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RAGGUAGLI STORICI SUL  REGNO DELLE DUE SICILIE

DIVISI IN VOL. 2, E CIASCUNO IN EPOCHE DUE SCRITTI DAL CONTE GENNARO MARULLI

OPERA che si pubblica per cura dell’editore proprietario LUIGI JACCARINO

NAPOLI - Per cura dell’Editore proprietario Luigi Jaccarino - Strada Rosario Portamedina n. 31 - 1845

Gennaro Marulli - Ragguagli storici sul Regno delle due Sicilie Volume Primo - 01 Volume Primo - 02 ODT PDF
Gennaro Marulli - Ragguagli storici sul Regno delle due Sicilie Volume Secondo - 01 Volume Secondo - 02 ODT PDF

— Volume primo, Epoca seconda, Parte seconda —

REPUBBLICA PARTENOPEA
CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV
CAPITOLO V CAPITOLO VI


CAPITOLO I

Il Generale Championnet cerca di conciliarti col popolaccio; pubblica un editto. — Nomina un provvisorio governo: confirma Moliterno e Roccaromana nelle loro cariche; bando fatto da questi: istallazione del nuovo reggime; municipali di Napoli; Championnet in un discorso alle genti riunite in S. Lorenzo. — Nuova divisione del Regno e della Capitale; si dà a ciascuna parte del governo quell'ufficio che le riguarda. — Lusinghe dei novatori: nuove leggi, il debito pubblico è detto debito della nazione; abolizione del calendario Cristiano e sostituzione di quello Repubblicano, idea di questo. — Si spediscono dal Governo nelle provincie dei commissari repubblicani; altre emanazioni; la Costituzione della Repubblica è compilata, ma non si bandisce; condizioni niente felici pel nuovo governo. — Championnet chiede al Governo provvisorio il denaro pattuito nell'armistizio; operazioni pel pagamento di esso e disgusti: severo ordine di disarmo. — Abolizione della nobiltà ed altre istituzioni; penuria di grano nella Capitale; arrivo in essa di una commissione mandata dal Direttorio di Francia, la quale è cacciata militarmente da Championnet. — Stato delle Provincie nella corrente epoca. — Avvenimento fortunato nella Puglia a svantaggio della nascente Repubblica; vari paesi della Calabria restano fedeli al legittimo governo.

Allorché il Generale della Repubblica francese fu fatto sicuro dell'acquisto della Capitale del Regno, per la seguita occupazione dei Forti, e per lo sbandamento totale delle valorose nemiche turbe, fece entrata fastosa e solenne in Napoli, quale conquistatole; veniva egli preceduto a cavallo da un certo Giuseppe Poerio calabrese di Catanzaro ardente novatore, e da un capo lazzaro.anche montato, detto Michele Macchiavelli, il quale perché sedizioso d’inclinazione, era stato maneggiato dai sediziosi di Castel Nuovo per insinuare e far gridare dai suoi dipendenti Viva Gesù e Maria, Viva S. Gennaro e la Libertà: ciò avveniva verso le ore ventidue e mezzo di quel giorno ventiquattro, che dal meriggio in poi fu tutto tranquillo; fatto un giro quel Generale per la più parte delle principali vie della città, la sera bellamente si restituì al suo Quartier-generale di Capodimonte. Oprato ciò, senza mettere tempo in mezzo, diede mente a consolidarsi nella conquista sua: di conciliarsi ed ammansire gli animi del popolaccio fu suo primitivo pensamenti poiché assai forti e. molto risoluti esperimentati ave, va: e come venuto era a conoscenza, che su d’esso popolaccio l’amore della Religione potentemente influiva, così perdonare a quello adescamento e seco congiungerlo in amicizia, con grande apparato ad un rendimento di grazie intervenne in unione di tutte le genti a lui obbedienti che nella Domenica venticinque Gennaio nella Chiesa Cattedrale fé celebrare, offrendo ricchi doni alle reliquie di S. Gennaro Protettore di Napoli: questo divisamento produsse l’effetto che se n’era sperato, epperò la ferocia della popolare inimicizia con gli francesi alquanto scemata venne. Vedendo per tanto il Generale Championnet, che la primitiva intrapresa sufficiente buon esito aveva ottenuta, opinò di non lasciare trascorrere quel momento per dar principio al nuovo Stato, che si cercava stabilire. Oltre a ciò sperava esso di accendere con i soliti allettamenti e le usato promesse d’indipendenza talmente le popolazioni del Regno intero, che un fanatismo novello politico democratico subentrasse, pareggiandogli effetti di quella divozione di già mostrala a pro del Re e della Monarchia. Supponeva egli pure, perche aveva Volontà di supporlo, che queste opere fossero facili ad eseguirsi, poiché come in alcuni ingannati operava a tutto potere il preteso amore della libertà, che altro non era, che un pretto egoismo onde far fortuna, ed in altri la peste dell’ambizione non soddisfatta, così dava alla mente sua la piacevole idea, che i residui man mano a queste due lusinghe si attaccassero, epperò saldo si mantenesse per l’avvenire il reggimento repubblicano da stabilirsi. Ma ei non conosceva bene il paese nel quale si trovava e gli umori che vi correvano, quantunque ben l’avrebbe potuto, se da sano discernimento si fosse fatto guidare, desumendo dagli atti estraordinari messi in opera contro le sue intenzioni; egli immaginava che i partigiani della costituzione francese e della democrazia, com’erasegli dato a credere, fossero i più ed i predominanti, mentre il fatto il contrario appalesava, essendo gli amatori dell'antico governo, e gli avversi ai francesi il numero maggiore. A queste ampollose illusioni messa la mente. sua repubblicana, bandiva agli abitanti di Napoli e del Regno un editto sotto la data del 3. Piovoso anno settimo: nel quale diceva, essere le popolazioni di questa parte d Italia libere finalmente; divenire questa libertà il solo prezzo da ritrarsi dalla Francia nella sua conquista, e la sola clausola del trattato di pace, che 1 armata sua giurerebbe solennemente mantenere; guai a chiunque rifiuterebbe di segnare con essa quel patto di amicizia, essere esso trattato come un pubblico nemico contro del quale le sue genti sempre si terrebbero in armi. La truppa della Repubblica francese rimanere nello Stato per difenderlo, e perciò prendere il titolo di armata di Napoli, essere questo in scguela dell'impegno assunto di morire per la causa dei napolitani, e di non fare altro uso delle armi, che per consolidare l'indipendenza e sostenerne i dritti. Rassicurarsi dunque i popoli di queste regioni sulla libertà del loro culto; cessare i cittadini d’inquietarsi per i dritti delle loro proprietà; trovarsi tra alcun poco di tempo dissingannati tutti delle odiose pretensioni rese alla lealtà della Nazione francese. L’organizzazione del brigantaggio, come Un mezzo di difesa, aver dato dei risultati disastrosi e delle conseguenze molto funeste, ma rimediando alla cagione del male, facil cosa sarebbe arrestarne le conseguenze e ripararne benanche gli effetti. Le autorità repubblicane da crearsi rimettere l’ordine e la tranquillità su le basi di Un amministrazione paterna, dissipare gli spaventi della ignoranza, e calmare il furore del fanatismo; con questi mezzi efficaci, e con la severità della disciplina da ristabilirsi sollecitamente, porsi un termine ai disordini provocati dall’odio. Le ciarle di sì fatto manifesto l’illusione vana partorirono, che il Generale di Francia se n’era promessa; fu quindi Napoli di fatti, dopo pochi giorni, ridotta a tranquillo stato, tutti quietando, chi per timore dei francesi, chi per temenza del popolo.

II. Ma mettere in calma la Capitale sufficiente non era alle brame de’ novatori essi volevano ordinare lo Stato a nuova forma quindi Championnet un Provvisorio Governo istituì composto di venti cinque membri, prescelti tra sediziosi ed antichi impiegati, la più parte però uomini per dottrina risplendenti; furono questi per la prima nomina: “Giuseppe Abbamonte, Giuseppe Albanese, Pasquale Raffi, Domenico Bisceglie, Domenico Cirillo, Ignazio Ciaia, Melchiorre Delfico, Raimondo De Gennaro, Raffaele Doria, Nicola Fasulo, Forges Davanzati, Carlo Lambert (Presidente)) Gabriele Manthoné, Girolamo Moliterno, Mario Pagano, Cesare Paribelli, Vincenzo Porta, Francesco Pepe, Giovanni Riario e Prosdocimo Rotondo ebbero con essi un certo Giovanni Bassal commissario francese e segretario di Championnet onde stradare quelli nelle formole delle emanazioni”. () Indi nel 12 Febbraio furonvi aggiunti in “compimento del prescritto numero Antonio Nolli, Giuseppe Logoteta, Pasquale Falcigni, Giuseppe Cestari, Diego Pignatelli Vaglio e Vincenzo Bruno” ()costoro di buon grado fecero mostra di tenere in mano la potestà legislativa ed esecutiva: divisi in sei comitati, che chiamavansi Centrale, Legislativo, di Polizia generale, Militare, delle Finanze e di Amministrazione interiore, si occupavano dei dettagli dell’amministrazione: il Palazzo della Città, ovvero il Convento di S. Lorenzo fu preso per la formale istallazione di questo corpo. Nel medesimo giorno ebbero confirma Moliterno e Roccaromana quali Generali della Repubblica, epperò per secondare quelle inclinazioni correnti fecero essi, da Sant’Elmo ove tuttavia residevano, un editto con la data del 7.° dì della Repubblica vergato da Logoteta, che ancora seco loro stava: in quello si contenevano le seguenti cose. “Essere decaduto dal trono il passato Governo; doversi sostenere dai cittadini tutti il nuovo regime repubblicano col sangue; esternare somma gratitudine alla Repubblica francese per aver resa libera questa terra; cercare i mezzi onde vestire ed armare le truppe repubblicane di Francia, ridotte lacere per aiutare la grande opera della napolitana nuova vita; mandarsi deputati a Parigi per ringraziamenti, e formare trattali di alleanza col Direttorio di quella madre Repubblica, del pari che con le repubbliche Italiane, Batava, ed Elvetica; cercare una pacificazione con la Repubblica Ligura essendo questa iti urlo col passato governo, e perciò pregare il Generale Championnet di scrivere a tal riguardo al Ministro francese a Genova; riorganizzare le fortificazioni del cratere rimaste sfornite di artiglierie per ordine del passato don minio: confermarsi tutt’i militari che volessero servire alla nascente repubblica, nel grado ch'erano rivestiti di già e formarsene con sollecitudine un allistamento; addossarsi la Repubblica nascente il pubblico debito, dichiarandolo debito nazionale” (). Dalla data di questa emanazione rilevasi che i demagoghi napolitani intendevano nata la Repubblica novella da quel giorno, che fu abbassata la bandiera regia ed inalberata la tricolare nel Forte Sant’Elmo.

Mei domani 8.° della repubblica (27) furono invitati dal Presidente Carlo Lambert tutt'i componenti il Provvisorio governo, e tutt'i qui appresso indicati, prescelti pel Corpo Municipale della comune di Napoli, ad intervenire al Palazzo dell Città per l’istallazione del nuovo regime repubblicano: “furon questi del municipio Luigi Serra di Cassano, quale diede rinunzia ed in sua vece fu sostituito il figliuolo Giuseppe, Montemiletto, Filippo de Gennaro Caletta, Luigi Caraffa Jelsi, Giuseppe Pignatelli, Diego Pignatelli del Vaglio, (che indi come dicemmo passò a far parte del Provvisorio governo insieme a Vincenzo Bruno anche eletto tra questi municipali), Antonio Avella lazzaro di Porta Capuana soprannominato Pagliuchella, Ferdinando Ruggì capitano di marina, Pasquale Daniele, Michele la Greca banchiere, Olino, Roselli, Ignazio Stile, Francesco Maria Gargano, Andrea Dino negoziante, Andrea Coppola di Causano, Andrea Vitaliani, Domenico Piatti banchiere Carlo Jazeolla negoziante, e Nicola Cadomagno avvocato (), riuniti tutti verso il mezzodì vi si recò il Generale Supremo di Francia accompagnato da’ suoi dipendenti Generali e dal suo Stato Maggiore e pronunziò il seguente discorso. “Cittadini. La Repubblica francese depone oggi nelle vostre mani per lo mio organo il più prezioso prezzo delle sue vittorie, il governo di un paese giustamente riguardato come uno de’ più felici dell’universo per la bellezza del suo clima, pei vantaggi della sua situazione, per l’abbondanza dei suoi prodotti, per la fertilità del suo territorio e per lo numero, e l’energia de’ suoi abitanti. Rendendovi la vostra Patria intieramente libera, la Francia vi ristabilisce nel pieno esercizio di tutti i vostri dritti: la governerete dunque con un doppio titolo, con quello cioè di conquista, che la Francia vi trasmette, e con l’altro di nascita, fondato sopra le leggi della natura, i soli, che possono essere legittimi. L'estensione de’ poteri, che la legge vi confida, è grande, perché è stata calcolata sulla natura delle circostanze piuttosto, che su i principi de’ governi liberi; ma ho creduto che una grande autorità vi fosse necessaria, affinché la rigenerazione del paese vostro fosse oprata con una attività eguale a quella che sarà messa in uso per impedirla; giammai però dovete perdere di vista, che la forza che il governo ottiene perla saviezza della sua condotta, per la confidenza che ispira a tutti, e per l'impero delle virtù, delle quali dà egli l’esempio, è di gran lunga superiore a quella, ch’egli tiene per l’estenzione de’ suoi poteri. Tutto ciò, che avete sofferto per la causa della libertà, perderebbe tolto il suo pregio, se la possanza di cui siete investiti in premio delle vostre operazioni, non fosse intieramente impiegata a consolidare la libertà del vostro paese ed a consolare i Repubblicani affettuosi. Ciò che ha fatto, per liberarvi, l’armata che ho l’onore di comandare, gli ostacoli a traverso de’ quali è bisognato giungere fino a voi, sono egualmente incredibili, che l’accecamento ed il delirio delle prevenzioni, che hanno reso il suo cammino sì malagevole e sì sanguinoso. Villaggio non v’è, che non sia stato necessario di conquistare; non una strada di questa immensa Capitale, in cui non sia stata forzata di dar battaglia; non una casa, che non sia stato necessario di assediare. La medesima forza, che vi ha liberati, vi sosterrà; ne prendo il solenne impegno in nome della nazione la più generosa e la più leale ch’esiste. La Francia non è stata per anche indennizzata da alcuna contribuzione militare per le spese e le perdite d’una campagna tanto gloriosa: mi riserbo di fissarla di ima maniera proporzionata non alla grandezza dei sacrifizi, che la Francia fa alla libertà del vostro paese; ma sarà essa calcolata su le sue facoltà e su l'abbondanza degli oggetti di provvisione, come delle arti, ch'egli richiede. La cura di raccoglierli sarà confidata alla vostra gratitudine, come ancora la diligenza in effettuirli. Raccomando ai membri della municipalità, che la riputazione del loro patriottismo e della probità loro, m’ha tutto indicato come godere della stima de’ loro concittadini e della confidenza del popolo, d’invigilare con la più severa diligenza su tutte le manovre dei malcontenti, e di reprimere tutt’i disordini con un rigore inflessibile. L’interesse generale comanda la più gran tranquillità, e l'armata francese non vuole in avvenire fare altro uso della sua forza, che per combattere l’inimico esteriore, armato contro la vostra libertà.” (). Dette queste cose, il cittadino Laubert qual Presidente del nuovo governo, pronunziò a nome della nazione napolitana. risposta di ringraziamento al Generale con enfatico e manierato dire, chiamando la nuova istallazione L'opera dell’immortale Championnet.

Fu fatto dai membri del Provvisorio governo, con molta sollecitudine, nuova divisione del Regno e della Capitale, secondo il comune servite sistema francese in Italia adottato, ed in undici Dipartimenti fu lo Stato dipartito; in questa tanti errori si marcarono, che la legge effetti aver non potè ed all’antico stabilimento in seguito si restò. Chiamaronsi questi diparfrinenti della Pescara con Aquila per capitale, del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con Nola, del Sangro con Lanciano, dell’Ofanto con Foggia, del Sele con Salerno, dello Idro Con Lecce, del Brendano con Matera, del Crati con Cosenza, della Sagra con Catanzaro”; a queste nuove divisioni furono dat’i distretti, poscia i municipi, è tutte queste novità il nome insieme acquistarono di Repubblica Partenopea (): fu Napoli divisa in sei cantoni ed in ciascuno di essi venne stabilita una. municipalità; questi cantoni ebbero nome “quello di Chiaia Sannazzaro, di Antignano Monte libero, delle due Porte il Colle Giannone, del Serràglio l'Umanità, delle Paludi il Sebeto, del Mercato Masaniello” (). Così per condurre il nuovo Stato sollecitamente a solidità e dare a ciascun Commitato quell’ufficio che gli riguardava e quelle quantità di persone a dirigerlo, venne disposto dai governanti, che il provvisorio governo si dividesse, cioè “facessero patte del Centrale cinque dei suddetti membri e di ogni altro Comitato ne fossero quatro i componenti. Veniva incaricato il Comitato Centrale della direzione e dell’impiego di tutte le forze di terra e di mare; della negoziazione di tutti gli affari e di tutti gl’interessi della, repubblica con le potenze straniere; dell’ammissione di tutti gli agenti diplomatici; della corrispondenza col Direttorio esecutivo della Repubblica francese, e del Generale in capite, come di quella che la Repubblica doveva mantenere con le Repubbliche amiche ed alleate della Francia; formavano priucipal suo carico tutte le misure relative alla esecuzione delle leggi, tutto quelle concernenti la polizia generale, e la pubblica amministrazione, ed aveva su ciò il dritto di regolare, di dirigere e d’invigilare:il produrre al Corpo legislativo tutti i rapporti relativi alla spesa pubblica e regola di distribuzione delle rendite nei diversi Ministeri; l’ordinare lo sborso, l’invigilare sull’impiego di queste rendite, e l'approvarne il pagamento era suo esclusivo attributo: niun contratto per l’amministrazione porre ad effetto si poteva, senza l’approvazione in iscritto di questo principale comitato. Al Comitato di Legislazione se gli imponeva, il preparare la costituzione e le leggi o riguardanti l’abolizione di tutti i dritti, e gli usi contrari ai principi della libertà, e del governo democratico; a questo Comitato non se gli dava nessuna specie di amministrazione. Il Comitato di Polizia Generale, era diviso in sei Burò erano questi il Segretariato; la Sicurezza pubblica; la Polizia degli stranieri ed i passaporti; i Tribunali civili; le Prigioni è case di correzioni; e le Spedizioni degli affari criminali. Il Comitato Militare. aveva nella, sua giurisdizione tutto ciò, che si rapporta all'organizzazione delle truppe nazionali sì di terra, che di mare, ed ai loro movimenti; provvedeva egli al mantenimento e soldo di esse ed era incaricato delle Caserme, Fortezze e Porti: se gli proibiva l’esecuzione di alcun contralto, e di nomina di alcun Uffiziale senza la precedente approvazione del Comitato Centrale. Il Comitato delle Finanze si componeva di un Segretario e di tre sezioni; concernevano alla prima le proprietà nazionali mobili ed immobili; alla seconda le contribuzioni dirette risultatiti dai fondi dell'industria e del testatico; alla terza le contribuzioni indirette provvenienti dalle dogane e dalle consumazioni. Al Comitato di Amministrazione Interna era dato del pari un Segretario e tre Burò; aveva per oggetti il primo, l'Organizzare, e l’invigilare sulle autorità costituite; al secondo gli riguardavano tutti gli stabilimenti relativi al commercio, alle sussistenze, ai soccorsi ed ai travagli pubblici; all’ultimo appartenevano tutte le istituzioni, che hanno rapporto alle Scienze ed alle arti” ().

V. Tali cose ideate e disposte compiacenti di loro stessi da vano i novatori e pieni di lusinghe, ad essi sembrando che la Platonica RepubblicaEleonora Fohseca PimeMelii in sì platonica unione si mescolava, scrivendo col più ardente spirato democratico un Diario di tutto ciò, che alla giornata accadeva, pubblicando sempre a suo pieno piacimento vittorie dei repubblicani, sconfitte dei contrari, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. Ma tante sognate felicità si abbattevano in un campo d’ire, di strazi, di ladrocini e di uccisioni molto crudeli; non si avvedevano questi fantastici di lieta vita, tanto accecati trovavansi cioè il predominio in quel tempo di tiranni e di ladri ora, e più ancora di straniera gente, e che questi di libertà parlando e gridandone altamente, di loro si ridevano e della libertà pur anco. Epoca strana e feroce fu quella, che i buoni per perderli produsse, ed i tristi per farli trionfare.

nelle terre del napolitano Regno si stabilisse; anzi tanto in queste astrazioni trascorrevano che quella platonica repubblica parea loro hon solo possibile, ma ancora non sufficiente; pensandone e promettendosene una maggiore perfezione: queste cose chimeriche un Cirillo sognava, un Conforti, un Logoteta, un Russo e più di ogni altro un Mario Pagano uomini tutti in vero al sommo dotti: splendeva fra questi anche il femmineo raggio ed

Trascorsi pochi dì dalle date particolari incombenze ai diversi dicasteri governativi, si videro creare mollò nuove leggi, Come il congedamento degli armigeri; il vietare i personali servigi; il dichiarare libere le regie caccie e le pesche. Per altri editti, minacciavano la soppressione dei conventi, la riduzione dei Vescovadi e la incamerazione delle ricchezze della chiesa alla pubblica amministrazione () indi elassi altri giorni usciva fuori la disposizione di togliere tutti simboli dei passati Re, gli stemmi ed emblemi regi, sostituendo a questi i repubblicani, e tipo a che non fossero formate le nuove imprese, s’inalberassero innanti ogni pubblico stabilimento le bandiere repubblicane” () imitando così per tutte queste cose i francesi scempi: in pari tempo si dichiarava, come nell’editto di Moliterno e Roccaromana fu avvisato “mettersi sotto la garenzia nazionale tutto il debito pubblico della nazione e cautelarne l’intero pagamento il governo con carte bancali, il quale con principale ed assenziale sua cura prendeva, ciò a mirare; ed intanto perché un oggetto sì rilevante, si potesse esaminare, discutere e decretare con tutta la possibile maturità e delucidazione, s invitava ogni cittadino a presentare al governo i suoi progetti su questo particolare fra, lo spazio di quindici giorni” ().

Fu disposto pur anco l'abolizione del Calendario Cristiano e la sostituzione in vece del Repubblicano, messo in piedi dai francesi filosofi di quella età, il quale ad altro non era diretto, che ad impedire l’esercizio della Religione, abbolendo col fatto il cattolico culto. In esso mutate si vedevano le annuali divisioni, ed i nomi dei mesi e dei giorni alla Settimana era sostituita la Decade, e non più la Domenica età giorno di riposo, ma il decimo giorno di ciascuna decade. L’Era nuova aveva principio dal 22 Settembre 1792, giorno della fondazione della Repubblica Francese; in detto dì incominciava l’anno, che di dodici mesi al pari di quello Cattolico componevasi, ciascuno di essi però di trenta giorni; i nomi dei mesi, non che quelli dei giorni erano cambiati, appartenevano all’Autunno il Vendemiale, il Brumale1 il Frimale; all’inverno il Nevoso, il Piovoso, il Ventoso; alla Primavera il Germile, il Fiorile, il Pratile; all’Estate il Messidoro il Termidoro, il Fruttidoro, i giorni si nominavano Primidì, Duodì, Tridì, Quartidì, Quintidì, Sestidì, Ottidì, Nonidì, Decade; e perché l’anno intero fosse eranvi nel suo finire cinque giorni complementari, che Sancolottidì si appellavano, i quali sacrati venivano il primo alla festa del Genio, il secondo a quella del Lavoro, il terzo a quella delle Azioni, il quarto a quella delle Ricompense, e} il quinto a quella delle Opinioni (). Fatto cangiamento una confusione estraordinaria insoffribile del pari portò, che fa'  mestieri dopo scorso appena un mese all’antifeo statuito Calendario ritornare, e quindi questa bella pretesa invenzione francese mandare in dimenticanza.

VI. Intanto con molla sollecitudine furono dal provvisorio Governo spediti in tutte le provincie del Regno corrieri e commissari democratizzatori, con precisi e rigorosi ordini che “tutt'i Tribunali sino allora Regi, provisori Tribunali Repubblicani si dichiarassero; che lo stesso facessero tutte le altre autorità Militari, civili, ed Amministrative; che la Camera della Sommaria residente in Napoli fosse chiamata Camera dei Conti nazionali, e quella di Santa Chiara si denominasse Supremo Tribunale Consultivo nazionale; che si vietasse a tutti i Ministri, Avvocati Procuratori l'indossare gli abiti alla spagnuola, che già era loro distintivo, ma in vece vestire a proprio modo si decidessero, senza però cingere spada; che i decreti, gli ordini e le decisioni da emanarsi, essere dovessero in italiana favella scritti; che s’istallassero le Municipalità; che per le date di tutti gli atti, uso si facesse del Calendario Repubblicano; che da per ogni dove s'innalzassero gli alberi di libertà con solennità grandiose, e che si formassero le Guardie civiche” () minacciando forte esterminio a tutti quei paesi e terre, che non prontamente obbedissero. Adipe di dar valore a sì fatti deliri il Generale Championnet marciar fece delle truppe in due corpi spartiti, dirigendosi Fimo perla parte del Tirreno, e l’altro verso le Puglie, quali corpi dopo aver breve stazione fitta in Salerno ed in Avellino, nella Capitale rientrarono, facendosi pubblicare, che nuove truppe provvedenti dall’Italia quelle erano. A queste cose si aggiungevano rinviare in tutte le città e terre un programma repubblicano col quale si prendeva ad esaltare il supposto bene della democrazia, e con parole aspre pel legittimo governo, s’invitavano tutti a mettersi volontariamente sotto il regime di quei due paroloni con cui i mal intenzionati han sempre illuso la semplicità de’ popoli, cioè della Uguaglianza e della Libertà.

Usciva a questi giorni fuori la Costituzione Repubblicana, stabile creduta dagli amatori di repubblica, ma non si bandiva, dovendosi attendere il primo Germile (22 marzo) epoca assegnata alla pubblicazione di tanta emanazione, epperò si faceva premura a tutti gli Elettori dei differenti Dipartimenti di tosto riunirsi in Napoli per tonnare la Confederazione Generale; era questa Costituzione opera principalmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servite degli ordini di Francia, vi si vedevano alcuni ordini nuovi. Furono questi “la Potestà censoria commessa ad un Tribunale di cinque persone, il cui carico fosse di vegliare acciocché i cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche l’Eforato a cui apparteneva la facoltà di vedere, che la costituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si mantenesse, che i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla costituzione non trascorressero, e trascorrendo, alla debita moderazione richiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati. annullasse: che le riforme della costituzione dimostrate necessarie dall’esperienza, al Senato proponesse; l’alto annullato per decreto degli efori, quand’anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nessuno più obbligasse, ed il corpo legislativo medesimo obbedisse: gli efori solo quindici giorni all’anno sedessero, ed il sedere di più, fosse caso di stato, niuno altro uffizio esercitare potessero, stessero in grado solo un anno, fossero eletti dal popolo in ogni dipartimento della repubblica, ed uno per dipartimento e non più si eleggesse. Potessero essere eletti all’Arcontato, che era la potestà suprema per l’esecuzione delle leggi, se non dopo cinque anni dappoiché erano usati dall’eforato; al corpo legislativo se non dopo tre: usciti, i| titolo di eforo mai non portassero” (). Degni di qualche commendazione furon gli ordini proposti per le scuole pubbliche. Queste cose trovava Maria Pagano nel suo ingegno; il resto il copiava dalla costituzione francese, dando in tal modo a conoscere la capacità della sua mente, e la mania di gallicismo a cui in allora ognuno andava soggetto.

VII. Queste astrazioni lusingavano gli uomini, le realtà però mettevangli sdegno; colpa parte della natura delle cose, parte di Championnet, parte del democratico governo, parte dei tempi.

Era il Generale di Francia uomo dabbene, d’ingegno piuttosto sufficiente che grande, epperò non aveva forza tale, che potesse frenare i suoi già avvezzi alle licenze negli Stati romani e cisalpini, onde gl'insulti alle persone qualunque erano; frequenti, anche ai magistrati, massimamente ai municipali; e le tolte violenti ed arbitrarie, spesso spessa si facevano sentire: aggiungevansi a queste dispiacenze le intemperanze estraordinarie dei democratici, quindi lo stato di vita si rendeva affatto confacente ai sognati principi.. I signori del Pegno quali aristocratici, siccome gli chiamavano, schermiti, dileggiati e provvocati con ingiurie venivano la libertà della stampa non in altro, che con l'invettive contro dei medesimi, e contro le antiche buone istituzioni sentir di molto si faceva, e quindi gli animi dei più ad adirarsi andavano con quelle innovate cose, e le popolazioni ad esse in luogo di attaccarsene, assai lungi se ne tenevano.

Seguitava a tutte queste un’altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani infiammati ed invasati delle nuove opinioni; peggio che gli energumeni gridando, si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo Stato, e degli uomini dello Stato; il che toglieva a questi non solo la riputazione, ma anche la potenza: in fine chiaramente facevasi scorgere, che non l'amore della libertà portava a tutto cambiare, ma bensì quello della potenza nuova, poiché cambiato il governo antico, anche il nuovo giornalmente cambiar si voleva per ambizione, non arrestando questa, se non dove tutto d’innanzi tolto e spenti tutti, il dominio si acquistasse. Osservavasi tra i repubblicani, che gran numero avevano la repubblica sulle labbra, altri nella testa, ma assai pochi nel cuore per molti la rivoluzione era un affàre di moda, e repubblicani erano soltanto perché i francesi lo erano; alcuni per vaghezza di spirito si facevano chiamare tali, altri avevano presa que Ila opinione per irreligione, quasiché per esentar si dalle pratiche divote vi bisognasse un brevetto del governo; moltissimi la libertà con la licenza confondevano, e credevano di acquistar con la rivoluzione il dritto d’insultare impunemente i pubblici costumi; ciascuno era mosso dal pravo desiderio di fare il suo prò a £pese della pubblica quiete, ed in ultimo a dirla palesemente perla più parte la rivoluzione altro non era, che un affare di personale calcolo. Tal era la condizione del Governò Partenopeo, che odiato dagli aristocratici, biasimato dai democratici, oppresso dai francesi, non aveva modo né di riputazione né di forza per oprare, non che il fantastico bene della sognata repubblica, ma qualunque altro bene, che si fosse.

VIII. Acquistando in tal modo la Partenopea anarchia una forzata apparente stabilità, chiese Championnet alla Capitale le somme pattuite nelF armistizio, non che alle provincie i rimanenti milioni della medesima moneta, poiché di denaro fortemente faceva di necessità alle genti di Francia e ne erano, in vero, di già decorsi i termini: richiesta per se stessa grande, impossibile al pagamento nelle condizioni presenti dello Staio e nel prefisso tempo. Pure il governo Partenopeo da necessità vinto, intese a distribuire il danno; e non potendo dagli ordini della finanza trarre norma, perché tutte le regole dalla statistica erano in confusione e molte ne mancavano, mise a tassa i dipartimenti, le comunità e le persone per propri giudizi, epperò fece per la città di Napoli una divisione di ventitré differenti classi, nel modo più strano ed arbitrario ripartita.

In tale atto furon viste famiglie milionarie tassate in pochi ducati, e tassate in esorbitanti somme quelle, che nulla possedevano; fu vista la stessa imposizione toccare a chi aveva sessantamila ducati di rendita annuali, a chi ne aveva dieci, a chi ne aveva mille, perché il maligno genio di parte pur troppo prevalse, ma intanto per agevolare il pagamento fu dichiarato che in luogo di moneta a peso i metalli preziosi si riceverebbero, ed a stima le gemme cosicché vedevasi con pubblica pietà spogliarsi le case da’ segni di ricchezza, disabellire degli ornamenti le spose, e le madri togliere ai bambini le preziosità degli amuleti, ed i fregi di religione e di augurio aver prezzo di semplici metalli ancora.

Da tale richiesta la gravezza, il male oprato modo, la iniquità disgusti universali e Lagnanze novelle vennero a produrre; per le quali cose cinque del governo andarono deputati del disconforto pubblico al Generale Championnet, ed Abbamonte parlandogli in sensi di carità e di giustizia, lo pregava di rivocare il comando, in eseguibile per allora, eseguibile tostoché le novità forza ed imperio prendessero; quando il Generale rompendo il filo dell’intrapreso discorso, ripeté con superbia il barbaro motto di Brenno Sventure ai vinti era tra i cinque Gabriele Manthoné, che di già capitano di Artiglieria era stato, amante di patria e spregiatore di ogni gente straniera, il quale da ira preso e da disprezzo, così gli rispose “Tu cittadino Generale hai presto scordato, che non siamo tu vincitore, e noi vinti; che qui sei venuto e vi stai non per battaglia e vittorie ma per gli aiuti nostri e per accordi; che noi, ti abbiamo ceduto i castelli della Capitale; che noi i nemici tuoi tradimmo; che i tuoi deboli battaglioni a debbellare questa immensa città non bastavano, né a mantenerla basterebbero se noi ci staccassimo dalle parti tue. Esci, per farne pruova da queste murale se puoi vi ritorna quando sarai ritornalo per vittoria ottenuta allora taglia di guerra debitamente imporrai e ti si addiranno sul labbro il comando di conquistatore e l’empio motto già proferito di Brenno. Il Generale accomiatando la deputazione rispose che si risolverebbe nel corso del giorno; ma nel vegnente dì diede conferma alle taglie messe, per non lasciarsi imporre da quei detti veridici del Manthoné, ed ordinò il rigoroso dissarmamento del restante del popolo, permettendo il prosieguo della organizzazione della Guardia civica, però in ben ristretto numero.

IX. Mentre con tanto precipizio e con vive lagnanze si mettevano ad effetto le taglie disposte, altro colpo dispiacente emanava il provisorio Governo; fu detto chela feudalità, la nobiltà ereditaria e tutte le altre istituzioni diplomatiche più non esistessero; che tutte le primogeniture fedecomessi e sostituzioni in perpetuo di qualunque natura fossero, restassero abolite e vietate: che tutt’i beni della natura suddetta rimanessero nella libera disposizione di quelli, che n’erano in possesso; e che i secondogeniti e tutti coloro chiamati a godere d’assegnamento paga» bili su gli beni menzionati nell’articolo secondo enunciato, dovessero avere in proprietà tanto di capitale libero dei suddetti fondi divenuti già liberi, quanto a ragguaglio del tre per cento sopra i loro assegnamenti” ().

A questi mali soprastava male più grave ed irremediabile: i raccolti dell’anno precedente scarsi erano stati, la guerra esterna e la civile tuttora in vigore in molte provincie, come diremo, consumata immensa quantità di grano aveva, la grassa Sicilia di mandarne ricusava, e le navi che dai porti della Calabria e della Puglia scioglievano le vele con annuali provvisioni di grano, predate da’ navigli siciliani ed inglesi erano, epperò in penuria estrema si viveva, ed il prezzo al pane andava di giorno in giorno crescendo, cosa assai sentita da tutti, ed in maggior modo dalla plebe.

Aumentarono queste dispiacenze col sopraggiungere, in pari tempo, di una Commissione civile mandata dal Direttorio di Francia, della quale n’era capo un certo Faipoult mescolato di già nelle rivoluzioni genovesi, ed in altre rivoluzioni. Dichiarava il Faipoult, appena pervenuto nella Capitale “che quanto ai dritti di conquista e dalle esazioni, Championnet foste stato troppo indulgente” pubblicava un editto, con cui dannando quanto il Generale aveva fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse trascorso, affermava, che “niun altro magistrato che la Commissione civile aveva potestà di porre le tasse, e che chi le pagasse in tutt’altra cassa, che in quella della Commissione male pagherebbe”. Ad atto sì ardito non si sarebbe mosso Faipoult, se non avesse saputo, che già il Direttorio, per ciò che saremo a narrare, cominciava a portare mala volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo fece noto essere caduti in proprietà di Francia per diritto di conquista tutt’i beni appartenenti alla famiglia Reale, cioè, non solamente quanto il Re possedeva, come palazzi, ville, caccie esimili, ma ancora i beni fornesiani, ed erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i costantiniani, i gesuiti; quelli dei luoghi pii; i beni dei banchi in cui erano i depositi dei particolari, e tutti gli antichi monumenti trovati, o da trovarsi fra le rovine di Pompei e di Ercolano; e quelli ancora destinati alle pubbliche scuole” () togliendo in simile modo ogni fonte di rendita alla napolitana amministrazione. Credette Championnet essere tale decreto della francese Repubblica giunto assai intempestivo, ed atto soltanto a vieppiù menare a disgusto le popolazioni, per cui temporeggiare ne cercava l’esecuzione; ma insistendo il Commissario per la pronta esecuzione della sua dimanda, sdegnatosi alla fine Championnet dell'ardimento del Faipoult discacciar lo fece soldatescameute da Napoli, unicamente a Mechiu controloro delle riscossioni e delle spese, ed a Chanteloup ricevitore cassiere, non che tutt'i suoi subalterni impiegati. Questa dissensione fra il Generale e l'agente francese venne a produrre discordia tra francesi, e discordia tra napolitani, epperò non più con la dovuta energia per la sottomissione delle provincie, e per lo stabilimento di un consistente ordine nella Capitale ad agire si pensò, e quindi la primitiva preponderanza delle armi di Francia, non poco, a scemare ne andò.

X. Mentre non con sufficiente frutto, attesa le dette dissensioni, si metteva mente per consolidare la Repubblica, importanti moli contro i repubblicani andavano accadendo in alcune provincie dello Stato, e quantunque le città di Foggia, Barletta, Altamura, Taranto, Monteleone, Cotrone ed altri luoghi della Calabria e della Puglia, per rispetto della Capitale, o per ispirito di rivoluzione, deputati in Napoli avevano mandati pel nuovo ordine di cose riconoscere, pure il più gran numero delle provincie in una incertezza prossima all’anarchia restate erano, ed alcune sempre in istato di aperte sollevazioni si tenevano. Non amavano i nobili per le premesse cause lo Stato nuovo, e né ancora i francesi; e siccome bande di bravi avevano, che a loro dipendenza vivevano uomini tutti molto audaci, così spingevano questi a tentare rivoluzioni contro coloro, che avevano il predominio, unendo ad essi uomini facinorosi ancora. Gli Ecclesiastici, non ignoravano che quantunque in sulle prime vezzeggiati dal governo nuovo fossero, erano da lui, per i suoi principi mal volentieri veduti, epperò con le maggiori persuasioni che potessero le inclinazioni contrarie al novello Stato promuovevano. Molti soldati antichi del Re non volendosi accomodare al nascente dominio, ne’ più lontani ed inaccessibili luoghi eransi ritirati, ed a fomentare discordie e sollevazioni attendevano ora in una ed ora in altra provincia, e con le parole incendendo e con la presenza loro le popolazioni ad insorgere animavano. Negli Abruzzi un Salomone, dinanzi governatore baronale, un Giustini generalmente chiamato Sciabolone, un Pronio ed un Rodio, come accennammo, diventarono famosi capi d’insorgente ed assai avversi e molesti al nuovo reggimento. La terra di Lavoro da Michele Pezza terziario dei Minori osservanti, detto volgarmente fra Diavolo, e da Mammone molinaio di Sora dominata vieppiù veniva, che riuniti a loro un più avanzato numero di gente viemaggiormente ogni giorno contro il novello governo percuotevano; ed in molti luoghi, come suole accadere nei tumulti aprirono essi le carceri e le galere e renderono così le loro masse numerosissime ed assai audace, riunendovi gente di ogni sorte. Torma numerosa di borboniani di giorno in giorno si aumentava nella provincia di Salerno è contro gli amatori di repubblica percuoteva: le terre del Cilento, la stretta di Campistrino, i monti di Lagonegro e gli stessi dintorni della città capo della provincia erano da quelle genti sopratenute, epperò il cammino della Calabria ad ogni altro era chiuso; un Gherardo Curci sopranominato Sciarpa, già capo degli armigeri della udienza, ne dirigeva le armi: nella Basilicata anche lo stesso avveniva, essendo quei popoli tenaci di molto; e vedevi per tutte queste cose da per ogni dove, come aneleremo. ragguagliando combattimenti giornalieri e stragi continue.

XI. In tal fermento degli animi accadeva, che sette Corsi i quali stando in Napoli agli stipendi degl’inglesi, ebbero commissione dal governo brittanico di accompagnare le Reali Principesse di Francia Madama Amalia e Madama Vittoria figlie di Luigi XV e zie di Luigi XVI, don, se rispettabili per i loro costumi, per la loro pie per tante altre virtù, che possedevano le giunte in Napoli nel 1796 provvenienti da erano state bene accette da Ferdinando ed avevano fino a questi giorni, fatta dimora in Caserta, ora per sottrarsi dalle molestie dei tempi, che le perseguitavano, lasciavano quel soggiorno per recarsi a Manfredonia onde imbarcarsi e trarre viaggio per Corfù, per indi prendere stanze a Trieste terra lungi dal teatro della rivoluzione: tal partenza aveva effetto pochi giorni innanti, che le armi della Repubblica francese occupassero Napoli. Tanto avendo eseguito quei corsi, allorché le dette Principesse furono dal regno nostro partite, proseguirono essi il viaggio, con desiderio ardente di fuggire da quelle molestissime giornaliere rivolte, e giunti in Taranto risolverono di procurarsi un imbarco per la Sicilia; ma i continui venti di scirocco, che allora in quelle parti dominavano non permettevano a’ bastimenti il cacciarsi fuori del porto, e quindi questi corsi, loro malgrado per qualche giorno, restar dovettero in quel paese, e furono per ciò presenti alla proclamazione della Repubblica, che colà si fece per ordine del Governo provisorio. Dubitando, per tal circostanza, il potere essere arrestati e cadere nelle mani dei francesi, nella notte degli otto Febbraio se ne partirono diligenti, dirigendosi per Brindisi, sperando di trovare a far vela per Sicilia o per Corfù, o per altra terra che si fosse: percorse varie miglia di viaggio a piedi si fermarono ad un villaggio chiamato Monteasi, ove presero alloggio da una vecchia donna alla quale uno tra essi, per miglior servizio procurarsi, disse essere con loro il Principe Francesco erede del Regno: all’istante lo scherzo qual fatto assoluto creduto venne, e la donna albergatrice uscendo di casa corse di volo ad un suo parente chiamato Bonafede Girunda capo contadino del villaggio e gli ragguagliò l'avvenuto. Costui immediatamente si recò dai corsi e si mise in ginocchio innanti al più giovane per nome Casimiro Corbara, che il più degnitoso dalla comunanza sembrava, e protestò ad esso, tutti gli atti di riverenza e di vassallaggio: i corsi sorpresi della cosa, dubitarono di maggiori guai; per tal causa appena partito il Girunda, senz’attendere il giorno, tosto se ne andarono via. Avvertito il contadino dalla vecchia medesima della partenza del supposto Principe prestamente montò a cavallo per raggiungerlo, ma siccome tenne strada diversa, così non avendolo incontrato, andò domandando a tutti se visto avessero il Principe Ereditario col suo seguito, epperò sparse una voce, che subito si diffuse, e bastò per far porre in armi tutt’i paesi di già percorsi, e per far correre le popolazioni ad incontrarlo. Per tal cosa il supposto figlio del Sovrano unitamente ai suoi, venne raggiunto a Mesagne, ove dalla circostanza del momento fu obbligato a sostenere la parte incominciata; ma non credendosi sicuro in quella terra, si ritirò sollecitamente in Brindisi e si rinchiuse nel castello; colà vedendo cotanto la ingannata moltitudine accrescere a loro dappresso, temerono il potersi avere qualche sinistro sviluppo dell’avventura; quindi cercando salvezza nella audacia di secondare accuratamente l’errore popolare credettero ottimo divisato e pubblicarono “dovere il Principe Ereditario per affari gravissimi passare in Sicilia, lasciare però due suoi Generali a dirigere le disposizioni di quei popoli per la buona causa”. Di fatti Corbora con quattro compagni frettolosamente per Sicilia s’imbarcò promettendo di andare dal Re suo Padre ad esortarlo perché mandasse genti succorritrici alle fedeli popolazioni lasciando Giovanfrancesco Bouquechampe, e Giovanbattista DeCesare, quali regi Generali, al comando delle sollevate popolazioni; de’ quali il Bouquechampe restò nella provincia di Lecce, ed il De Cesare si diresse per quella di Bari conducendo seco il Girunda, che dichiarò generale di divisione. Con questa truppa, che fu la più parte composta di birri, degli uomini d’arma dei baroni, de’ carcerati fuggiti dalle case di forza e dai tribunali, e dai facinorosi delle due provincie, riuscì loro facile rimpadronirsi di tutt’i paesi, che proclamat’avevano la Repubblica, e di sottomettere con un formale assedio MartinaAcquaviva, le quali città giura t’avevano piuttosto morire, che riconoscere quell’inganno. In somma il moto fu d’importanza, e da un fortuito accidente un gran fondamento nacque a fare risorgere in quelle parti la Reale autorità. Del resto il maggior fermento era nella Calabria. Sebbene in Monteleone ed in Cotrone, ed in altri luoghi pure, alcuni abitanti prepotenti, più per avversione ai signori propri, che per ispirito del secolo indotte le loro terre, come d’innanti abbiamo accennato, ad unirsi al nuov’ordine di cose in Napoli stabilito avessero, la più gran parte però di quei paesi rimasti erano nell’antico sistema costanti, come Palma, Bagnara, Scilla e Reggio tutte terre sulla spiaggia del mare situate e di rimpetto a Messina ed in istato minaccievole contro coloro, che il nuovo sistema abbracciato avevano, e ciò, a vero dire, per opera del Consigliere D. rigelo di Fiore che molti arresti verso quelle terre aveva fatto fare di gente facinorosa ed amante di Repubblica, come se n’è fatta parola.



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CAPITOLO II

Corte di Napoli manda nelle Calabrie il Cardinale Fabrizio Ruffo per secondare, il movimento di quelle popolazioni a suo favore. — Diploma consegnato dalla Corte al Ruffo. — Prime operazioni dei Ruffo in Messina, non coronate da buon successo. — Felice arrivo di esso in Calabria e fermento di quei popoli. — Prima organizzazione dell’armata del Ruffo detta della Santa Fede. — Nuova esortazione alle popolazioni calabrese. — La città di Monteleone torna alla parte del Re. — L’armata della Santa Fede ricevendo miglioramenti snella sua organizazzione cambia il nome in quello di Armata Cristiana. — Avvenimenti in Monteleone, uscita dell’armata da quella città: molti paesi e terre della Calabria si rendono al Re ancora. — Le città del Pizzo e di Maida, non che altri molti paesi nel golfo di Policastro si restituiscono alla parte Regia. — Casi avvenuti in Catanzaro nel tempo del suo cambiamento di reggime, e disposizioni date dal Ruffo per tranquillizzare la città: altra lieta nuova Ruffo riceve. — Blocco di Cotrone invito e promesse fatte ai sediziosi di quella città dal Parlamentario regio, onde al dovere di sudditi tornassero, ostilità seguite, presa della Piazza e cattive conseguenze di questa. — Diserzione nell’armata del Ruffo; disposizioni pel buon ordine in Cotrone; il Cardinale viene insidiato della vita, e niuna riuscita di questa insidia; l’armata si riorganizza, si prende cammino per la Calabria Citeriore.

La Corte di Napoli residente in Palermo di queste disposizioni de’ calabresi informata veniva, ma non a conoscenza sua era l’estensione dello sforzo, che avrebbero potuto quelle popolose terre, ed il valore di esse, se guidati fossero state a contrariare il nemico: e siccome in serio modo poneva pensiero di mettere in salvo la Sicilia da quella giornaliera catastrofe, e poteva a ciò non esser sufficiente che detta isola invigilata fosse e protetta dalla formidabile squadra di Nelson, perciocché avvicinandosi alle coste della Calabria di rimpetto a Messina qualche truppa della repubblica, era da temere che suscitar si potessero in Sicilia tumulti e rivoluzioni, non mancandovi colà né sediziosi, riè giacobini, e poco fiducia avendo delle truppe di linea; così risolvette, per allontanare la tema dei disastri, di spedire in Calabria un Vicario-generale, che le intenzioni di quelle genti secondasse, ed a tenore delle circostanze agisse: 0, se queste favorevoli fossero alle desiderate mire, di promuovere un armamento de’ paesani, e col favore di religione ed altri efficaci mezzi e possibili, impegnare quelle popolazioni ad una vigorosa difesa.

Per tal missione eseguire diede il Re estesa facoltà al Cardinale Fabrizio Ruffo, che ritornato da Roma in patria come ebbe, il carico della intendenza della Regal Casa di Caserta così tra i regj impiegati seguì la Corte in Sicilia, il quale essendo uomo pronto e sagace d’ingegno, in quelle terre potente pei possedimenti di sua famiglia, e valevole ad imporre a quei popoli per la porpora di cui era insignito, attissimo, al disimpegno sembrava a Ferdinando: e tale anche gli fu rappresentato da colui che tutto ambiva. il potere negli affari, e che premuroso era di allontanare dalla Corte le persone le quali, come il Ruffo, acquistar potessero un’influenza che desse ombra alla sua.

Accettato dal Cardinale il difficile e dubbioso incaricò, chiese al Sovrano un corpo, di truppe regolari per ordinare i principi dell’impresa: ma non desiderandosi dal primo Ministro, che il Cardinale riuscisse nel disegno, di soldati non fu data al Raffi) neppure una semplice compagnia che di scorta gli. servisse, e di denaro appena il tenue sussidio di tre mila, e poco più ducati. Con questa lieve somma da Palermo il Cardinale partì, incerto molto del buon nascimento della intrapresa, fidando solo nella santità. della causa per cui combatteva, e nel suo forte animo, proseguendo con assai di diligenza e riservatezza il viaggio parte per terra e parte per mare, conducendo seco piccol seguito in cui erano poche persone di suo servizio, e l’Abate D. Lorenzo Sparziani segretario di lui, Annibale Caporossi cappellano, l'Aiutante Reale Marchese Malaspina, ed il Tenente Colonnello Commissario di Guerra D. Domenico Pietromasi. Come questa spedizione cardinalizia il più interessante avvenimento di quell’epoca, forma, poiché le più oscure cagioni degli oprati di allora sviluppa, così sonomi veduto astretto di seguirne fil filo l’andamento sì per la storica verità, che per abbattere talune opinioni su d’essa nate mal fondate di molto, le quali vinte una volta varranno a giustificare le operazioni del Ruffo.

XIII. Al Cardinal Ruffo affidando Re Ferdinando l’alto maneggio di quella importantissima impresa, consegnogli molte carte, ed un diploma in data di Palermo venticinque Gennaio 1799 che tutto intero io qui riporto, essendo un capo d’opera di previdenza, di rettitudine, di bontà, e ili sapienza governativa. --------- “Cardinal Ruffo. La necessità di accorrere prontamente con ogni efficace e possibile mezzo alla preservazione delle provincie del Regno di Napoli dalle numerose insidie, che i nemici della Religione della Corona e dell’ordine promulgano ed adoperano per sovvertirle, mi determinano ad appoggiare a’ di lei talenti, zelo ed attaccamento la cura ed importante commissione di assumere la difesa di quella parte del Regno non ancora invasa da disordini di ogni genere e dalla rovina, che la minaccia nell’attuale seria crisi.

“Incarico per tanto Vostra Eminenza di portarsi sollecitamente nelle Calabrie, come la parte, che premurosamente ho a cuore di porre la prima nel massimo grado di praticabile difesa, per combinare le operazioni o misure con quelle che convengono alla difesa del Regno di Sicilia, e camminare in esse di concerto contro il comune nemico, tanto per rendere immune, l'una e l’altra parta da ostilità, come da’ mezzi di seduzione che si possono introdurre negli estesi loro litorali per arte e tentativi de’ malintenzionati della Capitale, o del resto dell’Italia.

“La Calabria, la Basilicata, le provincie di Lecce e Bari, e di Salerno, l’avanzo di quella di Lavoro, e di Montefusco, ch'è restato dopo la scandalosa cessione falla, saranno l'oggetto delle di lei massime ed energiche premure.

“Ogni mezzo, che dall'attaccamento alla Religione, dal desiderio di salvare le proprietà, la viri e l’onore delle famiglie, o delle ricompense per dii si distinguesse, crederà di potere impiegare, va adoprato senza limite, ugualmente che i gastichi i più severi. Qualunque molla finalmente, che, giudicherà potere suscitare in questo istante, cederà capace di animare quegli abitanti aduna giusta difesa dovrà eccitarla. Il fuoco dell’entusiasmo, in ogni regolare senso; sembra attuale momento il più atto a superare, come a contrastare con le novità, che lusingano l’ambizione di alcuni, con l’idea di conquistare per rapine, con la vanità e l’amor proprio di altri e con l’illusoria speranza, che offrono i fautori delle moderne opinioni e de’ maneggi rivoluzionari, ma di cui gli esempi in tutta l’Italia ed Elvezia presentano il contrario aspetto e le più desolanti conseguenze.

“Per mandare ad effetto, ogni qualunque misura diretta alla conservazione delle provincie al riacquisto benanche così delle invase, come a quello della disordinata Capitale, l’autorizzo come Commessario generale nelle prime provincie ove manifesterà la sua commissione, e con la qualità di Vicario-generale di quel Regno allorché si troverà in possesso e munito di viva forza in tutte, o nella maggior parte delle medesime a fare i proclami che stimerà meglio e conducenti più sicuramente al fine ingiuntole.

“Le accordo con l’alterego le facoltà di rinnovare nel mio nome ogni Preside, ogni reggio amministratore, ogni ministro di Tribunale ed inferiori impiegati in qualunque grada politico;. come di sospendere ogni uffiziale militare allontanarlo, o farlo arrestare occorrendo se ne troverà motivo, ed impiegare intieramente chi stimerà per rimpiazzare le vacanze e finché le abbia io approvate per la proprietà sulle di le inchieste, acciò tutt’i dipendenti dal Governo riconoscano nella Eminenza Vostra il superiore primario da me destinato a dirigerlo, ed agiscano con vivacità, senza remora, né difficoltà alcuna a quanto necessita negli ardui e critici attuali momenti.

“Questa caratteristica di. Commessario. o di Vicario-generale sarà assunta a di lei scelta nel, modo e quando crederà conveniente all’oggetto, perché con le Scolta ed alterego, che le concedo nel più esteso modo intendo, che faccia valere e rispettare la mia Sovrana Autorità, e con essa preservi il mio Regno da ulteriori danni..

“Dovrà perciò adoprare con severità e prontuariamente ogni più rigoroso mezzo di gastigo, qualora 'a ciò: la richiami la necessità del momento e della giustizia, sia per farla ubbidire o per ovviare asserì sconcerti, onde con l’esempio, e col togliere di mezzo la radice o seme, che troppo rapidamente potesse estendersi e germogliare negl’istanti di disorganizzazione delle Autorità da me Stabilite, o dalla disposizione di, alcuni al sovvertimento, venga riparato a maggiori eccessi ed inconvenienti.

“Tutte locasse reggie di ogni denominazione dipenderanno da’ suoi ordini; veglierà che nonne passi somma alcuna nella Capitale, mentre si trova questa nello stato di anarchia in cui, senza leggittimo governo, soggiace attualmente. Il danaro di dette casse sarà da lei adoprato pel comune e necessario bene delle provincie nei pagamenti opportuni al governo civile e nei mezzi di difesa da provvedersi istantaneamente, come al pagamento de’ loro difensori.

“Mi darà conto regolare di ciò che sull’assunto avrà stabilito, o penserà di stabilire, e sopra di cui vi fosse tempo da sentire le mie risoluzioni e ricevere i miei ordini.

“Sceglierà due o tre assessori legati probi e di sua fiducia per affidare loro la decisione di alcune cause più gravi, che per appello dovevano mandarsi ai Tribunali della Capitale, acciò si terminino con finale decisione quelle pendenze nel modo il più breve. Potrà prevalersi di Togati della Capitale o di Ministri delle Provincie per tale commissioni, autorizzandoli a decretare benanche le altre cause, che ai medesimi stimerà di commettere, come anch’egli appelli che ne venissero portali; ed assicurerà con la dimissione di detti Ministri, se occorrerà, la più retta giustizia, che amministrerà in mio nome nelle provincie da lei dipendenti.

“Dalle annesse carte, che le riunisco rileverà, che nella persuasione, che non fosse del tutto sbandato il numeroso esercito che teneva in quel Regno, e eia cui sono stato crudelmente servito, aveva ordinato, che quegli avanzi si fossero portati in Salerno e lino nelle Calabrie per difesa di essa e per un concerto indispensabile con la Sicilia. Nel momento attuale, qualunque sia il Comandante che si presenterà in esse provincie con qualche truppa dovrà andare di accordo in ogni parte di servizi e movimenti con V. Eminenza, cessando necessariamente le disposizioni enunciate negli annessi fogli; ma il Duca della Salandra o altro Generale, che giungesse con della truppa, seguiterà le prescrizioni nuove che qui accenno. Le notificherà al medesimo, e spedirò in appresso quelle provvidenze ulteriori, che i lumi e notizie, che mi manderà, potranno richiedere.

“Rispetto dunque alla forza militare dovendo io presumere, che non n’esista della regolare, sarà di lei cura, ed è l’oggetto principale della sua commissione, di eccitare ogni mezzoed ogni maggiore energia, perché si riorganizzi un corpo militare qualunque, sia composto esso di soldati fuggiaschi o disertori, che in patria riacquistassero il coraggio e l’animo, che ha distinto i bravi calabresi ne’ recenti latti col nemico, oppure sia di quei buoni e ben pensanti abitanti, che le sacre ragioni esposte e patenti di valida difesa, come l’onore nazionale, possono indurre a prendere efficacemente le armi.

“Per ottenere ciò non le prescrivo mezzi, che tutti lascio al suo zelo tanto in modo di organizzazione, che per la distribuzione delle ricompense di ogni genere; se queste saranno in denaro, potrà accordarle subito, se saranno in onori ed impieghi che prometterà, potrà istallare internamente quelli, che giudicherà, e mene renderà intesi per la continua ed approvazione, come pe’ distintivi promessi.

“Giungendo la truppa regolare, che aspetto, potrò farne passare una porzione in Calabria, o in altre parti della terra ferma, come egualmente quwi generi in munizioni ed artiglierie, che potrò dividere fra quelle provincie e la Sicilia.

“Sceglierà le persone di sua fiducia, che. nel militare o in impieghi politici crederà di situare alla sua immediazione, stabilirà, per essi condizioni provvisorie, ed appoggerà loro quelle incombenze, che stimerà poter meglio convenire.

“Per le spese di V. Eminenza adoprerà la somma di ducati mille cinquecento il cinese. che. possono esserle indispensabilmente necessarie;. ma le accordo ogni ulteriore somma maggiore che crederà convenire al disimpegno della sua commissione nel portarsi specialmente da un luogo all’altro, senza peso alcuno a quei popoli, ed università.

“Le concedo parimenti l’uso del denaro che, troverà nelle casse (e che sarà sua cura, di farsi entrare dalle stabilite percezioni) per adoperare porzione all’acquisto di notizie indispensabili alla sua commissione, sia dalla Capitale o dalle provincie, sia anche da fuori per le mosse del nemico.

“Siccome trovasi nel maggior disordine la detta Capitale pei partiti che la lacerano, dei quali è giuoco il popolo, farà vegliare da abili e adattati soggetti ad informarsi del tutto bene e giornalmente; e si procurerà ivi benanche delle corrispondenze ed intelligenze, che fomentino tra i buoni e cordati vassalli, i veri sentimenti di attaccamento ad ogni loro più sacro dovere; non risparmierà denaro per quest’oggetto, quando crederà, proficuamente poterselo impiegare. In casi parimenti da lei creduli necessari o opportuni potrà adoperare somme e promesse per guadagnarsi soggetti, che possono rendere. servizio utile allo Stato, alla Religione e Corona negli attuali momenti.

“Non mi estendo in dettagli maggiori per le, misure di difesa, che nel massimo grado da lei, aspetto; molto meno per quelle contro le mozioni interne, attruppamenti, sedizioni, emissari e mala volontà di alcuni. Lascio al discernimento di V. Eminenza il prendere le più pronte determinazione e per la giustizia subitanea contro tali delinquenti. I Presidi, (quello di Lecce specialmente Commendatore D. Francesco Marulli)

alcuni ben cordati vassalli ed abitanti in quelle parti, i Vescovi, Parrochi ed onesti ecclesiastici la informeranno di tutto de’ bisogni come de’ mezzi locali, e questi ultimi saranno certamente adoprati tutti con quella estraordinaria ed energica vivacità, che prescrivano le circostanze.

“Attendo dall’imperatore Soccorsi di ogni generi; il Turco me li promette ugualmente; così la Russia; onde le squadre di questa ultima Potenza prossima al littorale di queste regioni sono pronte a soccorrermi; ne avviso lei perche nelle occasioni possa prevalersi ed ammettere benanche porzioni di quelle truppe nelle provincia se il caso lo richiedesse, come ricevere pure dalle loro squadre quegli aiuti chela natura delle operazioni facessero considerare utili alla sicura loro difesa.

“Le accenno queste misure dipendenti dall’esterno per ogni buon fine, mentre le farò passare indi quelle ulteriori notizie, che riguarderanno un più sicuro concerto. Lo stesso saprà relativamente agl’inglesi, la squadra de’ quali veglia asseverantemente alla salvezza della Sicilia.

“Ogni modo di ricevere nuove e di spedirmele regolarmente, almeno due volte la settimana, sarà da lei stabilito ed assicurato con precisione, perché le notizie concernenti la importante sua commissione mi giungono spesso ed opportunamente, come necessarie ed indispensabili benanche alla difesa, di questo Regno.

Confido nel suo attaccamento e nei suoi lumi, ed attendo ch’ella corrisponderà come ne sono sicuro, a quanto vivamente e pienamente da lei spero. — Ferdinando (). Innanzi la partenza del Ruffo da Palermo ed allorché all’impresa si disponeva, venn’egli avvertito dal Principe di Luzzi, allora Ministro delle Finanze, che giunto era a Messina il Marchese Taccone, il quale (come nel primo libro dicemmo) teneva in serbo del Tesoro di Napoli ducati 500mila contanti, cambiati in certe bancali e comecché quella somma di pertinenza era della generale Cassa del Regno di Napoli, così il Re cedeva la ad esso per farne uso negli urgenti bisogni, utile recandone per l'occorrevole della spedizione. Fu del pari il Ruffo prevenuto dallo stesso Luzzi, che ordinamenti opportuni eransi dati al Generale Danero Governatore della Piazza di Messina onde somministrass’egli ed armi e munimenti, e qualunque altro necessario ed opportuno aiuto; delle quali cose conoscendone il Cardinale l’effettivo reale vantaggio, tostocché in Messina mise il piede, richiese del Marchese Taccone e del denaro presso d’esso esistente, alla quale dimanda n’ebbe negativa e non aspettata risposta, imperciocché il Taccone scusossi col dire di avere il tutto passato nelle inani del vicario Generale Pignatelli allorché in Napoli trovavasi, e ciò per comando del Generale Ministro Acton, e non potere un tale atto giustificare, come pure presentare i conti della Cassa, perché tutt'i registri e le carte della Tesoreria rimasti erano in Napoli. Non miglior successo ebbe l’altra dimanda fatta a Danero per armi e munimenti, perché quel Generale avendo temenza, che i chiesti oggetti di guerra, in quelle sinistre circostanze, al nemico si abbandonassero, ricusò con sotterfugi farne la somministrazione. Fra per tali cose non felice il cominciamento di questa impresa, ma pure era forza andare innanzi, perché prudenza lo esigeva, non attendendo allatto risposta dal Re, del di già avvenuto, per non perdere tempo, quantunque con assai di sollecitudine se ne fosse ad Essolui sì dal Cardinale, che dal Danero e Taccone data conoscenza; ed a non perder un istante di tempo veniva il Ruffo astretto dai riferimenti fattigli dal Consigliere D. Angelo di Fiore, che da Calabria in Messina era passato, ed affermava che sebbene molte terre di quelle provincie ferme si tenessero nell’antico statuto, pure nell’imminente pericolo di rivoluzionarsi si trovavano, e che allorquando ciò fosse accaduto, impossibile sarebbe stato il penetrare in quei luoghi senza una molto considerevole forza armata, poiché in tre classi quelle popolazioni si tenevano divise, cioè di detestatori de’ novelli sistemi ed amici della Religione e del Re, di gente indifferente intenta sola a non compromettersi in alcun partito, e di fautori delle novelle cose; e di questa quantunque il numero di mollo minore delle altre partitamente fosse, pure perché componevasi di coloro, che portati si erano nella Capitale per studiare filosofia od altra scienza imponeva efficacemente su le predette pel falso entusiasmo e sfrontata audacia in che essi vivevano, e perla sostenuta iattanza, per loro certezza, ed ogni momento ripetuta, dell’imminente arrivo di un assai più forte armata francese.

XV. Arrivato nel dì otto Febbraio il Ruffo con la sua gente presso la spiaggia della Cotona tosto sbarcovvi e prese alloggio nelle terre di suo fratello Duca di Barranello ritrovando piccolo drappello di armati contadini, che circa trecento persone ascendeva riuniti da Fiore e comandati da D. Francesco Carbone nativo di Scilla, già uffiziale de’ miliziotti provinciali. Fu in quella terra, che il Ruffo diede il primo annunzio di sua missione pubblicando a quei popoli, ed alto ingiungendo ai Vescovi, a’ Parrochi ed al Clero tutto “quanto successe in Francia col regicidio, con la proscrizione e massacri del Clero, con lo spoglio e profanazione delle chiese.... quanto avvenne in Italia e specialmente in Roma col sacrilego attentalo contro il Vicario di Gesù Cristo.... Quanti tradimenti successi in Napoli con lo sbandamento dell’esercito, con la rivoluzione della Capitale e delle provincie... Soggiungendo: essere obbligo di ogni Cristiano, di ogni buon cittadino il difendere la Religione, il Re, la Patria, l'onore delle famiglie le proprietà.... e doverne dare il primo esempio i Ministri del Santuario” destinando per punti di riunione Mileto per gli abitanti delle montagne, e Palmi per quei della piana, ingiunse a tutti di “prendere le armi e correre agl’indicati luoghi”.

Un tanto e tale invito del Cardinale divolgatosi con sollecitudine da per ogni dove in quelle circonvicine terre, da’ prossimi paesi accorsero di ora in ora torme numerose di popolani guidate da gentiluomini ed animati da’ Parrochi, che quando videro andare in capo un porporato non isdegnarono quella riunione per guerra disordinata e tumultuosa riunita, riconoscendo tutti altamente l'autorità di cui era il Ruffo dal Sovrano investito; di che messi a spavento coloro, che mostrati si erano aderenti al partito repubblicano, tosto rifuggirono chi in Monteleone, chi in Catanzaro e chi in Cotrone, unici luoghi democratici in quelle parti, perché ne’ medesimi viva la lusinga si manteneva di ciò che gli studenti andavano sempre propagando, unisono a quello, che da’ giornali, scritti ad inganno da Eleonora Pimentel, si faceva sovente credere. Il Tribunale di Catanzaro coerente allo spirito di parte del paese suo, allorché seppe lo sbarco del Porporato nella marina della Catena proscrisse quello, in uno a tutte le genti ad esso attenenti, mettendo grosse taglie non meno sulla testa del Rullo, che su quella del Consigliere Fiore e dell’uffiziale Carbone; ma siffatta misura di rigore a danno degli autori purtroppo, dopo alquanto di tempo, ricadde, ed i corrieri, latori di quelli ordinamenti vennero a furia popolare massacrati.

Il Cardinale dopo le prime dimostrazioni d’affetto in quelle terre, che presagir gli fecero buon riuscimento all’impostogli divisato, ebbe dalla Sicilia alcuni cannoni di campagna e due obici con corrispondenti munizioni, ma senz’artiglieri, e comecché per caso in quelle masse si trovava un caporale di artiglieria cognominato De Rosa, così questi oggetti ad esso affidati vennero.

Fu pensiere del Ruffo per fermi ritenere in quei primitivi congiungimenti quelle genti, che essai volenterose a riunire si andavano sotto. di lui, di disporre le seguenti cose. Rigorosamente diede proibizioni di lasciar passare in paese nemico soccorsi di qualunque natura. Per supplire alle occorrenti spese in sequestro mise tutt’i beni dei Signori calabresi dimoranti nella Capitale, incominciando da quelli del Duca di Bagnare di lui fratello, versando nella cassa militare a titolo d’imprestito il denaro renduale, con dichiarare che i proprietari indennizzati ne sarebbero stati dal pubblico tesoro. Per poi di gente quelle sue masse aumentare sempre più, promise indulto ai profughi, che in Calabria erano molli, e molli ad esso ne corsero, ed in tal guisa una sì numerosa moltitudine vide riunita, di quei che il Re volevano o le private vendette, cose inevitabili nelle popolari riunioni, che in meno di un mese circa venti mila uomini si sommarono nella riunione di Palmi, e diecisettemila in quella di Mileto, inseguiti tutti con la Croce di nastro bianco al cappello, armati e provveduti di sussistenza per più giorni, perché i ricchi proprietari di quelle terre, di ogni sorte di provisioni avevanli forniti.

Eranvi in queste moltitudini un buon numero di soldati dello sciolto esercito, che all’annunzio dello sbarco del Cardinale nelle terre calabresi ogni giorno verso là si dirigevano per riprotestare al Re Ferdinando la propria divozione; ne aveva di questi ricevuto il comando il Colonnello D. Antonio De Sectis nativo di Tropea, di già comandante de’ miliziotti dell’Ultra Calabria, e ne aveva esso De Sectis formato un corpo militare regolare, che il nervo maggiore della moltitudine era divenuto. Ad esempio del già detto, i paesani pure quasiché ridotti a militari compagnie furono, avendo ciascuna di essa tre guidatori e cento componenti. Molte altre cose vennero disposte con assai di sagacia dal Ruffo a fine di mantenere sì l’unione, che l'ordine, per quanto si poteva in quelle genti riunite, che tutte insieme armata della Santafede fu chiamata. Ma comecché oltre i predetti provvedimenti essenziale diveniva lo acquistare mezzi reali onde organizzare e disciplinare vieppiù quelle attruppate genti, non che equipaggiarle rincora, e non dar tempo a quei del repubblicano partito di rinforzarsi nella città di Monteleone, che da più luoghi della provincia colà rifuggiati si erano, così aveva il Ruffo divisato, tenendo segrete pratiche col Vescovo di Mileto Monsignore Capece Minutolo di rendersi prestamente padrone della città di Monteleone.

XVII. Prima d’indraprendere con effettività l'investimento della ora menzionata città, onde ridurla di bel nuovo alla Sovrana obbedienza fu idea del Ruffo, vedendosi circondato da imponente forza, di assumere per decoro della dignità Cardinalizia il carattere di Vicario-generale del Regno di Napoli, e per incoraggiare ed infervorare quelle popolazioni, un novello esortamento vieppiù istigante emanò, col quale disse “Bravi e coraggiosi calabresi. Un orda di cospiratori settari, dopo di aver rovesciato in Francia altari e troni; dopo aver sconvolto e messo in soqquadro tutta l'Italia: dopo avere con sacrilego attentato fatto prigione ed asportato in Francia il Vicario di Gesù Cristo il nostro Sommo Pontefice Pio VI; dopo aver con perfidia e tradimento fatto sbandare il nostro esercito, invadere e ribellare lai nostra Capitale e le provincie, sta facendo tutti gli sforzi per involarci (se fosse, possibile) il dono più prezioso del cielo, la nostra Santa Religione, per distruggere la Divina Morale del Vangelo, per depredare le nostre sostanze, per insidiare la pudicizia delle nostre donne. Bravi e coraggiosi calabresi! Soffrirete voi tante ingiurie? Valorosi Soldati di un esercito tradito, vorrete voi lasciare impunita la perfidia, che oscurando la vostra gloria ha usurpato il trono del nostro leggittimo Monarca? Ah no! Voi già fremete di giusto sdegno, e siete già disposti a vendicare le offese fatte alla Religione, al Re, alla Patria. Olà dunque riunitevi sotto lo stendardo della Santa Croce e del nostro amato Sovrano. Non aspettiamo, che il nemico venga a contaminare queste nostre contrade; marciamo ad affrontarlo, a respingerlo, a discacciarlo dal nostro Regno e dall’Italia, ed a rompere le barbare catene del nostro Santo Pontefice. Il vessillo della Santa Croce ci assicura, una completa vittoria. E voi traviati patrioti ravvedetevi e date segni non equivoci della vostra resipiscenza. La clemenza del nostro Re accetterà benignamente le sincere dimostrazioni del vostro ravvedimento. Guai però a voi se sarete ostinati: il fulmine della giustizia vi arriverà prima che noi credete” (). Siffatto esortatario per mancanza di tipografi manoscritto fu pubblicato sfacendosene dalle persone del clero, che l'armata seguivano, una gran quantità di copie, onde diffonderle ne’ paesi tutti; ed in oggetto di accendere l’entusiasmo ed infervorare quelle genti di già riunite, fu letto e spiegato ripetute volte alle parziali compagnie.

XVIII. Allorché il Ruffo menando seco le sue genti trovavasi a Rosarno per effettuire la marcia verso Monteleone, giunsegli corriere con notizia, che quella città dai patriotti essendo stata abbandonata la precedente notte, il domani si era data al partito regio, con assai spontanei modi, niuno sconcerto avvenendo; poiché quei fra cittadini che amatori di repubblica si tenevano, e tutti coloro, che fuggiti dagli altri paesi della provincia in quella si erano ricoverati, numero e forza atta ad opprimere il resto del paese tutto, al conoscere realmente la quantità della gente armata in Mileto e ne suoi contorni sotto gli ordini del Ruffo riunita, e avanzarsi di questa per Monteleone, presi da spavento, ed atterriti dal pensiero di gravi mali futuri, verso Catanzaro n’erano andati. Nuova siffatta rallegrò non poco l’animo del Porporato perché sperava ancora, che lo stesso succedere potesse in Catanzaro ed in Cotrone: rallegravalo del pari sì perché in Monteleone in quel. tempo la Tesoreria provinciale e tutte le Regie Amministrazioni esistevano, sì perché essendo quella città nel perfetto centro della Calabria, ed in eccellente militare posizione, con sufficiente risorse. pel. mantenimento di numerosa truppa; sembratagli atta a formarne un Quartier-generale, e più ancora a prestare un sufficiente riposo e tetto a quella moltitudine, che dal primitivo suo congiungimento quasi sempre a scoverto cielo era rimasta. Affrettando volontariamente la marcia nel giorno di Venerdì primo di Marzo l’armata della Santa Fede fece ingresso in Monteleone, in dove accolta fu con plausi generali. Molte delle cose oprate da democratici fin dall’allontanarsi di essi eran già spontaneamente decadute, ed in quel giorno stesso il monarchico regime in totale fu colà richiamato in vigore. Alloggiate le truppe nelle particolari case e nei Conventi, primitivo interesse del Cardinale, prese stanza esso nel Palazzo Ducate. Diede egli in quella città per le attribuzioni di Vicario-generale molti buoni provvedimenti per le industrie e manifatture e specialmente su le sete, genere che la migliore e più essenziale risorsa della Calabria formava, in allora, e che a causa di non buoni regolamenti amministrativi non venivano in quella prosperità che attender se ne poteva.

XIX. Era incessante impegno del Porporato il formare al più presto un buon corpo di regolari truppe, ed a tal uopo usavagli tutta la possibile diligenza per tenere disgiunti dalle masse i soldati e sott’uffiziali del vecchio esercito; e comecché in terra chiusa si trovava allora, così conveniente scmbravagli il mandare ad effetto il suo di già preparato divisamento, distinguendone e classificandone le diverse ai mi. Di questa distinta militare gente ne vennero formati tre battaglioni di fanteria di seicento uomini cadauno, ed alla mancanza di Uffiziali di linea, poiché dopo lo scioglimento dell’armata, tutti in Napoli eran rimasti, niuno in provincia andando, rimediossi co’ sott'uffiziali de’ miliziotti provinciali. Fu dato il comando di questo primo corpo qual Colonnello al De Sectis, e ad esso fu immediato l’innanzi detto Carbone qual comandante in secondo; D. Francesco Gulli ed il Tenente D. Natale Perez de Fera vennero anch’essi assegnati a queste truppe. Siccome in tale moltitudine vari soldati di cavalleria trovavansi riuniti, che poco valevole rendevano 1 ufficio loro tra quelle pedestre genti, così per renderle affatto utili formossene uno Squadrone montato su di cavalli procurati nei diversi luoghi della provincia, unitamente ad un certo numero donati particolarmente dalla città di Monteleone al Ruffo; ebbe di questi il carico il Tenente D. Francesco Perez qual primo uffiziale e D. Francesco De Luca qual secondo. Si erano pure riuniti colà parecchi soldati di artiglieria, ma al pari niuno Uffiziale, qual cosa fece sì che il De Rosa a figurare seguitasse da comandante in quell’arma, la quale aumentata era di altri due pezzi che abbandonati da’ fuggiti repubblicani si trovarono in Monteleone. Per Comandante del Treno fu destinato D. Antonio Falanga. Mancava ogni elemento per la formazione di un corpo del Genio, quindi fu pensiero del Cardinale di riunire un gran numero di zappatori paesani spartiti in due compagnie, dandone il comando a due architetti civili, cioè D. Giuseppe Vinci di Monteleone e D. Giuseppe Olivieri di Zinopoli, tale corpo molto utile riuscì per raccomodo delle strade, che attesa la cattiva stagione impraticabili erano divenute. Per quanto fu possibile le regolari truppe fornite vennero di militari arme e di ogni munizione.

Non molto si potè oprare per l’organizzazione delle milizie irregolari, poiché lo spirito di quella gente poco disposto si trovava alla severità della subordinazione, ma soltanto alcuni tra i Capi furono cambiati. Tanto in Monteleone che in altri luoghi si diedero commistioni, con pronta sollecitudine, per costruire scarpe, allestire camice, ed altri oggetti di vestiario e di utile e necessario per l'armata. Queste regolarizzate genti, nonché le irregolari lasciando il già preso nome, quello ritennero di Armata Cristiana.

XX. Mentre che queste cose il Ruffo oprava pel buon riuscimento dell’impresa il Consigliere Fiore, per come avevane ricevuto carico, occupavasi a far venire introiti nella militare cassa, qual cosa disimpegnata veniva con accurata diligenza in tutt’i luoghi ove si faceva dimora; e come gli affari segretariati del Vicario aumentati di molto si erano, così altri soggetti a se Ruffo riunì pel disbrigo di questi.

Accadde intanto, che le lettere della posta di Napoli essendo state portate al Cardinale ad oggetto di conoscere lo stato della Capitale e le mosse de’ nemici, vennesi a chiaro, che in tale occasione eravi tra Palermo e Napoli un attivissimo spionaggio, sapendosi di già in Napoli il tre di Febbraio la spedizione del Cardinale, e deridendo quella perché senza mezzi, epperò creduta non riuscibile, poco opravasi da coloro, che facevan mostra, di reggere il governo, per opporvisi: questa importante conoscenza fece ben’essere accorto e guardingo il Rullo, adottando un misterioso sistema su le cose, che riferir si dovevano alla Corte in Palermo.

Fnron del pari a questo tempo rinvenute delle coccarde repubblicane in Monteleone nel convento, de’ Cappuccini da alcuni delle masse armate; ciò bastò a mettere, la città in disordine interamente, minacciando la massa tutta incendio e rovina di quella, ma la fermezza, ed il contegno mostrato dal Cardinale, cessar fece il tumulto, e vennesi a capo, che quagli odiati oggetti lasciati gli avevano taluni di coloro, che dalla città erano fuggiti. Ad evitare altri inconvenienti siffatti non permise, il Cardinale d’allora innanzi, che quella moltitudine per lunga pezza dimorante restasse in alcun luogo, e quindi fornitala dell’occorrevole, spartendola in tre corpi la fece marciare per tre differente direzioni dirigendone uno in verso fe montagne di Girofalco onde minacciare Catanzaro;, un altro, verso la Città di Nicastro, in direzione di Cosenza, ambedue però atte a congiungersi sempre, che necessario lo divenisse; ed il terzo formato dalle truppe di linea e dall’artiglieria fu ritenuto presso del Cardinale, e diretto, dopo un. giorno, unitamente ad esso, per sentieri che nascondevano la marcia pell’Ionio o pel Tirreno si effettuisse.

L’essersi spontaneamente res’al Re Monteleone, contribuì a confermare nel partito regio tanti altri paesi eterre, che ebbene tornati 4 primitivo ordine erano, nondimeno indecisi e titubatiti sulla sorte loro si tenevano: e non solo la intera provincia della Calabria Ultra (all’infuori di Catanzaro e Cotrone) l’esempio della città di Monteleone imitò, ma benanche l’intera Citra Calabria, inclusa la città di Cosenza, spontaneamente si diedero alla parte regia e spedirono al Cardinale deputati per riprotestare al Re ubbidienza e fedeltà. E qui fa d’uopo avvertire, che tutte quelle sanguinose battaglie con incendi e saccheggi della città di Cosenza di Rossano di Paola ed altre, date dall’armata del Cardinale, raccontate da scrittori storici, che hanno carpito a torto fiducia e credilo, e ch'io chiamo a ragione, non so se meglio favoleggiatori o romanzieri, altro non sono, che parti di loro alterata fantasia, poiché il Ruffo con l’armata sua mai per quei luoghi rivolse i passi, eseguendo la intrapresa marcia per la via dell’Ionio, come appresso si andarà narrando; quindi le sognate riferite cose avvenir non potevano: in vero in detti paesi sconcerti vari accaddero nel momento della controrivoluzione, ma però commessi dagl’stessi cittadini per private vendette, spirito di sangue e di rapina, mali inevitabili nelle civili guerre.

XXI. Una interessante nuova infra il cammino arrivata, partir fece il Cardinale immantinenti per la città del Pizzo la quale con apparato solenne il ricevè e con divozione estrema riprotestò al Sovrano l’obbedienza sua. Era in quei giorni approdata nella marina di quella città una barca provveniente da Politicastro, spedita in espresso modo con un deputato, che desideroso tenevasi di comunicare al Ruffo cose importanti; ciò saputosi dal Porporato si rivolse verso il Pizzo, e tosto ch’ebbe veduta la obbedienza di quella terra, chiese del deputato, il quale espose, “che per la fama dell’avvenimento successo in Calabria e per i progressi dell’armata cristiana molti paesi situati sul golfo di Policastro erano insorti, avevano abbattuti e distrutti gli alberi di libertà dandosi al Re; e che disposti si trovavano ad imitare lo stesso esempio, tutti gli altri paesi situati lungo la costiera del Cilento; ma temendo de’ repubblicani e de’ francesi dimandavano istruzioni, armi e munizioni”.

Nuova più gradita non poteva giungere al Ruffo; quindi profittar volendo di quella circostanza propizia scrisse tosto al Vescovo di Policastro Monsignore Ludovici nominandolo suo plenipotenziario, incaricandolo di promuovere la controrivoluzione di tutti quei paesi, che spontaneamente pel partito del Re si mostravano; ingiungendogli di far riunire nel Cilento uomini armati sotto fedeli Capi, dichiarandosene egli medesimo supremo Comandante. Fatta consegna nello stesso giorno al sudetto deputato di munizioni di ogni specie, ed imbarcatolo su d’una felucia armata della dogana, unitamente a D. Domenico Romano del comune di Scido, come provveditore delle sossistenze e pagatore delle genti armate, tal quale come il Fiore Ìresso il Ruffo faceva, e rimettendo a Monsignor odo. vici altra. lettera commendatizia pel comandante la Squadra inglese che in quel mare incrociava, affinché nelle urgenze. al medesimo aiuto, e soccorso dimandasse, fece allontanare quel messo attendendone con sollecitudine il risultamento.

Mentre disponevasi ciò, venne dai paesani armati arrestato non lungi dal Pizzo il Generale D. Diego Naselli unitamente a due suoi Aiutanti di Campo, il quale come nel primo libro dicemmo era stato spedito con una Divisione in Livorno; il Cardinale salvò loro la vita, minacciata da quei popolani pel generale odio, che contro tutti gli uffiziali si nutriva, per i tradimenti e rovesci sofferti dall’armata, e mandolli detenuti nella Cittadella di Messina a disposizione del Re, accompagnati dall’Aiutante reale Marchese Malaspina e da una scorta armata. Un sol giorno si fece stanzione al Pizzo, in dove essendosi rinvenuti nella torre della città altri due cannoni, vennero questi consegnati all’artiglieria dell’armata, che così allora otto bocche a fuoco ebbe.

Nel seguente mattino uscendo dal paese fu diretta la marcia pel fiume Lameto verso Maida, ed a notte avanzata vi si giunse. Gli stenti e le fatiche del transito, che in vero moltissimi furono in quel giorno pel continuo guadare de’ fiumi, ebbero compenso da un importante avvenimento. Era in quel mattino giunto in Maida D. Domenico Acri uffiziale del Tribunale di Catanzaro con una deputazione, per avvertire il Cardinale della controrivolta accaduta in quella città, e che sebbene arrestati, uccisi e fugati fossero stati tutti quei che pel partito della repubblica si levano, pure continuava la città a rimanere in una orribile e desolante anarchia con massacri saccheggi e private vendette. Ciò sapendo il Ruffo spedì all’istante ordine, che i due corpi di masse armate nella marina di Catanzaro, si dirigessero e si riunissero colà, com’egli col suo anche faceva, e scrivendo quindi a D. Francesco Giglio comandante delle masse ch’erano entrate in Catanzaro che “sotto la sua responsabilità procurasse di sedare tutto ciò che di disordine in quella città avveniva, dovendosi far la guerra soltanto agli ostinati giacobini verso di quella a tutta possa si diresse”.

XXII. E d’uopo in tale circostanza far palesi alcuni particolari delle operazioni fatte in Catanzaro precedentemente a quest’epoca, onde potere con sincere voci e non favoleggiando esporre l’adopramento della sua controrivoluzione. Al primitivo annunzio dell'irrompere dei francesi in Napoli la città di Catanzaro venne da’ repubblicani democratizzata, minacciando di vita il Preside D. Antonio Winspear che ne cercava l’impedimento, il quale abbandonando la sua sede in Messina cercò scampo e salvezza. Il Reggio Tribunale provinciale dichiaratosi repubblicano fu sollecito a spedire ordini per indurre le altre terre a seguire il suo esempio, e proscrisse, come dicemmo, il Cardinale, il Fiore ed il Carbone. Per effetto dei proclami del Cardinale la città venne bloccata da una gran massa di Uomini armati; e come a quella popolazione maggiore di dodici mila abitanti, congiunti si era, no i fuggiaschi patriotti del resto della provincia, così aumentati di numero, grossi vedendosi, disprezzando unanimamente gli inviti del Vicario-generale e nella naturale fortezza della città confidando, deridendo andavano le qualità e la quantità della gente armata, che il detto blocco formavano, Non si avvidero però quei repubblicani, che in quella moltitudine di catanzaresi un buon numero di gente ardita ed intraprendente vi si trovava, cioè i subalterni della Regia udienza, non che colorò, che alla squadra di campagna appartenevano, a’ quali le politiche innovazioni mancare avevano fatto i mezzi da sussistere: adunque cospirando costoro alle masse di fuori si unirono, ed in una notte diedero opera alla controrivolta, (quando appunto il Porporato per Maida si trovava in marcia) aprirono le porte della città, e libero lasciarono il passo ad una quantità di gente armata; Alcuni perché repubblicani creduti, vennero uccisi, altri molti perché repubblicani veri col favore delle tenebre subitamente dalla città evasero, mettendo molte case dei sudditi fedeli al Re a sacco, ed alcune anche in incendio. In ciò conviene avvertire che lo storiografo di cose patrie Generale Colletta, scrivendo su questo avvenuto, tante menzogne disse ed ignoranze quante parole, esponendo in ultimo in quel suo, ben a ragione detto, più libello che storia, che la città di Catanzaro fu presa per capitolazione, foggiandone anch’esso a suo pieno piacimento gli articoli. Alle immaginarie favole vi aggiunse anche l’ignoranza di topografia, inescusabile in lui, che prima di scrivere la sua storia occupò la carica di Intendente, della Calabria Ultra e quella di Direttore dei Ponti e delle strade. Chi non sa che partendosi da Monteleone s’incontra prima Catanzaro, situata sul golfo di Squillare, e dopo. due giornate di cammino si giunge a Cotrone situata al di la del capo delle Colonne? Ciò non ostante' Colletta fece prima arrivare il Porporato in Cotrone, rifiutare la capitolazione offerta dai repubblicani, prendere di assalto quella Piazza, farla saccheggiare dalle sue truppe, che non avea come pagarle, e poi lo fece marciare a mettere l’assedio di Catanzaro.

XXIII. Pervenuto il Cardinale, che di già ne batteva la via, nella marina di Catanzaro spedì una porzione delle sue truppe a mettere il blocco alla fortezza di Cotrone: si occupò esso in quel luogo ad ordinare le cose non solo alla città di Catanzaro pertinenti, ma bensì della intera provincia di cui Catanzaro era il capoluogo. Molti degl’impiegati perché repubblicani divenuti, ebbero cambiamento, altri all’opposto più vistose cariche ottennero; altre cose furono oprate per sedare gli eccessi commessi nella città nel momento della controrivolta: al Winspear, che seguiva l’armata fin dal suo primitivo congiungimento, fu Ordinato di ritornare a Messina attendendo altro destino, ed in sua vece deputato venne qual Preside interino di quella provincia Monsignore barano Vescovo di Bisignano. Le persone della squadra di campagna, che per soprabbondanza di apparente zelo la pubblica tranquillità compromettevano, ebbero ordine di venire presso l'armata e fare il servizio, da Gendarmi. Disbrigate il Ruffo le occorrenti cose nella marina di Catanzaro, ripresesi da tutti di bel nuovo la marcia, che niente felice risultò sì perché le procurate abbondanti previsioni scomparvero ad un tratto per ispirito di rapina di chi ne aveva avuta la consegna, sebbene indi a poco per avvedutezza di chi ne andò m traccia, si riebbero novellamente, sì perché la piena sopravvanzante de’ fiumi non ne permetteva sempre il valicamento, quindi essa marcia a lungo ne andò, camminando molti giorni per luoghi non abitati nella deserta riviera del Marchesato.

Nel mattino di Sabato Santo, ventitré marzo, ebbe il Cardinale la lieta nuova, che il giorno precedente la Piazza di Cotrone era stata presa per assalto; epperò tutti da giubilo presi, tal cosa propagandosi, gridarono Viva la Religione e Viva il Re e ciascuno in letizia, pensando che quella stanca marcia. In Cotrone avrebbe trovato ristoro, cercava sforzandosi al camminare arrivarvi, sollecitamente, come nel venticinque detto mese, passandosi per Cutro, vi si giunse.

XXIV. É di mestieri pure esporre ora l’esatta relazione della presa di Cotrone innanzi il giungervi del Ruffo, per dar conoscenza veridica dell'oprato dalla porzione di gente che al blocco di quella fu mandata. Giace Cotrone sul lido del mare alla parte orientale del capo delle Colonne, havvi in essa un piccolo porto; un castello per la patte di mare, altre fortificazioni dalla parte di terra e buone mura, che da mediocre Fortezza figurare la fanno. La guarnigione Regia forte di un battaglione al primo giungere dei francesi nel Regno fu obbligata ad obbedire il Governo repubblicano, ed il Comandante perché realista manifestatosi. destituito venne e messo in arresto, elegendo i repubblicani in sua vece il Capitano Ducarne, che detenuto in quel Forte, si trovava. Oltre la suddetta guarnigione ed i fuggiaschi sediziosi del resto della provincia colà riuniti, erano giunti in Cotrone, evadendo dall’Egitto trentadue sott’uffiziali di artiglieria francesi, un Tenente Colonnello ed un Chirurgo, i quali e pel loro utile, e per i patri principi loro, vivo tenevano in quelle genti il fuoco dell’entusiasmo repubblicano, sembrando ad essi cosa non possibile, che l’armata del Cardinale scevra di opportuni mezzi, ed in ispecial modo senz’artiglieria di grosso calibro espugnare potesse quella Fortezza.

La gente mandata dal Cardinale per bloccare e rendersi padroni della Piazza sommava duemila uomini di truppe irregolari, a queste aggiunsero due compagnie di linea, con due cannoni ed un obice, mettendosi tutti all’obbedienza del Tenente Colonnello Perez de Vera qual Capo assoluto di quella impresa; all’immediazione di esso fu messo il Capitano Dardano di Marcieuusa. a cui il Ruffo consegnò credenziali, con l’uffizio di parlamentario, onde notificare al Comandante repubblicano di Cotrone “che quella Piazza alle armi regie cedesse, senz’attendere un doppio assedio da mare e da terra dalle truppe Russe e Turche di Corfù, offrendo ai francesi mezzi, onde in patria liberamente' far ritorno, ed ai patriotti: rimettersi alla, clemenza Sovrana, o in Napoli andare”. Questa truppa marciando alla volta di Cottone a guisa di torrente si accrebbe, che tanto più s’ingrossa per quantoppiù a lungo ne va il corso; la maggior parte degli uomini in quei luoghi dimoranti prendendo le armi ad essa si congiunse ed una imponente massa nella vicinanza di quella città fortificata nel mattino del ventuno Marzo, (Giovedì Santo) erasi riunita, che di già le opportune posizioni pel fatto suo teneva. Il capitano Dardano in quel giorno medesimo, chiedendo il passo, a parlamentare nella Piazza ne andò, palesando ciò che dal Ruffo eragli stato ingiunto; ma quei repubblicani, conculcando la fede pubblicaci misero in catene ed il sottoposero all’istante al giudizio di una militare commissione, che di morte diedegli condanna come brigante contro la Repubblica, menando a pari pena il Tenente Colonnello Fogliar fu comandante della guarnigione, ed il Barone Farina perché pel regime contrario eransi spiegati.

Intanto i Capi delle truppe reali vedendo, che di già il giorno era trascorso, essendo giunta la sera, ed il parlamentario loro punto non venire, e volendo o liberarlo o vendicarlo, risolvettero il tentare una ardita sorpresa. guidati da gente pratica, e favoriti dal buio di oscura notte piovosa, si trassero innanti in fino alle mura della città ed occuparono una vantaggiosa posizione sopra un terreno alquanto elevato, schienoso e pieno di macerie; situarono nel centro di quello la loro scarsa artiglieria, mettendo a fronte la gente militare, disponendo le masse indietro nascoste nella ineguaglianza del terreno: quella notte fu passata sofferentemente in tal modo. All’aurora del vegnente dì il Perez tirar fece dentro la Piazza alcune granate, le quali indussero a credere a coloro che ne tenevano il dominio, che il Cardinale, di cui ne sapevano la marcia, una regolare armata conducesse, epperò quella Piazza non messa a tempo nello stato di assedio, presto soderebbe a cadere; quindi deliberando a qual partito appigliami, se accettare il precedente invito del Cardinale, o fare una vigorosa sortita per discacciare il nemico da quella posizione, e stabilire al momento colà una fortificazione in difesa della Piazza, onde acquistar tempo sino al giungere dell’armata francese da Napoli, che sempre facevasi crédere in marcia, risolvettero, con l’incitamento del Tenente Colonnello francese, pel secondo espediente, e tosto ne disposero l’esecuzione.

Usciti i repubblicani dalla Piazza con delle artiglierie, ripieni di entusiasmo e tracotanza, e mostrando i regi una piccola fronte, cercarono quelli circondare questi e renderli tutti prigioni, ma troppo sulla di loro dritta manovrando, si avanzarono in dove appunto i. contrari nascosti molti erano. Appena dato principio affuoco de’ cannoni da ambo le parti le masse, che in agguato si tenevano dagli occupati posti uscendo con assai micidiali modi diedero addosso ai nemici molti morti e feriti producendo, talché sbalorditi i repubblicani per l’ardore di coloro, che vili briganti chiamavano, ed atterriti dal numero de’ loro scemati, ad una precipitosa e disordinata fuga si diedero, abbandonando nel campo le. proprie artiglierie. Nella fuga presa venoe fatto a piocol numero di regi di frammischiarsi in ultimo ai repubblicani e giunti alla porta della città impediron questi, facendo vivo fuoco, che il ponte si alzasse; e come i difensori di quel luogo presi da temenza a chiudersi nel castello soltanto pensarono, in dove vennegli fatto di alzare il ponte e non altro, così reso libero l’ingresso della città l’intera massa vi entrò e mise da per ogni dove lo spavento: e siccome prossimi di molto al castello eranvi degli edilizi, che il dominavano puranche, in tale idea, occupati questi da’ realisti un incessante fuoco di fucileria contro coloro che la difesa tenevano delle troniere e cortine di quello fu oprato, che ne impedirono ogni modo di resistere. Avvenne intanto, che mentre vivo si teneva questo fuoco, le due compagnie di truppe regolari con l’artiglieria in città entrarono, ed incominciando i cannoni il loro uffizio una granata colpì e fece andare in aria l’asta della bandiera repubblicana del castello; tal caduta fu segnale, che i soldati del vecchio esercito di guarnigione colà, che mal sopportavano quel predominio, si ammutinassero e rivoltassero le armi contro dei repubblicani, i quali avviliti e timidi, senza dar più segno di difesa unitamente ai francesi, che diecissette rimasti n’erano, furono in carcere messi, in quel luogo stesso per loro tenuto di sicuro asilo, ed aperte le porte del Forte le truppe regolari occuparono quello, ove in libertà trassero al momento il Dardano, il Fogliar ed il Farina condannati all’estremo supplizio la precedente sera. La città di Cotrone fu abbandonata in quei giorni ad un desolante saccheggio, che tristìssimi effetti produsse, rovinando quella città, e quasi sciogliendo l'armata Cristiana come si anelerà ad esporre.

XXV. La sera dell'anzi detto giorno giunto il Ruffo in quella città ebbe contento di avere fatto acquisto di una Fortezza onde servitegli di punto di appoggio; ma ciò estrema l’amarezza arrecogli sì per lo stato desolante in che la città giaceva, sì. perché null’altro, ché le due compagnie militari in quella terra per custodia del Forte e dei prigionieri rimaste erano, andando tutt’i componenti la massa assalitrice ai loro paesi ad oggetto di porre in salvo le involate cose nell’effettuito saccheggio: tale dispiacenza di molto aumentassi il domani imperciocché la moltitudine maggiore di coloro, che col Cardinale erano colà giunti ammutinandosi tostamente alle dimore proprie se ne andarono, molti perché in disgusto si tenevano per non avere avuto parte al sacccheggio oprato, altri perché quelle sciagure aborrivano, ed altri ancora, e questi il più gran numero, perché stanchi di soffrire i disagi e le fatiche della guerra in quello assai rigido inverno. Riuscì per tanto al Ruffo in questo duro caso con larghe promesse e lusinghevoli modi che le milizie regolari e qualche migliaio delle truppe irregolari di la non si partissero: con la scarsa forza rimastigli non poteva egli né l’impresa proseguire, né tenere in soggezione la provincia, né porre in sicuro la persona sua.

Ridotto a questo estremo, tentò egli colpo novello e risoluto, con iscrivere efficaci lettere tanto al nuovo Preside di Catanzaro, quanto a tutt'i Vescovi delle Calabrie, onde obbligare con bonari ed influenti modi, che all’armata facessero ritorno tutti coloro, che dalla medesima partiti ne fossero, e se possibile riuscisse altri ancora ne mandassero. Ordinò, che la squadra di campagna della provincia cosentina venisse all’armata a prestar servizio come quella di Catanzaro il faceva; dispose quindi che tutf i bargelli dei feudatari andassero a servire a cavallo presso lui; diede provvedimenti onde acquistare cavalli, armi, selle ed attrezzi per far montare i soldati di cavalleria della sbandata armata, che riuniti più di più in buon numero presso esso si erano. Prescrisse che le autorità tutte non potessero dare esercizio alla loro carica, e non percepissero salario senza ricevere nuova patente da esso lui segnata, che per dritto portava il dare un cavallo sellato alla armata: con questi mezzi ed ordinanze venne formato un buon corpo di cavalleria quasicché regolare destinato ad impedire la diserzione, ed a fare servizio da gendarmi. Avvalendosi in fine delle reali istruzioni, scrisse direttamente all7Ammiraglio Russo Koczakow in Corfù ed al Conte di Narbonna Generale Frizlar, che in unione dell'ammiraglio in quell’isola risedeva, per ottenere un corpo qualunque di truppe Russe a seconda del trattato del Novembre precedente; ma come le truppe di quella potenza non in numero si trovavano da potere staccare un corpo per terra, così dopo una corrispondenza di quasi un mese non altro ottennesi, come a suo luogo narreremo,)(799)(3»3 che lo sbarco in Manfredonia di quattrocento cinquanta soldati.

XXVI; Onde attendere l’esito delle disposte cose, fece dimora il Cardinale per qualche giorno in Cotrone dove a molte occorrenze diede mente, facendo ai suoi dipendenti impiegati tenere carica ciascuno per la parte assegnatagli. Nominò ad interino Governatore militare e civile di quella Piazza, dipendente però per gli affari civili dal Presi de della provincia, il Cavaliere D. Pasquale Governa uomo di rare é sperimentate virtù. Nel tempo della stazione giunse colà provveniente da Palermo il Commendatore D. Francesco Ruffo fratello del Porporato, ed assunse il carico della direzione degli affari della Guerra e Finanze titolo d Ispettore, ad esso fu dato per Segretario il Canonico D. Antonio Vitale, e per Aiutante D. Giovanbattista Rodio nipote del Governativo di Catanzaro, il quale alla dimostratagli fiducia con zelo ed attaccamento corrispose, e fu sì che in appresso rimeditò altro destino col titolo di Marchese e col grado di Brigadiere. L’Arciprete della Cattedrale di Santa Severina D. Giuseppe Apa ebbe nomina di Commessario de’ viveri in luogo del Cavaliere Perriccioli, che si era disperso unitamente a tutte le vettovaglie, come è accennato in uno dei precedenti paragrafi, queste ricuperandosi, ed esso non più, qual reo, facendosi vedere. Fa cambiata in quel tempo la guarnigione di quella Piazza restandovi un nuovo battaglione sotto il comando del Governa, e riunita venne all’annata la vecchia guarnigione. Il Tenente Colonnello Fogliar ebbe ordine di seguire le genti regie. Una gran quantità di munizioni di artiglieria, non che quattro cannoni, ed altre armi nel Forte esistenti, furono consegnati al parco di artiglieria, che di già così consistenza andava prendendo.

Mentre al buono ed al meglio della spedizione intendevasi, venne in Cotrone, con una mano d’armati, dalla provincia di Cosenza un Prete, che introdottosi francamente nella casa ove il Cardinale abitava, chiese ad esso medesimo una segreta udienza; immantinenti il Ruffo nella Sala stessa ove si trovava traendosi in disparte alquanto dall’altra gente che vi stava, gliel’accordò; ma fosse per mentale offuscamento, o per tema delle persone che presenti stavano, confusesi il Prete e nulla seppe dire, talché fu dal Cardinale impazientito, rimproverato e ributtato: i suoi modi ed alcune armi che in serbo aveva, cader lo leccio in sospetto di persona avversa, quindi per ordine dell’Ispettatore tradotto in Castello dove restovvi finché si venne a capo ch'egli uno era tra quelli tre assassini mandatari del Provvisorio Governo di Napoli, che uccidere dovevano il Cardinale. In fine essendo ritornati in Cotrone molti di coloro, che erano partiti dopo il saccheggio, e correndo fama, che altri ancora in marcia si trovavano per congiungersi all’armata, così disposte le cose per passare nella Citeriore Calabria, verso di quella il Ruffo prese cammino.



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CAPITOLO III

Le condizioni della Repubblica peggiorano: sì risolve dai Capi di quella di porre a morte il Ruffo: sì cerca al Generale dì Francia soccorso. — I francesi fanno due spedizioni unitamente ai repubblicani napolitani una per la Puglia e l'altra per la Calabria: del Conte Ettore Carafa di Rovo, e di Giuseppe Schipani: si discorre della spedizione della Puglia diretta da Duhesme ed accompagnato da Ruvo la città di San Severo è presa da questi. — Championnet ha ordine dal suo governo di lasciare il Comando delle armi francesi nel Regno di Napoli e di recarsi in Francia: Macdonald in sua vece: lettera di Championnet al Provvisorio Governo Partenopeo. — Faipoult di nuovo in Napoli: i francesi nelle Puglie acquistano altre terre. — Dopo forte resistenza la città di Andria cade in potere dei francesi. —Assalto, e presa di Trani: altre città subiscono, poco dopo, una pari sorte: Bouquechampe è fatto prigioniero nel Castello di Brindisi. —Invalido guerreggiate dì Schipani mandato a frenare il movimento dei calabresi p i francesi vanno in soccorso di esso e ne sono del pari battuti. — I opalizzati di Sicilia si rendono padroni d’Ischia e Procida; di Caracciolo e sua impresa non secondata dal vento, Castellamare in potere dei coalizzati, i francesi gli scacciano di colà.

Dovendosi e dovendosi e sollevandosi le Calabrie, si mostravano «in pari tempo le altre provincie dispostissime a fare altrettanto, perchè spalleggiate si vedevano apertamente, crescendo in esse per tal causa l'avversione al nome francese; e fu sì che gente non amante di repubblica guidata da Capi, che ristaurar cercavano il regio Governo, e difendere la religione grandi sforzi da per ogni dove opravano, attaccando da tutt'i punti i contrari con vigoria e risolutezza estrema. Le rive del Sele erano poste rumore e la tempesta giungeva fin sotto Salerno, in Sora era comparso un movimento da dare a’ francesi temenza; dall’altra parte dell’Appemno le Abruzzesi bande innebriavansi sempre di più, perché Duhesme e Lemoine più tra loro non erano. Intanto pericolosa sommossa ardeva pei novatori nella Puglia, incominciata dal fortuito avvenimento dei Corsi, sì perché molto grossa era divenuta aumentando giornalmente, sì perché a lei congiunte si erano le popolazioni sollevate dagli Abruzzi venute, e sì finalmente perche la Puglia tutta, chiuso aveva il commercio con Napoli: a questo modo non ostante la vittoria di Championnet, da Napoli in fuori, e da alcune rare terre nelle provincie in cui i repubblicani si difendevano piuttosto, che speravano di vincere, tutto il paese si era commosso a favore del Re.

A tale stato non felice ridotte le condizioni dell’interno della nascente repubblica, altro malanno si aggiungeva ad essa: correvano lungo le marine, come diremo, legni siciliani ed inglesi animando le popolazioni, lasciando a terra uomini armati, armi ed editti del Re Ferdinando; ed in verso l’Adriatico navi russe e turche facevansi ognora vedere, e grande animo davano ai sudditi fedeli al re: Nelson allontanandosi dalla Sicilia nel mare Tirreno navigava; molte romane città, più vicine alle frontiere napolitano per gli antichi ordini combattevano: incominciavano i tumulti di Arezzo nella Toscana, e poderoso esercito austriaco aspettava su l’Adice il cenno a prorompere. Dicevasi. che in Sicilia si formavano a truppa i partigiani più caldi della monarchia, per venire negli Stati napolitani ad accrescere la forza e l'ardimento dell’esercito della Santafede, e che Sovrano e popolo accesi di forte sdegno contro i francesi erano. Tali e tante cose tristissime sapute dai governatori della Repubblica la tardità di quegli animi destarono, i quali imbelli ed inetti essendo essi tutti, dalla dura necessità di guerra rifuggivano: increduli alle prime nuove, poi confidenti negl’incantesimi della sognata loro libertà, dicevano, che subito e senza l'opera della forza i moti della inquieta e non curante plebe cesserebbero. Ma da fine scossi dai pericoli che soprastavangli con continuità, e che sul capo di essi tutti vedevano piombare, e riguardando nella nullità loro, risolverono di far mettere a morte il Ruffo come principale nemico e valevole strumento, anzi fonte di tutte quelle discordie e discrepanze; e quindi mandarono degli emissari in vari luoghi la dove il Ruffo si aggirava per conseguire il divisamente; ma riflettendo poscia e più accuratamente risguardando nel vero, che solo ciò valevole non era per la tranquillità e sicurezza loro, al Generale Supremo di Francia ne andarono, e pregaronlo con calde istanze, secondocché aveva nel dare nascimento alla repubblica bandito, che cercasse soccorrerla con le sue armi dagli sforzi del Re Ferdinando secondato da gente spaventevole per numero ed arditezza.

XXVIII. Per queste cose considerate fu pensiero di Championnet di far vedere con qualche nuovo e segnalato fatto, che non era tra francesi cessato il valore, e che fermi restare volevano in quella opinione acquistata: per la qual cosa crasi deliberato dal Generale francese di fare due spedizioni una contro la Puglia per motivo delle vettovaglie, massime contro San Severo e Trani dove le più forte sollevazioni erano, e l'altra contro la Calabria, quella principalmente per vin cere, questa per contenere. Commetteva, la prima di esse al valore di Duhesme, ch'era suo aderente molto affezionalo, la seconda al Generale Olivier dedito a Macdonald emolo di Championnet: accompagnava Duhesme da parte del governo Partenopeo con una legione napolitana, ma con le compagnie non ancora formate, il Conte Ettore Carafa di Ruvo giovane d’incredibile ardire, di animo feroce e capace di tentare qualunque più difficile e pericolosa impresa; già fin quando era in Napoli tranquillo lo stato, si era esso mostrato amante di novità, e mescolato in varie congiure, ancorché fuse Maggiordomo del Re e suo padre Primo Maggiordomo di Corte. Era nimicissimo di Medici, aveva fatto stampare in Napoli la costituzione di Robespierre. Scoperte le sue trame, le quali anche poco ascondeva per la sua natura animosa e temeraria, fu carcerato in Castel Sant’Elmo per opera di Medici; ma una fanciulla, figliuola di un uffiziale del presidio, innamoratasi di lui il calava con corde per le mura del castello, poi pel monte mollo dirupato. Ricoverossi in casa di alcuni suoi parenti in Portici, indi per sentieri remoti ed ermi arrivava a salvamento in Milano. Colà siccome quegli, che molto intromettente era ed animoso, piacque ai francesi; e vnne in grazia con Joubert, che conosciuta 1 indole del giovane, giudicò, che fosse strumento efficace a turbare, quando che fosse, le cose di Napoli. Ora il governo, conoscendo la natura indomabile ed irrequieta di quest’uomo, che sempre pasceva l’animo di pensieri smisurati, e si mostrava più inclinalo a comandare, che ad obbedire 9 era entrato in sospetto di lui, epperò il mandava, per allontanarlo da Napoli, con Duhesme in Puglia dov’erano le sue terre, sotto colore, che trovandosi in paese proprio e pieno di parenti e d’amici si facesse gente: fecevi gente in verità, e per pagarla, poiché ai mezzi non guardava ma solo al fine, e neanche se questo fosse giusto o no, che ciò poco gl’importava, pose taglia e fece depredazioni incredibili, non considerando, né come, né contro chi, o repubblicani o regi che si fossero z soldati, e denari per pagargli, questo solo voleva.

Accompagnava Olivier Giuseppe Sciuparti calabrese della nobiltà di Catanzaro, ardentissimo repubblicano; serviva egli in qualità di Subalterno in un battaglione provinciale prima che i francesi entrassero nel regno, avvenuto ciò, il suo animo effervescente lo fece amico della libertà e volle difenderne la causa, ma molto infruttuosamente; se le guerre con le parole si vincessero, avrebbe questo condottiero repubblicano potuto vincere con. certezza; ma altro è parlare in arringa, altro vedere in viso il nemico, non ch’ei non avesse animo, che anzi era coraggiosissimo, ma non conosceva le guerre.

XXIX. Partiva Duhesme congiunto al Conte di Ruvo; marciavano cauti per temenza di agguati e di assalt’improvisi in un paese soli ovato, e spicciolati e divisi per ispaziare largamente la terra: con loro i Consigli militari unitamente alida vano sempre, pronti a dar morte ai sollevati. Era disegno del Generale francese prima di pacificare il paese tra Napoli e la Puglia, poi andare a di. sfare una testa grossa di regi che a San Severo si era riunita. Marciava Duhesme diviso in tre colonne una per Avellino, Ariano e Bovino alla volta di Foggia; l’altra per Arienzo, Benevento, e Troja a Lucera; e la terza ch'era il retroguardo per la strada di Arienzo Benevento Ariano e Bovino a Foggia pur anco si avviava. Troja e Bovino deposte le armi al potere dei repubblicani si davano; Foggia che di repubblicani abbondava e grande ascendente avendo questi, lietissimamente i francesi riceveva, in vero più per temenza che per amore: Rocca di Aspide e Sicignano dai repubblicani prese venivano, Lucerà e Guardiagrele a fuoco ne andarono; Ottona saccheggiata; in Guardiagrele circa cinquecento di quella terra rimasero uccisi; Cirignola con poco spargimento di sangue fu messa ad obbedienza della repubblica; ed Ariano Avellino e Nola vennero occupate dalle genti di Francia.

Questi primitivi felici successi fecer sì che il Generale Supremo mise mente a mandare in campo un altra colonna per lo stesso oggetto verso gli Abruzzi, che in Aquila con molta sollecitudine entrò e circa duecento persone vi uccise, fra quali ventisette frati dei minori osservanti. Ma l’insorgenza si generale renduta si era, che questi ed altri simili esempi di rigore di niuna utilità vennero a riuscire.

Ma per le speranze di San Severo tutt’i popoli all’intorno tumultuavano, né altre terre i repubblicani possedevano che quelle in cui avevano il piede; per la qual cosa Duhesme di assaltare San Severo deliberava, perché credeva che distrutto quel principale nido di loro contrari gli altri si sottometterebbero. Erano i regi in San Severo cupi ottomila combattenti fra soldati ed uffiziali del vecchio esercito colà riuniti, abbruzzesi venuti dalle loro montagne e gente collettizia della provincia, con delle artiglierie e cavallerie: l’approssimarsi dei francesi altro non aveva fatto, che crescere il furore di quella massa, ed erano stati trucidati molti di coloro, che di sommissione fecero molto. Situatisi in una posizione veramente militare sopra un altura coperta di olivi, che domina una pianura vasta e non interrotta, sgombra dalla loro cavalleria e protetta dai loro cannoni messi nelle principali imboccature. Accorgendosi i regi che i repubblicani si distendevano a sinistra per assalirli di fianco ed alle spalle, con grandissimo ardire andarono essi binanti ed attaccarono con quelli una sanguinosissima battaglia: durò lunga pezza questa con grande uccisione da ambo le patti, perché il valore tra i combattenti era eguale, e se i regi di numero prevalevano i repubblicani di perizia pur prevalevano: in fine per lo scontro delle genti regolari i primi erano mandati in fuga arrivando contemporaneamente il Generale Foresi alle loro spalle. Allora fuvvi carneficina e non battaglia, perché i regi avviluppati e rotti mali si potevano difendere, ed i repubblicani con una incredibile rabbia ad ammazzare intendevano. Più di due mila sollevati perdettero la vita, tutti o la più parte perduta l’avrebbero, se una moltitudine di donne e di fanciulli formando miserando spettacolo, in isqualido e lugubre abito non fosse venula a dimandare supplichevolmente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figli loro: alla qual vista piegavasi Duhesme comandando di finire" le ostilità, e rattristavasi il Conte di Ruvo perché per la rabbia delle opinioni avevano i San Severini precedentemente alla battaglia arrestati alcuni preti ed il Vescovo ancora perché predicatori di pace di tranquillità e di sommissione.

XXX. A questi giorni essendo Championnet venuto in totale discordia del Direttorio, perché non contento all’avere rincacciato dallo Stato Romano i napolitani, avesse con sollecitudine, non aspettati i nuovi comandamenti di esso, invaso il Regno, giudicando l’opera quale imprudenza assoluta; poiché le cose non essendo ancora rotte con l’Austria, e tenendosi ancora per gli alemanni la fortezza di Ebrestein forte propugnacolo dei tedeschi, desiderava il Direttorio di prender tempo onde agire con cautela nel prosieguo, volendo vedere a che gli andamenti ultronei lo spingessero. Quindi pensò il Direttorio che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e invocando il Generale dal datogli comando in Francia il richiamava.

A questa stessa risoluzione cooperavano i desideri del Generale Macdonald, che dopo l’invasione del Regno se ne viveva in poca concordia col Generalissimo, tanto che aveva chiesta la sua dimissione, ma non era stata accettata dal Governo francese; e siccome quegli che uomo valoroso in vero era, ambiva molto e forse troppo dimostrarlo. Tutte queste cose riunite a danno di Championnet, e lo avere scacciato di Napoli Faipoult unitamente alle altre sue genti, fecer sì che lasciate le sue truppe partiva esso, per chiamata del Direttorio, libero da Napoli; ma arrestato fra Napoli e Roma, veniva condotto prima nella cittadella di Torino, poi in Francia per processarlo.

I Generali Duhesme, Rey, Dufresse, Broussier ed il Capo dello Stato Maggiore Bonnamy perché creduti a parte, anzi suggeritori dell’aver mandato via Faipoult, parteciparono anch’essi in seguito separatamente di questa disgrazia.

Abbandonando questa terra lasciò Championnet ai membri del governo Partenopeo la seguente lettera scritta di proprio pugno “Championnet Generale in Capo ai membri del Governo Provvisorio Io parto, Cittadini, per Parigi, dove gli ordini del mio governo mi chiamano, e nel partire porto meco la dolce soddisfazione di lasciare alla Repubblica Napolitana, la quale mi sarà sempre cara, degli uomini virtuosi, che non hanno altra ambizione che la sicurezza della libertà del loro paese. Io non ho che un solo dispiacere partendo, cioè quello di non aver potuto regolare la contribuzione militare che vi era stata imposta; essa è al di sopra delle forze della Repubblica, e se io non avessi dato parte di quest’oggetto al Governo francese, l’avrei regolata di una maniera più confacente alla vostra situazione ed alle circostanze dispiacevoli nelle quali voi vi trovate. L’idea del mio successore non è sicuramente diversa, ed io non mancherò dal canto mio di usare i mezzi i più efficaci presso il Governo per ottenere le giuste moderazioni che voi avete dimandate, e farvi subito pervenire le delucidazioni che voi impazientemente aspettate su quel tanto, che riguarda i beni personali del Re. Salute e fraternità. Championnet” ().

XXXI. Per la detta partenza prendeva Macdonald, per disposizione del Governo di Francia, il Comando Supremo dei francesi, e quindi percorsi poco dì tornava Faipoult in Napoli, con dimande troppo insolenti ad estenuare i miseri partenopei. Intanto la fama della vittoria di San Scevero ad obbedienza mise la più parte delle vicine terre Manfredonia, San Marco in Lamis, Torre Maggiore ed altri paesi, ai francesi si diedero. Questa conseguita vittoria aprì anche la strada per Pescara, cosa di molta importanza per i francesi.

Restava in potere dei regi dalla parte dell’Adriatico la città di Troni, consentendovi ancora Andria e Molfetta, in essa gli animi erano più risoluti garentite essendo dalle navi russe e turche, che nell’Adriatico correvano. Era desiderio di Duhesme l’acquistare quelle terre, ma comecché Macdonald credeva in quelle circostanze più prudente espediente le truppe verso Napoli tener concentrate, che allargarle, aveva questa idea stia a Duhesme manifestata: tal cosa saputasi da quelli del partito del Re di nuovo la provincia di Capitanata inondavano e la strada della Puglia a Napoli tagliavano; solo Foggia per i repubblicani, che sufficientemente vi dominavano e perché Duhesme vi si trovava, avendo stabilito in quella il suo Quartier-generale, a propendere per i francesi continuava, pure se non si soccorreva era in caso di mostrarsi pel partito del Re. Da Foggia dunque bandiva Duhesme un lusinghiero editto onde con bonarie vie e con seducenti parole chiamare a se quelle popolazioni sollevate non volendo far uso delle armi se non in estremi casi, ricordando la tenacia del combattere di San Severo, comprendendo, che se anche fortuna il favorisse, le sue genti non molte di numero, rimaste sarebbero scemate, e quindi non sufficiente ad imporre in tutto qual, vasto tratto di paesi.

XXXII. Ma questi incitamenti infruttuosi riuscendo del tutto fu d’uopo andare innanti con la forza delle armi, epperò per Andria tosto Duhesme diresse le sue schiere, perché la più prossima; e fu ben forza allora il farlo, altrimenti Napoli si sarebbe affamata se altro poco tempo fosse restato interrotto il commercio con la Puglia un colpo risoluto faceva di necessità a quei repubblicani, sì per rompere quella riunione di regi a loro molestissimi, in Andria riuniti, sì per riacquistare, col grido di nuova vittoria, le terre perdute di già; Andria munita di fortificazioni; le Porte, eccello una sola, murale e chiuse con fosso e parapetto, le contrade rotte e serrate con fossi ed isteccati, le porte delle case abbarrate, piena tutta di uomini bene armati, rabbiosi ed al difendersi risoluti. Ordinava Broussier, al quale era tutta questa impresa affidata, che l'assalto ad Andria si donasse: immantinenti il Conte Ettore Carafa comandante la legione napolitana, e come quello, che andresano era assalto la Porta per nome Comozza; le cose che costui disse e fece, secondo l’impeto della sua cupidità e de'  suoi insani e smisurati fini, non si potrebbe così facilmente raccontare; dell'altra parte Ordonneau assaltò quella di Bari, e Broussier quella che accenna a Trani: era la battaglia un furore civile da ambo le parti, gli assalitori combattevano con egregio valore, ma non con minore animo gli assaliti si difendevano.

Già le scale si allestivano, il furore degli assaliti cresceva, quando il frequente tirare di un obice atterrò la Porta di Trani; allora i Francesi da Broussier condotti precipitaronvisi; a loro si unirono i napolitani comandati dal Conte Ettore, ed i soldati stessi di Ordonneau, che avevano delle loro armi fatta infelice pruova per la ostinata resistenza dei difensori della Porta di Bari; fattosi da tutt'insieme un impeto generale sforzatamene entrarono. Continuarono ciò non ostante a furiosamente difendersi da tutte le case gli andresani, scagliando dai tetti e dalle finestre ogni sorta di armi sopra gli odiati repubblicani. Ogni casa era fortezza, ogni petto baluardo, i difensori più che uomini erano divenuti, la ferocia e l'ardire loro guidavano.: basta dire che solo olio cittadini in una casa circondati da un intero battaglione resistettero finché la polvere da sparo non mancò. Non venne la città intieramente in potere dei repubblicani, se non dopo lungo e sanguinosissimo combattere, talché di cadaveri e di sangue le vie e le piazze furono piene. Nò tanto scempio bastò; irritati i vincitori dalla resistenza, dalle proprie ferite e dalla morte di tanti compagni, la distruzione quasi totale di quella misera terra eseguirono, che tanti fortipetti aveva contenuti; duemila e più andresani furono in poco d'ora mandati a fil di spada; non vi rimasero che soli i vecchi, le donne ed i fanciulli e pure di questi ultimi non tutti, e di quelli atti alle armi coloro soltanto, che da quelle ultime carneficine garentiti si erano con cautela.

XXXIII. Il piacere non dura nello scrivere le storie di quei tempi tristi, sempre sangue, straggi e rovine, arsióni di città, rapine di popoli e sfrenatezze popolari sua pure giova trarre innanti pel vero far conoscere, chiarendo i fatti. Tenevasi Trani ferma nella possanza sua e lo sterminio di Andria e di San Severo temenza non le donava: un Forte, dei bastioni, sei in settemila difensori atti alle armi, quaranta cannoni ed una flottiglia accrescevano i mezzi della sua stabile dir fesa; la bandiera Reale su quelle mura spiegata si vedeva, e la rabbia civile animava il sostenimento di essa. Correvano all’assalto di Trani i repubblicani nel seguente modo ordinati: i napolitani col Conte di Ruvo da una parte, una banda di francesi dall’altra fingendo di attaccare ai fianchi, mentre Broussier, conducendo delle compagnie di Granatieri ed il 64° Reggimento di linea, tentava il vero assalto alla parte opposta della terra; ma i tranesi essendosi del disegno accorti si unirono in grosso numero per aspettarli al divisato luogo. Ardeva la pugna, molte morti senza frutto alcuno succedevano, e l’esito era ben dubio da ambo le parti; un certo Couchand Capitano del Genio cannoneggiava gagliardemente i baluardi della città. In questo non risoluto evento il 7° Reggimento di fanteria leggiera comandato dal Colonnello Berger buttossi dalla parte del mare e tra le acque, che erano basse, pervennero i suoi cacciatori a scalare un piccolo Fortino sulla spiaggia situalo, dai difensori negligentato alla difesa, nell’idea, che all’inimico non fosse stato possibile l’attaccare la città da questo lato. L’inopinata comparsa dei contrari presso le mure di tal parte della Piazza, produsse, come suole avvenire in simili casi, sconcerto ed allarme, ma non iscoraggimento. Tuttavia i difensori ostinatamente e con virilità nella difesa della propria patria continuavano, succedendo coi né in Andria ogni luogo Fortezza; ma Broussier per terminare decisivamente la battaglia, che già due ore e più era durata, e non perdere tanta gente com’eragli nel predetto paese avvenuto, ordirò all’Aiutante di campo Excelmans (poscia Tenente Generale) di profittare tantosto del piccolo Fortino, e questi mettendosi alla testa dei Granatieri fece quelli avanzare verso le mura su cui appoggiarono le scale, e con essi le ascese in un baleno. Questo movimento ardimentoso ed imprevisto rese i francesi padroni dei rampali, ma non per tanto la città seguitava'  a coraggiosamente resistere, perché ogni abitazione era forata da fendo a cima di molte feritoie, e la più parte delle strade si teneva difesa dall’artiglieria e frastagliata da fossi ed altri, ostacoli. Intanto il Generale Broussier affin di rendere. inefficace, questa intera e valida difesa, fece salire i granatieri su i tetti e sulle terrazze delle case, che li trovarono poco o nulla preparati all’assalto; questi soldati da tetto in tetto e da terrazzo in terrazzo guadagnarono sempre più l’interno della città, e dall’alto al basso combattendo i francesi ed i contrari ai primi venne fatto di sforzare i secondi in tutt’i punti ed a sloggiare dalle loro case l’obbligarono; e cedendo il passo e retrocedendo, come che i repubblicani palmo per palmo il terreno guadagnavano, arrivarono tutti al grosso Forte di Tram dove una quasi aerea e strana battaglia si attaccò; il combattimento trai gli aggressori e gli aggrediti fu. veramente spettacoloso ed estraordinario, e sarà sempremai memorando e di onor, sommo per quei sostenitori regi, che ivi si trovarono alle, prese coi nemici comuni. Ma alla fine la forza potè lo zelo, e gli assediati cercarono procurarsi scampo per la via. del mare, giacché i francesi padroni della, parte superiore di quasi tutti gli edilizi, uccidevano e saccheggiavano impunemente in ogni luogo; epperò corsi 1. tra’ Beai allenavi, che nel Porto, per fuggire in caso di sventata, erano allestite, in quelle si gittarono; ma nemmeno in questo quelli abitanti di Trani scampò e salvezza trovarono, perché Broussier prevedendo il caso, aveva alcune di quelle navi armate dei suoi, che loro il passo vietarono: talune delle regie furono prese per assalto, altre a traverso sulla, spiaggia ne andarono: chi fuggiva sul lido era ìrrimissibilmente ucciso, quelli, che portarono vo che portar potevano le armi, furono quasi tutti trucidati; la più parte delle poche autorità militari ebbero fucilazione, come il comandante di Artiglieria per la linea dell’Adriatico Colonnello D. Giacomo Caravaglio e suoi subalterni dipendenti; ma altri, che lo eguale supplizio subir dovevano, divisando il mandarlo ad effetto, in Barletta, cessato quel primitivo furore e risentimento, di contrari, perché interceduta loro la vita, vennero risparmiati e mandati liberi alle loro. Case, é tra questi il Preside D. Michela Puccamulton, il fiscale D. Filippo D'Urso e vari altri, che alla difesa spontanea popolare non avevano presa parte: Trani fu saccheggiata ed in motti luoghi data alle fiamme. Ceglie e Carbonara terre non molte distante di colà ebbero poco dopo la stessa sorte; ed in tal modo oprando quietava, ma non del tutto, la Puglia, poiché nuove adunanze di quei del partito del Re si facevano in Bitetto e Rutigliano. Dopo di ciò sia per temenza, sia per amore della repubblica, furono i francesi con segni di pacificazione in Bari accolti ed in Conversano ancora, e seguitando il cammino loro, incontrarono le bande di Bouquechampe e di De Cesare, presso Casamassima, le assaltarono perché alla impensata e senta cautela marciavano, e dopo non live scaramuccia nel giorno cinque Aprile le disciolsero e dissiparono, ed a scorrere seguitarono sino a Brindisi ove del vecchio Castello s’impadronirono, nel quale fecero prigione lo stesso Bouquechampe, che colà, dopo la disfatta avuta, erasi rifuggito; ed imbarcatolo su d’una loro Fregata ad Ancona il mandarono. Qui però terminarono da questo lato i progressi dei vincitori repubblicani.

XXXIV. Mandato Schipani a combattere i sollevati ed a frenare le cose di Calabria non solo nulla di buono vi produsse, ma eziandio vi nocque, perché con parole e con atti le popolazioni per ove egli passava metteva in irritamento. In sul bel principio fece la presa di Roccadaspide e Sicignano, ma assaltando la terra di Castelluccio assai ben difesa sì pel sito, che per la pertinacia dei difensori, respinto venne con grave malanno, e con perdita molta di gente e di riputazione da quelli che obbedienti erano a Sciarpa. Per questo infelice caso non gli giovarono gli sforzi di Campagna, Albanella, Controne, Postiglione e Capaccio terre, che al partito della repubblica si erano date, e ritirar si dovette per la medesima via di onde era uscito in campo. Tal retrogrado movimento diede facoltà a tutt’i sollevati della provincia, non che a quelli della Terra di Bari di unirsi a coloro che col Ruffo ne andavano, come da qui a poco esporremo, e rovesciare così la vacillante fortuna dei repubblicani. Né i francesi rimedio potevano apporvi, imperciocché non degli Abruzzi si fidavano, né della gente della Campania e neanco della città istessa di Napoli, né bastantemente forti di numero si trovavano; quindi. pensavano piuttosto a mantenersi nella Capitale, che conquistare le provincie, tanto più che in pari tempo in seguito della battaglia di Verona Macdonald aveva ricevuto ordine da Scherer, che allora in Italia per la Repubblica di Francia comandava, di recarsi col suo esercito verso l’alta Italia e dal Regno di Napoli sloggiare. Tentate in vano, a prorompere per la repubblica da Sciupatile vie, che menano alla Calabria, per non restar inoperoso ed inutile, a far guerra contro i sollevati di Sarno se ne andava, che più presso di Napoli erano: vi esortavavi confortava, vi esaltava il governo repubblicano per le qualità e nature di esso; e per passar tempo, più che per altra cosa i ritratti del Re Ferdinando e della Regina Carolina sua moglie, che nelle mani gli capitavano, vi ardeva; ma inutili le premuro sup divennero, perché i popoli avanti di esso medesimo deridendo e beffando quel nuovo reggime Viva il Re gridavano; e sì lo costrinsero e io combatterono, che fu prudenza anche in questa parte frettolosamente. ritirarsi. Vi si condussero i francesi per sostenerlo, e saccheggiarono perciò Lauro, ma più inviperiti i Samesi ed i Laudani anche ad essi fecero volgere le spalle, e l’obbligarono vincendoli e disperdendoli verso quelle parti non più ritornare allora fu che unitesi queste sollevate popolazioni ai loro compagni delle vicine contrade di Salerno una grandissima massa formarono, che la Capitale del Regio faceva mostra di stringere.

XXXV. Accadde intanto, che un forte numero di truppe inglesi, sicole e napolitane, da Palermo provvedente, fece sbarco ed occupò le Isole d’Ischia e Procida, andò con comodità mantenere una corrispondenza in Napoli, e prestare ad opportuno tempo la mano alle operazioni ulteriori. Questo inconveniente, che da tutto principio era stato compreso dai. francesi, non era stato rimediato, perché non avevano pensato al pericolo di perdere quelle Isole; ed il Governo della Repubblica quantunque anche previsto l’avesse, tuttavia non trovandosi in sufficienti forze per costodirle, le aveva lasciate all’evento: ciò avveniva perché la marina di Napoli più non era, perché le spese sempre esorbitanti che seco porta un nuovo ordine di cose, avevano tolto ogni modo di poter costruire anche una sola barca cannoniera, ed i pochi ed insignificanti avanzi della marina antica per indolenza di amministrazione militare erano stati pubblicamente venduti. A vero dire, forse sarebbe costato caro a quei confederati l'acquisto di quelle Isole, ma la fortuna propiziò per loro. Caracciolo ritornato dalla Sicilia non potendo far altro, osò con pochi mal atti e mal serviti barconi mercantili, armati al momento, affrontare gl’inglesi; l’esempio del Capo aveva animati i suoi dipendenti in estraordinario modo; si attacca la zuffa, essa dura per molte ore in un combattimento ineguale la vittoria si dichiara alla fine per Caracciolo, che pur era il più debole, ma il vento gli strappa dalle mani la vittoria nel punto della decisioni Caracciolo è obbligato a ritirarsi, lasciando gl’inglesi malconci e si potrebbe dire anche vinti se l’unico scopo della vittoria non fosse stato per quelli il guadagnare Procida.

Questo primitivo buon esito degl’Inglesi aveva prodotto per essi l’acquisto di Castellamare ancora, avendovi fatto sbarco, ed esseudos’impadroniti del piccolo Forte che il molo di quel portò domina, ciò aveva estremamente accresciuto il contento degli animi dei vicini insorgenti, ed in Napoli stessa il fermento era aumentato, talché taluni quasi al prorompere pel monarchico governo bellamente erano pronti, perché tal sito resta alle «bocche del golfo di Napoli, e per esso ne dà la signoria a chi il tiene; mentre una grossa banda di lazzaroni, che si teneva sempre sulle mosse del rapinare, non era stata trattenuta, che dalla solo popolare vacillante autorità di Michele il Pazzo, che tuttavia agl’interessi del nuovo reggimento serviva.

Vedendo adunque il generale francese quanto sarebbe stato pericoloso il lasciare Castellamare in ampio possedimento di quella nemica gente, fece piegare in verso di quella, la porzione di truppa francese, che a stenti in soccorso infruttuosi di Schipani si era portata, e che quasi rotta verso Napoli tornavasene, mentr’egli stesso con un altro distaccamento dalla Torre dell’Annunziata in quel luogo si recava; tal divisato produsse, che gl’inglesi e gli altri coagenti in due lati assaliti, dopo non debole resistenza fatta, nel dì ventotto Aprile dai posti, che avevano occupati in quella penisola scacciati furono ed in sul mare respinti, per alquant’artiglieria e due bandiere di Re Ferdinando ed una di Giorgio d’Inghilterra. Tentarono del pari nel seguente giorno gl’inglesi uno littorale di Cuma e di Miseno, ma un mento inviato da Napoli a tempo occupò il littorale e ne impedì l’esecuzione.

Fu pensiero di Macdonald in quello frangente per secondare il felice successo dell’intrapresa; di fare scorrere una colonna mobile francese sino alla Cava e Salerno per tener dietro ed allontanare alla meglio gl’insorgenti; ma non molto buon esito questo divisato ottenne, imperciocché quelle genti dopo pochi giorni ritrocedere a Caserta dovettero quasicché respinte; nel qual luogo, come anderemo a narrare, tutto l’esercito francese, venuto nel nostro Regno, di la a pochi giorni si riunì.

Intanto per l'acquisto fatto dagl’inglesi e coagenti delle Isole d’Ischia e Procida v’imprigionavano ed uccidevano la più parte dei rappresentanti e dei seguaci della repùbblica; vi stabilivano il governo Regio, e vi creavano magistrati per punire i ribelli, che nelle loro mani cadevano.



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CAPITOLO IV

L’armata cristiana prosiegue la marcia: il Vescovo di Cariati è chiamato all’armata: gl’inglesi sbarcano nella Calabria molti servi di pena, disordine perciò, vi si rimedia dal Ruffo; Panedigrano è preposto a loro Capo: fucilate tirate al Cardinale: arresto di Malena e Marrazzo. — Editto del Ruffo pubblicato in Corigliano. — Lieti nuove riceve il Cardinale dal Comandante la Crociera inglese, e da Monsignore Ludovici: le genti di Panedigrano sono inviate verso il golfo di Policastro: l’armata cristiana abbandona Corigliano e si porta verso il solfo di Taranto. — L’avanzarsi delle genti del Ruffo mette all’obbedienza del Re varie terre della Basilicata e della Puglia; il De Cesare ricomparisce in campo novellamente; lettera del Re resa palese dal Cavaliere Micheraux.

Dispiacenze del Ruffo pel procedere del Micheraux, ravvedimento di questo: l'annata cristiana giunge a Matera De Cesare vi porta rinforzi; operazioni de’ repubblicani di Altamura; si mette il blocco a quella città, e vi si spedisce dal Ruffo parlamentatario. — I comandanti repubblicani di Altamura fuggono in Napoli; grande scoppio di fucilate in quella città; riconoscenza fatta della porta detta di Matera; si appicca il fuoco a quella; si prenda la città ma non la popolazione; casi avvenutivi. Altre piacevoli nuove riceve il Ruffo. — L’Armata Francese si accampa in Caserta; manifesti del Generale Francese diretti alle genti della repubblica partenopea. — Ultimi sforzi di Macdonald a prò della repubblica l'armata francese si avvia verso Roma, avvenimenti in quella marcia.

In questo mentre giunto il quinto dì di Aprile il Cardinale con la gente sua, che seguito l’aveva da Cotrona, sì in truppe regolari che in bande il numero di sette mila combattenti non oltrepassavano, guadò il fiume Noto e facendo lento cammino nel giorno, per la mancanza di rotabili strade, giunse la sera a poca distanza del Capo Alici, ove atteso il miglioramento della stagione mantennero tutti al bivacco; ed in uno dei casolari colà esistenti rinvennesi un cannone, che tosto agli altri dell’armata unissi. Nel seguente mattino al primo rompere dell’alba venne ricominciato il cammino, ed il Ruffo volendo conoscere con verità lo spirito pubblico esistente nei circonvicini paesi, dispose le marcie dell’armata in fino a Corigliani, lasciando il di lui fratello al comando di quella, ed esso scortato da poca cavalleria portassi a fare delle visite di sorpresa in vari paesi. Per tanto giungendo in Cariati conobbe essere il Vescovo della terra D. Felice intorno di Alessandro valevole strumento per la causa Reale attesa la godente ottima riputazione, e quindi all’armata il chiamò; e fu da tanto, che valse costui a salvare le Calabrie e la stessa spedizione del Cardinale da un disastro, che assai da vicino minacciavate, avvegnacché gl’inglesi per isgravare il Governo della Sicilia dalle spese occorrenti pel mantenimento dei servi di pena, che in quell’isola erano molti, con poca avvedutezza, credettero che questi divenir potessero utili alle Sovrane vedute, e quindi sbarcaronli in gran numero sulle coste della Calabria, con l’insinuazione di farsi merito nella corrente guerra; quei masnadieri, molti dei quali calabresi erano, come a gente malvagia si addice, vedutisi in libertà cercarono fare delle private vendette e dei ladrocini, abbandonandosi ad eccessi orribili con saccheggi e massacri disumanati, specialmente delle autorità locali, quindi ne avvenne, che l’ordine pubblico fu turbato di molto, e tanto andò oltre questo turbamento, che le irregolari truppe del Ruffo eternarono volontà di andarsene per porre a salvezza le famiglie e proprietà loro, e già incominciavano ad eseguirlo.

Cosa siffatta non iscoraggì punto il Ruffo, anzi preso da necessaria energia dispose in Corigliano trinceramenti all’armata, e feccia circondare dalla formata cavalleria con spesse pattuglie per impedire in essa le diverse diserzioni, e con dolcezza ed assicurazioni pacifiche tanto disse e fece, unitamente alle altri influenti persone, non che al nomato Vescovo, che in assai breve tempo riuscì non solo di riunire buon numero di quelli, che in varie epoche dall’armata si erano allontanati, ma altri molti ancora, e di richiamare all’obbedienza, e congiungere in un corpo mille di quei servi di pena pervenuti di Sicilia, mettendoli sotto il comando di Nicola Gualtiero per antonomasia detto Panedigrano, che anch’esso un fuorbandito amnistiato era stato, ed altre volte servito aveva nelle milizie napolitane; qual corpo, come si dirà, fecesi molto sentire nelle operazioni della Capitale.

In quel mentre che l’armata Cardinalizia trovarasi in questa inoperosità, Ruffo recossi in Cosenza capoluogo della Citra Calabria e molte cose vi stabilì, formandovi ancora un interino Governo Regio, ed indi restituissi all’armata. Traversando egli, nel suo ritorno, ii bosco detto Ritortagrande a poca distanza della città di Tarzia furongli da un aguato tirate ad un tempo più fucilate, che uccisero il cavallo di un Prete, senza offendere la di lui persona perché scambiato avevano quel Prete pel Cardinale; al rumore di quell’attentato corse buon numero della cavalleria ch’era col Ruffo e tosto si mise ad inseguire gli aggressori, ne uccise due, e ne prese dodici, dei quali quattro gravemente feriti, perché resistenza avevano fatta; vennero questi condotti in Cassano giudicati da una Corte Marziale, che due alla pena estrema ne condannò, e gli altri alla fossa del Marettimo durante vita.

Le continue voci sparse ad arte, per iscoraggire le popolazioni devote al Re, l’imminente giungere di truppe francesi, fecer sì, che vennesi a capo di altri turbini sovrastanti il Cardinale; imperciocché per porsi a chiaro d’onde prendessero origine queste allarmanti voce, si conobbe che in Rossano nascosti stavano due soggetti chiamati Malena e Marrazza, il primo Commessario democratizzatore, il secondo segretario della commessione democratizzatrice, che cercavano convertire alle loro idee le già esternate volontà di quei popoli e quindi arrestati furono; e come fatto avevano in quel paese medesimo mettere a morte delle persone perché, realiste, così furono essi dannati alla stessa pena. Allorché il Marrazza appressavasi al suo fine, fece denuncia che il Provisorio governo di Napoli spediti aveva tre assassini per togliere di vita il Cardinale, insinuandoli a mischiarsi nelle di lui truppe, ed avendo appalesati i nomi di coloro che un tale incarico ricevuto avevano, fu inteso quello del Prete arrestato in Cotrona, e tenuto in quel Castello.

XXXVII. A fine di porre termine ai disordini tuttavia esistenti, le private vendette e l'anarchia sempre pronta a prendere consolidamento, fece il Ruffo da Corigliano sotto la data del 17 Aprile pubblicare il qui riferito condizionalo editto di generale perdono, “Considerando noi l'attaccamento che i calabresi nutriscono verso la Religione cattolica, e fedeltà loro verso il proprio legittimo Sovrano, della quale hanno già date le più luminose ripruove; e riflettendo altresì che molti, più per timore loro ispirato da'  nemici e da pochi ribelli, che non già per massime o per mal animo hanno aderito al perverso partito della fellonia, abbiamo determinato, secondando la naturale clemenza della Maestà del Re nostro Signore (D. G.) di accordare, come di fatti accordiamo un generale perdono a tutti coloro, che accortisi del loro traviamento, dopo un breve intervallo di tempo proporzionato alle distanze locali, ritorneranno al buon partito, dandone non equivoci segni, e si ricrederanno dell'errore a cui sono stati trasportati dai seduttori e perturbatori della subordinazione e della pubblica tranquillità. Coloro però, che, ad onta dell'amorosa Sovrana condiscendenza persisteranno tuttavia nel loro traviamento, non avranno più luogo a sperare commiserazione, ed esperimenteranno tutto il rigore delle pene emanate contro i rei di stato egualmente che i loro aderenti. Riuniti cosi tutt'i fuggitivi e dispersi, e rientrati nel seno delle loro famiglie desolate per la loro prevaricazione, non vi sarà forza estrema, che possa resistere alla coraggiosa nazione calabrese, e coll’aiuto del Dio degli Eserciti, avrà questa il vanto non solo di conservarsi immune dalle straniere invasioni, ma di liberare ancora altri popoli che piangono sotto l’oppressione, e di proteggere la Santa Fede ed il Trono. Essendoci però sommamente a cuore il buon ordine e la quiete dei popoli a noi affidati dalla Maestà del Re, vogliamo e comandiamo, che dalla pubblicazione del presente in poi ognuno si astenga dal molestare insultare ed offèndere con fatti o con parole coloro, che per l’addietro fossero stati aderenti ai ribelli, e che poi pentiti avessero profittato del perdono che pubblichiamo. Pone il Re in dimenticanza il loro delitto, ed a sua imitazione porre lo debbono anche tutt’i fedeli suoi sudditi e tutt’i buoni cristiani ai quali il perdonare è comando della legge Divina. Se peraltro dopo questo momento vi saranno persone le quali prosieguano a spargere massime irreligiose e rivoluzionarie, ad intimorire e sedurre i popoli, dovranno esse guardarsi come ribelli, inseguirsi ed arrestarsi per condurle alla nostra presenza e cautamente tenerle costodite a nostra disposizione. Avvertano però da non far loro la minima offesa, sia nella persona, sia nella roba, e di non prevalersi di questa occasione per fare delle vendette private, perché in tal caso saranno severamente punite. Siccome nei giorni antipassati si erano da’ perturbatori dell’ordine a bella posta sparse delle massime tendenti all’anarchia ed a sciogliere ogni vincolo sociale, si ordina sotto le più severe pene da estendersi anche alla pena di morte, che ogni popolazione presti esatta obbedienza, e sia subordinata al proprio Magistrato, giacche se alcuno individuo restasse da detto Magistrato offeso, ricorrendo a Noi, daremo sollecitamente quei validi ripari e provvidenze, che valgono a garentire il popolo da ogni aggravio col quale ingiustamente si volesse opprimere. Si affigga e pubblichi il presente editto nei luoghi soliti, e s’incarichino i Parrochi, Governatori, Sindaci ec: a pubblicarlo nei rispettivi ripartimenti, e d’inculcarne l'esatto adempimento” ().

XXXVIII. A questo tempo ebbe il Ruffo avviso dal Comandante la crociera inglese, non che da Monsignore Ludovici Vescovo di Policastro, in riscontro delle lettere ad essi scritte dal Pizzo, che le popolazioni di quelle riviere tutte con giubilo inesprimibile al primo giungere dell’encicloca sua si erano riunite, e tuttavia si andavano riunendo animose sotto vari capi perla causa regia, abbattente e distruggendo ogni emblema di repubblica, e richiamando in vigore l'antico monarchico stato, venendo esse spinte a ciò, con più grande animo, dalle offerte e dagli aiuti della Squadra inglese stanziante in quei mari, il di cui Comandante Trowbridge, pregava il Ruffo caldamente, a portare la marcia della formata truppa con sollecitudine sopra Napoli per la via del Tirreno, perché grande discapito i repubblicani andavano acquistando di giorno in giorno, atteso lo stato incerto ed inoperoso in che si tenevano i Capi della repubblica. Ed affinché il Porporato avvalere si avesse potuto in ogn’incontro degli amici inglesi per la parte del. mare, donavagli il Trowbridge avviso della situazione della Squadra, coi nomi dei Comandanti e quelli dei bastimenti in crociera avanti le isole nel golfo di Napoli, in questo di Salerno, ed alle alture del Cilento. Avvertiva intanto il. Ludovici al Ruffo, che grave discordia per gelosia di comando e di superiorità si osservava fra Capi di quegli uomini armati, che presagir faceva scissure e sconcerti, epperò pregavalo a trovare esso opportuno espediente onde prevenire quelle mal augurate, discordie.

A fine di non far penetrare tanto agl’inglesi che alle popolazioni del Regno sollevale per la causa regia, non che a quelle propense per la repubblica, l'itinerario del cammino della sua gente, che, quello era di marciare per le Puglie alte, espugnare Alta mura impadronirsi di Ariano e trincerarsi in quell’assai forte posizione, ed il non essere ancora quelle genti abbastanza capace a portarle nella Capitole per metterle a fronte di un nemico molto agguerrito, con belle espressioni e lusinghevoli dimostranze tanto al Comandante inglese, quanto al Vescovo di Policastro rispondeva, che seconderebbe tosto i di loro consigli: ed affinché vere le sue parole si credessero, e sostener si potesse la regia autorità in quelle Contrade, fin dal suo giungere inviò al Ludovici la gente riunita sotto di Panedigrano, con l'ordine di dipendere esso Panedigrano da quel prelato, che far si doveva coadiuvare da Monsignor Terrusio, Vescovo di Capaccio attesa la dimanda fattane dai Ludovici medesimo; e ciò fu sì per le cose descritte, che per allontanare al più presto che ire fosse possibile dalle Calabrie quel molesto gentame. Di questa spedizione ne fu avvertito particolarmente il Trowbridge facendogli conoscere, che il detto corpo formato era da coloro, che gl’Inglesi avevano sbarcati nelle coste calabresi onde meritare nella presente impresa, pregando il Cardinale altresì ad esso di porre a terra un abile uffiziale della sua Squadra, con qualche pezzo di artiglieria di campagna onde assistere i nominati prelati nella organizzazione e regolamento delle masse dei Cilento, e degli affari politici.

Fatta la menzionata spedizione dispose il Cardinale di abbandonare Corigliano, e quindi per passare il fiume Crati fece costruire, in tanto di tempo per quanto appena ne facesse d’uopo l’opera, un ponte, ed eseguito quello con carri ed altri munimenti entrassi con l’armata nell’amenissima riviera al Sud Est dal golfo di Taranto ove appunto altra volta la voluttuosa Sibari ebbe vita; là il Cardinale comecché la stagione propiziava, trattennesi per due giorni, ne’ quali rivistando bentosto quelle truppe provvide alle tante urgenze, sommandole diecimila combattenti irregolari animosi ed intraprendenti, e sette in otto mila soldati bravi, che disciplinati ed obbedienti si tenevano con undici bocche a fuoco di vario calibro.

XXXIX. Lasciando il Cardinale il di già detto luogo, innoltrossi nella Basilicata e verso Matera in allora Capo di Provincia, prese direzione: la marcia di quest’armata, che la fama ne esagerava la potenza, fu causa, che tutt'i paesi e le terre della Basilicata ad eccezione di Altamura, non che le città marittime della Puglia, le quali nei loro mari continuamente scorgevano Fregate russe, e turche per contrariare le vedute francesi, spedirono al porporato deputati onde provare la di loro obbedienza a Re Ferdinando, e prendine istruzioni sull’assunto; e così operando tosto miserai in totale insurrezione atterrando gli alberi di libertà e perseguitando i repubblicani, che presi da spavento rifuggirono tutti chi in Napoli e ehi verso Altamura. Questi atti furoti tali, che il Ruffo, attesa la morte del Conte Marulli Preside di Lecce, (a), nominar dové ad interino successore di lui D. Francesco Loperto domo di riputazione e di probità somma, a fine di secondare le buone intenzioni di quei fedeli sudditi; ed il De Cesare che dopo la sua primitiva comparsa nell’avvenimento del Principe Ereditario poco o nulla si era fatto più sentire, rividesi in campo di nuovo ridestando al pari che prima, in quelle popolazioni, l'amore e l'affezione pel proprio Sovrani.

(a) Il Commendatore Brigadiere Marulli Preside della Provincia di Lecce trovavasi in Bisceglie alla fine di Decembre dell’anno 1798 in esercizio delle sue funzioni dell'Alter Ego per le cinque Provincie di Lecce, Bari, Basilicata, Capitanata e Montefusco, oggi Avellino, contro i malviventi. La mattina di Natale col corriere ordinario ricevé d’officio la fatale notizia delta partenza del Re da Roma, del suo imbarco con la famiglia reale per Palermo, e della disfatta generale di nostra Armata. Risolvé immediatamente, sospendere affari della sola Commissione straordinaria è ritirarsi nella Provincia di sud Governo, sperando da quella aprirsi per la via dr Taranto una comunicazione diretta con la Sicilia e col Re. Partito da Bisceglie l'ultimo dell'anno e giunto a Lecce il secondo giorno del 1799 trovò la Provincia allarmata dai partigiani repubblicani; aggiuntisi a ciò le notizie dell’avanzamento dei francesi sulla Capitale e l’effervescenza generale; funestato


Ciò produsse che il Cavaliere D. Antonio Micheraux Ministro Plenipotenziario di Ferdinando presso l’Armata Russa, che su d’una Fregata di quell’Impero era imbarcato e propriamente in una di quelle, che nell’Adriatico incrociavano, fecesi porre a terra onde disseminare la seguente lettera Reale ai governatori militari e politici, ed agli altri abitanti delle città della Puglia e di Lecce diretta, “Cari e fedeli sudditi - Con la più tenera compiacenza è a me pervenuta la notizia di essere tutte quasi le città delle Puglie insorte contro a’ ribelli progetti di pochi traditori o codardi; di aver rovesciati gli emblemi di una libertà menzognera e funesta, e di aver manifestali i più affettuosi sentimenti verso la mia persona nommeno, che il più coraggioso proponimento di difendere ad un tempo la Religione i dritti del Trono, l’indipendenza da estere nazioni, e le private ragioni ed attributi.

da tanti immediati ed istantanei rovesci, imbevuto dette massime filosofiche del secolo, credendo tutto perduto per il suo Sovrano, ch'egli quasi adorava, pensò di darsi la morte, come eseguì con una forte dose di oppio. Furono peraltro ili tempo gli amici ed i domestici a procurargli la salvezza dell’anima, poiché con soccorsi, sebbene inutili a ridonargli la vita, pure giunsero a prolungargliela tanto. da dargli tempo a ] purgasi innanti a Dia del suicidio mediante i Sacramenti. della Penitenza, del. Viatico e dell’Estrema Unzione. Fu sepolto nella Chiesa dei Francescani in Lecce; Ciò essendo accaduto il giorno 13 Gennaio dell’indicato anno 1799 non poteva, sapersi, attesa la chiusa comunicazione tra le due parti del Reame, né si seppe m Sicilia questo avvenimento se non nel giungere il Ruffo in questi domini Continentali, epperò si vede il detto Preside caldamente raccomandato dal Sovrano al Porporato nel diploma di missione consegnato al Ruffo.

Mentre il mio cuore paterno profondamente gemea nel vedere una parte del mio Regno divenuta per opera di alcuni malvagi la sede della irreligione della immoralità e di ogni più nefando disordine, niuna cosa potea al certo riuscirmi più grata quanto il ricevere mille convincenti ripruove della vostra costante lealtà e del vostro sincero affetto. Nel corrispondere pertanto con la più squisita sensibilità ai moltiplici contrassegni di inviolabile fede, di cui le vostre città han dato esempio, mi affretto a significarvi non essere lontano il momento, che mercé l’aiuto Divino vi sarà dato il raccogliere i più dolci frutti della generosa e memorabile vostra costanza. E già quelle navi medesime, e quei guerrieri illustri, che poc’ anzi espugnarono la formidabile Fortezza di Corfù accorrono a stendervi una mano fraterna e soccorrevole, pronti a difendervi da qualunque aggressione. Ben presto i nostri potenti alleati svilupperanno nella più ampia esenzione le loro energiche forze. Vedrete sorgere da cento parti i difensori, e forse l’Italia tutta rimarrà libera del ferreo giogo dei suoi oppressori, prima che questi, neppur meditino il temerario progetto di presentarsi setto le Vostre mura. A tal effetto però egli è necessario, cari e fedeli sudditi, che tra voi si ristabilisca la vera concordia l’umanità delle intenzioni, la perfetta armonia dì tutte le classi, ed il buon ordine. Voglio dunque lusingarmi, che alla mia voce, ed agl’inviti di un padre amoroso, quelle poche fra fe vostre città, che tuttavia mantengonsi refrattarie, apriranno le loro porte ansiose di gareggiare in fedeltà nell'avvenire con fe città, compagne. Piace egualmente ab mio cuore il lusingarsi, che quei vostri traviati concittadini, i quali si resero meritevoli di essere da voi separati, anelino in questo momento di emendare la passata condotta o di giurare unitamente a voi quella fede, che debbono al loro legittimo Sovrano. A questa condizione siccome un dolce movimento mi invita ad usare sempre quella demenza:, che ammetteranno te circostante, cosi son certo, cari e fedeli sudditi, che imiterete ancor voi il mio esempio, che abbraccerete i vostri fratelli pentiti, e che alloca tutte le volontà, tutt’i mezzi, l'opera e gli sforzi tatti si rivolgeranno unanimamente al grande oggetto della difesa comune. Affidando intanto al mio Ministro Plenipotenziario Cavaliere D. Antonio Micheraux la cura di porre ad effetto in favor vostro siffatte mie amorose intenzioni, ed implorando dal cielo felicità e gioia nell’interno delle vostre mura, vittorie e trionfi sopra chiunque osasse di aggredirvi: mi dico con vera affezione. Ferdinando” ().

XL. Un tal procedimento del Micheraux recò al Ruffo dispiacenza estrema, sì perché il Micheraux perseguitare fece e destituire le autorità, che da esso erano state nelle Puglie recentemente istallate, sì perché le operazioni di quello tendenti si trovavano a far dubitare della legittimità dell'autorità Vicereale, e del vero ordinamento della spedizione; quindi ordinò con efficaci misure, che le autorità da lui stabilite prontamente si rimettessero nell’esercizio delle funzioni loro, e si perseguitasse come perturbatore del pubblico ordine e come nemico del Re chiunque contrariasse le di lui disposizioni, scrivendo in pari tempo al Micheraux di guardarsi ulteriormente dal mischiarsi in cose ad esso soltanto pertinenti affidatigli dal legittimo Sovrano: al che il Plenipotenziario protestò di nulla più intraprendere.

Calmate queste male contenenze l'armata Cristiana trasse innanzi la marcia e giunse nel dì 8 Maggio a Matera allora Capoluogo della Basilicata; in pari tempo vi arrivò De Cesare da Tafana to con circa un centinaio di uomini a cavallo, recando seco una colombiana, un mortaio ed alcuni cassoni di munizioni; fu egli dal Porporato per secondare l’avvenuto dei Corsi creato Generale, e gli altri suoi seguaci vennero incardinati nella cavalleria dell’armata e le bocche a fuoco messe tra le artiglierie. Dirimpetto la città di Malora nella più elevata posizione tra la Basilicata e la Puglia giace Altamura che in vero il nome al fatto corrisponde: era essa popolata da 16 in 17 mila abitanti, ed in quel tempo accrescevasene giornalmente la popolazione col continuo rifuggirvi dei repubblicani della Basilicata e della Puglia, perché qual forte antemurale della Repubblica Partenopea considera vasi, epperò la Commissione Esecutrice del Provisorio Governo destinati vi aveva a difenderla ed a tenerla salda due commissari quali Generali, cioè Mastrangelo di Montealbano con due squadroni di cavalleria, e Palumbo di Avigliano che comandava tutti, i repubblicani e settecento facinorosi Aviglianesi con numero grande di difensori, e con vari pezzi di artiglieria e specialmente con molti spingardi situati sulle mura e sopra i campanili delle Chiese. Reso istruito il Ruffo di ciò che in Altamura si preparava a danno del reggime Monarchico per non esporta alla distruzione, rammemorandosi del tristo esempio di Cotrone, cercò parecchi modi onde fare entrare in quella il di già pubblicato in Corigliano editto di perdono, incaricando alcuni ecclesiastici affinché con insinuanti e placidi modi rendessero quella moltitudine novellamente all’obbedienza regia; ma invano, avvegnaché quei repubblicani disprezzando ogn’invito nulla si curarono di ciò che sopravvenire loro potesse, e fecero arresto di alcune persone del partilo Sovrano. Un tale atto venuto a conoscenza del Ruffo lo decise a porre il blocco ad Altamura, e quindi fece marciare per colà una porzione delle regolare truppe, e di là a pochi giorni mando vi l’uffiziale D. Raffaele Vecchioni qual parlamentaria, onde proponesse ai due Generali Capi della città bugne condizioni e pacifiche per la resa della piazza unitamente, alla liberazione dei due ingegnjeri Vinci ed Olivieri che per volere con esattezza far ricognizione delle mura, caduti erano nel le mani del nemico, ma né il primo, né i due secondi si videro più far ritorno, e quindi stretto il blocco di quella venne col resto delle truppe regolari comandate De Cesare è dal De Sectis e con molta, quantità di gente paesana, che a quelli. anco obbediva.

XLI. Non appena il sole, del nove Maggio fecesi vedere, che Altamura venne circondata assai strettamente, ed i comandanti della città Mastrangelo e Palomba, che con le genti loro fermati stavano nel di fuori delle mura, in luogo di fare sostenimento del posto, senza intrapresa alcuna, nella Piazze, rientrarono e tosto si diressero alla parte che accenna a Gravina, ove si congiunsero ad altri mille e più ripubblicasi colà situati e fecervi breve dimora, indi uscendo dalla città per sentieri nascosti rifuggirono tutti in Napoli. In quel mattino medesimo giunse innanti Altamura il Cardinale e come vide che gli Altamurani ben garentiti si tenevano dalle mura della città e gravi mali con le loro mitraglie alle, truppe sue cagionavano, così per non esporle di vantaggio, stando esse allo scoverto, ordinò che si alzassero dei parapetti onde, in qualche modo, covrirle dalle nemiche offese. Mentre nel corso di quel giorno violenterà il fuoco della Piazza contro i bloccanti, e raro quello del campo per la mancanza di grosse artiglierie, udissi nella città un grande scoppio di archibugi, che partendo da un sol punto, non diretto ai cardinalizi, tutto ad un tratto si arrestò uno al fuoco dei cannoni; fecesi cognettura per ciò che una controrivoluzione nella Piazza avvenisse, epperò anche dal campo venne sospeso il fuoco attendendo l’uscita di un qualche parlamentario; ma elasso del tempo e sopraggiunta la notte e niun segno di redenzione appalesandosi, molte precauzioni e riguardi ebbero effetto, sì per noti esporre i bloccanti a nemiche insidie, che per noti fare che quelli diminuissero di ardore: e già di tempo in tempo buttavasi nella Piazza una bomba e molte pattuglie a glande cinta rondavano, quando una di queste, composta di cacciatori, si azzardò verso la mezza notte, atteso il gran silenzio, che nella Città regnava, di avvicinarsi alla porta detta di Malora, e trovatala scevra di difensori, formò il progetto di darla alle fiamme; innantinenti vi trasportarono essi una quantità di materiali combustibili, vi appiccarono il fuoco, e la porta fu arsa e distrutta senza che alcuno fossesi fatto vedere.

Recata questa nuova al Porporato fec’egli cessare il tirane delle bombe, e proibì di entrare a chiunque durante la notte in Altamura; arrivato il giorno mettendosi tutti in movimentò avvicinaronsi alla brugiata porta, e colà attendando alcuni poco onde vedere, se persona ne uscisse, il primitivo silenzio sempre mantenne; per la qual cosa, a fine di venire a capo della causa di un cangiamento si fallo, fu ordinato a tre compagnie di cacciatori di entrare per la porta anzidetta, impadronirsi di quella e senza passare oltre tenessero avvisato la gente di fuori di ciò che là dentro vi succedeva. Fatte diligenze e queste raddoppiate fu avvertito il Ruffo, che da niuno più abitata la Città si trovava, epperò grande ne fu la sorpresa uuanimameute, poiché tanto i patriotti che il resto tutto della popolazione erasene in quella notte fuggito all'infuori di alcuni vecchi e di qualche infermo abbandonato.

Considerando il Ruffo i tristissimi effetti del saccheggio di Cotrone, che disperdere fece quasi l'intera armata, era andato persuadendo, innanzi dell'avvenuto, ai Capi delle truppe regolari ed irregolari, che prendendosi Altamura per assalto vietato fosse il saccheggiare la Città, ma s' imporrebbe invece grossa taglia di guerra dividendosi essa con giusta proporzione fra gl'individui dell'armata; erasi ciò di già vociferato e la moltitudine tenevasi allobbedienza, ma un tragico avvenuto svanir fece pensamento sì convenevole. Le prime compagnie entrate in Altamura andando in traccia degl'ingegnierì Vinci ed Olivieri e del parlamentario Vecchioni percorrendo le vie sul segno di vivo sangue sparso a terra giunsero alla chiesa di S. Francesco, ove nel cimitero di quella un buon numero di cadaveri e feriti moribondi realisti vi trovarono, che incatenati due a due erano stati barbaramente fucilati allorché appunto s'intese da campo quel grande scoppio di fucilate; al numero di quarantotto incatenati come si trovavamo morti e moribondi furono strascinali e battuti in quel cimiterio: dissepelliti all’istante se ne trovarono taluni ancora boccheggianti, che tosto spirarono; tre non gravemente feriti, fra i quali il parlamentario Vecchioni riacquistarono la vita e la libertà bellamente.

 Alla vista di quell’immane e sanguinoso spettacolo le persuasive più effetto non ebbero, inutile ogni precauzione divenne, un generale convocio in tutta l’armata si diffuse, era questo di vendetta, d’incendio, e di distruggimento della città; dalle parole passossi tosto agli atti, e molto vi volle, e fu il solo che oprare di bene si potè, ad impedire la disersione delle truppe dopo il saccheggio, ed obbligare i saccheggiatori a deporre gli oggetti predati in un prefisso luogo per farne divisione, che con istenti vennesi a. capo.

Rimesso novellamente l’ordine; tra i Cardinalizi fu prima operazione del Porporato, lo spedire un messo al Re in Palermo ragguagliandogli l’avvenuto, e quindi varie ricompense segnò in gradi militari, ed in pensioni a vita, e fra le altre alle famiglie dei due ingegneri Vinci ed Olivieri in Altamura estinti: quattordici giorni fec’egli dimora, in quella città pel disbrigo. di urgenti affari, e per la riorganizzazione e provvedimento dei magistrati nei Regi Tribunali di Catanzaro, di Cosenza, di Matera, di Lecce, di Trani, di Lucera; fu in quel tempo, che abolì per l'editto di generale perdono datato da Corigliano, la Commissione straordinaria contro i rei di stato istituita d’innanzi; fu la ancora, che ebbe avviso dal Commodor Trowbridge ch'erano di già sbarcati in Policastro alcun’inglesi con delle artiglierie e ch'erano giunti in quel luogo medesimo i mille uomini guidati da Panedigrano, e che spenti sembravano fra i Capi di quella gente armata gli odi serbati teste. In questa stazione istessa ricevé da Napoli molte nuove sullo stato della Capitale, e tra questi i nomi dei tre assassini mandatari della Commissione Esecutrice di Napoli per fare massacro di lui, fra i quali quello eravi del Prete arrestato in Cotrone, al che il Ruffo con grandezza d’animo, trattandosi di causa propria, proibì ogni procedura contro quel miserabile, ed allorché giunse in Napoli gli restituì immantinenti la libertà.

Accadde ancora a questi giorni, che un bastimento provvedente dall’Egitto avendo scampato da impetuosa commozione il mare di otto giorni di durata, tenendo a bordo il signor Gradet de Dolomieu celebre geologista e mineralogista, Cordier naturalista, i Generali Dumas e Manscour e

cinquantatré dei loro compatrioti, prese approdo in Taranto perché il legno per essere divenuto quasi tutto guasto non atto era a più veleggiare mandarono questi al Cardinale per mezzo di lettera scritta da Dolomieu i passaporti ed una scorta sino al confine del Regno, fu negativa la risposta ottenutane, perché, com’esso diceva, il Ruffo non nelle attribuzioni sue queste cose trovava, ma per iscampare quelli dai gravi mali che incontrare potevano, e probabilmente anche dalla perdita della vita, atteso l’odio portato in allora ai francesi tutti, furono mandati per ordine di esso con buona scorta della cittadella di Messina disposizione del Re.

Durante la dimora di Altamura la profuga popolazione ricomparve novellamente in dettaglio nelle patrie mure, e cagionò all’armata cristiana gli effetti medesimi, altra volta ai soldati dì Annibale sotto Capua provarono.

XLII. Guerra crudelissima era questa tra i cardinali ed i repubblicani, nata dalla qualità dei tempi e dalla natura sempre estrema delle politiche diversa opinioni. Non meno felici ma più lenti però erano i successi delle bande di Pronio, di Sciarpa, e di Mammone e di altri guerrieri di ventura, che tutto dì giravano con la fortuna pel governo regio: le provincie di Abruzzo, fuorché Pescara e poche terre, che i francesi guardavano, tornate erano intere al dominio del Re, anzi dirò che mercé la condotta perseverante e coraggiosa del Salomone secondato particolarmente dal suo aiutante D. Luigi Masci, oggi brigadiere, e dal colonnello Mari, dal 10 Dicembre 1798 fino al 14 Maggio 1799 la Provincia dell'Aquila ed il Cicolano non mai accettarono il nuovo ordine di cose; e ciò in conseguenza di quanto il Marchese D. Giovanni de Torres aveva fatto, con l'organizzazione dei Cacciatori di frontiera corpo composto di cacciatori veri, esercitati a questo genere di servizio per gusto; e per abitudini: nella sola Napoli dunque ed in poca terra intorno stringevasi la repubblica. Il Generale Macdonald pregato a mandare soldati in sostegno de’ sediziosi, rispondeva, che ragioni di guerra glielo impediva. Lo stato dei repubblicani era ansioso, ma non sconfortati del tutto essi si tenevano, imperciocché nelle sognate loro calme amavano pascersi e non davano credito a ciò che a danno di essi si oprava dai contrari. Il Generale per uscire da quelle moleste circostanze, pigliando a pretesto la declinante disciplina, che in deliziosa città gli eserciti provano, diede annunzio che andrebbe ad accamparsi in Caserta, nascondendo così le sventurate correnti condizioni dei suoi connazionali in Italia avvegnacchè l’essere stato Scherer più Volte dagli austro-russi battuto, la battaglia di Cassano perduta da Moreau, Milano dai nemici presa, ed il Po valicato, ed occupate Modena e Reggio, ed i popoli d’Italia adirati dei patiti spogli con i nemici della Francia parteggiare, rendevano lo stato di sua possanza molto equivoco e dubbioso; e quindi per dare garenzia a siffatta disposizione e non far venire a contezza del vero delle sudette cose, pubblicò egli un manifesto alle genti della repubblica diretto, che sommariamente ciò sosteneva “Essere ormai tempo che la Partenopea Repubblica pienamente godendo di sua libertà con le proprie forze si sostenesse; epperò ordinassero la guardia nazionale ed ordinassero regolari truppe, per terminare una rivoluzione incominciata (diceva il manifesto) con sì felice auspici” ().

Ma dopo alcuni giorni vedendo suo mal grado che tale simulato editto non il desiderato effetto aveva prodotto, anzi, la vera causa essendosene compresa, conseguenze era per recare totalmente contrarie allo scopo desiderato, mise fuori Esso medesimo un aspro e furioso decreto concepito così. “Essere a mia conoscenza, che degli agenti della Corte di Napoli, prezzolati dagl’inglesi, scorrono le città e le campagne per traviare il popolo e stimolarlo alla rivolta. Essere informato che specialmente nella Capitale ordiscono dei progetti odiosi, e che a questi si uniscono dei preti fanatici per rovesciare il Governo Repubblicano col massacro dei patriotti. Considerando che il loro oggetto, lungi da essere la Religione, dai patriotti rispettata e protetta, è piuttosto il profittare degli errori della moltitudine, per commettere ogni sorta di eccessi e di assassini contro, le persone e le proprietà: quindi ordino che ogni Comune che inalbera lo stendardo controrivoluzionario, sarà posto a dovere dalla forza, soggettato a delle imposizioni straordinarie, ed al rigore militare. I Cardinali Arcivescovi e Vescovi, Abati e Parrochi e tutti gli altri Ministri del culto, sono personalmente responsabili dei tumulti e delle rivolte. Sene scoppierà qualcheduno in qualunque luogo siasi, i ministri del culto saranno obbligati di accorrervi subito; la trasgressione e la contravenzione al presente articolo sarà punita colla stessa pena stabilita contro i ribelli. Ogni ribelle preso colf armi alla mano sarà subito fucilato. Ogni Capo autore e fautore dei complici della insurrezione, che sarà arrestato senz’armi, sarà condotto avanti un tribunale militare, per essere giudicato, e sarà condannato con la morte. Ogni prete, o ministro del culto, che sarà arrestato in qualunque unione d’insorgenti, sarà fucilato senza processo. I Comuni sono collettivamente responsabili degli assassini e dei massacri, che si commetteranno contro i francesi; saranno puniti di una contribuzione ed esenzione militare, se essi non consegneranno alla forza armata gli autori, fautori e complici dei delitti mentovati ora ora. Il Governo Provvisorio è autorizzato a proporre al Generale in Capo gli arresti delle persone, che gli sembrano equivoche e pericolose, per Io buon ordine e tranquillità pubblica. Ogni Comune, che prometterà la dovuta obbedienza alle nuove autorità repubblicane, e pagherà le imposizioni ordinarie e straordinarie, sarà esente dall’alloggio e mantenimento delle truppe, purché questo non sia necessario per la marcia, guarnigione ed accantonamento; sarà subito fatto un regolamento per l'indennizzazione di queste comuni. Qualunque buon cittadino denuncierà, o farà arrestare un emigrato francese, o un agente dell’ex Re di Napoli avrà una considerabile ricompensa, né il suo nome verrà palesato. Una simile ricompensa avrà colui che denuncierà un magazzino segreto di armi, sia da fuoco, sia bianche. Subito, che sonerà la generale ogni cittadino sarà tenuto a ritirarsi, purché non formi parte della Guardia Civica. lu caso di allarme è proibito il suono delle campane sotto pena di morte; ed i Inveli, i Religiosi e le Religiose ne sono collettivamente responsabili. Ogni individuo, che sarà convinto di avere sparso delle false notizie o allarmi, sarà giudicalo e punito come ribelle; colui, che le propagherà, sarà arrestato come sospetto ed esiliato. La pena di morte porta seco il sequestro e. la confisca dei beni mobili ed immobili in beneficio delle repubbliche francesi e napolitane. Qualunque permesso di caccia resta abolito, fino a che il Generale in Capo non autorizzi a concederne; ogni individuo, che sarà arrestato con un fucile da caccia, sarà punito come ribelle. Il Generale in Capo riprotesta il suo rispetto per la Religione e per lo culto, e promette di avere sotto la sua protezione sì i suoi ministri, che le persone e le proprietà. Tutte le autorità civili e militare sono obbligate di tenere mano all’esecuzione del presente decreto il quale sarà tradotto, impresso, pubblicato ed affisso, letto dal pulpito in tutte le Parecchie ed inviato nei dipartimenti. Macdonald”. ()

Nè contento di tal procedimento Macdonald poiché vide divenire infruttuoso il preso mezzo di rigore, fece ultimo tentativo, mettendo fuori un manifesto ripieno di quel dire violento e rabbioso che fa colui che vede la sua causa perduta, e ciò avverso il Re Ferdinando, per animare i popoli a difendersi contro le truppe dei sollevati regi; imperciocché sparsa crasi voce, che il Sovrano aveva appalesato far tra breve ritorno in Napoli Non potendo trascurare esso gli ordini pressanti ricevuti; perché gli affari dell’alta Italia premuravano, ed era più necessario alle mire del Direttorio il difendere quelle settentrionali contrade, che guardare il Regno di Napoli; nella notte dell’otto al nove Maggio levando il campo da Caserta, solo restando settecento uomini in Castel Sant’Elmo, duemila e più a difesa di Capua, ed ottocento all’incirca in Gaeta, si avviò verso Roma facendo marciare l’esercito spartito in tic colonne per differenti. direzioni, confidando, anche col beneplacito del governo Partenopeo, le Fortezze di Civitella del Tronto e di Pescara ad Ettore Carafa, il quale nel ritornare i francesi dalla Puglia passato era in San Severo, e colà udendo le nuove della marcia ed approssimarsi del Cardinale, aveva fatta frettolosa ritirata negli Abruzzi.

La truppa che sopra Terracina aveva preso direzione, fu dagl’insorgenti regi assalita, che sparsi si tenevano nelle montagne d’Itri e di Fondi;e non altrimenti la via aprir si potè, che combattendo ad ogni istante e perdendo sempre sì uomini che cavalli.

L’altra colonna che per la via di Sora si avviava, che componevasi della divisione Lemoine ed Olivier nel dì undici giunse sotto San Germano, e molta resistenza dai sollevati regi incontrò, talché dovette aprirsi la strada a viva forza, prendendo di assalto quella città, ed incendiandone buona porzione: in tale circostanza i soldati francesi saccheggiarono eziandio il prossimo Monistero di Montecassino e lo spogliarono di tutto il bello, di tutto il magnifico, che in esso da tanti anni si racchiudeva. Nuova ed ostinata resistenza incontrò questa colonna medesima ad Isola, ove gl’insorgenti si erano vivamente fortificati per contrastare il passaggio del Liri: i francesi non pervennero ad impossessarsi di quella terra, se non dopo un micidiale e forte assalto, che durò ben cinque ore, e superata finalmente la vecchia muraglia; che la circondava, che non di grande resistenza eia, ma solo per l’audacia e fermezza dei difensori lo divenne, gli abitanti si ritirarono per la gial le opposta a quella dell’attacco, e riunitisi alla meglio, cercarono ancora difendersi, ma non lo potei odo eseguite essendo stati tagliati e sparpagliati, dopo, che l’abbandonata loto patria fu dagli assalitori incendiata.

Duro intoppo ed esterminio grande ebbe quella porzione di francesi, che dall’Aquila eia sfilata per uscir dal Regno; avvegnacché ricevendo avviso l’Aiutante del Salomone Masti dai cittadini aquilani, che i francesi in numero di tremila e più, lasciando nella città e nel Castello una competente guarnigione, erano da quella passati per trarsi fuori del Regno, messosi esso di accordo col Mari che comanda’ a le masse di Montereale, stabilirono il modo come battere il nemico, quantunque in numero considerevole. Senza porre tempo in mezzo spedì l’animoso Masci corrieri per l’Aquila ed Antrodoco, con replicate lettere, facendo sapere ai Capi delle masse, che i francesi erano partiti per trasferirsi nello Stato Pontificio, e che per ciò tutt’i loro armati postati si fossero nei luoghi altra volta convenuti, mentr’egli con truppa forte e numerosa avrebbegli stretti in mezzo. Gli avvisi pervennero tutti a tempo, né il nemico potè penetrare il disegno; e mentre questo marciava in perfetta ordinanza, partirono gli armati ch'erano in S. Vetturino, lasciando sufficiente numero dei loro nel campo, perché la guarnigione rimasta in Aquila dava temenza. Tanto il comandante di Montereale, che il Masci con tutte le masse raggiunsero il nemico in Rocca di Corno; cominciò il fuoco a qualche distanza e si estese fino alla Madonna delle Grotte; il luogo convenuto per l'imboscata era inaccessibile e vicino Antrodoco, ove 300 e piò armati di quel paese eransi posti in aguato. I nemici per l’angustia della strada, e per la rottura di essa, dal Masci ordinata alcuni giorni prima ed allora eseguita, dovettero inevitabilmente unirsi in quel sito: allora le genti raunaticce spianarono i loro archibugi da tutte le parti contro i francesi, i quali vennero posti in piena rotta, essendo ivi rimasti uccisi, o messi fuor di combattere, quasi tutti gli uffiziali; e non potendo quei caldi popolani far più fuoco attesa la gran pioggia cadente, così seguitarono ad inveire contro dei nemici con acce!le stili, sciable e bastoni uccidendone in gran numero. Il Comandante francese e tutti soldati suoi, gridando chiedevano la prigionia ma esauditi essi non eia no, attesa la inimicizia estrema portala, dà quelle masse agl’individui v ili Francia; quei che si sottrassero alla morte, diedesi alla fuga abbandonando il bagaglio per trovarsi più svelti, ma non pertanto furono lasciati dall’essere inseguiti fino al fiume Velino: in somma il moto fu di tanta importanza, che di tre mila e più soldati mille appena ne giunsero a Rieti, e per la maggior parte feriti e disarmati, degli altri ne fu fatta grandissima strage.

XLIV. A provare l'autenticità delle cose rapportale, esponiamo qual contropruova l’estratto di due lettere del Generale Macdonald, una scritta ai Generale Gouthier in Toscana dal campo di Caserta il 5 Maggio, e l’altra al Generale Moreau da MonteFiascone il 19 Maggio 1799. Nella prima il Capitano francese esprime le difficoltà che incontra per concentrare l’esercito suddiviso nel Regno, onde incominciare la ritirata, e ne prevede le arduità “Il più difficile è di uscire da Napoli, ma come gli approvisionamenti non sono terminati, ho fissato il 9 Maggio. In questo tempo il mio esercito in più colonne si mette in marcia, ma in quale condizione sono io! atraverso di un deserto quasi affannato, e circondato dagl’insorgenti! Io vedo le autorità napolitane disciogliersi, i nostri partigiani mettersi in salvo, e le popolazioni correre alle armi, e trucidarli senza misericordia. Io fo tutti gli sforzi per fer restare al loro posto le autorità romane, ma vi riuscirò? ()” Ecco come quel Generale prevedeva gli ostacoli che il contado avrebbe nella ritirata, e questi venivano dalla disposizione delle popolazioni. Nella seconda lettera dichiara, che le previsioni triste si sono realizzale. “L'esercito di Napoli, mio caro Generale, giungerà in Firenze nei giorni 25, 26, e 27 del mese di Maggio, voi dovete pensare, che questo esercito arriva dopo una marcia lunga e penosa, avendo costantemente combattuto sino alle frontiere napolitano per aprirsi un passaggio, senza alcun riposo, facendo 25 e 3o miglia al giorno. I cavalli del paese poco alti a tanta fatica muoiono; tanto più che mancando di foraggi, debbo seminarne la strada e sono stato obbligato di lasciare in Roma, un equipaggio di dodici pontoni, che avevamo costruiti in Napoli, ed un convoglio di cassoni che ho fatto retrocedere, da che ho saputo che il nemico ha passato il Po. L’esercito ha bisogno di cinque, o sei giorni di riposo per lutto riparare artiglierie, scarpe, armi, e per ferrare i cavalli” ()

E’ dunque ben chiaro che il Generale francese si aspettava di ritrovare preparata la resistenza, ed ha combattuto per aprirsi un passaggio nel Regno, ed uscito dalle frontiere non ha avuto più ostacoli. Or bene da Napoli a Montefiascone sono undici giorni di marcia regolare, dunque non la distanza, ma i combattimenti sostenuti prima di uscire dal Regno, han reso la ritirata sì penosa: adunque le cose esposte negate essere non potino; mentre il Generale in Capo dice, che le sue truppe han dovuto aprirsi la strada, con le anni alla mano, ed essendo uscite per Terracina, S. Germano e per Aquila, è sì facile il dedurre, che ha voluto disegnare nella sua corrispondenza le azioni d’Itri, Isola e di Antrodoco.

Crediamo di aver riempito il nostro fine, richiamando alla memoria dei fatti, degni di essere registrati, non solo perché onerano gl’individui, perché indicano le disposizioni dei tempo, e le difficoltà del paese, ma perché la storia per essere giusta raccoglier deve tutto, ed è allora sommamente utile, offrendo elementi alla meditazione di ognuno.



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CAPITOLO V

Proclama del Governo Provisorio per entusiasmare le popolazioni a pro detta Repubblica: niuna riuscita di ciò; nuovi rigori e carcerazioni; si chiamano i cittadini in difesa della patria —Si forma una truppa di sicurezza, come, ed in qual modo organizzata e vestita. — Altre piacevoli astrazioni per gli amatori di repubblica: il Governo francese opera cangiamenti nel Governo partenopeo: di Abrial Commessario francese e del suo placido procedere. — Si provvede al sostentamento della plebe; si cerca formare una truppa regolare si di terra, che di mare; del Capitano di Vascello Caracciolo e di alcune sue fasi. — Si formano scuole patriottiche: l’Arcivescovo di Napoli, Scilla, pubblica una circolare a tutti i repubblicani contro del Cardinale Fabrizio Ruffo: si apre una sottoscrizione per supplire ai bisogni della cassa militare. — Dette truppe russe sbarcano a Manfredonia e ai recano a Montecalvello; Foggia si dà alla parte del Re. Una schiera di realisti si reca in Ariano per combattere i nemici che si avanzano su di quella città. — Dal Gran Visir ai mandano inviati, per tener fermo il patio dei soccorsi a darsi: segue 1 armata il camino: disposizioni che si danno per questa marcia. Pronio dagli Abruzzi spedisce un messo di Ruffo onde ricevere istruzioni per accordarsi nelle operazioni a danno detta Repubblica. — In Napoli dal Governo repubblicano si cerca nascondere lo sbarcò dette gente russe avvenuto ili Manfredonia, epperò dagli amici del Re si mandano messi onde chiarirsene: giunge all’armata Cristiana provveniente da Palermo D. Scipione della Marra recando una bandiera ed una lettera diretta ai bravi calabresi. — Seguendo la marcia il Ruffo, per dove passa le città volentiermente si mettono alla parte del Re: di Roccaromana e della commissione ricevuta. — Lievi disordini in Avellino: altra lettera del Re al Ruffo: l’armata si felina a Noia, la raggiunge un distaccamento di truppe turche.

In quel medesimo dì che le truppe di 9 Francia evacuarono la capitale della Re, pubblica e fecero riunione in Caserta il Provisorio Governo di essa, onde secondare l’anzidetto manifesto del Macdonald;, ed eccitare ed accendere l’entusiasmo nel popolo, come anche a calmare il non estinto odio di quello verso il nascente sgoverno, poiché a grandi slanci si faceva vedere il mutamento, quasi a temere in ogni ora controrivoluzioni, mondò fuori il seguente proclama. “Governo Provisorio: Commessione Esecutrice. Bravi cittadini. La Repubblica è già stabilita nella base la più solida. Essa è il prodotto del coraggio, e dell’amore della patria, ch'è stato sempre scolpito nei nostri cuori; uniamoci; la nazione intiera non presenti, che una sola volontà ed una massa imponente di forze. Il Governo è autorizzato dal Generale in Capo e dal Commessario organizzatore, teste venuto, di usare tutti i mezzi, che debbono condurci alla nostra grandezza. Non si perda dunque un istante: mostri amori degni di noi stesse e della libertà acquistata. Tutto spiri coraggio ed armamento. La nazione tutta si mostri come un solo esercito pronto a sostenere con la forza terrestre e marittima a qualunque costo la nostra indipendenza. La natura del nostro suolo, i talenti dei suoi abitanti, il nostro patriottismo, d nostro coraggio ci hanno resi l'ammirazione di tutta 1 Europa, la quale attende di vederci eguagliare il valore dei patri nostri. E voi cittadini traviati, voi che appartenete ad un popolo sì buono, e che in altro tempo tante ripruove avete dato della vostra docilità, e di obbedienza alle leggi, rientrate in voi stessi, ritornate nel seno della patita e fra le braccia dei vostri fratelli. Il Governo, di concerto col Generale in Capo e del Commessario organizzatore, vi accorda l’indulto. A filettatevi di ritornare nel buon ordine, e nel seno delle vostre famiglie. Rivolgete alla difesa della patria e della repubblica le armi, che fin’ora adoprate avete contro i vostri fratelli stessi. La patria benefica invece di punirvi vi richiama a se, vi offre il perdono, e vuol rendervi felici. Riunitevi a’ vostri buoni concittadini, e promovete a vicenda con essi la felicità” ()

Queste ridicole parole del Governo della repubblica il prefisso scopo non produssero, anzi prorompendo le genti più apertamente sul contrario sentimento, l'inetto proclama fu sì, che col pretesto di congiure correli; si dovette all’espediente del rigore, e quindi moltissimi individui ebbero carcerazioni e furono minacciati di severità maggiori; ordinandosi immediatamente per ciò il non potere ricevere carica civile chi non corresse alla difesa della patria, e quindi in sostegno di essa chiamaronsi tutt’i cittadini da diecisette ai quaranta anni, ed al servizio sedentario nella città e nelle Fortezze tutti coloro da’ quaranta ai sessanta; dichiarandosi contribuenti gli altri di queste due classi, che pei qualche impedimento fisico alti non erano a militare.

XLVI. Per queste cose fu disposto dal Munita lo Militare della Municipalità di Ma|Mdi, e dalla Commissione Centrale della Guardia Civica nazionale una truppa di sicurezza composta di tre legioni, ciascuna delle quali costava di due Battaglioni di sei Compagnie, alimentandosi così di trentadue compagnie quella parca truppa nazionale tonnata in sul nascere della Repubblica col tacilo, e quasicché forzato, permesso del generale Championnet, allorché trattavasi del finale dissalino dei cittadini. Prescelti furono al comando delle legioni Pietro Mattia Gouthier, Carlo Mascari, e Giuseppe Piatti: a capi dei battaglioni. Carlo Mauro, Gaetano Guardati, Francesco Guardati, Giuliano Colonna, Antonio Affaitati e Nicola Marchetti: (I) A ciascuna compagnia fu dato un uffiziale del disciolto esercito regio, che ora per la repubblica militavano, quale istruttore tre tenenti anche, tra i cittadini preposti, un Sergente Maggiore, due Sergenti, quattro Caporali e cento comuni, (di tutti questi subalterni gradi e comuni, se ne potrebbe del pari clonare nominativa contezza, per la medesima causa si tralascia di enunciarli). Vestir dovevano queste genti egualmente per ogni legione, cioè il fondo dell’uniforme blou, come anche la fòdera, i pettini rossi col dente giallo, la pistagna e la paramanica gialla col dente rosso, portando la manica chiusa alla granatiera colla paletta rossa;

(I) Per brevità si tralasciano, i nomi dei componenti le compagnie i quali sono tutti inseriti nel decreto del Comitato Militare che trovasi nella collezione degli Editti di quel tempo.


il bottone con lo stemma della Repubblica ed il numero della legione, il sottabito formavasi della sotto vesta gialla e della calzabraca blou con coturno: il cappello appuntato per tutti similmente con pennacchio repubblicano. I distintivi dei gradi nella diversità delle gerarchie pareggi ire dovevano quelli, che i militari della repubblica francese in allora indossavano (). Del resto quale disposizioni di vestiario, attesa la brevità della residua vita della repubblica, poco o nulla vennero messe ad effetto, quantunque non mancassero di zelo e di volontà coloro, che a questo prescelto corpo furono ascritti; e quindi la più parte de’ servizi da essi dissimpegnati furon fatti con abili propri.

XLVII. Con la partenza dei francesi la sollevazione nelle provincia lutto crebbe a dismisura, e Napoli a se sola quasi abbandonata rimase; non di meno dalla forza delle circostanze fu essa indotta a persistere nel rivoltoso sistema. Fu gioia incredibile ne’ partigiani della repubblica per questo allontanamento delle genti di Francia, poiché nelle sognale felicità sempre astraendosi, pareva loro che le ribellioni e la guerra dalle soperchianze delle imposte, e dalla superbia dei conquistatori derivasse; quindi si tene vari certi, che al pubblicarne l’allontanamento le torme della Santafede si scioglierebbero, e pochi lesti di quella parte, se pur ne restassero, in Sicilia andrebbero a fuggire.

Non ostante la naturale decadenza di forza, del nuovo Stato, il Direttorio di Francia facendo sembianza di non curare l’imminente fine della neonata Repubblica Partenopea, aveva presa risoluzione di fare cangiamento nel governo di essa. Sapeva che il Commessario Faipoult non era grato all’universale; ed avevano in mente i Dircttori del pari, che Championnet sul suo primo giungere non aveva le cose ordinate da produrre sì per le opinioni, che per la forza quegli effetti di essi desideravano. A queste non bene avviate intraprese, si aggiungevano le grida e le calunnie di coloro che ambivano le cariche, contro quelli, che le avevano, ed in ispecial modo contro i membri del governo, talché avevano fatto perdete loro od almeno ai più, ogni specie di riputazione: quindi il Direttorio strettamente a tali discrepanze dando pensiero, mandò in Napoli, quasi al partire delle sue truppe, un uomo prudente e pratico, acciocché ogni cosa riordinasse, e rimediasse quanto di male prodotto aveva la cattiva amministrazione dei suoi passati agenti.

Incarico di tanto impiccio fu dato al Conte Andrea Giuseppe d’Abrial nominandolo Commessario del Direttorio, il quale prevalendosi de’ buoni si sforzava di consolare, per quanto era possibile, gli uomini dai tempi tristi afflitti. Tentava esso riforme nelle finanze, gli ordini giudiziari ad un dipresso migliorava, nonché quei politici; e come uomo di moderale e rette intenzioni era con pari prudenza ed efficacia, adopera vasi a sollecitare l’ordinamento della guardia nazionale nel modo testò esposto. Sull’esempio dunque della costituzione francese una Commissione legislativa fu istituita, con un Direttorio esecutivo, bandendo affatto la costituzione proposta dalla congregazione napolitani, della quale ne abbiamo di sopra parlato perche di tanto aveva ricevuto ordine l'Abrial: furon divisi i poteri tra le persone. Il governo da lui formato fu il seguente: nella Commissiono esecutiva vi mise Abamonte, Agnese napolitano, ma che dimorato aveva cieca trent’anni in Francia, ove teneva beni e famiglia, Albanese Ciaja e Delfico, che non potè per le insorgenze degli Abruzzi mai giungere in Napoli: per Ministro dei l'Interno vi mise De Filippis alla Giustizia e Pulizia Pignatelli} alla Guerra Marina ed affari Esteri Manthonè; alle finanze Macedonio: tra i membri della Commissione legislativa vi furono Pagano, Cirillo, Galanti, Signorelli, Scotti, De Tommasi, Colangelo, Coletti, Magliano v Cambaie, Marchetti ed altri (), che cambiaronsi spesso, epperò non li riferiamo. Cercava così l’Abrial di correggere in Napoli quanto il soldatesco furore e la civile cupidigia, vi avevano guasto e corrotto, dando egli il primo pruove di civili maniere, inducendo così gli altri a seguire il suo esempio: ed allorché per ultimi sforzi Macdonald mandava le sue poche genti rimaste a ridurre i casi di Castellamare, nel sedare le torbolenze di Sorrento, patria del Tasso, perché per la parte, del Re anche si era mossa, essendo prossima alla detta, pregò egli il Generale, che quando la terra fosse messa a quiete, salva ed intatta si conservasse la casa dei discendenti della sorella del Tasso, e così avvenne, mercé gli esatti ordini dati dal Macdonald al Comandante la fazione, per garegiare in bontà col Commessario; e fra le uccisioni, gl’incedi e le rovine dell’infelice Sorrento, i discendenti del cantore di Goffredo, ed il principale lume della italiana Poesia provarono quanto potessero ili animi civili la memoria ed il rispetto verso i grandi uomini, e per questo ricompensare ne vollero il Macdonald offrendogli il ritratto di Torquato dipinto dal vivo da Francesco Zucchero, perche non sapendo di Abrial a lui riferirono Tallo di generosità, ma generoso puranché Macdonal fece osservare il vero andamento dell’imitabile azione, e quindi ad Abrial rivolse il segno di gratitudine, che come dolce e pretesa conquista lo accettò.

XLVIII. Il più urgente bisogno dello Stato era quello di provvedere al sostentamento della plebe, che in urta sì popolosa capitale incominciava ad essere quasi tormentata dalla carestia; Cirillo vi provvide col fare stabilire una cassa di soccorso nella quale egli subito versò buona somma di danaro nell’arte medica procacciatasi, in cui era eccellentissimo. Ed in una città generalmente portata alla pietà, trovaronsi facilmente molti abitanti che con efficaci mezzi al soccorso degl’indigenti s’impegnarono. In ogni contrada personaggi probi si elessero, col titolo di Padri dei poveri incaricati venendo di procurare lavori agli artieri, ed ai miserabili distribuire i soccorsi della pa trii. In tal guisa in qualche modo provvedutosi precariamente alla umanità ed alla tranquillità interna, si rivolsero! pensieri dei governanti a formare una milizia stabile, che truppa regolare si nominasse. Ragunando i soldati del disperso esercito regio, che in Napoli e nei dintorni ancora faceva dimora, pervennero essi ad armate cinque in sei mila uomini, coi quali s ingrossò la schiera dello Schipani e due legioni si formarono al coniando de’ Generali Spanò, e Wirtz l’uno e l’altro uffiziali dell’esercito del Re, il primo calabrese, il secondo svizzero; e si diede carico al Generale Roccaromana di levare un Reggimento di cavalleria, qual cosa per malignità di parte staccò, come poco d’appresso diremo, esso Generale da quel vacillante governo.

Né fu trascurata la marina: con alcune barche cannoniere è bombardiere per la maggior parte sdrucite ed altri piccoli bastimenti, che si poterono in fretta risarcire si armò una flottiglia in difesa della posta, comandante della quale fu nominato Francesco Caracciolo, del quale è d’uopo fare avvertire le seguenti cose: avendo egli ottenuto nella marina del paese nostro i primi gradi, mise pensiero a totalmente formarsi nella carriera sua, e quindi, onde completare la sua istruzione, andò a militare nella marina inglese; fu tra quelle genti che isviluppò una intelligenza, un coraggio, e dell’ingegno senza pari, che l’inquieta gelosia di quei commilitoni svegliarono, e che forse in più lontana epoca furon causa della sua perdita, più che i servizi resi alla descrivente repubblica: Caracciolo era tra quelli, che nei fatti di Tolone distinsersi con delle pruove d’intrepidezza e di abilità indicibile. Trovavasi egli in Napoli allorché Ferdinando ritiravasi in Sicilia; il comando della flotta napolitana che per quell'isola moveva era dato ad esso, epperò attendevasi che Ferdinando sul suo legno imbarcasse; ma no, che in vece sul vascello dell'Ammiraglio inglese Nelson prese stanze; questa pruova di confidenza accontata al suddito di Giorgio e non al proprio, fu causa di dispiacenza massima per i napolitani tutti e più di più per Caracciolo: una disgraziata circostanza fece chiarire il risentimento, che questa preferenza aveva fatta nascere: quasi all’uscire del golfo di Napoli la flotta Veleggiante fu assalita da furiosa tempesta, com’esponemmo; il Vascello dell’ammiraglio Nelson e quasi tutti i legni inglesi provarono delle grandi avarie e furono al punto di perdersi sulle coste della Sicilia, mentre quelli di Napoli meglio diretti, o più fortunati, entrarono nel porto di Palermo senz’essere danneggiati, e molto tempo prima dei legni inglesi, e di quello di Nelson particolarmente. All’arrivo delle navi brittanne l’equipaggio napolitano non gli risparmiò baie, motteggi e sarcasmi; Nelson di ciò fe mostra di niuna attenzione, ma nel prosieguo diede a vedere quanto quelle celie le fossero state sensibili. Queste beffe rapportate furono alla Corte con bocca confia, epperò allorché Caracciolo si presentò al Sovrano fu da quello male accetto, facendogli sentire, che doveva esso ritornare in Napoli; qual cosa immantinenti eseguì, e ritornato in patria non dubbitò di militare sotto le repubblicane insegne, cosa, come in seguito diremo, che unite alle dette, gli costò la vita.

XLIX. Del resto il repubblicano reggime aveva in pochi giorni spiegato tutto il suo carattere: furono stabilite diverse scuole patriottiche, e coloro che ostentavano letteratura mondarono i circoli con opuscoli quanto arroganti altrettanto infelici e spregevoli contro la Corte e la Monarchia. L’arcivescovo, di Napoli indotto anch’esso in errore dai patriottico forse costretto da loro, pubblicò una circolare a tutt'i repubblicani del territorio napolitano, in cui in sostanza diceva “essere pervenuto alle sue orecchie l’orribile voce comunicatagli anche dal governo, che il Cardinal Ruffo assunto avesse nelle Calabrie il nome di Romano Pontefice, e con l’abbuso di questa Sacra autorità si affrettasse a sedurre quei popoli, ai delitti di ogni genere, ed alla più sanguinosa strage incitandoli. Avvertire per tanto, che un mascherato Pontefice dalla comunione cattolica era separato. Deponessero dunque le armi e da una, guerra cessassero, che li distruggeva nullamente”.

Era tale la mania repubblicana, che le femmine stesse non furono esente a dimostrarla. Eleonwa Fonzeca Pimentel, come si è narrato, nel suo periodico foglio gli avvenimenti ed i progressi repubblicani sempre abbelliva; bue signore dell'alta nobiltà per le grazie del corpo celebrate e per quello dello spirito, aprirono una sottoscrizione per supplire ai bisogni della cassa militare, o recandosi personalmente dai più doviziosi personaggi a ragunare pervennero cospicue somme; quest’opera indusse altre donne di minor condizioni a far lo stesso, e mollo aumentarono così le raccolte sovvenzioni. Ma queste di gran tratto essendo inferiore ai pubblici bisogni, per supplirvi, ed insieme la mondala carta ristabilire, in vendita si misero i beni del patrimonio reale, nazionali dichiarati, e di alienare sino alla somma di diecinove milioni di ducati si divisò, pagandosene il prezzo in cedole di banco, che indi pubblicamente bruciate sarebbero state. Ottimo mezzo pel ristabilimento del pubblico credito in un consolidato governo, ma totalmente inutile in quelle fluttuanti circostanze; nelle quali si videro le baionette intrise di sangue civile, napolitani uccisi da forestieri, napolitani uccisi da con patriotti medesimi; la crudeltà prendere nome di giustizia, ii valore dalla perfidia contaminato, ed in fine russi, tedeschi inglesi, romani, turchi, napolitani tutt’in inviluppo in sì bello e sì florido, e sì, in quei tempi, disgraziato Stato.

L. In tanto conseguita il Cardinale la vittoria di Altamura, per non dar tempo al Governo repubblicano di rinforzarsi con l’ordinato armamento, che palese gli era di già, risolvé di marciare a gran passi in Napoli; epperò ingiunse alle genti riunite nel Cilento che verso Salerno si accostassero ed attendessero nuovi ordinamenti, quindi si mise in camino. Correndo quest’epoca, facevansi vedere nei mari pugliesi, ora in una ed ora in altra parte, quattro grosse Fregate russe, ed una Corvetta regia da 36 cannoni; questa comparsa frequente di coalizzati in quei mari, e le novelle che in tutte quelle terre si propagavano dell’uscita dei francesi dal Regno, e dei loro cattivi successi nell’Italia alta, non che quelle dell’avanzarsi del Cardinale per la Basilicata, con tutta la massa dei realisti calabresi sopra Napoli, fecer sì che i realisti della Puglia, preso animo di nuovo, distruggessero gli alberi, così detti, della libertà in quei paesi che piantati si trovavano, ed in vece la bandiera regia vi dirizzassero; dichiarandosi apertamente di nuovo sudditi fedeli al proprio Sovrano. Per appoggiare tali disposizioni volontarie fecero i russi vari di sbarchi su, quelle coste cominciando da Bari, quindi rimbarcati passarono in Barletta, ove lasciarono per pochi giorni uria piccola guarnigione nel Castello, rimbarcati di nuovo passarono a sbarcare in Manfredonia nella Capitanata, da dove si innoltrarono fino a Foggia, come ora diremo. Erano essi non più che 450 soldati della marineria con degli uffiziali, comandati dal Capitano Baill, congiunti a questi vi era, per dirigerne. i passi e le fazioni, il già nominato Micheraux Ministro Plenipotenziario, il quale scender fece dalla napolitana Corvetta anche una cinquantina di nostri soldati di marina; sicché queste due forze cinquecento uomini e poco più sommavano: al comparire di quelli riprotestavano le popolazioni spontaneamente l’antica fedeltà al Sovrano, ma in taluni luoghi della Capitanata, per titubanza, non cosi piena l’obbedienza tostamente si rimetteva, come di già si era fatto nelle due Provincie di Lecce e di Bari, poiché in essa tra che i francesi più a lungo vi si erano trattenuti, tra che più prossimi alla Capitale, l’influenza del repubblicano Governo vi aveva presa maggiore radice. Per tali considerazioni il Micheraux fece pensiero da Manfredonia di accamparsi a Montecalvello, luogo a poche miglia di distanza da Foggia, per imporre da quel sito centrale su tutta la periferia della provincia: trinceratosi su quell’altura alla meglio con otto pezzi di cannoni sbarcati con la truppa delle navi, attese a sempre più consolidare nei circostanti paesi il regio dominio, e ad aprirsi una comunicazione diretta e continua col Ruffo, onde dipendere subordinatamente da esso nelle cose da farsi.

Per effetto di questa risoluzione Foggia capoluogo della Provincia città ricca, popolosa ed assai fiorente, fu salvata dai mali che sempre si congiungono alle controrivolte: abbondava essa di amatori dello stato democratico, epperò quantunque avesse quasi a fronte delle genti di contrario sentimento, cioè gli obbedienti al Baill ed al Micheroux, pure per la repubblica si teneva in quel primo giungere dei russi; ma come i membri del centrale Governo di essa realisti erano nei loro cuori, cosi prudentemente attendevano l'avvicinarsi dell’armata regia, per oprare il darsi alle armi del Re, evitando quegli scontri che dalla discrepanza. delle opinioni nascono. Questa volontà salutare per la città, fu incoronata dall’effetto, avvegnacché i membri del centrale Governo misersi in corrispondenza segreta col Micheroux finché seppero; essere esso sbarcato in Manfredonia, e per impedire le uccisioni e le rapine che il popolo minacciava contro gli amatori di repubblica, tosto che furono scienti essere quelle truppe Regie regolarmente accampate in Montecalvello, vennero in una notte i più accaniti democratici imprigionati: questa operazione si eseguì per custodirli, e non esporli alla ferocia delle turbe indisciplinate. Mess’ad effetto tale precauzione se ne diede immediatamente avviso al Micheroux, il quale disponendo, che quelle truppe coalizate si avanzassero nella città per imporne, verso di essa si diresse: al primo giungere di quelle fu gridalo da uno dei membri del Governo Viva il Re, e fu questo da tutti ripetuto con contento di animo, succedendo immediatamente un bisbiglio ed un rumore, che ad insurrezione somigliava; corse a folla il popolo alle prigioni per far massacro dei detenuti democratici, ma le misure che innanzi erano state prese, un tal colpo mandarono a vuoto, e fu Foggia così salvata da un grande disastro che le sovrastava.

LI. Volgeva il cominciare di Maggio ed erano già pervenute in Napoli le nuove dello sbarco e delle operazioni dei russi nelle Puglie; queste notizie diedero serio pensiero al Provisorio Governo, il quale subito tentò liberarsi da quelle contrarie estere genti col mandarvi a combatterle le sue formati legioni; in fatti marciar fece da Napoli, e da Capua per la via di Maddaloni, Valle di Arpaja, Airola, Montesarchio e Benevento una colonna di circa tre mila repubblicani comandata dal Generale Federici e da Matera qual Commessario del Governo. Il Federici uomo di sommi talenti militari, che pruove non equivoche di valore aveva date in Lombardia con la nostra cavalleria, con cui tant’onore crasi acquistato; di probi costumi e tutt’altro che repubblicano in suo cuore, fu malgrado lui, costretto ad accettare quello, per esso fatale, comando, vittima della stessa sua buona opinione di cui generalmente godeva; poiché al ritorno del Re accusalo di questa spedizione, e coi cupi maneggi di qualche invidioso suo emolo, venne tradotto innanzi un Consiglio di guerra subitaneo, che giustamente per altro lo condannò alla morte. Giunto questi con la sua schiera in Benevento, cercò rendersi padrone di Ariano conscendo la posizione fortissima, per tener da quella elevazione dominio su la Basilicata e su la Puglia, e per chiudere alle armi regie il camino diretto della Capitale,

Ma il Micheroux non crasi per tanto stato con le mani alla cintola: ben servito di corrispondenze da pertutto, non appena fu ih Napoli una tale spedizione opinata, che avutone subito sentore pensò immediatamente a rinforzarsi con quei mezzi, che più gli erano pronti. Nello sbarcare in Barletta all’epoca della propagazione dell’editto del Re, aveva egli preso stanze in casa del Conte Trojano Marulli (I); e ciò per la vecchia amicizia, che correva tra lui ed un Zio del Conte nominalo Giacomo Ministro Plenipotenziario del Gran Duca di Toscana e dell’Imperatore di Germania nelle Legazioni Pontefice da prima, poi alla Cispadana ed alla Cisalpina sedicente repubblica. Era il Marulli militare ancor esso, essendo a quell’epoca Sotto-Tenente di Cavalleria, godeva egli insigmemente alla famiglia sua del credito tra cittadini, e fermissimo nell’attaccamento al Sovrano, non poco contribuito aveva a mantener viva la divozione di quelli al Trono del suo Signore: scrisse dunque il Micheroux a costui, ordinandogli, che appena ricevuto quel foglio, avesse riunita quanta gente armate poteva, e con essa raggiunto l’avesse in Montecalvello per resistere agli armati della repubblica, che dalla Capitatesi avanzavano; Marulli traendo profitto di varie circostanze favorevoli all’oggetto, non mancò di prontamente obbedire: erano con esso tre suoi fratelli, due dei quali reduci dall’armata disfatta, il primo Tenente di cavalleria, il secondo di egual grado nelle artiglierie, ed il terzo era stato Cadetto nell’accademia militare della Nunziatella, ma per cagione di salute non serviva in quel tempo. Trovavasi pure in Barletta e propriamente presso del Marulli quei Guarini Capitano di cavalleria distinto negli scontri di Capua, di già narrati, il quale contribuito aveva, come tanti altri proprietari di colà, per vera filantropia a mettere in salvo molti di quei miseri abitanti di Trani in vari modi e maniere.

(I) Padre dell’autore.

La Città di Barletta popolosa in quel tempo al di la delle ventimila anime, aveva raccolti i soldati suoi cittadini reduci per lo sbandamento, tra quali non pochi sott’uffiziali di ogni arma; costoro quasi tutti conservate avevano le armi, le divise e molli anche i cavalli: Marulli con esortazioni, con danaro profuso e coll’esempio più che altro di quasi tutta la sua famiglia, mentre un solo ira fratelli mancava fatto prigione ad Otricoli e trasferito a Milano, non che del prode Guarini raccoltili, ed invitati anche i soldati di Andrea, del Casa Trinità e delle Saline, che in allora non alla Capitanala, come oggi queste due paesi ultimi appartenevano, ma parte integrale del territorio di Barletta, facevano; in soli cinque giorni gli riuscì di porsi in marcia per Montecavello con ci ira settecento uomini di fanteria, una sessantina di cavalli ed una Compagnia di artiglieria, con due pezzi da 8. presi dal Castello, e con munizioni sufficienti: al passare di queste genti per Cirignola si aumentarono con altri sbandati volontali, e così proseguendo nel transitare potevano sommare esse novecento combattenti a quel circa. L’indomani il settimo dì dall’ordine ricevuto, presentossi questa schiera al Micheroux ed al Baill in Montecavello, ove fu rivistata da quei due Capi, e lodato il Marulli per quanto aveva saputo oprare; data una giornata di riposo ai bene avvogliati, fu ordinato che tutti si mettessero h» marcia per Ariano ed impossessarsi di quella città a qualunque costo, atteso l’importanza del suo sito. Marciò di fatti il Marulli con la sua gente avendo alla testa del suo colpo, Un distaccamento di dieciotto russi, prendendo il titolo pomposo di vanguardia dell’armata ressa, onde così coprire il parco numero della propria armata supposta. Giunse questa gente bene a proposito in Ariano il giorno dieci Maggio, mentre il Federici dall’altra parte era già in Campanariello a dodici miglia della Città contrastata: la prontezza della marcia dei regi sconcertò il piano di guerra dei repubblicani, poiché Federici che sicuramente nulla curavasi di spargere del Sangue e di aprire una guerra civile, esagerando al Malora suo collega, l’impossibilità di attaccare una posizione sì forte già dai nemici dominata e dai supposti russi si ripiegò tosto per li medesima via d’onde aveva marciato e verso Capua si diresse, ne più di quel corpo, per allora, s’intese far motto.

Mentre Micheroux attendeva in Montecalvello che il Porporato si fosse sciolto dagl’impegni, che ancora l’occupavano nelle Puglie, per quindi tutte riconcentrare le divise forze in un punto, e spingerle unite con più vigore e più efficacie direzione sulla Capitale intendeva il Marulli in Ariano a meglio organizzare e sistemare le sue truppe; trovò esso quella Città non pochi aiuti e mezzi per farlo, imperciocché molti uomini, armi e cavalli in quella popolazione furono ritrovati, appartenenti alla disciolta armata, i quali uomini presentatisi volontariamente vennero distribuiti in quelle armi ove precedentemente avevano servito: la importante delle cose fu quella di aver ricuperati non pochi uffiziali dei Corpi sbandati, coi quali le milizie del Marulli presero forma di truppe regolari, dividendosi i lauti in due battaglioni di egual porzioni, della fazza in totale di 1400 teste, qual Corpo fu poscia riconosciute dal Re, tenendone il comando il suo organizzatore, col nome di Reggimento Marulli, ed i cavalli formarono un battaglione di due squadroni regolari comandati dal Guarini: e ciò mercé le cure del Sacerdote D. Filippo Albanese cittadino di Ariano già Cappellano del Reggimento Principe cavalieri, che avendo con quel corpo militato in Lombardia, acceso di zelo procurò al nascente battaglione armi, selle, cavalli e quanto altro fu l'uopo per porto in assetto; questa cavalleria, che per allora non ebbe nome, dopo la successiva, presa di Capua incorporata con altri residui di cavalli venuti di Sicilia formò il Reggimento, denominato Valdinoto: l’artiglieria aumentata di altri due pezzi di campagna, fu messa all’obbedienza di Domenico Marulli fratello di Trojano.

Nel tempo della stazione in Ariano, ed in Montecalvello oltre alle suddette faccende si attese a richiamare al dovere tutte le popolazioni. della provincia di Avellino, le quali pacificamente, al solo invito e senza contrasto, rientrarono da se stesse sotto il dominio del Re, ristallando di nuovo i regi e baronali governatori e giudici, non che i Tribunali della Regia udienza Provinciale.

LII. Giunta la gente cardinalizia nella sera del 29 Maggio nella città di Melfi vi restò tutto il domani sì per solennizzare l’onomastico giorno di Re Ferdinando, sì per riposare alquanto. A questi giorni e propriamente in allora che il Ruffo stanziava in Paggio-Ursino il Marchese Malaspina fu reduce all’armata dalla sua lunga assenza, stando il sanitario cordone, per l’accompagnamento fatto dal Pizzo a Messina del Generale Naselli. Fu in Melfi che degli Uffiziali turchi spediti da Corfù arrivarono come inviati ottomani, per dimostrare essere intenzione del Gran Visir di portare soccorsi al Re delle due Sicilie in esecuzione del Trattato d innanti stipulato, e quindi poter fare sbarcare alcune migliaia delle loro genti per congiungerle a quelle, come di già i russi fatto avevano. Imbarazzante fu pel Ruffo una tal missione, poiché non conveniente trovava il congiungersi alla Croce di Cristo S. N. la Luna di Maometto; ma per ottenere il suo intento e non rifiutare del tutto quegli stipulati vantaggi che con assai di buona fede e nella integrità dei convenuto {tallo si accordavano, prese il ripiego di rispondere “Essere l'offerto soccorso mollo utile in Napoli se quella capitale a resistere si ostinasse; che il tragitto per terra dalle spiaggie dell’Adriatico infino alla Capitale trovarsi lungo, incomodo e mancante di mezzi, quindi attesa la buona stagione potersi fare il viaggio per la Capitale per mare con assai commodità” data questa risposta si concertò con quegl’inviati il modo come poter far giungere in tempo opportuno le genti turche in Napoli in ausilio delle forze cristiane; quindi condonando quelli con lieto animo, ripresero essi la missione da riscontrare, Nel vegnente dì l’armata cardinalizia fece mossa e discese in Ascoli, non molto da Montecalvello distante, ove regnava gravissimo disturbo per minaccie fotte dalla plebe in verso i galantuomini con pretesto di giacobinismo. Pervenutovi appena Ruffo con energici mezzi le tutto sedare e l’editto di amnistia pubblicato in Corigliano affigendosi pel paese, produsse, che i disordinanti la tranquillità riacquistarono, e rivide così il paese di bel nuovo la calma.

Tenutasi in Ascoli una militare conferenza con, l’intervento del Plenipotenziario Micheroux e dei Comandante Baill fatti venire dalla loro stazione di Montecalvello, fu disposto, che il Colonnello Carbone con tre battaglioni di linea, un distaccamento di cavalleria e dieci compagnie di Cacciatori calabresi, in unione delle truppe russe partisse immediatamente, e passando per la valle di Bovino si fermasse ad Ariano, ad attendere il grosso dell’esercito; che il Conte Marulli, proseguendo a formare l'antiguardo di tutta l'armata, avesse continualo a procedere e manovrare per la traversa da Ariano a Benevento, passando per S. Giorgio alla Molara e trattenendosi in quella città finché raggiunto fosse dal corpo comandato dal De Cesare, cui si diede la direzione di traversare la Capitanata, formando così la dritta della Armata, e giunto a Serra Capriola, fosse d’ivi per lo Contado di Molise disceso ancor esso a Benevento, per congiungersi al Marulli, e d’indi per la valle di Montesarchio ad Airola e Forche Caudine, o sia valle di Arpaja, proseguire la marcia a seconda di nuovi ordini, che sariano loro pervenuti; prendendo il Marulli di tutta quella colonna il comando. Il resto delle forze del Cardinale coi russi s’innoltrarono per la valle di Bovino sopra Ariano ove vi giunsero nel 3 di Giugno; e così procedendo per la strada postale che mena alla Capitale questi due Corpi tennersi sempre parallelli tra loro, onde in caso di bisogno potersi facilmente, per le traverse congiungere: l’oggetto di questa disposizione era il tener d’occhio e minacciata la Piazza di Capua in dove un presidio francese, come dissi, tuttavia vi si trovava.

Fu in quel mentre, che al Porporato se gli presentò persona spedita dagli Abruzzi quale aiutante del Comandante Pronio, dicendogli volere tanto il Pronio, che gli altri capi realisti istruzioni onde agire di concerto con esso lui pel bene della regia causa: ciò piacque oltremodo al Ruffo e quindi encomiando lo zelo dei suddetti capi, ingiunse al messo di dire a quelli, che accordandosi nelle operazioni, con porzione delle di loro truppe oprassero il blocco di Pescara, ove trovavasi allora Ettore Carafa a sostenerla, e con altra in Terra di Lavoro scendessero per bloccare Gaeta e per aver parte alla liberazione di Napoli, che già prossimo ne sembrava il conseguimento: l’esecuzione di queste istruzioni fu però per metà. Pescara fu strettamente bloccata sino alla resa; ma né al blocco di Gaeta, né alla liberazione della Capitale ve ne fu di quella gente.

LIII. Sparsasi altamente la nuova dello sbarco delle genti russe in Manfredonia nacque sbigottimento negli amatori di repubblica e gioia e gaudio in quelli devoti alla parte regia: non pertanto il Governo repubblicano. conoscendo il discapito, che dalla sparsa voce andava esso a ricevere, cerco modi onde assopire allarmi siffatti, epperò pubblicare fece nel Monitore napolitano scritto, come dicemmo, da Eleonora Fonseca Pimmentel “che il Cardinale Ruffo per ingannare le popolazioni, aveva fatte vestire con divise russe i servi di pena sbarcati da Sicilia”. Questo annunzio recando dispiacenza nelle fondate speranza dei regi di Napoli, come chiaramente comprendere si può, costoro per chiarire In esposto, spedirono esploratori al campo del Ruffo a verificare ocularmente la venuta dei moscoviti: ma acquistatane certezza, perché il Porporato avendone conosciuta la missione, diede tutt'i possibili schiarimenti onde gli esploratori si sincerassero sul vero stato delle cose, quindi congedandoli li fece tosto ritornare in Napoli, rilasciando nelle loro mani delle monete moscovite per mostrarle in comprova del vero a’ committenti loro. Nella dimora dell'armata in Ariano e propriamente nel quinto dì di Giugno giunse all’armata provveniente da Palermo D. Scipione della Marra recando in dimostrazione di Sovrano gradimento una bandiera riccamente ricamata dalla Regina e dalle Principesse, rappresentante da una parte lo Stemma. Reale con l’Epigrafe in lettere di oro Ai Bravi Calabresi e dall’altra la figura della Santa Croce con l'iscrizione In hoc signo vinces accompagnata dalla seguente lettera a firma della Regina e delle Principesse tutte “Bravi e. valorosi Calabresi. La bravura, il valore e la fedeltà da voi dimostrata per la difesa della Santa Cattolica Religione, e del vostro Re e Padre da Dio stabilito per regervi, governarvi e rendervi felici, hanno eccitato nell’animo nostro sentimenti così vivi di soddisfazione e di gratitudine, che ci siamo determinati a formare ed ornare con le nostre proprie mani la Bandiera, che ora vi mandiamo. Questo sarà sempre un luminoso contrassegno del nostro sincero per voi, e della nostra gratitudine alla vostra fedeltà, al vostro attaccamento per i vostri Sovrani; ma nel tempo medesimo dovrà essere un vivissimo sprone per farvi continuare ad agjre con lo stesso valore, e con lo stesso zelo sino a tanto che resteranno intieramente debbellati, sconfitti e scacciati i nemici della nostra Sacrosanta Religione e dello Stato cosicché possiate e voi e le vostre dilette famiglie, la vostra patria, godere tranquillamente i frutti dei vostri sudori e della vostra bravura sotto la protezione, del vostro buon Re e Padre Ferdinando e di tutti noi, che non tralasceremo di ritrovare delle occasioni per dimostrarvi che serberassi indelebile ne’ nostri cuori la memoria della vostra fedeltà e delle vostre gloriose gesta. Continuate dunque bravi calabresi a combattere col solito valore sotto di questa bandiera ove colle nostre proprie mani ci abbiamo impressa la Croce ch’è il segno glorioso della nostra Redenzione. Rammentatevi prodi guerrieri, che sotto

la protezione di un tal segno sarete vittoriosi; abbiatelo voi per guida, correte intrepidamente alla pugna, e siate pur sicuri che i vostri nemici saranno compiutamente sconfitti, Noi intanto co’ sentimenti della più viva gratitudine preghiamo l'Altissimo, ch'è il donatore di tutt'i beni, affinché si compiaccia di assistervi nelle vostre intraprese che riguardano principalmente il suo onore, e la sua gloria, e la vostra tranquillità; e piene di affetto e riconoscenza per voi siamo costantemente. ()”

LIV. La città di Benevento che seguit’aveva il comune, repubblicano sistema, e che in allora già presso d’essa vedeva le masse reali comandate da Falbo e da Studuti, ambi capi realisti scorgendo il prossimo giungere dell’armata regia spontaneamente si pose sotto il Governo del Re di Napoli, il quale ricevutala sotto la sua protezione e dominio fu poi a suo tempo al rialzarsi la Santa Sede restituita dal Re al Pontefice.

In Ariano del pari il Cardinale ricevé da altri molti paesi e terre della Puglia protestazioni di sommissioni ed obbedienza al Re, qualche dubbio e ritardo più non mise a discendere nella Capitale. Allorché al giungere dei francesi in Napoli la tranquillità andò tutto mano succedendo, il Duca di Roccaromana, che ad altro scopo non ermi rivolte le mire sue, nel vedere quella succedere cercò, dimissionarsi dall’affidatagli carica: il Generale Championnet giudicando essere cattivo passo per la repubblica il togliersi un tanto valevole uomo, credé utile divisato non dare aderimento alla dimanda del Duca, ansi decorandolo del grado di Generale in Capo incaricollo, come dicemmo, della formazione di qualche reggimento di cavalleria, composto dagli avanzi della passata armata. La legione campania fu in fatti il primo corpo regolare riunito dal Roccaromana, al servizio della repubblica novella, che contava allora più nemici, che partegiani; questi ultimi, che avrebbero voluto oprare per la libertà, ciò che i lazzaroni fatto avevano per l’opposto governo, geloso dei riguardi che il Generale francese accordava un uffiziale, che staccato si era l’ultimo dalle bandiere di Re Ferdinando esso abusando della influenza sua, arrollava di segreto soldati per abbattere il governo della repubblica; niuna specie di probabilità brevi in ciò, poiché possibile non era, che lo stesso braccio, che arrestata aveva l'anarchia, comprendendone gli estremi mali da emergerne, occupato si fosse a rimuoverla novellamente: non pertanto questa falsa su posizione fu accolta, perché le calunnie sogliono sempre aver viso di verità, ed il Duca avrebbe subita una esemplare punizione se gli ani ci suoi non indotto l'avessero e pressato di mettersi al coverto d’una ingiustizia. Fu per questo, che si ritirò nelle sue terre, ove l'effervescenza non tardò a manifestarsi; la esso evasi fatta una volontaria legge di non prendere parte alcuna nell’insurrezione armata della sua provincia, e pagare cosi con generosità i repubblicani che con ingratitudine trattato l'avevano; ma cedendo alle incessanti sollecitazioni di quei già dati alla parte regia, che in quelle terre aumentati mollo erano i ne prese il comando; e riconoscendo la missione del Ruffo, spedi in Ariano persona di sua fiducia per informargli del lutto e pregarlo di ammettere esso a militare nell’armata del Re da semplice soldato. Il Ruffo che conosceva quanto il Roccaromana avea di valore, e quale lo stato delle cose della capitale e suoi dintorni fosse per gli allarmi giornalieri contro il governo della repubblica, lodando altamente la di lui risoluzione, ed encomiandone il valore, profittò dell’avventurata esibizione, incaricandolo con lettera di organizzare e dirigere delle masse di uomini armati, e servir questi, prima del suo giungere in Napoli, al blocco della piazza di Capua, o impedire almeno la communicazione tra quella e Napoli; alla qualcosa il Duca, come diremo, con valore, prudenza e grande disinteresse corrispose, retribuendo così bellamente al Ruffo il datogli segno di fiducia.

LV. Dato assetto il Porporato alle convenienti cose, mosse l'armata, e questa per la via consolare e per le serre di Montefusco da Ariano distese in Avellino, impossessandosi in pari tempo di Monteforte con le genti clic si tenevano qual vanguardia di essa. Fu in Avellino che un fanatico giacobino già Presidente della municipalità di un convicino paese, allorché la popolazione tutta per esultanza sentir faceva il forte grido di Viva la Religione ed il Re, rompendo l'impeto della moltitudine, fattos'innanti ad ognuno gridò con infuocato viso Viva la Repubblica, muoiano i tiranni e più volte queste espressioni ripeté: voci siffatte costarongli la vita, poiché catturato all'instante fu condotto al Tribunale Supremo giudicante presso I' armata, il quale riconoscendo essere esso uno tra quei che nel giorno precedente impugnate le armi aveva contro una partita di regi, e che venuto era in allora in quella città, con lo scopo di tentare, se possibile fosse, il fare disorganizzare l' armata, così ebbe condanna di estrema pena: ciò anche avvenne per gli eccessi commessi dai repubblicani, pei quali un atto di severa giustizia faceva d' uopo.

Il disturbo cagionato dal suddetto fatto, venne tosto compensato con l' arrivo di un corriere spedito da Palermo, che fra gli altri dispacci al Cardinale, una lettera di carattere del Re recava, con essa si avvisava, che S. A. R. il Principe Ereditario s'imbarcava sul vascello Ammiraglio inglese per recarsi in Napoli, ove facendosi una formidabile parata di Vascelli inglesi e portoghesi si sperava., che la capitale cedere dovesse dal rivoltoso sistema di repubblica, e senza ostilità e spargimento di sangue; novellamente si rivedesse nel monarchico stato rimessa: nel dare S. M. questo piacevole avviso proibiva al Cardinale d'intraprendere alcuna operazione contro la capitale del Regno prima che arrivasse la squadra inglese nel divisato luogo.

Nel doversi attendere la squadra era buon talento il trincerare l'armata in situazione opportuna, per tanto divisi di opinione si trovarono i Capi supremi sul luogo da prescegliersi, chi una terra indicava, chi altra n’eleggeva, infine cedere si dovette al desiderio del Comandante russo tendete te a portare sollecita comunicazione. con l'attesa squadra inglese. Intanto l’armata aveva presa di nuovo le mosse, e negli undici di Giugno era giunta in Nola nella Provincia di Terra di Lavoro, laddove nel tempo, che stabilendo quella al bivacco si stava giunsevi un distaccamento di truppe turche dà niuno atteso, poiché uno tra quelli uffiziali, che come messi erano stati spediti da Corfù al Ruffo, come testé dicemmo, e che da Melfi qual latore di risposta del Cardinale a Corfù ritornar doveva, avendo veduta iti Puglia la marcia delle truppe russe, volle ancor egli imitar quelle ed inviando con altro messo il piego di riscontro in Corfù fece sbarcare da due fregate di sua nazione della gente delta marina, e con quella a grandi marcie raggiunse l'armata Cristiana innanti del convenuto tempo..

LVI. Trattenutosi Marulli quattro giorni in Benevento fa raggiunto dal De Cesare; questi due condottieri riunite le loro genti s’inuoltrarono per l'indicala strada fino ed Airola, ed ivi stando, diedero opera a fortificare l'imboccatura della valle di Arpaja, nel pensiero di qualche sorpresa da. Capua, non molto da quel luogo lontana; ma nessuna dimostrazione ostile fecero i francesi in quel rincontro, anzi si garentirono viemaggiormente col costruire dei fortieri in una linea più avanzata delle opere esterne. Trascorso qualche giorno ebbe ordine il Marulli di recarsi in Caserta; tosto lasciando una porzione delle sue truppe alla custodia dei fortino piantato nella valle, per precauzionarsi in caso di rovescio fece marcia, per la città indicata; colà giunto si unirono ad esso per disposizione del Cardinale gli arrollati dal Duca di Roccaromana col Duca istesse, ed una mano di raccogliticci fatti da un certo Leon di Toro ricco possidente di Pietra Vairane: il Cardinale vi spedì pure due compagnie di calabresi ed una di basilicati valorosissma gente tutta; più D. Vito Nunziante, morto poi Tenente Generale non Ita guari, aveva nelle Provincie di Avellino e di Salerno raccolto un grosso numero di soldati sbandati e circa trecento Piaggiuari della provincia di Salerno cacciatori di professione nelle caccie di Persano del Re, congiunse quelle sue genti alle già riunite, epperò forma tono esse un tutto rispettabile per numero ed arditezza. Queste forze raccolte in Caserta furono dal Ruffo messe sotto il Comando di. Luigi De Gawbs figlio del Tenente Generale precedetemente menzionato, il quale era Tenente Colonnello dal già Reggimento Real Campagna: fu dal Cardinale disposto del pari, che fintanto, ch’egli con gli alleati sopraggiunti e sbarcati nella rada di Napoli, e con le proprie riunite forze si fosse occupato a ricuperare i quattro castelli della Capitale, parte dai francesi, parte dai sedicenti patriotti presidiati, queste forze raccolte in Caserta formata avessero il blocco della Piazza di Capua, sì per assicurare in Napoli le sue operazioni, sì per impedire la riunione, che disperatamente avviano potuto tentare i francesi fra le due guarnigioni di Capua e Gaeta e trasformare così quanto operavasi per la totale riconquista del Regno, e per lo:ristabilimento dell’ordine.



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CAPITOLO VI

Stato della Capitale e sue adiacente, congiure scoverte in essa, dispiacenze per ciò. —Insufficiente entusiasmo repubblicano, il governo della repubblica è in trambusto. — Altre esaltazioni repubblicane. — Manthonè riceve il carico di disporre militarmente la difesa della repubblica, ordinamenti dati da queste; relazione di alcune imprese de’ repubblicani. — Il Cardinale si muove da Nola e si dirige verso Napoli. — Manthonè esce in campo; bell’azione dei repubblicani; Manihonè ritorna frettoloso nella Capitele perche battuto, agitazioni e fermenti in questa. — L’armata regia segue la sua marcia; presa del Forte del Granai citò. — Il Castello di Viviena è mandato in aria dai proprj difensori, perché vinti. — Battaglia col vantaggio dei regi. — Operazioni dei repubblicani, operazioni dei regi; lettera di Manthoné a Schipani caduta nelle mani del Ruffo; disposizioni emanate per ciò. — Tutto si dispone presso del Ruffo per sostenere l'attacco: rapporto dell’Ispettore della Guerra al Cardinale; ordinamenti di questo contro Schipani e loro felici successi. — II. popolaccio della Capitale si vendica delle offese ricevute dai patriotti: estraordinario terrore. in Napoli. — Dispiacenze nella Capita le, dispiacenze nel campo del Ruffo; lettera autografe di Ferdinando al Rutto, traduzione di altra lettera di Lord S. Vincent a Nelson in comprava della precedente. —Manifesto pubblicato in Sicilia per infiammare quelle popolazioni contro i francesi, lo stesso si fa palese anche nel Regno continentale. — Corriere giunto da Palermo. al Rullo; mezzi usati dal Ruffo per capitolare con i nemici, ninna riuscita di questi; operazioni militari eseguite dai regi dentro la Ca pitale. — Lettera del Ruffo al Re per indurlo a ritornare sollecitamente nei dominj continentali.

Già tutte le provincie dando obbedienza al vincitore la guerra strettamente a Napoli si avvicinava. Il Cardinale stanziando in Nola, come dicemmo in comunicazione si era messo con Sciarpa che gl’insorgenti di Salerno guidava. Le genti di Luigi de Gambs e del Marulli raccolte in Caserta interrompevano affatto la comunicazione tra Napoli e Capua, epperò tagliale trovavansi totalmente le pratiche tra Napoli e Roma, attese pure le insorgenze mosse dal Pronio, che fino al piede di Gaeta erano giunte.

Si accrebbe a spavento dei repubblicani, che nella Capitate medesima le parti del Re in segreto si agitavano molto volentiermente, e poco curando' le contrarie apparenze, potenti macchinazioni ordivano. Un venditore di cristalli, detto perciò il Cristallaro per. nome Vincenzo, aveva arruolato alla Porta di S. Gennaro grosso stuolo di popolani, che si giuravano sostenitori del Trono a tutta pruova. Altro capo di nome Tonfano Baker svizzero dimorante in Napoli da lungo tempo, il quale conferendo per segreti messi con gli Uffiziali delle navi reali, stabilirono che in giorno di festa, quando il popolo più ozioso ed allegro trovasi, accostandosi alla Capitale una flottiglia anglo-sicula delle bombe in essa vi tirerebbe, e per ciò accorrendo le milizie ai castelli ed alle battiere del porto, lasciata vuota di guardie la città nell’interno, facile lo scoppio e la fortuna dei preparati tumulti verrebbe ad essere. Quali cose scoverte vennero da una donna nomata Sanfelice pel seguente caso. Teneva essa due innamorati, realista l’uno, ch'era il Baker, repubblicano l’altro; il Baker, che nel fine della congiura vedeva il massacro totale dei repubblicani d’ambo i sessi, ebbe premura di salvare la vita all’oggetto del suo amore, che per più volte appalesato si era pel nuovo reggimento: confidò egli a tal fine a questa donna la macchinata trama, donandole un giglio borbonico in ricamo da attaccarselo al petto nel momento dello scoppio di quella, onde non essere da alcuno offesa; la Sanfelice o perché troppo amasse l’amante repubblicano e salvar ne volesse la vita a costo della propria, o che credesse, che una tanta opera sventata che fosse, non un terribile fine venisse a produrre, svelò al rivale di Baker la congiura, consegnando ad esso il giglio in comprava dell’assertiva sua: il repubblicano sia per odio di rivalità in amore, sia per caldo amor di patria, portò del fatto al Governo subita denunzia, e quindi chiamata la Sanfelice ed interrogatata sul contesto del narrato, vennesi a capo del disopra descritto. In conseguenza dello scioglimento della combriccola la Sanfelice ebbe acclamazione di Madre della Patria e Baker e molti altri sospetti arrestati; ed allorché il governo della repubblica trovossi dopo pochi dì nell’ultimo giorno della sua esistenza, allorquando la prudenza altamente consigliava un tinse esso inutilmente del sangue di quei, con esecuzione di fucilazione, ch’ebbe effetto sotto un arco di scala del Castello Nuovo.

numerosa compagnia di congiurati derigeva a domestiche guerre con i siciliani, col Cardinale Ruffo e con gli altri capi delle bande regie concertava. Sopra tutte le congiurazioni, era terribile quella ordita da



La congiura di Baker, i tanti progressi fatti dall’insorgenza, e le armi del Ruffo a poca distanza dalla Capitale, scossi avevano i patriotti, e nella notte profonda in cui fino a quel tempo avevano riposati tranquilli sulle parole dei Generali francesi, videro finalmente tutto il pericolo ond’erano minacciati, e quindi diedersi al sentimento di vendetta, il quale perchè caduto in massima di governo, produsse il terrorismo temevano puranco i più cattivi casi, poiché avevano innanzi agli occhi l’isola di Procida dove sotto l'obbidienza del Conte di Thurn vi dominava un siciliano per nome Speciale, uomo severissimo, il quale, quanti repubblicani eran mandati prigioni dal continente, tanti con supplizi ferocissimi tormentava ed il più sovente con la morte. In tal modo in sul cominciare di Giugno trovossi Napoli da per ogni dove circondata, ed alla vigilia di veder cadere il non ancora ben fondato governo (I).


(I) è a questi tempi che i capi della Repubblica vedendo essere ridotto il loro stato ad estremi tristi, per voler dare a credere trovarsi quello del lutto stabilito ed indipendente, onde non far conoscere le condizioni in cui si trovava, misero pensiero di far coniare una moneta tutta repubblicana per tramandare ai posteri resistenza dello stato Repubblicano, e dimostrare il non curare il prossimo giungere delle armi; questa moneta venne coniata con la leggenda Repubblica napolitana, e ciò per far credere che il Regno intero abbracciato avesse quel regime democratico. In essa quantunque vi si vedesse l'emblema della libertà, pure tanto sciocca si appalesava, mostrando sulla istessa effigie la pruova della umile soggezione, dicendo anno settimo della libertà, e ciò senza dubbio riferivasi all'epoca della nascita della repubblica francese; epperò era la libertà napoletana serva della pili ampollosa libertà francese: bel ritrovato di niuna soggezione, e di una libertà tutta propria!


LVIII. In estremo tanto pericoloso in cui non più di vincete o di perdere si trattava, ma di vivere o morire, il Governo repubblicano, ed i repubblicani, facevan’ora più, ora meno di quanto i tempi richiedessero. I sospetti, che sempre nascono anche fra gli uomini della stessa parte davano il tracollo allo Stato già cadente: pareva ai più ardenti repubblicani, che a chi era stato dipendente dai forestieri non si potesse aver fede sufficiente in quegli estremi della partenopea repubblica, e quindi si dimandava con molt’arroganza e schiamazzo da taluni di essi al governo, che tutti coloro che erano stati nominati dai francesi, dal magistrato cessassero, ed in vece loro buoni, leali ed indipendenti napolitani si surrogassero. Un Canonico chiamato Luparelli di Ariano capo della commessione censoria quelli creava, questi cacciava a seconda gli andavano a genio: un Vincenzo Lupo presidente divenne di un tribunale il cui ufficio fu quello di giudicare il crimenlese laddove vi furono giudici i più vivi repubblicani. Decretava il Direttorio ad estremi casi ridotto “Che quando dai castelli tirassero tre volte i cannoni, chi guardia nazionale non fosse, ed a nessun politico ritrovato fosse ascritto, incontanente si ritirasse alla sua casa sotto pena di morte, e sotto la medesima pena le finestre ed i balconi serrasse; e chi nol facesse, e ritrovato per Napoli fosse dopo i tre tiri, dissanguato venisse, se armato, ed arrestato, ed incontanento come nemico della patria ammazzato: ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi tostamente accorresse al Quartier-generale: i forensi, i ministri andassero ai seggi loro, e chi dimenticasse o trascurasse tale obbligo, fosse tolto di vita”. Queste cose si facevano con terrore infinito nella città di Napoli, ma i più vivi repubblicani, e quelli, che in odio avevano ogni specie di governo s’infierivano viemaggiormente.

Si era formato col consenso del Governo nella casa della nobile accademia una Stila patriottica, come le altre, che in diversi luoghi ve n’erano, secondo dicemmo, (altra volta chiamate clubs) in essa convenivano i più moderati repubblicani per discorrere intorno a quel che essi chiamavano salute della patria: i capi di quest’adunanza era no tutti uomini non molto dissennati; e le di loro intenzioni volte al bene, ma vennero a congiungersi con loro, ed essi il consentirono, per quell’intento di salvare quanti repubblicani potessero, uomini ardenti ed immoderati, e tanto fecero e dissero tanto, che il predominio costoro acquistarono, e radunanza della casa dei nobili spinsero ad eccessi condannabili. Sul principio mandarono essi deputati al corpo legislativo Luigi Serio e Gaetano Rossi con insolente ambasciata, dicendo che Pignatelli di Monteleone, e Bruno di Foggia erano aristocratici, perché avevan reso partito contro la legge dei feudi, perciò volevano che da’ loro posti se ne andassero senza volgere neanche le spalle, e ciò non facendogli avrebbero ammazzati. Fuvvi nella sala di riunione di un tal corpo un gran contrasto, perché taluni cedere volevano, tal altri resistere; ma la moltitudine, che aveva i messaggieri accompagnata armata tutta di coltella e di altri nocivi istrumenti, che cinque cento ad un bel circa erano, arrabbiatamente dimandavano l'esecuzione del chiesto, aggiungendo, che si dassero i passaporti al Doria Ministro di Marina da lui dimandati, perché vile, e si congedasse immantinenti altrimenti di vita sarebbe tolto. A tali minacele i tre accusati presero da loro stessi 'congedo, non aspettando e non essendovi luogo a deliberare. Altri magistrati accusavano, chi incolpandoli per una cosa e chi per un. altra; tetti gli accusati venivano esclusi dalle loro funzioni; radunanza dell’accademia dei nobili su di ogni altra dominava, regnando in Napoli non più l’ombra di un governo, ma una evidente anarchia.

LIX. Gli ardenti repubblicani per far vedere, che atterriti non erano dall’imminente pericolo, che gli minacciava, aprirono un registro dove di proprio pugno i loro nomi segnarono, e fecero farlo a tutti i partigiani, e si fatto notamento un libro di morte divenne allorché i regi si resero di Napoli padroni, niuna cosa intentata si lasciava per infiammare il popolo: in mezzo alle piazze ad alla voce si recitavano le scene delle più forti tragedie di Alfieri, ed i casi i più terribili 'si facevano marcare, tutti gridavano, tutti applaudivano anche senza comprendere, sempre si diceva che trucidar si dovevano i tiranni. Gli accidenti favorevoli si esageravano, gli avversi si tenevano in silenzio; la repubblica era giunta al suo termine, ed alcuni credevano, che fosse per essere eterna. Tutti coloro che si. chiama vano Ferdinando di nome si cambiavano chiamandosi Bruto, Cassio, Timoleone e simili. Si faceva parlare il Sebeto, sempre predicendo grandi destini alla Partenopea repubblica; s’invocava Masaniello, invocava il Gigante di Palazzo (statua gigantesca allora situata all’angolo del Palazzo Reale da quel lato che guarda il mare) tutto era da sfrenati, tutto era da pazzi.

Nella piazza del Mercato evasi eretta una scuola per ammaestrare i lazzaroni ed adescarli alla repubblica: per riuscir meglio nell’intento si mettevano nella medesima condizione con grande allegria, sì i maestri, che genti civili erano e forse anche nobili, che gli ammaestrati, ed il termine delle loro scuole uno scialacquare era sempre, ora in una, ora in altra bettola, e tal cosa veniva detta fraternizzamento. Abusavano essi pei loro fini anche della religione predicando e dicendo continuamente, che le massime del Vangelo, massime democratiche erano, e per buoni democratici essere bastava solo buoni cristiani divenire; un certo Michelangelo Ciccone Frate trasportato aveva il Vangelo in volgare napolitano, e le democratiche massime più che ogni altre nelle sue prediche inculcava. Esortaronsi i parrochi ed i preti da coloro, che facevan mostra di comandare, di predicare dai pulpiti queste massime, e da alcuni furono con fervore e stremo alla popolazione raccomandate. Un Benone Frate Francescano, alquanto dotto ed eloquente, in mezzo alla piazza del Real Palazzo, ed ai piedi dell’albero della libertà, che colà tra gli altri luoghi si era eretto, anche con un crocifisso in mano ogni giorno predicava, che Gesù Cristo, i Santi tutti democratici furono, che sempre l’eguaglianza e la fratellanza raccomandat’avevano; ed infervorandosi anche lui, queste cose raccomandava, e dava col crocifisso la benedizione a coloro, che l’udivano, inveendo contro il Re, contro la famiglia reale, contro la monarchia, e mille cose diceva por muovere ed incitare la popolazione. Furono ordinate dall’Arcivescovo di Napoli preci per la salute della repubblica. Si disse, non più guidate le menti da sana ragione, che il Santo Protettore di Napoli Gennaro propizio ai democratici fosse divenuto, imperciocché correndo nel Maggio, l’epoca della processione del Santo e del suo miracolo in meno, che non aveva preso di tempo negli anni scorsi per fare il miracolo, in quell’anno ripetuto lo aveva due volte. Non vedevano li ciechi che ciò era piuttosto indizio e presagio del favore del cielo per le armi regie.

LX. Ma quanto fin’ora si è raccontato, non sufficiente era ad ostacoli opporre alle avvicinamento delle reggie forze, senza il propugnacolo delle armi. Il governo, o coloro, che facevan mostra di governare, ritiratisi nel Castello Nuovo, diedero a Manthonè, in allora Ministro della Guerra, la cura di disporre militarmente i patriotti onde con valentia la repubblica difendere.

Intanto ordinava quel vacillante Governo, che l’Arcivescovo di Salerno, il Duca di Miranda, il Duca d'Jtri, il Principe di Canosa, il Cavaliere de Medici, non che i parenti di quelli ch'errano in Sicilia passati fedeltà al Re serbando, fossero per ostaggi rinchiusi nel Castello di Sant’Elmo e nelle altre castella della Capitale, e tanto ebbe eseguimento, imprigionati vedendo buon numero di cospicui personaggi; con pari ordine fu detto arrestarsi tutti i congiunti del Cardinale Ruffo tra quali il Duca e Duchessa di Baraniello, ed il di loro figlio e nuora Principe e Principessa di Motta Bagnava; e condursi nel Monistero di Monteoliveto, ove tenevasi la municipalità, per farne a suo tempo vendetta.

Manthonè, che per lo innanzi aveva creduto essere il nemico non da temersi; e che fino allora lusingalo aveva se medesimo ed il governo con tal idea, dicendo esser quello di. poca quantità ed inabile: allorché vide l’immensa Capitale aperta da tutt'i lati e mantenere entro se stessa buon numero di contrari, e trovarsi quasicché assediata da tante diverse forze, cambiò pensiero; per tal cosa dispose che la prima delle formate legioni affidata a Wirtz venisse, che come la più forte fosse destinata in difesa della Capitale, come pure, ad accorrere ove il bisogno il richiedesse. La seconda obbedisse a Schipani e marciasse alla volta di Salerno per attaccare e distruggere le masse dei Vescovi Ludovici e Terrusio, aprendosi la strada della Calabria. Ordinava Manthonè ancora, con grande sollecitudine ed accuratezza per tener sicura Napoli, la Guardia Urbana, e davate armi e bandiere con pompa solenne, cercando di accalorar le goti in favore della repubblica. Dava loro per Generali Gennaro Serra, Francesco Grimaldi, ed Antonio Pinedo, nei quali con tutto l’anima suo confidava, perché da vero uomini valorosi erano. Data la custodia del Castello Nuovo e Massa Generale di artiglieria che in quest’arma fin da suoi verdi anni aveva servito, il quale alla venuta dei francesi tra noi, parimenti quel Castello teneva, ed una parte attiva prese al buon successo di quelle armi, mettendo ogni sua cooperazione a facilitarne l'entrata nella Capitale, e spingendo il più grande zelo nel favorire i politici cambiamenti, che si operarono sotto la di loro influenza: il Castello dell’Uovo al Principe di Santa Severina Grutter fu affidato.

Tutto ciò di grande necessità era; ma inutile addivenne, avvegnacché le cose, camminando, a gran passi per parte dei regi, ebbe la repubblica, assai diverso ed infelice successo da quello, che le riscaldate menti attendevano, perché a questi giorni Federici ritornò in Napoli annunziando essere stato impossibile ad esso lo attaccare i. regi, essendo in grandissima quantità, e sostenuti altamente dallo spirito delle opinioni delle popolazioni nelle provincie, le quali al solo avvicinarsi delle armi repubblicane tosto si davano in preda ai più grandi eccessi contro la repubblica, ed i repubblicani medesimi. A queste dolenti notizie del Federici si aggiunse altra più dolente ancora, poiché lo Schipani, inteso il ritirarsi dell'armata di Federici, non oltrepassò Sarno, e per fare alcuna cosa si trincerò tra le due Torre. Così Ruffo vincitore di ogni parte rendevasi, e tutte le terre all'intorno della Capitale con le sue genti inondava ed assai da vicino questa stringeva. Vide allora Manthonè la forte urgenza di uscire egli medesimo in campo e di affrontare il nemico; per ciò fare, creò primieramente per custodia di Napoli una legione di fuorosciti calabresi, i quali perché parteggianti della repubblica, cacciati a furia dalle loro case furono dalle armi del Ruffo, e nella Capitale si erano riparati, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le recenti ingiurie erano questi; e se i loro compatrioti! mostravansi disposti a far cose enormi pei la difesa del Re, come di già fatto avevano, essi in vero assai di più erano risoluti a farne per quella della repubblica; ascendevano questi a due mila circa Ira nobili, plebei, poveri per fortuna e poveri per esiglio: Manthonè con estrema compiacenza vedevali, e diceva loro che ben sicura la repubblica trovavasi avendo eroi com’essi per difensori; ed a fine di farli tutti in un medesimo luogo riunire donava ad essi il Castello Nuovo per quartiere.

LXI. Divenuto il Cardinale padrone di tutta la campagna intorno a Napoli, la difesa dell’agonizzante repubblica riducevasi nella sola Capitale mal sicura sì per niuna concordia di cittadini, sì per niun forte numero di difensori: egli intanto restar dovendo alquanti dì inoperoso e non volendo conciò portai vantaggi al nemico, risolvé stringere la Capitale molto da presso, e per trincerare adeguatamente la sua gente, mettendola in comunicazione com’erasi risoluto tra i Capi dell’armata con l’attesa squadra nel momento del suo giungere, prescelse per luoghi del Quartier generale Portici e Resinale verso quelli si diresse. Per tanto menare ad effetto differir non potè l’affrontare con le armi, lo Schipani, che quantunque a ragione della posizione presa nel compimento dell'operazione pensala, rimasto sarebbe mancante di comunicazione con la Capitale, epperò inabile con le sue poche forze tanto a resistere, che ad attaccare, pure alle spalle dell’armata regia avrebbe stanziato. A tale operazione volentiermente lo spingevano gli avvisi testé ricevuti dai Vescovi Ludovici e Terrusio, e dal March: De Curtis, i primi tendenti a descrivere, che nella sera degli 11 Giugno arrivar doveano a Bosco il Capomassa Panedigrano con i suoi mille uomini ed a Santo lo Sciarpa con altri due mila; ed i secondi annunziatiti essere stato il Colonnello Giuseppe Tschudy spedilo da Palermo con cinquecento granatieri per. sbarcare in Sorrento, laddove era giunto di già, per unirsi ad altri trecento soldati, che in Napoli erano stati riuniti di nascosto e condotti in Procida dal Colonnello Zetenrer e discendere unitamente in Sorrento onde attaccare dalla parte di terra il Forte di Castella mare, mentre la Fregata inglese la Seahors e l'altra siciliana la Minerva lo avrebbero oprato per mare.

Con avvisi tanto utili e confacenti al suo divisato, risolvé il Ruffo mandare quello ad edotto; ed in tale idea ordinò, che il Colonnello Tschudy sospendendo l’assedio del Forte di Castellammare, si mettesse subilo in concerto con i comandanti Sciarpa e Panedigrano; che nel mattino del tredici Giugno al primo levarsi del sole il Colon; nello Tschudy e Sciarpa dalla parte della Torre dell’Annunziata attaccassero la colonna dello Schipani, e Panedigrano costeggiando le vale del Vesuvio le percuotesse nel fianco; e siccome probabile diveniva, che Schipani udendo l’arrivo dell’armata del Re a Noia prendesse risoluzione di ritirarsi verso Napoli, in tal caso inseguissero il nemico alle spalle fino a che un altra forza maggiore da fronte lo attaccherebbe dalla parte della Favorita nel mattino medesimo. Emanata tale disposizione, onde effettuire il doppio attacco e stringere cosi lo Schipani tra i due predetti fuochi, distaccò il Porporato dalla sua truppa quattro battaglioni di fanteria di linea con quali io pezzi di artiglieria di campagna, d ieri compagnie di cacciatori calabresi ed uno squadrone di cavalleria, mettendoli tutti all’obbedienza del Colonnello Marchese della Schiava e del Colonnello D. Costantino de Filippis, ordinando a quei Capi, che in Resina si recassero, la di cui popolazione era già contro dei repubblicani insorta, ed al far del giorno del tredici spingessero per dietro l'abitato di Resina le compagnie dei cacciatori, accompagnate dai paesani armati conoscitori dei luoghi, e le facessero passare sulle lave del Vesuvio e nelle masserie lungo e sopra strada, da dove mollo male accagionar potevano al nemico, attaccandolo sul suo fianco, e poco riceverne; la truppa di linea con l’artiglieria marciasse per la grande strada della Favorita fili dove verrebbegli follo d’incontrare i contrari, manovrando in modo da trarli sotto la fucileria dei calabresi. Tutte queste disposizioni non furono pienament’eseguite per le cose in seguito a narrare, ma pure, come diremo, ebbero il loro felice conseguentemente.

LXII. Dato scalo Manthonè alla promodale sicurezza di Napoli, partiva con grande apparato per recarsi a combattere il nemico, e per la via di Toledo avviavasi: era tutta questa strada iti addobbo parata, e la guardia nazionale a piedi schierata in battaglia faceva ala, e quell'a cavallo nelle contigue piazze anche rendeva lo spettacolo imponente. Seguitava la inumatile colonna un buon numero di prigionieri fatti in quei casi ove la fortuna pei repubblicani avev'arrisa, e le insegne di essi prigionieri anche conquistate tulle polverose e lacere ricordavano i conflitti avuti: i prigionieri con le mani legate al dorso aspettavano la morte, come di frequenti loro si annunziava, ma allorquando innanzi ai grosso albero della libertà nei largo del Real Palazzo eretto giunsero, la lugubre scena mosse i cuori a compassione, perchè era già vicino ii colpo, che tante leste recidere doveva, e quasi ad un grido unanime si sentì la voce di grazia, che dai soldati stessi venne ripetuta. Allora tutto risuonò di questa sì piacevole voce e già scampati da morie con alti di gratitudine ringraziavano coloro, che chiesta e donata la vita gli avevano. Tale azione di umanità lusingava le menti dei repubblicani, e credevano, che come con la pietà tutto si vince, i nemici di tali cose sapendo a loro si darebbero per godere di un tanto bene. Le reali bandiere di Ferdinando, e le inglesi, che ardere si dovevano furono prima che ciò succedesse del tutto messe in pezzi dagl'impazienti democratici e dati questi ai soldati, che gli appendevano alle punte delle loro bajonette, gridando tutti in infinite voci, che «muoiano i nemici e viva la repubblica» rimbombavano.

Uscito Manthonè da Napoli con le sue genti, incentrava a poche miglia il nemico, e tosto ne sbaragliava e legava le, vedette e le punte; ma quanto più oltre si fu spinto, si accorse, che l'andare avanti perniciosa temerità sarebbe stata, e che altro scampo non restavagli se non ritornare a gran passi di dove n'era venuto, perchè chiuso, e forse tagliato sarebbesi trovato, epperò la Capitale da pochi sostenuta, quindi in tal guisa egli oprò. Il suo imminente ritorno nella Capitale la più grande costernazione negli animi dei cittadini tutti mise, poiché il precipizio, altra volta avvenuto, pareva evidente, in mezzo a si grave circostanza, uscivano ad ora ad ora, come suole accadere in simili casi, voci più spaventevoli ancora, che già i nemici fossero presso Napoli, e chi diceva di avergli uditi, e chi di avergli veduti, raddoppiavasi così il terrore e la confusione, e pareva ad ognuno, che già spenta fosse ogni salute per la repubblica. Decretava il Direttorio allora «essere la patria in pericolo» a tale annunzio un terrore senza pari occupava generalmente le menti e confermava le idee nate dalle predette voci. La legione calabrese soltanto non ispaventavasi, parte si teneva in Napoli, parte, per disposizione dei governanti, presidiava il piccolo Forte di Viviena presso Napoli; dicevano essi di voler morire da forti.

Ridotti i repubblicani a tali angustie si preparavano nondimeno alla. difesa della disperazione, Napoli divenne deserta, non più si videro per le vie persone all’infuori delle numerose pattuglie dei repubblicani, che ne accrescevano il tenore. Nel mattino del tredici Giugno, che corre la festività di S. Antonio, giorno di eterna ricordanza per Napoli, prima dell’alba misesi in movimento l’armata regia da Nola per la direzione di Portici e Resina; riconosciutosi ciò dal Forte Sant’Elmo il cannone annunziò, con i convenuti tre colpi, l’imminente appressarsi del nemico e chiamò tutti allo ordinato. Il Generale Wirtz allora pieno di entusiasmo condusse la sua gente al campo formalo, al ponte della Maddalena; i repubblicani spinti da disperatissimo furore dicevansi l’un l’altro che in quello scontro dovevano o morie onorala acquistare, o vittoria eterna: ai piedi del ponte costrussesi un Fortino con tredici cannoni da 33, due mortai a bombe ed altre artiglierie, le barche cannoniere e le bombardiere, capitanate da Caracciolo, covrivano tutto il lido del mare, ed erano disposte ad appoggiare la difesa di terra e battere in sul fianco sinistro i regi: il Forte di Viviena con le sue batterie da terra e da mare rinforzava la difesa della gente di Wirtz; nella fronte del campo e per l’intiero corso del fiume, vennero messi cannoni di ogni specie: in somma l’armata di operazione dei repubblicani trovavasi tutta sulla sponda sinistra del Sebeto, tenendo la sua riserva sulla sponda opposta, avanti il quartiere della cavalleria, e nella strada della Marinella, sotto la protezione del Castello del Carmine e delle batterie del Porto; là i repubblicani disponevansi a far riconoscere la Repubblica Partenopea; la essi con folle ardire attesero il nemico oprando sforzi, che più utili non gli erano.

LXIII. l'armata. regia intanto proseguendo nel crescere del giorno la marcia, occupava una linea sì estesa, che la testa a vicinanza di Portici trovavasi e la coda ancora rimaneva in Noia: i cammino allorché il Cardinale fu presso il villaggio di Somma ebbe rapporto, che il divisato contro Schipani non aveva avuto effetto, avvegnacchè il Colonnello Tschudy non era a Castellamare giunto, e lo Sciarpa con gli altri del Cilento nettampoco a Suino; che Panedigrano quantunque attaccato avesse il nemico nel fianco dalle laide del Vesuvio, non altro avevagli prodotto, che la semplice discissione di pochi artiglieri con un cannone. Informato veniva egli del pari, che i Comandanti la Schiava e de Felippis trovandosi nella precedente notte in Resina, ed udendo lo spesseggiare dei cannoni della Fregata inglese la Seaborse e della siciliana la Minerva, unite ad alcune barche cannoniere venule da Procida, contro del Forte del Granatello, trasportati dai paesani, vollero togliere di mano dei patriotti il Regio Palazzo di Portici e coadiuvare dalla parte di terra all’espugnazione del Forte suddetto; e quindi oprando tanto, vedendosi i repubblicani aggrediti da mare e da terra, abbandonali avevano ogni mezzo di difesa sì del Palazzo, che del Forte, e fuggenti verso il campo al ponte della Maddalena si erano ritirati; che i comandanti regi avendo occupato e guarnito con porzione di loro genti l'uno e l’altro abbandonalo luogo, avevano col residuo di loro truppe, e con gran quantità di paesani armati inseguiti quelli sino allargo avanti la Parrocchia dì S. Giovanni a Peducci, e che la si erano sia bili ti tanto nelle case, che nelle masserie sopra e sotto strada, scambiandosi delle cannonate col campo nemico.

Frattanto, che le prime file dell’armata pervenute erano in S. Iorio, comparve in una masseria fuori strada gran moltitudine di popolani armati, conducendo su d’un palo la testa recisa di mi repubblicano, gridando con forti schiamazzi Viva il Re. A tale spettacolo una compagnia di cacciatori calabresi, che poscia fu da altre seguita, udendo da quella gente medesima, che i di loro compagni si erano scontrati ed azzuffati con le truppe della repubblica verso il luogo del campo dei contrari, senza nulla più bilanciare, ed a niuno dando conto del fatto suo, la lenta marcia abbandonò, e quasicché di volo, presa da bellicoso Calabro impeto, per vie brevi e tortuose, guidata da quei terrazzani, andò a far opra delle sue armi in soccorso di quelli. Vano riuscì al Ruffo, temendo, che la mossa dei cacciatori fosse per effetto di qualche insidia, il richiamargli al loro posto, anzi fu mestieri di accelerare la marcia, e secondare così quell’imprudente impeto. Per ciò dispose, che tutt'i trasporti, che moltissimi erano, con porzione delle truppe di linea sotto il comando dell’Ispettore della Guerra continuassero il cammino verso Portici e si stabilissero in quel Real Palazzo, ed esso per la via dell’Arso alla testa delle truppe di liuea e Russe s incarnino sulla glande strada di Portici verso il largo avanti la Parecchia di S. Giovanni.

Nel tempo della marcia dal Castello Sant'Elmo si facevano segnali al Castello Nuovo, e da questo si rispondeva con sollecitudine, talché dava a supporre, che fossero diretti all’armata di Schipani, affinché ritrocedendo verso la Capitale mettesse così l’armata regia fra due fuochi: in tal supposta ordinava Rutto, che i Comandanti delta Schiava e de Filippis con le loro truppe ed artiglierie immantinenti partissero per posizionarsi nella strada avanti la Favorita e nelle lave del Vesuvio sopra strada, per sorvegliare Schipani, e quando vedessero il di costui avvicinarsi, ne dassero sollecito avviso, ali Ispettore della Guerra in Portici, eie attuo cassero a tutto vigore da fronte e pei fianchi, prima che avanti il Real Casino della Favorita pervenisse: comandava del pari al Brigadiere de Sectis, che con due battaglioni di linea marciasse pei traverso di picciolo sentiero, e si mostrasse sul fianco del campo nemico dalla parte, del fiumicello onde smuovere quello dalla presa posizione e senza impegnarsi iti azione alcuna, per la via della Barra a Portici si ritirasse. Disposte così le cose, e calcolato il tempo, che il de Scelta impiegar poteva per mostrarsi al nemico, fu dato il segnale nell’attacco: per tal cosa animavansi e confortavano a vicenda i regi, dicendo essere quella l’ultima delle loro fatiche, epperò doverla tare con grande energia e volontà somma.

LXIV. Appena la fronte dell’armata trovossi fuori allargo dell’abitato di San Giovanni, e mentre la cavallaria si disponeva a sostenere i fianchi dell'infanteria messa quasi in battaglia, una pioggia di palle, dì bombe e di granate venne da mare, dal Forte Viviena e da tutt'i punii del nemico campo, di modo, che fu prudenza non più andare binanti.

Allorché questo furioso attacco nella aperta campagna succedeva e restava l’avanzante colonna dal fare il suo debito, un avvenimento estraordinario e dolente, tanto più meraviglioso, quanto meno aspettato, ebbe luogo ed espedì Ruffo dall’intoppo; gran numero di cacciatori calabresi, che fermati erano a poca distanza dalla Chiesa del Soccorso, per attendere il loro avanzarsi, per smania di menar le mani, guidati dall’intrepido Tenente Colonnello D. Francesco Rapini, discesero verso il mare per la via dei due palazzi e ad onta del fuoco delle cannoniere nemiche, correndo lungo il lido trovatasi, da niun saputo, sotto il tiro del cannone del Forte Viviena; per tanto con ardore e risolutezza, senza punto esitare si approssimarono essi al Forte; allora i difensori non come uomini, ma come boni si sostennero, ma indarno, poiché quello essendo di basse mura, con incessante fuoco di fucileria gli assalitori sbarazzarono la cortina, ed indi l’uno sulle spalle dell’altro salironvi entro di fatti, ed a forza ed a furia disperatamente fecero massacro dì gente più disperala; né solo i vinti perivano, anche i vincitori perivano, nessuno si arrendeva. Dopo buon tratto così percorso, taluni dei sostenitori vedendo il non potere più tenere alla difesa, pittandosi nei sottoposti blocchi di arena cercarono avvertire il campo dell’avvenuto, a fine di recar rinforzi se possibile fosse; di tali cose accortisine i cacciatori calabresi fulminando dall’alto con le fucilate uccisero tutti coloro che nella sottoposta arrena erano discesi, e vedendoci quasiché padroni del Forte abbatterono la tricolore bandiera, ed in vece quella regia vi sostituirono. Restava solo una mano di pochi della legione calabrese, era quasi sera, e lungo ed accanito conflitto spossati ed intimoriti non gli aveva, la rabia gli trasportava, feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi ferivano, pure l’estrema ora era giunta: anteponendo la morte di soldato a quella di reo, un certo Antonio Toscano, che di questa gente ne aveva il comando, e che già per le ferite ricevute quasi esangue trovavasi, strascinossi a stento e carpone al magazzino delle polveri, e lì con uno stoppaccio acceso postovi fuoco mandò se stesso, vincitori, vinti ed ogni cosa in aria. Atto enorme fu questo sì, ma degno di eterna memoria in tutt'i secoli per la più grande fermezza e risolutezza di animo di cui fu mosso. Per tal successo tutto ad un tratto udissi nella spaventata Napoli un rumore, che tremar fece la terra, e non sapendone la causa il tenore e la confusione invase gli animi di ognuno, formando un misto di furore e di timore tra i dominanti repubblicani.

LXV. L’apparizione del vessillo pente sul Forte Viviena fu un fulmine terribile pei repubblicani; lo scoppio poi delle polveri cagionò in essi tale spavento, che abbandonando le artiglierie e tutto il materiale di guerra, diedersi in aperta fuga; le cannoniere e le bombardiere per ordine del Caracciolo rientrarono con esso nel porto, e niuno mise più fuoco ai cannoni, oprando lo sbalordimento in quelli l’abbandono totale del Fortino cretto ai pedi del Ponte, che in protezione d loco ritirata valevole sarebbe stato. Ruffo intanto espeditosi dall’intoppo dei Forte rovinato, passava e si accingeva ad entrare nella Capitale: le truppe Russe alla carica si resero padrone del ridotto innanzi detto e portandovi la loro leggiera artiglieria fecero una terribile strage di quei patriotti, che in disordine, per iscampar da morte, da quel luogo allontanavansi. Mentre il Colonnello Carbone guidando il reggimento Real Calabria giungeva all’imboccatura del ponte, ricompariva dall’opposta parte a cavallo; il Generale Wirtz animando i suoi, che dalle sue forti istanze ed eccitamenti erano stati trattenuti dalla presa ti tirata; sorse allora ma furiosa zuffa repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire, che il cedere. Dalla parte dei repubblicani eranvi Luigi Serio vecchio a 67 anni di età, uno degli avvocati più rinomati del Foro napolitano, amico e rivale di Mario Pagano; alla. severità di sire discipline accoppiava egli, l’amabilità di poeta nella quale arte come estemporaneo, passava tra i migliori della sua epoca, con esso anche tre suoi nipoti vi stavano a combattere, e nelle prime file insiememente si mostravano; anzi il vecchio incoraggiva con fervore e spingeva avanti una folla di giovani allora indomiti divenuti, che tutti dal ferro e dal fuoco dei regi furono ridotti inabili, acquistando morte, dopo pochi minuti, sì il vecchio incoraggitore, che uno dei nipoti ancora. Wirtz, che possedeva tutte le qualità del buon soldato, senz’avere l’esperienza d’un capo, con ardore combattendo, in vantaggio dell'adottiva patria, faceva incerta h vittoria, finalmente di palla mortalmente, ferito, fu parlato in Castelnuovo ove mandò fuori l’ultimo sospiro. I calabresi, e propriamente quei ch’erano restati alla difesa di Napoli, che sotto la condotta dello svizzero guerreggiavano, non punto sbigottitisi della mancanza del loro Capo continuarono a tener lontani dalla città le genti dei Ruffo, e mentre così dubbiamente si combatteva sursero alle spalle dei calabresi e dei combattenti democratici delle voci di Viva il Re, che da una moltitudine di lazzaroni partigiani regi si gridavano: rivoltaronsi tosto addosso a loro i repubblicani ed il più gran numero, ne trucidarono, abbandonando incontanente la difesa, di quel lauto minacciato punto. Coglieva al momento Ruffo tale occasione ed assaliti alle spalle i già volti nemici a tutta forza, del resto del campo si rendeva padrone, e per quel gioirlo cessava il conflitto così.

LXVI. Rimasto il campo dei repubblicani in pieno possesso dei contrari divennero questi ricchi di armi e munizioni di ogni genere. Gli avanzi dell’armata messa in rotta ritiraronsi nella sera e nella notte alla meglio, porzione nel castello Nuovo ed in quello dell’Uovo, ed altra nel. quartiere di Pizzofalcone; una banda di questa, per trovare maggiore salvezza, tento rinchiudersi nel Castello Sant’Elmo, ma non essendo stata ricevuta, perché il Comandante disse, non volere patrioti tra genti francese, cercò fortificarsi, con tutt'i metti della disperazione, nel vicino chiostro di S. Martino; in somma, alito scampo non ebbero nel vegnente dimani i repubblicani, che quello spazio, che corre tra il Castello Nuovo e dell’Uovo, compresivi gli edilizi intermedi del Palazzo del Re e la contrada di Santa Lucia.

Onde acquistare ristoro e riposa le truppe regie vennero disposte sulla sponda sinistra del Sebeto nel luogo dai repubblicani abbandonato, facendo passare nella sponda di contro alcune compagnie di cacciatori calabresi con buon numero. di turchi per di fendere; le artiglierie Russe nel mezzo dei Ponte postate, ed impedite le sorprese, se ve ne fossero. Rimanendo in cotal guisa le cose ebbe il Ruffo il lieto avviso, che tutt’i di lui parenti che in Monteoliveto erano ritenuti, per ricevere da un momento all’altro dai repubblicani fucilazione, abbandonati da tatti, verso sera si erano messi in salvo. Ebbe anche Rutto in quella medesima sera conoscenza di quanto dai repubblicani si divisava contro le armi sue, imperciocché essendo stata arrestata imm piccola barca, che recava allo Se hi pani lettera del Manthonè, lessesi in quella “che i destini della repubblica richiedevano di doversi dare un decisivo colpo, e distruggere con una sola battaglia tutte le contrarie genti pervenute al Ponte della Maddalena: avanzasse perciò con la sua armata, e quando si trovasse con la fronte al Palazzo di Portici facesse dei segnali, perché allora seguirebbe immediatamente l’uscita delle truppe della repubblica, e della guarnigione francese di Sant’Elmo e di Capua, per mettere il nemico in mezzo e non lasciargli alcuno scampo di salvezza”.

Conosciute queste disposizioni, prenderonsi dal Ruffo misure a tenere il campo al coverto di sorprese scusa portate allarmi alle truppe, ed avvisasi l’ispettore della Guerra in Portici affinché istretta osservazione tenesse la genti di Schipani: indi si diressero con sollecitudine verso Aversa tutte le masse dei con vicini. paesi presso l'armata giunte, insinuando loro il celarsi alla meglio, lungo la strada finché si avanzassero le truppe di Francia. della guarnigione di Capua, e quando quelle si mostrassero, se ciò venisse oprato, dagli aguati uscissero e sui fianchi ed alle spalle le percuotessero a tutto vigore.

Non appena tali precauzioni si mandavano allo atto, un improvviso e forte strepito di moschetteria fece dare nei tamburri e battere la generale nel campo; ciascuno prese il suo posto, non vi mancava che il seguo dello attaccare il nemico, quando cessalo di un tratto il trambusto, obliosi conoscenza, che non da un tentativo nemico aveva avuto origine quello, ma che gran numero di cacciatori commisti ai turchi, che stavano a piè del Ponte dalla parte della sponda dritta del Sibeto, di concerto con paesini napolitani, tentato avevano, per spirito d'intraprendenza un colpo di mimo per impadronirsi in quella notte del Castello del Carmine, senza la saputa del Cardinale; epperò verso la metà della notte avend’occupate quietamente alcune case prossime e dominante il Castello medesimo, tirate vi avevano da quelle delle fucilate in buon numero su tutti i punti di esso, mentre i Turchi per dividerne la difesa assaltati avevano la palizzata e ficcati si erano nel maschio del Castello e divenuti di questo padroni, avevano trucidata l’intiera guarnigione ad eccezione ch i Comandante, perché dei Ruffo si era appalesato amico. La buona esecuzione dell’ideato, colpo di mano mitigò la dispiacenza cencetta dal Ruffo, per avere quelle truppe oprato senza suo assenso, e recò vantaggi al tremotio all’armata poiché fornilla di un valevole punto di appoggio, e resela così signore del porto e delle batterie del medesimo.

LXVII. Al primo levarsi del Sole del dì quattordici Giugno, allorché permesso era, avvertire i svariati oggetti, osservavansi dal campo reale i continui segnali dati dal Castello Sant'Elmo, corrisposti dal Castel Nuovo: ogni apparenza portava credere, che i repubblicani ostinati, tentar volessero sforzi temerari. Tutto era in ordine presso del Cardinale per sostenere gli attacchi, anzi, abbondando di genti, teneva esso in mezzo del campo disposti all’occorrenza le truppe russe e circa quattromila uomini tra fanteria, cavalleria e cacciatori calabresi; e per viemaggiormente trovarsi saldo, aveva fatto avvicinare alla rada, nella direzione dello smantellato Forte Viviena le due Fregate testé nominate e la divisione delle cannoniere venute da Procida. Date appena queste provvidenze ebbesi dall’ispettore della Guerra avviso “che la truppa di Schipani lasciando la sua posizione della Torre del Greco, avanzava sulla strada verso la Favorita; che il comandante della regia cavalleria D. Francesco De Enea era stato ferito da un colpo di mitraglia, e che le regie truppe si erano ritirate e stabilite secondo le istruzioni dentro l’abitato di Resina”. Ciò saputo, immantinenti il Porporato distaccò dalla riserva centocinquanta soldati russi con due cannoni di campagna, un battaglione di linea e cinque compagnie di cacciatori calabresi mettendoli all'obbedienza del Brigadiere De Sectis, ingiungendo a quello di recarsi a gran passi in Resina ed in qualunque stato trovasse colà le cose assumesse il comando di tutte le truppe regie niuna accennata, ed ordinasse la battaglia contro il nemico, facendo occupare con antecipazione gl’importanti posti delle lave del Vesuvio sopra strada dai cacciatori calabresi onde arrecare mollo male nel fianco ai contrari.

I repubblicani intanto sotto la condotta dello Schipani movevano verso Resina, e come che guidati da uomo mancante affatto d’idee sulla disposizione delle truppe senza precauzione alcuna e spensieratamente marciavano nella strada consolare con i fianchi non guarniti come se in tempi tranquillissimi transitassero: giunti avanti il casino della Favorita fecero essi alto e temendogli nemico da fronte soltanto e non da altra parte, stabilirono una batteria instanti la testa della colonna, ed in quella posizione irrisoluti ed inoperosi per buon tratto se ne stettero. Frattanto de Sectis avendo prese le debite misure per l’attacco, la sua truppa di linea ed i russi erano già disposti a prorompere, ed i cacciatori e molti altri paesani armati essendo passati dietro le case dì Resina vantaggiavano sul nemico, nelle lave del Vesuvio e nelle masserie sopra strada: non mancava che il cenno per affrontarsi gli uni gli altri; de Sectis osservando l’indolenza del contrario, per sbarazzarsi di quella molestia lo diede, e la zuffa si attaccò. Incominciò la battaglia contemporaneamente su tutt'i punti in assai micidiale modo, ma poco durata ebbe, avvegnaché cacciatori calabresi dai prescelti posti, facendo il loro debito, percossero in tal modo il fianco dritto del nemico, che produssero a quello terribile strage; perche le prime cannonate tirate dai repubblicani cagionarono delle morti, tra gli artiglieri russi, e così gli Uffiziali di quelli inaspriti dalla mancanza dei compaesani loro, andando alla carica e venendo dai regi seguiti, fecer sì che il conflitto, avesse termine in quel punto medesimo, poiché i soldati del vecchio esercito del Re, ch’erano tra i repubblicani vedendo a fronte gli antichi loro commilitoni ed i veri soldati russi e non già i forzati come si era loro fatto credere, depositando le armi si dichiararono prigioni, imitandoli nell’atto anche i civici napolitani. A tal vista i legionari calabresi superstiti dai colpi dei cacciatori e lo Schipani, per trovar salvezza, gittarohsi nelle masserie dalla parte del mare, perlocchè fu dato loro dai paesani armati, caccia sì crudele, che pochi scamparono da morte: Schipani con alcuni altri vennero raggiunti ed arrestati sulle coste di Sorrento, d’ove trasportati furono in Procida, a fine di ricevere condanna: i civici napolitani ebbero libertà di se stessi, ed i soldati del vecchio esercito, che al numero di mille e seicento ascendevano, esteri di nazioni la più parte, a loro istanza militarono di nuovo sono le antiche reali bandiere. In tal modo per la ignoranza del Capo venne distrutto il terzo ed ultimo corpo di truppe della repubblica, sola speranza rimasta; il quale se con avvedutezza e buon talento avesse nel precedente dì oprato, accordandosi nel movimenti, con Wirtz, forse caro avrebbe fatto pagare al Ruffo l’ardito ed imprudente pittarsi fra le due nemiche schiere, che a poca distanza tra esse, si trovavano.

LXVIII. Un estraordinario terrore colpì nei di quattordici e negli altri seguenti non solo i repubblicani, ma gli abitanti lutti della Capitale; perché come nel giorno precedente il popolaccio preso da spavento dalle orribili minaccie dei patriotti, e dalle numerose fucilazioni oprate da quelli nella piazza del Mercato cheto e ritirato rimasto si era nelle proprie dimore, così trovandosi. ora libero dalla forza che l’opprimeva per la distruzione dell'armata di Wirtz, e per l’impotenza dei repubblicani rinchiusi nelle Castella, cominciò a. muoversi e vendicarsi aspramente delle novelle ed antiche offese. Uccidevansi per le vie i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; si vedevano cadaveri da per ogni dove, che un orrendo e desolante spettacolo producevano. Si disse da quei, che si pascevano di sangue, che i repubblicani avevano su i corpi loro stampata l’immagine della libertà; tale novella idea faceva sì che prima di toglierli di vita gli spogliavano, e così tra gl’improperi e le battiture gli conducevano per la città: donne, uomini erano tutti fra gli scherni della plebaglia condotti all’estremo supplizio, che in confronto dei ricevuti patimenti non era il più grande dei mali. Molti della feroce plebe cercavano da per ogni dove chi reo fosse e chi innocente di repubblica, e sotto questo aspetto ogni casa diligenziando rapinavano; molti fuggivano, chi da una via, chi da un’altra per sottrarsi agli strazi della dominante crudeltà, poco era in scampo a tante fughe: quelli a cui la fortuna aveva aperto l'adito per le contrade, gliela toglieva per le case perché i padroni ne li cacciavano, sapendo, che se gli ricettassero le case loro a sacco sarebbero state messe ed arse ancora, ed essi uccisi. Si fuggiva in abito di donna, si fuggiva sotto cenci di lazzaroni, né ciò salvezza produceva. Fuvvi un padre, e questo tra i nobili, il quale tanto odiava la repubblica, che vide sotto gli occhi suoi il suo figlio togliere di vita dalla furibonda plebe, devoto esso figlio alla repubblica riputavasi. I resospinti dalle case, i miseri perseguitati non trovando altro asilo per isfuggire la morte si nascondevano nei sotterranei della città, dai quali uscivano poi di notte per cercare nutrimento o vigore col respirane aria liberà, e così in qualche modo scampo trovavano, ma non a tutti sì fattamente riuscì. Si sparse la voce di avere i repubblicani distribuite molte corde con l'intenzione di strangolare tutt’i lazzaroni adulti, conservando soli i fanciulli per allevarli senza religione: che non si fece per siffatta voce! si cercarono diligentemente in tutte le case, e sfortunata quella che aveva laccio, corda o spago, a questa sola pruova si tormentavano coloro che vi dimoravano. Un Cristoforo macellaro di professione, che per uso dì suo mestiere aveva corde in casa, fu straziato con orribili tormenti, tronca la testa e portata per la città sopra la punta di una baionetta. Pensi il lettore quale immagine di città fosse diventata Napoli, in cui niun freno eravi, che intimorisse la plebe, tanto, che atterrita per le uccisioni, lacrimosa divenne pei morti. Solo conforto e consolazione arreca all’animo sconfortato di chi tai cose legge e scrivere, il pensare, che atti generosi in mezzo a tali desolazioni sorsero, perché non mancarono padroni di casa, che a pericolo di quanto avevano di più caro scampassero da morte le destinate vittime.

LXIX. Le angustie e le dispiacenza degli abitanti di Napoli nell’espressato dì non minore erano di quelle che il Ruffo provava nel medesimo giorno, quantunque da cause diversissime nate. Il tenere le sue truppe riunite, onde rendere inutili le uscite delle genti di Francia da Castel Sant’Elmo e da Capua; l'essersi di tante migliaia di uomini armati accresciuta la popolazione della Capitale, perché dai convicini paesi calando entrati erano in quella dalle Porte Nolana e Capuana; i frequenti ragguagli degli eccessi orribili, che si commettevano entro l’abitato della città, ed il non potere ad oprare alcuno cspediente energico onde far terminare quelle scene di lutto e di desolazioni, perché a contenere le genti sue dal commettere simili orrori, ai quali inclinavano per animo, vi andava di continuo anche il timore di sua vita; ed il giungere di una lettera autografa del Re, venutagli da Palermo con falsa e dispiacente notizia (che qui trascriviamo) rendevano esso imbarazzato oltremodo e perplesso, parendogli che se la fortuna seguendo il filo di sua missione propizia in fino a quel dì erasegli mostrata. ora tutto ad un tratto abbandonarlo nel più necessario momento. Eravi nella lettera ciò scritto “che gl’inglesi avevano disbarcat’in Palermo il Principe Ereditario per la nuova che la squadra francese di Brest era entrata nel Mediterraneo per unirsi ad altra squadra spagnuola; e che portando truppe da sbarco, faceva temere non meno per Napoli, che per Sicilia. Che Nelson era uscito in mare con sei vascelli per incontrarla e battersi; ma siccome nella ignoranza della rotta della flotta gallo-ispana non vi poteva essere sicurezza dell’incontro, così quando non si trovasse padrone di Napoli col cratere ben fortificato, si ritirasse con la sua armata in luogo sicuro, ove non potesse essere con facilità attaccato, ed aspettasse dal cielo altre provvidenze” (). A questa lettera, per chiarire le cose dette, vi si aggiungeva la traduzione della seguente, scritta da Lord S. Vincent a Nelson, dal bordo della nave il Sovrano, con data di Gibilterra 6 Maggio 1799 “Mio caro Lord—La squadra di Brest passò ieri alle cinque pomeridiane facendo buona navigazione. Il tempo era così oscuro, nuvoloso e piovoso, che non si potè rilevare distintamente la forza: l’immaginazione di coloro, che la videro, gli ha fatto credere, che fossero ventitré o ventiquattro navi di linea; ma siccome ho tutta la ragione di credere, che non vi sia unita la squadra di Ferrol, ed essendo sicuro altronde, che non è uscito un sol vascello da Cadice, conchiudo che la detta squadra consista in diecinove vascelli di linea, con sei o sette fregate, cosicché tutto il numero ascende a ventisei legni. La folta nebbia impedì a Lord Keitt di vederla. Il Camaleonte, ch'è venuto a ragguagliarmi, dopo di avere accompagnati i legni di Terranova carichi di sale di Lisbona, e S. Uval fino alle isole di Ponente, si trovò nel mezzo di loro ieri mattina al far dell’alba e durò gran fatica per uscirne; e se un Luchero non avesse mostrata la sua bandiera, e fatto fuoco sul Camaleonte, il medesimo sarebbe stato preso, giacche il capitano Stiles erodeva essere quella la squadra di Lord Keitt. Siccome il vento di ponente continua ad essere forte, non posso avere, alcuna comunicazione con Lord Keitt: tutta volta farò di tutto per mandargli degli ordini perché venga qui immediatamente. Spedirò un espresso a Tanger, e Monsieur Malva, che fortunatamente si trova in Gibilterra, crede, che il suo Viceconsole potrà noleggiare un Vascello per andarvi: intanto noi stiamo facendo tutti i preparativi necessari per le provisioni e per l’acqua. La mia congettura si è che la squadra francese andrà direttamente a Malta, e probabilmente di là ad Alessandria. Il Camaleonte partì questa mattina per entrambi cotesti luoghi, ed il Capitano Stiles starà in guardia. Ho ordinato al Capitano Dungan che avrà l’onore di consegnarle questa lettera, di andare in contro alla squadra francese, e d’impiegare uno o due giorni per assicurarsi del suo destino, giacche prevedo, che gli spagnuoli procureranno di ripigliarne Minorca. Darò delle disposizioni per togliere di là le provvisioni che non sono necessarie per la sussistenza della guarnigione; e probabilmente saranno spedite a Messina, o a Corfù, a norma delle notizie, che si avranno del movimento del nemico, poiché è assolutamente necessario di metterle in sicuro per la sussistenza della flotta. Avuto riguardo ai timori, che vi sono per rapporto all’Irlanda, credo che non sì manderà alcun distaccamento dall'Inghilterra fintanto che non pervenga una sicura notizia, che la squadra francese è in questi mari.

Certamente Monsieur Walpoul ha spedito mi Pacchetto per darne l’avviso. Tosto che il vento sarà propizio, spedirò la scialuppa Chiller, ed il cutter Stang; e nell’istante, che la nuova giungerà all'ammiragliato, son sicuro che si spedirà una forza competente. — S. Vincent ()”

LXX. Col medesimo messo apportatole dei trascritti fogli giunsero una quantità di esemplari a stampa del manifesto pubblicato in Sicilia a ferma di Re Ferdinando, datalo del 15 maggio 1799, onde eccitare gli abitanti dell’isola tutta per sapere resistere ed affrontare i francesi se si tentasse da quelli insulti contro essi; e venne ordinato, come dal Ruffo si eseguì, che siffatti fogli per l’intero del littorale del Regno napolitano si pubblicassero, come nei luoghi tutti ove riconoscevasi la dignità reale. Il manifesto era quest’esso “Fedeli ed amatissimi miei sudditi. — I nostri nemici, i nemici della Religione e di qualunque governo regolare, in una parola i francesi, battuti da per tutto, tentano ancora un ultimo sforzo. Diecinove vascelli ed alcune fregate (unico avanzo della spirante loro potenza marittima) sono usciti dal Porto di Brest, e profittando di un colpo di vento favorevole, sono entrati nel Mediterraneo. Essi forse teteranno di liberar Malta dal blocco, e si lusingano probabilmente di poter correre in levante verso l’Egitto, prima che le formidabili e sempre vincitori squadre inglesi possono raggi unger gli. Ma trenta e più vascelli britannici terranno loro dietro, oltre le squadre russe e turca, che sono nell’Adriatico. Tutto promette che i devastatori francesi pagheranno, ancor questa volta la pena di tal disperato, non meno che temerario ed estremo tentativo. Potrebbe però accadere, che nel loro passaggio su queste nostre coste di Sicilia, essi vi tentassero qualche momentaneo insulto, e che costretti dagl’inglesi 0 dal vento, tentai volessero l’entrata in qualche porto o rada di quest’isola. Prevedendo dunque la possibilità di questo caso, io mi rivolgo a voi tutti fedeli ed amati miei sudditi, bravi e religiosi siciliani. Ecco una occasione da mostrarvi quali siete. Siate vigilantissimi su tutt’i punti della costa, ed all’apparire di qualunque legno nemico armatevi, accorrete al punto minacciato ed impedite qualunque insulto, qualunque sbarco tentar volesse un tal crudele sovvertitole ed insaziabile nemico, come accorrevate un tempo contro delle incursioni dei barbari. Peggiori di questi, più avidi di preda, e più inumani sono i francesi. I Capi militari, la mia truppa di linea e le milizie co’ loro Capi accorreranno con voi alla difesa. E se oseranno sbarcare, provino essi per la seconda volta il coraggio della brava nazione siciliana. Sì, mostratevi degni dei vostri antenati. Trovino in quest’isola i francesi la loro tomba. Se i vostri maggiori combatterono in favore soltanto di un Re lontano, con quanto maggior coraggio ed ardore noi farete voi per difendere il vostro Re e padre ch'è qui fra voi alla testa del bravo suo popolo; la vostra tenera madre e Sovrana, la sua famiglia tutta affidata alla vostra fedeltà; la nostra santa Religione, i nostri altari, le vostre proprietà, i vostri genitori, i vostri figli? Gittate, uno squarcio sui vicino Regno infelice. Vedete quali eccessi vi commettono i francesi, ed infiammatevi di un santo zelo, giacché la religione istessa vi comanda d’impugnar le armi contro tal sorta di rapaci ed ingordi nemici, i quali non contenti di devastare una gran patte dell’Europa, hann’osato di mettere le sacrileghe loro mani sulla sacra persona del Vicario istesso di Gesù Cristo, e trascinarlo prigioniero in Francia. Non gli temete. Iddio animerà il vostro braccio e vi darà la vittoria. Egli già si dichiara per noi. I francesi sono stati battuti dagli austriaci e dai russi in Italia, nella Svizzera, sul Reno, e finalmente finanche da’ fedeli paesani realisti in Abruzzo, in Puglia ed in Terra di Lavoro. Chi non gli teme, gli Vince; e le loro vittorie non sono state peri addietro, che l’effetto della viltà e del tradimento. Coraggio dunque o bravi siciliani. Io sono qui alla vostra testa. Voi combatterete sotto gli occhi miei, io premierò chiunque si distinguerà pel suo valore. E così potremo anche noi partecipare della gloria di avere sconfitti gl’inimici di Dio, del trono, e della società ()”.

LXXI. La provvidenza Divina, che sempre seconda le intraprese rivolte a retto fine, permise, che il corriere spedito da Palermo, comecché non bene informato del luogo di stazione dell’armata reale, per interesse di sollecito dissimpegno di sua missione, credendo che verso le Puglie e non prossima a Napoli quella si trovasse, deviando strada, percorse la via dell, 'interno del Regno e non la marittima, e così prolungando di alcuni giorni il viaggio, giunse in tempo che il disposto non conveniva mandarsi ad effetto, stantecché poche, ore prima la schiera dello Schipani era stata distrutta; che se quella tardanza di ordinamenti avvenuta non fosse, l'armata regia con probabilità ad Ariano avrebbe dovuta far ritorno, e lungi dal potersi avvicinare a Napoli, sarebbesi per quell’atto retrogrado, non da tutti compresane la causa, forse disciolta, ed avrebbe dato aggio a’ repubblicani di rinforzarsi a tutta possa, e con possibile successo poi far le armi contro le reali.

Era già nuova palese presso degli ostinati patriotti, pervenuta ad esssi da Palermo dai propri segreti messi, la messa della flotta Gallospana, e ciò molti giorni prima del giungerne al Cardinale l'avviso; in questa lusinghiera idea speravano quelli ricevere da un momento all’altro potenti soccorsi, epperò fermi si tenevano e con orgoglio' ributtavano i frequenti inviti del Porporato tendenti a far finire la civile strage, dimostrando loro, che trattar non si poteva più per essi del vincere, ma solo del conseguir patti, proponendo per ispesse fiate, che atteso l’avere i francesi abbandonati i patriotti così abbandonassero essi le forestieri guarnigioni di Castel Sant’Elmo, di Capua e di Gaeta, ed accordandosi reciprocamente nel modo come garentirsi dagl’insulti popolari, e come mettere in salvo la vita e la roba di ognuno, consegnassero all’armata del Re e degli alleati le Castella ed i Forti tenuti in loro potere, licenziando la gente della repubblica. Del resto queste reiterate pacifiche rappresentanze del Ruffo fatte ai contrari, e le inflessibili ed ostinale risposte ottenute, mettevano l’animo suo fuori del dubio di trarre innanzi la conquista; ed in ciò se gli fermava l’idea, con l’aver ricevuto il dettaglio della disfatta totale della schiera ultima repubblicana, cioè quella di Schipani, ed il niuno apparire della collegata squadra.

Per queste cose dunque ponderate, risolvettesi il portare ultimo e finale colpo al riacquisto totale del Regno con l’espugnazione della Castella, e quindi senza porre tempo in mezzo nella medesima sera del 14 si disposero le seguenti militari operazioni, eseguite tutte nel corso della notte. Il Panedigrano, come quello che valevole era al disimpegno d’intrapresa di ardua esecuzione, con i suoi mille uomini e con gli altri molti, che vi aveva congiunti per via, essendo allora di iberno dall'inseguire i dispersi patriotti sotto Schipani venne destinato ad occupate con sollecitudine gl’interessanti pesti della Madonna dei sette dolori, di Santa Lucia al monte, e di S. Nicola Tolentino, dai quali impedir si poteva tentativo qualunque, che il nemico da Sant’Elmo avesse voluto oprare in città. Il Colonnello de Filippis col Reggimento Montefusco, con dieci compagnie di cacciatori calabresi e con buon numero di truppe popolari fu difetto per la via di Muntecalvario e della Concordia a ritenere a suo dominio il largo di Santa Caterina di Siena e portar congiungimento con Panedigrano, occupando l'imbeccare della strada. Ritiro di Mondragone od estendendosi insino al Ponte di Chiaja onde or vegliare i contrari di Pizzofalcone e di Palazzo Reale. La strada di Toledo fu occupata dalle truppe russe, da quattro battaglioni di fanteria di linea, da due squadroni di cavalleria e da otto bocche fuoco i con queste genti vi stava il comandante Baillie, il Plenipotenziario Micheraux il Colonnello Carbone ed altri uffiziali: tal colonna era la centrale e servir doveva al sostenimento e congiunzione delle altre due della dritta con quella comandata dal Brigadiere De Sectis composta di tre battaglioni di linea e di sei compagnie di cacciatori, che nella strada S. Giuseppe, nella Piazza di porto e nella via del Peliero si teneva per sorvegliare i patriotti di Castelnuovo. La divisione delle barche cannoniere fu destinata a guardare il porto e non permettere da quello uscita di legno alcuno. Il Capitano Foothe assunsesi il carico di far condurre da Sorrento a Chiaja il reggimento capitanalo da Tschudy e di far trasportare dal piccolo Forte di Posilipo nella Villa i cannoni abbandonati dai nemici, onde stabilire in quella delle batterie contro il castello dell’Uovo. Tutte queste cose eseguiteceli prontezza e volontà nel solo corso della mentovata breve notte, produssero nel domani, senz’avvedersene il blocco totale dei repubblicani.

LXXII. In allora, che le predelle disposizioni avevano eseguimento il Cardinale scrisse al Be il dettaglio degli avvenimento, che avevano avuto luogo nella giornata del tredici e quattordici; ed in un separato rapporto lo pregava ad affrettarsi a ritornare nella Capitale ritrovando in essa, senza dubbio, sicurezza ed amore come per lo passato: in esso si diceva. “Che non esisteva più alcun’armata de nemici rivoluzionari: tutte tre essere state distrutte, e gli avanzi ritirati nei castelli e nel barraccone di S. Martino essere poco valutabili. Che le guarnigioni francesi in Sant’Elmo, in Capua, ed in Gaeta tenevano tanti uomini armati attorno, da non poter avere considerazioni tra esse, e da non potere, così divise, tentare alcuna operazione di conseguenza. Che essendo passato molto tempo senza farsi vedere la Gallospana, egli considerava come una illusione la veniva della medesima, ma comunque» fosse, quando in qualunque luogo egli si ritirasse, non poteva aspettare altro soccorso che quello del Cielo, credeva di doverlo aspettare nella capitale, ove la Divina Provvidenza l'aveva condotto quasi per mano, ed ove gli aveva fatto trovare mezzi sufficienti a potersi sostenere meglio che altrove, mentre sebbene non fosse intieramente ancora padrone della capitale e del» l’intiero cratere, sperava nondimeno di poterlo divenire fra qualche giorno, giacché la sua armata si era talmente rinforzata, e si andava» sempreppiù rinforzando co’ soldati del vecchio esercito, che gli dava speranza di potere quanto prima discacciare i Francesi dal Regno. Manifestando quindi il dolore di non aver potuto in quella giornata, impedire le stragi ed i saccheggi, che la plebe sfrenata commetteva dentro la capitale, sì perché si era trovato in assai critiche circostanze, e sì perché la qualità della sua» armata simpatizzava con le idee della plebe, prometteva di prendere tutti quegli espedienti, che» la natura del le circostanze gli permetterebbe. Pregava finalmente la Maestà sua, affinché si degnasse di affienare il suo ritorno in Napoli (come è detto) onde far finire con la sua Real presenza tante sciagure nella capitale, assicurando la di non poter trovare maggior sicurezza di quella che goderebbe alla testa della sua armata, né più sincero amore di quello del suo popolo napolitano ()”.



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CAPITOLO VII

Spavento in Napoli per la contrarietà delle due parti, varii combattimenti. Il Ruffo in unione del Marchese Si mone iti cercano mezzi per far cessare quelle sventure: creano una giunta di Stato onde punire. per legge i cospiratori ed i perturbatori dell’ordine; indulto a tal uopo — Si cerca formare il nuovo Governò: batterie erette contro il castello Nuovo: Micheroux va a parlamentare con Massa, che comanda quel forte, e risposta di questo alla fatta dimanda — Due forti scontri avvenuti l'uno a Chiaja, e l’altro a Pizzofalcone tra le nemiche parti — Il Castello Nuovo è stretto viemaggiormente, il comandante dimanda parlamentare, e come questa dimanda è accetta; conseguenze di questa dimanda — Risolate disposizioni del Ruffo; convenzione fatta nel Castello Nuovo segnata dal Ruffo, dal Micheroux, dal Foothe, da Baillie, da Acmet, da Massa e da L’Aurora—Contento generale per la fatta convenzione. Giunge nel golfo di Napoli la flotta Inglese comandata da Nelson; esso dissaprova la convenzione già detta. Il Cardinale visita l'Ammiraglio, cordoglio del Ruffo nell’insistenza dell’Inglese — Indignazione di tutt’i contraenti Regi contro quella risoluzione dell’Ammiraglio: lettera scritta a Massa dal Ruffo e risposta — Risoluzioni prese nel Castello dell’Ovo e come quest’effettuite: disordini di bel nuovo nella Capitale; deciso linguaggio del Ruffo al Nelson e risposta maliziosa — La convenzione viene apparentemente approvata dagl’inglesi. Consegna del Castello dell’Ovo e come questa eseguita — Caduti due forti dell’Ovo, e Nuovo nelle mani dei Regi, vuole il Ruffo sollecitare la resa di Sant’Elmo. Tre reclami dolenti a firma. di Albanese a Ruffo diretti Rapporto fatto dal Conte di Thurn al Ruffo sulla morte di Caracciolo, circostanze di questo avvenimento — Difesa ed attacco del Forte Sant’Elmo; pensieri di Mesea comandante il forte, e risposta; capitolazione del detto forte circostanze nel porsi ad effetto questa capitolatone.

Lo spuntar dell’alba del quindici fu segnale ai vivissimo fuoco su tutt'i punti; i repubblicani stretti nei loro posti, allorché vidersi da per ogni dove circondali, cercavano nell’esterminio dei regi patire men offese i regi vilipendendo quelli e mettendoli a scherno li distruggevano in grande numero; il popolaccio con gl’incominciati saccheggi, e con le stragi inondavano di sangue i vari quartieri della città: Nè veniva meno la crudeltà per la stanchezza e per lo sfogo, che anzi sangue chiamava sangue, e le forze, che mancano spesso al bel fare, non mancano al mal fare: se per mancanza di vittime pareva un poco acquetarsi il furore, tosto si riaccendeva più fiero che prima ove fosse scoverto un nemico, e di nuovo si dava mano alle stragi. Ma non tutto fu barbarie in questi lacrimevoli accidenti, anzi se per lo innanti nascosti e conservati, dal furore di parte, erano stati taluni repubblicani da gente generosa, ora più di prima gran numero di essi trovarono salvezza di vita e sicuro asilo, atto tanto più degno di commendazione quanto nel salvare la vita altrui correvano pericolo della propria; perché non è da dubitare, che se il popolo accorto si fosse della pietà usata, avrebbe condotti all’ultimo fine e preservatori e preservati. La guarnigione del Cestello Nuovo, avvedutasi del trasportare dei cannoni ed altri oggetti per la costruzione delle batterie contro quel forte, faceva un trarre continuo contro dei regi per impedirne l’esecuzione; dall’altra parte i cacciatori calabresi dagli angoli delle strade senza interruzione tiravano fucilate sulle troniere del castello. Battaglia terribile si sosteneva con virilità ed accanimento delle genti di Panedigrano nella presa posizione Contro i patriotti di S. Martino, i quali perché messi a dominio di quei posti, vi giravano dalle vigne e palle e granate di ogni sorta. Altra anche terribile aveva luogo nel largo di Santa Maria degli Angioli, nel vico S. Spirito e nella strada del Gioitone perché de Filippis aveva messa porzione dei suoi a contrariare i sforzi dei patriotti di Pizzofalcone e di Palazzo Reale. Il Ruffo, che i correnti avvenimenti sapeva, era afflittissimo per la calamità regnante nella capitale, epperò oprava egli, per quanto possibile eragli, e carità e pietà e pretesti per iscampare da morte le genti, che gli venivano presentate, ma tanta virtù, spesso mancava d'effetto per noncuranza di obbedienza, perché il manomettere della plebe anarchica era gaudio, e non vituperio.

In sì tristo indebolimento di autorità collegatosi il Marchese D. Saverio Simonetti col Ruffo perché per sovrano volere tanto era prescritto, cercarono espedienti come far cessare quelle sventure videro essi, che a calmare l’ira del popolo, ed a porre fine ai saccheggi ed offese in qualunque modo, altro scampo non esservi, che fermo e risoluto rigore. Per tanto conseguire, non certi però del risultamento, nominarono una Giunta di Stato onde punire per legge alcuni dei principali rei di cospirazione, e misero fuori un editto molto energico, minacciando morte contro i saccheggiatori e perturbatori della capitale: alla Giunta furon messi, per Presidente il Caporuota della Real Camera di S. Chiara Marchese D. Gregorio Bisogno; per fiscale il Consigliere D. Matteo la Fragola; per giudici i Consiglieri D. Ferdinando. Navarro, D. Antonio della Rossa, e D. Angelo di Fiore per Segretario con voto di Giudice di Vicaria D. Carlo Pedicini, a questi fu dato il carico di procedere con facoltà estraordinaria contro quelli ch'erano stati cospiratori contro la patria, prima d’istallarsi in Napoli il Governo Provvisorio Repubblicano, eccettuati però coloro che avevano tratto profitto dell’indulto dei diciassette Aprile. L’editto esprimevasi così “Ferdinando IV, per la Grazia di Dio Re delle due Sicilie di Gerusalemme ecc. ecc. Fabrizio Cardinale Ruffo. Vicario Generale del Regno di Napoli. Le deplorabili calamità, che risultano dalla resistenza dei castelli di Napoli alle vittoriose armi della Maestà Sua, non possono fare a meno di muovere il nostro animo a ricercare quei ripari, che possono condurre al termine loro siffatte dissavventure. Inerendo dunque ai sentimenti di clemenza e di bontà di quel Sovrano, che ha sempre dimostrato la pietà del suo animo benefico, ordiniamo e comandiamo, che appena pubblicato il presente editto, si ristabilisca la pace e la concordia fra’ cittadini, finiscano i saccheggi, le catture, le vie di fatto di qualunque genere e non poss’adoprarsi la forza, che contro quelli dello spirante partito repubblicano che ardissero impugnare le armi tuttavia centro il loro Sovrano, e suoi fedeli sudditi. Per conseguenza sarà lecito usar la forza contro quei dei castelli che tuttavia persistono nella ribellione, a contro altri luoghi ove parimenti resistessero alle vittoriose armi di S. M. Ma tutti coloro, che non saranno attualmente colle armi in mano, e che non fanno alcuna resistenza, né ingiuria alla società, quantunque per lo passato avessero ciò fatto, non dovranno ulteriormente offendersi da alcun sotto le più gravi pene da estendersi eziandio anche alla pena di morte. Se però vi fossero alcuni pochi ribelli, i quali minacciassero formalmente la pubblica tranquillità con azioni attuali o novelle, e non equivoche, non mancherà il Governo di prendere le debite informazioni e togliere di mezzo siffatti scellerati, ma vi dovrà essere l’ordine in iscritto o nostro, o dei principali Ministri, cioè del Caporuota della R. Cam. D. Gregorio Bisogno, o del Regio Consigliere D. Angelo di Fiore: senza del quale coloro che ardissero altrimenti fare, saranno soggetti a quei castighi, che sono destinati a’ pubblici perturbatori, comminati come sopra. Si ordina e comanda ancora, che quando si accosta la bandiera parlamentaria, o bianca condotta da. gli uffiziali verso de’ castelli, ritenuti tuttavia da’ suddetti repubblicani, si ritiri qualsisia soldato, o persona del popolo per lasciare, che senza inquietudine possa venirsi alla perfezione di ciò che sarà convenuto. Saranno obbligati all’osservanza del presente editto non solo gl’individui del popolo napolitano e dei paesi adiacenti, ma tutte, e singole truppe di S. M. così regolari come irregolari sotto le medesime di sopra comminate pene. Tanto si esegua da’ fedeli sudditi della M. S, e così meglio apparirà il loro affetto pel Sovrano e per la patria, di quello, che colla violenza e colle vie di fatto farebbero un deserto di questo bel paese ed un sommo dispiacere al nostro Augusto Monarca. Dato dal quartier generale al Ponte della Maddalena li 15 Giugno 1799. Fir. F. Cardinale Ruffo Vicario Generale.” ().

LXXIV. Date queste primitive disposizioni misesi pensiere di formare con basi il nuovo Governo dello staio ristabilito; epperò le Reali Segreterie ebbero primieramente riorganizzazione. Alcuni tra Ministri furono ripristinati nel medesimo grado in che si tenevano nel Decembre dello scorso anno, innanti la partenza del Re, ed altri, come ragguaglierò, interinamente rimpiazzati. Il Marchese Simonetti fu messo per Consigliere e Segretario di Stato per gli affari di Grazia e Giustizia ed Ecclesiastici, D. Giuseppe Zurlo per direttore della Real Segreteria di Stato e di Finanze, Marchese D Nicola licenzio delegato per gli affari di casa Reale in luogo del Marchese Demarco; il Commendatore D. Francesco Buffo per Ispettore della Guerra; il Consigliere D. Antonio della Rossa per direttore della Polizia generale, in luogo del Barone Guidobaldi D. Felice Amato (indi Marchese) per uffiziale della Segreteria del Vicario-generale; D. Giuseppe Clari (poi alto funzionario) per uffiziale aggiunto alla medesima Segreteria; il Tenente Generale Duca della Salandra ebbe ripristinamento nella carica d’interino Capitan Generale dei!’esercito, come Fera stato precedentemente, ad esso fu dato l'organizzazione dell’armata col prevalersi dei Soldati del vecchio esercito, e di uffiziali fedeli ed abili.

Mentre queste pacifiche necessarie misure riordinavano con sollecitudine le cose della guerra esistente non avevano punto ritardo. Appena era percorso un solo giorno, che all’alba del domani (16 Giugno.) ad onta del vivo fuoco tenuto dai repubblicani del Castello Nuovo videsi già pronte due batterie di grossi cannoni una nella strada del Piliero contro l’angolo di quel forte, e l'altra nella piazza di Porto a poca distanza della casa della Posta, per battere la porta di esso; trovandovisi ancora tulio il necessario per la costruzione della terza batteria, che situar si doveva avanti al sedile di S. Giuseppe. Al Ruffo però queste mostre di terrore dispiacevano, poiché davagli all’animo più il conseguire pacatamente, che ottenere con ostilità, prevedendo le terribili conseguenze e le sfrenatezze d’un assalto; quindi spediva in qualità di parlamentario il Cavaliere Micheroux per intimare a Massa «che ogni ulteriore resistenza sarebbe temeraria e potrebbe costare la vita della guarnigione; poiché trovandosi la batteria alla distanza di poche tese, aprirebbero in un momento la breccia, ed allora non vi sarebbe forza bastante, che potesse trattenere l'inferocito popolo napolitano a dare l’assalto, e fare orribile stragi di tutte le persone, che si trovavano tanto nel castello, che nel contiguo Palazzo Reale. Per impedire un tal eccidio non esservi altro mezzo, se non che quello di consegnare subito il Castello all’annata combinata del Re, e de’ suoi Alleati l’imperatore delle Russie, la Gran Brettagna e la Porta Ottomana; e rendersi la guarnigione prigioniera di guerra, o rimettersi alla clemenza di S. M.» ()

A tale annunzio i patrioti per la tema del pericolo, che gli sovrastava, taluni cercarono patteggiare, ma lusingati ancora i più de’ sperati soccorsi della sognate flotte Galloispana divisavano prendete tempo; ed in ciò appigliandosi tutti, chiesero due giorni per deliberare e rispondere definitivamente. Questo pensamento riuscì senza frutto, avvegnacché il Cardinale comprendendone il vero scopo, due ore soltanto concesse, le quali perchè scorse senza risposta alcuna, videsi incominciare con furia il fuoco delle predette batterie: risoluzione siffattamente energica produsse, che il Massa innalzando la bandiera di parlamento mandò fuori uno tra quei del forte per portare in risposta “che siccome la guarnigione del castello dipendeva dal Colonnello Mejean Comandante il Forte Sant’Elmo, così bisognava sentire il medesimo; pertanto si sospendessero gli atti ostili, e si accordasse una scorta per accompagnare un messo, che dalla guarnigione di Castelnuovo si recasse presso Mejean onde convenire unanimamente pel bene e meglio, dell’accordo; ()” d quest’altra, richiesta ebbe anche negativa risposta, sembrando al Cardinale tessette mancanza di prudenza permettere comunicazioni fra le due Castella.

LXXV. Per tutte queste cose trattate senza effetto, i repubblicani l’intento loro conseguirono, ed il dì sedici Giugno trascorse tutto intero senza nulla deliberarsi Nella veggente notte ebbero luogo due forti scontri, l'uno a Chiaja, e l’altro a Pizzofalcone, il primo con vantaggio dei repubblicani, il secondo propizio pei regi:: dirò ora dell’uno indi dell’altro. I repubblicani del Castello dell’Ovo veduto il pericolo dell’espugnazione dei forti, accordatisi per via di segreti messi con quelli del Castello Nuovo, e con gli altri, che fortificati si erano nel Monastero di S. Martino, pensarono di sorprendere di notte tempo tutti uniti coloro; che custodivano la batteria, della villa, perché la credevano la più sufficiente a portar loro del male. Era a guardia di quel sito il reggimento comandato da Tschudy unitamente ad una compagnia di cacciatori calabresi: nel primo avanzarsi della notte, onde dar riposo alle genti, le truppe di linea ritirate si erano dentro la Grotta di Pozzuoli, ed i soli calabresi della custodia dei cannoni venivano tenuti: i repubblicani giunti alla convenuta ora misesi in atto di dar esecuzione al progetto;uscendo ciascuno dai loro Forti, presero via per la strada più prossima, che salendo mette a Sant’Elmo, ma quando giunsero ad incontrarsi gli uni con gli altri scambiarono nella oscurità della notte per nemici quella porzione di loro compagni, che scendeva dalla vicina fortezza, e quindi varie fucilarle si tirarono e parecchi morti ai qualità vi furono da ambo le parti, ma alla fine riconosciutisi tutti per amici riunironsi, e con incredibile audacia per la via del Petraro, Santa Maria a Parente e largo del Vasto all’inimico punto ne andarono. Tanto fu. Pardire la prestezza e la buona esecuzione del colpo di mano, che le guardie uccisero, dispersero i calabresi, che custodivano la batteria, arsero i carretti, inchiodarono i cannoni, e sani p. salvi ai loro primitivi posti si ritirarono.

Non così propizia si dimostrò la fortuna a’ repubblicani di PizzofaIcone; avvegnacché il Colonnello Defilippis, per attivare lo spirito delle sue truppe, avendole fatte girare dal largo di Santa Maria degli Angeli in cui si tenevano in parte, per la strada dell’Egiziaca, pel Sopportici di AstutiChiatamone tutt'i patriotti, che nel quartiere vi stavano, ricettando questi per salvezza nel prossimo Castello dell’Ovo perché conoscendo il soprabbondante numero dei: nemici, che gli combatteva, e l'inclinazione contraria della popolazione alta loro opinione, altro scampo al fatto loro trovar non poterono, che colà rinchiudersi, e nella fuga lasciarono in potére dei regi i due cannoni postati alla porta del quartiere. Con ciò ottenne il Defilippis l’’impadronirsi di quel vantaggioso posto, atto ad impedire ogni difesa alla guarnigione del mentovato sottoposto Castello, ed a distogliere le possibili comunicazioni tra la Darsena ed il Real Piazzo.

e per altre uscite, sorprese la guardia dei nemici, che con due cannoni custodiva la porta del quartiere di Pizzofalcone, e proseguendo, nell’inatteso propizio successo, mise in disordina ed in fuga per le rampe del

LXXVI. Il cominciare del giorno diecisette non fu dissimile del trascorrimento del quindici; un fuoco continuo facevasi udire su tutt’i punti; da Sant’Elmo si tirava ovunque scorgevasi attruppamento di persone; un perenne scambio di fucilate avveniva tra le genti di Panedigrano ed i patriotti di S. Martino; si percuoteva con cannoni da Pizzofalcone contro il Castello dell’Ovo e contro la Darsena; la plebe nulla calendosi delle opere di offesa e di distruzione vieppiù inferociva: essendosi terminavi nella notte la terza batteria avanti il Sedile di San Giuseppe veniva ricomincialo con gagliardia il fuoco in quel mattino, tutte le batterie contro il Castello nuovo tuonavano; già le mura di quel Forte facevan mostra di parca resistenza; già, la batteria di Piazza di Porto aveva infranta la prima porta e la seconda reggeva appena; già si allestivano, a vista degli assediati, scale in quantità per andare allo assalto, quando sconfidato della speranza dei soccorsi, della Gallospana e timido del pericolo imminente, Massa elevar fece sul Castello per la seconda volta la bandiera di parlamene to; allora di un tratto cessarono i combattimenti, e la vaghezza di conoscere la causa invase unanimamente gli animi. Chiesero i repubblicani un armistizio, per passare indi ad una capitolazione, che comprendesse non solo la guarnigione e tutte le persone esistenti nei Castelli Nuovo e dell’Ovo nel Palazzo Reale ed in S. Martino, ma benanche la guarnigione francese di Sant’Elmo. In risposta ebbesi dal Ruffo, che in ciò scorgeva il mezzo di salvezza di tanti illustri personaggi ritenuti nelle castella quali ostaggi “che sarebbesi aderita, se le truppe regie occupassero subito l'edilizio del D Fondo di separazione la casa della posta, e le Posizioni della Galitta di S. Ferdinando di S. Spirito, e di S. Luigi di Palazzo; e che si dovesse notificare v'entiquattr’ore prima nel caso, che si volessero ricominciare le ostilità.” ()

Dato consentimento Massa con gli altri capi repubblicani alle proposte discorse, le truppe reali posizionarono nei disegnali luoghi, ed il Micheroux delegato del Ruffo Plenipotenziario diede principio al trattare la capitolazione. Nel corso dei negoziati tra Micheroux e Méjean, si pretese comprendere in quelli non solo le guarnigioni di Sant'Elmo, ma. benanche di Capua e di Gaeta, operò se ne scrisse al Generale Girardon Comandante di Capua. Ruffo che in tutti questi progetti non altro vi scorgeva, che il solo spirito di toni poreggiamento, fece notificare ai Comandante il Castellonuovo, ed a quello dell'Ovo «che finito s’intendeva l'armistizio; e scorse le ventiquattr'ore, se non fosse la capitolazione sancita, le ostilità riprenderebbero il loro vigore, donando l’assalto al Castello.»() In questi avvisi il Micheraux temendo per la vita di coloro, che detenuti dentro il Castellonuovo quali ostaggi si tenevano, tra quali vi era un suo fratello cugino, nel mattino del diecinove scrisse al Cardinale la lettera qui appresso. «Eminenza. Mi affretto a rendere V. E. informata, come essendosi a me presentati due parlamentarti del Castello Nuovo, mi hanno esposto, che il Generale Massa desiderava di essere scortato da un mio parlamentario a S. Elmo, per chiedere a quel Comandante Francese il permesso di rendersi. Dopo avere resistito qualche tempo, ad insinuazione ancora del Comandante Russo, ho aderito alla dimanda, colla condizione, che il detto Massa darebbe la sua parola di onore al mio parlamentario, che non terrebbe verun discorso particolare col comandante Francese, ma che le conferenze sarebbero tutte pubbliche. In conseguenza ho spedito ordine a tutt'i posti, dal Camune fino a Chiaja di sospendere le ostilità verso i Castelli Nuovo e dell’Ovo sino a nuov’ordine. Resta ora che V. E. mi faccia sapere, se intende nel caso, che si abbia a capitolare, che si accordino le note condizioni, cioè perdono generale per quei che non hanno commesso positivi delitti, e sicuro trasporto in Francia per quei che credessero dover allontanarsi, con la facoltà di poter vendere, o trasportare in certo spazio di tempo i loro beni. Prevengo l’E. V. che mi è parso di vedere, che desiderano gl’Inglesi per mallevadori della convenzione. Domanderò poi se questa sia bene, che venga fatta in mio nome e del Comandante Russo con la garenzia del suo Sovrano, o altrimenti in nome di vostra Eminenza, mio, e dei Comandanti Russo ed Ottomano. Aspetterò le sue istruzioni, prevenendolo, che potrà consumare quattro in cinque ore in disporle; mentre passo a rassegnarmi co’ sentimenti della considerazione più distinta. Di Vostra Eminenza. Napoli 19 giugno 1799. Divotiss. ed obbligatiss. servitore vero Il cav. Antonio Micheroux.» ()

Il Porporato, che in quella scritta vedeva una maggiore ampiezza di concessioni ed una più grande quantità di tempo perduto, di quanto credeva esso necessario, rispose all’istante in dorso della stessa



»Che non doveva mai accordargli la domanda di parlare col comandante di Sant’Elmo né quella di consumare tanto tempo per rimettere in difesa il Castello Nuovo. Dopo fatte le cose così pregiudiziali è inutile il dimandarmi consiglio. Se voleva rendersi gli poteva dar tempo un’ora, o due, e pure sarebbe stato mollo. Stanno dentro il castello rimettendo i cannoni, ed ogni cosa in buon ordine; e questo è l’oggetto del parlamentare. I fatti devono essere presso a poco l'istessi che si proposero perché è il primo a rendersi; ma son sicuro che finirà con nostro danno e deterioramento.» ()

LXXVII. In quel tempo il generai Massa era per far ritorno da Sant’Elmo, il Ruffo prese aveva le confacenti misure a fare o segnare prontamente la capitolazione, o dare al Castello un risoluto assalto: i repubblicani del Castello Nuovo vedute le pratiche ostili in loro precipizio messe in atto, opinarono il segnamento del trattato, ed al ritorno del loro comandante, venne conchiusa la seguente convenzione con l'intervento dei rappresentanti degli alleati. «I castelli Nuovo e dell’Ovo saranno rimessi nelle mani del comandante delle truppe di S. M. il Re delle due Sicilie e di quelle de’ suoi alleati il Re d’Inghilterra, dell'Imperatore di tutte le Russie e della Porta ottomana, con tutte le munizioni da guerra, e da bocca, artiglierie ed effetti di ogni specie esistenti ne’ magazzini, di cui si formerà l’inventario da’ Commesarii rispettivi, dopo la firma della presente capitolazione. Le truppe componenti le guarnigioni conserveranno i loro forti fino a che i bastimenti di cui si parlerà qui appresso, destinati a portare gl’individui; che vorranno andare a Tolone, saranno pronti a far vela. Le guarnigioni usciranno con gli onori militari; armi, bagagli; tamburro battente bandiere spiegate, micce accese, e ciascuna con due pezzi di artiglierie: esse deporranno le armi sul lido. Le persone, e le proprietà mobili ed immobili di tutti gl’individui componenti le due guarnigioni saranno rispettate e guarentite. Tutti i suddetti individui potranno scegliere di imbarcarsi sopra bastimenti parlamentari che saranno loro preparati per condurli a Tolone, senza essere inquietati nelle loro famiglie. Le condizioni convenute con la presente capitolazione, saranno comuni a tutte le persone dei due sessi rinchiuse ne’ forti. Le;stesse condizioni avranno luogo riguardo a tutti i prigionieri fatti sulle truppe repubblicane dalle truppe di S. M. il Re delle due Sicilie e da quelle de’ suoi alleati nei diversi combattimenti che hanno avuto luogo prima del blocco dei forti. I signori Arcivescovo di Salerno, il Maresciallo Alberto Micheroux fratello cugino del cav. Antonio, Dillon;, ed il Vescovo di Avellino detenuti, saranno rimessi al Comandante del forte Sant’Elmo, ove vi resteranno in ostaggio finché sia assicurato l’arrivo a Tolone degl’individui che vi si manderanno. Tutti gli ostaggi e prigionieri di Stato rinchiusi ne’ forti saranno rimessi in libertà subito dopo le firme della presente capitolazione. Tutti gli articoli presente capitolazione non potranno eseguirsi, se non dopo, che saranno interamente approvati dal Comandante del forte Sant’Elmo.

Fatto nel Castello Nuovo 19 giugno 1799 firmati Massa Comandante del Castello Nuovo; L’Aurora Comandante del Castello dell Ovo; Fabrizio Cardinale Ruffo Vicario Generale del Regno di Napoli; Antonio Cavaliere Micheroux ministro Plenipotenziario di S. M. il Re delle due Sicilie presso le truppe Russe; E. J. Foothe Comandante la nave di S. M. Britannica la Scaborse Baillie Comandante le truppe di S. M. l’imperatore di tutte le Russie; Acmet Comandante le truppe Ottomane.» ()

Per effetto dell'ultimo articolo dell’ora pcscritta convenzione, ebbesi da Mejean Comandante il Castello San’Elmo il sancimento di essa con la seguente dichiarazione. «In virtù delle deliberazioni prese dal Consiglio di guerra nel forte Sant’Elmo il dì 3 messidoro, sulla lettera del Generale Massa Comandante del Castello Nuovo, in data del primo messidoro, il Comandante di Sant’Elmo approva la suddetta capitolazione. Dal Forte Sant’Elmo 5 messidoro anno della repubblica Francese (21 Giugno 1799) Firmato D Mejean.» ()

LXXXVIII. La conchiusione della capitolazione riempiva di contento il Ruffo perché per venuto era egli al finalizzamento dell’affidatagli impresa, e rallegrava i Capi dell’armata, scorgendo in quella il termine dei tanti scontri avuti: animava del pari i pacifici cittadini dello Stato a poter novellamente rivedere l'abbandonata calma; ed i repubblicani medesimi, quantunque perdenti, fatti ora sicuri del fatto loro godevano pur essi, perché vedevansi decorosamente trattati; tutti segnifìcavano gaudio ed allegrezza, all’infuori di quella orrida tutta e facinorosa gente che di sacco e di stragi sol si nudriva. De’ convenuti patti e del dettaglio delle operazioni occorse davasi contezza al Re per una lettera del Ruffo inviata alla Maestà di Ferdinando pel. Capitano di Fregata Foothe, che molto volentiermente assunse il carico di recare sì lieta nuova, partendo subito con la Fregata di suo comando per la volta di Palermo nel ventidue di quel Giugno; ma la lettera non giunse al Re per volere ed opera di Nelson.

Era già nel seguente giorno ogni pensiero del Ruffo rivolto all’organizzazione dei diversi corpi dell’armata, ed in ciò con l’assistenza del Duca della Salandra, come pure a non frapporre indugio all’esecuzione dell’allestire i necessarii legni onde trasportare in Tolone le guarnigioni repubblicane, quando all’alba del 24 comparve nelle acque di Capti la squadra Inglese comandala dal Controammiraglio Giorgio Nelson; la vista di tante vele mise in agitazione momentanea il popolo il quale tutto corse alla marina, e lusingò alcun poco i repubblicani, credendo essere quella la flotta Galloispana da essi attesa, ma allorché con l’avvicinarsi videsi il golfo coverto di navi da fila con bandiera inglese e Portoghese i moti popolari svanirono, e le speranze rinate nei repubblicani rimasero deluse del tutto. Intanto, che la squadra giungesse in rada diede approdo al Ponte della Maddalena ima lancia Inglese recando un messo al Porporato la seguente lettera «A bord le Foudroyant 24 Juin 1799 - Trois heures après midi clans le Golphe de Naples. Eminence. Milord Nelson me prie d'informer V: E. qu' il a reçu du Capitaine Foote Comandant de la fregate Sea-Horse une copie de la Capitulation que Votre Éminence a jugé à propos de faire avec les Commandants des Châteaux de Sant’Elmo, Castel Nuovo, e Castel dell'Ovo qu' il désapprouve entièrement de ces Capitulations, et qu' il est tres resoulu de ne point rester cuire avec la force respectable qu'il a l'honneur de Commander: Qu' il a détaché vers Votre Éminence les Capitaines Trowbridg et Ball commandons des vaisseaux de S. M. Brittanique le Culloden, et Alexandre. Les Capitaines sont pleinement informés des sentiments, de Milord Nelson et auront l' honneur de les expliquer à son Éminence Milord espère que Monsieur le Cardinal Ruffo sera de son sentiment cl qu'à la pointe du jour demain il pourra agir de concert avec son Éminence. Leurs objets ne peuvent être que les mêmes, c'est à dire de réduire l'ennemi commun et de soumettre à clémence de sa Majesté Sicilienne ses sujets rebelles. J' ai l' honneur d'être De Votre Éminence Le très humble, et très obéissant serviteur W. Hamilton Envoyé Ex. et Plenip. di S. M. Britannique prés de S. M. Sicilienne.» ()

A tale lettera il Cardinale suppose, che Nelson nella disapprovazione della capitolazione avesse miralo al non essersi attesa la squadra Inglese come stabilito si era, quindi giudicò potere con una sua visita ragguagliando le circostanze premurose accorse, rimuovere ogni mala intelligenza e rimanerlo nel sentiero dell’equità. Fermo in tal divisato si recò su della medesima lancia inglese a bordo della nave comandante, e la ricevendo da tutti alti segni di onore trovò in unione di Nelson William Hamilton, Esposto ad essi la narrazione delle imperiose circostanze accorse nel dì 15 e 14 dimostrò il Cardinale a chiara veduta il non essersi potuto attendere la squadra inglese ed in ciò fece grandioso discorso dettagliando gli avvenimenti, cercando così con persuasive ragionevoli rimuovere opinione esternata, credendo fermamente essere quella la sola causa della negata adesione: adduceva per convalidamento delle cose fatte, essere stato il Capitano Foothe sì il consigliere, che uno tra gli operatori di quelli articoli convenuti; conchiudendo il doversi tenere religiosamente la lealtà del trattato.

A vuoto tornarono tutt’i sforzi del Ruffo, poiché Nelson scusandosi col dire non poter rispondere, agli argomenti, ed alla facondia di lui, perché noti conoscitore della italiana favella si tacque e però non si lasciò piegare; ed Hamilton in aria di risentimento prendendo parola, motivò la massima che i Sovrani non capitolano coi loro sudditi ribelli. A tali risoluti ed inattesi detti il Porporato fece qualche replica vedendo che Nelson dav’applausi alla giusta massima di Hamilton, conobbe che l’affare più serio era di quello, che creduto egli aveva, quindi dimandò congedo, e nell’andarsene prese il ripiego di dire che essendo in quel trattato intervenuti anche i rappresentanti degli alleati, non poteva egli solo dare una definitiva risposta senza sentire essi.» ()

LXXIX. Fatto ritorno il Cardinale alla sua dimora, rese palese al Ministro Micheroux ed ai Comandanti Baillìe ed Acmet non potendolo al Foothe perché, allontanato da Nelson, la lettera ricevuta da Hamilton e raccontata la controversia avuta sul fulminante, chiese loro se consentissero all’annullamento del trattato.

Dimanda siffatta riempì di sorpresa quei rappresentanti i quali fecero a Nelson la seguente viva rimostranza recata a bordo dal Ministro Micheroux »che il trattato della Capitolazione dei castelli di Napoli era utile, necessario ed onorevole alle armi del Re delle due Sicilie e dei suoi potenti Alleati il Re della Gran Brettagna, l'Imperatore di tutte le Russie e la Sublime Porta Ottomana; poiché senza ulteriore spargimento di sangue era finita, con quel trattato, la micidiale guerra civile e nazionale, e facilitava, l'espulsione del comune nemico estero dal Regno. Ch’essendo stato solennemente conchiuso dai rappresentanti di dette Potenze si commetterebbe un attentato contro la fede pubblica, se non si eseguisse esattamente, o si violasse.» ()

Irremovibili nell'opinione esternata i due Inglesi niuno ascolto diedero alla dimostrazione fatta e fermi tenutisi nel loro divisato, bandirono ogni mezzo a riconoscere la capitolazione, epperò voler ricominciare le ostilità fu loro pensiero. Lusingavasi Ruffo ancora a poter riuscire a piegare quelle sinistre intenzioni col qui appresso espediente, conseguendo così e l’esecuzione del trattato, e la ninna dipendenza degl’Inglesi; scrisse un viglietto al Generale Massa comandante del Castel Nuovo significandogli »Che sebbene egli ed i rappresentanti degli Alleali teneano per sacro ed inviolabile il trattato della capitolazione dei Castelli, nulladimeno il Contro Ammiraglio della Squadra Inglese non voleva riconoscerlo; e siccome era in libertà delle guarnigioni di avvalersi dell'articolo quinto della capitolazione, come avevano fatto i patriotti della Collina di San Martino, ch’erano tutti partiti per terra, così gli faceva questa partecipazione, affinché sulla considerazione, che in mare comandavano gl’Inglesi, le guarnigioni potessero prendere quella risoluzione, che meglio loro piacesse.» ()

Massa e seco lui i repubblicani tutti della guarnigione, in tal viglietto credendo iscovrire delle insidie mandarono a vuoto il pensamento fatto, e risposero così »Libertà, Eguaglianza. Il Generale Massa Comandante di Artiglieria e del Castello Nuovo. Napoli messidoro anno settimo repubblicano. Al Cardinal Ruffo. Alla vostra lettera noi abbiamo data quella interpretazione, che si meritava. Fermi però nei nostri doveri, osserveremo religiosamente gli articoli del trattato, persuasi che un eguale impegno debba tenersi da tutt'i contraenti, che vi sono solennemente intcrvenuti. Del resto noi non sappiamo essere né sorpresi, né intimoriti, e riprenderemo l'attitudine ostile quando avvenga, che voi ci costringerete violentemente. Intanto essendosi la nostra capitolazione dettala dal Comandante di Sant'Elmo, voi disporrete nel momento una scoria, che accompagni il nostro incaricato sino a quel forte, per conferire con quel Comandarne francese, e darvi quindi una risposta più precisa. Massa. ()



LXXX. Tutte queste discrepanti volontà messe in campo, ed i niuni passi fatti per più giorni pel termine della conquista, con i preliminari di una convenzione aperti, fecer sì, che i repubblicani del Castello dell'Ovo consultando fra loro se dovessero tentare la fuga, aprendosene la via con le armi, poiché non chiaro vedevano in quella lentezza ed imperiosità usata, o pure darsi alla clemenza del vincitore, pel primitivo tentativo opinarono, ed in ciò molto vi consentiva e consigliava mandarsi il divisato ad effetto un vecchio ufficiale di cognome Renzo uomo mollo valoroso, il Principe de'  Gennaro ufficiale di gran cuore, e molti arditi tra essi, dicendo »combattiamo e moriamo se fia d'uopo per la causa nostra, in tal' idee debbono vivere le genti libere»; ma allorché esecuzione volevasi dare al deliberato, sostennero con forti clamori il secondo mezzo di salvezza tutti coloro, che gli soffriva l'animo di lasciare nelle mani del nemico i vecchi le donne ed i fancinlli, e con questi assentiva massimamente Ignazio Cìaia, che solito ad abbellire con la sua fantasia ogni cosa, ancor questa estrema sventura cercava abbellire. Prevalse la opinione di questi ultimi e perciò pazienti restarono ad aspettare ciò che le combinazioni per loro oprassero. Le diverse opinioni a dissenzienti volontà testé esposte produssero di bel nuovo disordini nella capitale: molta plebaglia armata dagl’inglesi dipendente ad istigazione di quelli principiarono a controvenire l'editto delle catture arbitrarie, e saccheggi e vituperi rividero novella vita: talché Michele il Pazzo e Pagliuchella divenuti sospetti ai loro compagni furono anch’essi trucidati, ed il Ruffo fu tacciato di essere divenuto anch’esso Giacobino; le cose andavano a farsi molto serie, quando nel 23 fu d’uopo di energici mezzi, e nel far menare le mani alle genti, che si trovavano di servizio furono essi trattati da nemici, e quindi quei prezzolali agitatori vennero puniti ricevendone più d’uno la morte, così i tumulti sparirono e le contravenzioni cessarono.

Intanto il Cardinale Ruffo commosso da’ quei disordini bandì ogn’indeciso linguaggio, e con franco e fermo proponimento di finire quella molestia scrisse a Nelson «Che se non voleva riconoscere il trattato della Capitolazione dei Castelli di Napoli al quale fra gli altri contraenti vi aveva intervenuto solennemente un ufficiale Inglese a nome del Re della Gran Brettagna, restava a lui solo tutta la responsabilità; e che impedendosi l’esecuzione di tal trattati, esso Porporato, rimetteva il nemico nello stato in cui si trovava prima del trattato medesimo; e finalmente che attirerebbe le sue truppe dalle posizioni posteriormente occupate, e si trinciererebbe con la sua armata, lasciando, che gl’Inglesi colle proprie forze riducessero lo stesso nemico.» () Risoluzione siffatta mise gl’Inglesi ad uscire dall’imbarazzo e dalla responsabilità in cui gittati il Ruffo gli aveva, quindi nulla potendo con le armi conseguire perché di lieve numero le loro genti da sbarco erano, e bandita la speranza di riggettare la loro mala fede sulla persona del Cardinale ricorsero all’inganno con la seguente lettera. » A bord le Foudroyant dans le Golphe de Naples 26 Juin 2799. Éminence. Milord Nelson me prie d’assurer votre Éminence qu’il est résolu de ne rien faire qui puisse rompre l’armistice que votre Éminence a accordé aux, Châteaux de Naples. J’ai l’honneur d’être De votre Éminence Les très humble etc: W Hamilton.» ();

Venne recata questa lettera dai capitani Trowbridge e Baillie, che in iscrittovi aggiunsero in comprova di loro missione »Il contro ammiraglio Nelson non impedisce che si esegua la capitolazione dei castelli Nuovo, e dell’Ovo.» Ruffo quantunque vi covrisse della mala fede nello spirito della lettiera pure per vedere quelle molestie terminale del tutto, s’incaricò solo della pronta esecuzione del trattato senz’altro riguardare, epperò ordinò al Mircheroux che accompagnasse quei due capitani nei Castelli, per concertare con i comandanti repubblicani l’esecuzione de’ convenuti articoli. Tanto fu oprato e gl'Inglesi, astretti al convento, diedero essi medesimi esecuzione al trattato col disbarcare alcune centinaia di soldati della loro marina dai propri bastimenti, impossessandosi del Castel Nuovo della Darsena e del Palazzo Reale, imbarcando in luogo di quelli i repubblicani.

LXXI. A capo di poche ore il Micheroux fece conoscere al Porporato essersi ogni cosa di comune accordo ultimata, epperò sparsasene la voce, tutti gaudenti e festevoli intervennero ad uri pubblico rendimento di grazie all’Altissimo, ordinato dal Ruffo nel mattino del 27 medesimo nella Chiesa del Carmine Maggiore. Pur tanto ringraziamenti di ogni sorte furono profferiti dal vicario Generale al Contro Ammiraglio Nelson ed al Ministro Hamilton per aver’ essi con la di loro adesione al trattato, reso tranquillo lo Stato e se dalle critiche circostanze in che si giaceva: alle quali cose Hamilton rispose in questi sensi »A bord le Foudroyant» 27 de Juin 1799. Éminence. C’est avec grand plaisir que le reçois le billet de votre Éminence. Nous sommes tous également travailles pour le vrai service de Sa Majesté Sicilienne, et de la benne cause. Il va selon les caractères les différentes maniérés de s’exprimer. Grace à Dieu tout va bien, et le puis assurer V. E. que Milord Nelson se loue de la décision qu’il a prise de ne point interrompre les opérations de votre Éminence, mais de vous assister avec tout son pouvoir pour terminer l’affaire que V. E. a si bien conduit jusqu’a présent dans les circonstances très critiques dan lesquelles V. E, s’est trouvé. Milord et moi sommes trop heureux si nous avons pour contribuer un petit au service de Leurs Majestés Sicilienne et à la tranquillité de votre Éminence. Milord me prie de remercier V. E. pour son billet, et qu’il en verra de manière pour les provisions. J’ai l'honneur d’être de V. E. Les très humble etc, etc. W. Hamilton.» ()

La consegna del Castello dell’Ovo fu fatta al Brigadiere Manichini da L’Aurora comandante Repubblicano di quel la Piazza in con temporaneo tempo di quella del Castel Nuovo: tal forte venne messo nelle mani del Re nel modo qui appresso indicato. Col farsi battere il tocco della Generale si chiamarono tutt’i cittadini della guarnigione, i quali ascendevano a centoventinove individui; fu chiesto ad essi l’esternare il particolare desiderio se d’imbarcarsi per Tolone, o rimanere nel Regno, a tenore della capitolazione volevano; riunite le diverse volontà, furono sommali novantacinque coloro che nell’estero ambivano prendere domicilio, e 34 quelli, che bramavano rimanere in Napoli; per tanto vennero allestite delle barche; onde condurre le genti ai prestabilito luogo da mettersi alla vela; al riuscire della prima di esse dal Castello, il Minichini prese possesso con dodici uomini del castello; facendo lo stesso la seconda, si rese padrone delle case matte, ed alla terza che portava seco gli equipaggi di lutti quei, ch’erano segnati per partire, fu preso dominio della Piazza; Praticate allora le debite formole di cessioni, e consegnate le chiavi del Castello nelle mani di chi pel Re doveva tenerle, fu elevata, la bandiera regia, ed i trentaquattro individui da restare in Napoli ebbero intima di attendere le ore 11 di Francia per essere mess’in libertà: tutte queste operazioni vennero a termine alle ore otto ed un quarto.

La rifatt’amicizia del Cardinale congl’Inglesi sventò la indegna ed insulsa calunnia, che contro esso dai suoi nemici, si era tesa in Palermo, imputandole di volersi formare un'armata a lui devota, ed un partito fra i patriota, e così proclamare sovrano di Napoli D. Francesco Ruffo suo fratello. Per dar corpo a quest’ombra si mettevano sotto gli occhi del Re le risposte evasive, ch'esso aveva dato alfa Corte per necessaria prudenza, onde non venissero a conoscenza dei contrarii stante il frequente spionaggio, su tutte le dimande relative alla forata ed organizzazione dell’armata. L’arresto del Generale Naselli, il contegno di lui avverso il Ministro Micheroux per lo operazioni; che in forza della lettera del Re, aveva eseguite nelle città marittime della Puglia; Nelson a cui erano state date istruzioni pel chiarimento dell’oggetto, avendo conosciuta la inammissibilità della cosa e la manifesta calunnia si limitò di spedire D. Francesco Ruffo come ostaggio in Palermo ove venne trattenuto sino a che il Cardinale consegnata l’armata e rassegnata la carica da Napoli partì, come a suo luogo si dirà.

LXXXII. Divenute le truppe del Re padroni dei forti Nuovo e dell’Ovo, volle il Ruffo portate sollecito termine a tutti gli ostacoli che ritardare potevano la totale conquista del Regno; e per bandire ogni motivo di gelosia d’imperio e di cattiva intelligenza con gli Inglesi presentò a Nelson lo stato della forza dell’armata da lui formata, e pregollo di emanare esso le debite disposizioni per l'espugnazione o presa del forte Sant’Elmo, e così per le Piazze di Capua e di Gaeta. tale atto venne molto gradito da quello Inglese ammiraglio epperò di comune accordo si stabilirono le seguenti cose che tosto nel dì medesimo furono mandate ad effetto. Il forte Sant’Elmo, che trovavasi soltanto bloccato da poco riguardo, volendosi mettere in formale assedio, fu stretto da una divisione di. truppe regie sotto il comando del!’ interino capitan-generale Duca della Salandra, da ottocento uomini della marineria Inglese e Portoghese obbediente al Commodoro Trowbridge e da un piccolo distaccamento di gente Russa dipendente d;d Captano Baillie; queste truppe quantunque di differenti nazioni pure tutte dal cenno del Salandra dipendevano, le quali vennero d&poste intorno al forte su quel terreno dalla parte alta del monte, onde non compromettere la capitale: approntato tutto il materiale e le artiglierie per l'assedio in contemporaneo tempo del movimento delle truppe fu notificalo il comandante francese del forte Colonnello Méjean dell’operazione, che volevas’intraprendere.

Con pari emanazione venne disposto che un’altra divisione napolitana sotto il carico del maresciallo de Bourcard subito partisse per stringere il blocca della Piazza di Cappa di già messo dal Duca di Roccaromana con i terrazzani armati, ed il Capitano Acmet con i suoi turchi andasse di guarnigione in Caserta.

Allorché queste cose militari si passavano ad effetto il Ruffo da parte sua punto non attrassava le politiche; l’amministrazione della giustizia sul travaglio approntato dal marchese Simonetti venne organizzata; i regi Tribunali della capitale ripresero il loro andamento i magistrati per mezzo di uno squillino furono rimessi nell’esercizio delle loro cariche, còme prima della rivoluzione lo erano, ed il rimpiazzo dei sospesi fu lasciato a disposizione del Re. Mentre tanto si praticava molto convenientemente, non si frapponeva indugio all’esecuzione dei patti statuiti dalla parie del Ruffo e dei repubblicani: già il Cardinale in nome del Re faceva ovunque giungere l’editto di perdono d’intenti enunciato; si mandava espressamente il trattato in Pescara al Carafa d’Andria e Conte Ettore di Ruvo a fine di far cedere la Piazza in mano di Pronio, e lare che il Conte in Napoli tornasse scortato dai regi per sicurezza sua; già i repubblicani s’imbarcavano e due navi avevano avuta facoltà di uscire ed erano per uscire; le altre attendevano la facoltà medesima ed il prospero vento; quando pervennero al Quartier-generale al Ponte della Maddalena tre reclami in data del 29 Giugno a firma di Albanesi, i quali sebbene simili tra essi pure io trascrivo, difetti l'uno al Cardinale Ruffo, l'altro al Comandante le Truppe Russe, e l’altro al Cavaliere Micheroux. «All’Eminentissimo Sig. Cardinale Ruffo Vicario Generale del Regno di Napoli. Tutta quella parte delle guarnigioni, che sta in vigore della capitolazione imbarcata per far vela per Tolone trovasi nella più grande costernazione. Ella in buona fede aspettava l'effetto di detta capitolazione quantunque per precipitazione nello uscire dal castello non furono gli articoli puntualmente osservati. Ora che d tempo è propizio alla vela son oggi due giorni, e non si sono ancora fatti gli approvisionamenti per l'intero viaggio. E con estremo dolore ieri in sulle ore sette si videro ricercare dai bordi delle tartane i Generali Manthonnet, Massa e Basset, il Presidente della Commissione esecutiva Ercole d’Agnese, quello della Commissione legislativa Domenico Cirillo, ed altri individui come Emmanuele Borgia, Piatti e molti altri; Costoro furono condotti sul Vascello del Comandante Inglese, ove sono stati ritenuti tutta la notte, né finora, che sono le sei del mattino, si veggono ritornare. Dalla vostra lealtà la guarnigione intera attende il rischiaramento. di questo fatto e dell’adempimento della capitolazione. Dalla rada di Napoli. ();

2a Al Comandante delle Truppe Russe in Napoli-Gl’individui delle guarnigioni de’ castelli che in vigore della capitolazione trovans’imbarcati per far vela per Tolone, si veggono nel caso di appellarsi alla vostra assai troppo conosciuta lealtà, certi che come in altre occasioni così vogliate sempre essere il garante dell’osservanza de’ capitoli. Si uscì dal castello, e per precipitanza si tralasciarono gli onori dell’armi.

Ora sono due giorni, che si sta a bordo, e non solo gli approvisionamenti non sono fatti per l’intero viaggio, ma ieri in sulle sette furono mandati a prendere da’ bordi delle tarlane i Generali Manthonnet, Massa e Basset, Ercole d’Agnese presidente della Commissione esecutiva, Domenico Cirillo della Commissione legislativa, Borgia, Piatti, di Auria e molti altri individui. Costoro furono condotti sul Vascello comandante Inglese, d’onde a quest’ora che sono le sei del mattino non sono ancora ritornati. La costernazione in cui tutti si trovano, e specialmente la desolazione delle famiglie con essi loro imbarcate, non pare che possa trovare altro compenso, se non richiamandosi alla vostra lealtà per v

essere rischiarati di così fatto procedimento, e perché vi adopriate sull’adempimento della capitolazione. ()

3° Al Cavaliere Micheroux Ministro Plenipotenziario del Re delle due Sicilie presso l'armata coalizzata—Tutta quella parte delle guarnigioni de’ castelli, che sta in vigore della capitolazione imbarcata per far vela per Tolone, trovasi nella più grande costernazione. Ella in buona fede aspettava l'effetto di detta capitolazione, quantunque per precipitanza nell’uscire dal castello non furono gli articoli puntualmente osservati ora che il tempo è propizio alla vela, sono oggi mai due giorni, e non sono fatti gli approvisionamenti per l’intero viaggio; e con estremo dolore ieri in sulle ore sette si videro ricercare dai bordi delle tarlane i Generali Manthonnet, Massa e Basset, il Presidente della Commissione esecutiva Ercole d’Agnese, quello della Commissione legislativa Domenico Cirillo, ed altri individui come Emmanuele Borgia, Piatti ed altri. Costoro furono condotti sul Vascello del Comandante Inglese, ora sono stati ritenuti tutta la notte, né finora che sono le sei del mattino si veggono ritornare. Dalla vostra lealtà la guarnigione intera attende il rischiaramento di questo fatto, e l’adempimento della capitolazione.» ()

Per novità siffatte il Ruffo fu compreso da eccessivo cruccio, ma per non lasciare alcuna cosa intentala spedì il Micheroux a Nelson onde pregarlo caldamente a non esporre ad una inevitabile rappresaglia la vita di quattro illustri personaggi, che come ostaggi per sicurezza della capitolazione tenevano i Francesi in Sant’Elmo. Questi uffìzi alcun buon effetto non produssero, sordo divenuto l’inglese Ammiraglio ad ogni rimostranza; ma gli ostaggi altro male non soffrirono, che la sola paura, perché il comandante Mejean nulla dei patriota napolitani si curava.

LXXXIII. Verso le ore nove pomeridiane dello stesso giorno 29 pervenne al Cardinale il seguente rapporto del Conte Thurn nel quale si scovriva tutto il nequitoso procedere di quell’inglese Duce. »Eminenza. Devo far presente all’Eminenza vostra aver ricevuto questa mattina l'ordine dall’Ammiraglio Lord Nelson di portarmi immediatamente a bordo del suo Vascello unitamente a cinque uffiziali i più anziani. Ho eseguito il dett’ordine, e portatomi colà ho ricevuto l’ordine per iscritto di formare subito sul vascello istesso un Consiglio di guerra contro del Cavaliere D. Francesco Caracciolo accusato ribelle della Maestà del nostro Augusto Padrone, e di sentenziare sulla pena competente al suo delitto. Si è subitamente eseguito un tal ordine, e formato il Consiglio di Guerra in una camera del detto vascello, ho fatto nella medesima condurre il reo. L’ho fatto primieramente riconoscere da tutti gli astanti e dai Giudici: in seguito gli ho manifestato le accuse, e gli ho domandato se avesse delle ragioni di addurre in sua discolpa. Egli ha risposto averne varie, e datogli campo a produrle: esse si sono raggirate a contestare di aver servito l'infame sedicente repubblica, ma perché obbligato dal Governo, che gli minacciava farlo fucilare. Gli ho fatto inseguito delle domande, in risposta delle quali ha confessato di essere sortito colle armi della sedicente repubblica contro quelle di S. M, ma sempre perché obbligato dalla forza. Ha confessato, di essersi trovato colla divisione delle cannoniere, che uscirono ad impedire per la parte del mare l’entrata delle truppe di S. M, ma su tale assunto ha addotto, che credeva fossero degl’insorgenti: ha confessato aver dato degli ordini per iscritto tendenti a contrariare le armi di S. M. Infine domandato perché non aveva cercato di condursi in Procida, e colà tenendosi alle armi di S. M. sottrarsi dalla vessazione del Governo, ha risposto non averlo eseguito sulla tema di essere male ricevuto. Formato su di dette delucidazioni il Consiglio di Guerra questi alla pluralità di voti l’ha condannato come reo di alta fellonia alla pena di morte ignominiosa. Presentata detta sentenza all’Ammiraglio Nelson egli ha comprovata la condanna ordinando che alle cinque di questo istesso giorno l’avesse fatto eseguire, impiccandolo al pennone di trinchetto e lasciandolo appeso sino al cadere del sole, nella quale ora facendogli tagliare la corda, si fosse lasciato cadere in mare. All'una di questa mattina ho ricevuto il dett’ordine: all’una e mezza (pomeridiane) è stato il reo Francesco Caracciolo trasportato al mio bordo, e posto in cappella, ed alle cinque, a tenore dell’ordine, si è eseguita la sentenza. Tanto mi conviene farle presente in adempimento del mio dovere:, nell’atto che con profondo ossequio me le professo. Di Vostra Eminenza Bordo della Minerva-Devotis. Servitore il conte di Thurn. ()

In tal rincontro il fare di pubblica ragione altre circostanze sulla morte di un tanto uomo è mio debito, e quindi dirò, che il Caracciolo non venne preso sul bordo di qualche nave della repubblica, ma bensì in un villaggio vicino Napoli ove se ne stava riguardato: ivi fu catturato per ordine di Nelson da Z. Scipione della Marra e da alcuni contadini della medesima terra di asilo comprati dagl’inglesi; e per condurlo direttamente sul vascello il Fulminante alla presenza dell’inglese Ammiraglio, fu imbarcato di notte al Granatello, evitandosi così il passaggio del Ponte della Maddalena ove si trovava il Cardinale, indi dal bordo di quella nave elasso poco tempo fu portato sulla fregata la Minerva. Quest’uomo al certo era uno tra quei pochi che al più grande genio riuniva le più grandi virtù, allorché gli fu annunziata la morte egli passeggiava sul cassaro della fregata e spiegava ai suoi commilitoni, che lo circondavano, la causa delle diversità ch'esso osservava tra la costruzione dei bastimenti inglesi e quelli napolitani; all’annunzio fatale, gli astanti sono presi da eccessiva dispiacenza, esso ferma il suo discorso, ascolta con eroica indifferenza quella emanazione, indi con calma estraordinaria riprende il suo argomento: intanto ad un marinaio che aveva ricevuto l’ordine di preparargli il capestro la pietà congiunt’al pianto sulla sorte del suo superiore, sotto, i di cui ordini aveva tante volte militato, gl’impedivano l’approntamento dell’oggetto «sbrigati, gli disse Caracciolo, è ben grazioso, che mentre io debba morire tu devi piangere». La fregata Minerva, all’antenna della quale esso fu attaccato, si trovava in ancoraggio in quella parte di mare innanti la contrada di S. Lucia ove era sita la casa di sua famiglia; si volle da Nelson, per un raffinamento di crudeltà, che i suoi congiunti potessero essere testimonii del suo supplizio, e vedessero il corpo di quel disgraziato sospeso nell’aria: quel cadavere dopo essere stato per più giorni sotto le acque ricomparve alquanto guasto sulla superficie di esse; ed allorché il Re venendo da Ischia stabilì la sua dimora nel vascello dell’Ammiraglio Nelson, in quel medesimo dì, quel corpo esanime sotto di quella nave si fe Vedere e si Termo, talché Ferdinando preso da emozione di dolore in rammentando le alte qualità di quell’uomo infelice, permise che si raccogliesse e se gli arrecassero gli ultimi doveri; fu allora dai marinari, che tanto l’amavano, messo fuori delle acque e se gli rendettero gli uffizj estremi nella chiesa di S. Lucia, ch’era prossima alla sua abitazione: uffizj tanto più pomposi, quanto, che senza fasto veruno, e quasi che a dispetto del suo avversario, che allora tutto poteva furono accompagnati dalle lagrime sincere di tutti i poveri abitanti di qul rione, che come il loro amico ed il padre loro Io riguardavano. Così finì quest'ufficiale il di cui coraggio ed attività, l’ingegno e la nascila lo chiamavano a divenire uno dei primi marini dell’Europa. Caracciolo e Nelson vivono ancora, e viveranno finché il mondo lontana nelle reminiscenze dei napolitani e Ciascuno di essi vi occupa il posto, che gli hanno le proprie azioni meritate; e ad onta degl’Inglesi questi due uomini, che dalle genti che furono inseparabilmente vennero ricordati, aneleranno pur anco alla posterità sempre congiunti.

LXXIV. La guarnigione di Sant’Elmo per solo volere del capo erasi limitata a difendersi da dentro le mura, senza tentare uscita alcuna: i francesi non altro, che uno spesso cannoneggiamento opravano, e così in certo modo in allerta tenevano tanto la capitale, che gli assediati, epperò questi spaziando la campagna con vicina, da posizione in posizione avanzando postale avevano le loro artiglierie a poche tese dal Castello. Era pensiero del Commodor Trowbridge di minare il forte e. così mettere termine a quelle molestie, il che attesa la qualità del suolo diveniva di facile esecuzione, ma il Cardinale altamente si oppose a tal eccessivo progetto. Il Meje in opinando che il castello non poteva tenersi alla difesa se non per. pochi giorni, e poco o nulla di quella parca difesa calendosi, mise pensiero di far denari, seguendo così i principii della sua nazione in quel tempo. Fatto per tanto elevare la bandiera bianca spedì al nemico campo un parlamentario facendo intendere «Che la Guarnigione Francese sarebbe disposta a capitolare prima, che si rompessero le mura del Castello; purché se le sborzasse un milione di franchi ed accompagnò questa richiesta, con la miaccia che altrimenti bombarderebbe e distruggerebbe la città di Napoli.» () Rimasto sospeso per poche ore il fuoco il Cardinale le fece rispondere «che quella guerra si faceva colle armi, non co’ denari: che per legge di guerra era proibito agli assediati di tirare sopra l’abitato di un paese da dove non venivano né attaccati né offesi; e che essendo le batterie piazzate alla parte opposta dell’abitato della città doveva contro delle medesime defiggere le sue operazioni; ma se ad onta di questa legge generalmente riconosciuta, una sola bomba si gittasse dentro la città di Napoli, da dove il castello non fosse né attaccato, né offeso, sarebbe il Governatore Mejean responsabile con la di lui testa, e con la vita di tutta la guarnigione. » ()

Questa risoluta risposta produsse tutto il suo effetto, e se qualche Bomba durante quell’assedio nella capitale cadde, fu di quelle delle batterie degli alleati, le quali perché tirate molto in prossimità del castello l’oltrepassavano. Ripigliandosi le offese e seguendo con Io stesso metodo, nel mattino del io Luglio una bomba lanciata dalla batteria che servivano gli artiglieri Russi colpì e spezzò l'asta della bandiera di Francia, che cadde, e quella caduta fu sì, che il segnale di parlamento si vide sventolare, quindi il fuoco da ambo le parti venne sospeso: nel domani ebbesi la seguente capitolazione «La Guarnigione Francese del Forte Sant’Elmo si renderà prigioniera di guerra a S. M. Siciliana e suoi Alleati, e non servirà contra delle Potenze, che sono attualmente in guerra contro la Repubblica Francese (intanto ch'Ella sia regolarmente cambiata—I granatieri tira domani dal Forte con le sue armi fuori la porta del Forte, ed un distaccamento di truppe» Inglesi, Portoghesi, Russe e Napolitane prenderanno il possesso del castello—Gli uffiziali conserveranno le loro armi. La guarnigione sarà imbarcata sopra la squadra Inglese fintanto che saranno preparati i bastimenti necessari per trasportarla in Francia. Quando i granatieri Inglesi prenderanno possesso della porta, tutt'i sudditi di S. M. Siciliana saranno consegnati agli alleati. Una guardia di soldati Francesi sarà situata intorno v alla bandiera Francese per impedire che non sia distrutta: questa guardia resterà sin tanto che la guarnigione sarà sortita; ed Ella sarà rilevata da un Ufficiale e da uni guardia Inglese alla quale sarà dato l’ordine di abbattere il padiglione Francese, ed inalberare quello di S. M. Siciliana. Tutte le proprietà particolari saranno conservate a ciascuno proprietario. Ogni proprietà pubblica sarà consegnata col Forte egualmente che gli effetti provvedenti dal saccheggio. I malati, che non sono in grado di essere trasportati, resteranno in Napoli con de’ Chirurgi Francesi. Essi verranno mantenuti a spese della Nazione Francese, e saranno rimandati in Francia subito dopo la loro guarnigione. Fatto nel Forte Sant’Elmo agli 11 Luglio 1799. Firmati Mejean Il Duca della Salandra Tenente Generale degli eserciti di S. M. Siciliana, T. Trowbridge capitano comandante la nave di S. M. Brittannica il Culloden, e comandante le truppe Inglese Portoghesi nell’assedio di Sant’Elmo, Capitan Baillie comandante le truppe di S. M. l’imperatore di tutte le Russie.» ()

Allorché per dare eseguimento alla predetta stipulazione, la guarnigione Francese da quel Forte usciva, vari amatori del distrutto sistema di repubblica, travestili a foggia di soldati di Francia, pensarono salvarsi col mischiarsi nelle fila di coloro, che fino a quel momento avevano serviti; fu allora Mejean istesso, che di sua mano rendeva palese l’inganno e consegnava ai nemici un buon numero di questi sventurati: ne anche Matera ed altri pochi che sebbene napolitani pur da più anni militavano da Uffiziali nelle annate Francesi, vennero risparmiati. Chi non vede in qual grado estremo regnasse in questo uffiziale il vile egoismo, e tutti i più infami principi anarchici dei Francesi di allora assassini d’indole, e di fatti! Or si rinfacciano a noi i disordini pretesi eccessivi, che nella nostra reazione dovevano naturalmente accadere, ed accaddero.

Se era d’uopo mettere in salvezza i Francesi suoi compatriotti, tanto maggiormente abbandonare non doveva egli coloro, che si davano nelle sue mani per trovare scampo: ed oserò anche aggiungere a suo carico, poiché n’è corsa voce, ed anche registrato in qualche volume della storia si trova, che quest’uffiziale dai patriotti delle somme di danaro ricevette perché per la salvezza loro avesse oprato. Indegno al certo è costui del rispettabile nome di uffiziale!

Consegnato quel castello massimo alle truppe del Re e de’ suoi alleati, il Cardinale avendo conquistata interamente la città capitale del Regno abbandonando il suo quartier generale al Ponte della 'Maddalena, con magnifica pompa si trasferì in Napoli e fece sua residenza il Palazzo di Bagnara nel piano del Mercatello.



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CAPITOLO VIII

Operazioni fatte innanti la piazza di Capua—Capitolazione di essa e dì Gaeta—Ferdinando da Palermo giunge nel golfo di Napoli, come accolto. Dimostrazioni fatte al Re dal Ruffo, da Nelson e da Amilton sulla convenzione; effetti che producono—Operazioni sulla rottura della capitolazione—Interno governo come organizzato— Reali Segreterie —Giunta di Generali — Alte disposizioni date, il Re ritorna in Sicilia — Dispaccio del Generale e Ministro Acton — Supplizi! come classificati—Considerazioni.

Il Comandante della Piazza di Capua Generale Girardon quantunque bloccata vedesse quella città con le genti di Roccaromana, con quelle di Marulli con le truppe di Bourcard con un immenso numero di terrazzani armati, esternò di non volerla rendere senza un formale assedio; per cagione sì fatta il Commodor Trowbridge riunita altra divisione di truppe napolitane inglesi portoghesi e russe marciò subitamente sopra Capua, ed al giungervi furono disposte le seguenti cose; il Duca di Roccaromana col corpo di Leon di Toro passare il Volturno e chiudete la piazza dalla parte di Roma; il reggimento Marulli, l’altro Montefusco di Nunziante, le truppe del De Cesare, e la cavalleria del Guarini con le altre forze volanti di sopra indicate restassero al di qua occupando i paesi vicini a Capua, come Marcianisi, Santa Maria, Santo Tammaro, Cardito, ed altri luoghi alla piazza contermini, restando Caserta quartier-generale. Nella durata del blocco vi furono tra le genti di Napoli e la guarnigione quattro azioni., due parziali, due generali, tre al di qua, una al di là della Piazza.

La prima fu il giorno sedici Luglio, poiché venne ordinalo al Marulli di attaccare e distruggere un fortino fatto dalla guarnigione alla testa del così dello gran terreno, vicino un luogo chiamato S. Lazzaro; riuscì felice l’impresa, col sacrificio di qualche ferito tra quali il Capitano D. Filippo Marulli, e guadagnato con una trentina di prigionieri cisalpini il fonino, fu questo distrutto ed i cannoni utilizzati dai Napolitani.

La seconda ebbe luogo nel giorno 24 dello stesso; allorché Marulli con le sue genti, col reggimento Montefusco comandato dal Nunziante, con la compagnia dei Basilicati e con duecento Piagginari da Santa Maria era passato ad occupare e postarsi in Santo Tammaro sulla regia Strada di Napoli: queste forze si congiungevano quasi con quelle rimaste in S. Maria, cioè gli obbedienti al De Cesare, i Calabresi, la Cavalleria ed altri piccoli corpi volanti. Comandava in Santo Tammaro Martelli, ed aveva così le sue truppe postate: occupavi egli il centro colle sue genti venute dalla Puglia schierate lungo e paralleli e alla regia strada, sulla sua dritta aveva il reggimento di Nunziante dalla parte di Santa Maria, sulla sinistra al di là della regia strada vi aveva messi i Piagginari; sul fronte di queste truppe nel profondo fosso della strada situata vi aveva i Basilicati intieramente al coperto nel fosso medesimo, affinché in caso di attacco fatto avessero fuoco ai piedi del nemico: in una diruta osteria sita alla fine del piccolo villaggio vi aveva collocata una guardia di una sessantina di uomini colle sentinelle avanzate al così detto Epitaffio con due piccoli pezzi di montagna affinché in caso di allarme è di attacco, avessero potuto sostenersi per dar tempo alla linea di porsi in battaglia, ritirandosi poscia per un viottolo intermedio dietro il grosso delle truppe. Fin dal giorno ventiquattro crasi rimarcato che dalla porta della piazza detta di Napoli si vedeva un insolito movimento, un andirivieno di uscita e di entrata degli assedianti tra la porta a l’avanzata; nel giorno 25 riuscì all'Uffiziale Comandante il posto sito all'anzidetta Taverna di sorprendere una spia, che tra i seminati nei dintorni della Piazza tenevasi celata. Da questa si seppe che la guarnigione avea tutto preparalo per fare nel domani una sortita generale, a fine di attaccare contemporaneamente S. Maria e S. Tammaro. Marulli diè subilo avviso di ciò tanto al de Gambs in Caserta, che al Comandante di santa Maria; prese tutte le necessarie precauzioni, ed attese ad animare i suoi a ben fare: poco prima dell'alba fecesi sentire dalla parte di S. Maria unito fuoco di artiglieria, e di moschetteria, verso quel l’ora medesima attaccata venne contemporaneamente la posizione di Santo Tammaro; la guardia avanzata si sostenne per circa tre quarti di ora, indi si ritirò secondo l'ordine avuto co’ due pezzi e si congiunse alle genti di Marulli. Tutto era pronto per lo attacco. Una quarantina di Dragoni francesi, sola Cavalleria rimasta a quelle Truppe, lanciatisi su’ nostri cominciò l'operazione, ma il trarre di due pezzi di nostre artiglierie fecero ad un tratto scomparire cavalli e cavalieri. Cominciata la fucileria, e seguitando i nostri cannoni a giocare si combatté con fermezza per più ore dell’una e dall’altra parte con perdita significante di que’ di Francia perché bersagliati da'  nostri Basilicali al sicuro nel fosso nascosti e coperti. Intanto che tutto felicemente progrediva in Santo Tammaro, ben diverso accadeva in Santa Maria dove la resistenza de’ Nostri fu debole, e dove la cavalleria giocar non potea perla ristrettezza de’ campi e de’ luoghi. Ciò produsse che discacciati i regi da Santa Maria, i Francesi d& questa si rivolsero sulla dritta dei Nostri a Santo Tammaro: il Reggimento F. Montefusco postato verso quella parte che fino allora fallo aveva il suo dovere nel vedersi preso di fianco non seppe né manovrare né resistere; per cui a precipitosa fuga si dette. Nunziante che quello comandava, uomo intrepido e valoroso dopo aver fatto quanto umanamente poteasi per fermarlo, preso da disperata risoluzione, tolse di terra un fucile, e fallasi dare una cartocciera, mischiossi tra soldati del Marulli, e con la voce, e con l'esempio animandoli, cercò trattenere quel nemico impeto.

Intanto Marulli che vedeva tutta piombare la tempesta sulla diminuita sua forza, ordinò che i Basilicali uscissero dal fosso e si postassero sulla dritta per sostenerlo, e siccome quel suo fianco era non pur rimasto scoverto, quanto alle spalle minacciato da’ sopraggiungenti da Santa Maria, fu così costretto a manovrare. Ritardando in tal guisa di esser all’intutto circondato. Ordinò egli che de’ sui pezzi da lui tenuti, cinque subito avviali, si fossero per Marcianise a Caserta, e mentre manovravasi, i Piagginari che fermi fino allora erano stati, non pratici delle militari avoluzioni, credettero che anche il Battaglione di Marulli voltasse per fuggirsene, onde fuggirono anche essi ed il Marulli, restò colle sole sue genti ed i Basilicati. Fu indispensabile cosa quindi pensare à con veniente ritirata, la quale sostenuta dagl’indefessi e costanti Basilicati, andò ad effetto nel miglior ordine possibile sopra Aversa, dove secondo gli ordini di de Gambs in caso di disastro, raccoglier si dovevano le Truppe disordinate. La perdita in Santo Tammaro fu sensibile pe’ Francesi poiché superò i quattrocento, e poco ad un dipresso pei Napolitani, perché ascendenti tra morti e feriti a circa un centinaio. Nè è già da recar meraviglia stantecché, i nostri Cannoni ed i Basilicati tenuti, al coperto, tutto l’agio ebbero di bene bersagliarli. In pruova di ciò la relazione del paesani bastò, che asseriron esser entrati nella Piazza più di Cinquanta carri di morti, e di feriti; avendo i Francesi ne’ due giorni che restaron padroni di Santo Tammaro sgombrato il campo di battaglia per non far comparire la loro perdita; ed altra pruova ad. affermare quanto io dico fu, che dopo quella fazione, non più la Guarnigione uscì dalla Piazza a tentar nuovi fatti.

LXXXVI. La terza fazione segui dopo la già descritta. Giunto Marulli in Aversa verso il meriggio del 26 medesimo ebbe ordine di restituirsi tosto in Marcianisi, per riprendere la sua perduta posizione, ricondottisi in quel paese la sera, spedì l’indomani il Capitano Manco, con la sua compagnia, e buon numero di basilicati a discacciare i francesi da S. Tammaro, lo che felicemente riuscì al Manco con qualche perdita del nemico e con l'acquisto di un cannone da quattro che seco loro aveva fuori portalo, inseguendoli sino all’Epitaffo, e costringendoli a rientrare nella Piazza: così il Marulli con le sue genti, raccolti gli airi del suo comando, ripigliò la disposta posizione. Tra la prima e la seconda di queste fazioni, n’era un’altra seguita al di la del Volturno dalla parte di Roma, ove il Duca di Roccaromana e Leon di Toro si tenevano al blocco della Piazza, mediante un’altra sortita contro essi tentata, la quale ebbesi l’esito di qualche perdita dall’una parta e dall’altra, e di rientrare i francesine restare i napoletani a’ posti loro.

XXXVII. Essendo già stata Napoli del tutto domata, fu ordinato da chi teneva il sommo carico delle cose che le truppe che forniate aveano il blocco della città di Capua, al di quà del Volturno riconcentrale si fossero immediatamente in Caserta per passare al di là e postarsi dalla parte di Roma; il che venne immantinenti eseguito, gittatosi un ponte quasi sotto Caiazzo sul quale passarono le dette truppe con la grossa artiglieria, la Cavalleria di Guarini, e gl’inglesi, mentre gli altri accamparono lungo il fronte della piazza che costeggia il Volturno tra le batterie dette di Santa Maria, di Santa Caterina, e del Sapone. Varie batterie furono in fretta costruite dal Capitano Domenico Marulli di artiglieria, e da quello del genio Pignalwer. Aprirono queste il loro fuoco, ed una batteria di 5 mortai, non che un altra di cannoni da 24 con gran furia diressero i loro colpi contro la batteria e bastione di Santa Maria perché situato nell’angolo della piazza dalla parte di Napoli, alto a dominare ambi i nostri campi al di qua ed al di là del Volturno. A questo procedere sì virile ebbesi il segnale di parlamento, ed indi le trattative di capitolazione; per la quale cosa convennesi, »che la guarnigione francese, po» lacca, e cisalpina di Capila si renderà prigioniera di guerra a Sua Maestà Siciliana e suoi al» leali, e non servirà contro alcuna delle potenze che sono attualmente in guerra con la repubblica francese, fino a che la stessa guarnigione sia regolarmente cambiata. I granatieri inglesi piglieranno il possesso delle due Porte e della Piazza dopo che gli articoli saranno cambiati. La guarnigione francese uscirà domani dalla» Piazza con le armi, ed a tamburo battente. Le truppe deporranno le loro armi, e le bandiere fuori della porta, ed un distaccamento di truppe inglesi, Portoghesi, Russe, e Napolitano prenderanno possesso della piazza domani sera gli uffiziali riterranno le loro armi. La guarnigione sarà imbarcata sulla squadra inglese fino a che siensi preparati i bastimenti necessari per condurli in Francia. La medesima sarà scortata in Napoli sotto la lealtà degli inglesi. Quando i granatieri Inglesi prenderanno possesso della piazza, tutti i sudditi di Sua Maestà Siciliana saranno consegnati agli alleati. Una guardia di soldati francesi sarà posta intorno alla Bandiera francese per impedire che sia distrutta. Questa guardia vi resterà sino a che tutta la guarnigione sia uscita, e rilevata da un ufficiale, e da una guardia inglese, la quale avrà l’ordine di togliere la bandiera francese, ed inalberare quella di Sua Maestà Siciliana. Ogni proprietà particolare sarà conservata a chi appartenga: ogni proprietà pubblica sarà consegnata insieme con la Piazza. I malati che non sono in istato di essere trasportati resteranno a Capua con dei chirurgi francesi, essi saranno rimandati in Francia subito che saranno guariti. Fatto in Capua il dì 28 luglio 1799 firmati Girardon T. Trowbridge capitano del vascello di sua Maestà Brittanica II Cullodes Il Maresciallo di BourcardBaillie, Comandante delle Truppe di Sua Maestà l’imperatore di tutte le Russie all’assedio di Capua». ()

Comandante delle Truppe di sua Maestà Siciliana, Capitan Tenente

Per questa redenzione che dalla repubblica di francia fu creduta prematuramente fatta, il generale Girardon venne tradotto innanzi un consiglio di guerra, che dalla sua dignità lo sospese; ma inai la rivoluzione del 18 brumale anno VHL in attività lo restituì.

LXXVIII. La Piazza di Gaeta era stata soltanto bloccata per terra da una grande massa di paesani armati, obbedienti a Michele Pezza. La guarnigione scoraggita da tanti cattivi successi e. dalla fame ancora si arrese; quindi la capitolazione della medesima venne conchiusa sul vascello il Fulminante, come segue tra Nelson e Giradon, e perché il re in quel tempo, come ora diremo a bordo di quella nave trovavasi, così Acton che ne era al seguito, fu anche tra’ contraenti «Sul riflesso che la guarnigione di Gaeta non era stata regolarmente assediata ma soltanto bloccata, Sua Maestà il re delle due Sicilie accorderà alle truppe in Gaeta di uscire dalla Fortezza, e di portare seco loro gli schioppi, baionette, spade cartucciere, e di non essere mandate in Francia, con la condizione di prigionieri di guerra La piazza sarà consegnata in virtù del precedente articolo ad un ufficiale che sarà destinato a prenderne il possesso, senza però farsi alcun saccheggio né alterarsi verun effetto esistente in essa. La guarnigione francese potrà portar seco tutte le sue proprietà private e particolari, ma tutti gli effetti pubblici saranno lasciati in quella piazza. Nessun suddito di Sua Maestà sa» rà portato in Francia con la guarnigione francese, ma tutti debbono essere rilasciati all’uffiziale destinato a prender possesso della piazza.» Gli ammalati della guarnigione saranno curati dai propri Chirurgi a spese della repubblica francese, e saranno mandati la Francia, quando saranno ristabiliti—Un distaccamento di truppa di Sua Maestà Siciliana e de’ suoi alleati prenderà possesso della porta della piazza due ore dopo che sarà presentata questa capitolazione, e l'imbarco della guarnigione avrà luogo 24 ore dopo che sarà convenuto con i due uffiziali—Fatto in Napoli li 31 luglio 1799.» ()

LXXXIX Intanto il Re informato appieno degli avvenimenti di Napoli allorché ebbe conoscenza dell’essersi messo l’assedio al forte Santelmo, e le altre disposizioni date per la Piazza di Capua stimava quello opportuno tempo per rivedere i suoi domini continentali; in tale divisato imbarcavasi sur un vascello inglese unicamente al Generale Acton ed al Principe di Castelcicala e faceva vela da Palermo e giungeva nel 9 Luglio nel canale di Procida, ove mettendosi alla cappa chiese ad attese Nelson. Nel domani appena il levarsi del sole, reso palese nella capitale, l'essere per giungere il sovrano in rada, tutta la popolazione portossi sul lido delle due riviere di Chiaia e della Marinella per rivederlo e testimoniargli di bel nuovo il suo affetto; una immensa quantità di barche messe in gala, adorne di bandiere del Re uscirono in mare cariche di persone di ogni ceto per salutare la M. S. e verso il Vascello ov’esso veleggiava tutti si diressero per darle il ben ritornato: in quel mattino entrò Ferdinando nel golfo sul vascello dell'Ammiraglio Nelson e giunse in rada verso le ore dieci fra la pubblica esultanza e gli evviva generali e questi ingranditi dal rimbombo dei cannoni di tutt’i legni Inglesi e Portoghesi, ch'erano nel golfo e dei Castelli Nuovo e dell’Ovo. Non mancò il Porporato Ruffo di recarsi immantinenti a bordo del Fulminante e manifestare il suo, sempre avuto, rispetto e devozione al Monarca, e con ciò Io rese informato di quanto era con gl’Inglesi successo per la capitolazione dei Castelli Nuovo e dell’Ovo; dei reclami delle guarnigioni repubblicane, come sopra trascritti; e della sconvenevolezza che egli vedeva nella inosservanza dell'anzidetto trattato. A queste rimostranze Ferdinando nella sua clemenza era già inchinevolissima a far eseguire la capitolazione ma gli sembrò cosa prudente e convenevole ad un tempo il procedere in ciò di accordo coi potenti e benemeriti alleati, ed esternò voler sentire sul proposito le opinioni di Hamilton e di Nelson. interrogato l’inglese Ministro rappresentò e sostenne «Che i Sovrani non capitolano co' loro sudditi ribelli, e ciò per la chiara ragione che i ribelli si pongono per fatto proprio fuori di legge ed in conseguenza perdono ogni beneficio legale e sociale e quindi avvisò di tenersi quella capitolazione come non fatta. A questa opinione diedero anche gran peso le gravi considerazioni di Nelson, il quale osservò che bisognava estirpare la radice del male onde impedii e nuove sciagure, poiché essendo quei v repubblicani ostinali ed incapaci di ravvedimento commetterebbero in appresso maggiori e più funesti eccessi; e che l’esempio della loro impunita servirebbe d’incitamento a molti altri malintenzionati. Queste dimostrarne fatte con efficacia, e rappresentate con calore furono atte a rendere inutili le miti intenzioni del Ruffo ed a far rimanere senz’effetto le clementi e paterne mire del Re; esse furono, come dai documenti irrefragabili. registrati in questi ragguagli si prova, le vere cause dell’infrangimento di quello stipulato atto, e non altre come taluni Storici scrittori hanno preteso e voluto spacciare.

LXX. Or io domando a questi medesimi autori, e sopra tutto al Coltella, che della schiera maligna si è eretto a capo, facendo sventolare nelle sue mani lo stendardo della menzogna e della malvagità, quali ragioni, e quali testimonianze ha esso delle parole che egli vuole dette dalla Regina a Mìledes: delle lettere che dice scritte da quella Sovrana e dal Re a Nelson; dal Decreto Reale, e del ricevimento ch’ebbe, secondo lui, la fatale donna giunta sul Vascello di Nelson? Se tali cose avesse egli potuto dimostrare, o sì, che nella perversità di suo carattere, stato altiero sarebbe di un tanto bello appoggio, epperò incastrato avrebbelo nelle sue esposizioni; ma non avendo ciò fatto, è pur troppo vero, anzi evidente, che tali pruove egli non ebbe. Ora se le raccontate da lui romantiche istoriche circostanze, inverosimili trovansi, ed in contraddizione totale con i fatti veri e permanenti irrefragabilinenle dimostrai in questi Ragguagli, qual ragion vuole, che debbasi a quelli donar credito, e non a questi? il solo spirito di malignità di parte potrà farlo per particolare suo interesse, ma non il freddo scrutinio di chi legge le istorie per conoscere le cose che furono. E’ egli mai possibile, che Nelson avendo ricevuto dal Re l'incarico di non conciliare cos’alcuna, e rompere ogni legame coi repubblicani, non avrebbe fatto chiaro ad ognuno, e massime al Rullo, l'essere Sovrana la disposizione d’infrangere il trattato ad ogni costo? Niente di ciò egli dichiara, silenzioso resta su questo proposito, che tanto avrebbe posto in sicuro il suo onore, e si contenta di addossarsi tacitamente tutta quella catastrofe: perché dunque ciò perché intrinsecamente convinto di ben fare. La condanna di Caracciolo primo atto della rottura degli accordi stabiliti tra le due opposte parti, da chi è Risposta da chi è voluta? da Nelson soltanto, senza intervento di altra volontà, per punire colui che recato gli aveva precedentemente invidiosa molestia. non riconosce il lettore qual è il principio di quel procedimento.... una Vendetta! quell’atto in mare succede ove l’inglese Ammiraglio soltanto v’impera e per giungere a quell’atto con quanta vile astuzia tra le tenebre non si opera? ciò era per effetto del comando del Re, e se ne commetteva Nelson l’esecuzione, eravi bisogno, di tenebre e sotterfugi?

LXXXXI A maggior chiarezza di chi le cose nostre ambisce sapere, è d’uopo risovvenirgli e fargli osservare, che quando Nelson nel golfo di Napoli riprovava i patti convenuti, il Re e la Regina non potevano sapere in Palermo, ov’essi dimoravano, essersi quei patti stipulati; poiché nel mese di Giugno 1799, non si conoscevano né telegrafi, né Pacchetti a vapore; quindi possibile non era in sole trenta ore di tempo, cioè quante ne passarono dal momento della stipula al giungere della flotta inglese nel nostro golfo, far pervenire la notizia degli accordi da Napoli a Palermo, e da colà ritornare in Napoli la negativa risposta. Nè possibil’ei a del pari, ciò che da coloro, che credono molto vedere e finalmente scrutinare intorno a questo punto di nostra istoria, vorrebbe obbiettare; cioè che il Cardinale non mandò l’avviso in Palermo quando la capitolazione era già stata fatta, ma allorquando concepì l’idea di venire a patti con i repubblicani, senza sapere se questi vi aderivano o pur no, e ciò per informare il Re di quanto esso divisava, onde con anticipazione esplorarne l’opinione ed il volere; e che avendo il Sovrano pensato in sens’oppósto del Ruffo diede negativa risposta al divisamento di esso, ed inviò tosto Nelson onde rompere con violenza quelle trattative, se trovate le avesse pattuite; poiché il messo impiegato ad un tale ufficio, se percorreva la via delle Calabrie per andare al suo destino, atteso il sistema molto malagevole delle comunicazioni ed il cattivo stato delle strade in quel tempo, a farla in breve per pervenire a Palermo vi avrebbe impiegalo nove o dieci giorni, ed altrettanti pel ritorno, stantecché oggi che le strade sono perfette e le comunicazioni felicissime se ne impiegano cinque e qualche cosa di più da un punto all’altro; periodo di tempo, tanto quello di allora, come il presente, di lungo sopravanzante a quanto materialmente in Napoli se ne consumava dal primo momento che si fè pensiero di accordi, con l’effettuirsi della capitolazione; non essendovi passati che tre giorni appena, ovvero 72 ore, quante dal 16 al 19 Giugno ne corrono. Se per mare una tale richiesta si avesse voluta mandare dal Ruffo al sovrano, quale certezza di riscontro avrebbe potuto sperare il Cardinale, stante la flotta galloispana a veleggiare nel Mediterraneo; avendo anzi esso prevenzione e credendosi da lutti, perché sparsa se n’era comunemente la voce, che quella flotta era diretta verso della nostra Capitale in sostegno dei repubblicani, quindi mettere un legno corriere in mare, onde traversare il canale tra Napoli e Palermo, sarebbe stata la massima delle imprudenze e delle inavvedutezze da potersi opinare da tutt'altro uomo, che il Porporato; epperò anche questa obbiezione non puoi prendere radice, e da se medesima cade in insufficienza. In ultimo, su tal questione va in acconcio ricordare al lettore, che Nelson in quel tempo non era in Sicilia, poiché, come dissi documentandolo con le due diverse lettere messe a’ paragrafi al termine del capitolo 6, appena egli seppe essere comparsa nel Mediterraneo la flotta galloispana si mise in mare, con un competente numero di vascelli ed altri leghi minori per incontrarla a qualunque costo, e battersi: quindi come poteva Re Ferdinando comunicare le sue idee, le sue vedute a quell’inglese ammiraglio se non lo vedeva, se non conosceva in qual punto esso veleggiasse, stantecché la rotta di esso era eventuale ed incerta, perché conseguenza delle operazioni nemiche, e se qualche scontro essendo accaduto, quale ne fosse stato l’esito? In mare non vi sono punti fissi, né quartier generali quando si veleggia per crociare, o per dar caccia a qualche contrario, e tale era appunto la navigazione di Nelson in quel rincontro: epperò quant’altri giorni si sarebbero consumati coll’andare in traccia, nei vari punti dell’immenso mediterraneo, della flotta di Nelson, e Nelson istesso, onde comunicare ad esso le sovrane intenzioni? giunto si sarebbe a quasi un mese dell’epoca primitiva del concepimento delle idee bonarie del Ruffo ma noi abbiamo di fatti appena tre giorni consumati, conseguentemente rimane dimostrato che il Re in Sicilia non era affatto informato di quanto si divisò e si fece dal Ruffo in Napoli in quel tempo. Avrebbe quindi il Re al suo arrivo proposta di nuovo la discussione con Nelson ed Hamilton, come facemmo vedere, se questa risoluzione di non mantenere la capitolazione fosse stata. presa e concertata in Palermo preventivamente alla sua venuta ed al suo arrivo qui in Napoli? Perché fare questa comica parte? Forse per ingannare il Ruffo? ed era conveniente e possibile deridere una persona alla quale se gli erano accordate tante prerogative di confidenza? No. In fede del vero fa di mestieri dirlo francamente, non essere Nelson uomo, che in un affare di tanto riguardo ed importanza, quanto era la capitolazione dei Castelli di Napoli, si lasciasse sedurre dai vezzi e dagli ammaliamenti di Miledes, egli agiva per principi propri, ed era fermato nello spirito della massima da lui esternato; il mettere quella donna in mezzo ad un tanto affare, ad altro non è servito che a dare una tinto di verità, un corpo all’ombra alla perversità del romanzesco racconto.

A maggior chiarezza del mio proposito, farò palese anche al lettore, che il Colletta il corifeo delle tante calunnie dette su quell’epoca, fu fermamente persuaso, che ciò che da esso si esponeva al pubblico, vero non era stato; poiché costui avendo scritto un articolo sul Monitore Napolitano in dato di Martedì primo Aprile 1806, e messavi la sua firma per volere a quel novello Governo rendersi amico, in confutazione di alcune ingiurie dette da un Giornale inglese intitolato Saint James Chronicle sul conto dei Napolitani, ripassando sommariamente tutto quella epoca di cui noi ora discorriamo, si esprime così. «In fine la Capitale fu occupato dal Cardinale Ruffo. Una solenne capitolazione fu stipulata: ed il comandante delle truppe inglesi vi pose la sua segnatura. Ma Nelson arrivò al porto con una flotta. Nelson l’eroe della Gran Brettagna opinò l’infrazione del trattato, e la fede giurata dai rappresentanti delle nazioni le più potenti si vide calpestata la prima volta dopo tanti secoli, che ci dividevano dalla barbarie.» ()

Le parole Nelson opinò l’infrazione del trattato esprimono un senso certo e non dubbio, esse valgono a dimostrare essere stato quell’Ammiraglio il dispositore per propria volontà assoluta dell’infrazione delle cose convenute, senza concorso di altrui volontà. Se in questo fatto ch'egli narrò allora, fosse stato convinto e sicuro di ciò che ha largamente narrato poscia, avrebbe senz’alcun dubbio esternato qualche pensiero, detto alcun motto su Miledes, perché inglese anch’essa, e su Ferdinando e sua moglie, a fine di rendersi molto più meritevole e gradito verso quel Governo, che rimandava novellamente Ferdinando e sua moglie in Sicilia. La smania adulatoria di tutti coloro che qualche carica ambivano, era in quel primo giungere delle armi francese, tutta rivolta danno di quei Monarchi, tutti maledicendo le loro operazioni. Perché dunque di tali cose non ne tiene egli discorso e le negligenze altamente? perché essendo quell’epoca molto più prossima al 1799, sapevasi con certezza evidente da ognuno, ciò che in tal tempo passato si era, epperò inevitabile gli sarebbe stata la taccia di menzognero. Ma se allora egli una tantt’orribile pecca addossar non si volle, diamogliela noi, esatti investigatori del vero dì già narrato, e viviamo sicuri di non procurarci nessuna responsabilità.

LXXXXII Inoltre v’hanno taluni, che facendo mostra di moderazione e di buona fede, concedono e non negano affatto quanto precedentemente si è dimostrato: ma andando incanti dicono, essere forse vero il ritenersi per massima di pubblico dritto, non aver luogo il transigere con coloro, che si dipartono dall’obbedienza del Principe ma seguitano col dire, ma essere forse meno vero pure, che dopo avere agito con essi in buona fede, ed avere essi in buona fede i patti convenuti eseguiti, avere riacquistata se non tutto, una sufficiente porzione a quel medesimo dritto, che con la ribellione avevano perduto; e quindi bastargli a garentire loro le condizioni contratte ed accordateli. A cotesta osservazione d’uopo rispondere con il riflettersi alla vera posizione politica, difficilissima a risolversi, in cui si trovò la nostra Corte in quel rincontro; poiché tal cosa facendo non può a meno di considerarsi, che il Cardinale Ruffo, quantunque lodevolmente avesse pensato, pure il suo mandato essendo generale, oltrepassò i limiti del suo potere in materie di dritto pubblico e secondo le regole diplomatiche stabilite fra tutte le nazioni civilizzate. Ogni mandatario, anche per dritto civile, non può col solo mandato generale devenire alla stipula di un patto speciale, o di una condizione non preveduta nel suo mandato, senza una nuova speciale autorizzazione impetrata regolarmente dal mandante; di modo che qualora il mandatario abbia in tal guisa ecceduti i suoi poteri, il patto, o la condizione accordata e stipulata è nulla di sua natura. Ciò è cosa positiva; ed in questo Secolo che tutto è positivismo, devo un tal principio essere fermamente ritenuto. Questo essendo l’operato del Cardinale Ruffo, e posto questo in controversia tra il suo agente ed il suo imponente alleato, che oppugnava quest’operato del suo agente, la Corte si vidde costretta e necessitata in conseguenza ad appigliarsi al partito del dritto, anzicché della clemenza, come avrebbe ardentemente desiderato di fare, ed avrebbe fatto, se non avesse incontrato l’ostacolo del suo principale alleato, che intendeva garentire all’incontro fermamente il dritto pubblico e delle genti. Nel che fare, la nostra Corte sebbene non potè usare la clemenza che pure avrebbe voluta, tuttavia non potrà mai redarguirsi di aver preferita la giustizia nel non usarne. Lagnarsi dunque di Lei in questo caso da Colletta e da tutti gli altri suoi seguaci e moderati e severi; come un atto di prepotenza e di violenza, non è che un effetto di malvagità, fondata sopra un pretesto, che in se, non è altro che un pretto sofisma, cioè una fallace argomentazione, un vizioso e noni conchiudente raziocinio; ma è tempo più di sofismi???

LXXXXIII. Per terminare all’intutto la narrazione delle cose successe in quel tempo, è d’uopo che io altri dettagli palesi ancora, non che le disposizioni emesse in allora, che Re Ferdinando rimase sul bordo del Vascello il fulminante; le quali. insieme riunite formarono la base del nuovo sistema di Governo, che si volle stabilire; epperò io espongo; tali emanazioni, secondocché vennero date. Per' l'interino Governo fu il primo pensamento, e quindi io ne riporto il Decreto «Avendo determinato S. M. di restituirsi nella sua residenza dì Palermo dove la richiamano per qualche altro tempo gli affari di quel suo Regno, l'amore e la fedeltà dei Siciliani, le convenienze della sovranità, e quel vivo desiderio, che ha S. M. di rendere felici i popoli suoi alternativamente per quanto possa colla sua R: presenza, ha dovuto la M. S. per tanto stabilire un Governo nel Regno di Napoli, che possa corrispondere energicamente, e con quella fermezza, che si conviene alle attuali circostanze per quel solo poco tempo, che S. M. giudicherà a proposito di assentarsi dal Regno di Napoli. La vicinanza somma dei due regni e le comunicazioni, che sono aperte e libere del tutto tanto per mare, quanto per terra, assicurano ai fedeli popoli del Regno di Napoli nelle presenti emergenze tutti i vantaggi degl’immediati diritti e prontissimi ordini di S. M.: ma affinché tutto camini regolarmente, e seguendo l’esempio déll’augustissimo suo Genitore allora quando si portò alla guerra di Velletri nel 1744, ha voluto la M. S. stabilire per la direzione degli affari quello stesso sistema, che venne adottato, e che con vero utile del Reale e del pubblico servizio fu eseguito in quella grave ed importante occasione. A similitudine dunque di quel metodo, e prendendo in considerazione gli ottimi distinti e segnalati servizi, che con tanto successo il Cardinale Ruffo ha renduti alla Sua Real Corona è venuto la M. S. a destinarlo per suo Luogotenente e Capitan Generale di questo Regno della Sicilia Citeriore perché durante la breve assenza di S. M. lo governi, col concorso e voto di una Giunta di Governo composta degl’infrascritti probi distinti e qualificati, individui, secondo alcune istruzioni, che la M. S. ha stimalo conveniente al tempo presente. L’enunciata Giunta di Governo vuole S. M, che sia composta come siegue. Di un Consigliere di Stato, che sarà il Marchese D. Saverio Simonetti di due Tenenti generali D. Filippo Spinelli e D. Daniele de Gambs, uno dei quali interverrà costantemente nella Giunta; del Direttore delle Finanze D. Giuseppe Zurlo, del Direttore di Giustizia D. Emmanuele Parisi, del Direttore dell’Ecclesiastico D. Francesco Migliorini; di uno dei tre direttori della Guerra Maresciallo D. Ferdinando Logerot, D. Giovanbattista Colajanni e D. Giovambattista Torrebruno, uno dei quali interverrà costantemente nella Giunta; di un Vescovo tra i due destinati cioè Monsignore Capobianchi Arcivescovo di Capua e Cappellano Maggiore, e Monsignor Terrusio Vescovo di Capaccio, e finalmente vuole S. M. che della Giunta suddetta di Governo ne sia segretario con voto l’avvocato fiscale D. Domenico Martucci il quale goderà il soldo di Duc. 3000 in tutto. Dalla Rada di Napoli 22 Luglio 1799 ()».

LXXXXIV. Volendo il Re nel restituirsi alla sua residenza di Sicilia determinare il sistema, secondo il quale nelle sue Reali Segreterie del Regno di Napoli disimpegnarsi dovranno gli affari in guisacché nel momento in cui S. M. sarà di ritorno in esso Regno trovi avviato e consolidato il metodo generale e consueto pel corso dei detti affari, è perciò venuta la M. S. a risolvere ed ordinare quanto siegue. I Reali Segretari di Stato resiederanno presso S. M. ed in quel Regno in cui stimi la M. S. di portarsi e i risedere, e dov’essi eserciteranno nel modo solito le intere funzioni loro addette, col proporre a S. M. tutti gli affari nel Consiglio di Stato, o altrimenti, dispacciando le Sovrane risoluzioni, ricevere tutti i ricorsi, rapporti, consulte, memorie, e progetti riguardandi i ripartimenti rispettivi, e chiedere ed esigere conto di tutto ciò, che convenga per assicurare l’assoluto migliore servirlo in ciascun di essi a tenore delle generali istruzioni nello stabilimento. di ciascheduna Reale Segreteria. Nel Regno di Napoli in assenza della M. S. resteranno alla testa delle Segreterie di Stato, che continueranno a rimanere in vigore, varii Direttori, i quali assumendone il carico nel modo solito, eserciteranno il disimpegno di ciascuna dipendenza nella forma, che con altra determinazione di questo medesimo giorno si è sovranamente prescritto, La Real Segreteria di Finanze avrò per direttore D. Giuseppe Zurlo, ed abolendosi l’antico consiglio di Finanze, sarà eretta una soprintendenza delle Reali Finanze con più amministratori Generali, uno de’ quali sarà il cav. Codronghi pel ramo delle Dogane, e saranno in appresso destinati gli altri con quel carattere con cui S. M. stimerà denominarli; oppure di riferentari pe’ rispettivi rami di Finanze, attendendosi per le ulteriori previdenze da darsi, in questo ramo essenziale, il rapporto dei visitatori» particolari spediti nelle Provincie. La Real Segreteria di Stato e Guerra avrà tre Direttori, così richiedendo il momento attuale per accudire con energia e sollecitudini alla formazione di un nuovo esercito fornito di esemplari, bravi, intelligenti ed onesti superiori, provvedere alla più esatta, ed estesa somministrazione di ogni genere al medesimo necessario, istruirlo in una sicura ed esatta disciplina, ed animarlo finalmente con quei sensi di onore, che diriggono la vera bravura, e che soli possono rendere utile alla Real Corona ed allo stato la forza militare. Ha per tanto S. M. destinati per Direttore Principale della suddetta Real Segreteria il Maresciallo di Campo D. Ferdinando De Logerot, che firmerà con dispaccio le risoluzioni, che per tal ramo si emaneranno nel Regno di Napoli, per secondo Direttore il Colonnello D. Gio:Battista Colajanni,;1 quale siho ad altro Reale ordine continuerà ad esercitare le attuali sue incombenze nella Real Segreteria di Stato e Guerra in Palermo, e per terzo Direttore il Tenente Colonnello D. Giovannantonio Torrebruno: le funzioni ripartite di questi tre Direttori saranno determinate con altra particolare istruzione per questo ripartimento di guerra. Per la Segreteria dì. Grazia e Giustizia ha nominato S. M. D. Emmanuele Parisi, che sarà Direttore così della medesima come dell’alta Pulizia e Stato. Le dipendenze della Real Segreteria dell’Ecclesiastico si affidano dalla M. S. a D. Francesco Migliorino, che sarà direttore della stessa Segreteria. Ha però S. M. stimalo conveniente di creali restia Giunta Ecclesiastica alta quale il Direttone rimetterà per consulta le pendenze, per consulta le pendenze, ch’egli giudicherà meritare esame e parere per riferirsi poi le medesime a S. M. per le Sovrane deliberazioni, e prendere su di esse la decisione del Capo del Governo in Napoli. La detta Giunta sarà composta dal Cappellano Maggiore, da Monsignore Terrusio, e da Monsignore Jorio. Gli affari tutti dei citati ripartimenti, si disbrigheranno nel Consueto modo, tenuto dalle Reali Segreterie, e saranno umiliali a S. M. pel canale delle rispettive Segreterie in Sicilia, se colà si trovi S. M., o saranno decis'in Napoli dal capo del Governo in assenza di S. M. in quella forma, che con altro Real Dispaccio si è stabilito. La Suprema Giunta degli abusi, è un sovrano volere, che resti sotto la direzione del Consigliere di Stato Marchese Simonetti, il quale interverrà nelle sessioni, che avranno luogo presso il Capo del Governo in tutti gli affari; è nel Consiglio di Stato quando si ritrovi presente S. M. È inoltre Sovrana volontà, che sia ripartita nelle rispettive Segreterie il numero di Uffiziali, che sia puramente necessario ed indispensabile, badando ogni Direttore a non prevalersi di veruno de’ passati Uffiziali né di verun soggetto, che abbia in qualunque modo servita la sedicente Repubblica. Ha dippiù determinato la M. S. che gli affari esteri si disimpegnino unicamente da uno dei Ministri di Stato, che si ritrovino presso S. M. e che cosi ugualmente da uno di tali Ministri di Stato si disimpegnino per ora quelli della Marina. Finalmente si è degnata la M. S. di comandare che da ora in avanti siano pagati al Consigliere di stato Marchese Simonetti i soldi che questo percepiva per lo passato. Che il Direttore e Sopraintendente delle Finanze D. Giuseppe Zurlo percepisca il soldo di Duc. 4200 latino, che il Maresciallo Logerot goda il soldo di Duc. 3600 l’anno, e che a tutti gli altri Direttori Colajanni Torrebrnno, Paris e Migliorini si paghi il soldo di Duc. 3200 l’anno per ciascun in tutto beninteso, che al Direttore Colajanni dovrà soddisfare un tal soldo dalla Real Tesoreria di Palermo, durante il tempo, ch’egli sino a nuovo Reale, ordine si tratterrà nel Regna di Sicilia. Dalla Rada di Napoli 22 Luglio 1799 ()

LXXXXV. Vuole il Re, che sciorini subito una Giunta di Uffiziali Generali composta dai Tenenti Generali De Gambs, Spinelli e Ripa, dal Maresciallo de Bourcard, e dai Brigadieri de Bock ed Acton, i quali col loro noto zelo, e sul lor’onore prendano cognizione di tutti gli soggetti, che con carotiere di Uffiziali di ogni grado servirono S. M. nell’abolito e distrutto esercito, a fine di rivelare non solo lei qualità requisiti e facoltà, di ognuno, ma il morale ed esatto modo di pensare sotto ogni aspetto, relativo alla Religione, Fedeltà, Costumi, Onoratezza, bravura ed attaccamento a’ doveri, che solo possono costituirli nel nuovo esercito onesti, utili e sinceri Uffiziali, onde scrutinati con attenzione il preciso carattere agl’indicati principi vengano ad esporre il loro sentimento alla M. S. per fare reintegrare in corrispondenti impieghi dell’esercito, che S. M. di nuovo forma, coloro, che ne siano riconosciuti meritevoli. Tale scrutinio avrà per base la precisa Sovrana determinazione, che la M. S. inculcò in data dei 29 dello scorso Aprile a S. Eminenza, quella cioè di far punire per mezzo di un consiglio subitaneo a tenore delle Reali Ordinanze in attuale vigore, pe’ delitti e per le pene militari, tutti quelli Uffiziali, che spergiuri al Re, Hanno ardito di portare le armi contro le Bandiere. di S. M. e sono stati presi, combattendo in fatti d’armi ed in Piazza e Castella per far di essi loro quella giustizia pronta, ch’esige l’atroce loro delitto a tenore delle citate ordinanze. Che tutti quelli che avessero servite la sedicente ed abominevole Repubblica, o consentirono a prendere soldo dalla medesima, siano notati per non essere ulteriormente impiegati, ma se avessero commesso delle atrocità contro i sudditi ai S. M. o delitti contro la M. S. e dei suoi interessi abbia da essere esaminata la loro causa e decisa la loro sorte dalla Giunta di stato, e che nel servizio prestato militarmente al sedicente Governo si debbano distinguere coloro, che siano stati impiegati in corpi effettivi, e con questi siano stati contro i Sudditi di S. M, abbiano agito nella Capitale da quelli che senza essere addetti, nei riferiti corpi abbiano avuta la debbolezza di scriversi con effetto nella truppa civica. Se taluni degli ufficiali del passato esercito mantenendosi con onore e fedeltà nel proprio dovere abbia praticato atto di effettiva lealtà e per questo abbia sofferto dei danni o patimenti, dovrà essere indicato con precisione il merito da essi contratto onde siano essi distinti dalia M. S; e premiati nel triodo giusto e conveniente, che sarà costantemente usato a favore di chi abbia adoperati i suoi sforzi eia lenti dai la M. S. nelle passato ardenti calamità. Ogni bass’Ufficiale, che abbia servita la sedicente repubblica, ed abbia agito contro le armi di S. M. sarà ugualmente considerato nel modo di sopra indicato con quelle minorazioni della pena, che in virtù detta circostanze crederà ad essi convenire il Consiglio subitaneo, o la Giunta di stato per li citati casi. Se però un bass’Uffiziale non ha fatto che prendere per bisogno il soldo dalla mentovata sedicente repubblica, né si sia fatto rimarcare per fatti di rilievo contro la generale quiete, fatt’attenzione al suo carattere, abilità e requisiti potrà essere perdonato è di nuovo reintegrato al servizio; e così a soldati, che non abbiano fatto altro, che restare arruollati al servizio della detta Repubblica, e non abbiano commesso delitto nell’esercito, oltre del servizio erroneamente prestato, osservando di distinguersi nel perdono tutti quelli che abbiano notariamente prestato servizio alle armi del Re nel consegnare i posti, magazzini, bastimenti, ed altro. Dalla rada di Napoli Luglio 1799 ().

LXXVI. Altri pensamenti si discussero, ed altre emanazioni furono date correndo, ancora quel tempo, le quali cambiarono moli i ordini emessi dal Ruffo. Venne disposto, che Monsignor Varano Vescovo di Bisignano interino Preside dì Catanzaro, e Monsignore, di Alessandria Vescovo di Cariati interino preside di Cosenza fossero rimandati alle sedi loro Vescovili, e rimpiazzati d’altri soggetti; che il faciente funzioni da Preside, in Lecce D. Francesco Loperto avesse distituzione; e che i Vescovi, ed ecclesiastici proposti dal Ruffo quali visitatori ed incaricati di tranquillizzare con apostolico zelo le popolazioni, da queste incombenze si arrestassero, e che queste facoltà fossero date ad altre persone prescelte dalla Giunta di Governo con Sovrano assentimento. Stabilito ancora sul Fulminante altri traslocamenti, e posposizioni ed altre cose, di simili natura, le guarnigioni Francese e patriotte (all’infuori di quei soggetti che furono ritenuti, per essere giudicati) partirono per Tolone imbarcati su legni Inglesi; ed il Ruffo ebbe ordine di lasciare le sue stanze e passare qual capo del Governo Provisorio ad abitare nel Palazzo Reale, ove in fatti nel cominciar di Agosto vi si portò. La Giunta di Stato nominata dal Ruffo nel 15 Giugno, fu riformata non rimanendo altro tra quella, che Fiore, i componenti furono Presidente D. Felice Damiani; Fiscale Barone D. Giuseppe Guidobaldi, Giudici Direttore D. Antonio Della Rossa, Consigliere D. Angelo di Fiore, Consigliere D. Gaetano Sambuti, Consigliere D. Vincenzo Speciale; Giudice di Vicaria D. Salvatore dì Giovanni Segretario; Difensore dei Rei il Consigliere Vanvitelli, ed il Consigliere Moles, Procuratore dei Rei D. Alessandro Nava. Tre tra i sei giudicanti, Guidobaldi già altrove nominato, Fiore, e della Rossa erano napolitani; Damiani, Sambuti, e Speciale furono prescelti fra i Siciliani. La eccessiva severità di quest'ultimo gli conciliò fama di uomo crudele; e si assicura, che giungeva tal volta ad alterare i processi per provare il delitto, che dimostrare non si poteva. Furono anche i Commissari Regi col nome di Visitatori nomi nati e spediti nelle provincie tenendo in mira di purgare il Regno da'  nemici del Trono: furono questi il Cavaliere Ferrante, il Marchese Valva, il Vescovo Lodovici, i Magistrati Crescenzo de Marco, Vincenzo Marrano, e Vincenzo Jorio, e ad ognuno di essi fu dato un compagno nei giudizi.

Disposte queste cose, il Re, cu' era sempre stato sul Vascello Inglese, non sofferdolente se ne tornava in Sicilia; e con esso vi partiva Nelson, Hamilton, Acton e Castelcicala, e in Palermo giungendo; in testimonianza di rispetto e di esultanza per la totale conquista effettuita, furono date, dalla Città e da molti distinti particolari, magnifiche, e brillanti feste.

LXXXXVII. Rimasto Ferdinando in Palermo ritornarono con la Squadra nella rada di ‘Napoli Nelson ed Hamilton, ed in contemporaneo tempo giunse anche da Corfù l'Ammiraglio Russo Hoczakow con la flotta da esso dipendente; di modo che il Golfo per la quantità delle differenti navi formava spettacolo per quanto magnifico, altrettanto imponente. Fu allora che giunse da Palermo un dispaccio del Generale Acton in data del Settembre, col quale si manifestava al Luogotenente e Capitan Generale del Regno la seguente Sovrana risoluzione. «I gravi disordini accaduti in cotesta Città, e nelle Provincie del Regno che l’Europa tutta con raccapriccio ha mirato e con iscandalo universale delle persone oneste e sensate si sono rimarcati, ebbero poi come dovevano in breve tempo il loro fine dal potente braccio, e sagge misure prese dal Re N. S. oltrecchè da se stessi insussistenti mal fondati, e sostenuti unicamente dal vacillante appoggio dell'empietà, e della crudeltà, del rovescio delle leggi, delle rapine, e dell'anarchia; ma l' indispensabile avanzo di sì tristi eventi ha lasciate in cotesto Regno lagrimevoli circostanze, che a mali sì gravi non possono andare disgiunte.

Primachè esatta perquisizione de'  rei di tanti gravi delitti di lesa Maestà, e di tanti enormi eccessi contro la moltitudine de'  buoni ed onesti cittadini fatta si fosse al numero di circa ottomila carcerati, che già si trovano nella capitale esistenti, e prossimi a subire le rigorose pene inflitte dalle leggi; i processi dei quali appena iniziati annunziano il numero infinito dei correi, che strascinerebbero nelle carceri per subire il meritato castigo. Questo ammasso innumerabile di rei tutti gravissimi, e che le leggi assoggettano alla pena ordinaria han richiamato la sensibilità ed attenzione di S. M. che si è applicata a rinvenire un espediente il più confacente alle circostanze ed il più analogo alle sue pie intenzioni, ma le leggi comuni e quelle del Regno, delle quali non ne ha voluto alterare l’osservanza giammai, si sono presentate come ostacoli alle sue clementissime intenzioni reclamando in favor dell'osservanza delle leggi la Religione offesa, la Sovranità e l'onesto pubblico, che da maligni concittadini nel tempo dell'anarchia soffrì l'esacrande violenze, ma finalmente il sentimento del paterno amore che nudre il Re N. S. per i suoi vassalli, ha saputo trionfare sopra ogni ostacolo, e farlo risolvere ali espedienti assai plausibili, che vagliono a vendicare in parte la giustizia, a promuovere coi pubblici esempi la futura tranquillità de'  su»i popoli, ed a sottrarre minori rei dal rigor delle leggi; ed evitare una rigorosa e liturgica inquisizione, che completerebbe un ammasso di persone, e che condurrebbe ad un funesto ed assai lacrimevole esito, e. che non avrebbe fine se non che dopo parecchi anni; ha risoluto il Re dopo seria considerazione, che codesta Giunta di Stato per tutti quell'individui, che furono impiegati nei posti principali, che componevano il Governo dell'estinta sedicente Repubblica, il di cui reato non può non essere ignoto ad ognuno, vengano con sommario processo condannali da cotesta Giunta di Stato a tenore del rigore delle leggi; dispensando S. M. alla forma della Liturgia criminale, ed a quelle formalità giudiziarie che non alterano la verità, ed il fatto, et de mandato abbreviando i termini ad ore, senza che la Giunta si diffonda a rinvenire le pruove della moltiplicità dei rispettivi delitti. Per quei che già gli ha per rei di lesa Maestà in primo capite passi a  condannarli, onde così darsi fine più spedito alle processure, e l’esempio sia più celere pei commessi delitti senza trascinare con essi tanti altri rei, che dalle processare ne risulterebbero. In questa stessa classe, ed in questo stesso modo dovrà regolarsi la Giunta d| Stato per tutti gli altri rei fautori de’ seguiti disordini. Per quei che nelle loro stampe avessero osato parlare con poco rispetto delli nostri Augusti sovrani per quei parimenti, che nell’ingresso delle truppe del Re N. S. avessero preso le armi contro di essi, e che dalle finestre avessero buttato delle cose, che danneggiarono le truppe, ed il Popolo, che ad esso si univa per redimere dall’anarchia la patria: ed in fine quegli altri individui che nell’empietà siansi segnalati con sostenere la rovesciala repubblica e che resti a dubitare della loro empia condotta, siano anche costoro compresi ih questa prima classe e, condannati come si è detto per le altre precedenti; ben inteso che S. M. vuole prima di eseguirsi le sentenze esatta relazione, riserbandosi con suo sovrano potere ad emanare gli ordini, che stimerà conveniente colla sua somma giustizia ed infinita clemenza. —Quantunque altri sei dalle leggi assoggettiti venissero, alla pena ordinaria pure S. M. avendo riguardo alla moltitudine, e seguendo i stimoli del suo benigno animo, ha risoluto di esentarli dalla rituale inquisizione, ed in conseguenza ancora da quella rigorosa pena, a cui le leggi li vorrebbero soggetti. In questa seconda classe S. M. pone quegl’individui, che trovansi firmati nel libro della Sala Patriottica nel quale dichiararono con giuramento di voler sostenere la sedicente repubhlica o morire. Il Re per costoro quantunque colle proprie mani, caduta la repubblica, avessero per così dire segnata la loro sentenza di morte, pur nondimeno ha risoluto, che senza forma giudiziaria verificati i caratteri siano de mandato asportati per tutto il tempo della loro vita dai Reali Pontini; e che la giunta sommariamente decida sulla confìscazione de’ loro beni; e se per taluno la Giunta abbia motivo di riferire per qualche patente, e notarla eccezione, lo faccia parimenti, si regoli così la Giunta per tutti quegli altri rei che trovansi arrestati, i di cui reati siano di somiglievole peso dei suddetti procedendo per questi, di cui non esiste firma, con processo camerale e la testimonianza di un dato numero di persone, che enunciano i loro reati, e che per fama pubblica siano riputati come rei del depresso partito democratico; potendosi questi, per li quali vuole il Re, che si receda dalla pena ordinaria ed astraordinaria grave, decidere dalla Giunta,dove lo creda più confacente e speditivo de mandato, come si è detto, o per provista, come si usa da’ Magistrati criminali di Sicilia nelle condanne, che si fanno in vista de’ carcerati con tacita convenzione tra l’Avvocato fiscale, e l’Avvocato costituito dal Governo alla difesa de’ rei, ove recedendosi da tutte le liturgie, rinunciando il fisco tacitamente vai rigore delle leggi, ed il reo alle sue eccezioni si possa dal Giudice, ponderando il tutto, infliggere pena estraordinaria. —

Per tutti gli altri rei che non sieno in dette due principali classi compresi, vuole S. M. de mandato sieno esiliati da Domini della M. S. e che i di loro beni restino per ora sequestrati riservandosi ài suo sovrano arbitrio allorché sarà ristabilita universalmente la pubblica quiete, di abilitare ad un esame giuridico alcuni che si volessero assoggettare ed altri; ed altri a poter tornare alla loro Patria, quando colla loro buona condotta segni non equivoci della loro resipiscenza saranno per dare nei paesi stranieri, ove si condurranno ad abitare giacché in qualunque luogo essi fermano non lascerà S. M. di averne le più appurate relazioni. — Per tutti quelli che sona arrestati, e per i quali non vi sieno indizi ad carcerandum, vuole S. M. che senza ulteriori perquisizioni siano posti in libertà. Si riserba inoltre S. M. il Re a fare sperimentare in appresso, e senza ritardo gli effetti della sua Sovrana clemenza a tutti i non pochi rei che non trovansi dedotti in giudizio e che non sono nelle forze della giustizia. Per tutti gli enunciati rei, che debbonsi parte asportare, ed altri esiliare da’ domini di S. M. comanda il Re, che in caso di controvenzione siano soggetti alla pena di morte, e che venendo. ne’ suoi reali domini, chi gli dasse ajuto ed asilo, si senta incorso nella pena di relegazione in un isola da designarsi da S. M. per anni dieci. Quanto in nome del Re ho comunicato a Vostra Eminenza per li rei detenuti in coi està capitale, vuole. M. che si esegua per quelli delle provincie, dando gli ordini convenienti e corrispondenti ai Visitatori delle stesse, acciocché con eguale censura si diriggano. Vuole in fine S. M. che nei palesare sua Eminenza queste sue Sovrane deliberazioni a cotesta Giunta di Stato per l'esecuzione, che ne risulta, la ecciti a dirimere, e a passare sopra i piccoli ostacoli, che se gli potranno presentare nell’esecuzione, e dove de validi ed in superabili ne rimarchi? lo dica, proponendo il suo parere, e suggerendo ancora quanto altro stimi proporre, perché la giustizia faccia il suo corso spedito, il pubblico riceva de’ vivi esempi ed il regno resti purgato dei malintenzionati cittadini, e si metta fine alle turbolenze al più presto possibile, e rasserenarsi la pubblica tranquillità, nell’intelligenza, che su quanto potrà esporre la Giunta di Stato, Vostra Eminenza ne tratti nella Giunta di Governo acciocché sulle proposizioni, e pareri della Giunta di Stato, si uniscano quelli di Vostra Eminenza, e essa Giunta di buon Governo, onde S. M. con più chiarezza e serenità possa sovranamente risolvere e comunicare a Vostra Eminenza gli ulteriori suoi ordini.» ()

Per effetto delle suddette Sovrane risoluzioni varie discussioni furono fatte in Napoli, e molti dubbi vennero proposti dai visitatori delle provincie, e specialmente dal Giudice allora D. Carlo Pedicini Assessore del Vescovo Monsignor Ludovici Visitatore delle Provincie di. Principato Ultra, di Molise, di Capitanala, e di Trani, sostenendo, che non vi era reità di Stato nei Municipalisti di quelle provincie, perché erano stati eletti dal popolo; e che non si poteva procedere a sequestri ed a confische, se non che in forza delle sole sentenze di perduellione. Ed il Re approvando il parere dell’Assessore Pedicini, ordinò per punto generale che tutti i Municipalisti fossero eccettuati dalla inquisizione, ed i sequestri e confische restassero sospesi.

LXXVIII. Incominciavansi finalmente i giudizi, e l’esecuzioni. La Giunta di Stato congregatasi nel Monistero di Monteoliveto, o sia per mostra d’infaticabile zelo, sia per più grande orrore o spavento arrecare, nella notte giudicava, e scrivendo in ogni giovedì le sentenze pubblicava le il dì seguente per farle eseguire nel giorno di sabato. Per effetto di questo tribunale ebbesi le seguenti condanne, che io soltanto passo a classificare, e notare sotto ciascuna classe il numero dei sentenziati Prima Classe; Condannati a morte per delitti di Fellonia, alcuni ad essere decapitati, altri fucilati, ed altri impiccati; in tutto numero 105, dei quali 6 di essi, ottennero dalla clemenza del Re la grazia della vita; furono le condanne di morte eseguite da tempo in tempo per n. 99 Seconda Classe, Condannati al carcere loro vita durante n. 222 - Terza Classe; Condannati a diverse pene temporanee n. 322 - Quarta Classe; Condannali all’esportazione n. 288 - Quinta Classe; Condannati all’esilio, e sfratto dai Regno n. 67. in tutto 1004 gastigati. ()

Gli altri carcerati, ch'erano moltissimi; furono dalla Giunta di Stato mess’in libertà; ed è da notarsi, che  ad eccezione di quei 99. disgraziati i quali subirono l’estremo supplizio; tutti gli altri condannati nel 1801 ritornarono liberi a’ loro focolari.

In fine con tai fatti narrati in questa prima metà di una esposizione, e con molti altri, che nel prosieguo io farò palesi conosciuti tutti dalla più parte di coloro, che ancora tra noi tengono vita epperò oculari testimoni delle predette verità ragguagliate, evidentemente si è provato con argomenti positivi ed irrefragabili il doppio mio scopo propostomi; cioè, l’essere gli esteri, tanto nelle vedute particolari che negl’interessi delle nazioni la causa efficiente ed operativa di tutt’i nostri infortuni e discapiti di qualunque genere essi fossero stati; e l’abbattersi e distruggersi con disprezzo ogn’ingiusta sentenza che indossar ci si voglia da oltramontani detrattori. E non iscorgendo dopo un analisi di oprati riguardevoli permanenti e continui cause di derisioni e debbolezze pro nostro, osiamo ripetere per essi quella bella sentenza di Montesquieu, che il y a des choses que tout le mond dit parce qu’elles ont èté dites une fois. E quindi ardiremo rispondere, che ingiusta è la taccia di codardia alla nazione napolitana la quale trattando le prime armi dopo un mezzo secolo di pace si mostrò a nessuna seconda per disciplina e valore, e quando ebbe avversa la sorte come tante altre nazioni su i campi, resister seppe di sua propria volontà ai più agguerriti soldati della terra, imbaldanziti dall’ascendente della vittoria; e donò ad essi ed all’Europa intera il primo esempio delle popolari guerre.


Fine della 2.° parte e del Primo Volume

INDICE

DE' CAPITOLI DEL VOLUME PRIMO

VOLUME 1.° EPOCA 1.a PARTE 1.a

REGNO DI FERDINANDO IV.

CAPITOLO I

Stato dello scibile ne’ due Regni. — Divisione geografica del Regno intero: amministrazione della Capitale;formazione della Corte; governo; amministrazione de’ dominj continentali; suoi tribunali; sua finanza intera; sue fortificazioni. — Parlamento di Sicilia; Tribunale della Monarchia. — Idea della Feudalità in generale; applicazione di essa ai due Regni. — Miglioramenti nello Stato; morie di Caracciolo e di Pecchia. — Si fonda una colonia di artieri; idea di sua legislazione. — Varj matrimoni conchiusi nella Corte di Napoli, e viaggio dei Sovrani per Vienna per l’esecuzione di questi matrimoni; ritorno nella Capitale de’ Sovrani; morte di Antonio De Gennaro. — Manifestazioni di torbidi in Francia, come il nostro Regno li sente, e come gli altri Stati di Europa. — Invito della Corte di Napoli a quella di Torino ed alla Veneta Repubblica per formare una Italica confederazione. — Ingrandimento e miglioramento delle milizie navali e terrestre nel Regno. — Maggiori rivoltose novità succedute in Francia ed uccisione dei Sovrani Francesi; Reggente della Vicaria nel Regno. — Temporeggiamento di ostilità nella Corte di Napoli; arrivo di una flotta Francese innanti la Capitale. — Accettazione presso la Corte di Napoli del nuovo Ministro Francese Mackau; prima epoca di rivoluzionarie idee di Francia triti Napolitani. — Dimostrazione della popolazione di Napoli fatta al Re. Nascita di altra Principessa Reale. — Naufragio avvenuto in Gallipoli………………………….. Pag. 1


CAPITOLO II

Stato dell’Europa dopo la morte di Luigi XVI numero delle forze marittime e terrestre napolitane. — Collegazione del Re di Napoli con quello Inghilterra per concorrere allo scopo di tutte le Potenze. — Si pone ad effetto la lega d’innanti detta: il Ministro di Francia parte da Napoli: naviglio e truppe napolitane a Tolone. — Operazioni fatte da’ napoletani co’ Collegati in detta Piazza. — Altre operazioni degli stessi, fine della spedizione e ritardo delle truppe pel Regno, morte di Monsignore Kalefati. — Si manifestano viemaggìormente tra i napolitani le idee rivoltose di Francia. — Irrisolutezza gittata nelle menti dei molti, e solida consistenza acquistata da’ novatori. — Differenze tra la Corte di Svezia e quella di Napoli. — Terremoto in Calabria ed in Sicilia: ciuziope del Vesuvio. — S'invia verso il confine un corpo di truppe, disposizioni per supplire alle spese per la guerra. — Si scopre in Napoli una congiura. — Si forgia una Giunta di Stato: molti corsari infestano il Regno. — Si scioglie la Giunta di Stato predetta, e se ne forma una nuova. — Altro quadro delle truppe napolitane. Morte di Filippo de Martino, e del Marchese Giuseppe Palmieri. —Nella Sicilia accade anco una rivolta: gesta delle navi napolitane unite alle inglesi: si invia pella Lombardia un corpo di cavalleria. — Il Vescovo di Mileto ricorre al Re per ottenere provvedimenti atti a migliorare lo stato della Provincia tutta: disposizione del Sovrano pel bene di quella. Morte di Saverio Mattei……………………. Pag. 44


CAPITOLO III

Napoleone Buonaparte al Comando dell armata d’Italia: cenno sulla nostra cavalleria spedita in Lombardia. — Pensamenti di Buonaparte sul Regno di Napoli. —Invito fatto da Ferdinando alle popolazioni per l’aumento delle forze del Regno; e come questo accetto. —Attaccamento della popolazione ai propri Sovrani si cerca dal Governo congiungere le armi spirituali alle temporali pel buon fine della guerra. —Il Re si porta all’Arcivcscovado per pregare l’Altissimo per la sopraddetta causa; prammatica di rigore emanata contro i nemici interni da valere lino à nuovo ordine. —Partenza del Re per gli accantonamenti; invio di un messo al campo di Buonaparte per sospensioni di offese. — Il messo passa a Parigi per trattare di pace definitiva; lettera del Direttorio a Buonaparte, altra di Buonaparte al Direttorio. — Trattato di pace conchiuso tra il Regno delle due Sicilie e la francese Repubblica. — La Cavalleria napolitana si ritira dalla Lombardia; matrimonio del Principe Ereditario. — Il Marchese del Gallo Ministro napolitano alla Corte di Vienna, cerca vantaggi per la sua Corte. —Organizzazione dell'armata napolitana. —I francesi si avanzano nello stato Pontificio; il Re Ferdinando si dispone di nuovo alle armi: si riconosce dalla Corte di Napoli la Repubblica Cisalpina. Morte dal Marchese Stefano Patrizj……………………………. Pag. 87


CAPITOLO IV

Istruzioni del Direttorio a Buonaparte, parte di una lettera del io Ottobre. Morte di Francesco Milizia. — Spedizione di un. armata Francese per l’Egitto; s’impossessa questa dell’isola di Malta. — Vengono dalle truppe napolitane occupati tutt’i forti punti ai confine del Regno: è spedito alta Corte di Napoli dal Direttorio francese l'Ambasciatore Garrat per protestazioni di amicizia. — Richieste di Berthier fatte al nostro Governo; come queste accette: nuove disposizioni sull’intrapreso sistema di guerra. — Dispiacenze. del Direttorio per le vedute difensive di Napoli: Lacombe San Michel presso il nostro Governo in luogo di Garrat. — Analisi su de’ Generali di Napoli; se ne chiede all’Austria uno, che invia Mack: turbolenze contro i francesi in alcuni paesi della Sicilia, — Macchinazioni Inglesi contro la Francia: molti accusati di reato di Stato ricevono la libertà; innocenza di De Medici. Vanni. — Trattato conchiuso con l’Austria sulle vedute ostili. — Altra lega pel medesimo oggetto si conchiude con l’Impero Russo. — Lo stesso si fa con l’Inghilterra. — Con la Porta Ottomana. — Cause che affrettano il movimento delle truppe: discorso dell’Intendente dell Esercito Ariola non accetto: motivi per cui l’Inghilterra fomentava in Napoli le ostilità: scovamento di attentato contro il Governo in Calabria………………………..  Pag. 119


CAPITOLO V

Re Ferdinando dimanda ai francesi varie cose, e negativa risposta di questi: manifesto del Re ai suoi popoli— Disegno del Mack in questa campagna, spartimento dell’esercito di operazione, e movimento di esso. — Biasimevole piano di guerra da Mack ideata. — Condotta tenuta da questo Generale nel tempo della marcia — Avvenimenti in Roma per l’approssimarsi dei. napolitani, piano di difesa dei francesi. — Disposizioni date dai francesi in Roma ed altri avvenimenti colà succeduti — Il Maresciallo Micheroux e suo malinteso guerreggiare: ritirata di De Gambs. — Il Colonnello San Filippo e sua ostinazione. — Il Corpo del centro si avanza; il Principe di Sassonia è ferito ed il maggiore Codio esce di vita onoratamente per le ferite riportate. —Il Maresciallo Moetsch, ed equivoca di lui condotta. — Del conte di Damhs e sua bella ritirata in Orbetello. — Damas invita il Generale Naselli ad unirsi seco lui per attaccare i Francesi alle spalle; accordi fermati tra il Damas ed i nemici. — Ritirata della colonna centrale; il Brigadiere Barone, il. Brigadiere Pignatelli di Morsico, casi che disordinano questa ritirata. — Si raccolgono delle, truppe presso Capua per opporle al nemico. — Tumulti nella Capitale; uccisione di Alessandro Ferrerà, arrestò del Maresciallo de Arìola, si persuade il Re a riparare in Sicilia: fuga da Napoli dell’Ambasciatore francese. ……………………………………… Pag. 145


CAPITOLO VI

Partenza del Re e della Real famiglia per Palermo: il Capitan Generale Pignatelli Strongoli è nominato Vicaria del Regno di Napoli — Stato della Capitale alla partenza del Re: formazione di una Guardia civica per la pubblica sicurezza, si fanno di questa i soli al lista menti: inazione del Vicario-generale etichette di queste col Corpo di Città di Napoli—Cause che aumentano nella popolazione della capitale gl’incominciati dissapori: maggiori disgusti tra il Vicario ed il Corpo di Città— I francesi si avanzano nel Regno, si rendono padroni della piazza di Ci vitella del Tronto e. di Pescara—Negli Abruzzi e nella Terra di Lavoro si accende aspra guerra nazionale contro i francasi La. Piazza di Gaeta è data ai francesi — Le genti della Repubblica attaccano Capua e ne sono respinte: azione di Caiazzo con cattivo successo dei repubblicani: infelici condizioni di questi. — Il Vicario tenta a mal proposito un armistizio col nemico, che viene accettato; si consegna ai francesi la piazza di Capua. — Considerazioni sul con chiuso armistizio. — Operazioni dei francesi per sedare le popolazioni insorto contro di loro. — Le circostanze di Napoli peggiorano: tumultonato nella Capitale per l’arrivo iti essa del Commessario francese Arcambal: la guarnigione è dissarmata dalla plebe; le. carceri sono aperte; la plebe occupa Castelli e si arma. — Il Generale Mack fugge nel campo francese, ed è in seguito arrestato per ordine del Direttorio di Francia: l'armata napolitana totalmente si scioglie; avvenimento di Aversa. Il disordine giunge al più alto grado nella Capitale. …………………………………………………………………. Pag. 184


CAPITOLO VII

Championnet si avanza sulla Capitale; il popolo grida il Principe di Moliterno per suo Capo, il corpo di Città continua tale scelta ì pericoli corsi dal Pignatelli; fuga di questo in Sicilia e sua carcerazione. — Disposizioni emanate da Moliterno pel pubblico bene. Scaltra condotta degli amici della repubblica. di Francia: si invia da’ napolitani una deputazione a Championnet onde venire a moderati espedienti, negativa risposta di questo. Con astuzie si occupa il Castello Sant’Elmo dai sediziosi, carcerazione di Luigi Brandi sotto comandante di esso. — Il popolo ogni autorità disprezza e crea per suoi capi due personaggi di niun conto; si dispone a resistere ai francesi: uccisione del Duca della Torre e di Clemente Filomarino suo fratello. — Svaniti gli umani rimedi ai celesti si ricorre per rivedere la calma nella Capitale; Moliterno si concilia novellamente col popolo; questo si avanza contro i francesi, affrontarci le due parti ed una mischia assai ostinata ne nasce: cattiva condotta del Generale napolitano de Gambs — Stato del Regno intero nell'avanzarsi i francesi presso la Capitale. considerazione sulla invasione del Regno fatta da’ francesi. — I sediziosi di Sant'Elmo mandano a Championnet una deputazione onde invitarlo ad entrare in Napoli: altra deputazione mandata da Generali Moliterno e Roccaromana al corpo di città di Napoli, lettera in risposta. — Championnet si avanza verso Capodimonte e vi si stabilisce; Kellermann prende possesso di. Sant’Elmo, indi scende verso la Capitale. — Aspro combattimento avvenuto a porta Capuana. — Altro combattimento succeduto a Furia; il palazzo Solimena è minato da’ francesi. I francesi si avanzano nella Capitale, e sono aiutati dai loro amici; si pone a sacco il Palazzo Reale dai lazzaroni: la calma in Napoli succede… Pag. 219


VOLUME 1.° EPOCA 2.a PARTE 2.a

REPUBBLICA PARTENOPEA

CAPITOLO I

Il Generale Championnet cerca di conciliarti col popolaccio; pubblica un editto. — Nomina un provvisorio governo: confirma Moliterno e Roccaromana nelle loro cariche; bando fatto da questi: istallazione del nuovo reggime; municipali di Napoli; Championnet in un discorso alle genti riunite in S. Lorenzo. — Nuova divisione del Regno e della Capitale; si dà a ciascuna parte del governo quell'ufficio che le riguarda. — Lusinghe dei novatori: nuove leggi, il debito pubblico è detto debito della nazione; abolizione del calendario Cristiano e sostituzione di quello Repubblicano, idea di questo. — Si spediscono dal Governo nelle provincie dei commissari repubblicani; altre emanazioni; la Costituzione della Repubblica è compilata, ma non si bandisce; condizioni niente felici pel nuovo governo. — Championnet chiede al Governo provvisorio il denaro pattuito nell'armistizio; operazioni pel pagamento di esso e disgusti: severo ordine di disarmo. — Abolizione della nobiltà ed altre istituzioni; penuria di grano nella Capitale; arrivo in essa di una commissione mandata dal Direttorio di Francia, la quale è cacciata militarmente da Championnet. — Stato delle Provincie nella corrente epoca. — Avvenimento fortunato nella Puglia a svantaggio della nascente Repubblica; vari paesi della Calabria restano fedeli al legittimo governo…………………………………………………………………… Pag. 257


CAPITOLO II

Corte di Napoli manda nelle Calabrie il Cardinale Fabrizio Ruffo per secondare, il movimento di quelle popolazioni a suo favore. — Diploma consegnato dalla Corte al Ruffo. — Prime operazioni dei Ruffo in Messina, non coronate da buon successo. — Felice arrivo di esso in Calabria e fermento di quei popoli. — Prima organizzazione dell’armata del Ruffo detta della Santa Fede. — Nuova esortazione alle popolazioni calabrese. — La città di Monteleone torna alla parte del Re. — L’armata della Santa Fede ricevendo miglioramenti snella sua organizazzione cambia il nome in quello di Armata Cristiana. — Avvenimenti in Monteleone, uscita dell’armata da quella città: molti paesi e terre della Calabria si rendono al Re ancora. — Le città del Pizzo e di Maida, non che altri molti paesi nel golfo di Policastro si restituiscono alla parte Regia. — Casi avvenuti in Catanzaro nel tempo del suo cambiamento di reggime, e disposizioni date dal Ruffo per tranquillizzare la città: altra lieta nuova Ruffo riceve. — Blocco di Cotrone invito e promesse fatte ai sediziosi di quella città dal Parlamentario regio, onde al dovere di sudditi tornassero, ostilità seguite, presa della Piazza e cattive conseguenze di questa. — Diserzione nell’armata del Ruffo; disposizioni pel buon ordine in Cotrone; il Cardinale viene insidiato della vita, e niuna riuscita di questa insidia; l’armata si riorganizza, si prende cammino per la Calabria Citeriore. ……………………………………………… Pag. 287


CAPITOLO III

Le condizioni della Repubblica peggiorano: sì risolve dai Capi di quella di porre a morte il Ruffo: sì cerca al Generale dì Francia soccorso. — I francesi fanno due spedizioni unitamente ai repubblicani napolitani una per la Puglia e l'altra per la Calabria: del Conte Ettore Carafa di Rovo, e di Giuseppe Schipani: si discorre della spedizione della Puglia diretta da Duhesme ed accompagnato da Ruvo la città di San Severo è presa da questi. — Championnet ha ordine dal suo governo di lasciare il Comando delle armi francesi nel Regno di Napoli e di recarsi in Francia: Macdonald in sua vece: lettera di Championnet al Provvisorio Governo Partenopeo. — Faipoult di nuovo in Napoli: i francesi nelle Puglie acquistano altre terre. — Dopo forte resistenza la città di Andria cade in potere dei francesi. —Assalto, e presa di Trani: altre città subiscono, poco dopo, una pari sorte: Bouquechampe è fatto prigioniero nel Castello di Brindisi. —Invalido guerreggiate dì Schipani mandato a frenare il movimento dei calabresi p i francesi vanno in soccorso di esso e ne sono del pari battuti. — I opalizzati di Sicilia si rendono padroni d’Ischia e Procida; di Caracciolo e sua impresa non secondata dal vento, Castellamare in potere dei coalizzati, i francesi gli scacciano di colà. …. Pag. 325


CAPITOLO IV

L’armata cristiana prosiegue la marcia: il Vescovo di Cariati è chiamato all’armata: gl’inglesi sbarcano nella Calabria molti servi di pena, disordine perciò, vi si rimedia dal Ruffo; Panedigrano è preposto a loro Capo: fucilate tirate al Cardinale: arresto di Malena e Marrazzo. — Editto del Ruffo pubblicato in Corigliano. — Lieti nuove riceve il Cardinale dal Comandante la Crociera inglese, e da Monsignore Ludovici: le genti di Panedigrano sono inviate verso il golfo di Policastro: l’armata cristiana abbandona Corigliano e si porta verso il solfo di Taranto. — L’avanzarsi delle genti del Ruffo mette all’obbedienza del Re varie terre della Basilicata e della Puglia; il De Cesare ricomparisce in campo novellamente; lettera del Re resa palese dal Cavaliere Micheraux.

Dispiacenze del Ruffo pel procedere del Micheraux, ravvedimento di questo: l'annata cristiana giunge a Matera De Cesare vi porta rinforzi; operazioni de’ repubblicani di Altamura; si mette il blocco a quella città, e vi si spedisce dal Ruffo parlamentatario. — I comandanti repubblicani di Altamura fuggono in Napoli; grande scoppio di fucilate in quella città; riconoscenza fatta della porta detta di Matera; si appicca il fuoco a quella; si prenda la città ma non la popolazione; casi avvenutivi. Altre piacevoli nuove riceve il Ruffo. — L’Armata Francese si accampa in Caserta; manifesti del Generale Francese diretti alle genti della repubblica partenopea. — Ultimi sforzi di Macdonald a prò della repubblica l'armata francese si avvia verso Roma, avvenimenti in quella marcia………………………………… Pag. 346


CAPITOLO V

Proclama del Governo Provisorio per entusiasmare le popolazioni a pro detta Repubblica: niuna riuscita di ciò; nuovi rigori e carcerazioni; si chiamano i cittadini in difesa della patria —Si forma una truppa di sicurezza, come, ed in qual modo organizzata e vestita. — Altre piacevoli astrazioni per gli amatori di repubblica: il Governo francese opera cangiamenti nel Governo partenopeo: di Abrial Commessario francese e del suo placido procedere. — Si provvede al sostentamento della plebe; si cerca formare una truppa regolare si di terra, che di mare; del Capitano di Vascello Caracciolo e di alcune sue fasi. — Si formano scuole patriottiche: l’Arcivescovo di Napoli, Scilla, pubblica una circolare a tutti i repubblicani contro del Cardinale Fabrizio Ruffo: si apre una sottoscrizione per supplire ai bisogni della cassa militare. — Dette truppe russe sbarcano a Manfredonia e ai recano a Montecalvello; Foggia si dà alla parte del Re. Una schiera di realisti si reca in Ariano per combattere i nemici che si avanzano su di quella città. — Dal Gran Visir ai mandano inviati, per tener fermo il patio dei soccorsi a darsi: segue 1 armata il camino: disposizioni che si danno per questa marcia. Pronio dagli Abruzzi spedisce un messo di Ruffo onde ricevere istruzioni per accordarsi nelle operazioni a danno detta Repubblica. — In Napoli dal Governo repubblicano si cerca nascondere lo sbarcò dette gente russe avvenuto ili Manfredonia, epperò dagli amici del Re si mandano messi onde chiarirsene: giunge all’armata Cristiana provveniente da Palermo D. Scipione della Marra recando una bandiera ed una lettera diretta ai bravi calabresi. — Seguendo la marcia il Ruffo, per dove passa le città volentiermente si mettono alla parte del Re: di Roccaromana e della commissione ricevuta. — Lievi disordini in Avellino: altra lettera del Re al Ruffo: l’armata si felina a Noia, la raggiunge un distaccamento di truppe turche.


CAPITOLO VI

Stato della Capitale e sue adiacente, congiure scoverte in essa, dispiacenze per ciò. —Insufficiente entusiasmo repubblicano, il governo della repubblica è in trambusto. — Altre esaltazioni repubblicane. — Manthoné riceve il carico di disporre militarmente la difesa della repubblica, ordinamenti dati da queste; relazione di alcune imprese de’ repubblicani. — Il Cardinale si muove da Nola e si dirige verso Napoli. — Manthonè esce in campo; bell’azione dei repubblicani; Manihonè ritorna frettoloso nella Capitele perche battuto, agitazioni e fermenti in questa. — L’armata regia segue la sua marcia; presa del Forte del Granai citò. — Il Castello di Viviena è mandato in aria dai proprj difensori, perché vinti. — Battaglia col vantaggio dei regi. — Operazioni dei repubblicani, operazioni dei regi; lettera di Manthoné a Schipani caduta nelle mani del Ruffo; disposizioni emanate per ciò. — Tutto si dispone presso del Ruffo per sostenere l'attacco: rapporto dell’Ispettore della Guerra al Cardinale; ordinamenti di questo contro Schipani e loro felici successi. — II. popolaccio della Capitale si vendica delle offese ricevute dai patriotti: estraordinario terrore. in Napoli. — Dispiacenze nella Capita le, dispiacenze nel campo del Ruffo; lettera autografe di Ferdinando al Rutto, traduzione di altra lettera di Lord S. Vincent a Nelson in comprava della precedente. —Manifesto pubblicato in Sicilia per infiammare quelle popolazioni contro i francesi, lo stesso si fa palese anche nel Regno continentale. — Corriere giunto da Palermo. al Rullo; mezzi usati dal Ruffo per capitolare con i nemici, ninna riuscita di questi; operazioni militari eseguite dai regi dentro la Ca pitale. — Lettera del Ruffo al Re per indurlo a ritornare sollecitamente nei dominj continentali…….. Pag. 408


CAPITOLO VII

Spavento in Napoli per la contrarietà delle due parti, varii combattimenti. Il Ruffo in unione del Marchese Si mone iti cercano mezzi per far cessare quelle sventure: creano una giunta di Stato onde punire. per legge i cospiratori ed i perturbatori dell’ordine; indulto a tal uopo — Si cerca formare il nuovo Governò: batterie erette contro il castello Nuovo: Micheroux va a parlamentare con Massa, che comanda quel forte, e risposta di questo alla fatta dimanda — Due forti scontri avvenuti l'uno a Chiaja, e l’altro a Pizzofalcone tra le nemiche parti — Il Castello Nuovo è stretto viemaggiormente, il comandante dimanda parlamentare, e come questa dimanda è accetta; conseguenze di questa dimanda — Risolate disposizioni del Ruffo; convenzione fatta nel Castello Nuovo segnata dal Ruffo, dal Micheroux, dal Foothe, da Baillie, da Acmet, da Massa e da L’Aurora—Contento generale per la fatta convenzione. Giunge nel golfo di Napoli la flotta Inglese comandata da Nelson; esso dissaprova la convenzione già detta. Il Cardinale visita l'Ammiraglio, cordoglio del Ruffo nell’insistenza dell’Inglese — Indignazione di tutt’i contraenti Regi contro quella risoluzione dell’Ammiraglio: lettera scritta a Massa dal Ruffo e risposta — Risoluzioni prese nel Castello dell’Ovo e come quest’effettuite: disordini di bel nuovo nella Capitale; deciso linguaggio del Ruffo al Nelson e risposta maliziosa — La convenzione viene apparentemente approvata dagl’inglesi. Consegna del Castello dell’Ovo e come questa eseguita — Caduti due forti dell’Ovo, e Nuovo nelle mani dei Regi, vuole il Ruffo sollecitare la resa di Sant’Elmo. Tre reclami dolenti a firma. di Albanese a Ruffo diretti Rapporto fatto dal Conte di Thurn al Ruffo sulla morte di Caracciolo, circostanze di questo avvenimento — Difesa ed attacco del Forte Sant’Elmo; pensieri di Mesea comandante il forte, e risposta; capitolazione del detto forte circostanze nel porsi ad effetto questa capitolatone…… Pag. 450


CAPITOLO VIII

Operazioni fatte innanti la piazza di Capua—Capitolazione di essa e dì Gaeta—Ferdinando da Palermo giunge nel golfo di Napoli, come accolto. Dimostrazioni fatte al Re dal Ruffo, da Nelson e da Amilton sulla convenzione; effetti che producono—Operazioni sulla rottura della capitolazione—Interno governo come organizzato— Reali Segreterie —Giunta di Generali — Alte disposizioni date, il Re ritorna in Sicilia — Dispaccio del Generale e Ministro Acton — Supplizi! come classificati—Considerazioni.

INDICE

DELLE FIGURE

VOLUME 1.° EPOCA 1.a PARTE 1.a

Ferdinando Ipag. 1
Medaglia coniata in occasione della Campagna di Lombardia pag. 111

VOLUME 1.° EPOCA 2.a PARTE 2.a

Cardinale Fabrizio Ruffopag. 357
Moneta della Repubblicapag. 411
Fac - simile A pag. 463
Fac - simile B pag. 467
Fac - simile Cpag. 473





























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