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ANNALI CIVILI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

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Fascicolo LXIV. -  Luglio e Agosto

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NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA DEL REAL MINISTERO DEGLI AFFARI INTERRI

DEL REALE ALBERGO DEI POVERI.

1843

DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI

DA FEDERICO IMPERATORE INSINO AI NOSTRI TEMPI


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Marzo 2016

Introduzione

Gli antichi non ebbero universitĂ , o almeno assai tardi le costituirono: infatti prima di Vespasiano i retori e i sofisti non aveano stipendi dallo stato come narra Svetonio; e Adriano il primo gli accolse in un pubblico edilizio, che fu l'Ateneo (1).

Quanto ai ginnasi di Atene, lasciando star quella parte di essi ch’era addetta ai giuochi e a diversi corporali esercizi, eran pubblici portici e sale e giardini dove i filosofi e i retori solevansi intrattenere a disputare e ad insegnare, per proprio gusto e di mestica mente; e il Museo d’Alessandria era anzi accademia che università, tuttoché pure vi s’insegnasse; perché insomma si volle accoglier da tutte parti e alimentar gli nomini di gran dottrina, e dar loro agio di disputare insieme, o di studiare in quella preziosissima biblioteca erettavi dai Tolomei (2).

Per contrario i moderni hanno arato le università fin dal primo rinascer delle lettere, e come un necessario strumento della lor civiltà (3). Quasi contemporaneamente le. fondarono dappertutto, e in poco spazio di tempo le fecero grandi e famose: onde non si potrebbe dubitare che alcuna generai cagione ve li sospingesse affatto dipendente dalle morali condizioni in che eran posti a quei tempi. Certo per ciascuna città ch’ebbe di quei pubblici stadi si potrebbero assegnar le immediate e peculiari cagioni della instituzione di essi; nondimeno le proprie e vere cause son pia profonde e lontane come in tutti i grandi e durevoli avvenimenti; e assai cose potremmo dire su di esse, contrapponendo le antiche alle moderne società, se non fosse bisogno di troppo discostarci dal nostro proposito. Ma, per dir alcuna cosa dei moderni, stimiamo dover rammentare che la lor civiltà fu in quei primissimi tempi anzi ridestata che generata, perché le invasioni dei barbari non poterono affatto spegnere la romana civiltà di Ponente secondo che dieci secoli appresso fecero in Levante i Torchi che seguitaron l’ire e la fortuna di Maometto secondo. E quando anche avesser potuto rimanea lai cristiana religione e la Chiesa, e con lei tanto sapere tante memorie, tanta parte dell’antico incivilimento. Non fu dunque rotta ogni tradizione e spento affatto l'antico lume, e un lontano ma non picciol riflesso seguitò a consolar le menti degli uomini in mezzo alla barbarie, 0 almeno ad invaghirle del bene perduto, a farne sempreppiù grande il desiderio. Il perché allora si vide ciocche mai non s’ era veduto avanti nelle altre barbare età, vogliam dire che accanto alla ignoranza stesse la stima e il pregio del sapere, come allato al soverchiente potere della forza bruta, il dispregio di essa e i principi morali.

L’ignoranza avea, per così dire, coscienza di sé, cioè non era tanto piena e scura da sconoscerne il ben della scienza, e che alcun poco di lume non la venisse a rischiarar talvolta e a mostrarle il suo difetto. A questo si aggiunse che, spezialmente in Italia, immenso era il potere delle teoriche e delle astrazioni sa tuttaquanta la vita, per quelle vive fazioni di guelfi e ghibellini, e per le controversie fra la Chiesa e l'Impero 0 fra il papa e i principi, e finalmente per le eresie che, venendo d’Oriente, or in questo or in quel paese fra i nostri s’insinuavano.

La teologia, i sacri canoni, la filosofia, la giurisprudenza, la ragion civile, la storia, tutte le scienze eran chiamate in aiuto dalle varie parti, indi passavano all’atto e nella vita; tantoché a ogni passo facessi manifesto il pregio della scienza e il bisogno ch’era d averne, quando nell’antichità invece s’attuavan le opinioni, non già le dottrine; anzi queste eran dalla vita pubblica malate o scomposte.

Gli sforzi versò il sapere doveano esser pertanto, e furono in realtà, grandi, generosi, efficacissimi: e poiché meglio valea chi più potea, videsi dappertutto ne principi un grande adoperarsi in diffondere ed aumentare il poco sapere dei lor tempi, e un voler quasi a forza e lor malgrado far progredire le nazioni.

Di questo provenne quanto eglino operarono per le scienze e le lettere; e però le scuole, e ultimamente le università. Conciossiaché poco poteano i privati quando, non diciamo i filosofi, ma i grammatici eran chiamati con larghe promesse d’oltremonti e d’oltremare, e quando per adir dritto 0 filosofia s’intraprendeano viaggi lunghissimi fuor del proprio paese, e con tanti perigli (1).

Era dunque mestieri che i principi provvedessero come poteano al bisogno, accogliendo nelle lor città, ed offrendo ai cittadini e fino agli strani chi senza mercede gli ammaestrasse. E tanto più che, per quel chiaro sentimento del bene e del retto che il Cristianesimo solea infónder negli animi ed educare, aveano scorto alla perfine quanto bene adoperino le scienze e le lettere in età, come quelle erano, rozze e feroci; e che, mancando di stampa, niun altro modo aveano, fuorché la viva parola, d’ammaestrarne la gente, e di diffonder le idee.

I pubblici studi furon siccome i pergami strumenti efficacissimi di civiltà, come l'una delle due sole sedi della parola: onde quasi partiron con essi il carico dell’ammaestrare, e dove che in questi eran pratici gl’insegnamenti, in essi al contrario eran teorici sempre e speculativi.

E così furon fondate le università e usciron proprio delle morali condizioni di quelle età; perche ignoranza non era assolata, di modo che fosse tolta agl’intelletti ogni conoscenza del valore e del ben della scienza; perché il sapere, per non poche ragioni, se ne fece necessarissimo e bramato, e perché, poco 0 nulla potendo i privati, era ragione che coloro i quali avean la forza degli stati provvedessero secondo lor forze al bisogno, aprendo altra nobile stanza alla parola viva, nel difetto che aveano d alcun altro efficace modo per diffonder prestamente il sapere.

Ma per accostarci alquanto più al nostro sabbi etto, se in Italia più che altrove fu tenace l’antica civiltà, e naturalmente, come avvenne, dovean prima fiorire gli studi; in Napoli massimamente dovea questo avvenire, stanteché la nostra città fa anzi dominata che invasa dalle genti barbare, e potè meglio impertanto conservare alcuna parte delle tradizioni e del sapere degli antichi, ed anzi di quei greci che in ogni sorta di discipline e di buone arti furon, com’è noto, eccellenti.

Perciocché essa, oltre che fu fondata da gente greca, che è sorte comune a moltissime altre città, tenne per più ragioni sempre vivi i greci costami e le usanze, e non par sotto gl’imperatori, ma attraverso le età posteriori, per modo che quando regnavano gli Angioini di molte usanze greche erano ancor praticate dai nostri (2).

Senzaché, Napoli è stata sempre prediletta sede di stadi, e fin da remotissimi tempi decorata del nome di dotta e studiosa città (1). Tale essa fa sotto gl’imperatori, e tale, avuto riguardo ai tempi, si mantenne anche appresso alla rovina dell'impero occidentale, fra tanto grossa e generale barbarie: il perché, sebbene Palermo fosse stata città capitale ai re normandi e agli svevi, nompertanto in Napoli probabilmente furon ordinati gli studi da re Raggiero, in essa Federigo II. volle costituir la sua grande università, come diremo.

Or di questa università nostra, stata fra le piò famose d’Italia, ed onorata,per tacer degli altri manco famosi', dall’Angiolo delle scuole, e dal Telesio, dal Vico, dal Genovesi, noi vogliamo accoratamente narrar le vicende insino all’ultima sua constituzione. E perocché, dipoi la riforma o fondazione di Federigo, tre altre grandi riforme ha avuto la nostra università, divideremo in tre parli principalissime la nostra narrazione; e condurrem la prima insino a Don Pier Fernandez de Castro, conte di Lemos, viceré; la seconda insino a Re Carlo e finalmente la terza fin presso il tempo che viviamo.

Parte prima

Da Federigo imperatore al Conte di Lemos, viceré.

Parecchi scrittori han creduto e molti credon tuttavia che lo studio napolitano fosse, non par ampliato e riformato, ma instituito da Federigo II., riferendo a questo principe ciò ch’egli stesso, come or diremo, ha ad altrui riferito.

Il Giannone, per il primo, disse falsa questa comune opinione; se non che, mirando a più alto scopo, niuna pruova ne diede, e si tenne contento all’affermare (2). Ma Gian Giuseppe Origlia, nell’opera da noi citata avanti, tornò sulla quistione e, giovandosi di alcuni luoghi delle lettere di Pier delle Vigne, fe’ quasi manifesto che il nostro studio non fa instituito da Federigo. Onde il Tiraboschi, che nei primi volumi della sua storia avea detto non esser provato che l’università di Napoli già fosse nel secol duodecimo, si chiamò appresso contento delle ragioni dell’Origlia, e solo gli parve che prima di Federigo lo studio napolitano non avesse anco forma d’università, ch’era insomma l’opinione prima di lui mostrata dal Giannone (1).

Le ragioni dell’Origlia son fondate, come abbiam detto, sopra vari luoghi delle epistole di Pier delle Vigne, e propriamente di due lettere scritte per l’Imperatore al Capitano di Sicilia e a Pier d’Ibernia, che sono amendue nel terzo libro (2).

In quelle due lettere l’Imperatore, parlando dell’opera sua, chiaramente dice di aver riformato, non già fondato o constituito lo studio napolitano. Generale studium, dice egli a Pier d’Ibernia, mandavimus reformari;. e al Capitano di Sicilia poco dissi migliantemente: Universate studium in civitate nostra Neapolis… providimus reformandum.

Oltre di che, non tace Federigo che altri in siffatta sua opera lo han preceduto, e fa menzione del florido stato dei nostri stadi sotto i Normanni, e della lor fama infino agli stranieri. Ad quod licet progenitorum nostrorum nos clara prioritas invitet exemplis dum eorum temporibus sic diversarum scientiarum in regno studia floruisse comperimus, ut non solata ad incolas filios, sed ad extraneos etiam extendisse suavitatem odoris... ec. (3). In verità sarebbe cosa niente verisimile che colai il quale potea lodarsi di aver fondato il nostro studio, volesse tor pregio all’opera e scemar la propria lo de, e per giunta in tali scritture dove, non che avesse a sminuirsi, dovea magnificarsi l'opera di Federigo.

Vero è che nel luogo or citato leggesi in regno, e non in civitate nostra 0 in civitate Neapolis; ma di questo non si potrebbe inferire che in Napoli non fosse un generale studio prima di Federigo, sendoché alquanto dopo si trova quel Civitas antiqua mater et domus studii, indi quelle altre chiare parole: Ad hoc igitur tam salubre convivium magistros quoslibet et scholares hilariter invitamus fidelitati tuae mandantes quatenus praesens beneplacitum nostrum per iurisdictionem tuam solemniter studeas publicare, firmam singulis fiduciam oblaturus quod immunitates et libertates omnes quibus olim tam in Neapolitani quam in Salernitani studiis uti et gaudere sunt soliti, faciemus universis et singulis illuc ire volentibus inviolabiliter observari. Ai quali due luoghi pare a noi che si possa aggiunger l'altro di Riccardo da Sangermano, scrittor contemporaneo, il quale Mense Julio, scrive,pro ordinando studio neapolitano, imperator ubique per regnum mittit litteras generales (1).

Pare adunque manifesto che in Napoli prima di Federigo fosse già un pubblico e generale studio; se non che pensiamo (che che ne dica in contrario l’Origlia), ch’ebbe poi da quel principe ampiezza maggiore, e forma e privilegi di università; stanteché non troviamo, esser questo avvenuto innanzi a quel tempo, né s’ha da presumere che d’un fatto si importante si fosse appresso perduta ogni memoria, e non ci essendo altro modo di accordar co’ luoghi citati alcuni altri delle stesse lettere di Federigo, i quali furon sotto gli occhi all’Origlia e non avrebber dovuto farlo tanto schivo per l’opinion del Giannone (2).

Anzi noi siam di credere che Io studio di Napoli fosse prima peculiare studio di questa città» e che da Federigo poi fatto fosse università comune all'una e all’altra Sicilia; perciocché egli, come vedremo, assegna varie ragioni dell'aver posto in Napoli la sede dello studio del Regno, che non era bisogno di dire, se quivi fosse stata quella sede ab antico. Oltracciò tutta la storia precedente della nostra città ce la mostra a ogni tempo quasi come accolta e. ristretta in se e nelle sue fortissime mura, e senza tanta moral preminenza sulle nostre province; ed invero Salerno a quei tempi non avea soltanto scuoia di medicina, e dappertutto erano scuole di varie scienze, e in ispezialtà nei conventi de’ Benedettini e de Cassinesi (3).

A ogni modo nulla possiam dire di certo di questo studio di' Napoli prima di Federigo. Con questo principe comincia propriamente la storia di esso; onde, lasciando da parte ogni altra investigazione, cominceremo dalla grande riforma da lui operata.

II.

Questa riforma fu cominciata l'anno 1224 e propriamente nel mese di Luglio, secondo il citato luogo di Riccardo da S. Germano. Le ragioni che mosser Federigo a farla furon quelle appunto che han da muovere ciascun buono e provvido principe, e non sarebbe bisogno di riferirle. Nondimeno, avendole egli stesso fello manifeste nell’editto poco atanti allegato, piacerà di qui leggerle così come furon dette dall’Imperatore. Deo propitio,egli dice, per quem vivimus et regnamus, cui omnes actus nostros offerimus, cui omne quod imputamus, in regnum nostrum desideramus multos prudentes et providos fieri per scientiarum haustum et seminarium doctrinarum: qui, facti discreti per studium et observationem justi, Deo serviant... et nobis placeant per cultum iustitiae, cuius praeceptis omnes praecipimus obedire. Disponimus autem apud Neapolim... doceri artes cuiuscumque professionis, vigere studia: ut jejuni et famelici doctrinarum in ipso regno inveniant unde ipsorum aviditati satis-fiat; neque compellantur ad investigandas scientias nationes expetere, nec in alienis regionibus mendicare... Illos siquidem in parentum suorum ponimus, a multis laboribus mus, a longis itineribus et quasi peregrinis absolvimus; illos tutos facimus ab insidiis forum... (1).

Volle dunque Federigo far migliori i suoi sudditi i ammaestrandoli del vero e del giusto, e dare 'ai desiderosi di scienza agio e modo d’appagarsene nel proprio paese senza esporsi ai travagli ed ai rischi di lunghi viaggi. Del che si può argomentare quanto gran numero di giovani uscisse del regno per apprender le scienze, e come fosse scaduto a que’ tempi lo studio napolitano per le precedenti guerre e le cittadine discordie.

Quanto alle ragioni dell’aver pure in Napoli volato porre la sede di questa sua università, quando Palermo era metropoli del Reame, né manco è bisogno di rintracciarle, perché sonoci dette da Federigo nell’epistola a Pier d’Ibernia e nell’editto d’invito agli studenti. Cum civitatem neapolitanam, antiquam utique matrem et domum studii, tam marinae vicinitatis habilitas, quam terrenae fertilitatis fecunditas reddant utiliter tanto negotio congruentem, generale studium in civitate ipsa mandavimus reformari: ut quam localis amoenitas plenitudine rerum gratificat docentibus et discentibus, undique collecta comoditas efficiat gratiosam (2). — Quibus (scholaribus) ad inhabitandum eum locum concedimus, ubi rerum copia, ubi amplae domus et spatiosae salis, et ubi mores civium sunt benigni. . . (3).

III.

Vediamo ora che fosse questa riforma di Federigo, indi quali ordinamenti avesse e dove fosse posta in quel tempo la nostra universitĂ .

Con cortesi inviti e con promesse Federigo chiamò d’ogni parte uomini secondo il tempo dottissimi, per insegnar nella sua università; ed avutili, assegnò loro di ricchi stipendi, e lor concesse di molti favori e immunità (1). G ne volle in ciascuna facoltà, in qualibet facultate, perché fossero ai nostri insegnate tutte le scienze e dottrine del tempo. Onde il nostro studio fin da que’ giorni ebbe cattedre di filosofia, di giurisprudenza, di matematiche, di medicina, di teologia, di sacri canoni, di decretale, di lingua latina e di greca, e forse di lingua araba e di tedesca (2).

Quanto agli scolari, dopo di averli invogliati a venire in Napoli lor mostrandone la bellezza e la comoditĂ  della dimora, e che vi avrebber trovato maestri in ogni disciplina, lor concesse Federigo grandi favori e privilegi per meglio confortarli a venire, e far loro piĂą accetta e piĂą facile la stanza della nostra cittĂ  (3).

Veramente queste concessioni di Federigo voglionsi meno riferire a munificenza o larghezza di lui, che alla natura del tempo che correa. Negar privilegi e favori a quei giorni era on negar proprio l'essere e la civil vita; stanteché nella generai debolezza. ed intima disgregazione degli stati, sola forza e riparo agl’individui eran le comunanze, o il grado che teneano nella civil compagnia.

Si avea questo o quel dritto come di questo o quel grado o comunanza, non mai come nomo o semplice cittadino; onde la più parte de’ dritti eran meri privilegi e peculiari concessioni; e non si dicea com’oggi, Sono uomo; sibbene son operaio, son prete, sono studente.

A ogni modo i favori e i privilegi concessi agli scolari da Federigo furono: Che nel venire, nel dimorare e nel tornarsene, quando che loro piacesse, avrebber trovato intera sicurezza, né mai patito molestia o danno di sorta nella persona e noi l’avere. Scholares, undecumque venerint, secare veniant, in morando, stando et redeundo, tam in personis, quam in rebus nullam sentientes in liquo laesionem.

Secondo: che si sarebber loro allegati i migliori alberghi della città per il pigione di sole due once d’oro all'anno, (che sarebbero un dodici scudi dei nostri}; e che per quelli di minor valore sarebbene stato il pigione stimato da due scolari e due cittadini. Hospitium quod melius in civitate fuerit scholaribus locabitur pro duarum unciarium auri annua pensione; nec ultra extimatione ejus ascendet. Infra praedictam autem summam, ei usque ad illa omnia hospitia extimatione duorum civium et duorum scholarium locabuntur.

Terzo: che da persone a quest’uopo ordinate, avrebber potuto tórre in prestanza quella somma che fosse lor necessaria, bastando dare in pegno loro libri. E perocché di questa sorta di pegni potea provenir danno o indugio ai loro studi, che avrebber potuto precariamente ritorre i lor libri, solo che vi fosse chi sopra di sé togliesse l’obbligo della restituzione. Se non che, volle Federigo che lo scolare avesse con giuramento affermato di non partir di Napoli prima di aver restituito al creditore il pegno precariamente tolto o la so ih ma prestala, o prima di avergli in alcun altro modo soddisfatto.

Mutuum fiet scholaribus ab illis qui ad haec fuerint ordinati secundum quod eis necesse fuerit datis libris in pignore et praecario restitutis, scholaribus fidejussoribus pro eisdem. Scholaris vero qui mutuum recipiet, jurabit quod de terra aliquatenus non recedet, donec praecaria restituet, vel mutuum ab eo fuerit exolutum, vel alias satisfactum fuerit creditori. Finalmente che nelle cause civili eglino non avrebbero avuto altri giudici che i lor professori. Item omnes scholares in civilibus sub eisdem doctoribus et debeant conveniri.

Oltre a queste cose stateci conservate nelle lettera di Pier delle Vigne, sappiano pare da Niccoli di Jamsilla che Federigo non cont ento di assegnar dal suo erario bnoni stipendi ai professori, . quando itt Bologna, come s’ha da Odofredo, eran dati dagli scolari, ne assegni pare agli scolari indigenti, non volendo che la lor povertà potesse in alcuna guisa esser d’impedimento agli stadi, e che fessevi io qualche stato o fortuna chi potassa esser per questa distolto o ritratto dalle scienze, e privato del luna di filosofia (1).

Ai favori ed ai privilegi aggiunse Federigo anche i divieti e il rigore, e proibì a suoi sudditi, sub poena personarum et rerum, di uscir del Regno per ragion di studi, 0 di fargli altrove ohe in Napoli, comandando a quelli, che di già fossero usciti del Regno, di tornarvi prestamente e non più tardi dalla prossima festività di S. Michele, ch’era a quei tempi il giorno in coi solevansi aprire le scuole (1). E con le stesse pene fe’ tanto general divieto d'insegnare nelle altre parti del Regno, che il giustiziero di Terra di Lavoro dubitò non dovesser anche interdir le scuole di grammatica, e ne domandò l'Imperatore. Ma Federigo, con lettera che ancor abbiamo fra quelle del suo segretario, gli fe’ sapere che non era stato suo intendimento di spogliar siffattamente di precettori il suo Regno, che si dovessero anche interdire i primi grammaticali insegnamenti, che sarebbe stato come un toglier le poppe e il latte agli affamati bamboletti (2).

Anche la famosissima scuola di Salerno fa eccettuata dal rigido divieto di Federigo, come si può vedere in varie costituzioni di lui che dovremo ancor citare più avanti (3); e lo stesso fecero tutti i re che gli successero, secondo che avremo più d’una volta occasione di mentovare.

IV.

Oltre a queste cose operate da Federigo, poche altre possiam dire del nostro studioa que’ tempi, solo che non si voglia con l'Origlia dare alle conghietture più quel che si dee.

Abbiam detto che nelle cause civili gli studenti dovean esser con venati innanzi ai lor professori. Or comunque Federigo non ne parli nel più volte citato suo editto, tuttavolta è certissimo ch’eglino aveva pure nelle criminali un peculiar magistrato ch’era detto giustizierò (iustitiarius s cholarium), come la più parte de’ giudici di quell’età; essendoché in un diploma di Carlo I d'Angiò riportato dal Borrelli e dall’Origlia, menzionandosi questo maestrato, espressamente si dice che già era nei tempi di Federigo imperatore (4). Sotto re Carlo questo giustizierò degli scolari avea seco tre giudici assessori che l’aiutassero, e che di tre mesi in tre mesi uscivan d'ufficio; ed uno era l'oltremonti per quei giovani che di là venissero, un altro del resto. d’Italia per quelli che, tuttoché italiani, non fossero del regno, e il terzo finalmente regnicolo (1). E perché Manfredi e Carlo I, standosi contenti a confermare gli ordinamenti di Federigo poco o nulla vi aggiunsero, è molto probabile che detti assessori fosser già aggiunti al giustizierò nel tempo di questo principe, e tantopiù che il concorso degli scolari fa allora probabilmente grandissimo, cosi per l’interdizione che diremo dell’università di Bologna, che per l’allettamento che soglion fare le nuove instituzioni, e che doveano avere le belle e larghe concessioni di Federigo (2)

Non poniamo fondatamente affermare se l’Università avesse allora un rettore o capo che invigilasse, soprattutto in tempo delle lezioni, come l’ebbe appresso sotto gli Angioini: anzi ha molla varisimiglianza il contrario, poiché gli ordini di Federigo e di Manfredi sono indiritti al giustizierò; ond’ei pare che costai, oltre al carico di conoscer dei reati degli scolari, avene avuto pur quel l o di mantener l’ordine dello studio e d’invigilare al buon andamento d’ogni uffizio di esso (3).

Del bidello, che troviam poi nominato nei Capitoli degli Angioini, cioè d’un servo dell’ università che. custodisse le scuole, e pubblicasse le vacanze e le festività e gli ordinamenti del principe e de’ maestra t i, de es i dire che sia stato pure al tempo de’ re avevi, quantunque non ce ne sia rimasta memoria. Ed invero un cosiffatto uffizio è poco men che indispensabile in ciascuna ben ordinata università, per giunta questo nome bede llus trovasi nelle consuetudini dei Normanni per indicar c e rti servi 0 uscieri dei magistrati; onde non è improbabile che fòsse a noi v enuto co’ Normandi, e dato a’ servi dello stadio di Napoli fin da quel tempo (4).

L’università di Napoli non avea facoltà di conferire il dottorato, ò di dar licenza d’insegnare e di esercitare alcnn’arte o professione, ma solo di spedir lettere di approvazione (literae testimoniales), come si può vedere in due costituzioni di Federigo (5).

Avutele, era bisogno d’esser dichiaralo idoneo da alcuni nffiziali ordinati a questo fine dal principe, indi s' avea da lui, 0 da chi faceane le veci nel Regno, la debita licenza d'insegnare, 0 di esercitar l’arte 0 professione che fosse, del che abbiamo più di un esempio nell'epistole di Pier delle Vigne (6). E questo medesimo sperimento dovean fare coloro i quali aspiravano a cattedre nell'università di Napoli 0 nella scuola di Salerno (1): se non che questi sperimenti faceansi per opposizione, cioè disputando alla presenza de’ professori con la contraddizione d’alcun altro (2).

Quanto al luogo ove fosse posto il nostro stadio a que’ giorni, non abbiam precise indicazioni dagli scrittori; ma raffrontandoli se ne può cavare con molta probabilità che fosse nella Region di Nido presso al Seggio, e propriamente accanto alla Chiesa di S. Marco dov’eran teste le Monache di Don naromita; il qual luogo per gli scolari che in gran numero vi abitavano fu detto lo Scoluso.

Onde il Villani, autor quasi contemporaneo, come colui che di persona conobbe Carlo I d’Angiò, dice nella sua Cronaca:

... E maximamente (si chiama el Seggio de Nido) da la h a bit azione de li scolari; habitando in un loco vicino a lo Seggio, il qual loco, per la dieta h abitazione e nido di scolari, la gente la quale s occ eessono a la gente prima li posero nome lo Scoluso, cioè uso di scola e di scolari, dove mo si dice la J uj uma (3).


V.

Se con tanto zelo ed amore Federigo instituì l'università napolitana, non valsero le assidue cure e i travagli della sua vita a fargli uscir mai del pensiero quella ch’ei chiamava lodevole e memorabil opera delle sue mani, e la sua cara e fida città (4). Sicché, ribellatiglisi i Bolognesi, Federigo, nel 1226, interdisse quel famosissimo stadio, comandando agli scolari d’uscir di Bologna e di venire alla nostra università.

Bononie n sibus, scrive il Sigonio, g y mnasii jus adem it,studiososque libera rum juvenes Bononia abire, ac Neapoli m se conferve praecepit, ubi g y mnasium col l o ca vit (5).

Vero è che l’anno appresso, perdonando a’ Bolognesi ogni oltraggio a lai fatto, e rimessigli in grazia, ristabilì pare il loro -studio; ma, come si può veder nel citato storico, favvi qualche anni dopo un nuovo divieto di Federigo, avendo quei di Bologna lasciato un altra volta le parti di lai e ritolte l’arme insieme a molte città di Lombardia (1).

Eppure le discordie e le guerre fra il Papa e l’Imperatore generarmi ta nt a nuova confusione, che nel 1233 lo studio di Napoli era, non che scaduto, affollo scomposto. Il perché Federigo, ribenedetto da Papa Gregorio, non indugiò a volgere il pensiero al suo stadio, e nuovamente lo riformò (2).

Dopo questa riforma, pare che fosse numeroso il concorso degli studenti da tutte le parti d’Italia e lino d’oltremouti: e dobbiam dire che i disordini che ne derivarono furon grandi, per l’unione in un punto di : tanti e tanti accesi e diversi cervelli, e in un tempo come quello d’un parteggiar furioso ed ostinato. Senzaché in niun paese quanto in Napoli ha potere e virtù sulle menti un qualche pensiero, un'idea; e però è sfata ed è sede di nobili speculazioni: in niun altro ordine di persone, come sugli scolari di grande università. E infatti Federigo propter praetentis temporis qualitatem videsi stretto a discioglier lo Studio. Ma le preghiere degli studenti e de’ professori il rimossero da questo suo divisamento; ed egli si contentò di escluder dallo Studio tutti gl’italiani a lui ribelli e quelli che seguitavan le parli del Papa, dando licenza di venirvi a tutti gir altri e agli stranieri (3).

VI.

E Napoli nostra se ne fece più grande e bella, se ne impinguò di ricchezze e di abitatori. La fondazione 0 il riordinamento d’una università era nei mezzi tempi avvenimento di singolare importanza, e per sé solo bastava a far di picciola terra grande e popolosa città. L’università di Bologna ebbe un tempo lino a diecimila studenti, come narra Odofredo, e recò in città quelle ricchezze ch’eran recate altrove dalle industrie e dai traffichi di mare (4). Sicché il fame divieto parve a Federigo gravissima pena; e sarebbe stata, se non era la nuova lega di Lombardia che die' modo ai Bolognesi di disubbidir senza periglio al comando dell’Imperatore (1).

Quanto allo studio di Napoli, l’interdizione di quello di Bologna non gli die’ pertanto accrescimento grande, ma certo non fu indarno, se non altro, per quegli scolari che venivan dalle città amiche all’Imperatore: a ogni modo l’una e l’altra Sicilia eran per sé sole bastanti a far grande il concorso degli scolari; al qual proposito vogliala ricordare che non pochi dei nostri andavan sino a Parigi a far gli studi di teologia e a dottorarsi in questa facoltà, prima che loro il vietasse l’Imperator Federigo (2).

Il perché la constituzione del nostro studio è per la storia di questa città un fatto non par importante, ma cagione di grandi e lontane conseguenze, che duran tuttavia, e piacendo a Dio, dureranno.

Infin fin da quel tempo prese Napoli ad acquistarne splendore e maggior dignità, e tuttoché disertata e insanguinata dopo il furiosissimo assedio fattole attorno dalla rabbia dell’Imperator Corrado, fu non guari dopo da Carlo I eletta a metropoli di questo Regno: onde sempre aumentando e abbellendosi nei secoli appresso, se n'è fatta ora dolcissimo richiamo agli stranieri, e popolosa e dotta sopra le altre italiane città.

Giambattista Ajello.

(sarĂ  continuato)

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1 Primus (Vespasianus) e fisco Latinis graecisque rhetoribus annua centena constituit. Cap.VIII in Vespas . Aurel. Pictor in Hadriano. Tiraboschi , Storia della lett. ital. Libro 1 . e . 8 . Giann. Stor, civ. lib. l. c. 10. Moreri , Dictionnaire in Athenée.

2 V. Lasena del Ginnas. Napolit. in fin. — Postea gymnasium pro omni loco in quo aliquid exercitationis genus fieret, sumptum est , ut pro ludo litterario et scholis site diatribis philosophorum. Panvinius in Graevio Antiquit. graecar. tom. IX 281.

— l d (Museum alexandrinum) nihil aliud erat quam locus in quo viri excellentis doctrinae , initio a regibus alexandrinis, postea vero AEgypto a Romania subacta, ab imperatoribus romani... alebantur, eum in finem ut omnium aliarum rerum cura vacui, omne tempus in literis et studiis, eruditisque confabulationibus consumerent. In Gronov. Antiquit. graecar. tom. X. 1 85 .

3 Lo Studio di Bologna non fu dapprima una università, ma pressoché solamente scuola di giurisprudenza ; e quello di Salerno, che fa pure antichissimo, soprattutto scuola di medicina.

1Petri de Vineis epistolar. lib. III, cap. 11.

2 Plurima graecorum institutorum ibi supersunt vestigio, ut gymnasia, epheborum coetus, euriae (ipsi Phratrias vocant) et nomina romanis imposita. Strab. lib. Neapolim qua si graecam urbem delegit (Nero). Tacit. Annal. XV. 33 . — E vedete il Giannone op. cit. lib. 1. ea p. Ae l’Origlia, Storia dello Stud. nap. 1. 94.

1 Lasena op. cit. passim.

Illo Vìrgilium me tempore dulcis alebat Parthenope, studiis florentem ignobilis oci.

Virg. Georg.

. . . Et guas docta Neapolis creavit.

Martial.

Doctaque Parthenope, Sebethide roscida lympha.

Colum.

Civitas antiqua mater et domus studii.

Petri de Vineis epistol. lib. III. c. 11.

2Stor. civ. lib. X cap. 3.

1Ibid. e Tiraboschi op. cit. parte VI. lib. 1.

2Cap. 10 e 11.

3Petri de Vineis epistolar. lib. III, cap. 12.

1Murat. Scriptor. rerum italicar tom. VII. In Richardo de S. German, an, 1224,

2Gli altri luoghi delle epistole di Federigo son questi seguenti. . . in neapolitano studio, quod de provisione nostra fundavimus — Ne tamen opus manuum nostrarum laudabile penitus deperiret —. . . In civitate nostra Neapolis liberalium artium sedem induximus et culturam. — Vedi l’0riglia tom. 1° 100, 96, 95.

3Giann. op. cit. lib. X cap. 11 S 2 e 3 – 0riglia 1. 32.

1Petri de Vineis epist. lib. III, cap. 11.

2Ibid. cap. 10.

3Ibid. cap. 11.

1Nicolaus de Jansill. in Scriptor. rer. italicar. tom: VIII 496. Giann. op. cit. lib. XVI cap. 3. Petri de Vineis epistolar. lib. Ill cap. 1o. in fin. 11 e 12. Origlia tom. I lib. 2.

2Constitut. Freder. lib. III, tit. 47. Origlia 1, p. 52, 68, 7o, 1oo e 126.

3Petri de Vineis lib. IIl cap. 11.

1 ....imperator liberalium artium et omnis approbatae sapientiae scholas in regno constituit, doctoribus ex diversi mundi partibus per praemiorum liberalitatem ascitis, constitutoque tam eis salario, quam pauperibus auditoribus, sumtum de sui aerarii largitate, ut omnis conditione et fortunae homines nullius occasione indigentiae a philosophiae studio retraherentur. Script, rer. italicar. tom. VIII 496— Tiraboschi, Op. cit. lib. 1. cap. 3 §. 8.

1Petri de Vineis epistol. ibid. e ved. il Tiraboschi, op. cit. lib. I. cap. 3, S. 9.

2Petri de Vineis epist. cap. 13.Tom. XXXIII.

3Constitution. lib. lII, tit. 45 e 47. Praesenti lege statui m us ut nullus in medicina vel chirurgia, nisi apud Salernum vel Neap o lim, legat (in regno).

4Origlia, 1° 79 e segg.

1Origlia, Op. cit. tom. I pag. 87 e 88.

2Ved. l'Orig. tom. I 91 a 99. -

3Origlia, 1° 112. 4

4Dufresne in bed. Origlia, ibid.

5Constitut. Freder. lib. Ili, tit. 43, 46, Giannon. lib. XVI, cap. 3.

6Lib. VI. cap. 21 e 24. — E nel tìtolo XLV del lib. III delle Constit. — ... in sterum nullum medici titulum praetendentem audere practicare aliter vel medere, nisi Salerni primitus (nel titolo XLVII si parla pure di Napoli) in contenta publico magistrorum judicio comprobatus, cum testimonialibus literis de fide et sufficienti scientia, tam magistrorum, quam natorum nostrorum ad praesentiam nostram, veli nobis e regno absentibus, ad illius praesentiam qui vice nostra in regno remanserit, ordinatus accedat, et a nobis vel ab eo medendi licentiam consequatur.

1lbid. tit. 47 Orig1 100.

2Giannone lib. XX cap. 3,

3Cap. XIV. Celano, giom. 3, Summonte hist. lib. 1.

4Ipsum, tamquam manu nostram structuram memorabilem, posteris et generaliter omnibus fructuosam prosequutione. laudabilem prosequamur... Nell’Origlia I. 94. E ved. anche a p. 96.

5Hist. regni Ital. lib. XVII, e Chron. bononiens. Nel Muratori Ber. Italicar. XVIll.

1Lib. XVIII. Anno 1237.

2Studium quod Neapoli per Imperatorem statutum fuerat, quod extitit turbatione inter Ecclesiam et Imperium secuta penitus dissolutum, per Imperatorem Neapoli reformatur. Richard. de S. German. chronic.

3Epistola ad Andream Cicala cit. dall’Origlia 1.° g6 e 92.

4Ved. il Tiraboschi, op. cit. lib. 1. cap. 3 §. 8.

1Sigon. Ibid.

2Onofri, Elogio di Carlo III LXXXVI. Giann. lib. XVI cap. IV in fin.







































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