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"Addio, Napoli" è un libretto, frutto di una discussione durata negli anni tra i collaboratori napoletani di “Lo straniero” e altri collaboratori meridionali. 

Ringraziamo il direttore della rivista, Goffredo Fofi, che ha gentilmente autorizzato la pubblicazione in formato html dei tre lavori contenuti nel libretto:

Chi è interessato ad averne copia integrale in formato pdf può collegarsi al sito della rivista “Lo straniero” e cercare nell'archivio - Numero 38/39 - agosto/settembre 2003.

Eventuali errori nella trasformazione del contenuto dell'opuscolo dal formato pdf al formato html è da addebitare esclusivamente allo scrivente.

Buona lettura!

Webm@ster - 28 agosto 2005

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Fonte:
LO STRANIERO - Numero 38/39 - agosto/settembre 2003

E adesso, senza barbari?

di Maurizio Braucci

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? 

Era una soluzione, quella gente.

(Konstantinos Kavafis)


Il popolo di Napoli non è più “più popolo di un altro”. Rileggendo saggi e romanzi che tanto fanno archivio della natura proletaria di questa città, ci si accorge che ormai non è più possibile guardare a quelle pagine se non da un’altra sponda, lontane testimonianze di un modus vivendi.

Se dal caos della città si levano suonerie di cellulari, rombi di scooters, getti di paraboliche e altri deflussi, che accompagnano grida dialettali e gesticolazioni teatrali, possiamo chiederci se qualcosa è cambiato?

Certamente osserviamo delle mutazioni, ma sono tali da trasbordare oltre il normale greto di necessari adeguamenti sociali e farci parlare della fine di una certa condizione?

Credo di sì, che si possa e anzi si debba provare a farlo. Il sospetto che ne viene è che il proletariato, popolo più popolo che altrove, sia in definitiva estinto.

 8 ottobre 2001. In un parco del centro storico napoletano si mettono in scena, per la regia di Mario Martone, I dieci comandamenti di Raffaele Viviani. Una scelta logistica per far rivivere nel loro alveo naturale e naturalistico le dieci dannazioni di don Raffaele.

Grande afflusso di pubblico, da ogni parte della città in prevalenza esponenti della classe medio-borghese, ma si coglie l’entusiasmo e la curiosità degli abitanti della zona popolare.

L’intento generoso del regista è che i popolani si riconoscano in scena, che si osservino in un’ambientazione del dopoguerra, che esclamino in pratica “quelli siamo noi” oppure “quelli erano i nostri” a seconda dei casi.

In effetti, la partecipazione dei residenti è notevole se commisurata alla loro proverbiale indolenza: essi ritengono di star ospitando sul “loro” territorio qualcosa di importante mentre si dovrebbe trattare di qualcosa che li rappresenta. Eppure l’aria è priva di catarsi, la proiezione di sé è vaga, nebulosa anziché essere immediata e istintiva come ci si attendeva. Gioca forte, invece, un’altra aspettativa: la presenza da alcuni giorni di grossi camion con la scritta Rai, la televisione che riprende l’evento e che lo mostrerà dilazionato attraverso “l’apparecchio per tutti”. I commenti sono per le “brave persone” accorse a vedere lo spettacolo da altre zone della città, una borghesia che raramente si concede qui; per l’attrezzatura della Rai sono prova che qualcosa di “ufficiale” si sta svolgendo presso di loro.

Lo spettacolo in sé passa in secondo piano, non è sufficiente, pochi si riconoscono nella matrice dell’opera e, chi cerca in essa un motivo di identificazione, lo coglie senza troppo interesse, già soddisfatto dal riguardo borghese e dall’attenzione televisiva.

Due mesi più tardi saranno lieti di riconoscere sul piccolo schermo il parco del loro quartiere, reso bello dalle luci e dall’ingegno scenografico.

Un parco che normalmente disdegnano, che vedono come un affronto alla loro privacy e alla abituale struttura ippodamea dei vicoli, covo di schiamazzi e di pericoli, che si rifiutano tassativamente di frequentare per il passeggio, questo parco sarà per una notte luogo di interesse televisivo e borghese, per tornare a essere un corpo estraneo che si farebbe meglio a “spostare da un’altra parte” perché “non ce lo meritiamo”, “perché non lo sanno gestire”, “perché è inutile”.

Il Parco Ventaglieri è una delle opere cittadine più belle della ricostruzione del dopoterremoto. Se in passato la napoletanità è stata rappresentazione dell’ingegnosa sopravvivenza di una comunità e dei suoi valori, oggi, questa comunità disintegrata prosegue, senza esserne troppo convinta, una recita a memoria di se stessa.

Una tradizione di miseria è giunta al termine, ma persistono invece i suoi gesti, le sue parole, in una parodia identitaria che ha abbandonato la solidarietà tra poveri e persino il rifugio della famiglia, sostituendoli con la competizione e il ricatto.

Oggi, l’accesso al consumo è garantito a tutti, indipendentemente da quanta parte del reddito venga sottratta alle spese primarie a vantaggio di quelle superflue o accessorie.

A Napoli ormai la miseria non esiste più di quanto non esista in altre città, ma permane la miserabilità di una disorganizzazione del vivere e del gestirsi quotidiani da parte dei ceti inferiori, una cultura dello spreco delle proprie risorse di tempo e di energia, in diseconomie dei nuclei familiari per cui, mentre aumentano i beni consumati o posseduti non aumenta l’accesso a servizi chiave dello sviluppo sociale.

Finanziarie domestiche, microcrediti, usura e altre forme di dilazione permettono di detenere beni che il consumatore razionale, a parità di reddito, non metterebbe nel suo paniere di acquisti.

Come sempre, gran parte di questo virtuale aumento della propensione al consumo viene rivendicato dai giovani e va a pesare sull’indebitamento familiare: abbigliamento, scooters, automobili.

A questo si affianca la crescita dell’indebitamento (esistono per questo, talora, anche collaudate modalità di frodo attraverso prestanomi o mediatori che percepiscono parte del ricavato), creando un’illusoria partecipazione ai modelli di vita celebrati dalla pubblicità televisiva e da altri prosseneti del consumismo.

L’oggetto di turno genera nel giovane proletario un piacere più entusiasta e nevrotico di quello del piccolo borghese, poiché è vissuto come conquista civile e non solo sociale.

Al mondo, la merce soddisfa gran parte dei bisogni d’identità delle masse e, in un contesto come quello napoletano ad alto tasso di disoccupazione giovanile, le cose acquisite dai giovani dei ceti bassi, a scapito dell’equilibrio economico familiare, riempiono il loro tempo con la celebrazione di quel fatuo con cui la società si è offerta e che essi hanno preso terribilmente sul serio.

A queste condizioni, l’irrealizzata emancipazione crea un maggiore attaccamento a quella tradizionale “cultura di fuga dalla povertà” nata come risposta alle sfide lanciate dalla propria storia.

Oggi ne permane un certo patrimonio rappresentativo, privato però della comunità, delle sue relazioni, delle sue regole.

Questa “schizofrenia” culturale, che si realizza nella vita quotidiana con una torbida contrapposizione tra mutazione sociale e permanere di vecchi modelli di sopravvivenza, fa ancora percepire, ad esempio, l’illegalità come una prassi necessaria a ridurre gli ingiusti effetti della distribuzione delle ricchezze. Ma nessuno a Napoli “ruba più per mangiare”, il delinquere, oggi, è per la maggior parte motivato dalla brama di benessere e di lusso o cerca di rimediare ai devastanti comportamenti diseconomici ordinari, tant’è che in esso si è smesso di fingere che nessun fine possa giustificare certi mezzi.

Così, mentre in passato un proletariato, forte di una cultura unitaria di lingua e di pensiero, viveva le sue tremende sfide nel rifugio di una morale condivisa, oggi i suoi componenti, come quelli del mondo occidentale, agiscono agli ordini di una immoralità privata.

Di comune rimane lo spettro di una civiltà regionale, il cui solo effetto è di preservare il colore nelle discrasie delle moderne condizioni di vita.

Le piazze del centro storico affollate di giovani, deliri di scooters che sfrecciano tra i passanti mentre questi a loro volta si infilano con perizia tra costellazioni di auto parcheggiate e in sosta, cerchi concentrici di comitive disposte intorno ai monumenti, postazioni combinate in base a regole e rituali sociali quasi ferrei, schiamazzi, motori, musiche, accelerazioni, frangersi di bottiglie.

Flussi densi e incerti di persone si incanalano e confluiscono da strette vie, contendendole alle auto con grande attitudine alla sopportazione: carne, ossa, vestiti, chassis, veicoli, telai, carrozzerie e rumore, rumore, rumore, in un unico ribollente crogiuolo delimitato da cantoni, facciate di antiche case e meandrici vicoli a ridosso.

La zona storica e turistica, che si incunea tra i quartieri di residenza popolare e di antica intersocialità, interdetta ai veicoli durante il giorno, perde la sua carica di zona pedonale a partire dalle ore serali, quando accoglie il consumo giovanile del tempo libero.

Comportamenti eteronomi della modernità globale si acciuffano con i residui caratteri naturali dei giovani napoletani, usi della città stabiliti dal passato si intrecciano con aspirazioni e disagi di un presente europeo fatto di privilegi e contraddizioni.

Quest’area della città fa da sfondo al conflitto tra corpi e veicoli e a quello sociale tra garantiti e non, e mentre questi ultimi si accostano con spirito bellicoso agli utenti dei bar e dei locali, i primi dimostrano indifferenza o cinismo, e la trasversalità delle classi che qui si radunano è mediata dalle nevrosi di condizioni di vita nuove per tutti.

La tensione sociale raggiunge i suoi picchi di violenza in quei punti, crescenti, dove l’identificazione con una cultura della reciprocità si sgretola.

La storia, un passato codificabile nel linguaggio e nei costumi, trasuda dallo schema urbanistico stringente, lo spazio è insufficiente e il consumo del tempo dunque massificato.

Si sta a ridosso degli incontri e degli scontri, degli idrocarburi e del Thc, prossimi al delirio o all’odio. Inevitabilmente due città si fronteggiano in quell’unica che le accomuna: l’indolenza abitudinaria della piccola e media borghesia giovanile si spende nei locali e nei punti di ritrovo in cui celare o ostentare la propria appartenenza mentre il protagonismo catastrofico dei sottoproletari sbandiera e organizza il nulla o l’incidente.

In questa commistione di massa serpeggiano le sistematiche incursioni di gang di giovanissimi (15-20 anni) che si organizzano in sella ai loro scooters, provenienti dai quartieri limitrofi o dalle zone periferiche, dopo aver quasi sempre convogliato i loro soldi nell’acquisto di palline di coca, si esercitano sulla folla o contro solitari passanti. Si tratta per loro di spendere la notte secondo le note della noia e dell’alienazione.

Rigorosamente maschi, indumenti casual griffati, aggregati nel branco, esaltati dalle merci che possiedono, talvolta armati di coltello, trasportano nelle serate dei week-end il modello degli ultras da stadio.

Il loro scopo è turbare (poiché essi stessi sono turbati), di umiliare e se necessario picchiare. Cercano di imporre la loro presenza in contesti che li rifiutano o da cui si sentono esclusi, sbandierando le proprie merci come affermazione sociale, eletti dalla pubblicità a una parità nei consumi a cui non corrisponde niente in termini di diritti e di cultura, mediocri parvenu del disagio sullo sfondo del cinico moralismo generale.

Noia, nevrosi e una cultura della forza e dell’astuzia compatibile con le droghe eccitanti modellano il comportamento di questi giovani dentro la schizofrenia del loro ambiente sociale di appartenenza.

Sono i figli di una breve estate del benessere dovuta agli affari illeciti o alle chimere dell’indebitamento, hanno assaporato un’agiatezza estemporanea e ne sono stati corrotti senza avere alcuna difesa, dai loro padri hanno appreso l’avidità, dalle loro madri il disordine, dai loro amici un narcisismo sfrenato.

In un’apparente coerenza, questi elementi vengono tenuti insieme dalla lingua, emblema della loro cultura, ma una lingua sempre più privata, in cui si va interrompendo la funzione di trasmissione di valori.

Confusi dalla cocaina e dalla velocità, disinteressati anche ai diktat del mass cult, preparano la strada al dolore della maturità, quando dovranno accettarsi per il loro non contare niente. Ma intanto non si può che “lasciarli fare” poiché nulla intorno è di un’integrità tale da fargli giustificare una variazione in corso d’opera, che del resto non avrebbero la forza di realizzare e che il contesto gli impedirebbe.

Napoli è da sempre due città: quella del dialetto e quella della lingua, con un largo territorio intermedio che autoregola i suoi processi di valicamento sociale.

La prima città adopera naturalmente il linguaggio che rappresenta la sua vita quotidiana, la seconda cerca di ricollocarsi linguisticamente in un panorama più ampio, anche extranazionale, e di sfuggire a una realtà che ha generato codici e valori autonomi. La Napoli decantata da Pasolini e definita da Elsa Morante una grande civiltà si è sviluppata come comunità chiusa, autonoma, ma capace di metamorfosi e di rielaborazioni che le hanno permesso la sua persistenza in termini di cultura e identità.

Dalla sua cultura di fuga dalla povertà, essa ha capitalizzato un patrimonio di risposte alle sfide esterne, che ha saputo tenere in equilibrio per secoli questa comunità su un codice ferreo, stratificato e complesso: “Era l’assoluta naturalezza con cui i napoletani vivevano questo codice che li rendeva stranieri al potere e a chi in qualche modo vi appartenesse.

Si trattava di un universo ‘reale’ dentro un universo che, rispetto a esso, era ‘irreale’: anche se questo secondo in realtà rappresentava il logico corso della storia. Il rovesciamento di prospettiva del napoletano che vede il mondo dall’interno del suo universo reale ma astorico, è uno scacco della storia” (Pasolini, Uomini colti e cultura popolare). È chiaro come questa anomalia dovesse essere percepita all’esterno come carattere essenziale della civiltà locale, divenendo poi, nel bene e nel male, l’idea comune della napoletanità.

A dispetto di una borghesia che, mentre era incapace e disinteressata ad assumere un ruolo sociale attivo sul territorio, si ribadiva ben disposta a farsi europea anche per non identificarsi con quell’universo “reale e illogico” che l’avrebbe privata dei suoi privilegi, della sua lingua e della sua ambizione al potere (in pratica, del suo senso).

La lotta di classe napoletana è stata caratterizzata anche dalla sfida delle classi non proletarie per affermare il proprio privilegio sociale sul piano culturale, di fare in modo che davvero la cultura dominante fosse quella di classe.

Tolta la bellezza della natura che, fino al trionfo dell’industrializzazione, apparteneva a tutti, l’attenzione dei visitatori stranieri che hanno scritto di Napoli è sempre caduta sui suoi aspetti popolari, ignorando il ruolo della borghesia locale che infatti talvolta si è ricavata un ruolo di anfitrione che le è poi rimasto.

Questo ha generato spesso la reazione rancorosa degli intellettuali locali che inscenavano, su tale volontà di potenza frustrata, la tragicommedia del conflitto tra Ragione e Natura.

Lo spettacolo della plebe napoletana ha da sempre minacciato l’identità della borghesia, tant’è che il rinascimento recente, datato con l’ascesa di Bassolino, ha badato bene a cancellare il centralismo dei proletari (che intanto lo erano sempre meno) dall’immagine cittadina, di rifare il look alla città secondo i valori e gli emblemi del ceto medio.

Tutte le parole d’ordine di normalità, legalità e vivibilità celavano le aspirazioni borghesi di riappropriazione di un territorio su cui mai avevano potuto dominare e che invece ora potevano provare a ridisegnare col consenso degli stessi abitanti dell’altra città.

Il tentativo di amministrare una trasformazione nel prevalere di una rivalsa civile è stato uno degli atti più stupidi che la borghesia abbia mai tentato, con un effetto peggiorativo che oggi sta sotto gli occhi di tutti.

Dall’esercizio del potere, la borghesia ha saputo ricavare nell’ultimo decennio un savoir faire amministrativo e politico tale da iniziare finalmente quella normalizzazione così essenziale al suo prestigio e alla sua identità.

Lo scopo era portare il territorio verso dinamiche di sviluppo e di modernizzazione equivalenti a quelle nazionali e cioè globali, di allinearsi alla norma della borghesia metropolitana italiana e oltre, generando contraddizioni e limiti che potessero essere ammortizzabili dentro il costo di un modello sociale più ampio, meno imputabili agli amministratori locali..

Nella prima metà degli anni Novanta, a Napoli, la gestione della modernizzazione è diventata impresa dell’Amministrazione Comunale, rispecchiando in tal modo la visione della priorità della categoria politica su tutte le altre. Ma è stato un errore, pagato caro, ritenere che ciò che avveniva in modo collettivo e diffuso dovesse fermarsi nella forma politica che la trasformazione stava avendo, cioè nei suoi risultati elettorali.

Sia perché la politica non poteva fare scelte che fuoriuscissero dalle logiche del consenso e del mantenimento del potere, sia perché un solo piano d’azione non poteva sostituirsi a quelli dei tanti gruppi e persone che avevano cooperato al mutamento.

La classe politica ha perso di vista, al solito, il suo ruolo di stimolo delle migliori forze umane in gioco, per le quali vi era una innegabile esigenza di potenziamento e di formazione.

L’obiettivo di “normalizzare” la vita quotidiana è l’effetto di una visione megalomane che possa soddisfare le esigenze identitarie e politiche dei ceti che si sono trovati, per affinità o direttamente, al potere.

Il tema della normalizzazione ha ridotto la questione della trasformazione al solo piano tecnico e burocratico, azzerando l’aspetto culturale (l’insieme dei valori). Alla fine, le possibilità di trasformazione, fiorite dal basso in modo molteplice, sono state sequestrate dalla politica, con la convinzione che il dominio di pochi fosse una condizione risolutiva.

Bisogna chiarire che dire oggi che il popolo napoletano non è più “quel popolo” non significa che non esiste più un proletariato o che i fenomeni della povertà si siano del tutto dileguati.

Bisogna tener conto degli effetti di una collocazione della città in un panorama di sviluppo economico e sociale voluto dalla classe politica per soddisfare i propri bisogni di adeguamento storico, e certamente il livello del benessere è aumentato (siamo pur sempre nel mondo occidentale dei privilegiati) e parte del proletariato è oggi leggibile come piccola borghesia.

Più del benessere è però aumentato il consumo e la propensione a esso da parte dei ceti bassi, come del resto la perfetta orchestrazione tra televisione e merce ha saputo disporre, mutando nel profondo i codici culturali e trascinando i napoletani poveri verso la schizofrenia di cui si è parlato.

Anche quella cultura della povertà, per la quale l’indigenza era vista come un accadimento fatalistico che poteva riguardare ogni membro della comunità e dava vita perciò a una spontanea solidarietà tra gli individui, cede il posto a una idea della povertà come inabilità economica, e quindi come giusta punizione sociale. Il popolo e la sua cultura, pur permanendo formalmente, hanno smesso di essere quella “tremenda alternativa” alla modernità di cui scrisse Pasolini, divenendo oggi vuoto rumore e gesti senza azioni.

Francesco potrebbe chiamarsi anche Ciro ma non sarà mai un elemento di spicco di nessuna parte della società, legale o illegale che sia. Francesco (o Gennaro, se volete) è un ragazzo legato a doppio filo alle prospettive della sua famiglia, una famiglia napoletana del ventunesimo secolo, stretta tra un’era che finisce e un’altra che va. Francesco ha 23 anni e il peso di una cultura molto strutturata per cui la vergogna è più temibile della colpa, e in cui l’apparire è da secoli la chiave delle relazioni sociali.

A Napoli, città che sta cambiando mentre è già cambiata, ragazzi come Francesco vivono in un conto alla rovescia di cui la società ha premuto lo start e che trova accelerazione e alimento nel loro istinto di autodistruzione.

Oggi quello che questa gioventù consuma è acquistabile sul mercato, quello che le rassomiglia appare sugli schermi tv e questo gioco narcisistico che banalizza le energie del futuro, quando si imbatte in contesti contraddittori pieni di vitalità e di dolore come sono ancora i bassifondi napoletani, può diventare una rapida roulette russa secondo le regole di un degrado metropolitano “moderno”.

Francesco è un ragazzo non solo fragile, infranto dalle botte ricevute in famiglia, unico riparo di affetti ma anche di ricatti e catene, piegato da un genitore difficile che ha forgiato un ragazzo altrettanto difficile stretto oggi tra cocaina, furti, galera e un autolesionismo giunto a vari tentativi di suicidio.

Ciò che dà ritmo alla sua gioventù incendiata sono solo i soldi, i soldi che servono ad acquistare e non a mettere su o a capitalizzare, i soldi che devono essere spesi parlando lo slang dialettale del quartiere, a una spanna dalla camorra senza mai appartenervi, ma sapendone abbastanza da poter evitare guai durante i propri illeciti.

Sono i soldi per comprare vestiti, scooter o auto, serate dispendiose a “pariare” (divertirsi) e tanta coca, coca, coca che oggi a Napoli è la droga del maschio bianco ghetto-style. Il suo è un ghetto culturale, dove il consumismo ha fatto completamente presa sui giovani, dove i valori tradizionali legano alla certezza del passato ma incagliano ogni manovra strategica verso il futuro, mentre la modernità si impone con le sue mode improvvise e tiranniche, creando salti comportamentali ipocriti e schizofrenie tutte determinate dal e rivolte al consumo.

Ofanità è una parola inventata a Napoli, che sempre è stata riferita a quel “pare brutto” della morale partenopea da commedia di Scarpetta, ma oggi ofanità è il “pare brutto” riferito alla povertà, è la necessità di sembrare, di apparire, potenziata dai soldi e dalle proposte confezionate del mercato.

Per i giovani è questa la spinta vitale, il senso di affermazione che a Napoli diventa reazione alla molteplicità degli stimoli, molti dei quali conflittuali, portati dell’ambiente.

Bisogna avere soldi, poter spendere, con voli nel lusso di un momento, lasciando gli interessi agli usurai o alla prigione di Stato, nulla mutando nel proprio patrimonio culturale e morale poiché esso conferisce appartenenza e identità a chi è inadeguato di fronte alla modernità e può entrarvi solo come consumatore.

Ma i giovani dei bassi di Napoli non vi entrano come i neri dei ghetti americani, emarginati da un centro che li domina, essi rassomigliano a quei giovani metropolitani delle banlieues parigine che recano con sé il ricordo e la rabbia di un’identità araba, contrapposta a quella europea, come ideologia di una diversità non accettata.

Anche se a Napoli è più la ferocia che la rabbia a regolare le tensioni nelle zone calde, esiste un equivalente peso del passato, un patrimonio di codici che accompagna l’esordio dei giovani nella massa dei consumi occidentali.

Tali codici sono serviti per un millennio alla sopravvivenza di un popolo cittadino (e regionale) in risposta alle continue sfide di invasioni e malgoverni, con una capacità di mediazione che ha sempre mirato a soddisfare le proprie ortodossie estetiche e morali, cedendo alla controparte la conduzione della Storia.

Ma tali codici diventano oggi il punto di scontro con chi a queste conquiste socio-economiche è approdato con maggiore gradualità e protagonismo: gli abitanti dell’altra città. Perché se Napoli è almeno queste due città, ambedue cercano di imporsi a scapito dell’altra o si ignorano profondamente.

La prima è privilegiata, minoritaria ma legata a un ben più vasto ambito di informazioni e di risorse, mentre l’altra è precaria ma pur sempre forte della sua autoreferenzialità culturale. È in questa seconda città che Francesco risiede con la sua storia, è qui che si ambientano le sue corse verso il nulla, adornate di orpelli che celano il vuoto di possibilità e di ambizioni.

Nei vicoli dei Quartieri Spagnoli ci sono regole fisse ma senza che nessuno le imponga, non sono le regole dettate da un clan, sono quelle sperimentate da una comunità in cui ognuno ha fatto dell’altro un fattore fondamentale per vedere se stesso.

E Francesco viene educato in una famiglia a pezzi, in cui non mancano le botte per tutti e magari le improvvise riappacificazioni, in cui nessuno spiega ai bambini cosa fare e come farlo, ma lascia che essi vedano cosa fanno gli altri bambini del vicolo.

A casa sua Francesco non ha alcuna garanzia, alcuna intimità, gli affetti sono dati per scontati e raramente praticati, nella sua famiglia c’è un vincolo invisibile (e, in realtà, inesistente) che lega l’uno all’altro e tutti poi alla comunità intorno.

E al di sopra di questa comunità non vi è nulla se non un contesto nebuloso, incerto, di cui diffidare poiché non ha corpo, non è vicino e non parla la stessa lingua.

Questa stretta rete asfissiante, chiusa e impenetrabile dall’esterno, indigente ma spinta al consumo per reagire a quel senso di morte che l’accompagna, questa rete è un contesto adatto per il malaffare e allora Francesco può mettersi d’accordo con il clan per vendere coca nel quartiere, chiedendo il permesso al clan e cedendogli una quota perché “mio padre sta in galera e la famiglia ha bisogno”.

Ma la famiglia è un pretesto, i soldi servono alla propria gioventù senza futuro. Si va avanti a creare relazioni insufficienti, con dentro il dolore di sapere di avere imboccato una direzione sbagliata perché somiglia a quella di chi picchia Francesco da quand’era bambino e che se ora non lo può fare è solo perché spesse mura di cemento lo separano dal resto del mondo.

E questo dolore si fa tormento, perché ragazzi come Francesco hanno una grande sensibilità, hanno l’amarezza di chi ha subito conosciuto cosa vuol dire “stare sotto” e patire.

L’unica terapia comprensibile resta per lui la droga, la coca che ben si sposa con quel senso di potenza che la propria comunità richiede per affermarsi: e allora venderla, consumarla, sottraendosi allo sguardo delle auto azzurre che sfilano ogni tanto nel quartiere a sirene spiegate.

In questo modo si fanno tanti soldi, quanti mai se ne sono visti e mai se ne vedranno con un lavoro onesto, se pure lo si trovasse per miracolo.

Giungeranno, invece, le auto di proprietà dello Stato e delle robuste manette e un magistrato che magari, alla terza occasione, si farà inflessibile. E tanto astuta è quella comunità da cui Francesco viene, che anche il carcere, che le appartiene come luogo mentale, diventa un valore, un elemento del proprio curriculum  utile a costruire identità per chi un’identità deve cercarsela tutti i giorni.

Il carcere non ha ovviamente nessun effetto correttivo, rinchiude per un certo periodo un corpo tra mura dove le regole sono le stesse del ghetto, dove la vicinanza forzata con gli altri dà vita a strategie terribili e codici folli.

Da lì si entra e si esce, in una inesorabile statistica, aspettando ennesimi mandati, pendolando quel corpo tra il ghetto e il carcere, tra il carcere e il ghetto.

Eppure, conoscere Francesco significa conoscere un pezzo di storia, conoscere una maschera forgiata da tante esperienze pesanti, un corpo piegato da infinite negazioni.

Conoscere Francesco significa conoscere ciò che la società ha fatto di un ragazzo e che lo stesso ragazzo ha continuato a fare di sé, significa avere davanti due occhi veri che inquadrano il mondo alla ricerca di un bene di cui ha sentito vagamente parlare senza mai sperimentarlo. Nella realtà il suo corpo è carne da macello, e forse un giorno sarà lui stesso a provvedere, mentre oggi resta schiacciato dietro le porte di una fortezza per privilegiati asserragliandosi sempre di più nel suo angolo, illudendosi che così il male resti fuori per poi scoprire che il vero spettro sta all’interno e continua a mietere vittime.

Eppure Napoli è una città che cambia, in fondo è già cambiata e si è quasi messa al passo con le tendenze tipiche delle metropoli italiane.

L’inizio di questa trasformazione è datato con la prima affermazione della giunta Bassolino nel ’93, con l’inaugurazione della legge dell’elezione diretta del sindaco, con il partito dei sindaci che parve inaugurare una gloriosa stagione per alcuni comuni del Sud.

È innegabile che dal punto di vista tecnico una classe dirigente più responsabile sia riuscita a strappare il testimone alle bande di quel malgoverno che a Napoli era diventato modello e costume, ma è innegabile allo stesso tempo che il suo affondo nella condizione sociale e culturale sia stato molto timido o solo delegato alla generale modernizzazione garantita dal generale sviluppo.

A Napoli “il rinascimento” ha significato un politico di razza ma dei blandi amministratori, chiusi dentro un sistema che consuma per il proprio mantenimento al potere parte dei vantaggi ottenuti dal consenso della collettività.

La ricerca del consenso è andata quindi a scapito di un oculato uso delle risorse politiche, economiche, sociali e culturali, nel tessuto ostico della città, alla luce della quale l’accusa di aver svolto pure operazioni di facciata (la cosiddetta politica di immagine) non è data dal prevalere di canoni spettacolari e mediatici, per i quali le amministrazioni succedutesi in quasi dieci anni hanno sempre trovato condiscendenza e comprensione, ma per aver vincolato i vantaggi di queste manovre in primis alla propria immagine e alle esigenze di mantenimento del potere, e solo in secondo luogo a quelle di una saggia amministrazione.

Questa accusa è valida per tutta la politica e per tutti i suoi uomini, è lo stesso meccanismo politico- elettorale che la porta con sé. Ma per un contesto così complesso e stratificato come quello napoletano, questo vincolo è risultato troppo condizionante.

In pratica, la necessità di ampliare o mantenere alleanze e carriere politiche, il luogo comune della priorità di consenso di alcune categorie (commercianti, lobbies finanziarie eccetera), la natura burocratica degli apparati tecnico-amministrativi rivolta alla propria salvaguardia, la qualifica politica o mediatica, più che progettuale, di gruppi e associazioni operative, la pletora dei clientes e dei questuanti insieme ad altri contingenti fattori hanno smussato la punta dei progetti, pure presenti e tenuti in conto, intesi a perforare il tessuto sociale.

Ne è conseguito, con rare eccezioni, che le politiche mirate al rinnovamento socioculturale sono giunte alla fase realizzativa dopo troppe mediazioni e troppe polarizzazioni interne che le hanno allontanate e intimidite rispetto agli obiettivi.

Tali politiche sono state poi misurate con troppe concessioni alla loro spendibilità in termini di consenso e di immagine per i loro promotori e attori, sacrificando la valutazione delle loro effettive incidenze sulla società e trascurando di tastare il polso agli utenti meno garantiti.

È mancata (e oggi non sorprende più questa mancanza) quell’assunzione di rischi che, se da una parte può disinteressare talune categorie dominanti, dall’altra può avere effetti moltiplicativi di consenso sul lungo periodo proprio su quelle basse fasce, a Napoli assai consistenti, oltre chiaramente a un guadagno etico e civile.

Tuttavia, se oggi Napoli è alla sua terza e consecutiva amministrazione di sinistra è perché essa ha lavorato per il mantenimento del consenso attraverso tattiche e alleanze, logorando però questa strategia nell’irrisolta questione di quei ceti ancora lontani da una condizione di emancipazione, continuando a regalarli al populismo di una destra che a Napoli è molto più di destra che altrove.

Se la vittoria della sinistra a Napoli fu salutata come inversione di tendenza ma anche come speranza di moralità dentro un contesto amorale o immorale, oggi la mutazione culturale del popolo (cioè dei bassi ceti, ma non solo) è stata affidata alla sola modernizzazione dei consumi.

Questioni morali e culturali (in senso antropologico) sono state tarate dal desiderio di rivalsa della classe media, e, in generale, la ricerca di trasformazione ha avuto un segno solo materialistico e autoreferenziale.      



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Fonte:
LO STRANIERO - Numero 38/39 - agosto/settembre 2003

Di due realtà cerchiamo in quest’opuscolo di dare testimonianza: quella del vecchio ceto che è stato Napoli e ha vissuto il suo centro, e che è ormai scompaginato e cacciato, o corrotto; e quella delle periferie, che è più mobile e vitale di quanto non si pensi, benché oggi sottoposta a dirompenti mutazioni che sono destinate a cambiarne ogni assetto. Le periferie si allontanano, ma non scompaiono, anzi crescono.

Il più e meglio che possiamo fare è forse, ancora e sempre, “rompere le scatole”, e cioè affermare il nostro diritto di tener gli occhi bene aperti su ciò che è politica e cultura, nella città che pur da nomadi abitiamo e che è il nostro punto di riferimento primario, anche se non più una vera “casa”. Difendiamo il nostro diritto di critica dell’esistente.

Continuiamo a “non fidarci degli occhi” e a voler vedere oltre le apparenze, e capire oltre le chiacchiere e oltre la chilometrica kermesse di eventi e altri eventi e altri eventi, talmente quotidiani ormai da meritare il nome di rumore di fondo. “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, ci ha insegnato tanti anni fa, al momento della nostra scoperta del Sud e del nostro innamoramento per Napoli, il vecchio Salvemini.

Addio, Napoli. E soprattutto, addio trionfante stoltezza dell’immagine, addio politica e sogno di democrazia dal basso. Il mondo cambia e cambierà ancora.

Cose da fare ce ne sono tante. Non è più tempo di perderlo, il tempo, appresso al superspettacolo di una città che ha voluto essere uguale a mille altre, nella comunanza della loro stessa stupidità.

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Addio, Napoli


Addio, Napoli


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