L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Bassolino e Tremonti allacciati nel tango

di Nicola Zitara

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Siderno, 27 Settembre 2004

In seguito alla sortita di Tremonti sul Corriere della Sera, l'attiva opera di prendere per i fondelli i meridionali - menefreghisti fino al punto da apparire minchioni -  continua  per mano del meridionalista in capo, Antonio Bassolino, ancora governatore della Campania infelix nonostante la sua plateale  inefficienza. L’illustre salvatore di Napoli ci fa sapere di aver  ingaggiato un intero manipolo di esperti al fine di creare al Sud una banca di credito a medio termine.

Non è inutile ricordare che il Sud ha avuto, in tempi non tanto remoti, non uno, ma ben tre istituti di credito industriale, uno per il Sud continentale (Isveimer), uno per la Sicilia (Irfis) e uno per la Sardegna (Cis); istituzioni che credo esistano ancora nel capitoli della spesa pubblica. Nessuno di essi ha prodotto qualcosa, tranne i super-stipendi di interi reggimenti di impiegati - che per la verità è l’unica cosa che soddisfi l’interesse di noi meridionali.

Il discorso che segue dice una cosa semplicissima: sbaglia Bassolino a ritenere che lo sviluppo di un sistema industriale è legato al potere e all’efficienza delle banche. Senza la volontà dello Stato e i mezzi che esso è in condizione di mettere in campo, un’ipotesi del genere è soltanto fumo, quantomeno in Italia.

In materia di sviluppo l’Italia osserva tuttora l’etica cavourrista: bisogna salvare le apparenze e far credere alla gente che il credito all’industria è opera delle banche. In effetti è solo opera dello Stato (il cosiddetto protezionismo dall’interno), che spoglia la gente - in particolare i risparmiatori e i lavoratori dipendenti – e trasferisce il maltolto nelle casseforti dei capitalisti. A ogni nuovo investimento, a ogni operazione andata a male (salvataggio), a ogni fallimento perdono potere d’acquisto, è la povera gente a pagare. 

Molto più corretta e grandemente più efficace fu in materia industriale l’azione di Ferdinando II. Sotto di lui, il Banco delle Due Sicilie   godette dell’incrollabile fiducia dei risparmiatori,  raccogliendo risparmio nella misura di due volte, due volte e mezza il totale dei depositi registrati nelle banche allora esistenti in tutta la penisola. Il re poté, perciò, effettuare grosse operazioni di credito industriale e affrontarne gli immancabili costi con parecchia disinvoltura. In effetti la concessione di un credito all’industria era un atto politico, a cui il re dava una specie di personale fideiussione.

Per parecchio tempo, il Banco di Napoli si presentò come il continuatore di quell’istituto ed  ereditò la fiducia di cui il predecessore godeva fra le popolazioni, ma fu fiducia mal riposta. In primo luogo il Sud impoverito non fu più in condizione di sorreggere una politica di sviluppo, caso mai il Banco l’avesse avuta. In secondo luogo, allorché, tra la fine dell’Ottocento e il 1925 anni,  il Banco si trovò a contare sulle rimesse in valuta degli emigrati in America, ne venne insistentemente alleggerito dalla Banca d’Italia. In terzo luogo, una volta che, nel secondo dopoguerra,  l’industria pastaia e conserviera dell’hinterland napoletano venne scippata dall’Emilia, il Banco non ebbe più il terreno su cui seminare.

Il filone bancario promosso da Cavour e portato avanti disinvoltamente dai suoi successori fino al 1890 fu un totale fallimento sul piano industriale ed economico, oltre che una fonte di inaudite vergogne per la nuova Italia, nonché la culla delle inguaribili illegalità sui fonda il suo potere la classe dirigente padana; un fenomeno di cui Berlusconi  sicuramente non è la prima né la massima espressione. Si pensi ai misfatti, e all’arricchimento senza causa, dei Bastogi, Bombrini, Cambray-Digny, Peruzzi, Orlando, Florio, nei primi decenni unitari.

La più importante banca a medio termine di quel periodo, la Banca di Credito Mobiliare, dopo aver prosciugato l’intera nazione, e specialmente il Sud detentore di argento e d’oro, per ben trent’anni si esibì in sfacciati saccheggi, senza per questo far maturare un fico secco nel campo industriale. Il genovese Giuseppe Balduino, chiamato alla sua direzione personalmente da Cavour, fu il più famoso ladro, il più grande imbroglione e il più spudorato ricattatore dello Stato, dei governi, del parlamento e delle popolazioni, che mai abbia prodotto l'Italia (una e indivisibile).

 

Il meccanismo messo a punto da Cavour era questo: la Banca Nazionale di Genova e Torino incassava oro e argento e pagava con carta fiduciaria emessa in misura di tre, quattro, otto volte i valori incassati. La banca centrale prestava la carta alle sottostanti banche a medio termine di Genova, Torino e Firenze, che a loro volta la prestavano allo Stato.

Era il meccanismo escogitato da Cavour per fottere alla gente l’oro e l’argento in circolazione. In cambio dei prestiti cartacei lo Stato sabaudo dava alle banche, oltre a favolosi interessi, tutto quello che aveva a portata di mano, dal monopolio del sale e dei tabacchi alle ferrovie, dal monopolio degli zuccheri alle terre espropriate agli ordini religiosi. Insomma, prosciugando l’oro e l’argento della normale circolazione preunitaria, e dando carta al suo posto, non nacque l’industria, ma la classe dei capitalisti (finanziari) padani che, assolutamente e incontrovertibilmente, prima non esisteva.

I nodi della malfatta banca a medio termine arrivarono al pettine intorno al 1890, allorché, valorizzando le rimesse degli emigrati, Crispi aprì le porte a una politica industrialista. Con la rifondata banca centrale, la Banca d’Italia, si passò a una piena circolazione cartacea, benché la moneta ufficiale rimanesse teoricamente convertibile in oro.

La circolazione cartacea consentì una costante e programmata inflazione, volta a drenare verso la nascente grande industria rimarchevoli quote del prodotto sociale. In base al meccanismo delle emissioni cartacee, la banca di suo dà carta, e con questa carta paga beni, servizi e il lavoro dei privati. In tal modo la banca di Stato è diventato il padrone più ricco di ogni nazione.

Questa elevata ricchezza, che incontra un limite soltanto nella buona regola di non creare eccessive svalutazioni, consente alla banca centrale di effettuare prestiti consistentissimi.  

Recenti pubblicazioni, volute e finanziate dalla stessa Banca d’Italia, evidenziano l’allegra finanza - allegra per i capitalisti e dolorosa per la gente – di cui beneficiò la grande industria tra il 1898 e il 1927. Tale andazzo andò a sbattere il muso, prima, contro l’avversione di Mussolini per una nazione diretta dai capitalisti e poi contro la Grande Crisi del ’29, allorché le masse si ritrovarono disoccupate e il prodotto sociale crollò.

A quel punto non fu più possibile tenere nascosto il drenaggio che portava all’industria risorse sottratte al pubblico. Il sistema bancario italiano entrò in una fase fallimentare. Le maggiori banche e le maggiori industrie furono nazionalizzate. Cosicché non si poté continuare nell’opera d’estorcere ricchezza  popolare attraverso l’inflazione bancaria, ma si dovette procedere apertamente a far stringere la cinghia alla gente.    

Tra il passato e il presente ci sono, cronologicamente, lo stacco della Seconda Guerra Mondiale, la  fine del mondo contadino, la “grande trasformazione”, la società del benessere. In quest’ultima, felice fase il prodotto nazionale crebbe velocemente e la ricchezza privata si moltiplicò. Per assistere la grande industria non fu più necessario alimentare l’inflazione.

A fronte delle nuove  emissioni si ebbero nuove e più abbondanti quantità di merci. Anzi le nuove emissioni furono necessarie affinché tutte le merci prodotte potessero essere acquistate, senza dar luogo a un crollo dei prezzi. Diventò, perciò,  facile fornire  danaro  alla grande industria, senza provocare estorcerlo subdolamente alle famiglie.      

A partire dagli anni cinquanta, il legame tra  la grande industria privata e lo Stato foraggiatore venne “mediato” dalla milanese Mediobanca, la  famosa banca d’affari di Enrico Cuccia. Mediobanca è per gli italiani l’esempio da manuale di banca di credito industriale. Superfluo soffermarsi a dire se era bella o brutta. Sta di fatto che ha funzionato; che ha portato avanti le aziende prescelte e che ha affossato (o suicidato) quelle sgradite.

Oggi Mediobanca non gode più della nobiliare primogenitura dei cinquant’anni trascorsi. Dopo le riforme degli anni novanta (Amato, Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema),  tutte le banche, senza più l’obbligo di tenere una riserva, hanno la facoltà di buttare dalla finestra la fatica di chi lavora e viene pagato con quella carta, della quale le banche centrali (non esclusa la banca europea) programmano  anticipatamente  la svalutazione.

Ciò che prima era pubblico oggi è privato. In Italia, se non ci fosse stato l’IRI, cioè senza le banche nazionalizzate e dirigisticamente controllate, Mediobanca non sarebbe potuta nascere e funzionare. E senza la svalutazione, la voce “grande capitalismo padano” sarebbe una notizia fornita in nota sui libri di storia.

Ho citato il mussoliniano Istituto per la Ricostruzione Industriale, appunto l'IRI, non per amore del passato, ma perché certe cose, in pratica, possono essere fatte in un solo modo, a seconda della nazione che le mette in essere, e non  in qualunque modo.  Il problema italiano è questo: la morale che il paese osserva è ricalcata sui fatti iniziali (e iniziatici) dell’affarismo   genovese, fiorentino e milanese.

Il grande capitalista italiano è incapace di mettere a repentaglio il suo danaro (recentemente, gli Agnelli ne sono un esempio luminoso). Aspetta  quello che lo Stato (la gente) elargisce. Anzi non investe tutto quel che lo Stato gli elargisce, perché è consuetudine - sia al Sud sia al Nord – di farci la cresta sopra. 

Gli esempi di creste sul pubblico danaro  potrebbero andare indietro fino ai Bixio, agli Orlando, ai Perrone, ai Breda. Volendo limitare l’esemplificazione al passato prossimo, è facile menzionare quel che avvenne in Irpinia, in seguito al terremoto, e quel che sta avvenendo adesso, in omaggio alle triangolazione Parmalat> banche padane> banche straniere.   

Nel sistema italiano il legame tra grande industria e Stato è come il matrimonio di un tempo, indissolubile. Vediamone la “ratio” lo governa.  

In generale, la concorrenza spinge i produttori uno contro l'altro. Anche le grandi industrie vivono la regola secondo cui “il mondo è fatto a scale, chi le scende e chi le sale”, peraltro comune a tutti gli uomini e a tutte le cose umane. Per un'industria che va bene ce n'è sempre un'altra che va male. A livello medio e basso, ognuna di esse si piange i guai suoi.

Se le cose vanno male, il padrone s'indebita, o chiude, o licenzia una parte delle maestranze, o cambia il ragioniere, o taglia le spese familiari, o ricorre al suocero o al cognato per un avallo in banca. Niente di straordinario: il mondo occidentale va così da almeno tremila anni.

Se invece va male una grossa industria, le cose si complicano, perché entra in ballo l’economia dell'intera nazione o di una sua importante città o regione. In Italia, è regola che debba essere lo Stato a sanare (ove possa) la situazione (Tanzi, Agnelli, Alitalia, etc.). Il meccanismo non è perverso o delittuoso.

Si tratta di una procedura adottata in un modo o nell’altro da tutti gli Stati moderni. Per altro, è lo stesso popolo nazionale che trae vantaggio dal protezionismo industriale sottobanco, in quanto è messo in condizione di produrre, anziché stare disoccupato,  e a volte di produrre meglio e a costi minori di altre popolazioni.

Ho parlato di specificità italiana, ma non ho letto l’intera messa. C’è un altro passo del messale nel quale si dice che lo Stato sente il dovere politico di impegnarsi a fondo solo dove esiste e prospera una saldatura interclassista tra le classi proprietarie e le classi proletarie.

Storicamente essa risale ai tempi di quel malandrino di Giovanni Giolitti e di quel fornicatore municipalista che era il Partito Socialista  al tempo di Turati; una saldatura municipalistica trasmigrata dopo la guerra nel Partito Comunista e nel sindacato socialcomunista.

Le regioni dove opera l’alleanza sono, all’atto, la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, una parte della Toscana,  l’Emilia con qualche allargamento alla Romagna,  Trieste, il Lazio limitatamente a  Roma e dintorni.

A Napoli, nonostante i vocalizzi di Bassolino,  e in tutto il Sud, di tale saldatura manca persino l’ombra. Lo Stato italiano ha affrontato delle consistenti spese per Napoli e per il Sud, ma non ha mai operato in modo da far pensare che considerasse di carattere nazionale le attività economiche che vi si svolgevano. Anzi, all’opposto, ha sacrificato dette attività tutte le volte che potevano disturbare la preminenza delle regioni in cui operava l’alleanza municipalistica fra i produttori.

Ergo, a Bassolino lasceranno rifare tutte gli Isveimer che gli riesce, e magari  Tremonti gli darà una mano, ma sarà danaro buttato due volta dalla finestra. Gli investimenti  industriali vogliono  dire Stato.

Se lo Stato non c’è,  non si fanno. E a proposito della presenza dello Stato si può sicuramente dire che in Italia è sempre presente, solo che a volte è presente per il bene e a volte è presente per il male. Presente lo Stato italiano, la gente del Sud continuerà a pagare, ma a beneficio dei lustrissimi concittadini padani e bossisti.

E’ rimasto fuori il tema degli  investimenti nella piccola e media industria. L’ho già affrontato parecchie volte, ma spero di tornarci su ancora una volta.


Nicola Zitara

Scjalapopolo

Una larga parte della popolazione è nuovamente alla fame. Considerato il diverso tenore di vita delle due epoche, è quasi il dopoguerra, sessant’anni fa. La classe dei lavoratori in proprio - i commercianti, gli artigiani che riparano le macchine nordiste, i medici delle visite private, gli esercenti di molte libere attività - ricattano il consumatore allo stesso modo che usava il mercato nero con il pane e l’olio.

A quel tempo la fame dilagava. Il Nord, ingordamente come sempre, inghiottiva le scarse risorse della nazione: gran parte della spesa pubblica destinata alla Ricostruzione Nazionale e il controvalore delle Am-lire, che i soldati americani avevano smerciato al Sud in cambio di beni (frutta, ortaggi etc.) e di servizi, ivi incluso  l’amore -  un sentimento che non dovrebbe avere un prezzo. Ma la fame era tanta nelle famiglie proletarie!

Allora, però, diversamente da oggi,  penetrò con forza nel mondo che usciva dalla guerra un ceto nuovo di commercianti, che proprio la guerra e l’occupazione angloamericana avevano addestrato al libero mercato.

Civilmente Siderno si aprì alla novità. L’amministrazione del tempo fece spazio. La nuova classe, o frazione di classe, lottata sotterraneamente dai vecchi commercianti, non aveva alle spalle niente altro che la propria dura esperienza nei campi di prigionia e sui treni dell’intrallazzo. In effetti si costruì da sé, stringendo la cinghia. Self made man, si dice efficacemente in inglese. 

Cola Reale, con appesa al collo, mediante una cinghia,  una scatola ricolma di rocchelline, di filo da imbastire, di aghi per cucire, di sonagli per distrarre i poppanti, macinava decine e decine di chilometri al giorno offrendo la sua merce per le vie del paese.

Non poteva arricchire, poteva soltanto campare, e campare la famiglia. La sua fatica non era una fatica privilegiata. Era umile, produttiva, vantaggiosa. I prezzi delle sue merci erano accessibili anche al popolo vinto e umiliato dalla disoccupazione.

Ma questo popolo vinto e umiliato elevava il lavoro a valore e a dignità virile. La morale popolare faceva opinione pubblica, condizionava le classi ricche e persino quelle egemoni. Le nostre rappresentanze politiche e parlamentari erano lontane, distratte, ma, nell’ambito locale,  la sua morale popolare si autoalimentava.

Per cui  continuò ad avere un  forte peso anche nella fase successiva, allorché l’esodo biblico del proletariato meridionale innalzò le condizioni dell’esistenza ed edificò al Sud un certo benessere.  In modo lecito o attraverso le tortuose vie del clientelismo, frazioni della ricchezza nazionale giungevano alle classi del lavoro.

Venne, così,  il tempo in cui Cola Reale poté inaugurare una stabile bancarella all’angolo di Piazza Portosalvo e lanciare lo slogan: “Cento lire al pezzo”. Figli, madri, padri, nonni ebbero la possibilità di diventare suoi clienti.

Il resto lo sapete tutti.

Scjalapopolo e l’antica Siderno, in cui la gente umile  poteva impartire lezioni di vita! Ricordando il volto forte e mite di ‘u Cola, mi viene in mente un verso di Ugo Foscolo, che dice:  “A’ generosi/Giusta di glorie dispensiera è morte…”.  Foscolo si riferiva agli uomini migliori dell’età guerriera, ma, senza alcuna forzatura,   possiamo applicare il verso ai  “generosi” di una società interclassista, in cui è forte la mobilità sociale e in cui il mercato e la concorrenza stanno al posto delle spade. Niente definisce Siderno di un tempo meglio del temine  Scjalapopolo.


Nicola Zitara

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Altri commenti all'intervento di Tremonti sul

Corriere della Sera di sabato 11 settembre

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