In passato, la conquista e l’asservimento di una nazione da parte di un’altra nazione avvveniva a mano armata. Pensiamo, ad esempio, all’Impero romano o alla conquista normanna del Sud italiano. Certo, qualche eccezione ci fu. Per esempio la colonizzazione fenicia e quella greca prima di Alessandro.
Neanche l’espansione dei fenici e dei greci avvenne in modo
pacifico, però, una volta acquisito il territorio, greci e
fenici fondavano una “colonia”, che non era una colonia, ma
una Polis parificata alle madrepatria (Cartagine, Siracusa, Reggio,
Locri, etc.).
L’età moderna parte dalla conquista dei territori
americani e dal genocidio degli amerindi. Prosegue con la
colonizzazione militare di tre continenti da parte degli europei. Ma
già nel corso di questo tipo di colonizzazione va emergendo un
sistema incruento di dominazione, in base al quale
l’economia occidentale cresce rapidamente, mentre il resto del
mondo ristagna, o arretra del tutto.
Non è facile riassumere la complessità del duplice
processo. Contentiamoci dell’essenziale. Diciamo che in Occidente
nasce e si afferma il processo industriale di produzione, mentre
altrove non si verifica la stessa cosa. Un telaio mosso da una macchina
a vapore, già alla partenza, fa il lavoro di centinaia di telai
a mano. Una volta perfezionato, fa il lavoro di migliaia e di decine di
migliaia di tessitori.
Un bene e un male allo stesso tempo. In effetti, il prodotto
industriale costa di meno, e di ciò beneficia l’Occidente
che lo produce, ma i tessitori di cotonine - storicamente gli abitanti
dell’India - perdono il lavoro artigianale e rifluiscono nelle
campagne, dove il lavoro agricolo non avrebbe bisogno di altre braccia.
Se lo avesse avuto, non sarebbe fiorita la tessitura. Infatti
l’esistenza dell’artigianato, della classe operaia e dei
produttori di servizi presuppone che gli agricoltori producano a
sufficienza per sé e per coloro che, pur lavorando, non
producono alimenti.
Espropriati della loro antica manifattura, gli indiani, se comprano
della cotonina per cucirsi un sahari, ne pagano il valore
all’Inghilterra. L’industria inglese del cotone fa
splendidi affari e cresce ininterrottamente. Produce cotonine in
misura sempre maggiore e a un prezzo sempre più basso.
Il caso esemplificato viene definito “blocco dello
sviluppo”, una materia che in Italia è ipocritamente
esclusa dai corsi universitari. L’India, che produceva cotonine,
non le produce più. Inoltre, le campagne indiane non riescono a
valorizzare la manodopera che vi è nuovamente affluita. Le
tecniche agricole tornano indietro e si ha il sottosviluppo.
Quando, nel 1860/61, si arrivò alla nascita dello Stato
italiano, il paese non era poi tanto avanti all’India di
metà ‘700. Anzi, in qualche modo indietro, perché
l’India, sin dal tempo di Atene e di Roma, accumulava oro, e nel
‘700 da sola ne aveva più del mondo restante. La cosa in
cui le varie regioni e i vari ex Stati della penisola italiana erano
avanti all’India era il commercio. Infatti solo la Lombardia e il
Veneto ubbidivano a una potenza straniera, l’Austria, la cui
dominazione non era per altro assimilabile a quella inglese
sull’India.
Il commercio italiano era in mano agli italiani, una parte
considerevole del commercio estero italiano si svolgeva con naviglio
nazionale; cose che sommandosi permettevano di concentrare i risparmi
in banche nazionali e al Regno di Napoli addirittura di proiettarsi in
qualche forma d’industrializzazione.
Dal 1860 al oggi, lo Stato italiano, appoggiandosi alla truffa
psicologica e morale d’essere lo Stato di tutti gli italiani, ha
imposto al Sud una serie interminabile di blocchi dello sviluppo,
che hanno propiziato un’inconfutabile condizione di sottosviluppo
e il riflusso dei lavoratori meridionali verso il nulla. In parole
esplicite la sovrappopolazione, l’emigrazione,
l’inoccupazione, con la coda dell’imperio mafioso e degli
altri disastri sociali noti e non noti; tali che, per enumerarli, ci
vorrebbe un libro di 3000 pagine.
Spesso ho scritto dell’espropriazione bancaria, che sta al centro
della sopraffazione toscopadana. Non ho mai scritto del disprezzo. In
origine, diffuso ad arte per negare i meriti dei Borbone e
additare come briganti i partigiani duosiciliani, in appresso si
è trasformato, ad opera del Corriere della Sera e di altre
invereconde pubblicazioni, in un sentire comune delle popolazioni
toscopadane. Si dice: chi disprezza vuol comprare.
Ovviamente pagando il minimo possibile. Ma non ho la competenza
del sociologo e non saprei trattare l’aspetto ciampico
dell’essere Italia e italiani mercé la sola fanfara dei
bersaglieri. Cercherò invece di mostrare come lo sviluppo del
Nord imponga pacificamente (nel senso di un non ulteriore uso delle
armi) il sottosviluppo del Sud. Potrebbero sembrare carezze e invece
sono cazzotti da k.o.
Calabria. Intorno al 1955. A quel tempo gli agrumi erano una delle
più importanti produzioni ed esportazioni italiane, come
nei quattro decenni precedenti. Le tecniche in uso
pretendevano la zappatura degli agrumeti una o due volte
all’anno, questo su decine di migliaia di ettari. Mediamente
occorrevano cento giornate lavorative a ettaro.
Di conseguenza il bracciantato agricolo era diffuso. Per il bracciante
c’era la possibilità dell’occupazione
per tutto l’inverno. Diciamo per cento giornate. (Il guaio era di
altro tipo. Infatti in un anno le giornate lavorative sono 310/320.
C’era quindi una parte dell’anno in cui i braccianti
rimavano disoccupati.)
Questo assetto venne sconvolto dall’arrivo del motocoltivatore,
che è un piccolo aratro capace di fare in un giorno il lavoro di
cento braccianti. Nel caso della Calabria e della Sicilia la manodopera
espulsa dalle campagne venne valorizzata altrove, dall’industria,
verso cui si rivolse l’emigrazione dei braccianti.
Se non ci fosse stata quella valvola di sfogo, in Calabria il Terzo
Mondo sarebbe in atto già da cinquant’anni. Ma lasciamo
stare i lamenti e facciamoci i conti sociali. Sarà noioso,
ma potrebbe essere istruttivo. Per il produttore agrumario, con
l’arrivo del motocoltivatore, il costo di produzione si abbassa
notevolmente, però i braccianti perduto il lavoro, emigrano.
Infatti, né la Sicilia né la Calabria offrono lavoro
industriale.
Potremmo supporre anche l’inversione delle cause: i braccianti
emigrano, e il motocoltivatore li rimpiazza, ma la somma non cambia.
L’emigrazione deprime l’intera economia. Le famiglie
diminuiscono di numero, il commercio langue, le entrate comunali
derivanti dai consumi si riducono.
Le città decadono. Palermo, Messina, Reggio divengono delle
casbe. In campagna, i camion e le moto Ape crescono di numero a danno
dei carri e dei carretti. Anche il numero dei massari diminuisce a
favore dei meccanici. I quali, però, impiegano pezzi di ricambio
provenienti da fuori e non biade e fieno prodotti in loco. Il lavoro
dei braccianti si trasferisce agli operai che fabbricano i piccoli
trattori. I loro consumi aumentano, con vantaggio di tutte le nuove
attività fiorite nelle Città dei motocoltivatori. Le
quali crescono due volte: per via dell’emigrazione e per effetto
dei nuovi record di vendite.
In sostanza, in questa città si lavora per agrumeti che stanno
in un’altra parte del mondo e si lucra in conseguenza del fatto
che si è tolto il lavoro a gente che sta in un’altra parte
del mondo. Considerando il cambiamento a livello di formazioni sociali
(e non di una sola aziensa o di un solo padrone), il vantaggio del
produttore agrumario non compensa la perdita subita con la fine del
bracciantato agricolo e l’esodo delle famiglie contadine.
(Ciò, ovviamente, non vuol dire che si rimpiange
quell’assetto produttivo, o che se ne invochi la resurrezione).
La formazione sociale produce la stessa quantità di agrumi, ma
una quota rilevante del valore aggiunto viene realizzata da
un’altra formazione sociale, che incassa il valore aggiunto dagli
operai della fabbrica dei motocoltivatori.
Questi operai, poi, hanno una paga maggiore di quella che lucra (o lucrava) il bracciante agricolo. Vivono in un luogo dove il minimo vitale è parecchio più elevato che nell’emarginata Calabria. Pertanto non lavorerebbero se non guadagnassero almeno tale minimo. Ma proprio il fatto che essi lavorano innalza di livello il minimo vitale. Un bel giorno avverrà che essi otterranno una paga maggiore.
A questo punto, il prezzo dei motocoltivatori aumenterà e il
produttore agrumario perderà il vantaggio ottenuto sostituendo
la macchina ai braccianti. In conclusione, l’adozione del
motocoltivatore non farà crescere il valore aggiunto nella zona
agrumaria, anzi lo abbasserà. Infatti, adesso a produrre sono
come sempre gli alberi, più il manovratore del motocoltivatore,
più gli operai forestieri che lo hanno fabbricato.
Alla fine anche gli sperati guadagni dell’agricoltore che si
è modernizzato, andranno in fumo. Tirando le somme, la
modernizzazione ha solo nuociuto alla formazione sociale agrumaria. Ha
bloccato l’economia sociale e avviato il sottosviluppo.
E non si venga a dire che, a causa del suo basso livello tecnologico,
la Calabria non era neanche pensabile produrre macchine agricole,
perché non è vero. Infatti, un tempo, le officine
dell’hinterland napoletano e persino le Officine di
Mongiana le producevano (insieme alle macchine ferroviarie e ai
motori navali, fin dal 1845, mentre Milano, Genova e Torino erano
ancora al palo).
Facciamo un altro esempio, questo attuale. In un Nostro Posto circolano 1000 automobili che, avendo fatto ciascuna 150.000 chilometri, i proprietari hanno deciso di sostituire con macchine nuove, costo 10.000 euro cadauna. In tale decisione vengono favoriti dal fatto che possono pagare a piccole rate di 100 euro al mese. Insomma un grosso incentivo per il rinnovo del locale parco macchine, attenuato quasi invisibilmente dal fatto che le case costruttrici scontano l’usato uniformemente per 1.500 euro.
A Nostro Posto ci sono anche mille persone che ancora non posseggono un’auto e che ambirebbero acquistarla. Qualche anno prima si sarebbero accontentate di una macchina di seconda mano, per acquistare la quale avrebbero speso 2.500 euro, in contanti o a rate.
Adesso, incoraggiati dall’incentivo, decidono di acquistare una
nuova. Bello, bellissimo. Solo che il Nostro Posto non solo spende
10.000 x 1000 = dieci milioni di euro, invece di 2.500.000, ma ci
rimette un altro milione di euro (2500 – 1.000 x 1.000) sulla
valutazione dell’usato, che i produttori hanno abbassato onde
compensare la lunga dilazione di pagamento.
Facendo i conti, non comprando auto nuove, il Nostro Posto avrebbe conservato nel suo grembo 8.500.000 (10 milioni pagati, meno 1,5 incassato versando la vecchia auto), che avrebbero potuto essere destinati a produrre di più. Che, all’opposto, vanno alla Città delle auto. Ma indirettamente ne beneficia pure la Città dei Motocoltivatori, perché, adesso, chiunque voglia zappare un orto, si rivolge a chi lavora con il motocoltivatore per conto terzi.
Si dice al mio paese: “Per i fessi, non c’è riparo”. Voglio dire che, o provvediamo a produrre da noi le modernità che servono, o ci ridurremo peggio di come stiamo. Ma per farlo ci vuole uno Stato nostro, e non quello di Bossi o di Prodi.
In Emilia non c’è soltanto il Mulino Bianco, ma anche un secondo mulino, per la precisione la casa editrice il Mulino, che poi è il più prolifico degli editori italiani in materia di storia e di altre scienze umane.
In verità un editore molto serio e sempre aggiornato. Fra le
tante collane c’è una che si chiama Universale Paperbacks
e offre libri importanti a un prezzo accessibile alle tasche dei non
ricchi. Una delle sezioni dell’Universale Paperbacks riguarda la
storia. L’elenco è lungo e non intendo ricopiarlo. In
testa stanno i libri di preistoria, poi quelli delle prime
civiltà, in appresso la Grecia con cinque titoli.
Si passa quindi all’Italia: Etruschi, Roma con sette o otto
titoli. La Magna Grecia non c’è, è scomparsa dalla
storia.
Passiamo al Medioevo. C’è parecchio, quasi tutto. Per quel
che concerne, però, la penisola Italiana, essa ha perduto
il Meridione. Volendo saperne qualcosa si può suggerire qualche
testo riguardante la Spagna.
Segue Italia unita. E’ preferibile attingere ad altre collane
dello stesso editore. Qui ci sono soltanto due libri padanisti, o
suppongo tali dal nome degli autori. Anche in questo caso il Sud e la
sua diversa storia sono un incognita che va riempita con
l’immaginazione. Al contadin non far sapere…
Si graziano i signori cardinali per non aver eletto a papa il cardinale milanese Martini. Di spocchie padane, sia quelle tamarre e maleducate di Bossi e dei suoi accattoni, sia quelle arlecchinesche di Berlusca, sia quelle zuccherose di un Martini, abbiamo le tasche piene. Cattolici al Biffi? Libera nos, Domine!
In provincia di Napoli sono stati incriminati, per attività di
tipo mafioso, un capitano e parecchi carabinieri.
Giusto, doveroso da parte del magistrato. Ma personalmente vorrei
vedere prima di morire incriminato qualche bancario, per lo stesso
motivo. Infatti, sebbene capisca parecchie cose, non ho ancora capito
cosa facciano al Sud tutti questi sportelli bancari che ci vediamo
attorno, se non incettare danaro proveniente dai traffici illeciti.
Banche, legibus et mafibus solutae!
Certo, il danaro non puzza, ma le banche sì.
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