
La vicenda, apparentemente superata, dei forestali mette a nudo il degrado crescente della società calabrese e di tutta la società meridionale.
Difatti non versa in migliori condizioni la Campania, dove lo
Stato si rifiuta di stroncare lo spaccio di droga. Né sta
meglio la Puglia per lo stesso motivo e soprattutto non sta meglio la
Sicilia, ormai infeudata al capitale mafioso e alla degenerazione
politica.
Entrambi i raggruppamenti politici, la parte visibile della
società calabrese e la stampa locale si sono schierati a favore
del mantenimento in essere di una situazione che – è dir
poco – vergognosa.
Lo Stato nazionale italiano riconosce e accetta, per il Sud, una sola
condizione: il degrado. L’esempio di Napoli, che in 150 anni
è passata da capitale mondiale del buon vivere, della musica,
dell’eleganza, del sentimento, dell’allegria e dello svago
a casba italiana, fa testo.
O emigranti o mafiosi! Basta con la fratellanza bastarda con etruschi e celti. Sono barbari, avidi, grintosi e pertanto ci fottono. Adoperiamo la ragione.
Il sistema nazionale non funziona sul versante meridionale. Quando la Toscopadana avanza, il Sud è costretto a rimodellarsi sulla nuova struttura: quando arretra, ne paga per primo la crisi. In passato lo ha fatto cedendo forza lavoro al mondo. Oggi che le migrazioni sono all’inverso, il Sud non ha scampo. L’unica forma di sopravvivenza è l’agire mafioso.
Ma non possiamo diventare tutti trafficanti di droga e mafiosi. Oltre
tutto, non rende alla collettività meridionale, ma solo alla
Toscopadana .che incassa danaro fresco senza sporcarsi le mani. .
L’Italia è un male oscuro da cui è urgente
guarire. Per farlo bisogna passare all’azione.
Nella situazione sociale attuale ciò significa contrastare
l’ideologia consumistica, combattere l’aumento dei prezzi
boicottando le merci industriali, respingendo quei beni e servizi che
in nome della modernità ci asserviscono al sistema padano,
tenendosi lontani dalle banche e dalle assicurazioni settentrionali,
riducendo i flussi Sud/Nord con ogni mezzo, disertando i Bonolis, i
telegiornali e i giornali foraggiati del grande capitalismo.
Insomma, spendere il minimo possibile e non portare gli eventuali
risparmi alle banche padane, la qual cosa significa permettere ad altri
di dissiparli (Parmat).
Bisogna aiutare i produttori locali di frutta e verdura a
riappropriarsi del mercato comunale, a restaurare l’offerta porta
a porta; bisogna preferire le torrefazioni paesane al caffè che
arriva da Torino e i caseifici locali ai formaggi manipolati ma costosi
della Palude Padana. Una dura lotta va condotta per riaffermare il
valore del vino locale. Un’ulteriore forma di resistenza è
quella di preferire le vecchi botteghe disertando i supermercati.
Soprattutto occorre organizzarsi luogo per luogo in associazioni di
contrasto e di lotta.
La fase secolare del Sud “colonia di consumo” è
stata superata in peggio. Siamo in una fase di totale
annientamento del lavoro meridionale e di totale drenaggio, attraverso
i consumi, di qualsiasi forma di accumulazione meridionale. Fra non
molto saremo costretti a cedere la proprietà delle nostre
case e pagare un affitto ai padani per abitarci.
Se oggi ci aggreghiamo per resistere alla sottomissione, domani saremo
capaci di riportare il Sud a produrre cose, idee, libertà.
Per adesso difendiamoci. Strada facendo troveremo il sistema per
passare al contrattacco. Intanto se la sua faccia di merda di un
bossista capita da queste parti, è preferire non adoperare le
mani ma la punta della scarpa.
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scrive al Mattino |
Un vecchio articolo di
Zitara su Napoli |
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