
Ogni Stato, anche il migliore del mondo, l’Atene di Pericle o la Roma di Cincinnato, si giustifica agli occhi dei contemporanei con la retorica. Ovviamente, non solo con la retorica, anche con i fatti. Solo che i fatti positivi, ascrivibili a merito di un certo Stato in un dato momento, non sono considerati tali da tutti i contemporanei. Per continuare nell’esempio: non solo dai nemici di Atene o di Roma, ma anche da una gran numero di ateniesi o di romani.
Peggio ancora accade con la retorica ex post. Andiamo al caso
concreto, così non ci intrappoliamo nelle parole. Massimo
Salvadori,
professore universitario di storia (credo contemporanea), è un
gramsciano rosato (non rosso) e nazionale, o nazionalitario come
qualcuno dice, insomma italiano.
Un italiano vero, di quella parte
d’Italia che ha goduto del Rinascimento e del Risorgimento. Per meglio
dire, un non meridionale, non so di nascita o solo d’elezione. Un suo
libro sulla questione meridionale ebbe, quarant’anni fa, un gran
successo di pubblico.
Un corsivo a sua firma, su ‘la Repubblica’ del 27 febbraio u.s., ha
attratto la mia attenzione proprio per merito di quel successo.
L’autore tratta il tema della retorica nazionale. Naturalmente non la
chiama retorica, ma ‘memoria condivisa’ o anche, ma con qualche
cautela, ‘valori’. Fermiamoci all’espressione ‘memoria condivisa’, e
oggettiviamola in quattro passaggi della storia d’Italia, tre dei quali
ricordati dall’Autore, più uno aggiuntivo, d’attualità
per noi
meridionali.
Primo passaggio. L’assassinio di Matteotti ad opera di una banda di
fascisti confrontato con Mussolini appeso per i piedi a Piazzale
Loreto. Concetto erroneo, surrettizio. Si tratta di un confronto
impossibile nei valori dei posteri. Matteotti è un eroe che
supera
l’Italia. E’ uno come Caio Gracco, Spartaco, Rosa Luxemburg. Non
suggerisce l’idea d’Italia, ma l’idea di dignità umana. Neanche
Mussolini suggerisce l’idea d’Italia, ma l’idea che la democrazia sia
una pagliacciata: o democratica o plutocratica.
Secondo passaggio. La resistenza. L’antifascismo dei nostri giornali
non è la negazione del passato, ma la retorica del presente. Il
richiamare la resistenza serve ad avallare il sistema partitocratico
che governa l’Italia, o meglio, che l’ha governata fino a quando i
nuovi ricchi, i ‘cavalieri’, sono insorti contro i ‘senatori’
monopolistici.
Per noi meridionali, la resistenza è un evento e non un
sentimento. Una
cosa accaduta in un luogo diverso dal nostro e in un tempo del passato
remoto. E’ una liturgia nazionale, un’icona dinanzi a cui accendere
qualche candela votiva in occasione dei riti politico-elettorali.
Quindi è retorica collegata al sistema vigente e alla sua classe
politica. Niente che somigli a una ‘memoria condivisa’. Invece,
fino a
vent’anni fa, era memoria condivisa il fascismo, che qui non ricordava
l’occupazione tedesca e la lotta popolare per liberarsene, ma lo Stato
e l’ordine, le gerarchie politiche e la loro funzione repressiva.
Ovviamente questa ‘memoria’ aveva una valenza antidemocratica (del
tutto simile, oggi, al lumbardismo), ma la sua presenza al Sud
è
evaporata a partire dagli anni settanta. Oggi, il collegamento
clientelare tra spesa pubblica e democrazia elettorale privilegia la
memoria ‘condivisa’ dei notabili locali che contavano al tempo
dell’assistenzialismo politico, assieme alla memoria ‘condivisa’ dei
grandi capimafia.
Terzo passaggio. Le foibe. Al Sud, solo chi vi ha perduto dei congiunti (come il sottoscritto) ha ‘memoria’ di quell’evento. Quei pochi che ne hanno una conoscenza libresca (gli spettatori del film recentemente dato in televisione stanno fuori da queste osservazioni) emettono dei verdetti razionali (non sentimentali) che appaiono fortemente condizionati dalle loro inclinazioni: o nazionaliste, o costituzionali e partitocratiche. Siccome l’argomento è rimasto fuori dai libri scolastici di storia, le foibe non partecipano a quella retorica che altrove accende ceri votivi, oppositivamente per i partigiani d’Italia o per la divisione Julia.
Quarto passaggio aggiuntivo. La storia negata. L’idea di patria,
cioè
la retorica dell’unità d’Italia, è diventata popolare
(anche fra i
fautori dell’internazionalismo proletario) con la prima guerra
mondiale e con la diffusione della scuola elementare di Stato. In
questa retorica, il Sud indipendente (detto comunemente borbonico)
è
l’esatto contrario, la negazione dell’idea di patria comune degli
italiani.
Tutto ciò che non è stato coerente e funzionale
all’unità o è
stato cancellato, sorvolato, soppresso, o, se ricordato, è per
considerarlo negativamente. La palese (e stampata) negatività
del Sud
porta i meridionali ad avere una ‘memoria storica’ negativa di se
stessi. Sono figli di traditori, di nemici dell’idea santa di patria;
sono degli italiani per carità altrui e per grazia ricevuta da
Garibaldi, Vittorio o Camillo
Benzo.
Ora, i meridionali sono molto più numerosi dei dalmati e dagli
istriani. Se i figli dei 250/300 mila veneziani della sponda orientale,
rifugiatisi in Italia per salvare la loro dignità personale e la
loro
stessa vita, rivendicano il riconoscimento del loro ‘memoria
storica’,
perché mai 20 milioni di meridionali non dovrebbero fare la
stessa
cosa?
I meridionali non conoscono la loro ‘memoria storica’, ma la
sentono. In luogo di Ferdinado II o del Cavaliere Medici, di cui
ignorano tutto, anche il fatto che ci sono stati, celebrano il
peperocino rosso, il pane di Cerignola o i carretti siciliani. I
settentrionali hanno dei fratelli che, se tutto va bene, condividono le
memorie altrui, e che, se tutto va male, celebrano Salvatore Giuliano e
da qui a non molto celebreranno Totò Riina.
Il professor Salvadori dovrà ammettere che si tratta di una
situazione
insolita e – a volerla dire tutta – inquinata. Le false memorie
non
costruiscono una coscienza civile. Forse le vere memorie potrebbero
farlo. Pertanto, con la giusta umiltà che ogni uomo di scienza
deve
avere, perché il professor Salvadori non riprende quel suo
libro
giovanile e non lo riscrive, raccontandoci, non quel che dissero
i
grandi meridionalisti, ma quel che non osarono dire, per non evocare
fantasmi?
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