Eleaml - Nuovi Eleatici


STUDI POLITICI AMMINISTRATIVI E DI ECONOMIA PUBLICA

ENRICO PANI ROSSI

Batti ma ascolta.

 VERONA - COI TIPI DI GIUSEPPE CIVELLI - 1868

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LIBRO SECONDO

LA BASILICATA di Enrico Pani Rossi - Zenone di Elea
INTRODUZIONE A Gaspare Finali
LIBRO PRIMO
LIBRO SECONDO
LIBRO TERZO

LIBRO SECONDO

SOMMARIO

I. Larghezza di mali: loro riassunto. — II. Gli studi ad approfondirli, auspicano a’ rimedi: missione insolita: sua indole e ragione: balìa di provvedimenti. — IH. Origine dei maestràti elettivi: restrizioni antiche: velleità d’altre larghezze e nel nome di quali principii. — IV. Del censo: risultanze spereque: e più lo diverrebbero universaleggiando quel fallace criterio. — V. Malagevolezza pure di seguirlo. — VI. Come sollevato a norma unica di dritti cittadini, si neghino a’ non contribuenti: gli intelligenti posposti alla turba de' minori censiti: guaio di zotici d’ogni ordine saliti a grado di padri coscritti o loro elettori:. quant’abbiano pure da rallegrarsene le città maggiori. — VH. Altro criterio, ogni vivente sia elettore:'tra disuguagliarne di stato, parità di diritti: coscienza e capacità elettorale affibbiata a’ più umili: furbi sul dorso di elettori da gleba,scalati gli uffici,accomodarvisi a greppia, e chierici ad evirarli anco nelle provincie più martire a libertà: guai e meraviglie in quelle ove da mane a sera li muti greggi si cangiarono in assemblee di magistrati: paure e risibili jattanze. — VIII. Primi passi nella via di libertà: suoi frutti: delle elezioni. — IX Prognostici: universaleggiando a’ contribuenti o ad ogni vivente il diritto elettorale, perpetuità di disuguaglianze: violenza del numero reietta ogni guida di cultura: come ella varii tra le parti della penisola: scatenìo di passioni o naufragio dei comuni del mezzodì: conchiusione. — X. Intorno ai dispendi e a redditi comunali: origine e partizione. — XI. Parvità loro: vita inane: e com’ella non profitti alla comunanza —XII. de’ beni: loro fracida immobilità e umiltà di affitti; da che nasca il diniego a sacrifici onde nulla è l’associazione che mette capo al municipio: sua vita ignorala o in non cale; l’inanità e il discredito suo, arte di governo. — XIII. Usurpazioni insigni de’ beni comunali. — XIV. de’ rimedi: risurrezione di quella fortuna, restituendola a commerci: esempli. — XV. Vano lo attendere ciò altrimenti che da leggi coercitive: e perché. — XVI. Riflessi suite altre fonti de' redditi comunali: sproporzione fra balzelli e tributi: ragione loro. — XVII Riflessi intorno ai dispendi. — XVIII. Degli ordini o delle cautele che preservano la finanza de' municipi: meraviglia di casi. — XIX. de’ loro servigi: cure edilizie: vie ritorte, senza lastrici, fangose: de' loro nomi; magioni a ridosso: loro numeri; tenebre notturne. — XX. Della polizia cittadina: misera struttura delle case: luridezza delle pareti: rari gli esterni biancheggiamenti: ove sieno gli immondezzai: chi li custodisca: stranezza di casi. — XXI. Di talune singolarissime regole di polizia. — XXII. Scarsità di fonti e d'acqua: messa a prezzo: onde l'usarne è privilegio di doviziosi quasi sia elemento dal cielo negato ai mendici — XXIII. De' cimiteri: raccapriccevole strazio de' cadaveri: e settarie persecuzioni oltre la tomba. — XXIV. Come la Chiesa frodasse agli estinti la sepoltura, letiziando invece i vivi con baldorie e presepi e templi novelli. — XXV. Dell'igiene: gravità dei nocumenti suoi, ed esiziale incuria di rimedi. — XXVI Dell'istruzione: suo invilimento sotto i borbonidi: loro paura dell’ingegno. — XXVII. Malagevolezza e parvità di istantanei provvedimenti a risollevarne il culto. — XXVIII. Risultanze: gradi di cultura ne' vari ordini sociali. — XXIX. Quale sia quella ministrata dal pergamo: de' publici ritrovi: teatri: dei caffè: dei giornali: delle biblioteche: ignoranza fautrice delle selvaggio insanie di plebe ch'ha terribili istinti. — XX. Quale istruzione o disciplina le offra la milizia cittadina: non si cerchi che non c' è: che vi sia gli è tutt'al più un innocente infingimento della legge. — XXI. Ragioni di ciò — XXII. Bruttezza di odi e di accuse: singolarità di milizia la quale non armeggia proficuamente che quando scavalla gli ordini propri. — XXIII. Della leva, ne’ tempi de' borbonidi e nell’età nostra. — XXIV. Dei luoghi pii: speciale toro indole: come ne differisca la vita da quelli della rimanente penisola. — XXV. Perigli della loro fortuna e sua notevole diminuzione per le usurpazioni della Chiesa. — XXVI. Ordini e sostanze scampate a quel naufragio. — XXVII. Beffardo beneficio che i poveri ne ritraggono: pietosa istoria. — XXVIII. Per quali altre vie si volga la somma delle entrate. — XXIX. Sconcia immistione del clero nelle loro aziende: insigni astuzie. — XL. Come i luoghi pii nulla più sieno che appendici di ordini religiosi: onde la più parte delle loro sostanze è sfruttata dalla Chiesa. — XLI. Conati, quà e la valevoli, onde sottrarre dalle sue mani que’ ricattati istituti. — XLII. Più durevoli rimedi: restituirli nella tutela del governo: trasformarne i beni: esclusione dalle loro aziende de’ chierici aventi cure d’anime: divieto di spese per culto: guarentigie che i redditi raggiungano il fine benefico dei donatori. — XLIII. A contrasto della umiltà degli ordini laici, splendidezza de' chiesastici: loro numero e ricchezza dismisurata: loro milizia: e singolare potenza. — XLIV. Monumenti e chiese: loro vicende antiche e recenti: umile stato: ingombri disonesti: dipinti: parvenze di paganesimo o culto di idoli: simulacri e statue: loro strane foggie. — XLV. Dei riti: della messa e della predicar delle questue: delle processioni a mondani fini: di quelle maggiori in onore di santi: parodia di santi e di Gesù: martirio, cilizio, ghirlande di spini», o cerchi a pungiglioni: lacero di ignude carni: coro di plaudenti e di piagnucolanti. — XLVI. Come tra queste forme di devozione e di pregiudizi s’avvivasse il numero stragrande di ordini religiosi: loro indole e specie nell’età nostra: gravità di sconci sopravvivuti alla loro soppressione: odierno ufficio de' chiostri: avventura in un monastero di monache: ragioni di sbandire i religiosi da quegli oggimai ricoveri di perdizione: ingenuità di legge che mirando a sopprimerli, con la balìa a quelli di dimorarvi, li mantenne e li peggiorò — XLVII. Come la corruzione del clero ritragga da quella degli istituti da cui, nella più parte, uscì: de' seminari: loro vicende, costumi e istruzione: ree e perniciose dottrine onde i chierici apprendono colà a rinnegare famiglia e patria, per una società ch'è al di fuori o nemica di quella entro cui han da vivere. — XLVIII. Perché vengono presto in voce o di stranieri tra concittadini o di apostati tra gli altri chierici. notevole e graduale loro diminuzione: riparto di ricchezze: indigenza e dovizia: odi e amori: reprobi e ben’affetti. — XII. Imperio di diocesi innumerevoli al vertice della chiesastica piramide: loro inestricabile rete sovrapposta alla società civile: quali sieno, loro sedi, e dizioni ora vaste ora esigue: come scavallino i confini di provincia e di regione e si sminuzzino in fitte scheggie di curie, a non lasciare adito tra le maglie della rete. — L. Singolare ufficio di que’ governucoli entro il governo: sconfinata loro potenza sovra chierici e laici, leggi e norme di polizia ecclesiastica innanzi il bagliore di libertà: grave caso di bestemmie: feste a scialo, battesimo di comunità, di casali, di capanne, di giorni, di vie urbane o rurali, di telegrafi: come un velo di chiesa, quasi funereo, avvolgendo la civile società, lo stato fesse in condizione di birro o di galeotto di un vescovo. — LI. Come diroccata solo quella del minor clero, i vescovi serbano anch’oggi intatta l'antica potenza: di quelli di Tarsi, di Muro, di Potenza, di Melfi accapigliati coi loro diocesani e fino coi chierici: onde furono fuggiaschi: loro ritorno: di quel di Melfi, vescovile suo sdegno: degli altri di Venosa e di Matera: e di quelli di Montepeloso, pio e dabben’uomo, di Tricarico, valoroso e destra monaco: ricuoperte le sedi vacanti risorgono que’ fortilizi di imperio, incolume tra le vicende de’ tempi novelli. — 141. Come allo stato si pervenga il diroccarli. — LIII, Come lo esempio d’altre nazioni inviti a ridurli qui ad uno solo: in ragione della popolazione. — LIV. Dal numero delle parrocchie. — LV. Da quel delle chiese. — LVI. Da quel dei sacerdoti: loro agglomerazione. — LVII. La inopia di vie e le distanze non valevoli a serbare più di una diocesi per provincia. — LVIII. Di altre ragioni a persuadere di ridurle: coorti di chierici attorno le diocesi, centri di cospirazione contro l’autorità civile: agevolezza di vigilarli e unità di indirizzo nelle chiesastiche discipline, quando sieno ridotti ad uno solo. — LIX. Benefici che da tale riforma avrà la Chiesa: ragioni ond’ella ebbe tra noi sconfinata potenza e mai né grandezza né istoria: e perché il clero minore auspichi al disfacimento delle diocesi — LX. Quali tra esse hanno da accogliere la dizione delle periture: non quelle ch'hanno sede fuori di Basilicata: né l’altre di Venosa, di Tursi, di Tricarico, di Montepeloso, di Muro e perché. Ragioni in favore di quelle di Melfi, di Potenza e di Matera. Proposta del Cortese: come la sana ragione invece persuada la circoscrizione diocesana combaci con la civile, ed abbiano ugual sede: tre provincie e tre diocesi: o dove la regione mantengasi di un sol pezzo s’abbia anco una diocesi sola. — LXI. Come disfacendo in parte gli ordini della gerarchia ecclesiastici le si avviverà allato la società laica co’ suoi ordini i suoi istituti a fine di mutuo ausilio, di lavoro, di industrie e di commerci: del principio di associazione — LXII. Urtici di credito: de’ monti frumentari; de’ pecuniari; de’ pegni; dei risparmi; dell’istituto di prestanze ch’era in Melfi; e com’egli fosse tratto a salvamento; di una banca. — LXIII. Come l’umana incuria o la tristizia delle vicende o l’onda de’ secoli disfacessero la contrada: dell’antiche sue vie cancellato ogni segno. — LXIV. Fiumane Irruenti, infrenate e senza ponti, interrompere nel verno ogni scambio da paese a paese. — LXV. Naturali effetti della penuria di vie e di sbocchi: volta a volta carestia: malagevolezza di soccorsi fino negli infortuni di terremoti: tardità di farmachi e di cure: paesi i più vicini vivere l’uno all’altro stranieri o nemici: terrore delle distanze: rari i viaggi: scongiuri de’ parenti a dissuaderne: cimenti del suolo: rischio di banditi: scorte a difesa: carovane ritraenti da quelle su per le plaghe dell’Affrica. — LXVI. Come oltre a’ rischi, anco i meravigliosi disagi del cammino valgano a carcerare gli abitanti nel sito natio: accidenti singolarissimi de’ viaggi — LXVII. Quali artificiosi inciampi loro creasse il governo borbonico: le vie giudicate veicoli di cospirazione: delle immaginarie o giunterie alla geografia del reame: beffe ai Consigli che invocassero costruirle: quale fosse l’ufficio di quelli: contumelie ond’erano assordati: pecunia spillata a’ municipi a titolo di vie: e frodi onde non «e ne vide mai il fine: l’ire e gelosie tra paesi, avere non meno contribuito a mandarne a monte ogni disegno. — LXVIII. Posteriori e infruttuosi conati a costruirle: delle comunali e da chi si attendano — LXIX. Delle provinciali: riposte cagioni onde non s'allungano: disarmonia tra le varie provincie: avversione a quella ch'è centro dell'altre: donde il diniego a sacrifici: rifiuto del milione offerto dallo stato, e perché: isterilì conati di reti universali: contradizioni: sgomento: e poi anco le vie provinciali da chi s'attendano. — LXX Delle nazionali. — LXXI. A chi davvero si pervenga la costruzione delle vie e mezzi baste voli a compierle: avvertenze e proposte. — LXXII. De' tronchi di ferrovia. — LXXIII. Come li commerci, cui non è dato avere vita da ruotabili, male pur s'aiutino con il mare: lunghezza di costa e scarsità o inospitalità di approdi. — LXXIV. E meno ancora possano profittare de' fili elettrici. — LXXV. O de' servigi di posta: loro invilimento e sue naturali cagioni. — LXXVI. Singolarità di ordini economici, a' quali precipuamente ha da ascriversi la tisichezza de' traffici, delle industrie onde la regione fu ognora afflitta. — LXXVII. Languore o umiltà delle industrie: quali sieno: e come ogni comune sia un picciol mondo ch'ha da bastare a sé, e ad ogni genia di umani bisogni. — LXXVIII. Degli scambi di luogo in luogo entro i confini della regione: de' ricolti: scala di prezzi: permute più che compre e vendite: inopia di capitali: usura: quali prodotti alimentino i traffici con le attigue provincie e come vi si volgano: quali intristiscono dove germogliarono. — LXXIX. Dell'esportazione e dell'importazione: altri segni di vita economica miseranda. — LXX. Umiltà dei proventi erariali ch'hanno origine dagli scambi, e dalle vicende della ricchezza immobile: parallelo tra questa e l’altre regioni della penisola. — LXXI. Della ricchezza mobile: povertà de' proventi di consumo: di quello del sale: del tabacco: delle polveri: del lotto: inferiorità loro al limite cui giungono nelle altre contrade, e infallibile riprova di indigenza raccapriccevole. — LXXII. Epilogo: redditi e aggravi di ogni abitante: quel che gli resti: computo di esattezza feroce: come gli stenti ed i sacrifici ch'ei dura vincano perfino il beneficio della vita: o non gli rimanga conforto che nel moschetto del bandito. — LXXIII. Conchiusione.



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I. Nel volgere di questo libro noi coglieremo ad uno ad uno i guai di cultura negletta sovra di suolo ch'è feracissimo: di beni indivisi meglio che jscarsi: d’ordini sociali a ridosso gli uni agli altri: e d’abitanti scorrettamente aggruppati in umili comunità e sperduti nell’ampia e inane regione: secondo noi dicemmo ritraendo, a guida de' nostri studi, la faccia del suolo, gli ordini dei cittadini, e li spartimenti in cui s’accolgono. Vedremo quindi le comunità disperse nella regione: ed essa nello stato: quelle in condizione di macchine a spremere pecunia, spoglie della riverenza di amministrati, fruire di un’autonomia né in pregio né proficua: qua e la segni di giorno che albeggia, in nissuno di meriggio: conati di licenza laddove non furono anco costumi o frutti di libertà: e li rettori municipali in balia di sé medesimi: controllo di governati nissuno: oscurità dannevole: ed abito di sospetti ch'è seme di corruttela: cosi le comuni scontando il non vantare istoria, né lustro, né devozione e tributi de’ governati. Vedremo all’ingerenza spigolistra e paurosa del passato succeduto lo abbandono che suolsi dire ossequio all’autonomia: la licenza che va nel nome di libertà; pupilli innanzi il tempo sollevati a dignità di maggiori, onde or quà ora la i municipi intristirono prima di mettere radici salde: i quali poi dovunque, a interminabili distanze dalla sede degli uffici tutori, — strana tutela a que’ che le leggi bandiscono maggiorenni! — hanno sembianza di navi galleggianti, cui le fortunose vicende, o li saturnali della licenza, via via abbiano strappato alberi, vele e sartiame, onde corrono di poi in balia all’onde od a’ flutti d’ordini sconvolti. Od a libito di que’ timonieri che sono i sindaci or di egregi spiriti ora trescanti co’ banditi: e fino taluna volta aggrovigliati al nobile ufficio quasi a greppia: e consiglieri fittavoli de’ beni comunali, tant’è vago il divieto della legge, onde amministrano e deggiono a un tempo: inconsci poi o incuranti di que’ civili progredimenti, ai quali solo hanno da ispirarsi le comuni: od esse alla mercé di segretari tra l’universale inesperienza essi soli veggenti, e più che altrove ne’ comunelli, arbitri ed arruffa cifre dell’azienda, anzi il sostegno, gli architravi della volta. Vedremo in specie ne’ comunelli ov'è più penuria di censiti e di viventi, li sorteggi del magistrato compiersi a vana mostra: gli squittini il più delle volte riuscire guarentigia vanissima, laddove tra l'universale incuria di cittadini inconsci anch’oggi de’ loro diritti — e voglionsi loro accrescere! o soprafatti dalle larghezze della vita nuova e v'ha chi non la dice bastevole! mal s’avvivano le lotte, e le scelte ispirano o torve brighe o la sapienza del caso: onde li dritti elettorali ch'avrebbero da essere il catasto delle fortune e della cultura, mutansi in armi o strumenti di licenzioso vivere, e di oppressione di un ordine sull’altro, in ispreto di legge che volle a un tratto ardimentosi gli umili, e maggiori i pupilli. Fra gli elettori poi rade diecine i votanti pel magistrato del comune: radissime quelle per la regionale rappresentanza; e in tant’umiltà di fortune, inopia perfino di elettori, nemmeno un terzo di quel che, sovra cento, sieno nell’alta Italia: virtù di legge unica, e per cui è in una regione soverchio quel che in altra è beneficio scarso: o da legge unica raccolgonsi risultati discordi a illuminarci sulle disuguaglianze in cui ci volgiamo; e nondimeno li elettori politici, quasi pareggiare il novero di più lontane regioni, frutto di brighe a usurpare a fine di agitazioni, non di vita civile e proficua, i dritti che la legge non consente: gravità di sconcio, il quale anch’esso attende correzione dal tempo. Vedremo alla esile vita de’ municipi sovvenire grande ricchezza di beni di scarso prodotto ed incerta riscossione: onde la fortuna appare occasione di brutture e di vita isterile: la povertà, strano contrasto, esserlo di feconda: ché alle comunità doviziose è conceduto scapestrare tra l’incuria di cittadini che non ne alimentano la vita: e l’altre invigilano i contribuenti. Non presagi di dispendi, ma bilanci di redditi già consunti, perché niuna legge regga davvero i comuni, nemmeno quella che hanno essi da promulgare: camarlinghi poi, altro vizio della legge, di dubbie guarentigie, tardi a conti, vittoriosi infin oggi, tra le lungaggini rituali ordinarie, a trattenere civanzi: onde vi ha strascico di migliaia e forese di milioni pericolanti: ed eglino alla loro volta ligi a voglie di amministratori per cui ogni vigilanza di essi, duopo è il dirlo, è mostra vana. Vedremo quasi dovunque l’abito di niegarsi a' sacrifici a fecondare la vita comunale: a che sacrifici quand’ella, incredibile a dirsi, qua e là non profitta alla generalità de’ cittadini: tanto che potrebbe il municipio in più luoghi a un tratto venire meno, senza danno? Dell’igiene publica vedremo cagioni ora antiche or recenti contrastarla: tra l’agglomerazione letale il manco di pulizia: le vie publiche, serbatoi d’ogni umana bruttura: scarsità, come dicemmo, di fonti: scarsa o nissuna assistenza alle nascile: e semplicisti ed astrologi sanitari tenere qua e là l’ufficio di medici e chirurgi: e l’inopia di farmachi: ed i pregiudizi contro l’innesto: e i cadaveri insepolti ’o precipitati a lentissimo e pestilente disfacimento entro buche di chiese: e gittatelli in loro balia innanzi tempo, o gittati a perdizione tra i cimenti umani: ed oscurità notturna, perigliosa tra precipizi che si dicono vie: e mille altri guai onde la vita si svolge poi fra tanti perigli od insidie, e oblio d’ogni cura materiale, ch'è ventura giunga a sera. Né meglio della sanità del corpo è in fiore la cultura dello spirito: invilita od appaurita negli anni in cui gli ingegni faceano paura: oggi albeggiante or quà ora là, ma pochi i templi, meno i devoti, e fossero molti è seme per la età ventura: onde noi veggiamo sovra di cento maschi ben novantatrè analfabeti: e tra cento femmine, novantotto. Di asili infantili talun embrione: due soli ginnasi pe’ laici: e molteplici istituti né in piè, né per anco disfatti, ma venuti meno al fine proprio. Vedremo alta milizia cittadina mancare nerbo e vigoria, insidiarla i vizi dell’istituzione scorretta, e solo essere proficua quando i cittadini ne scavallano i termini divenendo non custodi dell’ordine, ch'è ignavia, ma squadre battagliere ne’ territori che li attorniano. La regolare milizia un di aborrito e sozzo mercato di carne umana, ora meno fuggita ma ognora grave: e. lusinga e voglia di fuggirla con artifici taluna volta valevoli. Vedremo istituti che di pii ebbero il nome, accovacciati sotto le grand’ali della chiesa, e volti a baldorie parrocchiali tra grida di turbe affamate: l’opere che diconsi di pietà insidiare quelle della carità: offese le intenzioni caritatevoli dei donatori; onde la vita dei luoghi pii è tra di noi si difforme da quelli dell’alta, e centrale penisola: e la libertà a tutti conceduta fu loro esiziale: anzi la legge si parve monca a guarentirne i beni, avvivarli, sbandirne il clero, volgerli a sovvenire gli umani infortuni, è per la via nella quale, dove non li ricattino i chierici, il nome di pii li invita. Vedremo poi una società entro la società, e sover chiatrice per ricchezza ch'è offesa all’universale mi seria, per ordini ch'hanno presidio di milizia innumerevole: seminari dappiù de’ ginnasi: e benefici e parrocchie e collegiate e ricettizie: e diocesi fortilizi di una signoria che non s’inchinò a plebisciti: e vescovi che si reputano dappiù d’ogni umana autorità, e all’infuori dell’universo laico o civile, all’infuori dell’Italia novella, solo devoti a Roma loro stella polare, loro Stato, loro principe: spregianti gli ordini nuovi e le leggi intese a sbocconcellarne la potenza e la ricchezza, serbata al clero mentre fu creduto sminuirla per le età venture: o trafugata da que’ maestri di tiri mascagni che sono i chierici. E, strano contrasto, in tanta vastità di ricchezza e di potenza fortificata da ben tredici diocesi, la chiesa nella regione nostra non ebbe mai né grandezza, né istoria. Né la cultura è. avvivata proficuamente da istituzioni frumentarie: né le industrie da opifici od aziende di credito: né i traffici da agevolezza di rapporti; fiere intristite: radi fili elettrici: lenti servigi di posta: e, grave indizio di vita esangue, valevoli più alle autorità che a privati: di vie nazionali appena cento chilometri: di provinciali forse dugento: né s’accrescono, tant’è inane la vasta regione o può la disarmonia tra le parti che la compongono: poche vestigia poi di strade comunali. Di industrie manifatturiere nissuna: si taluna agricola, male sovvenuta da capitali o prestanze. Eppure in cotale penuria d’ogni ben di Dio, v'hanno segni di cultura intesa a uscire da’ suoi confini, dove i viluppi delle leggi il consentano, sitibonda di irrigazione, sfrondatrice di boschi, avida di aratro e di coltivatori: e sete di proprietà disfogata facendo a brani quelle del demanio: e le mani de’ privati prostese a ghermire ogni brandel di suolo che da comunità ed istituti pii e rapaci, mani morte tra le vive, si renda alle vie del secolo:. proletari agognanti dignità e decoro di censiti, e, diremo quasi, augurosi di lena a sopportare li tributi, ché v’ha dovunque buon volere di prestarli: e più ne presterebbero se una mano sapiente li facesse proficui e sementa fecondatrice del futuro: o dove essi Ornai non superassero la virtù produttiva di quel suolo e, computo di feroce esattezza, ciò che ai miseri abitanti oggi rimane. Onde poi gli stenti ed i sacrifici tra cui scorre, vincono perfino il beneficio della vita. Di tal che sorgono grida vivissime contro di talune imposte novelle quando colpiscono senza segno o misura e dove sono vieppiù neglette o ignorate le guarentigie, anzi i viluppi tra cui ha da avvolgersi chi vuole conseguirne sollievo o mitezza: donde l'abito quà e la di frodi, a sottrarsi taluna volta pure ad equi pesi: secondo persuade lo scadere della legge morale laddove più della religione s’hanno i pregiudizi e non le virtù di cui nemmeno i chierici danno esempio, e l’abito di macular le civili, irridersi delle penali o lacerarle. Le quali infermità noi vedremo poi, a conchiusione de’ nostri studi, raccolte anzi ritratte in una sola, il brigantaggio: fautrice del quale nonché delle disuguaglianze tra vari ordini di abitanti, essere la imperfezione delle leggi che ne governano, e la incuria o inanità di municipi ed istituti pii o di qualsivoglia indole, dimentichi ornai del fine proprio, quel del bene publico: onde sale ad essi tanta cagione dei guai, per cui più il dolore e la disperazione potendo della ragione, umane creature mutate in tigri e insanguinate, insanirono nel sangue: angosciosa istoria, la quale offerirà materia al terzo libro.

II. Questi erano i mali a cui ora volgono quattr’anni fu inteso contraporre rimedi insoliti e gagliardi. Altrove si diranno di schiere raccogliticcie gli esempi di antica virtù e di ardimento feroce, le VIII prove e gli obbrobriosi ausili a banditi: e l’abnegazione e il valore d’illustri generali e di agguerrite milizie, alla loro volta ardimentose più che osservanti le regole della strategia, in quella strana guerra a liberare la vasta regione da’ banditi. Ad istudiare poi nell’intime latebre le più riposte cagioni di si gran guaio, vi furono inviati molteplici funzionari: li quali doveano scendere alla vita de’ municipi, agitarla proficuamente, od. avvivarla ov’apparia spenta, imprimendo in ogni dove regola e moto: tardo si ma pure acconcio ravvedimento di anteriori ispezioni a voi d’uccello! Tale il compito di quell’insolita missione, la quale per cosi dire sovrapponea alle autorità del sito una rete od altra gerarchia di funzionari rivolgentisi in tutta l’ampiezza della iniziativa ed operosità propria. Taluno che sia ignaro di que luoghi o non fu mai spettatore de’ guai loro, male s’indurrà a plaudire a cotale sovrapposizione di ministeri nomadi a’ lenti e tardi di tempi normali: ed a consentire che l’indole di quell’ufficio richiedesse davvero una tal quale larghezza di iniziativa e balia di provvisioni e a opere a seconda de’ casi, pure ne’ limiti delle leggi. All’incontro negandola, e ciò più apparve laddove di quella balia fu meno usato, o dove que funzionari avessero seguito più che la propria r ispirazione altrui, sarebbero riusciti a meno di nulla: che male istudiansi e si sfruttano di lungi le condizioni varie dall’una all'altra comunità, o male si antepongono alle provvisioni li sopra luogo ispirate da quelle, gli suggerimenti di uffici lontani. Oltre di ché fra di que missionari, erano pure, e più d’uno, vividi ingegni, consci della forza loro, e forti della coscienza di potere, agitandosi in un libero cerchio, compiere proficuamente il proprio ufficio. Al quale uopo aveano da porre a contributo la copia e speditezza de’ divisamenti che loro offerisse la fertilità dell’ingegno, la suppellettile degli studi e lo ardire dei perigli tra cui l’indole della missione di luogo in luogo, li avvolgeva. Non è pregio dell’opera il dire altro di essi: né delle cagioni per cui via via rinunciarono a quell’ufficio, o venne loro meno. Ma serbandoci ad accennare in modeste note quel che ad essi sia dovuto, vuole onestà si rivendicano cosi li perigli, le fatiche e le onorate opere dall’oblio in cui s’avvolsero: inconsci quei medesimi cui rare volte fa dato conoscere una virtù o giungere a premiarne una sola: secondo è l’indole e l’andazzo de' tempi» o forse il portato dello scorretto meccanesimo nostro. E di questa guisa, reputiamo, anco venga serbata nell’istoria di que’ luoghi la memoria di una missione che, quale amorevole ed insolita cura di governanti, venne benedetta e plaudita: e fu la sola che approfonditi, e forse per la prima volta cosi compiutamente, i mali potesse divenire ispiratrice od autrice de’ più larghi loro rimedi, non meno che di vie, di templi dell’istruzione, di istituti novelli, di fili elettrici, di servigi postali e di ordini migliori vuoi di municipi vuoi d’opere pie: e di ogni altra miglioria di cui tra l’orridezza dei guai, nacque il pensiero.

III. Scendendo, come richiede l’argomento di questo libro, alla vita de’ comuni e della provincia, importa il dire innanzi ogni cosa qual sia la origine de’ magistrati loro: argomento gravissimo perciocché, accennando alla regione nostra, vuolsi si affronti la mania di libertà amministrativa, onde anch’oggi studiasi di slargare in tutta la penisola la legge che ne governa. Quasiché gli italiani, per non dire solo di questa contrada, dal dì in cui quella fu promulgata, siensi mostrati già maturi per maggiori larghezze: od ella non avesse pure segnato un gran passo nella via delle libertà de’ municipi: sovratutto consentendo loro un origine poco meno che di suffragi innumerevoli (1). E quasi fosse ornai cosi antica la età delle restrizioni del diritto elettorale, anzi quella in cui nemmeno s’avea un embrione qualsiasi di squittinio, da avere di git percorso gli stadi in cui si fortificano gli animi a bene usare di maggiori larghezze: ché neppure la maturità civile, anzi meno essa di quella del corpo, è l’opera di un istante. Non v’ebbe invero mai nella penisola legge alcuna la quale non contenesse limitazioni e gravissime al dritto di eleggere i magistrati: altre lo confidavano al volere del principe, od alla sorte anco. più cieca di quello. La legge la quale governò in Piemonte, e per un decennio in fino al cinquantanove, municipi e provincie concedea il dritto di elettore a chi soltanto pagasse una data cifra di tributi, varia da comune a comune (2): od a chi in luogo di tributi vantasse titoli di capacità (3): uguale principio accolse la legge che a quella succedé, e valevole per tutta la penisola (4). Né altrimenti stabiliva l’antica lombarda del 1785, rinfrescata nel 1816. Cosi quelle di Toscana (5), di Napoli (6)( )e di quanti stati s’ebbero nella penisola: ora maculate dalla sorte che più degli animi avea da riuscire illuminata, a prescegliere entro i maestrati generali il maestrato esecutivo: ora offese dall’arbitrio del principe; ognora variabile, da un capo all’altro della penisola, il censo richiesto a metter voce nell’azienda publica: ma sempre poi doppio o triplo di quel ch'è oggi. Ed anco fuori dell’Italia la legge belga (7) limita pure il dritto elettorale ed a. proporzioni triple delle nostre; e nulla di meglio nel maggior numero delle leggi che vigono negli stati germanici, forse le più sapienti d’Europa. Non vi ha insomma, se ne s’eccettui quella di Francia e la promulgata (8) in Toscana dacché vennero meno i Lorenesi, legge alcuna, per quante chi scrive n’abbia prese a esame, che non limiti pure tra i censiti il diritto di elezione.

Ora, secondo che più prevale la voglia di innovazioni, è da taluno proposto di disconoscere quel principio, la cui larghezza si parrà ne’ mali del vivere odierno de’ comuni: risolvendo ogni quistione sul minore o maggiore censo mercé di una norma che si reputò assoluta, il contribuente diretto sia elettore: o di quest’altra: tale sia ogni vivente. Ma pria di intendere a scaldare la vita publica slargando in uno de’ sopradetti modi il diritto di chi ha da contribuirvi: od a contapporvi li guai che, all’ombra di amplie guarentigie, nella regione nostra, ad esempio di quel che in altre avviene, ora si manifestano, vuolsi chiedere: li sovradetti due principi!, a cui si rinfocolano gli animi vogliosi di novità, sono eglino proprio equamente assoluti? Tra le condizioni in cui volgiamo è egli acconcio il consentire ad ogni censito, o peggio ancora a quanti vivono in questo suolo, il diritto di metter voce nella azienda del comune? A che monta la sola restrizione dell’età? E chi, da ultimo, oserebbe affermare se tale un diritto sia questa volta somma giustizia o somma ingiuria?

IV. S’havvi ragione di allargare il dritto elettorale reputiamo sia questa: che ornai il censo essendo disceso fino a lire cinque pe’ comunelli (9) tanto vale sperare coscienza e cultura bastevole pure in coloro che pagano meno di lire cinque. Ma se havvi un principio il quale in Italia non possa mai valere di assoluto criterio, gli è quel che concerne il possesso. Chi saprebbe dirne che cosa la proprietà esprima tra noi? La quale in talun sito è privilegio di pochi, altrove di innumerevoli: qui spartita in minuzzoli, e poco lungi raccolta in latifondi: onde, a tacere d’altri esempli, in Toscana li proprietari istanno al resto degli abitanti nella ragione di quindici a cento: e nella Basilicata a nemmeno sei. Del che si ha valevole riprova in ciò, che la legge odierna, la quale nel conferire il dritto elettorale si ispira, più che altro, al criterio del possesso (10), offre queste singolarissime disuguaglianze. La media degli elettori è nell’Italia settentrionale di uno per ogni dodici abitanti: e nella centrale di uno per ventisei: né basta per anco, ché nel mezzodì v’ha un elettore su di trentotto viventi: e tal è la cifra che offre la nostra regione (11). Il che vale come dire che quelli della media penisola ne’ dritti elettorali li soverchiano del doppio e quei dell’alta del triplo. Virtù di una, legge unica la quale bandita nel nome dalla civile eguaglianza si era proposta di piallare ogni protuberanza, uguagliare unificando: e recò invece questa singolare parità di diritti. Sollevando poi il nostro dire ai singoli casi, nella provincia, per via d’esempio, di Porto Maurizio v’ha un elettore sovra nove abitanti, e in quella di Catania uno sovra di ottantasei: colà sovra cento se ne computano dodici e qui poco più di uno: tant’è numerosa in un sito la coorte de’ censiti, e altrove sono rare unità sperdute in un mare di null'abbienti. Che se tali disparità nascono da una legge che dal possesso trae la regola a consentire o no i dritti elettorali, dimostrano esse quanto sarebbe erroneo esagerarla fino alla formula, ogni contribuente sia elettore: cosi triplicando le disuguaglianze tra l’un capo e l’altro della penisola?: e meno ancora!ossa la proprietà sollevarsi tra di noi, finché durino e peculiari condizioni economiche, a criterio assoluto ed universale di dritti civili? E perciò è ella sapienza e giustizia il pareggiare, ne’ rispetti dell’autonomia, municipi ch'hanno origini sì disuguali?: od almeno poiché sarebbe vano consiglio quel di reggerli con principii svariati a seconda delle condizioni loro, varrà a sollievo dei meno lieti comuni ed a cancellare le disuguaglianze tra gli uni e gli altri, lo allargare principii negli effetti variabilissimi? Vale ciò o non vale a quadruplicare la distanza che corre tra l’inanità di taluni comuni e la vita rigogliosa di altri?



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V. Ma oltreché il censo è criterio fallacissimo laddove, oome dicemmo, appaiono sì gravi disuguaglianze economiche tra le varie regioni, a mo’ d’esempio tra la nostra e un’altra qualsiasi della media ed alta penisola, vengono quelle varietà angosciose ribadite dalla malagevolezza di accertarle. Né ciò soltanto perché tra noi manchi un sistema di tasse bene ordinate, né di agevole improvvisazione, per le quali sieno sagacemente colpite tutte le specie di ricchezza o forme dell’umana attività: ma perché nemmeno la ricchezza prima qui, a dir vero, soggiace a imposta proporzionata: né può esserlo laddove manchi il catasto, o sianvene molteplici di forma e origini disparatissime. Onde ogni legge la quale intese a distribuire l’annuo tributo che l’erario addimanda, non è che di indole, nell’eternità sua, provvisoriissima: avvegnaché le manchino i dati ond’ella colpisca davvero a segno. Ora dove tale appare la condizione della ricchezza prima, la quale noi cosi diciamo in omaggio ai Fisiocrati e secondo che avrebbe ad essere la maggiore tributaria, ed invece, per la entità dei tributi, è quasi l’ultima; e s’è opera di lustri lo accertare la misura e il valore odierno delle quote; e laddove più riescono malagevoli le indagini della ricchezza mobile, onde presso i fiorentini sin dal secol xv la imposta che la colpiva era detta dell’arbitrio (12) e da più economisti venne ripudiata per secoli, ed è si ungi dall'essere divenuta fra noi di pubblico costume, chi vorrà dirci quando mai la perequazione dei tributi verrà davvero scritta nelle leggi nostre? E come adunque avventurarci a slargare un criterio che è sì fallace quel del censo, il quale, tra la varietà di condizioni economiche in cui ci volgiamo, consacrò cosi solenni disuguaglianze nel godimento di quanti v'hanno dritti civili (13) tra i cittadini di un medesimo regno?

VI. Ma havvi di più: ché sollevando il censo a criterio unico di diritti elettorali, avviene quel che meglio apparve nelle anteriori proposte, di escludere dall'azienda comunale quanti non vi abbiano ragioni di contribuenti. Ond’è che prima il Minghetti (14) e poi il Peruzzi (15) fedeli al principio ogni contribuente sia elettore, negarono un tale privilegio a chiunque altro non offerisse petto agli strali dell’imposte. Gli è vero, supposero essi, che lorquando niun bene, nemmeno li domestici, e niuna forma di umana attività, fosse pur quella del mal costume, sfugga a tributi, quante sieno le unità de’ viventi altrettanti abbiano interesse nell’azienda comunale, e sieno elettori. Ma un tale ordito di tasse o rete cosi fitta da cui nessuno sfugga, né havvi tra noi, né è di agevole o pronta intelajatura: ché in tanto stremo di ogni grazia di Dio male può la scarna mano dell’imposte apparire dovunque a non lasciare mai riposo. Ora finché questo non segua, chiediamo noi, saranno o no elettori quelli il cui reddito non giunga ad essere ghermito dalla imposta mobile? Ed avvertasi che dove la povertà invade gli ordini minori, a quel modo segue nella regione nostra tra tante insidie alla vita sua economica il numero di quelli che non sopportano alcun peso è stragrande (16): e fra d’essi v'hanno pure, a tacere. d’altri ordini, maestri di scuole elementari, i quali bene spesso fruiscono di stipendi, da metterli a pari di servi. Per il che negando a ogni altro titolo, fosse pur quello della capacità, il privilegio de’ diritti cittadini, s’addimandi: li futuri nostri Parini, Romagnosi e Tasso otterrebbero mai di mettere voce nella azienda de' rispettivi comuni? Se vivessero dopo che a slargare il dritto di partecipare agli squittini si fosse universaleggiato il principio, il contribuente solo sia' elettore, certo che no: essendo da quello, come fu giuoco forza nelle anteriori proposte, escluso il dritto della intelligenza, unico per cui il Tasso, il Parini, il Romagnosi e tant’altri non censiti sarebbero elettori. Adunque havvi qui una limitazione al dritto di capacità ed alla larghezza del voto; e questa si parrebbe, anzi è contradizione notevole allo spirito, ch’oggi affatica gli animi, di slargare non istringere il dritto agli squittini: secondoché vuolsi uscire da un cerchio di limitazioni che si paiono altrettante offese a’ principii di libertà, solo per chi giudichi de’ meno popolosi municipi del regno o di tutto il mezzodì, avendo l’occhio alle città più famose. Né è pur ben chiaro quale cagione di rallegrarsi avrebbero, a mo' d’esempio, Milano o Firenze o Napoli al vedere a un tratto mutati in padri coscritti o loro elettori quanti contribuenti od abitanti esse accolgono: per non dire decentri minori del mezzodì, quando fossero minacciati di dovere accogliere, nel comporre il magistrato del comune, le voci o i voti di quanti zotici cafoni ora v’abitano. Larghezza a cui poi si contravviene nel nome del principio, il quale vuolsi riparatore d’ogni disuguaglianza civile, il contribuente sia elettore: e vale intanto a escludere dagli squittini la capacità. La quale in questa regione, non meno che nel resto del regno, s'andrebbe cercando fra i censiti di una, due, tre fino a cinque lire di censo ne’ comunelli dammeno di tre mila abitanti, e tra i censiti di una a quindici lire per le città infino a ventimila, che di maggiori la regione nostra non ne annovera: contribuenti oggi esclusi al dritto elettorale (17). E nemmeno si addimandi quanto sia provvido il ricercare cosi nella turba de' piccolissimi contribuenti coscienza e capacità di soddisfare al maggiore de’ diritti civili. Passi invero per le città ove il censo oggi escluso è cinque volte maggiore di quel, che sia quello escluso ne’ comunelli: il che sembra a noi faccia proprio a’ pugni col grado della istruzione: la quale, come ragione vuole, essendo nelle città maggiore che ne’ comunelli, la condizione del tributo avrebbe ad essere più rigorosa per questi che per quelle, e non viceversa. Ma tollerasi per le città: ora è egli savio il ricercare fin ne’ luoghi minori tra i più piccioli contribuenti coscienza e capacità di elettori?: tra tante disuguaglianze di censo e di cultura consentire parità ai diritti?: o in cotale invilimento dell’istruzione e milioni innumerevoli di analfabeti, sollevare agli squittini ogni vivente?

VII. Gli è questo il secondo dei sistemi con cui vorrebbe taluno allargare anco di più o rendere universale il suffragio: prima pure di richiedersi se in così scarsa maturità civile, quale lamentasi tra noi, appaia o no soverchia la odierna larghezza: e n’avremo le prove via via ritraendo ogni faccia della vita comunale in questa regione a lume di quel che in altre accade. Dimentichi poi come non pure tra quelle del mezzodì, ma nelle altre da maggior tempo use a larghezza di vita comunale, a mo’ d’esempio nel Piemonte ove le forme di libertà vivono da ventanni, gli elettori bene spesso fossero influenzati da furbi, solo studiosi di pescare ne’ pubblici uffici, o da. passioni retrive e da parroci nemici di libertà e di luce: e come vi appaia ancheggi, in specie ne comunelli, la incuria letale per cui li più, mal consci dell’efficacia de’ loro diritti, nemmeno partecipano alla vita de' municipi con il suffragio nel di degli squittini. Ond’essi, riduconsi ad essere la voce dei meno: le scelte, virtù del caso o di biechi proponimenti: e il comune, senz’il vigore che solo gli è conferito dall’unanimità de’ mandatari, né vale a conoscerne i bisogni, seguirne l'aspirazione, né a sollevarsi a vessillo dell’opinione publica. Cosi si videro, e valga per tutti un solo esempio, le influenze retrive si potenti nelle elezioni, che in una picciola comunità, dimora di uno degli uomini di maggior conto ch’avesse mai la penisola, il Farini, non valse la sua grandissima, rinomanza ad ottenergli ufficio di consigliere comunale. Ed altrove, furbi procaccianti e spregevoli salire sul dorso di elettori da gleba, scavalcare gli uffici, e accomodarvisi a greppia. Se ciò avviene nelle provincie meglio ammaestrate a vita civile, o da tempo use a comunali franchigie, che seguirà in quelle, come nella regione nostra, ove il governo da tempo immemorabile e infino a pochi anni addietro, tenne strette nel pugno i comuni, i luoghi pii, le provincie, la giustizia, la istruzione, le industrie, i commerci (18), il cuore e le membra dei sudditi, verso i quali centralità massima era arte a contenerli curvati a gioghi (19) imposti da forza e paura (20) di centralità un voto poco meno che di ribelli (21), nella guisa ogni libertà era l'incubo o il terrore de’ governanti e la speranza de’ governati? Dove i gonfalonieri aveano grado di poliziotti o di sentinelle a conto dello stato spiatrici a ogni gesto o moto incomposto: i decurionati erano greggi senza voce, tardi a gesti, di potestà nissuna: e gli uffici comunali e il beneficio della sorte la quale scegliendo tra i più coglieva gli inetti, spesso illetterati, alla mercé poi di un furbo che la sorte avesse pescato nel fondo delle borse e lanciato a pescare nel consiglio o maestrato, erano tenuti a vile (22), ventura lo sfuggirli, colpa il rinunciarvi (23). Dove li municipi erano macchine a spicciare sangue o pecunia, e gli abitatori gregge (Taverne conto solo per la tosatura. Li quali da mane a sera furono scossi, battezzati elettori di padri coscritti o rettori di municipi: ognuno poi restituito in dignità di uomo o cittadino libero, di pecora o servo ch’era il di innanzi, ed a cui, tra lo stupore di chi caschi dalle nuvole e senz’intendesse verbo, si disse d’improvviso: eccoti sciolti i lacci, addrizza gli omeri, fruisci di libertà, scegliti i magistrati, siedi a consulta di negozi, governa. E quei che non anco riscosso dallo stupore e tremando s’abbranca ad un sostegno qualsiasi tanto per reggersi in piedi, non uso all’ardimento di mutare un passo da sé solo, ode urlarglisi da paladini o novatori d’oggi; getta adunque ogni stampella e và: le odierne libertà non sono anco bastevoli per te: tu sei in diritto e degno ili ben maggiori!

VIII. Se poi fra l'altre improvvise larghezze quella del voto, tale quale è oggi, sia soverchia od abbiasi. maturità per maggiore, il dica l'esperienza che nella regione nostra offerì: serbandoci poi ad incontrare per via, ad uno ad uno, i guai che ne originano. Colà nell’albeggiare di quelle guarentigie, più apparvero li parteggiamenti e li soprusi, propri de’ luoghi ove furono oppressori ed oppressi, e l’un ordine stette ognora sul collo dell’altro e il governo ebbe gli invisi e ben affetti: dove in un mare d’analfabeti regnano pochi esperti (24) e sperdesi )a voce de’ buoni ingegni e elle valorose coscienze. Sicché meglio vi galleggiarono la incuria de’ meno abbienti, che sono i più, per ogni larghezza di vita nuova: la malavoglia di chi, abbandonato da’ sostegni antichi, disperò di trionfo: e le vendette covate per lustri, onde poi le umane passioni soffiarono violenti fino nell’azienda municipale: e lo imperio de’ notabili sugli umili. Perciocché, anco dopo il regime di libertà, furon’essi in servitù degli antichi oppressori: e quando questi caddero vinti dalla forza di reazione, fruito de’ rivolgimenti, qua e la si sospinse negli uffici gente alla sua volta bramosa di vendette o insapiente o ingorda. Lo spirito del meglio, che ovunque affatica gli animi, né invogliò la turba degli ignavi a cure cittadine, né prevalse alle ree passioni sbrigliate nel nome di libertà improvvisa e fatua, non educatrice, ed alle suggestioni di mestatori, intesi a sfruttare templi, riti di credenti e di libertà, e publici uffici. Vie più loro agevole laddove l’apatia fu ed è tanta, che lo eleggersi i rettori propri non è reputato beneficio da popoli che nell’addietro li aveano, a minore disagio e pari beneficio, dal governo: e il dritto elettorale, fra l’altre larghezze, suona beffa ad analfabeti od a infimi, i quali hanno da intendere e bramare quel che per essi bramino e intendano i notabili od i chierici. Ond’è che rarissime volte avviene ne’ più popolosi comuni, e mai ne’ minori, che la gara cernendo li pregi e i demeriti degli eligibili, faccia rimanere nel fondo gli immeritevoli, sospingere a galla i migliori: a quel modo la legge che concedé la balia della scelta con arcadica innocenza suppose. In specie quando l’usare dei dritti elettorali si giudica opera gittata dove più prevale lo strano giudizio, quasi universale nelle regioni del mezzodì, che il municipio, dal quale niuno fu mai uso a conseguire benefici, sia un azienda a cittadini estranea, a conto dello stato, di cui eserciti taluni attributi, e da sfuggire ad ogni vigilanza di amministrati: ond’essi anche oggi né vi hanno, né bramano prendersi cura del municipio. La cui vita, a meno di taluni, non è ora meno isterile per la generalità degli abitanti di quel fosse innanzi gli albori di libertà. Onde poi tra gli elettori inconsci de’ diritti ch'han da esercitare, e gli altri incuranti o persuasi di non valere a mettere voce proficua nelle faccende comunali, avviene che, su di cento, appena due quinti concorrono agli squittini pel magistrato del comune (25) e appena un terzo a quei della regione. E durerà un tale stato finché duri la tradizione di non avere mai conseguito benefizi dal municipio: essere egli ognora vissuto quasi inconscio delle aspirazioni, de’ bisogni de' cittadini: e sintanto non si volga davvero a civili ed economici progredimenti, o duri il convincimento non vi sieno, e non ve ne sono, interessi regionali da agitare, da rivolgere a beneficio dell’universale. Senza dire delle elezioni politiche le quali, vuoi per manco di civile maturità, vuoi per irrequietezza di passioni e d’animi vivuti ognora compressi onde agevolmente scattano e trasmodano, o vuoi per altre cagioni, addimostrano come la vita de' municipi e della regione non raccolga gli animi più di quel ch’è dato a macchinazioni partigiane: e la vita locale, ch'è il sostrato anzi il fondamento d’ogni ben composta società, non prevalga all’effimera agitazione che presume ispirarsi ad interessi statuali: anzi quelli ch'hanno da svolgersi entro il comune e la regione si trascinano nell’oblio o tengonsi in non cale, o traggonsi fuori della via che li menerebbe a svolgimento proficuo. Ond’è che la ignavia degli elettori, strano a dirsi, pur si pare maggiore negli squittini delle magistrature comunali, di quel che nell’accorrere a’ politici: i quali di soventi annoverano fin’oltre la metà degli iscritti (26), segno a cui giammai gli altri pervennero. E si che l’irrequieto affaccendarsi degli uni respinge gli altri, i dubbiosi del giorno che splende, i timidi del futuro, gli avversi a togliersi, per qualsiasi cagione, dal riserbo o disparte: per cui le elezioni non riescono calme, sagaci e liete dell’accorrere di quei che più utilmente potrebbono adoperatisi: ma le turbano quelle procaci ed inconsulte voglie, per cui le genti che mai fruirono di libertà trasmodano più ardenti di chi ne fruisce da tempo: e mostransene incontentabili, e s’affidano a’ promettitori di sconfinata, ch'è licenza.

E più meravigliosa appare l’affluenza maggiore agli squittini politici che non pe' maestrali locali, dove si consideri quanto nella regione nostra sia malagevole il trarsi da luogo in luogo, erpicarsi o scendere a burroni, vincere distanze non tracciate da alcuna via, per accorrere alla sede lontana dello squittinio: laddove per le elezioni comunitative non accade muovere il piè fuori della cinta.

IX. Ora come è egli dato a chi abbia seco il senno e non istudi trarre a picco la ragione publica, vagheggiare s’allarghi il dritto del voto, dove nemmeno un terzo di quelli a cui oggi si consente ne usano? e dove appare quanto la furbizia degli uni, avvalorata dall’ignavia degli altri, sfrutti la buaggine od ignoranza dei più? Che avverrebbe poi, per quant’è larga la penisola, lorché rotta ogni diga o limite, anco li contribuenti più infimi o gli abitatori d’ogni ordine, d'ogni cultura, quanti vivono, con la sola limitazione dell’età puerile o del sesso, avessero diritto a’ squittini? Perpetuate cosi le disuguaglianze secondoché il possesso mantiensi privilegio di pochi e le umane industrie, anzi ogni forma di attività soggetta a tributi, in un luogo più che in un altro intristiscono: ossivveró vedrebbesi dovunque il numero violentare il criterio che illumina, le scelte, reietta ogni guida di cultura; e l’impero della ignoranza, le sfrenatezze, i bramiti della miseria alla loro volta tiranneggiare coloro che sanno o partecipano alla publica azienda, oltre che col voto, co’ tributi. E tra cotale scatenio di passioni, a poca distanza dal di in cui si fece per la prima volta in mezzo a noi esperimento delle odierne larghezze, solo per soddisfare all’esigenze di talune provincie, forse mature per delle maggiori, correrebbesi il rischio vadano a naufragio que sbattuti palischelmi che ora traballano nel mare della vita italiana, i comuni del mezzodì? Quando corrono, ed è palese, sì grandi disuguaglianze non pure tra gli uni e gli altri ma tra provincia e provincia: né v’ha parità di beni: men che meno di cultura: e si grand’è il salto tra la massa degli abitatori e quelli non digiuni almeno del leggere e dello scrivere? Chi voglia misurare fugacemente i perigli che incontrerebbonsi allargando il dritto elettorale a tutti i censiti od a quante unità di viventi compongono la civile conpioanza, quei consideri non solo come la proprietà e le industrie si spartiscano nella penisola, ma qual sia il grado di cultura in ciascuna delle sue parti? Se v’hanno regioni ove la media degli analfabeti è di due quinti de’ viventi, e sono le avventurose, altre se ne contano, tra cui la nostra, ove, come esporremo più innanzi, giungono ai nove decimi e più: e se taluna annoverò un terzo de' maschi esperti nel leggere e scrivere, tra di noi riduconsi appena ad un settimo (27). Le quali difformità di cultura che pur dovrebbe essere la guida e il lume d’elettori o ai padri coscritti, sia pure nell’esigua cerchia del comune, non sorprendono chi consideri come la istruzione abbia da lunga età fiorito nell’alta Italia, e più che altrove in Piemonte: intristisse nella centrale: e fosse tenuta a vile o combattuta nel reame. Chi potria poi credere che, per media, in tutta la penisola poc’oltre un sesto degli abitatori sappia di lettere, e il resto muoia senz’avere appreso la lingua propria o a leggere quel che dice?

Laonde conchiudasi: il censo presuppone forse in Italia la istruzione? e l’una e l’altro possono valere a noi di criteri unici ed assoluti? Che dove sia il contrario, e le franchigie che in un luogo cercasi di addoppiare, altrove si paiono soverchie; e se quasi dovunque il termometro della cultura è cosi in basso. che di poco avanzi il zero, che dire degli auguri di maggiori larghezze: per buona ventura poi contraddetti in molti casi fino dal timoroso esercizio di quelle che di già le leggi consentono?: e che de’ voti onde si sbrigli il municipio da ogni ingerenza governativa, rischiando l’esistenza fragile e la incerta fortuna di que’ governucoli ch'hanno pur da essere le pietre angolari dell’edificio nostro? Li quali più che non si vorrebbe, e la nostra tra le altre regioni informi, sbrigliati con forme istantanee di libertà la quale avea da avvivarli a grado a grado, digià noi veggiamo in buon numero perigliare, tra le sfrenatezze della licenza, sull’orlo della voragine: e dove. non li sovvengano, meglio che gli elettivi (28) gli uffici del governo scomparirebbero perfino dal novero de’ più.



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X. E meglio anco si parrà via via ci inoltriamo nel propostoci cammino: nel quale i vizi che dalla origine trae il municipio, appariranno in ogni faccia della sua vita, vuoi ne’ servigi publici che ne sono per cosi dire le funzioni organiche, vuoi nelle forze che la alimentano. Tre categorie di entrate, con varia ragione, provvedono alle spese de’ comuni: le patrimoniali per quasi un milione annuo, da ricchezza immobile sterminata e del cui valore diremo più innanzi: di crediti sul gran libro, o vile o nessuna cifra. Li contributi diretti, a profitto de’ municipi, di poco più delle due cento migliaia di lire: li balzelli del consumo per altre trecento. E li proventi straordinari od eventuali, tra cui vanno compresi sussidi governativi, oblazioni di privati e pii istituti e mutui, all’incirca per quasi cinquecento. Onde la somma de’ redditi di poco avanza i due milioni, a non tenere conto de’ civanzi di antiche gestioni, insin’oggi di riscossione dubbia: tanto che non se n’ebbe mai frutto. Cosi la regione la quale vanta una ventesima parte della superficie italiana ed un cinquantesimo degli abitatori, non partecipa ai duecento e più milioni che compongono l’annuo introito de’ municipi, che per una centesima parte: la quale poi spartita fra que’ della nostra regione loro offre l’esile beneficio di sedici migliaia per ognuno, a costruire con esse le publiche vie, i ponti, i cimiteri, le fonti, ed a vegliare all’igiene, alla polizia, all’istruzione, alla milizia, ed a quanti servigi si confidarono ai comuni. Inanità di forze, notevolissima.

Alle entrate, come vuole ragione, si equiparano i dispendi. Li quali sono questi: per frutti di mutui, da novanta migliaia di lire: quelli che vanno nel nome di amministrativi, e sono propri dell’officina comunale, per più di mezzo milione: le mandamentali cioè lo ausilio che le comuni offrono a rispettivi capoluoghi di mandamento, appena otto migliaia di lire: per la igiene e polizia urbana e rurale, da censessanta mila: alla milizia cittadina, tra cui s'annoverano le migliorie de’ presidii, gli apprestamenti di uniformi, l'armi e le munizioni, volgonsi altre sessanta: li publici lavori. per la conservazione delle vie e fonti, de' selciati ed ogni opera di ragione municipale, tolgono da duecentomila: l'istruzione, altre censessanta: il culto, non meno di ottanta: li dispendi a conto dell’erario, li rimborsi e ogni maniera di uscite varie, montano poi a trecentomila: da ultimo quelle per l’indole loro eventuali, appendici o strascico di ognuna delle categorie ordinarie, assorbono il restante.

XI. O male ci apponiamo o solo in questo quadro, nel quale aggruppammo quante forze raccolgano i municipi a gettare seme di bene publico, leggesi quale ricolto sia dato attenderò dal futuro: e se i redditi, scorrendo tra le varie arterie della vita municipale, si svolgano quale elemento di vigoria all’universa penisola. In quella vece gli è manifesto, e meglio che per efficacia di lunghi chiarimenti, il perché li municipi, ridotti a tale una povertà di entrate, vivano sordi a’ lai alle grida a’ bisogni degli abitanti: e senza lena per sollevarsi ad ufficio di fattori del bene publico (29): onde venissero meno a un tratto, poco o niun danno auelli n’avrebbero; e la vacuità della vita comunale iviene prima generatrice di quel morbo letale che prende nome di brigantaggio. Non ispendesi e non si colgono profitti: godesi della abbondanza di chi vanta di non avere oneri, ma non dei benefici a sé creati con quelli: allora il debito è un peso che la generazione vivente addossa alle successive, ma lasciando loro, insieme agli oneri, i modi di disgravarsene. All’incontro della regione nostra, dove risecandosi ogni fonte di vita nel nome di economia sagace, o per l'orrore di pesi comunali che lo autorità borboniche non si tratteneano dal battezzare odiosi (30), o per la riverenza a beni che, per poco più, non profittano ad alcuno, le generazioni tramandansi la inanità, la dissanguazione, la morte innanzi la vita. Onde accade, strano a dirsi, che niun municipio traggapartito dagli elementi di vigoria ch'ei possiede e tra cui intristisce: un’annua rendita, come dicemmo, fra tutte le comuni di poc’oltre i due milioni: meravigliosa inferiorità a molteplici altre meno vaste e meno popolose regioni, la quale lascia intravvedere l’ampiezza delle forze sin oggi non mai tributarie; e poi la immensità de’ loro immobili, per più diecine di milioni; e quelli de’ privati appena tocchi dai contributi comunali; e la fortuna mobile poco meno che ad essi sfuggita; e per ultimo, tutta quella mollo maggiore ricchezza ch’avrebbero i municipi e dal credito e dalle forze della loro smisurata associazione, oggi tributaria di otto mila, non milioni ma unità di lire, ché a tanto ascendo le aiuto il quale prestansi fra loro nei dispendi: insino a che l’alito del genio r on avvivi, non affratelli le nemiche o semispente comuni. Tale il margine della vita loro, la grandezza d'Ile forze, le fonti donde trarre gli elementi non mai chiesti prima d'ora a raggiungere il fine che loro è proprio. E n addurremo le prove.

XII. Senonché laddove ha da attendersi rigoglio di vitalità poco meno s’hanno insidie. Quella ch'è la maggiore tra le forze de’ municipi nostri, la sterminata mole di beni, tanto che s’allargano sovra un decimo della intiera regione e niun altra ne possiede altrettanti, con umiltà poco meno che rara offre appena d’annuo reddito lo imponibile per il quale venne accatastata, e valse di regola a’ tributi. Il che importa poco più dell’uno a cento del suo valore (31) dove si detraggano dal reddito le molteplici spese a cui que’ beni danno luogo, le quali lungi dall’essere seme foriero di ricolto, riescono isterili come quelle che non vanno a miglioria di essi accrescendone il valore, e non se n’ha più segno nella progressione degli affitti: anzi neppure valgono a preservare gli immobili dalla singolare riduzione di canoni che, in onta allo svolgersi delle imposte e del graduale pregio de’ ricolti, via via si rivela. Ricchezza adunque volta al tramonto, fra tante insidie e ritagli e incertezza di titoli possessori che ne la preservino o fortifichino: segno agli odi od a’ bramiti di plebe auspicante il giorno in cui farla a brani, quasi ond’ella sconti l’essere da immemorabile età sfuggita alla legge provvida del moto e dell’incremento. La è poi la ricchezza, non si scordi, che si aveano pure le comuni dell’alta e centrale penisola ne’ tempi andati e ora prima ora poi trasformarono in reti stradali, in opere e istituzioni proficue; le quali moltiplicando quasi dall’uno a cento il benessere e la fortuna publica, dischiusero ai comuni ben altre fonti di vita, che non offerissero immobili ora soggetti a inclemenza di cielo, ora ad incuria di custodi, ora a spreco e frode di amministratori. Anzi, né accade il tacerlo, con quella isterile ed insidiata ricchezza, creando le comunità agli abitatori ed a se medesime un altr’ordine di fortune, remossero dai loro uffici quelle che sono qui le cagioni prime del discredito e isolamento loro in fra gli amministrati: e per cui, strano a dirsi, li beni comuni sono più causa di vita inane di quel che feconda d’opere e d’istituti. Perché da que’ beni nacque l’abito, qua e la senza laceri sopravvivuto fin’oggi, di compiere le spese per cui bastino le assottigliate rendite loro: e giudicare di non averne l'modi quando eccedano: ché ai mezzi dell’associazione fra gli abitanti e in fra comuni, niuno volge l’animo. Ond’avviene poi che a bisogni loro non soccorrano i cittadini: li servigi publici costino loro o nulla od obolo iscarso: le amministrazioni per sbracciate sieno nelle spese, o disoneste, nulla sembri sciupino o tolgano di ciò che ad essi s’appartiene: e li pochi dispendi che seguano proficui agli abitanti, desumansi in tanta parte dalle stremate forze de’ municipi. Condizione questa la quale venia a talento dello scaduto governo perciocché remossa la cagione di contribuire a' loro dispendi, scompariva quasi intiero il periglio dell’as'sociazione fra gli abitanti: o ch'essi si stringessero concordi attorno al gonfalone del comune. Donde poi, in ragione del contrario, nacque il disamore anzi lo spregio per tutto ch'è azienda municipale e publica: visse ella oscura e ignorata fino da’ sudditi suoi: nella guisa neppure oggi è fautrice di migliorie, ma travolta in opere o dispendi che talvolta, tra l'universale incuria o l’antico costume, hanno fine privato E il municipio disceso a tanta umiltà o lo riguardi dalle opere di culto, e poco meno lo diresti una parrocchia: o dall’ampie spese dell’officina sua, un privato beneficio: o dalla isterilita dei servigi o dalla iscarsa porzione di redditi davvero proficui al più de’ cittadini, un’opera pia I XUl. A tanti guai, ch’hanno tutti la origine da’ quei beDi poco meno che nefasti, aggiungesi a doppiare la umiltà de’ municipi l'onda de’ sospetti a cui prestansi le ingloriose vicende di quella fortuna. Che se per essa avviene che le meglio governate comuni sieno le meno ricche di patrimonio avito, quelle cioè nelle quali il contributo de’ cittadini a’ dispendi gli è maggiore: contributo che rinterza in fronte ai rettori municipali il moschetto del controllo, e li trattiene dall’apparire ad occhi vigili, volta a volta, larghi della fiecunia publica o sbracciati ne’ dispendi; certo è che o stato di quella fortuna, quasi in ragione inversa dell’entità sua è qui più, la meno lacrimevole. All’invilirsi ognora più, gli affitti, da (juel ch'erano or fanno molt’anni, sebbene via via s’innalzi, come dicemmo, il pregio de’ ricolti, arrogi che invano que’ beni sospirano i titoli che li riconoscano: invano chi li rispetti. L’oscura (32) nomade sede de’ municipi, per cui venne meno ognuna delle guarentigie ch'ha da offerire persino la struttura de’ publici uffici: il sossopra d’ogni carta o documento: le dispersioni od innocenti o a bello studio, ond’ogni tradizione, fino quella del possesso, può spegnersi; furono più che bastevoli quà e la a cancellare ogni vestigia de’ beni spettanti alle comunità. Da un lato incuria a difenderli o serbarli incolumi: dall’altro le fortunose vicende di quelle contrade, gli armeggii di baroni contro i municipi, l’umana rapacità: e di poi mani più plebee e non meno leste a ladre tosature di que’ beni (33): sicché li dritti de’ comuni sovra di taluno divennero dubbi: la usurpazione si consacrò cogli anni, ebbe sembianze di utile dominio: l'utile mutossi dipoi in diretto: e chi s’arma ornai contro gli usurpatori a rivendicare il ben comune? E chi varrà sovratutto a correggere lo strano concetto che s’ha di quella fortuna, quasi ella sia poco più di res nullius: o l’ampiezza sua una coltre ch'ha da ricuoprire le umane nudità, e della quale più n’ha o n’ottiene chi più tira?

XIV. Ai quali guai o non v’ha rimedio od un solo incontrasi risalendo per cosi dire alla origine loro. Perciocché nel di in cui quella ricchezza immobile scompaia creando le arterie della vita, le vie, i ponti, gli scali ed ogni altra opera publica, e gli abitatori partecipino all’azienda comune con ben altro che il solo suffragio nel di degli squittini, reputeremo li municipi nostri avviati ornai laddove mette capo Pubertà civile ed economica. Ond'è che facciamo voti, e voglia ventura non indugi, la sapienza di leggi più che suasive coercitive, ispirate alla ragione publica e dello stato meglio, che al libito di municipi perfino ignari del loro meglio prescriva, in un breve lasso di tempo trasformino la copia degli immobili in valori che, raddoppiandone il beneficio, aiutino fin anco lo sviluppo della fortuna publica. Per modo che la ricchezza prima spartita in minuzzoli e raggiunto ch’abbia tra mani e industrie molteplici la fertilità da cui ora è si lunge, divenga davvero anco rispetto ai redditi o benefici suoi la prima di tutte le ricchezze. Anzi ne sembra fino strano come fra tante proposte a sollevare li municipi dallo strame in cui ora giacciono, niun’abbia prima di noi divisato di restituirne alla fortunosa via degli scambi la secolare e inerte ricchezza, immobile sovratutto nei comuni del mezzodì: o in cosi lesto acciuffare d'ogni pagliuzza a puntellare l’edificio nostro, niuno proponesse di riportare, per cosi dire, allo Stato quella fortuna, dal quale ridiscenda poi accresciuta di valore e di redditi per via di iscrizioni sul gran libro. Agevole modo per cui ella non pur s’accresca, ma aiuti tra noi lo incremento della fortuna publica, dalla quale vive ora diremo, cosi in disparte. Miracolo poi che s’ebbe da leggi provvidissime, e non superate mai da alcun’altra intorno la economia de’ corpi morali, le quali fino da un secolo governano la Toscana (34): e per cui a’ comuni ed alle opere pie fu persuaso il vendere grandissima parte de’ loro immobili, ond’aveano, come l’hanno oggi i comuni del mezzodì, sembianza o meglio tristizia di mani morte. Ed invero che sono eglino mai que’ beni se non manimorte con successione indefinita, fidecommisso perpetuo di cui ogni generazione di viventi ha solo il dominio utile? Ed in quella guisa tornarono in Toscana a’ commerci, beni che da secoli n’erano lungi. Cosi savia disposizione, strano a dirsi, vigeva pure in Sicilia (35) regnando il borbonide: e, non par vero, ci gloriammo di cancellarla (36).

Arrogi le antiche leggi austriache (37), vigili pure esse a che i municipi non rinnegassero mai l’ufficio loro civile, e, nemmeno in ragione de' possedimenti, si atteggiassero a mani morte. Onde poi promulgando nel Veneto, or fa un anno, la legge nostra sul governo de’ comuni, non si osò rinnegarvi quella tradizione sapiente, e la si mantenne (38). Più strano invece come nemmeno da ciò si traesse l'ispirazione a universaleggiare l’obligo di vendere gli immobili, il quale si volle mantenuto ed osservato in una sola tra le regioni della penisola. Cosi mostrando i legislatori di ignorare le specialissime condizioni de' municipi del mezzodì, e come non siavi altro modo meglio acconcio a sollevarli dall’inerzia civile in cui poltriscono, non meno che dalla fanghiglia ove tra iattura d’uomini, di beni e d’ordini liberi, s’immota la vita.



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XV. Né v’ha di che confidare la voce del loro meglio persuada i municipi allo, provvida trasformazione della loro ricchezza, più di quel non valgano a ciò blande suggestioni degli uffici tutori (39). ché l'esperienza sta a contradirvi. Anzi sebbene sia di mestieri che a capo di quelle regioni, ove s’hanno tali e tanti economici interessi da vivificare o da svolgere, stieno uomini nutriti di buoni studi, anzi provetti in quelle discipline, pure indarno si riprometterebbero d’avvivare la isterile ricchezza de’ municipi, dove il dettato di una legge recisa non li sovvenisse. E non lieve impresa sarà pur sempre quella di vincere le resistenze ch'essa, com’è da prevedere, incontri. Avvegnaché con tenacità inconcepibile da chi non s’addentri nelle più riposte latebre del mezzodì, i beni de’ municipi istieno infeudati a questa o quella tra le famiglie più notevoli, quasi loro censo avito (40): con questo solo divario che ogni censo è intangibile e perpetuo, e qui s'ha esperienza i beni via via scaddero di affitti in ragione contraria de' prezzi delle derrate. E solerti, astute e ringhiose quelle famiglie o nel nome proprio o in quel de’ familiari invigilano a salvare que’ beni da. ogni conato o suggerimento di riporli nella via degli scambi: né resisterebbero alla legge che ne ordinasse la vendita, meno di quel non resistano, per lo stato loro di morte ed aggrinzite, le mani della chiesa a serbare i suoi: e con le industrie nelle quali è maestra non s'adoperi a trafugarli. Del che s’ha bastevole riprova considerando come, in tanta necessità di vie, di ponti, di scali lungo le coste e di quelle altre opere ed istituzioni novelle a cui le esigenze della civiltà sospingono i municipi: e nel mentre ci affatica lo spirito nemico ad ogni maniera di mani morte, onde qua e la pur s'intese di persuadere opere pie ed enti morali qualsiansi a sollevare il loro stato restituendo alle industrie ed alla produzione, gli immobili ora di lieve o nissun profitto; non avvenga mai, almeno nella regione nostra, che per ispontaneo e provvido moto, le comuni pongano all’incanto un solo palmo de’ loro beni.

XVI. Diremo qui succintamente dell’altre fonti dei redditi comunali. Non grave il contributo alle imposte erariali, di appena dieci centesimi a lira, o settanta a capo 4 il che è dieci e fino venti volte dammeno di quel che altrove. Molte comuni null’altro hanno di reddito che quel de’ beni propri: trentatré non richiesero mai a’ cittadini alcun tributo: ben cinquantacinque non conobbero specie alcuna di balzelli. Notevole che dove gli amministrati prestano ausilio alla comunità natia, quel de’ censiti sia ognora dammeno di quel de' consumatori. Quasi che i maneggiatori della cosa publica, aggravando più li prodotti, e tra d’essi i più necessari, che non la ricchezza prima, abbiano mirato innanzi tutto a disgravare sé medesimi: o sembri equità che il notabile si mescoli alla turba de' consumatori, e, al pari di ogni altra unità vivente, concorra a’ pesi municipali solo per quel che consumi (41). Ma a dire il vero, a che sacrifici maggiori quando il comune ne sembra volto ogni di più al tramonto, o della vita Sua niuno s’avvede, men che meno gli abitanti ne profittano?: e venisse meno a un tratto, nissun danno per essi: che poi ad epoca immemorabile risalga, davvero non c’ è vestigio. Quà e la servigi in non cale: la incuria che assidera: il disamore che solo si nutre di spregio: niuna riverenza, niun culto per l’ufficio del comune: salito senza ch’ei sei sappia a dignità e fastigio di fattore del bene pubblico: ora nissuno v’attende, or lo preme ai fianchi un ondeggio di corvi a spicciarne il sangue cioè le sostanze, qui lanciate sui tetti, altrove cadute in saccoccia private (42): né havvi a dire se le une o gli altri sieno terreni ch’offrano ricolti, o diano semenza di migliorie civili.

XVII. Che se i tempi nuovi, tra cui si rinnovò la fortuna italica, traggono così lo stato che le provincie ed i comuni a gettare il seme della ricchezza avvenire, male ce ne persuaderebbero i dispendi de' municipi nostri. Non soverchi i frutti de’ mutui, ma via via in progressione, dacché al pareggio fra le entrate e le uscite di soventi concorrano prestanze: cui rispondono i comuni l’annua ragione dell’otto e fino del dodici a cento. E quelle s’accrescono ogni volta trattisi di pareggiare dispendi nuovi: ché a ricercarne più parcamente i mezzi con il vendere porzione dei beni, niuno volge l’animo: e pare tollerabile lo scotto del denaro tolto a credenza quando pure sia il doppio, il quadruplo dell'annuo provento del suolo. Di guisa più spendano i comuni a soddisfare il frutto di due milioni ai mutui, di quel che non ritraggano da sei od otto di beni immobili. Notevolissimi i dispendi dell’officina o amministrazione municipale, salendo a un quarto di tutti gli introiti, e alla metà di quelli che da sola produce la ricchezza che amministrano: onde poi n assottigliano il reddito da ridurlo, al netto, a poco più dell’uno per cento del suo valore. Né vale il dire che talune di quelle spese, al certo originate dai beni, vadano a loro miglioria: che, come è detto più sopra, noi non iscorgiamo d’anno in anno alcuno aumento ne’ fitti, a quel modo avverrebbe se parte di quelle valessero, quale seme di ricolti, a migliorie di terreni o di edifici.

Né ci smuove che porzione delle uscite sieno tributi quali neppure si schiverebbero trasformando que’ beni in valori circolanti, dacché nemmeno alla ricchezza mobile sia ornai più dato isfuggire ai tributi. Avvegnaché le imposte sieno la minore quota de’ dispendi patrimoniali: e dove pure la fortuna mobile divenga, a pari di ogni altra, tributaria, ciò non vale a confortarci del passato in cui non l'era, o del presente in cui l’é dammeno della ricchezza terriera. Tra gli altri dispendi quello della milizia, soverchio dov’ella racchiudasi tra cure cittadine, ed iscarso quando s’allarghi nei campi a lottarvi co’ banditi. Gravissime le spese per la igiene e polizia, e noi vedremo con che frutto. Umile e invilita la istruzione, sicché assorbe appena un quindicesimo d’ogni reddito. Il nutrimento all’intelletto poco meno che posposto all’altro che li chierici dicono il cibo dell’anima, le spese del culto, le quali ammontano anch’oggi alla metà di quelle per la cultura: sebbene via via con la luce de’ tempi dispaiano li pregiudizi: il clero impaurito allarghi le mani sue rapaci: le comunità gli armino in viso un reciso diniego a propine: lodevole ammenda ma non intiera. Gravi i dispendi pei lavori publici, dove si pongano a fronte delle opere e vie ove spargonsi: esigui dove considerinsi le necessità della regione. D’altri riflessi intorno ai dispendi terremo conto via via accennando alle funzioni della vita municipale.

XVIII. Ora degli ordini o cautele che ne preservano la finanza. Lo stato de' municipi è quasi ovunque una incognita: o non meno dubbio di quel sia, per le cagioni discorse, il diritto sovra immobili, da lustri e lustri venuti in balia di usurpatori, tra la dispersione de’ titoli che ne rivendichino il dominio. Primo ordine di finanza, il segretario mutato in compilatore di bilanci, in arruffacifre dei rendiconti. Quelli nel nome della giunta e del consiglio: questi a conto de’ tesorieri. E quà. e la nondimeno, havvi l’abito di operare i dispendi a libito, senza limite di categoria o remora di bilanci redatti poi poco meno che a spese consunte, onde niuna legge regga i municipi, nemmeno la propria. O dove mai compilansi a tempo, non sono l’opera o il lume della rappresentanza esecutiva sollevata, con ingenuo infingimento di legge (43), ad ufficio maggiore di quel che, racimolata in comunelli privi di lena e mente, ella sappia intendere: ma di quel solo che tra semplici è più destro, tra miopi è lince, tra incuranti ei solo armeggione e mestatore esimio dell’azienda. Ed egli il redige a libito proprio, vana lustra la balìa di discuterlo che la legge concede al consiglio (44): niuna potestà negli uffici tutorii di correggerlo, a meno il caso d’oblio di spese obbligatorie (45): e il visto che pur vi appongano è solo per forma (46). Incerto poi lo stato delle gestioni annue, laddove l’obligo de’ rendiconti male o tardi si osservi, e monchi ed inefficaci, altro vizio di legge, sieno li costringimenti a produrli e a pagarne i residui, dacché le antiche discipline, esse sole valevoli (47), abrogaronsi( )(48). Onde poi li municipi, volta a volta inconsci del loro stato e tocchi di isterilita, male rispondono ai bisogni e lai della popolazione, o di frequente non hanno i mezzi di sopperire ai servigi loro confidati. I tesorieri, cosi sfuggendo per più anni all’obligo de’ rendiconti(49), usi ormai ad osservare una sola legge, il volere proprio; o scaduti di ufficio rimanendo alle mani loro, e nulla avverrà di meglio in sino a che la legge non si corregga o rompa da il suo silenzio (50), una cospicua fortuna. Niuna guarentigia valevole, altra lacuna di legge, s’ha poi nello squittinio de’ tesorieri. Fino la balia ch'essa consente ad ogni comunità di averne uno proprio (51), è grave cagione di danni: recando questo frutto che nissuna elegga a quell’ufficio chi poi raccomandi allo stato per la esazione de’ suoi tributi: onde alla gestione municipale vengono meno fino le scarse guarentigie ch'offrono. gli esattori a conto dell’erario: ne’ quali, alla loro volta, mancano titoli che cautelino le riscossioni: per modo che e lo stato e i municipi corrono la fede di tesorieri senza cauzione. Strana incuria, gravida di sconci: grande novero di sospetti: processure molteplici, avvivate dall’abito di calunnie: qualche colpa.

L’ufficio di tesoriere in tanti modi invilito, e respinto dai buoni o doviziosi, cade cosi alle mani d’uomo di 'prestanza o servo di gleba, e fino di uscieri: sollevati cosi da scopatori del municipio a raccoglitori della sua pecunia! Accade allora che il segretario o chi tra i rettori n’ha più talento, mesti a manica alzata entro di quella, e scomponga e arruffi la intiera azienda: e di ogni guaio, opera di tanti, vi ha poi un solo reo, quei che meno sa leggere tra selve di numeri o scapolare fra i perigli di cui è irto il cammino ove lo trassero, il tesoriere che non sa d’esserlo! Al di sopra di esso, quasi altr’ordine di finanza, i membri del municipio alla loro volta maneggiatori della pecunia comune (52) o imprenditori d’opere o fittuari de' beni, assicurandoli il silenzio o l'incerto e sfuggevole disposto della legge che ne governa (53). Nel quale tramestio di mille mani, i servigi publici. la regolarità dell’esazioni. la parsimonia o fecondità, delle spese poco o nulla s'invigilano: e l’ufficio del consiglio che pure ha da consentire le entrate, deliberare i dispendi, raccorne le prove, rivederne i conti (54) l'è nulla più di vana lustra laddove un solo, come avviene nei comunelli, fa, disfà e mesta per tutti, irridendo la ingenuità della legge, la quale ovunque presuppose riti o forme e ordini ed autonomia vigorosa di municipio. Malagevole poi alle autorità tutorie è lo antivenire cosi gravi sconci, lo scuoprirli dove non recansi esse sovra luogo, e il reprimerli sino a che niun’arma offra la legge contro a’ restii nel rendere i conti (55); per la riscossione de’ civanzi sieno da serbarsi le lente forme civili (56); contro ai rettori sconciamente divenuti gestori di pecunia (57) e fittaiuoli de’ beni e imprenditori di opere comunali (58) non v’abbiano che vaghi divieti o censure che non si traggono dietro pena di caducità ed ammenda; e insino a che la vigilanza sul bilancio avvenga per forma: onde accade che ai giudici de’ conti sia i legge la legge del bilancio, né loro è dato disconoscere dispendi che da quella hanno la origine, anzi la sanzione (59). Arrogi la mancanza di legge sulla contabilità de’ municipi, la quale sancisca norme e regolo assolute al riconoscimento de’ dispendi, pena la nullità loro dove quelle non s'osservino (60). Ché dove talun rendiconto susciti dubbiezze nell’animo de’ giudici e dimandino prove, eccoti il tesoriere, o chi per esso, ad armeggiare, fino a che abbia tolto a quelli ogni scrupolo, o squadernando loro quanti disegni, perizie, collaudi, e notule e farraggine di prove possano valere ad attestare, per via d’esempio, la compiuta costruzione di un ponte ch'abbia a discendere tuttora dal cielo perché vi salgano alla loro volta gli ingenui. E, qua e là, in cotali artifici o giunterie li hai tutti aa una voce concordi, sindaco, giunta, consiglio, e quanti altri rettori abbia il municipio, a rimeritare la legge che poco meno gli concedé balia di governucolo (61). E dove li accomodi il non dirsi contenti della sentenza attenuta, s’armano altre macchine di guerra e artifici e giungesi al suprèmo ordine della finanza comunale, la Corte dei conti, innanzi la quale chiudesi ogni armeggio o procedura: con questo frutto, che negli stadi dalla compilazione del rendiconto alla approvazione che ne pronuncia il consiglia, al giudizio innanzi la prefettura, ed all’appello, rimane sospesa ogni virtù ed efficacia di que’ singoli responsi: e, insino a che la Corte de’ conti non li abbia conchiusi, viene meno, per la impugnativa del debitore, ogni via di esigere da lui il dovuto, tant è monca la legge odierna, ed ogni sicura notizia intorno le condizioni in cui, per le anteriori gestioni versi, il municipio. Cosi perigliano gli averi suoi: e le entrate, fra tante insidie, raro è corrano diritte e intiere alle uscite: o riescano davvero proficue.

XIX. Invano, per cagione d’es., qua e la si ricercano le vestigia ai quelle per la polizia: anzi direbbesi che nissuna città sia sede di un municipio, tanto è chiaro che niuno a quella attende. Colpa pur’anco la struttura de’ paesi sul ciglio di monti, e la incuria edilizia ornai secolare, male è dato all’occhio uso ad altre contrade, ove le cure della nettezza sono tra le notevolissime d’ogni comunità, riguardare senza ribrezzo lo aspetto di molti luoghi, a vie ritorte, nessuna rettilinea, asserragliate cosi che i venti vi si rompono e sibilano acuti: quà e la poi dirupate agli angoli, rotto il piano, cammino a balze, non vie. Rari sono i lastrici fino nelle più famose città: non abbondevole la selice: nel resto v’ha nudo suolo, spalmato di fanghiglia, ammorbidita dall'acque, appestata, come diremo poi, da' ogni maniera di brutture. Gli umili tuguri o le magioni de’ ricchi, a ridosso l’una dell’altra senz’ordine o rigo, quasi fossero dal cielo cadute a torre ogni filo di via ai paesi, non hanno numeri: quà e la si volle. farne esperienza ma, senza pregio laddove pochi sanno leggerli. Cosi il più delle viuzze o balze entro paesi non hanno nome; niuna poi l’ebbe da quel di benefattori o da glorie cittadine: ond’è che sugli angoli delle vie e piazze, ch'altrove sono le pagine del solo libro ch’ogni di svolgesi in sugli occhi del popolo, nulla egli apprende o lo ispira. Quel che narra uno storico inglese (62) della illuminazione di Londra e de' suoi avversari ai tempi di Giacomo II, va a capello della regione nostra. Oscurità nel più de’ luoghi completa, e perigliosa laddove le interne vie, male guardate dai precipizi, rischiano la vita di chi vi s’avventuri nottetempo: ma nondimeno i più spregiano ogni conato, a squarciare le tenebre si fitte: o pare gran meraviglia di luce quella di iscarsi e fiochi lumicini, a cento metri uno dall’altro, nelle città più notevoli. Altrove v’hanno ma non accendonsi: alla luce supplisce l’abito del l'oscurità, guida bastante per quei del sito.



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XX. Azzardoso è lo andare nottetempo per le vie, sendo l’ore in cui si spalancano le finestre e vuotansi vasi d’ogni umana bruttura addosso a chi non sia lesto a scattarne due metri lungi (63): perché nelle vie. è usanza di recar ciò che di torbido e putrido hanno le magioni da gettare fuori: altri siti da ciò, singolare struttura delle case non hanno. Accanto ad ognuna, in luogo aperto, v’ha l'immondezzaio: lo spargono ed accrescono gli animali che vivono entro paesi e vagolanti, quali i porci, per le vie e piazze: anzi secondo taluno, valgono invece a diminuirlo. Un municipio a chi s’industriava persuadere la polizia interna ed il graduale esilio de’ porci, obbiettò arguto: e chi allora farà la nettezza del paese? E v’hanno luoghi dove il fango sale forse ad un secolo: niuno mai la tolse: e le vie con tre palmi di quella secolare fanghiglia impiastricciata d’ogni bruttura, onde l'aura da lustri e lustri è pestilente. Così in una comunità ove la melma era maggiore, avvenne a chi scrive di udire dai vecchi che al disotto di quella era il selciato: i giovani lo negavano: come accertarsene?: con zappe e puntoni a smuovere e gettare sossopra il fango: scavando nella guisa di un campo, quelle ammonticchiate zolle di immondezze, si pervenne davvero al piano di selice: quel delle vie sbassò: l’aura, di pestilente, tornò pura. Ma v’hanno poi lungo le coste del Ionio o laddove a regione nostra si abbella del cielo di Puglia, città e paesi ne’ quali la nettezza è in pregio, le vie spaziose e rettilinee, il costume onesto, le magioni a quando a quando biancheggiate: quasi onde più spicchino da quelle de’ luoghi ove spalmansi d’ogni lordura e la rassoda o cementa su per le pareti fi. fumo che. non esce dai comignoli ma dalla soglia, mutata in bocca di calorico: e mai elle si biancheggiarono. Quando» poi come volle ventura, quà e la la minaccia di contaggio persuase a cure insolite di nettezza e si giunse fino a spruzzare di calce la faccia degli edifici, parve a un tratto che que’ paesi mutassero viso: cosi profondo fu il distacco di quel chiarore sovra di pareti e vie dianzi luridissime.

XXI. Non vi hanno poi né guardie, né regole di polizia, onde niuno la invigili, o ad esse non sia data virtù di legge. Si taluna pur ve ne ha, promulgata dai borboniani, mistianza di norme urbane e di rurali, di paure e divieti appena da medio evo: non risale a più in la di un decennio, e si pare rimonti ad un secolo e più: veglia ai dritti civili, offendendoli: alle industrie od ai traffici, per via di piacevolezze o soprusi,

Tra quelle poche leggi una avrebbe da governare Tricarico (64), ch'è paese de’ più popolosi, e fertile di ingegni e di forti spiriti, la quale, e valga essa a giudicare delle altre, fe divieto di accendere fuochi su per le vie ne giorni di lavoro: li consente nelle festività: non vuole si cammini di sera senza ragione o scopo: e si muova un passo senza lanterna: niega si balli su per le vie o lanciasi areostati in tempo di ricolti: vieta s’ammettano nelle osterie quei che v’abbiano a far risse: tace a quali segni riconoscerli, od entrati il modo di scacciarli: tutti li commestibili e le bevande, anco 1’acqua?, deggiono essere prezzate dal municipio: vietato il vendere a meno: agli spacciatori d’altri luoghi conceduto, gran mercè, di esitare i propri generi, ma ai privati soltanto: ai venditori del sito, proibito il recarsi di fuori a comperare nascostamente commestibili da estranei: la comunità guarentisce gli spacciatori, che vi convengono dai luoghi circostanti, dalle frodi, cosi è scritto, de’ còmpratori di Tricarico: i maccheronai sieno tenuti ad avere ogni ora copia di maccheroni, pena il divieto dell’esercizio o multe e peggio: le immondezze non si gittino fuori delle finestre che di notte, e che niuno passi in quel mentre: e si raccolgano poi su per le vi© due volte per settimana, il mercoledì e il sabato. A cagione di igiene è vietato lo allevare bruti entro le case, bene inteso che tra i bruti non si comprendano né li porci, né le troie. Cosi leggesi in quel regolamento ch'è a stampa ed ha sanzione di ministri di un re (65).

XXII. Tra queste regole di si strana polizia, di cui è ventura niuno invigili l’osservanza, e per le quali ai porci ed alle troie è conceduta palese cittadinanza, niuna ve n’ha che risguardi l’inacquamento di quei vasi d’immondezze che sono le vie. Ed havvi anzi di che stupire come tra le bevande, delle quali nessuna s’eccettua, a cui dare un prezzo, non si accenni quella che non ha minore pregio di altre, l'acqua pura. ché il precisarne il costo, in tanta sua penuria, varrebbe a consentire eque mercedi ai malaugurati i quali, curvi a fatiche da soma, la traggono da lontane sorgive schiantandosi gli omeri, o con tale uno strazio di donne e di fanciulli che suscita ribrezzo (66) od a persuadere il costruire fonti nel mezzo de’ paesi, secondo consiglia, tra l’altre ragioni, lo sparmio di quel ch'oggi ispendesi di pecunia e di sanità umana, a recarvela a soma di creature. Ond’è riputata singolare ricchezza quella de’ municipi ch'hanno una fonte: e Melfi (67) e Matera (68) è poche altri ne menano, a ragione, vanto: i più l’hanno da lungi uno o più chilometri, per fino il capoluogo odierno della regione. Scarsità lacrimevole, ed a pugni con le infinite sorgenti d’acque purissime e le lezioni dell’idraulica a volgerle dovunque se n’abbia duopo: per modo, lo usarla è privilegio di doviziosi; ed agli afflitti da povertà, ai quali è negato ogni sollievo o cura ai mali, spesso incurabili, sorbiti tra i miasmi, loro unica aura, viene meno perfino il farmaco dell’acqua: cagione poi di quelle infermità e scabbie o lebbre onde la creatura si sforma e non pare più cosa umana.

XXIII. In tanta malagevolezza di polizia, o incuria di guarentirla, più spiccano costumanze per le quali, offesa ogni gentilezza di animi, viene meno il culto de’ trapassati e insidiasi la sanità de’ superstiti. Anzi il brutale pregiudizio degli uni lottò con chi, in ossequio di legge, suggeriva che i defunti si recassero ricuoperti all’ultima dimora, sparmiando, lungo la via. che ve li guidi, agli astanti la raccapricevole vista, di cadaveri sovra di barella, da cui, tra cammini malagevoli, taluna volta ruzzolarono per fino nel fango. Maggior ribrezzo ispira l'irriverenza che presiede alle sepolture de' trapassati: onde il cristiano s'induce poi umile a chiedere se in verità fu barbara la età dei mausolei e delle catacombe: o se nella religione dei sepolcri siavi o no il più certo segno di gentilezza e di civiltà. Che diremo quindi della regione nostra, e se queste parole improntansi di severità, anco più vivo è lo affetto che le ispira, dove poche sono le comuni ch’hanno cimitero in sito raccolto e sacro alla religione dei defùnti?: anco laddove la copia dei sepolcreti, che via via tra le viscere del suolo si discuoprono (69), offerirebbe a’ viventi acconcio insegnamento della venerazione in cui gli antichi padri aveano i sepolcri? E nel più dei municipi, precipitati gli estinti a ridosso un dell'altro, abbracciamenti orribili, in caverne di chiesa sì ma nefarie, ove il lento disfacimento loro impregna gli abitati di miasmi letali. v’hanno ancora comunità, le quali, salvo il privilegio che ne’ tempi andati s’aveano gli ecclesiastici di essere sepolti entro le chiese (70), gittano i defunti in orticaio, incolto e poche zolle in sul capo, croce o ricordo nessuno: o dove si ponga, ma non accade, dalla pietà de’ congiunti, in. meno di sei mesi, per manco di spazio è giuoco forza smuovere quella terra sollevando pure l’ossa o le membra non anco spolpate o discuoperte da panni. Cosi a Tricarico. In tale altra, narriamo brutture che non han nome, frequente il caso di cani vagolanti per le vie, e rosicchianti uno stinco o teschio di fresco sepolto: sendo il camposanto convegno ai cani affamati: lo ingresso agevole pe’ muri di cinta diroccati: facile a quelli il pasto d’ossa umane, dove più sieno seppellite a fior di terra: e a chi scrive toccò vedervi poco meno che discuoperto un fanciullo sepolto sì di fresco, che i tendini, giunture di membra, non erano rosi. Vano il dire che alzando a un tratto di due palmi il terreno, e d’altrettanti il muro di cinta, fu guarentito durevole riposo all’ossa di que’ miseri. Ciò avvenne a Pietrapertosa. Altrove, a Montepeloso, la umana ribalderia sfruttava la singolare fertilità, d'un suolo umettato di cadaveri, tanto che se ne aveano poponi ed erbaggi meravigliosi: disperso ogni segno di tant’obbrobrio, venne restituita sembianza di cimitero e culto di defunti in quel campo nefario. Che più? Eravi una comunità (71) la qual nascondevali in un edificio neppur sacro, sotto il battuto di una stanzuccia a pian terreno. Altra, Muro, li gettava dall'alto di una roccia in una voragine che mette ribrezzo. Qua e la scalati poi da un muro di cinta senz’uscita, stanno e si putrefanno, a cielo scoperto, pasto a corvi. Questo seguiva in Ripacandida. Oltre che, in molti siti, erano cimiteri o sconci dirupi per gli acattolici, settaria persecuzione oltre la tomba: e per gli impenitenti, scellerato giudizio di mortali ai defunti: e pei neonati, sbanditi anch’essi dal cimitero comune, quasi a che pregustino quaggiù il limbo; valse però quà e la il distruggere quei davvero empi sepolcreti. E da ultimo in Salandra, erano due cimiteri: l’uno a cielo aperto, cinto da mura: 1’altro in una chiesa: niun’ingresso: murata la antica porta gettavansi colà i defunti da, un breve pertugio: come cadessero sul battuto cosi stessero. Erano acattolici? erano impenitenti? o neonati? o cristiani colà capovolti, senza uopo di seppellirli, a minore disagio dei becchini? o frutti e vittime del delitto? Niuno il sapea. Cert’è solo che atterrata, innanzi a chi scrive, la porta della chiesa, tra il silenzio e l'orrore degli astanti, apparvero monti di ossa confuse e disperse su quel suolo: le quali recate in una gran fossa di più metri per lato e profonda, la colmarono: lo scellerato edificio dalle fondamenta fu distrutto, a torre ogni segno di un orrore che si muterà in leggenda: nella guisa il pregiudizio volgare fantasticò allora di un fraticello, quel che rechiamo in nota a lume de’ costumi, e della fede a cui quei credenti si abbeverano (72).

XXIV. A que pietosi ricordi soccorrono altri conforti, e di più maniera scuse. Arrendevoli i municipi alle suggestioni di chi or quà or la li sollevi all’altezza di un culto ch'è d’ogni gente, quel degli estinti, e nel manco di cimiteri additi un nocumento alla salute, in più luoghi fu agevole infrenare le persecuzioni sacrileghe oltre la morte e li seppellimenti nel mezzo degli abitati o le sconcio jatture e gli strazi de' miseri defunti: compiere riatti ai cimiteri ove più appariva venuta meno ogni pietà di congiunti 0 cura de) municipi e persuaderli a costruire li mancanti. E valga il confidare vi adempiano: e v’adempiranno dove l’autorità del governo invigili ardita e sagace. E duri e s'afforzi ogni di più lo spirito avventurosa mente risveglio, per cui or quà ora la si resisté allo insidie della chiesa, riuscita fino allora a smungerò pe' fini suoi la pecunia ch'avrebbe valso a costrurre ben più umani sepolcri (73) non sieno gli orridi penetrati de’ templi: in cui invece ella mirò ognora a letiziare i vivi con riti e presepi. Il quale dispendio era disceso ai comuni ne’ tempi, a noi non cosi discosti che la memoria non li raggiunga, in cui senza parerlo, e n' addurremo a suo luogo le prove, tu tori de’ municipi erano gli ordinari diocesani: e ad essi fu agevole il persuadere li decurioni a que chiesastici aggravi, anco frodassero il riposo ai defunti, o lasciassero pure da un canto i dispendi ben più salutari all’intelletto que’ per la cultura. Epperciò da allora dimentiche le comuni de’ più civili e liberali servigi, indifferenti a’ guai agli strazi della plebe, meno la sovvennero rivolgendo ad istituti od opere proficue la pecunia gittata in riti e feste e baldorie parrocchiali: onde meritarono nome di parrocchie: in nissun poi suscitando quel senso di gentilezza e di carità purificatrice, a cui invita la religione civile de’ sepolcri.



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XXV. Nella guisa scarseggiano le cure ai defunti, non abbondano quelle per la sanità de’ vivi: sebbene cosi numerose sieno le cagioni che le recano nocumento. E quantunque le perdizioni de’ gittatelli, le morti violenti, gli incendi, gli omicidi e l’altre insanie di comunanza sconvolta, e il rigore della legge contro ai nemici d’ogni legge, e la disperazione egli stenti che guidano al suicidio od a morire, come più volte avvenne, fino di fame e freddo, così abbondantemente dissanguino nella regione nostra la specie umana. Direbbesi perfino si pospongano ai defunti i vivi: a nissuno de’ primi mancò invero il conforto della religione, o tardo o sollecito giungesse: agli altri bene spesso o l’assistenza di quei dell’arte o i farmachi. Del nascimento per cosi dire niun’ha cura: rare levatrici: altrove donnicciuole, con un tal quale abito a’ parti e con quanto profitto delle assistite sallo Iddio: nissuna d’esse è poi da’ municipi destinata alle miserabili: quasi che i poveri abbiano a nascere da sé. Dal nascimento all’innesto breve è il passo: ma l’attraversano i pregiudizi volgari, che al vaccino sottraggono fino a cinque migliaia per anno: ond’il vaiuolo, avvalorando le previsioni della scienza, più infuria e miete. Verrebbe allora la volta di quei dell’arte e dei farmachi. Ma in molte comunità non vi ha né medico né chirurgo: e peggio anco del non esservi, havvi chi ne fa le veci, senza averne la scienza. Del pari laddove mancano farmacisti, prepara i farmachi, e sa Iddio quali, Un maniscalco: ha grida: da lui accorrono: e pare buona ventura ch’egli almeno vi sia. Od avviene in tale una inopia di esercenti sanitari, che agli infermi bene spesso niuno presti le cure dell’arte, o giunga il medico da comune attigua e tardi: od innanzi il farmaco arrivi da più chilometri lungi, lo infermo non sia più di questo mondo. Di veterinari, per quant’è vasta la regione, pochissimi: di flebotomi men che meno: chi ha sangue da gittare o lo trattenga o s’apra la vena da sé o s'affidi al primo incontri per via. Dal nascimento alla morte, tra queste malagevolezze di cura, chi sovviene poi in ispecie i più miseri? Non v’hanno ospedali, a meno di scarsi e accolgono rare unita, onde non se ne avverte il beneficio. Per la vecchiaia nis sun ricovero. Cosi avviene che quante umane infermità affliggono la vita, qua e la poco meno che in balia di sé, indarno invochino da’ municipi sollievo di cura e gratuita. Ebbero dalla legge la potestà,anzi l’obbligo, di provvedervi: ma o l'incuria che tutto assidera, o l’inopia di esercenti e di studiosi l’arte medica, induce le comuni anco in ciò a venire meno all’ufficio di padre-famiglia: e l’uomo preda delle infermità spira tra l’universale abbandono (74): o la prece del sacerdote e la palata del becchino, in taluni luoghi sono le sole cure ch'ei possa riconoscere dalla comunanza. E l’isterilità ella specie umana, accusatrice e vindice di questi guai, informi.

XXVI. Diremo qui se più prosperosa della sanità sia nella regione nostra la cultura degli abitanti. Fu un tempo, e da noi è solo discosto di sei anni, nel quale era arte di regno il negligere o lo spregiare ogni grado di istruzione (75): i cultori in voce di libertini o peggio (76): di ogni libertà la più perseguita quella del pensiero (77): gli ingegni facevano paura (78). Onde niun vestigio di quel governo appare negli ordini dell’insegnamento: il sommo dell’arte era non ve ne fosse alcuno: né università, né licei, né istituti in fiore e fecondi. Di asili infantili, trentanni dopo Ferrante Aporti, ignoto nella regione nostra fino il nome, ché la pianta uomo, dammeno d’ogni più misera pianticella era legge non avesse né cure, né cultura nel suo sbocciare: dannevole incuria di fanciullini, da quando saltellano alla vita su per le vie e ne corrono i perigli. in luogo di que’ primi rudimenti (79) ch'è il pane delle menti, onde si dischiudono ai primi segni, que' del compitare, i quali per quel governo erano segni o gergo della cospirazione del pensiero (80). A tale potea spingersi la paura,che li curvati sudditi si sollevassero a dignità di cittadini. Qua e la talune scuole elementari alle mani de' chierici (81), sola istruzione la religiosa ed avea da bastare ad uomini, i quali volevansi timorati di Dio, de’ santi e del principe e nulla più. Erano pe' maschi e non per le femmine. Serve degli uomini, niegate ad ogni civile brigata o di mettere il capo fuori di casa, a meno che pe’ riti di chiesa; ventre a incontinenza od a figliuoli o mucche degli altrui, a che istituire scuole per esse? o dove vi fossero a che rapprendervi pure il leggere? (82) Nelle maschili gli alunni erano in ragione della singolare protezione e dell’incuoramento che si aveano. Gli stipendi metteano gli insegnanti a pari di servi: i templi dell’istruzione le avrebbero tolto decoro se essa potesse perderlo. Di scuole serali bandito fino il nome (83), quasi si temesse che un raggia di luce scendesse fra gli operai o s'educassero a dignità di uomini quei ch'erano a pari di bruti. Cosi alle, meno avventurose tra le classi e sospiranti una luce, qualsiasi di cultura, risposto con l’obligo a’ principali delle officine di ricercare un prete il quale vi disperisasse la istruzione de’ miracoli (84). Quà e la convitti femminili ov’era un solo culto quel dell’ozio corruttore niun segno di vita operosa e educativa: niuna istruzione, non par vero, meno quella del leggere e dello, scrivere. Che più? taluni di maschi per l’arte dell’armonia e null’altro, quel di Avigliano: per la cultura, di un podere, model d’incuria, quel di Melfi: analfabeti prima e poi. Seminari nutriti nella fede ch'è(; )alla ragione nemica, vivai di chierici non di cittadini, sudditi a Roma non alla maestà civije. Alle necessità di industrie; le quali meglio che isvolgersi hanno da nascere o sospirano una istruzione tecnica, risposto con il torre fino ogni carattere di laica alla scuola secondaria, infeudandola ai chierici anzi ai gesuiti (85).

Alla necessità grave di non arrestare gli alunni alle nozioni classiche, che sol deggiono essere gradino a maggiori studi, corrisposto con il bandire, non par credibile, ogni genia ai studenti dall’unica università del reame, Napoli (86)!. Le secondarie sollevate invece a superiori (87), senza niuno ausilio da musei, gabinetti, laboratori, po’ quali dan solo frutto le scienze fisiche od esatte: onde s’allargò il solo studio che non n avea duopo, quel delle leggi, moltiplicando i legisti fino a soverchiare di numero li dritti che gli abitanti abbiano da difendere, e conviene crearne od inventarne altri: anziché farmacisti e medici, e chirurghi, od architetti, matematici, ingegneri a costruire opere di cui si ha tale penuria, avvivare il suolo ora in tanta parte isterile: ed ogni altra gente nutrita delle nozioni di cui più aiutansi le industrie, i traffici, le arti e la ricchezza.

XXVII. A questi guai di tenebre fitte in pieno secolo civile, o ai cultura artificiosa, procace meglio che proficua, male si porsero rimedi o se ne coglieranno i beneficii solo dalle generazioni novelle. Dapprima perfino la cura di difendere le proprietà e le vite dai malviventi o indigeni o venuti d’oltremare, e ne discorreremo più innanzi, tolse ogni agio e quiete a diligenza di ordini civili, e, tra d’essi, per quei dell’istruzione. Di poi la necessità stragrande di scuole, sollevò a ufficio di insegnanti, quanti sacerdoti cultori di una sola libertà, quella del costume, o ripudiati dalla chiesa e smessi gli abiti suoi per que’ del secolo, erano in maggiore mostra: e fu il minor male. Altrove d’ogni specie individui, e donnucole use a biascicar pater ed ave, e fino analfabete, non par vero, ma a noi accadde giudicarle: onde il primo esperimento dell’istruzione le tornò contro. Qua e la s'ebbero insegnanti idonei, ma rari: ed avessero pur valso di esempio!: o di scuola vi fu il nome (88), fin il maestro, non gli arredi, non il locale, non gli alunni (89): a tale poterono giungere municipi, primi a dubitare dell’ufficio o culto della istruzione (90) onde poi in più siti si doverono creare (91) poco meno che dal nulla i templi sudi: e nemmeno dovunque (92), nella penuria di maestri idonei, laddove quelli che avrebbero da esserlo non furono mai alla volta loro discepoli: non si dischiusero ad essi i templi ove ora avrebbero da sacerdotale. Per il che nella esperienze di esami magistrali vennero rimandati pressoché tutti gli accorrenti: e in tanta necessità di sbattezzare per ignoranza molti de’ maestri odierni, niuno vi ha con cui supplirli. Anco da scuole normali, l’avvenire, meglio che il presente, ha da ripromettersi i beneficii. Similmente qua e la fu taluna prova di asili infantili, esempligrazia in Melfi: un seminario divenne liceo, quel di Mater. i, la città capoluogo: l'istituto agrario di Melfi si battezzò di agronomia e agrimensura, e l'è a dir vero, e tale sarà, di quasi analfabeti, laddove scuole elementari o secondarie non li dirozzano non li avviano ai maggiori studi. E nondimeno, per quanto valga è anch’essa sementa la quale germoglierà nell’avvenire non per l'oggi: in cui, non alzandosi il termometro della cultura, dura pertinace la vegetazione sola de’ corpi, esangue ogni energia civile o vita dello spirito (93).

XXVIII. In ogni ordine sociale avviene di scorgerne i lamentevoli effetti. La plebe la quale segnasi, sobliga, giura per la croce: muta anzi il nome proprio in un segno di croce (94): cirenea perpetua: e nulla altro mai Apprese; non bazzica scuole, deride fatuamente ogni istruzione dalla quale non ha ad attendere pane, e né sa quel che profitti. Tra le donne sono rare eccezioni quelle in voce di colte: non soverchie le altre use a dipingere meglio che scrivere il nome proprie: e v'hanno luoghi dove nessuna il sa: ché dalla creazione del luogo ad oggi non vi fumai scuola femminile (95). Fra i cittadini, talune nozioni di leggere e scrivere e far di conti, tanto da tenere ricordo de’ domestici negozi e nulla più: altri, e non soverchi, intinti di un po’ di storia greca e romana (96), e con un gergo o dialetto biancheggiato di italiano (97): ma poco inclini a usarne: scrivere lettere gli è pure un gran pensiero: e male s’avvivano per essi li servigi od uffici postali: muto è il telegrafo. Inopia grande di libere professioni ed arti belle e sanitarie: abbondanza come dicemmo, di legisti, sicché vuolsi costrurre un ponticello, sorreggere una tettoia, misurare un suolo, contrastare alle infermità, apprestarvi i farmachi, avviene di sbattere prima il capo nel muro, e indarno, a rinvenire un ingegnere, un architetto, un geometra, uri chirurgo od un medico, un farmacista (98). Arrogi il clero, del quale diremo altrove la sua scienza valevole a scalare un beneficio, e i suoi templi di istruzione: ed hai quanti ordini intellettuali annovera la regione. Fra tutti, da otto migliaia di femmine con talune nozioni di lettere. ch'è appena il tre a cento: la media della penisola è di dodici a cento (99); de’ maschi, sovra un centinaio, appena quattordici non digiuni dell’alfabeto: nella penisola fino trentatré. Fra ambedue i sessi annoveransi poi da quattrocenquarantaquattro. migliaia su mezzo. milione di abitatori, più meno di nove decimi, senza nozione alcuna di lettere, e incapaci a compitare il nome proprio (100). Larghezza di piaga, della quale in ogni faccia della vita riflettonsi i perniciosi segni.

XXIX. Ricercasi a mo’ d’esempio come la cultura, alla quale non è dato improvvisamente diffondersi dalle scuole, si sparga dai pergami?. Li ricattano, poco meno che ad appalto o scrittura, frati ed altre genie di, pigri e rozzi fuggifatica, i quali convertito il pergamo in bigoncia, t’empiono le orecchie di sciagurati miracoli, sangue che bolle, occhi che balenano, membra che s’agitano, oro che si strugge, argento che s'avviva, morti che risuscitano, e cielo e inferno zeppo di carboni, a pezzi che paiono travi, che sono monti di fuoco e struggerebbero un mondo: che dire poi di un dannato a quel fuoco eterno? Queste e simiglianti contumelie e giunterie, le udi chi scrive, lardellano quel singolare cibo dell’anima che ha da essere la predica: e cosi seducano alla fede od alle virtù cristiane quegli abitanti (101). Dimandasi come da’ teatri, che pur’essi avrebbero ufficio didattico, discenda sementa ch'educhi, ingentilisca, avvivi la vita dello spirito (102). Nel più de’ luoghi non ve n’ha alcuno: altrove la umiltà li costringe a rimanere chiusi: o, quel ch”è maggiore indizio, fossero pure aperti, radi i frequentatori. Non da più ne’ caffè che pur varrebbero a geniale ritrovo o trattenimento dello spirito. E men che meno si diffonde la cultura dai giornali: rari ne giungono e non si potè stamparne mai, sopra luogo, un solo: in tanta copia di analfabeti, pochissimi i lettori: cosi quel criterio infallibile di istruzione ch'è il numero dei giornali o quel dei lettori, conforti le nostre premesse. Tant’è che in niuna altra regione, meglio che in questa, fu più agevole ai borbonidi l’invigilare (103) alle letture di giornali perché radissimi (104): e le pubblicazioni di opere (105) dove era una sola tipografia, e di burocratica continenza (106), e la censura preventiva fu arnese da risa o da polizia (107): e cosi la. introduzione di libri (108) laddove non fu mai un libraio: e gli acquisti che li comuni e li privati per qualsiasi modo ne facessero, non essendovene mai stata, a gran conforto del Borbonide, singolare vaghezza (109). Anzi le biblioteche private risentonsi, più che non si vorrebbe, della difficoltà di comperare libri (110); scarseggiano fino nelle magioni degli studiosi, fino in quelle de' curiali, checché sia la merce del loro trafficare: de’ preti poi, per castimonia, non si dica; qual armi viete, non rinverresti nelle case loro, a frugarvi un secolo, una ventina di volumi; essendo ornai persuasi non aver d’uopo di sapere, e con il messale siavi di che mutare in sapientissimo anco un ciuco. Biblioteche publiche, nella regione vastissima, nissuna: delle rare antiche, niuna diligente custodia (111): solo in taluni conventi, qualche centinaio di opere, ma preda di tarli e topi. Sicché nel giorno in cui i claustrali ne furono quà e la discacciati, vedemmo strazio si sconcio di libri, da creare un codice a bella posta contro quei, meglio che studiosi e custodi, borsaiuoli o distruttori dell’ingegno altrui. Né le comunità, ricuperandone le opere, furono poi sollecite a trarne partito; onde il più di que’ libri, giace tra le tignuole e le rosicchiature de’ topi, sola specie di studiosi che ottennero fin qui. Duri cosi la ignoranza, poco meno di universale, sciagurata, contennenda laddove, più che altrove, è fomite a’ delitti, a insanie di plebe ch'ha terribili istinti e caldezza di sangue per cui, agitata sia, a pari di bruto diviene furia: essa che non ebbe orrore di abbruciare vive, come accadde or fan dieci anni in Sanfele e in Potenza, più donnicciole imputate di sortilegio, o di veneficio (112): e di questi giorni sbalestrarne altre in un rogo a San Paolo, e rompere o schiantare, a minuti pezzi, membra di vivi in Tolve. Laddove creature. umane per altre cagioni, e come narreremo a iosa nel terzo libro, perirono impalate, e si recisero genitali, forbiciaronsi volti, si lessarono orecchie, si rosticciarono membra di uomini di donne e di fanciulli: e vi fu ehi si nutrì di quel pasto. Dove le fucilazioni dei banditi, spremono grida feline negli astanti, e ognora, quasi accorressero a tripudio, innumerevoli. Dove ordini di cittadini, avuti il disopra co’ briganti, alla loro volta li fanno in pezzi: od uccisi ne distaccano le teste, per lenta opera di coltello; cosi avvenne a sei ne pressi di Incarico; ed afferratele per le chiome ingrommate di sangue, te le recano di lungi, te le mostrano quasi a presente, e, per poco non te n' avveda o non li arresti con il grido e con il gesto inorridito, nel volgere del discorso te le poggiano, tanto perché tu meglio le rimiri, fino sovra il desco!



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XXX. Né quel che sparmiasi per l’istruzione, va speso più proficuamente per la milizia: né gli abitanti, raccolti nelle sue schiere, meglio si dirozzano o si nobilitano. ché nel modo l’addestramento all’armi, ai tempi gentili e del medio evo, fu la istruzione classica di ogni ordine di abitanti, riuscirebbe anch’oggi, per chi altra non n’ebbe, un primo esempio e grado di istruzione, e di associazione tra di essi feconda, o almeno un farmaco all’ozio ribelle ad ogni fatica, sia pure quella di milizia. Accade all’incontro che lo stato le consenta armi, perché la penuria loro non iscemi o cancelli l'affetto al servizio: la sovvenga di munizioni: li municipi, taluna volta di divise, aneli esse a imprimere unità ad ordini scomposti: scrivansi i militi in legioni, in battaglioni, in isquadre: eleggansi gli ufficiali: v’abbiano giudici della disciplina, e correttori di quei primi lor giudizi: che più? un organamento per il servigio che dicesi ordinario, un altro per quel di riserva: dipoi un ultimo per quello di milizia mobile; e ruoli e vessilli e armi e duci anco per essa: nondimeno la istituzione intiera, e peggio per chi noi vede, null’altro è che un innocente infingimento: nella legge e ne quadri vi ha ogni ordine di milizia; ma la non si cerchi, che non e è.

XXXI. Molteplici ne sono le cause. Dapprima l’abbiezione in cui, nella regione nostra, vivono i più, niega loro quella tal quale coscienza di sé, che nei corpi dove la disciplina non è legge o non è ferma, è il solo sprone a adempiere i doveri di milite, a pregiarsi d’esserlo, a custodirne o rivendicarne i diritti. La umiltà delle fortune, anco al disotto di quel che nei comunelli ha da essere, secondo vuole la legge, il segno della miseria e dell’esenzione, riduce tra noi, a quel modo dicemmo degli elettori per le magistrature popolari, ad esile cifra anco i militi. Né la legge dapprima promulgata nel mezzodì, per quanto sbassasse il censo degli iscritti, giunse a doppiarli; tante miserando lo stato de’ più: né quinci poteronsi escludere davvero tutti quelli a cui il servigio pure di un di lo peggiori. Avvegnaché iscrivendo alla milizia solo i censiti o quelli che superino, a seconda de’ luoghi, il limite di fortuna richiesto dalla legge, od abbiano di che vivere per la durata del servizio, non s’avrebbe più vestigia di milizia, o squallida si ridurrebbe a poche diecine: e, come avvenne tra noi, spregiando invece que’ termini, s’ha un accolta di mendici, ai quali chi presta il pane nel di del servigio? Arrogi quel che l’esperienza ornai dimostrò, non riuscire la milizia ad organarsi che ne’ luoghi ove più numerosa; il che non le accadde in nessuno della regione nostra, ove non s'hanno centri popolosi: e la serie de’ motivi per cui in nessuna parte del regno ha vita o l'ha con danno delle private bisogna, ed utilità dubbia o remota, Che dove abbiano da prestare servigi solo per forma, a che sottrarre i cittadini alle,domestiche cure? a tutela dell’ordine? non se n ebbe mai segno nei centri minori. Onde la coscienza pubblica s’inalbera al ricatto di benestanti per cure isterili, o di miserabili per servigi senza compenso: per gli uni e gli altri già grave il tributo della leva, durevole per anni, senza uopo di mutare per di più, come nei luoghi ove più universale è l’indigenza, in militi cittadini quei che, a cogliere magro pane, di per di rivolgonsi alle cure de’ campi.

XXXII. Per le quali cose o non hai cittadina milizia od ella ti appare sorda agli appelli, ond’è fatica enorme il riunirne poche diecine: niuna disciplina dacché niuno davvero l’invigila, e la impunità è costume; e si infliggessero pene, tornerebbero di molestia grave o di ruina a’ miseri braccianti, dai quali nissuno, nemmeno la ragione pubblica, ha diritto richiedere servigi, senza in quel di sostentarli di cibo: arrugginite l’armi; niuna destrezza nell’usarle: rade le uniformi, e chi può sopportarne il dispendio?: niun spirito di corpo: ovunque segni dell’incuria, o del non sapere nemmeno se vi sia o non intendere a che valere possa quella singolare milizia. 0 dove ella esista, almanco in embrione, avviva gli odi tra gli abitanti, lo imperio de’ notabili, l’arti per cui i più, indotti dall’invilimento in cui ell’è, cercano sfuggirla; e l’esservi è un manco di grazia, e il non esservi è privilegio, tra gli altri de' benestanti; complici o silenziosi i consigli, in cui essi soltanto seggono. Ond’avviene poi ella riesca composta in guisa sia specchio delle bruttezze del passato, non meno che degli umori dell’oggi: vi spiri l’alito delle accuse, l’abito del misfare e impune, fino di connivenza co’ banditi; bruzzaglia di plebe non milizia, non l’anima o il presidio della comune: quà e la più ad offesa de’ buoni che non a difesa contro i perversi (113); i perversi, taluna volta sono gli stessi militi.

Basti che in una comunità, sovra di trecentrenta iscritti, duecendiciannove apparivano processati per delitti comuni; solo cent’undici gli immuni: tra quattordici ufficiali, sol quattro. Né tutti davvero rei, sibbene maculati gli uni dagli altri; perché tra il prepotere de’ notabili e l’irosa sommissione dei plebei, nel terreno che li divide, ch’é campo alle loro tenzoni, si palleggiano l’infamia. Quest’è la milizia che vuolsi di tutela all’ordine, anco laddove nissuno lo attenta, e di presidio al luogo natio; onde meglio appaiono i vizi dell’istituzione scorretta. Composta cosi, in specie ne’ minori luoghi, di una turba di mondici guidata da pochi notabili, vari degli uni e degli altri lottarono, talune volte gagliardamente co’ banditi, ma la milizia cittadina, per cosi dire, giammai: non nell’ordine in cui erano ne’ suoi, ruoli, ma in quello a cui la voce del patriottismo, la difesa degli averi, delle famiglie li invitava; non raccogliendosi nelle compagnie e nei drappelli, ma scalando quei quadri senza vita e pregio: con a capi non gli eletti da quelle, ma i più baldi: ispirati non alle leggi della disciplina e dell’obbedienza, ma al valore e all’ardi’ mento di squadre improvvise, raccolte da ogni luogo, nelle quali era legge l’umore del di, il volere dei capitani, la voce dei perigli. Così ne’ tempi di quiete la milizia non educa, non afforza i suoi ordini, e nei cimenti si scavallano, ripudiansi.

XXIII. Più perniciosa scuola era nondimanco la leva: che non se n’ebbe mai altra di morale cosi sconcia, di giustizia si sospetta, di ingiurie ed odi cosi implacabili: v’apparivano tutti i segni di una società sconvolta; il servigio reputato una pena; l’onorata divisa del milite posposta al guarnello del bandito; la cernita VIIIpesa quale una tratta di umana carne. Niun altra frode, regnando i borbonidi, fu in verità più ribalda, giungendo ella fino a frodare alle madri più misere i figliuoli, a preservare quelli d'altre più avventurose. E nemmeno può dirsi fosse giustizia vendereccia: che la grazia degli uni era la ruina degli altri, ma giustizia era mai per nissuno (114). Non era la leva un imposta la quale si riscuotesse e al tugurio del povero ed alla magione del ricco: e che ne' modi di ogni altro tributo, meno scotta quando niuno predilige: si gli era un carnaio di indigenti tra le risa de’ benestanti (115); quelli vittime immolate in sull’altare delle frodi, questi i carnefici. E perché se ne colgono anch’oggi i frutti, ci facciamo forti delle parole con cui uno del mezzodì, il Racioppi consacra all’infamia quel vituperio. «Vero mercato di umana carne: ove stretti in camorra (la nobile industria ha diritto al suo proprio nome!) medici esperti, giurati, commissari, impiegati, distendevano una rete di ganci e di lacciuoli da ogni piccola terra alla città capo della provincia, da questa alle sedi delle controvisite, dagli ospedali ai dicasteri (116). Ventura per chi avea da gettare un offa a quelle bande di malandrini insediate nei publici uffici, dai quali compievasi cosi ogni anno non la cernita de' nati, ma de' mendici. Accadde invero a chi scrive, di richiedere un di a una accolta di censiti, in quale guisa regnando i borbonidi avessero adempiuto al tributo della leva: si volsero l’uno all’altro e di poi, mal trattenendo le risa, conchiuse ognuno d’esserne sfuggito per vie ritorte (117). Le quali brutture, che un di furono di publico costume, istanno tuttora cosi scolpite nella memoria de' null'abbienti che invano loro dirai il servigio della milizia oggi essere un tributo che niuno risparmia: li ricchi non potersene esimere: neppure al re essere conceduto favorirli: in viso a chi ti ascolta, leggerai la meraviglia e la incredulità più impavida. Ed avvenga che taluno de' notabili scampi al servizio per cagioni le più oneste, niuno torrà mai dal capo agli infimi, tant’è la voce del costume, che ciò non sia perché è galantuomo – intendi uomo a cui tutto è lecito – ed ha amici al capoluogo Potenza, che a giudizio di quelli è il crogiuolo d’ogni infamia. Di loro che il lavoro non è una pena, che la milizia solleva i figli della fatica, i servi della gleba a dignità di cittadini: né meno avverrà che quanti il possano, sfuggano quel singolare onore, anco a rischio della pena di renitente. Né le ultime leve offrirono, ogni anno, nella sola regione nostra dammeno di trecento sfuggiti alla milizia per una vita di colpe e la fine del bandito, proditoria morte o galera (118). E. forse, per quante s'usino diligenze, non mancheranno pur oggi lenocini e frodi a scampare dal militare servizio: e chi sa che taluna volta, per la imperfezione d’ogni cosa umana, non approdino. Avvegnaché prima cancellinsi le memorie della più ribalda tra le persecuzioni di notabili contro a mendici: pria s’amicano ordini fra cui l’uno frodò all’altro ogni bene, fino i figliuoli: pria sollevisi nell’universale coscienza un ministerio il quale non pure si parve racimolare solo pezzenti ma perfino volta a volta i malviventi (119), ripudiando invece gli spiriti eletti (120), e scese all’imo d’ogni più nefaria bruttura: o innanzi si nobiliti il soldato (121) che fu dorso a battiture sconcie, od a più sconci obbrobri; e mutisi cosi il pubblico costume, voglionsi lustri. Né davvero, prima che trascorrano, dimenticheranno i più come unico refrigerio o scampo al militare servizio l'avessero i miseri nelle infermità ond’erano afflitti (122): per le quali anch’oggi, nemmeno a volontario mercato di sé medesimo vale, volta a volta, l’uomo di plebe; che oltre un terzo riescono inabili alle fatiche della milizia (123): colpa la inopia di servigi sanitari, li patimenti troppo più maggiori di quel che la civiltà consenta, onde innanzi tempo le vite recidonsi, e de’ quali vedremo tra breve le feroci vendette.

XXXIV. Ora se di cosi sterile beneficio riescono gli ordini del municipio alla massa degli abitatori, riguardiamo come la beneficenza sovvenga a loro infortuni, ne’ modi che le sono propri, di accogliere infermi in ospizi, altri provvedere di farmachi, dotare fanciulle, incuorare agli studi, beneficare orfani e gittatelli e ogni specie di miseri, sorreggere coloni nelle carestie per via di mutui e di più maniere soccorsi. Ma grave contrasto avviene di scorgere tra i luoghi pii dell’alta e centrale penisola, e que’ del mezzogiorno. Colà istituti civili, tra noi né civili né ecclesiastici, ma primo gradino a quell’altro ordine o società ch'è nel mezzo della società, l’ecclesiastica. Nondimeno furono ministri i quali, ispirandosi alla condizione degli istituti più di talune contrade, li annoverarono tra le glorie nostre, bene augurando dello sviluppo ognora crescente che il patrimonio della carità consegue. Per fino la ampiezza di vita che la legge odierna loro accorda non parve, innanzi a’ due parlamenti, quasi bastevole. Non si vide necessità di prescrivere norme per la trasformazione degli immobili in valori circolanti; si badossi a dettarle onde la abbondanza de’ lasciti non tornasse a discapito di private ragioni. S’ebbe l’occhio allo splendore degli ospitalieri e nemmeno si suppose esistessero migliaia d’istituti cosi poco illustri che mai raccolsero eredità d’affetti, e tanto parcamente benefici, che non giunsero a interessare la generalità de' cittadini, nemmeno quelli in beneficio de' quali furono istituiti: profittevoli tutt’al più a que’ pochi che dall’una all’altra generazione si tramandarono l’azienda di que’ beni, quasi addentellato di patrimonio privato. Onde poi è tanto poco urgente la necessità di cautelare le ragioni private limitando la balia degli acquisti, che nella Basilicata non v’ebbe esempio lungo tre anni di lasciti o doni ad istituti pii, sebbene sieno numerosi. E del pari gli è cosi poco dicevole il lasciare alla prudenza degli amministratori la cura della graduale trasformazione del patrimonio, che grandissima parte n è tuttora di immobili, di isterile prodotto e minore beneficio agli indigenti. E tanto meno è acconcia una maggiore autonomia o indipendenza dal governo, che la vita odierna per poco più prosegua, trarrà a naufragio quegli istituti. E tanto appare inefficace la tutela che. sovra di essi ispetti a ordini elettivi ed irresponsabili (124) che il più dell’opere pie giungono a procedere senza bilanci o n hanno di antichissimi: unica legge, lo arbitrio: niun controllo: tardi i conti o dati mai: e il patrimonio della carità è poco meno di un’incognita, mal risolta da inventari incompleti o sperduti, da titoli di proprietà contesa, e di crediti vulnerati dalla prescrizione; o da litigi quindi senza fine a schiarire il possesso, la origine degli acquisti, il dritto ai censi; onde quelle sostanze hanno aspetto di un fortilizio, scalato taluna volta, sempre poi circuito da assedianti.



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XXXV. Né basta pur anco; e qui davvero s’ha l’estremo di condizioni gravissime, e l’accusa alla legge di essere liberalmente improvvida; che mentre ovunque il patrimonio delle opere pie, per nuovi lasciti, straripa cosi da giungere a ricchezza quasi perturbatrice della economia pubblica, dove non si trasformi sapientemente, qui via via andò intristendo (125): giacché per diecine di anni nulla gli fu aggiunto, e molto invece gli fu tolto. Prima la cessione de' migliori redditi al clero: quinci, ogni di egli più osando, quella di parte de’ beni (126), operata nel LVII onde confortasse l’anime pie de’ donatori con uffici di chiesa e vi si volgessero e entrate ch'erano da spartire invece quale cibo ai poveri: e fu l’istante in cui, più infuriando quella sconcia fede la quale volle lo stato divenisse campicello o beneficio della chiesa, ogni quistione di proprietà nel parapiglia fu risolta in danno de’ luoghi pii (127). E, chi il crederebbe? violando perfino le forme civili della giustizia si istituirono giudizi sommari a costringei e gli obliosi di spese qualsiansi di culto: gran peccato l’ommettere una messa, una festività, lo sparmio di un po’ di cera o di un trogolo d’olio (128). Ornai era convincimento di ognuno, i luoghi pii non avessero più da esistere o de’ loro beni non dovesse rimanere loro cosa alcuna (129), scomparsi ornai nelle larghe bisaccia del clero, e divenuti, chissà, scala al paradiso, per chi, venuto meno tra stenti e fame, vi avesse a salire: quest’era la civile carità di que’ furfanti. Di poi la retrocessione di quei beni, seguita negli albori del LXI, non potè riparare mai intieramente a tanta jattura dell’altrui: parte degli immobili fu volto nell’oblio, complici i pregiudizi umani, gli artifici de’ chierici, e la minaccia delle folgori divine contro i disturbatori di loro rapine (130): porzione de’ titoli restarono poi ai vescovi: chi li curvò alla restituzione?: e que del debito publico ebbero ogni sorte, fin quella di prendere la via di Roma. Cosi prima sminuita la fortuna de' luoghi pii, dipoi male riavutasi dal naufragio, o vulnerata da insidie e dubbi: né fu agevole il tentare lo sperimento de’ litigi e delle rivendicazioni.

XXVI. Nondimeno questi furono gli ordini della beneficenza scampati nella regione nostra a sì furiosa tempesta. Sommano quattrocenventinove le opere pie: il nome dice quale vita benefica, la legge della carità, loro, imponga: taluna rimonta al mdc: tale altra al md: ed una ve n’ha in Maratea, e la più antica, la quale venne istituita nel MCDLXXIV. Di molte poi ignota la età. Di più s’annoverano quarantasette confraternite, oltre le prive d'ogni bene e mantenute da oblazioni di confratelli: ufficio loro, di soccorrere ai miseri, dotare fanciulle, adempiere a riti di culto. E v'hanno ancora cinque ospizi, di fresca origine, taluno ad accogliere orfani o gittatelli, tal altro miseri fanciulli ch'abbiano e conoscano o no i loro genitori. Da ultimo contansi sett’altri istituti che van nel nome di spedali. Tra tutte, a conseguire il caritatevole intento, possedono le opere pie da sette e più milioni. Dei quali appena un quarantesimo è iscritto sul gran libro. Vi ha poi copia di censi, canoni e prestazioni d'incerta origine e più disagevole riscossione, fra tante insidie o la persuasione che onestà consenta il carpire i bene di aziende publiche, e se immobili invaderli: testimoni quelli de’ comuni, e ciò ch’avviene all’opere pie, le quali ne hanno anch’esse per tre milioni e più, o urbani e cascanti a pezzi, poco meno che diruti, o rurali e ritagliati attorno dalle forbici de’ confinanti: sminuendo ogni di più il beneficio che i poveri da quel loro avito patrimonio avrebbero da attendere.

XXXVII. Avrebbero ma non l’ottengono neppure da quei miseri resti: per quanto i tempi nuovi spargendo luce, dissipando pregiudizi, aguzzino rocchio che specula le vie del meglio, accrescano i lamenti di coloro che soffrono e le cui sostanze, quelle della carità, uscirono dalle via ove perfino il nome le invita. Cosi in tanta proluvie e perdizione di gittatelli, è quasi loro ventura di spegnersi innanzi la età in cui gli viene meno ogni sussidio, per cosi dire, ufficiale: ché di poi niuna cura prendesi della sorte loro avvenire. Tra li ricoveri nissuno per numero di alunni, appena duecento fra tutti, e per moltiplicità di arti o proficua istruzione, compie al tributo che dovrebbe alla sociale comunanza, quel di restituirle esperti, operosi ed onesti operai, gli orfani i gittatelli od altre progenie di sventurate creature, le quali ospitò tenerissime. Istituti che sono retaggio del passato ripudiati nel presente ma non distrutti: ove null’é l’istruzione, poca la industria, molto l’ozio corruttore dell’anima quasi claustrale: dove tutto è squallore: niuna interna lindezza: locali quà e la sorretti da puntelli e perfino li mobili e i letti sfasciati, i lini e le cuoperte in pezzi: le vestimenta sdruscite, che non riparano al verno: in talun sito cenci non vesti: dove entrasi e si esce, dopo anni ed in pien secolo XIX, analfabeti: tal quali s’era tali si è, meno il costume. Ospedali che ira tutti hanno quaranta letti; e tali almeno fossero e non giacigli compassionevoli, sforniti fino di coltre e lini ed ogni ben di Ilio, — e s'avrebbe da recuperarvi la sanità! —: dove ogni anno ricoverasi uno per mille abitatori; beneficio si esiguo che non s'avverte. E da ultimo, a sollievo di guai e di indigenza più raccapriccevole che fin ora conosciuta, in questa regione ove gli umili vivono accovacciati in abituri sotterranei senza luce, tra immondizia di bruti, gli aliti trasfusi: o girovaghi senza tetto, ricuoperti di infermità incurabili, invano sospirano custodia e farmachi: dove nate e cresciute fra stenti, si curvano e schiantansi le umane vite, in brev’ora li patimenti vincendo la fibra mortale; dove per l’inopia di lavoro, lo squallore della miseria, il manco di pane, ripudiansi i frutti del coniugio e il coniugio quasi a pari del concubinaggio procrea gettatelli; e dove più si richiederebbe sforzo di beneficenza non a guarire, che la é Opera quasi sovrumana ma a circoscrivere tante umane infermità e spegnere, co’ rancori degli umili, cosi feroci incitamenti al misfare; le opere pie, sovra di trecento e più migliaia, di redditi, volgono al fine proprio, quel di alleviare li guai della convivenza, appena un decimo; parvità che direbbesi a irrisioni e o beffa di tanto infortunio, dove gli umili non offerissero ricambio d’odi non meno feroci.

XXVIII. Ad ogni altra maniera di uscite, volgesi la somma delle entrate. Le assottigliano gli stipendi degli amministratori per oltre quaranta migliaia, ch'è il quindici per cento di tutti i redditi: altre cinquanta mila vanno in contributi, dispendio che male ritorna con gli affitti degli immobili; e v’hanno di quelli; che nulla più offrono, perché gli anni o il tremuoto li disfecero, e la incuria che ognora agghiacciò o isterilì le pie sostanze non li rifece. Nondimeno ispendonsi ogni anno da quindici migliaia a riparazione d’edifici; e cosi avverrà sino a che il tempo con il distruggerli non ne tolga il carico, non li sollevi dal tributo, cui neppure riparano gli esili fitti. Resterebbe appena la metà delle entrate che offrono i beni, dalla carità degli avi, largiti a conforto della miseria publica. Male si crederebbe che almeno quelle le fossero, e intieramente, di aiuto. S’incomincia dal prelevarvi da cinquanta mila lire ogni anno per aggravi di patrimonio e per residui di debitori morosi da volgere poi a cumulo di sostanze: e come adunque non siensi centuplicate lungo secoli arduo è l’esporre. Né basti: altre cinquanta migliaia vanno in spendii di ragione, forma, e beneficio impalpabile: appena quaranta mila raggiungono cosi il fine de’ donatori, quel della carità: onde, sovra quasi seicento opere pie, le confraternite vi consacrano per media da lire sei ognuna; l’altre, che della carità hanno perfino il nome, nemmeno cento: e gran numero, proprio nulla. Il restante poi delle entrate viene meno agli indigenti per la rapacità e destrezza del clero.

XXXIX. Che se di questa guisa il vero trae sembianza di mendacio, valga a noi il non dire cosa alcuna la quale di certa scienza non sappiamo. Della severità poi di queste carte ci assolva lo affetto che le ispirano, il culto del vero, l’ardimento di esporlo; e quella diligenza, anzi amore ai mendici, con cui nell’origine de’ luoghi pii ricercammo le cagioni di tanti guai, i diritti o le usurpazioni del clero. E ci fu dato apprendere come, salve rarissime eccezioni, quegli istituti, non meno che altrove, riconoscano la vita loro dalla carità degli avi: ed essi averli creati a sollievo degli umani infortuni. Ma di poi il pregiudizio volgare, avvivato con le male arti nelle quali la chiesa fu ognora insigne, li battezzò, diè loro il nome anzi il patrocinio di un santo, quel che, secondo i siti, fu più in voga (131) ne' tempi in cui le beghine erano le porta voce de’ santi; e di questi se n’aveano ad ogni piè sospinto; e li miracoli erano il lume degli occhi,., anzi lo scibile de’ credenti. A tale giunse l’astuzia de' chierici in secoli fanciulli, ond’avere quegli istituti' nella dipendenza loro, ed a beneficare sé stessi con ciò che i donatori vollero tornasse a beneficio de’ bisognosi. Né quello solo gli rapivano: altro osavano pur’ di chiedergli (132). Li compensarono od acquetarono poi, nella guisa i tempi portavano, con riti ai ogni genero e forma, spari di mortaretti, smancerie e baldorie parrocchiali (133): volta a volta, lorché i bramiti della fame intiepidivano i credenti, qualche miracolo. Finché poi, venuto momento propizio e regnando chi dell’eruzioni vulcaniche e fino de’ tremuoti accagionava le colpe degli uomini, la fede tepida, il manco di olocausti all’implacata ira divina, li chierici ruppero faccia: e cacciate le mani nella intierezza de’ beni, la più parte e la migliore, a quel modo dicemmo, trassero a sé. La dittatura forzò poi le mani ladre alla restituzione. Rivisse allora, per quanto vi si opponessero inciampi la consuetudine degli antichi dispendi: né pel risorgere della ragione umana o pel manco di ragioni e titoli valevoli il clero si rimase dal chiedere, né i luoghi pii dal concedergli. Li amministratori, veh superstizione di consuetudine I, anch’oggi tutti ecclesiastici, balii dell’anime od operai della vigna del Signore, e, come ragione vuole, meglio curanti del bene di quella che di umili mortali: e vi riescono a meraviglia esercitando la beneficenza in beneficio di sè. Da una manica di chierici, tutti rettori di opere pie, a quali si rimproverava l'avere speso in riti il pane di affamati, i farmachi degli infermi, le doti di fanciulle, i premi della virtù e degli studi, fu risposto, e l’udi chi scrive, che quali ecclesiastici lorché nelle lampade delle chiese mancava l'olio, non poteano sprecare danajo a mantenere gittatelli probabilmente non nella grazia di Dio. Altrove tal’altro più truculento e riottoso rispondea: folio valse a Cristo: egli è in croce nel tempio: si citi a rendere lo speso: solo contro di lui volgansi gli atti giuridici e poi le farisaiche sentenze di giudici nemici di Dio. Cosi anteposto lo accendere lampade, al satollare la fame di misere e infrante creature; i chierici si reputano astretti a doveri ecclesiastici anco ministrando l’altrui, quel ch'è bene di laici; scambiano I ufficio di chiesa con quel di rettori di civili istituti, perché una volta più sia manifesto, quant’importi il senno degli uomini e la sapienza delle leggi prima o poi sbandisca i sacerdoti del tempio, dal tempio non meno sacro dell’umana beneficenza.



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XL. Tale la origine dell’immistione de’ chierici nelle opere pie e lo imperio che v'hanno, dove la civile legge non gli assegna verun confine —: per cui la chiesa compiè il ricatto di quegli istituti, li trasse sotto le grandi ali sue. E seguendo il suo strano ministerio, appena tollerabile ne’ secoli di mezzo, li mutò in appendici di capitoli ó in fabbricerie, complice la legge, che poco meno cancellò ogni tutela di governo; largheggiando autonomia e libertà a chi vivea tra gli artigli altrui. Onde i luoghi pii sono a tale oggidì che dove fossero in questa regione, e forse in tanta parte della penisola, soppressi, i poveri non n avrebbero alcun danno. Qual profitto invero n’hanno dove, sopra centinaia di mila redditi, non fruiscono che di scarse diecine e in molti siti di poche unità di lira; in taluno appena di sei, sovra di cinque e più migliaia annue, altrove di nulla? Dove intendesi anch’oggi a letiziare, tra gli strazi e gridi suoi, la plebe con processioni (134), messe innumerevoli, feste e dispendi d’ogni ragione; fino a lavare le madonne ed a pettinarle (135); e solo le messe, in una comunità, superavano le due mila per anno a conto de’ luoghi pii e vera chi ne riscuoteva la propina, ma non v’erano tanti chierici da poterle dire, una al di per ognuno; ventura però costassero soli cinque soldi luna; ma più ventura che, per il senno de’ cittadini e la coscienza de’ chierici, non si dicessero; e dipoi rinunciassero a quella benefica gragnuola di messe. Che più? dove i chierici posero le mani agghiadarono ogni tepore di carità, ogni opera od istituto pio trassero a precipizio fuori della via che gli additò la virtù de’ donatori. Perfino ciò che la carità universale largì nel lvii alle vittime del tremuoto, onde sparvero castelli e città; e fin’anco i beni di enti civili (136)( )oarpi la chiesa, a pretesto di riedificare li suoi tempi.

XLI. Persuaso all’incontro che uno de’ modi più acconci a che la civile società si premunisca da’ mali ohe la bruttano, e fino dal reclutarsi di banditi, sia la cura dei guai che affliggono la plebe, lanciata nei campi, bene spesso, a sfuggire i patimenti che le offre il municipio natio; avvenne a chi scrive di saggiare la pervicacia del clero, le arti con cui l'anime, e coscienze e per poco più le membra umane inchina al suo imperio. Il quale soffoca non pure ogni lagno od audacia di resistergli, ma perfino i bramiti della fame, in plebe briaca di miracoli, narrati non visti. E ciò gli avvenne rivolgendo quà e la ogni cura, a mutare indirizzo al patrimonio de’ poveri, onde vada a solo loro beneficio: cessi il solo bene de’ mendici dal sovvenire il culto de' ricchi: sappiano i primi che l’oÌ)ere pie vennero istituite per essi, in profitto d’essi a legge le governa, e quel che possiedono non ispetta ad alcuno, meno che ad essi. E ogni mano si allunghi a quelle sostanze loro non è equa, non sacra ma furtiva. Penetri una volta nella coscienza publica la inviolabilità di que’ beni. Nondimeno, vuoi la ragione e la voce dei mendici tonante quando li rinfranca un umano patrocinio, o vuoi la marea della coscienza publica, quà e là, persuase l’opere pie ad albeggiare in veste civile, dimessi i paludamenti sacerdotali: di sacre ch'erano, apparvero quelle a un tratto divenute davvero pie. Onde in più luoghi, incominciarono a volgere parte de’ redditi ad asili per l’infanzia; od a’ gittatelli e ad ogni maniera di infortuni. Altre, e per la prima volta, volsero sussidi e premi all’istruzione, e doti a fanciulle, e soccorsi a vecchi, e farmachi ad infermi, e letticiuoli e coltri a poverissimi. In Rionero viva e industre città dove niun lumicino rompea le fitte tenebre della notte, si indussero fino a volgere somma già lesta per una spettacolosa solennità di chiesa, alla compera in vece de’ fanali. Tale origine ebbe la illuminazione notturna di quella città ch’è la più popolosa del Melfese, e lo diverrà della regione. Altrove poi, cancellato dai bilanci delle opere pie ogni dispendio non profittevole a’ poveri, con senso di profonda carità, fu impreso a vestire fanciulli, in tanta miseria, quasi ignudi nel mezzo delle vie. In una comunità dove tra le ruine cagionate dall’impeto de’ tremuoti e dai banditi invasori, e miseria che muove a pietà, è sola opulenza nel clero e nell’opera Sie ricattate da esso; ma né un obolo né un briciolo i pane scendea a sollievo de’ mendici; lo scrittore di questo libro, vide nel verno, poco meno che ignuda creature saltellanti sulla publica via o semispente pel freddo; con un solo cencio indosso che non avea forma di vestire; straziate dai crepacci degli algori, dal dolorare delle membra e dagli stenti del cibo. E quando furono raccolte, ricuoperte dal capo alle piante con lini, scarpette, braghe, corpetto, guarnello (137), il tepore parve avvivasse quelle creature; erano mute dallo stupore; l’inconsueto beneficio l’aveano quale miracolo. Anzi mutato ebbero tutte, erano sessanta, il vile cencio in quell’umana foggia di vestire, apparse alla madri ai padri raccolti, lieve caso e pure di quale ammaestramento, s’udì la folla prorompere in un grido, voce di angoscie in quell’istante rinfrescate nella memoria di quegli afflitti. Onde noi turbati ci curvammo a meditare il patire di creature, a cui questa scendea quale prima carezza. Li ravvivati fanciulli, trassero di poi alle scuole da cui li sbandiva, lo sconcio arnese e le popolarono.

XLII. Esili conati di migliorie, e, più che a lusinga di meglio, ad esempio di quel che s’otterrà dalla trasformazione de’ luoghi pii odierni. Solo a tale patto v’ha di che nutrire fede nella vittoria del futuro sul presente e di questo sovra il passato: ché fra’ progredimenti civili reputiamo vada primo il miglioramento delle classi più infelici, restituendole nel dominio utile de’ loro beni, que’ de’ luoghi pii. Più modi li solleveranno a meritare davvero il titolo di carità; quel di costringerli alla vendita degli immobili (138); onde verranno meno le gravissime spese patrimoniali, scemeranno quelle dell’azienda, s’addoppieranno i redditi, e co’ redditi il beneficio pei bisognosi; e la forza dei benefici trascinerà seco anco di più la carità publica, le cui fonti noi diremmo oggi disseccate. Quel ai sbandire dagli ordini suoi, nella guisa che dai consigli municipali, ogni sacerdote avente cura di anime o partecipazione a benefici e lucri di chiesa. Quel di vietare ad ogni opera pia qualunque dispendio non pio e soverchiamente pio, que’ del culto. E da ultimo, il restituirle nella tutela delle autorità del governo, ch'è, almeno in tanta parte della penisola, solo cemento di unità, solo incentivo ai progredimenti. Persuasi che la ricchezza e lo ufficiò delle opere pie, sia nobile argomento della sapienza e carità degli antichi, e come importi che tal gloria nostra sia durevole, anzi si ritempri nella carità de’ viventi, facciamo voti perché l’attuale regime di beneficenza sia mutato. Non manchi ai luoghi pii sicurtà che il volere dei fondatori e i beni loro si rispettino, né ampiezza di libertà onde si accrescano. Ma sovra la economia delle aziende e ciò che s'attiene alla distribuzione dei redditi e della ricchezza, stia migliore tutela della odierna. Che se la carità publica onde si mostri ha duopo essere guarentita o persuasa che l’opere sue non si distruggeranno mai, per altrui volere o incuria o peggio, quale guarentigia le offre lo scorgere come i benefici degli avi non si diffondano a lenire le afflizioni de' miseri, ma, come dimostrammo, in tanta parte si disperdano; complici con il loro silenzio od abbandono, le leggi che li governano? Ed a noi non lo dicano i trapassati la cui voce non ha potenza di scoperchiare gli avelli, ma quel che, tra l’altre, accade oggi nella regione nostra: dove sovra otto milioni da quelli costituiti a dotazione di indigenti, appena quaranta migliaia, nemmeno un decimo, scampato alle umane insidie, raggiunge il fine de’ donatori: dove perciò gli ordini della beneficenza si pare che non tutelino, ma disfacciano l'opera degli avi: non invigilino all’osservanza della volontà loro, ma l’offendano; in sugli occhi dessi o la incuria o I umana rapacità, o il vigor de’ pregiudizi o l’insidia del clero isterilendo tanta fortuna. Laddove poi gli infimi, cresciuti in umiltà ed abbiettezza lacrimevole, tra memorie di patimenti a presagio di maggiori, e niun sollievo o conforto, trasmodano, come diremo più innanzi, in vendette feroci.

XLIII. A contrasto della umiltà di ordini ohe male s’onorano del nome di laici, raffiguriamo qui in tutta, la forza e splendidezza sua quella società ch’é nel bel mezzo della società, il clero. Gerarchia d'ordini innumerevoli la quale, sebbene in questi ultimi anni sminuita di alcun che, pure serba anch’oggi tanta potenza, da mutarsi in validissimo inciampo di governo civile o in rete da cui non siavi uscita. Annoverava novantasette conventi d’ogni ordine e colore innanzi se n’accentrasse in soli quaranta la loro milizia; mille e trecento religiosi pria che i tempi nuovi, o la soppressione degli ordini, ne restituissero parte alla civile società. Possedevano da oltre dodici milioni di sostanza, de’ quali hanno oggi, a minor disagio, solo il reddito; oltre quel che abbiano sottratto nel di della cessione; quasi un ventesimo della ricchezza immobile di tutta la regione. Il numero dei chierici, usciti da dodici seminari ora a gran ventura ridotti a quattro, era di ben duemila e trecento, e intesi a moltiplicarsi pria che le mutazioni seguite n’avessero un po’ inaridita la fonte delle ordinazioni. Addossati a cinquecento e una. cappella, le quali ne’ ruoli del catasto appaiono possedere altri tre milioni di fortuna; ed a trecento e una chiesa, delle quali novantasei recano, come dicono i canonisti, benefici semplici, ma composti li diremo noi di oltre mezze milione, prima che parte d’essi venisse disconosciuto dai comuni o dallo stato o soppresso. Rimangonsi poi incardinati a quattro vice-parrocchie, a censessantotto tra chiese curate e parrocchie, con profitti da oltre sette milioni di sostanza; ed a censettantuna. ex-collegiate o cleri ricetti?!, con un beneficio da più d’otto milioni di patrimonio; e da ultimo, a tredici diocesi o loro frazioni, sedi del governo di questa mostruosa società nel mezzo della società, vertice della sua potenza, e punto di leva a sostenere il cozzo dell’autorità civile, insino a che essa non neghi civile personalità a que propugnacoli del passato e li smantelli. Cosi ogni ordine di chierici possedevano, or volgono anni un patrimonio di più di trentadue milioni (139); di cui nella più parte anch’oggi hanno il reddito, oltre ciò che smungono ai comuni od all’opere pie, e la insaziabile ingordigia, dalla pietà dei devoti e da ogni dove, sugge. Onde le fauci della chiesa inghiottirono fin’oggi quasi un ottavo della publica fortuna.

XLIV. E nondimeno, quasi a sfregio di tanta ricchezza, la regione nostra è fra l’altro della penisola forse la più spoglia di monumenti ecclesiastici, e perfino di chiese. Passarono di questa regione, anzi ne fu quasi la culla, più civiltà; la greca co’ suoi templi conntii; la splendidezza de' bassi tempi co’ loro monumenti goti e bizantini; la cristiana con gli altari, gli archi, i capitelli e le intiere chiese di marmo: passarono e non asciarono segni. Non basiliche insigni, né tradizioni di splendore, né postulati storici: qui non v’ha storia ecclesiastica; non si svolse; non vive nella memoria degli uomini, non è scolpita ne’ monumenti. Onde il clero soltanto non ebbe mai tra di noi verace grandezza, o lustro che la uguagli. Gli antichi e i moderni alla loro volta sparpagliati in frantumi di badie, abbazie, chiese ricettizie e diocesi senza numero, diedero fondo a tesori, inghiottirono tutto, lasciarono nulla; nulla nemmeno templi bastevoli al culto, non architettonici, ma di mattoni e calce pur comunque disposti; nemmeno gli arredi del culto qua e la scarsi, ovunque poverissimi. Le disseminate forze non elevando mai alcunché di grande, la chiesa non grandeggiò che per ricchezze, e pur tra le ricchezze sue perfino turbatrici 'della universale, apparve sfinita (140) ed accattona (141). Delle trecento e una chiesa che annovera la Basilicata taluna in arnese vituperevole, altre minaccianti ruina: molte già disfatte al suolo, colpa la violenza de’ terremuoti, le distruzioni de' secoli, e la incuria a ripari (142).

Quelle di Salandra, di Rapolla, di Rionero, a tacere di altre, mucchi di pietrami e nulla più: rare quelle che non attendono essere ricostrutte o sollevate da’ monti di macerie. Delle scampate poi a tante insanie o del cielo o degli uomini, quale mai la condizione: taluna meglio che tempio della cristianità si direbbe del paganesimo: altre ingombre d’ogni più profano ingombro e peggio. Qui dipinti li più meravigliosi: figure a tre teste o due, divinità a quattro braccia, demoni cornuti: altrove un Mercurio alato: più innanzi tale che con le braccia poderose ti solleva dall’acque una nave ed accenna di porsela, quasi cimiero, in sul capo; lo diresti un Nettuno, meno il tridente; o un Ercole, meno la clava e sconosciuta impresa; o un gladiatore del circo; certo un Dio no: quà Giovi incoronata di spine meglio che Iddii:. ed altri numi dei gentili, con di più l’aureola. Madonne dalle forme di Giunone o dal lascivo sorriso di Venere, o dal truce sguardo, di Giuditta, menò il coltello; o dal seno le diresti Cleopatre, meno l’aspide. Qui t abbatti in una santa ch'ha cerchio di dodici figliuoletti: ehi sia, se sieno. suoi non lo narrano, per quanto noi ne sappiamo, le sacre carte: e perché il pittore ne recasse nella tela proprio dodici anco più arduo gli è il dirlo. Altrove un volto impiastricciato d’ogni più procace tinta; dai capegli incipriati, la diresti una Tersicore pronta a salire il palco, od una baccante lisciata per ogni voglia: null’ha di sacro, meno il costume, l'altare, il tempio ov’hai da adorarla! Il più di soventi poi v’hanno santi che nulla ti pare abbiano d’umano; senza profilo né di volto né di persona, od hanno braccia e membra rettilinee, stecchite, quali gli Egizi fingeano i loro dei e gli Indiani ritraevano Brama,e Boudda; o ne musei veggiamo le mummie antiche.. Tutte le divinità del paganesimo, o quelle di religioni scadute e delle mitologie loro, mischiate a santi inzazzerati di stoppia, e ritratti in quante foggio e forme li più strani pregiudizi o la voce de’ miracoli suggerirono: tantoché ti appare in que’ templi ogni culto, meno il severo de' cristiani martiri. Arrogi a statue e immagini di cosi difformi deità, archi sorretti da puntelli e ca' denti od in parte caduti: li spiragli della luce, a vetri in pezzi od a sconci rattoppi di carta: qui pancaccio d'ogni forma e seggiole sfasciate: altrove stipi e arnesi di massaio, meglio che di culto: e mucchi di calce, e rena e ferramenti e travi; e ampolle e boccio nere poste a casaccio sugli altari, o sulle cornici degli archi: e perfino liste o schiere di pomi a maturare sui capitelli. Sconcio poi o chiazzate le pareti: umidicio il terreno e melmoso: e l’aura pregna di miasmi dei corpi umani che, a pochi palmi sotterra, si putrefanno. Questi in più siti i templi della fede nostra: altri di poco migliori: splendidi nessuno: onde sulla soglia d’essi, di soventi, venga meno ogni pietà, ogni riverenza di devoti.



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XLV. Leggeri casi e pure ritraggono da per loro, più di quel che mille parole, la temperie degli animi, delle credenze. Le quali per la voce dei predicatori, s’avvivano o nutronsi di miracoli innanzi a cui sono un nonnulla le meraviglie di divinità a tre teste od. a quattro e sei braccia, nuovi Briarei, o d’Ercoli che dal fondo dell’acque sollevano una nave e se la pongono in sul capo, quasi fastel di legna o bigoncio. A udire que’ perniciosi narratori, li santi e i cherubini mescolansi ogni di tra gli uomini, o li attorniano demoni seduttori: onde il muto gregge de’ credenti si appaura di averli a ridosso, guardasi attorno, muove lai, fida negli esorcismi e nella virtù de’ prieghi e de’ gemiti a sfuggire il demonio, o ad iscontare le colpe ch’ei si persuade aver sulla coscienza (143). Che più? fino nella messa, a un tratto odi un fragore di colpi o di percosse, le quali a primo ascolto non sai donde vengano: e cessano all'improvviso: e quando poi il sacerdote benedice il calice colmo di generoso liquore, o l’ostia solleva, o volgesi a’ devoti, ed in ogni altro stadio dell'incruento sacrificio, ecco di nuovo un crepitare di pugni e manrovesci che ti danno il raccapriccio, e che ogni donnicciuola infligge a sé stessa, persuasa poveretta di scontare cosi li peccatucci suoi, e que dei figliuoli, ed ogni altrui; e di meritare nell’altra vita la grazia celeste e in questa gli encomi del sacerdote che, di sovente, valgono di ambito guiderdone a chi, sovra le altre, più duramente si percuota (144). E ne va della salute di quelle poverette, poco meno che fracassandosi il petto; e tra i sacerdoti non un solo n ha o ne dimostra orrore; onde niuno s’adoperò mai a dissuaderle da cotale pietosa forma di devozione. Anzi. tant’è il costume, dove tu ne parli ai chierici, ti diranno che pure in virtù di quelle percosse e tra l'emulazione de’ devoti, si nutre e s’alimenta la fede: e udirai dai medici che non recano poi esse quel gran danno ch'è da taluno creduto: e per poco non ti persuadono averne sollievo ami sviluppo i seni, in specie li più giovanili: onde meraviglierebbe ornai ognuno se la messa terminasse senza manrovesci e fragore di pugni. Vaghissimi poi di riti e baldorie chiesastiche, non v’ha sacrificio a cui li meno abbienti non si prestino a fine concorrervi: è divozione il non rifiutarvisi, costasse pure il pane de' figliuoli. Accade perciò, poco meno d’ogni giorno, che per Folio del santissimo e l’incenso della Vergine e il vino de’ morti, questo perfino udì chi scrive, molteplici fratocchi o laici che per vaghezza, anzi tal quale vanità, vestono chiesasticamente, percorrano a busca le vie publiche: li annuncia un campanello, che ti par quel di un giullare: le donnicciuole a frotte escono sulla soglia, e ad una ad una s'approssimano a quel vampiro di fratocchio: toccano del labbro una cassetta su cui è impiastrato un simulacro di santo, sconciato ornai dagli anni o da tante tenerezze di bacciucchiamenti (145); e calano l’obolo: onde per quel dì si dimezza il pane sul desco de’ figliuoli (146). Né la legge, con il vago suo disposto, ne fa divieto, né v'ha luce di ragione a dissuaderne donnicciuole che o da san Rocco, o da san Giuseppe o dalla madonna del Carmine, attendono la salute de' figliuoli, le gioie della famiglia e fino lo. sviluppo del porchetto. Nulla poi meglio delle processioni vale a ritrarre le credenze di que’ meschini. Molteplici quelle secondo esigono li pregiudizi; oggi a benedire il frumento, dimani l’orzo,1 altro di la vite, e di poi gli ortaggi: e giunge pure il giorno nel quale s'asperge d’acqua santa la porchereccia de' notabili, e perfino il porchetto della famigliuola onde vegeti: e se il chiedi al prete che gironzola con il santo e l’aspersorio, ti benedice il concio perché disperso ne’ campi dia abbondanti messi. E dietro a lui si traggono i devoti piagnucolanti per san Giuseppe, per san Rocco, san Potito, voci alte e fioche e suon di man con elle (147); e grida non di pietà ma di minaccia, quando il grano non giunga rigoglioso, o la gragnuola in ispreco dell’acqua santa disperda le fatiche de’ coloni, o il gregge perisca, o la troia Agli sconciamente, intendi un tristarel di porchetto. E di queste processioni n’hai quasi ad ogni di, e ad ogni angolo di via o campicello. Ma v’hanno poi le maggiori, in giorni sacri ai protettori del sito; nelle quali escono dai templi i Mercuri, le Giunoni, le Veneri, li Dei bifronti, gli Ercoli, e le Madonne inzazzerate, li Cristi carichi di catene: li segue la turba querula, piagnolante (148): e tra d’essa, quattro o sei in mostra di più devoti, devozione a un tanto l'ora; intendi, lurchi presi in fitto per quel di a simulare il martirio de’ santi padri. Hanno ignudo il petto e l’ampie spalle; più ghirlande di spine ne circondano le fronti e le persone: poi taluni a tergo danno loro tratti o percosse inumane con funi ritorte: e la plebe riverente poco meno che si prostra a que furfanti mutati in santi padri, ed allo sconcia simulacro del loro martirio; e piange, si dispera, percuotesi il seno, ad espiare, anch’essa, quali peccati neppur sa, Altrove poi, in luogo di roveti di spine, portano cerchi a pungiglioni (149): li quali ad ogni battitura di correggia si conficcano nella nuda carne, tanto da spicciarvi il sangue. In breve ora le spalle, il petto, il collo di que’ manigoldi si tingono di liste rossastre, laceransi con pietose ferite; commossa la turba; soli impavidi i sacerdoti a capo dello stuolo, tronfi di quella spettacolosa mostra e dei santi che menano a cotale trionfo. Chi scrive fece divieto di si sconcie brutture, corruttrici del costume e d’ogni gentilezza d’animi, onde mutasi in gentile o pagano il culto della fede nostra e si sconciano le coscienze. Ma poiché tra di noi la chiesa mercé di que’ riti e di quelle feste intende invece all’educazione civile degli animi, e di trattenerli nella via delle colpe ed insanie alle quali bene spesso li umani patimenti li sospingono, per poco non convenne usare li costringimenti della forza a infrenare quella vanità di martirio: ma il divieto pure valse: e voglia ventura oggi si rinnovi.

XLVI. Laddove regnano tali forme di devozione, ed inebbriano le coscienze, niuna meraviglia che più di ogni altra contrada il mezzodì della penisola, fosse cosi fecondo di ordini religiosi. Colà visse fin’oggi, almeno per mostra, la pietà claustrale del medio evo: altrettanti i conventi: pari i pregiudizi che li esaltano, e le giunterie e i ciarlatanesimi onde s’amicarono i devoti, e governarono le coscienze, in specie nell’ultima ora; quella in cui più s’appaurano del fuoco eterno, ed offrono quant’occorra onde il vigile e destro sacerdote, secondo ei dice, ne le riscatti. In quella età le vorticose vicende, e l’invasioni barbariche spingevano i credenti a cercare ne’ chiostri un po’ di requie: ed erano essi nobilissimo rifugio agli studi, e scampo dalle tenebre della barbarie. Di poi divenuti arme di governo, a evirare uomini ed Intelletti, i conventi si moltiplicarono da uno a cento (150): e in piena luce, v’ebbero tenebre ed ignoranza solo in que’ chiostri; raro ne sprillasse un raggio di ingegno o di buoni studi: che anzi, in tempi di civile operosità, colà l’ozio fu, più che altro, sollevato al fastigio di culto: e nel mentre la comunanza altrove rivendicava ogni sua virtù produttiva, la famiglia fu devota alla religione degli affetti, ed anco la maternità venne tenuta in conto di sacerdozio, colà laceravansi i vincoli del sangue, o s’educava la prole alla morale de’ chiostri, al culto dell’ozio, all’estetica della contemplazione solitaria. Misere creature, e se numerose lo dica il loro numero, tolte a’ conforti della famiglia per la crudele ‘solitudine del chiostro. Li padri, e non sempre con il fine di mantenere raccolte le fortune, condannavano a quello uno de’ figliuoli: le madri poverette, veh cecità!, avvisavano che il chiostro educasse, nobilitasse, anco santificasse la loro prole: onde si giunse ad averli popolati di un migliaio e mezzo, pianticelle divelte dal seno delle famiglie (151). Anzi le più povere taluna volta conseguivan’ausilio dai claustrali: né davvero in tanta abbondanza di beni, da dodici milioni nella sola nostra regione, era malagevole il sottrarre ad essi alcunché. Primi furti che dipoi si moltiplicavano per doni non purè ai parenti, ma agli amici, ai religiosi dello stesso ordine, a badesse e monacello, od a confessori prediletti, secondo il sesso. Ampli e bellissimi i chiostri: ovunque, tra l’umiltà di ogni altro edificio, essi soli confortevoli: ve n’erano d’ogni religione, meno di quelle che prediligono gli studi. Non scolopi, non barnabiti, ma agostiniani, ma cappuccini, ma conventuali, ma missionari, ma osservanti, ma riformati, ma domenicani, ma paolotti d’ogni colore, ignavia, rozzezza di costume: insino a che le leggi nuove non spalancarono i conventi, ritornando parte de' rinchiusi alla religione ch'è la sola verace, quella delle famiglie (152). Nondimeno se lo spirito intento a che vengano meno istituti i quali più non hanno la ragione del loro essere dacché l’ozio non è più un culto, la disseun’utile soppressione (153); e la morale, che non fa ognora privilegio solo di que’ ricoveri, la battezzò un omaggio all’onestà del pubblico costume (154); e la civile economia che annoverò le forze produttive restituite alla società, le fanciulle al sacerdozio della maternità, la disse una miglioria economica, l'esperienza ha dimostrato non essersene colto tutto il beneficio dovuto La potestà, ai claustrali conceduta, di dimorare nei chiostri (155) ne tolse parte: perfino il libito che per la legge del LXI aveano di uscirne, nel più de’ casi tornò a nulla laddove la voce de' pregiudizi, la consuetudine, le ree passioni e l’arti malvagie di vecchie pulzellone o di frati canuti, persuasero taluni a rimanere, ad altri fecero violenza. Di poi l’arte meravigliosa degli indugi sdentò la ultima legge che ne discacciava gli uomini: onde nel più de’ luoghi vivono anch’oggi appollaiati negli antichi edifici: e vi durano l’ire, gli attriti, i guai e gli odi che male si fanno schermo del cappuccio o si sbandiscono, quando si accordino i rinchiusi nel mutare in profani alberghi quei sacri asili. Che anzi la sconcia vita e le ree passioni, si direbbero anco pia intristite con quella tal quale indipendenza che la legge riconosce negli individui, prosciogliendoli dai voti, a che il beneficio della pensione avvalora: e certo doppiato è perfin l’ozio abbominevole, con il non avere più que rinchiusi veruna cura di beni, e industrie ad accrescerli. Onde veggonsi regolari, ora che ruppero faccia, o la disciplina del chiostro è venuta meno, travolti e pubblicamente in ogni rea passione, trescare ne’ ritrovi di giuoco, ne’ postriboli: nutrirvi amorazzi, e trarli nel. convento, divenuto alla sua volta postribolo. Niuna nefandigia lasciata da un canto. v'hanno unti del Signore, che usciti dal chiostro, scelsero a dimora un lupanare: altri, tra cui il superiore di un convento, impantanarsi in tali brutture, ch'è onestà il tacere; onde il vescovo dové torgli la confessione: ma è pur anch’oggi la guida, il mentore della religiosa famiglia! Tra, monasteri di monache diremo d'un solo; e caso stranissimo, meglio che raro. Visitandolo chi scrive, ebbe dalle rinchiuse oneste accoglienze: accorsero tutte, e, quel che dapprima fu reputata casualità, si spartirono in due gruppi, quasi schierate a fila l’una a fronte dell’altra. Di poi si diè incominciamento ad una scena, una zuffa di chiostro la più procace e saporita: occasione a quella. talune ingiurie da una monacella alla badessa, quasi segnale della zuffa, dalla quale nessuna si ritrasse: e pugnavano tutte in un tempo: l’armi la lingua e tagliente, onde si rivelarono odi feroci, non meno di colpevoli amistà, gelosie di confessori prediletti, fino predilezioni di monachelle e di una serva ultima giunta, nuova Briseide tra gli Achei: e chi più ne voglia quei corra con il pensiero alle Irene e Cleodosinde che diedero si gran strapazzo a quel pio e mite uomo che fu Scipione de’ Ricci (156), ed ebbero fama non minore de’ traviamenti. Veh! i frutti dell’ozio contemplativo, e del perdurare la vita claustrale dopo averle tolto ogni remora di disciplina, vincolo di voti, beni da ministrare e ogni fede nell’avvenire di ricoveri, discesi a umiltà di alberghi; ed aver suscitata vaghezza nelle monachelle. di ascendere ad altro sacerdozio, quel della maternità. Onde ovunque è tale il mal costume e il disordine di quegli ostelli profani, che li concentramenti de’ claustrali che via via seguirono, la chiusura di molti chiostri, e l'agevolezze ai rinchiusi pel ritorno nelle famiglie, non incontrarono che favore: anco tra noi ove li pregiudizi è da credere abbiano più sformato intendere e il sentire delle turbe: a quel modo fino destreggiamenti dell’alto clero a carpirne soscrizioni contro la soppressione di ordini ripudiati dalla coscienza, diedero esile frutto: e se innanzi il parlamento andò taluna istanza soscritta dagli abitanti di questa regione o lo fu da' pochi o que’ pochi furono nomi, anzi croci, di illetterati che nulla in verità segnarono, o ne fu. ottenuto l’assenso con ogni maniera di arti. Onde richiedesi che, né per gli artificiosi indugi che si frappongono alla compiuta chiusura de’ chiostri, né per la tolleranza de’ municipi quà e la divenuti censuari di essi, si consacri l’ingenuità dell’anteriore legge, che {iure mirando a sopprimerli, con la balia di dimorarvi i peggiorò e li mantenne; mantenendo più oltre in piedi, alla nostra volta, que’ ricettacoli di incontinenti e peggio que’ ricoveri di nemici d’ogni ragione civile: affinché smantellati sieno, il costume abbia meno offese, lo' Stato minor numero di nemici (157), o nemici più all’aperto ed agevolezza maggiore di vigilarli: e la legge non disdica poi al fine che la dettò.

XLVII. Anco la corruzione del clero regolare ritrae di quella degli istituti da cui nella più parte usci. Gli è noto infatti come fossero e sieno essi li vivai d’ogni ordine di clero: e chi voglia l’origine delle passioni sue colà le ricerchi: o chi brami ne primi anni s’educhi ad alcunché di esclusivo, s’usi a procedere pervia diversa dalla società civile, perduri questa società, entro l’universale società, quei mantenga li seminari che ne sono la cuna. Nulla meglio lo dimostra di quel che le fortunose vicende cui soggiacquero: ragioni anch’esse onde cadano a pezzi istituti che altr’ordinari di bisogni, altre forme di civiltà, che non sia quella, in cui noi volgiamo, suggerirono. Un tempo invero vi furono maestri insigni a custodire il fuoco della scienza, scampata in que ricoveri dalle ingiurie de’ tempi: onda fra le fitte tenebre, mancando a’ laici istituti propri, traevano e con frutto ai seminari. Nondimeno la regione nostra brillò ognora più per numero che per splendore di essi. Ora fanno pochi anni ne contava fino dodici, quasi tre per centomila abitanti: proporzioni a cui non si giunse in niun’altra contrada: e pure pel novero di alunni quegli istituti furono addietro a ogni altro. Tra tutti e dodici, ne loro migliori giorni, appena un quattrocento convittori: ed ora nei superstiti fra laici e chierici se ne annoverano a stento un cencinquanta. Notevoli le cagioni per cui via via in. questi ultimi anni disparve la più parte de’ seminari.. Quattro; quei di Anglona e Tursi, di Chiaromonte, di Marsicovetere, e di Melfi per la fuga de' vescovi dalle, diocesi: l’altro di Montepeloso per povertà nel mezzo della universale ricchezza della chiesa: due o per volere del vescovo, quel di Venosa, o noncuranza delle civili discipline scolastiche quel di Matera: un solo, il seminario di Potenza, non si chiuse per colpa di uomini; lo rovinava il tremuoto. Tutti poi vennero meno per sconci gravi, inopia di alunni, scarsità di profitto, istruzione assiderata ed incivile, decadimento meraviglioso, brutto costume. Quà e la invero i seminari furono ognora il bordello del clero: e v’hanno luoghi ov’è fresca la memoria di brutture senza nome, e tale ch'è onestà il tacere: e si narrano e propalano quasi senza niuna meraviglia (158). Perfino re Ferdinando II ammoni i vescovi sulla fecondità del male e della corruzione che appariva nei seminari (159), ne’ quali poi, anche oggi, v'ha una istruzione d’altri tempi, iscarsa, ripiena di pregiudizi, fede ne’ miracoli, credenza ne dii terreni, teologia mutata in cristiana mitologia, scienza perfin essa partigiana. Di lingue apprendesi solo la latina, o meglio talune regole, pochi verbi, da non potersene neppure valer allo studio de' canonisti: dello scibile di scienze, solo la dommatica, o teologia casuistica, raffazzonata e appresa come a Tricarico, ad Acerenza, a Marsiconuovo ed a Muro si può. Di geografia, di storia, di severa filosofia, e di scienze politiche e civili, niuna cultura.

E s’esce di colà accomodato l'intelletto di talune sentenze di frati o giunterie di sacrestia, che poi s’attribuiscono a’ santi padri, tanto, da sciorre i quesiti mercé i quali vestire l’ordine sacro, ch'è il mezzo a scalare di poi un beneficio o una cura. Né basta: s’educano, a bello studio, ne’ seminari a tale un ordine di peregrine idee ch'è ingiuria all'universale: maestà civile al di sotto della ecclesiastica (160): debito di cattolici maggiore di quel di sudditi: sudditi della chiesa innanzi che dello stato (161): stato ch'è patria de’ laici soltanto; patria de’ chierici il mondo (162): ovvero solo la teologia meritare nomea di scienza: ogni altra essere profana e da addentratisi co’ trampoli, onde il demonio non abbia da attortigliarsi ai piedi: sacrilega poi quando osa penetrare nello scibile ai dieci o dodici comandamenti, o nell’universo intellettuale di tre virtù, teologali; o scrutare i miracoli del sole che tramonta e s’arresta a voglia d’uomo e di Dio, dell’oro che si ossida e vindice diviene delle colpe degli israeliti, dell'acqua che a un tocco di verga fatidica scaturisce dalle viscere della terra; ed altre nullaggini de’ tempi in cui la società era a balia e gran ballo era il sacerdote. Cosi si usa il chierico a rinnegare la scienza in nome della fede, e la patria per la chiesa: finché bisognoso poi di riaccostarsi alla società civile, tornato, per cosi dire, alla patria, non è più cittadino né dello stato né della chiesa (163). Una e potissima fra le ragioni per cui il clero è casta insidiatrice della comunanza o male cerca poi di fondervisi, è quella del procedere da’ primi anni ognora a sé: vivendo lungi da’ suoi, s’usa a non aver più famiglia: non l’ottiene di poi, o l’ha di colpe: s’indrizza agli studi per via aperta ai chierici soltanto: hanno ginnasi, licei, università tutta cosa loro, cioè i seminari che compendiano dal più elementare ai maggiori insegnamenti; e ce n’è d’avanzo; ed oltre, alta urea che palesemente vi ottengono per gli ordini sacri, laureansi in astuzie, od in quelle furfanterie nelle quali i chierici appaiono di poi maestri. Ond’è che soltanto nel giorno in cui anco per gli ordini sacri varrà un istruzione civile, o l’autorità civile offerirà negli istituti suoi ogni agevolezza a compiervi i chierici i loro studi; od almeno veglierà alla specie di scienza che ne’ seminari si dispensa, sia pure a creare sacerdoti ch’han nondimeno da essere anco cittadini; cesserà il clero dall’apprendere fino nel primo cammino della vita, quel degli studi, a procedere poi da nemico od all’infuori della società civile (164).

XLVIII. Nella quale il clero va poi recando li germi' della sua dissoluzione, quelli contratti ne' seminari ove si educò ad auspicare ad una patria troppo vasta per cittadini; ad essere suddito di una maestà troppo divina per uomini; a giudicare per via di fede cche ha per primo istituto di rinnegare la ragione e, mentre universale ragiona essa sillaba; onde i chierici riescono troppo sapienti per le turbe che vorrebbero od hanno in loro balìa e poco meno di idioti o sillabanti a petto de' veri sapienti. Vivono poi nella società civile a governarla dove basti loro l'animo: vantansi di disconoscere la famiglia o di discioglierla: e vengono, presto in voce di stranieri tra i concittadini, o di rinnegati tra' credenti. Tal è una istituzione che nata quasi da altre fonti che non quelle della società universale, vive e muore a sé sena’ innestarvisi altrimenti che o soverchiandola o rinnegando l’ufficio proprio. Non attira alle sue cappelle, a' templi, alle parrocchie, alle collegiate, alle diocesi che per distaccare dalle comuni, dalle provincie, dallo stato: al quale è nemico o straniero (165), o delle leggi proprie, apostata. Altrove dicemmo degli influssi e uffici suoi nella società civile, e de’ modi con cui intese ognora renderla a sé tributaria. Qui poi volgendoci agli ordini in cui i chierici si spartiscono ed ai rapporti degli uni cogli altri, accade riferire questo di notevole: che sebbene s’accrescessero ognora di numero a serbare indivise le private fortune o ad accrescerle co’ lucri di chiesa, o per i’ attrattive ed i lenocini di un ordine ch'era il primo tra gli uomini, e cosi potente da soffocare ogni anelito di vita' civile; pure noi giunsero mai a numero maggiore di cinque per mille r nò più né meno di quel che sia la media del clero in tutta la penisola. Strana contradizione: né basta, ché, a grado a grado s'inviti il ministerio del sacerdote, o li tempi nuovi dischiusero ornai altri modi di campare la vita e primeggiare senza uopo, come prima, di vestire la divisa chiesastica, prosegui il clero nella via ove oggi e’ pare si sbandi, scemarono le ordinazioni annue ai quasi la meta; da presagire che, seguendo la media degli ultimi anni, la generazione novella conterrà in tutta la regione nostra un migliaio di sacerdoti; due per mille abitanti. Più note vole che fruendo la chiesa di fortuna ch’era nel modo dicemmo ingiuria alla miseria publica, quasi quaranta milioni, de’ quali anch’oggi ha il reddito oltre quel che per fini chiesastici, ma nel vero i più mondani, stilla a privati, ad opere pie, a comunità non meno che allo stato;, v'àbbiano sacerdoti la cui indigenza li obliga a quelle sconcio insidie all’altrui sostanza, od ai servigi li più umili a premio di vile mercede, o di un fastel di legna o di un tòzzo di pane. Le quali brutture hanno per cosi dire una sola origine, nelle disuguaglianze, troppo più gravi di quel che onestà e giustizia consenta, tra benefizi e benefizi, parrocchie e parrocchie, canonicati e canonicati, diocesi e diocesi, in quanto concerne gli emolumenti e le propine. Ma l'ha di peggio: attingono li chierici in cosi disuguali porzioni alle rendite di una medesima chiesa che taluni n’hanno il superfluo, altri appena il necessario, i più nulla: servi della gleba. più che guida dell'anime e condannati or qua or la a tale una vita che ogni altra è meno miseranda. Onde poi se uguali sono le leggi che moderano ogni ordine di clero, non lo sono le virtù, non le colpe: negli uni abito di crapola, d’ozio, di concubinaggio, e l’ingordigia di chi dopo il pasto ha più fame di pria: negli altri la sobrietà, il costume corretto, la onestà figlia del lavoro, e, di soventi, dell’avversa fortuna: qui benefici e parrocchie e canonicati che più smungonsi più loro rimane: altrove vani titoli, beneficio esiguo o nissuno. Cosi s’avvivano gli odi che germogliano si profondi tra superbi ed umili, vie i più. nel silenzio dei chiostri o nel cerchio della chiesa, tra ministri di Dio gli uni elemosinanti gli altri lussuriosi, eppure cittadini di un istesso comune, incardinati ad uguale parrocchia, militi di una medesima diocesi. Non ultima cagione per cui nel volgere de' tempi nuovi, gli uni disertarono la chiesa, altri le si atteggiarono da nemici: qua e la la vigna del signore fu ed è anch’oggi publico agone: e tra l’infierire de” colpi e la pervicacia delle difese, l'angosciose memorie degli umili e le paure de' superbi, fuggirono i vescovi l'ira del clero proprio e de' diocesani: onde que governucoli nella più parte si disfecero antivenendo, per cosi dire, il giudizio sulla superfluità a soppressione loro.

XLIX. Le quali cose più acconciamente verranno in luce nel dire delle diocesi, vertice della piramide di cui gli ordini molteplici del clero sono i gradini. e le unità de’ sacerdoti, l'amplissima base: prime poi quelle fra le cagioni di inciampo all’azione del poter' civile, od ai civili progredimenti dell'età nostra. Onde ci avvisiamo di ritrarre qui fugacemente l’inestricabile' ordito che avviluppa la società laica: né per vero in cotale laberinto le si offre uscita. Quattro diocesi hanno sede e dizione nella regione nostra soltanto. quelle di Melfi e Rapolla (166), di Tricarico (167), di Anglona e Tursi (168), di Marsico e Potenza (169). Altre quattro hanno qui la sede ma invadono provincie limitrofe; e sono le diocesi di Montepeloso (170), di Acerenza e Matera (171), di Venosa (172), di Muro (173). Altre cinque hanno dizione nella. regione nostra, ma sede estranea, quelle di Policastro, di Cassano, di Conza e Campagna, di Andria, e la Badia della Trinità di Cava (174). Giungono cosi a tredici fra diocesi e loro frantumi in questa sola regione (175). Delle quali, quelle di Montepeloso, di Andria, e la Badia di ava vi hanno ognuna una sola comunità: la diocesi di Venosa n’ha quattro: quelle di Cassano e di Conza cinque ciascuna: sei le altre di Policastro, di Melfi e Rapolla: sette quella di Muro: sedici la diocesi di Marsico e Potenza: ventuna quella di Tricarico: ventiquattro l’altra di Acerenza e Matera: sovra di ventisette comuni si distende poi la diocesi di Anglona e Tursi. Più notevole che di tutte queste una sola, quella di Melfi e Rapolla, sia intiera racchiusa nella provincia, da cui prende il nome: l’altre di Venosa, di Andria, di Montepeloso, di Policastro, di Cassano e la Badia di Cava, hanno qui dizione in una sola provincia, ma poi invadono alla loro volta regioni limitrofe o per di più vi hanno la sede: e la Badia di Cava qui racchiusa nella diocesi di Potenza, nuova San Marino di Romagna, non è la più lieve fra le anomalie di circoscrizione cosi strana. Le diocesi poi di Potenza e Marsico, di Anglona o Tursi, a cavallo ciascuna del Lagonegro e del Potentino, hanno dizione in entrambi: quella di Tricarico distendasi sovra il Potentino e il Materano: l'altre di Muro di Conza e Campagna si allargano anch’esse in due provincie, il Melfese e il Potentino: quella di Acerenza e Matera, fin sopra tre, il Potentino il Materano e il Melfese; oltre che, insieme all’altre di Montepeloso, di Muro e di Venosa, invade regioni; estranee. Onde accade che nel solo Materano abbiano dizione tre vescovi, que’ di Tricarico, di Montepeloso, di Acerenza e Matera: quattro nel Lagonegro, e sono quelli di Marsico e Potenza, di Anglona e Tursi, di Policastro, e di Cassano. Il Melfese lo governano in sei, que’ di Melfi e Rapolla, di-Acerenza e Matera, di Muro, di Venosa, di Conza e Campagna, di Andria: da ultimo perfino sette hanno balia nel solo Potentino, i vescovi ai Muro, di Acerenza e Matera, di Anglona e Tursi, di Tricarico, di Marsico e Potenza, di Gonza e Campagna e l’abate di Cava: tra tutte venti dizioni in quattro circondari e racchiuse in una sola provincia! Né basta per anco: che la circoscrizione diocesana si accorda di guisa con quella de’ circondari, che il capoluogo del Lagonegro è soggetto alla diocesi di Policastro, fuori provincia: l’altra ai Melfi non esce in vero dal Melfese ma l’ha a comune con altre cinque diocesi: quella di Potenza oltrepassa il Potentino e invade il Lagonegro: e l'altra cne ha il nome dal circondario di Matera, n’ha a sé tributario un buon terzo, e scavalca i confini del Potentino, vi s'addentra fin quasi alla soglia del capoluogo, fa punta nel Melfese, e retrocede a invadere regioni estranee. Tutte poi le diocesi dividonsi in frantumi innumerevoli di benefici curati, di cappellanie, di parrocchie, di cattedrali, e, per l'innanzi, anco di provincie d'ordini regolari, intersecantesi, accavallantesi fra loro; alla loro volta suddivise anch’esse in scheggio o minuzzoli di cure e dizioni infinite; tanto si richiegga tutta la famiglia, de’ colori a ritrarne sovra una carta i profili (176).



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L. Tra questa rete o maglia fittissima ha da districarsi l’autorità civile se il può e senza urtare del capo in que’ tanti impedimenti di cui è sparso il terreno cappelle, chiese e benefici curati, parrocchie, cattedrali, diocesi, frazioni e scheggio ai frazioni: onde aneh’oggi, dopo la legge che parte ne disfece (177), hanno sembianza ai campo trincerato in cui destro è davvero chi valga ad armeggiarvi. Ritrarre poi il tessuto stranissimo delle diocesi, e la potenza loro senza pari, vale come agevolare la predizione della sorte che ha da attenderle: e noi reputiamo discorrerne, sendo e non lontano il di in cui deggia essere sentenziata. Errò chi disconobbe come gran parte dei guai di queste contrade, nasca dall’antica onnipotenza del clero, raccolto entro i fortilizi suoi sopravvivuti alla età volgente, e potenti per dovizia, di redditi se non di beni, incalcolabile. Onde serba anche oggi molto maggiore imperio che non sia creduto.. Taluno poi, avendo l’occhio allo esempio d’altre regioni, predisse che la resistenza del pingue clero all’autorità civile, giungerebbe a tale dà non turbarne gli uffici, o a grado a grado s’affievolirebbe. Così scordando come la chiesa possa oggi acquietarsi agli ordini nuovi ove poco le tolsero di averi e di potenza, già limitata dalle leggi giuseppine o leopoldine: non cosi laddove avea in sua balia la autorità civile: onde quelle che altrove le han tolto poco, qui hanno ufficio i prenderle il più. E l’istoria della chiesa ammaestri come fieramente si dolga e strilli ove pur le si tolga in un luogo quello a cui o volenterosa o costretta rinunciò in un altro. Non preme a noi di narrare la polizia ecclesiastica dell’ex reame; solo importa si accenni all’onnipotenza de’ vescovi, o de’ mandatari loro. Innanzi tutto arbitri gli ordinari degli averi a delle persone de’ chierici. Libito aveano di spartire le rendite della chiesa, e con il solo lume degli amori e degli odi, in quanti benefici e gradi reputassero spediente (178); gratificarne i bene affetti (179); negare cosa alcuna ai reprobi; anco il clero avea li reprobi suoi. Per gli uni ogni lenocinio o moina vescovile: per gli altri torvi sguardi, ingiurie atroci ed impunite, ripudio: che ad ogni lieve caso o parvenza di colpe veniva ad essi negato di sfamarsi alla greppia degli uffici chiesastici, o, come suolsi dire, erano sospesi a divinis (180): un cenno del vescovo, quasi l’omerico inchinarsi delle ciglia di Giove onde tremava tutto l’Olimpo (181), era più che bastevole a scaraventare poi (182), con le manette i quel birro che fu lo stato, i chierici da una diocesi a un’altra, o costringerli a confino in una parrocchia (183): niuna via d'appello: solo giudice e supremo il vescovo: solo ricorso a Dio ch'è lontano. Anzi un dì per ogni lieve caso, a un cenno de’ vescovi, la severità, e il braccio regio facea giustizia de’ loro odi; cosi niuna intercessione civile era valevole ai chierici: ed i vescovi aveano il diritto di punirli (184), senza rito, ex informata coscientia (185), perfino al carcere; in questo solo efficace l'opera dello stato, nel farla cioè da galeotto (186). Per altri poi la pace di un chiostro dovea essere ammenda bastevole, qualsiasi ribalderia avessero commesso: anzi quanto ell’era. maggiore, altrettanto mite e men veduta dovea esser la pena, a schivo di scandalo (187). Di questa guisa la società chiesastica, la pili sfrenata per voglia di imperio, avea alla sua volta schiavi e despoti da disgradarne i bey, e turba di chierici iloti o vagabondi, respinti dalle città, confinati, senza balia di uscirne, in questa o quella dizione. Ma il più di soventi, carcere de’ chierici erano i chiostri. In soggezione del vescovo que’ delle femmine: in potestà sua di reggervi, invigilare o mutarvi la disciplina (188): la elezione delle badesse, ch'è modo sì acconcio a gratificarsi le monachelle (189); quella degli operai e d’ogni altro che vi avesse ufficio, fin degli inservienti, era di spettanza del vescovo. Vigile parimenti sugli ordini dei monaci, quasi loro intermedio con il generale di Roma; onde anco in ciò aveano gli ordinari balie dicevoli solo allo stato: il quale poi non avea ornai più sugli ordini religiosi intramettenza alcuna; perché da Roma; Vernano nella regione nostra, anzi in tutto il reame, ispettori molteplici a esercitarvi imperio poco meno che pontificio: accordavansi co’ vescovi, e ce n’era d’avanzo a tranquillare que’ degeneri discendenti del Tanucci, che aveano da custodire la ragione dello stato. Che più? si videro nella regione nostra, caso nuovissimo e mostruoso, gesuiti e vescovi amoreggianti fra loro (190); terribile accordo onde avea da andarne a picco ogni ragione civile. Fino l’exequatur ch'ella avea da apporre ai bandi di Roma, era ornai in disuso. E Roma valendosi de’ vescovi esercitava tra noi quietamente il suo dominio, esigeva tasse, contraeva prestanze con ordini religiosi e clero secolare e per fino con opere pie, anch’esse salvadenaio loro, o luogo di deposito de' redditi superflui, in piena luce di giorno. Mercé de’ vescovi, alla santa sede volgevansi gli abitanti, quasi come a loro principe, per ogni specie di grazie ed uffici, oltre il prosciogliere gli impedimenti pel coniugio, ammettere agli ordini, a beneficii. E i vescovi poi alla loro volta bandivano i monitori, gli ordini di Roma, le grazie e i rabbuffi a’ laici, a’ chierici, a regolari senza uopo della potestà civile (191). Perfino i sinodi diocesani aveano essi balia di convocare senza richiedere l’assenso regio (192). Nelle diocesi s’orpellavano, s’infingevano i patrimoni per gli ordini sacri: ogni arte o finzione valevole: altrettanto a consentire patrimoni a regolari, anco dopo i voti. A’ chierici era conceduto, previo l'approvazione del vescovo, di accogliere volontà di testatori, «seguirle, esercitare la tutela, la curatela anco nei monaci, riconosciuta ogni capacità civile; niuna libertà poi di creare benefici senza voce ed assenso dell’ordinario. Difenditori, e imperterriti, di decime, tanto in voga Della regione nostra, e d’ogni prestazione della società civile al clero, quasi ghinea di vassallaggio; la questua dai vescovi non pure era protetta, ma voluta e difesa contro ogni offesa dello stato: anzi sollevata a lustra di devozione e poco meno che a crociata di fedeli. Testare in pro dei chierici e delle chiese. impinguare benefici, moltiplicare o straricchire conventi. anco il ricoverarvisi, anco il mutare la casa propria, in una sacrestia di preti, e perfino la fonte delle ordinazioni arida od abbondante a seconda il volere de' vescovi, tutto presupponea l’assenso di un imperio che non avea confini. Li privilegi di rito e di foro pei chierici rincalzavano poi un tal imperio (193): le curie vescovili, quasi ordine di giustizia, erano anch'esse civili e penali, giudici di chierici e di laici; o parte e giudice al tempo istesso, come ne’ casi di decime (194): fin dove la legge non giungeva, suppliva l’audacia dei vescovi, la umiltà de' pregiudizi, fino a inibire alla consulta di stato di pronunciarsi, prima avesse sentiti i vescovi, nelle vertenze in cui fosse interessata la chiesa e n avesse atteso un mese il responso (195). Che più? perfino era vietato ai tribunali di sentenziare quand’avessero in taluni cadi da contradire alle dimando della chiesa (196), alla viltà dello stato. Giudici poi i vescovi delle cause di patronato (197): quinci sottraevano i chierici rei alla giustizia od al carcere pel chiostro (198): dal chiostro o dalla sacrestia traevano invece al carcere i nemici loro (199), e li attendeva poi una mostra di giudizio civile se laici; ma nissuna balia aveano i tribunali di giudicarli se chierici; lo indugio del procedimento mutava per gli uni e gli altri il luogo ai custodia in luogo di pena: la pena era cosi scontata prima che, o quando pure non venisse di poi, inflitta; e la vescovile ira appagata. Chi le avrebbe resistito? Lo stato co’ suoi ordini ed i suoi diritti, i quali la chiesa suole ognora battezzare pretese, ché di diritti in tutto l'orbe non può averne che lei, era alla discrezione dei vescovi: disdegnavano poi questi di pareggiarsi alle autorità della provincia; e anzi stavano ad esse cosi sul collo che, essendovi nella nostra fino a tredici ordinari, aveano quelle ad un tempo tredici padroni o principi. Anzi il vescovo era perfino l’intermedio efficace tra la provincia ed il re; il giudice de’ meriti e demeriti de' sudditi; e perfino delle municipali autorità (200): il centro poi d’ogni amore, d'ogni, odio: e guai a meschini i. quali o non fossero nella grafia di un tant’arbitro, o ne scadessero. Impigliati i parroci (201) in cure di polizia, n’erano per cosi dire li primi giudici (202): i vescovi (203) que d’appello, in ispecie dalle colpe di stato (204); e le informazioni loro, in ogni maniera di casi con gran solluchero accolte, valeano, a pari di sentenze; anzi ispiravano quelle dei tribunali e del re. E la polizia alla sua volta era lo strumento, il braccio de’ vescovi, o meglio in soggezione loro, e fino del parroco: onde parroco e vescovo divennero arbitri delle robe e delle persone, non pure ecclesiastiche ma laiche: tara l'une e l'altre era poi norma avessero ognora ragione le prime o nessuno. Laddove avea governato un Tanucci, in quella che fu patria del Giannone, libito era nelle mammorte di straripare allagando ogni terreno degli uomini: divieti solo al vendere (205): dritto di accogliere eredita o legati senza uopo di con senso civile; bastevole quel del vescovo: vietato invece alla chiesa ogni onesto ribrezzo di cacciare le mani nelle sostanze altrui (206). Il che, gridavano tronfi e ribaldi i vescovi del regno essere proprio ciò che Iddio voleva per la chiesa sua (207). Tutori fino d'ogni opera pia (208), a sfruttarne, nel modo vedemmo, prima gran parte delle entrate e quindi carpirne oltre la metà del patrimonio (209), l’altra poi, ed a solo libito de' vescovi, volgerla in opera di pietà, sfamando gli indigenti con riti; e pompe chiesastiche (210), o sconci sproloqui di predicatori. Obligo era ne’ comuni, non menò che negli istituti pii di compensarli (211); e perché fossero idonei, e di quella sapienza di cui dicemmo, sceglievano i vescovi. Eleggevano anco la più parte dei rettori di congreghe laicali, ed altre associazioni retaggio de’ tempi in cui la civile società era a balia in chiesa. Arbitrio nei vescovi di sbandirne questo o quello; e del pari discioglierle: anco interdire chiese (212): scomunicare sacerdoti (213): espellerli dai confessionali e dal pergamo (214): per fino dalla sacrestia: e fin anco dagli altari: o ve li inchiodavano a publica penitenza (215), quando |a relegazione in un chiostro (216) o la carcere non era reputata più esemplare condanna. Le carceri poi, ch’il crederebbe?, poteano dirsi anch’esse in mano del. clero; i gesuiti erano preposti a impartire la morale e la religione in quelle degli uomini, e le suore di carità tra le donne (217). Ed anco la istruzione era pressoché tutta in balia de’ vescovi (218): ché ad essi (219) ed agli ecclesiastici che ne dipendevano (220) s'ispettava non pure l’invigilare ai neofiti ne seminari, ma a laici nelle scuole de' municipi, ne ginnasi, ne’ licei e università dello stato: nell’une e negli altri aveano poi i vescovi voce e imperio, mercé degli insegnanti, che quasi ovunque erano chierici (221): cosi gli educandati e conservatori mutaronsi in chiostri, prima che le fanciulle avessero rinnegato la religione delle famiglie, per la contemplazione solitaria (222): e i chierici penetrarono, per voler de' vescovi, fin anco nelle officine a infiammare, al fuoco di canti biblici o di pater noster ed ave, padrifamiglia dagli omeri curvati sul lavoro a sostentare la prole (223). Anco censori dell'ingegno e dell’opere altrui furono i vescovi (224): pure la scienza dovea illuminare a voglia loro, gettare luce o no, secondo loro talentava. Un velo di chiesa, poco meno che funebre, avvolgea cosi tutta quanta la società civile (225): guai agli incauti dal cui labbro sfuggisse ogni più lieve imprecazione o bestemmia (226), che in publici bandi si battezzò orrorosa (227); e doveano ogni di sudare sbirri e spie e milizia a coglierla di volo: alla fin fine, e forse fu la sola limitazione al potere dei vescovi e delle curie, si ordinò che i bestemmiatori, in taluni casi, venissero puniti dai tribunali di guerra (228). Era poi volere dei vescovi che frequenti fossero le festività (229); onde il giorno di miseri artigiani venne sacrato non pure a quanti santi la gonorrea del calendario romano scolo, ma a que che scendeano dal cervelletto degli Ordinari; e caso meraviglioso, perfino il monarca (230), » fino gli intendenti divennero promotori (231) o quasi canonici istitutori di feste sacre (232), ad onorare angioli o cherubini, con strano sacrificio non di agnelli e di montoni, ma dei lucri che avrebbe offerto il lavoro, in giorni innumerevoli sacrati cosi all'ozio (233): e guai a chi contravvenisse a un tale culto. Ogni comunità, ogni casale e gruppo di capanne ebbe allora il suo protettore celeste: ed egli alla sua volta diè il nome a cappelle, ad opere pie, ad istituti, a giorni, a vie, a piazze, a palagi: qua e la fino ad uffici publici, nel pensiero de’ vescovi, il santo avea da esserne poco meno che il parafulmine. Fino le vie rurali, rinnegato il nome de’ luoghi che congiungevano, doverono sposare quello de' luoghi che congiungevano, doverono sposare quello di un santo: perfino le linee telegrafiche, e s’ebbe perciò il telegrafo di santa Cristina, quel di santa Teresa, e l’altro di sant’Alfonso (234) materia invero di riso se non fosse d'ingiuria alla ragione degli uomini. Di questa guisa, innanzi di cittadini nello stato, s’avea da essere cattolici nella chiesa; sudditi di Roma pria che del reame: i vescovi erano emanazione del pontefice. non del principe; obbedienti a bolle della santa sede, all’insaputa o senza uopo del re: il re, conforme la dottrina de’ vescovi, quasi estraneo al potere chiesastico o nulla più di un devoto, di un suddito del Signore: del quale Signore erano i vescovi poi li nunzi, o li portavoce. Che se poi altrove lo stato, come n’ha debito, invigila la chiesa o la respinge agli altari suoi, qui straripava nello stato, n era signorar altrove i catechismi suoi s’hanno come esercizi di fanciulli o s’irridono, e qui s’aveano quali sentenze di santi padri: colà di poco ella varca la soglia delle famiglie, qui n'è la consultrice e più: colà non ebbe o non ha balia di governo, ingerenza ne’ municipi, voce nell’insegnamento, vigilanza sovra istituti civili, e que’ n’ebbe tanta, e v’han da esservene i frutti, e s’incontrano, che gli istituti pii mutò, come dicemmo, in. opere di culto, le comuni in parrocchie, l’istruzioni in un ministerio di chierici, od un privilegio di seminari; e lo stato ridusse a condizione di braccio esecutivo, anzi di sbirro o galeotto di un vescovo!

LI. Ora di cosi sconcia potenza questa fu la ventura: svigorito il minor clero con la chiusura dei conventi (235), colla diminuzione de' chierici, o con lo sbandirli da taluni degli uffici civili (236), nella guisa che da tutti il buon dritto della civile società suggerirebbe, a rincantucciare il clero d’ogni ordine negli ordini suoi; solo incolume rimase l’alto clero. Fu inseverito contro gli. umili, non s’osò contro i maggiori (237). Il clero infimo in buona parte stremato di pecunia, ridotto agli uffici della chiesa, e il regolare disfatto, quasi forze ornai senza pregio di unità, si direbbe non sieno, per sé soli, di grande rischio alla autorità civile. Li vescovi invece serbano intatti i loro ordini; niuna legge fin’ora li scemò: intiera l’antica potenza (238) meno lo ardimento di usarne: ristrinsero o rannicchiarono gli artigli tra la società civile tutta in armi a resistergli, ma li serbano per altri tempi se loro arridano; e intanto, straripando nelle vie della chiesa, avviluppano la regione nostra nella rete fittissima di cui dicemmo. Parte dell'infimo clero pur s’arrese alla ragione de’ tempi nuovi, tornò cittadino: l’alto clero si comportò invece cosi. Tacciasi dalle diocesi ch’hanno sede altrove. Dell’altre otto, li vescovi di Anglona e Tursi, di Muro, di Marsico e Potenza, di Melfi (239), non attesero la luce della libertà, ma fuggirono in esilio: li spinse, più che l’ira de' diocesani, il ribrezzo del viver libero e senza più balia di quel pupillo eh.'era lo stato (240). Arrogi poi l’antiche ire fra taluno di quegli ordinari e il clero proprio (241), ove pure ferveano cittadini egregi: conati di governare e prepoter su d’essi, anco di lontano, o di armarli contro autorità civile (242),: e anatemi e folgori contro i rei di amor di patria (243): onde si videro laici contro chierici r chierici in odio di parroci, monachelle aggirantesi fra combattenti e, più che messaggiere di pace, portavoci delle diocesane ire (244); capitoli poco meno che per intiero scomunicati da’ vescovi (245); e vescovi nemici di tutti, fin del principe e del secolo (246), fors'anco di Dio, il culto del quale poco meno giacque interrotto (247), e nel cui nome s’onestava, ogni insania. Per li quali attriti e danni il più. delle diocesi, a gran ventura, poco meno si disfecero. Ma di poi la ragione dei tempi e la fede soverchia persuasero a favorire il ritorno de’ vescovi fuggitivi: rinunciando a’ beneficii di una lunghissima interruzione nella supremazia diocesana, onde potea, quasi di per sé, divenire prescritta; primo errore, e figlio dell’altro, il maggiore che alla autorità civile sia mai dato commettere quel di scendere a trattare, per qualsiasi titolo od obbietto, con Roma (248). Onde poi ritornando i vescovi, qua e li contro il voler dei cittadini, del clero, il voto delle autorità civili (249), e per fino di un ministro di giustizia e grazia (250); riafferrano le potestà che niuna legge gli ha tolto fin'oggi, è ne fanno arme di loro vendette. Terribile la vescovile ira, quasi molla contorta in sei anni di esilio e che ora si raddrizza violenta. Quel di Melfi, per via d’esempio, giunto ch'è, appare all’improvviso nel tempio; ha schifo della benedizione del venerabile portagli da un suo inviso il primicerio, sacerdote egregio, accorso, narra egli stesso, a rompicollo con lo aspersorio sulla soglia del tempio, che fu miracolo giungesse a tempo; al capitolo volge le spalle; e tant’è ribrezzo che sembra egli abbia di que’ canonici, nella più parte cittadini egregi e sudditi devoti alla maestà civile che, a non far cenno il quale potesse essere accolto per saluto, per fino scorda di fare riverenza alla croce, com’è di rito (251). Di poi risolleva a bello studio quistioni annose tra di sé e il clero (252): a sfregio del capitolo trasferisce la cura de’ sacramenti dalla cattedrale a chiesa minore (253): elegge a partecipanti i suoi bene affetti, senza voce de' canonici (254) reputa in pieno vigore anch’oggi il concordato del XVIII, con il quale l’autorità civile, legatasi i polsi e le giunture, si diè in balia della chiesa; poiché, sono dottrine del vescovo, i concordati non possono venire meno che con l’assenso del pontefice il quale non l’ha dato fin qui (255). Contende alle congreghe laicali il dritto di eleggere i padri spirituali e vuole sia pur questo un attributo del vescovo (256): inibisce la confessione a quanti del clero hanno liberi e patrii sensi: nega loro la predicazione: e perfino, lancia interdetti alle chiese come a' tempi dei più faziosi pontefici (257). Vuole poi dai sacerdoti l’abiura dell’amor di patria, o, come ei dice furbescamente, si mettano in regola (258): sospende a divinis i recalcitranti ovvero li induce a pubblica penitenza; o invoca l’arma dei carabinieri a espellerli dal tempio, e negando loro perfino di ricevere la comunione (259): e gli indumenti sacerdotali usati da essi, disperge d'acqua benedetta, a scacciarne il demonio (260). Cosi rivivono anch'oggi i vescovi del passato: la potenza ecclesiastica a grado a grado ristaurano, inconscia o noncurante l’autorità dello stato: e quel che è detto dell'uno. valga per tutti.

Degli altri vescovi, due premorirono alla caduta de’ borbonidi, que’ di Venosa e di Matera, sedi vacanti: e un solo perseverò nell’ufficio suo, visse tra il clero e i diocesani suoi; pio sacerdote, schivo di fazioni o parteggiante solo pel bene del suo gregge, quel di Montepeloso. Ultimo (juel di Tricarico, non ebbe mestieri, a somiglianza d'altri, di fuggire i diocesani suoi, sendo loro vescovo solo dal lxi; né di poi, usando dello ingegno, ch'ha astutissimo e colto, a schermirsi ne’ fortunosi giorni tra il clero e il gregge suo, Io Stato e Roma. Fu dei sessantaquattro che. con publico bando sostennero, il potere temporale essere primo attributo del vicariato spirituale di Cristo. Non ha macchia di aver mai partecipato a riti di chiesa per ricorrenza di feste civili: si partecipò, secondo che ne corse voce, a negozi profani, parteggiando, e seco lui' i sacerdoti, nelle eiezioni dei deputati, pei più radicali, fino pel de' Boni: ma il fine coonesta i mezzi, stile di curia, e chi sa che il suffragio al traduttore del Renan non profitti anco a quelli che lo dannarono quale emjjiot Di questa guisa, sovra otto diocesi, due ré starano molt anni vacanti per la morte de’ vescovi: quattro per la fuga loro in aborrimento de' tempi nuovi: un solo rimase fermo alla. sede: un altro vi giunse, quando non gli era più dato tentare, nuovo Giosuè, di fermare il sole della libertà. Ed oggi gli uni( )ritornando dall'esilio, od altri surrogandoli restaurano l'antica potestà e le lotte contro chi la contrasti: ravvivano cosi i guai per cui voglionisi smantellati que’ loro fortilizi, onde sia sgombra la via nella quale la civile società si sollevi dai gratissimi mali cu ora la conturbano.

LII. Ma v’hanno ragioni per reputare che con ciò il poter civile sia per ledere le prerogative della chiesa, ed il confinarla in. minor numero di diocesi, generi tra noi altra perturbazione? 0 s’è dato di abolire alcuna, può egli credersi non si appartenga allo stato di mutare anco la giurisdizione territoriale delle superstiti? É egli ciò consentaneo al principio ché le diocesi, in quanto sono pure enti civili, debbano rimanere soggette alla legge e potestà civile, che le une riconosca, altre no? ché dove non fosse dato, in virtù di quel principio, nidificare la estensione delle diocesi riconosciute; quasi che gli ampliamenti di talune giurisdizioni oltrepassassero le potestà dello stato; od egli nello agire avesse da arrestarsi, per tema i vescovi non riconoscessero gli allargamenti decretati dal poter civile, e negassero esercitare su nuove zone la giurisdizione ch'essi riconoscono solo dall’autorità ecclesiastica; e fosse perciò mestieri di distruggere anco le diocesi ribelli alle leggi dello stato, cert’è s'addoppierebbero le difficoltà sue. Del che noi diamo qui( )un tocco, anco perché ogni anteriore studio intorno( )alle mutazioni, pure patrimoniali, delle diocesi, parve avesse a subietto le vacanti, o quelle che lo divengano e non riconosciute dal poter civile; ma giammai le investite o le superstiti, quasi fossero a temere attriti novelli pel rifiuto degli ordinari a distendere (')la giurisdizione loro su diocesi soppresse; o che la incuria del gerarca supremo, cui spetterebbe il riparare a tale interruzione di giurisdizione, si spingesse fino a consacrare l’abbandono della cura spirituale ch'ha( )il debito di mantenere inalterata e dovunque. Ma poi ché nel dritto di abolire le diocesi superflue rientra quel di modificare le superstiti, né gli ordinari s’opporranno ad allargare lo spirituale loro dominio ai paesi aggiunti, né Roma certo si negherà a riconoscere le. diocesi pur senza di essa ampliate, ove lo stato mostri ardimento a procedere oltre.

LIII. E l'ardimento, più che per altre, richiedasi in profitto della nostra regione, ove raccolgonsi quante anomalie offre la circoscrizione diocesana della penisola: solo per via di parallelo con questa ed altri stati; scaturisce la proposta che noi formuleremo tra breve sul destino delle tredici diocesi lucane. Gli anteriori studi scelsero a prima guida il numero degli abitanti; i quali in tutta la penisola si valutarono novantamila per diocesi. Ora a quale conclusione ci saremmo indotti ritraendo i molteplici criteri o gli estremi della circoscrizione diocesana d’altre nazioni a paragone della nostra; o riguardando le difformità fra un capo all’altro d'Italia ove a diocesi vastissimo stanno accosto delle esigue, perfino taluna volta racchiuse entro i confini di una sola comunità; e per ultimo dove si fosse posta a confronto la circoscrizione speciosissima di Basilicata con quella d’altre regioni, o con la media della penisola e di estranei stati? Ed invero, quale dovrebbe essere il tipo delle diocesi nostre?: quel di Portogallo e di Spagna, ove se n ha una ogni trecento mila abitanti; oppure di Baviera, la quale annovera una diocesi per ogni quattrocentomila; o della Francia ove se ne conta una sovra quattrocentocinquantamila cattolici; o quel dell'Austria che n’ha una per cinquecento migliaia; o del Belgio ove, sovra di, seicentomila, havvene una sola?: con ciascuna delle quali si compongono quattro, o cinque, o sei, o sette, od otto delle diocesi italiane. Che dire poi delle provincie meridionali ove se n'ha una ogni sessantacinque mila abitanti?; e che della regione nostra dove, a tacere di quelle ch'hanno sede altrove, sol’una, ch'è la metropolitana di Acerenza e Matera, supera li centomila: due altre e sono le diocesi di Tricarico e d’Anglona e Tursi, n’hanno sessanta mila: e quelle di Muro e di Melfi e Rapolla, appena superano le trenta migliaia: di ventitré la sola di Venosa: un altra scende fino a sei mila abitanti: una media fra tutte dì cinquantamila ciascuna. Ond’è che le tredici diocesi dove si modellassero al tipo medio del mezzodì si ridurrebbero a nove; con la stregua delle italiane, tali quali sono oggi, a cinque; o secondo quelle del Portogallo e di Spagna, a nemmen due; ovvero, a pari delle diocesi di Baviera, di Francia e di Austria, ad una sola; in conformità poi di quelle del Belgio diverrebbero tutte e tredici appena una frazione di diocesi. Ed all’incontro dove la regione nostra, nella quale ora v'hanno fino tredici autorità vescovili soffocatrici di ogni, anelito della civile, offerisse il tipo della nuova circoscrizione eleverebbe, per novero di abitanti, da duecento ventinove, tali quali sono ora e superflue, a quattrocentoquaranta le diocesi di tutta Italia (261): tant’è la più formidabile contraddizione al tipo di una per provincia.?

LIV. O le diocesi lucane per novero di parrocchie voglionsi porre a fronte con quelle di Francia, le quali ne anno cent’ottanta ognuna; o con l’altre d’Inghilterra di quasi quattrocento; o con quelle di Spagna, fino di cinquecento: o modellare al tipo delle diocesi lombarde, le quali per media contano da seicento parrocchie; o delle italiane ove se n’hanno cencinquanta per diocesi? E non v’ha dubbio che sé la precipua guida per giudicare di circoscrizioni amministrative s’ha nel novero de’ municipi che ognuna contenga, essendo essi le fondamenta di quelle; a circoscrivere le diocesi fa mestieri di aver l’occhio al numero di parrocchie che inchiudono. Ma a qualsiasi di que’ tipi diocesani noi. si pongano a fronte le diocesi di Basilicata quale mai penuria di parrocchie, fors’unico esempio in tutta la penisola, non rivelano esse? Delle quali, per dire solo di quelle ch’hanno sede tra noi, appena quattro, e sono le diocesi di Acerenza e Matera, di Anglona e Tursi, di Tricarico, di Potenza hanno più di venti parrocchie: quelle di Muro, di Melfi e Rapolla, di Venosa, appena superano le dieci: e la diocesi di Montepeloso, è, tra di noi, racchiusa entro una sola curia. Tantoché quando pure la mano provvida del poter civile abbia raccolta in una le tredici diocesi o loro frazioni che qui 8’annoverano, riuscirà ella sempre una delle meno importanti. di Italia, raggranellando poco più di un centinaio di parrocchie; il quale è di un terzo al disotto del numero medio che hanno le diocesi italiane, tali e quali sono oggi: non giunge poi alla metà di quel delle spagnuole e delle inglesi; ed è meno di una quarta parte del numero di parrocchie ch'hanno le lombarde. Laddove poi anco le italiane si modellassero al tipo delle francesi, od a quel di una per provincia,che sarebbe mai delle tredici diocesi nostre, e quali avrebbero da ritrarre la importanza propria dal numero delle parrocchie e, pur ridotte ad una sola, n’avrebbe appena un terzo di quelle per media comprese in ciascuna delle altre regioni della penisola?



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LV. Ma forse il tipo delle diocesi ha da ricercarsi nel numero delle chiese? delle quali già dicemmo come la regione nostra abbia non le migliaia di altre, ma tre centinaia, e né in tutte si raccolgano i sacerdoti; onde anco da ciò ella non possa aspirare a più d’una diocesi. 0 nel numero de’ municipi? de’ quali nella più parte delle provincie italiane s’hanno centinaia molteplici, sparse ovunque, e qui soli cenventiquattro e raccolti; tantoché ridotte le tredici diocesi ad una sola, avrebbe dizione appena sovra dodici diecine di comunità, Od il tipo della diocesi ha da essere quel della provincia? come l’è già in Lombardia, e, a meno che per la nostra, lo schema del Cortese propose fosse in ogni regione italica; e tale è pure insino a un certo punto in Francia, la prediletta figlia della chiesa. Allora sollecita è la conclusione nostra: una sola provincia e una sola diocesi: o tre provincie, quelle di Matera, di Melfi, di Potenza, ed altrettante diocesi.

LVI. Ossivvero si ha da seguire, per novero di sacerdoti, il tipo delle diocesi di Francia che n’hanno quasi due mila ognuna; o delle italiane che per mediane contano due migliaia e mezzo? Anco da ciò è sentenziata-la sorte delle diocesi di Basilicata, ove una sola,quella di Acerenza e Matera, ha più di quattrocento sacerdoti: altre due, quelle di Potenza e di Tricarico, ne contano poco più di trecento ognuna: la diocesi di Anglona e Tursi; appena duecento: quella di Melfi e Rapolla un quarto memo: l’altra di Muro di poco avanza i cento: e nelle restanti, per non dire delle frazioni di diocesi, ne incontriamo solo poche diecine: fra tutte poi annoverano da due mila e trecento sacerdoti. Per modo che, dove si suppongano raccolti in uno sola diocesi, il numero non ne, apparirebbe maggiore di quel che in ogni altra della penisola. Ma lo argomento si rincalza considerato come la dimora dei sacerdoti renda qui agevole, meglio che altrove, il raccoglierli tutti in una sola diocesi. Perché mentre dovunque vivono disseminati in migliaia di chiese e di curie, qui s’aggruppano in poche e come ragione vuole, ov’è gruppo dì abitanti. Li quali, nel modo dimostrammo, non vivono disseminati nei campi o in case sparse ma per nove decimi entro paesi; e del pari i sacerdoti. e perfino le chiese sorgono solo ov’è il municipio, ed è ventura o caso incontrarne nelle campagne o ne’ rarissimi casali. Onde avviene, e per ragioni non removibili che con il creare dalle fondamenta i centri che non esistono, che raccolti i templi, le parrocchie ed i sacerdoti, entra le città, e pochi essendo gli abitatori de’ casali, scompaiano, per la vescovile giurisdizione, le difficoltà proprie de’ luoghi ove, per quant’è lunga e larga la diocesi, vivono quelli disseminati Altra ragione per riconoscere la unità delle, diocesi lucane e l’agevolezza di reggerle, quando pure siensi fuse l’una nell’altra, senza chele faccende del culto o la ecclesiastica giurisdizione incontrino detrimento.

LVII. Né la mancanza di vie o la lunghezza delle distanze può nella regione nostra essere d'inciampo al governo di una diocesi tanto,vasta, se,non l’è, o fin’ora non s’ammise, per l’esercizio di ben altra autorità, la civile. Né sembra siavi di che paragonare le necessità dell'una con la semplice giurisdizione ecclesiastica, e, sino a che la regione si accentra nella mani di una sola autorità civile, sia di troppo che le cenventiquattro parrocchie convergano anch’esse a un solo centro. Anzi la esiguità de’ negozi ch’oggi vanno alla cognizione degli ordinari; dacché loro fu tolta, se non dalle leggi, dalla virtù de’ tempi nuovi, la balia de’ giudizi civili, penali e di polizia, la ingerenza nell’istruzione e ne’ luoghi pii, e la tutela o vigilanza sovra lo stato; ben tollererebbe che una sola diocesi s’allargasse anco tra noi, come altrove avviene (262), sovra centinaia di comunità e migliaia di parrocchie, non che sulle cenventiquattro dell’une e dell’altre che annovera la Basilicata. E lo si oserebbe con ardimento maggiore di quel palesato da quanti scesero a rompere una lancia contro la onnipotenza o gerarchia ecclesiastica, dove fosse dato precorrere l’opera del tempo e andare fin d’ora diritti laddove certo perverremo tra lustri; quando la chiesa, disciolta da ogni pastoia o vincolo civile, sarà una libera ed innocua associazione di credenti; in tutela dello Stato, senz’altri capi che i parroci, e rotto ogni anello di gerarchia intermedia con Roma.

LVIII. Ma se per novero di abitanti, di municipi, di sacerdoti; di chiese, e di parrocchie, le diocesi lucane invitano a modellarle al tipo di una per provincia, quant’altre mai ragioni persuadono l’eccellenza di un tale partito. Perciocché male si rigenerano popoli o loro si imprime giovinezza, mantenendoli tra costumanze, memorie, istituti del passato, onde sembra quasi ei si traduca nel presente, il numero de’ chierici, il quale noi già dicemmo incline a riduzione dacché si svolsero altre forme di attività, si dischiusero altri campi all’ingegno; rimuove parte degli attriti ch'offre ogni giurisdizione di soverchio distesa. Chi poi dicesse che una delle cause per cui il numero dei sacerdoti è maggiora laddove sono più diocesi, istà negli incoraggiamenti ch'esse offrono a vestire l’abito, coglierebbe al certo nel segno. Altrettanto chi rammentasse come il grande numero degli individui consacrati al celibato sia ovunque una delle cause di costume mal fermo, e la precipua nella regione nostra, né dolga il vero e l’ardimento di esporlo, del moltiplicarsi dei gittatelli, creature gittate eia genitori ch'hanno duopo avvolgersi nella più negra oscurità. Le diocesi poi, valgono non pure come centri di seduzione agli inesperti ed ai neoliti, ma bene spesso di parteggiamenti e cospirazioni contro il potere civile, laddove intenda fruire dei diritti suoi, che li pregiudizi del passato, e la soggezione al potere ecclesiastico, misero in forse. Disfacendo perciò que’ governucoli di seduzione, i quali stimano viversene indipendenti nel seno di un altro governo, e, per poco spiri aura amica od ei non sia vigile alle insidie, lo scavallano; scemeranno vie più le schiere di neofiti che attraggono ora a sé; milizia in ragione del numero resistente e indocile; e verranno meno gli attriti fra i sudditi e i governanti diocesani, ognora più violenti quando si azzuffano nell’esiguo cerchio di diocesi ch'hanno appena ampiezza di parrocchia. Mercé poi della fusione loro, conseguirà la chiesa quell'unità di indirizzo la quale nemmeno intorno a polizia ecclesiastica potè qui aver mai; e lo stato, agevolezza di vigilarla e seguirla nelle istruzioni che un solo ordinario impartisca ai governati suoi.

LIX. Oltre che, pur considerando una-tale riforma dai benefici che n’otterrà la chiesa, quant’altre mai ragioni non si contano per caldeggiarla nella regione nostra. La è l’unica via a profittare delle lezioni della storia, sollevando il culto, e il decoro di che ha duopo. circuirsi, dalla prepotente umiltà in cui, a contrasto con la smisurata sua fortuna, la chiesa si trascinò jpiù secoli. Perciocché all’opposto l'altre regioni, anzi in questa nostra ch'è prossima alla suprema sede Roma, disseminate le forze della chiesa, nulla produssero: né archi, né templi, né splendore di istituti o d’episcopi. E. se questi imperarono' il fecero nel 'Dome e con la virtù de’ pregiudizi, appaurando le timorate coscienze, complice un governo che si gloriava di avere i vescovi a suoi principi (263). L'umiltà poi degli episcopi, potenti solo d’immistione nelle aziende civili, era letale ai seminari che da quelli aveano invece da.. ricevere vigoroso indirizzo, nutrizione di buoni studi e splendore di luce, onde vi germogliassero poi abbondevoli frutti. La quale prostrazione inenarrabile di forze, a grado a grado qui divenne maggiore, tanto che s’oscurarono episcopi ch'hanno vita da un millenio, verbigrazia que(1) di Potenza, di Melfi, di Matera; e in tempi ne quali invece gli avi nostri, privi di ogni filtra grandezza, lasciarono, quasi in ogni altro lembo d'Italia, monumenti insigni della grandezza, della chiesa. Del che offre poi ragione f avere ella vissuto tra noi in. frantumi di abbazie, bazie,’ diocesi senza numero; e sfinita di forze fra le tante ricchezze di cui ognora avea disposto. ché prescindendo da ogni dovizia di suppellettili, proprie dell’ordinario più che della mensa, valga che nel catasto, tra le tredici diocesi che esercitano dizione nella provincia ed altre dieci che vi hanno beni, appaiono censite per quarantasette migliaia di rendita imponibile; e nulla più. Due ve n’hanno, quelle di Matera e Venosa che, tenuto conto d'ogni specie di entrate, non giungono a dieci mila annue ciascuna: la diocesi di Muro n’ha sette: quella di Montepeloso neppure cinque; neanco ciò che dal parlamento venne teste riconosciuto indispensabile per ogni vescovo (264); e molto meno di quello che i guardasigilli via via proposero di concedere agli ordinari delle diocesi riconosciute, onde elle si sollevino al fastigio serbato al certo a quella che avesse dizione in tutta la provincia, e quando non sia offuscato da tentativi di esercitare, potenza oltre i confini dello spirituale, che li vescovi scalarono nel passato in isprezo e sfregio del potere civile. E forse allora la chiesa lascierà, per le età venture, traccia di sé ne’ monumenti e nell’opere, di cui. ora non v’ha segno; per fino diroccarono le sedi de' concili, e vedi per tutte Melfi; fautrice poi dell’arti e degli studi, offrirà nei seminari quella istruzione ch'oggi è grama od appena dicevole ai tempi di tenebre. Onde anco da ciò il clero trarrà occasione di plaudire a si proficua riforma; la quale varrà poi di rivincita sugli stenti e soprusi che per opera di tanti vescovi ei patì nell’addietro. Arrogi come il gran numero di que’ principi fosse quà e la perfino la cagione corressero rapporti tutt’altro che lieti tra gli ordini del clero; in più luoghi quella per cui taluna diocesi fu, a lungo vacante, ed il vescovo in esilio; ed il clero, più del principe che gli è lontano, tema anch’oggi i tanti principi che sbirrescamente gli stanno addosso;'da non poter muovere un passo senzà incappare in tredici dizioni, tutte imperanti al tempo istesso e poco meno che l’una nell’altra; onde pel sacerdote il quale s’attira sul capo un cotale incrociamento di vescovili ire non v'ha più scampo: quest’è il beneficio di giurisdizioni senza numero e senza unità d’indirizzo. Perché poi il passato, ornai messo in accusa dal presente, non trasbordi nel futuro, vuolsi ripudiarne i ruderi e gli istituti: e male davvero s’inducono i più alla fede nella età novella quando veggonseli intorno a sé incolumi e perfino anch’oggi imperanti.



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LX. Fermo adunque il partito di smantellare cotante diocesi, rimane il decidere quali deggiono raccogliere intorno a se la vita delle periture. Innanzi tutto gli è agevole intendere come quelle di Policastro, di Cassano, di Conza, di Andria e la Badia di Cava, le quali hanno sede fuori di provincia, non possano mettersene a capo. Di poi talune esclusioni dal gravissimo ufficio di aggiungere a sé, quali membra, altre diocesi ora autonome, vengono suggerite dalla soverchia esiguità di talune, la quale loro tolse fin oggi ogni preponderanza o voce nel consorzio delle diocesi lucane: a mo’ d’esempio quella di Montepeloso, meglio parrocchia che diocesi, allargandosi tra noi su di una sola parrocchia, due chiese, appena cinquanta sacerdoti, e più canonici che chierici; l’altra di Venosa la quale ha dizione sovra quattro parrocchie, novanta sacerdoti; e viene terza quella di Muro con sette parrocchie soltanto. Oltre che, a confermare come quest’ultime due diocesi non possano aggrandirsi di tutte, le altre maggiori, approda la persuasione ornai comune che, forse per l’esiguità loro, le faccende chiesastiche non soffrano detrimento anco senza de’ vescovi; e l’esperienza informi dacché moriva quel di Venosa, e l’altro di Muro, per molt’anni, dimorò lungi dalla sede. Rimarrebbero le diocesi di Tursi, di Tricarico, di Matera, di Melfi, e di Potenza. Ma a porre da banda la prima persuade la postura sua appartata in un angolo della regione; e per la seconda il niuno splendore di storia o di basilica, l’umiltà della sede, e fino la penuria di parrocchie, di sacerdoti e di diocesani; a fronte delle più illustri, più autorevoli o più vaste diocesi di Matera, di Potenza, di Melfi. La quale ultima, che fra le tre è la più umile per numero di diocesani, di chierici e di parrocchie, le uguaglia per antichità splendidissima (265); e le sopravanza con le ricchezze di cui anch’oggi fruisce. Viene di poi quella di Potenza la quale risale al v secolo (266); ed ebbe, secondo narrano, a vescovi suoi fino dei santi, e altri, nel cadere del xvm, gloriosi martiri della libertà (267): ha nella sua dizione. una ventina di parrocchie, quattrocento chierici, ed oltre sessantamila diocesani. Ultima, e maggiore d’ogni altra, quella di Matera (268) ch’è metropolitana dei vescovi di Tursi, di Potenza, di Tricarico, di Venosa; conta da trenta parrocchie, cinquecento chierici, e quasi centrentamila diocesani. Più proposte, di varia bontà, uscirono insin oggi intorno e curie vescovili. La più ardita quella del Cortese guardasigilli, la quale, e vuolsi ascriverlo, più che a guardasigilli, la quale, e vuolsi ascriverlo, più che a colpa di quel valentuomo, alla precipitazione degli animi agitati, riusci forse la meno sapiente; qua e la evocava principi assoluti, altrove si temperavano: la legge procedea per via di eccezioni; le eccezioni alla lor volta vulneravano la legge: non rispettava nella regione nostra la vita delle odierne, disfacendone cinque: né correggeva la circoscrizione di quelle ch'hanno pure dizione tra noi, serbandovela incolume: l’altra ch'ha sede a Montepeloso, tramutava ei da sé in Gravina, dalla Basilicata in terra di Bari: non accoglieva poi il tipo di una diocesi per regione serbandovene due, oltre le frazioni di estranee; né quel di una per provincia, negandola a una delle tre in cui la regione si divide; né rispettando, per cosi dire, le dizioni naturali, avvalorate dall’istoria, o da quel talquale splendore ch'ebbe ognora, anco nel più buio dei secoli, quella di Melfi, sede di quattro concilii, dacché la sopprimeva. Sembra a noi invece che dove la regione nostra si spartisca nelle tre provincie proposte, importi serbare altrettante diocesi; e comune sia la sede dell’une e dell’altre: ché a niun patto si converrebbe il vescovo di una avesse dizione in altra provincia; per le ragioni molteplici onde non solo la circoscrizione ecclesiastica ha da combaciare con la civile, ma il capoluogo dell'una ha da essere quel dell'altra. Dove poi nello assetto futuro si mantenga la regione nostra così sciaguratamente di un solo pezzo, o s è destino, ma nol crediamo, i viventi non veggano il disfacimento di quell'artificiale aggregazione ch'è la Basilicata, e sia egli serbato ai figliuoli nostri, abbia allora una sola diocesi; e risegga, laddove risiede il potere civile, finché anco di essa, la progredita libertà del pensiero non ci dispensi. Perciocché in verun caso possa mai prescegliersi a centra di quella o. Melfi o Matera; per quanto lo splendore di quattro concilii, di archidiocesi ed altre molteplici, ragioni militino per esse; senza recare pure nell’una. o nell'altra la sede della regione. Posto un ordinaria diocesano, con dizione ’allargata alla periferia di Basilicata, fuori degli occhi del potere civile, verrebbe meno quella sudditanza dell’uno, e vigilanza dell’altra che, pure ne’ rispetti di libera chiesa in libero stato, si perviene allo stato che in sé racchiude la chiesa (269). Le altre tutte sieno cosi, in quanto concerne la istituzione de’ vescovi, distrutte; ché ad imprimere davvero vita nuova, vuolsi incominciare dal rinnegare la antica; o ad incedere nel cammino della civile trasformazione, importa si abbattano o rimuovano i ruderi che lo ingombrano.

LXI. Cosi disfatti, meno uno, que’ governucoli di reazione e ognora di impedimento all'autorità civile, sorgerà allato della gerarchia o società chiesastica un’altra società non meno numerosa e potente, quella dei laici, co’ suoi ordini, li suoi istituti, le associazioni sue civili. E quale meraviglia ella oggi non s'agiti, non si industrii, non commerci, non viva in quante forme di vita, la operosità individuale e collettiva conobbe, quando non la sorreggano istituzioni proficue né incuoramenti al fare; l’arrestano, impetuosi fiumi senza ponti, distanze enormi senza vie, e poco meno io diceva senza uffici di posta e fili elettrici; e dove poi la mancanza di associazione vivificatrice fece inerti le braccia degli operosi, agghiacciò ogni industria, dissanguò i traffici, aggravò gli infortuni; e perfino il suolo niega od assottiglia i prodotti, con cui quella e questi si rinfrancano? All'incontro de’ chierici che offrono ne’ loro ordini meravigliosi esempi di associazione, nulla essa è tra i cittadini; e poche le istituzioni aiutatrici, le quali pure, retaggio inglorioso del passato, ornai sono fuori di via. Altrove poi ti incontri in società di fratellanza o di mutuo soccorso tra operai, intese a prevenire la miseria, guarentire loro il lavoro, ch'è primo fattore di costume e remora d’onestà, o ad offerirgli man valida negli infortuni. Ma neppure quest’esempio allignò tra noi: vuoi mancanza di sagacia o di buoni studi, o la incuria, pianta del luogo, che tutto assidera, taluni conati non diederono alcun frutto. Oltre di che dove non hai ordini e numero d’artigiani male puoi accoglierli in squadre, associarli: non meno malagevole dove e’ ti conviene mischiare arte ad arte, accoppiando il tagliapietra e il sarto, il cafone e il parrucchiere; ché tra loro troppo più agevolmente s'intrudono, quasi a supplirne la scarsità, falsi artigiani, cioè cittadini senz’arte, o cultori di professioni, valevoli a che l’associazione non sia più di operai e primo gradino all’associazione del lavoro. Accade allora che, sperdendo il filo del suo cammino, ella entri nel campo delle cittadine fazioni, scambi gli intenti di libertà con que’ della licenza, e, ciò segui tra noi, si scinda, si sfaccia, innanzi del suo sviluppo.

LXII. Male poi si reputerebbe v'abbiano istituti che almeno offrano ausilio alle industrie, incuoramento a’ commerci, invilendo la usura insidiatrice. V'hanno si, ed al fine di sovvenire la cultura dei campi, monti frumentari in ogni comunità: nacquero ne’ tempi in cui alle carestie credevasi supplire con l'incetta dei grani e co’ dazi o divieti di esportazione; e custodivansi i prezzi con il calmiere. Allora que’ monti erano un deposito del superfluo, attendendo il di della penuria: o presumevano di agevolare la cultura, offerendo a prestito la semente che il sagace colono serba invece d’anno in anno; e di riuscire a sfamarlo con cibo per cosi dire ufficiale; e senza usura, cosi ingenuamente crederono i legislatori de’ monti, obligandoli a prestare la seminagione, tra aggio e sopr’aggio, al dieci e più di annuo profitto. Ma nello svolgere de’ tempi, li serbatoi di grano si rivelarono ausili alla carestia; il nutrimento ufficiale valse d’incentivo all’ozio, e si parve una ruina di misere famigliuole quando vi ricorsero per manco di lavoro, o con obligo di restituzione. Poi a grado a grado il capitale di que’ monti s’avventurò per altre vie, e talune d’esse senza uscita ò ritorno; ond’è ch'ora appena un decimo si mantiene nella via della circolazione, e il restante, ornai da lunga età, è nelle mani di amministratori scaduti o de’ notabili d’ogni luogo; li granai si cangiarono in esili obligazioni di antica origine, spesso rinnovate, giammai estinte, e il più d’esse, di riscossione dubbia (270). Vivono così quegli istituti per forma, ornai sopravvivendo a sé medesimi, ai tempi, ai bisogni dai quali ebbero l’origine. Né in migliore stato versano altri che avrebbero il fine di sovvenire i traffici, ed hanno nome di monti pecuniari, ma di scarsa pecunia; e l’amministrano contradicendo innanzi tutto alla circolazione sua, esaurendola come un cibo, ed attendendone la restituzione, quando venga, quale un ricolto. Nissuna balia di moltiplicarla circolando le cedole dei sovvenuti: le prestanze, ognora ne’ limiti del capitale: i profitti, a suo cumulo: e nondimeno in diecine d’anni o di lustri, non crebbe; tale è oggi, quale nell’origine sua: con questo di peggio che rimasto ognora alle mani de’ primi mutuatari, ne divise le vicende or liete ed ora tristi. E cosi nemmeno quegli istituti offrono segni di vita economica. Altrettanto si dica de’ monti di pegni —strano che fra tanti monti, la fortuna publica vada ognora terra terra —di scarsissimi capitali, niun indizio di circolazione, ricerca nissuna: più che aiutare lo sviluppo del credito e del commercio vi contrastano sottoponendolo al discredito del pegno; e, quel che più monta, nemmeno profittano alle più umili famigliuole; perciocché esse, alla loro volta chiederebbero un pegno di sicurtà a que’ sospettati amministratori. Eppure mancò ognora il pensiero di disfare quegli ingloriosi istituti, raccoglierne le forze inerti, dotarne casse di risparmio. Noi ne tentammo la prova; redigemmo lo statuto, quà e la fu accolto, ed ebbe poi la sanzione del re; conati di trasformazione che si vorrebbero proseguiti. Nondimeno potrebbe dirsi che un’istituzione di credito esistesse nella regione nostra, é creata in Melfi, or fanno quasi tre lustri, con il valsente di quaranta mila ducati: suo fine, di sovvenire le industrie de’ coloni e degli. artigiani; e lo adempiè cosi: dopo un anno di vita, venuta ogni pecunia alle mani di taluni notabili, da allora non circolò più. Altrove simiglianti istituti, e pure con più scarse forze, divennero motori infaticabili di industrie e di commerci: e invece tra noi, colpa la tristizia de’ tempi o l'insipienza dello statuto che avea da governarla o la incuria delle autorità borboniche giunse la cassa di Melfi a non vivere che di nome. 0 meglio che di nome vivea sì, ma di inesplicabile vita, debitori e garanti posticci, infingimenti di obbligazioni novelle a dissimulare la immobilità ornai perpetua de’ capitali, inchiodati al palmo de’ notabili; e industrie e i traffici non s’avvedevano più ella esistesse. Chi scrive ebbe l’ingrato ufficio, e ne fa ricordo, altiero del biasimo che gliene venne dapprima, e della riconoscenza di poi, di ricuperarne le sostanze; onde furono quindi ridonate all’istituto le funzioni del sovvenire il credito, e aggiunte quelle di sfruttare il proprio, accogliendo risparmi altrui (271). Per il che oggi nella vasta regione è il solo di quegli istituti che, incerta guisa, moltiplicando i capitali alla stregua del credito, nel giro de’ propri e degli altrui, moderano il. tasso del denaro, avvivano le industrie, e ne’ bisogni loro le sorreggono. Anzi la Basilicata è tra le pochissime o la sola, cui manchi perfino una sede della banca. Elemento di credito tolto al credito della restante penisola e che, dove qui fosse con amorosa cura trapiantato, meglio che altrove, offerirebbe questi benefici: il richiamo de’ capitali, oggi in fuga o pigri, attorno la banca quasi cercandovi tutela o custodia: l’ozio di quelli che non ottemperino alle sue leggi; le quali poi farebbero proficua violenza alla mano dei privati, costringendola a moderare il premio del denaro secondo segna il termometro del credito pubblico, la banca: la offerta s’equiparrebbe alla dimanda: e ogni altro istituto che la regione annoveri, verrebbe regolato cosi dall’ufficio del più importante, quel della banca, a quel modo ei lo sarebbe dalla principale sede del regno; onde la scala del Credito si mantenga inalterabile, e la regione nostra ritorni per cosi dire nella famiglia commerciale della penisola: all’azione privata noi vedremmo sostituita la collettiva, quale esempio di associazione all’industrie ed ai traffici; ed ogni impresa di riconosciuta utilità e con fede di solventezza, otterrebbe soccorso: di guisa che il commercio, oggi invilito, per manco d’ali uso andare terra terra e pauroso di sé stesso, poggiato allora ad istituti che lo sorreggano, muoverebbe ardito alla ricerca di nuove vie.

LXIII. Per quanto la povertà di vie, onde qui non, iscorre la vita nelle arterie sue naturali. ed ai più de’ comuni, meglio d’altri disgiunti o isolati, è negato di vivere nella famiglia della provincia, sia la ragione prima del languore de’ traffici, e. di industrie impari ai prodotti. La meravigliosa disparità tra le regioni della penisola e la nostra in fatto di vie, è solo vinta dalla distanza tra le condizioni sue d’oggi e quelle di uno o due mill’anni or sono. Narriamo casi pei quali è dubbio se più la umana incuria o la tristizia delle vicende o l'onda de’ secoli traessero a naufragio la nostra contrada. Perché laddove ora incontriamo foreste dismisurate, balze inospiti, e tortuosi calli ch’han nome di tratturi, i quali, per manco di migliori, sono i soli dove scorrano mandre ed uomini, lambendo precipizi e dirupi ove non vi ha segno della mano dell’uomo, quasi uscissero oggi dal caos; pure furono strade, arterie proporzionate a nazioni di giganti. Qui corsero, in secoli virili, l’Appia, l’Aquilia, Erculea, ognuna delle quali s'irraggiava a raccogliere la più parte de’ luoghi abitati, ora disgiunti da ogni consorzio. E videsi in Melfi una colonna milliaria la quale segnava le dieci miglia di distanza, non diceva da dove, ma certo da Venosa, che n è lungi altrettante. Era un tronco della via Erculea, la quale muovea da Venosa, — punto della regione ove correa l’Appia che da Roma guidava a Brindisi, e di colà scendea a Melfi, a Lagopesole, ad Oppido, a Potenza, ad Anzi, a Grumento, si congiungea nel Vallo di Diana con l’Aquilia, e, per Nerulo, menava poi nella Bruzia: superbe strade, di cui ora non s'ha più segno. Un’altra diramazione dell’Erculea muovea da Grumento, e, pel corso dell’Agri, conducea a Taranto. La gigantesca via che da Milano giungeva fino a Reggio, superando audace gli Apennini che oggi ci appaurano, traversava la regione nostra a Picerno, e dimezzando l’Erculea. Ognuna poi di queste strade s’irraggiava in molteplici minori, tanto da comporre una fitta rete da cui niuno degli abitati era lasciato in disparte o fuori dell’orbita civile. Ed oggi iscorgiamo selve, campi, lagaccioli, o frane, sodaglie in cui non appare più stampo d’uomo, e dove pure corsero uomini e carri e macchine di guerra. Rari i luoghi che hanno taluni chilometri di vie: da novantuna comunità ne sono prive: si contano infatti, sovra di una superficie ch'è un ventesimo della penisola, solo quattrocento chilometri di linee ruotabili; uniche venature per dove scorra il sangue ch'ha da alimentare la vita di quella contrada.

LXIV. Corrono, gli è vero, in ogni suo angolo, fiumane, di più che cenventi chilometri ognuna, quasi asciutte in estate, copiose e sfrenate nel verno: onde le grandi valli in cui la Basilicata è divisa, sono circoscritte dal corso di quelle, e traversate poi in ogni senso dai loro rami e confluenti. L’Ofanto, il Bradano, il Basento, l'Agri, il Sinni, d’incerti letti, senz’argini, nissun ponte: acque allaganti, meglio elle irrigue o motrici e veicoli di industrie. Il loro volume, non pure da stagione a stagione ma da un giorno all’altro, è cosi mutabile ch'ora offre agevole guado, ora rischio di vita: tanto improvvise sono le piene laddove niun argine le accoglie o le arresta lorché si sprigionano dai colli; e rumano poi ovunque è solco o fondo. Oltre che con gli anni, via via cresce il volume dell’acque, dischiudonsi nuovi solchi: per cui nei giorni di pioggia, anzi lungo tutto il verno, la intiera regione ti appare un campo trincerato da fiumi e canali. Li paesi, assediati da essi, guardansi l’un l’altro, di soventi a tiro di moschetto e vivono fra di loro. stranieri quasi li dividesse un oceano. Guai a chi lasciasi cogliere nell’inverno tra’ rami di que’ delta: può’ accadergli di non poterne uscire per settimane; o di rischiare la vita, accingendosi al guado di fiumane impetuose (272).



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LXV. Di questa guisa non pure i commerci e le industrie intristiscono. per la mancanza di sbocchi, ma volta volta qua e la fino i cibi scarseggiano; e ad iutiere popolazioni è vietato uscire dal paese natio a ricercarli. È quando per le ruine del tremuoto, nel LVII, intiere città disparvero, e gli abitanti s’attendarono in aperti campi invocando dalla carità d’altre provincie legnami e masserizie a ricostrurre almeno capanne di legno, avvenne che i carichi giungessero dal Salernitano fino a Potenza, che n’è congiunta da spaziosa via, ed a pochi altri luoghi accessibili a ruote: la carità non potè spingersi più oltre. Più di soventi accade che agli infermi manchino i farmachi o le cure di que’ dell’arte, colpa l'acque di torrenti i quali; ne’ dì in cui non è conceduto dalla piena il guadarli, distaccano i paesi attigui, per cosi ire, dall’universo. Ma nulla ritrarrà lo stato di quelle contrade meglio del narrarne gli accidenti de’ viaggi. Le difficoltà loro, anco nelle stagioni più ridenti, sono prima causa degli odi che dividono terra da terra, o quella per cui le parti che compongono la regione vivono straniere tra loro. Cosi se ogni agevolezza di locomozione è beneficio morale, intellettuale e materiale, non solo perché agevola lo scambio de’ prodotti del suolo e dell’industrie, moltiplica il pensiero, universaleggia le idee, ma perché vale a distruggere le contrarietà e gli attriti di castelli; offre parimenti ragione del perché rivivano tra noi i tempi in cui gli uni s’armavano contro gli altri; e per poco giungono alle mani; guerrieri sdentati dal codice delle pene, più che dalla civiltà de’ tempi nuovi. Dal che poi l’iscarsità di que’ rapporti per cui si vincono le istanze, gli animi si congiungono in amistà o parentele; e v’hanno paesi prossimi tra i quali rarissimi sono i coniugi de’ loro abitanti. Rari poi, tra essi, quelli ch’abbiano percorso almeno parte della regione: oseremo ridire che nissuno de’ naturali suoi la conobbe quanto noi. Il più lieve cammino, tra tanti impedimenti di suolo, gli è davvero un viaggio: onde il più de’ cittadini non usci mai dalle mura natie; non molti quelli che si trassero fino al capoluogo; e a Napoli ben rari coloro che giunsero o pensano di potere giungere innanzi di morire. La donna poi è caso ella non muoia ove nacque, senz’esserne uscita mai: rarissime davvero le ardite ch'osano salire in groppa d’un destriero, acconciatisi nella più strana foggia di questo mondo e da sconciare la più virile tra le amazzoni; e traversare pianure senza stampo di creatura umana, sprofondare in burroni, guadare fiumi, erpicarsi sul ciglio o sulle creste di un abisso, per la sola voluttà d’ire a Potenza od a Napoli. Le distanze nella immaginazione di que’ popoli sono cosi smisurate, che per poco più Firenze è all’artico polo od all’antartico; in fine di mondo: e niuna minaccia terrifica il reo quanto quella di tradurlo fuori dell’ex reame; meravigliosa tenacità nostalgica di chi visse ognora fra torrenti, burroni e monti, strane mura di carcere. Del che s’ha ragione dove si consideri come lo andare da Bernalda a Vietri richiegga il tempo che s’impiegala mo’ d’esempio, da Napoli a Milano; è pria si giunga di colà a Parigi ed a Londra di quel che da Terranova a Montemilone. Arrogi agli impedimenti del suolo, che per la tristizia de’ te mpi o la paura che s’ha de’ banditi, il viaggiare è un cimento; più dell’onde marine, è infida la terra; e niuno davvero vi s’avventura senza scorta, o chi la disdegna per poco più è in voce di pazzo. Le autorità, elleno stesse, non n vanno da un punto all’altro senza codazzo, non ad» onore ma a difesa propria ira que' strani governati. O quando loro noni è dato ottenere scorta non si muovono (273). Lorché poi da un punto all’altro muove una squadra di milizia, allora ecco cittadini e donne e perfino servigiali di campi, cara vaneggiare a coda del drappello, arrestarsi a’ suoi alti, moderare i passi loro ai suoi. E nondimeno anco la scorta non assicura quanto basti; e veggonsi cittadini testare innanzi di porsi in cammino; e pur troppo le sventure seguite più volte giustificano que’ terrori. Quando poi taluno abbia fermo in capo d’ire a diporto in qualche città, sia pure attigua, raro è possa resistere a prieghi a pianti de’ parenti, ai consigli degli amici, i quali, con voce concorde, ne lo dissuadono. Chi scrive udì rinfacciare a un misero genitore, che imbattutosi ne’ banditi n’ebbe tolta la figliuola, mutata poi in druda di uno di essi e resa pochi giorni dopo con tre palle in petto e moriente: ma io vel dissi che a viaggiare gli è quel che ha da seguire, e questo egli diceva con la più onesta fede, quasi la stramberia stesse nel viaggiare, e non già nel non poterlo senza si gravi rischi.

LXVI. Ma, oltre a rischi, anco i disagi hanno gran parte nell’incarcerare quegli abitanti ne’ siti natii. Perché li corsi d’acqua, o siano torrentelli o fiumane, si guadano a cavallo ne’ punti meno rischiosi o più noti: ma a raggiungerli occorre volta a volta doppiare il cammino tra selve e precipizi anco meno sicuri dell’onde: non una barca o gondola, a pagarla un tesoro, lungo fiumane, taluna delle quali per larghezza e volume di acque vince l’Arno ed il Tevere. Erpicandosi si raggiungono poi le balze, s’orleggiano abissi e ciglia di monti, la dove non incontri piè d’uomo o di bruto: il tuo destriero è la unica e più sicura tua guida; ei s’erpica o scende dovunque, sovra creste o dirupi, con piede sicuro, veloce, e più del cavaliere ardito; giannetti esperti di que’ cammini e di incalcolabile beneficio. Quà e la poi, taluni tratturi o sentieri più usati da capre e ogni specie di bruti, e dagli uomini: e in tanta orridezza di cammino, quelle viuzze ti rinfrancano l’animo; benedici alla civiltà delle capre ch'ebbero cura di tracciarle, e di offerirli cosi certissimo segno che ella non è terra disabitata. Ma le piogge, i turbini, le nevi che in quel meriggio fioccano più abbondanti che non nella settentrionale penisola, sformano, cancellano da un di all’altro quei sentieri. Guai a chi abbia da porsi in cammino dopo giorni di pioggia o di bufere: gore d’acque, terreno infido sull’erta de' colli o l’orlo di precipizi, e mari di mota in cui sprofonda cavallo e cavaliere, ch’abbia pure potuto scampare all’impeto delle fiumane. Perfino le radissime strade ruotatili si sformano in modo meraviglioso, colpa la fragilità di un suolo che non raggiunse ancora la naturale sua concozione, e di colli usciti bene spesso non dal caos ma dallo insanie de’ tremuoti, onde agevolmente poi si scapellano, si disfanno addosso alle vie che loro corrono attorno; e, da ultimo, per la forza de’ venti, che in si alpestre regione imperversano ruinosi; sicché v'hanno strade che più l’uomo ristaura, più i turbini e la furia degli elementi gettano sossopra, disossano, ricuoprono. Ma, sia pure in tempo d’estate, guai a chi rischi viaggiare di notte, od essa Io sorprenda per via: il tratturo erboso gli sfugge all’occhio: l’oscurità veste i precipizi, simula il piano ov’è un abisso: hai da stringerti al destriero e raccomandarti ben bene a Dio che lo ispiri a non errare mai ne’ suoi giudizi su qual punto ei debba poggiare il piè. Ed esso procede allora, curvato il collo, quasi a toccare il terreno, fiutando i perigli e i precipizi; e va più sicuro di chi gli è sopra. Avvenne una volta a chi scrive d’esser sorpreso nel cammino da Castelgrando a Muro da notte e tenebre si fitte, che in quella orribile solitudine, tra il lento passò e il silenzio delle scolte, non potè a meno di riflettere, tra sé e sé, se maggiori fossero le probabilità di giungere a salvamento o quelle di precipitare per via egli e i suoi in qualche abisso. Verità ch'è malagevole il pregiare a que’ che tutt’al più, nottetempo, si rischiano ne’ viali delle Cascine, o nella ferrovia che gli rechi dormienti da Venezia a Torino, o da Milano a Firenze. Quà e là s’incontrano poi vasti piani, e gioghi inanellati, variopinti d'ogni orridezza e verdura, e non una casa, una capanna, un fonte, un albero. Chiunque viaggi ha da dissetarsi ai rivoli, fare digiuno, o recare seco bevande e cibo: chi lo scordi corre rischio, e senza riparo, di rimanere per via sfinito di fame. Non una fronda o pianta ombrosa la quale poi sia riparo dal sole d’estate che su per quei gioghi è cuocente da spaccare i macigni: diresti di viaggiare nell’Africa se gli oasi frequenti d'ubertosi terreni, la vaghezza loro, in ispecie dove ti approssimi ai lidi Jonici, e i dirupi alternati ad incantevoli piani, non t’avvertissero che poggi su di un suolo ove barbarie e civiltà, insanie di abitatori e insanie di cielo e di terremuoti, studiarono a chi più la gettava sossopra. Compiuto il tuo cammino, in groppa al fido giannetto, ed assiderato da quelle ghiacciaie che sono le creste de’ monti, od abbruciato dalla canicola, diresti ti attenda un luogo di riposo: ora guai a te se non rifuggi dal porre il piede negli alberghi; quanto di schifo v’ha in questo mondo colà s’accoglie; vi hai cibo che stomaca, giaciglio da bruto immondo, stanza ch’è un ospizio per te e diecine di altri insieme. Rivivono cosi le età di mezzo: li conventi, nelle foggie d’allora, albergano, a grande loro sollievo, pellegrini e viandanti; o la ospitalità, virtù uscita incolume fra tante traversie, t'offre di riparare nel seno delle famiglie.

LXVII. Lievi casi ma valevoli a ritrarre lo stato di quegli abitanti. Ond’avviene che tra questi perigli o disagi strani incuoramenti allo andar randagi per. la regione — il luogo ov’hai il battesimo sia il tuo sepolcro: la dimora il tuo carcere: e la comunità il tuo picciol mondo, che ha da bastare agli abitanti suoi, produrre quel che le necessità della vita possano mai richiedere, e di tutto un po’; quasi al di la de’ propri monti non sianvi più né genti umane né terra: di fratellanza poi anco tra paesi attigui, o di vicendevoli rapporti ed ausilii fra lontani, niun segno. In ogni luogo s’hanno cosi da ottenere tutti i prodotti dell’industria e del suolo, e giungervi da per loro i fiotti della civiltà, se lo possono; ripercuotervisi, la eco delle vicende della patria italica; agitarvisi le fazioni e gli affetti di una nazione entro cui sono racchiusi, vivono, e non se n’avvedono. E basti a persuaderne la inopia di sacrifici ad accorciare le distanze tra paesi e paesi; e perfino la incuria di vivere davvero nella famiglia della regione: onde le sue parti non sono tra loro meno straniere di quel che tutte sieno, per mo’ d’esempio, alla Sardegna od alla Sicilia. Il primo e gran reo di ciò, il governo borbonico; quasi avesse le vie in conto di veicoli da cospirazione e di fautrici di quella associazione che aborriva, perché valevole a diffondere idee, accomunare gli affetti, stringere gli animi in saldi accordi (274); o ad avversarle fosse indotto dalla voglia di apparire coerente ai giudizi per cui niegava a sudditi di accorrere alle solenni mostre di Londra e di Parigi, e s’industriava vivesse il reame, novella Cina, all'infuori del consorzio europeo. Onde facea poi il viso dell’arme a sudditi girovaghi, bandiva ognuno stesse a casa; né finiva mai dal raccomandare a’ funzionari suoi d’impedire a quelli di ire a zonzo, fosse pure entro i confini del regno (275). A giungere a Napoli ce ne volea di ventura, tanti erano gli intoppi, i lacciuoli e gli scrutini o le ricerche di quegli arghi a cento occhi, ch’erano i poliziotti suoi. Ai consigli provinciali che invocassero strade, rispondea essere inteso del voto, e nulla più; né s’andava più oltre (276). Si osavasi tradurle allora nelle carte geografiche di quelle mal note regioni, ove si giunse fino a segnar delle vie ch'hanno tuttora a discendere dal cielo (277). Non v'ha infatti topografia di que’ luoghi, la quale non dia, per cagione d’esempio, da vent’anni e più costrutta quella da Matera a Potenza, e non fu intiera aperta ai curricoli che da un anno (278). Dove poi que’ consigli, saputa la sentenza del re essere egli inteso della voglia loro di questa o quella via, chiedessero adunque di porvi mano, eccoteli palleggiati da una ad altra autorità, e si vuolea la pazienza di Giobbe o la spada di Alessandro a vincerne o rompere gli intoppi e le processuali quisquiglie (279): il che certo era malagevole a rappresentanze evirate, le quali accoglievansi una volta all’anno, a udire inneggiare al genio creatore, sovrumano (280), all’onnipotenza quasi divina (281) dell’adorato monarca (282); imprecare all’idra e ai saturnali della rivoluzione, all’assassinio, all’ateismo, all’anarchia sublimati a principio; abbaiare al secolo che terrifica l’aguzzino a dà leva a popoli curvi, e al progresso per cui l’uomo crede ciò che intende e si ribella a chi fino s’arroga di evirarne o violentarne la ragione; rinnegare la civiltà e gli ordini liberi quale gergo di atei, di empi, di scellerati, di belve sfuggite alle loro tane, intendi galere sacrate al culto ai un Dio in cielo e un sol padrone in terra (283): e udita si tranquilla e onesta concione, erano i consigli provinciali rimandati a casa. O se s’avventavano fino a comporre voti, e di qual classica purità o monarchica ortodossia gli è vano il chiedere, traducevansi essi in ischerni: né reputiamo fosse mai altro esempio, di schernire tutt’una rappresentanza senza che ella potesse dolersene (284). Eppure nel nome suo s’accoglievano dalle comuni, a titolo di ratizzi, ingenti somme con il fine palese di costruire le vie, e volgevasene il costo a edificare invece delle chiese per mettere in comunicazione il cielo con la terra (285), o conventi di gesuiti, virtù dei quali i laici ti paiono laici e se bene li riguardi son’anch’essi chierici, prodigio delle loro industrie; o non se ne avea più conto alcuno. Arrogi, tra li rarissimi tronchi di vie incominciate, taluna di pochi chilometri durata in costruzione una o due diecine d’anni, altra fin trenta, fin a quaranta, sfruttati cosi a bello studio da una masnada di furfanti che andarono nel nome di ingegneri. Tacciasi poi, tale non essendo il compito nostro, de’ ladronecci, pria nel concederli in appalto, e poi nel mettere mano ai lavori: ché gli appaltatori alla lor volta erano svaligiati da intendenti e minori arpie (286), tutta vituperosa gente, tra loro trescanti a chi più si sfregiava a vicenda. Calcolò quindi un bel umore la via lucana essere cosi costata dodici carlini a palmo quadro. E questi furono gli incuoramenti tra cui aveano da procedere le vie, anco a non tenere poi conto degli attriti da paese a paese, e dell’universale incuria, onde le braccia, quasi tocche di paralisi, inerti ricadano ai fianchi. Spinazzola, a mo’ a esempio, nel LIX rifiutava congiungersi a Palazzo, temendo ei potesse prosperare in suo danno. Montepeloso per lustri e lustri amoreggiò con Gravina, che le è discosta pochi chilometri, e sin oggi non la raggiunse mai; e si che ragioni innumerevoli l’attirano a quella ch'è il granaio di Puglia. Tricarico offri d’accostarsi mercé di una comune via a Montepeloso a recare poi di la i suoi prodotti in terra di Bari ed alle coste adriatiche; e ne fu respinto. Grottole supplicò in gran mercé non le si accostasse la ferrovia, temendo da essa l’invilimento de’ ricolti, insomma una ruina. Altri tremarono al pensiero che per via di pubblici lavori elevandosi le mercedi, da un po’ di rozzo pane o guasto o di ree mistianze a una o due lire per dì, avesse a soggettarvisi, per le necessità sue, anco il notabile del luogo, e scomparisse la meravigliosa distanza tra lui e i cafoni oggi a pari di bruti. Stigliano, Craco, Montalbano stretti un di in consorzio a costruire una via che li congiungesse alla ferrovia del littorale, a metà di studi rimandano gli ingegneri, disciolgono l’accordo. Molte poi le strade deliberate e incominciate mai: taluna incominciata, esempligrazia quella da Montepeloso a Tolve, e di poi lasciata a mezzo; il tempo ebbe quindi a cancellarne ogni segno: altre da lustri e lustri invocate, e giammai vi fu posto mano, o nemmeno furono messe a partito; anzi più progetti d’arte pria vennero dispersi che eseguiti. Epperciò le comunità rigogliose d’abitanti e di fortune, vivono disgiunte da ogni umano consorzio, quasi fuori dell’universo. Da niuna via sono congiunte Melfi a Matera, Matera a Lagonegro, Lagonegro a Potenza: Potenza da poco è allacciata a Matera; e da lustri e lustri, ventura sua o privilegio, alla capitale del Melfese.

LXVIII. Tra questi casi, antichi e recenti, seguono li commerci, le industrie e le necessità della vita a invocare con voce inascoltata le pubbliche vie: ed il principio di associazione lamenta gli impedimenti che ella incontra ne’ fiumi senz’argini e ponti, nell’acque allaganti, ne’ dirupi che rendono stranieri uno all’altro dei comuni pressoché faccia a faccia. E basti che delle settanta migliaia di chilometri di strade comunali distribuite in tutta Italia, la regione nostra n’ha appena sessanta: esiguità la quale prende perfino sembianze di scherno (287). Nondimeno durarono sin’oggi le difficoltà a porvi riparo. Gli è vero che più comuni, dagli albori del regno italico, si accinsero a costruire strade; ma giunsero a gettare in esse più migliaia, e bastò. Avvegnaché vuoi li sussidi del governo, e più municipi n’ebbero di acconci, vuoi le prestanze di quel salvadanaio di corpi morali ch’è la cassa de’ loro depositi, o vuoi le ingenti somme dalle sostanze comunali, quà e là, volte a que lavori, furono tutti sacrifici dappiù de' risultati che se n’ebbero, onde la rete stradale non s’allungò, e si rimase ovunque qual’era. Nuova riprova del come i comuni, abbandonati alla pienezza della loro balia e isolati tra loro o senza accordi collettivi, infruttuosamente s'accingano a costruire le vie, di cui più d’uno ha da trarne partito. Sollecitudine, vigilanza a lavori, guarentigia non si sprechi la pecunia, non s'ha che dall’associazione de' municipi posti sulla linea da costruire: perché l'uno ausiliando ed invigilando l’altro e sovra ai tutti distendendosi la mano direttiva del governo, alla privata ragione prevale la publica, allo spreco la economia, e l’opera, a beneficio di quelli ch'han da concorrervi, giunge a termine. Non altrimenti taluna parte d'Italia s’ebbe la bellissima rete stradale ove scorrendo si centuplicò la sua ricchezza. Ma per di più nella regione nostra si videro municipi che si niegarono ad ogni maniera di sacrifici a imprendere vie; ed avuti ch’ebbero più sussidi dallo stato li volsero ad ogni genia di dispendi meno le opere publiche: e taluni altri perfino respinsero la mano benefattrice intesa a inanimirveli; nella guisa che non ogni premio offerto dalla provincia fu meritato o fu chiesto. Ora di ciò v'hanno più cagioni, e tutte gravissime. Dapprima l’esservi di quelli che, quasi inconsci del meglio, quà e la non lo sospirano; meno poi intendono a sacrifici per raggiungerlo. Vivuti ognora all’infuori dell’universo, male s'avventurano ad uscirne; ignari se davvero l’uscirne sia o no ventura, o timorosi che con il moltiplicare i rapporti coi municipi contermini la vite propria o il grano, il cui valore da luogo a luogo varia fin del doppio, scapiti di pregio; e la mano d’opera salendo ad equa ragione, cioè al triplo al quadruplo di oggi, strozzi que furfanti ch'ora la sfruttano poco meno che gratuita, o per vile tozzo di pane fradicio. Onde s’ha paura di civiltà, quasi altrettanto di quel che popoli civili temano la barbarie: ed a non correre cimenti od a cogliere più nel segno tali e quali vissero, cosi si pregiano di vivere. Per fino le radissime loro vie, in omaggio di quando non c’erano, si lasciano ne viaggi in disparte; seguendosi ad anteporvi gli antichi tratturi, a groppa di somaro o di cavallo, nonostante i disagi e i perigli superati le cento volte, e divenuti ornai abito o seconda natura: nella guisa non fu mai dato, e forse per ciò, di imprendere colà servigi di veicoli a giorni ed ore prestabilite. Altra cagione della vacuità degli anni ora trascorsi l’hai nell’inespeiienza civile de’ municipi, a un tratto, tratti dalla più fitta, oscurità a luce di meriggio, dall’umiltà di chi serve al fastigio di chi governa: né sanno da qual lato incominciare: e taluno si stropiccia anco adesso gli occhi, senza rinvenire dalla meraviglia di avere da governare che, chi, come, dove, quando, a qual fine non sa. Usi per di più li comuni, da lunghezza di anni, a incedere guidati per mano, e a tutto attendere da chi stette loro sopra, perfino le strade il cui costo, d’anno in anno e a titolo di ratizzi, recavano ai governanti la regione; consci invece che lo averli ognora soddisfatti e senza il ricambio delle vie costituiva un quasi. diritto a conseguirle; eccoli anche oggi ad attenderle di piè fermo dà chi n’avrebbe inverso di loro il debito. E la regione alla sua volta, usa già ad assumere sovra di sé le entrate, per via di ratizzi, e la più parte dei dispendi de’ singoli comuni, esempio di centralità così esagerata che non se n’ebbe mai altro esempio, parve davvero assumesse, o almeno non lo disdisse fin’oggi, l’onere di costruire le vie richieste, impresa cui non basterebbe la intiera vitalità della regione. Ond’è che fra proposte senza fine, e lo strascico di incertezze risolute giammai, scorsero con niun frutto gli anni dall’unione della penisola: e li municipi che, tolti di speranza, avrebbero forse più seriamente acconciati i casi loro, vennero incuorati alla inerzia dalla inerzia o nullaggine della regione.

LXIX. Né migliore ausilio a’ commerci ed alle industrie offrono le sue vie: né ella operò a conto proprio più alacremente di quel che non togliesse a’ municipi ogni vana lusinga. Le strade infatti ch'essa avea innanzi il LX, tra tutte un dugento chilometri lineari, opera di secoli, ha tali e quali oggidì (288): rari tronchi, da allora, vi s’aggiunsero: nel volgere poi del LXIV al LXVI appena dodici chilometri sovra di tre vie, una delle quali la Lucana, di venerata e barbogia ricordanza, finché giunse al termine, a sbugiardare le generazioni succedutesi dall’inizio suo e che ornai aveano disperato ella vedesse più il fine. Della quale inanità a soddisfare il più vitale tra i bisogni dell’egra contrada, voglionsi qui dire, senza tema e per solo studio del vero, le riposte e durevoli cagioni. Quel che è di grave nocumento alla prosperità de’ municipi, la mancanza di associazione, anzi l’ire, invide o partigiane che li dividono, è pure d’inciampo alle opere della regione laddove la legge, con arcadico infingimento, suppose nell’accolta de’ rappresentanti suoi altrettanti fautori di quelle, e colà se ne rinvengono invece gli avversari. Ed a parere nostro n’hanno ben donde: perché quelle opere che ad una parte riescono di grandissima utilità, per altre sono superflue; capriccio o virtù di parti eterogenee artificiosamente accentrate e, come dicemmo nel primo libro, rivolte a centri opposti, snelli a cui le invitano li commerci e le industrie. Ond’è che la Basilicata fu ognora l’ultima delle italiche regioni per grado di prosperità economica: e tale durerà insino a che le vie, le dovranno giungere da rappresentanze senza coesione od affinità di interessi, raccolte in un centro che non è il loro, e del quale sono anzi, come pur dicemmo altrove, li naturali nemici. Perché o li sacrifici hanno da profittare a parti le più opposte o non s'ottengono. Così ogni volta se ne richiesero a costruire le vie s’ebbero li dinieghi vuoi coperti vuoi no di quelli a cui elle non profittavano; usando allora, tra i modi per mandare sossopra la proposta, il più efficace, il rifiuto a’ sacrifici di imposte o di mutui. E bene si parve, quando la deputazione del Consiglio, pressoché intiera di potentini, richiese allo stato un milione a compiere la strada da Potenza a Matera; a costruire l’altra che da Potenza a Pietragalla menerà a Palmira, oppure ad Acerenza, a Genzano, a Palazzo, a Spinazzola; terza quella che da Potenza a Tito condurrà a Pietrafesa, Brienza ed Atena: e lo ottenne (289), miracolo di benevolenza ch'allietò i potentini (290), ebbe tepidi i materani (291), nemici quei del Melfese (292) e del Lagonegro (293), provincie a cui poco o nulla profittavano le vie sopradette (294). Onde a capovolgerne il progetto, sindacarono con voce concorde il quinci e il quindi della offerta, quasi riuscisse oneroso e grave ella fosse poco meno che gratuita; ed a conchiusione la mano del benefattore fu respinta: il che alle altre regioni che invano sospiravano uguale beneficio, si parve o sconsigliatezza o ingratitudine. Che se il consiglio, che noi diremo regionale, non valse allora a sollevare la discussione, sugli attriti delle parti, di cui egli era l'insieme, né ella fu, per virtù di ingegno, avviata a più serena e ponderata conchiusione; non mancarono severi accenti, anzi incresciosi, nelle sessioni successive: ma non poteano avere essi virtù di struggere le saldature per le quali le ibride parti della regione sono accozzate; né di precorrere lo lezioni del tempo a popoli cui non per anco favellino, nel linguaggio imperioso che loro è proprio, le necessità elle industrie e de’ commerci, dei quali fin oggi non conobbero, per cosi dire, i benefici. Né invero respinto il prestito per quelle tre vie, si pensò ad altre: anzi parve miracolo che nell’anno di poi fosse consentito al mettere mano al breve tronco da Tito ad Atena, che pure non dovea profittare che ad una sola provincia, la Potentina. Nè, quel ch'è più strano, resistendo alla voce suasiva del governo e dei guai che affliggono quella vastissima contrada, ella abdicò almeno all'ufficio di costruire, quando che sia, per sé e pe’ municipi, quante mai strade loro abbisognino. Colpa di ciò, né dolgano le parole nostre o oro sia venia la purità del fine, il vezzo ornai antico, ond’è più grave il dimetterlo, di esercitare anch’oggi una sconfinata supremazia o ingerenza sovra i municipi, che son dammeno, e considerare proficua ed acconcia ogni resistenza alla autorità dello stato, ch'è dappiù. Ambedue gli affetti avvalorano come la civile maturità nasca solo dall’esercizio della vita civile, e quando sia, più che improvvisa, a grada a grado educatrice. Per il primo de’ quali la regione reputerebbe a sé dovuta la iniziativa di quanti tronchi, spiccioli e spanne di vie richiedonsi dai co munì: onde, volta a volta, poco meno vagheggia il compierle essa, quasi universale imprenditrice; e con che frutto, anche a non ricercarlo nelle memorie dello spreco di milioni di ratizzi a tale uopo raccolti dai singoli municipi, si parrà a chi consideri come vuoi lo stato, vuoi li corpi morali riuscissero ognora li meno avventurati tra gli imprenditori di publiche opere. La resistenza poi all’autorità del governo, suggerita dal lunghissimo abito, ed è questo un pregio di quegli abitanti, di averlo ognora avuto a nemico (295), e dal non. sapersi neppur oggi indurre a riconoscerlo davvero per amico, si traduce nelle aspirazioni ad una indipendenza amministrativa che sia l’opposto della sommissione pecorile dell’addietro. Donde le suscettività per ogni limitazione che le leggi dieno alla vita di provincie pur presupposte, in tanta parte, mature alla libertà improvvisamente inaugurata; e i lagni interminabili della mancanza di vie, e dinieghi... ai sacrifici per talun lato proficui e per altro no. E, fra questi attriti di provincie che si confricano e mai si saldano, riescono più univoci i lai per il salire delle imposizioni ornai soverchiatrici la virtù produttiva di quegli abitanti: quasi che né la regione, né le provincia, né i municipi accingendoci per le cause esposte, si pervenisse al governo, e pure senza ricorrere a tributi, di creare quante vie si ricercano ad avvivare diecimila chilometri quadri di superficie; od esse abbiano a discendere proprio dall'alto già belle e pronte e sovrapporsi al suolo od allungarsi da sé senza spesa. Ragione ancora questa della straziante necessita di vie in sollievo della sua vita economica, e del perché riuscissero vani fin qui li modi usati per conseguirle. vuolsi adunque, a quel modo diremo tra breve, esperimentarne altri e migliori.



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LXX. Rimane lo intrattenerci delle vie nazionali (296), e dei sacrifici per ciò compiuti dallo stato, maggiori di quei della regione e de’ comuni; il quale a sollevarli dal languore, largì loro sussidi e prestanze; e, nel volgere ai più anni, per somma ingente, ma per chi ne ricerchi il frutto, davvero iscarsa. Arrogi quel che lo stato largheggiò a custodire le vie compiute od a compiere le incominciate: valevoli sacrifici ripartiti su ai tre grandi arterie, due delle quali chiamano la vita della vasta regione a versarsi in quella delle finitime provincie; operando gli effetti di que' consorzi i quali insin oggi tra d’esse male attecchirono. L’una di quelle arterie è detta di Matera e scorrerà dai confini di Principato Citra nel Melfitano a congiungere da un lato Rapone e Ruvo, dall’altro Muro e Bella ad Atella, a Rionero, a Barile, a Lavello. da dove prosegue per Canosa e Barletta. L’altra da Eboli, nel Principato Citra, per Lagonegro, Lauria, Castelluccio, Rotonda menerà alle Calabrie; dalle quali ha il nome. La terza è la vastissima linea che da Sapri al Ionio scorrerà per la valle del Sinni lungo duecenquarantacinque chilometri e per un valsente, ad opera intiera, di circa otto milioni. Molteplici città e paesi ella raccoglierà nel suo cammino da Sapri a Rivello, a Lagonegro, a Latronico, a Faldella, a’ dintorni di Chiaromonte; a Senise, a Colobraro, a Tursi, a Montalbano, a Bernalda restituendoli così tutti all'umano consorzio da cui vivono oggi all’infuori. Delle quali vie, lungo due anni e nonostante la copia de’ sacrifici, non furono compiuti che ventisette chilometri; oltre di otto terminati nell'innanzi. Onde se tale fu l’opera d'un lustro, è palese, come non varrebbe un millennio a solcare una vastità di oltre dieci e più migliaia di chilometri quadri: o almeno sia vano confidare, che dalla sola mano dello stato ottengano li commerci e le industrie que naturali sbocchi che oggi a mani giunte richiedono.

LXXI. Ed eccoci alla fin fine di fronte al maggiore de’ problemi ch'offre l'egra vita di quella disfatta contrada: ed a bello studio noi lo serbammo da ultimo. Vano adunque è lo attendere il miracolo delle vie dalle impari forze di cui oggi le comuni dispongono; nulla di meglio dalle afrodisiache o divergenti della regione; e peggio ancora da quelle dello stato, il quale mal può sostituire sé medesimo negli uffici della regione e de’ comuni. Onde poi nemmeno pe' loro sforzi, di loro natura isterili, la contrada nostra dalla unione della penisola non mutò un passo, né fianco: ed è tuttora quella ove la vita commerciale e industre appare più esanime; niun altra infatti, sia pure dell’ex reame, ha cotale povertà di venature per dove scorrano i prodotti del suolo e della mano dell’uomo. Ma s’è principio di scienza civile che la vitalità non retroceda e segua suo cammino, pur trascinando gli inerti e violentando i resistenti, ai guisa sia agevole il profetare che le strida e i patimenti di quegli abitanti, cui viene meno il pane, e lo vedremo tra breve, per la penuria di industrie e di commerci, inducano alla perfine a confortarli di vie, da chi si hanno adunque ad attenderle se non dai privati, dai municipi, dalla provincia e dallo stato? Chi traccierà poi il circolo de' dritti e degli oblighi di ognuno, agevolando all’opera immortale il concorso che da ogni lato le si perviene? Innanzi tutto ragione vuole si pongano in isparte le forze degli individui; perciocché le unità doro si risolvano nel municipio, e dove sorgano interessi comuni non v'ha più campo ad altre pari e libere associazioni. La quale è legge cosi imprescindibile che il volere de’ rettori non vale a torcerla o smuoverla, più di quel non valga, a mo d’esempio, a richiamare prodotti fuori de’ luoghi ove li invita il consumo, o capitali in imprese ripudiate dalla prudenza sovventrice.

Del pari a mettere mano alle vie provinciali vuolsi aver prima posto bene in sodo quali sieno le additate da provinciali interessi; e vogliono essere universali ad ogni parte e non di una sola; e dell'oggi e non li creati dal passato, o da vane lusinghe dell'avvenire. Ma perciò si converrebbe che la regione nostra avesse davvero coesione di interessi e propri di ogni sua parte: non fosse quel ch'è lo stato, un aggregazione di molteplici. Le esperienze poi del passato, le difficoltà di venire a fine di opere grandiose, anzi di accordare gli animi sulle proposte e sugli studi; e perfino, volta volta, la malagevolezza di accoglierne i mezzi o altrimenti i gravissimi dispendi superando ogni presagio (297); e il tardo e piccolo loro frutto; e i privilegi delle vicinanze meglio conseguiti che meritati; ed altri guai basterebbero a provare come alla regione nostra non sia concesso il sostituire la propria alla iniziativa dei comuni, senza certezza di errare seguendo interessi rare o mai volte collettivi o di ogni parte sua. Le quali premesse offrono il rimedio alla penuria di vie ch'è tanta causa della strazievole povertà di quelle genti, e delle colpe a cui, il più di soventi, la disperazione le invita. Serbi pure lo stato le sue vie, s'industri ad accrescerle in profitto degli interessi statuali, ed anco più a riprova di buon volere che a ridonare la vita economica, ei solo da sé, a migliaia di chilometri di superficie sconvolta; e ciò insino a che non venga il giorno, e noi lo scorgiamo come un faro nelle tenebre dell’avvenire, nel quale il governo riconosca l’ufficio di costruttore, per qualsiasi modo e fine, essere di beneficio quasi minore del sacrificio. Rimuovansi poi le cause della isteriliti della regione, i dispareri e gli attriti tra parti che ognora si confricano, e per cui scorse un intiero lustro ma le vie non progredirono; disfacendola. Allora quelle parti, tornate donne di sé e fecondatrici dei commerci e delle industrie locali, s’adopreranno, e rivolgendovi ogni forza propria, alle costruzioni delle strade, fecondatrici alla loro volta dell’avvenire. Ma sovratutto poiché né lo stato né le provincia, pure nella cerchia de’ loro naturali confini, non varrebbero in secoli a costruire quante vie si vogliono per sollevare la vastissima regione dalla umiltà sua lacrimevole; né se ne avrebbero le diecine di milioni abbisognevoli senza smungerli, per via di imposte, agli abitanti; s’attenda il di più dalla fondamentale loro associazione, il municipio; il quale giunga al fine dell’immane opera, non dimezzando alla sua volta con tributi il pane iscarso de’ naturali suoi, ora poverissimi, ma restituendo loro, per cosi dire, la ricchezza oggi alle mani sue cosi isterile. E questo sia il primo beneficio dello astringere le comunità alla vendita de’ loro immobili per metà usurpati o sconvolti, quasi terre discoperte ora dall’acque a nutrimento ai poche locuste; i quali come già dicemmo, sono tanta parte de' sospetti e dell’invilimento per cui il gonfalone de' municipi giacque ognora sullo strame. E poiché infetti la odierna esiguità de’ loro redditi e l'abborrimento da sacrifici e imposte, amai dappiù della lena di sopportarle, è prima cagione non progredirono le costruzioni, certo e che i municipi conseguendone i mezzi in virtù di quella vendita, li volgeranno, dove in nome di una legge speciale ve li guidi la mano direttiva del governo, al più vitale loro bisogno, le vie rurali su di un suolo da cui ora rifuggono inorridite le umane industrie. Onde nel volgere di pochi anni divenute le comuni poverissime di beni, che ora sono tanta parte de’ loro guai, raggiungeranno insperata prosperità s a quel modo, e io vedemmo altrove, intervenne al più de’ municipi dell’alta e media penisola, ove la ricchezza loro fondiaria, trasformata in ricchezza di vie e di vita economica, offeriva poi ben altre fonti di redditi che non sieno li meschinissimi dagli immobili. Per questa sola via, ed osiamo dire altra non c’è. costruite prestamente le vie rurali, agevoleranno la. vita de’ comuni nella famiglia della rispettiva provincia;, e la vasta regione, non più chiusa a que’ fattori di prosperità che sono li traffici e le industrie, diverrà, elemento di vigoria alle regioni contermini.

LXXII. Ad aggravio degli odierni suoi mali è la nostra tra le pochissime del regno le quali non furono raggiunte fin qui dalla vaporiera: e vi avesse pur corso qual beneficio mai se ne sarebbe raccolto, dovea quella diabolica invenzione (298) era mestieri di perfezionare comunicazioni ruotabili ch'hanno tuttora a scendere dal cielo? cosi perfino la ferrovia offerendo tra noi l’angoscioso spettacolo di veicolo inefficace allo scambio di ricolti e prodotti, per manco di bracci stradali che a quella li accostino. Il che seguirà laddove pria de’ ruotabili abbiano qui termine i due tronchi di ferrovia in costruzione o in istudio o inprognostico. L’uno quello da Taranto a Reggio scorrerebbe lungo il Materano per trentaquattro chilometri di costa, accostando più comuni senza nondimeno toccarne alcuno: perché laddove vissero milioni di uomini. ora tutto è squallore e solitudine. Attendevano a quel tronco, nel LXVI, più migliaia di operai (299) e chi scrive osservò in que’ siti, laddove sorge anch’oggi parte del tempio di Pitagora, che smuovendo il suolo pe’ ripieni della ferrovia tornavano alla superficie, e in numero stragrande, anfore, recipienti di terra, candelabri, vasi, monete, iddìi che da milioni vi giaceano sepolti: ed aveano valso a popoli ed a città di cui o non serbasi il nome od ò di sventure lacrimevoli, Metaponto, Eraclea. L’altra via, quasi a perpendicolo della littorale, è quella ch'avrebbe da congiungere il Tirreno al Jonio e all’Adriatico; e quattro porti, Napoli, Salerno, Taranto e Brindisi; avventurosamente dimezzando nel suo cammino la regione nostra dalla foce del Basento fino ai confini del Principato Citra (300). Nella quale percorrendo quasi duecento chilometri raccoglierebbe od accosterebbe le più ricche e popolose comuni, anco Grottole nonostante li suoi scongiuri d’esserne lasciata in disparte; anco Matera dove sia poi compiuto il tronco che da Gioia muova ad incontrare Potenza. Nuovo incitamento alla costruzione de’ bracci ruotabili che in quella grande arterie recano i prodotti dell’industria e del suolo. Seppure gli indugi e le interruzioni lamentevoli di lavori o di studi, dalle quali non scamparono fin’oggi que’ due primi tronchi per l'improvviso e costante salire del pregio del denaro a più del doppio di ciò che la società, a lavori compiuti, conseguirebbe di sussidi dal governo; non richiamino alla memoria delle genti lucane, da disanimarle o torlo d’animo per qualsiasi altra impresa le sciagurate vicende per cui ogni concessione di ferrovia, regnando il borbonide, null'altro fu che vana lustra o beffarda ingiuria (301).

LXXIII. Né le industrie e i traffici, che non hanno vita dalle vie terrestri, s’aiutano almeno col mare. Sovra di quasi settanta chilometri di scogliera tra il Tirreno e il Ionio, nulla è l’ascrizione marittima; né marinai, né legni, né ricoveri al cabottaggio. Laddove contaronsi Metaponto, Eraclea, Siri, Sibari e Turio, in quella tanta pianura lambita dal Ionio ora non v’ha shocco: Colobraro, Favale, Montalbano, Pisticci (302) tra i comuni che più gli s’appressano, ne son discosti da diciasette chil.; Rotondella e Bollita ben quattordici; Bernalda, la più vicina comunità, oltre i dodici; e Torre di Mare (303) umile gruppo di tuguri e stanza di più miseri pescivendoli, che sono nondimeno i più prossimi all’ónde jonie, è lungi anche essa un chilometro e più:, di tanto quelle pure fuggivano da un suolo li cui abitatori e le città e gli imperi disparvero, e dove il silenzio ornai è rotto solo dal frangersi dell’onde alla scogliera. Sovra il Tirreno poi, in quella costa ove la regione ebbe un di i porti di Velia, Lao, Scidro, Buxento, Blanda, contansi Nemoli tra le comunità più marittime, ma lungi ben diciasette chil.; e Rivello quasi quindici; più vicina Trecchina che n’è lontana sette chil.; e vicinissima Maratea pure discosta quasi due. Ora quà ora la iscorgesi qualche barchetta per la pesca, anch’essa industria nulla: ma niuna nave da reggere all'onde, avventurarsi al di fuori della scogliera in lontani approdi. Che anzi quel di Maratea, il solo sopra di tanta costa, dacché il custodirlo divenne un onere della comunità fu dall'alghe marine in parte chiuso; anco il mare alla sua volta fuggi l’inospite suolo; onde ornai quel porto direbbesi poco meno che disgiunto dalla fortuna del mare, o stia ad irrisione de' naviganti e a loro insidia con la ghirlanda degli infidi scogli. Li fuggono quindi i marinai che ne’ ludi o nelle tempeste del mare avrebbero potuto incontrarvi un ricovero e trarne cibi e ricolti. Pei quali l'inospite spiaggia avrebbe pure valso di sbocco il più acconcio; e invece è loro giuocoforza risalire a miglior costa e trarvisi, scorrendo le rare vie della regione e li fratturi, a schiena d’uomini o di. bruti; soli e strani veicoli, come vedemmo, di que’ traffici esanimi. Che più? Vi fosse il porto ed ampio scalo ai legni del mare, mancherebbe la via la quale, congiungendolo alle comuni della provincia, almeno a Rivello la più prossima, potesse avviare i prodotti, in fino al mare.

LXXIV. Ora a tanti impedimenti da malagevolezza di vie, impeto di fiumane, niuna vaporiera, nissun ponte, molta costa e verun approdo, aggiungasi dapprima la penuria di fili ed uffici elettrici; li quali poi, nell'isterilità loro, offrono un primo' criterio di commerci e di industrie esanimi. Sovra di cenventiquattro municipi appena quindici stanno fra loro congiunti da fili elettrici; e per una lunghezza di cinquecento chilometri, poco più di quel che sieno le strade dell’ampia regione. Il capoluogo è congiunto a que’ di circondario; ma essi non lo sono tra loro: molte poi tra le più rigogliose comunità non ancora ne profittano. Che se, oltre allo svolgimento di traffici e al frutto di rapporti innumerevoli, varrebbe il telegrafo qual beneficio senza pari, a far vivere li municipi nella famiglia della regione, ed essa della vita universale del regno, s’avrebbe di che accagionare la iscarsità di que’ fili della tristezza o inerzia de’ traffici nostri. Ma dove poi si guardi allo sviluppo che s’ebbero le linee telegrafiche negli ultimi anni, quasi doppiate da quel ch’erano, senza ne seguisse pari incremento di prodotti; od essi si ragguaglino al numero degli abitanti, viene altrimenti in luce la povertà de’ loro traffici, e senza ne sia causa precipua la scarsità de’ telegrafi. Avvegnaché sia palese come di essi poco o nulla si valgono; né valse il doppiarli a vincere la enorme sproporzione che anco per ciò corre tra la nostra e le meno avventurate regioni della penisola. Nella quale mentre il prodotto dei telegrafi é in media, e tale fu nel LXVI, di sedici centesimi per abitante, la regione nostra appena ne dà quattro ognuno: primo e valevolissimo segno della umiltà, de’ loro negozi.



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LXXV. E meglio la si manifesta considerando, che sr a conchiusione loro molto giovano le fuggevoli comunicazioni che dai telegrafi si ottengono, niun dubbio poi i conduttori precipui de’ commerci non sieno gli uffici postali. ché anzi la rete elettrica, nemmeno può dirsi rechi tutto il beneficio ch'ha da attendersene; nella guisa delle ferrovie non ausiliate da ruotabili; dove la postale non sia compiuta e compia a migliore agio le contrattazioni iniziate da quella. Ora niun’altra riprova della umiltà de' negozi, vince, per cosi dire, il suggello che se n’ha dagli scarsi proventi delle poste. Vie più ove si consideri come non crebbero nemmeno con il moltiplicare degli uffici e dei servigi. A chi scrive, infino dal primo giungere in questa regione, parve di toccare con mano, né v’ha di che infingersene, che una delle arti più nemiche di svolgimento economico e perfino della associazione tra gli abitanti, usata dallo sgoverno che di poi la coscienza publica capovolse, si manifestasse nell’invilimento in cui era il servigio delle poste, e nell’iscarso numero degli uffici, temuti portavoce di bisogni e speranze. E il novero di quegli uffici, innanzi il LX, informi; appena una ventina in tanta vasta contrada: congiunti poi tra loro da lenti e tardi servigi; taluno settimanale, i più ogni due o tre giorni, e negli altri interrotta la vita civile, con lacero d’ogni vincolo tra le famiglie e borgate che compongono la unità della Basilicata; alle quali, a distanza di pochi chilometri, era cosi mestieri, il più de’ giorni, di vivere all'infuori di ogni umano consorzio, fuori dell’orbita stessa regionale in cui le comunità si aggirano (304). Umiltà disdicevole ai tempi in cui la pigra soma venne franta dalla velocità del fuoco, e parso lento anch’egli, per la rapidità degli umani negozi, s'inventò l’elettricismo, oggi umile portavoce di noi mortali. Da tale umiltà veniva poi un primo nocumento alle industrie e ai commerci; anzi allo espandersi di quella che qui più scarseggia, pochi raccoglie od educa al lavoro ed è tanta parte dei guai di questa contrada, la vita civile ed economica, la società degli operosi che prenda il disopra sulla altre classi che fin’oggi fecero dubbia prova, quella, del clero e dei notabili. Ma di poi, triste verità, quadruplicati gli uffici nell’intendimento che da reciproci e giornalieri rapporti fra tutti i punti della vasta regione s’ottenesse lo incremento dell’operosità e dei traffici; e, con la facilità degli scambi, la ricerca dei prodotti e perfino lo aumento de’ loro prezzi ora. cosi a vile; il quale aggravio per legge economica, segna, volta a volta, l’incremento non della povertà ma della fortuna publica; a null’altro valsero i quotidiani servigi che ad essere specchio della isteriliti delle industrie e dei commerci, od a rivelare come anco li servigi frequenti laddove lo ingrossare di un torrente o la ruina di un trattore bene spesso li lacera e li spezza, riescano a meno di nulla. Ed invero anch'oggi mancano da luogo a luogo i veicoli a di e termine fisso; nò è dato istituirli dove non s’hanno vie; e perfino li pedoni o messi, interrotti a quando a quando, nelle loro gite dalle asperità e dagli accidenti del suolo o dall’ingrossare delle fiumane, hanno da rimanersi per via; e sono gli unici conduttori del servizio epistolare. Accade perciò che una lettera la quale, per cagione d’esempio, da Rotonda abbia da pervenire a Montemilone o da Pescopagano a Bollita indugi ognora da sei e più di: e fino il doppio nel verno o quando i torrenti ricolmi ed altri cimenti arrestino i messi nel loro cammino. Ma se, tra quegli accidenti ed i precipizi del suolo, disagevole è il servizio delle poste, più malagevole è l’usarne dove la massa degli analfabeti raggiunge il 95 a 100 degli abitanti. Onde niuna meraviglia il commercio epistolare abbia le proporzioni più modeste; allo scrivere i più antepongano l’ire da sé laddove andrebbe la missiva; in ispecie laddove la meschinità de' traffici consente questi e ben altri indugi. Perloché anco dopo la istituzione de’ nuovi uffici, quasi fari tra scogli inospiti, non ne usarono gli abitanti che alla ragione di una lettera per ciascuno all’anno; laddove in trentasei altre provincie se ne contarono da quattro ad otto e fino a dodici a testa: ed il provento delle poste, che per media nel lxvi fu nel regno di circa settantatré centesimi ad abitante, raggiunse tra noi appena i ventidue.

LXXVI. Ma se la inerzia del telegrafi e dei servigi postali offrono ampia ragione dei guai di questa disfatta contrada, voglionsi poi nella più parte ascrivere agli ordini economici, per cui quella che un di fu patria del Galiani, apparve agli economisti poco dappiù di una regione dell’Asia. Strani incuoramenti ai traffici ed alle industrie offerivano davvero i divieti o gli inciampi allo stringersi delle associazioni, fossero pure commerciali; i dinieghi od i contrasti al viaggiare degli abitanti; l’avversioni o gli indugi alla costruzione di nuove vie; e la burlesca tisichezza delle publiche mostre, per le quali obligavansi gli intendenti a inviare prodotti, quali si fossero: ed a quel della. regione nostra veniva la pel d’oca ad ogni invito di spedirvi i saggi o le meraviglie delle industrie sue (305). Ma alle mostre poi di Londra e di Parigi, ove convennero anco i popoli del Giappone e di Siam e dove i perfezionamenti delle altrui industrie avrebbero tanto valso alle languidissime nostre, niuno vi potè andare: s'intendeva invece di avvivarle mercé l’alte tariffe le quali, alla loro volta, più che proteggere i prodotti nazionali, intendevano a fugare a escludere gli estranei; così ognora fugati e superati mai. Onde mancando ogni emulazione coll’estero perdurò la stragrande (306) inferiorità delle produzioni nostre: il contrabando divenne il veicolo dell’onesta concorrenza, e di publico costume. I traffici aveano da essere perfino un privilegio; privilegio di bene affetti era la introduzione nel reame anco de’ generi i più usuali (307), pei quali avea cosi da restringersi la cerchia de’ mercatanti; lo stato poi era infeudato a questo o quello e vita loro durante per ogni sua bisogna (308). Era scienza di stato, anzi vanto per que' governanti, che le imposte fossero ognora vili (309), quanto vile era il pregio della vita che nello stato si conducea; vili le necessità di essa, vili i conforti, intristita ella pure pria di svolgersi. Derelitte cosi le industrie, nullo commercio, rari i capitali o stagnanti, loro non si offeriva alcun lucroso impiego o sicuro tranne il gran libro. La esportazione non era meglio favorita dell’importazione: se gravissimi all’una riuscivano i dazi, onde quasi nulla osasse affacciarsi alle coste o ne fosse respinto, frequenti erano poi i divieti di esportare derrate o granaglie da dove il Galiani avea precorso lo Smith professando la libertà del loro commercio; chiusi od aperti istavano i porti secondoché crescesse o la carestia o l’abbondanza (310): proprio onde il commercio dell’estero fuggisse quei mutabili ordini, ch’erano altrettanti accalappiatoi dell’altrui fortuna. Perfino si giunse a vietare l'esportazione del denaro fosse argento od oro, verghe o monete (311); solo non s'osò colpirlo con un balzello come accade al Messico. Si reputava cosi d’invigilare alla modicità de’ prezzi del grano sovra i mercati tassandolo le stesse autorità del governo entro i pubblici uffici (312) e diffamando gli accapparratori, i trafficanti quasi ciurma eslège (313). Onde un tal commercio anco da paese a paese s’isterilì. Intendevano poi quei sguaiati Giosuè che furono i governanti del Borbone, di fermare il corso delle stagioni, violentare i commerci o prevenire le carestie, incettando granaglie, come ragione vuole salite con la ricerca ad alti prezzi, per rivenderle il governo, ei stesso mutato in mercante (314); ed allora parea una meraviglia di sapienza civile l'impedire l’uscita di derrate già scarse (315); quasi l'abbondanza sola non le spinga fuori de’ confini e la penuria, meglio di ogni artificio, non le richiami. E fino a pochi anni or sono le autorità del sito hanno reputato quelli soli i modi acconci a perpetuare l’abbondanza (316). Cosi sgominando, con divieti inconsulti o con l’arbitrio di infliggere un prezzo, quasi pena o decima, alle sostanze altrui, il commercio coll'estero; il quale fuggiva quindi le infide sponde certo d’esservi da un di all’altro accalappiato con ordini improvvisi, voltabili umori o risibili paure, e procàcia ed artifici di camorristi. Né basta: perfino da provincia a provincia talune volte. viétavasi la circolazione dei ricolti, parendo strana o soverchia la libertà di contrattazioni tra membri di una istessa famiglia: ma ben maggiore era l’offesa al diritto della proprietà, della quale non s’avea balia di disporre a voglia propria. Che più? li proprietari oltre alle imposte aveano a soggiacere all’onere di serbare nei loro granai parte de’ ricolti, per venderli poi fino il luogo era loro imposto, nel comune natio (317); fin il tempo, nell’inverno (318); fino il prezzo, altri non egli avea da stabilirlo (319); niuna fede, nella legge armonica e forse ignorata, della produzione e del consumo, dell’offerta e della domanda, regolatrice, più sapiente d'ogni arbitrio, dei commerci e il pregio dei ricolti.

LXXVII. Ma pur ripudiati oggi cosi mostruosi ordini economici, è vano lo attendere prosperità di traffici laddove essi non hanno vie ove scorrere, e le industrie abbiano da intristire sul suolo ove nacquero i prodotti. o nutrirsi di altrui. Della umiltà di quelle offre la più acconcia riprova la penuria od il languore de’ Convegni in cui s’accolgono a fare mostra di sé: li quali se vengono ripudiati dagli economisti nel nome di industrie prosperose e di commerci adulti, meravigliosamente però ritraggono lo stato delle popolazioni. Perché dove li prodotti non sieno posti in fuga da sociali perturbazioni, tendano vivamente a rivelarlo con lo esporsi, e calcando solerti ogni via ove li attiri il fascino del consumo. Ma nella regione nostra niuna industria a sollievo di sua povertà tranne le rurali: rari gli opifici ed avvivati dalla operosità di un solo, capo e braccio ad un tempo e ridotto alle sole ed egre sue forze, a raccoglierne esile beneficio, appena bastevole a sé ed alla famigliuola: vili poi sono le mercedi, onde la condizione degli operai non è dappiù della infelicissima de’ coloni. Primitiva e grossolana ogni produzione laddove non fu mai scuola di arti e di mestieri: né il vapore né l’acqua si sostituirono alla forza de’ muscoli; nemmeno a frangere ulive o macinare granaglie, ché per l’une e per l’altre v’ha il frantoio o il pestello de' primi padri, a riscontro di un aratro ch’è tuttora quello di Cecrope o di Trittolemo. Né le macchine aiutano la mano dell'uomo, né le forze sue moltiplicarono per via di associazione. T’avvieni poi in popolose città ove a stento hai uno o due artigiani: uno o due venditori per ciascuna, merce: e di quale mai bontà; ella ritrae dell’umiltà della mostra, e poco meno io dicea di quella della via: di orafi e d'argentieri fu contato essercene in tutta la Basilicata ottanta: di ferrai appena settanta. Tra quanti ora sono tributari di quella strana imposta ch’è dei pesi e delle misure, basti si giunge al novero di sette mila; poco più di uno a cento; valevole criterio a giudicare la iscarsa società degli operosi. Il più de' cittadini volgonsi alle cure de’ campi, a buscarvi acqua, pane isearso e malanni senza freno; non a proficue industrie; quando pure l’inopia di si magro nutrimento o peggio non ispinga più migliaia di abitanti a ramingare, nelle stagioni dei ricolti o delle coltivazioni, lungi dai luoghi natii, nelle regioni contermini. Li nulla abbienti nemmeno un arte od abito di fatiche o rudimenti di qualsiasi industria, forse giungono a un quarto della popolazione. Diresti non siavi quindi segno di vita operosa, se forse eccettui Rionero, ove t’avvieni in molti fabbri di ottonami e lineo e ferrareccie varie ed armi di cui havvi colà, a tacere di altri luoghi, finezza di lavoro e, a vista d’occhio, sviluppo di ricerca e di prodotto. Pelle altre industrie; quelle del tessere, delle fucine, delle concèrie, paste, distillazioni, frantoi; niuna adulta, tutte appena pargoleggianti, o industrie domestiche (320) avvivate per le necessità della vita e le difficoltà di averne, mancando le vie, migliori prodotti da lontano: perché non essendo in quella vasta contrada. giunto ancora il fiotto della commerciale civiltà, le comuni sue, nel modo dicemmo, sono tanti piccoli mondi l’uno divelto dall’altro, ond’ognuno ha da provvedere a sé, nutrire gli abitanti, ricuoprirli di lini e pannilani; li quali facciano le veci di pelli di montone e capra con cui vestivansi le prime genti: ed anch’oggi v’hanno pure nella regione nostra molti siti, ove il più de’ coloni indossano pelli di capra o d’altri animali; di uose non si dica nemmeno, in tant’abito di ire scalzi. Tale lo stato compassionevole delle industrie.

LXXVIII. Ma la umiltà di que’ miseri abitatori non appare mai tanta come nel dire degli scogli tra cui romponsi gli egri commerci. Esanimi fino quelli di luogo in luogo, entro la periferia della regione, nel modo riesce malagevole la circolazione de’ ricolti; onde poi l’abbondanza di taluna provincia non tempera la carestia d'altre, e perfino tra i comunelli di una istessa famiglia gli uni tripudiano, altri stentano. Stranissimo contrasto dal Materano al Lagonegro offre il prezzo de’ grani il quale varia da otto lire per tomolo a sedici e più; tant’è la inopia di taluni luoghi e senza via di vincerla essendo ogni scambio inceppato da corsi d’acqua, da monti, da precipizi sbarranti il cammino a prodotti; od essi vi s’avventurano, come nelle plaghe dell’oriente, a schiena di animali (321), caravaneggiando entro i confini d’Italia, infino a che l'improvviso cadere delle nevi o una pioggia non li arresti, non li sequestri nel cammino. Onde li proprietari antepongono gli umili prezzi là sul luogo ove raccolsero i prodotti, allo spedirli più lunge, ove pure maggiore sia il loro pregio. Di quella merce ch’avrebbe ad alimentare il commercio, cioè il denaro, vi ha penuria indicibile; capitali o pigri o nascosti; e salgono a pregio ch'è sfregio di onestà. Cosi rari sono li rapporti di luogo in luogo, gli scambi, e si letale è la mancanza di istituzioni di credito, che li meno doviziosi vivono alla mercé di quel notabile del sito natio ch'ha più ventre e artigli; e s’ei ti ghermisce ti benefica si di lieve somma, ma a un beneficio per lui del venti e del trenta; e gli hai a dire gran mercé con il labbro, per quanto in cuore ti auguri che le pastoie de’ codici penali non fossero, a potere senza rischio strozzare con le mani tue quello strozzino della tua egra fortuna. E rivivono perciò i tempi in cui trafficavasi, scambiando tra loro i prodotti; quando la moneta non era per anco battezzata qual rappresentante del valore: direbbesi anzi che nel più delle contrattazioni ella non intervenga neppure per mostra: umili per ciò quelle che si avvivano per la moneta, loro solo alimento: e v’hanno doviziosi di ricolti a’ quali è gran pensiero l’avere duopo della più vile somma. A cotale sgomento arrogi li contrasti, e il più d’essi invincibili, che la esportazione, non meno della importazione, incontra nel suo cammino. Mal puoi valerti di tanta costa laddove, come si disse, non v’ha approdo, od al solo che v’è non hai tronco di via che ti meni; e tu l’avessi, niuna nave valida al mare ti varrebbe a recare, con modico dispendio, altrove i tuoi prodotti, e niuna di estranee genti può giungere sino alla costa e raccoglierli. Quelli i quali le sono più vicini, a mo d’esempio il cotone di cui s'ha taluna abbondanza nella regione che fu Ionia, giacciono ove spuntano mancando loro uno scalo da cui uscire; anco laddove Metaponto apriva un giorno l'amplissimo seno a centinaia di navigli. Per uguale cagione tutti i prodotti della valle dell’Agri, pelli, labe, latticini e bestiami o sottraggonsi ai commerci od a raggiungerli deggiono risalire l’Agri e correre il più disastroso cammino, fino a Salerno: e, in ispecie le lane, per giungere a Napoli, hanno da ridursi a Taranto, e di la descrivendo un interminabile arco, toccare Bari, Foggia, Ariano ed Avellino, fino alla capitale del mezzodì; o, il più di frequente i grani dell'Ionio, raggiungendo un porto delle Puglie orleggiare estremo della penisola sino a Reggio e risalire poi Tirreno a raggiungere la via consolare delle Calabrie, e trarvisi a salvamento. Parimenti gli oli del Materano invano tentano alimentare il commercio sulla costa Adriatica; alla quale non è dato accostarli: né ai traffici è conceduto giungere, insino agli oliveti e coglierveli, in mancanza di vie. Li marmi, di cui in Latronico e Castelsaraceno v’hanno cave di bella vena, han da restare ove la creazione li pose, o doverono quando quel suolo si scoperchiò sull’onde; né havvi modo se n’escano, senza la virtù del volo. Ma quel che più monta, perfino le dismisurate foreste racchiudono ricchezza che non ha pregio, a meno de’ pochi legnami tratti dagli Apennini i più prossimi, sa Iddio con quali stenti, fino a Maratea, e lanciati alla ventura del mare: ed alberi di gigantesche proporzioni, acconci a costruzione di magnifiche navi, marciscono sul suolo da cui ebbero l’umore, nel mentre noi alle selve del nord ne chiediamo degli solo conforto, e guai non l’avesse o le venisse meno, dalla esportazione di bestiami, agevole perché senza duopo di vie escono da sé, anzi di soventi valgono di guida a quegli abitanti, di cui sono quasi l’unica ricchezza e il sostegno.

LXXIX. Lieve quindi la esportazione; e meno che, nulla la marittima sovra di tanta scogliera. Basti che innanzi il LX negli specchi delle produzioni uscite dal reame, valutate ogni anno per più di sessanta milioni di lire (322), la regione nostra non vi appare mai per un solo centesimo. Strazievole oblio. Ma nemmeno dopo che i confini di quello stato s’allargarono all'intiera penisola, prosperò tra noi il commercio marittimo. E valga lo additarne un umile riprova, ma eloquente, ne’ proventi che dal porto di Maratea oggi ritrae lo stato; non giunsero nel LXVI al tasso di un millesimo di lira annuo per ogni abitante (323); nel mentre che in tutta Italia, sovra una costa sol cinquanta volte maggiore, si raccolgono per media sei migliaia di volte più, cioè nove centesimi a testa. Il languore della esportazione, come ragione vuole, non disdice a quel dell’importazione: l’una invero è il prezzo dell’altra: onde il provento delle dogane, che in Italia è di circa tre lire ogni abitante, neppure giunse tra noi volgendo il LXVI a un millesimo (324). La camera di commercio che, secondo vuole il suo istituto, è lo specchio od il riverbero dei commerci e dell’arti esangui, non impone sugli esercenti alcun balzello: onde ella non ha né redditi, né dispendi; tal è il suo bilancio, unico in tutta la penisola! Fra le eoe regioni la nostra, ch'è la più vasta e dovrebbe essere la più prospera, sondo i prodotti del suolo il primo valore, e ogni altro nulla più che una delle forme ch'egli assume, non giunse a partecipare, a mo’ d'esempio, nel LXV agli acquisti di buoni del tesoro, proficua e sicura prestanza, che nemmeno con tre quarti di lira ad ogni abitante; rimanendo cosi di gran lunga al di sotto a quei di ben cinquanta altre provincie italiane, la media delle quali oneri per ciascuno oltre le venti lire: inferiorità, o indizio di squallore, la quale si specchia nella penuria del denaro. Arrogi che pella penisola per ogni abitatore si contarono nel LXV da duecenquarantuna lire d'iscrizioni fruttifere od ipotecarie; e tra noi ove la superficie di ciascuno è maggiore, nel modo la regione è più vasta di ogni altra e via via sono più rari gli abitanti suoi, appena quarantadue lire ad ognuno: e di infruttiferi, per media gli italiani n’hanno altre dugentoventisette e quei della Basilicata appena ventiquattro: onde proprio per nessuna via abbia conforto la languidezza della loro vita economica. E lo imprestito de' 400 milioni che or fanno due anni raccolse in un solo quanti criteri offeriva la condizione delle fortune, richiese ad ogni nato in Italia per media. da diciotto e più lire, e a que’ dell’egra regione appena dieci (325). Del pari a non disconoscervi lo squallore delle industrie e de’ commerci, la ricchezza mobile qui si valutò a ragione di quattordici lire a testa (326), tre volte meno di quel non sia avventurosamente nell’intiera, penisola.



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LXXX. Miseranda inferiorità la quale è viepiù dimostrata da’ quei cespiti della finanza ch’hanno la origine loro negli scambi e nelle vicende della ricchezza; e meravigliosamente ritraggono lo squallore della contrada, la inerte vita, la miseria che l'affligge. Li proventi de’ contratti nel LXV offerirono per media in tutta la penisola una lira e un quarto a testa: in Basilicata appena cinquanta centesimi. Il registra recò alla finanza nella prima ottantaquattro centesimi, ogni abitante: tra noi soli quarantasette. Le successioni nella intiera Italia giunsero a più di cinquantacinque e nella regione nostra appena a diciasette. centesimi. Le ipoteche colà n’offrirono diciasette per capo e qui soli nove. Colà tra ogni altra specie di profitti giudiziari accolgonsi altri ventidue centesimi per abitante e qui appena quindici. Le tasse di manimorte si spartiscono nella penisola in medie quote, di dicianove centesimi ogni testa: in Basilicata non superano li quattordici. Le società commerciali ne offrono cinque per ogni italiano: e nulla que’ della nostra regione. Le rendite del publico demanio profittarono in tutta Italia nella porzione di sessantatré centesimi e qui appena di quaranta a testa. E tacciasi, di minori proventi da altre maniere di contrattazioni molteplici e prospere dovunque, all’infuori dell'egra regione. La cui languidezza si appalesa cosi in quante faccio la vita economica assume, e trae, a conchiusione delle cause di miseria, la precipua origine dalla umiltà di ogni rendita diretta. ché mentre li rari suoi abitanti posseggono da un ventesimo dell’intiera superficie italiana, la cui rendita imponibile quanto a terreni è per media valutata di oltre le tre mila e cento lire al chilometro quadro, in Basilicata, fra tanto invilimento di cultura, appena raggiunge le mille e settecento (327): onde il pregio di questo suolo nabissato o sconvolto, alpestre o chiomato di smisurate foreste, raggiunge appena la metà di quel che si pregi il restante suolo della penisola. La stima poi o il reddito imponibile de’ fabbricati, in tanta viltà di abituri, appena supera le quattrocento lire ogni chilometro quadro (328); nel resto d'Italia è per media tre volte più. Per il che ogni italiano ha da’ terreni, trentadue lire di rendita annua, imponibile, dodici dai fabbricati, oltre a quarantacinque di ricchezza mobile, ed ogni abitante di Basilicata possiede appena ventotto della prima, otto della seconda, quattordici dell’ultima (329). Gli uni da quante v’hanno specie di ricchezza ritraggono cosi da novanta lire: gli altri meno di cinquanta ciascuno (330).

LXXXI. Cogliamo gli ultimi e più valevoli segni della povertà di questa contrada, riguardando a quei balzelli che per cosi dire sono lo specchio delle sociali condizioni, que’ del consumo; pei quali il criterio si allarga alla base della sociale piramide, la universalità degli abitanti, schierati in un solo rango: ché il consumatore non ebbe mai più valore di una unità. l'invilimento di quelle entrate riveli li gradi di distanza nella scala della miseria e dell'agiatezza tra questa e l'altre regioni della penisola. Dovunque nel LXVI offerirono li balzelli del consumo Una lira e un ottavo per ogni abitante e qui appena quarantadue centesimi (331), poco di più del terzo: tant’è misero il cibo, sordida la povertà, di quei che v’hanno il nascimento. Il sale, solo condimento de' rozzi anzi raccapriccevoli loro cibi, del quale consumaronsi nello stato da tre lire a testa, in Basilicata ne offerì appena due e un quarte; e si che le carni in salamoia, universale cibo delle più cospicue famiglie e industria speciale delle restanti, ne richièggono abbondantemente (332). Nella penisola ognuno, tra le dissipazioni sue, consuma per media oltre le quattro lire e un terzo di tabacco all'anno; la indigenza pietosa astringe i nati nella regione nostra alla sobrietà di un consumo che appena giunge a una lira e un quinto (333). Ai ludi della caccia consacrano gli uni da dodici centesimi di polvere;. curvati gli altri a ogni maniera di fatiche e di stenti, gli è un gran che se, tra gli sciupii de’ sollazzi, vi rivolgono due centesimi all’anno (334). Il lotto, nutrito non meno da animi spenderecci che da lusinga di fortuna, toglie al gruzzolo d’ogni italiano quasi da tre lire all’anno; gli abitatori di Basilicata nel LXVI ebbero appena da consacrarvi quattordici centesimi; e si ch'hanno da resistere alle seduzioni dì improvvisa fortuna, si abbagliante per chi non ha altra pagliuzza a cui afferrarsi nel naufragio della miseria. Perloché non pure a ragione di redditi, di permute, di scambi, di commerci e industrie, enorme è la distanza fra lo stato delle genti italiane e quel di questi abitanti: ma per le squallore degli abituri, l’umiltà de’ ricolti; la sordidezza del cibo (335), il manco di condimenti; e il rifiuto di ogni sollievo, sia pur quello di una rozza foglia di tabacco; e l'abbandono di ogni sollazzo, anco la caccia, e d’ogni lusinga di migliore fortuna tentandole i capricci sulla soglia del lotto; giungono que’ miseri a cotale grado di sconforto e di miseria, oltre cui non si rimane loro altro conforto che nel moschetto del bandito.

LXXXII. La estrema loro indigenza vuolsi qui in. fiera ritrarre o pennelleggiare usando, in luogo de’ colori, queste cifre strazievoli. Ha ogni abitante di rendita annua imponibile tra terreni, fabbricati e mobile ricchezza, nulla più di lire cinquanta. Delle quali circa:. sette ei rende allo stato coi tributi fondiari; le necessità delle poste e dei telegrafi gli tolgono poi ventisette centesimi; lì dazi doganali e i diritti marittimi, umiltà largamente scontata sulla stadèra della miseria, solo un millesimo. Di poi tra contratti spende ciascuno cinquanta centesimi; il registro gliene chiede altri quarantasette; gli oneri delle successioni n’ottengono diciassette quei delle ipoteche nove; quindici ogni altra specie di diritti giudiziari. Le imposizioni per manimorte da lui raccolgono quattordici centesimi; li proventi del publico demanio fin quaranta: que’ che diconsi molteplici, altri ventotto. Assottigliano quindi li suoi stremati redditi, i dazi governativi del. consumo per quarantadue centesimi; li comunali per settantacinque. Da ultimo spende ognuno in tabacco. una lira e un quinto; in sale, due e un quarto; quattordici centesimi nella fortuna del lotto; due nella caccia. Un totale di quindici lire sovra le scarse cinquanta di redditi ch’ha ciascuno: il di meno ha da valergli per quante necessità di cibo, di bevande, di vesti, di farmachi, di dimora, di studi, ed ogni altra che s'incontri nelle forme variatissime del vivere. Onde.. la gravità degli aggravi pesa su di corpi esanimi, cui rimane quasi nulla, meno della disperata necessità di vivere tra ogni maniera di stenti e di sacrifici, che vincono perfino il beneficio della vita.

LXXXIII. Tale è il frutto o l’opera di imposte pereque laddove le sociali condizioni, da un capo all’altro, sono si spereque: dove i tributi, che appena disfiorano o lambono le ubertose pianure dell'alta Italia, stremano, sfibrano qui superficie in tanta parte alpestre o boschereccia od incolta, non irrigua, insidiata poi da scoscendimenti di colli, impeti di sfrenate fiumane, voltabilità di temperie; onde i balzelli superano la virtù produttiva del suolo ancor quando loro non se n aggiungano di straordinari o le prestanze le quali strappino, come due anni or sono, altro dieci lire per individuo. Dove li commerci non hanno puntelli, non vie, non porti, non fibra di vita durevole; le industrie s’assiderano a focolari domestici; ogni verso o speme di cogliere migliore cibo è spenta. Lungo cinque anni quasi si triplicarono le imposte ma, come volle nemica stella o l’umana tristizia o l’infuriare di ree vicende, né crebbero i frutti del suolo, né il loro valore: meno ancora ei fu vinto dallo svolgimento delle industrie e da’ traffici. Progredirono anzi le imposte con celerità maggiore della virtù produttrice del suolo e degli uomini. E noi cosi, diciamo senza animo di contradire a quel principi che altrove professammo, che per quanto gli avvenimenti o lieti o rei moderino il corso dell’umano progredimento e quasi lo arrestino, pure alla fin fine ei vince ognora li contrasti, trascina i resistenti, e va oltre. In pari guisa noi dovremmo credere che per violenta o robusta fosse la forza del contrasto, ella abbia distrutto ancora meno di ciò che quel motore irresistibile ch'è il tempo, chè il progresso, abbia edificato; e del pari la gravezza di nuovi balzelli o il doppiarsi degli antichi, e gli infortuni come un diluvio raccolti sulla nostra contrada abbiano dissipato meno di quel che la virtù produttiva e il naturale incremento offerissero. Ma di ciò faccia giudizio chi consideri, in tanta squallidezza di vita e miseria incitatrice alle colpe ed alle insanie, le insanie e le colpe a cui, con animo commosso, volgiamo il terzo libro.

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1 E basti che oggi in Italia il dritto elettorale è così esteso che hanno da due milioni di elettori.

2 Legge 7 ottobre 1848, art. 9 § 1.

3 Ibidem art. 9 § 2.

4 Legge 23 ottobre 1859, art. 14 e 15.

5 Leggi anteriori a quelle del 31 dicembre 1859.

6 Legge 12 dicembre 1816, art. 100 e seguenti.

7 Legge 30 marzo 1836, art. 7 e 9.

8 Legge 31 dicembre 1859 e le istruzioni 14 febb. 1860.

9 Legge 20 marzo 186», art. 17.

10 Infatti sopra di 12,931 elettori amministrativi, se ne contano, a. dire solo di Basilicata, da 11,588 per contributo diretto: art. 17, 20, 23, 24 della legge 20 marzo 1865; e soli 1343 per titoli di capacità: art. 18 legge cit. E di 8514 elettori politici, 6614 lo sono pel contributo fondiario, 373 per quello di ricchezza mobile; li restanti a ragione di capacità.

11 Di cinquantanove provincie, solo dodici istanno anco al disotto di quel limite e sono: quelle di Teramo, di Foggia, di Ferrara, di Bari, le quali hanno un elettore sopra 39 abitanti: la provincia di Salerno n’ha uno sopra di 46: quella di Siracusa uno sopra di 48; di Caltanisetta uno sopra di 51: di Girgenti uno su di 55: di Trapani uno su di 57: di Messina uno sopra di 58: quella di Palermo uno sopra 60: ultima la provincia di Catania che ha un elettore ogni 86 abitanti. Tra l'altre 46 provincie in cui a confronto della regione s’ha maggior numero di elettori, quella di Cosenza n’ha uno sovra 37 abitanti: Campobasso su di 36: Chieti su di 35: Ancona e Pisa su di 34: Rapo i uno elettore per 32 ab.: Caserta, Lecce, Ravenna, Arezzo, Benevento uno su di 31: Forlì su di 30: Avellino, Reggio d’Emilia, Catanzaro uno su di 29: Macerata, Sassari, Pesaro uno su di 28: Massa e Carrara, Modena, Piacenza, Livorno, uno su di 27: Ascoli, Aquila, Grosseto, Parma, Siena uno su di 25: Perugia uno su di 23: Bologna e Lucca su di 22: Firenze e Milano su di 20: Genova su 19: Cremona su di 16: Cagliari su di 15: Pavia su di 14: Brescia su di 12: Cuneo su di 11: in quelle di Alessandria, Bergamo, Como, Novara, Sondrio, Torino, v’ha un elettore ogni dieci abitanti: in Porto Maurizio uno sovra nove. Il che offre per così dire la scala della divisione del suolo tra le varie parli della penisola.

12 Segni Ist. Fior. v. I lib. IV.

13 Vedi quel ch'è detto a pag. 52.

14 Schema di legge proposta il 13 marzo 1861, art. 10.

15 Nel progetto sul governo de’ comuni e delle provincie ch’egli sottopose al parlamento il 5 marzo 1863, § V, art. 14.

16 Per cagione d’es.: sovra 100 elettori politici, nelle Marche se n’hanno quasi 23 a titolo di ricchezza mobile: in Lombardia 20: e in Basilicata appena 6, ch'è il minimo nella penisola.

17 Legge 20 marzo 1865, art. 17.

18 Ed in tale condizione si dica se più sia ribaldo o beffardo il vanto che il ministro dell'interno, nel conto reso a S. M. pel 1851, osava trarre rimproverando «alla infausta epoca del 1848... che la barbarie la quale minacciava soggiogarci, avendo in uggia quella civiltà che ella rapiva a queste contrade, faceva di occultare, quasi per vergogna da quale altezza di prosperità si veniva..., la memoria del posto elevato che le popolazioni delle Due Sicilie occupa van nel mondo scientifico ed industriale! E più innanzi giunse a scrivere che «l’animo invitto di V. M. salvò l’Europa dalla barbarie»!!: vedi Annali civili del Regno fase. XCI.

19 E s’oda poi fin dove si spingesse, quasi a deriderli, la gaglioffa ridicolaggine delle autorità borboniche. In un manifesto dell’intendente di Basilicata a’ 25 agosto 1851 dopo lo incenso «alla munificenza del piissimo sovrano alla vera sentita.... carità cristiana sfolgorante sempre in pro dei sudditi del migliore dei principi.... e della sua consorte...... che la provvidenza divina univa al consuolo dei popoli delle Due Sicilie....»» e lo invito a ciascuno di ammirare «sempre più in lui (nel re) il sostegno della nostra sacrosanta religione, il proteggitore della giustizia, il propugnatore della verità, l’instancabile operatore della felicità di chi.,.. si ebbe la sorte di respirare aurea di vita (così leggesi) in questo regno avventuroso» conchiudevasi «questi tratti (di aver consentito che comuni e provincie a’ asciugassero i danni del tremuoto con i denari propri!!) non nuovi né rari nel piissimo sovrano sono troppo loquaci da per loro stessi al cuore di colui che sente e parlano assai meglio alla mente eziandio degli scioperoni e di chiunque ardiva talvolta mettere in meno dubbio la felicità che si ebbe questo regno nel paterno regime di un tanto munificente sovrano e padre tenerissimo!!»

20 La paura ch'avea quel governo d’ogni voce o gesto o insegna di libertà era tale che fra suoi sotto intendenti, uno ne fu a Melfi il quale nel 1835 accortosi che su di uno stemma era scolpita una scure, ei la credè un segno di carbonaro e ordinò fosse distrutta. Eh! si poterono bene sfiatare a dirgli che quello stemma, monumento di antichità, risaliva ad anni anteriori al 1528: ché non ci fu verso di rendernelo capace: e lo stemma andò in pezzi. Un altro de’ suoi successori, nel 1852 ordinò si disfacesse una porta della città: chiestogli che si dovesse fare di una lapide ch’era sul cornicione su cui era scritto: Deus defendat civitatem et Angeli Dei custodiant muros suos: e risaliva pure ad antichità remota, il zotico uomo, persuaso che in quella leggenda di municipale indipendenza vi fosse del settario, o l’ufficio di Dio e degli angioli allora l’avesse il Principe, rispose che non occorreva aver la cura di serbarla: ché un sasso più od uno meno, era tutt’uno. Così anco la secolare lapide andò in pezzi!

21 Ribelle o matricolato furfante, poco meno di galeotto, era per quel governo tutt’uno. s’oda a edificazione de’ lettori questa sconcia scritta dell’intendente di Basilicata, alle autorità che ne dipendevano con la quale intendea vituperare Mosciari, Plutino, Greco ed altri valentuomini. La reco tal quale la rinvenni: è dei 30 agosto 1852. «il governo di Francia a fatto arrestare ed espellere dal suo territorio, accompagnati dalla gendarmeria gli emigrati Giovanni Mosciari, Antonio ed Agostino Plutino, ed Antonio Greco; ed in fine internar nei dipartimenti Rocco Susanna, ed Emmanuele Viggiani. Per intelligenza, e perché ne diano la corrispondente pubblicità mi affretto a darne conoscenza alle SS. LL. acciò gli uomini turbolenti sappiano che non trovano affatto ricovero in qualsivoglia stato (!) ed in conseguenza imparino a vivere devoti a S. M. il re (N. S.) ed attaccali all'ordine!!»

22 Scrivea l'intendente alle autorità della Basilicata il 31 gennaio 57. «Con grave rincrescimento mi è occorso di rilevare come, o per pretesti o per frivoli motivi, spesso si ricusano o rinunciano gli uffici comunali. Codesto mal vezzo, ingenerato da colpevole indifferenza pel publico bene e pel servizio del re N. S., produce i più funesti risultamenti: senza il concorso dei buoni, la decisa volontà a far bene che anima il provvido nostro Monarca appassisce inaridita. Che se essi., neghittosi e deboli, si ritirano e ricusano l’incarico, cessino una volta fai cicalecci incomposti e maligni per maledire alla scelta de' men buoni, resa necessaria per fatto loro, e per la loro inerzia incuriosa; e cessino dal dolersi e dal'{'apostrofare per sistema l’andamento della cosa pubblica e di coloro che l'amministrano Io quindi interesso le SS. LL. a volersi cooperare con l'esempio e con la voce onde non si riproducano rifiuti e rinuncie a cariche comunali, mascherate da pretesti o mentiti o deboli, ma sempre motivate da pusillanimità, da egoismo, ria riprovevole apatia.» Rosica

23 Tant’erano invilite ed abborrite le cariche municipali che convenne al re di promulgare a 6 marzo 54 questo decreto. «Considerando come l’esperienza abbia mostrato che la tenuità della somma delle multe sovente non raggiunge lo scopo di superare la riluttanza all'accettazione delle cariche comunali: decretiamo: la multa.... a carico di coloro che nominati.... sindaci, eletti, aggiunti, decurioni e cassieri ricusano di esercitare, senza che abbiano eccezioni legali per esimersene, potrà elevarsi fino a ducati 200. La scala dell'elevazione della multa è rimessa al prudente arbitrio degli intendenti.» Né bastando, scrivea ad essi il ministro dell’interno il 30 luglio 89 «S. M. si è degnata dichiarare che l’enunciata multa di ducati 200 possa raddoppiarsi contro l'individuo istesso nel caso che decorso il periodo legale della carica e rieletto nella medesima si scusi novellamente, senza motivi legali, di esercitarla.»

24 Agevolmente si parrà solo si consideri come pel titolo della capacità, a mo’ d’esempio, non s’abbiano che dieci elettori nelle comuni di Noepoli, San Chirico Raparo, Bernalda, Muro; nove in quelle di Tursi, Salandra, Ripacandida; otto a Miglionico, a Forenza, a Rapolla, a Palazzo, a Picerno, a Marsicovetere; sette a Francavilla, a Castelsaraceno, a Castelluccio superiore, a Lavello, a Ruoti, a Brindisi; sei nelle comuni di Episcopia, di Latronico, di Calvera, di Brienza, di Laurenzana, di Tolve, di Vaglio; cinque soli in Moliterno, Accettura, Stigliano, Maschito, Acerenza, Balvano; e quattro in Sin Costantino, in San Giorgio, in Castelluccio inferiore, in Pomarico, in Garaguso, in San Mauro, in Bella, in Saponara; ed appena tre in Chiaromonte, in Castronovo, in Gorgoglione, in Grassano, in Palmira, in Pietrapertosa, in Castelmezzano; e due, burlevol numero, in Nemoli, San Paolo, Ferrandina, Aliano, Pescopagano, Rapone, Atella, Sasso, Corleto, Guardia, Marsico, Spinoso, San Chirico Novo; ed un solo a Fardella, a S. Severino, a Teana, a Carbone, a Trecchina, a Sarconi, a Viggianello, a Colobraro, a Favale, a Montemilone, a Pietragalla, a Gallicchio, a Missanello, a Baggiano, a Cancellara: che più? non ve n’ha alcuno a Cersosimo, a Terranova, a Roccanova, a S. Martino, a Craco, a Oliveto, a Cirigliano, a Ruvo, a Pietrafesa, a S. Angelo, ad Albano, a Campomaggiore: tale il catasto della cultura!!

25 Basti che in quelli del 1865, e furono dei più numerosi, a eleggere la magistratura comunale in Episcopia, Castronuovo, San Martino, Castelmezzano, tra gli altri municipi, contribuirono appena 20 elettori, in Moliterno, Cirigliano, Ruoti e Campomaggiore solo 19; in Nemoli 18; in Viggianello e in Fardella non più di 17; in Sant'Angelo le fratte appena 15; quanti doveano essere i consiglieri del comune; in Calvera perfino otto; non par credibile!

26 Nelle elezioni del 1865 intervennero infatti da 4854 elettori sopra di 8514 che annovera la regione.

27 Nella grande marea di analfabeti s’oda a qual larga interpretazione di legge e’ convenne appigliarsi a comporre nel 61 le liste elettorali politiche: cosi il ministro dell’interno scrisse nel gennaio di quell’anno al governatore di Basilicata, u Rispondendo al dubbio promosso da molte delle Giunte municipali, incaricate dello allistamento degli elettori per la nomina dei deputati al parlamento; udita la Consulta e ritenutone l’unanime parere; dichiara: 1° Che gli analfabeti si debbono ammettere fra gli elettori, qualora, avendo le altre condizioni richieste dalla legge elettorale 20 novembre 1859, si trovino già iscritti nelle liste compilato nel 1848 e nel 1860. 2° In generale, per analfabeti si debbono intendere soltanto coloro che non sanno scrivere il proprio nomeleggere un nome scritto da altri.»

28 Intorno a che ne piace una volta per tutte di riferire ciò che leggesi nella relazione che il Ricasoli presentò al parlamento il 22 dicembre 1866 sui servigi dipendenti dal ministero interni. «Le deputazioni provinciali con le attribuzioni che loro dà la legge, son divenute centri di affari molteplici e importanti, ed era troppo fare a fidanza collo zelo e coll’attitudine di funzionari gratuiti, distratti da privati interessi e senza dimora permanente nei capoluogo della provincia, sperando che avrebbero dovunque e sempre soddisfatto ai loro doveri coll’assiduità necessaria È necessario si torni a misurare le conseguenze di una innovazione, forse adottata senza sufficiente esame e più per diffidenza detrazione governativa che per sicura fiducia in un corpo deliberante, il quale, soggetto a tutela egli stesso. dive poi tutelare i comuni.»

29 E quasi perché l’ufficio del comune scadesse per inanità all'ultimo suo gradino, laddove non v'era ombra di istituzioni proficue, o ad attestare con quanta sapienza economica s'incuorassero le comuni a sacrifici fecondi, si affannava il ministro dell'interno a scrivere il 2 aprile 451 agli intendenti: «Mi è duopo richiamare l'attenzione di lei sugli esiti dei comuni. Ho veduto con grave dispiacere come siasi corrivi ad autorizzare o proporre spese a carico dei comuni, delle quali ogni bene intesa e saggia economia consigliava farsene senza. Intanto questi esiti moltiplicati, questa facilità di erogare il danaro dei comuni (e non viveano che delle misere loro rendite!) in ispese men che indispensabili, ha condotto le finanze comunali a condizioni affliggenti. È mestieri ch'ella si convinca e faccia convincere pure tutti gli amministratori dei comuni, come non convenga erogar somma, né proporre esiti oltre il preciso e indispensabile bisogno: ogni economia che si reca è un bene alla condizione delle finanze comunali, è un risparmio sul patrimonio lo terrò conto dei risanamenti economici dati da ciascun intendente nell'anno che volge e mi recherò a debito di umiliarli alla somma intelligenza del re N. S.» Murena. Dopo questi moniti era miracolo scampasse proposta alcuna di dispendio, alle forbiciatura degli intendenti.

30 Scrivea infatti l'intendente di Basilicata il 26 maggio SI alle autorità provinciali: «Fora in esempio, la inesorabile clemenza dell'augusto nostro sovrano che tutte spende le sue cure per la prosperità dei popoli che la provvidenza gli affidava. La soppressione ultimamente ordinala dei ratizzi basta di per se a dimostrare guanto interesse prendasi dal Governo a rendere sempre più esenti comuni di quei pesi pei quali in molti di essi è giuoco forza imporre degli odiosi balzelli in mancanza di sufficiente rendita patrimoniale. Intorno a che vedi ancora ciò ch'è riferito nella pagina antecedente nota 1.

31 Le proprietà dei comuni appaiono iscritte negli antichi catasti per quasi ottocentomila lire di rendita imponibile: o sedici milioni di valore. Non si parrà sproporzionato il quadruplicare tal cifra a raggiungere l'odierno e vero prezzo di quelle grandissime proprietà.

32 Scrisse lo Smith nella sua Relazione sull’istruzione publica di Basilicata dal 61 al 64. L’ente municipio sotto il caduto reggimento politico è stato null'altro che un mezzo amministrativo.... senza scopo di publico bene; spesso ricco, ma fraudolente amministratore purché ai controllanti fosse stata data parte dell’iniquo guadagno.... Nei comunali perciò niuna sollecitudine per la cosa publica; niuna conoscenza dell’amministrazione, niun giudizio su gli amministranti; pagavano, vivevano.... Con il mutamento del reggimento politico, pochi.. municipi hanno mutata natura; anzi la fame di guadagno, di rapina, è cresciuta per la libera amministrazione dei beni comunali:.... quindi in pochi comuni prosperevole, nei moltissimi depredata.»

33 Vedi a pag. 49 nota 1.

34 Sino dalla celebre riforma Leopoldina del 1774.

35 In virtù dei decreti 16 febb. e 29 marzo 1852.

36 Venne meno a comuni l'obligo di vendere gli immobili con la legge 20 marzo 1865, ed alle opere pie per quella 3 agosto 1862.

37 In virtù della notificazione IO luglio 1839, i comuni erano astretti a vendere i beni incolti.

38 Legge 2 Dic. 1866, art. 113.

39 Legge 20 marzo art. 113: e vedi a pag. 230 nota 1.

40 S'odano a riprova quest’ingenue confessioni del ministro dell'interno, nota 9 marzo 1850, all'intendente di Basilicata ed agli altri del reame. Quel ch'è detto de' beni di opere pie s’attaglia a quelli de’ municipi: «egli è pur troppo vero che ’esperienza di sei lustri ha mostrato come le severe disposizioni dell’art. 23 della gge 12 Dic. 1816 non possono venir messe ad alto in proposito di affitti di fondi ani senza compromettere gli interessi di pii stabilimenti... soventi la impazienza de' chieditori delle case a condizione, qualche altra fiata gli intrighi dei vecchi inquilini, taluna volta le pratiche subdole di nuovi pretendenti fanno che odesti fo di.… divengano come patrimonio esclusivo di antichi fittuari o che le case piombino in mano di intriganti all’asta.» Murena. E leggasi poi quel ch'è scritto a pagina 49 nota 1, e pag. 230 nota 1.

41 A lode del governo borbonico, vuolsi qui riportare ciò che il ministro dell'interno scrivea agli 11 sett. 1850 all’intendente della regione nostra, onde infrenare un tale sconcio... La legge prescrive che nella imposizione dei dazi di consumo debbano essere sempre preferiti quei generi che servono al lusso ed al maggior comodo, agli altri de' quali si fa uso nei bisogni più comuni ed ordinari della vita.... La esperienza però ha dimostrato che siffatte sovrane risoluzioni sieno state quasi in tutto dimenticate,..: le imposte si veggono stabilite sui generi di cui è indispensabile il consumo, e più di tutto sulla molitura che colpisce più d'appresso la povera gente che l'agiata. Gli. stessi moniti leggonsì in un’altra nota del 7 agosto 1857: per non dire di quella dettata a' 10 ott. 1862 dal ministro delle finanze a' prefetti del regno.

42 Vedi a pag. 236 nota 1 ciò che ne scrisse lo Smith.

43 Legge 20 marzo 1865 art. 93.

44 Ibidem » art. 84.

45 Ibidem » art. 141.

46 Ibidem » art. 131 e 134.

47 Decreto 2 dicembre 1823.

48 Parere 24 febbraio 1866 del Consiglio di stato, sulla validità delle sopradette discipline: le disse venute meno con la pubblicazione della legge 20 marzo 1865, come quella ch'è generale a tutto il regno.

49 Dice lo Smith, relaz. citata: «... altri comuni aveano avuto cassieri che da dieci anni non aveano resi i conti! »

50 Legge 20 marzo 1865.

51 Ibid. art. 120, il quale fece venir meno la savia restrizione di un tesoriere proprio a' soli municipi le cui spese o Minatorie eccedessero le lire 60,000, secondo era scritto nell'art. 115 biella legge anteriore 23 ott. 1859.

52 Narra lo Smith relaz. cit., «una comune dovea avere 76,500 lire in cassa, ma questa somma era divisa e utilizzata da 400 persone di chiaratesi debitori tra quali primeggiavano gli amministratori comunali!» E noi, cui più che ad altri hanno da esser note le condizioni quella comunità, dobbiamo pur confessare che lo Smith disse vero.

53 Legge 20 marzo 1865 art. 126 e 222..

54 Ibidem art. 85.

55 Ibidem art. 124.

56 Cod. Civ. art. 2095: parere 24 marzo 1866 del Consiglio di Stato.

57 Legge 20 marzo 1865 art. 126.

58 Ibidem art. 222.

59 Ibidem art. 125.

60 S’oda invece quale accusa di sconcia ladroneria e draconiana forma di giudizio sciorinasse il ministro dell'interno, scrivendo nel gennaio 1857 all’intendente di Basilicata e agli altri del reame, a reprimere gli indebiti dispendi «nella esecuzione di opere publiche comunali si devia dalle norme e dalle traccio de' progetti superiormente approvati e si fanno a questi seguire, senza debite autorizzazioni, suppletori di spese non discrete e spesso di tal natura che avrebbero potuto essere prevedute nel progetto primitivo: e ciò.... con disquilibrio della finanza comunale....» qui prosegue con disposizioni a prevenirle, e poi a conchiusione la responsabilità dell'inadempimento di queste disposizioni cadrà tutta sui stridaci e sulle deputazioni dei comuni ove l'opera si esegue! indennizzando essi del proprio i privati dei danni per avventura cagionati ai loro poderi... e pagando anche le somme erogate... dagli esecutori de' lavori, i quali ove fossero appaltatori non potranno per tali eccessi di spesa sperimentare azioni contro i comuni... ! Gli ingegneri poi che faranno verificare la inosservanza delle disposizioni.... non riceveranno compensi né indennità di spese, alle ‘ quali avrebbero potuto aver diritto, e non saranno più adibiti nelle opere comunali!!

61 Tra le tante proposte escogitate fin cui, a guarir» da' mali gravissimi o correggere gli abusi a cui sì di frequente dà leva l'immaturità civile di que' luoghi, riputiamo che questa sia di molto pregio. È del Massari; e noi che per tre anni studiammo ogni faccia di quelle contrade non esitiamo avvalorarla dell'esperienze che vi facemmo. Egli dice: Ciò che si pratica in Inghilterra verso i collegi elettorali chiamati in colpa di corruzione, può essere praticato in Italia verso i consigli municipali.... Il prefetto.... dovrebbe proporre al governo la sospensione del dritto di scegliere i consiglieri municipali:.., il tempo della sospensione non dovrebbe eccedere i tre anni» A noi parrebbe si potesse ridurlo anche a due, e riuscire bastevoli a moralizzare la cosa publica, restituirla in riputazione: od almeno valga il prescindere dallo strano obligo, ed osservato mai, che il governo ba di ricostituire i consigli disciolti entro mesi tre; termine non bastevole a dare novello sangue ai municipi, che di municipi non hanno che il nome.

62 Lord Babington Macaulay.

63 E chi crederebbe seguisse il medesimo in Londra, due secoli or sono, secondo narra il Macaulay St. d'Ingh. III

64 Vedi a pag. 184 nota 2.

65 Regolamento di pulizia urbana e rurale della comunità di Tricarico, approvato il 26 giugno 1854.

66 Vedi il miserevole caso da noi riferito a pag. 68.

67 Vedi a pag. 118 nota 2.

68 Vedi a pag. 106 nota 1.

69 Vedi ciò ch'è detto nel libro I a pag. 26 e seguenti.

70 E s’avverta che un r. rescritto del 30 giugno 1837 avea sospeso il dritto, ad essi conceduto dal decreto 12 dicembre 1828, alle sepolture privilegiate entro le chiese. Ma un altro del 5 giugno 1857 dicea così volendo che gli ecclesiastici componenti i capitoli delle cattedrali e delle chiese collegiate, i parrochi, i conventi monastici ed i proprietari delle cappelle gentilizie e di quelle che sono messe in campagna abbiano un privilegio in considerazioni delle fatiche apostoliche e delle opere di pietà alle quali rispettivamente intendono per mantenere ed accrescere il culto divino avranno' da oggi innanzi il privilegio del seppellimento nelle proprie chiese !!

71 Taccio il nome di quella comune, perchè fra le tante non m'accade rammentarmi dove lo strano caso mi apparisse.

72 Nella pergamena che la si conserva, e della quale già diedi cenno a pag. 86 n. 1. nel dire di altro miracolo, leggesi parimenti «Nel convento di Salandra l’anno 1678 espurgandosi la sepoltura de’ frati sotto la gran catasta di ossa spolpate si trovò un frate intero con chierica sana e rotonda bianca come fusse sepolto in breve: la carne era soda e morbida, la lingua trattabile come di un vivo: in modo che mentre dalla sepoltura si trasferiva al cimitero, una gentildonna Procuratrice di detto convento (!) ardimentosa prese la lingua di quello con le mani, la tirò fuori dei denti più volte, e, lasciatala, sempre da se stessa si ritirò nel proprio luogo con ammirazione di tutti: questo corpo sta riposto nel cimitero in un cantone, offeso solo in un piede con un colpo di zappa, mentre si nettava la sepoltura, benché non si sa chi sia. benché stimandosi di qualche gran servo di Dio». Gli è superfluo 3’aggiungere che nulla invece, me presente, si rinvenne.

73 4 Ed in prova, recheremo qui ciò che l’intendente scrivea ai' sottointendenti e sindaci della provincia, il 21 ott. 1851. «Il sig. direttore dell'interno, prontissimo esecutore, e fedele interprete degli ordini emanano da colui ch'è anima o modello incomparabile alla pietà del Reame delle Due Sicilie, ordini diretti sempre alla felicità de’ suoi popoli, e precise a migliorare le case addette al culto divino con tutti i mezzi possibili,.... ha disposto, che in tutti i comuni ove non si trovano altri mezzi per sopperire a tanta e sì interessante bisogna, vi s’impieghino i fondi destinati per la costruzione de’ campisanti!!!» V. poi nota 1 ott. 1851 del ministero dell’interno agli intendenti del regno la quale è di ugual tenore.

74 Così l'Araneo Memorie ec, ec. scrive di Foggiano, paesucolo lungi 4 miglia da Melfi: «è abitato da poco meno di mille anime: abitano nelle grotte: per rigenerare i neonati colle acque battesimali debbono condurli a Melfi o a Rionero: e quando sono colpiti da infermità o si trasportano gli infermi a Melfi, o muoiono colà come bruti». E quel ch'è detto di Foggiano s’attaglia non mica a tutti i villaggi, ma fin a popolose comunità; ché in tant’altri luoghi, dice anche l’Araneo (p. 125) «si nasce, si vive, si muore come in Foggiano».

75 Veggasi a che si giunse; per fino a conseguire lauree senza studi ed obbligo di esami, quasi a beffa della scienza; r. rescritto 24 ottobre 1849: «Art. 4. I professori dell’università, i presidenti, i procuratori regi, i loro sostituti,’ i giudici dei tribunali e supplenti, gli arcivescovi, i vescovi, i vicari, le prime dignità delle cattedrali ed i canonici penitenzieri e teologi, e tutti gli altri impiegati che non abbiano i gradi stabiliti pel loro rango, dovranno prendere i diplomi senza essere. tenuti né ad esami né a facoltà alcuna, ma solo al pagamento dell'intero dritto. I membri attuali della Società reale che venissero ad ottener cariche per le quali si richiedessero gradi, godranno dello stesso privilegio. Art. 5. Sono dispensati dagli esami anteriori per tutte le facoltà ed obbligati a fare i soli esami di. laurea coloro che vantano dieci anni dì, esercizio. Pe’ patrocinatori, dopo dieci anni di esercizio si richiederà il solo esame di licenza. I farmacisti debbono subirà il solo esame pratico. I soli medici e chirurghi debbono subire gli esami di clinica». V. poi a p. 261 nota 1.

76 A chi legga il regolamento publicato nel 55, sulla vigilanza a cui erano sottoposti gli studenti, per non dire di quel del 49, e’ gli parrà concerna una classe di malfattori, o quella delle prostitute, secondo la specie dei doveri che venivano inflitti e della disonesta vigilanza che stava ai giovani sul collo, o proprio come si trattasse di malviventi. Bastino per tutti gli art. seg.: «10. La commissione di vigilanza sugli studenti manderà ad ogni parroco, ad ogni commissario di polizia e ad ogni ispettore di publica istruzione l’elenco degli studenti Li parrochi, li commissari di polizia e gli ispettori.... avranno gli occhi aperti sugli studenti di rispettiva competenza, industriandosi di conoscere intorno a ciascuno de' medesimi se abiti in qualche famiglia, o in unione di altri giovani o solo: se frequenti case o persone e quali: se la sera stia in casavagando per la città!: se in casa e nel Vicinato osservi contegno di giovine morigerato ec. ec. o si faccia nota e per leggerezze, per sconvenevolezze, per disordini ec. ec. 11. Oltre dei mezzi sin qui divisati, la commissione veglierà paternamente sopra li portamenti dei giovani studenti con tutti quegli altri spedienti che le circostanze suggerir potranno 13. I giovani i quali manicassero ai loro doveri saranno chiamati ed ammoniti la «commissione proporrà al consiglio dell’istruzione affinché corregga gli indisciplinati con ritardare loro l'ammissione agli esami pei gradi dottorali e con altre mortificazioni che crederà espedienti. Laddove non si ottenga la loro emendazione a patto nessuno, la commissione manifesterà i loro nomi al ministero di polizia affinché possa adottare le misure che crederà convenienti, e rinviare gli incoreggibili alle loro famiglie. Così era davvero un santo chi potesse destreggiarsi fino a compiere gli studi, quando piacesse altrimenti a chi aborriva in ispecie dagli ingegni più svegliati. E veggasi poi a. pag. 263 la nota 1.

o vadi

77 L’assistere o do gli studiosi alle conferenze spirituali decidea per essi di raggiungere o no i gradi accademici e fin del carcere. Si legga quel che il ministro dei culti scrivesse agli intendenti il 26 agosto 1857.. «Le significo.... che debbono assistere alle congregazioni di Santo Spirito non solamente i giovani che frequentano le cattedre pubbliche ma anche quelli che s’istruiscono presso i professori privati... Tuttiobligati.... alla congrega, la quale non dee licitarsi ai soli otto mesi dell’anno scolastico, ma dee continuare per Vanno intiero. Ove essi a tanto non adempiano, oltre al divieto di ammissione agli esami pei gradi dottoralialtre mi sur e di rigore, da proporsi secondo le circostanze dagli intendenti. Scorza.»

insomma i giovani che danno opera allo studio debbono essere soggiaceranno ad

78 Vedi a pag. 263 nota 1.

79 Che anzi s’oda fin dove la paura dell’ingegno o degli studi potea sospingere, a disfare cioè ogni collegio o convitto. Scrivea il presidente del consiglio generale dell’istruzione agl’intendenti il 30 luglio 1851 «È volontà del re che tutti i pensionati sieno ridotti a semplici scuole nelle quali debbono insegnare i soli maestri autorizzati, e proibendosi affatto la pernottazione ed ogni sorta di pranzo.»

80 Con queste parole al re il ministero nel 17 agosto 1850 vituperava il trovato di Guttemberg: «La stampa il più grande e più utile trovato per perfezionare la mente e il cuore, infelicemente ai dì nostri, lungi di servire a si lodevole scopo, quà ed altrove non è stata intesa che a corrompere i costumi e ad ottenebrare gli intelletti invece di rischiararli. Di qui nella massima parte, le rivolture che hanno travagliata quasi intera l’Europa, e che dove più dove meno continuano a mantenere gli animi in agitazioni, e di qui lo studio e la incessante cura dei Governi,ricondurre la stampa al suo primo e diritto sentiero.»!!!

onde

81 Non par credibile, ma leggasi come a solo titolo di grazia si consentisse. di chiamare i laici all’insegnamento ed anche chi non sapesse né leggere, né scrivere. Rechiamo le testuali parole dell’intendente Rosica alle autorità provinciali nel 7 aprile 1858: «Il munificente e clemente nostro re e signore intento sempre a veder immegliata la condizione dei suoi sudditi, ha inculcato che sia provveduto alla istruzione primaria colla nomina dei maestri e maestre onde arrecar utile in ispecie alla gente povera. A conseguire siffatto scopo, ove per avventura in qualche municipio non vi fossero sacerdoti a poter essere prescelti a maestri, ha permesso d’indùdersi nelle terne anche i laici; e se degli uni e degli altri siavi difetto, potranno proporsi anche persone che abbiano cura di anime, a tenore del real rescritto del 14 aprile 1852. Le agevolazionidi idonee persone, sono di potersi includere nelle terne eziandio donne che non sappiano né leggere, né scrivere, coll’obbligo però di farsi coadiuvare da persone capaci (!), approvate dall’ordinario diocesano» H! Ma invece di ciò gli insegnanti di ogni grado dal calcolo infinitesimale all'abaco, dalla filosofia all’abbiccì, dalla chirurgia alla mascalcia furono per decreto 18 ottobre 1849 chiamati a conseguire, anco l'avessero, nuova licenza per insegnare, mercé di un esame «sul catechismo grande della dottrina cristiana!», cosi leggesi in quel decreto.

inoltre autorizzate per le femmine, in caso di mancanza

82 Vedi nota precedente.

83 Perfine quando si volle, a dirozzare la plebe, tentare di accoglierla, in scuole serali, ecco il clero ad averle nella sua dizione ed agghiadarle prima che nascessero, mutandole in orazioni serali o novene. R. rescritto 9 maggio 54 «S. M... si è degnata approvare che in vece delle scuole serali, si aggiunga nelle cappelle serotine, disposte per tutti i comuni del regno con rescritto 21 novembre 51, alla istruzione, religiosa ch'è la principale, eziandio quella del leggere e dello scrivere». Entro una cappella di chiesa!

84 Con rescritto 18 febb. 1853 furono obbgati i capi di opifici ai avere un prete per le orazioni degli operai, a salvazione delle loro anime.

85 S’oda questa, che da sola vale mille altre: il governo confidava il collegio di Potenza ai gesuiti. Al che «il corpo municipale penetrato, del conseguimento di tanto bene, dimandava di ottener grazia di ergere un monumento in alto di riconoscenza che tramandasse ai posteri la memoria del segnalato favore di che erano stati fatti degni! nota 27 gennaio 51 dell'intendente alle autorità provinciali. Ora il re avendo conceduta la costruzione del monumento, ecco il decurionato che «sentendo sempre più internamente gratitudine e devozione, passava ad implorare permesso di inviare una deputazione che col vivo della voce a piè del trono avesse rassegnato i voti più sinceri e devoti in compruova di quello che dovea per un tanto bene!» quel di avere il monarca, consentito loro, gli costruissero pure il mono mento! Ma questa volta il re arrossendo a conto proprio e forse dei decurioni, fece loro scrivere dal ministro Murena, ringraziarli ma si risparmiassero di recarsi (ino in Napoli: nota 22 gennaio all'intendente di Basilicata. Il quale pubblicando il beffardo riscontro esclama «quant’è incomprensibile la clemenza del pio sovrano!»

86 A edificazione dei viventi non meno che delle età venture, rechiamo qui le disposizioni con cui il Borbonide vietando a' giovani d'accorrere all'università di Napoli, intese, nuovo Giosuè, di fermare il sole della civiltà. Nutriamo grave dubbio se mai nell'era nostra niun altro governo perseguitasse e odiasse altrettanto la istruzione publica: quel che più cuoce si è che di questi obbrobri se n'abbia poca o nissuna contezza da' più: onde stimiamo di non lieve utilità l'offerirla con il publicare per la prima volta questi peregrini documenti, monumento insigne di quello a cui può giungere ìa umana ribalderia. Nota 9 nov. 185-2 dell'intendente di Basilicata ai sotto intendenti ecc. «Uno de’ precipui scopi, per quanto utile altrettanto necessario, che interessar deve una vigile e ben intesa. polizia, si è quello al certo d’impedire la gita in Napoli degli studenti. Oltre delle disposizioni in diversi tempi emesse per tal divieto, basta il rammentare, che tali giovani abbandonati a sé stessi lungi dal formare un giorno la speranza dello staio; si danno in preda al libertinaggio ed a tutti i vizi, e capaci perciò di commetter qualunque eccesso. Tanto sciaguratamente si è avuto luogo ad osservare nei tristi tempi andati. Ma a far sì che la studiosa gioventù lungi dall’essere perniciosapiissimo sovrano ed a cui nulla sfugge, intento sempre a procurare la felicità dei suoi amatissimi sudditi, con rescritto 20 ottobre 1849 si degnava facultare ad istruirsi in Napoli quelli di Terra di Lavoro; quelli di medicina che hanno assistito due anni ai licei: i licenziati nelle diverse facoltà; quelli le famiglie de’ quali han trasferito il domicilio in Napoli o in Terrà di Lavoro.... É questo il tempo che gli studenti sogliono far premura per recarsi in Napoli, adducendo alle volte che la loro gita colà sia per causa di salute o per altro motivo, nel mentrecché poi non hanno altro di mira se non di conferirsi per studiare ed eludere cosi le disposizioni di divieto per essi date. A porre fine ad un tanto inconveniente, non so abbastanza' io raccomandare alle SS. LL., e sotto la più stretta responsabilità, di non rilasciaredanno sospetto che potessero recarsi per causa di studio.

fosse utile a sé stessa ed allo stato, il nostro carte di passaggio per la capitale a quei giovani che per la età e condizione

Ed ai 7 di marzo 1854 scrivea il ministro di polizia all'intendente di Basilicata, essere stabilito «di non rilasciare, senza la preventiva adesione di questo ministero, carta di passaggio per la capitale a coloro che per la loro età fan sospettare di potersi addire allo studio. Malgrado tale prescrizione, sovente avviene che qui si conferiscono muniti di dette carte, e con la condizione di proprietari, i giovani delle provincie; ed appena giuntivi non si occupano di altro che di essere regolarizzati come studenti, essendo riusciti così a conseguir con sotterfugio ciò che debitamente forse non poterono ottenere», Né parendo bastasse scrivea nuovamente il ministro di polizia il 18 aprile 1855 agli intendenti: «ad onta delle precise prescrizioni pervengono, sotto mentiti pretesti di curar la salute, di assistere ai propri affari ed altro, dalle provincie in questa capitale, giovani che per la loro età danno fondatamente a sospettare che vi si possano applicare allo studio. Ed in fatti taluni di essi qui giunti han saputo far tanto da essere messi in regola nella classe degli studenti Nel fine di evitare tale inconveniente trovo d’uopo richiamare sull'obbietto, sig. intendente, la sua attenzione particolare, e pregarla inculcare a tutti i funzionari di sua dipendenza, che da ora in avanti,preventiva adesione di questo ministero, non debbano rilasciare alcun ricapito a coloro che recandosi in Napoli possano per la loro età giovanile addirsi a studiare». Non par credibile si potesse giungere a tanto, di dar la caccia a' giovani quasi malviventi, perché non s'avviassero agli studi! Ommettiamo per brevità le altre note 16 ottobre 1849. 23 febbraio 1853,4 marzo 1854,6 giugno 1856, con le quali l'intendente di Basilicata ripeteva a' sindaci ed ai sotto intendenti i ribaldi e sconci divieti. Finché con decreto 2 aprile 1857 si sbandirono tutti gli studenti da Napoli, negando alla università la balìa di adottorarli: non valse quindi l'astuzia a eludere que' singolari cordoni di barbarie che intendevano trattener per via i giovani: gli studi rimasero in tronco o si doverono compiere, Dio sa come, ne' licei: vedi nota seguente.

senza aver provocata la

87 Il ministro di polizia Peccheneda agli intendenti il dì 8 novembre 49: «È stabilito, dal r. decreto 20 ottobre 1849, che gli studenti delle provincie, eccetto Napoli e Terra di Lavoro, non possano recarsi agli studi nella capitale se prima non abbiano prestato assistenza presso i diversi licei del regno almeno per due anni.... Ella porterà un occhio vigile affinché non fallisca il doppio utile scopo che il regio governo si propone di non lasciare in balìa di sé stessa la perniciosa classe degli studenti, e di provvedere alla loro più ordinata istruzione.» Poi con r. decreti 2 e 6 aprile 1887 i collegi di Lucerà e di Reggio furono elevati a licei: i soli naturali delle provincie di Napoli e di Caserta potessero subire gli esami nella università e compiervi il corso dei loro studi: gli aspiranti di tutte le altre provincie dovessero subire gli esami nei collegi e licei rispettivi: o dove non ve ne fossero, in quel della provincia attigua: solo gli studenti medicina e chirurgia dovessero laurearsi a Napoli: niuno però anco tra quelli potesse essere ammesso agli esami di laurea nella università, né ottenere il permesso di venire a Napoli per causa,di studio, così è detto, se non avrà conseguito la licenza in un liceo.

qualsiasi!,

88 A mo' d’esempio chi scrive rinvenne una comune della quale si avea notizia vi fosse la scuola maschile;. ma ell'era una burla alle autorità tutorie e nulla più: che la comune avesse preso in fitto un locale per quella scuola, altro inganno: valevole a che gli amministratori spillassero il montare del fitto! Solo vero che uno del luogo non patentato, buscava lo stipendio di maestro e non vidimai volto di alunno. Né scuola maschile né femminile: che anch’ella vi fosse, altro inganno: lo stipendio, un furto: la maestra, analfabeta: niun locale, niun arredo: giammai fanciulla dalla creazione in poi avea colà appreso il leggere e lo scrivere!

89 In altra comunità per cagion d’es. non si sapeva indicarmi dove fosse la scuola: e’ v’era il maestro e riscuoteva il soldo! ma di alunni neppur la sementa.

90 Scrive lo Smith, relazione cit. «In alcuni comuni taluni, consiglieri municipali proponevano deliberarsi l’abolizione delle scuole elementari per la ragione che i comunali erano la maggior parte agricoltori, perciò inutile il leggere e lo scrivere, il sapere del mondo, dei mesi dell’anno, delle montagne, ecc. ecc. ! E altrove.... «non vi hanno male arti né argomenti nequitosi non siano praticati per contradire al maestro e maestra. Gli stipendi annuali assottigliati ogni anno più che l’altro: dati a spizzico, fuori tempo e non quando stringe il bisogno: spesso come una umiliante elemosina.... Le commissioni di vigilanza.... sono istituzioni nominali che nulla hanno fatto di bene, e niuna cura prendono al buono andare della istruzione.»

91 Ond’è che a Montepeloso, scrisse lo Smith, relazione cit. «le due scuole maschili e le due femminili per la nobiltà dei locali e l’arredamento completo di tutti gli oggetti scolastici possono gareggiare colle migliori d’Italia.» Altrettanto in molti altri luoghi. A cura poi del Rovelli Consigliere di Prefettura fu aperta una scuola in Paterno, villaggio tristamente celebre per le insanie de’ banditi: una femminile a Montemurro e altrove: e scuole serali a Tursi, a. Rotondella, a Bollita, a Marsico ec. ec.

92 Ma se mancano scuole pubbliche v'hanno private, e di che valentia: non solo quanti preti e frati vivono colà vanno accogliendo fanciulli, ma perfin barbieri e flebotomi, secondo scrive anco lo Smith, mutati in insegnanti: e tu li vedi quà e là trammezzo un branco di ragazzini che attendono da essi non lo sradicamento dei calli, o l'apertura della vena, ma la scienza universale dei Figari.

93 E poi notevole che nel 1863, tra i voti dal consiglio provinciale espressi al ministero dell'interno fosse quello che una legge obbligasse i genitori a educare i figliuoli sotto pena di non poter menar moglie e di stabilire famiglia!!: Smith relaz. cit.

94 Infatti nel mentre la media degli sponsali tra analfabeti, onde vi soscrissero con la croce, fu il 1866 nell'intiera penisola di 57,48 a cento; e, cifra minima, nel Piemonte di 24,89, giunsero in Basilicata a bea 82,77 ogni cento coniugi, eccesso a cui non arrivò nessun’altra delle regioni italiane.

95 Nel 1866 accadde invero che mentre la media delle fidanzate le quali sovra cento dichiararono non sapere scrivere il proprio nome, fu di 78,97 ogni cento nell’intiera penisola, e il minor. numero apparve in Lombardia di 57,92, la Basilicata ne offerì 95,61: il che fu per così dire il massimo dell’ignoranza femminea,

96 Vivono pertanto quà e la uomini chiari per istudi o cultura: più meravigliosa dove si consideri tra quali singolari incuoramenti vi sieno pervenuti: fra d’essi il Marsico, il Battista di Potenza e il Lioy di Venosa, giovani di molte lettere: e dell’ultimo poi diremo, nel terzo libro, il singolare ardimento contro i banditi: il Racioppi robusto ed elegante ingegno al quale accennammo già a pag. 89 e altrove: l’Araneo chiaro raccoglitore delle memorie di Melfi: il D’Errico facile scrittore: e il Cortese, il Lomonaco, il Del Zio, il Lovito, giovani di larghi studi e di buon ingegno, i quali seggono in Parlamento: per brevità tacciamo di altri e non meno distinti.

97 «Quel ch’è più strano s’oda come, volta a volta, il governo borbonico a cui li buoni studi toglievano i sonni, ché ei temeva gli ingegni u si addestrassero a maledirlo, osava trascendere in questa peregrina confessione. Scrivea il ministro dell’istruzione agli intendenti (v. nota 20 marzo 1848 dell’intendente di Basilicata ai sotto intendenti ed ai sindaci) «Un libro che abbia il pregio di essere italiano nella sostanza e nella forma e per sopra più che sia opera di alcun nostro concittadino è cosa tanto rara che gli par debito di giustizia commendarlo di somme lodi e renderne agevole la propagazione.»

98 Infatti il preciso numero degli elettori a titolò di capacità, noi vedemmo risultare nelle liste del LXV di 1343: poco più di due per mille abitanti.

99 Così sovra 1000 femmine, mentre la media delle analfabete è in Italia di 837 e il minimo in quella di Torino è di 562 e il massimo nell’altra di Girgenti di 974, la regione nostra ne conta 968: solo per sei non tocca l’estremo della ignoranza!

100 Basti che sovra le 59 provincia s’hanno per media 786 analfabeti su ogni mille abitanti: ora il minor numero è di 489 nella provincia di Torino: la Basilicata che n’ha 912 non è superata in questo termometro dell’ignoranza che per poche unità da quelle di Catania, Cagliari, Trapani, Caltanisetta, Calabria Ultra I e Girgenti le. quali n’hanno invece 928 sopra 1000.

101Vedi più innanzi § XLV.

102 S’oda fin dove, e con quali modi, il ministro dei culti e della istruzione intendesse invece essere vindice del costume: «Per le rappresentazioni teatrali nelle scuole private si adottino per massima le seguenti condizioni.... 2° che non debba esser permesso nelle rappresentazioni promiscuità di sesso, e che gli uomini non debbano indossare abiti femminili; 3(P) che nelle rappresentazioni possano intervenirvi gli uomini soltanto; 4° che debba essere proibita qualunque rappresentazione di sesso femminile...»: nota del ministro di polizia Peccheneda agli intendenti nel 31 luglio 82.

103 E che il facessero s’odano a riprova le peregrine notizie che dello spirito publico scrivea l’intendente di Basilicata, il IO marzo del 54, al ministro di polizia «Generalmente è caduto in disuso di trattare di affari politici, anche per curiosità: in pòchi punti si sono ietti con alquanta premura i fogli uffiziali: ma la vigilanza esercitatasi non ha deposto che tal premura nascondesse criminose compiacenze. Con tutto ciò si tengono di mira coloro che sieno vaghi di estere notizie: o discorrano della quistione d'Oriente: per attagliarsi quelle misure che sieno richieste....»

104 Perfino i giornali ufficiali di Toscana e di Roma erano vietati: volevasi che i sudditi non s’occupassero di quel che succedeva nei mondo, e la via di mantenerneli ignari era questa: il foglio ufficiale dicesse quel che solo doveano sapere e non più: per cagione d’es., quando avvenne la guerra di Crimea il giornale ufficiale delle due Sicilie ne disse mai nulla: per esso nulla dunque seguì: così tentando perfino, nuovo Giosuè, di fermare il corso dell'istoria. Ecco invece quale stampa periodica il governo consentisse alle comuni. Leggesi in una circolare 6 maggio 1850 dell’intendente alle autorità della Basilicata. «Con ministeriale 9 aprile, mi veniva partecipato che nella capitale s’imprendeva la pubblicazione di un giornale l’Ordine; mi si facevano pure delle premure onde promuoverne l’associazione. Nel mentre che a tanto adempiasi. mi pervenivano altre due ministeriali 30 scorso ramo di polizia, e 1. corr. ramo interno. Manifestavasi con esse che per sovrana determinazione tutt’i comuni del regno doveano ricevere gratis il giornale l'Ordine, e che sarebbe stato direttamente spedito ai sindaci rispettivi. «A tali prevenzioni veni' vano aggiunte nuove premure per la diffusione di questo giornale, che ha per iscopo: di esaminare il passato, ad oggetto di trarne salutari lezioni per l’avvenire; dimostrare nella loro nudità le mene della demagogia, che ha tentato di manomettere e distruggere quanto vi ha di più sacro e di più consolante su questa terra, di premunire gli animi contro i nuovi tentativi che audacemente non cessano di fare uomini perversi, di svelare e combattere i costoro attacchi e le impudenti menzogne, onde impedire nuovi errori e nuove illusioni, nell’attaccamento e rispetto dovuto alla nostra santa religione e real trono, alle leggi ed all’ordine.

105 Vedi poi quel ch'è detto a pag. 268 nota % e a pag. 272 nota 3, intorno alla onestà con cui si favorivano gli s'udi storici!

106 E veggasi a quali vigilanze erano sottoposte dal regolamento per la stampa, che è del 7 aprile 51. «Art. 1. Le tipografie essendo sotto la «dipendenza e la vigilanza immediata della polizia, niuna tipografia potrà senza il. suo permesso aprirsi nel regno. Art 5. Le tipografie debbono star tutte a pian terreno... li lavori debbono farsi a porte aperte!

107 Reg. 7 aprile 1851 «Art. 12. Le punteggiature (negli autografi) sono vietate. Art. 13. Le emende per note sono proibite. Ora l’ignoranza della censura era tale, od ella era così devota alla inibizione de’ puntini, che in una scrittura del Racioppi della letteratura popolare ecc. era riportato, narrandosi un caso somigliante, il verso dantesco «Ricordati di me che son la Pia e quinci v’erano de’ puntini. Ora la censura nemica de’ punti, tremò di essi che tenevano il luogo degli altri versi danteschi, che l’autore avea ommessi noih adattandosi all’argomento proprio,

Siena mi fe, disfecemi Maremma,

Salsi colui che, inanellata in pria,

Disposata m’avea con la sua gemma;

e fieramente cancellò que’ puntini; a prova che il censore sapea egli pure appena leggere o certo intendea nulla.

108 Erano in genere vietati i libri «contro la religione, ìa morale ed i governi decreto 6 novembre 1849: quali poi fossero, nessuno li indicò mai a regola dei commercianti: ed essi per non errare comperavano all’estero nulla. Dalla polizia si proibirono poi libri stampati a Milano sotto l'unghie austriache: stampati fino a Roma; tra d’essi il Perfetto leggendario ossia vita dei santi per ciascun giorno dell'anno: ciò avvenne nel 1853, Che più? fino la Grammaire italienne a l'usage des français par Vergani fu proibita: fino libri stampati nel reame, molti anni innanzi, e’ divennero merce vietata!

109 S’oda in quale modo il ministro dell’interno, scrivendo agli intendenti del reame il 23 marzo 53 s’industriasse a favorire la circolazione de’ libri! «Avviene talora che i comuni si gravano di spese per acquisto di oggetti e di libri e stampe senza la previa autorizzazione di questo ministero, al quale solo si appartiene di rilasciare simili autorizzazioni: io la prego quindi di astenersi dall’imporre simili spese ai comuni di qualunque natura esse sieno, e di fare intendere agli amministratori comunali la grave responsabilità alla quale anderanno soggetti, dove si permetteranno fare consimili spese senza una espressa autorizzazione di questo ministero Murena. Leggasi invece di qual genìa di libri si facesse propagatore il governo borbonico, o come per lui si favorissero gli studi storici. Scrivea il presidente del consiglio de’ ministri il 1 maggio 50 a quel di polizia «il ministro degli affari ecclesiastici e della istruzione, nel comunicarmi... la sovrana determinazione presa da S. M. relativamente all’opera del sig. Andrea Cacciatore, avente il commendevole scopo di confutare le falsità storiche e le maligne azioni insulse e scellerate che la persona irata dell'esule Pietro Colletta gettò in gran copia nella sua storia del reame, mi partecipò pure essere volere della M. S… che s’imponga ai rispettivi ministri di prendere e di far prendere dalle autorità di loro dipendenza, un qualche numero di copie della anzidetta opera del sig. Cacciatore»

110 Il regolamento per la stampa, del 7 aprile 1851,disponea «art. 27. Le vendite giudiziarie dei libri non potranno attuarsi se non sarà prima esibito e vistato dalla polizia il catalogo dei libri che si espongono in vendita. Art 28. Lo spaccio dei libri per mezzo de’ venditori ambulanti o a posti fissi senza il permesso della polizia, sarà punito con le pene comminate dall’articolo 316 delle leggi penali. Niun commesso libraio potrà percorrere le provincie per vender libri — neppure quelli che si stampavano a Napoli! — o procurare delle associazioni senza la speciale autorizzazione del ministero dell’interno.»

111 Il Vescovo Basta nel XVIII secolo «per uso dei cittadini di Melfi e specialmente pel seminario istituì una mediocre biblioteca, la quale in diverse epoche depauperata, ora non contiene che poche centinaia di volumi» Araneo op. cit. p. 197. Così perfino le biblioteche che s’avevano man mano furono distrutte.

112 E s’ascolti come perfino l’intendente ai 21 agosto 1854, dividendo i pregiudizi più volgari della plebe, li avvalorasse tanto da trascendere essa poi nelle tragedie sovra descritte: rivissero così nella età nostra gli untori: e a torre loro. ogni voglia od a guarire dal male e dalle ubbie del colera, ecco qual virtù sanitaria, a giudizio delle autorità borboniche, avessero le legnate. «Considerando che la divulgazione delle voci di avvelenamento siasi fecondala nell'animo del publico in modo da renderlo perplesso in ogni tratto della vita privata....: ordina: chiunque darà occasione sia con detti sia con gettare delle materie ancorché non nocive, ma che dassero allo scopo di rimostrarle velenose, sarà immediatamente arrestato con empara (!) di polizia e soggetto da trenta a cinquanta legnate....,chiunque col fatto sarà sorpreso come conservatore o che fosse diffusore di materie venefiche, dopo l’arresto ‘sarà soggetto da 50 a 100 legnate...., chiunque introducesse nei publici forni, nelle botteghe, presso le fontane, nelle piazze dei commestibili, nei molini ed altri publici ridotti, a solo oggetto di eccitar disordine con pratiche sospette, sarà trattato come sopra: chiunque propalasse notizie di conoscere autori d'avvelenamento e non ne abbia fatto denunzia alla polizia.... è soggetto a 30 fino a 50 legnate e verrà poscia spedito in lontano domicilio La commissione delle legnate, incaricata di infliggerle e farle subito eseguire, è quella stessa che disimpegna lo identico incarico pei detenuti....» Spagnolio. Ne reco il nome onde vada con la sua ordinanze alla posterità. E con nota 28 Agosto 1854 egli scrivea ai giudici ed ai sotto intendenti della regione: «Essendo utilissimo che si verificassero esempi di punizione eccezionale con legnate,... interesso premurosamente le SS. LL. a voler subito far arrestarne i soggetti e spedirmeli.... con verbali sommari, mentre le misure esemplari si rendono maggior merita efficaci qualora opportunamente si applicano. Non so quindi abbastanza premurare sull’obbietto il loro zelo ed energia pel bene del r. servizio.» E con ordinanza 25 Agosto 1850 aggiungeva quasi a beffa «che saranno qui tradotti per subire le legnate, ed indi!... sottoposti al procedimento di giustizia» avute che le avessero!!!

113 Il governatore di Basilicata ai sindaci il 31 maggio 61. «Il sottoscritto riceve quotidiane relazioni, dai sindaci e comandanti della guardia nazionale, di numerosissimi arresti arbitrari eseguiti in molti comuni: si arresta senza mandato, dietro leggerissimi indizi, per semplici sospetti, e si arresta non solo ma si commettono atti inqualificabili, che costituiscono, per lo meno, enormi abusi di potere, Simili fatti riprovevoli sotto qualunque governo: sono riprovevolissimi sotto un governo costituzionale e libero, essi non possono essere assolutamente tollerati. La prima e più sacra delle libertà che lo statuto ci garantisce, la libertà della persona, condizione essenziale di tutte le altre, non deve esser violata da quelle stesse autorità che han lo speciale mandato di tutelarla. L'arbitrio e l’abuso di potere sono, fra le colpe del caduto governo, quelle forse che lo renderono più odioso: la guardia nazionale non deve procedere mai ad alcun arresto, se non in esecuzione di mandati regolari dell’autorità giudiziaria, di formali ed esplicite consegne dell’autorità di pubblica sicurezza, o in casi di flagrante reato,»

114 Così confessava il ministro dell'interno la sconcia morale che presiedeva alle operazioni di leva; nota 14 febb. agli intendenti: «È sovente avvenuto che sieno stati ammessi al militar servizio individui sotto il mentiti nome di altri. Siffatte simulazioni, come ogni altra falsità,indegno chi vi si presta, della nobile carriera delle armi, possono dar luogo nel regio esercito a individui immeritevoli di appartenervi, ed involgono nel mistero la dimora di coloro che vi si spedissero sotto altro nome, pregiudicano i supremi interessi della publica amministrazione e della. giustizia e quelli ancora dei privati. Importantissimo egli è adunque che simili criminose simulazioni più non si verifichino: e come in esse debbono assolutamente concorrere le autorità la deposizione dalle loro cariche e la loro denunzia alla giustizia punitrice ne sarebbe la necessaria conseguenza.... !! E addì 28 febb. 1857 scrivea il ministro della guerra: «S. M. il re, osservato che non di rado sono spediti allo esercito individui frandolentemente ammessi al servizio militare come sostituenti di reclute di leva, sia come congiunti,non esiste, sia con altri mezzi irregolari, e volendo porre un freno a simili inconvenienti, si è degnata comandare che nei casi in cui si verifichi di trovarsi qualche individuo fraudolente mente a servire nell’armata, in qualità di sostituente di una recluta, sia obbligato il consiglio di ricezione, presso del quale abbia avuto effetto la sostituzione, a rendere conto dell’operato, dovendo tutti coloro che sono implicati nella frode essere severamente puniti. Che resti stabilito in massima che in siffatti casi la recluta sostituita debb’essere costretta a prontamente marciare, ed il sostituente proseguire il servizio militare fino al compimento dello impegno»!!

mentre rendono mentre tale parentela

115 Chi crederebbe che s’abusasse de’ mendici fino a cacciarli entro la milizia con il lecco d’un dono, e quinci loro si negasse? E convenne al re di ordinare ai sindaci, che «ammettendosi de’ cambi.... dovessero alla di loro presenza farsi pagare ai sostituenti de’ requisiti di leva, la somma fra loro convenuta, prima che quelli muovono pel deposito generale di leva, nella intelligenza che giungendo de’ reclami per la trasgressione di siffatto ordine, sarebbero obligati i sindaci rispettivi a pagare del proprio il convenuto!!» nota 29 dicembre 1849 del ministro di polizia agli intendenti.

116 Racioppi op. cit. I. E sì che il ministro della guerra, fino dal 17 maggio 1351, scrivea al gran comando delle Calabrie e Basilicata: «Il ministro ddi’ interno mi ha fatto conoscere che S. M. informato delle diverse frodi commesse nella sostituzione di taluni requisiti della corrente leva, e volendo... allontanare in avvenire la riproduzione di simile inconveniente, si è degnata di comandare che gli ordini a darsi per tale ramo di servizio, non partono da quelle autorità cui non riguardano siffatte attribuzioni, come pure che in ogni caso di sostituzione debbonsi dirigere al ministro dell'interno gli analoghi uffizi... Così ripudiando o sconfessando le autorità intermedie, gli intendenti.

117 Eppure scrivea il ministro dell’interno agli intendenti, il dì 8 nov. 1859, intorno alle operazioni di leva: «L’esame dei fisici difetti sia oltremodo rigoroso... Si raccomandi sopratutto ai professori di dare retti e coscienziosi giudizi sullo stato fisico delle reclute, ricordando loro la responsabilità nella quale incorrono ove esclusioni indebite sieno pronunziate a titol di favori, e deferenze....: evitare le frodi che la umana malizia e gli interessi personali sanno sì bene escogitare a danno della giustizia e degli altrui diritti Ed in particolar modo raccomando di adottare le più rigorose e severe misure contro coloro che si fanno sostenitori dei diritti delle re clute mercé frodi ed inganni, spacciando mal fondati e bugiardi patrocini ed influenze, ingannando i miseri, traendo immorali ed illeciti guadagni, denigrando il nome degli onesti impiegati. A reprimere l’audacia di tali faccendieri non si ricorrerà soltanto alle pene della legge, ma a severe misure di polizia e nell’occorrenza allontanandoli dai comuni.... I decurionati, nell’esame delle eccezioni, useranno tutta quella esattezza e scrupolosità che sono richieste dalla mira di non francare indebitamente i requisiti dall’obbligo di marciare e di non negare le meritale esenzioni per deferenza verso i terzi Ella quindi raccomanderà ai decurionati di prevenire le frodi e gli inganni, di tenersi lontani dalle influenze e dagli umani riguardi, vegliando principalmente ed in particolar modo a guarentire i poveri che confidano solo nella legge, della quale sono le autori a depositarie.» E per ultimo a’ 13 dicembre 1859 il ministro dell’interno così ammoniva gli intendenti: «.. Tenga il meritato conto delta responsabilità in cui Ella ed il consiglio di ricezione incorrerebbero ove frodi, inganni o simulazioni avessero luogo nelle sostituzioni ed ove si ammettessero per tale motivo al militare servizio individui non degni della nobile carriera delle armi.»

118 Sovra di cento chiamati, tra i nati nel 1843, s’ebbero per inedia in tutta Italia da quattordici renitenti: nella Basilicata ben ventiquattro: tra i nati del 1844 qui ugual numero e nella penisola soli tredici, appena la metà. S’-hanno poi questi notevolissimi segni delle svariate condizioni in cui versano le provincie varie che compongono la regione, sicché dove più e dove meno prevalgono gli incitamenti al mal fare: che mentre il Lagonegro offerì ogni 100 chiamati da 37 renitenti, e Potenza da 36, Melfi ne diede soli 14 e Matera appena 6!: disuguaglianze profonde che voglionsi meditare non meno di quel che la cifra loro collettiva, a confronto della media di tutta la penisola.

119 S’oda infatti come anco i malfattori fossero accolti nell'esercito: e il disprezzo in che era tenuto inducesse piuttosto a meritare una pena, pur di scamparne. Scrivea il ministro dell'interno, il 19 gennaio 1856, agli intendenti «Taluno tra i consigli di ricezione considerava che la esclusione dal militare servizio dei rei di furto semplice, come per quelli di furto qualificato, dava adito a commettere furti della prima specie, non produttivi che di lieve pena, e ricadeva a danno dei terzi. E per tali considerazioni essere conveniente stabilire che ai rei di furto semplicel’assoluta esclusione dall'obbligo di far parte d?l reale esercito. Sebbene tale opinione mi sembrasse fondata su mire di morale e di pubblico interesse, pure osservava raccogliersi troppo chiaramente dal decreto 19 marzo 1834non che dallo statuto penale militare, che le condanne per furto e per falso, siano criminali, siano correzionali, cosi ituiscono un motivo di assoluta esclusione dalla leva, a differenza di quelle per ogni ultra specie di reato; e che perciò non si potesse., ammettere per la soggetta materia la distinzione tra furto qualificato e furto semplice. Rifletteva d'altronde aver l'esperienza dimostrato essersi ormai renduti frequenti i casi di furto di piccolo momento. consumati nel reo disegno di crearsi un motivo di esclusione, e che convenisse por mente alla repressione di cotale incitamento at delinquere, in sostegno della publica morale, pel rispetto de' sacri dritti de' terzi Volgendo attentamente il pensiero a tali considerazioni, ho invocato gli ordini di S. M. che si è degnata determinare che i condannali per, furto semplice a pene correzionali non sieno esclusi dal servizio militare!!

non fosse attribuita

120 E mentre qua e la s’accoglieva nell’esercito ogni più matricolato furfante, con rescritti del 14 aprile e 6 luglio 1851 stabilivasi «che i requisiti imputati di reati politici che fossero sottoposti a istruzione od uscissero con libertà provvisoria, o non fosse provata la loro colpa, dovessero a ogni modo offerire un cambio o servire nelle isole, onde non accogliere tra le fila dell’esercito, coloro che sebbene non convinti di colpe politiche a segno di subirne una pena, ne hanno maculata la fede!!

121 Leggasi quale occasione si cogliesse a invocare l'ostracismo dei rei di delitti comuni dall'esercito: più spano che eia venisse dalla iscrizione di chi, anco a giudizio delle autorità borboniche, se era tra gli imputati non fu mai tra condannati per delitti comuni, prima tentasse con riprovevole ardimento, ché l’assassinio per quanto mai generoso possa esserne il fine è null'altro che un assassinio, di rompere il petto di re Ferdinando II. Scrivea l’intendente di Basilicata alle autorità dipendenti il 22 Dic. 1856: «l’art. XXVIII del decreto 19 marzo 1834, dichiara indegni di essere ammessi all’onore di servire nella nobile carriera delle armi, i condannati e gli accusati per misfatto qualunque Essendosi verificato che l’infame soldato, il quale commetteva l’esecrando attentato contro l’augusta persona del comun padre ed amatissimo signore sua maestà il re, prima d’essere ammesso al servizio militare era di pessima condotta, e criminalmente rubricato sui registri penali, il ministero dell’interno, con il 17 stante, ha richiamalo le commissioni decurionali di leva e questo consiglio di ricezione, alla rigorosa osservanza della succennata disposizione, affinché non abbia a verificarsi che siano ammessi alle r. bandiere, persone che fossero indegne d’indossare l’onorata divisa militare».

122 Innumerevole il numero de’ mendici, che pur di sottrarsi a quello sconcio loro carnaio che fu la leva, e da cui non aveano altro scampo, sacrificavano qualche membro. Leggansi queste parole del ministro di guerra a quei dell’interno (nota 28 febbraio 1860 agli intendenti): «Il generale comandante la divisione territoriale negli Abruzzi, nel partecipare a questo ministero c’ e diversi individui appartenenti ai comuni della provincia di Abruzzo Citra, eransi mutilati spontaneamente nello scopo di non essere spediti all’esercito come reclute della leva...., invocava più severi provvedimenti onde porre un freno al barbaro uso delle volontarie mutilazioni... S. M. ha ordinato che i requisiti di leva che si rendono inabili per mezzo di mutilazione o infermità, o in qualunque altro modo, vadano a servire nella compagnia di punizione per otto anni, senza dedursi i mesi di prigionia sofferti.» Soggiungea poi il ministro dell’interno «là prego di dare al r. rescritto la più estesa e reiterata pubblicità... ed il maggior risalto all’orrore che ispira l'abominevole pratica di mutilarsi pel reo fine di esimersi del militare servizio.... ! Che un delitto offensivo ad un tempo dei dritti della sovrani a e dei doveri della propria conservazione, sparisca non solo pel salutare effetto della pena, ma ancora per l’impronta di barbarie; d’obbrobrio ed abominio...., inflittagli».

123 A mo’ d’es.: tra i quindici circondari che nel 1864 offerirono maggior numero di iscritti di insufficiente statura, apparvero Matera che n'ebbe da 35 su di cento e Lagonegro ben 29: la media di tutta la regione fu di 28 su cento iscritti; e in tutta Italia solo di 13, nemmeno la metà. Onde, colà s’ebbero poi ogni cento chiamati, ben 21 riformati per mancanza di statura, e in tutta Italia nemmeno 101

124 Vedi a pag. 230 nota 1,

125 E basti a riprova lo udire il giudizio che ne facea il governo borbonico: dubitiamo che la umana gaglioffaggine potesse mai ispin’gersi più oltre. Scrivea l'intendente di Basilicata ai sindaci il 7 marzo 1853, ed in seguilo di superiore disposizione, di riandare gli oneri del culto sul patrimonio de’ luoghi pii e, d’accordo con l’ordinario diocesano o suo incaricato, stabilire.... «dal 1844 a tutto il 1852 quante messe cantate o lette o anniversari non siano stati celebrati, quale l'importo delle spese di cullo non eseguite la vera cagione dell'inadempimento....: ove consista in giudizi pendenti in arretrati di esazione nel difetto di amministrazione lo manifesterà per emettersi provvedimenti E dove fosse riposta nella diminuzione di rendita, cagionata o da deprezziamento di fondilo da perdita di capitali, o da inesigibilità di censi dopo attivissime cure per riavere sino a che si possono i cespiti perduti, allora i pesi, non potendosi adempire interamente, si ridurranno; cominciando dalle spese di pietà e di cullo, e toccando all’ultimo le messe. Siffatto piano di riduzione sarà poi sommesso all’ordinario diocesano per farlo sanzionare dalla santa sede. Per le ommissioni che hanno avuto luogo si studi a tutto potere di riunire le significatorie, gli avanzi ai cassa, gli aumenti di rendila, ogni economia di spesa; e tutto ciò che può risecarsi sugli articoli degli stati discussi; e l’ammontare di tali cespiti mi si proponga per sopperirvi. E dove ogni cura riuscisse infruttuosa, si determini {'ammontare degli obblighi cui non puossi in modo alcuno soddisfare, e mediante l’autorità ecclesiastica si chiegga dal sommo pontefice l’assoluzione..... ! Ove l’inadempimento delle spese di culto riguardi arredi sacri, manutenzione di chiesa, stipendi ecc. la commissione si attenga alla circolare 11 aprile 1845, cercando, come meglio puossi, la decenza del culto divino. Spagnolio.

126 Scrivea l’intendente di Basilicata ai sindaci il 26 marzo 1856: «Nel fine di non dare occasione ad attrassarsi qualche open di culto divino, tanto a cuore al re nostro signore, e per dare ai vescovi tutta la latitudine e la responsabilità dell’adempimento di siffatte opere, che tanto interessano la nostra santa religione, la Maestà Sua il 3 andante si degnava di comandare che dallo stato discusso di ciascuna amministrazione di beneficenza, si vegga a punto fisso a quanto ammontano tutte le spese pel culto divino, e di ogni altra opera ecclesiastica;prescelga altrettanta quantità dallo introito, ed in preferenza dalle partite de" fondi rustici ed urbani e se ne faccia atto di formale consegna agli ordinari diocesani.» Ed ai 5 giugno scrivea novellamente e con non minore protervia. «Il re nel consiglio ordinario di stato del 7 aprile, risolvendo taluni dubbi sul proposito, si degnava dichiarare Che anche dopo compiuta la ripartizione, in qualunque tempo, e senza darsi luogo a prescrizione, si venisse a scovrire la omissione sullo stato discusso di qualche pio legato di culto divino o di altra opera ecclesiastica,l'ordinario far richiesta dello assegnamento di una corrispondente rendita, che dovrà essergli prontamente conceduta e con privilegio Che quando dai testatori non fossero stati designati specificatamente i beni per le opere di culto, gli ordinari diocesani avran diritto a scegliere i migliori.» Ed a chiarimento, il ministro dell’interno aggiungea il 6 di agosto rivolgendosi agl'intendenti del regno. «Per opere di culto doversi intendere non solo i legati pii di messe, anniversari, novene ed altre pratiche religiose, ma anche le spese fermate sugli stati discussi per cera, olio, arredi sacri, riparazioni a chiese e salari a sacrestani!!»

che si potrà

127 Oltre di che con circolare 18 nov. 57 l’intendente di Basilicata scrivea ai sindaci «S. M. il re...... si è degnata ordinare che le cappelle e congreghe del SS. Sacramento e del SS. Corpo di Cristo addette ad opere di culto, debbono essere consegnate ai vescovi e sottratte alla dipendenza del consiglio degli ospizi. Perciò io la interesso perché faccia formale cessione di tutti i beni, niuno escluso, appartenenti a codesta cappella sotto gli indicati titoli. Mi attendo dalla commissione amministrativa tutta l'esattezza possibile nel disimpegno di tale affare, mentre con pari data vado a dame conoscenza al prelato della diocesi.»

128 Con decreto 27 maggio 1857 fa stabilito che coloro che ommettessero lo adempimento di legati pii di messe, anniversari, festività esposizioni del SS“°, cera, olio per lampadi ed altri legati dì simile natura di suffragio o di culto, ovvero di cappellate meramente laicali, vi fossero giudiziariamente astretti: e. i tribunali «dovessero pronundarvisi sommariamente».

129 Infatti, neanco sazia la sconcia e ingorda voglia de’ chierici, attentavano al rimanente: tanto da allarmarne perfino il re. Leggasi questa circolare del ministro dell’interno agli intendenti nel 3 dicembre 1856. «Posteriormente alle sovrane risoluzioni relative alla consegna dei beni,deve farsi ai vescovi per le spese di culto, ed il mantenimento di ogni opera ecclesiastica taluni ordinari han chiesto ulteriori provvedimenti sui seguenti dubbi: 1° I gestori dei beni che saran consegnati, avendo dritto a percepir un emolumento, ragion vuole che si determinino i cespiti dai quali dovrà prelevarsi, (intendevano ricadessero sull’esile residuo dei uoghi pii!!. ) 2(a) Fa mestieri determinare i fondi, onde sopperire alle spese per le liti contro i debitori morosi: 3.° Essere necessità stabilire un soldo per un segretario e contabile, con indicarsi il fondo da pagarlo. I consigli degli ospizi provvedevano con mezzi appositi alle riparazioni delle chiese e cappelle, ed allo acquisto degli arredi inservienti alle stesse: bisogna ora risolvere come debbano sopperirvi i vescovi! essendosi per me siffatte cose rassegnate a S. M. il re, si è degnata dichiarare doversi assegnare agli ordinari diocesani gli articoli degli tali discussi destinati per riparazioni di chiese e per acquisto di arredi sacri: non aver poi che risolvere sulle altre dimanda!!! Firmato: Bianchini».....

che dalia beneficenza

130 Tant’era la pertinace ribalderia del clero e de’ laici loro affiliati che ad eseguire il decreto 23 ottobre 1860, il quale richiamava da' vescovi i beni de’ luoghi pii, convenne al governo di Basilicata scrivere a’ sindaci il 30 gennaio 61 in questa forma: «È dispiacevole l’osservare che la massima parte delle commissioni di beneficenza non ha peranco inviati i verbali per la riconsegna dei fondi, e delle rendite. Pochi verbali sono pervenuti; e macchiati di tali irregolarità, da essere respinti per la rettifica. Di tanta oscitanza il consiglio richiama risponsabili le commissioni che sono in colpa; e fa loro intendere colla presente (come dehb’essere anche a conoscenza de’ delegati di vescovi) che, in qualunque tempo avvenga la riconsegna de’ fondi, questo pel maturo delle rendite, s’intenderà sempre data all’epoca della conoscenza del decreto. Fra quindici giorni improrogabili rimettano il verbale della riconsegna; né si permettano di eccepire, come taluni sindaci han fatto, che i delegati non avevamo ricevute le analoghe disposizioni dal vescovo o dalle curie; mentre la legge è pubblica per tutti Si abbia cura di evitare l’ommissione di qualsiasi partita: si è osservato con rincrescimento, che in taluni verbali pervenuti, o ei sono trasandate varie partite ed alterataprimitiva consegna. Se ciò fu fatto per malizia o frode, ne saranno strettamente responsabili le commissioni co’ delegati.

la natura dei cespiti, mentre poi si riporta il totale della rendita come giace nel verbale della

131 Tra le origini, all’intutto ignote, di varie opere pie battezzate chiesasticamente, queste ci colpirono e ne teniamo conto perché dubitiamo ve ne siano altrove. V’erano fin dal secolo xvi le società di scarpari, di pianellari, di ottonai, di tornieri, ognuna delle quali avea il consolecappella ch'era detta cappella dell'arte. Ora col volgere degli anni, l’associazione, di artigiana ch’era, fu battezzata col nome del santo, e fa ghermita dalla chiesa.

dell’arte, e convenivano in una

132 Dice l’Araneo op. cit. «L’ultimo vescovo mons. Sellitti volea obligare i poveri coloni di Foggiano, i quali campano la vita portando pondus diei, et estus: a stabilire la congrua ad un parroco, lo che non potette aver luogo.»: vedi poi ciò che di essi è detto a pag. 258 nota 1.

133 E nemmeno s’arrossiva di pubblicarlo: ché nel Conto reso del ministro dell'interno a Sua Maestà pel 1851, leggesi che tra le 16 provincie di terraferma, dalle rendite de’ luoghi pii eransi spesi ducati 556,821.70 in opere di culto e 61,957.28 in opere di carità: appena un decimo!: e nella Basilicata per le prime 18,405.75 per le seconde 1,405. 67. E nel 1853 in tutto il reame le opere pie aveano rivolto a’ dispendi del culto 535,521.49, e a quelli della, beneficienza 71,246.63. Ed in questa proporzione ogni altro anno r non par credibile ma veggansi gli annali civili del regno, fascicolano v. e Dic. 1852 e seguenti.

134 Circ. 30 Gen. 1861 del governatore di Basilicata ai sindaci «Per effetto dell’intervento dei deputati ecclesiastici, nella formazione degli stati discussi, ch’ebbe luogo dal 1832 al 1857, l’ammontare delle spese di culto trovasi elevato al doppio di quello ch'era fissato ne’ precedenti stati senza poterne indagare una causa ragionevole; l’aumentò di dette spese portava per necessità la soppressione o riduzione di altre in disvantaggio della classe degl’infelici, come medicine ed. elemosine ai poveri, ed altre opere di pietà: da oggi in avanti le spese di culto si paghino provvisoriamente secondo sono riportate nello stato discusso del 1827 al 1832 fino a che sarà approvato il novello stato, nella prevenzione che la commissione risponderà della differenza in più.»

135 S’oda in questa peregrina circolare del ministro di polizia 9 giugno 59, fin dove spingevasi il ladroneccio, o come fino le solennità religiose fossero sconci accalappiatori di creduli e inesperti «Per vari rapporti giunti a questo ministero.... circa gli inconvenienti che suole sempre produrre l’abuso introdottosi della licitazione pel trasporto delle statue in occasione di religiose festività è rimasto stabilito colla r. segreteria degli affari ecclesiastici.... di proibirsi l’usanza anzidetta, e di doversi imporre ai deputati delle feste di render conto agli ordinari diocesani dell’introito ed esito delle oblazioni ricevute»

136 In un rendiconto di opere pie rinvenni questa dizione: «a N. N. per aver pettinato e lavalo la faccia della Madonna, un ducalo,» Rulla di più preciso. Infatti una volta all’anno v’ha chi pettina la. zazzera della Maria Vergine e le lava il viso con stoppa inzuppata.

137 Quando il tremuoto del 1857 distrusse interi paesi, e sotto le loro ruine perirono da diecimila, e forse un cento e più mila si rimasero senza casa e ogni ben di Dio, una somma fu raccolta da ogni lato di Europa a sollievo di tanti infortuni: ora il re volle che una gran parte fosse volta a restaurazione di chiese, cappelle e monisteri già da per loro ricchissimi: così rubando quella sostanza ai poveri e truffandola a’ donatori che con ben altr’animo, di quel che costruirà chiese nel reame, l’aveano offerta.

138 Vedi più innanzi a pag. 303 nota 1 e 3.

139 Cert’è che ne’ secoli anelati la fortuna del clero era molte minore: via via adunque s'accrebbe: ma poiché in questa regione non crebbe certo del pari la universale ricchezza, cioè il prodotto medio del suolo, vuole ragione se ne concluda che i chierici via via eransi arricchiti, di quant’era intristita la fortuna de' laici. Né in ciò temiamo contradditori.

141 Tra le grida di tanta gente rimasta senza casa e tetto nel tremuoto del 1857 e questuante per fame, così il re tenea il sacco all’ingordigia del clero. «S. M. convinta che i provvedimenti finora dati non sono sufficienti per riedificare o restaurare tutte le chiese e ose religiose danneggiate dal tremuoto oltre all’aver disposto per tale oggetto una liberanza di non lieve somma da effettuarsi dalla finanza, si è degnata altresì di autorizzare una colletta particolare per le suddette chiese e case religiose»: nota 27 marzo 1858 del ministero dei culti agli intendenti: e v. quel ch'è detto a pag. 297 nota 2.

142 S'oda poi da queste parole, che leggonsi negli annali civ. del Regno, fasc. XCII, in qual modo re Ferdinando, nel viaggio ch’ei fece dopo il tremuoto del 1851, addossasse l’onere della ricostruzione delle chiese poco meno che intiero a’ municipj: o qual panacea egli avesse a confortare ed a sollevare lo stato de’ sudditi suoi: «Tra le opere publiche che il re andava in sua provvida sapienza prescrivendo, in tutti i punti delle sue fermate, ordinò la restaurazione della chiesa parrocchiale in Sapri e di quella in Torraca: della chiesa madre in Lagonegro delle chiese di S. Nicola e di S. Giacomo in Lauria: della chiesa madre sotto il titolo di S. Maria del Poggio in Rivello: dell’eremitaggio della Madonna della Consolazione in Rotonda, destinandolo per convento dei PP. passionisti, nonché della chiesa (sontuoso monumento del medio evo) de’ padri osservanti in Castellaccio inferiore, per la quale opera.... assegnò ducati 400 sui fondi comunali e 200 sui diocesani: di un abbandonato convento in Morano, assegnandolo ai padri alcantarini, cui pur diede ad officiare la cappella di S. Nicola sulla strada di Castrovellari: della chiesa del ritiro in Spezzano albanese chiamando i padri passionisti ad abitare nell’abolito convento; della chiesa dei cappuccini in Celico, e di quella di san Francesco di Paola in Acri... Richiamò pure i padri alcantarini in un abolito convento del comune di Mango.... e dispose che si rendesse al divin culto l’abolita cappella che in Castrovellari sottostà al palazzo della sotto intendenza. Queste l’opere publiche a sollevare popolazioni ch'erano senza beneficio di strade, di ponti, di porti, o di commerci, o di culture, o di canali irrigatori, e di quant’altro tien l’uom civile discosto dal barbaro!

143 Accadde qui a’ nostri giorni, che un vescovo, salito in bigoncia a predicare, afferrasse un Cristo, lo cacciasse in terra, lo pestasse, prorompendo in grida tonanti: e le donnicciuole, presaghe di qualche gran sventura, ché tali sono i modi con' cui solevano da quell’Ordinario averne rivelazione!, prorompere in gemiti, in lai, attendendosi ornai il finimondo: che è che non è? il vescovo scioglie il labbro a chiarire le poverette: chiedessero tutte perdono a Dio: essere egli fieramente irato contro la città: un giovinastro essere stato visto amoreggiare una fanciulla distesa in un campo!! E indicò il luogo! oh l'arguto vescovo!

144 Che più? perfino il re Ferdinando II nei viaggi suoi, ad ogni comune o terriciuoli giungesse, eccolo a correre al tempio, inginocchiarsi, battersi il petto, ottenere dal clero la benedizione del Divinissimo, corno dicono i chierici, ch'era uno sgomento a contener le risa, tant’ei si struggeva in quelle sacerdotali nenie. Vedi negli Annali civili del Regno, publicazione ufficiale, la narrazione di que' viaggi.

145 Né vi ha di che meravigliarne quando anco il Re Ferdinando II, secondo narra il Racioppi, Op. cit. «baciucchiava delle dita tutte le immaginette di Santi e Madonne che incontrasse ad ogni passo nelle regie stanze: a guarir della febbre, oltre il medico chiamavasi accosto il frate col mantello di sant’Alfonso.

146 E quel che più monta, innumerevoli sono i regi rescritti che nel passato consentivano non pure ai chierici ma a' laici, quelle sconcio insidie. S’oda innanzi tutto quel che scrivea il ministro dell'interno Murena il 13 marzo 1850 agli intendenti delle provincie: «(1 laico professo Donato Romano dell’ordine dei MM. CO., autorizzato.... a questuare per la beatificazione del venerabile servo di Dio..» Fasana di Lucera, ha avanzato supplica a S. M. per ottenere che venisse disposto che ciascun comune concorra con una limosina a questa pia opera..... S. M..... si è benignata annuire» A che i comuni doveano mai volgere la loro pecunia! E perché s’avvivasse ognora più la fede de’ credenti, il ministro della polizia a’ 15 nov. 50 partecipava agli intendenti come S. M. «accogliendo le suppliche del reverendo postulalore della causa per la beatificazione del venerabile fra Egidio, nel consiglio ordinario di. Stato...... si è degnata autorizzare vada questuando nelle Puglie, nelle Calabrie, e nella Basilicata a fine di raccogliere dai devoti le limosine.... E ai 13 maggio 1852 scrivea poi l’intendente di Basilicata ai sindaci intorno la questua dei P. Pisani di Napoli per la incoronazione della Madre di Dio delle Grazie «S. M., cui è molto a cuore!!1 siffatta incoronazione perché in tal modo vengono sempre più infervorati i fedeli all’amore verso la gran Madre, si degnava ordinare di' secondarsi le sante premure dei religiosi, e facilitarli alle spese del solenne rito e delle riparazioni alla chiesa di S. Gaudioso. Trattandosi di concorrere a cosa tanto santa, a gloria ecL onore della gran Madre di Dio, per la quale il nostro augusto e religiosissimo monarca ha spiegata tutta la sua reai premura!!!, interesso la di lei pietà cristiana di secondare la santa opera con raccogliere tra gli abitanti di codesto comune delle pingui offerte». E nello stesso dì l’intendente di Basilicata rivolgevasi di nuovo a’ sindaci in questa forma «Si è permesso ai padri Alcanterini di Lecce una questua nelle diverse provincie del regno, onde poter essi colle oblazioni dei fedeli far fronte alla non lieve spesa per la solenne incoronazione della immagine Maria SS. del Pozzo, che si venera nella chièsa del convento di Capurso. Poiché sua maestà Re ardentementealla incoronazione medesima, era io autorizzato a disporre che dai comuni di questa provincia sia facilitata la questuauna abbondante questua Dalla sua religione me ne attendo dei. favorevoli risultamenti.» Che più? senza numero i regi rescritti in virtù dei quali popolavasi il reame di ignobili questuanti; limosinavasi da un Michele Sanih per erigere una chiesa a Costantinopoli (v. nota del min. di Polizia 13 aprile 1860 agli intendenti); da una donna (!) Isabella Accolti Gil, cui di biennio in biennio prolungavasi la concessione di accogliere limosine a corredare di sacri arredi e suppellettili una chiesa di Massafra! (regio rescritto 14 luglio 1859.) Né bastando que’ del luogo altri ne giungevano da estranei: e si vegga fin dove spingevansi le sacerdotali giunterie. Scrivea il ministro di polizia agli intendenti il 14 dicembre 1859. «L’ex provinciale dei MM. RR. dell’Umbria P. Luigi da Terni si è recato in questa capitale onde raccogliere limosine per la costruzione di una chiesa. sotterranea nel sito appunto ove si è rinvenuto il sepolcro della' serafica santa Chiara d’Assisi ignoto per parecchi secoli alla cristianità. Il re avendo a cuore che una tale opera... sia portata a 'Compimento si è degnato permettere.... che si faccia una questua kper l’oggetto del P. Luigi nelle diverse diocesi de’ reali domini al 'di qua del faro». Onde alla perfine a’ 28 dicembre 1860 in una scritta a’ governatori e’ convenne. alla Luogotenenza di prorompere così. «Una delle viti funeste piaghe della società è senza dubbio;1a gran turba. dei questuanti, che covrendo all’ombra di una effimera beneficenza la loro improba mendicità, «sotto le forme della carità del prossimo studiando di fare come possan meglio il loro interesse, con superstiziose idee sturbano la mente del popolo, per poi smungerne la scarsella. Questo fatto, che induce da un lato il pauperismo, e l’ignoranza, e dall’altro fa ingrassar l’ozio senza neppure soffrire il pudore di stender la mano, è stato sempre prevenuto e represso dalle leggi, Intanto, parte perché le legori poco si seguono ne’ governi dispotici, e parte perché questa folla di truffatori puntellava il trono borbonico,l'ignoranza e la superstizione, avvenne che di molto si estese questa cancrena sociale, e sotto mille nomi e con mille pretesti, ora vanno in giro romiti, terziari e questuanti di ogni genere, i quali oggi ai mali nascenti della cosa stessa accoppian quello di spargere nelle masse, che per uso in essi credono, principi nocivi all’attuale ordine dì cose».

desidera che si dia luogo in parola Mi rivolgo alla sua pietà cristiana interessandola di procurare tra i suoi amministrati diffondendo

147 Dante Inf.

148 De' galantuomini con funi al collo e corone di spine al capo, secondo narrò il vescovo di Policastro, a corteo delle immagini, già dicemmo a pag. 85 nota 1.

149 Nella pergamena citata a pag. 86 e 265, di cui avemmo conoscenza in Salandra, leggonsi queste altre parole le quali ritraggono non meno i casi delle età andate di que’ che svolgonsi sotto i nostri occhi «In questo convento nel 1648 morì e sta sepolto il gran servo di Dio fra Giuseppe da Ferrandina, laico molto dedito alla mortificazione del proprio corpo. Questo portò molto tempo sulla nuda carne tre catene di ferro, una alla cinta e due incrociate dalla spalla al petto a modo di tracolla; e due altre legate, di cui una al polso, dimostrando in tal modo essere totalmente legato col suo signore: «cosi incatenato e trafitto esercitava il mestiere della scarda per i conventi della provincia, e sperando con doppia pena ricevere moltiplicata dal patire la paga!!»

150 Nel solo anno 1853 furono aperti quattordici nuovi conventi: nel 54 altri dieci: e dodici nel 55: e cinquantasei altri negli anni seguenti. E a dire solo delle suore o figlie della carità, basti che delle prime re Ferdinando n’ebbe create cinquanta case e delle seconde ben ventisei.

151 S'oda con quali giulebbate parole l'intendente di Basilicata partecipasse alle autorità della provincia, il 2 gennaio 51, la istituzione di un nuovo convento nel comune di Tursi «Mi gode l'animo nel poter annunziare alle SS. LL. un novello beneficio che l'inesauribile clemenza del piissimo nostro sovrano largiva a pro di questa provincia. Una casa e chiesa di turchi, per recenti decreti della S. Sede, e dell’augusto principe nostro, erano assegnati ai signori della missione, eletti figli del santo Vincenzo di Paola. Questa novella sovrana beneficenza può ritenersi siccome la seconda parte di quella che destinava gli egcegi figli del santo di Lojola a dirigere l’educazione della gioventù potentina». E il giornale del regno così, bandiva a 10 febbraio 1852,11 singolare beneficio con cui il re intendeva sollevare la. Basilicata dai mali suoi «L’augusto e pio nostro monarca, sull'istanza di monsignor vescovo di Anglona e Tursi, concedea non ha guari, con nuovo atto di sovrana munificenza, un significante vantaggio alla provincia di Basilicata, permettendo nel comune di Tursi lo stabilimento di una casa dei pp. missionari di S. Vincenzo di Paola..... Ognun comprende di qual profitto ridonderanno a quelle popolazioni le cure che i benemeriti figli di S. Vincenzo di Paola, assumeranno pel miglioramento della morale e della istruzione.

152 In virtù della legge 17 febbraio 1861, la quale falcidiando gli ordini regolari, non disfacendoli intieri, mutò i tiepidi in nemici, a vendetta od a presagio di quel che, durando questi ordini di governo, loro toccherebbe; disparvero nella sola regione nostra da novantasette conventi, de’ quali settantuno mendicanti e ventisei doviziosi: tra quest’ultimi ventun monastero di donne. E in tutto il reame perfino 1107 chiostri fra i due sessi, a tacere delle suore e figlie della carità.

153 Pure la potenza del clero nei luoghi natii era tale che lorquando si volle applicare la legge del 17 febbraio 61 abolitiva degli ordini religiosi, furono senza numero i municipi che affacciarono inciampi, o generarono a bello studio impedimenti alla sua esecuzione: taluni poi si disfecero piuttosto che contribuire, come essi dicevano, alla spogliazione del clero: e molti sindaci offerirono le loro dimissioni.

154 In Muro il popolo, nel 15 agosto 61, si fece da sé giustizia contro i frati conventuali, discacciandoli, e fu tra’ casi i più rari, o forse il solo popolo della Basilicata che si sottraesse così da sé all’incubo claustrale.

155 Tale facoltà ebbero dalla legge 17 febb. 61; e per le monache fu mantenuta fino da quella del 28 luglio 1866, art. 6.°.

156 Veggansi le sue Memorie postume publicate da Agenore Gelli, nel 1865, e il Botta St. d'It. XLVIII.

157 E di questi giorni si scuopri pure che il convento di Tursi era sicuro rifugio ai briganti, tra cui il Francolino e la druda che vi furono colti: e dalle carabine, dalle pistole, dagli stili, e dalle masserizie di loro pertinenza che vi si rinvennero, sarebbesi detto che quello fosse davvero non più un convento, ma una caserma.... di briganti!

158 Fin dal 29 luglio 1794 scrivea. Ferdinando III in un suo rescritto: «Venendo a notizia de' deputati ai seminari, o sia governatori locali, sia delle udienze del regno, o del commissario di campagna, qualunque disordine o abuso per le massime che forse s’insegnassero a voce senza seguirsi i manoscritti o i libri approvati o per i costumi de’ lettori, che debbono non solo avvertirne i vescovi o altri superiori ecclesiastici ma riferirlo subito a S. M. e dissimulandolo ne saranno puniti. Confida poi molto il re ne’ superiori ecclesiastici che prenderanno tutta la cura che s’insegni la vera e retta morale dai lettori di tutta probità e di buon costume: e che non si attenti in minima parte alla regalia del principato o alla Polizia del regno..... La stessa indagine usino su l’età, su la vita e sugli andamenti de’ rettori, vice rettori e prefetti che tengono ne’ seminari, come canali che possano e debbono tendere al sano costume degli allievi, o mancare di vigilanza, o anche divenire mezzi di corruzione.... Che

in tutti i libri e manoscritti che contengono morale, vi sia un capo separato dove s’inculebino specialmente i doveri verso il principe, il rispetto e l’obbedienza alle leggi.

159 Il rescritto, ch’è del l'agosto 1855, indirizzato ai diocesani del regno suona così «... I prelati sonosi di continuo affaticati a nutrirà e a far crescere ne’ seminari... la morale evangelica cogli esercizi quotidiani di pietà, con la frequenza dei sacramenti..., col tenere in fine da quei sacri recinti lontano il vizio. Nonostante.... S. M. il re.... ha scorto con grave dolore che in qualche seminario lungi dal fruttificare la semenza del bene ne' giovanetti... e svilupparsi in essi i residui preziosi della naturale innocenza, anzi il loro cuore ha inclinato alla infelice fecondità del male e della corruzione.»

160 Citerò in prova, delle idee di supremazia della chiesa sullo stato, quel che innanzi al parlamento osava dire il Passaglia, senza che la turba degli uditori nemmeno zittisse: «Signori, io vi rispetto, ma siete troppo piccoli per vigilare sulla chiesa. La chiesa è grande quanto il mondo, la chiesa è santa ed immortale. Sapete chi veglia su la chiesa? Ve lo dirò. La chiesa prima di tutto è guardata e custodita dal suo capo invisibile, Cristo: è guardata e custodita dai legittimi successori di Pietro: è guardata e custodita dal celo dei pastori e dei dottori, che non hanno per eredità 1’amen dell’idiota, una cattedra ed autentico magistero: ed è pure guardata e custodita giusta la propria misura dal secondo grado della gerarchia divinamente istituita..... Nella chiesa ho dritto, in forza del grado ricevuto dalla medesima, di dottrinalmente esporre ciò che la chiesa pensa, ciò che la chiesa sente: ed esponendo ciò che la chiesa insegna e ciò che la chiesa pensa sono obbligato a dirvi che la chiesa non ammette, non può ammettere vigilanza civile, vigilanza imperiale, perché è al di sopra di ogni società, di ogni impero».

161 Disse perfino il padre Passaglia, ne’ dì in cui anche un gesuita potea liberaleggiare e rinvenire creduli: «Noi sismo cittadini e formiamo stato perché siamo uomini; ma noi apparteniamo alla chiesa perché siamo rigenerati L’appellazione e la proprietà di cittadino italiano cade su d’un soggetto diverso da quello a cui compete l’appellazione di cristiano cattolico? No, io unica persona sono soggetto di due denominazioni, sono soggetto di due proprietà: della denominazione naturale di cittadino italiano e della denominazione sopranaturale di cristiano e di cattolico: della proprietà politica di parte dello stato e della proprietà religiosa di membro della chiesa». E così favellava nell’aprile 1863: e non parve vi fosse chi s’addentrasse nel fondo di tali sentenze o n’afferrasse il senso arcano, di creare una patria entro una patria,0 disgiungere da essa nel noma del battesimo di cattolici!

162 Ma veggasi se può spiattellarsi più all’aperto la pretesa della curia, di quel che il padre Passaglia facesse sotto gli occhi del parlamento, e poco meno che plaudente. Dicea egli con una faccia tosta da disgradarne le meraviglie di Girolamo Segato: «La credenza cattolica è questa: la chiesa non è nello stato. E perché la chiesa non è nello stato? Perché. la chiesa è in sé medesima ed è al di là' di ogni stato: perché ha in sé medesima tutto ciò che è necessario e basta a renderla una perfettissima società sopranaturale e religiosa: perché nella circonferenza delle cose sacre e divine è autonoma: e perché essendo tutte le politiche società etnograficamente e geograficamente circoscritte, essa la chiesa abbraccia tutti i popoli ed è cosmopolitica. Dunque è falso che la chiesa sia nello stato: e quindi grammaticalmente parlando è falsa la formula: libera chiesa in libero stato. Sapete, signori, qual sia la formola genuina ed esatta? È la seguente libera chiesa e libero stato» Viva Dio quest’era un parlare a lettere di scattola..... per chi gradiva intendere!

163 «In noi italiani, dicea il Passaglia proseguendo la sua orazione nell’aprile del 1863, in noi italiani chiesa e stato si unificano soggettivamente. Io, o signori, sono legato ugualmente dai doveri di cittadino e dai doveri di cristiano: dipendo da una doppia giurisdizione, dalla giurisdizione della chiesa e da quella dello stato: dipendo da un doppio foro, dal foro della chiesa e dal foro dello stato: ed ho un doppio codice che mi riguarda, il codice della chiesa e il codice dello stato. Orbene, volete che io sia in me medesimo diviso antitetico, antigonistico? Ovvero volete che in me si armonizzino gli oblighi del cristiano con quelli del cittadino, le leggi dei due codici, e le autorità dei due fori? Vi piacerebbe di dover dire di no come cristiani e di sì come cittadini? Di essere obligati come cattolici e di essere sciolti come cittadini? Né mi replicate dicendo: mi salverò con una distinzione: osserverò che io sotto un aspetto sono cristiano cattolico e sotto l’altro sono cittadino italiano. Sì ma questo io è uno: né io posso essere. perfettamente buono se, obbedendo alla legge civile, violo la cristiana, o se obbedendo alla cristiana, violo la civile». Quale era la conclusione del Passaglia? che le due autorità erano pari ed uguali e la civile si rannicchiasse onde non urtare la ecclesiastica: e gli uomini fossero due volte, sudditi; per metà ad entrambe: sicché la società civile non avesse sudditi intieri o solo ad essa devoti! Così la chiesa si mettea a pari dello stato e il contenuto s'allargava quanto il contenente: questo e non altro è il succo della casuistica dottrina.

164 Scrivea il 7 marzo 61 il ministro di polizia ai governatori: «Questo dicastero è a notizia del poco lodevole andamento del clero verso il governo nazionale, ingenerato o secondato da ordini che vengono da Roma. A tal riguardo le manifesto che cosiffatti ordini che s’inframmettono nelle faccende civili dello stato, son da tenere altamente illegali, come quelli che invadano un campo sottratto alla giurisdizione dell'autorità da cui emanano. Il clericato vive nella società, e non può declinare l'azione sociale senza o compromettere come nel medio evo, l'indipendenza del potere civile o creare lo stato nello stato; assurdi esiziali entrambi, e da causare a tutt'uomo. Il sacerdote non è meno cittadino, ed è quindi uguale agli altri innanzi alla legge, né l’obbedienza passiva può scusare quando il comando trae da fonte illegittima: ogni ordine di Roma che invada la sfera dell'azione sociale è da riputarsi illegale; son da ritenere colpevoli quei che gli eseguono senza la regia esecutoria; e deve l’autorità politica curare di colpirli in flagranti, e tosto rimetterli al potere giudiziario.

165 Qui rivendicheremo dall'oblio taluni peregrini documenti che meravigliosamente confortano il nostro assunto. Veggasi come parte del clero si gloriasse di mostrarsi straniero alle vicende che mutarono il governo del reame, e di non essere quasi neppur più suddito di alcuno.

Scrivea a' 27 ott. 1860 il capitolo metropolitano di Napoli al prefetto di polizia «Essendosi riunito questo capitolo metropolitano per deliberare se debba o pur no assistere al ricevimepto di S. M. il re Vittorio Emanuele quando sarà per onorare questa cattedrale; considerando esservi espressa proibizione dell'eminentissimo arcivescovo, a non agire in contradizione del medesimo, ha deliberato: scrivere a posta corrente al lodato arcivescovo per averne il dovuto permesso.» Così venendo a dichiarare che per essi non v’era più sovranità civile: e più che a quella, erano tenuti ad ubbidire a Roma! Ma si giunse a più ancora. Riferiva il prefetto di polizia al ministro il 28 ott. 60: Le molte mie ragioni a persuaderli furono inutili, perché null'altro fruttarono che una risposta venuta ieri sera, totalmente negativa. Io le accerto però che la solenne funzione dall’assenza di costoro non s'avrà alcun detrimento Anzi sarà da essere ringraziata la livorosa caparbietà di uomini sì fatti. E il prefetto di polizia intorno a(7) que’ fatti del 60, scrisse al questore il 31 maggio 62: «Feci riservatamente richiedere i signori canonici del capitolo con preghiera di assistere all'ora indicata nella chiesa: ma in risposta s’ebbe una decisa negativa. Fu chiesto almeno il pallio per ricevere il sovrano e s’ebbe ugual rifiuto. Per cui ebbi ad ufflziare i padri crociferi de’ Mannesi che con molto buon volere prestarono il loro magnifico pallio.» Quest'è il conto in cui l'alto clero tiene la maestà del tc! Ed a' 20 maggio del 1862, e' convenne al supremo consiglio amministrativo di scrivere al vicario capitolare intorno al grave caso, che quando il re Vittorio, per la seconda, volta recatosi in Napoli, visitò il duomo, né il capitolo, né il vicario, né un sol canonico vi si trovò a riceverlo: facendo rilevare v il contegno di ostile astensione dimostrato finora verso l'augusta maestà del re, al quale il libero suffragio di tutti gli italiani ha con' ferita la corona del nuovo. regno E badi bene V. S. I. che in quella sciagurata, inqualificabile e ripetuta astensione non è chi non veda un malvezzo di ricondurre le cose verso quei tempi nei quali il clero arrogava si il diritto di farsi giudice della legittimità del titolo dei sovrani: diritto che nella coscienza dell'universale or va solo tribuito e riconosciuto nel libero suffragio dei popoli.» Al che rispondeva il vicario il 24 maggio il capitolo racchiuso nella cerchia de’ suoi doveri puramente ecclesiastici..., ha aderito come ogni altro cattolico cittadino alle forme governative che reggono il paese e sarà sempre ossequioso a chi le rappresenta. Si compiaccia prendere atto ai queste dichiarazioni.» Così abiurando i doveri civili, aderendo ai fatti compiuti, per manco di forza a disfarli, ossequioso alle forme governative, non suddito del re: dichiarazione volpina da ogni lato la guardi, o di sacerdoti che non riconoscono la maestà civile. Intentata azione penale, il supremo consiglio amministrativo emise sentenza in cui è detto: «la condotta dei canonici costituire un patente atto di indevozione ed una manifesta mancanza di ossequio al capo dello Stato....: tendeva a sconoscere l’autorità del principe... Bene era a riflettere essere re Vittorio Emanuele un principe eminentemente cristiano....: recarsi egli in forma solenne nel duomo a compiervi un atto di cristiana pietà r nella sua persona essere la rappresentazione legittima dell’intero popolo italiano che avealo gridato suo re: epperò ad un tal principe» m quella occasione, il mancar di devozione, disertando la chiesa, quasi polluta dalla sua presenza, rifuggendo da lui quasi comoda un infedele, costituiva tale irriverenza e tale spregio di autorità da non trovar riscontro se non fra le improntitudini e le intemperanze del medio evo...... Ben era a riflettere, siccome lo elevarsi pretenzioso dei romani pontefici a giudici della legittimità dei principi, sia rimasto in condizione di semplice tradizione istorica sepolta tra le memorie ove dorme il passato: e nello episcopato e nel clero minore una siffatta pretensione ove venisse audacemente in luce darebbe evidentemente in fallo di crimenlese. Documenti poco noti. I canonici furono condannati a un anno di sequestro delle loro temporalità!

166 Dapprima furono diocesi l’una dall’altra distinte. Quella di Melfi venne eretta nel 1037, come noi dicemmo a pagina 118 nota 1 ad attestare l’origine anco più antica ai Melfi. L’istitutore, come dicono i canonisti, per le facoltà che n’avea, ne fu l’arcivescovo di Canosa e Bari, Nicola I. Il primo vescovo ebbe nome Giovanni: Araneo op. cit. III. Anco il Giannone, lib. VIII, dimostra come ella risalga al X secolo. Tra i suoi vescovi fu Gio. Battista Cibo, cardinale e di poi, nel 1484, eletto pontefice con il nome di Innocenzo VIII. — Anco Rapolla fu diocesi fino dal secolo X: v. il Giannone VIII, e quel ch’è detto da noi a pag. 181 n. 1. Cessò di avere un vescovo proprio per la Bolla di Clemente VII, ch’ha (a data de’ 18 maggio 1628: da allora ella fu congiunta alla diocesi di Melfi, pur serbando aziende od amministrazione ognora a sé. Dal 1849 è titolare di entrambe, un Sellini, Leccese.

167 È tra quelle ricordate dal Giannone, lib. VIII, fin dal secolo X. E’ sembra che il primo pastore fosse un Arnoldo. Volgendo il 1614, il vescovo di Tricarico fu dal pontefice inviato prima in Francia poi in Inghilterra, allora combattenti, ad offerire in suo nome di comporre gli animi: e infatti quel vescovo vi si adoperò con tal successo che la pace venne conchiusa: Guicciardini XII, il quale narrai anco le altre negoziazioni a cui l’illustre uomo fa chiamato. l’ultimo de' suoi successori, di nome Spilotros, già frate, divenne vescovo di Tricarico nel 1860.

168 Conta da più di nove secoli, secondo leggesi nel Giannone VIII: credesi che il primo de’ suoi vescovi avesse nome Simone. Risiederono dapprima in Anglona: ma sendo ella giunta all’estremo della sua decadenza, Paolo III nel 1545 li trasferì in Tursi, pur serbando anche ad Anglona il titolo episcopale. Regge ora la diocesi il vescovo Acciardi.

169 Ell'è, dopo quella di Acerenza, la più antica fra le diocesi Lucane: anzi la origine si abbuia nell’età più remote. Narrasi che un suo vescovo nel 418, altri dicono nel 459, fosse da papa Zofino inviato, qual suo legato,al concilio Cartaginese: e vi morisse. Il Giannone, lib. VIII, ricorda la diocesi Potentina tra le antichissime anco nel secolo X. Un altro de’ suoi vescovi fu Gerardo della Porta, piacentino, il quale morì nel 1119 ed oggi, per. quanto ne dice la curia romana, né si conosce chi possa averlelo riferito, siede in cielo tra’ santi. La diocesi s’ampliò per volere di Pio VII che le aggiunse quella di Marsico; la quale pure taluno vuole risalisse a’ primi secoli dell’era nostra, e s’ha ricordo di un suo vescovo nell’853; certo ella splendeva nel secolo X: Giannone VIII. Altri vogliono succedesse alla sua volta, nel XII a quella di Grumento, distrutta che fu la città anch’essa diocesi antichissima, così che ricordasi un Sempronio Atto il quale ne fu vescovo nel 370 dell’era nostra. Onde la diocesi ch’oggi ha nome da Marsico e da Potenza raccoglie la giurisdizione di tre vescovadi un tempo distinti.

170 Anch’ella rimonta a più secoli, e per quanto appare dal Giannone, lib. VIII, al X: altri la dicono di cent’anni più antica. Nel 1818 fu aggiunta a Gravina, diocesi del IX secolo: il vescovo oggi s’intitola dai due luoghi Montepeloso e Gravina; ed abita nel primo..

171 Sembra ch’ella risalga al III secolo; perché uno dei suoi vescovi, per nome Romano, visse in quella età. Fu dapprima suffraganea al metropolitano di S. Severina: poi al patriarca di Costantinopoli: quinci a quel di Roma: e dal 993 al 1051 all’arcivescovo di Salerno: Giannone VIII. Uno de’ suoi vescovi, per nome Stefano, nel 1043, parteggiando pei greci contro i normanni e deposto il pastorale per, i. perì nella battaglia tra Cerignola e Canosa, nella quale i normanni, nove volte minori dei greci, riuscirono vincitori: un altro vescovo quel di Troja militava pure in quel campo e morì affogato nel Ofanto. Niccolò II sollevò Acerenza a metropolitana. Alessandro II la confermò, e le diede per suffraganee le chiese di Venosa, Montemilone, Potenza, Tricarico, Montepeloso, Tursi ed altre fuori provincia: onde il nome degli arcivescovi di Acerenza appare spesso anco nelle decretali. Ma di poi. scadendo la prosperità sua via via ch'ella fu afflitta da guerre e da altri disastri, di cui è discorso a pag. 107 n. 1, Innocenzo II, a sostentare l'archidiocesi, le aggiunse il vescovado di Matera; Giannone VIII; donde seguirono vive discordie tra le due chiese, finché Eugenio IV le disgiunse: quinci di nuovo furono riunite. Altre contese sotto di Leone X, decise da Clemente VII in favore di Acerenza, dichiarata preminente su di Matera. Ma di poi scadendo la prima e spopolandosi, via via più s'accresceva e risplendea l'altra, fu l'archidiocesi trasferta da Acerenza a Matera; Giannone VIII; ov'è anch'oggi, pure serbando il nome di entrambe. N'è insignito l’arcivescovo Rostai: ed ha nella archidiocesana sua giurisdizione i vescovi di Anglona e Tursi, di Potenza, di Tricarico e di Venosa.

172 Vuole taluno che fin dal III secolo ella fosse diocesi, ed uno de’ suoi vescovi san Filippo che fu pontefice; e che nel V secolo al 3.° sinodo di San Simmaco intervenisse pure il vescovo di Venosa di nome Stefano. Giannone la ricorda tra le antichissime fino dal secolo X, e suffraganea di quella di Acerenza: lib. VIII. Al concilio che segui in Melfi il 1067 apparve un vescovo di Venosa, di nome Giaquinto. Un altro nel 1667, fu di coloro che in virtù della bolla in Coena domini, proibirono nelle rispettive diocesi l'esazione di ogni imposta civile, scomunicando quei che le mettessero, o esigessero, o pagassero: poche volte seguì una cosi aperta ribellione alla autorità dello stato: Botta XII. Altrettanto operò il vescovo di Lavello, diocesi la quale risaliva all'XI secolo; Giannone VIII; quinci «oppressa da Pasquale 11 con bolla del 1102: e poco dopo ripristinata, tanto che nel 1453 noi la veggiamo esistente: anzi nel 1688 il vescovo suo venne incaricato pure di reggere quella di Melfi, causa i dissidi tra l'ordinario e il capitolo: fu da ultimo nel 1818 aggiunta la diocesi di rovello a quella di Venosa.

173 Il primo vescovo di Muro sembrerebbe fosse un Eustachio nel 1059, il quale apparve otto anni dopo al concilio di Melfi: certo ell'era vescovado fin aal secolo X: Giannone VIII. Tra i suoi vescovi, e uomo di gran virtù, fu il figliuolo di Antonello Petrucci, ministro di re Ferdinando di Aragona: Porzio I. Quel d'oggi ha nome d’Ambrosio.

174 Dipendono dalla diocesi di Policastro le comuni di Latronico, Rivello, Trecchina, Lagonegro, Lauria; da quella di Cassano, i due Castelluccio, Maratea, Rotonda, Viggianello: dall'altra di Conza, Pescopagano, Pietrafesa, Sant'Angelo le Fratte, Senise, Vietri: dal vescovado di Andria, Montemilone: dalla Badia nullius della SS. Trinità di Cava, dipende Tramutola.

175 E quel ch'è più strano, oltre di queste tredici, e dell’altro più innanzi ricordate di Rapolla (pag. 326 n. 1) di Acerenza (pag. 327 n. 4) Marsico e di Grumento (pag. 327 n. 2) e di Lavello (pag. 328 n. 1), eranvi le diocesi di Montemurro, di Montemilone, entrambe risalendo fino al secol X; Giannone VIII; e quella di Oppido non meno antica: Giano, ibid.; il cui vescovo nel 1601 fu tra coloro che più o meno s’intrusero nella celebre congiura di Tommaso Campanella: conato di cui il Botta, lib. XV, ed il Giannone passim discorsero con tanta, e forse artificiosa, severità o troppa più unzione di sacristia, di quel non si vorrebbe dal libero lettore. Di questa guisa, purché l’Oppido di cui è qui discorso non sia il Calabro, dubbiezza i cui dicemmo a pag. 106 n. 2, la intiera regione, era nell’addietro divisa in ventuna diocesi. E s’aveano, poi a dire scontenti que’ greggi di cattolici!

176 Quest'è la circoscrizione diocesana in virtù di bolle pontificie emanate secondo il concordato del 1818.

177 Legge 15 agosto 1867.

178 Dice l’Araneo op. cit. III. «Il nuovo sistema di conferire le partecipazioni in virtù del breve apostolico Impensa (a. 4849) distrusse tutte le antiche consuetudini, statuti, privilegi, concessioni, di cui godeva il capitolo Melfitano. Erano però lodevoli quelle consuetudini....: ora abolito il concordato del 1813 e sue dipendenze, viviamo nell'incertezza se l'antico nostro statuto debba avere di nuovo vigore oppur no.».

179 Che anzi nel 54 il vescovo di Melfi sospese a divinis, e costrinse agli esercizi spirituali «li maggior parte de’ canonici e preti del regio clero di Rionero in diocesi di Rapolla» perché «vollero sostenere un loro diritto per un canonicato dato all’arciprete di quella chiesa collegiata in opposizione degli statuti sovranamente sanzionati, canonicato ch’egli, il vescovo, avea provocato dal re Ferdinando II e che conosciutasi la ragionevolezza dei reclami di quel clero fu l’arciprete di ordine regio obbligato a rinunciare.» V. nota 24 luglio 1865 del clero di Melfi al ministro di giustizia e grazia.

180 Vedi gli esempi da noi citati più innanzi.

181 Iliade c. 1 v. 700 e seg.

182 Nel 1854 ad un canonico di Rapolla ch'era in Napoli per difendere i dritti della chiesa contro il volere dell’ordinario, fu mestieri, per rimanervi, di un reale rescritto, ch’ebbe la data del 2 sett. che ve lo autorizzasse essendosi il vescovo rivolto «ai ministeri di polizia e degli affari ecclesiastici pel ritorno in diocesi di questo canonico. Ed in questa circostanza al vescovo, fu inculcata prudenza e moderazione con.... ministeriale..... de' 23 sett. 1854 onde non inferocire contro que preti, come del pari gli si inculcò dal nunzio apostolico con lettera del 20 sett. 1854. » V. nota 24 luglio 1865 del clero di Melfi al ministro di giustizia e grazia,

183 Il governo dava ognora mano alle prepotenze dell'alto clero sul minore nel quale sapea esservi liberi spiriti: i riparti o i diseredamene delle porzioni di chiesa erano il premio o la pena; onde i puniti, senza interesse in questa più che in altra chiesa, vagavano a busca di lucri: la polizia prima li respinse dalle maggiori città poi dispose che al prete non si rilasciasse mai carta di passo: anzi ai diseredati delle porzioni di chiesa, era assolutamente inibito il muoversi dal paese natio.

184 L’art. 20 del concordato 1818 dava ai vescovi facoltà di punire i chierici con le pene stabilite dal concilio di Trento, le quali poi la polizia rimise all'arbitrio dei vescovi.

185 Vedi quel che noi riferiamo più innanzi del vescovo di Melfi.

186 Con decreto 27 Maggio 1857 veniva deciso che nella esecuzione delle sentenze profferite nelle cause ecclesiastiche potesse la chiesa invocare il braccio forte dell’autorità civile la quale «senza prendere punto cognizione (così leggesi in quel decreto) del merito dei giudizio emesso dal giudice ecclesiastico» scrivesse sulla sentenza la formula si esegua!

187 Con rescritto 6 aprile 1857 era disposto che nelle cause penali a carico di ecclesiastici fosse svitata ogni pubblicità: la discussione si facesse a porte chiuse: e della sentenza si desse avviso al vescovo» per gli opportuni provvedimenti spirituali: in caso poi di condanne a pene correzionali, si permettesse al condannato di impetrare dal re? di. espiarle in un convento.

188 Col rescritto 23 luglio 1851 veniva pure affidata agli ordinari diocesani la disciplina interna de' conservatori e ritiri nonché il mettere voce nella elezione de’ governatori laici, per la parte religiosa e morale dei soggetti proposti.

189 Per la nomina de' cappellani, della badessa e di ogni altra ufficiale interna, ecclesiastica o laicale, e inserviente ne’ conservatori e nei ritiri, anco sieno dipendenti dal consiglio degli ospizi; vedi il prescritto 23 luglio 1851 e la nota 18 Dic. 1852 del ministro dell’interno agli intendenti, con cui si stabilisce essere devoluta la elezione, nella generalità de’ casi, agli ordinari diocesani.

190 S’odano in prova queste parole che Jeggonsi in un avviso della compagnia di Gesù agli ordinari diocesani del regno. «La compagnia di Gesù invitata da molti vescovi ad imprendere la direzione dei loro seminari non ha potuto contentarli ne' loro desideri; ed è stata costretta a ricusarsi per mancanza di soggetti. Non é cessato però nei vescovi l'alto proponimento di provvedere, almeno in parte, la loro clericale gioventù di più soda istituzione, ed a tale scopo hanno fatto premura presso i p. gesuiti perché ricevano nella loro casa di Napoli quei giovani chierici più abili»che essi vorranno inviare per averne cura sì nella pietà, che nelle scienze. La compagnia per soddisfare alle ragionevoli domande de’ prelati, e per essere già assicurata dall’em. cardinale Cosenza, che sua maestà il re N. S. compiacendosi della buona volontà dei vescovi, approva che la compagnia secondi il desiderio loro; accoglie nella sua casa del Gesù nuovo i giovani inviati per educarli.... Oltre l’istruzione necessaria a formarli nella pietà e nelle scienze, si avrà particolar pensiero d’ammaestrarli su tutto ciò che riguarda un modesto e civil conversare, opportuno a riscuotere amore, rispetto, e confidenza da tutti, com’è desiderabile in ogni ministro del santuario!

191 R. decreto 13 agosto 1850 «art. 9 Conformemente al concordato vigente con la santa sede gli arcivescovi e vescovi saranno liberi nello esercizio del loro pastorale ministero, di publicare le loro encicliche pastorali e istruzioni in materie ecclesiastiche.»

192 Con decreto 18 maggio 1857 vennero autorizzati gli arcivescovi a convocare i sinodi provinciali senza uopo dell'assenso civile; ed a publicarne gli atti.

193 Vedi quel che riferimmo più addietro a pag. 333, note 2,4,5 r e quel che accenneremo tra breve.

194 Scrivea il ministro dell'interno agli intendenti il & febb. 1851. «Disputatasi se appartenesse al potere giudiziario, o ad altra autorità di ordine diverso l’esaminare se la Ricettizia di Serracapriola, dietro, la prima dotazione, che avvenne nel 1827, in cui si comprese la rendita risultante dalla prestazione delle decime sacramentali, avendo in seguito ricevuto altri beni, dovesse oppure no cessare la riscossione di tali decime messe a carico dogli abitanti del comune: 1». M. S. tenendo presente i rescritti dei 22 dicembre 1841 e 14 maggio 1847, sull’assunto si degnò dichiarare: «Che nella controversia insorta tra il Clero di S. Mercurio martire di Serracapriola, ed i. fratelli Arranga non sono affatto competenti i tribunali ordinari, continuandosi in pari tempo l'esazione delle decime; e che lo stabilimento delle congrue in rimpiazzo, o in supplemento delle decime sia operazione a farsi di perfetto accordo tra i vescovi diocesani e gl'intendenti delle provincie, salvo l'approvazione sovrana; non competendo affatto ai tribunali ordinari la conoscenza di tali giudizi che forse potrebbe nell'esecuzione insorgere».

1951 R. Rescritto 27 maggio 1857.

196 Li privilegi della chiesa si spinsero fino a quest'eccesso. Dicea il r. rescritto 29 dicembre 1838: «S. M. si è degnata ordinare che, fino a nuova sua sovrana determinazione, i tribunali si astengano di pronunziare sulla eccezione di prescrizione che si opponga alle dimande della chiesa.» Quindi il tempo, avea da correre per tutti meno che per li dritti imprescrivibili della chiesa. Le età venture non crederanno a tant'insania.

197 Con altro decreto 18 Maggio 1857 si giunse a stabilire che mancando i titoli di fondazione o di erezione di chiese, di benefici, siano di padronato laico sieno ecclesiastico, fossero ammessi gli equipollenti per dimostrarne la qualità ecclesiastica: ne' casi di dubbio, dovessero risolverli i soli giudici ecclesiastici.

198 V. a pag. 333 n. 5.

199 V. a pag. 333 n. 4.

200 «A divenire autorità municipale e’ conveniva esser purificato nel crogiuolo ecclesiastico, non meno che civilmente. Scrivea la intendenza di Basilicata agli uffici che ne dipendevano: «i sotto intendenti sono pregati a munire ciascuna terna di motivate osservazioni sulla condotta dei soggetti proposti, di sentire il rispettivo ordinario diocesano, e di darci il parere sul soggetto da preferire. Non trovando persona degna;da essere commendata, me ne faranno rapporto per disporre.... sia formata.... la seconda terna, e per tal motivo se ne richiederà anche una terza, previa mia autorizzazione. In questi casi però potranno i signori sotto intendenti indicarmi altri soggetti meritevoli da poter essere presi in considerazione. Se poi neppure in quest’ultima terna si troverà un soggetto idoneo si adotteranno le disposizioni dell’art. 114, legge 12 Dic. 1816.»

201 V. a pag. 348 n. 1.

202 A rendere ultrapotenti i parroci si giunse a decretare a' 27 maggio 1867: «sulla ferma fiducia che non possa avvenire la trasgressione al dovere ingiunto ai parrochi, essere abolita la sanzione penale (art. 246 dal Cod. pen.) contro il parroco, sotto parroco o ehi ne farà le veci, il quale contravenga all’art. 81 delle leggi civili.» Cosi mutavansi a beneficio del clero fino i codici. E con rescritto del 18 maggio 1867 si prescrisse che dovendo i parroci e vice parroci essere chiamati in giudizio, ne fossero avvertiti a mezzo della curia, onde non mancasse il servizio divino.

203 R. decreto 6 nov. 49 «Art. 8. Nelle provincie di questa parte de' nostri reali domini gl’intendenti compiranno gli incarichi affidati. col presente decreto intorno il divieto de’ libri contro la religione, la morale ed i governi (!), al consiglio generale di pubblica istruzione per la provincia di Napoli. I vescovi.... dei luoghi potranno dare avviso di tutte le contravvenzioni agl’intendenti, i quali saranno tenuti di porger loro sollecitamente riscontro volta per volta, additando le disposizioni emesse all'uopo.»

204 In fino a un certo segno possono dire i vescovi che le cure di polizia le aveano d’obligo nel prender possesso delle sedi. Quest’è il giuramento cui erano tenuti, per accordo seguito nel 1818 tra il cardinal Consalvi e il re. «Io giuro e prometto sopra i santi evangeli obbedienza e fedeltà alla regia maestà: parimenti giuro e prometto che non avrò alcuna comunicazione né conserverò dentro o fuori del regno alcuna sospetta unione che ’nuoca alla pubblica tranquillità, e se, tanto nella mia diocesi che altrove, saprò che alcuna cosa si tratta in danno dello stato, giuro di immediatamente manifestarlo al governo del re!!»

205 Con decreto 18 maggio 1857 è conceduto alla chiesa piena balìa di licitare all’asta publica senz’altra autorizzazione che quella del vescovo; e di impiegare capitali sul gran libro: invece era detto occorrere la approvazione pontificia o vescovile ed il regio assenso per ogni permuta, censuazione e vendite di immobili ecclesiastici: e per ogni alienazione di rendita sul gran libro.

206 Scrivea il 26 giugno 1857 il ministro dell’interno agli intendenti: «S. M. in cima ai cui pensieri siede supremo quello d’onorar la religione ed i suoi ministri..., emetteva diverse risoluzioni concernenti le persone, e le cose ecclesiastiche, perché la venerazione dei popoli si accrescesse verso il sacerdozio» Col 1.°, ch’è del 18 maggio 1857, le disposizioni tra vivi o per testamenti a favore biella chiesa non aveano più duopo del beneplacito civile per essere eseguite: invece non potesse la chiesa senz’autorizzazione rinunciare ad Eredità!

207 A queste e ad altre concessioni del re risposero i vescovi di Aversa, Pozzuoli, Acerra, Ischia, Nola e l'arcivescovo di Napoli con un indirizzo di riconoscenza, il 15 giugno 1857, nel quale è detto ch’egli «avea infrante nel suo regno non una, sola delle' spine che la madre chiesa su questa terra trovasi di dover sostenere:» e conchiudevano di deporre «piedi della Maestà Vostra, le proteste le più energiche di riconoscenza e di gaudio eccitato potentemente dall’idea di dovere ad una voce ringraziare la M. V. per quel che ha già fatto per la chiesa e pel bene che sarà per derivarne al greggie d’anime a sacri pastori affidato.... il balsamo della grazia divina discenda copioso a far gustare all’augusto cuore della Maestà Vostra le dolcezze che vengono insieme ad ogni atto che promuove il bene della cattolica chiesa: e la immacolata vergine Maria nell’intercedere del figlio suo divino il compimento di questi voti de’ vescovi del regno, lumi e forza impetri da Dio» perché il nostro re Ferdinando II operi sempre e senza misura quel che Dio vuole per la chiesa sua. E così ringraziarono tutti i vescovi del regno, compresi quei di Basilicata.

208 Per decreto 6 sett. 52 i consigli degli ospizi si componevano di otto membri, quattro tra possidenti scelti sopra teme degli intendenti, e quattro tra ecclesiastici proposti dagli ordinari diocesani Oltre di che erano essi presidenti del consiglio.

209 Con rescritto del 18 maggio 1857 si dispose perfino che ogni immutazione, riduzione o assoluzione della volontà dei disponenti per legati pii fosse deferita al sommo pontefice pria di esser valida e ad esso fin si sottoponesse la divisione o spogliazione de’ beni dei. luoghi pii a profitto della chiesa onde per via della pontificia sanzione devenisse irretrattabile: a questo modo l’autorità civile gettava nel Tevere il suo scettro. Vedi poi la circ. 7 marzo 1853 riportata a pag. 287 n. 1.

210 Con altro rescritto del 18 maggio 57 era detto che le congregazioni o cappelle del corpo di Cristo dipendessero, non più dal consiglio degli ospizi, ma dagli ordinari: e col loro intervento si compilassero i bilanci de' luoghi pii laicali, e vi si prelevassero le somme pel servizio divino dovendo le medesime essere del tutto, a disposizione de' vescovi. V. poi le note 26 marzo 1856 (p. 287) 18 nov. 1857. (pag. 288) intorno alla cessione al clero de' migliori redditi e beni delle opere pie.

211 S'oda poi questa soperchieria dell'intendente a rimeritare quei, meglio che predicatori, sconci ciurmadori. Scrivea egli il 26 gen. 62 ai sindaci: «Lo stabilimento dei predicatori quaresimali per annunziare la parola di Dio, è una delle più sublimi e saggio cure del nostro provvidobuona confermazione dei cuori sotto il duplice aspetto di religione e di istruzione feconda!!, costituisce quel benessere delle popolazioni che tanto preoccupa il paterno animo del nostro piissimo ed augusto sovrano. Con dispiacere osservo la tenuità di onorari: il che porta seco.... che gli ordinari sono sempre inceppati nella scelta di abili ed idonei predicatori... Epperciò.... mi fo a prevenirli che essendo già in questa intendenza i bilanci del corrente esercizio, ho disposto.... che gli onorari venissero aumentati… !!»

governo. Diretto unicamente alla

212 Vedi più innanzi a pag. 358 n. 3 e 4.

213 Vedi a pag. 357 n. 3 e pag. 358 n. 4.

214 Vedi a pag. 353 n. 1, pag. 358 n. 6, p. 359 n. 1.

215 Vedi a pag. 354 n. 1 e pag. 358 n. 6.

216 Nel 1850 il vescovo di Melfi «volendo punire cinque ecclesiastici del capitolo cattedrale, ex informata conscientia sospendendoli a divini,quindici giorni in tutto il tempo che, celebravansi i divini uffici in coro, a stare seduti sopra una panca attuata a bella posta nel mezzo della chiesa, vestiti di semplice veste talare, confusi col popolo». V. nota 24 luglio 1865 del clero «di Melfi al ministro di giustizia e grazia.

li obligò per

218 Una volta il vescovo di Melfi «sospese a divinis tutto il capitolo con cattedrale e clero di Rapolla, rinchiudendolo nel seminario di Melfi come in un pecorile per fare gli esercizi spirituali, obbligando quelle dignità e canonici ad intervenire all’ufficiatura nel «coro di Melfi vestiti di sola cotta senz’altra insegna... A Rapolla intanto mandò due preti da Melfi i quali dovettero sobbarcarsi ad amministrare ai moribondi gli ultimi sacramenti.... facendo «così mancare per otto giorni l’ufficiatura e tutte le altre sacre funzioni insite alle chiese cattedrali. La stessa disposizione diede ancora per tutti gli altri luoghi della diocesi, non esclusa Melfi istessa dove obligò tutto il clero a doversi confessare a due individui che avea chiamati a bella posta uno da Rionero, l'altro da Lavello. Si coartava anche in questo la libertà di deporre i propri peccati a un sacerdote di propria fiducia». Così scrisse a’ 24 luglio 1865 il clero di Melfi al ministro di giustizia e grazia.

219 Con rescritto del 27 maggio 1857 si concedé ai vescovi facoltà di ispezionare le scuole sì publiche come private, dovendo essere «gli ispettori nati di esse, e sorvegliare la morale e religiosa istruzione della gioventù». Vedi poi a pag. 343 n. 1.

220 Basti a prova, oltre quei che riferimmo a pag. 260 nota 1 e pag. 262 nota 1, ciò che scrivea il ministro Troia a quel di polizia il 10 novembre 1849: «Ho rassegnato a S. M. il regolamento..... col quale si è proposto lo stabilimento di una commissione in Napoli, e di altre consimili nelle provincie; le quali avessero incarico di vegliare alla condotta e disciplina dei giovani studenti, sì pel lato scientifico, quanto religioso, E la M. S. pienamente apprezzando l’utilità e l’importanza di siffatto regolamento si è degnata approvarlo. Art. 1. Vi sarà in Napoli una commissione composta di quattro probi ecclesiastici e di un esperto commissario di polizia, alla quale sarà affidata la cura degli studenti, per rapporto all’assistenza alle congregazioni di spirito, ed alle scuole. Art. 5. In ogni città di provincia, ove sono studenti, si stabilirà dai vescovi una simile commissione. Il commissario, ivi residente, farà parte di essa. Art. 6. Ogni studente appena arrivato in Napoli, od in altra città, si fard ascrivere ad una delle congregazioni di spirito ivi esistente, né potrà ottenere la carta di soggiorno se non presenta la fede di ascrizione ad una congregazione. Art. 7. Sarà obligato intervenirvi in tutt’i giorni festivi. Art. 10. Non potranno essere ammessi all’esame pei gradi accademici,frequentano le scuote esterne dei collegi e licei soggetti alla publica istruzione, non che i giovanetti esterni dei pensionali saranno obligati presentare ogni mese la fede di assistenza ai rettori, sotto pena di essere esclusi dalle scuole. Art. 15. Gli studenti che non si uniformeranno A questi regolamenti saranno subito rimandati nella loro patrik per mezzo della polizia. Ed ai direttori e maestri che non metteranno in esecuzione quanto è prescritto a loro riguardo saranno chiuse le scuole e gli istituti. Vedi poi a pag. 259 n. 1, e quella che qui segue intorno alla vigilanza de’ parroci su di quella merce vieta ch'erano gli studiosi.

se prima non sieno intervenuti almeno per otto mesi alla congregazione. Art. 13. I direttori degl’Istituti saranno obligati a condurre i loro alunni, maggiori di anni 10 in una delle dette 'Congregazioni. Art. 14. I giovani esterni che

221 Ed a raggiungere meglio un tale intento il regio rescritto 13 dicembre 1849 dicea «S. M. il re si è degnata di ordinare che sieno richiamati in pieno vigore le norme stabilite ai 12 giugno 1891, per la nomina dei maestri e maestre primarie formandosi te terne dai decurionati e la scelta dagli ordinari «seguono quelle norme: «art. 4.° I sindaci e decurioni debbono formare la terne dei maestri e passarla al vescovo della rispettiva diocesi. Il vescovo sceglierà tra i proposti quel soggetto che crederà più degno. Art. 11. I parrochi avranno l’immediata vigilanzala morale così delle persone dei maestri come delle loro massime, debba dipendere dalla ispezione dei rispettivi ordinari diocesani!!» Vedi poi a pag. 281 n. 1, pag. 262 n. 3.

sulle scuole primarie delle rispettive parrocchie Dichiara infine il re — R. re scritto 7 agosto 1821 — per modo di regola che quanto riguarda

222 Prima con decreto 21 ottobre 43 e di poi con altro reale rescritto 9 dicembre 1855, le figlie del sacro cuore di Gesù furono introdotte negli educandati e conservatori del regno. Vedi la nota 15 Dic. 55 del ministro de' culti agli intendenti; quella del 26 Dic. 55 dello intendente di Basilicata alle autorità che ne dipendevano; e ciò che riferimmo a pag. 312 h. 1.

223 Vedi a pagina 262 n. 2 e a pag. 346 n. 1.

224 Per decreto 20 maggio 1857 alla censura poliziesca e amministrativa su ogni produzione si aggiunse una terza quella dei vescovi per ogni lavoro di scienze filosofiche e di dritto naturale: insomma tutto lo scibile. Con altro decreto 27 maggio 1857 l'autorizzazione preventiva della stampa e pubblicazione de' libri veniva affidata agli ordinari diocesani; spogliandone il consiglio generale della publica istruzione che fino allora l'avea esercitata, meno per le opere di diritto canonico e polizia ecclesiastica: v. legge 13 agosto 1850 e rescritto 11 nov. 1851. Per fino tra' revisori addetti alla dogana il decreto 27 maggio 57 prescrivea dovessero esservi tre ecclesiastici preposti dal vescovo.

225 Ben'anco le autorità civili assumevano un tuono liturgico o sagrestia co' loro dipendenti. S'oda questa burlevole nota dell'intendente di Basilicata: è del 14 maggio 52: «Qualche vescovo nel dar conto delle sante missioni già eseguite con sommo profitto spirituale degli abitanti, si duole che da alcuni si usino tutti i mezzi per impedire il frutto delle sante missioni che si fanno, e per metterlo nella impossibilità di attuarne delle altre. In fatti molte autorità locali mostrano con lo esempio il disprezzo della divina parola, mentre o non vanno a sentirla, o assistono in chiesa ciarlando trai loro, e poi non fanno nulla di ciò che insinuano i sacri ministri, e neppure curano di confessarsi. La religione, come ognuno sa, è quel culto che si. rende alla divinità non solo con gli atti interni, ma ben anche con gli esterni, che servono pure di esempio pubblico; e questo deve darsi in modo singolare dalle SS. LL. che sono come tanti chiari specchi su cui ciascuno fissa lo sguardo. Per lo che io, quantunque sia ben informato del loro portamento esemplare per morale e religione, pure interesso le SS. LL. di fare in modo e con lo esempio eccitatore a ben operare, e con le insinuazioni, acciò gli atti di nostra sacrosanta religione siano messi in pratica con la massima devozione e decenza,ogni buon' cristiano; e così facendo acquisteranno merito

come è dovere di

226 Scrivea l’intendente alle autorità provinciali il 10 febbraio 51 intorno la bestemmia. «11 ministro dell’interno ha richiamato l’attenzione delle autorità sul grave inconveniente della bestemmia, che esiste in taluni punti del regno, premurando acciò vi si ponga un freno. Essendo tal reato e grave di sua natura come attentato diretto contro la nostra sacrosanta religione, e dannosissimo negli effetti per la immoralità di che si fa propagatore e maestro, non può non interessare tutte le cure della polizia locale a fin di reprimerlo coi più energici mezzi consigliati dalla coscienza e voluti dalla legge. Epperò conviene vegliare a prevenire le occasioni delle risse e della ebbrezza, come ogni altro caso d’immoralità, che sovente dà luogo alla bestemmia; ed al certo è questo l’ufficio più doveroso dei funzionari della polizia. Avvenuto poi che sia dispiacevolmente il reato, fa d’uopo che ne segua pronta la punizione del colpevole, assoggettandolo al rigore delle leggi, però che la prontezza, la severità della pena servirà di utile esempio altrui, È questo uno dei rilevanti oggetti che interessano tanto l'animo religiosissimo del nostro augusto monarca.»

227 Nota 22 maggio 1852 dell’intendente di Basilicata «.... Ad onta di ordinamenti legislativi la bestemmia, orroroso reato, ò ancor tira noi, e quindi a sbarbicarla dai cuori malvagi, h d’uopo di tutta la forza degli agenti di polizia a prevenir la, vegliando attentamente?er evitare le risse, l’ebrezze, ed ogni altro caso di licenza, azioni principali di questo peccato che in modo intollerante bratta la terra.»

228 Decreto 16 maggio 1853. «Considerando. che la bestemmia, o sia la empia esecrazione del nome di Dio o dei Santi, proferita nei quartieri, nelle caserme, nei castelli, od in altri luoghi di militare riunione, mentre offende la pubblica morale, scuote la stessa militare disciplina, che non poggia che sulle basi della morale; considerando che un reato, di qualunque natura sia, commesso dai militari,ne’ quartieri, nei castelli ecc., non è che reato militare, conseguentemente l’autorità militare è competente a giudicarne. Art. 1. La bestemmia o sia la empia esecrazione del nome di Dio o dei santi, profferita dai militari nei quartieri, nelle caserme, ne' castelli, ed in altri luoghi di militare riunione, è punita coi servigi ignobili o la detenzione in castello, a' termini dello statuto penale militare. Art. 2 I consigli di guerra, a norma dello statuto penale militare, sono competenti a giudicarne.»

229 «Reale rescritto 18 febbraio 1853: «Non ostante le solerti e vigili cure del governo diretto ad estirpare gli abusi che, in fatta di religione e di morale, verificavansi in taluni stabilimenti, specialmente di arti e mestieri; avvertivasi dall'episcopato e da' parrochi di non essere interamente ovviato il grave inconveniente dette inosservanza dei giorni festivi fin nelle ore notturne; senza neppur curarsi, nel caso di comprovata necessità per talune, delta opportuna venia della competente autorità ecclesiastica Essendosi da me siffatte cose rassegnate a S. M. il re s. n. la M. S. nel consiglio ordinario di stato, si è degnata ordinare, che sia impedito di travagliare ne" di festivi, sì di giorno che di notte, negli stabilimenti ed opifici: che laddove sia indispensabile la permanenza di alcuni impiegati od operai nelle officine nei giorni medesimi, se ne debba ottenere facoltà dall'autorità ecclesiastica, ed il servizio debb'essere alternato fra loro nelle ore destinate al divin culto: che l'intraprenditore o direttore di fabbriche il quale abbia al di la di 30 lavoratori sia obligato di tenere un sacerdote il quale prenda cura della loro condotta religiosa e morale.»

230 S’ascoltino queste edificanti e giulebbate parole del Durelli, il biografo di Ferdinando II: «La definizione dogmatica dello immacolato concepimento della vergine beatissima, era il desiderio dei popoli credenti, era il voto de' secoli, de' padri della chiesa e di tutti gli ordini ecclesiastici. Devotissimo il re alla gran madre di Dio, e zelatore della gloria di Lei fu il principe cattolico, che più degli altri interpose fervide preci, e pietose insistenze adoperò presso il supremo gerarca, affinché restassero esauditi i voti del suo Cuore e quelli della cristianità. E non è qui a ridire con quanta. «è. festiva esultanza re Ferdinando avesse celebrato il gran dogma.. 4.., alta processione per tutta la vasta città intervenendo egli con gli augusti figliuoli» co rr. principi, con la real corte e con tutti gli ordini delta stato, ecclesiastici, civili e militari (30 dicembre 1854) che più? Re Ferdinando impetrò da Roma appositi brevi coi quali furono dichiarate di doppio precetto le festività annuali della Presentazione’ e della Visitazione di Maria Vergine: nonché il giorno dell'apparizione nella spelonca del Gargano, dell'Arcangelo principe delle celesti milizie (dice piagnucolando il Durelli p. 385), che senza rossore non sappiamo chi sia, ignorando quasi intiera la mitologia cattolica. Vedi poi a pag. 308 nota l'intorno alle beatificazioni, incoronazioni, santificazioni perorate e favorite dal re.

231 Scrivea l'intendente alle autorità della provincia il 19 ag. 51:, «Non appena riedeva da Melfi, teatro delle più affligenti sciagura di ogni sorta, oggetto di mie tenere sollecitudini...., interessava; tutti gli ordinari diocesani della provincia per la intimazione di un triduo, seguito da un servizio funebre, perché il bado dei Signore si avessero le anime di quei defunti a' quali se mancava il conforto dei mezzi della sacrosanta religione, l'assistenza dell'affezionato congiunto, se una pompa funebre, ed a parecchi, di famiglie interamente perite, fino una lagrima venne negata ed una requie le provvide cure del r. governo, che nel cattolicismo tutto incarnato, accorreranno con mai abbastanza energia in tanto spirituale bisogno!»

232 Veggasi se più stolida o più gaglioffa irrisione a' guai del tremuoto potea esser scritta di questa, che noi a edificazione altrui qui riferiamo. Scrivea l'intendente della provincia il 1 gennaio 1851 al municipio di Potenza. «La notte fatale del 16 dicembre 1857 ha già preso un posto nella storia dei cataclismi e dei flagelli coi guati la provocata ira di Dio talvolta ricorda ai mortali la stoltezza di chi l'offende. E se di quella notte fatale spettò a noi di essere testimoni, ben a ragione possiamo consolarci che mediante l'intercessione della Vergine santissima, di tanta sventura si contentò la mano dell'onnipotente servirsi per Potenza di ammonizione piuttosto che di castigo; tranne in fatti sole 22 vittime tutto il resto della popolazione fu salva.... Un miracelo cotanto par lente della Provvidenza, chiama tutti i fedeli al raccoglimento e alla preghiera: né potendo offrire al Sommo datore di tanta grazia che il nostro cuore e la fede, io propongo alla città suddetta deliberarsi che quel giorno fosse per sempre votivo a Maria santissima, di cui erasi allora celebrata la festività con triduo solenne ed alla quale, e per la somma fede in lei, devesi la potente intercessione che mitigar seppe l'ira di Dio; e dichiararsi essa proteggitrice speciale di questa città». E pari ufficio rivolse ad ogni altra comune; onde il 16 dicembre d'ogni anno fosse da un capo all'altro trascorso in baldorie o scene chiesastiche.

233 Ecco, ad ammaestramento dei lettori, ciò che con risibile contraddizione ed ignoranza scrivea l’intendente il 12 sett. 63 alle autorità dipendenti: «Non è senza grave rammarico che io scorgo non essersi ancora interamente conseguito il fine cui mirano le pie intenzioni del re, che i giorni festivi non si violino con opere mondane. Tale abbietto che interessa sì davvicino la sacrosanta nostra religione, benché inculcato solennemente con diverse ordinanze, pur dove è stato con qualche in differenza ravvisato, e dove si è trasandato del tutto. Poi certe volte, con leggerezza ancor maggiore, di che sia il porre in non cale sì salutari disposizioni, si menano vaghe querele di tristi avvenimenti, senza punto riflettere che gli stessi sono occasionati dall'ozio!!!, dalla dissipazione!!f e più dall’obblìo di ogni dovere verso Dio e la società! Cosi la comune degli uomini si assuefa per gradi a guardare sotto un medesimo aspetto i giorni destinati al lavoro e quelli serbati dall’onnipotente a concentrarsi nei pensieri della immarciscibilità di nostra vita futura!!!e l’obolo che per simil guisa si guadagna, dannevolmente nelle sante ricorrenze si versa con maggior fallo nel lezzo e nella crepola Di qui è, signori, che la santificazione delle feste, che l'audacia dell'empio si sforza a contrastare con strani e futili vaneggiamenti, è della più grande rilevanza. laonde vorranno, d’oggi in avanti, le SS. LL. farsi.. uno specialissimo pensiero di ciò, e non ommettere settimanalmente di formi circostanziato rapporto del modo come siavisi adempiuto, delle contravvenzioni succedute, de' temperamenti adottati, e di quant’altro si reputi necessario. Sarei poi singolarmente tenuto ai reverendi parrochi se, oltre le sagge esortazioni che essi, e per proprio consiglio e per secondare l’incessante evangelico zelo dei venerandi pastori, ai quali trovansi subordinati, si compiacessero, allorché lo stimassero conducente, farmi nolo se alcun che abbia a desiderarsi in fatto di una delle più auguste esigenze del decalogo!!!!»

234 Nota 2 maggio 1857 del ministro delle finanze agli intendenti «Con risoluzione emessa nel consiglio ordinario di stato del 20 scorso aprile S. M. si è degnata comandare che le novelle stazioni telegrafiche sieno intitolate ai seguenti santi protettori; Potenza a san Mauro, Spezzano albanese a san Ferdinando, Castrovillari a santa Cristina, Rossano a santa Teresa, Nicastro a san Francesco d’Assisi, Catanzaro a san Luigi, Pizzo a sant’Alfonso, Monteleone a san Gaetano, Palmi a san Pasquale, Reggio a san Gennaro.

235 Legge 17 febb. 1861 e 7 luglio 1866.

236 Legge 20 marzo 1868 art. 28

237 Legge 15 agosto 1867.

238z II ministro Conforti propose al Parlamento una legge, il 24 luglio 1862, per cui: 1. Fossero nulli i decreti degli ordinari di sospensione o destituzione da uffici e funzioni ecclesiastiche, se non emessi in iscritto e con la esposizione dei motivi: esclusa la procedura ex informata conscientia. 2. I decreti dovendo essere motivati, gli ordinari comunicassero a’ tribunali i motivi del decreto onde quelli si pronunciassero: dopo di che soltanto, l’ordinario applicasse la pena ecclesiastica di sua competenza. Inefficaci le pene pronunciate dagli ordinari a togliere le temporalità de’ benefici: richiedersi a ciò il decreto dell'autorità civile. Gli ordinarii sottoponessero alla autorità civile, innanzi publicarle, le pastorali, istruzioni, circolari per la debita approvazione. Ma la legge non ebbe seguito.

239 Quelli di Anglona e Tursi, Mgr. Acciardi, e di Muro, Mgr. D'Ambrosio, fuggirono a Roma: quel di Melfi Mgr. Sellitti a Lecce.

240 Nota del clero di Melfi al ministro degli affari ecclesiastici, 5 luglio 1861. «Quando in Melfi s’inaugurò il governo dell'augusto "Vittorio Emanuele, dietro l'invito fatto per l’adesione dal com missario civile, Mgr. Sellini dandosi alta fuga, il 28 agosto 1860, si ritirò in Lecce sua patria Fu conseguente ai suoi principi, perché nel giorno di pasqua, predicando al popolo, appositamente esultò per la strage fatta in Sicilia dai borbonici, annunziò che Vittorio Emanuele era un usurpatore e scomunicato dal papa, e minacciò di anatema tutti coloro, che in modo qualunque avessero favorito i, suoi disegni sull’Italia.»

241 Basti per tutto, quel che il vescovo di Melfi scrivea, nel 1857, da Napoli, di ritorno da Roma ove erasi recato a spuntarla in litigi ch'avea con il suo capitolo; accenti d’ira e quasi simoniache rivelazioni nelle quali sì pare tramonti, nonché un vescovo, anco la mitra, anco Roma dove egli ha riconosciuta sì efficace la spesa dei 500 ducati! «Mi scrivete ohe cotesto capitolo ha formato una deputazione, e ohe, quattro eccettuati, tutti gli altri han firmato un’ampia procura. Ed io vi dico che non appena giunto costà agirò per modo di fatti, e con la qualità di giurisdizione episcopale e con speciale volontà del santo padre: e dopo di aver fatto ciò che mi debbo, sono da ora deciso, dopo quindici giorni di mettermi in viaggio per alla volta di Roma, in dove ripetendo rinforzando le canoniche mie ragioni, e richiamando atta sua parola il santo padre, aggiungeremo le biografie di cotesti signori, principiando dai deputati, le quali al certo riusciranno ben lunghe e di più colori. Sì ora che ho conosciuto il mondo e gli uomini da ora ho fissato e posto in serbo cinquecento ducati annui per questi Viaggi. ! Gli è proprio il caso qui di temere che il vero abbia fin sembianza di mendacio!

242 Sequestrategli le rendite così uno de’ vescovi con voce strozzata e stile tagliente scrivea al provicario il 22 gennaio 1861. «Guardatevi bene di far parte dell’amministrazione diocesana. Il presidente sono io. Intanto le sue riunioni sono contro di me. E quel che più pesa contro ogni diritto, lo quindi non solo non devo convocarla, ma debbo riprovarla..... Badateci bene. Il resto si vedrà appresso dietro formale protesta....» Ignazio Maria vescovo di Melfi e Rapolla.» E tre giorni dopo scriveagli di nuovo: «Per non rendermi colpevole innanzi a Dio ed alla santa sede apostolica... altamente protesto e chiaramente dichiaro ingiusto e sacrilego il sequestro che colpisce le rendite di cotesta miapatrimonio sacro del vescovo, della chiesa e dei poveri.… Le amministrazioni diocesane hanno esse origine e forza da una legge sanzionata dal sommo pontefice e dal re: a che fine? a solo fine di tutelare 'e difendere i beni della chiesa e non mai a fine di violarli, dissiparli, usurparli. Ora io che sono il presidente delle due amministrazioni diocesane, a cui si appartiene riunirle, non le ho riunite,intendo riunirle: né intendo che altri feccia le mie parti per riunirle e procedere al sacrilego sequestro Che ci sieno oppur no canonici motivi nella mia assenza o che essi sieno noti oppur no al governo, da vescovo cattolico io dichiaro che in punti di religione e in materia di ecclesiastica disciplina io non riconosco altro superiore che il supremo gerarca.... ogni sacerdote che sinora ha fatto parte dell’amministrazione diocesana se ne guardi bene per l'avvenire» E perché il vicario non volle dar seguito alla protesta, lo destituì: invitato a eleggergli un successore rifiutò: eletto dal capitolo, lo disdisse.

mensa. Desso è ingiusto è sacrilego per la notissima ed impugnabile ragione che i beni di una mensa vescovile sono il

243Non ebbero numero le sospensioni a divinis inflitte dal vescovo Sellitti lungo il suo esilio: tra sospesi fino il provicario Delzio, uomo di liberali sensi: con ufficio del 18 marzo 861 sospende altri dodici sacerdoti, senz’allegarne il motivo, ch'erano anch’essi fra più egregi e liberali cittadini che vanti il clero di Melfi. S’odano poi queste terribili parole che quel vescovo scrivea a’ 18 marzo 1861 al sacerdote Ruggiero, sol perché predicando avea dimostrato come la religione non fosse contraria alla rigenerazione dell’Italia e per la chiesa non fosse da rinnegare la patria: a noi ricordano le liberiane parole non cerco brighe eco. di Cosimo: Botta st. d'it. libro V. «Pel conto che dovrò rendere a pio ed alla santa sede mi sento nel dovere di sospendervi a divinis, come di fatto vi sospendo fino a nuovo ordine....: non uso formalità di curia, perché la forza del tradimento e la eccezionalità de' tempi non me lo permettono». Il Ruggiero, accuorato e vilipeso dalle plebe, fuggì da Melfi: ritornandovi scontrò nelle vicinanze i briganti, e ne fu orribilmente massacrato.

244 Scrivea il vescovo di Melfi, da Lecca suo luogo di esilio, alla badessa; delle Chiariste nel 6 marzo 1861, trasmettendole i suoi monitori e fulmini contro il clero. «Vi rimetto alcune mie carte per essere di conoscenza vostra e di quante persone a voi piace...., per renderle publiche. Adopro questi modi, perché il provicario. di Melfi mi ha tradito, occultando il tutto: ma che dico mi. ha tradito? ha tradito tutta la sua coscienza e sé stesso Sono sospesi a divinis tutti quei sacerdoti che han predicato nelle mie chiese dal primo giorno di quaresima in poi.... Ciò posto se il vostro confessore ha pur egli predicato è sospeso: ed oltre a ciò egli è incorso nella scomunica, se è vero di aver fatto parte dell'amministrazione diocesana strumento di una sacrilega usurpazione,» Dice r egregio Araneo Lettera 28 febbraio 1867 al sotto prefetto di Melfi, «Erano per lui le sacre vergini..... divenute tanti cursori di curia....: per più mesi non ascoltarono neppure la messa, mentre questa veniva celebrata da sacerdoti che dal Sellitti erano tenuti per sospesi, interdetti, scomunicati.

245 E’ convenne al primicerio Araneo, di scrivere al vescovo suo, il 20 marzo 1861, in questa forma u Non legalmente, ma per vie indirette, sento che voi state sospendendo a divinis molti e molli individui, e mi si dice, ma noi credo, che anch’io sia in questo numero dei segnali a dito dall'ira vostra... Voi non siete un despota, un dey, un pascià che potete a vostro modo ed a seconda delle vostre passioni sospendere a divinissiete che un vescovo: e come vescovo siete ancor voi subordinato alle leggi ecclesiastiche, civili e penali. Ora le civili attribuiscono ai vescovi la facoltà di punire gli ecclesiastici colle norme delle leggi canoniche: ma esse vi facultano a punire a ragion veduta, in seguito della trina monizione, e dietro di un processo: quindi le vostre sospensioni date a capriccio e senza formalità non colpiscono, perché date contro le leggi e con modi propri solo di voi...: fui vostro vicario e ben conoscete per prova che queste materie sono per me ovvie. Appigliatevi al mio consiglio.. di non dare in escandescenze che muovono piuttosto il riso: né vi arrogate quelle attribuzioni che per abuso vi credevate di avere, ma che in realtà non avete. Togliete di vostra mente il solo, l’unico formolario a voi tanto caro dell''ex informata conscientia, o del causis nobis notisi È questo un formulario che per la sua decrepitezza morì per estinzione di calore Voglio però aggiungervi che qualora vi saltasse il ticchio in testa di sospendere anche me senza le volute formalità, io, oltre che da ora mi protesto direttamente con voi, che direttamente mandate fogli di sospensione, ne appellerò difatto, epresentare il processo canonico, ai vostri e miei superiori...., non essendo alla fine dei conti voi un autocrate. Meglio sarebbe che rientraste in voi stesso e nella sfera de’ vostri doveri, senza ulteriormente mettere in iscompiglio, anche 200 miglia lontano, queste povere diocesi che avete flagellato per undici anni. Il vescovo non osò sospenderlo, conoscendo d’averla a fare questa volta con un buon laico.

chi non vi va al genio. Monsignore, i tempi della vostra nauseante prepotenza sono finiti... voi non così sarete costretto

246 Veggasi come il vescovo Sellitti pronunciasse poco meno che lo universale interdetto, e battezzando di empia la età nostra. Scrivea il 29 gen. 61 al provicario: «Riflettendo.... che in questi tristi nostri giorni, di troppo il protestantesimo si avanza... riflettendo che le case del Signore sono state in questi stessi giorni bastantemente profanate.... vi fo noto.... esser mia piena ed assoluta volontà, che in nessuna di coteste due. mie diocesi sia ammesso predicatore nella già prossima quaresima. E nel caso... alcun sacerdote... osasse disprezzare la mia prescrizione, incorrerà... nelle censure.... ecclesiastiche. E per maggior chiarezza di mia parte e di sua parte... io da ora (!) intendo sospenderlo dalla celebrazione della santa messa, dall’udire le confessioni...., da ogni esercizio del ministero sacerdotale sia in chiesa o fuori di chiesa, e disprezzando le censure della chiesa e queste mie parimenti, da ora (!) dichiaro pure manifestata la di lui irregolarità. Parimente voglio e prescrivo: che questa mia volontà che non permette predicatori in veruna delle mie chiese, sia estesa pure a tutti i padri spirituali e rettori di qualunque chiesa e congregazione, lo richiamo a me la facoltà finora ad essi accordata di predicare tanto in pubblica chiesa, quanto in private congregazioni, ed il trasgressore di questa mia ultima disposizione incorrerà parimente ipso facto nelle sospensioni.» Onde seguì che ogni volta predicasse un sacerdote in. voce di non odiare la patria, il popolaccio uscisse a furia dal tempio, lasciandolo deserto: gridavasi che essi profanavano i templi: e ch'erano dei porci ch'aveano riempite le chiese di porcherie, sentenze non pure di plebe ma di sacerdoti retrivi. V. nota 1 luglio 61 del clero di Melfi al ministro degli affari ecclesiastici.

247 Si legga a prova questa edificante lettera,12 novem. 1862, della badessa delle Chiariste di Melfi al cardinale penitenziere maggiore in Roma «Suora Maria Cberubina del Zio... implora il soccorso dell’em. sua reverendissima onde non abba a pregiudicare l’eterna propria salvezza, con mettere in pericolo quella delle religiose. Sono ormai, eminenza, diciotto mesi dacché questa mia famiglia religiosa geme nella più penosa desolazione per la privazione dei santi sacramenti; poiché il lodevolissimo nostro vescovo D. Ignazio. M. Sellitti da Lecce sua patria, ove ora trovasi attesa l’attualità dei tempi, fulminò censure ecclesiastiche e sospensioni a divinis non solo all'ordinario nostro confessore, ma a diversi canonici e sacerdoti del capitolo, ordinando non più avvalerci di questi soggetti sospesi sì per le odierne confessioni come per ascoltare la santa messa da loro celebrata: ma il vicario capitolare ordinò., che nella nostra chiesa venissero soli sacerdoti sospesi e non altri. Quindi quest’anno non si è potuto adempiere neppure al precetto pasquale.... Eminenza ho creduto un sacro dovere prestare ubbidienza al proprio legittimo superiore; e per questo ognuna si è contentata vivere priva dei conforti spirituali, anziché contradire bile disposizioni dei vescovo.., Mi faccia grazia illuminarmi coi saggi salutari di lei consigli.... cioè se nel caso di morie o nel tempo del precetto pasquale, posso permettere a questa religiosa famiglia avvalersi di soggetti sospesi, o pure contentarsi stare piuttosto sempre prive dei conforti della religione, e così morire. sempre eseguendo il comando dei vescovo, il quale ordinò che sì nei giorni festivi come feriali non mai si presenziasse ai divini sacrifici,sospesi; e se il così proseguire sia atto di virtuosa obbedienza» Risposta: «Sacra Poenitentiaria dilectae in Cristo Oralrici iterum transmittit Rescri ptum juxta mentem SS. Domini Mstri Pii Papae IX jam datum sub che 21 septémbris proxime elapsi, videlicet: Posse in articolo mortis, defìcienlibus sacerdotibus legitunis, pro sacramentali con fessióne facienda uti presbvtero suspènso siquidem pro ilio casu estipsi necessaria jurisdictìo. Non teneri moniales, nec posse pro adimplemento precepti paschalis uti sacerdote suspènso utpote carente jurisdictione. Esse autem virtutis obedientiae obedire legitimo superiori prsecip’enti non esse recipiènda sacramenta a sacerdote suspènso. Cetunum abbatissa curét quam maxime ut aliquis legitimus sacerdos secreto, et vestibus etiam mntatis, si opus sit ad Vitanda pericula, ut fieri solet tempore persemtionis, acceda! ad monasteri! Ecclesiam, vel ad ipsum monasterium pro sacro conficiendo, etiam in altari portatili, et sacramentis administrandis, neque timeudum, quod deus tradat bestiis animas coofitentes sibl Datum Romae ec. 24 nov. 1862.»

quando venissero celebrati da sacerdoti

248 E questo non attendemmo a dirlo oggi, dopo gli sforai del Vegezzi e del Tonello: uguali parole noi scrivemmo or fanno sei anni;Dello stato degli ordini e delle leggi di Toscana, già citata; Rivista contemporanea 1862 p. 224.

249 Scrivea il sindaco di Melfi al presidente del consiglio de’ ministri, il 14 nov. 1866. «Come rappresentante del municipio del quale sento l’indeclinabile dovere di amare la prosperità e la pace, non posso non mettere sotto lo sguardo di V. S. i motivi tendenti a turbarle e sovvertirle Essendosi qui sparsa la nuova di essere imminente il ritorno del vescovo Sellitti, una grande agitazionesi va manifestando in tutti gli ordini per esser egli esoso, non solo per le qualità personali, ma anche per essere stato sì avverso al movimento nazionale, a pro di cui hanno combattuto gli ingegni più eletti e i cuori più generosi di questa città.... Già una guerra spietata deve naturalmente sorgere fra gli eletti del clero, che fin dal 1860 travagliò a diffondere le idee di nazionalità e di progresso italiano, ed un vescovo tanto retrivo che fuggi per non affermare con la sua presenza il nuovo ordine di cose, e li maledisse, li scomunicò, ne proibì la parola con tutti i fulmini della legislazione della curia romana. Questo antagonismo sempre crescente, oggi tocca l’ultimo stadio della più tesa densità, e non potrebbe giammai aver termine per l’indole superlativamente orgogliosa e caparbia del Sellitti che in uno scoppio di fanatismo religioso, dal pergamo si proclamò un Dio e, pel facile abuso del potere ecclesiastico non sottoposto a leggi fisse, sebbene al capriccio mobile delle passioni, volea personificare in esse, non la religione divina, ma quella della propria fantasia». Di poi anche l’intiero consiglio comunale il 20 novembre 1866 espresse parere contrario al ritorno del Sellitti: ma prevalsero opposti principi; ed ei tornò secondo è detto più sopra.

250 Il ministro della giustizia e grazia il 20 agosto 1865 avea scritto all’incaricato del capitole e clero di Melfi. «Il sottoscritto ministro guardasigilli, in seguito alla conferenza che ebbe con la S. V. illustr. e rev. nell’onorevole qualità che le fu commessa di delegato del; capitolo e clero della diocesi di Melfi si pregia dichiararle: 1. che non è nei propositi del governo di consentire al ritorno nella sede di monsig. Ignazio Sellitti vescovo di Melfi e Rapolla, del quale gli sono noti oli antichi e recenti portamenti; 2. che non essendo nella esclusiva competenza del governo del re di promuovere la traslazione di mons Sellitti ad altra sede, devesi attendere che ciò riesca possibile per accordi tra la potestà civile e l’ecclesiastica... 4. che il governo del re tien conto dei savi intendimenti del capitelo e del clero di Melfi e della sacra devozione alla causa nazionale. Delle dichiarazioni sovra esposte la S. V. I. e R. ha incarico di render consapevole il capitolo e clero di Melfi.» Il, ministro Paolo Cortese al sacerdote Luigi Rubino.

251 Chi voglia conoscere in quali termini, a mo’ d’esempio, sieno tra loro il vescovo e il clero di Melfi, quei legga e ponderi la severa scrittura dei primicerio Araneo Lettera al sottoprefetto di Melfi per le vertenze fra il capitolo e clero e il vescovo 1867; già cit.

252 Ibidem.

253 Notificazione del 6 genn. 1867: «Avendo noi, per giusti ed urgenti motivi che esporremo al santo padre, disposto che l’amministrazione della parrocchia di questa cattedrale venga provvisoriamente trasferita nella chiesa di S. Maria ad Nives, avvertiamo tutti e ciascuno dei filiani a volersi dirigere nei loro bisogni spirituali al vero e legittimo vicario curato sig. canonico T. Al quale insino a nostro nuovo ordine, a contare da oggi eserciterà, nella cennata chiesa, liberamente le funzioni parrocchiali ad esclusione di qualunque altro sacerdote che vorrà osare di immischiarsene. Ignazio Maria vescovo di Melfi e Rapolla.

254 Vedi la Lettera 28 febbraio 1807, già citata, del primicerio Araneo al sottoprefetto di Melfi.

255 Ibidem. E ciò in onta che un decreto 17 febbraio 1861 del Luogotenente, richiami in vigore l’antico diritto publico ecclesiastico del reame, abrogando il concordato 16 febbraio 1818 e la convenzione 18 aprile 36 con la s. sede; i quali patti aveano inchinata la potestà civile alla ecclesiastica, anco nelle materie civili; ed abolendo pure. ogni privilegio di foro pei chierici.

256 «Lett. 28 febb. 67 del primicerio Araneo al sotto pref. di Melfi.

257 Vedi a pag. 354 n 1; e la sua Notificazione 23 genn. 1867: «Con la presente.... dichiariamo mancante di padre spirituale la congregazione di Maria Santissima del Carmine; ed ora aggiungiamo la sospensione a divinis da incorrersi ipso facto da qualunque sacerdote che osi nominarsi padre spirituale di detta Congregazione e ne eserciti le sacre funzioni, non esclusa la visita giornaliera al SS. Sacramento. Incarichiamo il sacerdote T.... acciò, fra lo spazio di tre giorni, celebrando in detta chiesa consumi il Sacramento che trova! nella pisside.»

258 Lettera Araneo 28 febb. 67, già cit.

259 Lettera del. primicerio Araneo al sottoprefetto di Melfi, 8 maggio 1867, inedita. Ei parla a nome del clero. «Giunti che fummo alla settimana santa, speravamo che tutte le vertenze avrebbero potuto avere un termine..: ci si era fatto supporre volere egli (il vescovo) intervenire in chiesa nel giovedì santo per la confezione degli oli sacri: il mercoledì però fummo cerziorati che sarebbe sceso in chiesa ma; a condizione espressa, che tutti gli ecclesiastici da lui tenuti fuori regola fossero stati villanamente espulsi anche se fosse occorso colla forza dei carabinieri (che all’uopo, senza ottenerla, avea richiesta) dal duomo al suo arrivo in esso per la sacra cerimonia; altrimenti sarebbe andato a funzionare altrove..., avendo deciso andarla ad eseguire nella meschina chiesa della laicale confraternita di S. M. ad Nives...: difetti così praticò escludendo dalla funzione tutti gli ecclesiastici che vorrebbe acchiappar nella rete del mettersi in regola. E pure avrebbe dovuto in questo giorno abbracciar tutti richiamando alla sua memoria che Cristo in questo giorno istesso, non fece dalla cena espellere un Giuda Iscariotte....! Poteva Quindi e lo dovea farci partecipi del pane eucaristico...... poiché alla fin fine non eravamo noi publici impenitenti, né su di noi erano piombate le volute censure».

260 Il primicerio Araneo al sottoprefetto di Melfi il dì 8 maggio 1807. già cit. «Pria del suo accesso in chiesa ha (il vescovo ivi spedito il canonico T...., il quale giunge tutto affannoso nella chiesa gremita di popolaccio, penetra nella sacristia, indossa gli abiti corali e la stola, ia spandere la pianeta su di un tavolo imbrandisce l’aspersorio, prende in mano il rituale.. ed esorcizza publicamente la pianeta aspergendola con replicati spruzzi... e così ribenedice la pianeta divenuta interdetta, perché nei tempi passati era stata usata da un ecclesiastico riputato dà lui colpito di anatema per essere intervenuto alla rovina del vicario capitolare!»

261 In tutto l’orbo cattolico si hanno seicento ottanta diocesi delle quali a noi ne toccano già duecento trentacinque, meglio che un terzo.. Ritenendo i credenti di Roma ammontino proprio a que’ duecento milioni che nissuno contò mai, s’avrebbero in tutto l’orbe da tre diocesi ogni milioni di cattolici, e in Italia tre volte più: beneficio che di gran cuore noi cederemmo agli ultramontani.

262 Nel mentre fra noi oggi si conta una diocesi ogni migliaio di chil. quadri, in Francia se n'ha una per ben 6547 chil.

263 Il solo Ferdinando II, lungo il suo regno, crebbe di undici le sedi vescovili quelle, di Noto, di Trapani nel 1844; di Aquaviva nel 1848; di Capaccio nel 1850; di Alife nel 1852; di Correte. di Vasto. nel 1853; di Acerra, di Sant’Agata, di Foggia nel 1855; di Troia nel 1856: a tacere de’ vescovadi di Siracusa e di Gaeta sollevati ad archidiocesi.

264 Legge 15 agosto 1867 art. 19.

265 Vedi a pag. 326 nota 1.

266 Vedi a p. 327 n. 2.

267 Colletta St. del Reame lib. IV cap,2, ove è narrata la pietosa fine del vescovo Serao.

268 Vedi a p. 327 n. 4.

269 Addurremo a prova del nostro asserto una autorità non sospetta: «i Febroniani, diceva il Passaglia innanzi il Parlamento, i Tanucciani, e i Regalisti, del secolo XVIII proclamarono. la formola di chiesa in Stato ed a confortarla si valsero della sentenza di un grande scrittore cattolico del secolo IV, sant'0 tato di Milevi, il quale, discorrendo contro i Donatisti che, spregiati i doni e. non curata la benevolenza dell'imperatore, ingrati e superbi erano usi di dire, che ha che fare l'imperatore colla chiesa? tra le altre ragioni oppose loro anche questa: ignorale voi forse che la chiesa è nella republica e non la republica nella chiesa? Vedete, ripigliarono i Febroniani, i Tanucciani, i Regalisti ed altri di simil fatta, vedete? la chiesa è nello stato e se è nello stato che ne conseguita? Senza fallo essere un’attinenza del medesimo: e perciò doversi modificare e temperare conforme alle sue esigenze.»

270 Perfino quel largo lodatore che fu il Durelli, il quale del governo di Ferdinando lodò fino le infamie, si induce a dire dei monti frumentari: «man mano raggiunsero il numero di 400, ma poco profitto se ne trasse per la infedeltà e la mala fede degli amministratori» Cenno storico di Ferdinando II p. 86.

271 R. decreto 29 luglio 1865 con cui la cassa di prestanze agrarie e commerciali, ch'era in Melfi, venne ordinata in cassa di risparmi e anticipazioni.

272 Queste cose avevamo scritte quando ci avvenne di leggere in un opuscolo, di Una rete stradale nella Basilicata, del Racioppi, della cui valevolissima autorità volentieri ci facciamo forti, «le grandi....: fiumane ingoiano ogni anno a tributo fisso lor vittime espiatorie: arrestano ogni óra i più elementari traffici della vita civile: e ogni anno alle pietose istanze ripetute e ripercosse dai consigli comunali a distrettuali, le rappresentanze provinciali allogavano in bilancio qualche miserabile migliaio di scudi a costruire un carro a raggi a guadar l'Agri o il Sinno: e ogni anno svanita l'eco dei ripercossi lamenti, quel migliaio di scudi correva invertito ad altre opere: e dopo cinquant'anni gli eterni carri a raggi restano ancora inutile ingombro al bilancio provinciale: ma l'Agri e il Sinno ingoiano ancora l'annuo tributo di vittime espiatorie.»

273 Chi scrive taluna volta andò senza o con esile scorta da un luogo a un altro: ma dové smettere parendo a quegli abitanti un'audacia così smodata, da scapitarne il prestigio di autorità.

274 Era un tal miracolo l’assenso alla costruzione o il beneficio di una via, che il comune di Grassano saputo che quella da Potenza a Matera dovea accostategli, chiese di erigere al re una lapide che eternasse la memoria di tanta grazia.

275 Né basta: per qualsiasi lieve sospetto, bene spesso simulato, di provenienze infette si rompea ogni relazione con gli stati esteri, si obligava il commercio a lazzaretti ecc. e, di soventi, erano pretesti a starnare e rendere difficili le relazioni da stato a stato, in specie eon il Piemonte. Lo collez. delle leggi e dei rescritti e i giornali delle Intend. sono pieni di manifesti e divieti di libera pratica a tutto mondo; ma li più frequenti al Piemonte, per li timori i più futili.

276 Per via d'esempio, con rescritto del 20 aprile 1883 fu ordinata la costruzione di una via che da Sapri al fortino di Lagonegro a Moliterno a Saponara a Montemurro a Corleto a Stigliano, per la valle dell’Agri, menasse a Montalbano, congiungendo il Tirreno al Jonio: e chi mai più pensò a costruirla?

277 Non solo si inventavano le strade, ma si faceano concessioni di ferrovie, quasi per burla. A mo' d’esempio chi sa che nel 16 di aprile 1858 re Ferdinando accordasse a Emanuele Melisurgo la costruzione di quella da Napoli a Brindisi per le Puglie; ed agli 8 di ottobre 1855 di compiere un tronco il quale congiungesse Salerno a san Severino?; e un’altra ferrovia, che da Salerno per Eboli, «Calabritto, Santandrea, Rionero, La Rendina, Spinazzola, Gravina, Altamura dovea andare a Taranto, fosse conceduta a' 80 ottobre 1856 a Tommaso d'Agiout? la quale poi dovea essere aperta al finire del 1862. Né se ne seppe altro: ah! no: perché ne fu strombazzato, a lode del re, quasi fossero compiute: e perfino il Durelli nella vita che di lui scrisse cinque anni ai poi, mostrando ignorare che di quelle ferrovie impalpabili non vi era segno visibile, andava in estasi ammirando come il generoso buon volere del monarca estendeva i suoi benefici e spingeva l'attuazione di ogni impresa, di ogni grande opera di comune e pubblico interesse».!

278 Che più? perfino il Durelli nella vita di Ferdinando II da per compiuta nel 1859 la via lucana la più bella, al dir suo, della provincia, che da Potenza conduce a Matera: la quale nemmeno era terminata sette anni dopo e nel trentesimo anno dal suo incominciamento!

279 E cosi la strada da Tito ad Atena fu proposta or fan trent’anni: compiuto il progetto d’arte, mai s’incominciarono i lavori; vedi il discorsoal consiglio provinciale nel 1844.

del duca della Verdura

280 S’oda questa tiritera con cui l’intendente inaugurava nel 85 il consiglio della provincia: le quali parole ti parrebbero beffarde se tu non sapessi che erano dette con la più imperturbata serietà di questo mondo; «questo giorno.... riverenti salutiamo come segnata dalla clemenza dell’augustissimo Ferdinando II, per la riunione dei consigli provinciali: istituzione che onora sommamente il bel reame. Sia dunque un tal dì dedicato principalmente ad unire i nostri rispettosi omaggi a quelli che in tutte le provincie tributansi alladorato monarca....: ad esprimere con franchezza i nostri voti fidenti nel genio creatore di Ferdinando II..., onde provengono que’ molteplici beni che ci fanno ogni dì vieppiù ammirare l'alta mente e il cuore generosissimo del gran nipote di Enrico 4°. Quali fummo e quali or siamo, da quanti hanno fior di senno ben si comprende, purché non siavi taluno che ami rimaner cieco in pieno meriggio. Son questi, o signori, degli incontrastabili fatti singolari tratti della munificenza borbonica, che, come per divina predilezione. ebbe di sagacità e di demenza ben somma dovizia...: sforziamoci di secondare dovunque coi nostri alti le intenzioni del nostro magnanimo sovrano che forte ne’ suoi decreti non seppe da questi scompagnar giammai quella singolar generosità, quella clemenza di cui la divina provvidenza volle per principal dono informarlo: sforziamoci diceva di concorrere al satisfacimento dei suoi saggissimi pensieri, delle sue altissime vedute, rivolte all’unico scopo della felicità dei suoi sudditi: sia unico il nostro pen siero come costanti e perenni i nostri sforzi, diretti sempre all’attaccamento... al re: augurando gli anni di Nestore all’adorato monarca,troppo tenera pel cuore che sente la forza della gratitudine: viva il re». Appena un uditorio di fanciulli avrebbesi meritato tante insulse o slombate gaglioffaggini.

all’augusta famiglia ed invitandovi a ripetere come la espressione

281 Dicea l’intendente Rosica inaugurando nel 58 il consiglio provinciale di Basilicata, e dopo descritte le ruine del tremuoto, neh quale erano perite dieci migliaia di umane creature: «sembrare decreto dell'Altissimo che le sciagure si spingessero quaggiù allorché principi seggono in trono (!) quasi che nella sua immensa misericordia accanto al male avesse voluto collocare il rimedio!!! Ed infatti non appena il grido dei nostri mali pervenne nella turrita Gaeta, quel grande che misura la sua gloriosa parentela con san Luigi e colCarlo.... accorse a sollevarci con quanto la potenza del re e la sollecitudine dell'amor paterno san ai più grande.... Egli... diè lo impulso a generale colletta onde più ampiamente sovvenirci (sic)...: e se contro noi stette armata la sventura de' suoi cento flagelli, contro la sventura stiè pure propugnatore il II Ferdinando, personificando in sé la provvidenza, di cui pei benefizi i dominatori della terra sono simbolo ed immagine (!) Fu perciò che con la rapidità del pensiero.... spedì tende, tavole, travi, ingegneri..., nel santo concetto che il divin culto non fosse intermesso,.... che il povero, il ferito a l’infermo si avessero alimento...: perciò illimitate facoltà per impiegare a tant’uopo le risorse dei comuni, della beneficenza, e fin quelle della provincia (!) largendo altresì forti somme per la ricostruzione delle chiese e conventi...; grazie che il munificentissimo sovrano ha versato sopra questa sciagurata provincia; potendo solò assicurare di essere state esse perenni come i benefizi del sole che tutto, illumina e vivifica.»

Né regge l’animo più oltre a cotale piaggeria verso chi, lungi dal largire egregia somma del suo, abusò invece del prodotto della carità privata storcendolo a fine diverso da quello prestabilito dai donatori: v. a pag 297 n. 2.

282 Perfino in un avviso d’asta, ch'è del 1851, ecco a qual segno si spingessero le giaculatorie delle autorità borboniche. «In esecuzione, diceva l’intendente di Basilicata, dei comandi dati dal piissimo nostro monarca, eccelso ed invitto propugnatore della vera e durevole felicità dei suoi popoli, si eseguono nel distretto di Melfi le seguenti opere; strada da Melfi al ponte Santa Venere, da Lavello a Canosa.;... I sindaci... di accordo coi parroci lo ripetano sempre ai loro amministrati» affinché profittino dei doni e delle tenere sollecitudini che vengono largite dal migliorò dei sovrani e padre, e tengano scolpito nel loro cuore a caratteri indelebili l'augusto suo nome, e innalzino fervidi voti all’Altissimo per la conservazione sua della dinastia regnante. In un avviso d’asta!!

283 Ecco, a prova, le altre parole con cui lo intendente Rosica? intrattenea il consiglio della Basilicata nel 58: «Voi già vel sapete che l'idraarrovella ancora torbida ed irrequieta a pubblica iattura. Lo stesso bel paese dove il sì suona, per ignominiosa depravazione dell'antica virtù latina, è ridotto ornai un focolare di congiure, attizzato da quanti sono i Verri, i Saturnini ed i Rulli, ripudiati dalla loro patria; e mettendo in comune le loro ire sfrenate ed i loro odi furibondi, a costituire un permanente congressod'insurrezione e di tumulto.... ad onta nostra.... e al sacro vessillo della croce..., la furente demagogia aizzata dal ligure briareo ha finanche tentato, ma invano, di surrogarvi il labaro della dissoluzione sociale non con altra fede che morte e saccheggio, non con altra ragione che il jus scelere captum di Lucano, non con filtra professione che l'assassinio, l’ateismo e l'anarchia sublimati a principio. Fu per ciò che nello scorcio dell’ultimo giugno un, perdutile Catilina, strappando dai ceppi e dalla galera un’accozzaglia di sanculotti osava sbarcare a Sapri..., ed accennava forse a contaminare la vicina pacifica Basilicata. Ma la provvidenza. non permise tanto scempio: dappoiché quel branco di perduta gente fu in un baleno disperso dalla fede inconcutibile della valorosa milizia napoletana....: l'antesignano della pazza e sacrilega impresa trovò morte.... Intanto tutta la Basilicata gareggiando di zelo che si fa più solenne quanto sublime è la causa dell’ordine e del trono che si propugna, rispose... al mio appello....; cittadini decisi a respingere la violenta aggressione senza provare altra oscillazione che un fremito d'orrore contro i ribaldi: non altro sentimento Che amore per l'ordine e devozione pel sovrano: e quel fremito e quel sentimento si ripercossero univoci e concordi dal Tronto all’Oreto e dal nebuloso Gran sasso all’ultimo Leucopetra.

della rivoluzione vinta sempre ma non stanca si

284 Ecco per via d'esempio, in qual modo il re accoglieva i voti espressi dal consiglio provinciale nella sessione del 51 «...8. Sulla con la proposizione di obbligarsi i sindaci a comunicare ai decurionati, nella prima tornata, tutte le disposizioni risguardanti affari da discutersi da essi, S. M. si è degnata rimanere intesa di non esservi luogo ad alcuno provvedimento. 10. Sul progetto di stabilirsi in ciascun comune una commissione per invigilare sulle opere pubbliche comunali, il consiglio astenevasi di votare, oltrepassando la proposizione i limiti delle sue. attribuzioni; e S. M. si è degnata rimanerne intesa. 13. In quanto al voto risguardante l'aumento del soldo ai regi giudici, a peso dei comuni, la M. S. si è degnata ordinare che non si facciano novità, 19. Proponeva il consiglio stabilimento di carri a raggi per agevolare il traffico in diversi siti della provincia intersecati dai fiumi, designandoli 1. pel fiume Agri, 2. pel Basento, 3. pel Bradano, 4. per l'Ofanto, 5. pel Sinni; S. M. si è degnata approvare il voto suddetto. 30. Si è degnata la M. S. rimanere intesa di non esservi luogo a provvedimento, sulla proposizione di esporsi in vendita, o censirsi i beni comunali» che non danno rendita; stanteché recherebbe una eccezione alla legge, senz’alcun fondato motivo l. 33. Esprimeva il Consiglio il voto. che il tratto della strada di Potenza per Pietragalla, e Spinazzola ad Acerenza, fosse compiuto co’ fondi comunali acciò destinati, adottandosi il metodo turnario; e che la manutenzione dei tratti già eseguiti, vada a carico della provincia: S. M. si è degnata risolvere che si sentano i comuni interessati. 36. Relativamente al progetto di una strada cavalcabile, per accedere al ponte sul Basento tra Pietrapertosa ed Albano, il Consiglio avvisava che il comune di Pietra pertosa si fosse uniformato alle disposizioni all'uopo esistenti, per aversene conto, nella tornata del 1832; e S. M si è degnata comandare che il presente voto sia comunicato al ministero dei. lavori pubblici l'40. Trovava il Consiglio regolare che la strada Lucana fosse condotta a fine con quei mezzi di cui lo stato attuale della provincia permettesse disporre; che le costruzioni autorizzate si eseguano con precauzione e vigilanza: S. M. si è degnata permettere che il presente voto sia comunicato al ministro dei lavori pubblici, perché ne faccia rapporto alla M. S. ! 41. Sollecitava Consiglio la compilazione del progetto di arte per la costruzione della strada da Lavello al confine della provincia di Bari, per a Canosa: avvisando di sopperirsi alla spesa di tale strada coi d. 3000 già fissati nello stato discusso e col prestito di d. 11,000 che agevolmente sarebbesi ottenuto dai proprietari del distretto allo interesse del 4 per % o meno; S. M. si è degnata permettere comunicarsi il presente voto al ministro dei lavori pubblici! 46. Secondando il voto del Consiglio, la M. S. si è degnata approvare la continuazione della sovraimposta di grana quattro addizionali alla contribuzione, fondiaria, pel servizio delle opere pubbliche!!! Ripetea il Consiglio il voto per lo stabilimento di una vettura corriera tra Napoli e Potenza, proponendo di stabilirsi un premio di d. 400 annui allo intraprenditore; S. M. si è degnata comandare che si comunichi il presente voto al ministro delle finanze

per prendere gli ordini della M. S.!»

285 S’oda perciò quest’altra giaculatoria che si osava sciorinare innanzi il consiglio della provincia nel 1855: veh! altezza di propositi e di uffici! «l'idea del divino è un elemento dello spirito umano, che in ogni tempo e presso tutte le genti ha consacrato all’onnipotente il culto che, col tributo dell’adorazione, a lui solleva le menti. E presso i popoli cristiani il culto del Signore è il principale, il più santo, il più inviolabile doverelegame dei fedeli nella sostanzialità di una sola e vera religione, uno dei fondamenti della civile società. Or se tale è l’origine; e tanta la importanza, e il fine del divin culto, tra le prime cure di chi presiede all’amministrazione publica esser dee quella di pensare allo splendore dei templi che gli sono addetti....: così il nostro augustissimo sovrano che con sublime esempio tende indefessamente alla osservanza della nostra sacrosanta religione. con rescritto del 5 agosto 54 si degnò ordinare che i consigli provinciali per le chiese di patronato comunale domandassero nel bisogno un aumento su le grana addizionali».

che forma il

286 A noi piace, dimostrarlo non con altre parole, che quelle con cui in pubblici rescritti, a mo' d’es. quello del 22 maggio 44, s’avvilivauo i funzionari, poco meno che battezzati oziosi o malviventi e camorristi, e messi a pari di servitori: «II re, si legge nel succitato, è malcontento in generale della poca e negligente cura che gli intendenti e sottointendenti pongono nella scelta de’ sindaci, eletti, e decurioni; arbitrio che permettono esercitarsi dalle segreterie delle intendenze e sottointendenze; dell’abbandono in fine dell’amministrazione. É volontà ferma del re che i funzionari publici sieno convinti che i soldi, le onorificenze, le distinzioni non sono per essi un beneficio gratuito e molto meno una sine cura. Servitori del re e dello stato, a questo solo titolo sono stipendiati, ed onorati Ha infine ordinato il re che si richiami a stretta e severa osservanza il prescritto dal real decreto de’ 4 ottobre 1832 per le ingiuste esazioni degli impiegati subalterni, non dovendo cadere nel suo real animo il sospetto, che questo si avveri negli impiegati di gradi superiori.» !!!

287 Di vie comunali si calcolano in Italia sessantasettemila duecensessantasei chil.: le provincie napoletane vi partecipano per cinquemila seicennovantanove: e quella di Basilicata per sessanta.

288 Su di novemila e trentadue chil. di vie provinciali in tutta Italia, la terra ferma dell'ex-reame appare per tremila e quattordici, e la Basilicata per soli duecensessantasette chil. e m. 999!

289 Venne deliberato dal parlamento, a proposta del ministro Peruzzij nel gennaio del 1864.

290 Ed a ragione essi che oltre di que' tronchi fruiscono di già di quante strade annovera la regione: e sono quelle da Potenza a Vietri e ad Auletta (56 chil. ) e di poi a Salerno: da Potenza a Vaglio a Tricarico a Grassano a Grottole a Miglionico a Matera (120 chil) e dipoi ad Altamura e a Bari: da Potenza ad Avigliano ad Atella (48 chil. ): e da Atella a Rionero a Barile a Rapolla a Melfi all'Ofanto (chil. 36): e di la ad Avellino.

291 Materano ha oggi la sola via che da Potenza mena a Matera, detta Lucana, su cui il Basento impedisce l’accesso a tre quarte parti dei comuni di quella provincia.

292 Completata però sia la strada che da Potenza per Acerenza, Genzano e Palazzo va a Spinazzola; e l’altra da Ruoti a Bella, Castelgrande e Pescopagano; e con brevissimo tratto Forenza sia congiunto alla strada di Avigliano, non vi sarà nel Melfese un comune da cui non si possa accedere o a Melfi o a Potenza in strada ruotabile.

293 Il Lagonegro ha h strada nazionale delle Calabrie che in un angolo la taglia per quattro soli comuni e de' meno popolosi, e il Sinni, l’Agri e molteplici torrenti vi impediscono l’accesso a tutti gli altri; e l'altra che da Sapri per la valle del Sinni tocca solo Latronico, Senise, Colobraro e Tursi per passare nel Leccese, ed incontrare 1# strada ferrata di Taranto, quando che sia!

294 Dice il Racioppi, di una rete stradale in Basilicata, scritto il 30 aprile dopo il rifiuto del milione e quasi ne dia la ragione «tirate da ponente a levante una linea retta che passi per la capitale della Basilicata: ed essa seguirà pressoché parallela il corso del Basento. Così idealmente divisa, due terze parti della provincia rimangono al sud della linea stessa, un terzo a un dipresso ne resta al nord. Ed in questa partizione che cosa vediamo noi? Vediamo questo di singolare nota degno; che al pord della linea suddisegnata incominciano, si sviluppano e terminano le uniche e sole quattro strade provinciali; cioè Potenza Matera Altamura: Potenza Pietragalla Spinazzola: Potenza, Avigliano, Melfi: Potenza. Vietri, Auletta. Ma al sud di quella linea ideale l’occhio scorre spedito e non vede di strade provinciali o comunali né manco un chilometro. A codesta massa di strade, che si sviluppano per 200 miglia a un bel circa, tutta intera la provincia ha contribuito coi ratizzi comunali e colle grana addizionali al tributo fondiario: ma quella metà e più della provincia stessa, che resta al sud del Basento e non ha strade di sorta,contribuito e contribuisce alla costruzione e mantenimento di esse per tre quarte parti della spesa e sono ormai SO anni. Non è dunque ingiusto clamore o pretensione irragionevole se i poveri assetati delle rive dell’Agri o del Sinni, della Salandrella o del Serapotamo, del Sauro o del Sarmento chieggano ai toro fratelli del Basento o del Bradano, della Rendina o della Tiera che facciano ormai il sacrificio di star contenti ai loro 400 chil. ai strade carreggiabili e per giunta alla ferrovia de) Basento, e siano inveite sì buoni di sovvenire dei loro aiuti fraterni i figli secondogeniti e finora dimenticati dalla madre comune.»

ha

295 È notevole questo fatto: il Durelli nel volume ch’ha per titolo Cenno storico di Ferdinando II, raccoglie. tutti i benefici sparsi da lui con larga mano a beatificare le avventurate regioni della sua corona: e tant'è la forza del vero, che strangola questa volta lo scrittore, gli è duopo tacere quasi sempre di Basilicata e riconoscere ch’ella fu ognora la più derelitta e invisa al governo.

296 La lunghezza di queste vie in Basilicata è di cenventotto chil. Si ponga a fronte questa cifra con quella delle nazionali nella terraferma dell'ex reame, di due mila e cinquecentocinque chil., e con le tredici mila novecentoventitré, che a tante ascendono quelle di tutta la penisola, e s'avrà ragione dei sacrifici che dalla Basilicata, s’addimandano ad allungare le proprie vie.

297 Perfino dei tempi di Carlo primo dei Borboni di Napoli scrive il Colletta St. del Reame lib. I, c. 4 «non vi erano vie provinciali o comunali tanto per difetto di strade regie, quanto per fraudi ed errori dell’interne amministrazioni.» E altrove, dicendo del regno di Ferdinando IV, lib. VI, c. 1, le comunità pagavano, per far nuova strade, tasse gravose, rivolte oscuramente ad altri usi o capricci del re e dei ministri.».

298 Tale fu detta da quella buon' anima o fior fiore di pontefice che fu Gregorio XVI.

299 Ell'avrebbe dovuto essere al termine fin dal 1866.

300 Con legge 25 agosto 1863 venne conceduta la costruzione di questa linea dalle foci del Basento, lungo la sua valle, fino alla longitudine di Potenza, a’ sensi dell'art. 21 della convenzione annessa alla legge di concessione: l'apertura dovrebbe aver luogo il 25 agosto 1868!! E per la legge 14 maggio 65 veniva decisa la costruzione di un tronco, che a quel primo facesse seguito, da Potenza ad Eboli per Contursi: ed anch’esso ai termini dell’art. 3 della convenziono stipulata con la società delle Calabrie sicule dovea essere compiuto ai primi di giugno del 1870. Per ambedue i tronchi, vennero compiuti gli studi: ma come vollero le vicende della società costruttrice non si andò più oltre.

301 V. a p. 387 n. 2 intorno alle vicende delle concessioni di ferrovie regnando Ferdinando II.

302 Quel ch'è più singolare, nelle bugiarde statistiche del governo borbonico s'annoverano i legni entrati ed usciti dai porti di Montalbano e di Pisticci, e fin di Tursi ch'è lungi dal mare da 21 chil.; così oltre alle cifre s' alterava la geografia, s'inventavano i porti: noi crediamo che i cortigiani di Caterina II non giungessero mai a tanto! Vedi il Conto reso a S. M. del ministro dell'interno pel 1850; ibidem pel 1853.

303 Dai Registri di Fed. II del 1239 risulta ch'ei fece lavori a Torrammare, ch’è la odierna Torra di mare tra il Bradano e il Basento; Racioppi Di una rete ecc.

304 Regnando il Borbonide, perfino il servigio postale tra Potenza e Napoli, od ai capoluoghi Matera, Melfi e Lagonegro non seguiva, che due volte a settimana; decreto 30 ag. 1832 dell’intendente di Basilicata.

305 Scrivea il ministro dell'interno, il 16 Giugno 52, all'intendente di Basilicata quasi a beffa od a improvvisare industrie che non c’erano «... impegnando il suo zelo e la sua operosità affinché le produzioni di cotesta provincia, sieno esse opera del lavoro di privati uomini o del lavoro di publici stabilimenti di qualunque natura diano tali saggi del loro avanzato e fiorente stato che meritino la pubblica ammirazione e la benemerenza di S. M.» E l’intendente alla sua volta, non sapendo ove dar il capo per cotali saggi da meritare la publica ammirazione, scrivea il 21 giugno 51 «i proprietari d’industrie e manifatture, i prof. di belle arti e qualunque altro valente artefice o macchinista che esistessero nei comuni della provincia si occuperanno fin da ora a preparare degli oggetti... che potessero rendersi degni della publica ammirazione, e dei tratti della sovrana munificenza»!!

306 A mo' d'es. da venti e più anni erano i lanifici e i setifici protetti da dazi che guarentivano oltre il 30 010 ai fabricanti, eppure nessuna miglioria in quelle industrie: ognora stoffe le più grossolane.

307 «Pressoché tutti erano dati in privativa: il che era come dire che le dogane vi fossero per un solo, ed il commercio lo facessero soltanto i benevisi. Fra le tante, noi ricorderemo la privativa per la fabbricazione de’ fiammiferi, e quelle per una special costruzione di mattoni e tegole, per la vendita delle catene galvano elettriche reumatiche, per la fabbricazione di calze a macchina, per la costruzione di parafulmini, tutte concedute nel 1852: e nel 1853 s’ebbero quelle per la macerazione delle canape e del lino, per la filatura de’ stracci di lana, per la fabricazione dei tutti in cotone e in seta: e fino la lavorazione di letti elastici, fin la industria di corriere e diligenze, fin la compilazione del calendario venne data in privativa perpetua: ed anco si osò concedere per un quinquennio ad un solo il privilegio della industria de’ tutti in seta e cotone: il che fu nel 1854. Cosi nel 56 si concedé privilegio per cinque anni a un solo di introdurre la manifatturazione delle lane renaissance. E del pari, nel 1859, la fabricazione a vapore di tele di Olona per navi venne data in privilegio per altri cinque anni ecc.

308 Si facevano contratti con Tizio o Caio onde fornisse, per dieci anni o più, questo o quel genere; ed ei solo potea venderlo allo Stato. A riprova leggesi in un dispaccio dal ministro di guerra e marina a quel dell’interno, del luglio 1852. «In occasione di essersi superiormenteSovrana risoluzione dei 5 ottobre 1844 trovasi fissato con l’art. 3 del vigente contratto biennale stabilita col negoziante V. B. la somministrazione alla 1. 2. 3. 4. e 6. direzione di artiglieria, non che al Real opificio di Pietrarsa di svariati generi, fra quali il rame suddetto; che durante un siffatto contratto debba il provveditore esclusivamente fornire tutti i generi contrattati senza alcuna latitudine al regio governo di potersene altrimenti provvedere.

disposto lo acquisto all’estero di 300 cantaia di lamine di rame per costruzione di capsule, ho,fatto presente a S. M. il Re che, in conseguenza della

309 «Se paese dovizioso è quello che paga meno, dice un arguto magistrato, le steppe della Russia e le lande dell'America dovrebbero essere i paesi più floridi e ricchi, e Inghilterra e Francia poverissimi»; Sacchi II seg. gen. delle finanze di Napoli dal 1. aprile al 31 ott. 1861..

310 Tra le altre volte con decreto 27 Dic. 52, «veduta la scarsezza del ricolto delle civaie, ec. fu «sino a nuova disposizione vietata l'estrazione dei fagioli, dei ceti, delle fave, lenticchie, cicerchie, granone e patate, sugna, lardo, sevo»: e con altro decreto di quello stesso giorno «attesa la scarsezza della produzione dell'olio di oliva e la necessità di provvedere in modo che lo stesso non manchi alla interna consumazione e moderato ne sia il prezzo» fu stabilito un dazio di estrazione di 4 ducati a cantajo se condotto da legni nazionali e di 6 con legni esteri: quel dell'importazione diminuito da 8 ducati com'era prima, a 4. Ai 21 sett. 1853 vietossi poi l'esportazione delle castagne; a 4 marzo 1854 Quella delle patate; e chi più ne vuole ne cerchi. Scrisse già il Colletta., SI. del Reame I,3, del regno di Carlo Borbone: «Le mercanzie nostre erano i frutti della terra che l’annona serbava e marciva nelle cànove. Ogni vento, ogni meteora facevano temere scarsezza di alcun prodotto; e si impediva uscire le biade, gli oli, il vino, sole materie che ci abbondino.

311 R. decreto 23 giugno 1860 «Considerando che una straordinaria esportazione di numerario apporterebbe, nelle attuali condizioni del corso dei cambi e del prezzo dell'argento, una diminuzione nella quantità delle specie metalliche necessarie per la circolazione del regno...... 1° E proibita provvisoriamente l'esportazione di ogni specie di monete e verghe metalliche di oro e d'argento»!!

312 Vedi a pag. 419 n. 3.

313 Leggesi nel Conto Reso del ministro dell'interno pel 1883 «6’ incaricavano gli intendenti con le ministeriali de’ 26 ott. e 6 nov. a vegliare perché i mercati e le piazze non mancassero di grani, di granone, di pane e farina e di altre civaje necessarie alla sussistenza delle popolazioni, e di reprimere con energia le macchinazioni del monopolio. le frodi e gli abusi tendenti ad elevare fuori di misura. i prezzi e creare allarmi e timori di penuria!! E con quella dei 29 dello stesso mese si prescriveano norme generali per procurare efficacemente l’affluenza de' cereali ne’ mercati e in mezzo alle popolazioni, romper potentemente i monopoli, sventarle frodi e gli abusi e calmare gli allarmi e timori circa il difetto de’ grani.» Vedi poi, a compimento, la nota che segue.

314 Ascoltasi le teorie economiche del governo Borbonico ed i giudizi suoi in questa peregrina circolare dell’intendente di Basilicata dei 16 nov. 1853, ai sindaci. «Non la scarsezza certamente, o l’assoluta deficienza delle derrate in questa provincia, ma la sozza speculazionedetestabile cupidigia dello smodato lucro, e l'esecrato monopolio ha potuto gittare nelle popolazioni il falso allarme che di generi si difettasse Oltre a ciò nel regno di Ferdinando, l'ottimo, il religiosissimo fra i re, (D. G.) non vi sarà mai mai a deplorare quello che ora ingiustamente.... ei teme. I suoi saggi provvedimenti, energici, figli solo di quella innata e paterna sollecitudine con cui veglia sui bisogni dei tuoi amatissimi sudditti, han fatto sì che i grani e le derrate non escono dal suo reame, e vengano invece facilitati gli sbarchi di grandi masse, già succeduti ne’ diversi littorali, indipendenti dagli altri di più centinaia di migliaia di tomoli prossimi ad arrivare. Premesse queste verità assiomatiche, mi è forza di richiamare l’attenzione delle SS. LL. sul servizio dell’annona ne’ rispettivi loro comuni. Nelle attuali circostanze in cui il monopolio aei generi tende a far mancare momentaneamente il pane nelle piazze, il grano nei mercati e ad aumentarne il prezzo, elleno opreranno di vegliare che le mene di esso sieno sventate! S’impegneranno con tutta la sagacia a conoscerne gli autori, i complici, e passarmeli, onde prendendo su di essi i più severi temperamenti possano istantaneamente vedersi troncare le loro malnate speranze di poter meglio padroneggiare sui pubblici bisogni. Veglieranno nello stesso tempo che il pane, il grano, e le civaie sieno affluenti nelle piazze e ne mercati. La inerzia dei funzionari locali, la loro noncuranza, il poco o nessuno interesse per questa importantissima branca di pubblico servigio, accennerebbero con dìspiacere la poca morale di ciascuno, e fori’ indizi mi porgerebbero ch'essi o favoriscono il monopolio, o fon parte degli ingordi specolatori.... Aprino, con lodevole disinteresse e sentita filantropia, i foro limitati magazzini alle rispettive popolazioni, con prezzi minori dei correnti; e provvedano con indefesse cure alla pubblica panizzazione, facendo così onta a que VIII che troppo scandalosamente si son negati a somministrarli. Sottoscrivano...... volontariamente notamenti per vistose quantità di generi, onde tenerle in serbo e somministrarle, a seconda del bisogno e delle richieste, ai propri concittadini.... Gareggi ognuno....... per tener sempre assicurala la vendita del pane pei pubblici bisogni, per fugare i panici timori, e per indagare finalmente e scovrire gli autori del monopolio.»

piuttosto, la

315 Infatti anco più lustri di poi convenne al prefetto di Basilicata di scrivere ai sindaci il 5 nov. 61 «Da qualche tempo alcuni sindaci ragguagliando il prefetto e i sottoprefetti di timori manifestati dalle popolazioni di vedere nel prossimo inverno scarseggiare i cereali sul mercato o incarirne soverchiamente il prezzo, vengono chiedendo provvedimenti annonari. Come mezzi migliori eglino suggeriscono a questo riguardo che venga vietala la esportazione dei cereali, eppure che siano richiamate in vigore le prescrizioni che si «levano emettere dal cessato governo.»

316 Scrivea ai 5 nov. 61 il prefetto di Basilicata alle autorità minori e ci duole il dover citare un errore di un uomo egregio, e certo. più che a lui, dovuto a chi gli stava dintorno. Né dubitiamo punto ch'ei rileggendo queste parole non sia per convenire sul giudizio che ne tacciamo: «Ravvi ancora un terzo mezzo di provvedere ai casi presenti, il quale alquanto si avvicina alle misure annonarie invocate, ed è per verità il migliore ed il più efficace; è quello al quale potrebbero ricorrere con frullo le amministrazioni zelanti del pubblico bene. I municipi acquistino quanto grano è necessario per provvedere ai bisogni della classe povera durante l’inverno, ed a questa lo rivendano ad un prezzo moderato. Se il prezzo del grano è tale da potersi rivendere al costo nulla vi sarà di perduto, ed i municipi altro non avran fatto che anticipare te somma;

se si crederà necessario di rivenderlo ad un prezzo alquanto minore di quello dell’acquisto, i municipi sopporteranno la differenza, e faranno appello alla carità privata perché vi sopperissca colle sue offerte. Qualora i comuni non potessero per ora sborsare la somma occorrente per l'acquisto del grano, potrebbero intanto pagarne l’interesse ai venditori. «Così non parendo si temesse che la ricerca de' grani n’alterasse subito i prezzi, e quel ohe pel municipio fosse il costo, superasse di già il prezzo a cui l'avrebbero ottenuto, da per loro, gli indigenti: e peggio poi ce al costo s'aggiungesse l'alea del fido e l'interesse del capitale. Onde. quasi a conclusione, ne piace di citare queste peregrine parole di quel fort'ingegno del Fossombroni: Un governo fa troppo poco, quando non fa nulla per regolare i pressi delle cose; per fare abbastanza dee assicurare il publico che non farà mai nulla in quel senso, e specialmente nel commercio delle sussistenze.»

317 Leggesi nel Conto reso del ministero dell’interno pel 1853: «A 12 di novembre si prescrisse obligarsi i proprietari egli incettitori di grani e granoni a tenerne in serbo una quantità sufficiente pei più estesi bisogni del consumo delle popolazioni del proprio comune, rimanendo liberi a disporre del resto come lor meglio aggradisse!!... Si prescrisse che dopo il serbo de' grani e de' granoni ne casi e nei luoghi dove ne fosse bisogno, al rimanente si lasciasse libero il corso per quei mercati che più ne aveano mestieri (cir. 7 gen. 1854)».

318 Scrivea il prefetto di Basilicata il 5 novembre 61. «Arbitrariamente certe offerte volontarie di cereali s’imponevano ai proprietari produttori i quali si obbligavano a conservare una porzione di loro prodotti, per venderli nel comune durante l’inverno al prezzo corrente nelle piazze.»

319 Scrivea l'intendente di Basilicata al ministro di polizia il 10 aprile 1854 «Agli statuti annonari si dà la maggiore esecuzione coercendosi, con adatti mezzi, i presi da sentimento di inoltrata speculazione a concorrere con giusta indennità al publico bisogno: non manca chi non volontariamente a tanto si presta; ma ci è tantosto Indotto dall'autorità». Così si stupravano perfino i commerci e la libertà loro, ch’è donna.

320 La Basilicata è tra le undici provincie del regno che nel 64 non offerì indizio della industria de filugelli. V. statistica del regno, trattura della seta, anno 1864. -

321 Il prezzo delle derrate cresce così di circa un 12 a 18 per % del costo di produzione per il trasporto.

322 Vedi, negli Annali civili del regno, i Conto-Resi a S. M. del ministro dell'interno.

323 Per quanto la Basilicata soverchi tant’altre provincie per lunghezza di costa, nissuna scende a sì vile cifra di proventi marittimi.

324 E basti che sopra di cinquantanove provincie nissuna altra delle marittime o di confine offre così meschino o nullo provento

325 A ragione poi di superficie toccarono nella penisola, per. media, da mille ottocentrentasettc lire di prestito ad ogni chil. quadro; e in Basilicata solo ottocenventisette: inferiorità che è superata, soltanto, sovra di cinquantanove provincie, da quelle di Campobasso, Cosenza, Foggia, Sondrio, Grosseto e quelle di Sardegna.

326 Ogni altra provincia italiana supera sì vile cifra all'infuori di quelle di Campobasso, di Cosenza e di Teramo. A seconda poi della superficie, s’hanno in Basilicata ottocensessantanove lire di ricchezza. mobile,per ogni chil. quadro; anco da ciò ella è, meno Grosseto, la più misera di ogni altra provincia; onde la media ricchezza mobile in tutta la penisola è poi valutata di quattromila cinqueeentoquindici lire ogni chil. quadro, cioè da sei volte più che non abbia, la Basilicata.

327 Come questa cifra sia al disotto di quella che offrono cinquanta altre provincie italiane, e quali sieno le otto sole che vincono perfino tant'umiltà, noi dicemmo a pagina 31 nota 3.

328 A sì vile cifra giunge solo nelle provincie di Sardegna e in quelle di Grosseto, Sondrio, Arezzo, Perugia, Pesaro e Urbino: tutte l'altre avanzano in ciò di gran lunga la Basilicata.

329 In ragion di superficie, per ogni chilometro quadro s'hanno in Italia da ottomilaottocentotrè lire tra la rendita fondiaria e la mobile; e in Basilicata appena tremila e quattro: sopra di cinquantanove, le sole provincie di Grosseto, di Sondrio, di Sassari e di Cagliari n'offrono ancora di meno.

330 L'umiltà degli abitanti di Basilicata, a confronto dell'altre cinquantotto provincie, è in ciò solo vinta dalla condizione di quelli di Sondrio, di Cosenza, di Chieti, di Teramo, di Campobasso, di Aquila, nelle quali non è raggiunta nemmeno quella cifra.

331 In tutta Italia solo gli abitanti delle provincie di Teramo, Cosenza offrono cifra anco minore di quella dei nati in Basilicata.

332 Anco in ciò la regione nostra è al di sotto di tant'altre: solo gli abitanti delle provincie di Reggio, Cagliari, Lucca, Pesaro e Urbino, Ravenna, Siena consumano anco minore quantità di sale.

333 Tanta umiltà, in tutto lo Stato, è solo vinta da quella degli abitanti di Benevento.

334 I soli che in Italia rimasero nel 66, anco al di sotto di sì umile consumo, furono i nati nelle provincie di Massa e Carrara, Milano, Modena, Piacenza, Parma, Reggio d'Emilia, certo per le ragioni della guerra, e Teramo.

335 Tra i proventi del dazio consumo, del tabacco, del sale, delle polveri e delle dogane s'ebbero nel 66 in tutta la penisola quasi undici lire a testa: e in Basilicata nemmeno quattro: nissuna provincia della terraferma italiana, su di cinquantanove, scende a tanta umiltà di consumazioni.

















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