
Riprendo un’espressione in voga nei primi decenni di unità, allorché fra i politici fiorivano eminenti ladri, di regola genovesi e fiorentini, ma c’erano anche delle persone morali che li criticavano. Un povero deputato, non mi ricordo se di Trento o di Verona, fu quasi ammazzato in una via di Firenze perché aveva sputtanato in aula e sui giornali Sella, Minghetti, Lamarmora e il banchiere genovese Balduino che s’erano intrallazzata la cessione del monopolio dei tabacchi. Non contenti del gesto mafioso, mazziato e cornuto, il deputato fu denunziato, spedito in galera e rovinato con l’intera sua famiglia.
Un decennio più tardi, nell’età del
Trasformismo, l’espressione venne ripresa per
stigmatizzare la mancanza di coerenza politica dei deputati, che
passavano dalla destra alla sinistra, e viceversa, in cambio di un
posto di sottosegretario, o di alto lucroso beneficio. Gli storici
usano un linguaggio pesante per il povero Depretis, artefice
dell’operazione, ma c’è da ricordare che egli
morì povero, nella povera soffitta in cui viveva. Sono invece
larghi di lodi con ben altro malfattore, Giovanni Giolitti,
l’Uomo di Dronero secondo i radicali del tempo, Palamidone
secondo “l’Asino” di Podrecca, l’infausto
personaggio che portò a compimento l’annientamento del
Meridione. “Il ministro della malavita”, lo chiamò
Gaetano Salvemini, nei suoi brucianti articoli per
“l’Avanti”.
Quali i demeriti e quali i meriti del grande corruttore? Durante gli
anni della sua egemonia parlamentare nacque e fiorì quella cosa
ignobile che viene chiamata “industria italiana”. Giolitti
ebbe l’abilità di sfruttare a favore degli investimenti
padronali padani le rimesse degli emigrati in America, che raggiunsero
una tale entità da portare la screditata liretta a fare aggio
sull’oro. Alle borse di Londra e di Parigi, con 97/98 lire si
potevano comprare 100 franchi. Ma Giolitti non si limitò a
utilizzare a Milano, Genova e Torino un capitale che in larga parte
veniva da gente del Sud. Andò parecchio oltre.
Uno. Aggravò una tassa invisibile sui consumi, costituita dalla
protezione daziaria alla frontiera delle merci prodotte dalla nascente
industria. Elettricità, macchine, concimi chimici, zucchero
vennero venduti a prezzi che moltiplicavano di molte volte il prezzo
sul mercato internazionale.
Esistono molti sontuosi monumenti ai patriottici ladri della
patria, ma nessuno al povero Ernesto Rossi, che ebbe il coraggio di
denunziarli. [Ovviamente, il Corriere della Sera e gli altri grandi
quotidiani, in un modo o nell’altro tutti legati alle famiglie
del capitalismo nordoccidentale (oggi sono la cosiddetta sinistra, che
si oppone alla destra di Berlusconi, outsider di zona nordorientale),
nelle loro pagine culturali, ignorano i relativi capitoli della patria
storia.]
Due. Naturalmente la politica giolittiana avrebbe dovuto avere
l’opposizione dei parlamentari meridionali. Invece ebbe la
costante loro approvazione.
Perché? La funzione militare e sociale di baluardo della
cristianità, assegnata dal concerto delle potenze europee allo
Stato spagnolo delle Due Sicilie, finì con l’ascesa di
Carlo di Borbone-Farnese al trono di Napoli e di Palermo. Ma non per
questo pervenne a fine il clima di arretratezza imposto al paese (o
meglio, ai due paesi, la Sicilia e il Napoletano), affinché
svolgesse la funzione di confine politico dell’Europa. I re di
casa Borbone cercarono di cavalcare l’onda benefica della
Rivoluzione commerciale, che conferiva al Sud la condizione
privilegiata di (quasi) unico fornitore di zolfo e di prodotti
dell’agricoltura mediterranea. Ma il loro governo fu
continuamente contrastato dagli interessi francesi e inglesi. Francia e
Inghilterra esportavano con gran lucro l’ideologia della
modernità per mettere contro i governi locali larghi
settori del padronato, cosicché, se l’opera degli insigni
uomini di stato, quali furono ininterrottamente i ministri napoletani,
dette parecchi buoni risultati nel campo del commercio e
dell’industria, modificò, invece, poco o niente in
agricoltura.
Nelle terre e nei borghi del Sud, al cento dell’economia stavano
la rendita padronale e la povertà dei contadini. La rendita
sopravvive se e quando vige la primogenitura e la proprietà
rimane indivisa. I figli cadetti debbono trovarsi altrove un pane.
Questa era la regola ancora in vigore al tempo dell’unità
cavourrista. Il nuovo governo, non volendo spendere una sola lira al
Sud, la lasciò così com’era, anzi
peggiorò le cose, perché fece in modo che il commercio
meridionale passasse in mano ai liguri e che venissero liquidate le
industrie create da Ferdinado II e pagate dalle popolazioni
meridionali.
Le terre della Chiesa vennero vendute, quindi meno monaci e abati fra i
cadetti. La liquidazione della capitale del Regno e del commercio
napoletano fece strame anche degli avvocati. La poca economia
superstite passò in mano allo Stato e ai comuni regi. Il
clientelismo meridionale nasce da questo passaggio. O si campa di Stato
o si scende di classe sociale. Lo Stato cavourrista ha usato e usa
questa situazione (o condizione dell’esistenza) come instrumentum
imperii. Ricatta la classe meridionale della penna, del diploma e della
laurea. Non solo, ma perché la classe dei ricattati possa
esercitare un buon ascendente sui cittadini, le lascia un margine di
liberà: l’imbroglio, l’intrallazzo sulla spesa
pubblica. Il pubblico erario paga e fa finta di non vedere i conti e il
risultato dell’opera pagata. Si formano così delle
fottitorie catene di Sant’Antonio, sulle quali i giudici di
sinistra a volte appuntano gli occhi, ma sanno bene che, senza di esse,
lo Stato cavourrista sarebbe destinato a finire. Quel che vale per i
pubblici dipendenti, moltiplicato migliaia di volte, vale per i
politici: se non onesti, almeno fedeli servitori dello Stato straniero,
in tutte le sue versioni – quella regia, quella fascista, quella
repubblicana, costituzionale e resistenziale. Insomma, la
corruzione e l’inefficienza sono lo stesso che la mafia: una
questione di Stato: servono a Milano, all’Emilia, al Veneto, che
vendono merci, e vengono scodellate da Roma, che tranne il papa,
è un’Urbe di secondo grado, al loro servizio.
Una volta si diceva il Malgoverno. Dopo Gramsci, la sinistra è
diventata la vera erede di Cavour e la più titolata suffragetta
delle piume dei bersaglieri (massacratori dei vostri antenati
briganti).
Il bello è arrivato nella guerra con Berlusconi, il quale
è un teleuomo dai mille meriti padanisti, e qualcuno anche
lazial-abruzzese, come il bel faccino tostino di Bruno Vespa (anzi
minuscolo, vespa). Cosa ha inventato di nuovo l’opposizione?
E’ accaduto che il fervore meridionalista dei sinistrorsi
defenestranti ha messo in piedi la favola secondo cui la colpa di tutti
i disastri che affliggono il Meridione sta nell’immoralità
(intrallazzismo) degli esponenti politici. La sanità non
funziona? Colpa dell’amministratore dell’Asl. I treni sono
scassati? Colpa del ministro dei trasporti. Il telefono di casa
è disturbato dai procacciatori di vendite? Colpa di Berlusconi
in prima persona. La spazzatura s’ammucchia? In questo caso
bisogna distinguere. Se il sindaco è della Casa delle
libertà berlusconiane, la colpa è sua. Se il sindaco
è, invece, di sinistra, la colpa è di Chiaravalloti,
oppure di Tremonti, o anche di Stronzobossi che negano al Sud la giusta
mercede. La disoccupazione imperversa, l’emigrazione riprende?
Colpa di chi spende male le imponenti elargizioni dello Stato. E’
persino divertente l’idea che qualche migliaio di furbastri, che
lucrano sulle comuni sventure, siano i veri e gli unici responsabili
del disastro di una nazione – quella dei meridionali – che
conta venti milioni di abitanti in patria e altrettanti fuori degli
antichi confini nazionali.
Insomma, la sinistra ha elevato il vuoto a dialettica storica.
E’ infatti nient’altro che aria emessa dal posto da cui si
fa trombetta. Berlusconi arricchisce se stesso, la sinistra è
invece più altruista: vuole risorgimentare gli Agnelli. Il resto
è avanspettacolo. Quando penso che anch’io mi professo
uomo di sinistra, mi vengono le lacrime.
Malu tempu e scarpi rutti!
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