Eleaml


PROTESTA del consigliere NICCOLA NISCO

AL CONSIGLIO GENERALE DEL BANCO DI NAPOLI

FIRENZE - TIPOGRAFIA EREDI BOTTA - 1867

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Eleaml - Agosto 2015


Mi proponeva intervenire al Consiglio generale, ora che l’aggiornamento della Camera mel permetteva, per discutere, anche coi miei nemici, e nell’interesse del Banco, non mio personale, le ragioni e le cagioni che determinarono il Consiglio d’amministrazione all’atto del 26 aprile. Ed in tale modo operando, stimava compiere atto di estremo sacrifizio ‘verso un istituto di credito, pel quale la presente condotta dei suoi amministratori mette in maggiore evidenza quanto ho fatto per elevarlo in grandezza e prosperità.

Ma poiché, senza chiedermi schiarimenti, senza sentirmi, senza avere verso di me quel riguardo dovuto, secondo un vecchio aforismo forense, anche verso del diavolo, la Commissione è passata dall’esporre i fatti a formulare un giudizio, pubblicato dal giornale soldato del Banco, L’Avvenire, io non posso, né debbo seguire il mio primo proposito, e sono obbligato di presentare al Consiglio generale protesta motivata, la quale domando che venga letta. e trascritta nel processo verbale, e Sulla quale chiedo, in nome della giustizia, della probità e dell’onore, che, capo per capo, deliberi il Consiglio medesimo.

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Sono sicuro che la maggioranza dei miei onorevoli colleghi voglia accogliere coteste mie domande, e voglia prendere in seria considerazione i fatti che con calma e verità andrò nei seguenti paragrafi svolgendo, e su cui sono pronto a dare, occorrendo, tutti gli schiarimenti e tutte le prove che mi saranno richieste.

I.

Il signor Turchiarulo, appoggiato dal direttore generale Colonna, formulava in un ordine del giorno un atto d’accusa contro di me: e di aver abitato parte di un quartiere appigionato e mobiliato pel Banco; e di aver fatto uno sconto di 500 mila lire alla provincia di Firenze; e di aver ecceduto i limiti fissati nelle operazioni di sconto; e di avere stabilito un conto corrente colla società delle ferrovie romane al 3 12 per cento, mentre l’interesse fissato era al 2 12; e di non aver eseguito gli ordini dell'amministrazione centrale, e, aspirando all’indipendenza, aver creato un dualismo pel quale era impossibile amministrare.

Su quest’accusa fu nominata una Commissione d’inchiesta per verificare cotesti fatti, affinché il Consiglio avesse potuto deliberare se l’atto del 26 aprile dell’amministrazione centrale fosse stato dettato dall’interesse del Banco secondo le comuni regole di giustizia e di convenienza, o per bassi motivi di personalità e per conservarsi in ufficio coloro che l’operavano.

Con incredibile sorpresa la Commissione d’inchiesta venne nominata coi voti di quegli stessi membri del Consiglio di amministrazione, a cui precipuamente importava che l’accusa formulata dal signor Turchiarulo venisse riconfermata; sicché necessaria conseguenza di cotale votazione fu la nomina del Turchiarulo a commissario.

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Neanche nei tribunali dominati da uno Speciale l’accusatore si è fatto mai giudice! Offenderei il maggior numero dei miei colleghi, se su siffatto argomento mi fermassi. Ricordo soltanto al Giorello gli elogi da lui fatti, con lagrime di gioia, della mia generosità, allorché a sua premura invitava il Turchiarulo a favorire a casa mia ad un colloquio di amici, e gli ricordo pure che è depravazione di cuore, non piena di affetto, quella che spinge a lodare l’amico in fortuna, e poi a scagliargli pietre per calcolo quando si crede caduto. In quanto a me, ringrazio Iddio che mi procura simili vantaggi sui miei nemici.

II.

Infatti l’opera della Commissione risponde perfettamente alla sua origine. L’inchiesta, la quale doveva cominciare con domandarmi schiarimenti verbali o scritti, e sulle accuse articolate dal signor Turchiarulo nel suo ordine del giorno, e sui nefandi pettegolezzi creati da spirito iniquo e maligno, e sulle cose da me esposte coll’appoggio di testimoni e di documenti, finisce con una conclusione di censura, senza neanche rivolgermi una domanda.

Anche la santa inquisizione cominciava a compiere il suo procedimento con l’interrogatorio dell’accusato. Anche quando io sono stato vittima delle calunnie di un Zervalino, de’ miei principii e delle ire borboniche, sono stato sempre dagli agenti di quel Governo, sgherri o magistrati, intervocato ad ogni nuova calunnia o accusa e prima che il famoso procurator generale Angelillo facesse la benevola richiesta del mio capo, e poscia in precedenza del giudizio fui costituito innanzi alla Corte, avvegnaché straordinaria e speciale, per dare i miei discarichi o gli articoli a difesa.

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All’abile relatore della Commissione non potea sfuggire la gravità di cotesta negazione ad ogni principio di onestà. e di giustizia, ed ha cercato di affogarla sotto la frase di non sentire di persona chi era maggiormente interessato all'inchiesta per dovuti riguardi, e perché nel potea (1).

Non so davvero quale specie di riguardo sia cotesto di conchiudere una inchiesta con provocare una censura contro colui che per riguardi dovuti si scrive di non sentire, avvegnaché si afferma di essere all’inchiesta egli maggiormente interessato!

E poi perché nol potea? La Commissione sarebbe stata senza colpa, qualora io, richiesto per scrittura, non avessi risposto, o invitato a presentarmi di persona, mi fossi rifiutato.

Anzi il commendatore Aveta si ricorderà che avendolo io incontrato per le scale della Camera, risposi con affetto e benignità alle Sue scuse di aver accettato il doloroso uffizio; e poi, appunto per aprir la via alle interrogazioni ed a’ schiarimenti, gli scrissi lettera rimettendogli copia delle ricevute di pagamento del 2 aprile fatto allo Scardigli da me per tutti quegli oggetti con inconcepibile empietà riportati nel documento n° 5 come rinvenuti mancanti in casa (2), quasi che io nel lasciare il Banco li avessi meco trafugati!

Né può aver dimenticato il Commendatore Aveta che in questa lettera, con accorta previdenza mandatagli nelle proprie mani per mezzo di un amico, io gli scriveva, che sarei andato a vederlo, se una mia visita non avesse destati sospetti negli immaginosi miei nemici, e che appiè pagina delle ricevute rimessegli notava di conservare presso di me gli originali.

(1) Pagina, 2 della, relazione, § 11.

(2) Pagina 12 dei documenti documento n. 5.

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Io adunque non ho dato verun argomento da farmi credere astioso, non hd mancato neanche ad aprir la via ad esser dimandato di schiarimenti, ed ho voluto pure evitare che i miei inquisitori fossero tratti in inganno dai calunniatori.

Laonde il non interrogarmi, il non comunicarmi i carichi per dare i discarichi, il pronunziare su me un giudizio senza sentirmi, è fatto che per onore del mio paese natale e del Banco vorrei non fosse avvenuto: è un premeditato assassinio morale, innanzi al quale un uomo che si rispetta protesta, ma non si difende, e ne lascia la responsabilità a coloro che son chiamati a valutarlo.

III.

Né soltanto la giustizia, l’onestà, il decoro, i documenti da me mandati in copia al commendatore Aveta imponevano alla Commissione di richiedermi spiegazioni e chiarimenti. Ma era a ciò costretta dalla dichiarazione del Gambardella, il quale dice che il preventivo Originale dei lavori e somministrazioni approvato con deliberazione del 23 gennaio del Consiglio di amministrazione era stato a me consegnato, essendomi necessario per farmi consegnare dagli intraprenditori i lavori pattuiti (1); perciocché il più volgare buon senso comandava che io fossi richiesto ad esibire cotesto preventivo originale.

(1) Pagina 10 della relazione pagina 31 documenti.

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E tanto era maggiore cotesta necessità, in quanto la dichiarazione del Gambardella conferma il seguente tratto del mio memorandum (1): «...il preventivo originale con la firma Scardigli mi fu consegnato dal segretario del Consiglio signor Gambardella.»

Ma la Commissione anziché invitarmi a. presentare cotesto preventivo originale per leggere se davvero erano in esso notate (stanza n. 10 padronale) tappeto, armoir à glace, tavolini da notte (stanza n‘ 11), tavolino da notte, letto di ferro, specchio a toilette, ecc., e quindi logicamente conchiudere che parte della casa doveva servire per uso di mia abitazione, riconosce che nella copia trovata nello incartamento vi erano appunto segnati letti, toilette, tavolini da notte, ecc. che avrebbero accennato ad uso e servizio di abitazione privata, non già di pubblico Banco, però soggiunge, che non potevasi assegnar valore a questa copia informe (2).

Né qui si arresta. Invece di ricercar l’originale, che sapeva trovarsi, per dichiarazione di Gambardella e mia, presso di me, interpella il direttore generale Colonna ed i componenti del Consiglio di amministrazione su cotesto argomento, i quali, avendo eccepito ad appoggio della deliberazione del 26 aprile il motivo di essermi insediato arbitrariamente ad abitare nella casa del Banco, necessariamente, per non dichiararsi da sé calunniatori e bugiardi, dovevano respingere ogni idea di aver mai approvato spese estranee all’ammobigliamento della sede di Firenze (3). Anche un’assemblea composta degl’innocenti seguaci di papa Celestino potrebbe non essere colpita da cotanta brillante parzialità? La smania di trovarmi reo era abbastanza esilarante!

(1) Pagina 11 Memorandum al censore centrale.

(2) Pagina 10 della relazione.

(3) Pagina 11 della relazione.

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E se cotesto preventivo originale mi avesse richiesto, la Commissione avrebbe trovato che precisamente la spesa per la mobilia, compresi i letti, tavolini da notte, armoir, ecc. era la dichiarata dal Colonna, per guisa che avrebbe evitato due gravissimi mali: quello di arzicocolare sopra supposizioni, mentre poteva avere innanzi agli occhi la realità: quello di sostituire le supposizioni false ai fatti veri, quasi io fossi carogna di un cane da menarsi impunemente in un letamaio.

Vi aggiunga poi che la Commissione, che con studio e scrupolosità ha formato un grosso quaderno di allegati, composto da dichiarazioni di uscieri e d’impiegati, non ha rapportata quella del cavaliere Carlo Gallian, il quale, chiamato dalla Commissione, onestamente dichiarò, che nel preventivo compilato alla sua presenza con lo Scardigli eranvi letti, tavolini da notte, ecc. ; che lo Scardigli era appaltatore destinato dal direttore generale Colonna; che tutta la mobilia fu eseguita sotto i suoi ordini; che quando io arrivai a Firenze la casa era completamente fornita; che da me nulla di nuovo era stato ordinato, che io avevo dalla nota escluso tutto quanto non trovavasi nel preventivo originale, ed era proprio di uso della mia famiglia, e lo aveva pagato di mio danaro. Perché il commendatore Aveta, nel far cenno a pagina 15 della sua elaborata relazione del cavaliere Gallian, non ricorda cotali fatti che spandevano proprio una luce di sole su tutto il ginepraio delle calunnie per la casa?

Anzi, se io fossi stato interpellato dalla Commissione, l’avrei pregata d’essere cortese d’invitare il cavaliere Gallian a presentare fra gli altri documenti, le lettere uffiziali del Colonna, colle quali inviavagli la somma di lire 12,000 si per pagare il semestre dell'appigionamento della casa, che per dare anticipazioni all’imprenditore Scardigli.

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Infine, stando ancora sull’argomento dei mobili, si può onestamente spiccare anche una insinuazione di averne portato via alcuni del Banco, senza sentire lo stimolo, il bisogno di coscienza di domandarmi la ragione e la cagione di non trovarsi nella casa del Banco gli oggetti notati nel documento n° 5?

Nel leggere quel tratto tutto fiele a pagina 16 in cui dicesi, che sonosi trovati mancanti mobili pel valore di lire 866 25 non sono stato mosso da ira, ma bensì da ammirazione profonda. La risposta era semplice, qualora fossi stato interrogato: avrei presentato le ricevute del 2 aprile delle somme pagate allo Scardigli precisamente, secondo dianzi ho detto, per cotesti oggetti, che per conseguenza eran miei. Cotali ricevute, che, la Dio mercé, originalmente conservo sono tre: una di lire 21 30 per i 12 piatti bianchi, sei scodelle, sei chicchere, ecc. : una di lire 650 per due materassi, due traversini, due sacconi elastici, ecc. una di lire 468 per un letto di ferro per la cameriera, con coltre imbottita, un bidet, una spugna fine, due ponchetti di ferro, e poi dal tostino da caffè sino al forno da campagna. Avrei pure potuto presentare per edificazione della Commissione le ricevute del Ginori, del Tantini e di altri per molte centinaia. di lire da me spese per servizio di porcellana da tavola, da the, da caffè, per cristalli, per vassoi, ecc. Soltanto manca un tentone di mussola con rideaux, perché fu consumato dalle fiamme spente dagli uscieri e da due guardie di sicurezza pubblica.

Con tali documenti alla mano che mi resterebbe a fare di fronte a tali calunnie ed insinuazioni? Amo troppo l’onore del Banco per avere il coraggio della rassegnazione fino ad un determinato limite, oltre il quale la pazienza sarebbe una colpa.

Ha voluto forse il commendatore Aveta tacere e dissimulare le comunicazioni da me ricevute per procurarsi la infausta gioia di spandere una diffamazione?

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Ha forse a questo scopo evitato di dimandarmi chiarimenti, e si è rivolto ai miei accusatori per averli? Nol credo, né voglio turbare la serenità del mio animo neanche con un sospetto.

IV.

Similmente era indispensabile lo interpellarmi, seguendo l’ordine dell’esposizione della relazione, per dare giudizio esatto sul merito e regolarità delle operazioni da me fatte o a me attribuite; massime dovendo e volendo sentenziare sul procedere di un direttore di Banco, che viene ad istallar sede in una piazza ristretta per affari, ed in cui sonovi molti banchieri privati ed otto grandi istituzioni di credito, che vivono di energia e di concorrenza.

Infatti, se io fossi stato interrogato avrei fatto toccar con mano che tutte le mie operazioni miravano a tre fini: mettere alto nel concetto delle popolazioni dell’Italia centrale e superiore il Banco di Napoli, affinché l’aumentato credito avesse nelle sue casse richiamatii capitali in aspettativa di collocamento, e dato modo di superare con onore ed utilità la difficile posizione creata dall’avere a cagione dell’alto prezzo di acquisto del prestito nazionale immobilizzata l’egregia somma di circa 30 milioni, per la quale un equivalente in fedi di credito, pagabile a vista era stata emessa: volgarizzare e generalizzare per mezzo di grandi corpi morali e d’istituti di crediti secondari la circolazione della nostra carta: risolvere di fatto alcune vitali questioni che nel campo del diritto sarebbero con disdoro nostro state perdute, siccome sventuratamente è avvenuto circa la legalità delle fedi a cassiere o a portatore, la recezione di esse nelle casse del tesoro dello Stato e i modi di rimborsi alla Banca Nazionale.

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De’ quali miei propositi io non faceva un mistero. Ne’ ripetuti miei rapporti uffiziali al direttore generale ne aveva fatta larga, ampia e franca esposizione. Qualora si stimavano non opportuni o pericolosi, si aveva l'autorità e l’obbligo di richiamarmi ad altra via, non di lodarmi per prepararmi il tranello di un’accusa.

Vengo ai fatti speciali. La Commissione ne’ paragrafi xv, XVI e XVII, non potendo non riconoscere l’utilità e la convenienza dell’operazione con la provincia di Firenze, né potendo nascondere la mia prudenza nel volere gli adempimenti legali e una speciale deliberazione del Consiglio, sebbene si trattasse di scontare cambiali ad un ente morale ammesso in fido o castelletto, nondimeno pel prefisso proposito di censurare mi accusa di mancanza di formalità.

Ammiro l’artificio con cui si cerca riparare al grande errore di aver rigettato gli effetti della provincia di Firenze; però se fossi stato interpellato avrei in primo luogo mostrato alla Commissione, col decreto dell’ 11 agosto alla mano, che spettava al Consiglio locale autorizzare codesto affare, non al centrale, poiché trattavasi di un affare della sede, altrimenti la istituzione dei Consigli locali sarebbe stato un elemento inutile ed una spesa infeconda.

Ma anche senza. sentirmi, perché la Commissione nel leggere il verbale delle sedute non ha rilevato che io dava la dimanda della provincia per esame al consigliere D’Ancona, che sulla sua proposta e con l’assenso del censore, sorvegliando in nome del Consiglio generale, io fui incaricato a condurre le trattative, e che condottele fino al punto della completa regolarità degl’incumbenti, non veniva alla firma di alcun contratto?

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Qualora fossi stato interpellato, avrei provato che siffatta estrema riservatezza mia aveva per iscopo di proporre personalmente questo con altri affari, alla direzione generale nella mia escursione in Napoli, telegrafata ed eseguita pel 27 aprile. lo non poteva, né doveva chiedere l’ approvazione, anche ritenuta necessaria, su di affare non fiscalizzato: è regola comune di amministrazione. Non credo poi che la Commissione avesse in mente che il direttore di una sede avesse bisogno del consenso della direzione generale per imprendere una trattativa.

Mi (moro, anzi mi gloria di avere trattato con la provincia di Firenze un’operazione, che mentre è vantaggiosa e sicura come sconto, è mezzo di fare arrivate le fedi e le polizze del Banco in tutte le provincie di Toscana ed anche oltrappennino, e di assicurare al Banco medesimo uno stretto legame col primo ente morale della nuova sua stazione.

La Commissione ha voluto imitare Carlo V, che fece mettere in ceppi Cristoforo Colombo per premio di avergli regalato un nuovo mondo: ebbene le rendo grazie dell’onore fattomi, e lascierò per legato ai miei figli di far serrare nella mia tomba la relazione del commendatore Aveta, come Cristoforo Colombo ordinò che nella sua fossero chiusi i ceppi.

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V.

E passando da censure a censure fattemi, da proteste a proteste che io rimando, dirò che davvero per giudicare l’operazione del conto corrente con le ferrovie romane con le regole aritmetiche, doveva essere io interpellato; perciocché io ami mostrato gli elementi dell’equazione, ed avrei provato quanto è erroneo il principio di giudicare un’operazione di Banco, cioè un’operazione che ha a principale scopo le utilità, facendo astrazione di ogni considerazione di convenienza o meno (1).

Sebbene la Commissione «non mette in dubbio che grandissimo beneficio sia quello onde accreditare e far circolare la carta del Banco speditamente, massime in paese nuovo, ed ove non per anco può aver messo radici il suo credito; però dubita che un beneficio grandissimo sia potuto derivare da quella operazione al Banco quanto all’interesse materiale» (2).

E per giustificare cotesto suo dubbio di non esservi stato un interesse materiale grandissimo, si dimentica che il conto corrente era con rimborso a giorno fisso, pel 30 giugno, che le scadenze dei buoni del tesoro erano quasi allo stesso giorno o con la differenza di ore, e per conseguenza anche chi fosse mezzanamente istruito degli usi e dell’esperienze bancarie, invece di vedere, come vede la Commissione, la necessità di tenere molto tempo prima grossi capitali in sofferenza, vedrebbe al contrario che non bisognava tenerne alcuno quando lo investimento delle somme da rimborsare era fatto in buoni del tesoro, i quali, se anche non fossero a minuto alla stessa scadenza, potevano essere per la differenza

(1) Relazione, pagina 21.

(2) Relazione, pagina, 24.

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di due o tre giorni con minimo sacrifizio scontati, o su di essi potevasi fare equivalente emissione di nostra carta, con la quale eravi lo espresso patto di pagare, che avrebbe avuto fra 24 o 48 ore il sicuro incasso delle somme portate da’ buoni stessi per equiparare il bilancio di cassa.

Tuttavia la Commissione tace una grandissima utilità, da me rilevata nel mio Memorandum, la quale da tale operazione procedeva, quella di fare acquistar credito alla nostra carta bancaria per mezzo del G0verno che s’adoperava ne’ pagamenti, avendo la sede di Firenze mercé di essa i mezzi di dar sue carte ed aver di contro buoni del tesoro. Bisognava stare in Firenze per comprendere la grande importanza di vedere che nell’ufficio del debito pubblico e del servizio de’ vaglia postali si facessero pagamenti con carte del Banco di Napoli commiste a quelle della Banca Nazionale.

Siamo di nuovo all'esempio in settantaquattresimo del Colombo con Carlo V I,

Debbo alla personale amicizia del cavaliere Carlo Fenzi, presidente della. Camera di commercio e di altri onorevoli membri della direzione centrale delle romane l’aver preferito il Banco di Napoli ad altri istituti di credito: spero che siffatta simpatica preferenza sia continuata. Perché il signor Englen, sulle dimostranze energicbe del Itattazzi fece premurare il cassiere della società delle strade ferrate romane a continuare i suoi versamenti, se erano dannosi pel Banco e contrari alle savie regole di amministrazione?

Circa poi il limite dello sconto oltrepassato. 0m1o che se fossi stato interrogato, la Commissione avrebbe riconosciuto il manifesto errore. Ne’ tre milioni compariscono il milione e 500 mila lire, che rappresentano la compra de’ buoni del tesoro, acquistati per collocamento equivalente del versamento a conto corrente eseguito dalla società delle romane.

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Questo era un affare speciale d’incasso e di operazione che si collegavano. Io non poteva aprire un conteggio speciale, doveva per regola di contabilità riportare nel libro mastro e nel giornale di collocamento tutto sotto una sola categoria; nondimeno col verbale delle deliberazioni del Consiglio alla mano si fa la debita ripartizione. Il confondere, le due partite, se non fosse un manifesto errore, sarebbe un malizioso inganno, di cui rigetto anche il sospetto.

Mi si conceda qui un’osservazione per semplice notizia storica, che può avere gran peso negli uomini di coscienza onesta, a cui è ributtante ogni premeditata. macchinazione di assassinio morale. Attesto sul mio onore di non avere mai ricevuta la partecipazione della deliberazione del Consiglio centrale del 20 marzo, elio fissava a 2 milioni il fondo disponibile pel collocamento; ed attesto parimente che, quando il segretario-capo Ruggiano venne a premurarmi per fare l’ordinanza d’iscrivere altro milione sulla madrefede delle operazioni, io gli dimandava di esaminare bene se alcuna disposizione era venuta dalla direzione generale per la determinazione del limite, e n’ebbi in risposta, di avere ciò ricercato in preferenza prima di farmi la proposta, e che, non essendovi alcun precedente, era io padrone di aumentare la somma.

Ciò io non dico per scusare il fatto mio, che mai saprebbe stato diverso, essendo convinto che avrei mancato al mio dovere diversamente operando; ma per dare un primo elemento dell’insidia tesami da quel Ruggiano, che al suo arrivare in Firenze confidò ad alcuni il suo mandato di crearmi difficoltà; di che io confidenzialmente ed ufficialmente ne scriveva al direttore generale.

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E del suo carattere io fui spaventato per le sue servilità, per le sue lodi all’indiana profusemi, per il continuato mal dire sulla direzione generale e gli uomini che la componevano; talché, abituato a non denunziare mai alcuno, mi limitava a farne confidenza in una mia lettera ad uno degl’impiegati superiori del Banco, che non nomino per timore di non proourargli una destituzione.

VI.

Inoltre, se sulle calunnie, che davvero non offendono me, ma chi conoscendo me e la mia posizione le accetta e si diletta in esse rimestolare, fossi stato interpellato, avrei con tale esuberanza di ragioni provato la iniquità, la insidia e tutte le malvagie arti usate a mio danno, che gli stessi miei nemici sarebbero stati costretti a chinare la fronte.

Cosi avrei mostrato che le legne, mi si perdoni che entri in queste miserie da domestico a proposito di un’inchiesta su un direttore di Banco, furono ordinate, non da me, ma trovate in casa al mio arrivo; che dal mese di febbraio il fuoco fu acceso negli uffizi del Banco per quegl’impiegati che meco vennero e lavorarono per tutte le opere di preparazione; che tanto è vero che il fuoco fu acceso, che ebbe luogo un incendio, ed io ne feci rapporto alla direzione generale, e presi l’ assicurazione contro l’incendio, pagando del mio danaro per la parte del quartiere da me abitato; che io pagava il mio cuoco a dozzina o ad appalto per tutto le spese ordinarie di casa; che le legne furono consegnate all’usciere-capo Vicedomini e la maggior parte rimase esistente nella casa.

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Cosi avrei provato pure che le lire 39 dei gelati, ritenute sullo stipendio di Stevingh, furono pagate per le due riunioni dei componenti l’assemblea del credito fondiario, e le lire 13 dei francobolli servirono per la spedizione delle circolari e le corrispondenze per servizio del Banco.

Così avrei, a risposta della spesa del petrolio, presentata la ricevuta da me saldata anche per quello servito in parte ad uso del Banco, allorché le guardie di pubblica sicurezza passavano la notte nel Banco prima che il tesoro fosse stato definitivamente assicurato.

Così avrei fatto notare la delicatezza mia di pagare la metà della spesa del trombaio, servendo l’acqua anche per uso di casa mia, secondo risulta dei registri.

Cosi avrei mostrato come non per aprire la successione di un impiegato morto a pro dei vivi io proponeva che fosse diviso fra gl’impiegati più bisognosi, e due volontari e gli uscieri lo stipendio dovuto al defunto Filippo Cappelli; ma dovendo ad occasione della Pasqua dare, a premura dell’ispettore e del segretario-capo, delle gratificazioni, le prendeva da una somma che non alterava il bilancio della spesa.

Cosi avrei risposto che la bassa insinuazione di aver fatto intestare lire 36 a disposizione del direttore è una regola ordinaria di contabilità, talché, sorridendo dissi al Ruggiano ed al Belli: «forse alcuno leggendo questa intestazione dirà che le ho fatte mie!» non sospettava mai che una celia fosse stata tradotta in siffatta realtà siffattamente che per provarla si nota nella relazione, che l’ordinativo di versamento sulla madrefede del Banco era del 3 maggio!

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Così avrei mostrato che la firma da me apposta nell'atto di lasciare la direzione a tutti gli ordinativi non ancora regolarizzati, fu atto degno di gentiluomo, che non lascia mai sulle spalle altrui responsabilità veruna; perciocché erano tutte spese fatte quando l’amministrazione non era ancora completamente organata, e che io avrei fatto regolarizzare man mano dal Consiglio di amministrazione.

Cosi avrei provato che nello istallarsi la sede furono da me per primo atto versate in tesoro non solo le molte centinaia di migliaia di lire che erano in mio potere di contro agli ordinativi fatti sopra Napoli, ma ancora settemila cento e tante lire, resto delle 19, 500 affidatemi dal direttore generale per le spese d’impianto; tanta era la mia scrupolosità nell’interesse dei capitali del Banco!

Così avrei mostrato come quel Francesco Vicedomini, emerito cocchiere dell’Englen, a sua proposta nominato usciere-capo, ed a sua premura tenuto in casa mia, dandogli a mie spese completo trattamento organò con l’Englen contro di me l’opera d’inferno di consegnare a lui gli ordinativi dell’olio, ripetutamente richiesti da mia moglie e pagati da me; talchè lo stesso censore del Banco la dichiarò degna di accusa. criminale, che io non feci per secondare le premure dell’onorevole commendatore De Cesare, che in nome del decoro del Banco mi vietò che a simile querela procedessi.

E qui non posso tacere la mia sorpresa nel leggere nella relazione lo sforzo del relatore nel voler persuadere che l’atto di aver pagato i pochi litri d’olio tutto di mia borsa, prova che io aveva intendimento di farlo pagare al Banco. Avrei creduto al contrario che, se davvero il Banco l’avesse pagato, egli si sarebbe sforzato a dimostrare che ciò non poteva essere che un errore.

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Una bassezza simile, anche provata, non si accetta, quando si conosce che colui cui si riferisce, ha avuto sempre, la Dio mercé, domestici per provvedere all’olio ed ai lucignoli in casa sua.

La maggior parte di quell’olio servi per uso del Banco, e basta leggere i verbali delle riunioni delle Commissioni di castelletto per rilevare quante volte essa si è riunita dalle ore otto alla mezzanotte, e ciò oltre le riunioni fatte pel credito fondiario; bastava chiedere agli uffiziali della segreteria ed al ministro del castelletto per sapere quante volte hanno lavorato col lume. lo aveva ordinato al Vicedomini di far la ripartizione di quest’olio, allorché io seppi, presentandomi a firmare un ordinativo, che egli lo aveva tenuto confuso con quello d’uso per casa mia. Però nel lasciare il Banco, stimai non essere opportuno e decoroso venire a simile liquidazione e pagai tutto da me. Or da questo delicato atto di mia dignità, la Commissione deduce un’insinnazione! Non mi fermo su cotesto inverocondo episodio; mel vieta la riverenza pel nome del Banco che la Commissione ha voluto offendere, non me che sento pur troppo il decoro del disprezzo.

Però la Commissione non doveva, né poteva ignorare che simili cose sarebbero state ombre sulla mia lealtà, qualora avesse trovate registrate spese con titolo diverso. Ammesso pure che io non avessi in mio potere le ricevute dell’olio e del petrolio, ammesso pure che le legna fossero state ordinate da me ed usato anche per accendere il mio fuoco, ammesso che i lucignoli delle lampade fossero stati pagati dal Banco, ammesso che non avessi le ricevute dello Scandigli perle spese del bidet, della spugna, della leccarda, delle chicchere per le cameriere, ecc. , e che tutte queste fossero state pagate, per mio ordinativo, dal cassiere, sarebbero state imputate a mio carico nell’atto del rendiconto annuale, ed al più avrei meritato un’osservazione di censura.

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Ma la Commissione ha mostrato d’ignorare cotesti comuni principii di contabilità, non potendo trovare nelle sue minuziose ricerche che un sol soldo dal Banco è stato distratto, ed essendo obbligata a riconoscere che furono non giusti i sospetti di alcuni sulle vendite di una grossa partita di oro, e che anzi, a quell’operazione fu data opera con accorgimento, e fu compiuta a profitto del Banco con l'incasso egregio di un utile di lire 74,166 66 (1).

lo di questi sospetti non mi meraviglio: Fidia fu imprigionato per furto dopo aver compiuta la statua di Giove. Mi meraviglio però che i frugatori delle legna usate dal mio cuoco ed i censori dell’olio consumato dalle mie lampade, avvegnaché da me pagato, non siano stati mai scossi da tutta quella lunga lista di nomi e di domicili ignoti, ossia di persone immaginarie, pubblicati dal giornale di Napoli in seguito di protesti per sconti non soddisfatti, né dalle voci per la combinazione di firme tali, da autorizzare che il Banco di Napoli fosse scelto per istrumento del baratto delle cedole alterate o falsificate del debito pubblico. Qui mi arresto, e faccia il Consiglio generale il suo uffizio, potendo avere esatte spiegazioni dal signor Englen, che di cotesti fatti m’informò.

Aggiungo soltanto che nella sede di Firenze non si sono trovate cambiali né mie, né de’ miei parenti, e che tutte quelle scontate durante la mia gestione sono state esattamente pagate, e nel portafoglio non vi è rimasta zavorra d’ignoto, d’insolvibilità o di decimazione: ecco il contrapposto, e sfido a smentirlo: ecco pure la risposta solenne, come sono tutte quelle de’ fatti contro le vane asserzioni, all’accusa che il direttore,

(1) Pagina 31 della relazione.

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che è il moderatore dello sconto, non seppe, né volle chiamare la Commissione né termini di ragione e degli usi (1). La Commissione d’inchiesta poteva evitare di avere una smentita da’ fatti, soltanto se avesse letto e paragonato lo stato della presentazione delle cambiali con quelle dell'ammissione allo sconto; ché in media avrebbe trovato il numero delle ammesse metà delle presentate, e per questa parte ancora si sarebbe convinta, che io fo e parlo soltanto di quel che so, e che quando debbo compiere un dovere, so anche energicamente volere.

VII.

La Commissione poi in luogo di chiamare il commendatore D’Ancona, il conte Bellini, il duca di Casigliano, il consigliere di Stato Mondelloni, il cavaliere Nobili, il cavaliere Scoti membri del Consiglio generale, ed il commendatore Giacomo Rattazzi ed il cavaliere Servadio censori, per sapere de’ modi, delle regole, de’ i prodotti della mia amministrazione, domanda soltanto al censore Rattazzi, se gl’impiegati erano in ampia località, e poscia interroga questi impiegati e gli uscieri sul. conto del proprio direttore, dopo che però l’Englen aveva spaventato i pusilli, ed il segretario capo Ruggiano aveva fatto lor leggere le note mie di censura scritte al direttore generale per cagione di mancanza diligenza, d’idoneità, o di capacità. Né a tali preparazioni s’arrestò il Reggiano: egli presentava la degradazione del segretario del Consiglio, Gambardella, come un primo atto di ammonimento dato agli animi poco docili.

(1) Pagina 27 della relazione.

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Non appena compiuta la sua opera, il Reggiano ha avuto il premio: la direzione generale del Banco di Napoli è stata con lui più generosa, che l’odierno presidente della repubblica del Messico con Lopez: il Ruggiano è stato nominato da aspirante ad effettivo segretario capo.

Io mi onoro di sentire tanto il proprio dovere da non rifiutare neanche il sacrifizio di aver trattato con rigore gl’impiegati, sì per vincere le abitudini d’inerzia e di demoralizzazione acquistate in quello intero mese in cui furono condannati dal Consiglio centrale a far niente, si per sradicare il sistema lassista di Napoli, ove d’ordinario in segreteria non si trovano gl’impiegati mai prima del mezzodì, ed in generale si modellano sull’andazzo delle sinecure largamente stipendiate.

Comprendo che un direttore che ha l’abitudine di esaminare non il ragionato degli sconti e delle altre operazioni, che sa trovare gli errori anche di centesimi e li punisce con multa pel triplo, che fa verbalizzare le radiature sui registri, che crea il lavoro per educare al lavoro, che non lascia nessuno uffizio senza la sua immediata sorveglianza, che scrive la corrispondenza da sè, che dalle otto del mattino sino alle otto della sera è al suo posto, e molto meno comodo di un re travicello, di cui le rane si fanno un trastullo.

Non mi umilio poi da me con confutare le asserzioni di un monello, a cui ho dato di mia borsa danaro per fargli comprare le medicine e sovente il cibo, anziché: schiaffi. Lascio la gloria di riunire coteste parole miserabili a chi è ansioso di ricercarle. Ho avuto il torto di trattare quel servente con affetto di predilezione, e di ostinarmi a non fargli perdere il posto con non cedere alle sue dichiarazioni d’infermità contraddette dal medico; ma costui mi era stato raccomandato da un amico, col quale ho diviso una cosa sacra, la sventura.

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Avrebbe però fatto meglio la Commissione di esaminare le qualità di questi impiegati, fra i quali avrebbe trovato un tal Gian Vittorio Grossi, giovane senza istruzione, senza ingegno, infermiccio, e pure nominato applicato con 1600 lire di stipendio per essere figliuolo della sorella del consigliere Englen, che dell’ufficio affidatogli dal direttore generale di sopraintendere il personale usa per collocare di un colpo il suo cocchiere ed il suo nipote.

Se la Commissione davvero avesse voluto giudicare dell’amministrazione da me tenuta, invece di chiamare gl’impiegati ad un atto contrario all’ordine ed alla moralità. in ufficio, ed invece di misurare i metri di spazio loro concesso, avrebbe frugato i registri per conoscere le operazioni fatte dal Banco ne’ primi 26 giorni di sua esistenza in Firenze, e sarebbe stata lieta di constatare che erano state notate sulla madrefede degli utili lire 106 mila; che 2 milioni e 500 mila lire di fedi di credito erano state messe in circolazione soltanto per mezzo delle casse stesse dello Stato; che i 2 milioni di numerario legale di fondo di cassa erano stati portati a 7 con un vantaggio anche di premio di trasporto; che erano stati spediti 3 milioni in 20 giorni alla madrefede per far fronte alle sue angustie; che non solo in un tempo ristretto ed in una piccola piazza erano stati con un premio sempre superiore al comune vendute 700 mila lire in oro senza produrre ribassi, ma su parte dell’oro venduto rimasto in tesoro si era fatto pagare uno sconto agli stessi compratori; che con quelle stesse fedi a cassiere ed a portatore, ora dichiarate illegittima, si faceva in Firenze il servizio del debito pubblico;

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che la quistione con la Banca Nazionale circa il modo di pagamento delle fedi di credito, oggidì giudicata dal Consiglio di Stato contro il Banco, era stata in allora anziché morta, sepolta; che si era fatto assumere al Banco il primo posto del consorzio degli istituti pel credito fondiario, mentre oggi trovasi reietto ed escluso con gran danno delle provincie napoletane e del suo decoro; che anche quando al Banco fu tolta la guardia militare per ordine del ministro della guerra gli fu telegraficamente restituita per opera della sede di Firenze.

VIII.

E, per stare ancora sulla parte materiale delle censure, mi si permetta di notare in primo luogo che la Commissione ragiona nel capo XX della formazione del castelletto, non conoscendone le regole, essendo cotesto un metodo tutto toscano, che il decreto dell’11 agosto volle sapientemente introdurre nell’amministrazione del Banco di Napoli, che andava ad intoscanarsi con mettere sua sede in Firenze.

Non entro ad esaminare se questa regola dei fidi debba mantenersi 0 sopprimersi; affermo però che, essendo stata ammessa, e dovendola eseguire, io aveva l’obbligo di saperne il congegno e le norme tenute dalla Banca Toscana, da cui era stata tolta; e quindi non ignorare che il castelletto si forma non solo sulle dimande, ma sulle previsioni; che, appunto per compiere simile lavoro preventivo, bisogna avere un ministro di castelletto che conosca da sé la piazza; che il castelletto si fa non solo per l’interno, ma ancora per l‘estero, cioè anche per i non domiciliati nel proprio dipartimento;

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che era per conseguenza buona regola ed esatta osservanza degli usi di ammettere in previsione alcuni domiciliati in Napoli, come Baracco, Macry, Maglione, Arlotta, Meuricoffre, Forquet, Sorvillo, ecc., non tanto per fare onore a questi rispettabili nomi, quanto perché, secondo gli statuti e regolamenti, si dovevano pure scontare cambiali sulle piazze di Napoli e di Bari. Ciò è ovvio nella formazione del castelletto, non quello che erroneamente scrive la Commissione; ed affermo, senza timore di essere smentito, che il lavoro fatto in previsione è egregio, e l’onore è dovuto non a. me, ma al Gattai ed ai solerti componenti la Giunta per formarlo.

In secondo luogo noterà che quando galantuomini si determinano a parlare di simulazioni e di coverte manovre (1) nel conto di qualsiasi uomo ed anche di un povero diavolo, credo che sia per lo meno onesto prima interpellare quello cui coteste insinuazioni si riferiscono. lo era vivo e viveva anzi in Firenze. Ma di ciò non si cura la Commissione, e per avere spiegazioni su una sommaria indicazione fatta nel verbale del Consiglio di amministrazione, enumerando in gruppo i mobili sulle note esistenti ed originali dello Scardigli, si chiedono chiarimenti al cavaliere Gallian, cioè a persona completamente estranea a cotesto fatto, e poi la dichiarazione del Gallian non si registra, quasi fosse meno rispettabile di quelle del Vicedomini, del Ruggiano, dell‘Esposito e di altri di simile risma.

In terzo luogo noterò che accetto la sorpresa della Commissione di aver trovato il Banco di Firenze montato tutto con mobili di noce per gli uffici, con sale dorate, con arazzi e tappeti felpati, con tende di trine e di damasco, con lampade e lampadari bellissimi, e tutto ciò con la spesa inferiore a 20 mila lire.

(1) Pagina 15 della relazione.

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Mi spetta davvero l’elogio di uomo attivo, operoso, intraprendente, datomi con mano abile dalla Commissione, anzi quello di esser dotato di magica potenza! Il mio quartiere in Napoli che il commendatore Aveta non ignora, con pavimenti tutti coperti e tappeti felpati e di minor lusso, mi costa una spesa d’impianto maggiore. Confesso che nel leggere quelle frasi, pensava che la Commissione avesse proposto al Consiglio generale di battermi le mani: ebbene è l’unica proposta che io fo, scimiottando il morente Augusto, a tutti quelli che hanno casa da gentiluomini, ed a tutti i detentori di Banco del mondo vecchio, nuovo e nuovissimo!

IX.

La maggiore parzialità della Commissione la mostra nel dire che il Consiglio centrale avrebbe dovuto prima prevenire e metter modo alla mia piega pericolosa, e gli fa la colpa di buona fede per avere operato altrimenti.

Al contrario, la mala fede malvagia ed iniqua il 1odare sempre, il non far mai un richiamo, per poscia colpire nelle spalle col ferro dell‘assassino, a dire dell’ispettore Belli. Fino al 27 aprile, cioè fino al giorno dopo la cotal deliberazione, tutta la corrispondenza ufficiale non è che una catena di lodi, e la confidenziale una catena di amicizie per parte del Colonna e di servilità per parte dell’Englen, che perfino mi chiede un collocamento in casa reale! Conservo le lettere. Se io usciva dal carreggiato, non doveva essere avvertito, chiamato ad una conferenza, biasimato?

Quale operazione è stata da me eseguita in contraddizione del Consiglio centrale?

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Si noti che io, secondo l’ordine del censore centrale, telegrafai di non eseguire la deliberazione del 20 aprile, e pure la eseguii; nessuna operazione di anticipazione su cartelle del debito pubblico fu dopo quel giorno fatta.

Qualora da me non si fosse rispettato il regolamento e lo statuto, qualora avessi aspirato all’indipendenza, qualora non dovessi stare nella casa, perché il Colonna con lettera, che fortunatamente pure conservo, m’invitava, nell’interesse del Banco, di non andare al Consiglio generale), convocato pel 22 aprile? Era quella occasione opportuna per farmi conoscere i miei errori ed i miei torti. Perché scrivermi nel giorno di Pasqua una lettera affettuosa di auguri per me e la mia famiglia, su cui allora proprio si preparava a lanciare calunnie più empie di quelle lanciate dagli sgherri dei Borboni? Perché tanta massa di dissimulazioni e d’inganni? Nessun uomo onesto non dirà che questo procedere non sia l’epopea della malvagità. Il più gran favore che posso fare al Colonna è quello di supporre che la paura, con diabolica arte ispiratagli, di essere da me cacciato di posto, gli abbia fatto perdere mente e cuore.

Non penso che la mia vita di martirii pel paese e la mia qualità mi diano diritto ad alcun riguardo o privilegio; però credo che non mi mettano fuori il diritto comune per forma che sia concessa libertà di calunniarmi, per nascondere una coalizione d‘invidie e d’interessi, e si possa permettere che di me si faccian giudici gli stessi accusatori e calunniatori, che, contro le prescrizioni dell’onore e dello Statuto, hanno nominato la Commissione d’inchiesta, e su cosa che loro personalmente riguarda. Se io non protestassi e mi difendessi, eccepirei formale domanda di esclusione dal voto anche pei membri della Commissione; ora la lascio all’iniziativa ed all’onore del Consiglio e di ciascun componente di esso che sa valutare e rispettare la propria dignità.

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X.

La Commissione per levar d’imbarazzo l’autore dell’accusa formulata in un ordine del giorno, che stranamente trovavasi pur suo componente, e per non accusare la direzione generale, che aveva il determinato proposito di fare trionfare, esordisce nella sua relazione con dichiarare, di lasciare ad altro tempo e rimettere a più opportuna sede la discussione su i problemi economici e bancari che si mettono innanzi sul Banca di Napoli, come cosa estranea all’ordinata inchiesta: e di riserbare al giudizio della gestione annuale gli appunti ed osservazioni fatte e promosse sull’amministrazione centrale (1). E, per riuscire a questo suo intendimento, ella crea una posizione artificiale di pettegolezzi, in cui si studia di soffocare la vera, grande e necessaria questione, quella che importa al paese di vedere disaminata e risoluta, quella che sola potrebbe legittimare Patto del 26 aprile in rapporto ad un direttore di un Banco.

Imperocché non meriterei l’accusa fattami dal signor Turchiarulo di aver creato opposizione e dualismo, e quindi di essermi reso impossibile nell’amministrazione, ma lode di previdente amministratore, di abnegazione e di coraggio, qualora fosse vero, secondo io ho dedotto nel mio memorandum, e nuovamente ora confermo: che la direzione generale, al finir di febbraio, mi spediva tutti gli impiegati e 2 milioni di fondi, ed incoerentemente mi ordinava, con grave iattura morale e materiale, di non aprir la sede: che per avere la direzione medesima impiegato 30 milioni di prestito forzoso acquistato all’83, aveva, immobilizzando si egregia somma di fronte all'equivalente emessa in fedi di credito pagabile a vista,

(1) Pagina 4 della relazione.

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costituito il Banco nel pericolo permanente di una puntata e nella vergogna, per protrarla, di andar accattando con aggio biglietti della Banca Nazionale in piazza: che, per evitare cotesto pericolo e coteste vergogna, io proponeva diversi mezzi pe’ quali nel rinvigorito e moltiplicato movimento delle operazioni restasse un supero crescente e rinnovabile in cassa di numerario legale atto a mantenere la convertibilità: che erano giuste, sebbene mi fossi studiato ad oppugnarle, le severe osservazioni del censore centrale circa il modo di formare il bilancio con cifre d’immaginazione, valutando a valor nominale il capitale della rendita pubblica e del prestito forzoso: che era grande l’errore della direzione generale nel sostenere che il capitale del credito fondiario fosse in rendita pubblica calcolata alla pari, mentre che con questo capitale bisognava eseguire le operazioni di anticipazione a conto corrente su ipoteca da eseguirsi in numerario: che l’elevare dal 7 al 9 per cento il saggio degl’interessi sulle anticipazioni di contro a cedole del credito pubblico offendeva il credito dello Stato e la moralità del Banco, ed era un grande atto di imprudenza nel momento in cui si attaccava la legalità dell’emissione a cassiere, e si faceva questione intorno ai rimborsi alla Banca Nazionale, ed il Tesoro era padrone della nostra vita si con presentare al pagamento la gran massa delle fedi che ha in suo potere, si con richiederci lo sconto annuale di 20 milioni di buoni al 3 per cento.

E veramente si può chiamare opposizione il non dire che ci bagna il sole? È una colpa che rende impossibile l’amministrare, il rivelare gli errori, i pericoli di una amministrazione a quelli che superiormente la dirigono, anziché il comodo tacere ed il lasciar correre al precipizio?

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Ho io forse pubblicato pei giornali, scritto ad estranei alla direzione generale quelle cose che con lealtà e confidente franchezza esponeva nella mia corrispondenza ufficiale? Merito io biasimo o una direzione generale, che lo stesso commendatore Aveta meco ragionando in sua casa nel mattino di domenica 28 aprile, dichiarava inetta ed incapace, e me responsabile di sostenerla e non rovesciarla, soggiungendo con generosa ira, «mandate qui banchieri che sanno quel che fanno‘?»

Si noti qui poi che io queste cose ed altre molte scriveva, non quando sono uscito dai soldi del Banco, al dire del signor Turchiarulo, ma bensì quando questi soldi godendo, li ho per infinito amore verso il Banco disprezzati, pur divenendo, secondo scriveva nelle note del 9 e 14 marzo, che dava occasione a coalizzarsi nemici ed invidiosi contro di me, e a farmi perdere gli amici. Né io le avrei poscia pubblicate, se non fosse tanto incorreggibile ed insaziabile l’ira dei miei calunniatori, che un silenzio più prolungato era un delitto, e se non mi fossi convinto che io aveva l’obbligo verso il Banco di Napoli di salvarlo per la via della pubblicità e della verità, essendomi venuta meno quella non rumorosa del ringiovanimento della sua amministrazione.

E qui desidero che si noti pure che, sebbene io mettessi molta passione nelle cose del Banco ed il pensiero del suo avvenire mi tormentasse, come il dubbio tormentava il cuore di Fausto pel desiderio di uscirne e vincerlo, tuttavia ho ragione di ritenere che mai abbia mancato alla cortesia, se non alla calma della forma; perciocché una volta soltanto il Colonna mi pregò con sua lettera confidenziale di modificare una nota,

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ed io non solo immediatamente il faceva, ma gli scriveva che sarei stato sempre lieto aver sue amichevoli osservazioni per contentarlo. Dopo cotesto mio fatto ho il diritto di sostenere che, anche per la forma, come per la sostanza, la mia corrispondenza non può legittimare un atto d’incompatibilità, che è il risultato della cocciutaggine di proseguire in storta via dopo giusti richiami alla diritta e regolare. Il non poter provare precedenti di richiami ed il sostenere la incompatibilità, è un confessare apertamente o l’inganno, o la calunnia, o il tranello: è un darmi sempre ragione.

Vuole la Commissione seguire a mio riguardo il famoso esempio della Corte di re Filippo di Spagna che condannò a morte il cortigiano che aveva con la sua spada tagliata la fascia del Re per la quale il teneva stretto un orso, perché sulla persona del Re non si mette la spada? Io non cel vieto. In mia coscienza, ed a fronte alta mi glorierò sempre d’aver messo la spada sul sacro corpo della direzione generale del Banco di Napoli, mi condannino pure oggi a lor talento quei che ieri mi rimproveravano di sostenerla.

Però prego il Consiglio generale a riflettere che ne va della vita del Banco col lasciar non discusse ed indecise le gravi questioni artificiosamente rimesse ad altro tempo e ad altra sede dalla Commissione. È ora indispensabile andare fino al fondo: un istituto di credito non può esistere sino a che su di esso evvi dubbio qualsiasi. Se il bene del Banco il richiede, mi si dichiari pur detrattore della sua fiorente prosperità, secondo alcuni strombettano; ma non si accetti di rinviare la discussione di ciò che il paese con ansia attende di sapere, altrimenti, per salvare la direzione generale, il Consiglio supremo ucciderà di sua mano il Banco, ed abdicherà alla precipua parte della sua nobile missione.

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Amo si dilettamente il Banco di Napoli, che, leggendo la relazione, in me ha potuto più la vergogna di vederlo trascinato in un brago di miserie turbatrici della sua rispettabilità, che il piacere di poter dire sul viso ai miei nemici che han dovuto cadere fra l’olio ed i lucignoli, che hanno dovuto sollevare gli uscieri contro il direttore, che hanno dovuto compiere l’atto inconcepibile di non interrogare chi accusano; eppure non sono riusciti ad assicurare, neppure per insinuazioni, che io abbia eseguito una sola operazione non utile e non feconda pel Banco, profittato del suo credito, manomesso il suo tesoro, sostenuto un errore economico o di amministrazione; insomma non hanno potuto dire, con ragioni degne di un Banco e della qualità di direttore, che onestamente ed amministrativamente sia giusto, Patto del 26 aprile, né al paese che le cose da me esposte siano false. L’unica ricerca, che poteva giustificare il procedere dell’amministrazione centrale verso di me, quella dell’opposizione in ufficio, la Commissione l’ha evitata; perché, coll’ente in cotesta via, sarebbe stata inesorabilmente condotta a confessare la virtù mia nel dire il vero e nel ridestare la previdenza, a proporre più che censura a carico di coloro che hanno menato il Banco nelle sue reali condizioni presenti, ed a sollevare in faccia all'Italia quel velo d'Iside, che io, volendo con perseveranza e ad ogni costo la prosperità di cotesta importantissimo istituto, ho avuto il coraggio, in parte, di squarciare. E più non dico, ché il decoro e l’onestà. m’impongono di non partecipare, né colla presenza, né col voto, né col consiglio, ad una deliberazione che possa essere o parere connessa con quella tutt'affatto a me personale.

Firenze 6 agosto  1867

N. NISCO























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