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Due Sicilie
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La finanza creativa di... miseria

di Nicola Zitara

Siderno, 3 Ottobre 2008

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Da qualche tempo giornali e telegiornali allettano il cittadino che vive di lavoro - sempre che un lavoro lo abbia - con notizie allarmate sulla crisi della finanza americana. Come quel sacerdote che porta a chi sta spirando l'estrema unzione e lo prepara al trapasso, i predetti preparano chi lavora a una paga minore dell'attuale, se non del tutto alla disoccupazione, e chi ha messo da parte qualche risparmio a dirgli addio. Parlano, parlano, ma non fanno capire molto di quel che sta avvenendo e del perché sta avvenendo. Quanto al futuro, fanno danzare davanti agli occhi della povera gente - o meglio della gente povera - lo spettro della Crisi del '29, che in Italia arrivò tra il 1931 e il 1933 e fu l'introduzione (capitalistica) alla guerra d'Abissinia e ai disastri che la seguirono. Lo fanno affinché la povera gente prenda la cosa come un castigo di Dio e si rassegni a pagare la fattura stringendo la cinghia o donando quel che ha, in nome della retorica non solo simil-mussoliniana dell'oro alla patria in pericolo.

Di quel che sta accadendo si può - forse - disegnare un profilo. La prima nozione da assimilare è che il profitto sta alla base dell'agire delle aziende, o meglio delle imprese, come le chiama il Codice civile italiano, perché ogni impresa comporta un rischio. Le imprese assumono i lavoratori (dell'industria, dell'agricoltura, dei servizi, cioè chi lavora per una paga, dal bracciante e dall'extracomunitario al medico e all'ingegnere) per ottenere un prodotto vendibile, il valore del quale si realizza sul mercato mediante l'incasso di moneta.

Fra le imprese che assumono un rischio ci sono le banche e tutte le altre figure del commercio che trattano la merce danaro, comprandolo e vendendolo. Ora la merce danaro non è fatta soltanto dalla banconota a corso legale - il biglietto che tutti adoperiamo nel nostro quotidiano riscuotere per il lavoro prestato e pagare le merci acquistate - ma anche da rappresentazioni 'fiduciarie' del danaro. Per esempio la cambiale, che viene accettata, appunto, sulla base della fiducia che si ha verso chi la sottoscrive.

A livello mondiale, da una trentina d'anni, e dal tempo in cui Ciampi fu ministro del tesoro anche in Italia, le banche sono state sollevate dall'onere di comprare il danaro prima di venderlo. Possono far credito sulla base dei crediti (simili alle cambiali) che hanno in portafoglio. Questa innovativa facoltà (la finanza creativa) è alla base della crisi mondiale in atto. Per ottenere profitti più elevati, le imprese bancarie e finanziarie hanno imbottito i loro portafogli di crediti al futuro, senza badare se il debitore era in condizione di pagare. Poi hanno venduto per danaro fresco questi crediti futuri ad altre banche e ai risparmiatori. Chi ha comprato ha subito rivenduto l'acquisto, lucrandoci sopra. In effetti la pelle del leone era una sola, ma è stata venduta sia a Ciccio che a Cola, e magari anche a Mimì, creando così ciò che ampollosamente prende la definizione di 'bolla speculativa'. Alla fine è venuto a galla che i crediti originari serano inesigibili, sono cioè perdite anziché profitti, cosicché tanto Ciccio quanto Cola e magari anche Mimì (compratori di titoli fruttiferi di un interesse) sono nei guai. La bolla è scoppiata.

Di questo bluff da poker non si dice che i maggiori responsabili sono i santificati governatori delle banche centrali di USA, Europa Unita, Inghilterra, Giappone e Cina, i quali hanno stampato e messo in circolazione un ammontare di banconote sufficiente a trasformare in moneta di Stato la moneta fiduciaria inventata dalle banche e dai mediatori del credito.

E non è finita qui. Adesso alle banche centrali tocca stampare e mettere in circolazione altre banconote di Stato per coprire i crediti inesigibili delle banche. Ciò è inevitabile se non si vuole dichiarare la morte anche del creduto bancario a favore di chi produce beni reali e servizi vendibili. Il fallimento di questi soggetti significherebbe decine di milioni di disoccupati, e in prosecuzione la sollevazione dei poveri contro i ricchi, una fiera minaccia all'attuale assetto sociale.

Più danaro di quanto necessario in circolazione significa, però, svalutazione della banconota, rapido aumento dei prezzi, squilibrio dei redditi tra percettori di salari o stipendi e imprenditori, squilibrio dell'erario degli Stati, che saranno costretti a stampare altra cartamoneta in attesa che le entrate fiscali si adeguino ai prezzi delle cose che i ministri acquistano sul mercato per operare.

Come nel corso delle ultime due guerre mondiali, la crisi dei redditi popolari si manifesta in periferia prima che al centro. E' è già in atto; è visibile. Non solo i paesi dell'Est europeo ma anche il Sud cosiddetto italiano sono prossimi a essere stesi bocconi, perché non reggono la perdita di valore della moneta. Due mesi ancora e saremo al dramma.











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