L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Federalismo bankario

di Nicola Zitara

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Siderno, 4 Aprile 2004

Il quotidiano "Libero" (beato lui) dà notizia che le Finanziarie (toscopadane) hanno triplicato i loro affari. Come è noto, la loro attività consiste nel finanziare le vendite rateali. In pratica anticipano al commerciante la somma di un acquisto fatto da chi non ha i soldi per farlo.

Il prestito al consumo appare una grande agevolazione per chi compra. Dico appare non per caso. Infatti, favorisce le vendite e il vantaggio è tutto per il produttore della merce venduta, il quale altrimenti dovrebbe o far credito al commerciante rivenditore o ridurre la produzione.
Le vendite a rate sono un meccanismo diabolico che trasferisce, dalle aree di produzione, alle aree di consumo i costi bancari. Nel Sud improduttivo sono un'ulteriore causa di improduzione.

E c'è anche di peggio. Infatti, almeno una gran parte, se non proprio tutto il risparmio che le Finanziarie impiegano nelle loro operazioni è meridionale. Le cose stanno nel modo seguente. Noi meridionali prestiamo alle banche padane il nostro risparmio a un tasso d'interesse più basso del tasso d'inflazione. Quindi ci rimettiamo. Le banche padane organizzano le finanziarie che anticipano l'importo delle vendite a credito a un tasso d'interesse che se proprio non è sfacciatamente usurario, è alto quanto l'usura. In sostanza noi regaliamo alla Toscopadana il danaro che essa ci presta, creando profitto usurario per sé e lavoro per bolognesi, fiorentini e milanesi. Tecnicamente la cosa si chiama colonialismo.

Si parla invece di federalismo. Il federalismo stronzobossista è già un atto legislativo. Ma questo federalismo è una presa per il … L'unico vero federalismo sarebbe quello bankario. Ma lo si chiede perché a voi piace Garibaldi. Perciò pagate e cantate l'Inno di Mameli. Quando - da qui a cento anni - Stronzobossi morirà, gli dedicheremo le vie dei nostri paesi. Come a Cavour e a Lamamora.



L'inquisizione bankaria

Ci fu un tempo l'inquisizione di Spagna. Si conosce anche il nome del suo creatore, Ignazio da Loyola, che se non vado errato è stato fatto anche Santo e quindi attualmente abita in Paradiso, sedendo alla sinistra del Signore. Oggi solo Oriana Fallaci pare incline a un tipo di giudizi severi e grati a Geova, quelli del Sinedrio.

Per il resto l'umanità bianca è passata dalla parte di Cesare Beccaria e ha bandito gran parte delle pene corporali L'inquisizione spagnola non serve. Al suo posto c'è l'inquisizione toscopadana, la quale punisce i cattivi pagatori ed è benedetta dal Capo dello Stato e dal professor Stefano Rodotà, Autority della Privancy.

Siamo gente civile che vive la splendida civiltà del mercato. Ti serve un materasso nuovo. Mike Buongiorno (bel cognome milanese) li vende in televisione. O forse li vendeva. Siccome ho l'onore e il prestigio di essere più o meno suo coetaneo, mi è sembrato doveroso non mandarlo a mani vuote. Cosicché ne ho comprato uno anch'io. Siamo intorno al 1995/96. Rate da lire 29.000 al mese, da versare su un conto corrente postale.

Pagate un paio di rate, perdo il blocchetto con i moduli per i versamenti. Convinto che, perduti i moduli, anche il debito fosse estinto, mi metto a fare i salti mortali sul materasso di Mike. Ma mi ingannavo. Infatti qualche mese più tardi mi scrive la Ditta per chiedere gli arretrati. Telefono alla stessa. Spiego. Mi mandano un nuovo blocchetto, sul quale verso ben quattro rate ritardatarie. Poi perdo anche questo blocchetto. Però ritrovo quello che avevo perduto per primo. E ne uso i moduli per continuare a pagare. Prima di arrivare alla fine delle rate, ritrovo il secondo blocchetto.

Siccome a scuola ho i imparato il nome dei mesi e anche i numeri, mi destreggio fra i due blocchetti conteggiando i versamenti dal mese di partenza al mese finale. Però trascuro la numerazione del blocchetto. Per esempio pago maggio con il numero quattro di un blocchetto e giugno con numero tre dell'altro blocchetto.

A tanta disordinata impostazione dei rapporti pecuniari l'intera Padana perde la bussola. Offesa del fatto che un villico calabrese pretendesse di stare fuori delle righe, dichiarò papale papale d'essere creditrice di tutte le rate assolte con uno dei due libretti. Adesso non mi ricordo quale.

Comunque, da cittadino devoto prima a Oscar Luigi e poi a Carlo Azeglio, ritrovo i blocchetti e spedisco una fotocopia delle riversali in Padana. Ma come si sa, le

Poste italiane funzionano male, cosicché quel mio plico l'hanno usato per tappare il buco alla finestra, provocato dalla rottura di un vetro. Passa forse più di un anno e mi scrive l'imberbe avvocato di una ditta per il recupero crediti. Per la verità gli rispondo solo per mandarlo al diavolo. Passa qualche anno ancora. Mi scrivono le Poste Italiane per significarmi che sarebbero state ben liete di accordarmi largo credito. Che riempissi il modulo, bla, bla. Lo faccio.

Passa ancora un buon annetto. Mi scrivono ancora le Poste Italiane, questa volta dall'augusta Milano, per dirmi che non potevano aderire alla mia richiesta. Non ho reazioni. Sono un buon italiano e so bene che sulle Poste è meglio non farsi domande. Tuttavia, capito in banca a chiedere un prestito. Il direttore mi ascolta paziente e benevolo. Poi dice: Vediamo… e agita il muse. Il computer dice che non sono affidabile. Sono stato iscritto motu proprio di Mike Buongiorno nel file dei mali pagatori. Certo, meglio che la pena di morte o i libri di Oriana Fallaci!



Billé e Ballé - Tre Monti e Tre Mari In Tempesta - Bobba e Caponata

Il signor Billé, presidente della Confcommercio, ha chiesto al governo di finanziare i consumatori, affinché la categoria da lui rappresentata non debba più oltre a soffrire per il calo delle vendite. Personalmente sono uno delle decine di milioni di nazionali puniti dall'aumento dei prezzi; e così fortemente che non sempre mi ritrovo i 90 centesimi occorrenti per comprare un giornale. Di conseguenza dovrei dargli ragione, anzi applaudirlo. Ma so bene che la misura da lui invocata non farebbe altro che aumentare ulteriormente i prezzi.

Ragioniamo. I prezzi continuano a mantenersi alti nonostante il calo dello smercio. La legge della concorrenza vorrebbe che a questo punto i prezzi diminuissero. Ma non diminuiscono. Di regola, la causa di una non diminuzione è la crescita dei costi di produzione, cioè il maggior prezzo della merce quando esce dalla fabbrica o parte dall'aia. Siccome i salari e gli stipendi non sono aumentati, se - in ipotesi - il costo di produzione aumenta, ciò dovrebbe essere causato da un aumento delle materie prime o dell'energia o del credito.

C'è stato un significativo aumento di prezzo dei minerali solidi, ma pare che questa voce incida in modo non significativo sui costi in fabbrica.

Nonostante la stabilità dei costi di produzione, i prezzi fanno i salti con l'asta. Una canottiera di lana che prima costava al massimo trentamila lire adesso costa 25 euro; un paio di scarpe tipo tennis, di marca globalmente famosa, che prima costava 150 mila lire, adesso costa 180 euro; un tubetto di pomata contro le irritazioni cutanee, che un anno fa costava meno di 10 euro, adesso costa quasi 14. Ho già scritto in precedenza che nel mio paese le arance marciscono sugli alberi e nello stesso tempo i fruttivendoli le mettono a un prezzo che va dalle 1500 alle 3000 ex lire.

Cose del genere non vanno d'accordo con quello che viene stampato sui tomi d'economia, eppure ci sono e si vedono. Si dice da tutte le parti, lo dice persino Tremonti - ed è chiaro a chiunque che sia andato ultimamente dal dentista o abbia dovuto portare l'auto dal meccanico - che c'è una parte della società che ha preso il vento in poppa e una parte che è rimasta bloccata dalla bonaccia.

Evidentemente, per chi veleggia, le minori vendite correnti sono ampiamente compensate da un maggior profitto totale. Esempio: se su un chilo di arance si guadagnavano 300 lire e adesso se ne guadagnano 1000, al fruttivendolo basta vendere un solo chilogrammo per guadagnare più di prima. E' chiaro che i venditori, fattosi quel che volgarmente si dice il pari e dispari tra le maggiori vendite/a minor prezzo e le minori vendite/a maggior prezzo, trovano conveniente la seconda ipotesi. Stando ai vecchi concetti della manualistica accademica, siamo di fronte a una situazione perfettamente identica al monopolio - allorché il venditore è in condizione di scegliere tra vendite sostenute (a minor prezzo) e vendite contenute (a maggior prezzo).

E ovviamente sceglie l'opzione che gli dà il maggior profitto totale.

In situazioni simili a quella che si è determinata oggi in Italia, in passato si ricorreva agli spacci di paragone, o alle cooperative di consumo (i forni pubblici nella Napoli spagnola, le Provvide del fascismo, le Cooperative dei ferrovieri, dei professori, dopo il fascismo, etc.). Per rimpinguare le casse pubbliche si ricorreva a un'imposta patrimoniale.

Il piemontese Luigi Einaudi, governatore della linda Banca d'Italia e poi altrettanto lindo ministro del tesoro con De Gasperi, pur di bloccare l'inflazione, portò il Sud a uno stato preagonico, che si protrasse dal 1946 al 1954. Comunque una maggiore capacità di spesa in questa fase è solo un'aberrazione mentale, uno stolto incentivo perché i prezzi aumentino ulteriormente. Non siamo nati per far felici i negozianti.

Detto questo, però, mi fermo. Non è compito mio salvare l'Italia. Se anche sapessi farlo, non lo farei. I soldi che noi paghiamo perché lo Stato ci governi (bene) sono buttati dalla finestra. Per i meridionali, l'unica cosa proponibile da parte di una persona dabbene è salutare civilmente i Billé e i Tremonti, e uscire dal bordello italiano. Tanto più che l'Italia sta facendo il possibile per mandarci via.

Le stravaganze del signor Billé non sono le sole stravaganze a cui si assiste in Italia. C'è anzi da dire che in questa fase storica in cui in Europa e negli USA domina la filosofia della Grande Cuccagna, le stravaganze non sono più considerate stravaganze, ma regole del ben vivere e ben governare, la strada maestra che porta alla prosperità e alla felicità dei popoli, il principio liberal a cui debbono essere improntati i rapporti fra le classi sociali. Nello Stato battezzato da Cavour e dai suoi accoliti, il dantesco Italia-bordello è divenuto la faccia luminosa della nazione.

Se si va a cercare nella nostra storia sociale (quell'aspetto della storia che non ha nulla a che vedere con le piume dei bersaglieri, con il cavallo di Vittorio Emanuele due, con il sole che splende sui colli fatali di Roma, con la Resistenza, la Ricostruzione, il miracolo economico, il buon governo di Einaudi, la lungimiranza di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer, l'anima democratica del Presidente Scalfaro, lo spirito di servizio di Amato, Ciampi, Prodi, l'immaginazione del Trio Allegro - Berlusca- 3 Monti - Bossi) non è impossibile trovare più di un precedente di lievitazione dei prezzi dettata dal governo nazionale e dallo stesso governata (anche se Tremonti lo nega). Non vi sorprendete! Mostrereste d'essere male informati.

Il punto più alto del dirigismo economico e dell'interventismo dello Stato nei rapporti economici privati non si ebbe sotto Mussolini, intorno al 1936, ma al tempo della Destra storica (1861-1874), cioè al tempo dei soci di Cavour, allorché la mano - contemporaneamente brutale e viscida - dei governanti giocò una partita decisiva nel modificare la posizione delle classi e delle regioni nell'assetto nazionale.

Il progetto cavourrista era di dar mano libera ai banchieri e ai patriottici profittatori del regime parlamentare. Lui felicemente scomparso per una più innocente esistenza, i suoi accoliti e soci portarono avanti le operazioni concepite: arricchire con la forsennata stampa di banconote il gruppo padano di comando. E ciò senza che si creasse nuova ricchezza.

In sostanza, la generale povertà fu inacerbita ad esclusivo vantaggio di un gruppo di malfattori, che si ritrovarono così ricchi da mettere i piedi sul collo al paese. E transeat, si fosse trattato di gente capace di avviare un principio di sviluppo. No, niente del genere! Di speculazione in speculazione, da patrio dissesto in patrio dissesto, portarono al dissesto tutto il sistema bancario e persino la Banca d'Italia. Se non fosse stato per le rimesse degli emigrati, l'Italia non avrebbe avuto neppure un abbozzo d'industrializzazione.

Come oggi i creditori dei bond Parmalat, nel crac di allora i milanesi non ci rimisero i loro risparmi. Ciò che venne bruciato furono i piccoli risparmi dei terroni che li avevano faticati a Buenos Aires e a New York, al servizio degli stranieri. Sui libri di storia non c'è scritto, ma potete credermi, le cose andarono proprio come le dico.

La morale non è cambiata con l'avvento del benessere. A patire da Craxi, i governi (cosiddetti) nazionali italiani hanno imboccato la strada che si riassume nel detto coniato a Parigi al tempo di Napoleone il piccolo: "gli affari si fanno con il denaro degli altri". Da venti anni a questa parte lo Stato fa di tutto per arricchire il gruppo di comando. Gli ha regalato le industrie e le banche pubbliche, lo ha finanziato perché potesse portare a compimento molteplici forme di monopolio. Gli ha condonato le tasse. Ha predisposto una legislazione adeguata affinché non debba pagare neppure in avvenire. I bilanci delle grandi banche, delle società di assicurazione, delle grandi aziende scoppiano di superprofitti. I dividendi toccano percentuali mai viste.

Neanche ai tempi di Rockefeller. Dal canto loro, le famiglie povere vivono la loro esistenza quotidiana per pagare le bollette. Gas, luce, acqua, assicurazione auto, spazzatura, Ici, Irpef, benzina premono sul collo del proletario come i ferri della gogna. Si tratta di servizi pubblici, il cui costo, un tempo era reso equo attraverso la fiscalità statale, e che oggi sono forniti a prezzo di mercato nero dai monopoli privati.

E' una gara a chi arraffa di più. Le grosse industrie che hanno facile accesso al credito ci offrono automobili, poltrone, elettrodomestici da pagare nel 2005.

La concentrazione dell'informazione quotidiana in mano a Berlusconi e agli Agnelli (Eugenio Scalfari, dux e fondatore) ha messo in ginocchio l'editoria tradizionale. I grandi giornali, che possono giocarsi un carico nella gara al saccheggio del consumatore, ci sfidano con le enciclopedie a 12 euro e 90. Non te ne accorgi, ma, comprato l'ultimo numero, ti hanno sfilato di tasca circa 500 euro.

La spirale economica (diversamente giudicata) che preside al consumismo è nota da decenni. Si alimentano nuovi bisogni attraverso l'immissione sul mercato di nuove merci e nuovi servizi. L'inflazione programmata (che fra l'altro riduce il debito dello Stato) incentiva l'occupazione e intensifica la circolazione delle merci, stronca il risparmio inoperoso e favorisce il consumo. Anche chi lavora nei settori a bassa remunerazione si ritrova in mano più danaro. In Usa ed Europa la capacità di spessa degli agricoltori viene assicurata con alte barriere doganali e aiuti ad personam. Dal lato della produzione, le imprese si fanno una sofisticata concorrenza, la quale tende ad assumere la sostanza della concorrenza tra aziende-nazioni. Attualmente la strada più battuta, in materia di concorrenza, è la ciclica installazione di nuovi impianti. Per il cui servizio è richiesto un numero di lavoratori minore che in precedenza. Il nuovo impianto riduce i costi allargando la quantità delle merci prodotte (economie di scala).

Per esempio, il pastificio che produceva 300 quintali al giorno di ottima pasta è stato annientato dal pastificio che produce 20.000 quintali al giorno di non ottima pasta.

Il sovradimensionamento degli impianti ha portato dritto filato a ciò che oggi viene chiamata globalizzazione. Aziende nate per fornire il solo mercato nazionale (come Ford, VolksWagen, Fiat, Reanault, etc)si sono allargate fino a diventare i Grandi Feudatari del mercato mondiale. I monopoli nazionali si sono trasformati in oligopoli planetari. E ciò accresce la concorrenza nel settore specifico.

L'assillo di ridurre i costi di produzione è andato facendosi pressante. Una questione di vita o di morte. Da qui l'emigrazione delle fabbriche verso formazioni sociali in cui il minimo vitale è basso, e quindi bassi sono anche i salari. O verso aree dove i salari sono bassi a causa di un'imperversante disoccupazione.

Quando gli impianti chiudono per essere riattivati altrove, la formazione sociale di origine perde occupati e quindi capacità di spesa. Ma ciò non modifica le strategie delle aziende. A esse importa il profitto. Non si tratta di mera ingordigia. Infatti, oggi, i grandi padroni debbono remunerare i loro azionisti, gli obbligazionisti e le banche. Perciò il vecchio mondo si è spaccato.

Gli operai nazionali se la passano sempre peggio, quelli stranieri vedono un forte miglioramento. Il loro standard di vita sale, e salirà fino a quando non pareggerà quello calante dei nuovi emarginati dal lavoro. Ancora una volta, niente di nuovo sotto il sole: Dickens e Marx oggi li conoscono anche coloro che non si sono mai curati di aprire qualcuno dei loro libri. Tutti gli italiani o hanno visto o hanno sentito parlare in famiglia della fine del mondo antico dei contadini.

Nel nuovo assetto i puniti e i premiati si fronteggiano nella stessa città, nella stessa via, sullo stesso ballatoio. I servizi che le aziende acquistano dai grandi professionisti diventano sempre più vasti e articolati. E i grandi professionisti si pagano bene, e a loro volta pagano bene i loro collaboratori. L'aumento di detti valori trascina con sé il prezzo corrente di tutti i servizi. Basta fare mente locale sulla remunerazioni delle badanti straniere, che nel giro di un decennio sono passate da 300/400 mila lire mensili a 500 e 1000 euro. Oppure osservare come le banche hanno preso a farsi pagare salati servizi che prima rendevano gratis (o quasi) a tutta la clientela.

A questo punto la formazione sociale di origine include due umanità. Una frazione si è legata allo sviluppo esternato e una frazione rimane invischiata nel sottosviluppo interno (creato dall'esternazione). La nazionalizzazione delle masse è entrata in crisi e invano i patrioti superstiti sventolano le bandiere nazionali, invano fanno cantare gli inni del vecchio patriottismo agli scolaretti della quinta elementare, invano predicano dal pulpito televisivo.

Un tempo le aziende-nazioni occidentali si limitavano a imporre le loro merci moderne ai popoli arretrati, in cambio di materie prime. "Io ti do un secchio di plastica e tu mi dai una manciata di diamanti. Io ti do un bel trattore e tu mi dai 100 quintali di caffè. Io ti dono (ma che nessuno lo sappia) un milione di mine antiuomo e tu mi doni un'area petrolifera da sfruttare. Etc." negli ultimi venti anni, l'incontrollata emissione di dollari inconvertibili ha portato alla creazione di incredibili masse di capitale fittizio, le quali vagano per il mondo in cerca di lucro.

Abbiamo, così, la contemporanea esistenza di capitali apolidi, di masse proletarie snazionalizzate (sdoganate in nome della mescolanza fra i popoli) e di masse tribali infettate dalle merci industriali.

Questo miscuglio si è calato sulle società contadine organizzate in modo occidentale, tipo Cina, cioè con uno Stato, un esercito, una burocrazia, un sistema di trasporti, un proletariato contadino anelante alla transizione industriale, e magari una bandiera rossa. Ne è nato il capitalismo asiatico. Con quel che segue. Ad esempio la nazionalizzazione della masse asiatiche.

Questo sistema nasce già sapiente, come Minerva dalla testa di Giove, in quanto ha comprato impianti in Occidente ed ha assimilato le tecnologie occidentali. Al contrario la remunerazione dei proletari asiatici continua a essere regolata dalla legge di bronzo dei salari. Cioè: la domanda (di lavoratori) da parte delle aziende si mantiene molto bassa rispetto all'offerta (di lavoro) da parte dei contadini/aspiranti operai. In sostanza salari a livelli irrisori. Aziende asiatiche e aziende europee s'incontrano sullo stesso globo determinando un conflitto globale, difficile ormai da risolvere con un'altra guerra mondiale, a causa della esistenza e diffusione delle armi di distruzione totale.

Gli USA, che stampano dollari a (sapiente) volontà, finanziano la ricerca, e attraverso questa via possono vendere merci nuove. Inoltre spendono cifre favolose a (sapiente) volontà negli armamenti, cosa che li aiuta a mantenere il tasso d'occupazione a un buon livello. D'altra parte, in un paese dove si producono missili interplanetari, anche il consumo di carta, penne, scarpe e sedie resta elevato. Non così in Europa, che ancora non può stampare euro a volontà e che non possiede cento portaerei e centinaia di migliaia di aerei. Qui i servizi sociali e l'elefantiasi burocratica svolgono il ruolo occupazionale che gli armamenti hanno in USA. Però burocrati e volontari, in Europa, vengono pagati con soldi veri, o quasi, cioè riempiti di valore dai nazionali, che li prendono dando in cambio lavoro, merci e servizi.

Mentre i dollari globali acquistano gratis, all'estero, lavoro, merci e servizi.

L'allargamento dell'Europa comunitaria a quindici paesi minori - sollecitata non si sa quanto ad arte mettendo in tavola lo sviluppo irlandese e spagnolo - nei progetti originari avrebbe dovuto portare le merci tedesche, francesi, inglesi e italiane a una larga popolazione di sottosviluppati, per raschiare il fondo del barile, sulla base dello storico modello Nord/Sud d'Italia. Ma l'ingordo progetto è fallito a causa della delocalizzazione industriale. Adesso sono i quattro paesi guida a non saper più che pesci prendere e come far quadrare il cerchio.

La tensione cresce. Nei rapporti economici c'è sempre stato un domani, solo che nessuno è mai riuscito a prevedere come sarà. Difficile immaginare se avremo una nuova ventata di Oriani, Corridoni, D'Annunzio, Mussolini, oppure un Lenin tedesco, secondo l'antica speranza di Marx. Chissa! La situazione somiglia a quella romana del Terzo Secolo, con i Germani e gli altri barbari alle porte dell'Impero. Dico somiglia. Ma non significa che sia la stessa.

A pagare per il bordello italiano, avviato da Craxi e graziosamente portato avanti da Amato, Ciampi, Prodi, D'Alema e Berlusconi, è stato essenzialmente il Sud. Il quale si è calato docilmente le brache, invitando lor signori ad accomodarsi. Adesso che siamo arrivati alla fine del percorso - non si capisce bene se alla prostituzione sacra praticata dalle donne dell'antica Locri, o a quella dotale, in uso presso le gheisce nipponiche - il Sud non ha più niente da dare.

"Siamo i treni più lunghi d'Europa" cantava il povero Franco Costabile.

Eppure erano tempi felici, i suoi e i miei. Certamente nelle città lombarde si stava scomodi e si scomodavano gli indigeni, ma almeno si mangiava. Oggi, di fronte a noi c'è solo il mare, povero di pesci e ricco di rifiuti.

Da che parte andremo? Di nuovo in Argentina, terra di desolazione? O nella Nuova Inghilterra, ad accrescere le milizie di Cosa nostra? O in Libia, la quarta sponda? O fra le imperiali ambe tigrine?

Faremo una decima crociata in Terra Santa? Proclameremo Bossi re di Gerusalemme? Combatteremo il pirata Barbarossa? Illuminaci, oh Tremonti, tu che tutto sai e tutto vedi!

Il Sud è fatto di gente che quando è costretta a vivere fuori del Sud si rivela laboriosa, intelligente, pacifica, intraprendente etc. Ovviamente c'è anche la mafia, ma bisogna ancora chiarire a chi essa è servita e a chi serve.

Un tempo nel mio paesino si preparava un piatto estivo fatto di melanzane, peperoni e altri sapori, a cui si dava il nome di bobba forse in assonanza con la parola italiana sbobba. Qualcuno che aveva girato la chiamava anche caponata, senza ricevere obiezioni. Ma quando mi capitò di gustare a Catania la caponata che si fa lì, mi resi conto che era una forzatura dare lo stesso nome alla nostrana bobba.

La differenza che passa tra bobba e caponata è la stessa che esiste tra la formazione sociale Sud e la formazione sociale padana. L'Italia è costruita a immagine e somiglianza delle genti toscopadane. Usando gli stessi ingredienti, al Sud la caponata diventa bobba.

Le genti toscopadane hanno costruito una realtà politica funzionale ai loro interessi, e hanno posto al centro della composizione il loro capitalismo. A noi tocca di somigliare. Ogni diversità è interpretata come una devianza..

Qualunque nostro atto pubblico o privato - persino gli atti delinquenziali della mafia - è oggetto di sfruttamento. La rappresentazione poetica del nostro essere uomini è capovolta. Penso a Cristo si è fermato a Eboli e a Il Gattopardo, specialmente nella verdiana rappresentazione cinematografica di Luchino Visconti. Detta inversione è persino peggio dell'inferiorità razziale decretata da Cesare Lombroso.

Ciò che qui ha un senso, nella Padana appare uno stravolgimento. Se raffrontiamo il realistico personaggio di don Rodrigo e il lialesco personaggio del Principe Gattopardo avremo chiara la differenza che passa tra la caponata e la bobba. E ancora: secondo Giuseppe Tomasi, noi (o quelli di noi che immaginano di fare la storia) ci sentiamo "dei". Ancora Liala!

Mi chiedo se il reclamizzato scrittore palermitano abbia mai sentito parlare della "rivoluzione passiva", di cui aveva scritto circa 150 anni prima Vincenzo Cuoco, cioè di una rivoluzione (bobba) innescata per assomigliare a una rivoluzione (caponata) che altri sta facendo a casa sua. Una casa fatta di stanze e di finestre in muratura, mentre la nostra abitazione è ancora un tugurio di breste con un foro sul tetto, perché possa uscire il fumo.

A cosa mai è servita la rivoluzione napoletana del 1799, se non a rinsaldare la precedente arretratezza? A cosa è servita l'unità padana? Il rimedio da apprestare all'ineguale sviluppo delle nazioni non è certamente l'imposizione di snaturare se stessi per somigliare agli altri. La civilizzazione padana, dopo averci prosciugato per cento anni, ci ha regalato l'assistenzialismo senza sviluppo.

L'assistenzialismo in realtà era uno sbocco per l'industria padana finanziato dal pubblico indebitamento, ma per noi sudichi era comodo, tonificante, ancorché le poche risorse che il Sud produceva continuassero ad affluire a Milano, a Genova, a Torino, assieme alle pubbliche sovvenzioni. Poi, a un certo punto, il debito è divenuto troppo.

I buoni amministratori, venuti dopo Craxi dalla Banca d'Italia e da alcune arlecchinesche conversioni, hanno chiuso il rubinetto. Dal canto loro i lumbard, che come si sa lavorano e producono, si sono incazzati. Cosicché l'assistenzialismo è stato revocato.

Adesso ci ritroviamo in Europa senza assistenzialismo e senza sviluppo. Con l'inimicizia dell'Europa e l'inimicizia della Padana. Un peso per l'una e un peso per l'altra.

Le rivoluzioni passive costano parecchio di più che la testa di Francesco Caracciolo e di Eleonora Fonseca. Siamo andati avanti con le scarpe degli altri, e adesso gli altri si ripigliano le loro scarpe.

Finalmente è chiaro. Il primo ingrediente per fare una vera caponata è uno Stato nostro. Lo Stato non è solo la più grande azienda di una formazione sociale (quasi il 50 per cento di tutto il prodotto lordo) ma è anche l'autore di quel libro di cucina senza del quale potremo sì preparare bobbe, mai caponate.

Nicola Zitara

 

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The "Rigoletti" of the heavely damaged South
The material constitution
A note by Vico
The animal spirits
The national hypocrisy
Italy
A New Workers'International
Nicola Zitara
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Siderno, 11 febbraio 2004

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