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Due Sicilie
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L’alienazione dei consumatori

di Nicola Zitara

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Siderno, 8 dicembre 2004

La parola ‘alienazione’ è stata impiegata da Marx per significare una situazione un po’ diversa da quella che noi intendiamo comunemente.

Alienato viene dal latino ‘alienus’, che significa anche forestiero o folle, ma principalmente altrui, di altri. ‘Res aliena’, cosa appartenete ad altri, è un’espressione vastamente usata nei testi di diritto e  adoperata ancora qualche volta da parte un vecchio avvocato. 

Marx che, quanto alla magia delle parole, vale non meno di Dante, impiega il termine in un significato ambiguo, che sta tra l’aggettivo ‘altrui’ e il sostantivo ‘folle’, ‘fuori da sé’. 

‘Alienato’ è il lavoro dipendente, quello che il salariato fa per una paga, producendo beni che apparterranno ad altri, nel caso al suo padrone capitalista.

Il salariato, alienando le sue braccia e la sua umana intelligenza, non controlla il risultato delle sua opera  (alienazione).  Alienato è il fine a cui è dedicato il suo lavoro. Il salariato è diverso dallo schiavo solo perché ha la libertà di scegliere se lavorare o morire di fame, assieme alla sua famiglia.

Sono passati 150 anni da quando Marx ha esplorato l’apparato radicale su cui cresce e prospera la civiltà industriale. Da allora niente è cambiato nei rapporti sociali. Anzi le cose sono fortemente peggiorate, in quanto il trionfo del sistema industriale privato, se ha portato il benessere fra gli operai occidentali, viene pagato a un prezzo disumano - la fame e la morte per fame - dove l’industria non c’è. E come se non bastasse le cose - s’immagina -  peggioreranno ancora quando l’industria arriverà dove non c’è. Infatti è bastato un modestissimo scuotimento del passato assetto contadino in Cina e in India perché si sollevasse una nube tossica grande quanto un continente.

A fronte di siffatta cartella clinica sociale e ambientale, il medico  si finge impotente. Peraltro i tentativi fatti per liberare l’uomo dalla sottomissione al capitale hanno prodotto risultati peggiori del male. Del tutto catastrofi, perché il fallimento del comunismo ha dato luogo a due risultati uguali e contrari: da una parte alla rassegnazione socialista e dall’altra alla rottura di qualsiasi freno all’ingordigia.

Il Papa ha coraggiosamente tentato di avvisare i credenti che, se non si recuperano i principi morali, si va dritti verso il precipizio, ma i suoi appelli sono caduti completamente nel vuoto persino in Italia, la nazione cattolica per eccellenza; un paese certamente pervaso dal sentire cristiano come nessun altro al mondo.

L’alone di successo, il trionfalismo di un asino della stazza di Arlecchino Ridens, stanno dinanzi ai nostri occhi esterrefatti a testimonianza del crollo della vigilanza morale.

Il meccanismo capitalistico è in moto e va avanti ‘globalmente’. Nessuno osa fermarlo. Ciascuno di noi difende la sua fetta di torta. Chi non ce l’ha s’affanna a raggiungerla. Si vive la vita come se intorno a noi ci fosse il vuoto, come se esistessero soltanto i muri di casa nostra, il nostro cellulare, il nostro televisore, la nostra carta di credito. Come gli struzzi, ficchiamo la testa nella sabbia per non vedere il pericolo incombente. E’ questa l’alienazione marxiana, ma  applicata al consumo.

La ‘società dei consumi’ è un concetto che risale a meno di cinquant’anni fa. Ovviamente viene dagli Stati Uniti d’America, che è la società d’avanguardia, quella che precede i comportamenti delle altre con qualche decennio d’anticipo. Il modello ha valicato l’Oceano ed è arrivato fin qui, in questo doppiamente desolato confine ultimo del mondo industriale, in cui l’ottundimento dell’intelligenza politica viaggia sospinta dal vento clientelare, classico zeffiro di un mondo di disoccupati, senza altra speranza che l’aiuto di un protettore accreditato dai Palazzi romani.

Assieme al vuoto politico, al clientelismo dipendente, viaggia  lo spossessamento delle nostre liberà  private e familiari, proprio nel senso che altri decidono dove, come e quando spendere le nostre paghe, i soldi che abbiamo in tasca, i risparmi di una vita e quelli che i nostri genitori e progenitori hanno risparmiato a nostro favore.

Il meccanismo alienante contiene una perfidia inaudita. Dopo i soldi, ci toglieranno la casa e tutto ciò che ci viene dalla passate generazioni. Chi oggi è ricco, o si sente tale, domani non lo sarà più, perché sulla faccia della terra i ricchi saranno pochi, come un tempo i re. John Steinbeck ha descritto questo passaggio più di sessant’anni fa, nel celebre romanzo “Furore”.

I marchingegni del consumismo sono andati avanti. Di fronte al produttore di merci non sta più il lavoratore “benestante” di qualche anno addietro, il salariato che poteva permettersi l’automobile e la casa in proprietà, sia pure comprando a rate, o il padre proletario che mandava il figlio all’università, o l’anziano che, cedendo la pensione lavorativa, viene accolto in una decente casa di riposo. Eppure, salari e stipendi non hanno avuto cadute, anzi sono leggermente aumentati.

Ciò che è andato a rotoli sta invece scritto nei listini dei prezzi. E questo non solo nell’Italia eurizzata, ma dovunque: in America, in Inghilterra, in Russia, in Cina, in Eritrea, nel Ciad.

Cerchiamo di non vendere frittole grasse come faceva  Montanelli. Sediamoci e ragioniamo. Se i salari non sono granché cresciuti, da cosa mai deriva il vertiginoso aumento di prezzo delle merci? Ci rispondono che sono aumentate le materie prime. Ma si tratta di una confindustriale facezia, perché anche le materie prime si ottengono con il lavoro.

Il grano non cresce da solo, le mucche non producono il latte a domicilio del consumatore, il petrolio non sgorga dai pozzi se prima non è stata impiantata una trivella e calata una canna nel pozzo. E via dicendo. Materia prima, o materia successiva, tutto viene dal lavoro.

Allora come si spiega l’aumento dei prezzi in una fase di stabilità salariale (o del costo del lavoro, come piace ai capitalisti, al fine di far vedere che sono loro i generali che guidano la tribùi di Giuda contro i Filistei) ?

Si spiega con il fatto che la finanza (banche, finanziarie), un tempo al servizio della produzione, oggi è passata al servizio del consumo. E lo ha fatto perché con gli industriali non poteva  calcare la mano (la cosa sarebbe stata osservata dalla stampa, dai governanti, dai partiti d’opposizione, dai sindacati, etc.), mentre ha la forza di farlo con il microscopico debitore.

Senza girarci intorno, le cose stanno così: una parte del salario va immediatamente nelle tasche del lavoratore e una parte va nei tabulati  del finanziere, verso il quale sono indebitati sia lo Stato, sia le imprese, sia i privati. Il quale finanziere, ovviamente, la restituisce al lavoratore-consumatore, se no i consumi crollerebbero, ma facendogli pagare un interesse.

Non solo, ma orientandolo anche nella spesa. Esempio. Al giorno d’oggi, se io, pur non avendo un euro in tasca, voglio comprare un’automobile, troverò sul mercato dieci marche pronte a vendermela. Pagherò l’anno venturo. Ma se ho bisogno di un chilo di pane, e non ho l’euro occorrente, la cosa diventa difficile – forse  non dal punto di vista economico; sicuramente però dal punto di vista morale.

Riconducendo l’esempio astratto alla pratica quotidiana, quando mi arriva la sospirata pensione, io corro a pagare il gas, la luce, il telefono, la rata dei libri, la bolletta della spazzatura, se no mi subissano di penalità e mi mandano l’ufficiale giudiziario. Solo se resta qualcosa vado a saldare il conto da Bebo Staibano, che mi fatto a credito un paio di rifornimenti di benzina. Ergo, l’Italgas è una mia padrona, mentre Bebo Staibano non lo è.

*

Vedo che mi resta un po’ di spazio. Lo userò per concettualizzare il discorso. Luciano Lama, defunto segretario della CGIL, una volta affermò, tra lo scandalo dei nostrani Montanelli, che il salario è ‘una variabile indipendente - sottinteso:  rispetto al costo di produzione nazionale (o globale, che è la stessa cosa).

E non si sbagliava. Infatti, in un sistema in cui la capacità d’acquisto della moneta è una ‘variabile’ liberamente fissata dalla banca centrale degli Stati Uniti (pagatore finale), un gallone di benzina può costare indifferentemente un dollaro o dieci dollari, purché, nonostante il nuovo prezzo, il sistema resti in equilibrio. Che la moneta in circolazione aumenti di dieci volte, la cosa  non incide sugli equilibri generali se èa sempre ripartita equilibratamente.

Come dire se la parte che serve ad acquistare tutte le merci prodotte va sempre ai consumatori, che la parte assegnata a favore del  ciclo successivo va sempre ai capitalisti e che la parte destinata ai nuovi investimenti va sempre assegnata alla finanza. Che, poi,  queste quote si chiamino dieci o mille, in un’economia di carta  è solo questione di parole, di cifre decimali stampate su una banconota.

Ora, il  sistema è rimasto in equilibrio, ma avviene che la cifra assegnata ai consumi viene consegnata ai consumatori solo in parte. Il rimanente va  alla finanza, affinché sia essa a  consegnarlo ai consumatori. Insomma l’alienazione della nostra libertà di consumatori che, senza più i nostri soldi, li andiamo a chiedere in prestito a chi ce li ha fregati, promettendo di restituirglieli negli anni con gli interessi.

Rispetto al tempo in cui andavamo a comprare un’auto firmando 50 cambiali cos’è cambiato? In apparenza niente, ma nella sostanza quasi tutto. Nel volgere di qualche decennio siamo passati a una nuova fase, in cui un venditore mondiale di merci o servizi è uguale a un imperatore (per esempio, la Gillette), uno nazionale è uguale a un re (esempio, Telecom), uno locale a un conte o a un barone dell’età carolingia (l’esempio non lo faccio, se no mi pestano). 

Questi signori o entità nobiliari non somigliano in nulla al compianto ‘Sabbatello’, da cui, in altri tempi,  andavo a comprare un panino con (vera) mortadella. Il quale Sabbatello ( in effetti si chiamava don Vincenzo Alviggi) non aveva garzoni che scopassero la salumeria, un ragioniere che gli tenesse i conti e neppure un commercialista per evadere le tasse.

Faceva tutto lui.  E noi ragazzini pagavamo la mortadella e il suo lavoro soltanto. Non c’erano altre voci da ricaricare sulla merce. Oggi su un etto di mortadella paghiamo la borsa, la pubblicità, i pubblicitari, i grafici, il canale televisivo, i giornali, i giornalisti, le società internazionali di valutazione, gli avvocati, gli economisti, i fiscalisti, i bancari, gli agenti di cambio, le sedi in Svizzera, in Lussemburgo e in qualunque luogo dove si evadano le imposte e si venda e si compri danaro che viene da loschi traffici, e poi i notai, gli alberghi, i camerieri, i servi, le puttane, che non mancano mai, gli aerei, le navi, le piscine. Neanche i faraoni  d’Egitto avevano tanto poderosa schiera di sacerdoti per farsi incensare (e, alla fine, da cui farsi comandare).

Questa enorme burocrazia, la quale si sa già che non produce alcunché di positivo per le nazioni, va tuttavia pagata, e come! E’ gente che costa più dei padroni.

La bella conseguenza di questa situazione è che mentre il costo del lavoro è rimasto invariato il prezzo dei prodotti del lavoro è andato alle stelle.. E ciò ha spinto gli industriali padani ad abbandonare l’industria per abbeverarsi alle fonti lucrose della non industria (De Benedetti, Berlusconi, Romiti, gli Agnelli, Trinchetti Provera, Benetton, e chi più ne ha, più ne metta).     

Marxianamente parlando, a ogni passaggio della storia il capitalismo rinnova le sue contraddizioni. Almeno quelle secondarie, che pur essendo secondarie hanno anch’esse carattere esplosivo.

Per chi è contro questo sistema immorale e irrazionale ha  però una grande difficoltà dialettica: alla gente non si può più dire ‘andiamo  avanti’, ma neppure si  ha il coraggio di dire ‘torniamo indietro’.


Nicola Zitara

 

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