L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


RELAZIONE DI LORENZO TERZII

Comitato Napoletano Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari

di Lorenzo Terzi


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Nicola Zitara approda dal socialismo al “separatismo rivoluzionario” in virtù della propria esperienza di imprenditore meridionale e di attento lettore della realtà economica e politica del Sud, analizzata attraverso una chiave di lettura marxista assolutamente libera, sebbene rigorosissima. Nel suo pensiero, per fortuna, non si ritrova alcunché della forma mentis del “marxista ortodosso”, plumbeo e meccanico ripetitore di un’interpretazione “ufficiale” di Marx che - come tutti gli schemi applicati in astratto sulla realtà - non è in grado, alla prova dei fatti, di spiegare le vere dinamiche che muovono una società concreta, viva, ancorché piegata dal sottosviluppo come quella meridionale. Il marxismo del grande Sidernese è definito da lui stesso come “un socialismo capace di avere perplessità, timori e rispetto dell’umana dignità”1.

Abbiamo usato il verbo “approdare”, a proposito del “passaggio” di Zitara al “separatismo rivoluzionario”. In verità, non esiste una sostanziale discontinuità fra Nicola Zitara giovane militante socialista e l’anziano, indomito combattente per la libertà del Sud. Gli stessi princìpi, il medesimo anelito di giustizia sociale e di affermazione del dovere morale della solidarietà fra gli uomini inducono lo scrittore e uomo politico calabrese a meditare incessantemente, lungo tutto l’arco della sua lunga vita, sui rapporti di produzione che rendono alcuni popoli schiavi di altri, sulle dinamiche perverse che consentono a una parte ristretta dell’umanità di usufruire del “pieno impiego”, mentre condannano la maggioranza degli uomini alla disoccupazione o alla sottoccupazione.

Eppure, anziché far rifluire questi pensieri e sentimenti in un generico e, in definitiva, innocuo “terzomondismo”, Zitara compie la scelta più difficile: unisce la sua voce a quella di coloro i quali, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, pongono in termini nuovi la cosiddetta “questione meridionale” (due nomi per tutti, Edmondo Capecelatro e Antonio Carlo), riformulando completamente i termini di essa, “oltre” e “contro” il meridionalismo classico.

Risultato di questa audace riflessione sono, innanzitutto, i numerosi articoli apparsi su Il Gazzettino del Jonio, Quaderni Calabresi, Il Volantino, nonché sulla rivista elettronica Fora!, cui Zitara dedicò moltissimo tempo ed energie negli ultimi anni della sua vita. Ma le tesi dello scrittore di Siderno sono delineate in tutta la loro organicità e complessità nelle poche, densissime monografie che coronano la sua bibliografia: L’unità d’Italia: nascita di una colonia, pubblicata nel 1971 dalla casa editrice Jaca Book di Milano, più volte riproposta e infine riedita, postuma, dallo stesso editore che l’aveva tenuta a battesimo; Il proletariato esterno, uscito sempre con i tipi di Jaca Book nel 1972; il romanzo storico Memorie di quand’ero italiano, edito dall’autore nel 1994, quindi interamente rifatto e pubblicato, ancora una volta a spese di Zitara, con il titolo ‘O sorece morto nel 2004; Negare la negazione. Introduzione al Separatismo Rivoluzionario, a cura di Giuseppe Gangemi, saggio del 2001 stampato dalle Edizioni “Città del Sole” di Reggio Calabria, che contiene anche il pamphlet Tutta l’égalité (Per una Teoria Politica del Separatismo Rivoluzionario), apparso dapprima sulla rivista «Separatismo», quindi come estratto a sé stante, nel 1996, in tiratura limitata. L’ultima opera, la più impegnativa dal punto di vista teoretico e storiografico è L’unità truffaldina, poi intitolata La legge di Archimede. L’accumulazione selvaggia nell’Italia unificata e la nascita del colonialismo interno, pubblicata in versione elettronica, infine edita postuma in versione cartacea, da Jaca Book, con il titolo L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria. L’autore aveva appena terminato di correggere le ultime bozze di questo lavoro estremamente complesso quando la morte lo ha colto, il pomeriggio del primo ottobre dello scorso anno 2010, nella natia Siderno, dove era nato il 16 luglio del 1927.

Il curriculum “pubblicistico” di Zitara si presenta, dunque, ragguardevole per quantità e qualità. Come abbiamo accennato in precedenza, la forza del messaggio dello scrittore e politico sidernese risiede nella salda coerenza tra fede politica e vita, nella conoscenza profonda degli uomini e della realtà concreta, nell’osservazione “dall’interno” delle dinamiche economiche che governano la produzione e il lavoro. Possiamo farci un’idea più precisa della varietà dell’esperienza umana e intellettuale di Zitara accennando, assai brevemente, alla sua biografia. Attingiamo, per far questo, alle scarne note dettate dallo scrittore stesso per il sito Internet www.eleaml.org2, che ospitava - e ospita - la suddetta rivista elettronica Fora!.

Nato a Siderno, come abbiamo ricordato sopra, il 16 luglio 1927, da padre oriundo amalfitano e madre di origine siciliana, Nicola Zitara compie gli studi classici a Locri. Nel 1944 fonda la sezione del Movimento Giovanile Socialista insieme con Oreste Sorace e Fausto Calderazzo. L’anno successivo è a Napoli, dove si iscrive a Giurisprudenza, continuando l’attività politica accanto a Sandro Pertini. Nell’ottobre del 1948 si trasferisce a Modena per fare un’esperienza da “cooperativista”. Conseguita la laurea con una tesi su Grozio e sul diritto naturale, dopo un breve tirocinio da praticante avvocato, lavora per molti anni nell’azienda commerciale del padre. Alla fine degli anni Cinquanta, Zitara si reca di nuovo al Nord, a Cremona, dove insegna diritto ed economia. Torna a Siderno dopo la morte del padre, nel 1961. Nel 1962 avvia una piccola fabbrica di mobili, che però non riesce a decollare, tanto che è costretto a chiuderla dopo tre anni. Nel frattempo continua, intensa, la sua militanza politica e si approfondisce il suo lavoro intellettuale: dal 1961 al 1967 è vicedirettore del «Gazzettino del Jonio». Nel 1968 assume la guida di «Quaderni Calabresi», una testata che tuttora esiste, ma che conobbe il suo periodo di maggior lustro alla fine degli anni Sessanta, specialmente in occasione della cosiddetta “rivolta di Reggio”.

Nel 1969 Zitara riprende l’attività di docente a Vibo Valentia. Lascia definitivamente l’insegnamento nel 1977, per assumere il posto di bibliotecario nella Biblioteca Comunale di Siderno. Il resto è storia recente.

Come si può notare da questa breve - e necessariamente stringata - bio-bibliografia, il bagaglio di esperienze umane e intellettuali su cui Nicola Zitara ha fondato il suo pensiero e la sua opera è davvero imponente. Non ci stancheremo mai di ripetere che il maggior pregio del suo lavoro di pensatore è consistito nell’aver fatto dipendere la speculazione teorica dall’osservazione e dall’analisi della vita concreta degli uomini e della loro esistenza di lavoratori. Egli stesso descrive le tappe della sua formazione, e rende conto di esse, in una memorabile pagina di Memorie di quand’ero italiano:


Certamente la mia coscienza socialista non è nata da precisi e determinati episodi. Tutta la prima parte della mia esistenza è stata un tragitto attraverso la miseria, mentre io ero in groppa a una immeritata condizione di benessere; tutta la seconda parte è stato il tragitto di un intellettuale che si chiede perché questo mio popolo non si batte. Quando ho potuto credere che la miseria fosse finita, ho visto le soffitte di Torino, e i miei conterranei, il mio popolo, viverci dentro come topi. Ho visto la superbia di chi avrebbe dovuto capire, perché sosteneva di essere esso stesso popolo, classe, rivoluzione. Ho visto l’intolleranza e il disprezzo, l’ingordigia; ed ora odio l’ipocrisia di un mondo e di una cultura che prima amavo e che mi era sembrata la quintessenza della civiltà: quelle città odorose di muffa, ordinate e quiete, ricamate di campanili e di portali, quelle caffetterie impregnate di vainiglia, quegli uomini cortesi e che credevo intelligenti, i loro uffici ingannevolmente efficienti, le coline e le pianure sempre verdi. Prima che emotivo, è un odio razionale, voluto. Che cerco di trasmettere. Un odio rivoluzionario, perché si incardina nella lotta per la fine del profitto, sia come meccanismo istintivo, primordiale, dell’agire economico, sia come morale corrente, come etica sociale3.


Nel corso degli anni Cinquanta, Zitara comincia a maturare il suo distacco dal socialismo “istituzionale”, ma non dall’ideologia socialista, alla quale resterà fedele fino alla fine della vita. “Per me il partito socialista fu una cosa importante, ma a un certo punto ho preferito tenermi l’idea e lasciare il partito”: così scrive in Memorie di quand’ero italiano4. Per quanto consta a chi vi parla, la causa scatenante della “radicalizzazione” del meridionalismo di Zitara e della sua svolta verso il “separatismo rivoluzionario” è rappresentata dalla cosiddetta “rivolta di Reggio”.

Ricordiamo brevissimamente i fatti: dal luglio del 1970 al febbraio del 1971 scoppiò, a Reggio Calabria, una sommossa popolare, in seguito alla protesta dovuta alla decisione di collocare il capoluogo di regione a Catanzaro. Le redini della rivolta furono prese dalle forze di destra, in particolare dall’allora Movimento Sociale, al grido di “boia chi molla”. Lo stato italiano reagì con la banalizzazione della protesta sul piano mediatico, e con la “militarizzazione” della città, contro la quale furono inviati addirittura i carrarmati. Il bilancio finale degli scontri fu di sei morti, cinquantaquattro feriti e migliaia di manifestanti arrestati.

In questo frangente, i Quaderni Calabresi si distinsero per l’acume delle analisi e per la denuncia delle vere cause della rivolta, che erano da ricercarsi nella decadenza in cui era sprofondata la stessa Reggio Calabria, principalmente a motivo del peggioramento delle ragioni di scambio tra prodotti mediterranei (agrumi, in primis) e prodotti agricoli continentali. In Negare la negazione, Zitara ritorna sui fatti del 1970 e ne fornisce una lettura, tanto per cambiare, “scomoda” e assai critica verso le forze sedicenti “democratiche”:


Il vero snodo della cosiddetta rivolta fascista sono i partiti e il sindacato. Si tratta di istituzioni che in una società democratica corrispondono a bisogni concreti. Nell’Italia del 1970, i partiti di sinistra si dicono nati dalla Resistenza (e lo sono veramente) e il sindacato sostiene d’organizzare le forze del lavoro (e lo fa veramente). Il male oscuro degli uni e dell’altro sta altrove, precisamente nel fatto che entrambi non raccolgono e non esprimono la realtà meridionale. Il Sud, in quanto collettività economica, e il Sud collettività morale è ignorato. Anzi deve essere ignorato, se non si vogliono trascurare gli interessi prevalenti della metropolis5.


La critica di Zitara investe dunque, lucidamente e spietatamente, tutta la storia del movimento di sinistra in Italia, da lui definita “separativa ed egoistica sin dalle origini”6; sin da quando, cioè, alla fine dell’Ottocento, i deputati socialisti avevano fatto orecchio da mercante all’invocazione di solidarietà proletaria proveniente dai Fasci siciliani. Ad Antonio Gramsci, poi, lo scrittore sidernese attribuisce un errore di prospettiva a suo avviso gravissimo per un marxista: “quello di non capire che i contadini meridionali erano in percentuale minima degli agricoltori, e per il resto un esercito del lavoro tenuto in un campo di concentramento che avrebbe aperto i suoi cancelli a ogni richiesta di manodopera industriale”7. Questo errore avrebbe poi offerto l’appiglio al cinismo di Togliatti per ricacciare l’opposizione meridionale al capitalismo nel circolo vizioso delle arcaiche lotte per la terra, sulla base di un’alleanza diseguale tra classe operaia e contadini. La mancata rappresentazione del proletariato meridionale da parte delle sinistre fece sì che, a Reggio, la rivolta inalberasse una bandiera “non rossa”. La conclusione dell’analisi dei fatti del 1970 da parte di Zitara è, come di consueto, spiazzante per chi interpreta la storia secondo pregiudizi consolidati. L’autore si domanda: “Ma i boia chi molla erano veramente fascisti, erano veramente reazione agraria? Lo erano sicuramente nella loro privata visione dello scontro sociale e del quadro politico nazionale, ma nel 1970, a Reggio, volenti o nolenti, si comportarono allo stesso modo di Andrea Costa e Filippo Turati quando, nel 1898, si schierarono con il popolo milanese in rivolta e contro l’esercito regio che gli sparava contro”8.

L’anno successivo a quello in cui ebbero inizio i fatti di Reggio vede l’uscita della prima edizione de L’unità d’Italia: nascita di una colonia, forse il saggio più fortunato e conosciuto di Zitara. In esso l’autore inquadra la decadenza dell’economia reggina nel più generale processo di colonizzazione che investì la nazione meridionale a partire dal 1861. La sua riflessione, dunque, riguarda l’intero Mezzogiorno, e si spinge al di là di quella pubblicistica di sinistra che, pur avendo spiegato correttamente i moti di Reggio in chiave “classista”, non ha avuto, secondo Zitara, “la coerenza, o il coraggio intellettuale, di riconoscere che nell’attuale fase di rapporti produttivi non esiste coesione, non dico di forze, ma di interessi, tra le classi lavoratrici delle due Italie”9.

Il concetto e l’espressione stessa di “due Italie” riemergono, dunque, prepotentemente con l’approfondirsi - da parte dell’autore - dello studio del sottosviluppo meridionale. Contemporaneamente si fanno più forti i legami con quella corrente di pensiero storico-politico, da taluni definita dei “neo-meridionalisti”, che nega l’esistenza di un sostanziale divario economico e produttivo fra Nord e Sud al momento dell’unità. Le vastissime competenze di Zitara nel campo della storia economica gli permettono di addurre prove assai convincenti a sostegno della sua tesi. Il Mezzogiorno, quindi, lungi dall’apparirci come una landa desolata, condannata alla subalternità da una presunta “povertà endemica” e da un’altrettanto improbabile “fame atavica”, si profila invece, all’occhio dell’osservatore scevro da preconcetti, come un paese nel quale erano stati portati avanti, sin dalla seconda metà del Settecento, fruttuosi esperimenti di “protoindustrializzazione”. Questi ultimi avevano condotto lo Stato meridionale alle soglie dello sviluppo vero e proprio, ma tale meccanismo virtuoso sarebbe stato interrotto dal processo unitario, che ne avrebbe isterilito le risorse, assoggettando il suo mercato al capitale padano:


La politica dei primi quarant’anni di vita unitaria affrettò […] l’industrializzazione della Liguria, della Lombardia e del Piemonte, consentì la crescita di un’agricoltura capitalistica avanzata in Romagna, fu larga di benefici con la Toscana. In queste regioni, le cui classi dirigenti governavano il paese intero, si riversò buona parte delle risorse disponibili, mentre il Mezzogiorno, alla chiusura del secolo decimonono, era già ridotto a uno sbocco per i manufatti dell’industria padana, un paese le cui speranze si rifugiavano ormai nel sogno americano10.


Eppure, durante il ventennio successivo all’unità, gli imprenditori agricoli del Sud erano riusciti a rispondere alle brusche sollecitazioni determinate dal “nuovo corso” liberista inaugurato dallo stato italiano: avevano trasformato le colture, sostituendo ai cereali la vite e - soprattutto - gli agrumi, riuscendo a esportare larga parte del prodotto all’estero, soprattutto in Francia, e salvando così, letteralmente, la bilancia commerciale “unitaria”. Ma nel 1888, in seguito alla cosiddetta “guerra doganale” divampata proprio fra Italia e Francia, le esportazioni dei prodotti agricoli meridionali crollarono, determinando contemporaneamente la caduta verticale dei prezzi dei vini, degli oli, dei frutti, degli ortaggi e perfino degli agrumi coltivati al Sud. Allo stesso tempo le mediocri industrie del Nord, essendo nuovamente cambiata la politica economica “nazionale” - questa volta in senso protezionistico e antiliberistico -, furono liberate dalla concorrenza estera e si trovarono aperto un duplice mercato interno, per l’appunto quello settentrionale e quello meridionale. Le conseguenze socio-economiche di questa situazione risultarono, per il Mezzogiorno, assolutamente catastrofiche: nei due decenni successivi al 1886 l’emigrazione dal Nord raddoppia, mentre quella dal Sud aumenta di dieci volte, dirigendosi verso rotte transoceaniche. “È così” commenta Zitara “che il problema del ritardo storico dell’Italia, rispetto alle grandi nazioni industriali europee, spacca definitivamente una nazione mai nata”11.

A questo disastro, aggiunge lo scrittore calabrese, riescono a sottrarsi - almeno in parte - i ceti impiegatizi e professionistici del Mezzogiorno, la cui posizione politica, al di là delle etichette di partito, è strutturalmente “conservatrice”, “perché il sistema assicura loro forti posizioni di privilegio in rapporto alla condizione media dei redditi e della produzione, nonché una posizione di egemonia sociale oggi praticamente incontrastata. Ciò è possibile in quanto il sottosviluppo economico si intreccia […] sin dal suo decollo con la colonizzazione politica”12.

Le analisi e i concetti sviluppati in L’unità d’Italia: nascita di una colonia sono ripresi da Zitara, nel 1972, all’interno del saggio Il proletariato esterno, il cui titolo riprende un’espressione del francese Fernand Braudel, uno dei maggiori esponenti di quella scuola degli Annales che per prima introdusse nello studio della storia discipline quali la geografia e la sociologia, rinnovando profondamente il metodo della ricerca storiografica. Il “proletariato esterno”, nell’accezione impiegata dello scrittore calabrese, non è altro che “l’esercito industriale di riserva” descritto da Marx: esso, scrive Zitara, “non è definito dal peso che esercita nel prezzo del lavoro, sibbene dall’essere collocato in posizione passiva rispetto all’espropriazione imperialistica”13. In parole più semplici: la produzione delle merci di massa determina un effetto distruttivo rispetto al lavoro artigianale e alla piccola produzione contadina per il consumo diretto. Tale distruzione, nota Zitara, storicamente si è risolta in due situazioni che oggi si presentano profondamente diverse: “la trasformazione della forza-lavoro, espulsa dalle precedenti produzioni, in merce-lavoro addetta alle nuove produzioni industriali, nelle centrali capitalistiche, e la trasformazione della forza-lavoro, espulsa dalle precedenti produzioni, in merce-lavoro disponibile, nelle aree sottosviluppate”. Questa seconda tipologia di merce-lavoro è, appunto, identificabile come “esercito industriale di riserva”, ovvero “proletariato esterno”. Se vogliamo ulteriormente chiarire il concetto, attingendo alla definizione propria di Zitara, dobbiamo consultare la più volte citata monografia Negare la negazione:


Il proletariato esterno è quello senza fabbriche; quello che non ha rivendicazioni salariali e normative da avanzare, perché, fisicamente e politicamente, non ha di fronte un padrone. Sottomesso al mondo occidentale - un padrone esterno, lontano anche fisicamente e tuttavia così forte da imporre le sue regole commerciali e le sue tecnologie avanzate, tanto con le armi, quanto per mezzo di una catena di mediatori locali - chiede la libertà. Ha continuato a chiederla dopo che i colonizzatori se ne sono andati, perché il loro dominio continua attraverso le merci capitalistiche14.


Sono queste le premesse da cui nasce l’indipendentismo meridionale di Zitara, che non si traduce mai in un angusto “micronazionalismo”, a dispetto delle accuse che da più parti gli sono state rivolte in tal senso. Nello scrittore di Siderno, infatti, riaffiora sempre la tensione “internazionalista” e umanitaria propria della migliore tradizione socialista. In Tutta l’égalité egli scrive: “La nostra ambizione è palese: all’interno, riproviamo con l’autogestione di mercato e, all’esterno, con il protezionismo funzionale. Se vinceremo nell’Italia megaellenica, all’umanità sottosviluppata sarà offerto un modello, un esempio, su cui riflettere”15. Nulla di più lontano, quindi, dagli egoismi leghisti, dall’arroccamento provinciale e miope in difesa di un benessere che si suppone minacciato da extracomunitari o da “parenti poveri” che sulla carta - ma solo su quella - dovrebbero essere connazionali. Al contrario: un rigoroso, logicamente conseguente, eppure fervido e appassionato solidarismo. Citiamo ancora Tutta l’égalité:


Viviamo in un mondo di produttori di merci e il mercato, che è la più efficiente creazione collettiva della storia moderna, oggi unisce i produttori - gli uomini - di tutto il mondo.

A questo vincolo universale - nonostante ogni contraria apparenza - si oppone proprio il capitalismo, internazionalista a parole, in pratica una disumana e ingorda loggia di paesi ricchi in gara fra loro su come beffarsi del libero mercato.

Per superare il sottosviluppo sarà sufficiente che tutti lavorino: un lavoro a ciascuno e a tutti è la giusta strada perché diminuisca il malessere e cresca il benessere16.


Un altro equivoco da cui occorre sgombrare il campo quando si riflette sul pensiero di Zitara consiste nell’interpretare l’espressione, a lui cara, “separatismo rivoluzionario”, quale sinonimo di terrorismo “bombarolo” o di cruento spargimento di sangue. Nella Premessa a Il proletariato esterno l’autore non esclude del tutto il ricorso alla “violenza rivoluzionaria”, ma la considera “l’extrema ratio cui appigliarsi per opporsi alla violenza del sistema17”. La ritiene, quindi, come una forma del tutto inferiore e non auspicabile dell’autentico lavoro rivoluzionario:


Non esiste un rapporto diretto tra il sangue versato e il rinnovamento sociale, e spesso rivoluzioni molto sanguinose non hanno sortito che piccoli effetti. D’altra parte, quando scorre del sangue, si tratta sempre del sangue di proletari che si scontrano su trincee opposte: chi per servire un ideale, chi, per ignoranza o bisogno, a difendere un privilegio altrui.

Credo che ai giovani rivoluzionari, che molto si attendono dal Meridione, debba essere detto chiaramente che già esistono immensi spazi di lavoro autenticamente rivoluzionario. Si può cioè lavorare a corrodere la credibilità del sistema e ad edificare già strutture di transizione che rispettino le richieste delle masse subalterne meridionali18.


Con questo messaggio di Nicola Zitara, ancora una volta lucido e appassionato, riteniamo di poter concludere il presente intervento. Non crediamo certamente di aver dato conto, con esso, della complessità del pensiero del grande Sidernese, né di tutte le innumerevoli e feconde sollecitazioni che ogni sua pagina offre alla nostra meditazione. Fra l’altro, la lettura diretta delle opere di Zitara - oltre a rappresentare, ovviamente, lo strumento più adatto per compiere uno studio esaustivo del suo meridionalismo - costituisce anche una straordinaria esperienza letteraria. Chi vi parla ebbe il privilegio di recensire il “romanzo storico” Memorie di quand’ero italiano sul giornale «Il Sud», diretto dal compianto Roberto Maria Selvaggi. In quella occasione il sottoscritto non ebbe remore a definire Zitara come il “Faulkner delle Due Sicilie”, l’equivalente meridionale del cantore americano di un altro Sud sconfitto militarmente a metà Ottocento. Esagerazioni? Forse. Eppure, prima di avvalorare o negare questa affermazione si dovrebbe leggere quel libro, insieme con tutta la produzione “scientifica” dello scrittore calabrese.

Un’ultima considerazione. È prassi, non solo in Italia, cercare di rendere inoffensivi, di neutralizzare i personaggi “scomodi”, portatori naturali del virus del pensiero “scomodo”. Di solito ciò avviene o coprendoli con una cappa di silenzio, oppure - al contrario - “museificandoli” una volta scomparsi; vale a dire, riconoscendo loro, troppo tardi, quanto siano stati grandi in vita, in modo che nessuno si azzardi a continuarne l’opera, o quanto meno a prenderla in esame per ricavarne materia di riflessione e di azione. Ma le pagine vibranti di Nicola Zitara non vogliono lasciarci in pace: ci inquietano, ci interrogano, pretendono da noi una risposta, esigono da noi una presa di posizione, ora e qui, senza ipocrisie. Ecco perché il sottoscritto è doppiamente grato a coloro che lo hanno invitato a parlare, stasera, in questa magnifica libreria (in primo luogo, alla cara signora Antonia Capria Zitara). Da un lato, infatti, mi è stata data l’opportunità di rievocare uno dei pochi veri “maestri” che abbia mai incontrato nella mia vita; dall’altro, credo di aver avuto modo di contribuire - insieme con i presenti relatori - a che la proposta politica di Zitara non cada nell’oblio. Questa sera tale proposta viene di nuovo presentata al pubblico meridionale, il quale - beninteso - potrà farne ciò che vuole: potrà anche decidere che non è praticabile, non è opportuna, non gioverebbe al riscatto del Mezzogiorno. Ma, in ogni caso, dovrà confrontarsi con essa, senza paura e senza alcun preconcetto politico-ideologico.

Debbo avvisare, infine, che - oltre ad aver sintetizzato per quanto possibile il contenuto dei saggi di Zitara sopra nominati - chi vi parla ha evitato di trattare un tema pur centrale nella riflessione dello scrittore di Siderno: quello del “sistema bancario coloniale”. Si tratta di un’omissione vistosa, ma voluta. Il suddetto tema, infatti, costituisce l’argomento principale del volume postumo L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, che vi sarà ora presentato dall’amico Pasquale Zavaglia, cui cedo volentieri la parola.



1 N. Zitara, Negare la negazione. Introduzione al Separatismo Rivoluzionario, a cura di G. Gangemi, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2001, p. 52.

2 https://www.eleaml.org/nicola/nicoport.html. Sito consultato il 27 aprile 2011.

3 N. Zitara, Memorie di quand’ero italiano, Siderno, Nicola Zitara Editore, 1994, pp. 261-262.

4 Ibid., p. 263.

5 N. Zitara, Negare la negazione… cit., p. 25.

6 Ibid., p. 28.

7 Ibidem.

8 Ibid., pp. 29-30.

9 N. Zitara, L’unità d’Italia: nascita di una colonia, Siderno, Nicola Zitara Editore, 19955, pp. 10-11.

10 Ibid., p. 101.

11 Ibid., p. 50.

12 Ibid., p. 145.

13 N. Zitara, Il proletariato esterno, Milano, Jaca Book, 19772, p. 162.

14 N. Zitara, Negare la negazione… cit., p. 98.

15 Id., Tutta l’égalité (Per una Teoria Politica del Separatismo Rivoluzionario), estr. dalla rivista «Separatismo», Ardore Marina, Arti Grafiche GS, 1996, p. 9.

16 Ibidem.

17 N. Zitara, Il proletariato.. cit., p. 15.

18 Ibid., pp. 15-16.












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