
Siderno,
12 febbraio 2005
La parola italianità significa, più o meno, che qualcosa o qualcuno, per il suo atteggiarsi, porta i segni dell’appartenenza alla cultura, al costume, al carattere degli italiani. Ma l’Italia, il paese che detta agli uomini o alle cose il suo segno, qual è? Quella del Sud o quella del Nord? Perché, in effetti, è chiaro a tutti, che di Italie ce ne sono due: quella degli itagliani e quella dei taliani.
La confusione è cominciata al tempo di Roma repubblicana,
allorché gli italici erano romani per i doveri militari e non lo
erano per l’arricchimento provenienti dai saccheggi che
illustrano (anche se non lo si dice) la civiltà romana. La
confusione è andata così avanti che è difficile
stabilire se furono i Romani a conquistare l’Italia o se furono
gli Italici a conquistare Roma.
Comunque una certa alterità (o doppiezza) tra chi sta dentro
l’Itaglia a pieno titolo e chi non possiede il titolo pieno, ma
solo una specie di usufrutto, c’è sempre stata. Pensate al
significato etnico e politico della frase “Temo i Greci e i doni
che essi portano” (o quando portano doni. Esattamente: Timeo
Danaos et dona ferentes), che circolava a Roma-urbe al tempo di
Scipione l’Emiliano.
Ora, questi Greci della frase erano essenzialmente taliani del
Sud, i quali, vinti e sottomessi dai Romani, portavano doni ai
vincitori e padroni, al fine di ingraziarseli in vista di un lavoro o
di un favore (al tempo di Cicerone si diceva clientes, da cui
l’itagliano clientela, in taliano ‘amici’). In buona
sostanza, i Romani, non paghi di esercitare una padronanza sui Taliani,
li giudicavano anche male.
La cosa si è ampiamente ripetuta dopo l’unità
cavourrista. Raffaele Cadorna, intrepido generale milanese, nel 1866,
assediò, bombardò, conquistò e sottomise
Palermo insorta contro l’unità. Nella sottostoria
d’Itaglia, Palermo non fu la prima città bombardata, ma la
seconda dopo Genova (dal grande Lamarmora Alfonso, inventore dei
bersaglieri).
La quarta fu Gaeta (un tempo città, anche se oggi è un
insignificante borgo taliano), la quarta Reggio Calabria, la
quinta – non appena Caldiroli avrà assunto il
comando dello Stato Maggior Generale (ed anche Ammiraglio), sicuramente
Napoli. Non tutta, però; solo quella abitata dai Taliani.
Perché, come tutti sanno, a Napoli ci sono anche molti Itagliani
(Bassolino, Jervolina, Pomicino, Mussolina, etc.). Il seguito si
vedrà. Forse Augusta, forse Mazara del Vallo, forse Agrigento,
non so.
Anche al tempo dell’eroico Cadorna c’erano ambivalenze
italiche. Palermitani nemici della patria e palermitani patrioti.
Leoluca Orlando Cascio non era ancora nato, ma viveva e operava un suo
antenato e precursore come sindaco di una città (e forse
antenato anche nel senso proprio di stipite familiare), il quale
patriotticamente guidò la mafia nell’opera di liberazione
della decaduta capitale federiciana, in ciò seguendo
l’esempio del Generale Garibaldi, che pochi anni prima, alla
testa di venti idealisti, 980 avanzi di galera, un assegno scoperto e
3000 mafiosi (per pudore detti ‘picciotti’, ancorché
analfabeti e non capaci di capire altro se non il tintinnio delle
piastre - chissà perché turche? - generosamente
distribuite dai consoli inglesi di stanza), aveva liberato
l’intera Sicilia dall’odiato Borbone.
Qualche decennio dopo, il marchese Di Rudinì fu elevato
per i suoi meriti a presidente del consiglio dei ministri itagliano e
taliano, aprendo la strada a un mafioso più illustre ancora, un
componente della seconda generazione di patrioti, il prof. Vittorio
Emanuele Orlando, presidente della vittoria nel 1918.
Cornuti e mazziati, il nome dell’illustre guerriero, generale
Cadorna, ce lo ritroviamo nella toponomastica dei nostri paesi e
città bombardate, insieme a quello del Generale Lamarmora, che
non pago della carneficina di Genova, si esibì nella patriottica
opera di liquidare i briganti taliani.
Leggo su Corriere Economia del 7 febbraio 2005 il fondo di Edoardo Segantini dal titolo “Quella cosa del Sud che nessuno vuole dire”.
A lettura fatta, mi resta da capire se sono taliano o itagliano.
Infatti, io vivo immerso nella mafia, che sicuramente non è cosa
italiana, in quanto l’italianità è definita
dall’aeroporto della Malpensa, dall’EuroStar (non so se
“E’ bello Star in Europa” o se Stella
d’Europa), dalla Scala, da Giuseppe Verdi, da Maria Callas e,
perché no, anche da Giovanni Verga e dall’Opera
palermitana dei Pupi.
Tuttavia potrei anche essere itagliano anch’io, perché
sono stato prima fascista e poi antifascista, subito dopo, forse per
redimermi, ho fatto l’emigrazione a Melano, sono transitato
per Piazza Cairoli e accanto alla Scala, quando vi cantava la Callas e
Toscanini vi dirigeva l’orchestra, e anche accanto al
Piccolo quando era guidato da Strehler. Insomma sono mezzo taliano e
mezzo Itagliano. Ma non tutto Itagliano, come
Segantini.
La mafia è taliana e non conosce l’itagliano. E tuttavia
intrattiene gran rapporti d’amicizia con i banchieri e i
costruttori di Milano, che, come ben si sa, sono Itagliani cosmopoliti
(o forse Itagliani apolidi), comunque parlano una lingua
EuroUNiversal).
Per combatterla, il collega Segantini suggerisce l’invio
dell’esercito. Personalmente sono d’accordo. La
mafia, o la si vince militarmente o i vari De Gasperi, Einaudi, La
Malfa, Saragat e i Comitati di Liberazione Alta e Bassa Italia
continueranno a nasconderla nel sottoscala.
Resta il tema dei Dona Ferentes, dei regali o regalie (o anche sportule
o tangenti, vulgo intrallazzi). Cioè il tema di Benetton, Zonin,
Melagatti, Pelagatti, Filogatti, Carlusconi, Bruttusconi, Perlusconi,
Merlusconi, Pittusconi, che stanno comprando le case a Ortigia e le
terre viticole della mafiosa Sicilia, come insegna lo stesso numero di
Corriere Economia in altra pagina. Quo vadis, Domine? Questa
è la strada maestra dell’itaglianità. Lo anticipai
nel 1971, ma nessuno mi credette.
Predissi (L’unità
d’Italia, nascita di una colonia)
che per redimerci pienamente, gli avremmo venduto la terra
come i nostri megaellenici progenitori, e portato doni che li
avrebbero messi in sospetto. “Cu nesci, arrinesci”, chi va
fuori fa fortuna, cita il Corriere. Stiamo nescendu, anzi nescsimu da
150 anni. Però non pensavo di vivere tanto da fare in tempo a
vendere la casa avita a un Serluschese del Trecento. Ecce Domine!
PS. Secondo me, la perfetta talianità dei meridionali si ha con
Totò Riina e con questo Cuffaro, di cui – chiedo scusa -
mi sfugge il nome di battesimo. Quella degli Itagliani, di edificare
dei taliani simili a loro è un pio e cavourristico proponimento,
che mai potrà realizzarsi, perché la talianità
è dell’Oriente mentre l’itaglianità è
dell’Occidente. Se e quando i taliani si faranno anche loro le
fabbriche, tutt’al più torneranno a essere come i Danaos
prima che intraprendessero l’esercizio di portare doni, non mai
Itagliani.
Perché c’è il risvolto dei Dona Ferentes. Anche
questo in latino: Graecia capta ferum vincitore cepit, frase che
tradotta a senso (storico) dice: i taliani – i quali non vollero
combattere a loro difesa, e perciò noi Romani li abbiamo vinti e
assoggettati - con i loro artifici (o altro) stanno mettendosi sotto
gli Itagliani. Le case, la terra, prendete anche questo. I nobili
prediligono gli ambienti storici.
Senza il citato Cadorna, Giovanni Paolo II benedirebbe i credenti
dal balcone del Quirinale. Ma i preti, bene o male, furono pagati. A
Napoli e in Sicilia, i sabaudi si beccarono non meno di una decina di
regge, senza sborsare un centesimo. Il nostro lavoro se prendono
già, pagandolo male. Il nostro sottosuolo è loro sin dal
maledetto giorno dell’unità. Adesso anche le case, le
spiagge, il sole, la terra.
L’attuale caduta della capacità d’acquisto, per
salariati e stipendiati, a questo mira. Ma il giorno in cui non vi
porteremo più doni (forse) non è lontano.
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