L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
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Euro Dollaro Lira

di Nicola Zitara

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Siderno, 10 giugno 2005

Non tutte le banche sono eguali. Ce n’è una più eguale delle altre, la quale si chiama ‘banca d’emissione’, detta anche banca centrale. La sua pubblica funzione sta nel potere esclusivo di stampare banconote (la moneta)  su una carta speciale detta filigranata. L’argomento è noto. Tuttavia se qualcuno vuole ripassarselo, può farlo con la spesa compresa di 3  euro, comprando la cassetta del film di Totò e Peppino, “La banda degli onesti”.

Le banconote non sono altro che carta stampata, ma la banca d’emissione, che le mette in circolazione, fornendole alle altre banche (e quindi ai privati) e al ministero del tesoro, non le regala. Le presta soltanto, e a interesse. In due parole, bisogna restituirgliele (con gli interessi). Per il ministro del tesoro la restituzione non è poi tanto difficile. Lo fa con i soldi incassati dai contribuenti.

Per i privati, invece, è sempre parecchio penoso ripagare la banca ,che a sua volta è in debito con la banca d’emissione. Infatti, chiunque di noi, per ottenere il danaro necessario per farlo, deve dare qualcosa: o il lavoro o un bene; cose che  hanno un valore ben maggiore della carta filigranata.

Insomma, quando il danaro torna alla banca d’emissione è come se essa incassasse il lavoro e i beni che la gente ha scambiato per ottenere le banconote. Nelle nostre mani il danaro, benché carta, vale, e vale parecchio. Solo un pazzo accenderebbe il sigaro con una carta da 100 ero, come si è visto fare qualche volta con i dollari nei film americani.          

Quando le banconote tornano alla banca d’emissione,  essa provvede a bruciarle, perché sono tornate a essere carta, benché carta di qualità superiore. Se la banca d’emissione non fosse, per legge, un ente disinteressato, in qualunque parte del mondo sarebbe sicuramente la persona più ricca della nazione. Non era così in passato. Per esempio il Banco di Napoli era ricco e la Banca d’Italia (banca centrale) povera. Ma poi il mondo è cambiato. Oggi la quantità di moneta in circolazione è enorme.

L’oro esistente non sarebbe sufficiente agli scambi neppure in India, dove ogni famiglia possiede dell’oro e i maragià lo accumulano in stanze blindate. I prezzi precipiterebbero, ma pochi avrebbero l’oro necessario per fare la spesa. Per fortuna  non siamo più al tempo della famiglia contadina che mangiava quel che aveva prodotto, e della famiglia padronale che mangiava quel che avevano prodotto i coloni. Adesso tutto il consumo si realizza  attraverso gli scambi monetari. Nessuno più si fa ‘il pane di casa’, con la farina ricavata dal grano prodotto nel proprio campicello. Nessuno, dovendo raccogliere le olive, chiede  a prestito cinque giornate di lavoro, che restituirà al tempo della vendemmia. Insomma, pronta cassa contro beni e servizi.

Un tempo le banconote non esistevano. Circolavano monete d’oro o d’argento, e spezzato di rame o di bronzo. Anche gli scambi internazionali avvenivano in oro. Se il Regno di Napoli comprava cotonine in Inghilterra, pagava con  esportazioni d’olio,  e pareggiava l’eventuale differenza consegnando oro alla Banca d’Inghilterra.

L’oro e l’argento sono scomparsi dalla circolazione interna delle nazioni al tempo della Prima Guerra Mondiale, e come mezzo internazionale di pagamento durante la Seconda Guerra Mondiale, allorché l’oro esistente nel Regno Unito, in Francia e altrove fu interamente assorbito dagli Stati Uniti d’America, in pagamento delle forniture belliche.

Nel 1944, gli Usa si proclamarono banchieri internazionali, promettendo di corrispondere un’oncia d’oro a chiunque versasse al loro tesoro 36 dollari in banconote. Da allora quasi tutti i pagamenti internazionali avvengono in dollari.  Se l’Italia compra petrolio in Arabia Saudita, o calze in Cina, o automobili in Giappone, o gomma in Vietnam, paga in dollari. I dollari in circolazione nel mondo sono almeno quaranta volte il debito pubblico USA, cioè circa ventimila  miliardi di dollari.

Per ottenere questi dollari, gli altri popoli hanno dato beni e servizi agli americani. Formaggio, prosciutto, mozzarelle, pasta Voiello, vino Chianti, cravatte, scarpe, petrolio, automobili, diamanti, uranio,  rame, caffè, cacao, banane, droga, emigrati, proprietà immobiliari, territori in concessione, etc. Insomma, come banca d’emissione gli USA non sono disinteressati. Una parte consistente della loro carta non torna in America e non viene pagata con l’uscita di merci e servizi a favore di altri popoli. Resta in giro per il mondo. E la parte che tornerà, acquisterà molto meno di quando è uscita, perché nel frattempo si sarà svalutata. Un’oncia d’oro non si compra  più con 36 dollari, ma ce ne vogliono 400. Già nel 1868, Carlo De Cesare, un uomo illustre a suoi tempi, lamentava che l’Italia unita aveva sostituito un modo di carta al mondo reale. 

La stessa cosa, oggi, a livello globale, perché la carta USA, il dollaro,  non è più convertibile in oro, dopo che nel 1971 Nixon decretò  la sua inconvertibilità. Un autentico saccheggio dell’altrui proprietà e in sostanza del lavoro internazionale.

Al di là della retorica ciampica e prodista, la nascita dell’euro va collegata all’arroganza del dollaro, configuratosi come una tassa sui paesi utilizzatori nel commercio internazionale.  Si sa che il primo guadagno è il risparmio. Per le grandi potenze europee, già il non dovere acquistare dollari, per poter commerciare fra loro, era un sicuro risparmio.  Cosicché, scomparsa l’URSS dalla scena militare e ridotta di molto la dipendenza dai bombardieri americani per l’ eventuale difesa, esse si sono emancipate, creando una moneta unica da impiegare nei loro rapporti reciproci.

Certo, adesso  i cittadini di una decina di paesi europei, quando scambiano merci e servizi fra loro non pagano il solito tributo agli Usa, ma solo il signoraggio alla banca centrale di Francoforte,  che ha preso il posto del signoraggio delle vecchie banche centrali nazionali, costituito dal tasso di sconto che la banca d’emissione pretende dalle altre banche per fornirle di carta monetaria.  Si badi, però, a un aspetto alquanto importante della cosa: come tutte le banche centrali, anche la Banca d’Europa è indipendente dai  governi.

Si tratta di una tradizione consolidata, di una legge spesso non scritta, ma sempre osservata,  che risale alla restaurazione (1815) dinastica seguita alle guerre napoleoniche, allorché alle banche centrali del Regno Unito e della Francia venne affidato il compito di ricostruire i sistemi monetari sconvolti dall’inflazione bellica di carta. Questa legge pretende che in ogni Stato ci siano  due governi, entrambi sovrani e fra loro in regime non sempre concordatario: il governo politico della società, tripartito in legislativo, esecutivo e giudiziario,  e il governo della moneta, affidato al banchiere centrale, il quale è come se fosse il papa di coloro che lavorano con i soldi, cioè le banche e i capitalisti  finanziari (nazionali).

Con la creazione della Banca d’Europa la regola è saltata. La classica divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato costituzionale e nazionale, che  uscì dalla Rivoluzione francese, è divenuta pura retorica. E’ come se due dei tre poteri, il legislativo e l’esecutivo, siano sospesi sine die. Al loro posto c’è un unico soggetto sovrano, la Banca.

Come facevano i Romani nei momenti difficili, è stato nominato un  dittatore, il quale non risponde dei suoi atti a nessuno, né al popolo né ai governi. La banca centrale è stata eretta a supergoverno europeo  e collocata al di sopra della sovranità politica. Forse si può sospettare anche peggio: la sovranità politica non viene creata per  lasciare il vero potere in mano alla banca d’emissione (europea).

Con l’euro, il governo è uno solo, il governo dei capitalisti finanziari. Lo si vede a occhio nudo. Basta confrontare la capitalizzazione in borsa delle società finanziarie e delle banche  che è cresciuta incredibilmente tra il 1997 e il 2004.

Ma la classe dei finanzieri europei vorrebbe dell’altro. Per esempio sostituire almeno in parte il dollaro come moneta che non torna a casa. La politica necessaria, in vista di tale risultato, è la stabilità del cambio con il dollaro, e magari, come sta avvenendo, un cambio favorevole. E’ probabile che a Francoforte, sede della Banca d’emissione comunitaria, si aspetti il giorno non lontano in cui gli euro saranno accettati dai paesi petroliferi e dagli altri fornitori mondiali, e che circoleranno per il mondo in tale quantità che l’Europa possa incassare il signoraggio che spetta a chi batte moneta.

Secondo i capitalisti finanziari il nemico principale della stabilità monetaria è la fame della gente, la propensione dei poveri a spendere quel poco che ottengono dal proprio lavoro. L’ideale sarebbe che tutti lasciassero in banca i loro ricavi, in modo che la speculazione potesse disporre di ingenti risorse per i suoi affari. (Tra parentesi si può aggiungere che il sistema liberista pretenderebbe anche un’altra cosa, e cioè che a riscuotere un salario fossero soltanto i lavoratori stranieri).

Un modo perché i poveri non spendano, è impoverirli ulteriormente. E’ quel che è avvenuto con l’introduzione dell’euro e sta ancora avvenendo. I prezzi volano in tutta l’area dell’euro, e non c’è libera concorrenza che riesca a stopparli. Personalmente non so come la Banca d’Europa  abbia fatto. La verità non si dice e non si riesce a intuirla. E’ possibile che l’euro sia stato emesso in misura eccessiva, con l’esito d’inflazionare l’economia. Ma non è certo. Ciò che è certo e chiaro è l’avanzata degli scettici e dei nemici dell’euro.

Per l’economia capitalistica la speculazione finanziaria è piuttosto un ingombro che un vantaggio. Lucra sulla produzione, ma si guarda bene dallo stimolarla. Come dire: vive di rendite. Tuttavia la finanza funziona attraverso apparati, che creano lavoro e ricchezza nei luoghi dove ha sede. Uno di questi luoghi è Milano, dove prima la speculazione italiana succhiava miele da tutto il paese e  poi  è stata parzialmente emarginata da Francoforte.

Se lo stronzobossista Maroni invoca il ritorno alla lira non è certo perché ami i poveri, i quali peraltro non riavrebbero dal ritorno alla lira quel che hanno già perduto con l’euro, ma per il voto dei milanesi, che con una nuova lira si farebbero un altro vestito nuovo.

Una cosa del genere non va però a favore dei meridionali, i quali continuano a pagare, come tutti, il signoraggio che spetta al dollaro e il signoraggio che spetta all’euro. Un terzo signoraggio, questo a favore della Toacopadana, che dico poso, se dico che a questo punto ci ha rotto …e rotto senza fine.


10 giugno 1940 – Data che non viene celebrata dalla spocchia toscopadana. Essa corrisponde alla pugnalata alla schiena che l’Italia fascista (toscopadana) inferse alla Francia vinta e piegata da Hitler e quasi interamente occupata dalle sue armate.  Fu il secondo dei tradimenti toscopadani alla Francia, che nel 1859 aveva immolato più di ventimila uomini – più dei morti piemontesi - per dare a Cavour il Lombardo-Veneto.  


Nicola Zitara



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