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Pubblichiamo uno dei tanti documenti di marca liberale consegnati alla Commissione Massari sul brigantaggio. Nonostante sia palesemente antiborbonico, l'autore mette in evidenza diversi problemi che si trova ad affrontare il nuovo stato, molti dei quali causati dalle scelte governative fino ad allora fatte. Riportiamo alcuni stralci:

Ecco quel che dice questo popolo, abituato a pagare discreti tributi; abituato ad andare con l'oro in mano di giorno e di notte, per le città e per le campagne, per le selve e pei monti, senza che alcuno glielo prendesse; abituato infine a vedersi, in compenso delle imposte che pagava, garentito e difeso, nella proprietà e nella vita dalla publica forza.

[…] Uno dei più gravi motivi, che costò ai Borboni la perdita del trono, fu la sistematica opposizione dei pubblici funzionari nel far  giungere al Principe i reclami del popolo. Si parli chiaro, per Dio! se non si vuol tradire la patria.

Ove la impetuosità di volere unificare le diverse amministrazioni non ci avesse costretti a farci accettare per buone le leggi del Piemonte, non ci troveremmo ora in cosi commiserevole posizione.

Il giorno in cui le camere prendendo a disamina i diversi sistemi amministrativi dei caduti reami d’Italia, li meneranno a riscontro con quelli delle nazioni più civili di Europa, e sciogliendo spassionatamente il buono ed il meglio dovunque si trovi, ne formeranno una legislazione novella.

Buona lettura e tornate a trovarci.


Zenone di Elea - Luglio 2014

SUL BRIGANTAGGIO DELLE PROVINCE NAPOLETANE

OSSERVAZIONI PER

Fabio Carcani fu Domenico

DA TRANI

TRANI — Tipografia Cannone

1863

Alla onorevole Commissione parlamentate d'inchiesta sul brigantaggio.

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

I.

Dopo aver ledo attentamente il rapporto fatto dal deputato Mosca, membro della commissione, intorno alle cause, che lian fatto nascere e progredire il brigantaggio nelle province Napoletane, ed ai mezzi che esso propone per distruggerlo, io mi sono deciso di presentare alla onorevole commissione la breve rassegna dì talune mie idee, le quali, allontanandosi in qualche parte da quelle espresse nulla relazione suddetta, potrebbero forse mettere sopra altro cammino la inchiesta, per rinvenire la cagione vera di questa piaga cancrenosa, che a poco a poco và distruggendo la vitalità del governo italiano, attaccandolo nello elemento più essenziale alla sua esistenza, qual è quello della sicurezza publica nelle sue più vaste o ricche province.

Animato dai sentimenti del più sincero attaccamento per la causa dell'unità nazionale, io scriverò, siccome si addice a libero cittadino, franche parole, nulla curando la dispiacenza di coloro che per avventura meriteranno la mia riprovazione, perocché penso essere debito di ogni uomo onesto propugnare per la salvezza della patria a fronte di ogni umano riguardo.

Possano le mie opinioni arrecare un qualche bene a queste infelici province, mal sin ora studiate, mal comprese, e talvolta anche dai suoi stessi figliuoli tradite.

Possano concorrere ad agevolare l'unità italiana, già compromessa e vacillante nel concetto delle nazioni, ne' calcoli e nello speranze dei Principi, e per sino nella fede dei suoi popoli istessi, sconfortali più dai rinascenti errori de’ governanti, che dal malvolere degli animi loro, i quali dettero il più splendido attestato di concordia, e di senno politico e civile nel solenne risultato della nostra unanime e pacifica rivoluzione.

La relazione fatta dal Mosca, nella seduta segreta della Camera elettiva, comincia ad attribuire la gravità e durata del brigantaggio a cagioni complesse, più sociali che politiche, le quali, senza determinare, esso và svolgendo, più o meno spiccatamente, nella enumerazione de’ rimedi preventivi e repressivi, che propone per distruggerlo. li punto culminante del suo rapporto i; quello in cui accenna ad un'atroce antagonismo fra i proletari, ed i proprietari delle campagne Napoletane. perché quelli, esso dice, non aurora persuasi per prove materiali dell'utile delle nuove istruzioni per loto, e della benevolenza del governo Italiano p e' loro interessi, credono l'attuale governo quello della classe proprietaria, de’ galantuomini, e cosi si figurano che i loro interessi e rappresentanti sieno stati sconfini e vinti con la dinastia caduta.

Sventuratamente il relatore sig. Mosca non è stato molto felice nello studio della nostra situazione, non si è reso un conto esatto della rivoluzione quivi avvenuta, ed il significato sociale, ch'esso à credulo di cogliere, è contro la logica delle idee, e quella ancora più ineluttabile de’ fatti.

Io quindi comincerò a dimostrare l'errore del sig. Mosca, verrò poi ad esporre le cause, alle quali, a mio modo di vedere, delibasi attribuire il sorgere, ed il progredire del brigantaggio, ed infine farò l'analisi de’ rimedi proposti dallo esimio relatore, per esaminare quali realmente potessero essere opportuni e giovevoli alla pronta repressione di quello, senza crearti novelle dispiacenze e danni maggiori.

Porto fiducia, che l'onorevole Mosca vorrà perdonarmi se io abbia ardito attaccare in qualche parte le sue opinioni, inspiralo dal desiderio di rendere un servizio al paese: — bene o male ch'io dicessi, la carità di patria farà lacere ogni altra passione.

II.

Quando lo grandi proprietà erano concentrate nelle mani de’ ricchi, che di proprio conto le facevano coltivare, allora il proletariato, costretto a vivere del lavoro, locava la sua opera a quelli per qualunque discreta ragione gli s'imponeva, e mentre gli gocciolava dalla fronte il sudore della fatiga, gli germogliava nel cuore un odio segreto contro quella parie, poco onesta, della signoria possidente che in compenso del lavoro gli gittava, quasi per grazia, uno scarso tomo di pano, non bastevole spesso a satollare la meschina la miglia.

Però già da molti anni l'agricoltura napoletana aveva subita delle fasi notevoli, che a poco a poco avevano distrutto Io antico sistema.

Le coltivazioni, accresciute mercé le grandi dissodazioni eseguile, avevano fatto restringere i pascoli, diminuire gli animali da fatiga, ed accrescere degli uni e degli altri considerevolmente i valori.

Fattasi, per tal modo, più necessaria l'opera delle braccia, scambiossi allora la posizione, e furono i proletari, che vennero ad imporre alla classe proprietaria il prezzo del lavoro.

Rimasta, per siffatta ragione, fuori equilibrio la vecchia industria agricola, si passò, quasi generalmente, ad un novello sistema, a quello cioè. delle locazioni, e delle colonie temporanee, e cosi l'antagonismo tra le due classi fu distrutto, la proprietà divenne sorgente di ricchezza diretta per entrambe, e nuovi vincoli d'interesse e di contentezza amorevolmente le avvicinò, le pacificò, e le strinse.

Da quel momento la condizione del proletariato migliorò anche sotto lo aspetto morale, perocché i padri di famiglia che avevano preso in affitto una piccola quota di terreno, nelle vaste temile divise dai proprietari, adibirono su di essa anche l'opera dette toro donne, de' loro figliuoletti, i quali per lo innanzi rimanevano a casa dannali ad una vitti misera ed ignava: l'amore pel lavoro crebbe, si generalizzò; l'agiatezza si diffuse nelle masse, e queste finirono coll'essere grate a quei grandi possidenti, che, con il nuovo sistema introdotto nella industria agricola, avevano di tanto migliorato la condizione delle loro infelici famiglie.

Si videro tosto le campagne popolate da gente di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione: i rapporti tra i proprietari ed i fittajuoli furono facili e frequenti, ed i primi avendo guadagnalo la illimitata fiducia, k riconoscere affezione, e la stima sincera degli ultimi cominciarono da quel momento ad esercitare su di essi la più grande influenza, ed il più efficace ascendente.

Invano i settari, i garibaldini, gli emigrati reclamano esclusivamente a loro la gloria de’ maraviglio si risultati della nostra rivoluzione; essa in maggior parte và dovuta al senno, ed all'opera de’ più grandi proprietari di queste province: senza il loro leale ed influente concorso ventidue milioni d'Italiani non sarebbero ancora uniti, Garibaldi con i suoi prodi non avrebbe fatto una marcia trionfale dall'estreme Calabrie a Napoli, le città non sarebbero stato scevre da guerre intestine, Vittorio Emmanuele non avrebbe ancora assunto il titolo di Re d'Italia.

Guardate al fenomeno che si è presentato in ogni città, in ogni villaggio, io ogni borgata, in quel memorando giorno del plebiscito, e vi convincerete della verità delle mie asserzioni. ]1 popolo mutolo e curioso si avvicinava alle urne, si aggirava intorno incerto e guardingo, talvolta pure minacciante, sino a quando non si presentarono a quelle i maggiorenti del luogo, i proprietari più ricchi, dopo che questi ebbero deposto il loro — SÌ — fu un accorrere pronto e spontaneo, cessarono le incertezze ed i sospetti, si rabbonirono gli animi, e la tranquillità e l'ordine regnò da per tutto.

Il nostro popolo è ignorante, ma esso è una logica naturale di una forza inespugnabile. Il suo concetto e, che colui che più possiede à più timore di perdere, quindi, in ogni caso in cui possa dubitare di una compromissione, non ascolta altro consiglio, non imita altro esempio che quello de’ principali possidenti del luogo.

Guardate ai fatti che si sono avverati durante il periodo della dittatura, quando questo province erano rimaste nello stato più anormale che possa immaginarsi, e direi quasi assolutamente anarchico, ogni qualvolta per gli eccessi di qualche perturbatore le città furono messe in tumulto, non valse la imponenza delle autorità, non valse l'intervento della forza pubblica, ma basto solo la presenza dignitosa, la voce calma ed amica dei più ragguardevoli proprietari del luogo, per rimettere l'ordine, e restituire la pace.

Tutto ciò certamente và dovuto alla comunione dogi' interessi, che oggimai esisto tra le due classi: i proletari sono convinti, che i proprietari sieno presso l'attuale governo i rappresentanti dei loro diritti, e delle loro ragioni: la docilità alle insinuazioni di qucsti è la espressione della fiducia, che quelli ripongono nei galantuomini.

Nè davvero poteva succedere in un modo diverso, poiché, tolto poche eccezioni di città le quali raccolgono una grande classe di commercianti, e d'impiegati, lutto il resto sono popolate da fittajuoli, salariati, ed artigiani, che, in generale, traggono il loro sostentamento dalla classe proprietaria, da questa classe, che rappresentando la ricchezza del paese, ne rappresenta pure i più grandi interessi.

Ma d’onde muove, mi si potrà richiedere, tutta questa simpatia, tutto questo concorso della classe proprietaria per la causa della unita italiana?. . . Risponderò francamente: — la classe proprietaria, tranne pochissime eccezioni, non è una classe di uomini politici, ma piuttosto di uomini utilitari; por essi è indifferente se il ile appartenga a questa o a quell'altra dinastia, se provvenga da Italia o dalle Antille, se abbia una storia od un' altra, il miglior Re è quello, che sappia, e voglia renderli più felici, più ricchi, e più contenti.

Sotto questo aspetto essi non potevano avere amore non potevano serbare veruna gratitudine al passalo governo. Questo con i suoi immutabili errori di economia politica li aveva tutti disgustati; il malinteso sistema protezionista inceppava il commercio, faceva sovente rimanere le derrate a marcire ne' magazzini, o costringeva i possessori a venderle a speculatori del paese per vilissimo prezzo, il nessuno incoraggiamento alle industrie; le rendeva stazionarie, le faceva rimanere al disotto di quelle di tutte le altre regioni di Europa, il timido diniego ad ogni specie di associazione paralizzava, e rendeva inutili i piccoli capitali, la mancanza del credilo fondiario, e dello diverse casse d'incoraggiamento e di soccorso ammiseriva ì coloni, e rendeva scarsi i prodotti de’ fondi per mancanza de’ mezzi per adempiere alle coltivazioni necessarie, la nolcnza ostinata ai trattali di commercio, ed alla costruzione delle strade ferrate rendeva i traffichi dispendiosi e difficili.

Queste e cento altre ragioni di publica economia, che tralascio per amore di brevità, unite al malcontento generale sostenuto dalle infauste condizioni della vita politica e sociale del paese, avevano animato i proprietari a secondare il movimento rivoluzionario con tutti i loro mezzi, con lutto le loro forze. Essi s impromettevano dalla composizione di un grande regno, avente a capo Vittorio Emmanuele, nella di cui saggezza, lealtà, e buon volerò ponevano piena fiducia, un era novella di prosperità e di ricchezza per le loro famiglie: e poiché la proprietà si trovava quasi tutta divisa a colonia nelle mani de’ proletari, come è di sopra dimostralo, così animosamente si facevano a persuadere costoro dell'utile immenso che loro sarebbe rivenuto dal nuovo ordine di cose.

Questo promesse d'imminenti vantaggi materiali avevano fatto lacere nel cuore dei proletari ogni altra piccolo sentimento di affetto e di divozione per la dinastia da' Borboni: il pensiero della propria agiatezza la vinceva sulle morenti tradizioni di attaccamento pel loro Re.

Al nessuno amore che i proprietari serbavano pel governo caduto, aggiungasi anche un altro polente motivo che li consigliava a dare il loro concorso alla rivoluzione, ed a spingere i proletari per secondarla, e questo era, cioè, il desiderio di evitare de’ confluii terribili e sanguinosi, che potevano far divampare una lunga e lacrimevole guerra civile in queste ridenti contrade.

Essi vedevano Garibaldi trionfante affacciarsi dal lido di Sicilia, e scuotere col prestigio del suo nome, con la magia della sua parola, con il fascino della sua gloria il cuore di tutti, ammaliare le masse, far palpitare di liberi sensi per sino i più grami, ed i più tapini.

Fra tanto entusiasmo e fra tanta trepidanza, vollero che la pace e l'ordine si mantenesse nel regno, vollero che si rovesciasse un trono, già da tutti abbonato, senza che la macchina sociale ne risentisse, perciocché se vi è classe che più debba temere che si scuota il principio di autorità, questa e certamente quella dei proprietari, che tosto vedrebbe ne' fortunosi movimenti di un conquasso governativo innalzarsi dai tristi l'iniquo vessillo della scuola comunista.

Uscito quindi Re Francesco Borbone, entrò tosto Garibaldi Dittatore a rappresentare un novello principio di autorità, le cui basi, quantunque deboli e minate dalla rivoluzione istessa che l’impiantava, furono fortificate e sorrette dal senno, e dall'opera di tutti i proprietari del paese.

Da tutte le cose sin qui esposte credo essersi chiaramente dimostrato che il preteso antagonismo Ira la classe dei proletari e quella dei proprietari non esisto, e che i proletari addivenirti, già da tempo, fittajuoli della maggior parie de’ fondi rustici in queste meridionali province, non potevano avere interesse di far sorgere, e sostenere il brigantaggio, il quale per sua natura vive a danno della industria, della produzione, e della sicurezza individuale de’ possidenti agricoli.

III.

Vengo ora a parlare delle cause alle quali io penso che debbasi veramente attribuire il sorgere, ed il progredire del brigantaggio in queste meridionali province d’Italia; e poiché esse altre mi sembrano principali ed altre accessorie, cosi m'intratterrò delle prime in questo paragrafo, o delle seconde in quello che segue.

Annovero tra le cause principali una serio di errori governativi. Non devo ricorrere ad idee trascendentali per venire alla dimostrazione di (aloni fatti, ch'emergono spontanei dall'analisi di tante disposizioni emanate dal primo giungere di Garibaldi a Napoli sino ad oggi.

In primo luogo vi è il congedo in massa dato verbalmente il giorno istesso che giungeva alla Capitale l'Invitto Eroe Nizzardo a tutti i soldati borbonici, che avessero volalo ritirarsi alle proprie famiglie.

Chiunque si trovava a Napoli in quei giorni dovi: vedere, come il vid'io, passare per le vie, tra il plauso ed il contento di tutti i cittadini, una numerosa quantità di soldati, che sbucando dai quartieri e dalle castella dove stavano di guarnigione, prendevano ciascuno la volta della terra natia.

Napoli gioiva, e ben a ragione, vedendoli allontanare, perché la presenza di quei soldati dopo la partenza di Francesco II per Gaeta, era l'incubo ed il terrore, che avvelenava in certo modo le gioje ed i tripudi inenarrabili del fausto avvenimento ai suoi abitatori, i quali ad ogni momento temevano un movimento reazionario per parie di quelli.

Però i luoghi dove essi giungevano erano malcontenti del loro arrivo per la ragione istessa che Napoli sì rallegrava della loro partenza.

Nel primo entusiasmo di una fortunata rivoluzione essi furono accolti dai loro concittadini con isdegno, con ingiurie, con minacce, e vilipesi, sorvegliati, malmenati da per tulio, come i fautori ed i propugnatori della tirannide caduta: essi trovarono allora incomportevolc la vita cittadina, o con l'animo pieno di amarezza e di livore si cominciarono a ritirare nelle campagne per vendicarsi delle ingiurie ricevute contro i loro oppressori, e formarono così il primo nucleo del brigantaggio.

Non vi era altra forza allora nel regno che avesse potuto inseguirli e batterli, le poche migliaia di Garibaldini erano tutte intorno Capita a sostenere, con sforzi sublimi lo assedio: le Guardie Nazionali male organizzate, senz'armi, bastavano appena con la forza morale a mantenere l'ordine nelle città, e que' tristi imbaldanzivano nelle campagne, si organizzavano, si provvedevano di anni e munizioni, minacciavano, atterrivano, taglieggiavano i proprietari, facevano proseliti tra i soldati ed i gendarmi sparsi per le province, anch'essi vituperati, trapazzati, derisi.

Giunto il Re Vittorio a Napoli fu inviato Garibaldi a Caprera, e poscia fu disciolto lo esercito meridionale.

Questo provvedimento, imposto forse da gravi condizioni politiche, ingrossò le bande brigantesche, perocchè bisogna pur dirlo sinceramente, tolto molle nobili eccezioni, le compagnie di garibaldini delle nostre province non erano composte dagli stessi elementi di quelle dell'Italia superiore: in quelle generalmente si trovava il fiore della gioventù più intelligente, e costumata, perché Garibaldi ebbe agio a scegliere i suoi volontari, e quando non li conosceva personalmente non li accettava senza una valevole garcntia, onde i Cacciatori delle Alpi formarono l'ammirazione de! Mondo: nelle nostre vi erano in certo numero gli uomini più abbietti, più oziosi, più denigrati nella pubblica opinione, una ciurmaglia raccolta dalla feccia delle popolazioni, la quale per riacquistare la stima perduta, e guadagnarsi una situazione vantaggiosa si era arrischiata a rappresentare la rivoluzione armata.

Non posso dimenticare la impressione che ricevette la bella e gentile nostra Napoli quando vide sfilare per Toledo le compagnie de’ montanari Calabresi: molti credettero che quella dolcissima terra delle Sirene fosse addivenuta un covo di belve, od unii spelonca di ladri, tanto alcuni ceffi avevano della fiera più che dello umano, tanto alcuni costumi avevano del masnadiere più che del soldato. Ma Garibaldi aveva bisogno in quel momento di partigiani, di proseliti, nulla curava se questi fossero o no degli nomini onesti, se venissero da una città o da uno speco: chiunque sapeva impugnare una carabina era quanto bastava per trarselo appresso.

Però quando le speranze di questa gente caddero deluse, e si vide fatta segno della ingratitudine e dello sprezzo de’ governanti, e del ludibrio di alcuni suoi concittadini, essa, che aveva fatto assegno di ribattezzarsi nel lavacro della rivoluzione, per [ornare stimata ed agiata al tetto natio, si dette nelle smanie della disperazione, e taluni, vagheggiando un pensiero di vendetta, si gallarono furiosamente tra le bande brigantesche.

Volgete uno sguardo sulle pagini de’ processi criminali, e vi si appaleserà tosto questa dolorosa verità, che io vorrei nascondere a me stesso, vorrei cancellare dalla memoria degli uomini, vorrei sottrarre al dominio della storia.

Se questi poveri sventurati che ravveduti dei loro errori passati, abborrcnti della vita anteatta, cercavano nella rivolta un modo di riabilitazione in mezzo al consorzio sociale, avessero avolo un posto, anche da soldati, nelle file dello esercito, certo che non si sarebbero cosi sciaguratamente perduti.

Avvedutosi intanto il governo del grave errore commesso, cercò, dopo qualche tempo, di riparare, facendo ricomporre quello esercito, puro dopo aver diviso il gentile anemone dal cardo spinoso, la ruvida ortica dall'erba soave e profumata, di talché nonne rimase, dopo un severo scrutinio, che un povero manipolo, da un grosso l'ascio ch'egli era.

E poiché gli esclusi maggiormente menavano rumore, si pensò in prosieguo ordinare in ciascuna provincia delle compagnie di guardie mobili, nello quali si avessero potuto quelli nuovamente raccogliere e riannodare, per non lasciare un fomite di dispiacenza continua nelle città.

Il rimedio però fu assai peggiore del male istesso, perché dopo pochi mesi le guardie mobili furono disciolte, e questi poveri giovani, ingannati una seconda volta dalla lusinga di una onorala situazione, furono rimandali a casa. , ancora più miseri dì quello che erano, e con l'animo ribollente di tonta bile ed indignazione, che fu poi origine di quei fatti dolorosi, che tutti ricordiamo, avvenuti nel Cilento ed in altre province.

Oramai, messo da parte il numero di quei bravi e generosi, che accorsero pronti alla chiamala di Garibaldi, caldeggiali solamente dal nobile sentimento di rendere libera indipendente ed una la patria nostra, ed i quali, dopo aver compiuto con monumentale gloria la loro missione, son tornali tranquillamente ai loro studi, professioni, commerci, industrie e mestieri, accompagnati dalla stima e dallo affetto sincero degli uomini onesti: di lutto il resto, taluni vivono all'ozio, all'ignavia nelle città: taluni scorrazzano tra bande armale per io campagne, causa gli udì e gli altri di disordini di sventure, e di malcontento perenne.

Forse mi si apporrà, che questo tristo elemento avrebbe deturpato la nobiltà dello esercito, ma io credo che una buona disciplina militare avrebbe anzi nobilitato il loro animo, o resi quecsti poveri uomini degni veramente del nome di soldati italiani, che cosi non poteva ripromettersi dalla disciplina e dal buon volere, quando abbiamo visto i reggimenti de’ Zuavi francesi acquistare la fama di primi soldati del mondo? Presa la fortezza di Gaeta furono capitolati tutti gli individui di quel presidio, e gli altri delle fortezze di Capua, e di Messina: si rimandarono a casa con congedo.

Dopo tanti stenti patiti, dopo corso tanto rischio della vita, tornati costoro nel seno delle proprie famiglie, che più non credevano dover rivedere, si abbandonarono spensierati alle più ineffabili dolcezze dello affezioni domestiche.

Rinfrescale le amorevolezze di figliuoli, di mariti, ili padre, di amici, essi s'inebriavano della gioja di ritrovarsi novellamente tra i loro più cari, mentre tanto volto avevano visto la morto stringerseli minacciosa da presso, e contate ad una ad una le ore terribili dell" agonia.

Essi giuravano di non dividersi più mai: stringevano vincoli novelli di amore; ritornavano alle loro cure domestiche; si davano tranquillamente al lavoro, compatiti dal popolo, addivenuto più calmo e ragionevole, e stanchi essi stessi di essere stati involontari strumenti ne' fatti dolorosi della vita politica delle nazioni.

Dopo due, o più mesi, un ordine inopportuno li richiama a servire, gli obbliga rigorosamente a compiere il loro impegno.

Quest'ordine scoppiò come un fulmine sul loro capo, su quello de’ loro congiunti.

Spaventati dai gravi pericoli percorsi, strappati alla soavità degli affetti familiari, distaccati dalle loro intraprese, questi poveri infelici non ebbero più pace.

Un baratro terribile si schiudeva innanzi ai loro piedi — essi non seppero superarlo, credettero utile rifuggiarsi nelle campagne per sottrarsi alla pubblica forza.

Fu allora che si formarono le cosi delle compagnie de’ sbandati, le quali finirono con l'essere un terzo ausilio alle bande de’ masnadieri, perché questi sbandali, rimasti senza mezzi di sussistenza, cominciarono a molestare le proprietà altrui per prendere vettovaglie ed altro bisognevole. I proprietari ed i fittajuoli risentiti de’ danni sofferti cominciarono di conserva con la truppa a ricercarli, a combatterli, ad inseguirli: vistosi essi a mal punto, pensarono allora dì armarsi e provvedersi di cavalli, per essere all'uopo pronti cosi alla difesa che albi fuga.

Trovarono ne' soldati, congedati da Garibaldi, (che pazienti alle ingiurie erano rimasti tuttavia nelle città), compagni novelli, essendo stati anche essi richiamali a servire.

Molli sanguinosi scontri si avverarono, senza che la truppa od i cittadini li avessero potuto del lutto vincere o distruggere: — si stimò, per costringerli a presentarsi, imprigionare i loro padri, le madri, le mogli, i fratelli, i figliuoli. Questo mezzo mise i sbandati nella massima irritazione, nel massimo orgasmo, H aizzò in tal modo, che giunsero a prendere il disperali) partito di entrare per fino nella città, onde liberare i parenti e punire i loro persecutori; ed allora avvennero stragi, rapine, saccheggi, incendi, uccisioni, vituperi, e mille altre scene di sangue, orribili n dirsi! Io non posso scusare i loro eccessi, le loro barbarie, ma dimando a chiunque sente battersi il cuore nel petto, fu tutta loro la colpa? Interrogale intanto le tavole processuali della ribellione di Gioja, e vi narreranno una spaventevole tragedia.

Vi faranno raccapricciare.

Un altro ausilio per i briganti è stata ripetutamente la leva delle reclute.

Le nostre popolazioni sono state sempre renitenti alla coscrizione militare, anche sotto al passalo governo, eppure, allora si trillava dì rimanere nelle province natie, e la pace Europea, e la tranquillità in* terna del paese, e la sicurezza delle campagne, erano gnrenlie al soldato della propria tranquillità e della propria vita.

Ora trattasi per essi di andare in province lontane e sconosciuto, Imitasi di andare quasi con la certezza di affrontare un giorno od un altro la guerra, di scontrarsi prontamente coi briganti; e tutto ciò scoraggia questi pacifici cittadini, li mette in disperazione, o finalmente persuadendosi dì non avere via alcuna ili scampo, finiscono coi darsi in campagna, trovando meglio correre il rischio di essere uccisi qui, nella terra dove nacquero, presso i loro parenti, che in altre lontane contrade, perocché essi sentono per istinto quella celeste corrispondenza d’amorosi sensi, di cui parla il Foscolo nel canto de’ sepolcri, per la quale si vive con l'amico estinto

E l'estinto con noi, se la pia terra

Che lo raccolse infante e lo nutriva

Nel suo grembo materno, ultimo asilo

Porgendo, sacre le reliquie renda

Dall'insultar de’ nembi e dal profano

Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

E di fiori odorata arbore amica

Le ceneri di molli ombre consoli.

Vi sono nelle nostre province de’ villaggi, in cui posso asserire, senza esagerare In verità, che il decreto di leva emanato da Torino à fatto l'istessa sensazione che fa in Polonia quello, che si emana da Pietroburgo.

La mancanza delle strade ferrate e del commercio à reso i nostri popoli della campagna cos'i tapini, ch'essi circoscrivono la loro esistenza all'ombra del campanile della chiesa ove presero l'acqua battesimale, e fuori di questa periferia non sanno più vivere.

Con tulio cìò, io non intendo già dire che non si avrebbe dovuto decretare la leva, che anzi penso che di soldati ne abbiamo bisogno. e moltissimi, se vogliamo farti rispettare veramente, e compiere la unità d'Italia, ma dico solo che bisognava agevolare alla meglio i più restii, e prendere i più volenterosi, corno verrò in prosieguo sviluppando.

Se oggi vuol farsi una rassegna di tutti i briganti che infestano le nostre province, si troverà forse, che oltre un terzo si forma dalle nuove reclute.

Quale assegno, domando io, può faro il governo su tanti individui che vanno cos'i svogliatamente a servire? Non abbiam visto Io effetto della conculcai! ione nelle tante diserzioni sin ora avvenute, le «unii hanno finalmente dovuto decidere le camere legislative a provvedere con una legge eccezionale e rigorosa? In un momento supremo di bisogno pel paese si potrà seriamente avere il coraggio di fidare su questi soldati? Ecco perché avvengono poi così facili e numeroso le evasioni dalle case di pena, anche in presenza delle sentinelle, come è accaduto a Napoli pochi mesi or sono nel carcere della Vicaria: evasioni, che sono un altro frequente rinforzo alle bande brigantesche, oltre già quello, che lo riviene degt'ìstessi disertori.

Non parlerò ora dello amnistie, degl'indulti t e dei perdoni diversi, che han rimesso nella società tanti reazionari e malandrini, che si trovavano detenuti, e che sono tornati nuovamente al loro antico mestiere.

Non parlerò di tanti malintenzionati e furfanti, che vi sono in queste province, come da per tutto, i quali 22 per Io innanzi avevano In verecondia, o il timore di non darsi ad aggredire e derubare la gente sulla pubblica via, e che ora, profittando della occasione, vi si sono spinti spudoratamente.

Ricorderò solo una svista del nostro più insigne uomo di Stato, del quale l'Italia deplorerà lungamente la perdita, dico del Conte di Cavour, il quale, sul primo aprirsi del parlamento italiana, dichiarò alla Camera de’ deputali, che giustamente insisteva per lo ingrandimento dello esercito, ch'esso, nella qualità di primo ministro, non poteva acconsentire a tali premure, senza mettere in apprensione ed allarme tutta quanta!' Europa.

Fu questa la ragione prima e più grande de’ nostri mali, perciocché, abbandonale le meridionali province a loro stesse, il brigantaggio nacque, si consolidò, si diffuse, soma trovare dal principio ostacoli ed opposizione di sorte.

Le brave, ma scarse truppe del Piemonte guardavano le frontiere, sempre minacciate dagli Austriaci, e noi. restammo affidati alla sola guardia cittadina, la quale, in molti luoghi, formata da uomini per nulla adusati alle armi, non poteva per certo scontrare e battere i briganti nelle campagne.

Se un' alta ragione di Stato imponeva al primo ministro di non ingrandirò allora Io esercito, non doveva esso dissimularsi che, col cedere a questa esigenza politica, comprometteva i destini del giovine regno, il quale composto da diverse province, di cui molte, come le Napoletano, erano vissute da fanti anni sotto il prestigio della forza, non potevano ad un tratto emanciparsi senza incorrere in gravissimi danni.

Avvi chi pensa che questa fu debolezza dei nobile conte verso le insinuazioni, che venivano di Francia, onde crearci una condiziono sociale impossibile: io voglio credere che fosse stato veramente un errore di calcolo.

Comunque sia, certo che questo fu il fatto più fatale per l'Italia, perché distrusse due eserciti, il meridionale ed il borbonico, per sobbarcarci all'anarchia, e per farci crescere attorno i briganti.

Duo eserciti, che ne' primi momenti di quet Febbrile entusiasmo nazionale, carezzali e solleticati nel loro amor proprio, avrebbero poi gareggiato dì patriottismo e di valore co’ soldati piemontesi, per sostenere il principio di autorità nello interno, e quello dì forza e dì grandezza innanzi allo straniero.

Due eserciti, che quando, in riparazione degli errori commessi, sì son voluti rannodare e fondere in quello italiano, si son trovali dispersi, renitenti, disgustati, e divisi da un dualismo profondo ed insuperabile.

IV.

Tra le cause accessorie la prima e la più importante, per le conseguenze che à prodotte, debbisi certamente ritenere il carattere politico, che, tanto dal governo, quanto da nna parte del giornalismo, à voluto imprimersi al brigantaggio di queste province.

Governati sì l'uno che l'altro dal generoso pensiero dì muovere contro del Borbone sempre più In giusta ira de’ popoli, e ia indignazione delle potenze europeo, perché con una noia collettiva avessero imposto il suo allontanamento da Roma, già proclamala nostra capitale, essi hanno reso alla causa del brigantaggio, senza volerlo, un servizio grandissimo; imperocché molli, i quali non avrebbero avuto il coraggio di uscire in campagna con la sola obbrobriosa qualifica di briganti, ai son Talli baldanzosi a muoversi Camuffali da partigiani borbonici.

Dippiù tutto questo clamore politico à tratto in inganno i briganti istessi, e Francesco II, i quali barino veramente creduto, a sentire le note diplomatiche, le discussioni del parlamento, gli articoli de’ giornali, che potessero vicendevolmente giovarsi alla riconquista del regno. È stato per tal modo che i briganti si sono confortati nella idea di un possibile ritorno di re Francesco, ed hanno acquistato fede nella sua potenza, spingendosi animosi, nella speranza di trovare in lui un protettore ed un sostegno, che un giorno, lungi dal farli prendere e fucilare, dovesse ringraziarli e rimeritarli.

E l'ingenuo Francesco di Borbone, alla sua volta, à credulo con una puerile semplicità, che i briganti si battessero per lui, ed à fatto loro proclami, e gli k mandato dell'oro, e gli ha spedito per capitanarli e dirigerli i Borjes i Tristanj e diversi altri stranieri, ma invano però, perché i briganti esercitano il mestiere per conto loro, come rivelano le solenni dichiarazioni fatte dallo sconsigliato Borjès, innanzi di passare vergognosamente per le armi.

Ai brigami piace ricoprirsi della maschera politica, piace di sperare il ritorno del Borbone, piace beccargli i suoi tesori; ma, sino a quando sono in campagna, vogliono essere liberi da impacci, vogliono essere indipendenti, senza disciplina, senza freno, e rubare, ed assassinare, e far grassazioni a modo loro.

Altra causa accessoria, e non meno considerevole è lo agitarsi de’ partiti politici: dal cozzo incessante di essi il brigantaggio prende novella energia e vigore.

1 briganti ben sanno, che l’unione forma la forza, e (pianto più ci vedono abissi e divisi, tanto più si persuadono, e si rallegrano, della nostra debolezza, e quasi sicuri, che la grand’opera ottenuta dalla concordia di tutte le gradazioni politiche del paese, non possa più consolidarsi e sostenersi con tanti dispareri, essi accrescono i loro sforzi ed i loro conati per affrettare il giorno dello sfasciamento, onde godere sotto l'egida di una chimerica restaurazione, i ricchi bottini guadagnali predando.

Uno de’ periodi più recrudescentj del brigantaggio segna l'istessa data de’ full! di Sarnico, e quelli di Aspromonte.

Un altro fatto che toglie fiducia e credito al governo, e fa persuadere i briganti della sua breve esistenza, è il malcontento prodotto dallo aumento de’ pesi, e soprabito dall'aborrita legge sulle tasse di registro e sulle tasse di bollo, della quale tanto egregiamente à scritto un mio dotto concittadino ed amico (a).

(a) Michele Quercia = Considerazioni 1862.

Abbiamo visto come la classe proprietaria e proletaria (a) secondarono unanime il movimento rivoluzionario nella speranza di grandi miglioramenti materiali nella loro economia, disingannali da tale lusinga con l'aumento delle imposte, senza compenso alcuno, ami con una paralisi orribile nelle transazioni commerciali, ed in ogni altra natura di negozio, per le instabili condizioni politiche del paese, essi ogni dì più si disgustano i' fremono.

Fremono e si disgustano, la classe proletaria perché essenzialmente vede mancarsi i vantaggi sperati: quella proprietaria, non solo per questa mancanza, ma si pure perché ad ogni piè sospinto perde il suo prestigio, ed il suo credito, la sua opinione e la sua stima, il suo ascendente e la sua fiducia presso il proletariato, che, a forza di grandi e lusinghevoli promesse, si era trascinato appresso nel movimento unitario d'Italia.

Oramai i proprietari sono fatti segno dei rimproveri, delle lagnanze de’ coloni: non valgono persuasioni, non valgono consigli di pazienza, essi si trincerano su i fatti, — fanno il paragone della loro condizione finanziaria passata con quella presente, ne deducono con una precisione matematica il deterioramento, e sotto la pressura di questa inesorabile logica, i proprietari soccumbono, resta esautorato il governo.

(a) Dopo la dimostrazione fatti, seguito ad avvalermi della parola proletari per indicare i fittajuoli.

Oh! quanti uomini di onore sarebbero stati più contenti di perdere una porzione delle loro sostanze, anzichè veder distrutta la loro stima e il loro credilo presso le masse.

Nè questi sono i soli fatti in cui il concetto politico de' nostri governanti à vulnerato e danneggiato l'ordinamento amministrativo e sociale del paese: ve ne sono ancora degli altri.

Anzitutto la guerra che si muove ai preti, ai frati, ed alle monache, aggravando di pesi eccezionali le prebende de’ primi, togliendo ai secondi le rendite senza pagargli nei tempo i stesso i mensili promessi, ordinando la evacuazione di molti conventi e monasteri, e cercando infine di metterò tutti gl'individui perimenti a questi ordini in sospetto di retrivi presso la pubblica opinione, b un fatto della più grave importanza.

Forse questa lotta gigantesca dello Stato con la Chiesa, questa coraggiosa emancipazione per parte del governo, questo discredito studialo sugl'individui del clero, potrà un giorno fruttare delle facilitazioni nelle trattative, che dovranno attuare il grande principio di Cavour — libera Chiesa in libero Stato, ma oggi per certo apporta de’ considerevoli inconvenienti sociali.

L'ordine sacro presso di noi forma per lo più il primo grado di ascensione allo incivilimento della classe contadina verso quella borghese: tostoché una famiglia e addivenuta mezzanamente agiata aspira a divenir civile, e quindi educa alle lettere un qualche suo individuo per farne un prete od un frate.

Questi preti e questi frati sono reputali i sapienti, i protettori, gli oracoli di tulio ti parentado, e come tali chiamati a dirigere, a comporre ogni domestica faccenda, a consigliare e guidare i loro congiunti in tutt'i fatti della vita. Essi si affidarono assai di buon animo alla rivoluzione, perché erano oltremodo stanchi di più soffrire la triplice polizia che li affiggeva, cioè quella giudiziaria, ed ordinaria, comune a tutti, e quella speciale per loro, della ecclesiastica, la quale era tanto più ìnsopportevole, in quanto che mirava a fargli perderò ogni dignità di cittadini e ridurli ad una schiavitù pesante ed obbrobriosa: questa polizia giungeva sino ad imporgli il modo di vestire — a stabilire le ore in cui gli fosse lecito di passeggiare — le strade che dovessero percorrere — i luoghi e le ablazioni nelle quali avessero potuto accedere — l'ora in cui dolessero ridursi a casa, e tante altre indecorose servilità dettale dalla vanità prepotente e tirannica dì un vescovo, che spesso li trattava in maniera assai peggiore che i possidenti di America non trattano i negri, loro schiavi.

Col desiderio dunque di scuotere questo giogo abominevole essi favorirono, appoggiarono il movimento nazionale, trascinandosi appresso il grande numero de’ loro congiunti; ed oggi con poco accorgimento si appesantisce la mano su di essi, attaccandoli ne' loro interessi, e nella loro opinione politica: e questo che produce quella giusta dispiacenza che a poco a poco và alienando i loro animi dal primo proposito di sostenere l'attuale governo, e li determina a richiamare lo appoggio di quelli che vi avevano condotti con la propria influenza.

Anche le monache, le quali vivono quasi generalmente nelle massime miserie per non essere stato loro pagati tutt' interi i mensili dovuti, sin dal giorno che la cassa ecclesiastica s'impossessò delle loro rendite, anche le monache, dico, contristano col racconto delle loro privazioni l'animo affettuoso de’ propri parenti, i quali si reputavano felici di averle collocate agiatamente no' più ricchi conventi, e diffondono con la loro sublime rassegnazione lo sdegno ed il malcontento contro ii governo.

E tutto ciò fa perdere al governo partigiani, ne fa guadagnare ai briganti.

Nè questo è tutto ancora, i briganti, volendo sempre farsi orpello della ipocrita missione politica, cercano tutto dì di molestare e taglieggiare i proprietari, che portino opinione di più caldi liberali nelle loro città: quelli proprietari si trovano allora nella posizione la più crudele che mai possa immaginarsi.

Essi certamente non verrebbero dar nulla ai briganti, perché a nessuno piace perdere le sostanze guadagnate con le proprie fatighe, o con gli siculi de’ suoi antenati, ma non avendo dal governo t mezzi e gli ausili per potersi sostenere e difendere, sono sovente costretti a pagare delle forti somme di riscatto per liberare le loro industrie da dirmi maggiori.

Subentra allora l'azione del governo, e chiamando questi poveri sventurati, che han dovuto a malincuore pagare il loro danaro, manutengoli, clericali, borbonici, austriacanti (nomi inventati dalla libertà, come il dispotismo aveva quelli di cospiratori, demagoghi, ribelli, e che sò io) li arresta, li sevizia, e por sino gli fè fucilale, e cosi un povero galantuomo si trova nella dura necessità o di essere rovinato ed ucciso dai ladri, ovvero dagli agenti del governo.

E tutto questo succede, perché non vi sono alle Prefetture, ed alle Sottoprefetture uomini che abbiano esatta conoscenza del personale. Il principio di unificare con la promiscuità de’ funzionarj delle altre province distrugge ed uccide l'elemento essenziale della buona amministrazione, qual è la conoscenza perfetta degli amministrati.

Agli Amministratori, che ci sì mandano dalle settentrionali province, non si dà nemmeno il tempo dì prendere esatta cognizione sulla morale, e sulla opinione degl'individui del circondario o della provincia loro affidata, e, nel breve periodo che rimangono in un luogo, finiscono sovente con essere ingannati ed illusi dai più facinorosi e dai più sfrontati, che li avvicinano con la qualifica di liberali, mentre spesso non sono che degli ambiziosi, e dei birbanti.

Imperocché se vi è un antagonismo io queste nostre città non è già sostenuto dal proletariato contro la classe proprietaria, ma si bene dagli onesti liberali contro una gente nuova, senza fede politica, senza ingegno, senza cuore, senza onore, la quale per aver gracchiato e strepitato pe' trivi e per le piazze, plaudendo ieri a Garibaldi e Vittorio Emmanuele, con la stessa indifferenza con la quale plaudirebbe domani a Francesco II. a Murai ed a Mazzini, ora crede essere in dritto di primeggiare, di assumere a sè tutti gl'impieghi, tutte le cariche municipali, e cerca farsi strada all'accumulo e dilaniando le opinioni de’ più stimabili cittadini, denunciando sul falso, rimestando nelle pubbliche elezioni, minacciando, atterrendo le persone più dabbene e pacifiche, perché si facessero indietro, onde rimaner loro libero il campo, e quando si sono fatto uno sgabello di tante rispettabili individualità, conculcate, salgono trionfanti su di esso a rappresentare i diversi uffizi del municipio e dello Stato, per sgovernare e tiranneggiare peggio che gli Ajossa, i Pichncda, i Morbillo, ed i Santoro.

Potrei indicare de’ luoghi dove i più tranquilli e stimali cittadini, liberali veri e disinteressati, sono stati violentemente costretti a rinchiudersi nelle proprie case, perché il popolo dimenticasse nell'elezioni il loro nome, e non fosse dalla loro onesta parola disingannato delle calunnie che gli si fabbricano contro.

È per tal guisa che il governo perde il suo prestigio, perciocché lo masse con conoscono che i rappresentanti locali di esso, e non credono serio e durevole un governo rappresentato da uomini imbecilli ed immorali.

E per tal guisa che manca al principio dì autorità, il concorso de’ migliori individui del paese, i quali non possono liberamente dargli il loro appoggio ed il loro consiglio.

È per tal guisa che il brigantaggio imbaldanzisce e tripudia, credendo prossimo il giorno del suo infame  trionfo.

Ma viva Dio! gli abitanti del napoletano, in mezzo alla loro attuali sofferenze? non han dimenticato ancora, che dietro alle restaurazioni stanno il carcere e lo esilio, la guigliottina e la forca. Non han dimenticato che Vittorio Emmanuele è lo eletto della Nazione, ch’Esso non è responsabile degli onori da' Ministri; — o che siede sul trono per accogliere generosamente i reclami del popolo, e per far dritto con costante lealtà alle sue ragioni.

V.

Da tutte le cose sin qui esposte chiaramente risulta, che per distruggere il brigantaggio fa bisogno di forte ed energica azione militare nelle campagne, di saggia ed onesta amministrazione civile nelle città.

Ansimando i rimedi proposti dall'onorevole Mosca, io tralascerò tutti quelli per i quali mi trovo 'con lui perfettamente di accordo, e parlerò solo di alcuni che a me sembrano pel momento inopportuni o dannosi, proponendo invece degli altri, che meglio si attaglino alle cause indicate, principali ed accessorie, che han fatto nascere ed ingrossare il brigantaggio tra noi.

Avendo dimostrato, che i masnadieri appartengono a questi luoghi stessi, ch’essi così crudelmente infestano e perturbano, bisogna che una rigorosa polizia ni eserciti su dei loro parenti, senza però sottometterli per sola prevenzione a pene immeritate.

I vincoli di sangue non possono certamente snaturare ed essere distrutti dalle azioni indegne di un uomo, ed il padre, la moglie, il fratello potranno maledire e piangere su i delitti del figliuolo, del marito, del fratello non però disamarlo e perderlo.

Pretendere da essi con mezzi atroci e violenti la consegna di un congiunto, addivenuto malfattore, è un fatto che offende la natura umana, e la morale pubblica.

L'azione del governo deve limitarsi alla sorveglianza più indefessa ed accurata per sorprendere le loro relazioni, i loro segreti, onde la pubblica forza possa sapere con precisione dove il brigante si asconde, e colpire il parente convinto di complicità effettiva.

Una diligente polizia, regolata sopra queste norme di giustizia, apporterà per fermo i più felici risultamenti, senza commuovere gli animi, ed accrescere gli odi ed i rancori contro il governo.

Si son date nei mesi scorsi delle disposizioni così ingiuste e violenti da disgradare quelle di Manhès.

Diversi onesti contadini, che nulla ebbero mai di comune coi briganti, sono stati fucilati, sol perché portavano in campagna un pezzo di pane più grosso di quanto si era credulo, che fosse stato necessario al proprio bisogno di una giornata.

La legge dì un governo libero deve incarnarsi nel principio di giustizia e di umanità; in ciò appunto essa differisce da quella del dispotismo e della tirannide.

Le sevizio e !e barbarie, di cui potrei cennare mille esempi, ordinate da talune autorità civili e militari, sovente per dar sfogo ad una tarda vendetta, o per prevenire immaginari delitti, irritano i popoli, non li atterriscono.

Il sangue di chi muore ingiustamente alimenta nei cuore delle genti il desiderio di un nuovo e più giusto regime.

Io non esito ad affermare che lo prepotenze e gli abusi han fatto più male allo Stato che il brigantaggio stesso.

Sarebbe veramente desiderevole che i procuratori generali si scuotano una volta dal loro timido e colpevole letargo, e prendano coraggiosamente la iniziativa di molti gravi processi per abusi, di potere.

Cosi solamente il governo potrà riabilitarsi nella stima e nella fiducia dei popoli.

Con vero compiacimento devo qui far notare, che questo concetto è stato esattamente reso dall'onorevole relatore nelle seguenti parole dei suo rapporto.

«Credo necessaria una legge speciale sul brigantaggio, che sottoponesse a Consigli di guerra substansi i briganti ed i loro manutengoli, dando cosi ad ogni esecuzione militare le garanzie di un giudizio qualunque, e aspetto di legalità; circondare del maggiore apparato le fucilazioni. Secondo il mio parere dorrebbero essere fucilati i briganti che sono stati in campagna ed han commesso reato di sangue, gli altri, coi manutengoli, deportarli in un isola lontanissima se possibile, in Africa o Australia. Quest'ultima pena avrebbe immenso effetto morate, e permetterebbe al Re di usare, cessato il pericolo, clemenza».

Riassumo dunque dicendo, che una vigile polizia debba essere il sostrato alla felice riuscita delle operazioni militari: — una polizia però esercitata con instancabile proposito da uomini perspicaci e solerti, che fossero di tutt'altro stampo di quegli effeminati bellimbusti, che si chiamano — Guardie di pubblica sicurezza — gente fatta per muovere il riso meglio che conciliarsi rispetto.

I briganti, come tutti sanno, sono forniti di forti ed agili cavalli, ch'essi scelgono da padroni tra le più belle razze delle nostre province, non può quindi la truppa di fanteria batterli e distruggerli senza il concorso della cavalleria.

Sono già due anni ilio si prega, che si fa ressa, che si strepita per avere dei reggimenti di cavalleria, e non sono che pochi mesi da che n'è stato spedito qualcuno. Tale noncuranza del governo a fatto una dolorosa impressione in queste nostre città: taluni l'hanno definita un gran peccato d’ingratitudine, tali altri sono andati al punto di dubitare del tradimento di qualche Ministro.

Intanto in questo frattempo di aspettativa i giovani e generosi nostri soldati han dato prove d'impareggiabile abnegazione, affrontando de’ scontri disuguali ed ingloriosi Ira il compianto de’ cittadini, che li han veduti morire, vittime del malgoverno.

A questo proposito dirò, come io creda, che in questi momenti di convulsione e di attrito non fosse buono e giovevole consiglio procedere con rapidità alla divisione de’ beni ex-feudali, siccome vorrebbe l'egregio sig. Mosca: — Sarebbe un vespajo che si rimuove Ira coloro che devono lasciare, e quelli che pretendono di avere: — sono giù troppo i nostri guai per volere prontamente suscitarne dei nuovi.

D'altronde qui da noi non vi esiste una classe vera di proletari come quello che trovasi in Francia ed in Inghilterra, ed il nuovo sistema introdotto nella industria agraria ne è fatto sparire quella piccola parte, che per lo innanzi vi era, dì modo che io non saprei su quali basi di equità potesse il governo procedere nello eseguire la divisione.

Invera per riparare agli errori ed alle ingiustizie per lo innanzi commesse, e per avere un buon numero d'individui, che alacremente potesse spingersi a combattere i briganti, io proporrei, che quei beni fossero con la più scrupolosa giustizia legalmente e posatamente rivendicati, e se ne faccia poi la quotizzazione per rimunerare mano mano gl'individui che se ne rendessero degni nel combattere e distruggere i briganti, ed in caso che sventuratamente taluno in qualche conflitto perdesse la vita, per rimeritarne la sua sventurata famiglia.

Con tale programma, e con una legge appositamente studiata, il governo potrebbe formare delle compagnia di guardie mobili volontarie, parte a piedi, parie a cavallo, le quali raccogliendo tutti i garibaldini poveri, balestrati a vivere sin ora nella perdizione e nella inopia, e buon altro numero di guarda campi, e contadini, ed artigiani infelici, fossero convenientemente pagate, e ben disciplinate, e dirette da capi intelligenti ed onorati.

Nessuno può contestare, io penso, i vantaggi immensi che si potranno ottenere da tale istituzione, sia per combattere con felice successo i briganti, sia per risparmiare le guardie nazionali, sia per assicurare la durevole tranquillità del paese, sia per dividere con equità quei boni, e senza dispiacenze, si per educare le masse a dover fare qualche cosa per la patria se vogliono ottenere da essa un guiderdone.

La sola proclamazione di tale misura farà sorgere come per incanto un esercito. L'avidità do! guadagno, la speranza di divenire da un istante all'altro proprietario di un pezzo di terreno, acquistato onoratamente, farà sì, che chiunque se ne senta la capacità, non porrà tempo in mezzo ad arrogarsi ed a dar prove di valore.

I  contadini, che sin ora vedevano con simulala indifferenza scorrere  briganti per lo campagne, onde non essere da quelli manomessi, addiverranno i più fieri loro persecutori coloro, che per incomportevole miseria erano sul punto di associarsi disperatamente alle bande dei masnadieri, sceglieranno questo mezzo decoroso per cimentare la vita a fine di guadagnarsi una confortevole agiatezza.

Queste compagnie di volontari, essendo composte dai naturali del luogo potranno dar la caccia ai briganti, snidandoli dai loro antri più recessi, mentre la truppa, che inutilmente è stanziata tutta nelle città, accampandosi in parte fuori, e propriamente in quei luoghi che più gli assassini frequentano, ben trincerata, difesa da qualche pezzo di artiglieria, potrebbe nel tempo istesso proteggere per una larga zona le industrie agricole, o trovarsi più pronta ai movimenti strategici per precludere a quelli le conosciute ritirate.

Nella state del passalo anno 1862 diverse città di questa provincia vennero nel divisamento di stabilire in campagna, durante il tempo che si raccoglievano le messi, dei distaccamenti di guardie Nazionali, e questa protezione armata recò de’ grandi e positivi vantaggi alla industria.

Il sistema del cordone militare, (sperimentato già in altre epoche in queste provincia per ragioni sanitarie) ordinato sopra una larga scala, potrebbe essere pure utilissimo per circoscrivere su breve periferia i briganti, e facilmente combatterli: le province soprattutto, che anno delle lunghe coste bagnate dal mare, si presterebbero con maggioro facilità a questo sistema di difesa, e con sicura riuscita, perché non dovrebbero stendere il cordone che sul confine di terra.

Porto opinione, che il governo dovrebbe per ora facilitare il più che si può la effettuazione dei cambi militari.

I Borboni che bene avevano studiata l'indole dei loro sudditi, ammettevano i cambi senza limitare il numero, ed il governo che s'incaricava di farli eseguire, prendeva per ognuno di essi non più che ducati duecento quaranta.

Si è visto talune volte, in quel tempo che qualche comune popolato da facoltosi abitanti à versato nelle pubbliche casse tutta intera la quota ad esso spettante in cambi a danaro contante.

Ora lo Stato non accorda a ciascuna provincia che cinque o sci cambi all'ardua ragiono di oltre a duc. 700 per ognuno, e permette che si facessero dei cambianumero e dell e surrogazioni, che per ottenere bisogna pagar bene, attesoché questi nelle private contrattazioni si modellino sul valore fissato dal governo a quei pochi cambi che accorda.

Questo sistema giova in cerio modo ai ricchi, — preclude ogni vantaggio alle discreto fortune, ovvero le ammiserisce, — fa malcontenti e disperati i poveri.

Lasciando da parie la quistione di giustizia e lo scopo amministrativo di questo sistema, sulle quali cose pure sarebbe largamente da dire, io intendo fermarmi solamente a quello di presente utilità, e sostengo, che il governo dovrebbe allargare dì molto il numero dei cambi, prendendo a se la responsabilità di farli eseguire con una ragione assai più moderala, in modo che se ne potessero avvantaggiare anche le persone più mezzanamente agiato.

Agevolali cosi i coscritti si andrebbe scemando il numero dei renitenti, si avrebbero dei soldati volenterosi su i quali si potrebbe ciecamente fidare, e non più si vedrebbe, o assai raramente, accrescere il numero dei briganti con le reclute che si danno in campagna.

Ricordo che la dinastia caduta giungeva a mantenere dei reggimenti Svizzeri per scemare il peso della coscrizione ai naturali del paese, ed era veramente notevole questa anomalia, che nello esercito di un governo dispotico trovavasì innestato l'elemento ripubblicano.

Con quanta maggior facilità l'attuale governo non potrebbe trovare in diletto di carabi! regnicoli, sinché durano queste difficili condizioni nelle quali versiamo, degli individui stranieri che vengano a servirlo con esatta omogeneità di fede politica?

L'opera dì conciliazione dello esercito, figlia della politica di Rattazzi, fu ancor bambina, dalla madre istessa, con inaudita crudeltà, annegata nel sangue prezioso che fluiva dalle ferite dì Garibaldi. — Bisogna rigenerarla.

— Nello esercito sta la salvezza della patria; quando il ministro della guerra e gli uffiziali superiori avranno spargo accuratamente lo amalgama fra i diversi elementi che lo compongono, affratellandoli tutti con uguale giustizia e benevolenza, quando rimanderanno alle proprie famiglie quelli pochi, che strappati violentemente non han potuto ancora pacificarsi, e rimangono irriducibili e svogliati ira i loro compagni, finiranno le antipatie ed i rantoli, finiranno le diserzioni; ed i briganti, per questa via, mancheranno ulteriormente  di ausilio.

Sin qui, tutto quello che concerne la parte di azione e provvedimento militare; tengo ora a parlare dì quelle cose, che riguardano esclusivamente l'amministrazione politica e civile.

VI.

Poiché il generale concorso al denaro d’Italia à solo una splendida testimonianza dello spirito pubblico dì queste meridionali province, ed à distrutto le prevenzioni del governo e della stampa periodica sul carattere politico del brigantaggio, mostrando con chiarezza che non vi è tra noi un partito che decisamente propugni pel Borbone, perché tutti han confermato con la loro spontanea prestazione a prò dei danneggiati dai briganti, non solo lo loro costume avversione per lui, ma à pure il desiderio di convalidare sempre più il vacillante ordinamento delle cose italiane, bisogna che i poteri tutti dello Stato, e la stampa suddetta, disconfessino francamente la loro opinione, e non turbino di vantaggio la pace di questi popoli con i vani terrori di una minacciante restaurazione.

Ben di raro arrivano in queste province i giornali retrivi, che si stampano a Napoli ed in altre città, ed a quei pochi che vengono si aggiusta pochissimo credito, perché tutti sono convinti del vile principio d'interesse che gl'ispira. Essi rubano il danaro al Borbone come fanno i briganti, confortandosi a vicenda di vane lusinghe.

Quello che grandemente commuove la pubblica opinione sono gli atti del governo, e le parole della stampa ufficiale.

La buona fede con la quale le masse accettano la letterale pubblicazione dei documenti diplomatici, o le discussioni o le notizie degli organi del governo, senza elevati a vedute politiche di un ordine superiore, ingigantisce ai loro occhi i pericoli, ed ammorza nei petti i sensi generosi.

Sarebbe opera di eminente carità cittadina se, fino a quando dureranno queste contingenze anormali, talune quistioni di un interesse meramente politico si agitassero e diffinissero nel segreto degli uffizi parlamentari e nei gabinetti dei ministri.

Se per ottenere lo allontanamento di Francesco Borbone dall'Italia, desiderio ardentissimo di tutti, si fossero messi in opera più fatti e meno parole, non deploreremmo oro questo ardente focolare ch'è surto nel bel mezzo delle nostro province, il quale mentre da una parte riscalda od avviva la tracotanza dei malvagi, minaccia dall'altra di soffocare ed incenerire le più gagliarde aspirazioni unitario del paese.

Avvisi il ministero ai mezzi di ottenere al più subito quello allontanamento, addivenuto ormai unii suprema necessità della patria, ma non dimentichi frattanto che una manifesta noncuranza della stampa officiale e liberale, unita ad una forte e legale repressione di quella retriva, sarebbe la maniera più facile a far tutti persuasi che la stella dei Borboni è tramontata per sempre, ed a rialzare lo spirito pubblico, non per amore cangiato, ma per terrore grandemente represso.

È di mestieri elle i partiti politici si unissero di nuovo, come alla vigilia del nostro riscatto. Non è buono e vero italiano chi mette ili campo in questi momenti delle divergenze politiche; funeste divergenze, che spesso fluiscono con la mina delle nazioni! — Tutti, come un sol uomo, bisogna, che uniamo i nostri sforzi per consolidarci fortemente nello interno. Sarà questo il mezzo più sicuro di distruggere i masnadieri, e di compiere prontamente i nostri destini.

Ieri la bandiera Sabauda sventolò sostenuta con valore e coraggio dalla ninno della Rivoluzione, se oggi la manterrà con eguale fermezza quella della Concordia, domani senza dubbio passerà gloriosa nelle mani della Vittoria, ed allora solamente sarà assicurata all'Italia la stia unità, e la pace duratura.

Spetta al parlamento dare il primo esempio di questa indispensabile concordia: spetta al potere esecutivo metterla in atto, chiamando ai pubblici uffizi le oneste capacità dì ogni colore. Finisca il tempo delle consorterie, finisca il nepotismo ed il protettorato indecoroso, finisci lo ingiusto profondere dei martiri: la patria oggimai à bisogno di fortificarsi con il concorso delle più grandi intelligenze, e delle più morali individualità, che abbiano pratica di vita sociale e politica.

Questo nuovo sistema di conciliazione spanderà pure la sua influenza nelle città con grandissimo vantaggio generale, perocché quivi si trova sovente tra gli stessi onesti liberali delle piccole gare di famiglie, delle simpatie ed antipatie personali, delle ambizioncelle da municipio, che dividono gli animi, disturbano la pace, e fanno trionfare quei furbi ed iniqui rimestatori, dei quali è parlato dinanzi.

Queste gare, questo antipatie, queste ambizioni ànno improntato bugiardamente sin ora la veste di uno o di un altro dei varii partiti politici, rappresentati nella camera, e sostenuti dai gabinetti diversi; se oggi e deputati e ministri dichiareranno al cospetto del paese una sola politica, desso certamente cadranno, vergognando di mostrarsi più innanzi nella loro lurida nudità.

Rendendo omaggio al vero, non posso andare innanzi senza porre qui una parola di lode al partito democratico italiano, il quale è stato l'unico ad interpetrare questo bisogno della nazione, ed ha cercato sempre di conciliare e di fondere, richiamando a se con amorevoli curo i più traviati, come un padre amoroso si fa sollecito per un figlio impervertito, quantunque, in compenso ili questo altro servizio reso alla patrio, abbia poi dovuto sentire a ripetere dai ministeriali, che i Repubblicani avevano fatto causa comune coi Borbonici.

Bisogna che le camere legislative si stuellino con grandi economie di evitare la decretazione di nuove imposte: bisogna che si occupino con la massima diligenza a trovar modo dì scemare le esistenti, e sopratutto a ridurre la legge sulle tasse di registro e sulle tasse di bollo.

Il pagamento di tante pensioni immeritate, la creazione di tanti inutili impieghi, fondati sul calcolo dei provventi delle tasse, fortemente gravate ai vari e rapidi passaggi della proprietà, sembra la incarnazione del principio governativo in una forma socialista, che  non isgraderebbe per certo agli stessi Fouricr e Saint-Simon: fortunatamente la esperienza confirma ogni di più la inefficacia di questo sistema.

Sarà un fatto onorevole per la rappresentanza nazionale modificare una legge male gradita e riprovata dai popoli: i despoti facevano leggi dettate dal capriccio e sostenute dall'arbitrio, essa invece dove interpetrare i voti della nazione, e metterli in atto.

E qui non posso passarmi sotto silenzio intorno ad alcune parole pronunziato dal deputato -Massari alla camera elettiva nella tornata del 21 novembre 1862, con le quali esso assicurava quell'onoranda assemblea di aver raccolto dalla bocca di queste popolazioni una favorevole disposizione al pagamento dei pubblici tributi.

Non dubito che qualcheduno avesse potuto dir ciò all'onorevole Massari per dar prove di generoso patriottismo.

Ma per carità! non facciamo equivoci; delineamo nettamente al governo la nostra posizione, perdio non s'illuda, e vi provveda seriamente.

Il decimo di guerra, le tasse di registro, l'aumento della carta da bollo, e tutte le altre nuove imposte riescono al popolo disgustevoli e pesanti.

Noi sentiamo a ripeterci tutto giorno lamentevolmente nelle orecchie:

«Ci si è distrutta la nostra ricchezza, ci si è aggravati di pesi, ci si è tolta ogni garanzia sulle sostanze e sulla persona, ed infine ci si vorrebbe far perdere la vita, unico bene che ci avanza, facendoci andare a battere coi briganti ».

Ecco quel che dice questo popolo, abituato a pagare discreti tributi; abituato ad andare con l'oro in mano di giorno e di notte, per le città e per le campagne, per le selve e pei monti, senza che alcuno glielo prendesse; abituato infine a vedersi, in compenso delle imposte che pagava, garentito e difeso, nella proprietà e nella vita dalla publica forza.

Io sono certo che la commissione avrà sentito a ripetere molte volte lungo il suo viaggio questo doloroso parole: essa potrà bene illuminare il governo sulla vera condizione delle nostre province. Uno dei più gravi motivi, che costò ai Borboni la perdita del trono, fu la sistematica opposizione dei pubblici funzionari nel far  giungere al Principe i reclami del popolo. Si parli chiaro, per Dio! se non si vuol tradire la patria.

Ove la impetuosità di volere unificare le diverse amministrazioni non ci avesse costretti a farci accettare per buone le leggi del Piemonte, non ci troveremmo ora in cosi commiserevole posizione.

Il giorno in cui le camere prendendo a disamina i diversi sistemi amministrativi dei caduti reami d’Italia, li meneranno a riscontro con quelli delle nazioni più civili di Europa, e sciogliendo spassionatamente il buono ed il meglio dovunque si trovi, ne formeranno una legislazione novella, quel giorno, io penso, che segnerà il risorgimento della nostra publica finanza, e della nostra vera felicita.

Ma sino a quel giorno si badi bene a non aumentare le imposte, si mediti diligentemente a ridurre quelle già decretate. Le imposte, quando non vanno unite al compenso immediato di altri materiali vantaggi, minacciano i popoli a morire di tisichezza, ed casi, per non restarne vittima, potrebbero decidersi a cambiare reggimento di vita. Ricordi il governo, che la gabella sulle frutta cagionò a Napoli il 7 luglio del 1647 'a memoranda sommossa capitanata da Masaniello di Amalfi.

A questa speranza si affidano ora i briganti, e per essa che prendono nuova lena e vigore: si riducano prontamente le imposte, e la contentezza dei popoli schiuderà loro la tomba.

L'attuale ministero, che tutto si mostra dedicato a gittare le fondamenta di un'amministrazione saggia e ferma, dovrebbe dare nuovi impulsi alla pronta esecuzione delle ferrovie meridionali: incoraggiare e proteggere la industria ed il commercio con tutti i mezzi che sono nel suo potere: far subito instituire le casse di credito fondiario, e di credito agrario, profittevoli ad un tempo per i proprietarii e pei coloni: preporre allo Amministrazioni delle province e dei circondarli nomini intemerati, che sieno per la loro sperimentata probità simpatici a tutti i partili, od abbiano esatta conoscenza dei costumi, delle tendenze, e delle persone del lungo: dovrebbe rialzare il vero elemento liberale, spingendo anche un poco, con purezza di proposito però, l'azione governativa, sino a quando i popoli, neofiti di libertà, s'imparano l'uso che debbano fare del pubblico voto: dovrebbe rialzare e fortificare la magistratura, la quale impaurita della giustizia di piazza è caduta in tanto invilimento da sconoscere la giustizia del foro: dovrebbe insomma far risaltare agli occhi delle classi più ignoranti una qualche instituzione di palpabile utilità.

Io l'ó detto innanzi, e lo ripeto, perché i governanti se lo ricordino bene: le masse di queste contrade non sono ancora formate da uomini politici, si bere da utilitari, i quali sono oramai stufi di sentire più chiacchiere, e vogliono vedere fatti patenti: i quali non si brigano affatto del principio di nazionalità, di quello di Sovranità, delle autonomie, dello equilibrio europeo, del diritto d’intervenzione, del non intervento, dei congressi, dei trattati, ecc.; ma vogliono subito Roma e Venezia, perché gli sono state promesse come il termine delle attuali sventure, od il principio della loro prosperità economica (1).

Non mi sembra che, per ora, potessero produrre dei buoni risultati quei due mezzi proposti dal Mosca, l'uno, cioè di costruire rapidamente le strade nazionali (carreggiabili) più importanti, e spingere le Provincie a fare le provinciali con i ponti su i fiumi, onde i comuni possano cominciare le camionali, che devono a quelle coordinarsi: l'altro di fare subito evacuare molti monasteri e conventi delle campagne.

(1) Gli utilitari sono ond'essi degli uomini politici, ma rappresentano innanzi alla scienza un sistema, una scuola, la quale metto per principio, fondamento e ragione di ogni dritto e di ogni dovere la utilità, maggiore del maggior numero, e viene sostenuta segnatamente dal Bonthena. Io ò chiamato utilitari i popoli di queste province non per contrastare ad essi ogni criterio politico, il quale ò messo anzi, a pagina 4, come base ed origine dello nostra unanime e pacifica rivolutone, ma sì bene per determinare che questo criterio s'informa solo in quella parte del giure pubblico, che riguarda la costituzione interna, e la economia sociale, cose, ch'essi tanto maggiormente impararono a valutare ed ambire quanto più lo mala signoria glielo contrastava, come ó mostrato a pagine 9 e 10. Qui sopra ò voluto precisare meglio la differenza, mostrando  come io propriamente intenda per uomini politici, quelli che abbracciano e dirigono tutte le branche nel diritto pubblico, ed in particolare la parte esterna di esso, che determino i rapparti dalle Nozioni, e riposa, o sulla ragione universale, che costituisce il dritto delle genti primitive, o sulle convenzioni che costituiscono il dritto internazionale positivo.

Il primo di questi mezzi porterebbe un'altra grande ferita alla pubblica finanza, forse sarebbe causa di promuovere nuove imposte, o di far sovraccaricare alle province ed ai comuni altri dazii e gabelle, senza che dessi se ne potessero giovare, né prontamente con il brigantaggio, né fra un cerio tempo a favore del commercio, avvegnaechè ora bisogna attendere, che tutti gli studii sulle nuove strade ferrato vengano diffinitivamentc approvati, per stabilire con generale profitto le linee carreggiabili di comunicazione con esse.

La Basilicata, ch’è una delle più fertili province dì questa parte meridionale d’Italia, avrebbe bisogno sopratutto di molte strade carreggiabili per la facile esportazione dei suoi ricchi e svariati prodotti: ma per fare tali strade in una provincia come quella, irrigata da fiumi, e coperta da monti, ci abbisognano immensi tesori; ora io sono certo, che il senno istesso dei suoi abitanti si opporrebbe a far sprecare questi tesori, senza un benefizio pronto, ed un calcolo esatto su i vantaggi futuri.

In quanto al secondo mezzo poi, quello cioè di fare evacuare i monasteri ed i conventi, nemmeno saprei approvarlo, essendoché s'è vero, che questi sono addivenuti centri di reazione e di fautori al brigantaggio, come dice l'onorevole Mosca, non è già che lo fossero addivenuti per decisa avversione all'attuale governo, ma per la ingratitudine con la quale sono stati da esso trattati.

Quanti frati, dimenticando anche un poco il loro ministero, non si arrollarono fra le schiere di Garibaldi per gittare a terra il trono dei Borboni, e far trionfare la causa della libertà e della indipendenza della patria? quanto influenza non spiegarono essi sulle loro parentele e sulle loro attinenze pel felice risultato della nostra rivoluzione?

Ed ora il governo toglie ad essi le rendite se sono possidenti, e non gli paga i mensili promessi; se sono mendicanti, gli leva per fino i sussidii che i Borboni gli davano; e per ultimo, si agli uni che agli altri, gitta contro il discredito e la infamia.

Si facciano pino evacuare i monasteri ed i conventi, quali sono i vantaggi che lo Stato sì ripromette da quesiti misura? Se i frati, che in essi si raccoglievano, si sono disgustali, sia che essi fossero rinchiusi in altri chiostri, sia che si rimandassero alle proprie caso, non cesseranno di essere some di malcontento contro il governo, e costanti fautori del brigantaggio.

Pensino invoco i governanti a farseli amici, realizzino lo speranze ch’essi ebbero nel dì che favorirono la rivolta, paghino esattamente i mensili loro promessi, soccorrano con g!i avanzi della cassa ecclesiastica i monasteri più poveri, o così mentre riguadagneranno da una parte il loro amore e la loro influenza, faranno perdere ai briganti dall'altra, protezione ed asilo.

Né altrimenti dovrebbe il governo provvedere a far contente le monache: queste povere donne, che da uno stato di agiatezza sono state ridotte a mancare molte volte del pane.

Non è nobile e generoso appesantire la mano sopra esseri deboli od innocenti, che giungono a soffocare nelle lacrime gli affanni, perché temono di querelarsi, e non hanno forza per reagire ai maltrattamenti che loro si fanno.

Bisogna però ohe il governo sappia, ch'esse non sono sole nel mondo, che ànno parenti, amici, ed uffizi, i quali irritali o punti da questo indegno procedure si allontanano da lui, ed addivengono ostili.

Prenda pure lo Stato i loro beni, e li divida tra le popolazioni con censi redimibili, affinché la proprietà fosse meglio ripartita, e le migliorie che saranno praticate su di essa possano accrescere la produzione e la ricchezza del regno; ma non faccia mancare a queste vergini sacrale la loro comodità, non faccia sopratutto mancare alle loro chiese i mezzi necessarii al mantenimento del culto.

Non vi è cosa più cara o più preziosa pel nostro popolo, che la sua religione. Si rispetti il suo culto esterno se non si vuol perdere il vantaggio di tenerlo soggetto. Io ricorderò al governo, col Romagnosi, che la importanza e la forza del sentimento religioso è tale nelle nazioni, che la politica tenterebbe invano di controvertere, ed anzi non ecciterebbe che la dissoluzione dell'ordine sociale, mercé l'esercizio di un potere tirannico. Fra tutti i sentimenti morali quello della Religione è il più gagliardo, il più irritabile, ed il più indipendente.

I monasteri che profondevano la metà delle loro ricche entrate per il culto delle proprie chiese, che sostenevano con tanta magnificenza i sacri riti, ora sono ridotti, con pubblica indegnazione e scandalo, a non potcr fare nemmeno celebrare ogni giorno qualche messa per mancanza di danaro.

So bene, che dì ciò rideranno parecchi onorevoli deputati, mi daranno forse dell'oltramontano, io dico loro con la massima franchezza, che non si prende n gabbo il culto di un popolo, anche quando potesse degenerare in superstizione e fanatismo: dico loro, che non è questa la via per andare a Roma.

Napoleone il grande, prima che mettesse piede in Egitto, diceva ai suoi soldati quelle memorabili parole: «I popoli coi quali noi andiamo a vivere sono Maomettani: il loro principale articolo di fede è questo! Non vi è altro Iddio che Iddio, e Maometto e il suo profeta. Non gli contraddice, contenetevi con loro come vi conteneste con gli Ebrei, con gl'Italiani; riguardale i loro Morti ed i loro Imam, come aveste in uso di riguardare i Rubini ed i Vescovi. Abbiate per le cerimonie prescritte dall'Alcorano, e per le Moschee, la medesima tolleranza che aveste pei conventi, per le sinagoghe, per la religione di Mose e per quella di Cristo. Le legioni Romane, alle quali dobbiamo gloriarci di assomigliare, dichiaravansi le proteggitrici di tutte le religioni.

Garibaldi, al quale sì contrastava e senso politico ed arte di governare, seppe, a preferenza di taluni politicanti, conciliarsi la entusiastica simpatia del popolo napoletano, quando il secondo giorno giunto in quella metropoli recassi devotamente alla chiesa della Vergine a Piedigrotta per compiere la sacra cerimonia, che ogni anno in quello istesso giorno, i Borboni, con regal pomba, solevano fare.

Se nella quistione del potere temporale del Papa si vuol guadagnare terreno in politica, so si vogliono ottenere le sperate conquiste morali, bisogna concedere in fatto di religione.

Ponete la controversia con la massima lucidezza innanzi agli ocelli del popolo: fate ch'esso si persuada che il governo italiano non intende abbattere il cattolicesimo: allargate la mano nelle spese del culto, i popoli meridionali ànno bisogno che si parli ai loro sensi: non opprimete i frati, non tiranneggiate le monache, fate rimanere in pace sì gli uni che le altre, sia che vivono, nei loro conventi; non appesantite tasse straordinarie sui beni dei capitoli, non v'impacciate oltre il dovere delle cose ecclesiastiche, e lasciate che la sua giurisdizione cammini spastojata per raggiungere i preti immorali e stringerli nei cancelli dei propri doveri, e le masse in tal modo saranno con voi. Facendo il contrario le troverete ribolli, e facilmente subillate a proteggete i briganti, ed a combattere una guerra sanguinosa per sostenere la religione dei padri loro.

Io non possa veramente senza profondo rammarico, fermarmi a considerare le presenti condizioni di questa parte meridionale d’Italia, essa, che unanime si sollevò per spezzare le catene del servaggio, che steso giuliva la mano a Garibaldi, ch’elesse spontanea Vittorio Emmanuele a suo re, ora, nel breve volgere di due anni, si trova cosi alienala e divisa, cosi esasperata e riluttante, che ci vorrà ancora del tempo per ridurla alla concordia primiera.

Non vi è stata una disposizione so!a, emanata sin oggi, che non avesse portato il malcontento in qualche classe di persone: una crudele fatalità è andata ogni giorno nimicando i migliori.

E quasi che non bastasse la riboccante misura dei mali prodotti da quelle disposizioni, una malintesa ragione politica à imposto che si gridasse forte, proclamando retrivi tutti gli individui del clero. — Manutengoli e borbonici quei poveri proprietari ohe han dovuto pagare delle grosse taglie ai litiganti.

Retrivi e borbonici ben ve ne sono, ma questi si trovano tra quella casta favorita, che abituata a strisciare come biscia sui tappeti delle aule di corte, leccando graziosamente l'augusto piede che gli schiacciava il capo, non aveva in compenso titoli, onori, privilegi, ed impieghi, i quali passavano di generazione in generazione per tutti gl'individui che la componevano, degni o indegni che fossero, colti od idioti.

Retrivi e borbonici ben se ne trovano tra i membri dell'alto clero, tra i grandi funzionari dimessi, i quali rimpiangono con la dinastia caduta i scellerati giorni del loro sfrenato e tirannico potere.

Ma volere infamare questa povera gente dabbene dei proprietari delle province, e degl'individui del basso clero, è propriamente un fatto della più alta e riprovevole ingiustizia, e una grande sventura pel nostro paese.

Grande sventura, perché, dopo aver disgustate per ultimo pure queste classi, in quale altra cercherà il governo di trovare appoggio e sostegno?

Spera esso forse nella turba di turba di quei impiegati, privi ili capacità e di onoratezza, ai quali à regalalo un soldo di vero favore?... o pone la sua speranza in quell'altra famelica caterva dei suoi arrapati adulatori?

Vane speranze!...  i primi sono danno gravissimo per lo Stato, danno materiale sulla publica finanza, danno morale nella estimazione dei popoli: i secondi, danno maggiore, perché sono dei rettili vili e schifasi, che magnificando al popolo gli atti del governo, ed al governo la beatitudine del popolo, sperano ingraziarsi ì ministri, affinché pure ad essi gettino una briciola di pane dal banchetto amministrativo, ed ingannando ad un tempo e popolo e governo rodono lentamente le basi del trono.

Ma né, che il loro dente edace non toccherà il trono del magnanimo Re Vittorio Emmanuele II, di questo Re, che, con esempio unico nella storia, à prestato il suo nome alla rivoluzione, ed à compromesso la sua corona con i destini del popolo italiano: non lo toccherà, perché lo difende ancora e lo sostiene la classe dei proprietari, i quali, in meno all'attuale loro martirio, serbano viva la fede, che la sola unità possa rendere la Italia grande e potente; che, armonizzando le sue forte, possa farla addivenire pel suo cielo, pei suoi mari, per la fecondità del suo suolo, per la intelligenza operosa dei suoi abitanti, l'emporio della produzione, della manifattura, e del commercio mondiale, e quindi sorgente inesausta di prosperità e di ricchezza per le loro famiglie.

Badino la Camera elettiva ed il Ministero a riparare con prontezza ai mali presenti, ad evitare errori novelli (1), ed a compiere le promesse fatte ai popoli, perché quelle fede  fede non possa un giorno mancare, — Che se per avventura i rappresentanti dì questi due poteri non si credono a fronte delle impellenti esigenze dei popoli meridionali così forti legislatori ed amministratori, per quanto sono stati sin'ora abilissimi politici, tanto da fare, con ammirevole fermezza e coraggio, riconoscere e valere innanzi a tutta Europa, opponente e stupefatta, il nuovo diritto della Unità Italiana; se non si fidano, dico, di rifare i loro passi, e mettersi fuori da questa via di precipizi sulla quale di presente sì trovano; cedano il posto, e permettano che io pure, animato dal più vivo e sincero scotimento di amor patrio, con umile preghiera gli dica: SIGNORI RITIRATEVI GLORIOSAMENTE, IL VOSTRO COMPITO É FINITO.

Febbrajo I863.

Fabio Carcani fu Domenico

(1) Quali conseguenze sarà per apportare tra queste popolazioni il nuovo prestito di 700 milioni, richiesto recentemente dal Ministero, io non mi fido di presagirlo.




















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