
‘Il giardino dei ciliegi’ viene dalla Russia prerivoluzionaria. E’ un dramma triste, o forse soltanto amaro. In termini marxisti, si potrebbe dire che tratta di coloro che pagano i costi della transizione, del passaggio da un assetto sociale a quello successivo.
Il ‘giardino’ è un luogo incantato e, per chi
lo frequenti, come chiuso al mondo reale. La proprietaria è
piena di debiti, ma non se ne rende conto. E’ come se non li
avesse. Continua a condurre un’esistenza fatata, a vivere
distaccata da ciò che sta fuori, profondamente
immersa nell’atmosfera surreale che i colori e i profumi del
giardino spandono intorno.
Ma i debiti sono indifferenti a ogni delicata emozione e fanno la
loro sorda e inesorabile marcia verso quella conclusione che la legge
prevede per il caso d’insolvenza. Un amico della signora, una
persona pratica delle cose del mondo e molto meno sensibile alla malia
dei fiori e delle fronde, le suggerisce di lottizzare il terreno, di
venderlo e di impiegare il ricavato per soddisfare i creditori e
riequilibrare il bilancio familiare.
Ma la signora non gli dà ascolto. E ovviamente finisce come
doveva finire.
I pensieri di un vecchio sono parecchio diversi da quelli
correnti fra le persone non vecchie. Credo inoltre che non tutti i
vecchi abbiano gli stessi pensieri. Personalmente non penso al mio
passato. Ciò che sono stato non mi appartiene più. Si
tratta di fatti e vicende legate all’esistenza di una persona che
non sono più io. Sono, nella migliore delle ipotesi, favole da
raccontare a chi ha la bontà d’ascoltare, a proposito di
un tempo che fu, e non può tornare.
Mi siedo su una panchina di fronte al mare e, come se dovessi vivere in
eterno, cerco d’afferrare con la fantasia i segni premonitori del
mondo che sta nascendo.
Diciamo che le novità veramente ‘nuove’ sono
due: il mercato globale e la concorrenza fra le classi lavoratrici
nazionali. Il mondo del capitale segue la legge della concorrenza
monopolistica (oligopolio): qualche azienda s’ingrossa,
altre periscono, alcune sopravvivono stentatamente, agguattate in
nicchie di stani privilegi regionali. Per esempio Parmalat, che se
fosse stata napoletana o siciliana, lo Stato l’avrebbe
tranquillamente chiusa. Anche i salariati seguono e hanno seguito le
leggi della concorrenza monopolistica. Le aristocrazie operaie in
Paradiso, il proletariato esterno all’Inferno. Ma i salariati non
sono una somma di lavoratori, non sono realtà singole, come le
aziende, le quali nascono, vivono e muoiono. Sono invece la nazione (le
masse nazionalizzate). E le nazioni non muoiono a causa della
concorrenza o per una qualunque altra causa contingente, sia pure la
guerra. Vivono invece tempi secolari o millenari. Può capitare
che, nel tempo, la loro condizione migliori. Ma anche che peggiori.
Ciò nonostante le nazioni, di regola, sopravvivono. Il vecchio
Meridione è la palmare testimonianza di una resistenza tenace
alla morte. E’ infatti ancora qui, nonostante gli stermini
perpetrati dai romani, nonostante le sopraffazioni dei barbari
venuti dall’Europa centrosettentrionale o dal Mediterraneo
occidentale, nonostante le baionette dei bersaglieri sabaudi,
nonostante le incoffessate angherie dello Stato italiano, nonostante i
suoi 30 milioni di emigrati.
Le vicende politiche unitarie lo hanno trasformato, da grande potenza
europea, qual era al tempo di Ferdinando I e di suo nipote,
Ferdinando II, nel Bronx d’Italia e d’Europa.
Tuttavia la nazione napoletana e quella siciliana sopravviveranno anche
a queste (certamente non ultime) patrie disavventure e sopraffazioni.
Dopo l’ultima guerra mondiale sono cambiate
sia la fisiologia delle aziende capitalistiche sia quella
della nazioni. A un medio o basso livello del capitale, il padrone, la
famiglia padronale, che possiede la maggioranza delle azioni e delle
quote, c’è ancora. A un livello più alto, il
padrone o i padroni sono eterei. A volte l’azienda porta ancora
il nome e il cognome di una persona, ma nessuno può dire ormai
chi sia effettivamente il padrone dell’azienda. Infatti i danari
che ne costituiscono il capitale sociale vengono da milioni e decine di
milioni di persone sparse in tutto il mondo. Inoltre,
l’avvicendamento degli azionisti è talmente vorticoso che
chi ieri aveva delle azioni in un’azienda, oggi potrebbe
non averle più, avendo trasferito il suo peculio a favore
di un’azienda che opera in un continente diverso e lontano.
Direi di più: il privato che ha acquistato la quota di un fondo
d’investimento, di regola, non sa cosa ha comprato o venduto.
Può capitargli persino di perdere i suoi soldi e di saperlo
soltanto dopo parecchi mesi.
Infatti le aziende dei tempi nostri, quasi tutte, stanno in mano ai
manager, che sono delle persone specializzate nella professione di
dirigenti d’azienda, allo stesso mondo dei medici, che sono
professionalmente preparati a curare la malattia, e degli avvocati, che
intervengono nelle liti per spiegare al giudice i diritti del loro
cliente.
E tuttavia i manager hanno un ruolo sociale molto diverso, in quanto,
se il libero professionista vende servizi, i manager ottengono un
comando. E’ come se fossero nominati generali o marescialli
d’Italia, come Cadorna, Diaz o Badoglio. Ma non è
l’esercito che ci offre la migliore similitudine. Credo che una
somiglianza migliore, più aderente alla funzione, sia quella dei
sacerdoti dell’antico Egitto. Organi amministrativi, oltre che
liturgici, dei Faraoni, essi costituivano la vera classe di comando
dell’Impero.
Il ruolo professionale del manager oggi consiste
essenzialmente nel remunerare l’immenso esercito dei
risparmiatori – spesso gente non ricca - con un dividendo annuo.
Insomma, non più l’economia politica, ma l’economia
della rendita. Da ciò conseguono due cose. Prima: spesso
l’azienda, per offrire un dividendo, imbroglia sui bilanci
e/o rallenta il suo dinamismo, cosicché l’innovazione
trova un maggior sostegno fuori da quella azienda, in una nuova
azienda. Seconda: il singolo azionista può trovarsi nella
ambigua condizione di essere solidale con l’azienda, in quanto
comproprietario, e in opposizione all’azienda, in quanto suo
dipendente. Per fare un esempio limite: potrebbe avere interesse che
l’azienda si trasferisca nel Sudest asiatico, onde lucrare
profitti più lauti, ma in quanto dipendente non avrebbe
convenienza a perdere il posto di lavoro.
L’esempio è quasi paradossale, tuttavia chiarisce
egregiamente la condizione globale delle aziende maggiori e
l’opposta condizione dei lavoratori nazionali. Il rentierismo
(rentier, redditiere) dei grandi manager, il fatto che il giudizio su
di loro sia affidato esclusivamente al dividendo (e ai giornali che
trattano di cabale economiche) sta portando le aziende maggiori –
quantomeno quelle che non hanno bisogno dell’aiuto del proprio
Stato nazionale - alla snazionalizzazione. Nel contempo la classe
dei lavoratori dipendenti rimane nazionale, e nazionale anche la curva
dei salari. Ciò ha generato una crisi nuova, non prevista
né prevedibile, e grandemente pericolosa. La crisi dello
Stato nazionale e delle economie affluenti.
Al tempo d’oggi, l’occupazione cresce meno
dell’esercito potenziale del lavoro. Per reagire alla nuova
difficoltà, gli Stati Uniti d’America hanno inondato il
mondo di carta monetaria, finanziando la popolazione con debiti
sull’estero, che vengono camuffati con la circolazione
internazionale del dollaro. Per questo motivo, la valuta americana
è caduta a due terzi del suo cambio con l’euro in soli due
anni. E potrebbe arrivare al patatrac da un momento all’altro. Da
parte sua l’Europa, che vuole difendere il cambio
dell’euro, ha dovuto revocare la politica della sicurezza
nel posto di lavoro, umiliare i pensionati e fare di tutto
perché i salari perdessero potere d’acquisto. Ma detta
politica incide obliquamente sull’area dei consumi, con grave
danno per le aziende e l’occupazione. Lo Stato nazionale
implode. Germania, Francia, Italia, Spagna non sanno più
che pesci prendere. Tentano di spostare la crisi verso altre nazioni,
e/o anche all’interno, verso le aree politicamente marginali. Ma
neanche la Cina sciala. L’emersione dell’industria sta
schiacciando il mondo delle campagne fino alla carestia alimentare. Fra
le potenze europee, l’Italia è la più incasinata.
Il Piemonte è quasi crollato, in Veneto e in Emilia non si
sciala più, nelle Marche e in Puglia il tessile, il
calzaturiero, il mobilificio, gli imballaggi sono stremati. Più
a Sud avanza il vuoto totale. Regge soltanto la droga.
Il crollo del socialismo russo ha evirato il pensiero alternativo e
l’alternativa umanista al capitalismo. Nonostante gli immani
disastri di ottanta anni di comunismo, però, sempre della
giustizia sociale si tratta. Senza la paura del verbo comunista, negli
ultimi quindici anni il capitalismo ha prodotto danni incalcolabili al
sistema Terra e centinaia di milioni di morti per fame e malattie in
Africa e America Latina. E più cresce, più avverte
l’esigenza di combattere l’uomo, la vita, la salute,
l’avvenire.
No, il giardino dei ciliegi non si salva lottizzandolo. Il giardino
deve restare, perché è la vita. Senza il giardino,
l’essere umano si trasforma in formica; peggio, in scarafaggio.
La nuova strada per la giustizia sociale è il sapere coniugato
con il verbo essere. Il suo partito deve erigersi contro il
formidabile sapere dell’ ’avere’ che viaggia
incontrastato nelle centrali universitarie, dalla California a Boston,
da Londra a Colonia, da Parigi a Milano, da Mosca a Barcellona.
Al sapere tecnocratico dei laureati dalle facoltà di economia e
commercio va contrapposta la lezione dell’antropologia
economica, la legge dell’essere, il sapere integrale che
s’insegnava sotto i portici di Atene e Siracusa. La scienza della
vita, la fede nell’umano, la sciabola della libertà. Il
sapere di ognuno - fanciullo, uomo, donna, vecchio – è
l’arma nuova per combattere i sacerdoti dell’insaziabile
faraone, per scacciare i mercanti dal tempio della vita.
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