,500,000
4.° Le tintorie a vapore di cotone filato, e tessuti in rosso Adrianopoli, danno un prodotto, il quale si stima D. 250,000
5.° Le lane filate, dette stameggiate, si stimano per un prodotto di quintali 4000, e son opera di molli e piccoli opifici, e di minuta industria, da cui si cava un valore di circa D. 400,000
6.° Le filande di lino e canapa sono due, che danno un prodotto di D. 47,000
7.° le industrie di pannilana e. carta, non meno di 26 opifici nella provincia di Salerno, e circa 36 nel distretto di Sora, cioè in Arpino, Isola di Sora e Santelia, e due in Napoli. Il prodotto di tali opifici deve stimarsi non minore di D. 2,500,000

Essi consumano in lane quasi tutte nostrale, quintali 25,000.

Questa è la stima che si fa del prodotto dei grandi stabilimenti; ma devesi pur tener ragiona dell’estesissimi industria minuta ed a mano, cosi dei cotoni, che delle lane e dei tessuti uniti.

Si può calcolare quintali 28,000 la quantità dei cotoni che si filano in questa parte d’Italia e quintali 42,500 la quantità dei cotoni rimessi dall’estero nel solo anno 1858 nella sola dogana di Napoli senza tener conto di quanto fu introdotto per contrabbando.

Epperò questa cifra si può portare ad un valore di ducati 10,000,000 senza tema di errare; la quale unita all’altra che si computa di oltre D. 7,000,000 come si è premesso, si ha un complessivo prodotto in valori manifatturati del genere di sopra, in D.. 17,000,000.

Non sono industrie di poca considerazione le altre dei cuoi conci, della seta e delle lastre le quali tutte offrono belli e grandiosi stabilimenti. dove sono versati fortissimi capitali, che danno alimento ad un numero ben grande di operai, nonché lustro e decoro al paese.

1.° Esistono. non meno di venti fabbriche di cuoio montate all'uso estero nella sola provincia di Napoli, sette in Terra di Lavoro, e cinque nelle Calabrie, oltre altre 300 piantate sull'antico metodo del mirto.

Il valore dei cuoi secchi in pelo, che si ritirano annualmente dall’estero può ascendere a D. 1,500,000, secondo le più esatte informazioni; a detto valore si aggiungano altri D. 500,000 per le spese di concia e mano d’opera; e cosi l’intero valore del genere straniero manifatturato in questi stabilimenti può ritenersi in tempi ordinari ascendere a D. 2,000,000.

I cuoi delle Buccerie nostrali si possono calcolare al numero di 60,000 per ciascun anno i quali, al prezzo medio di D. 8 ognuno, importano D. 480,000.

Il peso di ciascuno di essi è di rotoli 15 () ridotti allo stato secco, e quindi si hanno cantaja 9000 (). le spese di manifattura ascendono a D. 20 il. cantato e (sommano D. 180,000, che uniti al primo loro valere di D. 480,000 rappresentano un valore di D. 660,000.

Sicché lo intiero importo dei cuoi conci si nell'uno che nell'altro sistema può estimarsi annualmente in tempi ordinari D. 2,660,000.

2.° La produzione della seta nel decennio dal 1840 al 1850, di qualità ordinaria e fine, presentò un valore di libbre 1,300,000 a libbre 1,500,000, sicché per ogni anno la media di tale produzione fu di libbre 1,400,000, pari a quintali metrici 4496 e 80.

Nel successivo decennio, cioè dal 1850 al 1860, quasi tutta la seta fu di qualità fine detta organzino, ed offri il prodotto dì libbre 4,000,000 a 800,000; quindi la media fu libbre 000,0)00, pari a quintali 2890 e 80.

Nel trascorso anno 1861 la produzione è valutata circa libbre 700,000, pari a quintali metrici 2,248 e 40.

La ragione unica di questa successiva diminuzione di prodotto fu la malattia dei bachi, la quale anziché scemare, si rende più perniciosa.


Il prezzo medio del primo decennio fa di D. 4 la libbra, sicché in ogni anno il valor medio fu di D.  5,600,000
Quello del secondo decennio fu di D. 5,50, quindi il valore fu di D.  4,950,000
In questo anno il prezzo è parimenti di D. 5,50, quindi il valore è di D.  3,850,000

L’aumento dei prezzi fu cagionalo dalla minorazione della produzione per la malattia del baco, e sarebbe stata ancora progressivamente maggiore senza i motivi della guerra di America e dello stato politico d’Europa.

Di tutta la descritta produzione nelle nostre fabbriche () non si lavora che una piccola quantità nella proporzione di un ottavo, o di un decimo, ed il di più si esporta all’estero greggia, perché ricercatissima per la sua speciale elasticità. Vien supplito al bisognevole per lo alimento delle nostre fabbriche colla immissione in franchigia della seta di Persia, e da altre parti orientali, le quali vengono a miglior mercato, e per la qualità loro più ordinaria si adoperano per trame dei tessuti, e per seta da cucire.

3.° Fabbriche di lastre e cristalli.

Diverse sono le fabbriche in vetrerie, lastre, e bottiglie esistenti in queste nostre province.

Ve ne ha quattro in vetro, lastre per finestre, campane cilindriche ed ovali per coprir vasi da fiori ed orologi; cioè: una in Vietri di Salerno con un forno ad otto. padelle: un’altra a S. Giorgio Aeremeno con un forno a sei padelle: una terza a Granatello anche sei padelle, ed una quarta a Zoppino, provincia. di Salerno con cinque padelle.

Questa industria è piuttosto fiorente, essendo la qualità della mercanzia a livello delle fabbriche di Francia e del Belgio.

Il prezzo però di esse è alquanto più sentito; cause principali ne sono: 1.° il caro dei combustibile, dovendo servirsi delle legna, di cui buona parte si ritira dalla spiaggia romana con forti trasporti, mentre le fabbriche estere si valgono del carbon fossile, che possono avere a condizioni migliori; 2.° il prezzo elevato degli, alcali, che si traggono dalla Francia e dall’Inghilterra, pel difetto in cui siamo di fabbriche di prodotti chimici.

La produzione di queste fabbriche vieti limitata dal semplice consumo interno; ed offre un valore di D. 300,000, lordo di quelle deduzioni di commissioni, sconti cd abboni, che la fragilità del genere e 1’uso del commercio ha introdotti.

Esse potrebbero dare il doppio dell'attuale produzione con una piccola differenza d’impiego di capitali.

Il numero di operai impiegati in queste fabbriche può ritenersi di circa 500 con una mercede di D. 6 mensili per i braccianti ed artieri, e di ducati 120 e 130 al mese per i maestri che lavorano alla tariffa.

Le fabbriche di bottiglie nere per uso di vino, liquori e birra sono quattro, e sopo stabilite tre in provincia di Salerno, e l’altra in S. Giovanni a Teduccio, provincia di Napoli, con forni da otto a cinque padelle.

Esse danno una limitata produzione atteso il poco consumo che si fa dell'articolo, per non esservi in queste nostre provincie manifatturazioni troppo considerevoli di vini da spedirsi in bottiglie per l’estero; ragione per la quale ogni fabbrica lavora tre mesi soli dell'anno.

La vendita annuale del prodotto di queste fabbriche si ritiene offrire circa D. 30,0,00.

Gli operai che lavorano sono in numero di circa 300, con un trattamento simile a quello di sopra indicato.

Finalmente vi sono altre due fabbriche di mezzo cristallo, per uso di oggetti ordinari di profumerie.

Di esse una esistente in Napoli produce annualmente un valore di circa D. 18 a 20,000, od alimenta una cinquantina di impiegati con diverso trattamento.

L’altra è in Caivano, e produce in ogni anno un valore di D. 9 a 10,000, ed occupa circa quaranta operai con diversa mercede.

Tutte queste industrie però non versano oggi nella più favorevole condizione, anzi sono minacciate di rovina, non potendo reggere sotto un sistema daziario, che apre improvvisamente la barriera alla concorrenza straniera, senza aver curato quei provvedimenti opportuni pei quali solamente si poteva andare senza scossa da un sistema protettore ad uno tutto opposto. Molti di questi stabilimenti, come a cagion di esempio quelli dei cuoi, contengono gran massa di mercanzia lavorata sopra una materia grezza assai più cara, come quella che aveva già sostenuto uri forte dazio sulla introduzione, senza parlare del maggior prezzo che in Napoli costano le cuoia grezze, perché non avendo noi commercio diretto colle Americhe per difetto di una Dogana di deposito per la riesportazione libera, siamo necessitati di provvederci da altre piazze, come Marsiglia e Genova.

In Francia nel passare da un sistema di protezione e quasi proibitivo, cioè dal dazio altissimo del 80 per 100 a quello delle nuove tariffe, fu disposto che queste fossero messe in esecuzione dopo un anno per talune manifatture, e per altre dopo classi mesi diciotto; e ciò per dare sfogo a quelle già confezionate, e che si trovavano gravate dal dazio primitivo sulle materie prime, e per dar tempo ai giusti reclami.

Cause altresì d’impossibilità per le nostre industrie a poter concorrere con gli stranieri, sono i grandi vantaggi che essi, e specialmente glInglesi, si hanno, tanto per l'acquisto delle materie prime, di cui si possono provvedere a miglior prezzo, quanto pel carbon fossile, che per essi è un prodotto quasi gratuito, e pel corredo delle macchine, che si procacciano con più facilità e minore spesa.

E cosi è a dirsi per tanti articoli ed aiuti inservienti all'industria ed a tutto ciò si aggiunge il favore di uno sconto, che in Inghilterra è ordinariamente più mite che presso di noi, oltre alla grande facilità di scontare effetti presso la Banca. locché costituisce il più potente mezzo per contrastare con altre industrie, le quali come le nostre, sono sorte e si sostengono senza qualunque appoggio o sussidio di sorte alcuna.

Per queste ragioni da noi assegnate non è meraviglia se dei prodotti delle manifatture nostre non si faccia per l'estero esportazione, meno che per alcune, come le garancine, i coloni filati tinti di rosso Adrianopoli, ed i tessuti lisci della stessa tinta, perché gli elementi di questa tinta formando un prodotto del nostro suolo, qual è la robbia, l’olio, il sommacco, non temono la concorrenza sui mercati esteri.

Inutile è forse oggi elevar reclami, e troppo tardi forse si apporterebbero rimedi alle ferite che si son fatte.

Il cessato Governo tenendo in piedi un esercito di 100,000 uomini, provvedeva al fornimento di esso coi prodotti della nostra industria, e di ciò doveva essere ben soddisfatto, perché in questi prodotti trovava consistenza e durevolezza che non si trovano in quelli dello straniero.

Oggi i fornitori dell'esercito, lontani da questa parte d’Italia, non hanno alcun pensiero o riguardo ai prodotti dell’industria nostrale, e pensando piuttosto alla illusiva apparenza che alla buona sostanza dei fornimenti militari si rivolgono ai prodotti stranieri.

Pessima cosa è poi che il Governo conceda loro d’introdurre la mercanzia esente dal dazio di immissione, come se lo Stato non perdesse da un lato quel tanto di guadagno; oltrecché si arreca in cotal modo danno inestimabile alla nostra industria.

Industrie cartiere. — La importanza dell’industria della carta ci obbliga ancora a farne un cenno particolare.

La industria della carta è certamente delle più progredite in queste provincie. Si contano circa 9 stabilimenti che lavorano con venti macchine continue, posti quasi tutti del distretto di Sora, oltre le cartonerie.

Questi stabilimenti danno un prodotto annuale di circa quintali metrici 5,000.

Si contano poi circa 53 cartiere a mano, poste quasi tutte nella costiera d’Amalfi, le quali lavorano con 137 tini, e danno un prodotto annuale di quintali 30,000.

Cosi il totale della produzione è, stimato in carta, quintali 80,000, che ragguagliati al prezzo medio di D. 29,41 per ogni quintale, formano il valore di D. 2,352,800 annualmente prodotto.

La materia prima, cioè gli stracci, in circa di quintali 120,000, è tutta raccolta e fornita nel paese stesso.

Merita particolare attenzione del Governo il considerare, che questa produzione non è consumata per soli i bisogni di queste provincie, ma si esporta annualmente per le isole Jonie, per la Grecia e per altre parti d’Oriente, nonché per Trieste.

Una quantità considerevole di questo prodotto, stimato non minore di quintali 8000, si adopera in sussidio di altra industria importantissima, quella dei frutti, degli agrumi, per avvolgerne e custodirne le casse che si esportano per l’America e gli Stati settentrionali d’Europa.

Ciò che ha fatto prosperare molto questa industria, che anni or sono era di piccol conto, è stato non tanto una erta protezione accordatale dalle leggi doganali sulla introduzione della carta forestiera, quanto la possibilità di procacciarsi la materia prima a prezzi più discreti.

Questa Giunta di commercio sente il dovere di rassegnare al Ministero, che la Tariffa che ora vige nel Regno Italiano cura troppo poco una materia prima tanto importante, qual è quella che serve per la carta, quando le nazioni più progredite in industria per tutta Europa, la custodiscono gelosamente come quella che è un vero tesoro, e che non si può produrre a volontà.

Questo ha portato la necessità d’imporre una tassa eccezionale d’imbarco, la quale impedisce il traffico di questa merce con le altre provincie italiane.

Sarebbe di gran lunga preferibile che il dazio di esportazione imposto su questo articolo venisse modificato nell’interesse di tutta la industria italiana; cosi potrebbe farsi a meno di questa tassa che ora si è resa indispensabile per non rovinare gli stabilimento di queste Provincie.

La Giunta si fa un dovere di rimettere una Memoria presentata dagli industrianti di queste provincie, la quale merita di esser tenuta in considerazione per le ragioni pratiche che vi sono esposte, e per i dati statistici che offre.

Commercio interno. — I rami più importanti del commercio interno sono principalmente i prodotti del suolo, ma, bisogna pur dirlo, non trovasi punto in prosperevole condizione; e ciò per la mancanza di utili mezzi di trasporto, come strade ferrate, canali, vie rotabili e comunicazioni agevoli.

Per questo non vi è possibilità in molti paesi di vendere agevolmente i prodotti, e cavarne il giusto prezzo. L’industria agricola in particolare ne risente i più funesti effetti.

A quest’ora si aggrava la insicurezza delle strade, e la moltiplicazione di un brigantaggio feroce, che infierisce nelle provincia, e minaccia i più gravi danni, se non si provvede con pronti ed efficaci rimedi.

Questa Giunta Consultiva invoca con ogni suo potere l’opera efficace e pronta del Governo, perché non lasci ogni mezzo intentato per ovviare un cosi gran male. A questo intento gioverebbe assai il costituire prontamente una linea di vapori trafficanti,che giornalmente facessero il giro lungo le costiere del Tirreno e dell’Adriatico; cosi una gran parte del traffico, e il trasporto delle persone si farebbe per la via del mare tanto agevole e sicuro.

Ancora la Giunta sente l’obbligo di reclamare in nome del commercio di queste provincie meridionali, che si provvegga a costruire dei porti e luoghi di ricovero ai naviganti lungo le costiere del Tirreno e dell’Adriatico.

Si dovrebbe senza remora deputare una Commissione che studiasse e proponesse il modo più agevole e pronto per vedere attuato un cosi utile e tanto aspettato provvedimento.

Da ultimo, si fanno calde istanze, perché in questa città capitale della meridionale Italia sia costituita una Dogana di deposito (entrepót); il che sarà di grande utilità per questi popoli, e ne farà rifiorire il commercio e la navigazione.



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Relazione della Camera di Commercio e d’industria di Milano sulla condizione economica dell'Industria dell'Agricoltura e del Commercio della provincia

Agricoltura. — I prodotti principali dell’industria agraria della provincia di Milano sono frumento, grano turco, riso, fieno, formaggio detto di grana e parmigiano, i cosi detti stracchini, il burro, la foglia dei gelsi, dei quali va sempre crescendo la coltivazione, ed anche una certa quantità di vino, secondo che si tratta della parte bassa o di quella alta della provincia. La condizione attuale di tale industria è buona, e procede regolarmente a seconda delle vicende atmosferiche, fatta eccezione della foglia dei gelsi e dal vino. Il prodotto della prima è abbondante, e fornirebbe alimento ad una estesa educazione di bachi da 6eta; ma la malattia, che imperversa dal 1855 in poi, portando la mortalità nei bachi, ha resa esuberante la foglia e ne ha ridotto il prezzo moltissimo; di maniera che rimane sulla pianta, o da un ricavo assai scarso.

Il prodotto del vino poi, in causa egualmente della malattia dominante da anni, fu ed è in alcuni luoghi nullo, in altri minimo, inconcludente e di qualità cattiva, onde può ritenersi un prodotto mancato; del resto anche in annate ordinarie non è prodotto calcolabile nel milanese.

La provincia di Milano per sé stessa non produrrebbe che piccola quantità di grano e riso superiore al suo bisogno, la quale passa in parte alle provincie vicine che ne difettano come la Valtellina e qualche parte montuosa della provincia di Como, ed anche ai prossimi Cantoni Elvetici del Ticino e dei Grigioni; più lungi non credesi che si faccia esportazione diretta, né si potrebbe farla, a meno che, abbastanza provveduto l'interno, regnasse tale mancanza all’estero, che i prezzi si elevassero per modo da allenarne la speculazione.

Il prodotto dei prati è consumato intieramente sia in roba, sia in fieno pel mantenimento delle mandre, dei buoi da lavorò, e dei cavalli da lavoro e di lusso della città. Il formaggio di grana, prodotto dal latte della provincia gli stracchini ed il burro servono per la quasi totalità al consumo interno, della popolazione della città. Solo del formaggio si fa qualche esportazione, ma di poco conto quanto sia al milanese.

Non sembra quindi che occorrano provvedimenti d’ordine economico e finanziario per favorire l’esportazione, poiché l'oggetto che costituisce la vera esportazione, la seta non ha alcun vincolo né peso, nemmeno daziario, all’uscita; e quanto all’entrata in alcuni paesi esteri dove esiste un’imposta, è questa casi mite a fronte del valore, che non riesce d’aggravio sensibile.

La proprietà fondiaria si ritiene soverchiamente gravata dalle attuati imposte, che si credono fuori di proporzione cogli altri paesi del Regno, e che assorbono una porzione di quel ricavo che sarebbe versato nel miglioramento e nel più ampio svolgimento della produzione agricola.

Industria – Il Circondario di giurisdizione di questa Camera ritiensi il più industriale delle provincie lombarde le principali industrie esistenti sono: trattura, filatura, tessitura della seta e cardatura dei cascami.

Nel 1853 esistevano 193 filande fra grandi e piccole con 5644 bacinelle, ora non arriveranno forse a 100. Ma poiché sono le piccole filande che dovettero cessare, il numero delle bacinelle non è diminuito che di poco in confronto delle filande.

I filatoi ascendono a 96 con 19,729 aspi.

Nello stesso anno si avevano in Milano per la tessitura delle stoffe di seta 27 fabbriche con 1229 telai semplici e 700 alla Jacquard, e pei nastri di seta 7 fabbriche con 88 telai comuni e 16 a macchina. Presentemente per le stoffe non lavora la metà dei detti telai e non sempre!

Per la cardatura dei cascami di seta si hanno 12 stabilimenti, dei quali 7 in grande.

Filatura e tessitura del cotone, ed altre industrie relative. Nel 1855 esistevano nel Circondario di questa Camera 15 stabilimenti di filatura del cotone con 69,268 fusi. Ora ve ne sono 20 con 104,302 fusi.

Per la tessitura si contavano allora 15,327 telai amano, la massima parte sparsi nelle abitazioni dei contadini degli attuali Circondari di Monza e Gallarate. Di presente il loro numero è aumentato, ma non si può indicarne la cifra; si hanno inoltre circa 800 telai meccanici, o automatici, riuniti in sei o sette stabilimenti.

Trovasi altresì odia provincia di Milano una tintoria in grande per tingere i filati di cotone in rosso: esistono 200 telai per lavori a maglia: vengono occupate oltre 1000 operaie nei lavori di ricamo.

Filatura e tessitura del lino e canape. — Vi sono due stabilimenti di filatura di lino e canape che nel 1856 contavano 7642 fasi: attualmente il numero dei fasi venne d’assai aumentato.

La tessitura di tele ordinarie e mezzane mantiene un numero di telai sparsi, dapprima di 748, ora accresciuto sensibilmente.

Vi è pure una: fabbrica di cordami che occupa circa 150 operai.

Entro le mura di Milano trovasi uno stabilimento dei più grandiosi nel suo genere, per la fabbricazione dei bottoni a macchina e della passutosanteria.

Le industrie ceramiche; consistono in 18 fabbriche: una molto in grande di porcellana e terraglia ad uso inglese, 6 di maiolica, 4 di terra cotta, compresa una di figure ed ornamenti edili e per giardini, molto riputata, e 88 di mattoni e tubi.

L’industria della carta è rappresentata da 10 fabbriche tre delle quali sono a macchina, 8 di cartoni, 6’di. tappezzerie di carta, e 8 di carte da giuoco.

Quella delle pelli conta 80 fabbriche fra acconciature e apparecchiature di pelli.

Vi sono 11 fabbriche di birra; 3 di spiriti, cioè una grandiosa per la estrazione dello spirito dai grani, due per estrarlo dalle vinacce e per raffinarlo; una fabbrica in grande di candele steariche; 12 di candele di sevo; 5 di candele di cera; 13 di sapone.

Vi sono tre officine per la costruzione di macchine, di caldaie a vapore, e di altri apparecchi in ferro, ghisa e simili. Una di dette officine in grande, le altre di discreta estensione.

Oltre le industrie fin qui specificate, molte altre se ne esercitano in Milano e nella provincia; e fra queste, sono da notarsi la tipografia, la litografia, la fotografia; la fabbricazione dei mobili tanto di lusso, quanto quella dei mobili comuni, che sono lavorati in molti paesi della campagna; la fabbricazione dei guanti; quella degl’istromemi musicali d’ottone e di legno, non che degli organi e pianoforti; l’industria bellissima ed assai ricca dei paramenti di Chiesa, di cui si hanno in città vari fabbricatori; quella molto estesa dei cappelli di feltro e di seta; dei quali ultimi la fabbricazione divenuta di moda ha preso il posto dell’altra dei cappelli di feltro, e che oramai si riduce a ben poco; la fabbricazione degli ornamenti e bijouteries di carta e cartone, fiori finti, ed altre ancora di cui sarebbe troppo lunga l’enumerazione.

Finalmente negli anni scorsi, crono in Milano 88 fabbriche di bijouteries fine, ma dopo il 1848 col ritorno della dominazione austriaca, cessati i convegni sodali, diminuito il lusso, scemata l’agiatezza generale, queste fabbriche non poterono mantenersi; molte cessarono affatto, altre ridussero a pochi i loro operai, ed ormai può dirsi che non ne esistono che circa dodici, più 0 meno limitate.

Tutta l’industria della seta abbastanza florida sino al 1855 subi in seguito gradatamente un deplorabile decadimento; in parte da attribuirsi direttamente alla forte diminuzione che andava annualmente verificandosi nel prodotto dei bozzoli, in causa della malattia, che ebbe a svilupparsi e progredire, al conseguente elevarsi del prezzo dei bozzoli e delle sete, ed al diminuirsi in proporzione il consumo dei tessuti, e indirettamente alla crisi commerciale d America del 1857, ed ora agli sconvolgimenti politici che ivi avvengono, per cui mancando le commissioni alle fabbriche di stoffe di seta dalla Germania, dalla Francia e dalla Svizzera, scarseggiano sommamente le dimande delle seta; in parte finalmente alla concorrenza che vi si esercita la sempre crescente importazione in Europa delle sete Asiatiche.... Per questi motivi molte piccole filande sono cessate; e le grandi, sebbene cerchino di provvedersi di bozzoli di altri paesi del Regno e anche del Veneto, pure non tutte lavorano; e quelle attive non lo sono che per la metà circa del tempo degli anni scorsi, ed anche meno, i filatoi lavo: rano pressoché nella massima parte mediante seta greggia d’ogni provenienza, comprese le asiatiche,. ma anch’essi non rimangono attivi tutto quel periodo di tempo che lo erano precedentemente. le fabbriche di tessuti poi dovettero di. anno in anno essere ridotte; ed ora può dirsi che più della metà dei telai è inoperosa.

Gli stabilimenti di cardatura della, seta soltanto vi fanno eccezione; esistendone pochissimi in tutta Italia, i nostri lavorano, ed i loro prodotti continuano ad avere facile, sfogo all’estero.

Le filature e tessiture del cotone furono molto attive, massime negli ultimi due anni, e finora non consta che sia altrimenti. I filatori dimostrano impressionati dell’ultimo ribasso del dazio d’entrata dei filati; i tessitori ed i concianti di manifattura di cotone che pensano tutt’altrimenti, in causa dell’evidente divergenza d’interesse.

Ma intanto non può dirsi che finora il nostro mercato sia veramente ingombro di filati inglesi, dei quali i filatori temono, e ritengono fatale la concorrenza. Credasi poi di osservare, che, essendo esente da dazio la materia prima, tenue l'imposta sulle macchine, non superiori, anzi al disotto d’Inghilterra e di Francia i salari dei nostri operai, non possano gli stabilimenti nazionali che già realizzarono sensibili guadagni, ed ammortizzarono intieramente o quasi intieramente le spese d’impianto, concepir gravi timori per la concorrenza dei filati esteri sottoposti al dazio di centesimi 10 il chilogramma, cioè del 3 al 4 per 100 del valore, oltre la spesa di trasporto di commissione ecc., inerenti all’invio dall’estero. Una prova positiva poi dello stato soddisfacente dell’industria del cotone si avrebbe nell’accresciuto numero delle filature e più ancora dei fusi.

Le due filature di lino e canape ebbero a sopportare varie crisi nella loro origine, siccome di frequente avviene nei primordi di simili stabilimenti eretti in grande; quello più antico dovette altresì vincere l’idea generalmente invalsa nei consumatori, che i filati a macchina riuscissero assai più deboli ed inferiori di quelli a diano; ma in appresso le difficoltà andarono svanendo, la condizione loro si migliorò, e da qualche tempo, come attualmente, lavorano moltissimo e con vantaggio, e consta che hanno dopo il 1855 aumentato il numero dei fusi. La tessitura cammina di pari passo, seguendo l’andamento del consumo ordinario delle tele comuni, alle quali non. fanno concorrenza pregiudizievole le straniere di qualità fine e per l’uso della classe più agiata della popolazione, dacché a simili qualità non si estende né la produzione dei filali delle nostre fabbriche, né quella della tessitura lombarda.

La condizione economica delle fabbriche di carta è alquanto pregiudicata dal troppo tenue dazio d’uscita degli stracci, dei quali cresce giornalmente l'esportazione, e con essa il prezzo d’acquisto nell’interno, con qualche difficoltà anche per le nostre fabbriche di provvedere al loro bisogno.

La fabbricazione dei cappelli di felpa e seta non può sostenere sempre con successo la concorrenza di quelli di Francia, poiché dovendo i nostri fabbricatori pagare un dazio di entrata molto rilevato per la felpa da far cappelli, la quale non si produce in paese, e tutta s’importa dalla Francia, il costo di fabbrica dei cappelli di felpa di qualità fine e mediocre non lascia un margine di guadagno a fronte del prezzo, al quale si vendono quelli che a tenue dazio si introducono dalla Francia.

In generale tutte le industrie di questa provincia non risentono, per quanto consta finora, alcun pregiudizio dalla concorrenza interna: rispetto a quella estera se ne fece già cenno relativamente ad alcune.

Della quasi totalità delle nostre sete tanto greggie che lavorate in trame ed organzini, quanto dei cascami di seta cardati, si è sempre fatta e si continua a fare esportazione all’estero. le maggiori spedizioni si fanno da qualche anno per le fabbriche del Reno, della Germania e della Svizzera; meno che per lo passato per le fabbriche francesi e pochissimo si invia in Inghilterra. Alcuni anni addietro le fabbriche milanesi di stoffe di seta tenevano case filiali a Vienna; ma prima ancora che questa città divenisse per noi straniera, aveva cessato di essere una piazza utile per lo smercio di dette stoffe, e quelle case furono di mano in i mano soppresse. Non cosi avvenne per le stoffe leggiere delle i fabbriche di Como; esse si servivano degli intermediari di Vienna per lo smercio in luogo, nei Principati danubiani, in Levante e altrove. Tali fabbriche non seppero finora aprirsi in quelle piazze di consumo uno sfogo diretto; soffersero sulle prime assai dal distacco di Vienna, ed ora credesi che abbiano riaperti colà i loro rapporti.

Le nostre industrie poi provvedevano in passato di vari loro prodotti i limitrofi paesi italiani in allora esteri, come i Ducati e la Lomellina, la Romagna, ecc.; ma questi paesi essendo ora uniti, si può dire che, ad eccezione di alcuni invii nelle provincie venete, servono unicamente ai bisogni dell'interno. Se si considera l’estensione ora presa dal nostro Stato, non potrebbe farsi una vantaggiosa esportazione all’estero dei prodotti delle nostre industrie, che in un avvenire apparentemente non prossimo; e quando simili industrie continuando nel progredire e perfezionarsi si estendessero, ed accrescessero notevolmente i loro prodotti, in allora potrebbesi esaminare con qualche cognizione di causa, se., ed in quali paesi esteri convenisse di farne esportazione, e quali provvedimenti sarebbero idonei a favorirla.

Commercio interno, — Il commercio interno di questa provincia vuoisi dividere in due parti principali, la prima di prodotti interni, la seconda di oggetti provenienti dall’estero; le sete costituiscono un ramo non irrilevante di commercio interno, che può chiamarsi di speculazione. Molti commercianti acquistano le sete greggie per alimentare i loro filatoi, e molli altri comperano e le greggie e le lavorate, per speculare sul presumibile aumento del prezzo aia nell’interno che all'estero. Lo stesso dicasi quanto ai grani, del quali v’ha chi ne acquista varie partite onde formare degli ammassi, e correre la sorte degli eventuali mutamenti dei prezzi sia in paese, aio in altre piazze del Regno, sia sulla piccola quantità che venisse cercala all’estero.

Anche i nostri formaggi di grana non si mettono in consumo, né s’Inviano all’estero diretti mente dai produttori, ma si riuniscono dai negozianti che li fanno stagionare e quindi li versano nel consumo interno e li spediscono altrove. Lo stesso avviene in generale pei prodotti delle altre nostre industrie che alimentano il commercio interno detto all’ingrosso, dal quale passano in piccole partite ai mercanti al minuto. I principali rami del commercio interno di oggetti procedenti dall’estero sono i coloniali, le droghe, le materie coloranti, i medicinali ed altre derivanti da oltre mare; i cotoni in massa ossia in fiocco, alcuni tesatiti di cotone importati da Inghilterra, Francia ed Austria; i pannilani ed altre. stoffe di lana e miste, introdotte in grati parte dall’Austria, a motivo della somma convenienza dei prezzi, dal. Belgio, dalla Francia e dall’Inghilterra; la chincaglieria fina ed ordinaria, gli articoli di orologeria, le trine e molti altri oggetti di moda e di lusso, generalmente provenienti dalla Francia.

Di tutte queste merci sono in Milano molti commercianti all’ingrosso forniti di larghi mezzi, che li fanno venire in quantità assai ragguardevole dall’origine e dai principali centri di produzione, e li rivendono in partite più u meno grandi ai commercianti al minuto non spio. della città e del la Lombardia, ma ben anco dei paesi limitrofi già stranieri ora annessi, come i Ducati, la Lomellina, le Romagne, e tuttavia ne provvedono buona parte del Veneto.

Questo genere di commercio introdotto a poco a poco, di mano in mano fatto più esteso, e che da alcuni anni è divenuto considerevolissimo e forse superiore a tutte le città Italiane non marittime, vuoisi attribuire precipuamente ài forti capitali di cui pud disporre la piazza di Milano, ed alla notoria sua solidità, onde potè attraversare senza guai K le crisi commerciali che afflissero altre piazze principali e reputatissime di Europa e da ultimo quella gravissima del 1857. Egli è quindi naturale che molti altri paesi del Regno ed anche del Veneto, non trovandosi in eguale posizione, non possano fare direttamente vistosi acquisti colle corrispondenti anticipazioni, e quei rivenditori rivolgonsi perciò nei loro bisogni pei consumi locali ai commercianti all’ingrosso, che possiedono grandiosi magazzini in questa città.

La condizione economica di tutto il commercio interno della provincia di Milano, ad eccezione di quello della seta, che da alcuni anni corre incerto, limitalo e sempre trepidante, da languentissima che era negli ultimi tempi della dominazione austriaca, divenne molto attiva e animatissima dall’ingresso delle armate alleate in Milano sino oltre la metà dello scorso 1860, a motivo del gran concorso di persone d’ogni ceto, delle feste pubbliche e private, dei rianimali convegni sociali, della molta truppa ed ufficialità stanziata in Milano. Fu quella un’epoca di speciale vantaggio che ebbe a riparare alle perdile patite: da quel tempo in poi il commercio interno segue il consumo ed il bisogno ordinario, e l’attuale sua condizione economica può considerarsi siccome normale appena, poiché le molte gravezze pubbliche non lasciano margine a spese di lusso e di superfluità.

Intorno alla tariffa ed alle modificazioni desiderabili tanto rispetto all’esercizio delle industrie che al commercio interno, questa Camera ebbe già a presentare diversi rapporti, il primo alla cessata Prefettura delle Finanze in data 6 settembre 1860, N.° 720, col quale veniva esaminata l’intiera tariffa, e gli altri a codesto Ministero in data 27 febbraio, N.° 11, e 15 maggio dell’andante 1861 relativi ad alcuni speciali oggetti.

Dalle ultime modificazioni della tariffa portata special mente dal decreto del 18 agosto 1860 a questa parte essendo trascorso un periodo di tempo abbastanza lungo, l’esperienza condurrebbe a ritenere glie i dazi di qualche articolo potrebbero subire una diminuzione utile al commercio interno, al consumo ed allo Stato, per rispetto al contrabbando.

Gli scialli, fazzoletti di lana o pelo anche misti di filo o cotone, del valore di L. 50 e meno = Categoria X =s sono soggetti al dazio di L. 3 al chilogrammo.

Un sciallo di tutta lana (Scott) vale il. L. 4.50, pesa chilogrammi 0. 60, e paga di dazio it. L. 1.80, senza calcolare l’addizione, per cui il dazio risulta del 40 per 100 del valore.

Un sciallo di lana (Tartan) vale il. L. 7, pesa chilog. 0.80, quindi paga L. 2.40, quindi il 35 per 100.

Un sciallo misto di lana e cotone, vale it. L. 4, pesa chilogrammi 0.50, paga it. L. 1.50, e cosi il 38 per 100.

Questa sciatteria viene tutta importata, almeno per mezzo del commercio milanese, dall’estero, ed il consumo ne è estesisi mo specialmente per la classe meno agiata della popolazione, appunto per la modicità del prezzo. Ora non può dubitarsi che l'accennala misura del dazio è eccessiva ed alletta la cupidigia degli speculatori, i quali si assumono di farne l’introduzione di contrabbando, e consegnarla ai venditori mediante una spesa d’assicurazione corrispondente al solo terzo circa dell'imposta daziaria La scrivente quindi sarebbe d’opinione che l’indicata Categoria X alle voci più sopra riferite fosse da modificarsi, stabilendosi il dazio di circa la metà; per esempio L. 1.40 per li scialli, fazzoletti, ecc., di lana o pelo anche misti di filo o cotone, del valore di L. 20 e meno.

I nostri commercianti ed industriali si lagnano dell’imposta sulla rendita degli esercizi, di cui alla Patente tuttavia qui vigente dell’11 aprile 1851, non tanto per la misura di essa imposta, quanto perché viene ad essere posto a cognizione di lutti lo stato più o meno prospero in cui versano per l esercizio loro, e più ancora pel modo sconveniente, arbitrario e, direbbesi, irritante, col quale la Legge ed il Regolamento relativo permettono che sì proceda, e si proceda di fatto, alla commisurazione di detta imposta.

Del resto questo sistema tributario dell’imposta sulla rendita, e l’altro pure ancora vigente della lassa d’arti e commercio crealo dal cessalo Regno d’Italia non potrebbero essere considerati tali da inceppare lo svolgimento della produzione industriale, né quello del commercio interno.

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Agosto 1862


NOTIZIE ITALIANE


Relazione della Camera di Commercia di Bologna sulle condizioni dell'agricoltura dell'industria e del commercio di quella provincia

Agricoltura. — Il territorio bolognese è considerato distinto, in ordine alla diversa sua giacitura, in due parti: la parte bassa, cioè, o pianura, la parte elevata, il monte. La pianura comprende in sé due zone diverse, quella che è tenuta ad ordinaria coltivazione asciutta l’altra la più depressa è destinata ad umida coltura. Poderi non molto estesi compongono i terreni arativi, coltivati, e sono colà’ vati dai coloni col sistema a mezzadria. I proprietari gareggiarono nella cura di sistemare i campi, e sopportando forti spese li ridussero in perfetto scolo, li fornirono di piantamenti, la più parte d’olmi, a cui con profitto si maritano le viti; introdussero anche in copia l’allevamento dei gelsi. Si può dire che in punto a riduzione e sistemazione dei terreni, la pianura bolognese nulla lascia a desiderare. Si coltivali preferenza e m maggior grado il frumento, il grano turco e la canapa; sistema che obbliga i proprietari a grandi anticipazioni sia per la lavorazione e preparazione dei terroni, era per le abbondarci ‘concimazioni; oltreché li espone a pericoli di gravi danni pel sopravvenire di infortuni o per rincontro di sfavorevole stagiona La coltura delle piante da foraggio, ossia dei prati artificiali va gradatamente aumentando, tua richiede nuovi e non piccoli incrementi, perché arrechi i tanto desiati vantaggi, e porti incremento e miglioramenti nelle nostre razze bovine che lasciano molto a desiderare e nella quantità e nella bellezza. Poco estesi sono gli appezzamenti destinati a prati naturali. I coloni mezzadri, caricati di molti e faticosi lavori, ritraggono tanto da ben vivere, godono di buone e sane abitazioni, poiché le fabbriche sono con cura osservate ed adatte all’uso. Prescindendo dal giudicare se l'attuale sistema di coltivazione, a preferenza in uso fra noi, sia il migliore nel lato di economia e di maggior tornaconto poterà soltanto che si pone molta cura e molta industria a coltivare. Il sistema degli affitti è assai limitato, e poco adottato, perché difettano persone oneste, capaci e fornite di mezzi necessari da predare idonee guarentigie per l’esatto adempimento del contratto. Quindi i proprietari, o da loro stessi, o per mezzo di agenti o di fattoti dirigono la conduzione dei loro fondi a mezzadria. Il numero dei piccoli proprietari è assai diminuito da qualche tempo, e ciò è attribuibile specialmente ai molti mezzi che occorrono per le anticipazioni dei capitali necessari alle gravose tasse che percuotono la proprietà rustica, ed alla mancanza del credito fondiario e di una banca agraria.

La corruzione e la immoralità alimentata dal cessato Governo nei centri popolati si sono purtroppo propagate nelle campagne, per cui i flirti, le devastazioni e gli incendi sono frequenti, ed i proprietari sono costretti a vedere decimate le loro rendite, e non estere rispettato il loro diritto di proprietà. La mancanza nel Codice di disposizioni che riguardino le cose agricole, che raccolgano tutti, i bisogni dell’agricoltura dello Stato, da luogo ad abusi, ed a contestazioni, che tanto interesserebbe fossero affatto bandite.

Dissi sin da prima che porzione della pianura, e specialmente la più depressa, servo all’umida coltivazione. Le risaie infatti sono state ampliate in tutte quelle località, ove o dai torrenti, o dagli setoli, o dai canali si possa avere derivazione d’acque: e per vero non avvi proprietario, che avendo, i suoi terreni adatti, non le abbia saputo introdurre, e raccogliervi abbondantissimi prodotti di riso. Il canale riavile, principale fra quelli che possediamo, un. tempo attivato allo scopo di servire:al barcheggio, ara è destinato più particolarmente alla irrigazione, e ne ridondano ragguardevoli profitti, mentre le sue acque contenenti molti principj alimentari danno modo di tenere a risaia. terreni da esso irrigali per lunga serie d’anni senza che siavi bisogno di concimarli.

Le valli sono oggi ristrette in quegli appezzamenti d’ordinario coperti dall’acqua, e che denominanti fondive, mentre le valli cosi dette artificiali sono quasi affano scomparse, lasciando posto alle risaie. E dove vi ha modo di fare le colmate, le valli fondive a poco a poco scemeranno, perché non si tralascia di bonificare i terreni.

Gravi calamità prevengono al l’agricoltura nostra dal difettoso sistema idraulico dei fiumi, e torrenti di tutta la provincia. Il fiume Reno, che un tempo era influenza del Po, come natura lo ha destinato, fu divertito nel Calvo Benedettino, ed isolatamente porta le sue acque ad mare. Con questa direzione artificiale il Tondo del. suo letto ù in molti punti più elevato del piano delle circostanti campagne, per cui fu d’uopo di racchiudere. il ano cosso entro altissima arginatura. In tempo di escrescenze, oltre il continuo pericolo di rotte, gli scoli delle campagne, ed i diversi torrenti tributari non possono liberamente riversare le loro acque, e di qui la causa di frequenti ed estesi allagamenti e di ristagni, che si verificano specialmente nel terzo e quarto circondario di scolo. Le memorie scritte dai più valenti idraulici mettono in evidenza questo fatto, e la necessità di ripararvi colla immissione del Reno nel Po. Quest'opera fu già accolta ed approvata all’epoca del regime Napoleonico, ed i lavori relativi furono in gran parte eseguiti. Il Governo pontificio, che gli succedé, più volte prese ad esame sì grave argomento, ma ora per una causa, or per un’altra, mai vi fu provveduto, ed invece si ebbe ricorso ad opere che non fecero che di più aggravare la condizione. Era riservato all’attuale regime illuminato la gloria di attuare e completare un’opera si benefica, si grandiosa, e noi fidenti in lui attendiamo ansiosamente di vedere accolti i nostri voti.

Passando a parlare deità parte elevata deità nostra Provincia, questa può tenersi distinta nel colle e nel monte. Il colle è bastantemente fertile e coltivato: a somiglianza della pianura per conduzione a mezzadria, si coltivano i frumenti, i marzatelli, i prati artificiali e le viti, tanto in vigne quanto in filari cogli olni o cogli oppi.

Il monte è in condizione sfavorevole, di pochissima produzione per molte circostanze, di cui le principali mi farò ad indicare. Ivi generalmente scorgiamo o la piccola proprietà, o la grande proprietà; costituisce quest’ultima i beni cosi detti comunali. Nella piccola proprietà non si cerca di regolare la condotta delle acque, di conservare e di ampliare: le boscaglie: si fanno di continuo atterramenti, divelli, diboscamenti, per realizzare il ricavato degli alberi e delle quercie; indi si coltiva il terreno per qualche anno senza far precedere l'apertura di fossi, la costruzione di chiuse e di fogne, per cui dopo breve tempo lo strato coltivabile, se non è di molto spessore, viene trasportato dalle acque, per lasciare scoperta e nuda la roccia; e se invece è di molta profondità, nascono le filtrazioni o trapelamenti delle acque più interno, producendo ben sovente estesissime lacune e scoscendimenti. Ben rade si trovano le boscaglie tenute a dovere, e pochi sono i castagneti domestici conservati con cura ed intelligenza. E piuttosto si veggono estesissimi pascoli sterili, o: quasi sterili, con poco profitto della pastorizia. I nostri coltivatori del monte sono poveri per ignoranza e per inerzia: i più solerti, dopo raccolte le meschine rendite nel loro fondo riparano all'inverno nelle Maremme toscane, prestando opera nelle svariate qualità di lavoro, e rimpatriano soltanto a primavera inoltrata. — I beni comunali comprendono vasti territori un tempo belle e ricche boscaglie, e nella maggior parte macchie faggete. Ivi pure grandi sono le devastazioni che arrecheranno fra non molto quei luoghi nello stato il più misero. È anche in vigore il dannoso ius lignandi, onde vi scorgete i grandiosi faggi tagliati a metà del tronco che, rovesciando, hanno rovinate le piante circonvicine: si importano i pezzi di legna grossa, e si lasciano sul posto i frantumi, i pezzi minuti che a poco a poco passano a distruzione senza alcun profitto. le aziende comunali per sopperirle ai bisogni e alle spese vendono a quando a quando tratti di boscaglie per tagliarne la legna la quale d'ordinario viene ridotta in Carbone. È poi di fatto che in mezzo a tanti guasti esiste una ispezione boschiva la quale pur troppo non serve allo scopo di mantenere conservali i boschi, e perché d’insufficiente e d’imperfetta azione, e perché. totalmente appoggiala al regolamento Albani, tanto improvvido quanto vessatorio.

La nostra Rappresentanza provinciale, a cui è affidata l’ispezione boschiva, non ha mai tralasciato opportunità per reclamare dal cessato Governo sugli accennati gravi inconvenienti, e per implorare provvedimenti e riforme sostanziali, come sarebbe la sostituzione di una acconcia legge forestale al regolamento Albani; ma lutto questo pur troppo senza alcuna efficacia. Tale argomento, ne siamo certi, attrarrà seria attenzione dell’attuale Governo.

Passando ad indicare i principali prodotti della nostra agricoltura, essi consistono nel frumento, riso, granoturco, non che in altre granaglie, nella canapa, nella seta, nell'uva, nelle castagne, nelle ghiande, nelle legna, nel carbone, nei foraggi; negli strami da lettiera, nei bestiami.

A schiarimento si esibisce un prospetto statistico del quantitativo dei prodotti avuti nel corso dell’ultimo novennio, con indicazione della parte, che qui viene consumata, e dell’altra che forma oggetto d’esportazione ().

La maggior parte dei nostri prodotti agricoli serve al consumo che se ne fa nella provincia. Quattro soli prodotti, che abbondano, e di cui si fa esportazione all’estero, sono: la canapa, la seta, il riso e le castagne. Coll’attuale tariffa daziaria niun inceppamento deriva alla esportazione di essi, non essendo colpiti da tassa. Il provvedimento migliore che si possa arrecare ai due prodotti canapa e seta, sarebbe che non sortissero grezzi all’estero, e che qui fossero lavorati: cosi porterebbero alimento ed incremento all'industria manifatturiera.

Gli oggetti principali, che la nostra agricoltura ha bisogno di chiamare dall’estero, sono i concimi, macchine agrarie e bestiami; specialmente allo scopo di migliorare le nostre razze. Ma i primi provvedimenti non sono colpiti da alcun dazio di entrata, le seconde sono soggette ad una tassa assai mite, in fine molti dei terzi sono esenti da dazio; altri, come i cavalli, i muli, gli asini, pagano una piccola tassa. Per tutto questo non sembra che sia necessario devenire ad alcune modificazioni degli attuali diritti d’entrata.

È di fatto che la proprietà fondiaria tanto sotto il cessato Governo, quanto anche attualmente gravato di tributi in misura troppo elevata e direi quasi eccessiva: poiché l’annuo tributo ascende perfino a oltre il quattro per cento dell’estimo censuario, corrispondente circa al terzo dei valore venale, non parlando dei castagneti, pei quali l'estimo censuario equipara il valor venale.

Di questa guisa i proprietari dei fondi sono obbligati a falcidiare le loro annue rendite di circa la terza parte, e minorati cosi i loro mezzi non possono dare alla loro industria tutto quello sviluppa, che porterebbe ingenti ricchezze. Ciò deriva dal vigente sistema,che tutte le spese governative e provinciali non che la maggior parte (circa i due terzi) delle spese comunali sono applicate al censo. Rispetto alle tasse cosi dette governative, resta la lusinga che, introdotto che sia stabilmente tra idoneo e perfetto nuovo piano generale amministrativo in tutto il regno, queste possono subire una rilevante diminuzione. Le tasse provinciali anch’esse in seguito saranno ridotte, mentre anche del corrente anno il bilancio preventivo é inferiore a quello degli anni andati: il risparmio soltanto delle spese pel casermaggio delle truppe estere fr mollò importante, ed allevierà di gran lunga gli aggravi ai proprietari. Non può sperarsi lo stesso riguardo alle spese comunali: accennai, che queste per due terzi circa colpiscono i censiti, o la proprietà; ed è cosi, perché l’altro terzo costituisce la cosi delta tassa focatico, la quale viene pagata dai coloni, dai braccianti, e dagli altri infine che abitano nel comune. Per lo passato molte spese erano, dal Governo indebitamente addossate ai comuni, le quali in seguita saranno tolte e soppresse; ma altre nuove ne sorgano, richieste dal progresso e ridondanti a reale vantaggio, quali sono la Guardia Nazionale, la istruzione elementare. Un provvedimento acconcio per minorare lo spese, comunali consiste, a mio avviso, nel riformare le attuali circostanze territoriali, ed adottare la formazione di grandi comuni, sopprimendo parecchi degli esistenti. Ciò porterà una grande restrizione pel numero degl’impiegati, gli stipendi dei quali nell'attuale sistema assorbiscono rilevanti somme, come pure un risparmio non trascurabile in certi altri titoli di spesa.

È poi importante che le rappresentanze municipali abbiano un potente freno, perché siano limitate le spese, e quindi le imposizioni. Quindi la. necessità che nei Consigli comunali sia prescritto che vi si trovino almeno per due terzi i proprietari.

Dovendosi però riformare la legge or vigente comunale e provinciale all’ottobre 1859, è certo che sarà disposto onde vengano tolte alcune anomalie, che la esperienza ha rese troppo palesi.

Avrebbesi dovuto ancora indicare il bisogno di alcuni importanti miglioramenti che troppo dappresso riguardano la nostra agricoltura, e di alcune riforme parimente di generale interesse. Fra i primi sta specialmente l’introdurre un perfetto sistema di formare i vini, Ara le seconde il modificare il dazio-consumo. Questo è fra noi gravosissimo per vari prodotti agricoli, come pei bestiami da macello, per l’uva. Ma tali materie saranno trattate e sviluppate nella parte che riguarda le industrie commerciali, ed il nostro commercio interno.


Media dei prodotti diversi della provincia di Bologna, dall'anno 1854 al 1859
Frumento Ettolitri 733270,816
Frumentone » 309326,508
Fave » 12859,213
Orzo » 21049,569
Farro » 2445,804
Lenticchia » 124,251
Favetta » 2183,046
Cicerchia Ettolitri 449,533
Lupini » 789,545
Segale » 4880,282
Avena » 49429,480
Ceci » 2064,300
Fagiuoli » 8650,400
Risone » 45740,444
Uva » 343673,344
Canapa Chilogrammi 8042764,795
Stoppe e Canapazzi » 369988,406
Patate » 522474,400
Galletta » 446055,845
Lino » 684,269
Fieno » 24869507,474
Olive » 647,593
Strame Metri cubi 74378,50
Marroni Ettolitri 94476,00
Noci » 2256,575

I sovra notati prodotti servono al consumo. Sono scarsi l'avena e il fieno; quella per circa ettolitri 1,748,400, questo per circa chilogr. 180926,000 si procacciano specialmente dal Ferrarese: scarseggia anche l'uva, che per più di un migliaio di castellate si ottiene dalle Romagne, oltre una quantità considerevole di vino.

Sono abbondanti la Canapa, che per tre quarti del prodotto si manda specialmente in Spagna, Portogallo e Francia; il riso, che per quattro quinti si manda al consumo di Toscana e di Roma; i marroni che si esportano nel Veneto per oltre la metà.

Industrie. — Rispetto alle industrie noi dobbiamo raccogliere, presentare dati statistici positivi su tutti i fattori della materiale prosperità, studiare ed indicare le condizioni effettive del loro stato economico, notare gli ostacoli che denno esser tolti, affinché l’agricoltura, l’industria ed il commercio possano svolgersi naturalmente ed armonicamente.

Questa unità appunto di vedute pratiche accorda con quella basata in modo immutabile dalle scienze sociali.

Non più parziali dottrine fisiocratiche, non più dissidi fra la scuola indugiale e commerciale. L’antagonismo di queste tre emulazioni deve cessare e contemperarsi avanti il precetto unico capita libera ed universale concorrenza dell’economia; come i privilegi, le protezioni denno cadere avanti all’imparzialità del gius pubblico.

E qui per verità debbo confessare che in breve tempo jl Governo r ci ha spinti a grandi passi su questa via. Tacendo di molte leggi, dirò di quella che decretò per queste provincie la tariffa doganale sarda fondata in gran parte su dazi puramente fiscali; dall’altra, che abolì le barriere che attorniavano l'Emilia. Due grandi vantaggi: una tariffa liberale, un più vasto mercato.

Devesi pure nojare come a promuovere l’attività privata cogli studi tecnici fra noi aperti, abbia conosciuto necessario il soccorso della più distinta fra le emulazioni, la dottrinale, sicché pur essa concorra coi suoi lumi alla materiale prosperità

Resta a desiderare che il Governo giunga a guarentire. le proprietà, a, rendere più morali questi popoli, perché la quinta emulazione, la signorile, coll’immissione delle ricchezze dia nuovo alimento alle naturali produzioni e le accresca e le giovi; e ciò oggi tanto più che l’invenzione delle macchine limitò le industrie alle proporzioni del capitale. Ma non sarebbe ancor tutto: fu detto che i più prosperi tempi delle nazioni furono quelli in cui tutte le classi sociali, col concorso dei consorzi e dei governi gareggiarono coi loro sforzi al conseguimento della comune grandezze; soltanto in questo generale accordo si potevano avere buoni ordini in pace, valide difese in guerra. Esempio sia questa nostra terra natale dal secolo XIII al XV. Il suo popolo industrioso per eccellenza, guadagnando ricchezze, si fece poterne; ottenute le libertà, difese contro forti principi la sua autonomia. Possa l’Italia, mercé il progresso delle scienze e delle arti, mercé concorde volontà e costante azione, compiere la sua unità, e difendere la sua indipendenza!

Le principali industrie pertanto che esistono nella provincia sono: l’estivazione del rame e della lignite; le fonderie; le lavorazioni dei metalli d’uso comune, quelle delle armi da caccia, quella dei ferri chirurgici; le fonderie di caratteri da stampa; l’industria del vetro, quella delle terraglie, della colla forte, della gelatina, dell’acqua del Felsina e di Masotta; la fabbricazione dei cappelli di paglia; delle carrozze; i mobili intarsiali; la manifattura del cotone; le cererie; le pillature del riso; le carte da giuoco; le tintorie; la concia delle pelli; le cartiere; le carni salate; la canapa; là lana; la seta; il vino; e la tipografia; la litografia e la fotografia; e finalmente la R. manifattura dei tabacchi.

In questa enumerazione non bene ordinata, non è stato tenuto conto di molte altre industrie conosciute volgarmente col nome di mestieri, sebbene questi nel nostro paese agricola concorrano per otto decimi alle produzione e al commercio interno. Producendosi e consumandosi le cose dentro ad un medesimo territorio, lo stimolo loro è perenne, come l’aumento del capitale: ogni progresso di queste arti fomenta l’agricoltura, come ogni progresso agrario ne sollecito lo smercio. E venendo a parlare dapprima della canapa, non è mestieri accennare le molteplici operazioni compiute da diligenti nostri coloni, i quali riducono il tiglio alla condizione di essere adatto immediatamente all’esportazione. Se a tanta mano d’opera aggiungansi i benefici della fertilità del terreno e delle buone acque, troviamo un prodotto di otto milioni di chilogrammi all’anno dei più pregievoli e ricercati. L’anmaratura, la gargioleria, i cordami, la filatura, la tessitura, sono tante suddivisioni della stessa industria, che senza tema di errare si può dire occupa un ben venti mila operai tutto l’anno.

Reca poi meraviglia, che tante e si costanti operazioni non abbiano fatto sorgere che pochissimi stabilimenti. le pretese esagerato, il contegno sempre minaccioso dei lavoranti allontanarono di presente gli intraprenditori.

La gargioleria non ha stabilimenti molto estesi, né si è giovata di tutte le moderne invenzioni: agendo lodevolmente non si è bastantemente allargata. I suoi tigli trovan pronto smercio in tutto il regno, mancando molte province detta materia prima; e di più sono spediti alla Svizzera, alla Francia, alla Germania, ecc. Che se questo ramo di commercio non sorse prospero sotto le protezioni pontificie prenderà nuova e maggior vita, se il Governo del Re con provvidi trattati potrà ottenere diminuzioni di dazi dal Governo francese pei gargioli, e dai Governi di Spagna e Portogallo per tigli grezzi, che hanno ivi lo smercio naturale.

La fabbricazione dei cordaggi è pure d’importanza; abbenché abbia di poco progredito in questi ultimi tempi, pur tuttavia trova facile smercio.

La filatura è la sola che abbia uno stabilimento propriamente detto; fu eretto non ha molto in Casalecchio a fianco del canale di Reno, con motore a turbina, e caldaia a vapore in riserva. Fornito di macchine moderne con 2500 fusi circa, occupando oltre a 300 persone, da un. prodotto di 400 mila chilogrammi di filo in numeri bassi, che trovan pronto smercio senza appagare tutte le richieste dei mercati interni ed esteri. Sorto per opera di una Società industriale, mostrerà agli altri intraprenditori là necessità delle associazioni non solo, ma anche quella d'introdurre meccanismi di ultimo perfezionamento. Come questo bisogno è proprio di tutte le nostre manifatture, è necessario chiedere al Governo l'esenzione del dazio a qualunque macchina, senza di che non si può concepire speranze del cercato sviluppo. Si aggiunga che una più ingerite quantità dì filo si trae dalle donne e dagli uomini nelle nostre campagne che negli ozi invernali dedicansi alla rocca e al fuso. La tessitoria, quantunque estesa, non conta alcuno stabilimento: tutto il lavoro é fatto a domicilio, specialmente dalle famiglie coloniche e braccianti, donde si hanno tele, che sotto il nome di pannicelle, di montanare da vela e da usi domestici, vengono quotidianamente spedite per ogni provincia, ad ogni porto di mare. Questo lavoro, se non ci presenta gl’inconvenienti delle grandi industrie, non ci da certo che meschini benefizi; Un impianto di altre filature, ed uno nuovo di tessitoria meccanica potrebbe dare tessuti in maggior copia, più fini ed operati, anco senza ledere le piccole industrie.

Ora all'industria della seta: a quella che dal secolo XIII al XV portò a noi tanta ricchezza e potenza, e per la quale specialmente avemmo il canale di Reno, da cui tanti. vantaggi abbiam tratti e più ancora potremo trarre.

Essa aveva in antico 72 opifizi di filatoi e perfino venti mila In telai. I suoi veli, i suoi drappi vincevano tutti gli altri d’Europa. Oggi le nostre caldiere sono per la maggior porte sul sistema dello scorso secolo: dandoci quindi un titolo di filò basso con poca rendita, ed a maggior prezzo di fattura, non tengono il confronto di quelle della Romagna, e molto meno delle Marche. Questi opifizi ultimamente decaduti per lo scarso raccolto dei bozzoli e per le. perdite sofferte, non lasciano speranza di potere, seguire l'esempio di quei pochi solerti che introdussero il vapore, e metodi a filatura moderna..

I torcitoi destinati a ridurre il filo ad organzino non esistono fra noi che in apparenza e per conservare una prelazione, nel diritto dell’acqua.

È questa occasione opportuna per chiamare l’attenzione sull’antiquato e falsato regolamento. delle acque del Canale, che considero: non ultimo ostacolo alle nuove industrie.

Per ciò che concerne le tessitorie dei drappi di seta, quattro fabbriche esistono ancora, ma languenti, e presto per paralisi cesseranno di vivere. Queste nelle mani d’intraprenditori che si accontentano del solo marne di fabbricanti, ricevettero colpo fatale dada nuova tariffa, e dalla concorrenza delle seterie toscane, piemontesi e lombarde.

La soverchia protezione goduta nei passati anni, può dirsi causa prima della loro morte. In mezzo però a tante rovine delle antiche arti della seta, ecco nata da pochi anni e prospera una moderna e tutta nuova per noi, quella degli oggetti di passamanteria. Lasciando a parte quelli opifici nei quali scarso o parziale ò il lavoro, si noterà solo quello esteso e completo del Sabattini, ove s impiegano quotidianamente oltre a 250 donne.

 Sono da1 notarsi le fabbriche di broccati in oro ed argento, che fecero bella mostra alle ahimè esposizioni, pei quali il Nanetti ottenne medaglia d’onore.

Passerò alla terza delle industrie, che fu pure una delle ricchezze del nostro paese: quella delle lane. Sebbene sia lontana dall’antica estensione e pregio, pure si può dire risorta e prosperante, se confrontata alla decadenza in cui era discesa al cominciare del secolo. Quattro fabbriche condotte da intelligenti ed attivi direttori danno buoni panni ed altri tessuti. Nate sotto il falso sistema di dazi protettori congiunti a larghi premi hanno trovata vigorosa vita nella concorrenza, introducendovi i più moderni congegni. Le quattro o cinque mila pezze di tessuti, prodotto delle macchine coll’assistenza di quattro a cinque cento individui, trovavano pronto smercio nelle provincie dello Stato pontificio. Tolti i premi, ridotti i dazi, se questi fabbricatori saranno solerti e perseveranti (perché anco forniti di sufficienti capitali), potranno non solo reggerle al confronto delle altre provincia, ma tanche prosperare trovando sfogo nelle forniture militari.

Da ultimo nelle manifatture di tuba lana non vanno dimenticate quelle dei feltri.

Tessuti di lana e cotone si fabbricano con più di 300 telai rimodernati. Non piccola importanza avevano nelle nostre fabbricazioni i panni di terra, in massima parte spedili a Roma. Ma queste due industrie miste, forse non potranno reggere per le mutate condizioni della tariffa e del più largo mercato.

A compiere le ricerche su questo articolo ne sia permesso di notare come i tessuti di lana e i misti si lavorino a domicilio in grande quantità, specialmente nelle parti montane, e servano all’uso delle famiglie coloniche ed operaie; le lane occorrenti sono tratte dalla nostra pastorizia. Disgraziatamente quest’industria è fra noi ben poca cosa, sicché questa terza nostra manifattura, anche in tempi più prosperi, avrà sempre minore estensione delle antecedenti, che ponno avere maggior alimento dalle produzioni del terreno.

 La provincia conta molte concie di pelli grosse, che danno un eccellente prodotto, per cui il corame bolognese, dopo quello di Ginevra, è fra i più riputati. Gl’intraprenditori sono attivi, ed in gran parte danarosi. I loro prodotti trovano pronto smercio in tutte le parti d’Europa; e quando s’istruissero alcun poco nelle scienze chimiche, potrebbero, avvantaggiando ed estendendo maggiormente le loro fabbricazioni, duplicarne gli utili. le fabbriche in città, gravate di un dazio consumo sulle pelli, trovansi ih una Condizione meno favorevole di quelle poste al di fuori. Giustizia vorrebbe che questa tassa fosse retrodata sul genere non consumato. In altri tempi fu fatta sperienza, che riesci triste, per la mala fede degli impiegati; sicché le somme retrodato pei corami e pel riso superarono le incassate.

Non possono però varcare altrettanta prosperità le concie delle pellj di vitello. Sono si poca cosa, da non sostenere te concorrenza dell'estero, né quella delle nuove provincie.

Se non eccellente, almeno lodevole è la concia delle pelli di agnello e di capretto che si fanno in ispecie per uso di guanti. Due fabbriche particolarmente di queste hanno bella vita tra noi, ed i loro intraprenditori, con targo smercio per altre provincie, e col sussidio dei capitoli accumulali, ponno allargarle e migliorarle.

Tocca ora a parlare della pillatala. Un sufficiente numero di opifìzi dapprima esistenti nella città, in causa del dazio-consumo si sparsero in parte nella provincia, ove trovano alimento di lavoro nella naturale produzione delle nostre risaie e di quelle del Ferrarese. La grana bianca, di buon gusto, resistente alla cottura, è da tutti ricercata e per ogni parte spedila. Queste pillo in quanto alla parte meccanica lascian molto a desiderare, consumando acqua, che potrebbe far sorgere altri opifizi. Dacché è accaduto sotto quest’articolo di parlare dello sciupio di acqua, che avviene in causa degli antichi motori, ne sia permessa una breve digressione (non priva di qualche importanza) sulle forze motrici delle acque del canale. Questo è certo uno dei grandi capitali lasciatoci in eredità da nostri avi, acuì noi abbiamo ben poco aggiunto. Coll’accrescere delle manifatture a motori economici è necessità pensare ad aumentare il volume delle acque, e coll'immissione in Reno di nuovi torrenti (fra i quali il Dardagna), nonché conservarne il volume collo scavo di una linea di congiunzione fra Pontecchio e Casalecchio; questa necessità è poi maggiore per noi, perché mancando di carbon fossile, non possiamo attenerci alle macchine con motori a vapori soverchiamente costosi.

Parecchie ed estese sono le manifatture di cotone, ma alcune in decadenza; di che molte sono le cause, e non certo ultime l’accattonaggio e la prostituzione. Credo non andare erralo asserendo, che pochi anni or sono le manifattore suddette occupavano, dieci a dodici mila individui I torcitoi, sebbene lascino a desiderare macchine più moderne, sullo stile inglese pei cotoni a due capi, pure compiono discreto lavoro per entro gli antichi torcitoi da seta.

Naspe discretamente moderne danno cotoni per calze ed altri usi domestici adattatissimi. Alcune fabbriche da nastri con macchine di ultima invenzione danno lodati prodotti. Migliaia di telai, sparsi per le case in tutta la provincia, compiono tele lisce ed operate d’ogni specie. I tessuti bianchi per la loro eccellente qualità possono' sostenete la concorrenza delle altre provincie e dell’estero. Non altrettanto passo dirvi sui tessuti a colori, e scamois, che per l'avidità di alcuni fabbricatori, e per la poca abilità dei tintori, caddero in questi ultimi anni quasi in abbandono. Sarebbe a desiderarsi che i nostri operai a domicilio, seguendo l'esempio dei Faentini, sostituissero telai leggieri con spola volante, se vogliono più a lungo tener fronte alle manifatture delle Provincie Lombarde, delle quali si tentò introdurre fra di noi lo smercio.

L'unico stabilimento in questo ramo, che meriterebbe il nome di fabbrica, sebbene piccolo, è in via Lamine, conosciuto sotto il titolo di tessitoria meccanica. Fu il primo ad avere un motore a turbina,che fa agire 40 telai meccanici di ferro fuso per tele liscie.

Quantunque il suo impianto sia buono, non so se per poca cura o per iscarsi capitali, fai poco lavora Invero, nato sotto la protezione dei dazi, fu oppresso (la. prima dalia concorrenza, che il contrabbando, gli fece dalle provincie toscane. Bella prova che il contrabbando nuoce assai più delle discrete tariffe.

Le cartiere pure sano in uno stato meschino, mentrecché per abbondanza dei cenci, e per altre naturali condizioni dovrebbero essere prospere. Noi dobbiamo ritrarrete carte da altre provincia o dall’estero, pagando cosi ascaro prezzo i cenci che loro vendiamo ogni anno per più di un milione di libbre: al prezzo di pochi soldi. Varie sono le cagioni di tanta decadenza: mai; uomini eruditi nelle scienze chimiche tentarono simile industria; il ridicolo appalto dei cenci, le tasse protettrici; dei passati tempi lasciando larghi guadagni a zotici fabbricatori, sono la causa del mancato perfezionamento. Se vi fu qualche eccezione, questa fu contrastata dagli operai, che, uniti in società, hanno più d’una volta impedito ai capifabbriea di apportare utili innovazioni.

Grande poi è l’abbondanza nel raccolto delle uve e del buon vino che sene spreme. In mezzo a tanta abbondanza non si è mai pensato ai più moderni metodi della vinificazione, né si è mai tentato d introdurre le più scelte qualità di uve in commercio. Se i ricchi e giovani signori non oziassero per entro le città, ma si dedicassero a tale ramo, certo la nostra provincia potrebbe trovare quelle risorse, che alcune piemontesi hanno tratto dalla fabbricazione e dal commercio dei loro vini. Non è a tacersi che la crittogama, avendo diminuito soprammodo il raccolto dell’uva, ha fatto sparire le distillerie degli spiriti, non avendo queste, come altrove, saputo supplire tale mancanza con materie succedanee. Ma però 60ttosi sviluppale vieppiù le fabbriche di birra, che voglionsi ricordare siccome quelle che fanno pure il loro smercio per altre provincie.

Sono molti anni che noi sediamo parlare della scoperta» e dei lavori ad una cava di rame, conceduta dal cessato Governo ad una società anonima con privilegio esclusivo, senza che ne vediamo alcun prodotto, sebbene ci promettano prossime e buone speranze. Queste intraprese convengono a pratici ed attivi industrianti, non già a piccole società, che per meschini interessi, non se ne danno tutta la cura.

Un maglio di Pontecchio. Un secondo al Battiferro, un ter2o ed un quarto in Vergato, che possono lavorare 150 mila chilogrammi battono, danno varie forme al rame, e servono a noi non solo, ma bensì alle limitrofe provincie. da qualche tempo pure si parla di una cava di lignite, la cui qualità sarebbe buona, e perciò meritevole di seri studi.

Nel mandamento di Porretta trovanti da più o meno lungo tempo stabilite quattro ferriere, ma non molto estese e prospere: manca il ferro grezzo; mancano facili ed economici mezzi di trasporto; per taluni tutto dev'essere portato a schiena di mulo; mancano moderni meccanismi, non hanno che legna e carbone. Promulgata la nuova tariffa, che le obbliga ad escire dal laberinto protettivo, stimolate bruscamente dall’aere libero, si trottarono da prima asfissiate; ma potrebbero però rianimarsi se le miniere toscane, nelle quali ha pure interesse lo Stato, non negassero ad esse quelle facili fazioni che accordano alle ferriere toscane, almeno temporariamente.

Due principali fabbriche di fonderia specialmente in ghisa, per macchine ed utensili d’ogni sorta, l’una in città, l’altra a Castel Maggiore sono da notare. Per quanto queste abbian fatti sforzi; e specialmente questi ultimi, di mezzi ed intelligenza pure non abbiam potuto vederle fiorire. Queste intraprese, non naturali per noi, non potrebbero reggersi che sovra una vasta scala di produzione e con un pronto smercio. Ma come non ponno reggere al buon mercato delle altre e lottare, cosi io temo che dovranno piegare le ali, non trovando lavoro nei proiettili da guerra e nelle guide dello strade ferrate.

Le fabbriche di organi; od stiri strumenti musicali non debbono essere dimenticate, perché esse pure ottennero lodi e premi all’Esposizione.

Le strade ferrate diedero lavoro maggiore alle fornaci da calce, ora le grandi fabbriche in città porgono alle dette fornaci più proficuo stimolo.

A Gesso, a Monteviglio e a Monte Donato trovansi molte cave di gesso, che danno un eccellente materiale per fabbriche, buona scaglia per molti usi, e specialmente per statue e stucchi. La fabbricazione del gesso freddo in pani è si abbondante da spargerne botti per tutto il regno e fuori. Peccato che il costo sia meschino! Essendo scarso questo dono della terra in Italia e fuori è da sperare che colle più facili ed economiche vie di trasporto, queste produzioni possono essere più ricercate. Così saranno maggiormente utilizzate le eccellenti cave di macigni al Sasso, a Verignana, al Vergato, e delle pietre serene a Porretta si adatte alle nostre fabbriche, e sì necessarie ad una buona sistemazione di strade in città.

Da molto tempo è cessato il lavoro nelle cave del marmo.

L’antica fabbrica Aldrovandi di terraglie fu un tempo rinomata, e diede buone stoviglie alle provincia dello Stato, e più a Roma. I suoi modelli di piatti e vasi sono belli tuttora; ma le sue terre poco marcite, le sue vernici mal preparate ne scemarono la resistenza al fuoco, sicché né scemò anche il credito. L’altra in strada S. Vitale, sorta da poco ad identiche condizioni, decadde essa 0ure per la liberale tariffa e per la concorrenza interna, come decadranno tutte quelle industrie che, fra noi non sono naturali. In queste come in altre; è inutile lottare coi figli di Albione ricchi di mezzi antichi e nuovi per, infinite, fabbriche, e ricchi di quel pratico sapere che li fa padroni del commercio mondiale. L’industria enciclopedica è un dellrio dell'ignoranza e della cupidigia.

Di due fornaci da vetri, ne resta ora una sola, alimentata quasi unicamente dai rottami; sicché non, è. a mera vigliare se produce in basso grado bicchieri e bottiglie ed altri consimili vasellami. È quindi desiderabile, che ancora fra le nostre arti intervenga la scienza. chimica, i per non essere in queste inferiori ad altre meno grandi città. E sono cittadini doviziosi coloro che mandano la suaccennata fabbrica; dovrebbero adunque almeno sentir l’obbligo di condurla in proporzione tale da reggere a quella di Ravenna.

Si annoverano ancora parecchie fornaci da stoviglie. Abbiamo due cererie: una del Castelli all'antica, del Pelegretti l’altra con caldaia a vapore. Fanno ogni solita di cerini e candele ben lavorate, bianchissime ed a vari colori; tuttavia lo smercio è circoscritto al paese. Che se il trovato della stearina non fosse sopraggiunto a danneggiarle, avrebbero potuto avanzarne i brevi confitti cui sono ridotte, a quelli, cioè, di servire quasi esclusivamente le chiese. E qui. conviene accennare che il dazio sulle cere grezze sente un po’ d’alto, e che un’equa riduzione non nuocerebbe al primitivo prodotto scarsissimo fra noi, né atto a candele levantine.

Qui ricordiamo con piacere le preparazioni anatomico-patologiche del Bellini eseguite in cera; esso ha superato da tanto lodata scuola fiorentina.

La privativa concessa pei lavori stearici in Roma e Forlì, tolse che ne sorgesse qui la manifattura che poteva essere e riguardarsi nostra, si pel sevo, sì pel grande consumo che si fa di stearina.

Parliamo ora della industria della colla forte e della colla-di-pesce. Esistono qui della prima due fabbriche, che ne forniscono buona qualità, tanto che reggono alla concorrenza di altre molte. Una di queste, ossia quella del Montalti, è molto pregevole, dando gelatina per bellezza e modicità di prezzo superiore alla tanto millantata francese. Può il Montalti a modico prezzo spacciare la suddetta gelatina, passandone le basse qualità ai fabbricatori di fosfori fra noi numerosissimi. Anche perciò mi restringo a farvi considerare, poter essere utile eccitare il Montalti a procacciarsi maggiori mezzi, a porsi in maggiori relazioni commerciali, onde abbia premiò condegno alla sua industria.

L’acqua di felsina è un’invenzione di Bertolotti giustamente riguardata fra le più pregevoli profumerie Se ne fece, e se ne fa grande smercio in Europa e nel Levante; da tal industria trasse esso più che discreta fortuna. Non mancò chi volesse imitarne la composizione, ma ne tornarono vani gli sforzi.

Altra acqua nastra merita pure un cenno, quella voglio dire della Motetta, che estratta dai pampini delle viti ebbe origine in S. Martino dei Menzoli; ed è tuttora secreto noto solo a poche famiglie. Rimedio antiscorbutico sperimentato utile in vari paesi, e l'uso del quale vorrebbe essere più esteso e si estenderà ogni qualvolta i compositori della medesima alla bontà del miscuglio sappiano aggiungere la sagacia di, farne conoscere vastamente e per memorie scientifiche le reali virtù.

È abilità di pochi nostri farmacisti il manipolare perfettamente la terra di Cattù; che a migliaia di scatoline vien diradata in tutta Europa.

Una fra le maggiori singolarità della nostra provincia è la confezione di certi salati suini: e quella a maggior grado della mortadella di Bologna. Fu ed ora è più che mai prediletta; vivanda in molte, regioni si del vecchio che del nuovo mondo. Si esporta pur anco di qui non piccola quantità del nostro strutto e lardo, e molto se ne manda si in Lombardia che nel Veneto. l residui rancidi delle materie grasse prestandosi facilmente a combinazioni col liscivo di soda, sono raccolti dai nostri fabbricatori, che danno buoni saponi per uso delle famiglie. Cosi pure si raccolgono i fondi d’olio d’oliva; ma la fabbricazione di sapone più estesa, è quella fatta colla pece greca. Questo resina è sottoposta ad un dazio eccessivo dal venti al trenta per cento sul valore. E’ necessario sia oggi ridotto, diversamente la fabbricazione del sapone americano vorrà impedita.

Presso le mura della nostra città fu eretta una piccola fabbrica di acidi: essa però non regge a quella, estesa e provetta di Rimini, dotata della materia prima ed entrambe, per difetto d’idonei metodi, mal sosterranno la concorrenza delle piemontesi.

Le nostre, stamperie crebbero col crescere delle produzioni dell'intelletto e, delle notizie politiche, di cui è avido il popolo. Fattane maggiore, anzi grandissima la pubblicazione in questi ultimi anni, e massime per mezzo dei giornali, aumentarono di numero, di grandezza e di pregio. Fra le nostre tipografie avanzava le altre quella della Volpe, per bei caratteri nitidi, ed ortografica correzione. Essa aveva pure un altro considerabile vantaggio, quello di dare in poco tempo per mezzo dei velocitipo gran copia di esemplari. Ma ora il Monti con tre macchine, e con progressi di ogni maniera, le fa concorrenza.

Nè tra noi manca buona fusione di caratteri, né scarseggiamo di buon inchiostro; ed è si vero, che di questi due articoli si fanno ricerche anche da altre province. Quando le nostre stamperie avessero buona carta del paese ed a miti prezzi, sarebbe da credersi che, in grazia di ciò e pel crescente lavoro, potrebbero emulare anche le più rinomate.

Le industrie della litografia e fotografia s’introdussero da anni lira noi, e quantunque piccole al confronto dei prodigi di Bàtterà, di Francia 0 di America, diedero e danno commendate prove. Nell'ultimo decennio la litografia alla matita ed incisione litografata conseguirono fra noi ragguardévolissimo sviluppo in grazia della Superiore intelligenza e farà assiduità di cure spesevi dall'illustre professore Calori. Egli le incoraggiò, le condusse, sarei quasi per dire, a perfezione, e ne dan fede le sue 200 tavole anatomiche; dopo le quali ei diresse ancora con lode non minore le litografate incisioni per mezzo dei Bottini, che si bene lo intese: e cosi mostrò anche in fatto di Belle Arti, non esser noi inferiori ai begli ingegni protetti da maggior fortuna.

Or, quanto alla fotografia, è da osservare come il vivere d’oggi vieppiù civile e squisito abbia condotto a chieder ricordi e memorie delle più care persone e a farne ricambio fra loro. Quindi l’uso ripetuto e frequente delle macchine fotografiche e dei necessari chimici processi; e si bell’uso addiviene eccitamento ad industria ed a perfezione.

Tintorie. — Allorché le seterie avevano fra noi vigorosa vita, le tinte erano eccellenti; e tuttora suona la fama dell'incarnato colore di gran pregio solo da pochi tintori bellamente raggiunto. Se i nostri tintori degli anni, scorsi, ebber vasto esercizio per cotoneria, quel filo però non si prestava a vaghezza, di tinte, né lo scarso lucro potea consentire cure maggiori. Ne duole poi che la chimica non sia ancora fra noi largamente applicata alle arti. Ci consoli però l’esempio del Pasquini, che a tal uopo studiò, in Francia, e oi diede i più bei colori in lana, e resistenti. Questa non lieve gloria è susseguita dalla maggiore raggiunta a Persiceto, col render ad olio il fotone colorato di un bellissimo rosso, da non iscendere dal paragone di quella che, ne da il Rolla di Genova; e lo supera specialmente per la non menomata robustezza del filo.

Attivissime sono due fabbriche di carte da giuoco, con ismercio per molte altre provincie. Pregevoli a confronto di altre per le meno goffe figure, lascian molto a desiderare nella qualità della carta.

Tacendo delle officine di molti e vari rotabili che in ogni paese si lavorano, si farà parola delle tre officine di carrozze a buon gusto, che, se non gareggiano colle milanesi, sono,da noi preferite per la robustezza delle ruote e dei carri, qualità necessaria per i cattivi selciati delle nostre.

La lavorazione d'armi e dei fucili da caccia vive per ingegno e per la perizia di un sol uomo; e per tale ragione si crede dovere farne questo breve cenno.

Più estesa e rinomata fra altre è la fabbrica dei ferri chirurgici dei fratelli bollini, i cui lavori non sono. inferiori a quelli di. Francia, e mostrano perizia meccanica e saper scientifico; poiché i bollini si lascian guidare dal genio dei nostri, chirurghi, ed in particolare da quello del chiarissimo professore Rizzoli; con che danno strumenti non solo perfetti, ma ancora nuovi per semplicità e per invenzione.

Nell'ultima esposizione industriale facevan fede dell’eccellenza dei nostri artisti le suppellettili ad. intarsio e ad intaglio: arte òr limitata, e che è a sperarsi acquisti un campo più vasto.

Scaduta in città la lavorazione dei capelli di paglia, una ne è sorta nel piccolo paese di Baricella, per opera caritatevole di mia dama francese; lavorazione che fa progressi per bellezza di lavoro e modicità di prezzo. Se si estendesse, potrebbe giovar molto a quelle terre.

Industrie di grande importanza vengono condotte per conto del Governo; s’intende parlare delta monetazione e dei tabacchi. Dobbiamo dolerci che la Zecca, forse la più antica, durata per tanti secoli con decoro, abbia a cessare per recente decreto governativo. E ciò perché reputata necessaria alla sollecita coniazione degli spezzati di lira da eseguirsi colla fusione delle monete pontificie. È mestieri che li spiccioli della medesima scompiano per ovviare a tante perdite e ad altrettante frodi. È mestieri altresì, che gli strumenti di cui si giova il commercio sieno pur ridotti armonicamente ad unità di pesi, misure, monete: senza di ciò si cercherà invano di promuovere i fattori della materiale prosperità.

Godeva gran nome questa nostra fabbrica dei tabacchi, specialmente pei suoi sigari, e pei pesti di rapè, quantunque in mano di avidi speculatori. Ma dopo gli ultimi avvenimenti politici amministrata dal Governo, è caduta in discredito, specialmente pei sigari che assai disgustano e ammorbano veramente. Non entro a cercarne le cagioni; ne noterò il male perché si abbia rimedio. E qui potessi io far accogliere il precetto di quei profondi economisti, che addimostrarono disdire ad ogni savio Governo esercitare industrie, e solo al medesimo correr obbligo di proteggere e soccorrere l’attività privata, giusta le condizioni impreteribili della civile associazione.

Relativamente ai diritti di entrata sui prodotti importati noti sembra occorrere veruna Sostanziale modificazione, giacché la tariffa doganale sarda si basa sul principio di accrescere liberamente le industrie. Ma in tutte le cose l’opportunità è necessaria, quindi sembra non dover noi ad un tratto spingerei troppo oltre escendo dalle oppressioni economiche; ché è pur sempre vero tornar arduo sbrogliarsi da laberinti protettivi senza gravi ruine. Fa d’uopo in pratica rinunziare al concetto ideale dell’assoluta libertà: sia pure la libertà, la stella polare cui miri il legislatore, ma seguendo l’opportunità non deve scordare il principio, che tutte le riforme daziarie denno essere:savie transazioni per conciliare coi grandi e progressivi interessi le timide aspettative dall’industria stabilite. Se non che quanto all’industria, se possono essere giuste alcune inquisizioni, è però la riflettere, come sia necessario ponderare sulla cosa, e tutto al più ammetterle lievi, e per quanto è possibile, equamente divise. E tanto più, in quanto che ora i nostri intraprenditori hanno a fare sforzi per sostenere la concorrenza delle nuove provincie più avanzate nelle grandi industrie, la maggiore concorrenza estera ammessa per la tariffa liberale, e in pari tempo a sopportare il caro dei fitti della mano d’opera. E, volendo concludere dalle cose fin qui discorse, chiaro appare:che non tutti gl’individui concorsero colle opere e col senno ad una maggiore produzione: che i consorzi non soccorsero finora bastantemente le private attività; che i Governi non garantirono compie lamento le cinque grandi proprietà individuali: che infine, confessando anco di aver assai guadagnato, l’organismo ecocomico rimane pur tuttora imperfetto.

Resterà adunque debito del Governo nelle sue relazioni. internazionali l'adoperai, perché altri grandi Stati, seguendo la via delle riforme intraprese, sanzionino colle leggi il principio per cui nella libera ed universale concorrenza si pareggiano le sorti delle minori nazioni, e delle maggiori: raccomandandosi ad imperiosa necessità d’interessi la perpetua emulazione delle industrie e dell’ingegno: obbligandosi li arretrati a soggiacere alla potenza dei progressivi, o ad imitarli.

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ANNALI UNIVERSALI DI STATISTICA, DI ECONOMIA PUBBLICA, ECC.

BOLLETTINO DI NOTIZIE ITALIANE E STRANIERE E DELLE PIÙ IMPORTANTI INVENZIONI E SCOPERTE

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Settembre 1862


NOTIZIE ITALIANE

Nuovi studj economici sui prestiti italiani

La storia del passato fu sempre la scuola dell’avvenire: epperò l’esposizione veridica dei fatti seguiti nei prestiti italiani 1859, 1860 e 1861, può offrirci una guida in altre emergenze. da questa esposizione,che ci proponiamo di porre sottocchio ai lettori, risulterà ad evidenza comprovato quanto al sistema cosi detto del partito privato, sia da preferirsi l’altro della pubblica soscrizione.

Ma, pel maggior sviluppo di questo sistema, occorrono misure tali di facilità e frazionamento, che pongono alla portata delle più piccole fortune il concorso al pubblico prestito, misure che servano, usando di una frase ben nota, a democratizzare la rendita, e di cui la Francia ci ha porto in tempi recenti uno splendido esempio.

Anzi tutto dobbiamo escludere le prevenzioni pur troppo invalse, che cioè gli Italiani, in generale, non abbiano denaro, che permetta loro un agiato collocamento sugli effetti pubblici, né siano per abitudine proclivi a quella sorta d'impiego. Un solo fatto basterà a provare il contrario. Prima della formazione del nuovo Regno, chi, se non gli Italiani, possedevano la gran massa della Rendita, che stava a carico d’ogni particolare Stato? Nè si potrà apporci l’eccezione dei nostri Titoli posseduti da stranieri, perché a fronte di quelli stanno considerevoli quantità di Titoli esteri posseduti dagli Italiani.

A tali ragguardevoli investimenti dobbiamo aggiungere che molte Provincie e Comuni hanno debiti importantissimi verso i propri amministrati; e noi vediamo tuttodì seguire transazioni su questi valori, senza disquilibrio o turbamento, come fossero capitali circolanti sotto forma di Buoni della Banca.

Innanzi il 1848 e dopo, molti valori italiani, sia erariali, sia locali erano quotizzati in commercio al di sopra del pari, e non di poco; tante erano le domande d’impiego, sebbene ai governi allora stabiliti fossero avverse le popolazioni, come all’attuale sono affezionate perché, libero e nazionale.

È vero che l’Austria trovò ripugnanza nei Lombrdo-Veneti a concorrere a’ suoi prestiti 1850-1854; ma chi paga volentieri il ferro delle proprie catene? Non era che sentimento nazionale che facesse astenere dall’offrire, rinunciando piuttosto al certo guadagno, o valendosi dei banchieri di Vienna, Francoforte e Amburgo.

Far prevalere le prevenzioni ai fatti è una logica proscritta dalla ragione, e condannata dal buon senso; provalo quindi dai fatti che gli Italiani possono, e vogliono somministrar capitali al Tesoro nazionale, procederemo franchi nell’esposizione anzi accennata, per riconoscere i mezzi atti a dare il chiesto sviluppo alla pubblica soscrizione.

Nel 1859 si autorizzò la vendita per pubblica soscrizione di 6 milioni, di rendita: in 5 giorni, dal 2 al 6 novembre si ebbe offerta di L. 48,331,980 ai quali fu accordato il 21 per cento: nei tre giorni successivi 7,8,9, si ottennero ancora L. 1,749,080 che furono quotizzati del 100 per cento; avendo limitato il ministro alla pubblica soscrizione soli 4 milioni di rendita.

Nel 1860 fu accordato alla pubblica soscrizione la cifra di L. 4,500,000 di rendita: in 4 giorni, dall’8 all’11 agosto, furono fatte offerte per L. 395,800 ciascuna da L. 50 o meno, che non soffersero riduzioni, e L. 27,497,750, ciascuna di oltre L. 60 che furono ridotte al 15 per cento. Alla privata soscrizione vennero accordate L. 4,800,000 di rendita e non si pubblicò il risultato.

Nel 1861 alla pubblica soscrizione si assegnarono lire 7,500,000 di rendita, ed in 8 giorni, dal 29 luglio al 5 agosto, si ottennero offerte per L. 213,660 ciascuna da L. 10 che furono tenute inalterate, e per L. 52,107,490 di oltre L. 10, alle quali fu accordato il 14 per cento. Dalla privata soscrizione quotizzata per L. 28,200,000 di rendita si ebbero offerte tali da ridurle al 58 per cento.

Rimarcasi che le offerte relative alla pubblica soscrizione si ottennero malgrado le seguenti restrizioni:

1.° Limitazione dei luoghi fissati per la soscrizione a fronte dei centri popolosi, che ha il Regno, come accenneremo in seguito;

2.° Breve periodo di tempo lascialo alla sottoscrizione, ridotto a soli 4 giorni nel 1860, ed a 8 nel 4259 e 1861;

3.° Pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto dell’aprimento del prestito sempre due soli giorni prima dell’incominciamento della soscrizione: anzi potremmo dire un solo giorno, distribuendosi la Gazzetta ufficiale alla sera, per modo da rendere quasi impossibile la notizia in tempo utile in qualsiasi punto del Regno,, eccettuato Torino;

4.° Rispetto al 1860, non erano accette le offerte minori di L 20 di rendita, quando negli altri anni era fissato il minimum di L. 10.

Non basta stabilire il principio che nella riescita dei prestiti nazionali sono implicati i maggiori interessi dei cittadini dello Stato, e che l’attivo concorso dei medesimi offra la più sicura garanzia per la sua effettuazione, oltre essere un regolo dell'amore e fiducia che il popolo serba pel suo governo; ma è duopo ammettere pur anco il diritto, che ha il cittadino (al quale si chiedono dallo Stato si larga copia di prestazioni e servigi sia reali che personali) di godere, a preferenza di chicchessia, dei vantaggi, che può offrire l'emissione di un prestito; perché dove sono doveri, colà sono pure diritti; ed a quello, cui si dice paga, conviene pur dir alla sua volta ricevi!

Cosi, e per ragioni economiche, e per rispetto al diritto del cittadino, è necessario di abbandonare più che si può il partilo privato nei prestiti avvenire, ed appianare al pubblico le vie della concorrenza;

1.° Col moltiplicare le sedi della soscrizione;

2.° Col dilatare il tempo utile alla soscrizione medesima.

È da osservarsi che pel prestito 1861, quando si aumentarono i luoghi da poter soscrivere da quelli stabiliti nel 1859 e 1860, si limitarono ai 53 capi-luoghi di circondario per rispetto alle antiche provincie ed alla Lombardia; a 15 capiluoghi di provincia per i 63 circondarii dell’Italia centrale e Sardegna; lasciando facoltà alle rispettive Luogotenenze di fissar le casse opportune per gli 80 circondarli delle provincie napoletane e siciliane.

Ma quand’anche si stabilissero i capiluoghi di circondario in tutto lo Stato, non esisterebbe una deficienza relativa, in confronto ai gran centri popolosi del Regno?

Ammonta la somma dei circondarii del Regno a 196; mentre vi hanno 283 Comuni superanti 10,000 abitanti, e 580 superanti 5000 (Annuari It. 1856-57, pag. 370). Con centri popolosi di tanta importanza si rende conveniente di estendere la facilità da poter soscrivere in ogni Comune, mentre nessun danno può derivare da tale estensione, tanto più che i Comuni al di sotto di 1000 abitanti sono limitati a 2860, dei quali 2300 sono nelle antiche provincie e nella Lombardia, parti del Regno le più accostumate all’impiego della rendita nazionale.

In Francia si può ritenere sufficiente la destinazione dei soli capiluoghi di circondario a ricevere le soscrizioni, perché ivi ammontano a 363 con soli 149 Comuni superanti 10,000 abitanti, e 271 di oltre 5000, trovandosi colà sparsa la popolazione per modo che i Comuni aventi meno di 1000 abitanti ammontano a 27,639, dei quali 15,684 non oltrepassano i 500 (ivi, pag. 68).

Anche la legge comunale in Italia ha riconosciuto la necessità di tener di mira nelle sue disposizioni la intensità della popolazione in ogni Comune, anziché la qualità di capoluogo di circondario.

Esaminata quindi l’importanza speciale, che hanno molti Comuni del Regno rispetto alla loro popolazione, unitamente al riflesso che ogni Cittadino effettua nel proprio comune il contributo di uomini e denaro che si deve allo Stato dobbiamo ammettere che colà debba lo Stato offrire al cittadino il campo di esercitare il suo diritto, cioè di divenire possessore della rendita nazionale in prelazione ad ogni altro concorrente.

Che se l’affluenze della piccola soscrizione, come fu mostrato nei suesposti ragguagli, potè farsi luogo nei prestiti fatti a malgrado di tanti inceppamenti e di tante restrizioni (notasi che nel prestito sardo fatto nel marzo 1859 si presentarono alla soscrizione 8732 concorrenti) è se quest’affluenza medesima tuttodì si presenta al mercato per modo da far valutare i piccoli titoli con considerevole aggio; quali saranno i risultati di una larga e facile concorrenza aperta in ognuno dei 7719 Comuni, ove ogni cip ladino possa prendere parte e conoscenza ai pubblici prestii?

Per tal modo il popolo apprenderà inoltre a considerarsi tutt’uno collo Stato, da cui finora fu tenuto in disparte, e con tale pratica conoscerò materialmente come egli possa divenire creditore e debitore ad un tempo del pubblico Tesoro; potrà informarsi dello spirito della grande associazione, ed incamminarsi ancora per quelle mirabili istituzioni dette Società industriali, ove si utilizzano le frazioni, che isolate sarebbero nulle, e riunite creano prodigi. Così soltanto l’emancipazione nazionale sarebbe completa, né dovremmo assoggettarci all'estero per ogni sorta di pubblica intrapresa, schiavitù non abbastanza sentita, ma nocevote sotto il punto di vista economico quanto la dominazione straniera. Finalmente maggiore sarà il numero dei cittadini possessori di rendita nazionale, e più forti saranno i vincoli, che legheranno il popolo allo Stato; ed ognuno sa quanto sia sana politica il far cospirare i privati interessi al pubblico; anzi cosi strettamente legarli che non si possa, attaccar quello senza rovinare gli altri.

Però ad ottenere l'intento è indispensabile non solo che il prestito sia accettato in ogni Comune., ma eziandio che sia pubblicalo in tempo ùtile da potersi preparare i cittadini alla Soscrizione, ed altrettanto da poterla effettuare. Così l’avviso o decreto di apertura del prestito dovrebbe essere pubblicato non menò di 15 giorni prima dell’incominciamento della soscrizione, per la quale sarebbero da accordarsi 10 o 12 giorni.

Dopo ciò per aumentare la concorrenza ed ottenere il più possibile la propagazione dei titoli, cosa utile all'interesse nazionale per tener in credito la rendita ed impedirne l’ingorgo, si può adottare:

1.° Che l’offerta infima non abbia ad essere rifiutata che al disotto di lire 10 di rendita;

2.° Che nel caso di riduzione di somma ai concorrenti, tenuti inalterabile I’ offerta infima, abbiasi ad accordare una minore riduzione ai concorrenti di lire 100 o meno, da quelle superanti quel limite, per modo che non abbiano a risentir riduzione di oltre la metà dell’offerta colla base del multiplo di lire 10 a semplificazione di contabilità;

3.° Che tenuto il deposito à garanzia dell’offerta nel limite, che fu accordata, ad ogni rata, che si paga, abbiasi a fare in modo da poter ottenere immediatamente un titolo definitivo quando uno o più pagamenti dello stesso certificato lo comportano;

4.° Che la somma da pagarsi ogni rata sia ridotta in diciottesimi mensili, come si praticò in Francia con vantaggio nel 1859. Per tal modo le più piccole fortune possono prendervi parte, e si crea una cassa di risparmio all’operaio, oppure a chi può avanzare là limitata somma di lire 9 mensili concorrendo pel minimum. Alle anticipazioni delle rate, da autorizzarsi, sarebbe da abbuonarsi l’interesse.

5.° Che col tagliandi o coupons maturandi, o che maturano dopo 15 giorni, abbiano a potersi pagare le imposte dirette; e cosi al vantaggio che avrà l’erario di diminuire il lavoro cambiando le esigenze delle imposte e pagamenti dei tagliandi con semplici giri di cassa, ogni classe di cittadini avrà aperta la via alla pratica cognizione, come possa rimpiazzarsi lo stromento di commercio estremamente dispendioso, qual è il metallo, da altro, che costa infinitamente meno, che è più comodo, cioè la carta, e come, accompagnata questa dal credito, produca colla sua circolazione magiche conseguenze. Alla rendita dei titoli si può dare diversità di scadenza, e così dividendo i pagamenti equilibrarli colle esigenze dello Stato.

6.° Ove il prestito convenisse farlo immediatamente, il Parlamento potrebbe fissarvi il prezzo del 90 per cento, cifra, su cui s’aggira per lo più il valore del redemibile 1850; stabilendo contemporaneamente l’accettazione di questi particolari titoli al valore nominale, sia a pagamento dei beni nazionali, quando ne sarà adottata la vendita alla pubblica asta; sia pel capitale delle annue prestazioni perpetue dovute dai cittadini al Demanio, che si volessero affrancare a termini di legge.

7.° Dovendo poi lo Stato calcolare indefettibilmente sub l’incasso delle rate, una volta ottenute le offerte, la mancanza a qualsiasi pagamento dovrebbe essere punita colla perdita del deposito del 10 per cento di quanto fu assunto ed accordato.

Disposizioni opportune occorrerebbero:

1.° Per ricevere le prime soscrizioni in ogni Comune a mezzo degli esattori comunali ove mancano casse regie: fissando anche più casse od esattori nelle grandi città per ricevere essenzialmente le soscrizioni di minor importanza.

2.° Pel rilascio dei certificati, ultimata la liquidazione.

3.° Per ricevere il pagamento delle rate di mano in mano che maturano, o fatte anticipatamente.

4.° Pel concambio delle ricevute in titoli definitivi.

Un prestito pubblicato con simili norme persuaderebbe «gli speculatori dell’impossibilità di poterne ottenere somme ragguardevoli, come fu loro accordato fin qui; ed anziché giuocare al ribasso credendo di migliorare i patti della nuova rendita da alienarsi, conserverebbero quella che detengono f persuasi non solo di non poterla con troppa facilità rimpiazzare, ma che un progressivo miglioramento di prezzo si effettuerebbe col consolidarsi del nostro avvenire politico e finanziario, miglioramento di prezzo, che fu impedito fin qui dalla sola agglomerazione dei titoli ().

La maggiore o minore concorrenza risultante potrebbe guidare il Governo a conoscere se la nazione, a preferenza d'estranei partiti, intende o meno, esercitare il diritto di prender parte alle istituzioni da crearsi e grandi opere da eseguirsi mediante associazioni, come prese interesse alla Banca nazionale e ad altre intraprese; metterebbe poi in luce più di tutto la distribuzione della ricchezza nazionale, e quali risorse il Governo potrebbe ripromettersi dalla nazione in casi di bisogni istantanei, ciocché non otterrebbe in altro modo.

La Francia provò nel 1859 come posta in circostanze eccezionali ed a fronte della guerra, che farveva, potesse incassare effettivamente in modo positivo, e non artificiale, in soli otto giorni 251 milioni circa per depositi di garanzie, per offerte sul prestito in allora aperto di 500 milioni, oltre ad altri 45 milioni per anticipazioni versate per modo da riconoscere che 296 milioni versati al tesoro non portarono qualsiasi alterazione economica nell’Impero.

Ove poi le cedole di concorso ed i corrispondenti elenchi di ciascun Comune e Provincia sieno fatti opportunamente, si possono creare per tal modo molte preziose notizie statistiche, ed economiche, sia rispetto a. ciascuna parte del Regno, che pei confronti successivi; notizie che dovrebbero venir pubblicale nel loro dettaglio pei studii e norme che potessero occorrere.

Nel fare di pubblica ragione questi cenni, non fu certamente nostra intenzione di recriminare sul passato, opera ingrata e disutile ad un tempo: però non possiamo tenerci dal manifestare la nostra sorpresa del modo riciso, con cui la Commissione eletta dal Parlamento, per occuparsi della legge sul prestito 1861 abbandonava al ministro di finanza tutta la scelta dei mezzi, che a lui paressero opportuni. Il ministro delle finanze non è già un tutore che amministra i beni di un pupillo, ma un funzionario, cui il Parlamento concede la facoltà di eseguire con norme direttive per l’interesse della nazione.

Sarebbe dunque di assoluta importanza che il modo di fare i prestiti, che ha provocato tante serie meditazioni dei più valenti economisti, venisse studialo anticipatamente dai deputati per non essere colti, come si suol dire, all'impensata da una subitanea domanda del Governo, alla quale essi non sappiano rispondere che con un si, o con un no. Sopra ciò insistiamo con tutto l’ardore, e ci chiameremo ben lieti se queste nostre proposte, anche dove non fossero adottate, ottenessero almeno di eccitare l’attenzione del Parlamento, sopra una parte cosi importante degli interessi nazionali, e dei diritti particolari di ciascun cittadino.


Annotazione

Noi abbiamo riprodotto questi importanti studj favoritici da un valente cultore delle scienze economiche e finanziarie per far conoscere con quali più opportuni spedienti si potranno quindi innanzi contrarre dal Governo Italico nuovi pubblici prestiti. È una verità incontrastabile che più si ottiene quando si chiede poco da moltissimi, che non quando si chiede molto da pochissimi. In fatto di prestiti nazionali deve il Governo aver più fede nel popolo che non nella classe avidissima dei milionari. I frutti di risparmio delle classi operose e previdenti sono ora accumulati nelle mani di pochi banchieri e presso le Casse di risparmio che tesaurizzano ih Italia una somma di cento ottanta e più milioni di franchi. Il Governo potrebbe chiamare a spontaneo contributo questa ingente massa di piccoli capitalisti che ben Volentieri investirebbero il loro denaro in pubblica rendita. Noi facciamo perciò voli che chi regge le finanze dello Stato abbia ad accogliere le assennate vedute dell’autore di questi studj.

Statistica della produzione serica d’Italia nell'anno 1862

La Camera di commercio di Torino pubblicava la seguente relazione che noi riproduciamo, e da cui si rileva la condizione della produzione serica italiana durante quest’anno.

Illustr.° sig. Ministro,

Per varii indizi, giusta i quali pareva cosa razionale l'alimentare qualche speranza, chiudevasi la relazione sul raccolto serico dell’anno 1861 col presagio si fosse per andar all'incontro a più prospera ventura; fosse cioè per isminuire notevolmente la intensità del morbo che dal 1857 in qua distrugge la robustezza e la produttività dei filugelli. Ma quegli indizi furono fattaci, le speranze furono dai risultamene del raccolto serico del 1862 tradotte in infausto disinganno, niente di meglio in quantità ni in qualità si ebbe nel 1862 di quanto si abbia avuto nel 1861; e se 1 ultimo raccolto in sul suo principio potè ancora dar esistenza a qualche illusione, doveva questi cessare al seguito dell'ultima settimana di maggio, durante la quale le vicissitudini atmosferiche furono troppo avverse per poter essere superate dai vermi serifici, nelle cui vincere già covava il germe del morbo che, fa succedere in essi all’inazione la consunzione e la perdita delle forze vitali.

Sul principio il raccolto pareva dover essere se non abbondante almeno soddisfacente; ma trascorso appena il succitato periodo, si vide tosto come potesse neppure uguagliare il raccolto precedente, vi restasse anzi per talune provincie notevolmente al disotto.

Dal riassunto della tavola generale de risultati dei mercati del 1862 confrontato col riassunto de’ risultati del 1861 si ha per cinque compartimenti del Regno le seguenti differenze:



1861

Miriagr.

1862

Miriagr.

Differenza

in meno

Antiche provincie 349042 288497 30545
Emilia 37287 44494 25796
Marche ed Umbria 46198 40996 6202
Toscana 26267 43049 13238
Provincie meridionali 3560 4839 4721
402344 325842 76502

Non si potè far entrare in questo computo i risultati della Lombardia perché per quest’anno per la prima volta soddisfacendo al pubblico desiderio manifestatosi, furono trasmessi i bollettini di parecchi de’ suoi principali mercati che non si ebbero in addietro.

Si annoverano nel bollettino centrale:

del 1862, piazze 8 con miriagramma 50931

del 1861, piazze 3 con miriagramma 40610

Differenza in più miriagramma 19371

Quindi, quand’anche si volesse compensare la deficienza avutasi negli compartimenti col maggior concorso registrato pei mercati di Lombardia, la tavola del 1862 offre pur sempre una diminuzione di merce di miriagramma 67131; diminuzione sensibilissima perché dimana dal confronto coi risultamenti di un anno in cui il raccolto non fu certamente, non che buono, neppure mediocre, quantunque i mercati già avessero somministrato di merce il 16,375 per 100 in più del 1860.

E per conoscere quale sia stata l’importanza della merce concorsa ai mercati del 1860 e del 1861 non sarà inutile il riportare le cifre che dimostrano i risultati dei bollettini generali delle antiche provincie per tutti gli anni da che ne segue la pubblicazione:

Piazze  di mercato Quantità di merce Media annua
1854 24 miriagramma 310986
1855 23» 403686
1856 26» 338623
1857 30» 220885
1858 30» 159700 268558
1859 29» 105820
1860 28» 269991
1861 29» 319042
1862 25» 288497
1855, l'anno cioè che diede il miglior raccolto, ebbe miriagr. 403686
1859, l’anno che diede il raccolto il più scarso, n’ebbe 105820
Differenza in meno 297866

uguale al 73,787 per cento, oltrepassante tale differenza del 8,494 per 100 la media del raccolto annuo; cioè sarebbevi tra il migliore ed il più scarso raccolto una perdita uguale ad un raccolto medio, più il 9,494 per cento.

Il 1860 avendo avuto più abbondante il prodotto che il 1859 e nel 1861 la progressività in meglio essendosi mantenuta tuttavia, quantunque un pò più debole, le presunzioni, le speranze eransi, per cosi dire, appoggiate ad un precedente che sembrava assai fondato, ma il 1862 sorvenne ad arrestare la graduazione incominciata ed a far retrocedere l’entità del raccolto quasi alle cifre del 1860; recesso che sarebbesi manifestato ancora più sensibile se il traffico, in ora fattosi attivo, tra un mercato e 1’altro, non avesse contribuito ad ingrossare le cifre di quest’ultimo anno più del consueto.

Da colali confronti statistici, che soltanto ponno essere instituiti pei mercati delle antiche provincie, rilevasi ad evidenza nella vera sua proporzione la scarsità del raccolto che in sul suo esordire prometteva assai di più. In siffatta decezione ritrovaronsi non solo i nostri produttori, i nostri filandieri, ma ancora coloro tutti che dalle estere piazze tengono lo sguardo rivolto ai mercati subalpini dove è uopo ricorrere per avere quella qualità di merce serica che gode di incontestata supremazia per le manifatture di lusso, poiché è in modo speciale dotala di lucentezza, di forza, ma più ancora di incomparabile elasticità.

In Lombardia risulterebbe essere il raccolto pressapoco uguale a quello dell’anno precedente; forse alquanto più abbondante nelle basse, ma più scarso nelle alle località.

Pel Veneto puossi ad un dipresso fare simile calcolo.

Mancanza considerevole ne risultò in Toscana e nelle Romagne. Nelle provincie meridionali, ed in ispecie in Sicilia, il raccolto può dirsi fallito.

All’estero le informazioni finora pervenute lo dimostrano eziandio scarso più o meno.

In Francia fu alquanto più soddisfacente e, tolto il dipartimento dell’Isere, dove non diede i risultati che sul principio ne si attendevano la malattia vi si mostrò mollo indebolita.

In Ispagna fu molto meno prospero.

Nelle provincie d'Oriente si ebbe una mediocre raccolta, e per rinvenirvi luoghi esenti dall’atrofia più non voglionsi ricercare nei dintorni di Smirne, o Brussa, od Adrianopoli, a Salonicchio, ma conviene andare oltre verso Levante.

La Moldo-Valacchia parve sinora immune dal morbo quantunque non tutte le sementi di là venule abbiano dato razze sane e robuste com’ erano promesse.

Cosi avvenne per la Macedonia e la Tessalia dove assicurasi essere stato il raccolto assai buono; diffratti le sementi venule di colà diedero prodotti in generale competenti in quantità con quelli dei semi di Bucarest.

Per avere un’idea esalta delle influenze da cui fu dominato il valore commerciale della produzione serica nel 1862 è uopo ritornare al confronto del nostro raccolto con quello di Francia dove si realizzò in quest’anno un risultato in ragione inversa di quello dell'anno precedente. Nel 1861 in Francia il raccolto fu scarso» cattive le qualità dei bozzoli, tenuissima la rendita, ed i prezzi alquanto più elevati dei nostri; per le quali cose il costo delle sete fu colà più caro che non presso di poi..

Epperò la posizione più vantaggiosa in cui trovossi il nostro paese nel 1861, sia per la migliore qualità della seta, sia pel suo minor costo, procurogli dalla Francia sino dai primordi della campagna serica 1861 a 62 () vistose domande di sete non per anco filale; proeurogli ancora la presenza per le domande che uscivano dalle piazze di consumo di Germania e di Inghilterra.

L'accanimento del conflitto armalo dell’America arrestò poi ogni ricerca, ed i filandieri francesi dovettero, essi pure, pel timore di cadere in peggiori perdite, cercare subito spaccio ai loro prodotti mettendoli in vendila in concorrenza con i nostri, sebbene quelli fossero di più elevato, costo; locché rese ben presto i consumatori padroni del movimento commerciale serico: infatti i prezzi al fine del semestre ribassarono sino del 10 per 100.

La stessa caduta del prezzo e gli eventi delle ostilità in America, che mostraronsi in allora favorevoli alle armato del Nord, diedero una qualche spinta alla speculazione, la quale, come tutte le cose ideali facili sempre a trascendere i confini delle realtà, non si arrestò se non quando il corso suo fece raggiungere ai prezzi l’elevatezza cui erano saliti subito dopo il raccolto.

Sebbene allo sperimentato negoziante fosse facile il prevedere che un rialzo cosi rapido e repentino non potrebbe sostenersi, perché ben presto tutti i ritentori della merce avrebbero voluto profittarne, (massime nell'imminenza di un nuovo raccolto che presentavasi sotto più favorevoli au spicii, tuttavia si volle farvi sopra anche troppo calcolo, e da chi ne aveva profittato e da chi per avere già venduto prima le proprie sete più non potè goderne, ma proponevasi di essere men corrivo in avvenire a disfarsi della merce con perdita.

Intanto e gli uni e gli altri vedendo inoltre perdurare il giornaliero ribasso delle sete, determinavansi a non oltrepassare nel 1862 i limiti dei prezzi dei bozzoli segnati nelle speciali colonne dei bollettini del 1861, massime che le rimanenze in seta vecchia erano di ben paca importanza.

Aprironsi i mercati mentre prevaleva cotale opinione, ma sopraggiunse quell'infausta settimana le cui influenze atmosferiche furono cotanto esiziali ai bachi; quindi troppo fondato il timore delta scarsità del raccolto, quindi repentino aumento dei prezzi sino al di là di quanto fossero elevati nel 1861 nelle antiche provincie del Regno Italiano.

La Francia e la bassa Lombardia, dove il raccolto è più precoce, ebbero meno a soffrire della deplorata intemperie, epperò ivi vedendosi i bozzoli affluire sui mercati, gli acquisitori si tennero più riserbati nelle offerte; i prezzi stettero cosi sensibilmente al disotto di quelli del Piemonte. Ed ebbero ben ragione i filandieri lombardi di contenersi; imperocché gli esperimenti fatti sulle qualità migliori dei bozzoli venuti al mercato comprovarono esserne il provento in seta assai più deficiente di quanto mai lo sia stato in addietro.

I francesi poi ebbero per questo foto un qualche vantaggio perché ottennero più proficua la rendita in seta. Per tal modo i filandieri lombardi per la minor rendita; quelli delle antiche provincie per la minor rendita e pel più elevato prezzo dei bozzoli, hanno le sete che loro costano molto più che non costino ai filandieri francesi le sete loro. La critica posizione dei filandieri italiani, ed in ispecie dei piemontesi, diviene poi ancora più aggravata da che oltre fó metà del prodotto di quest’anno è di qualità infima, e ciò non ostante entrò nei Computi dei bollettini dei mercati partecipando ai prezzi delle qualità comuni ed anche superiori, mentre che, per non falsare le cifre del prezzo medio regolatrici di contratti molti e dì molta entità, avrebbero dovuto quelle qualità essere tutte confinate, nelle colonne delle qualità inferiori con prezzi adeguati al vero tenue loro valore.

Gli acquisitori piemontesi poi furono indotti a pagare at prezzi più elevati anche per la stessa materia delle sete di queste provincie, perciocché là cessazione delle domande d’America aveva ristretto il consumo quasi alle sole sete addatte alle manifatture di lusso» che si smerciano per uso delle case agiate de’ grandi centri di popolazione d Europa.

A tale scopo le sete piemontesi ebbero ancora la preferenza a prezzi superiori di 5 o 6 lire per chilogh. dello stesso titolo.

Ma parimenti in ciò fuvvi nuova illusione.

Mancando le speranze di pronta soluzione della questione d’America, fu tuttavia meno assoluta la privazione delle domande dalle regioni transatlantiche, perché, prolungandosi la guerra, furonvi aperti alcuni porli, e perché, come sempre avviene quando i balzelli sono forti, si cercò e al trovò modo di sottrarre i tessuti serici agli enormi dazi da cui sono gravati alla loro entrata negli Stati Uniti. Molta merce serica potè cosi avervi immune accesso, e questa merce confezionate per uso americano non appartiene alle qualità di lusso.

Le qualità comuni ebbero imperiamo il loro giro di favore sostenuto con qualche persistenza, perché fu poca la concorrenza delle sete asiatiche, mancate per l’insurrezione della Cina e per l’invasione dell’atrofia, e per l’infinita quantità di bozzoli che vi vennero destinati alla fabbricazione delle tante sementi sparse per tutti i paesi sericoli d’Europa, le quali importarono multiformi razze produttrici di bozzoli di strano modello, di colori quasi ignoti e di filo grosso ed irregolare.

Portatosi lo scarso movimento attuale sulle quali là comuni, solite vendersi a buon mercato, cessarono i contratti sulle qualità scelte; ne avvenne perciò che pel Piemonte il raccolto del 1862 fu susseguito da persistente stagnar mento d affari, e rimangonvi nei magazzini de filandieri non ricercate, non solo le sete tratte nel 1862, ma eziandio le scarse rimanenze di quelle tratte nel 1861, appunto perché la merce scelta non forma l’oggetto adatto agli attuali bisogni.

Sperasi tuttavia non vorrà prolungarsi siffatto stato di cose. Per poco che voglia rifornirsi il commercio dei tessuti di lusso, per necessità le manifatture dovranno rivolgasi all’Italia e particolarmente al Piemonte, affine di provvedersi dell’occorrente materia prima; per poca vite riprendano le speculazioni avranno esse a portarsi di bel nuovo sulla merce che formò sempre lo scopo principale delle loro ricerche e delle distinte loro preferenze. Ned è e temersi, pare, abbiano le interne agitazioni politiche a nuocere al commercio serico, quantunque sia esso il primario ramo delle transazioni trattate sulle nostre piazze.

I mercati del 1862 procedettero regolarmente. le libere norme da cui sono rette in massima parte dimostrano sempre più quanto meglio valgono a promuovervi il concorso dei venditori e degli acquisitori, dei produttori e dei commercianti ed industriali che non volessero quelle discipline restrittive e coercitive, di cui s’informavano gli ordinamenti creduti per lungo tempo tutela necessaria, mentre all'opposto erano vere e permanente ostacolo all’emulazione, al progresso commerciale, da cui, pel suo sviluppo, vuoisi essenzialmente libertà d’azione.

Prova degli effetti del libero commercio e dell’attività che subito ne sorge sono le comunicazioni apertesi, apri ampliatesi, tra diversi mercati di località anche fra loro non vicine, il traffico che ognor più si fa dai negozianti della merce dall’uno all’altro mercato. Si compra in uno, si vende in un altro, tante volte si prova una terza o quarta piazza, o si riporla la merce là da dove era uscita, ma commista con altre specie per farla apparire sotto miglior aspetto.

Cosi i mercati non ponno dare un’idea statistica, neppure approssimativa della produzione de’ circostanti poderi, ma nel loro complessivo avvicendarsi somministrando, avvicinandosi assai al vero, dei dati sufficienti a formare un sano criterio sulla produzione delle provincie e dei più estesi compartimenti territoriali.

Del lavoro delle filande nelle provincie di Torino, Alessandria, Cuneo, Novara e Pavia, rilevasi essersi nel 1861 passati a trattura ben 1,103,407 miriagr. di bozzoli.

Dalla tavola generale dei risultati de’ mercati di quell’anno risulta che nelle antiche provincie, congiuntovi il mercato di Pavia (perché quella provincia fu compresa nella succitata statistica delle filande) ammonterebbero le vendite de bozzoli registrate



sui bollettini ufficia li q……………….…….…….........................................................................................miriagr. 319,042
Una quantità uguale a poco più del quarto di quel complesso fu venduta sui mercati senza essere stata consegnata sui bollettini, cioè, come risulta dalle annotazioni inferite alla tavola istessa, a 81,124
Miriagramma 400166

Il che dovrebbe pur sempre stare la quantità di bozzoli concorsa al mercato in proporzione del 27,50 per 100 coi montare integrale del raccolto; appunto secondo i calcoli che si fecero in addietro in via di induzione per desumere dalla importanza dei mercati I’ importanza della produzione.

Il sottoscritto compiendo sul suo ufficio ha l’onore di presentare alla S. V. Illustrissima i suestesi cenni raccolti per rendere ragione delle cifre di cui si informano i bollettini dei mercati dei bozzoli di quest’anno e delle cagioni che più evidentemente influirono sul raccolto non che sul corso dei prezzi, e gode di poter nuovamente encomiare la scienza impiegata dalle Municipali Amministrazioni non tanto nel ben dirigere l’andamento dei mercati, quanto nel cooperare alla pubblicazione dei bollettini centrali della cui grande utilità diedero tutta prova essere appieno persuase.

Turino, li 30 agosto 1862.

Il vicepresidente G. A. Cottta.


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Studi statistici sul bilancio del Regno d'Italia per l'anno 1862

Raccogliamo dalla relazione, sul bilancio attivo per l’esercizio 1862 presentalo alla Camera dei Deputali dall’onorevole Busacca nella tornata 21 luglio 1863 i seguenti gruppi statistici:

La popolazione del degno ascende a N. 24,894,925.


Italia Alta e Centrale () N. 10,630,650
Toscana N. 1,815,343
Napolitana N. 7,186,864
Siciliana N. 2,302,168
N.  24,894,925
La spesa ordinaria ascende a L. 690,381,872 23
L’entrata ordinaria a L. 487,001,172 05
Il disavanzo a L. 203,380,200 18

L’entrata ordinaria si ripartisce tra le quattro sezioni nel modo seguente:


Afta e Centrale L. 307,247,623 54
Toscana L. 40,814,773 95
Napoletana L. 110,000,395 26
Siciliana L. 39,468,379 30
L. 487,001,172 05

Da ciò risulta che, in ragione di popolazione le sezioni rendono alla finanza per ogni abitante:


Alta e Centrale L. 28 90
Toscana » 22 24
Napoletana » 15 39
Siciliana... » 12 80
Tutto il Regno (media) » 22 24


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Imposizioni


Centrale L. 260,773,466 28
Toscana » 36,806,606 70
Napoletana » 103,475,200 91
Siciliane » 26,286,797 24
» 427,341,971 13

Rendite diverse


Rendite diverse
Centrale L.  46,444,157 25
Toscana L. 3,508,267 25
Napoletana L. 6,525,194 35
Siciliana L. 3,181,582 06
L. 59,659,200 22
Totale generale L.  487,001,172 05

Dividendo ora 1 ammontare della rendita delle Imposizioni per le rispettive popolazioni ne risulta che le Imposte rendono per ogni abitante:


Nella Centrale L. 24 53
Toscana L. 20 27
Napoletana L. 14 48
Siciliana L. 11 42
In tutto il Regno (media) L. 19 97

Ciò premesso se le imposte rendessero per ogni abitante in tutte le sezioni quanto rendono nella sezione Centrale, l’entrata ordinaria del Regno per le imposte sarebbe in totale di L. 537,082,510 25, alla quale somma aggiungendo L. 59,659,200 92 d’entrate diverse non derivanti da imposte si avrebbe l’entrata ordinaria di L. 596,741,711 17 e si ridurrebbe il disavanzo ordinario L. 936,639,661 06.

Queste cifre ji sembrano abbastanza eloquenti senza aggiungere commenti.

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CONGRESSI SCIENTIFICI

Uno sguardo retrospettivo al decimo Congresso degli Scienziati italiani raccolti in Siena

I

Dopo l’interruzione di quindici anni raccoglievansi di bel nuovo gli scienziati italiani a Congresso per trattarvi in famiglia ogni ramo degli studj si naturali che civili.

La città di Siena era lieta di accoglierli e fraternamente gli ospitava senta alcun fasto teatrale.

I membri effettivi del Congresso raggiungevano il numero di 229 e fu buona ventura che potessero accostarsi a questa cifra, essendo sino all’ultimo giorno rimasta incerta la loro unione pei gravi fatti politici che tenevano vivamente agitata la penisola.

Gli scienziati dell’Italia meridionale sottoposta allo stato d’assedio furono pochissimi; dalle antiche provincie del Piemonte non vennero che alcuni eletti cultori dei buoni studj; e cosi avvenne della Lombardia, della Liguria, deh l'Emilia e delle Romagne. I toscani però non mancarono all'appello e riuscì caro a tutti i buoni il vedere riuniti in numerosa falange i più begli ingegni di questo paese che fu la prima culla dei Congressi italiani.

Al 14 di settembre inauguravasi il Congresso sotto gli auspicj del Presidente generale prof. Puccinotti. Egli leggeva un applaudito discorso in cui ricordava le antiche glorie d’Italia e le aspirazioni costanti dei suoi grandi uomini per vederla ricomposta alla smarrita unità. Nell’illustrare il passato seppe il Puccinotti egregiamente inspirarsi, e non fu eguale a sé stesso quando volse le sue parole all’epoca presente in cui traspirò forse troppo la senile mestizia di, chi si sente più vicino alla regione della morte che non a quella della vita.

Il numero piuttosto esiguo degli scienziati intervenuti all’apertura del Congresso non permise l'immediato ordina mento delle quattordici sezioni, in cui a termini del nuovo Statuto si suddivide il Congresso stesso, ma nel periodo dei quindici giorni in etti ebbe a durare poterono un pò alla volta costituirsi tutte.

Noi faremo specialmente parola delle cinque sezioni che comprendevano le cosi dette scienze morali, siccome quelle che per la prima volta erano ammesse a far parte degli studj del Congresso. La sezione di filosofia legislazione era rappresentata dal presidente conte Giambattista Nichelini e dal vicepresidente cav. Giuseppe Panettoni. La sezione di economia politica e statistica era rappresentata dal presidente cav. Giuseppe Secchi e dal vicepresidente prof. Alberto Rinieri De Rocchi. La sezione di archeologia e storia era rappresentata dal cav. Luigi Filippo Polidori presidente e dal vicepresidente cav. Marco Tabarrini. La sezione di filologia e linguistica era affidata al prof. Graziadio Ascoli qual presidente ed al vicepresidente prof. Fausto Lasinio. La sezione di pedagogia era rappresentata dal presidente cav. Enrico Mayer e dal vicepresidente, cav. Giuseppe Sacchi.

Il vincolo che unisce fra loro siffatti studj fede si che i membri delle diverse sezioni si associarono spesso fra loro e nelle questioni d’indole complessa si prestarono un vicendevole. ajuto. Nelle dotte discussioni che ebbero luogo spiccarono in mirabile modo due note caratteristiche le quali costituiscono per cosi dire il tipo della scienza civile italiana. Gli argomenti stati prescelti versarono tutti quanti isu un campo essenzialmente pratico, abbandonandosi affatto ogni tema che potesse trascendere ad utopie, od a voli trascendentali. Nella trattazione poi dei temi stessi si manifestò sempre negli, oratori una grande temperanza di dottrine da mostrare il senno pratico degli italiani. La breve rassegna che siamo per fare di alcune fra le più eminenti questioni state discusse varrà a confermare quanto diciamo.

II

La classe di filosofia e legislazione si occupò specialmente di due temi importantissimi, su cui è bene che l’opinione pubblica si pronunzj. Essi versavano sulle riforme. legislative dal paese vivamente richieste intorno al matrimonio civile ed al libero insegnamento.

La prima questione fu vigorosamente discussa in cinque sedute, e trovò oratori valentissimi che sostennero da una parte gli incontestabili diritti dello Stato, dall’altra le tradizioni del culto dominante in Italia, e vi furono provetti giureconsulti che esposero vedute assennate di conciliazione fra la libertà di coscienza e la libertà dello Stato. La discussione ebbe fine senza alcuna formale dellberazione avendo la sezione deciso di esprimere opinioni e non già di formulare voti d’indole legislativa La discussione però riusci cosi coscienziosa e cosi dotta che varrà ad illuminare, ehi dovrà riformare in questa parte la legislazione civile.

Il secondo tema sul libero insegnamento trovò pure sapientissimi propugnatori. Tutti furono d’accordo nel grande principio che la libertà dell’insegnar non è che l’attuazione del sovrano diritto della libertà del pensiero e della libertà di coscienza. Non si negò però l’altro diritto parimente sovrano dello Stato che è quello di invigilare perché nulla si operi contro l’ufficio che esso ha di esercitare pel bene pubblico una grande tutela congiunta ad una grande educazione e fu emesso l’unanime voto che qualunque individuo e qualsiasi associazione abbia pure il diritto d’insegnare, ma sotto la pubblica vigilanza del Governo che non dovrà porre ostacoli preventivi, ma esercitare mezzi repressivi ogni qual volta si violino le leggi d’ordine pubblico.

La sezione di economia politica e di statistica prese d trattare sette argomenti che vennero riconosciuti di una ca pitale importanza. Essi versarono sulla proprietà letteraria e sul commercio librario in Italia; sull’attuale condizione de) pauperismo italiano e sugli ospizj di mendicità; sulle società di mutuo soccorso per le classi operaje; sulla diffusione dello studio della pubblica economia in Italia; sulle istituzioni di credito agrario; sulla condizione delle classi agricole in Toscana e sull'ordinamento da darsi alla statistica civile in Italia.

Il tema della proprietà letteraria venne magistralmente trattato da elettissimi ingegni e riuscì consolante il vedere come le loro dottrine si staccassero dalle teorie troppo assolute e quasi utopistiche ora propugnale in Francia, ponendo in nuova evidenza il vero carattere di questa maniera di proprietà che meglio va denominala col titolo di diritto d’autore. Intorno però ài modo pratico di regolare questo diritto si trovò necessario di eleggere una speciale Commissione che farà di pubblica ragione a suo tempo ciò che sarà per emergere da nuovi studj. L’intricato problema del commercio librario non fu che tratteggiato e non stolto, attese le condizioni affatto anormali in cui ancora si trova. in Italia, e fu intanto accolto il pensiero di costituire nelle precipue città italiane dei comitati giuridici che veglino a guarentire i diritti d’autore per comune interesse di chi scrive e di chi stampa.

Gli studj sul pauperismo italiano furono sagacemente approfonditi e si riprovarono le istituzioni affatto artifiziali che nel benefico scopo di alleviare la miseria, promuovono spesso la popolare inattività. Non si pose gran fede negli Istituti di mendicità, e mollo si confidò negli slanci magnanimi della privata misericordia, L’ argomento delle società di mutuo soccorso per le classi operaie occupò tre sedute e fu questo tema svolto in tutte le sue parti. Tra i varj mezzi che s’impiegano da queste benefiche associazioni si diede la preferenza ai reciproci aiuti d'opere e di servigio anziché di sussidj pecuniari che spesso fomentano colpevoli scioperi, e non parve provivido il pensiero di lasciar costituire queste Società in veri corpi morali col diritto di possedere patrimonj, per non introdurre di nuovo il maleficio delle cosi dette mani morte. In vista poi dell’importanza che vennero ad assumere cosiffatte Associazioni in Italia si dellberò di eleggere una speciale Commissione che studj il modo con cui dovrebbero meglio ordinarsi onde non travjino dal provvido loro scopo e concorrano ad alleviare più alacremente la pubblica miseria.

La commemorazione fatta degli illustri economisti italiani che da noi istituivano pei primi una scuola che seppe sempre associare la dottrina del pubblico benessere a quella del migliore ordinamento giuridico e morale della società, fece nascere il pensiero di veder. e lo studio della pubblica economia meglio diffuso in Italia, ove non hannovi che poche cattedre istituite nelle Università e nei tecnici Istituti. Dopo una luminosa discussione dellberava la sezione di emettere il voto che l’istruzione dell’economia politica ab» biasi in tre successivi gradi da introdurre nelle scuole primarie di quattro classi, nelle scuole secondarie tanto tecniche che classiche e nei corsi superiori di carattere universitario. E perché non mancasse un buon libro elementare di economia la Sezione emetteva un programma di concorso per un premio da concedersi nel venturo Congresso all’autore del migliore Catechismo popolare di economia pubblica. U premio dovrà essere quello della grande medaglia stata in quest’anno distribuita a tutti i membri del Congresso, mg da coniarsi in oro.: Fu in seguito dottamente discusso l’arduo tema delle istituzioni di credito agrario meglio applicabili all’Italia. I membri del Congresso posero a coscienzioso confronto gli Statuti della Società francese di credito agrario che si vorrebbe con speciale privilegio applicare al Regno d’Italia; cogli Statuti di Società già esistenti da noi e che già concorrono a sussidiare la patria agricoltura. Fra queste Società si tenne parola della Cassa di Risparmio lombarda che ormai ha raccolto cento milioni di franchi, dei quali buona parte si impiegano a beneficio della possidenza rurale e si ragionò soprattutto dell'antico Monte dei Paschi di Siena che conta più di tre secoli di vita e che fu sino dalla sua origine unicamente Istituito per giovare coi suoi prestiti alla bonificazione del territorio Senese. Questa istituzione di credito agrario che tuttora impiega più di ventidue milioni di lire a beneficio della possidenza, può con poche opportune riforme tener luogo delle tanto vantate istituzioni francesi di credito agrario, con questo vantaggio sovr’esse che può operare senza pericolo e non ha duopo, come non ne ha neppure duopo la Cassa di Risparmio lombarda, di ricorrere al molesto privilegio dell'escussione fiscale richiesta dall’istituzione francese, bastando per entrambe i mezzi giuridici esecutivi che si accordano dal diritto comune.

Dal tema della possidenza migliorata col sussidio di nuovi capitali passò la sezione allo studio della condizione economica dei contadini e con ispeciali peregrinazioni si accertò del vero stato in cui trovasi la elesse rurale in Toscana. Essa riconobbe col fatto la bontà delle contrattazioni agrarie ora esistenti in quella regione agricola, e se non trovò sciolto il problema sotto l'aspetto della cosi detta massima rendita netta, lo riconobbe almanco sciolto dal lato del massimo benessere del popolo campagnuolo. Dovette però accertarsi che per ottenere sì benefico scopo fa duopo che i proprietarj non muojano d'accidia nelle città, ma vivano operosi nelle campagne rendendo pratico quel precetto di Giordani quando disse che i possidenti toscani seppero ricordarsi che anche i contadini sono uomini.

L'argomento della statistica venne appena sfioralo e sole si pose in discussione se meglio valga il sistema belgico che ha (alto della statistica un ramo speciale di dottrina scientifica trattato da una gerarchia di scienziati, oppure il sistema francese che ha resa la statistica un ufficio meramente burocratico. Avendo però alcuni membri del Congresso posto in campo il pensiero di contemperare i due sistemi coordinandoli, si dellberò di eleggere una Commissione che deve farne soggetto di specialissimi studj.

Prima che la sezione si sciogliesse si raccomandò alla pubblica attenzione un nuovo metodo ora proposto dall'ingegnere Porro per accelerare il censimento territoriale italiano, costituendo un nuovo libro fondiario che varrà tanto per le pubbliche imposte, come ben anche per tenere in perpetua evidenza il valore delle proprietà stabili per le privale contrattazioni.

Il presidente riassumeva in fine i temi stati trattati dalla sezione' mostrando come tutti fossero stati svolti sotto l’impero di concordi dottrine, e come apparisse da queste che la pubblica economia in Italia si risolve, per chi l’applica, alla scienza del ben fare, e si traduce pel popolo, nella dottrina delle buone opere.

La sezione di archeologia e storia non usci ne’ suoi studj dalla patria italiana, alla cui illustrazione consacrò i più affettuosi pensieri.

Essa accolse e discusse un erudito lavoro intorno ai primitivi popoli che lasciarono orme storiche in Italia innanzi alla formazione del popolo romano, e sciolse varj problemi storici tuttora incerti ed insoluti. E perché le elucubrazioni della scienza passassero dalle induzioni erudite al vivo campo dei fatti, si recarono i membri di questa classe alla visita delle antichità etruschi di Chiusi. Questa peregrinazione aperse l’adito a dottissime discussioni, nello quali spiccò l’alta erudizione del professore Gavoti, a cui fu dalla sezione di archeologia e dal Municipio stesso di Chiusi affidato l’incarico di rimanervi colà alcun tempo per illustrare i monumenti etruschi non per anco decifrati dalla scienza degli eruditi.

Un secondo argomento che occupò buona parte degli studj della sezione fu quello dell’illustrazione degli Statuti municipali italiani. Si posero in evidenza i pregi caratteristici di queste opere legislative dei nostri padri che anche nella notte del medio evo non si mostrarono degeneri dalla progenie romana che fu la legislatrice universale. Si emise perciò il voto che in ogni città italiana si abbia a promuovere l’illustrazione degli statuti municipali per poter compilare un corpo generale del diritto statutario italiano.

Dall’illustrazione degli Statuti passò la sezione allo studio dei documenti inediti della storia italiana e raccomandò vivamente il pensiero di istituire presso ogni Municipio speciali Deputazioni di storia patria che veglino a raccogliere, a custodire e ad illustrare i documenti patrj, onde poter rifare più ricca di fatti la storia generale d’Italia.

E nel provvido pensiero che l’affetto alla storia patria si trasfonda più vivo e più efficace nella gioventù italiana si propugnò cordialmente il voto di vedere istituiti speciali corsi di storia patria in tutti gli istituti educativi d’Italia, estendendoli anche al popolo pel quale si propose persino la fondazione di corsi liberi e circolanti di storia nazionale da tenersi nelle forme più popolari col titolo abbastanza nuovo di Assise insegnanti.

La classe di filologia e linguistica non potè costituirsi che negli ultimi tre giorni del Congresso appena si trovarono raccolti i più valenti cultori di questi ardui studj. Nella brevità del tempo poterono trattare tre importanti temi. il prime fu quello di trovar modo di accelerare possibilmente la pubblicazione del nuovo Dizionario italiano, ora affidato all’Accademia della Crusca, facendo voti perché essa dia tosto alla luce il frutta de’ suoi lunghi e troppo lenti lavori. Il secondo Ai quello di promuovere un più fervido studio della lingua italiana affinché questa trovi un più fausto accoglimento nelle aule legislative e nei pubblici ufficj di cui si fa uso della cosi detta lingua burocratica che non è che un orribile strazio del parlar che nell'anima si sente. Il terzo che fu il più importante fra i temi trattati, si riferì agli studj da intraprendersi per cura della stessa sezione onde compilare un Dizionario comparativo di tutti i dialetti italiani, da stendersi coi nuovi metodi della filologia comparala. Questa proposta venne con vivo plauso assentita dall'intiero Congresso. La sezione di pedagogia che per la prima volta era accolta nel seno del Congresso raccoglieva I eredità lasciatale dal primo Congresso pedagogico italiano che si tenne nello scorso anno a Milano, e le di cui affettuose tradizioni erano! state continuate dall’Associazione pedagogica di Lombardia.

Essa si occupò innanzi tutto del metodo con Cui debbono studiarsi dal lato pedagogico le istituzioni educative; ed accogliendo a voti unanimi il programma stato già applicato allo studio degli Istituti di Milano, lo applicava tosto alla visita degli stabilimenti d’istruzione popolare esistenti in Siena. Con nobile disinteresse il Municipio stesso di Siena invitava la sezione pedagogica a visitare le proprie scuole ed a proporgli ogni opportuno riforma. La sezione affidava tale incarico al proprio Vicepresidente e questi fu lieto di vedere il progetto di riordinamento generale dette scuole popolari di Siena da esso proposto accogliersi non solo dall’unanime voto del Congresso, ma venire adottato dalla Rappresentanza Municipale dr Siena per metterlo tosto ad esecuzione. Questo primo atto della sezione pedagogica valse a rendere bene accetti i suoi studj alla patria del Mascagni è del Bandini.

Essa non si occupò in seguito che di que’ temi che meglio valessero a far progredire l'educazione popolare in Italia ove ne è si urgente il bisogno. Il primo suo tema fu quello di studiare un più modesto e più utile riordinamento delle scuole rurali.

Pose evidenza i veri bisogni che la classe campagnuola di un’istruzione affatto pratica e da impartirsi con metodi celerissimi e popolarissimi. Si deplorarono tutti gli insegnamenti di carattere filologico e i vieti e lenti metodi dj far apprendere il leggere e lo scrivere. Si propugnarono. i nuovi metodi che resero tanto celebri i nomi di Pestalozzi e di Girard.

Si propose un nuovo programma di insegnamenti rurali pel quale si compresero anche le nozioni pratiche agrarie. Si divisero le scuole popolari in due periodi, nel periodo materno e nel periodo didattico. Il primo abbraccerebbe la scuola infantile e la prima classe elementare e dovrebbe affidarsi alle sole donne. Il secondo costituirebbe la vera scuola primaria e dovrebbe abbracciare insegnamenti di carattere affatto pratico. Le generose aspirazioni della sezione avevano già trovato un faustissimo eco nel Ministero della pubblica istruzione che emanava il 15 settembre una sua circolare in cui vivamente raccomandavasi, l’unione delle scuole infantili colle scuole primarie.

La sezione volle che i propugnatori dei nuovi metodi di accelerata istruzione ne facessero pubbliche prove e se ne approvò l’intrinseca loro bontà dando pubbliche lodi a quei benemeriti che pei primi le promossero in Italia.

Dallo studio dei metodi passò a quello dei nuovi corsi da. porgersi ai futuri docenti chiamati ad insegnare nelle scuole rurali. L’ordinamento delle cosi dette scuole magistrali fu lungamente e profondamente discusso e si fece pubblico plauso alle nuove riforme che già propose di introdurvi l’ottimo Lambruschini, che tutta Italia onora come Ispettore generale delle sue scuole primarie e tecniche.

La sezione passò in rassegna tutte le istituzioni. promosse dalla, carità educativa per l’istruzione del popolo, e raccomandò le più utili. Assistette ad un mirabile esperimento dato dai sordomuti dell’Istituto di Siena sapientemente diretto dal benemerito Padre Pendola, e fece voti per una ulteriore diffusione di Simili Istituti in tutte, le provincia d’Italia e per un più uniforme Metodo d’istruzione. Si raccomandò a tutti i buoni la fondazione di nuovi Istituti educeativi pei poveri ciechi e si propose Come modello l’Istituto dei ciechi con tanto senno diretto a Milano dal cavaliere Barozzi.

La relazione offerta al Congresso dal duca Lancia di Brolo dell’esposizione pedagogica che faceva parte della grande esposizione internazionale di Londra, fece nascere il pensiero di tentare una simile esposizione di opere e di arredi scolastici anche in Italia. La sezione, prima di sciogliersi, dellberò a voci unanimi di tenere nel settembre 1868 il terzo Congresso pedagogico a Milano, con una generale esposizione pedagogica, coi conferimento di premj d’incoraggiamento ad opere ed a suppellettili didattiche, e Conferì alla Rappresentanza della Società pedagogica di Milano il prezioso incarico di raccogliere da una speciale Commissione eletta all’uopo dal Congresso e scelta fra i più valenti educatori d’ogni regione italica i temi da trattarsi nel venturo Congresso, rendendo il Giornale della stessa Associazione l’organo di pubblicità degli studj pedagogici italiani, Non poteva la sezione chiudere i suoi lavori senza esprimere al Ministro Matteucci i sensi della sua più viva gratitudine pel nuovo ordinamento che egli stava per dare agli Istituti infantili ed elementari, e incaricava il suo vicepresidente di renderli noti con un affettuoso indirizzo. Il Ministro accoglieva questo volo con gentili espressioni, e dirigeva in data 2 ottobre all’autore dell’indirizzo questa nobilissima lettera che pubblichiamo.

L’approvazione solenne che la sezione pedagogica del X Congresso degli scienziati nella sua finale adunanza stimò di dare alle idee accennate nella Circolare ministeriale del 15 settembre 1862 intorno agli Asili infantili, non poteva non riuscirmi grandemente accetta.

Nel volo di tanti eleni ingegni io troverò senza dubbio la forza ed il coraggio che si richieggono per attuare il mio pensiero; ed il nuovo ordinamento degli Asili per l’ampliato insegnamento da cui si aspetta si grande beneficio alla istruzione popolare sarà pure dovuto in parte a quel voto, pel quale io prego la cortesia della S. V, di porgere alla intiera sezione i miei vivi ringraziamenti.

Questa pubblica attestazione dimostra essa sola quanto il Ministro apprezzi il voto di chi lealmente si occupa dei pubblico bene.

Ci resterebbe ora a dire alcun che dell’impressione lasciala dal Congresso sul popolo toscano. Questo solo faretra noto che varie Commissioni elette dal seno del Congresso si recarono a diverse peregrinazioni scientifiche in varie parli della Toscana. Si visitò Chiusi per le antichità brusche; la città di Colle per le sue importanti industrie dei vetri, delle stoviglie, della carta e dei cuoj; San Geminiano per le carceri penitenziarie; Sinalunga, la Fratta e Scofiano per conoscere il sistema agrario della Val di Chiana; si percorse la maremma senese e si fecero qua e là escursioni geologiche. da per tutto gli scienziati vennero accolti dal popolo una vera festa e non vi fu atto di cordialità che ad essi non fosse spontaneamente prodigata. Si scolpirono persino lapidi per tener memoria di questa aggraditissima visita. Il popolo stesso di Siena volle che fosse dalla maggiore campana della storica sua torre municipale annunziata la solenne votazione pel futuro Congresso da tenersi a Roma capitale d’Italia, e nel giorno in cui il Congresso fu chiuso volle nella monumentale sua piazzo che avesse luogo lo sua celebre corsa al pallio. Questa festa fece rinascere pel fasto antico dei suoi arredamenti storici, e diremo anche per qualche episodio che lascia traspirare un’antica rozzezza, tutte le tradizioni del medio evo. Quella parte di popolo che vinse il pallio accolse gli scienziati con tali atti di evviva e di dimostrazioni cordiali da poter dire che la scienza non è più per l’Italia una povera martire che vive stretta fra i ceppi od in guardate solitudini, ma è la inspiratrice di idee generose ed è l’affettuosa educatrice delle moltitudini redente al bene.

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ANNALI UNIVERSALI DI STATISTICA, DI ECONOMIA PUBBLICA, ECC.

BOLLETTINO DI NOTIZIE ITALIANE E STRANIERE E DELLE PIÙ IMPORTANTI INVENZIONI E SCOPERTE

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Ottobre 1862


NOTIZIE ITALIANE


I bilanci del Regno d Italia per gli anni 1862 e 1863

Dai bilanci del 1863, or distribuiti a stampa ai membri della Commissione. della Camera dei Deputati, ricaviamo i seguenti dati sommari, in comparazione con quelli del 1862:

Ministero dell’interno


Spese ordinarie L. 53,906,168 46
straordinarie L. 9,287,430 76
Totale L. 63,493,598 92

Il bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di L. 65,164,833. 52, ossia pel 1863 c’è una diminuzione di lire 1,971,234 60.

Ministero delle Finanze (passivo)


»
Spese ordinarie L. 340,658,902 88
straordinarie L. 11,324,196 92
Totale L. 351,983,099 80

Il bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di L. 355,595,660 02, ossia pel 1863 c'è una diminuzione di lire 3,612,560 22.

Ministero della guerra


Spese ordinarie L. 197,076,164 —
straordinarie L. 62,431,926 —
Totale L. 259,508,090 —

Il bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di L. 289,162,383, ossia pel 1863 c’è una diminuzione di L. 29,654,293. Notisi che questa diminuzione dipende tutta dai riduzione delle spese straordinarie, la quale è tale da compensare anche un notevole aumento di spese ordinarie. Le spese straordinarie sono diminuite di L. 57,093,193, e le ordinarie sonosi accresciute di lire 27,438,900.

Ministero della marina


Spese ordinarie L. 50,675,450,22
straordinarie L. 45,299,345 —
Totale L. 95,974,795 22

Il bilancio del 1862 portava una spesa compieva di L. 85,373,950 43, ossia pel 1863 c'è un aumento dì L. 10,600,845 09.

Ministero dei lavori pubblici


Spese ordinarie L. 69,820,366 84
straordinarie L. 37,351,508 48
Totale L. 107,174,875 32

Il bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di L. 107,196,898. 62, ossia pel 1868 e è una diminuzione di lire 22,023 30.

Ministero dell’istruzione pubblica


Spese ordinarie L. 14,751, 36 –
straordinarie L. 752.584 o3
Totale L. 15.503,720 03

Il bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di L. 15,347,910 03, ossia pel 1863 c’è un aumento di L. 155,810.

Ministero di grazia e giustizia e dei culti


Spese ordinarie L. 29,023, 247 89
straordinarie L. 1,778046 35
Totale L. 30,801,364 18

ll bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di 30,428,747 32 ossia pel 1863 c'è un aumento di L. 372,516 86.

Ministero degli esteri


Spese ordinarie L. 3,181,628 88
straordinarie L. 206,500 –
Totale L. 3,388,128 88

Il bilancio del 1862 portava una spesa complessiva di L. 3,238,832 01 ossia pel 1863 c'è un aumento di L. 149,296 87.

Ministero di agricoltura e commercio


Spese ordinarie L. 4,250,261 43
straordinarie L. 3,609,591 61
Totale L. 7,859,853 04

Il bilancio del 1863 portava una spesa complessiva di L. 29,837,284 23, ossia pel 1863 c’è una diminuzione di L. 14,977,431 19. Notisi che tale diminuzione si trova tutta nelle spese straordinarie. Le ordinarie si sono invece accresciute di L. 497,670,75. La diminuzione delle spese straordinarie è di L. 15,475,101 91.

Ministero delle Finanze (attivo)
Spese ordinarie L. 549,355,944 28
straordinarie L. 65,456,407 85
Totale L. 614,811,652 43

Nel 1862 si erano previste:


Spese ordinarie L. 519,147,773 95
straordinarie L. 104,263,369 86
Totale L. 623,411,143 84

ossia nel 1863 abbiamo una diminuzione di entrate di L. 8,599,491 68.

Riassumendo per l’anno 1863:


spese ordinarie L 769,343,296 24
straordinarie L 172,044,129 45
Totale spesa L 935,387,425 89
da cui deducendo la totale entrata in L 614,811,652 13
Disavanzo 4863 L 320,575,773 26

Il disavanzo del preventivo pel 1862 era di 350,935,355 07 lire, ossia c’è pel 1863 un minore disavanzo, o miglioramento per circa 30 milioni.


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Statistica agricola ed Industriale dell’Isola di Sicilia

Provincia di Catania

Finalmente ci giungono notizie illustrative intorno al l’isola di Sicilia che sinora non poteva conoscersi da chi abita nell’italica penisola.

Noi porgeremo di mano in mano la statistica di quell’isola, e sin d’ora incominciamo coll’illustrazione della vasta' provincia di Catania, valendoei delle notizie state all’uopo raccolte da quella Camera di Commercio.

Agricoltura. — In Sicilia non esistono statistiche comunali né provinciali dalle quali desumere lo stato della produzione agricola e la sua situazione e condizione sotto lutti i rapporti topografici, territoriali, agricoli, industriali e commerciali. Per far conoscere quindi la condizione della provincia fa d’uopo limitarsi a notizie più o meno indeterminate e generiche.

È mestieri frattanto dare un’occhiata allo stato presente della industria agricola esponendo ciò che è e ciò che potrebbe essere, manifestando in pari tempo quali sieno le norme da seguire e le condizioni da adempiere per riuscire al suo svolgimento.

Catania ha 48 miglia di estesa pianura, somministra copia di grano ed ogni sorta di derrate, non che olio, seme di lino, soda, scagliola, senape, lino, canape, sommacco, cotone, agrumi e vini generosi. Una porzione di terreni, circa salme 150 dell’abolita misura, dipendente in parte dall’ex-feudo Pantano della comune di Catania, rendesi incoltivabile perché perennemente allagata nell’inverno dalle acque, che scolano dallo stradone provinciale che conduce alla barca di Primo-Sole e dai circonvicini torrenti. Altra quantità sufficiente di terre è incolta per essere paludosa. La coltura è presso a poco in mediocre stato. Le persone destinate alle varie specie di coltivazioni non hanno quella necessaria istruzione teorico-pratica che si richiede.

L’imperfezione degli aratri, che con ostinata affezione si conservano, ha fatto rimanere l’industria agricola stazionaria; per cui si sconosce quella economia che potrebbe offrire dei benefizi sia al coltivatore che al proprietario, per indi applicare successive migliorie ed utili intraprese.

Il lavoro si fa per mezzo di bovi. Le terre più uliginose sono destinate a risaje. Il Simeto. il Cimarosa, il Dittamo, il Guarnalonga traversano il fertile territorio catanese senza che le loro acque si diffondano nelle aride terre. Non pochi sono gli avvallamenti palustri i quali recano immensi danni ai coltivatori e quelle malattie che trascinano parte di essi al sepolcro pei pestiferi miasmi che esalano. L’istruzione è trascurata. I contadini abitano in case che piuttosto potrebbero appellarsi tuguri. Il bestiame si abbevera in taluni poderi di vecchie acque piovane, o tratte a forza di braccia da pozzi profondi: sta all’aria scoverta perché privo delle dovute capanne; epperò è soggetto a frequenti malattie, che si rendono più perniciose perché mancano i veterinari.

Non esistendo alcun prato artificiale, la pastorizia soffre per mancanza di pascoli.

Chiesette isolate sono sparse in questo territorio senza alcun curato. Nelle feste suole celebrarsi la messa quando il tempo permette ai preti di accedervi.

I contadini, essendo travagliati da qualche malattia, devono ricorrere a medici ed a farmacisti che si trovano a più miglia distanti. L’aria è cattivissima nell’estate a causa dei fiumi che bagnano le dette pianure, e delle acque che v’impaludano, e diviene più miasmatica nei mesi di luglio ed agosto, perché si permette lungo i detti fiumi la macerazione del lino, e della canape.

Per causa di questa insalubrità dell'aria i proprietari nei tempi del ricolto non possono invigilare i loro interessi, meno quelli che avendo i loro possessi prossimi a Catania possono recarsi in campagna al mattino per tornare la sera in città. Nei dintorni di Militello, Scordia e vicine località gli oliveti, gli aranci ed i limoni si mostrano in fiorente Stato.

Si manca di ponti e di strade. Le vie ferrate ci sono ignote, per difetto di esse le produzioni non possono circolare, e restano incagliate nello interno.

Alle falde dell’Etna però si hanno ubertosi pascoli, amene campagne, immensi vigneti; vaste colline, e montagne in cui lussureggiano grandi oliveti e castagneti. Pochi sono i boschi che danno alberi di alto fusto e legname da costruzione. Squisitissimi vi sono i frutti. le campagne sono avvivate dalla vegetazione più rigogliosa. Non vi esistono acque correnti: in mancanza' delle steste si raccoglie l'acqua piovana in ben costrutte cisterne. In Aci-Catena però e suoi contorni l’acqua è abbondante in modo che vi si trovano molli giardini. La piantagione dei gelsi non è estesa come dovrebbe essere si nella pianura che in queste terre.

L’educazione dei bachi da seta è alquanto: trascurata. La coltura si fa colla zappa. L’aria peraltro è balsamica; epperciò sono seminate in sì belle ed amene contrade eleganti cascine. Catania e Riposto sono i punti in cui si verifica la imbarcazione de’ vini provenienti da dette contrade, che suole ascendere circa a 700 mila salme l’anno.

Conviene ora discorrere più specialmente della industria agraria e dei suoi bisogni che potrebbero essere:

1.° Ridurre a coltura le 140 salme di terra al Pantano e le altre paludose di cui si è fatto cenno: il mezzo sarebbe quello di dar corso ai torrenti per la direzione del fiume Simeto sino al punto che forma una curva ove esiste una bassa riviera in cui il fiume straripa ed allaga le terre circostanti. Questo unico espediente basterebbe ad ottenere il prosciugamento, e rendere coltivabile gran tratto di terreno attualmente perduto.

2.° Applicarle i migliori metodi di coltivazione su quella grande massa di terreni sterili. A conseguire ciò è mestieri adottare più comode e migliori forme di strumenti da lavoro. Sarebbe necessario altresì che la gente che vive nella campagna potesse avere quella limitata e confacente istruzione che basterebbe non solo a dare un ordine alle sue idee, ma che la renderebbe più docile ai progressi dell'agricoltura, e più sagace indagatrice de’ propri vantaggi.

Tornerebbe inoltre opportuno migliorare le loro abitazioni, prosciugare tutte le paludi ed impedire la macerazione del lino lungo i fiumi. Tornerebbe utile, fondare colonie agrarie per popolare queste vaste estensioni disabitate, per promuovere la massa delle annue produzioni, per facilitare i modi di sussistenza, per aumentare il numero delle famiglie, per vedere sorgere nuove abitazioni e nuovi stabilimenti d’industria; allora si avrebbe il necessario e tutte quelle cose che oggi assolutamente mancano; i medici, gli speziali e le levatrici stanzierebbero colà, e verrebbero meno i mali che travagliano b gente che vive nella campagna; allora vi sarebbero belle chiese i parrochi che diffonderebbero i principi di religione, di amore, di carità, e, s’è possibile, d’istruzione elementare; si aggregherebbero, per l’incremento dell’industria agricola, le scuole di veterinaria; s’istituirebbero quei comizii agricoli tanto desiderati ed utili; e anche forse col tempo gli asili d’infanzia. L’impianto di dette colonie, che il Governo dovrebbe con ogni cura promuovere, riuscirebbe non solo di locale miglioramento., ma anche di vantaggio generale e di aumento alla ricchezza nazionale. A viemaggiormente poi accrescere e migliorare l'industria agricola tornerebbe utilissimo di incanalare i fiumi, i quali come arterie benefiche, attraversano i nostri estesi terreni.

Una società di catanesi, al cominciar dell’anno 1859 veniva a crescere la ricchezza agricola della nostra dilatata pianura, presso alla quale scorrevano le inutili e nocive acque del Simeto, che ora sono rivolte a fecondare opimi terreni. Questo immenso beneficio assicurerà alle industria agricole fondamento di prosperità e di ricchezza che in altri tempi fruttò alla Sicilia possanza e grandezza.

Le acque del fiume Simeto irrigano 175,000 moggia di terre nella nostra pianura, ed i lavori sono inoltrati; ma non si è potuto continuare ad incanalare l'acqua da irrigare lo spazio delle terre ove sono già eseguiti i canali artefatti per mancanza di mezzi, avendo i soci anticipato quel che dovevano, e quindi è d’uopo aspettare 1 epoca deh l'altro pagamento. Ciò arreca ritardo di tempo nel condurre avanti l’irrigazione, e produce la conseguenza che, scarseggiando le piogge, la raccolta non può che mancare. Quindi è che la Regia Camera si rivolge al Governo per chiedere l’anticipazione alla Società di quei mezzi che potrebbero tosto dare svolgimento ai lavori. Siffatto favore crescerà la produzione di tutte le nostre derrate, avviverà di moto e di azione gl’interni traffichi e gli esterni commerci, e scamperà dagli effetti di un tristo ricolto parte della Sicilia, perché l’irrigazione potrebbe assicurarla da quegli infortuni. ed eventualità che presentemente pesano sulla stessa.

Per difetto di ponti e di strade e per difficoltà di trasporti resta incagliata nell’interno dell’isola una gran quantità di derrate e di zolfi. Per il che sono urgenti i ponti e le vie di comunicazioni costruite in modo da attraversare popolosi paesi e feconde campagne; poiché le strade a ruote e quelle ferrate non solo matterebbero in contatto le, persone e le produzioni dell’interno, ma somministrerebbero ancora lavoro a molte braccia, aumenterebbero il valore dei fondi agrari, favorirebbero la circolazione dei prodotti mercé la regolarità e speditezza dei trasporti, ridurrebbero il lavoro ad un prezzo che sarebbe più in armonia coi comuni bisogni, e schiuderebbero uno sbarco facile e sicuro al minerale prezioso che rende tributarie della Sicilia le estere nazioni.

Con tutte queste opere di acque, di ponti e di strade i proprietari delle terre coltivabili adatterebbero ad ogni condizione di terreno un ordine proprio di coltivazione, ed avverrebbe un più minuto riparto nella proprietà.

Accennati i benefizi di cui si gioverebbe l’industria agricola, sono da indicare le principali produzioni di questa provincia, che consistono in cereali d’ogni qualità, legumi, limoni ed aranci, olio di oliva, seme di lino, cotoni in istpppa, soda, sommacco, scagliuole, mandorle, lupini, liquirizia, cacio, senape, spirito di vino, canape e lino.

Di tali prodotti si fa vantaggiosa esportazione per l'estero.

I grani teneri, ossia maiorche, si esportano in Francia ed in Inghilterra: gli aranci ed i limoni nella massima parte si esportano in Trieste come ancora per Inghilterra e per America: gli oli in Inghilterra e Trieste: il seme di lino per l’Inghilterra, Trieste, Livorno e Genova: il cotone in stoppa per Napoli, la soda per l’Inghilterra, Trieste, Genova e Venezia: il sommacco per l’America, l’Inghilterra e Genova: le scagliuole per Marsiglia e Genova: le mandorle per Francia, Inghilterra, America, Trieste, Genova, Marsiglia e Livorno: i lupini per Livorno e per la Spagna, la liquirizia per Inghilterra, America e Trieste: il cacio per Malta e per le Calabrie, il seme di senape per Francia ed Inghilterra: i frutti diversi per Malta: gli spiriti di vino per Malta e per Inghilterra: il vino per Malta, Napoli, Turchia e per Brasile.

La maggior parte di questi due ultimi articoli esportatasi pel Brasile, ma l'aumento di dazio avvenuto colà nel 1839, equivalente ad una proibitiva assoluta, ne fece venir meno l’esportazione. Anche i vini e gli spiriti di Francia, di Spagna e di Portogallo avevano subito la stessa sorte, ma i Governi di quei paesi furono solleciti ad intavolare trattati di commercio con l'impero del Brasile per ottenere la riduzione del dazio secondo l’antico sistema, e l’ottennero.

Lo stesso non fu praticato dal cessato Governo; per cui i nostri vini non poterono stare in concorrenza con quelli, e questo importantissimo ramo del nostro commercio rimase sviato.

Per ravvivare siffatto interessante traffico sarebbe mestieri far si che venisse assimilata la nostra bandiera, ove non lo fosse, a quella delle anzidetto nazioni. Su questo argomento la Regia Camera fa vive istanze al Governo perché ogni mezzo sia messo in opera allo scopo di far redivivere questo considerevole e vantaggioso traffico.

Degli altri prodotti, come sarebbero i legumi, il lino, la canape, il riso, le carrubbe, le noci, il burro, i bozzoli, le frutta secche e fresche, i pistacchi, la lana, il miele, le nocciuole ed i cereali, parte serve alla consumazione interna, parte si esporta in cabotaggio per la Sicilia, le Calabrie e Napoli. A favorire l'industria agraria si ritiene necessario rendere esenti da ogni diritto di entrata le macchine e tutti gli strumenti ed arnesi inservienti all'agricoltura. Dello stesso favore dovrebbero godere gli animali della specie bovina e cavallina.

In quanto a conoscere quali sarebbero i provvedimenti da adottarsi per svolgere siffatta industria, ed in qual parte per avventura possa rimanere inceppata dal vigente sistema tributario, la Camera porta parere che uno dei mezzi più efficaci e valevoli a favorirla sarebbe quello di aggravare meno di tributo quei terreni che l’umana industria ha convertito in orti ed in giardini di aranci e di limoni. Questi terreni non dovrebbero essere aggravati da una maggiore tassa, ma subire ugual riparto delle altre terrei poiché devesi solamente all’uomo ed ai capitali impiegati il corrispondente frutto e miglioramento.

Il favore più grande che potesse elargirsi alla detta industria sarebbe quello di sottoporre a censimento tutti i beni posseduti dalle mani morte. Questa sospirata e provvidenziale misura infonderebbe alle industrie; all’agricoltura ed al commercio prosperità e ricchezza.

Gli abitanti 'delle città, diverrebbero proprietari ed andrebbero a coltivare quella porzione di terre che possederebbero: le campagne non più sarebbero disertate, la ricchezza e la popolazione andrebbero a prendervi stanza, e le forze delle finanze del Regno si ristaurerebbero a poco a poco colla moltiplicazione degli uomini e colf aumenta dilla rendita pubblica. Ed a tal proposito renderebbesi proficua ed essenzialmente opportuna la redimibilità del canone per lo svincolamento della proprietà e per incommensurabili vantaggi che recherchbe alla finanza ed alla rendita per' l’impiego dei capitali.

Ogni altro provvedimene non potrebbe dare tanti risultati e benefizi cosi generali.

Industria – In primo luogo è da rilevare che il setificio costituisce una delle primarie industrie di questa città, per le belle stoffe di seta d’ogni colore e disegno, per i fazzolettoni di crespo, damaschi ed altri drappi.

L’industria cotonifera è abbastanza estesa e sviluppata. Le manifatture di cotone sono in massimo pregio. Esse si distinguono per gli eccellenti lavori di lana e catone, di filo e cotone, di seta e filo, di coltri bianche e in colore a varie dimensioni, pei gilets di filocecia, pei fazzolettoni di lana e cotone, per gli abiti di filo e seta e di lana e seta, per le fodere di materassi di cataro, per le berrette di lana e pei servizi da tavola.

Il numero degli individui d’ogni età impiegati in queste industrie è significantissimo.

Nella città di Aci-Reale, che dista da Catania 12 miglia, si lavorano ottime tele di lino e bellissimi damaschi di filo e di cotone.

Sono da notarsi le fabbriche dei tabacchi, il cui spaccio è considerevolissimo, delle pelli, quelle conciate, delle carrozze, delle paste lavorate, della liquirizia, dei cappelli, dei guanti e dei medicinali composti,che in Catania, tra le altre, primeggiano.

Il numero degli stabilimenti di ciascuna di esse si compone nel modo seguente:


Fabbriche di lavori di seta 3
» per estrarre la seta 2
» di lavori di cotone 4
» di tabacchi 5
» di liquirizia 3
» di cappelli 8
» di carrozze 4
» di pelli conciate 15
» di guanti 2
» di paste lavorate 5
» di medicinali 2

La presente loro condizione è poco prospera, perché l’industria serica manca d’incoraggiamenti, di risorse e di mezzi; quella cotonifera trovasi piuttosto in mediocre stato. La pubblicazione della nuova tariffa doganale ha disturbato queste due industrie e quella dei cappelli in modo da paralizzarle.

Le industrie dei tabacchi, delle pelli conciate, delle paste lavorate, della liquirizia, delle carrozze e dei medicinali si mantengono presso a poco in istato di attività.

Dei prodotti di ciascuna industria e particolarmente della liquirizia in pane e delle paste lavorate si fa vantaggiosa esportazione all’estero.

I lavori di seta si esportano, ma non in abbondanza. I paesi in cui si fa esportazione sono, per la liquirizia, Trieste, Inghilterra ed America: per le paste lavorate, Liverpool, Trieste e Malta: per le manifatture di seta, Malta. Parte di detti prodotti, non che i tessuti di cotone, di filo e lana, i tabacchi, le pelli conciate, i cappelli, le carrozze, i guanti ed i medicinali si consumano in Catania, nell’interno dell’isola e nelle Calabrie.

Provvedimento idoneo a favorire l'esportazione sarebbe il promuovere le arti, premiando coloro che introducono positivi miglioramenti nelle fabbricazioni per recare nei tessuti la massima perfezione. Occorrerebbe anche promuovere, favorire ed avvalorare le manifatture indigene, introducendovi quel grado di perfezione e quel buon prezzo che assicurerebbe loro la concorrenza. Per ciò fare bisognerebbe introdurre le macchine,, chiamare bravi artefici che sapessero dare ai tessuti forme più convenevoli ed eleganti, e sostituire ai meccanismi lenti e complicati mezzi più spediti, più economici e più semplici; curare l'educazione dei bachi da seta e rigenerarne le razze.

Occorrerebbe creare un Banco che avesse per scopo la promozione, il progresso ed il miglioramento di ogni ramo d’industria agraria, manifattrice e commerciale della provincia; che servisse di soccorso al proprietario, al manifattore ed allo speculatore. Sarebbe anche necessaria la fondazione di una Cassa di risparmio e di previdenza per promuovere la formazione di capitali che alimentassero le piccole industrie.

L’invocato Banco sarebbe il solo espediente per far prosperare le nostre industrie, le quali ogni anno si trovano costrette di ricorrere ai sussidi, che a caro prezzo si accordano. Un Istituto che le emancipasse da tale necessità allontanerebbe ad esse anche il pericolo di rimanere schiacciate dall’estera concorrenza.

Gli oggetti intanto di cui si reputa necessario modificare gli attuali dritti d’entrata per favorire l'incremento delle accennate industrie sarebbero: ogni specie di macchine, istrumenti ed ordigni che servono alla produzione, non che le materie prime, per la fabbricazione d’ogni specie di tessuti, le quali meriterebbero l’affrancamento del dazio. Per stimolare la produzione bisognerebbe anche esentare dal dazio ogni specie di combustibile.

Commercio interno. — Resta a dire quali sieno i principali rami del commercio interno, e quale sarebbe il miglior modo per aiutarne il rifiorimento, quale in generale la condizione economica; se per gli oggetti venienti dall'estero, e che servono al consumo del paese, si ritenga necessaria qualche modificazione all’attuale tariffa doganale; e se dal vigente sistema tributario si trovi per avventura inceppato lo svolgimelo del commercio interno, e quali finalmente sarebbero le riforme additate per rimediarvi.

I principali oggetti che alimentano il commercio interno sono i cereali, i legumi, la soda, il sommacco, il carbone di legna, i vini, le mandorle, il cotone, le scagliuole, il cacio, gli aranci, i limoni, l’olio di oliva, il seme di lino, la canape, il lino, la liquirizia, il seme di senape, gli spiriti di vino e gli zolfi.

La presente condizione del nostro commercio interno non è felice come dovrebbe essere, per difettò di ponti, di strade e difficoltà di trasporti, non che per mancate vendite, per cessati scambi o permute.

Il commercio dello zolfo con ispecialità merita l’attenzione del Governo, essendo questo un importantissimo articolo della siciliana produzione: occorrerebbe introdurre apposite macchine per facilitare le escavazioni, e preparare i mezzi pel minor costo e pel migliore confezionamento del minerale.

Una Commissione di abili ed istrutti professori sarebbe utilissima per istudiare i lavori da praticarsi e per iscuoprire altre miniere.

La completazione. del nostro molo, che immensi sforzi ed ingenti spese ha costato al Comune di Catania, senza ancora averne ricavato alcun frutto, il suo ingrandimento e nettamento col mezzo del cavafondo a vapore, sarebbero urgentissimi, e contribuirebbero potentemente al movimento delle nostre derrate, al maggiore incremento della nostra marina mercantile e del commercio. Allo scopo poi di offrire alle transazioni commerciali un campo più largo e un modo di azione più facile e più spedito, la Regia Camera ed il Consiglio provinciale chiesero al cessato Governo, la istituzione in Catania di una Cassa di Corte o Banco filiale, simile a quello di Palermo e di Messina, e una Cassa di sconto.

Tanto l'una che l’altra furono concesse, ma non furono poi di fatto mai istituite, sotto il pretesto che la Real Tesoreria doveva andare in cerca dei fondi per assegnare alle medesime la corrispondente dotazione. Oggi la Regia Camera con piena fiducia torna a far voti per la sollecitai istituzione di questi due preziosi stabilimenti. La Cassa di Corte, offrendo al Capitale circolante un deposito certo e indipendente da rischi, renderebbe agevole la vendita delle nostre derrate senza bisogno di numerario. Siffatta istituzione oltre di porgere al lavoro nuovo alimento, mediante le dette facilitazioni, servirebbe di assicurazione contro tutti i sinistri che avvengono nei trasporti di denaro, ed abituerebbe anche il commercio a moltiplicare le operazioni senza intervento della moneta.

La Cassa di sconto poi tornerebbe assai proficua ai commercianti che offrissero le cambiali ed altri effetti commerciabili per ave pronto il numerario da impiegare in altri commerci e in speculazioni. Per quello che riguarda gli oggetti venienti dall’estero e che servono al consumo dei paese, opina la Camera che sarebbe opportuno di abolire il dazio d’importazione sui bozzoli per favorirne il commercio all’interno e per sottrarlo al monopolio che vi esercitano pochi speculatori. Siffatto balzello non da all’erario alcun introito, ma solamente serve a favorire, a detrimento del commercio, pochi proprietari. All’opposto l’abolizione del dazio potrebbe suscitare la concorrenza, ed in pari tempo apprestare al lavoro una crescente sfera di attività, capace ad arrestare lo stato di paralisi industriale che suole verificarsi quando i ricolti serici non bastano ai nostri bisogni.

Alcuni inconvenienti derivano dall’applicazione degli articoli 8,9,10 e 11 della tariffa doganale quando si tratta di dare una esatta classificazione alle vestimenta contemplate nelle suddette quattro categorie, stante che la maggior parte si suole confondere coi lavori di moda, come usavasi quando era in vigore l’antica tariffa. Così le tavolette di faggio per scatole di agrumi si pongono nella classe del legno in asserelle, mentre, essendo un genere grezzo, dovrebbero essere esenti dal dazio.

I vasellami di porcellana, gli specchi montati o non montati, le profumerie ed i medicinali composti non nominati pagano in Catania, in ordine alla tariffa, il dazio a peso lordo, mentre nella città di Palermo e Messina si praticava diversamente. Ciò avviene perché Palermo ha un luogo di deposito il quale offre il mezzo di presentare le merci in verifica libere dal recipiente, in Messina, pel beneficio del porto franco, i suddetti articoli vengono sdaziati a peso netto; cosi in questa piazza, dovendosi sdaziare il genere unito al recipiente tale quale viene dall’estero, non si può concorrere colle altre due.

Nella circolare dell'8 ottobre 1860 si trova la spiegazione della disposizione riguardante la tariffa-tare in cui si specifica che i generi soggetti al balzello maggiore di lire 39 pagarlo il dazio a peso netto, qualora però siano riposti nei recipienti contemplali all’art. 3.° della tariffa stessa. Or siffatta disposizione colpisce unicamente la dogana di Catania per le ragioni di sopra spiegale; mentre nelle altre dogane, per favore del deposito e del porlo franco, le merci si sdaziano a peso netto. In ultimo si fa rilevare che per l’art. 5.° del Regolamento sul cabotaggio, le dogane di prima classe sono facoltate a dare uscita ai generi esteri tanto per la via di terra quanto per via di mere; ma, siccome a tale disposizione non si è dato corso finora, cosi la Regia Camera si rivolge al Governo perché voglia provvedere in proposito.

Ad evitare gli inconvenienti che giornalmente avvengono tornerebbe umilissimo istituire un deposito simile a quello che già esiste in Palermo, o la Scafa franca che dal cessato Governo con Rescritto del 16 marzo 1852 fu promessa per l’epoca in cui fosse compiuto il porto. Il porto è ormai presso al suo termine, la Regia Camera torna a fare istanza per ottenere il menzionato beneficio che fu già anche dal Consiglio Provinciale ripetutamente domandato.

Trattando ora di ciò che inceppa lo svolgimento del commercio interno e dei mezzi per rimediarvi, è da osservare che il dazio imposto alla esportazione degli oli di oliva e degli zolfi frappone un ostacolo alla produzione di questi due essenzialismi articoli che costituiscono la nostra ricchezza e sono la base principale del nostro commercio.

Sono inoltre d’inciampo allo svolgimento del commercio i forti dazi sulle paste, sul pane, sulle frutta, sul pesce e sulla carne, non che le tasse che colpiscono i prodotti destinati al consumo, quali sono l’olio d’oliva, l’orzo, i vini ed il carbone di legna e fossile. Nè qui è da tacere di alcuni inconvenienti che disturbano l’azione del commercio, Specialmente degli oh di oliva, provenienti dal seguente articolo che fa parte dell'alto di gabella stipulato da questo Comune cogli arrendieri:

«Ai generi soggetti a dazio di consumo, che si dichiarassero per transito, viene accordato il termine di otto mesi per tenerli in deposito nei magazzini a due chiavi elasso tale periodo, dovranno pagare il corrispondente dazio o esportarsi».

Siffatta convenzione produce la conseguenza che il negoziante, il quale teneva vistosi depositi del suddetto genere in città per ispacciarlo, non potendo ora eseguire nel breve tempo assegnalo le sue operazioni, è obbligato dalla condizione che lo appaltatore gli ha imposto di esportarlo o pagare il dazio; cosi il commercio è rimasto sviato, sono scomparsi grandi depositi di olio e di altri generi, che prima si facevano in questo centro capo luogo di provincia, e che Somministravano lavoro non solo a molti facchini per caricare e scaricare un genere tanto voluminoso, ma anche a molli lavoranti adoperati nella costruzione del bottame.

Sarebbe perciò necessario che ai negozianti i quali dichiarassero di transito gli anzidetti generi, oltre gli olio mesi che da loro il contratto» fosse ancora data una proroga di altri sei mesi almeno.

Infine non vuoisi tacere la necessità che si prova di un ben combinato sistema di poste per soddisfare ai moltiplicati quotidiani bisogni su tutti i punti dello Stato, del pari che nelle più lontane regioni, senza il ritardo e le interruzioni che oggi subisce la corrispondenza. E in questo proposito la Camera interessa il Governo per ottenere che i vapori postali tocchino questa importante e commerciale città, affinché questi negozianti possano corrispondere regolarmente colf estero e ricevere direttamente le mercanzie commesse.

Conviene inoltre avvertire che, non potendo e non dovendo il Governo a tutto provvedere, là dove cessa l’azione del Governo incomincia quella della associazione; che perciò è indispensabile promuoverla specialmente in questa provincia.

Riassumendo quindi le esposte idee, viene la Camera a conchiudere:

Che, per crescere la nazionale, prosperità, per aumentare la nostra ricchezza, per dilatare i nostri commerci, per migliorare l'industria agricola e tutte le altre, sono necessarie le cose seguenti: la buona tenuta dei poderi; una ben intesa economia rurale; strumenti agrari perfezionati; migliori metodi di produzione; prosciugare tutte le paludi; dissodare le terre incolte; rigenerare le razze bovine e pecorine; tutelare la pastorizia; propagare la coltivazione dei gelsi; curare alla educazione dei bachi da seta; fondare colonie agrarie; sviluppare l'industria agricola; accrescere l’annua riproduzione spingendola quanto oltre si può snodando, animando l’attività umana; favorire i lavori pubblici; costruire strade e potili; spiegare ogni influenza per ottenere il credito aiutandolo a ricostituirsi su basi che assicurino il suo avvenite; facilitare il libero scambio; minorare le imposte su quei terreni nei quali si dove solamente all’umana industria ed ai capitali impiegati il miglioramento ed il corrispondente fruito; censire tutti quei beni che attualmente sono posseduti dalle manimorte; migliorare le condizioni delle miniere dello zolfo e suo confezionamento; dare attività ai cambi; liberare il commercio interno ed esterno dagli ostacoli, dalle proibizioni e dalle tasse annonarie che lo inceppano, completare ed ingrandire il nostro porto; accordare la Scala franca o un deposito come quello di Palermo; istituire la Cassa di Corte e quella di sconto, e le Casse di risparmio; combinare uh sistema regolare di poste; promuovere l’istruzione pubblica, istituendo sale dell’infanzia e per l'adolescenza.


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Notizie statistiche sul commercio italiano prima e dopo l’attuate rinnovamento politico

L’Italia ha grande interesse di studiare davvicino le sue vicende commerciali. Il passato, anche sotto questo rispetto, molle cose può insegnarle; ma senza risalire troppo oltre verso indagini le quali sono oramai nello esclusivo dominio della storia, essa ha investigazioni recenti, le cui risultanze le spiegano lo stato attuale, e, quel che è più, le permettono d’intravvedere fin d’orale sorti che le riserva il prossimo avvenire.

Da uno scritto di prossima pubblicazione negli Annali d’agricoltura, industria e commercio, intitolato Del commercio italiano anteriore e posteriore al nostro rinnovamento politico, noi tiriamo i pochi cenni che seguono, relativi appunto al nostro commercio quale esso era, cioè alla vigilia del 1859, allorché la penisola era divisa in più stati, e legislazioni diverse regolavano o meglio inceppavano il nostro traffico interstatuale ed internazionale.

Gli articoli principali del nostro commercio d importazione sono: le derrate Coloniali, per le quali l’Italia, come tutta Europa, paga al Levante e alle regioni transatlantiche larghissimo tributo; le manifatture che l’Inghilterra, la Francia, la Germania, la Svizzera e l’Olanda inviano al nostro paese, riscattandosi delle molte materie prime, la seta, Polio, il legname, i generi annonarii, che sono costrette di provvedere da noi; il carbon fossile, che la nostra costituzione geologica sembra averci negato, e della cui immissione ci dobbiamo rallegrare come di fausto avvenimento.

La copia delle derrate coloniali introdotte è in ragione del grado d’agiatezza delle popolazioni. le provincie nostre che ne fanno uso comparativamente più abbondante sono l’antico Piemonte e la Lombardia, e in genere tutta l’Italia superiore. La qual cosa può dirsi anche delle manifatture, sebbene occorra il fatto che l'immissione di questa categoria si verifichi su ampia sfera nelle provincie che più si distinguono nelle lavorazioni nazionali.

Dalla quantità del carbon fossile immesso si ritrae infine la maggiore o minore rilevanza dell’industria manifattrice nelle singole regioni della penisola, potendosi ritenere che ferva l’opera principalmente là dove è più grande il consumo di questa sostanza. Anche I importazione del cotone grezzo è sintomo di lavoro industriale di molto rilievo nell’Italia settentrionale, è di qualche importanza pure in alcuna delle provincie napolitane. E cosi passando in rivista i quadri articolo per articolo e compartimento per compartimento d’Italia, si ponno riconoscere i nostri varii bisogni, e quindi i molteplici soddisfacimenti coi quali assicurarsi la nostra clientela ai mercati esteri. Ma né ci sgomenta il sapere come il totale delle immissioni si calcoli pel nuovo Regno a 607,588,468 lire, e per tutta Italia a poco più di 800 milioni. poiché siffatti valori sono ben lungi dal raggiungere quelli di altre nazioni, della Francia cioè e dell’Inghilterra, le quali, sebbene assai industriose, ed anzi forse per ciò, presentano il fenomeno di immissioni copiosissime. Esse pure devono trarre le materie prime dai luoghi cui sono state concesse, ma, ricche dei proprio lavoro, quelle nazioni ponno permettersi oggetti di lusso e di consumo anche stranieri. Anziché rimpiangere adunque, come alcuni sogliono, il denaro esportato, per acquisii dall’estero, noi auguriamo ai nostri concittadini un pò di quella maschia perseveranza alle fatiche, che forma la ricchezza e la potenza di altri popoli.

Gli articoli esportati, allorché riguardino le materie prime, indicano bensì un felice accordo di disposizioni naturali per qui è dato ad alcuni; paesi, indipendentemente dal genio e dalla solerzia dei loro abitanti, d’inviare all’estero il soverchio dei loro prodotti del suolo. Il nostro, commercio d’estrazione si alimenta appunto sopratutto di oggetti di questa categoria, e la seta e la canape grezza, l’olio, le frutta, le profumerie, il legname da costruzione, il sale, lo zolfo,, il borace, ecc., sono le sostanze che noi mandiamo agli stranieri, in cambio, dei tessuti di lino, di seta, di lana, di cotone, di canape, e degli oggetti di chincaglierie con cui essi invadono i nostri mercati.

Vano è pretendere che l’Italia alimenti lavorazioni che le sono Ricusate dal difetto delle materie prime e dal combustibile necessario; ma certamente essa trovasi in grado di coltivare quelle, industrie, le quali, invece traggono origine dalle sostanze, della propria agricoltura, Seguendo tale indirizzo, molti fra gli articoli ora spediti all’esteroallo stato grezzo, subirebbero in patria l’ulteriore loro trasformazione e permetterebbero ai nostri connazionali di godere di quei vantaggi' Che ora sono a tutto pro degli stranieri.

E in realtà non è vergogna per noi che la torcitura e la tornitura della seta si limitino a piccola porzione di una materia prima che è privilegio quasi esclusivo del nostro suolo? Si esportano in seta grezza ogni anno dall’Italia pel valore di oltre 218 milioni; ciò che toglie un benefizio al paese che la produce ed agli operai nazionali, i quali nulla chiedono di meglio che di condor a termine la lavoratura di quel prezioso prodotto.

Non v’ha articolo di nostra produzione, fra quelli principalmente recali all'estero, che non debba prima subire in patria un grado qualsiasi di elaborazione; gli olii, il sale, lo zolfo principalmente non escono dalle viscere della terra quali rinvengono io commercio; epperò anche la maggiore o minore ricerca dei forestiero dipendono in gran parte dal modo con cui si ottengono le sostanze sovrammenzionate. L’olio, che prima era ovunque di consumo anche più esteso, contava per 1addietro minori acquirenti in Italia, che non oggidì, pel fatto che molti non ci poteva perder pare i vizii dei metodi impiegati ad ottenerlo. I notevoli miglioramenti introdotti a questo riguardo assicurano alla penisola un’annua esportazione d’olio pel valore di 47,657,363 lire, la quale potrebbe salire anche più, qualora i perfezionamenti introdotti si estendessero di vantaggio. Lo stesso dicasi del sale, di cui si accrebbero di molto in questi ultimi anni gli smerci all’estero ed allo interno. Cosi la Sicilie, la Sardegna e l’Istria esportano ogni anno oltre 70 milioni di chilogrammi di sale, pel valore di circa sette milioni e mezzo.

Le guerre recenti assicuralo alla Sicilia un’esportazione annua di zolfo che ascende al prezzo di 16 milioni. In tempi normali, allorché l’isola non provveda a mezzi di scavo e di trasporto più economici, potrebbe darsi il caso che codesto suo reddito scapitasse considerevolmente, ed il prodotto indigeno. più non reggesse alla concorrenza di Marsiglia, la quale estrae oggi in malta copia lo zolfo dalle piriti.

Le regioni d’Italia più industri in fatto di agricoltura sono quelle che forniscono il maggior contingente nel traffico esterno. Così è della Lombardia delle antiche provincie dello Stato, che da sole estraggano pel valore di 159,826,927 lire in seta grezza. Che se le altre regioni non sono in grado, di contendere alle prime il vanto di sì cospicuo commercio, possedono tutte nondimeno le loro specialità di esportazione. La Toscana per esempi ha il borace (2,425,000 lire), il legname da costruzione (3,621,000), il grano gentile (7,016,000), ed i cappelli di paglia (12,715,000), le antiche: provincie il vino, l’acquavite egli spiriti (9,236,000 lire), il bestiame (9,775,000); Napoli gli olii (29,723,004 lire), i semi di lino (4,554,675), le mandorle (3,732,833), la robbia (3,895,574), la liquirizia (1,922,328), il cremor di tartaro (1,668,049); la Sicilia lo zolfo (16,701,000 lire), il sommacco (10,611,000), i vini e gli spiriti (1,029,000), gli aranci e i limoni (8,678,000), le frutta secche (2,234,000), i semi di lino (1,488,000)J, la pasta di liquirizia (1,225,000); Massa e Carrara i marmi (1,800,000 lire); Venezia le conterie (5 milioni ); il Patrimonio di S. Pietro gli oggetti d’arte (1,961,000 lire), dei quali è larga la copia spedita all’estero anche da Toscana.

Il totale delle esportazioni del nuovo Stato stimasi di 569,934,294 lire, quello di tutta l’Italia tocca le 680,719,892 lire.

Il commercio generale del Regolo comprende un eenn plesso di prodotti di esportazione e d’importazione pel valore di 1,177,472,762 lire. Quello stesso commercio per tutta Italia ascende al pregio di 1,480,971,468 Uve. In Francia I importazione rappresenta un valore di 2 miliardi 339 milioni, e l'esportazione uno di 2 miliardi 949 milioni. Il totale dei valori d’importazione e d'esportazione raggiunge la ragguardevole cifra di 5 miliardi 342 milioni. V'ha dunque una differenza pel valore del commercio in favore della nostra vicina di oltre tre miliardi e mezzo.

Ma questi raffronti non si. vogliono moltiplicare troppo curiosamente, anzi non si hanno a ritenere se non come una prova della imperfezione di queste parli della statistica. E per attenuare in parte la fede che alcuni potrebbero riporre in siffatte speculazioni numeriche, basterà avvertire che legando cosi a lascio come qualità positive, le cifre dei valori commerciali delle diverse regioni d’Italia, la somma comprenderebbe anche il traffico interstatuale, il quale certamente non può, né deve considerarsi come appartenente al commercio esterno.

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BOLLETTINO DI NOTIZIE ITALIANE E STRANIERE E DELLE PIÙ IMPORTANTI INVENZIONI E SCOPERTE

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Novembre 1862


NOTIZIE ITALIANE

Statistica Industriale di Genova

Uno dei fatti più importanti, e diremo anche dei più con solami per chi amai là prosperità nazionale, è quello della floridezza meravigliosa a cui è salita da pochi anni l’operosissima Genova. Essa ha veduto premiata la sua alacrità esemplare nel fare e nel far bene. Questa città ha potuto sopravvivere a se stessa e quando perdette la propria autotomia politica, seppe acquistarsi il primato commerciale e marittimo su tutti i porti d’Italia. E ciò che contribuisce ai darle tanta vigoria di vita non istà solo nell’audacia delle sue marittime peregrinazioni, ma ben anco procede dal suo, raro spirito industriale. Genova sì fa la navigatrici per eccellenza a giovamento di tutta Italia e dell’estero, ma sa produrre, essa stessa de’ tesori d’industrie che accrescono notabilmente la sua ricchezza. È bensì vero che alcuni rami delle sue industrie soffersero perdita per incolpabili infortuni, ma essi seppe resistere anche contro la mala fortuna e portar sul mercato sempre nuove manifatture. In prova di ciò noi riferiremo alcuni brani della relazione che testé inviava la Camera di Commercio di Genova al Ministero di Torino, e dove ampiamente illustrò la condizione agricola, industriale e. mercantile della intiera Liguria.

Industria. — Sete. — Dal 1857-58, sia per la crisi commerciale che imperversò nel primo dei detti anni, sia per le lunghe conseguenze di essa, sia per le guerre o pei timori di guerra, che del paro nocciono a questa ricca manifattura, sia pel terribile flagello della malattia dei bachi l’industria serica qui può dirsi, in complesso scemata.

Circa la filatura e torcitura la Liguria ebbe a soffrire come tutti gli altri paesi sericoltori dal difetto di raccolto dei bozzoli per l’atrofia dei filugelli. Al presente conia un centinaio circa di filature fra grosse e piccole, perché nell’epoca precedente alla crisi erano cresciute dal numero segnato nel resoconto stampato sul principio del 1858.

Esse in tempi normali filerebbero approssimativamente chil. 1,200,000 di bozzoli: vi sono 24 torcitoi dove si possono lavorare circa 65,000 chil. di organzini. Ma queste cifre devonsi scemare almeno di un quarto. per ottenere la vera produzione media degli ultimi tre anni, perché non pochi stabilimenti rimasero chiusi, e taluni torcitoi, non trovando materia da lavorare, si convertirono in filatore o tessiture di cotone. Malgrado però la mancanza di alimento cresce lo studio di perfezionare i prodotti con migliorati meccanismi. Ormai difatto non solo a Novi ma in Polcelvera, a Rossiglione nelle Riviere si espongono sul mercato sete degne di rivaleggiare colle più accreditate.

Si riconosce ormai da tutti i pratici, che conviene estendere maggiormente in Liguria i torcitoi.

Quanto alla tessitura per gli indicati motivi ebbe da traversare massime nel 1858 tali difficoltà provenienti dal carissimo prezzo della materia prima e dal diminuito smercio, che per qualche tempo la metà dei liguri telai rimasero inoperosi.

Da on anno circa l’attività di tale ramo ripigliò andamento più vicino al normale. La unificazione di quasi tutte la italiane provincie in un solo mercato nazionale diede certamente a ciò molto impulso, e schiude alle nostre seterie un grandioso avvenire. Ma per l'opposto essa espone i liguri prodotti alla concorrenza delle altre seterie italiane; ma la nostra industria per certi generi riesce finora vittoriosa. Varie stoffe unite, per esempio, taffetà, terzanelli, stoffe da ombrelli, cravatte nere, gros, ecc., che si fabbricano a Milano, Como, Firenze, ecc. già si presentarono con successo sul genovese mercato sia per la qualità sia pel modico prezzo. Invece riuscirono finora superiori a tutti i nostri velluti e ne cresce tuttodì la ricerca da varie partii d’Italia, e grazie ad essa può calcolarsi che di nuovo sieno occupati da 1300 a 1400 telai, numero che non solo eguaglia, ma supera quello degli anni migliori dello scorso decennio.

La esportazione dei nostri tessuti serici non ebbe quasi da soffrire per la crisi americana; essendoché essa si faccia principalmente per gli Stati del Sud America, pel Levante e per la Russia. Ma, constando essa in gran parte di velluti e crescendo la vendita di questi nelle provincie italiane nuovamente annesse, da prevedersi che si trascurerà di lavorare per la esportazione all’estero, a meno che non s’ingrandisca la sfera di late manifattura è non si consacrino ad essa migliori mezzi e maggiori capitali.

Lane. — Nulla darebbe da notare di nuovo; eccetto l’ingrandimento e il perfezionamento della fabbrica De Albertis a Voltri certamente fa prima della Liguria pei panni ed altri analoghi tessuti di lana. È certo che però sotto questo aspetto la ligure industria deve fare ancora molti progressi, prima di stare nel suo complesso a fronte di Biella, di Schio e di certe fabbriche napolitane e romane. Merita attenzione la fabbrica De Albertis per la filatura. della lana, per maglie, ecc., prodotto che richiede grandioso impianto meccanico, e di cui non esiste in Italia finora altra fonte che questa e la fabbrica dei signori Antongina in Valsesia.

Cotoni. – In questo ramo importantissimo per tutte le moderne industrie e per la Liguria sempre, d’importanza; capitale dobbiamo segnalare dal 1858 a tutto il 1860 notevoli aumenti, e perdo entità delle fabbriche e per le copia e bontà dei prodotti.

Si contano negli opifici liguri circa 95,000 fusi e 1200 telai meccanici; aumento negli ultimi tre anni di oltre 16,000 fusi e 250 telai. Ecco I elenco degli stabilimenti principali.


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Castelli ossia manifatture

Fusi telai
Voltri e Serravalle N.° 36,000 N.° 700
Sciaccaluga fratelli » 8,000 » 100
Bolla Francesco » 15,000
Rolla fratelli » 12,000 » 300
Eredi Deferrari » 6,000
Le eredi e fratelli Rolla » 7,000
Marengo Santo » 2,000
Pedeville fratelli » 2,000
Eredi Parodi » 1500
Gerard Morie e C. » 6,000

N.° 95,500

Loro prodotti sono i filati di varia finezza, e le tele grezze od imbiancate di uso generale sotto nome di domestics, shirtings, ecc.

Nel mercato italiano essi non tentano concorrenza alcuna, e si può ritenere che la Liguria figura in Italia come uno dei principali centri dell’industria cotoniera per l'abbondanza e per la qualità. Ma il nuovo ribasso della tariffa operavo nel 1860 per Decreto Regio e questa primavera sancito dalle Camere sopraggiunte al nostro cotonificio nel punto in cui s’era esteso con nuovo impiego di capitali esposti, e introdusse la concorrenza inglese, divenuta ora formidabile per motivi che in appresso esporremo. Inoltre la guerra civile d'America, facendo salire ad altissimo pretto, o negando la indispensabile materia prima, minaccia di paralizzare qui come altrove in buona parte il lavoro, che già vuoisi considerare scemato per la necessaria prudenza, con cui devono procedere i fabbricanti rispetto ad ignote eventualità.

Siccome la quasi totalità delle fabbriche hanno per martore l’acqua, la straordinaria siccità di questa estate sospese in molte di esse ogni produzione, in tutte la scemò enormemente.

Il 1861 è dunque per esse un anno eccezionale; ed eccezionale rimane veramente per ora la condizione lord, né si saprebbe prevedere per quanto tempo.

Circa al ramo di tessitura delle stoffe di cotone spigate, operate, bordati, ecc., che in Genova ha nome dell’arte de’ bombaciai, se si eccettuano alcune fabbriche sostenute e incamminale a buon avvenire da savi perfezionamenti, esso continua a soffrire sempre più dalle cause notate nella relazione stampata nel 1858. Degli 8200 circa telai sparsi in Genova e nella Liguria, che per lo più con lavoro a domicilio provvedono i fabbricanti di quelle stoffe, si. può calcolare che meno di 7000 ora sieno battenti; e certo l’influenza dello scarso raccolto massime nelle nostre montagne sopra il consumo d‘un genere che serve specialmente alla classe campagnola porterà diminuzione ulteriore.

 Maglie, ricami, pizzi. — Quasi nessuna variazione è da notare in questo articolo, da un lato le nostre maglie perdettero lo sfogo di Nizza e della Savoia dall’altro acquistarono quello della Toscana, dei Duetti e della Romagna.

Atteso, il clima mitissimo, quasi nessuna richiesta si fa dalle regioni più meridionali. Atteso il dazio che riesce lievissimo sopra oggetti di poco peso e di piuttosto alto valore, e atteso il minore perfezionamento non possono le nostre industrie concorrere colle estere per calze, guanti ed altri manufatti di più difficile e dellcato lavoro. Il numero dei telai circolari è cresciuto, e puossi stimare vicino ai 150. Nel 1858 fu enunziata questa cifra, ma era superiore al vero. Vuolsi, notare che parecchi telai, importanti realmente restano talora inoperosi, perché, quando si guastano, le nostre officine meccaniche non sanno ancora ripararli, a dovere, e taluno dei nostri fabbricanti dovette mandarli all’estero, cioè in Francia, per farli aggiustare!

Del resto in Italia le maglie genovesi figurano sempre onorevolmente, né temono altro confronto che di quelle milanesi, ora costrette a farsi strada nel resto d’Italia con perfezionamenti, facilitazioni, dacché perdettero il mercato veneto. Conterrebbe pel buon avvenire delle maglie in lana nazionali, che la filatura delle lane si estendesse e diventasse più, a. buon prezzo, offrendo così la materia, che pei fabbricanti di lane può dirsi prima, a migliori condizioni di quel che ora imo sia provenendo dall’estero, dove, i produttori, non temendo ancora concorrenza, pretendono troppo alta rimunerazione.

Circa i pizzi e ricami, attivo è sempre il lavoro, e i prodotti liguri cominciano ad essere apprezzati, come ben meritano, e ricercati nell’Italia. centrale e nella meridionale.

Pelli. – Quanto al numero delle concerie e dei loro lavoranti in Liguria nulla evvi da aggiungere. Trattandosi di manifattura che esige poco impianto di fabbrica, e d’utensili e che va o seconda delle richieste e dei prezzi variabilissimi della materia prima, si osserva una oscillazione frequente e difficile a seguitare. Vi sono piccole concerie che a norma dei casi scompaiono e ricompariscono, ed altre che o sospendono il lavoro o lo accrescono di molto.

La media indicata nel 1858 può stimarsi giusta con poche variazioni tuttora. Il numero delle concerie liguri in attività è oscillante fra 60 e 80; e quello degli operai fra 500 ed 800.

Si lamenta in genere tuttavia la poco perfezione dei prodotti. Vero è che varie regioni d Italie si trovano per questo ramo assai più addietro di noi, e possono offrirei tasto mercato; così Romagna e Sicilia. Infatti dal 1858 a tutto il 1860 e parte del 1861 il lavoro andò crescendo notevolmente. Ma da qualche tempo fanno concorrenza assai forte e dannosa alle nostre concerie i cuoi in crosta introdotti dopo la nuova tariffa che li assoggetta a metà dazio dei conciati, e sotto-preparati con pelli, che a buon mercato straordinario acquistarono industriali inglesi ed americani, giovandosi dei torbidi dell'America Meridionale. Le forti Commissioni del Governo che in questi due anni precedenti diedero a tutte le concerie nostrali tanta attività sono pressoché cessate, e l'effetto di tale concorrenza si risente perciò senza compenso alcuno.

Carta. – Stazionario all'incirca è la fabbricazione della carta a mano (V. Rel., del 1858). Crebbe quella della carta straccia, che invece di 60 conta 74 piccole fabbriche, e invece di 700,000 chilogrammi ne producono annualmente 1,100,000; se ne esportano (massime per l’America) chilogrammi 600,000 invece di 400,000. Ma più ancora crebbe quella della carta alla macchina continua. Alle carterie Precarda (Voltri ) e Ghigliotti (Pegli), la prima delle quali con due macchine, si aggiunge la cartiera Buscaglia (Voltri); e tutto e tre in complesso consumano per annua media chilogrammi 1,010,000 di stracci, producendo chilogr. 730,000 circa di carta. Una quarta cartiera meccanica sta costruendosi a Voltri. I loro prodotti uso eccellenti, i metodi adoperati sono i più perfetti. Tutta questa importante industria è concentrata in Voleri e circondario.

La carta fatta a mano secondo l’antico metodo ma con moderni perfezionamenti non è un ostinato residuo di vieta industria, come altri volle far crédere, ma un prodotta per,uso speciale ed in vista, di questo uso mollo buono. Essa viene tutta quanta esportata nel Messico, nell'America del Sud, e nel Levante, e serve ad involgere i sigaretti. A ciò non potrebbe servire la carta fabbricata con macchina, perché non può ricevere colla animale, che la farebbe bruciare più presto del tabacco involto, servendosi di colla vegetale le darebbe ingrato sapore per la resina che contiene.

La carta fabbricata nelle nostre cartiere meccaniche serve al consumo locale e vi provvede benissimo, sostenendo l'estera concorrenza. Infatti è sempre vero, come nel 1862, che la importazione di carta estera si limita alla carta più fina da lettere, a certe qualità speciali di lusso, o per di segno ed impressione, e che non raggiunge in peso il due per cento della carta consumata io paese.

Si può dunque concludere che la ligure industria della carta è fra le più progredite e fiorenti d Italia, ed una di; quelle che maglia raggiungano lo scopo proposto, L’unico, ostacolo, che tenga in pensiero i nostri fabbricanti di carta ò il,crescente prezzo della loro materia prima, cioè dei cenci, dei quali pure a Voltri si fa vivo commercio o notevole esportazione, e di ciò parleremo in appresso.

Industrie chimiche ed alimentari. — Grande progresso si verifica nei saponi di Sampierdarena sia per la qualità migliorata, sia per la più abbondante. produzione, che da 12,000 quintali può dirsi salita ad oltre 17,000, l’anno.

L’Italia. meridionale sopratutto, dava tal fabbricazione è ancora meno pochissimi centri nell'infanzia, od affatto mancante, offre alle nostre saponiere un nuovo e vasto mercato, di cui già si sentono le richieste, e che in breve potrà assorbire grande quantità dei nostri prodotti..

 Lo stesso: deve, dirsi delle paste di Genova, che in altre provincie e sopratutto in Lombardia, nei Ducati, nella Romagna, non però nelle meridionali dove esistono copiosi popolari prodotti d’ugual genere, cominciano a trovare spaccio notevolmente maggiore, che in addietro.

L’esportazione per l’estero specialmente per l'America si mantiene assai copiosa, e in complesso il lavoro dei:nostri vermicellai può dirsi cresciate ed io via di crescere maggiormente negli ultimi: tre anni i vermicellai della città consumarono in media annua oltre a 450.000 quintali di granaglie, e nel 1860 in ispecie circa 500,000 da 100000 a 120,000 può stimarsi il consumo di quei della provincia. Non v’ha dubbio che l'immenso passaggio di truppe, di volontari, di reclute d’ogni fatta per Genova, e le imprese militari concorsero a queste sviluppo.

Pel resto di questa categoria nulla potrebbe segnarsi di nuovo se non qualche progresso nelle tintorie. Si desidera Sempre ed invano che venga introdotta in Genova la fabbricazione in grande dei prodotti chimici più necessari all’industria prendendo in ciò a modello la piazza di Marsiglia.

Metalli, macchine – La decadenza delle liguri ferriere è continuata, meno poche eccezioni. dii stabilimenti per lo più dediti a lavorare il ferro per istrumenti d’agricoltura. Ci riferiamo; alla relazione del 1858 per le: cause di tale fatto.

Invece le nostre fabbriche di macchine e le fonderie offrono sempre un complesso di grandiosi opifici e di prodotti cosi:rimarchevoli, che senza tema di errare, Genova e i suoi dintorni si possono dire il principale centro di tale industria in Italia.

L’immenso sviluppo delle ferrovie, e quello giù avvenuto e lo sperabile della marina a vapore si militare che mercantile basterebbero ad assicurare di per sé la esistenza delle nostre officine. In questi tre ultimi anni il Governo ebbe a servirsi di esse quasi come di succursali del suo arsenale per molestissimi lavori: per fusione di cannoni e di proiettili; per rigamento o fasciamelo in acciaio de’ cannoni di nuovo sistema; per pezzi di macchine e caldaie ad uso dei bastimenti delta marina militare; per riparazioni. L’esperienza prova che la costruzione di navi in ferro qui può essere benissimo condottai.

Infine questo ramo d’industria giova a tutti gli altri colla fabbricazione e riparazione dello macchine, e soltanto in ciò avrebbe larghissimo alimento. Ma finora bisogna confessore che esso venne assorbito dai primi fra gl’indicati lavori e specialmente de quelli per le ferrovie e per l’esercito, e che non riuscì ancora come dovrebbe a fornire meccanismi, per esempio, alle filature di cotone e ad altre piò importanti fra le patrie fabbricazioni.

Se qualche tentativo fecero le nostre officine meccaniche per montare grandi fabbriche con tutti i necessari meccanismi, per esempio, filatore di cotone e ili sete, torcitoi, ecci, non ne fu molto buono il risultato. Nemmeno la riparazione su grande scala; cioè fabbricando all’uopo pezzi importanti, viene esercitata in modo da soddisfare alle esigenze quotidiane dei nostri industria, ed è frequentissimo il caso di pezzi ordinati all’estero, o di macchine più delicate spedite all’estero allorché sono guaste, malgrado l'immenso spreco di danaro o di tempo, perché lo accomodature fatte dai nostri opifici non corrispondono al bisogno, oppure perché gli opifici stessi non se ne curano, ad altro intenti.

Senza dubbio questo inconveniente fu sinora inevitabile, essendoché le nostre officine meccaniche avevano ristrettissimo mercato da provvedere e nella maggior parte dei casi non conveniva punto ad esse pendette un grosso capitale in modelli di macchine svariatissime o di pezzi colla prospettiva di bene scarsa produzione per ciascuno di essi.

L’avvenire però di queste nostre officine meccaniche ci sembra assicurato del modo più splendilo dopo l’unione colle altre parti d’Italia; e molte commissioni di macchine ed utensili di vario genere già vengono dalla Lombardia, dai Ducati, dalle Romagne e dalla Toscana. Del buono impianto di questi stabilimenti, e dell’abilità dei loro operai tutti nazionali fa fede poi tanto la fusione dei più grossi e difficili modelli, come la costruzione di caldaie, di ruote idrauliche e di buone, locomotive. Il più ampio di tali stabilimenti è quello in Sampierdarena già diretto da Ansaldo, ora da Orlando indi quello Robertson, che mostra continuo progresso, e rivaleggia in molte cose col primo; poi quello già Orlando alla Pila, quello Westermann a Sestri, quello Ballàydier in Sampierdarena, ecc. Tutti gli operai ed i mastri sono ormai nazionali. Questi stabilimenti sono come una scuola di eccellenti operai meccanici, ché potrà somministrarne ad altre parti d Italia, dove per dò si ricorre ancora agli stranieri.

Prospera sempre, e si distingue fra le migliori d’Italia la nostra fabbricazione di mobili.

La costruzione navi è io Liguria una industria importantissima, perché, otre al fornirne la patria marina, ne vende all'America meridionale e ad altri luoghi. Piace constatare che la istruzione tecnica viene sempre meglio diffusa in questo ramo, ed infatti oggidì abbiamo costruttori che uniscono alla pratica nautica una buona teoria, e ciò influisce sulla perfezione dei modelli e dei lavoro nei nostri cantieri, principale dei quali è sempre, quello di Sestri Ponente.

Oreficeria e coralli — Non essendosi mai nelle anteriori relazioni data sufficiente notizia di questo ramo, per cui Genova assai si distingue colla eleganza e colla speciale qualità de’ suoi lavori fra quasi tutte le città italiane si riferiscono qui più ampi ragguagli.

L’industria dei lavori in oro ed argento si può chiamare certamente una delle principali di Genova. Si contano in Genova N.0 260 fabbricanti oltre un centinaio di negozianti! Gli opifici principali tuttavia saranno un venti circa. Quest’arte richiede un personale piuttosto ragguardevole di garzoni, commessi e apprendisti, dedicati intieramente alle lavorazioni e al traffico d’articoli, d’oro d’ogni specie, di filigrane e grosseria d’argento. Molte donne sono addette all’ultima mano d’opera delle orifìcerie, e dall’arte sono chiamate politrici. ll personale di questa industria può essere classificato nel modo seguente:


Fabbricami in lavoro d’oro N.° 145
Idem in grosseria d’argento N.° 52
Idem in filigrana d’argento N.° 68
N.° 265
Garzoni commessi,. lavoranti N.° 1500
Donne, ragazzi, incisori N.° 250
Totale N.° 2015

Genova non rimase:stazionaria nei lavori d oro e d'argento (bijouterie) negli ultimi anni.

I progressi di quest’arte tendono ad avvicinarne i prodotti a quelli di Francia. Noi troviamo che, mentre nell’anno 1855 furono presentati all’ufficio del marchio lavori in oro per 528 chilogrammi e 991 gramma, nell’ultimo anno invece 1860 si elevarono a chilogrammi 547,228. I lavori d argento nel 1855 furono di chilogrammi 1,497,900, e nel 1860 chilogrammi 1,806,405. Quelli d’argento dorato chilogrammi 75 mila 730 grammi nel 1855; e chilogrammi 102,280 nel 1860. Crebbe però anche l’importazione delle oreficerie di estera provenienza che sono quelle della Frane mentre nei primo degli accennati anni s’importarono lavori in oro per 44 chilogrammi e 712 grammi, nel 1860 ne crebbe la quantità a chilogrammi 72,275 grammi.

Si deve poi ritenere, che i lavori importati dalla Francia si spandono in tutto il rimanente dello Stato e che la maggior parte di questi non si trova in Genova che per transito.

L’unica concorrenza di rilievo che noi abbiamo in questo genere di lavori è quella della Francia.

Manca in Genova quello spirito di associazione, che solo può fornire mezzi a creare stabilimenti di entità per poter stare in concorrenza con quella nazione. I nostri operai per quanto siano ingegnosi saranno sempre distratti dalle vario specie di lavori ai quali devono applicarsi. Nei grandi stabilimenti invece potendosi applicare il principio della divisione del lavoro più facilmente, e ciascun operaio avendo la propria specialità in questa parte d'industria. I prodotti riescono migliori e dotali di quei perfezionamenti che li rendono tanto accetti ai loro consumatori. Sia prova di quello che diciamo il nostro prodotto della filigrana Questo ha in Genova speciali stabilimenti, e gli operai, essendo applicati a questo genere di lavoro solamente, possono dargli quella finitezza e perfezione che noi non troviamo nei prodotti simili delle altre nazioni. Quanto alla concorrenza interna in questa industria il nostro circondario non ha a te, mere quella delle altre provincia, e si può con sicurezza affermare che alt consumo locale, per quanto riguarda l’industria nazionale, provvedono gli opifici della città di Genova.

L’oro e l’argento lavorato in Genova ha riputazioni all’estero per la sua leggerezza, politura e distribuzione di saldature. Perciò si fa una discreta esportazione delle un altre bijouterie per l’America, I Olanda, la Spagna e il Portogallo. I lavori di filigrane poi, e specialmente quelli d’argento, sono esportati per tutte le porti d’Europa e dell’America. Si può dire che non venga forestiere in Genova il quale non ne faccia acquisto. Continua anche la spedizione di questi prodotti negli antichi Stati d’Italia ora provincie annesse. Dopo la pubblicazione in Lombardia del R. Decreto 20 novembre 1859 molte delle nostre oreficerie introdussero in Lombardia, e fra queste primeggiano oltre la filagrana d9argento i lavori di corallo e d pietre diverse montate in oro. Ivi sono ricercati non tanto per il lavoro quanto per la rigorosa conservazione dei titolo accertato dell'Ufficio del marchio di Genova. È per quest’ultima ragione che alcuni nostri fabbricanti orefici hanno sempre stipulate contrattazioni coi trafficanti delle accennale provincie, fissando nel contratto la spedizione di lavori di Genova marchiati e titolali dall9 Ufficio di quest’ultima città.

Questi prodotti ai termini dei regolamenti sul marchio non possono restare in commercio, né lavorarsi, né introdursi dall’estero, se non al titolo di 840 e 750 millesimi per l’oro, e 950 e 800 per l’argento.

Per favorire la esportazione delle oreficerie lavorate nello Stato si credè utile l'abbuonare la metà dei diritti che il Governo percepiva sul marchio. Ma se questa disposizione ottenne effetto per gli oggetti in oro, sui quali gravitava maggiormente il diritto, non fu di alcun vantaggio certo agli esportatori di lavori in argento, perché tenue riusciva la restituzione della metà del diritto e perché le non poche formalità doganali prescritte dai regolamenti erano d9inciampo ad ottenere quel beneficio accordato dalla legge.

Per favorire quest'importante ramo d'industria del paese per aumentarne la esportazione nelle estere contrade; non crediamo che utile sarebbe l'abbondamento totale del diritto del marchio per gli oggetti lavorati in oro ed in argento esportati, come anche di rendere più semplici e meno noiose le formalità doganali prescritte dall’art. 16 del regolamento annesso alle Regie Patenti del 12 luglio 1824.

Il diritto di marchio per l’oro è Ln. 12 per ettogramma, quello dell’argento di Ln. 6 per chilogramma.

 L'assaggio cosi detto fatto dall’Ufficio del marchio costa centesimi 80.

I diritti sulla importazione delle oreficerie e vasellame sono i seguenti:


Oggetti lavorati d’oro L. 10 per ettogramma
Oggetti lavorati d’argento L. 12 per chilogrammo.
Oggetti lavorati d’argento dorato L. 24 per chilogrammo

Gioiellerie e piccoli oggetti di lusso preziosi pel lavoro o per la materia


d’oro L. 16 per ettogramma
d’argento L. 20 per chilogramma
d’argento dorato L. 30 per chilogramma

Un diritto piuttosto tenue sui sali acidi necessari alla lavorazione dell'oro e dell'argento, come sarebbero la potassa, acqua forte, salnitro, borace, vetriolo; il borace più in uso nell’arte di oreficeria paga L. 10 ogni cento, chilogrammi, si vende in Genova L. 3,40 per chilogramma; il diritto perciò d’importatone non arriva al 3 per cento. Non si crede, perciò ragionevole una diminuzione di diritto d’importatone su questi prodotti. La diminuzione sarebbe invece utile per i ferri necessari alla lavorazione che tuttora pagano come chincaglieria.

La lavoratone dei coralli, antichissima in Genova, è certamente una delle più speciali industrie della nostra piazza, sia per la sua non piccola importanza, sia pel lavoro che somministra ad un numero grande di famiglie, che ne traggono il loro principale sostentamento.

Difatto la media dell’ammontare del corallo, greggio, che si lavora in Genova, si può valutare, da lire 1,500,000; ad 1,600,000; ed aggiungendo a queste somme, le spese di manifattura, da calcolarsi in lire 320,000 a 360,000, sii avrò un impiego di poco meno di due milioni di lire.

La lavorazione di tale corallo viene fatta da 13 opifici, cosidetti fabbriche, e da nove lavorerie di incisione; e sia le une che gli altri presi insieme occupano giornalmente 300 e più operai per la più parte donne la maggior porzione delle quali lavora nelle fabbriche suddette, e solo una piccola parte nelle case proprie per conto dei negozianti. Questo in città. Ma il numero maggiore degli operai che vengono adoperati per la lavorazione dei corallo sono fuori di città, ascendendo questi a più di un migliaio di famiglie sparse nella vallata del Bisagno, e specialmente nei villaggi di Casanova, Trensano, Prele, Sant’Olcese, Prato, S. Siro di Struppa, Bavari, Montesignano, Aglio e Fóntaneggi, ove quasi non vi ha famiglia che non accudisca a tale arte.

Ad essa dedicano particolarmente quelle ore e quelle magioni che non sono occupate dai lavori della campagna.

La somma che per tale lavoro viene sparsa fra quei contadini è circa di 200,000 lire per anno.

Una specialità riguardevolissima della nostra industria si è quella, che, se si eccettua porzione ed anche piccola degli oggetti cosi detti di bijouterie preparati nelle lavorerie degli incisori, viene il resto lutto esportalo e sparso per ogni contrada del mondo, e più specialmente per le regioni delle Indie orientali o possessioni inglesi dell’Asia, per la Russia, Polonia, Confederatone Germanica, per il Levante a Costantinopoli, per la costa d Africa, pel Brasile, pel Messico e pegli Stati Uniti; ed anche ne vien mandato a Parigi e Londra non tanto per il loro consumo interno, quanto per l'esportazione all’estero, che da cali piazze si fa per ogni parte.

Per ciò che riguarda alla concorrenza, noi non abbiamo all'estero che a lottare con le lavorazioni che se ne fanno a Marsiglia, in Algeria ed anche un po’ in Ispagna; ma la più terribile rivalità ci viene dalle piazze nazionali di Napoli e Livorno. La prima delle quali pel merito artistico finora la vince sugli oggetti di bijouterie lavorati dai nostri incisori, e la seconda coll’importanza ed il numero delle fabbriche ci fa una forte concorrenza.

Il favore maggiore che il Governo potrebbe apportare a questa industria nazionale sarebbe quello di far si che nei paesi dove maggiormente sfogano gli articoli in corallo lavorato diminuissero i grandissimi diritti d’entrata che dovunque gravitano sui medesimi. Difatto alle Indie orientali, dove si esita la più gran parte del nostro genere, paga un diritto d’entrata del 10 cento sul vero valore della merce. In Russia il diritto è di rubli d’argento 2.70, e più altri accessori formanti in tutto quasi R. 3. per libbra russa, ciocché equivale a L. 9 circa per libbra ai Genova; diritto enorme che sugli articoli di minore valore viene ad ascendere da 30 al 40 per cento sul valore che tali coralli hanno in Genova; ed in certi generi di minore, pregio il dazio è pari ed anche maggiore del loro corso da noi, ciò che evidentemente equivale per gli stessi ad una completa esclusione da quei mercati.

In Francia e nell'Africa francese il dazio è di franchi 11 e più per chilogramma, agli Stati Uniti è anche fortissimo, essendo del 24 percento 1l valore. Questo per il corallo, lavorato.

In quanto al corallo grezzo od in natura, interessantissima cosa per noi sarebbe che il Governo nostro riuscisse ad ottenere dalla Francia l'affrancazione a totale od almeno la diminuzione di diritto di pesca che gravita sulle barche a ciò dedite sulle coste d'Africa di possessione francese, pagando colà annui franchi 866.40 per ogni barca; cosa che non dovrebbe essere difficile ad ottenersi, poiché quel Governo stesso nulla fa pagare per la pesca sulle coste della Francia.

Ecco lo stato dell'importazione e dell'esportazione del corallo grezzo e lavorato nel decorso triennio 1858-60.


Importazioni

1858 Grezzo chil. 39,354
Lavorato chil. 31

Esportazioni

1858 Grezzo chil. 675
Lavorato chil. 15,515

Importazioni


1859 Grezzo chil. 51,225 5
Lavorato chil. 39 7

Esportazioni

1859 Grezzo chil. 670 6
Lavorato chil. 7,365 6

Importazioni

1860 Grezzo chil. 33,718
Lavorato chil. 1,201 47

Esportazioni

1860 Grezzo chil. 2,263
Lavorato chil. 13,144 7

Passiamo ora a toccare delle mutazioni provate e dei desiderii sentiti dalla industria per l’avvenire. Comincia appena adesso il movimento originato dalla fusione di tutte le industrie italiane in un mercato solo,0 non è possibile ancora misurarne la estensione e gli effetti; In siffatta fusione di quelle ch'erano sette industrie diverse separale da forti barriere doganali qualche tempo deve passare, prima che fra di loro si conoscano i produttori ed i consumatori delle varie regioni. Quando si saranno reciprocamente conosciuti, nascerà certo una serie di mutazioni e di spostamenti. Si vedrà colla esperienza che alcune industrie fanno in diversi luoghi doppio impiego; che altre finora godenti preminenza locale non reggono al generale confronto; che altre degne di preferenza sono ancora poco produttive, e richiedono capitali e mezzi maggiori per soddisfare alle nuove richieste. Le strade ferrate renderanno possibile utilizzare motori potenti di cadute d'acqua colà dove adesso per difetto di comunicazioni una industria esiste.

Sarà insomma un lavoro immenso di trasformazione delle industrie municipali in industrie italiane; saranno conservate solò quelle che possono prevalere in tutta la penisola, e saranno forzati gl’industriali a moltiplicare i mezzi di produzione. Per conseguenza dopo la politica fusione l’industria italiana imperiosamente esige un maggiore e più ragionato impiego di capitali. Bisogna invitare questi capitali, non iscoraggiarli; bisogna che a certe perdite locali inevitabili si offra il compenso di un generale profitto della industria nazionale, e non già si aggiunga là perdita pro!un gaia di una generale stagnazione. E pertanto ne Ilei presenti circostanze anche i più sinceri fautori della libertà commerciale devono desiderare, e domandare al Governo, che un cosi grande, importante e difficile lavoro interno, cui naturalmente tien dietro urta certa agitazione, non venga disturbato con ulteriori ed improvvidi rimpasti della tariffa doganale. Esso è già disturbato abbastanza e forse troppo e per troppo e lungo tempo dall’ultimo ribasso fatto nei 1860. Queste ribasso, per quanto si creda giustificato dai politiche necessità o convenienze obesi trovavano in istreua relazione col buon esito della causa nazionale, non avrebbe potuto giustificarsi economicamente sia per le troppo vicine riforme anteriori, sia pel salto troppo brusco che con essa si fece, riducendo i principiali dazi a metà. Anche i riformatori più arditi opinarono sempre di andare a gradi, e di lasciare un tempo sufficiente alle necessarie trasformazioni e si astennero dal colpire le industrie nel momento in cui sotto l’egida del vecchio dazio avevano esposto nuovi capitali per ampliazioni di edilizi e di macchine, anticipazioni di cui è sempre lungo il rimborso.

Tal era precisamente il caso delle nostre industrie, gli ultimi due anni.

È per tanto innegabile che il ribasso del 1860 danneggia già adesso parecchi rami d’industria; e momentaneamente quasi li paralizza. Ciò si sente sopratutto in quest’anno dacché la guerra civile d’America, togliendo agli inglesi molto spaccio di loro manifatture ed obbligandoli a cercare altri sfoghi, li indusse a gettare sul nastro mercato col favore della nuova tariffa molte merci e soprattutto filati e tessuti di cotone, a prezzi vili e niente affatto in rapporto coll’aumentato prezzo della materia prima. Volendo ad ogni costo alimentare le loro fabbriche per evitare una temuta crisi interna, si sottopongono forse ad una perdita; e intanto le compagnie inglesi di navigazione a vapore con quel prodigioso accordo di tutte le forze sociali che contraddistingue quella nazione, ridussero i noli dall’Inghilterra in Italia del 70 per cento e più; e si noti bene: questa prodigiosa riduzione è fetta solo a profitto. delle manifatture, non di di altri generi. Queste circostanze che si aggiungono ai primi effetti della nuova tariffa del 1860, e che tolgono ai nostri fabbricanti perfino quella naturale protezione risultante dal costo dei trasporti della merce estera, e dal solito guadagno degli esteri fabbricanti, sono straordinarie e passeggiere, benché possano molestare ancora per qualche tempo. Ad Ogni modo la nostra industria, notiamo in primo luogo la industria cotoniera che nella Liguria da lavoro a circa 35,000 operai, se ne risente, e dovrà lottare un pezzo per rifarsene.

È dunque ragionevolissimo il concludere, che nessun motivò né politico né economico né d’interesse nazionale o internazionale per nuovi trattati di commercio potrebbe menomamente scusare il Governo, se s’inducesse a nuovi ribassi. Sarebbe questa misura rovinosa affatto ingiusta, senza alcun motivo, fatto per pura ostentazione o per vantaggio esclusivo de’ forestieri, e contro la sana norma dell'applicazione dei buoni principi, perché noi già possediamo dopo il 1860 la tariffa realmente più bassa, più liberale nel suo complesso di tutte le tariffe mondiali, ben inteso, senza eccettuarne l’inglese, che in varie parti potrebbe ora imitare.

E poi qui milita una grande ragione tanto politica e sociale quanto commerciale: quella cioè, che non devesi gratuitamente, leggermente accrescere e prolungare il pericolo ed il sentimento della instabilità negli ordini e provvedimenti pubblici, male immenso e fecondo di pessime conseguenze. Siamo costretti a subirlo per necessità di penosa transazione nelle leggi politiche, che finora nell’interno ordinamento per lo più seguono ad informarsi di provvisorio carattere: almeno risparmiamocelo nelle altre cose. In materia economica nulla s’improvvisa; industria in ispecie ha d’uopo di lento sviluppo e di progressivi rimborsi; se toglieremo ogni idea di stabilità, se ogni giorno minacci una mutazione nuova, quali capitali vorranno esporsi nell'industria?


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Notizie statistiche sul commercio italiano, prima e dopo l'attuale rinnovamento politico

(Continuazione. Vedi il fascicolo di ottobre 1862)

Dai prospetti ufficiali risulta che le nazioni, le quali si contendono la supremazia sui nostri mercati, sono la Francia e l'Inghilterra, le quali presentano tra loro questa principalissima differenza: che, mentre la Francia importa in casa propria merci italiane per valori che superano quelli degli articoli francesi introdotti fra noi, l'Inghilterra ha estrazioni doppie quasi delle importazioni. Le nostre relazioni colla prima stanno sul piede dell'uguaglianza; verso la seconda invece l'Italia mantiensi tributaria e vassalla. I mutamenti del 59 recarono ben poche modificazioni ai rapporti commerciali della penisola colle due nazioni sovra menzionate; tuttavia, se qualcuno di esse ne ha fatto suo pro, è da ritenersi piuttosto la Francia, che la sua vicina d’oltre Manica.

Fra le merci che la Francia ne spedisce, sono degni di nota i lavori di moda, i cuoiami, i tessuti di seta e di lana, le sostanze coloniali; fra quelle:che riceve hanvi le sete grezze e filate, le granaglie, l’olio d’olive. Dall'Inghilterra ne provengono invece il ferro, il carbon fossile, i filati e tessuti di cotone, siccome a quella destinazione sono spedili l’olio d’olivo, le pelli, ecc., ecc.

In ordine di rilevanza vien tosto dopo il commercio dell'Austria coll’Italia Nel 1858 la monarchia austriaca vantava un traffico d’importazione da quest’ultima pel valore di 73,640,448 lire ed uno d’esportazione pei varii Stati italiani, avente, il pregio di lire 86,080,160 lire. Nè qui s’intendono compresi i valori di Modena e Parma, che, durante la lega doganale coi Ducati, le assicuravano un annuo scambio complessivo di 16,119,100 lire (7,849,305 lire all’import. e 8,569,795 lire all’esport), e tanto meno le provincie soggette, la Lombardia, il Tirolo italiano, l’Istria, la Venezia, le quali erano naturalmente comprese nella zona daziaria dell’Austria, consumavano prodotti austriaci ed esportavano de’ proprii, senza che quelle transazioni fossero consegnate in alcun registro doganale.

Ora tenendo conto anche delle provincie modenesi e parmensi e delle nuove sorti fatte alla Lombardia, e raffrontando il movimento commerciale del 1858 con quello del 1860, se ne ritrae, nel giro di due anni, una differenza in meno di 40,140,895 lire sulle immissioni e di 17,915,938 lire sulle estrazioni. Le prime infatti non ascesero nel 1860 a più che 41,048,855 lire e le seconde ammontarono a sole lire 76,681,347.

Una tanta differenza, nella quale lo scapito appare principalmente da parte nostra, merita spiegazione. Vediamo infatti quali sieno state state le conseguenze della pace di Villafranca sui commerci delle due nazioni.

Il trasporta della linea del confine dal Ticino al Mincio lasciava all'Austria una maggiore circoscrizione di territorio non suo, a cui spedire i proprii prodotti. Da quel fatto il suo mercato interno ebbe a ricevere grave offesa, non v’ha dubbio, ma le sue dogane dovevano presentare invece, un incremento d’esportazione, a favorire il quale avrebbe contribuita la modicità dei nostri dazii. Se il contrario accadde, vuolsi attribuire in parte agli alti diritti d’uscita imposti ad alcuni articoli (i bozzoli, ad esempio), e in parte alla naturale tiepidezza delle relazioni e, diremmo meglio, alla durevole nimicizia fra i due governi. E per verità ciò che dava all'Austria si cospicua parte nel nostro commercio, più che dalle convenienze spontanee e reciproche dei due paesi, era da ripetersi dalla prepotenza del suo dominio sulla penisola. L’avvenire recherà silo spaccio delle merci austriache in Italia danni anche più sensibili, ove le presenti difficoltà non sieno appianate, ed il gabinetto di Vienna s'ostini a contenderci l’integrità del nostro territorio.

 Fra gli oggetti d'importazione fra noi, provenienti dalla frontiera austriaca che, dopo la guerra, subirono il maggior detrimento notansi le granaglie, i prodotti chimici, i tessuti, e i lavori a maglia, le macchine e strumenti diversi.

Ma il nuovo ordine di cose non era senza influenza anche sulle importazioni in Austria delle nostre mercanzie. Se le dogane del Ticino aprivano il varco ad articoli di nostra provenienza pel valore di 81,489,750 lire, quelle del Mincio videro la loro immissione discesa a lira 11,048,855. Mentre l'antica nostra dominatrice ebbe il suo commercio d’esportazione ridotto d un quinto, noi perdemmo sul nostro quasi la metà. Del resto nulla di più naturale che a mano a mano che all'Austria sfugge il terreno in Italia, sminuiscasi la copia de’ suoi consumi, e si limitino le sue ricerche sui nostri mercati. Le nostre perdite tuttavia non sono né cosi gravi, né cosi irreparabili come potrebbero far credere a tutta prima i prospetti delle dogane.

Il manco delle nostre esportazioni dipende infatti in gran parte dalla liberazione avvenuta della Lombardia, la quale per l'addietro dicevasi provvista dall'estero, mentre in realtà lo era in molte cose dalle provincie d'Italia consorelle. I generi coloniali, i vini, gli animali, i commestibili in genere, il lino, le venivano dal Piemonte, come riceveva la canape e le granaglie dalle Romagne, e l'olio dalle provincie toscane e del mezzodì. Questi soli articoli fanno una differenza d'esportazione di più che 25 milioni, i quali, sebbene non fossero rappresentati nelle note del commercio austriaco, pure non venivano sottratte per questo alla circolazione dei nostri mercati.

La povera Venezia soltanto vive in doloroso ed innaturale sequestro dalla madre patria, ed in rovinoso e forzato connubio con signoria straniera ().

L'Italia ha riannodate di fresco le sue relazioni colla Prussia, ma gli altri Stati della Confederazione ci fanno il broncio e si conservano in un'ostilità più o meno aperta col nuovo regno. In quelle differenze entrano per molto le istigazioni dell'Austria, la quale si accampa nemica nella nostra stessa casa, e fa di tutto per precluderci le vie di comunicazione, cogli altri popoli alemanni.

Di minor conto adunque di quello che dovrebbero essere realmente riescono i nostri scambi colla Germania sopratutto, centrale e settentrionale, la quale, se dall'una parte aspira a raggiungere colle ferrovie Genova ed Ancona, dall'altra, teme sempre di essere esclusa dai porti di Trieste e di Venezia, allorché questi porti ridivenissero italiani.

Ma, per poco che essa rifletta alle reciproche condizioni dei due paesi, si persuaderà di leggieri che, quand'anche le vicende della guerra avessero a togliere all'Austria il Veneto e l'Istria, non cesserebbero per questo i porti di queste due regioni, come gli altri tutti della peritola, dal rispondere ai bisogni della Germania e dal proteggerne e favorirne, ove occorra, gl’interessi.

Colla legislazione commerciale che prevale in Italia, e per cui sono fatte al libero scambio sì larghe facoltà, si aprono fraternamente dinanzi agli stranieri, al pari di quelli dei loro Stati rispettivi, i porti delle potenze amiche.

Amburgo forse più che Trieste, ebbe a somministrare per lunga pezza all’Austria buona parte dei prodotti d'America e delle regioni oltre i capi Horn e di Buona Speranza. Ma il compimento e l’esercizio della linea da Vienna a Trieste, non v’ha dubbio, hanno sminuito la corrente di un commercio che prima spingevasi fino a Lubiana.

Chi non sa che a Vienna giungono anche in oggi carichi di zuccaro e specialmente di caffè spediti da Amsterdam e da Rotterdam pel Reno, pel canale Lodovico e pel Danubio? Eppure l'Austria possiede in oggi non pochi scali nell’Adriatico; scali adunque che sotto molti rispetti non sostengono la concorrenza coi porti olandesi.

Quando Venezia e Trieste appartenessero, all’Italia, non solo que’ porti continuerebbero ad essere schiusi alla Confederazione Germanica, ma potrebbero rendersi ad essa anche più proficui di prima. Se l’Austria infatti vive trincerata sotto rigido sistema doganale, se a proteggere i suoi cattivi prodotti dell’Arciducato, della Boemia e della Moravia fa la guerra con forti diritti o con proibizioni alle merci estere, senza che quelle provenienti' dalla Confederazione Germanica ottengano migliore trattamento, Venezia e Trieste in cambio, quali pur sieno i loro futuri destini, libere una volta dal dominio austriaco, avranno una legislazione commerciale, che di certo non sarà meno larga di quella che regge il resto d’Italia, ed offriranno perciò ai popoli tedeschi un mercato assai lucroso, non solo, pei loro consumi, ma più ancora per i loro sbocchi, che favoriscono verso le regioni finitime.

I molti studi fatti dal governo delle antiche provincie al fine di poter eseguire la ferrovia del Luckmanio, che unisse il porto di Genova col lago di Costanza, provano come quel governo avesse il fermo proposito di far servire Genova, che mai non appartenne alla Confederazione Germanica, ai bisogni ed agl'interessi della Germania superiore e centrale.

La strada, di ferro che da Venezia, spingesi a Bolzano è il primo tronco d’una linea, che i Veneziani invano hanno richiesto all’Austria fin dal 1846. La strada principale, della quale ebbesi la concessione, da Venezia finiva a Milano. Volevasi adunque una linea, che da Verona si dirigesse al lago di Costanza per Roveredo, Trento, Bolzano, Inspruck, e mediante tunnel sotto il Brenner giungesse fino a Lindau. Ma lo stabilimento di questa linea venne sempre contrastato dall’Austria, la quale non voleva che Venezia servisse alla Confederazione Germanica, e poi solito sistema di sacrificare in ogni cosa Venezia alla prediletta rivale, Trieste, essa attenevasi invece ad una linea, che dal lago di Costanza si congiungesse con quella di Trieste e di Venezia, passando per Salisburgo, e per Bruck.

Dopo il 1848 il generale Radetzky indicò fra le linee strategiche necessarie a conservar l’Italia una ferrovia, che congiungesse Inspruck a Verona. Ed ecco perché l’Austria infatti costruì il tronco da Verona a Bolzano e si proponesse di far l’altro fino ad Inspruck. Anche in questa congiuntura tuttavia rimase escluso il tronco fra Inspruck e Lindau, il quale solo ha importanza commerciale, come anello di congiunzione tra l’Italia e la Germania superiore.

Venezia, resa libera domanderà il pronto compimento di quella linea tra il suo porto e il lago di Costanza. Venezia, fatta italiana, sarà, come Genova, a piena disposizione. della Confederazione Germanica, con agevolezze doganali, che invano questa chiederebbe. all’Austria nei porti di sua dipendenza.

Per queste ragioni adunque la Confederazione deve considerare anzi come suo interesse che la Venezia cessi dall'essere austriaca. Se dall'Austria, quale membro politico della Germania, non le verranno che insidie e pericoli, meno ancora ella può aspettarsi da suoi pregiudizi econonici, che saranno sempre d'ostacolo invincibile alla diffusione dello Zollwerein. Nell'Italia risorta la Confederazione troverà invece un prezioso alleato, disposto a moltiplicare le relazioni, che finora non esistono che in embrione fra i due paesi, ed a rendere nuova e pubblica testimonianza come essa non confonda la Germania coll'Austria, e come, pur volendo romperla col giogo austriaco, dimandi sinceramente una stretta e leale amicizia politica ed economica colla grande patria tedesca.

Ed ecco il perchè, sebbene finora di lieve interesse, amiamo mettere in evidenza i nostri rapporti commerciali colla Germania. Essi sono germi destinati a più propizia fecondazione, tosto appena tacciano fra i due popoli le prevenzioni politiche, se pur ve n'hanno, e le ferrovie sieno in grado di unire senza interruzione i due paesi.

ll commercio dell'Italia collo Zullwerein spetta quasi esclusivamente alle provincie napoletane, le quali hanno colla lega doganale germanica un commercio sopratutto d'esportazione, il cui valore supera quello d'importazione e d'esportazione di tutte insieme le altre regioni italiane.

ll principale articolo di esso è lo zolfo di Sicilia, che nel 1860 venne esportato nella quantità di 9,648,350 chilogrammi. Anche l'olio d'olivo in barili ebbe un'esportazione di 1,4 24,350 chilogr.; minore tuttavia di quella del 1858 più che tripla della prima. A questa quantità fa d'uopo aggiungere 432,100 chilogr. di estrazione sarda per quella a stessa destinazione. ll resto consta di frutta secche e fresche, di aloe, noce di galla, coccole di spino cervino, pietra pomice. Delle sole sostanze che ci vengono di là, l'acquavite, l'arrak ed il rhum, si ebbe nel 1860 un'importazione di 8,294,050 chilogrammi.

Ma né queste cifre rappresentano tutto il commercio nostro collo Zollverein, poiché la maggior parte delle merci italiane, che servono al consumo della Germania federata, le vengono da Brema e da Amburgo per l'agevolezza di navigazione, che quei porti hanno col Mediterraneo. Anche le merci, che lo Zollverein spedisce alla volta dell'Italia, ove si eccettui forse l'acquavite, prendono quella stessa via.

Nel 1861 furono dirette merci italiane sopra Amburgo da


Trieste pel valore di L. 294,300 60
Sardegna e Toscana » 1,885,521 »
Sicilia » 2,540,679 »

merci fra cui notansi le pelli secche, la frutta, gli olii, gli zolfi, il sommaco, ecc., ecc.

La nostra estrazione su Brema rappresentò nel 1861 un valore di L. 391,730. 62, inferiore a quello delle importazioni, che ne toccarono uno di L. 2,931,538. 50. In questa cifra i tabacchi entrano pel valore di L. 2,674,876, 87.

Il nostro commercio colla Svizzera segna all'importazione un valore di 22 milioni ed all'estrazione altro di 31 milioni. Il pregio di quei rapporti verrebbe a crescere considerevolmente, ove si aprisse una ferrovia che, attraverso le Alpi, comunicasse direttamente col lago di Costanza, epperò coll'Europa centrale. In questo caso Genova sosterrebbe la concorrenza colle piazze del nord, Havre; Amsterdam, Rotterdam e Amburgo, le quali ora approvvigionano a miglior mercato, che a noi non sia concesso, gli stessi paesi della Svizzera limitrofi al nostro condine.

Un grande squilibrio osservasi tra il commercio d'importazione e quello d'esportazione coi Paesi Bassi. Cosi, mentre il primo somma a ventun milioni, il secondo tocca appena i quattro milioni. L'Olanda spedisce al nostro paese coloniali, acquavite, cuoia, metalli, combustibile. Essa riceve da noi olii, frutta secca, liquirizia, ecc., ecc.

Un paese industrioso, come il Belgio, deve di necessità merci fra cui notansi le pelli secche, la frutta, gli olii, gli 222 correre con frequenza i nostri mercati, recandovi in copia i prodotti delle sue manifatture. E realmente abbiamo di là ogni anno una provenienza pel valore di 12 milioni e mezzo. I nostri articoli diretti a quella destinazione superano di poco i due milioni. Fra il 1858 e il 1860 si verifica, tanto nei valori dell'importazione quanto in quelli dell'esportazione, un leggiero aumento.

Le migliori relazioni politiche corrono fra l'Italia e la Svezia. I traffici finora fra i due paesi hanno modeste, ma progressive proporzioni, che meritano quindi di essere accennate alla breve. Così, se si paragonano le cifre del 58 e 60, trovasi che in soli due anni v' ebbe un aumento del doppio. Le merci, che dall'Italia vanno in Isvezia, provengono principalmente dalle Due Sicilie, mentre invece i pro dotti esportati dalla Svezia in Italia prendono la direzione dei porti della Liguria e della Toscana.

Il traffico colla Russia meridionale, sopratutto d'importazione, è attivissimo. S'immettono infatti da quel paese prodotti pel valore di oltre 34 milioni, mentre non si esporta per quella direzione che la metà circa di quel valore. La Toscana e le antiche provincie si dividono in parti pressochè uguali il merito di tale commercio, che consiste per l'importazione in cereali, lane, sevo, e per l'esportazione in olii e frutta secca. Molti sono gli italiani, e specialmente Genovesi, che popolano le sponde del mar Nero e dell'Azoff, tenendovi aperte grandi case di commercio, oppure esercitandovi le arti attinenti alla navigazione. Se poi fra le piazze italiane comprendesi anche Trieste, da questo solo scalo vanno ogni anno al Mar Nero mercanzie pel valore di un milione circa, ed altre si importano fra noi pel pregio di oltre nove milioni. Giustizia vuole tuttavia che si dica come, tranne per il naviglio e gli uomini di equipaggio, il carico di esso, anziché italiano, appartenga alla Germania.

Antiche tradizioni e recenti interessi legano le varie regioni d'Italia, e sopratutto le provincie antiche e la Toscana, colla Turchia e gli Stati Barbareschi. Le memorie del nostro dominio in Oriente si trovano colà ad ogni pie' sospinto, sicché le nostre monete, le nostre consuetudini e perfino la nostra lingua vi sono in grandissimo onore, con una popolazione italiana ivi stabilita numerosissima e promettitrice di dell'avvenire pel nostro commercio e per la nostra navigazione. Fra la Turchia e i porti italiani, fra questi e l'immenso ambito di coste poc'anzi soggetto al despotismo ottomano, e che abbraccia tre quarti circa del Mediterraneo, corrono relazioni commerciali pel valore annuo di 26 milioni circa.

Il commercio con Alessandria d'Egitto, già abbastanza rilevante, come osservasi dai prospetti, ed ora esclusivo quasi del porto di Livorno, prenderà fra breve anche la direzione d'Ancona, non appena sia in esercizio fra le due piazze il servizio postale testé sanzionato dal Parlamento.

In questo caso lo scalo di questa città, che sole miglia 1122 separano da Alessandria, acquista diritto incontrastabile di preferenza sopra Marsiglia, la cui distanza da quel porto è di 1500 miglia. La valigia delle Indie correrà la prima questa via, guadagnando 24 ore almeno sull'altra di Marsiglia.

Dal 50 al 60 le nostre importazioni dalla Grecia sono cresciute di due terzi, mentre le esportazioni subirono in vece lieve diminuzione. Tuttavia le prime stanno ancora alle seconde sul piede di 1 a 2.

Piccola ma florida parte della Grecia sono le Isole Ionie, che ancora portano i segni del provvido dominio veneto.

Il commercio dell'Italia con quella regione, esclusivo quasi di Napoli e di Livorno, tocca ed oltrepassa di poco il milione all'importazione ed all'esportazione.

I nostri rapporti commerciali, colla Spagna subirono dal 1858 al 1860 sensibili alterazioni: l'immissione delle merci 224 spagnuole in Italia saliva, in quel breve giro di tempo, dai 4 ai 6 milioni, mentre l'esportazione del nostri prodotti nella penisola Iberica discendeva dagli 8 ai 6 milioni; il che vuolsi attribuire dall'una parte al ribasso delle tariffe doganali, occorso fra noi colla rivoluzione, e dall'altra ai disaccordi sopravvenuti fra i due governi. Allorché il gabinetto dell'Escuriale cessasse dall'essere bacchettone, e più che l'interesse della dinastia borbonica curasse quello delle due nazioni; allorché i generosi nostri fratelli di razza si scaldassero davvero al sole della libertà, anche nei rispetti economici, dischiuderebbesi tra l'Italia e la Spagna la corrente commerciale, ritenuta fin qui da tanti ostacoli, con grandissimo beneficio dell'uno e dell'altro paese.

Dagli Stati Uniti s'importano prodotti pel pregio di 27 milioni, mentre si esportano per quella destinazione merci nostrane che di poco oltrepassano i 25 milioni. Nei fatti dell'esportazione più che 11 milioni spettano alle Due Sicilie, che mandano oltre l'Oceano gran copia di zolfo, frutta secche, sommacco, ecc. Le importazioni consistono principalmente in cotone grezzo, pelli di bue, grani di varie specie, ecc., ecc.

Traffico attivissimo e lucroso mantiene la Liguria principalmente colle piazze di Rio della Plata, Montevideo e Buenos Ayres, colonie quasi a dire italiane, love i nostri stabilimenti abbondano, ed ove numerosi coltivatori accorrono ogni anno a trarre dalle viscere di una terra fecondissima ampii compensi alle loro fatiche. Soltanto le immissioni dalle repubbliche dell'America meridionale e centrale nelle antiche provincie del Regno sommano a più che 14 milioni annui, con un'estrazione di queste per colà che oltrepassa gli otto milioni. E gli scambii sarebbero anche maggiori, qualora quelle Repubbliche non fossero tenere in casa loro e, a nostro riguardo, del più assurdo protezionismo.

Le provincie d'Italia sovra menzionate hanno col Brasile una permuta di prodotti, nella quale tuttavia l'importazione supera del doppio l'esportazione.

La quasi totalità del commercio italiano si fa per via di mare. Le stesse merci che entrano nel traffico esterno, valicando la costura alpina, hanno corso già quella via per la più parte, approdate a Genova, Venezia, Trieste. Che ciò debba accadere vedrà chi consideri come 1200 chilometri compongono l'arco, che dal colle di Tenda al Quarnero separa l'Italia dal continente europeo, e come oltre 3326 chilometri, anche senza contare le isole, rappresentino la sua distensione alla marina. La nostra penisola adunque ha più approdi e cale, che non le Alpi strade e varchi. Venti e più porti naturali si aprono sulle sue lunge piagge, de'  quali alcuni maravigliosi per ampiezza e per comodità di acqua e di terra, ed altri portentosamente situati intorno città popolose e mercantili.

Ma i fatti, meglio ancora di qualsiasi considerazione desunta dalla geografia fisica del paese, provano la prevalenza del suo commercio marittimo. Così, quando pure si prescinda dalle grandi isole, la Sardegna e la Sicilia, per le quali ogni corrispondenza col continente ed ogni traffico vengono affidati di necessità alla navigazione, quasi tutto il movimento commerciale delle provincie meridionali compiesi nella guisa indicata. E realmente l'attaccatura di quelle provincie col resto della penisola si limita al breve lembo di terra, che comprende il Lazio e le Marche, ed attraverso il quale tuttavia sono disagevoli i transiti, e gli scambi poco rilevanti. Non più che tre milioni rappresentano i valori dell'importazione e esportazione colle provincie finitime, ed anche questi per merci recate colla via di mare preferibilmente. Le stesse comunicazioni fra provincia e provincia di quella regione d'Italia s'operano per cabotaggio. In un paese insomma senza ferrovie e dove difettano le buone strade nazionali, gli ostacoli al commercio terrestre presentansi numerosi e le difficoltà insormontabili.

Anche il commercio della Toscana si compendia quasi completamente nel movimento del porto di Livorno. Stando anzi ai resoconti doganali, le immissioni ed estrazioni da questo scalo superano quelle stesse proprie di tutta la regione, della quale esso fa parte, mentre Livorno, come ognun sa, è il deposito di molti generi che, senza addentrarsi in terraferma, prendono direzioni diverse.

Sopra un valore di 130 milioni, che rappresentano il commercio totale delle provincie già suddite al Papa, più che il terzo deve attribuirsi ad articoli immessi ed estratti dai porti di Civitavecchia ed Ancona.

Genova ebbe nel 1858 un giro di mercanzie pel va lore di 513 milioni, raggiungendo quasi con quella cifra due terzi del valore totale delle importazioni ed estrazioni delle antiche provincie, le quali complessivamente somma vano in quello stesso anno ad 880 milioni circa.

Non rimangono ora più che la Lombardia e la Venezia, le quali pure si servono, pei trasporti, dei loro laghi e fiumi, la cui navigazione finisce in ultima analisi al mare.

Soltanto dai porti del Veneto si hanno immissioni pel valore ogni anno di 132 milioni, ed estrazioni per 57 milioni.

Epperò, qualora ci fosse dato raccogliere tutte le notizie risguardanti il movimento commerciale dei nostri porti, potremmo ricomporre a cosi dire per la terza volta il traffico italiano.


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Istruzioni emanate dal Ministero d’agricoltura, industria e commercio per la statistica del l'industria nazionale del Regno d'Italia

In seguito all'esposizione industriale italiana che ebbe luogo nello scorso anno a Firenze, ed alla parte che prese il Regno d'Italia nella esposizione mondiale di Londra di quest'anno, si riconobbe dal Ministero di Agricoltura e Commercio la necessità di compilare una statistica generale del l'industria nazionale italiana. A tale scopo esso diresse alle Giunte Provinciali e Comunali di Statistica la lettera Circo lare che pubblichiamo.

«Il governo del re, ispirandosi alle più savie discipline dei paesi liberi, accanto ai propri uffizi destinati ai lavori della statistica, volle creare istituzioni municipali e provinciali, che gli fossero d'aiuto in quella bisogna. E tanto più necessario credette di far ciò in quanto che, di mezzo al movimento che scompose tutti gli ordini antichi, importava recar l'indagine più attenta, coscienziosa e disinteressata, intorno alle forze vive della nazione; indagine del resto, che in niun caso mai esso avrebbe saputo condur a termine senza il concorso spontaneo ed illuminato di tutta la cittadinanza indistintamente. Trattasi infatti, d'interesse a così dire domestico, nel quale gli amministratori ponno assumere, bensì la direzione, ma a patto di chiamare ad amichevole consulta anche gli amministrati. Nè più è il tempo in cui, reggimenti dispotici amavano circondarsi di tenebre, e fare ogni cosa da per sé. Il Governo dell'Italia risorta non teme la luce del giorno ed aspira anzi a mantenere il pubblico a parte dei fatti dell'amministrazione.

«Questo è il pensiero che ha consigliato al legislatore la formazione di Giunte statistiche comunali e provinciali, che fossero interpreti di verità, e guarentigie di libertà. Così se per l'addietro le ricerche della statistica, servite da agenti ai quali era negata spesso la confidenza delle popolazioni, assumevano carattere inquisitorio e fiscale, col nuovo ordinamento, avente origine popolare, si trattano le cose in famiglia, e si persuadono i cittadini a concorrere ed a rispondere schiettamente e spontaneamente ad un'opera scientifica ed amministrativa, per niun rispetto legata a provvidenze finanziarie ed a proposte di tasse. E così anche le Giunte comunali e provinciali, coll'associarsi all'assunto del Governo, compiranno insieme ad un'opportunità politica un atto patriottico. Ad esempio delle istituzioni analoghe, che già ebbero ad ottenere nel Belgio ottimi risultamenti, esse risponderanno alla fiducia che in loro ripone il Governo ed il paese, e proveranno come la loro gratuità non sia a scapito della loro operosità, e come, fedeli alle idee liberali, sappiano tradurle in atto, sostituendo, nel compito della statistica, almeno in parte, l'iniziativa dei privati all'intervento della burocrazia.

«Ma venuto è il tempo in cui per la prima volta le Giunte comunali e provinciali devono dare la loro coope razione a questo Ministero. La prima prova, cui esse sono chiamate, consiste nell'aiutare il Governo alla compilazione di una statistica industriale, per la quale furono diramate, insieme ai prospetti da trasmettersi ai singoli fabbricanti, apposite istruzioni. E perchè anche alle Giunte sopramenzionate sia noto il grado di concorso richiesto dalle medesime, il sottoscritto si pregia di qui riassumerne in brevi parole gli uffici rispettivi.

«Le Giunte comunali, presiedute dai Sindaci hanno obbligo:

«1.° Di compilare la nota di tutti i fabbricanti del Comune, a cui devono consegnarsi le schede individuali, e di regolare e dirigere i distributori delle medesime.

«2.° Di dare gli schiarimenti, che loro fossero richiesti dai fabbricanti intorno al modo di annotare le schede, di sollecitarne, al termine stabilito, la riconsegna, e principalmente di compilare d'ufficio le schede di quei fabbricanti, che si fossero ricusati di riceverle e di annotarle.

«3.° Di procedere, di concerto col Sindaco, scheda per scheda, ad uno scrupoloso esame di verificazione delle cifre e delle notizie ivi contenute.

«4.° Di classificare industria per industria tutte le schede raccolte, facendo seguire la classificazione degli appunti e delle osservazioni, che si credessero utili alla più completa valutazione degli elementi statistici. Le Giunte di statistica dei maggiori Municipi, e specialmente delle grandi città, faranno opera gradita e di somma utilità, se al lavoro prescritto vorranno aggiungere un riepilogo delle industrie del Comune, col corredo di quelle più estese notizie, sia i sulle condizioni speciali tecniche ed economiche di ciascuna lavorazione, sia su quelle generali dell'industria manifattrice. Sono principalmente raccomandate dal sottoscritto le ricerche storiche illustrative, intorno alle quali le Giunte troveranno copiosi elementi negli archivi municipali.

«5.° Di tener nota e riferire intorno al numero delle bacinelle per la trattura della seta ed a quello dei telai pei tessuti di lino, di canape e di cotone, che si trovassero, non già riuniti in apposite fabbriche, ma sparsi nelle case private, avendo cura di far conoscere il numero delle famiglie e degli individui, che attendono per cosi dire nel l'isolamento a quei lavori alternandoli con occupazioni d'altro genere, specialmente campestri.

«Il compito delle Giunte provinciali, se non più esteso, è almeno delicato quanto quello delle Giunte comunali.

«Esse devono infatti, sotto la direzione del Prefetto:

«1.° Determinare la quota di schede da assegnarsi a ciascun Comune.

«2.° Impartire quelle più minute istruzioni, che le speciali condizioni locali rendessero opportune.

«3.° Emettere gli schiarimenti che fossero richiesti du rante l'indagine.

«4.º Rivedere infine, correggere e fare lo spoglio delle schede, a mano a mano che queste vengono loro comunicate dal Prefetto.

«Mediante il concorso dei Sindaci e dei Prefetti, e l'opera collegata delle Giunte comunali e provinciali, colla perseveranza tenace degli sforzi comuni, spera il sottoscritto di condurre a buon fine il proprio lavoro, nel quale saranno studiati i molteplici e varii elementi delle manifatture e degli opifizi del Regno. Dal complesso poi delle investigazioni sarà fatta ad ognuno abilità di conoscere il presente e intravedere l'avvenire di questa parte importante della ricchezza pubblica. L'Italia ha più che mai bisogno di si?fatta specie di sindacato. Un grave pregiudizio pur troppo domina fra noi, ed è che ogni nostra sollecitudine debba essere rivolta, ogni nostra fatica consacrata all'agricoltura.

«Nessuno nega infatti quanto da essa ne venga di bene al paese, ma pur troppo il non aver pensato ad altro fin qui, ha immiserite le condizioni delle nostre stesse produzioni agricole. Perchè la terra cresca a fecondità, ha bisogno che le sieno applicati i capitali diligentemente ammassati dalla mano industre dell'uomo. E così là dove più ferve il lavoro degli opifici, maggiore è anche la prosperità dell'agricoltura. L'Italia d'un tempo, sopra ogni nazione ricca di commerci e d'industrie, potè intraprendere dissodamenti e bonifiche di terreni, le quali anche oggi di formano l'og getto dell'ammirazione universale.

«Il pregiudizio per cui molti vanno dicendo, che l'Italia moderna non può progredire nell'industria pel difetto del combustibile necessario, viene combattuto vittoriosamente dal fatto che le scoperte della meccanica permettono un risparmio su quell'articolo almeno del venti per cento. Tali sono i prosperi risultamenti ottenuti in Francia da qualche tempo, e tali le felici prospettive, che noi pure sogniamo di veder raggiunte dalle nostre fabbriche nazionali.

«All'opera dunque, e con quell'ardore d'investigazione che nulla lascia d'inesplorato e che non s'arresta davanti ad alcuna difficoltà».

Torino il 30 settembre 1862.

Il Ministro Pepoli.

Nella Circolare diramata ai Sindaci è detto che la statistica dovrà limitarsi all'indicazione di tutti que’ fabbricanti che abbiano un opificio che conti almeno cinque operai e che siano qualche cosa più che semplici esercenti un'arte od un mestiere, dei quali non verrà tenuto conto siccome non contemplati dal presente lavoro.

Ogni fabbricatore poi deve esibire le notizie indicate da una duplice tabella statistica che riguarda la condizione della fabbrica e la condizione degli operai. Per la condizione della fabbrica si dovranno indicare le materie prime impiegate nella fabbricazione, se procedenti dall'Italia o dall'estero ed il loro valore. Quindi si noteranno i prodotti ottenuti sia per la loro qualità e quantità che pel loro valore. Si noterà in seguito se si fa uso di macchine operative, se mosse dal vapore, dall'acqua o da forze vive.

Si indicheranno da ultimo i combustibili che si consumano, la loro quantità ed il valore.

Per la condizione degli operai si noterà innanzi tutto la qualità e la condizione dei lavoranti. Si indicherà il numero degli uomini e delle donne che lavorano se a giornata od a fattura, soggiungendo se sono occupati per la sola fabbrica o se hanno anche altre occupazioni. Si noterà anche il nu mero de fanciulli dell'uno e dell'altro sesso che non hanno compiuto i 14 anni e che lavorano giornalmente. Si soggiungerà il salario giornaliero minimo e massimo, e si farà noto se vi ha interruzione di lavoro durante l'anno e come si occupano i lavoranti nelle intermittenze d'opera della fabbrica.

Queste notizie devono essere esibite entro un mese da ciascun fabbricante, e qualora non vi si prestino dovranno supplire alla meglio i membri delle Giunte statistiche comunali.

Le notizie dell'industria devono riferirsi all'anno 1861.

La diramazione delle schede è già incominciata, e sappiamo che insorgono da per tutto ostacoli piuttosto gravi.

Nelle istruzioni ministeriali non è abbastanza chiarito il carattere delle arti industriali che devono comprendersi nella statistica. La sola indicazione che s'intende per fabbrica ogni opificio che conti almeno cinque operai i quali siano qual che cosa più che semplici esercenti un'arte od un mestiere, non basta a dare un'idea precisa delle industrie che devono registrarsi nella statistica. Una definizione dell'industria tanto indeterminata ed incerta porrà in grave imbarazzo chi deve rispondere all'appello, e si avranno risposte incomplete ed inesatte.

Anche l'indicazione fatta di certe module ad uso delle Giunte Statistiche è infelicissima. Esse notano fatti troppo speciali per alcune industrie e manchevoli per molte altre. La stessa dicitura è inesatta e si dà, per esempio, l'intitolazione di filatura alla seta, per indicare l'industria dell'incannatoio e del torcitoio, mentre la filatura della seta fa i parte dell'industria prima che è quella della filanda.

Se il Ministero avesse voluto fare un'opera buona, doveva limitarsi a far stendere tante monografie quante sono le arti principali che si coltivano in Italia. Dai sapienti lavori del defunto senatore Giulio, e del Maestri, e dalle relazioni delle Camere di Commercio, avrebbe potuto conoscere l'entità e la varietà delle manifatture italiane. In base a tale cognizione di fatto non si aveva a far altro che stendere moduli di tabelle quante sono le principali industrie, e con queste sarebbe stato facile compilare una buona statistica manufatturiera. Si preferì invece il sistema enciclopedico che non fa altro che creare una confusione babelica, e così si farà per la statistica industriale quello che già si è fatto pel censimento della popolazione che produsse un caos di cifre affatto erronee.

NOTIZIE STRANIERE


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Gli Italiani a Parigi

Ora che l'Italia è redenta, essa ha il diritto per non dire il dovere di volgere un benevolo sguardo a tutti i suoi figli ovunque essi trovinsi. L'illustre statistico Legoyt ebbe a notare nella recente sua opera sulle emigrazioni europee stata premiata a Marsiglia, che la nazione italiana non offre un largo contributo all'emigrazione, ma presenta questo singolare carattere che essa non invia fuori della patria che uomini eminenti nelle scienze e nelle arti, e quando lascia partire emigranti tratti dal popolo sono essi sempre i più distinti per operosità ed intelligenza.

Vediamo ora come la nazione nostra sia rappresentata a Parigi, che per altezza di civiltà può dirsi a buon dritto la grande capitale del continente europeo.

Gli italiani sino dai passati secoli avviarono a Parigi le loro più elette glorie, ed ivi fecero suonar alta la loro fama quei due sommi dottori di San Tommaso d'Acquino e di San Bonaventura, e poscia ivi dimorarono e vissero Dante, il Petrarca, il Boccaccio, e poscia ivi fiorirono Leonardo da Vinci, Benvenuto Cellini, il Bernini, il Tasso, il Marini, e nello scorso secolo ivi furono accolti ed ospitati il Goldoni, il Beccaria, l'Alfieri, colla gloriosa falange dei nostri più valenti scienziati e cultori delle buone lettere. Ai nostri giorni trovarono festose accoglienze a Parigi il Lagrangia e Volta, il Rossi, il Gioberti, il Padre Ventura, il Ferrari, l'architetto Visconti, il chimico Malagutti e quella pleiade di creatori della bell'arte musicale come Rossini, Donizzetti, Bellini e Verdi, con una numerosa legione di artisti di canto e di musica istrumentale.

Ma ora che i tempi volgono più alle industrie che alle arti inspirate dal genio è bene che si passi anche in ras segna quel più umile esercito di industrianti che portano a Parigi le operose invenzioni della manifattura e del traffico italiano. Sulla addensata popolazione di un milione e dugento mila abitanti che conta Parigi, trecento quarantadue mila persone, che corrispondono quasi ad un terzo dell'intiera popolazione, si occupa soltanto d'industria. E la produzione industriale è così enorme che si fa ascendere all'annuo valore di un miliardo e quattrocento sessantatremila franchi, che è il terzo incirca di tutta la produttività industriale della Francia intiera.

Vediamo ora qual parte prenda in questa prodigiosa operosità industriale la colonia italiana ora residente a Parigi.

Ommettiamo di far parola di quei straricchi italiani che da più anni dimorano a Parigi attendendo alle alte operazioni del commercio bancario che resero fiorente sino dal secolo XIII allorché fu dato persino il nome di via dei lombardi (rue des lombards) al quartiere ove essi abitavano. Solo ricorderemo che fra gli industriali patentati si contano in Parigi 772 individui, che attendono alla così detta alta industria ed al grande commercio.

Giovandoci di alcune preziose notizie state testé raccolte e rese pubbliche dal cav. Cerruti nel Bollettino Consolare passeremo ora in rassegna quindici varie arti a cui si consacrano a Parigi i nostri connazionali italiani. Questa rassegna varrà a porre in evidenza un fatto molto importante ed è quello di svelare ai nostri stessi concittadini come i prodotti più eleganti delle arti che noi a caro prezzo facciamo venire da Parigi e che giustamente ammiriamo per la loro squisita bellezza non sono già opera di ingegni e di mani francesi, ma sono creazione e lavoro tutto italiano.

Per mantenere i buoni rapporti del traffico fra l'Italia e la Francia vi hanno a Parigi 49 commissionari in merci e 18 negozianti italiani, i quali fanno spedizioni per conto nostro per una somma annua di 700 ad 800 mila franchi.

Nella molteplice varietà delle industrie parigine gli italiani hanno innanzi tutto il vanto di rendere cospicua l'arte del gioielliere e dell'orefice. Venti opifici italiani producono le più elette opere d'orificeria per un annuo valore di due milioni e settecento cinquanta mila franchi. Essi fanno ai loro lavori imprimere quel marchio d'inspirazione che ri corda le tradizioni artisti che del Caradosso e del Cellini.

Le nostre dame quando si pavoneggiano fra le gemme parigine non sanno che quelle sono opera dei nostri artefici italiani.

L'arte del decoratore è quasi tutta condotta da italiani.

Essi sono divisi in due classi, in intraprenditori ed in lavoranti. Le opere decorative che sanno eseguire in un anno per abbellire gli appartamenti parigini sono valutate ad ol tre seicento mila franchi. I lavoranti sono alloggiati e nu triti dagli stessi intraprenditori ed hanno salari di tre a quattro franchi al giorno. Buon numero di tappezzieri in carta ed in drappi sono pure italiani e sono ricercatissimi pel loro buon gusto.

Ai pittori da camera e da teatro si aggiunge una legione di artisti in plastica che appartengono tutti al territorio lucchese. Essi riproducono in gesso od in plastica tutti i capilavori statuari si antichi che moderni e ne fan no un commercio per un'annua somma di dugentotrentadue mila franchi. Essi spediscono qua e là per la Francia i plasticatori ambulanti che diffondono a tenue prezzo le statuette di santi e d'uomini illustri, sicché se ne trovano in buon numero in ogni più povero casolare da contadino.

Gli scalpellini che attendono alle più eminenti opere edilizie sono tutti italiani, e sono assai stimati per la loro abilità e per la loro esemplare costanza al lavoro.

Anche i vetrai appartengono quasi tutti alla Svizzera ita liana ed al territorio Comasco e Valtellinese.

Dalle arti costruenti sanno gli italiani agevolmente passare alle arti che più impinguano ed allietano la vita. Ad onta della rara abilità dei francesi nell'arte della cucina, si introdussero dagli italiani a Parigi tutti i raffinamenti del l'arte gastronomica, ed il milanese Maestri ivi apriva pel primo un vasto emporio gastronomico. Anche i migliori alberghi e le trattorie hanno per intraprenditori e conduttori degli italiani. I dieciotto caffè più vantati di Parigi sono condotti da caffettieri italiani ed anche i semplici garzoni appartengono alla nostra nazione e colle sole mancie che ricevono dagli avventori si traggono un mensile guadagno dalle dugento alle trecento lire. Sei italiani patentati forniscono alla capitale della Francia i rinfreschi gelati, ed oltre al guadagno che fanno i loro garzoni di due mila franchi all'anno essi vendono tanti gelati in un anno per un valore di oltre cento sessanta mila franchi.

Persino le gabbie per tenervi gli usignuoli e i canarini che fanno la delizia delle signore parigine sono costruite tutte quante da operai italiani che appartengono alla provincia di Como.

Se da queste opere un pò pregiate discendiamo per la scala di più umili lavori ricorderemo l'opera che prestano gli italiani per la costruzione del selciato parigino e per la sua quotidiana pulitura. I camini sono spazzati dai poveri spazzacamini della Savoja e d'altre valli del Piemonte, e questa può dirsi una professione ereditaria degli italiani, giacché le cronache ci ricordano che gli spazzacamini della reggia abitata da Luigi XIII erano di nazione italiana. Alcuni fra essi fanno la professione di fumista, ed altri fabbricano camini e stufe fumivore, e sanno in pochi anni acquistarsi notevoli fortune.

I montanari italiani traggono alla fine d'autunno in gran de numero a vendervi le castagne, e sanno vivere con tale economia che ritornando di primavera ai loro monti vi re cano quasi sempre un mezzo migliaio di franchi.

Per ricreare i gaudenti parigini havvi per ultimo una copiosa falange di suonatori e cantanti italiani. La maggior parte fra essi vi rappresenta la parte un pò selvaggia dello zingaro, ma i veri artisti costituiscono per così dire il fiore della nazione. Gli zingari sono rappresentati dai suonatori d'organetti e dai così detti pifferari. l primi sono scaltri intraprenditori che acquistano buon numero di organetti, e poi conducono con loro dall'Italia tanti poveri giovinetti ed anche giovanette che cacciano tutti i giorni per le vie di Parigi a limosinare coll'organetto, e se alla sera non portano una data somma di denaro, non trovano che strazi e maltrattamenti. I pifferari e gli arpeggianti appartengono tutti alle regioni meridionali d'Italia e sono anch'essi presi in appalto da rapaci intraprenditori che si obbligano a nutrirli ed alloggiarli, e devono per conto dei loro crudi padroni suonar l'arpa, cantare e danzare per via fra gli stenti della fame ed i tormenti che soffrono per quotidiane battiture. Questo brutto spettacolo che dà di sé stessa l'Italia fra la colta Parigi potrebbe e dovrebbe essere tolto dal nostro governo nazionale facendo dal proprio Consolato esercitare sovra questi infelicissimi una energica e provvida tutela.

Queste turbe zingaresche rallegrano per le vie e pei luoghi pubblici i parigini che amano l'arte non per sé stessa, ma pel gaudio che reca. I santuari poi dell'arte sono affidati nei pubblici teatri e nelle sale da accademie dai veri artisti italiani che sanno far gustare ai dilettanti parigini tutta l'inspirata soavità della musica italiana. La musica teatrale rende anche più accetta la bellezza dell'italico idioma, e col suo divino prestigio si può ricordare ai francesi che la nazione italiana non ha mai smarrito in alcun tempo la sua civiltà rediviva.

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PROGRESSO DELL’ INDUSTRIA DELLE UTILI COGNIZIONI

Fascicolo di Dicembre 1862


NOTIZIE ITALIANE


NUOVE COMUNICAZIONI PER MEZZO DI CANALI, STRADE FERRATE, E PONTI DI FERRO, TELEGRAFIA ELETTRICA E NAVIGAZIONE

Statistica generale delle strade ferrate

La lunghezza totale delle ferrovie in attività era al 1 gennaio 1862 di 115,463 chilometri, ripartiti nell'ordine seguente.


Chilometri
lo Europa 55,651
Nell’America del Nord 55,589
Nell’America del Sud 882
Nell'Asia 2,686
Nell’Africa 441
Nell’Oceanica 214
Totale chilometri  115,468

Nell'anno 1858 la lunghezza totale delle ferrovie del globo non era che di 87,000 chilometri. Nel periodo di quattro anni le ferrovie si accrebbero di 28,463 chilometri.

I 55,651 chilometri delle ferrovie d'Europa erano così ripartiti:



Chilometri
Nella Gran Bretagna 17,430
Germania (coll’Austria e la Prussia) 17,071
Francia 10,016
Spagna 2,369
Italia 2,173
Russia 2,105
Belgio 1,886
Svizzera 1,066
Svezia e Norvegia 512
Danimarca 398
Olanda 338
Portogallo 144
Turchia 63
Grecia 8

Il riporta dei 17,430 chilometri di ferrovie nella Gran Bretagna dava 12.000 chilometri nella sola Inghilterra colle contee di Galles; 2391 chilometri nella Scozia; e 2194 chilometri nella Irlanda.

Nell'anno 1862 le ferrovie presero un ulteriore sviluppo ed ai 55.651 chilometri già attivati al 1 gennaio se ne aggiunsero durante l'anno altri 4000; e l'opera delle nuove ferrovie continua ancora ?ervissima per l'anno 1863, e nel novero degli Stati più operosi va compresa sopratutto la nostra Italia,




















Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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