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DUE  SICILIE

anno XI – nr.1 / 2006


DUE  SICILIE 3. Largo 'e Palazzo
4. Commemorazione di Francesco II
6. La Civiltà Cattolica
8. Gli Spagnoli
10. L'industria siderurgica borbonica
13. Na tazzulella 'e café
14. Il nostro passato feudale
16. Tutto sommato, stamme bbuono accussì
17. Salvatore Pianell
25. Lo scaffale duosiciliano
26. Pier Eleonoro Negri
27. La verità sepolta
28. Il federalismo dal Sud
30. Il bidone di chi paga e chi no
31. Commemorazione del Gen. Borges
32. La fine di un eroe
33. La tragica fine di Sacchetto
34. Viento 'mpoppa
35. Pecunia olet
36. Al tempo dei Borbone
37. Le Voci di Dentro.



PIER ELEONORO NEGRI
IL COMUNE DI VICENZA OGNI ANNO
LO ONORA CON UNA CORONA DI FIORI

L'eccidio di Pontelandolfo, compiuto il 14 agosto del 1861 da una colonna di 400 bersaglieri, resta certamente una delle pagine del cosiddetto «risorgimento» più accuratamente nascoste.

L'11 agosto 1861, 41 dei 45 soldati al comando del tenente livornese Cesare Bracci furono uccisi dai «briganti» della banda Giordano, ingrossata da cittadini di Casalduni, Pontelandolfo e Cerreto. Da giorni, in quell'area tra il Matese ed il Beneventano, erano in corso azioni di bande di ex soldati duosiciliani, appoggiate da notabili locali ed esponenti del clero.

Per vendicare la morte dei 41 soldati, fu comandata un'azione di rappresaglia a Pontelandolfo e Casalduni. Il luogotenente del re savoiardo, Enrico Cialdini, ordinò che di Pontelandolfo non doveva rimanere pietra su pietra. Chi comandò la colonna di soldati che distrusse l'intero paese (solo tre case rimasero intatte), uccidendo centinaia di persone e imprigionandone molte altre? La reale identità dell'ufficiale, un luogotenente colonnello, è stata sempre avvolta nel mistero. Se ne è sempre conosciuto il cognome, Negri, senza il nome. E genericamente di un colonnello Negri parlano lo storico  Giacinto De Sivo e altri numerosi studiosi. Non fornisce dati neanche il maggiore Carlo Melegari, che effettuò la rappresaglia a Casalduni. Nelle sue memorie accenna solo a un tale colonnello Negri. Qualcuno (come Antonio Ciano) ha identificato il colonnello in Gaetano Negri, all'epoca però giovane tenente in servizio nell'Avellinese, poi sindaco di Milano, che inviò in quei giorni una lettera al padre, in cui cita gli orrori di Pontelandolfo (riprodotta a lato). Un errore già sottolineato dal professore Francesco Barra in un convegno del 1983, in cui però il docente, pur smentendo l'identificazione con Gaetano Negri, non fornì alternative.

Dalle ricerche di Gigi Di Fiore risulta che nell'Archivio di Stato di Torino esiste un elenco di ben 15 ufficiali con il cognome Negri in servizio tra il 1860 ed il 1861 nella "campagna della Bassa Italia". Per esclusioni anagrafiche e di zone di operazione, limitandosi agli ufficiali che facevano parte del corpo dei Bersaglieri, ne restavano tre: Santo Negri (allora capitano del quarto Bersaglieri, originario di Sondrio), Giovanni Negri (di Lodi), Pier Eleonoro Negri (di Vicenza). Nulla forniscono gli atti ufficiali conservati nell'Archivio centrale dell'Ufficio storico dell'esercito a Roma, dove il Negri di Pontelandolfo viene citato senza nome. Ma sono gli "Stati di servizio" a svelare l'arcano. Documenti conservati all'Ufficio documentazione dell'Esercito a Roma. Da quelle carte dell'800, risulta che fu Pier Eleonoro Negri a guidare, all'alba del 14 agosto 1861, la colonna di bersaglieri che, per rappresaglia, distrusse il paese del Beneventano, con metodi così violenti da indurre il deputato milanese Giuseppe Ferrari a parlarne, sgomento per quella ferocia, nel neo Parlamento italiano nel dicembre del 1861. Dopo gli eccidi, Pier Eleonoro Negri aveva telegrafato al governatore di Benevento, Gallarini: "Truppa Italiana Colonna Mobile - Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l'una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l'altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all'Ovest a Sud di questa Provincia. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri".

Una ulteriore conferma è emersa anche da un piccolo saggio dello storico vicentino Andrea Kozlovic ("Bersaglieri - Pagine di storia e di vita"). Pier Eleonoro Negri aveva all'epoca 44 anni, era luogotenente colonnello dal giugno 1861 ed era già stato decorato per la battaglia del Garigliano contro l’Armata duosiciliana e per le prime due cosiddette guerre d’indipendenza. Era nato a Locara, in provincia di Vicenza, da nobile famiglia veneta. Dopo 40 anni di servizio, si ritirò con il grado di generale e la Gran Croce dell'Ordine della Corona d’Italia. Morì nel 1887.

Da allora, ogni anno, il Comune di Vicenza pone una corona di fiori sotto una lapide che lo ricorda, come si vede nella pagina di copertina. Il Dott. Daniele Andreose, addetto all’ufficio del Sindaco di Vicenza, a cui ho chiesto se conoscesse la responsabilità del Negri nei fatti di Pontelandolfo, mi ha detto che è la prima volta che ne sente parlare: «Del resto il Comune di Vicenza si attiene a quanto comunicano le Associazioni d’Arma. La corona di fiori è messa in onore del Negri a motivo della medaglia d’oro conferitagli per gli episodi del 29 ottobre 1860 alla battaglia del Garigliano».

Che si rendano onori all’autore di una strage così orrenda è cosa veramente grave e offensiva per tutto il Sud. La strage è analoga a quelle commesse dai nazisti, ma mentre questi sono sempre perseguitati, si tace sui criminali piemontesi Bixio, Garibaldi, Cavour, Piola Caselli, Cialdini e il savoia II, tutti accortamente lavati dei loro misfatti. 

Se lo Stato italiano continua ancora oggi a mentire spudoratamente su quegli infami individui un motivo ci ha da essere. La verità su come è stato conquistato il Regno delle Due Sicilie è conosciuta sicuramente: ai vertici dello Stato non c’è gente ignorante. La spiegazione di tali menzogne non può essere altra se non quella che lo Stato italiano considera il Sud ancora una sua colonia interna e non vuole che i meridionali sappiano perché la situazione sociale ed economica delle loro Terre è sempre la stessa dal 1860.

Antonio Pagano


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RENATO DI GIACOMO

OVVERO  IL  FEDERALISMO  DAL  SUD

 

Il federalismo è stato dunque partorito, subito passivamente dal Sud, anzi dai suoi rappresentanti al Parlamento. Un parto lungo e difficile, una svolta epocale. Una nuova dinamica politica si instaura tra Stato, Regioni e "cittadini". Finora l'Italia una, la mala unità fatta di sangue duosiciliano versato nei gulag piemontesi, mettendo una cappa di piombo sul Sud, ha creato vantaggi economici e, di converso, sociali solamente al Nord, che ha fatto la parte del leone, del lupo e della jena. Porterà il federalismo vantaggi al Sud? O, a causa di questa nuova dinamica politica, l'Italia romana gli andrà ancora più stretta? Ci sarà finalmente per i Duosiciliani la sospirata libertà, o, a causa del difetto di risorse, ne verrà un ulteriore incatenamento a più dolorosi ceppi? Porterà decurtazioni al livello di vita già così basso? È azzardato per ora fare pronostici, chi l'ha fatti paventa una ulteriore più dolorosa fase di spennaggio di galline (cfr. Marcello D'Orta in Il Giornale del 21 novembre 2005). Ciò che in ogni caso non lascia dubbi è il periodo di transizione dalla fase una alla fase federale: per il Sud saranno  dolori veramente acidi.

 Quando era reclamato dal Sud il federalismo, già nel 1861, apriti cielo, tutti avversi, la Patria non si  tocca, tutti in coro: crimen lesae. Chi lo reclamava era considerato anti-italiano e traditore, quindi, da allora, e ancora nel secondo dopoguerra, anche passibile di essere deferito ai tribunali militari, con rischio fucilazione, come stava per accadere a Finocchiaro Aprile, salvatosi per il rotto della cuffia solamente per il provvidenziale intervento di Togliatti, allora guardasigilli. "Egli fermò il telegramma redatto dalla Presidenza del Consiglio, evitando all'on. Finocchiaro Aprile di fare la fine di sir Roger Casement" - scriveva Renato Di Giacomo nel suo libro Il Mezzogiorno dinanzi al terzo conflitto mondiale (Cappelli Editore, Bologna, 1948, pag. 11), opera con cui l'autore reclamava a gran voce il federalismo per le regioni del Sud, per impedire le ulteriori rapine iniziate dal Nord nel 1860, ma reclamava anche l'indipendenza delle Due Sicilie, in vista, come allora si profilava, della terza guerra mondiale. Ma rimase inascoltato.

Il Sud era dominato dalla figura invasiva di Benedetto Croce, l'intellighenzia nostrana ne era succuba. Ma non gli era succubo il duosiciliano Renato Di Giacomo, libero da pregiudizi unitaristi e sudditanze culturali. Egli, non volendo più avere "gli occhi solamente per piangere", nel 1948 diede alle stampe quel suo scritto di grande passione: al Sud, pena la sua sopravvivenza, necessitava la federalità, cioè la sua indipendenza economica.

Dunque circa 60 anni fa, molto prima del Bossi, ma con ben più profonde e sentite motivazioni. Un libro di gran valore il suo, che, nonostante il tempo trascorso, non ha perso, per i Duosiciliani di oggi, la sua cocente e cogente  attualità.

RIN

 

 

IL MEZZOGIORNO 

DINANZI  AL TERZO  CONFLITTO  MONDIALE

 pagg. 26/30:

 

Dal 1860 in poi il Mezzogiorno non ha goduto di nessuna libertà, avendo perduto anche e perfino quella d’amministrare prima le floridissime condizioni economiche nelle quali si presentò all'unificazione della Penisola e, poi, la situazione di miseria nella quale progressivamente venne ridotto in funzione di provincia del regno d'Italia.

Nessuna libertà.  Perché per libertà noi non riusciamo a intendere quella di deputare periodicamente al Parlamento uomini più o meno capaci di conformarsi all'indirizzo e di piegarsi alla volontà di un centro il quale, nella farragine del congegno burocratico, rimane arbitro - ottuso - del potere direttivo della Nazione isterilendo le radici di tutte le energie che la formano e sulle quali la capitale, Roma, è seduta parassitariamente.

Per noi l'essenza della libertà, non è il concetto filosofico che di essa ha il Croce («Don Benedetto, di quanti mal sei padre!» - L'Italia che scrive - n. 8-9 - Agosto-Settembre 1947, pag. 194).

E non è neppure il melanconico diritto di esprimere la propria opinione o quella di discuterla con masochistica indipendenza di giudizio. Per noi l'essenza della libertà consiste nel diritto - unico per fecondità - di realizzare gli interessi del Meridione anche, se occorre, in contrasto a quegli interessi e idealità altrui che vi si oppongano per fini egoistici, inconciliabili col bene materiale comune e che, sotto il manto dell'etica nazionale, determinano l'incurabilità della nostra tisi per soddisfare meglio e più pantagruelicamente gli appetiti della speculazione personale: qualunque essa sia: economica, morale, politica, intellettuale, culturale, ecc.

Tutti aggettivi di cui si addobba sempre la medesima bottega!

Di questa essenza effettiva della libertà fu impedito ogni esercizio durante il regno d'Italia [n.b.:il Di Giacomo scriveva nel 1947, ndr]. In cambio fu incoraggiata, premiata, decorata, onorata ogni declamazione, ed ogni retorica dei suoi principii astratti.

L'impedimento - d'ogni sorta e sempre rinnovantesi - fu costantemente presentato con arte sottile e ingannatrice: dal divieto di consultare, e quindi di pubblicare e diffondere, i documenti storici appartenenti agli archivi meridionali, al lusingare le nostre popolazioni prescegliendo i loro uomini rappresentativi per cariche tanto appariscenti quanto innoque [sic] e paralizzanti come - probabilmente non ultima - di capo provvisorio della Repubblica Italiana.

Dovrebbe bastare questa faccenda - non la si può chiamare diversamente - del Capo provvisorio della Repubblica nominato nella persona del napoletano on. Enrico De Nicola per aprire una volta per sempre gli occhi ai Meridionali.

Il deteriore provincialismo del Mezzogiorno ne è soddisfatto!

Nessuno s'accorge che, nella faccenda, la Repubblica ripete la tecnica della Monarchia la quale ebbe cura, con lieti eventi fisiologici, di trarre, da Napoli, il Re d’Italia facendo, prima, nascere un Principe a Napoli! La ripete con i lieti eventi … politici traendo dal Foro un principe già adulto.

Anche allora il provincialismo deteriore del Mezzogiorno era soddisfatto. E tale persistente soddisfazione mostra che la tecnica non manca mai di successo. Ma per il resto?

Il napoletano per voluto luogo di parto come quello per notorietà di Foro per il resto non fa che servire, con la sua firma, da spolverino o asciugacarte del Governo Settentrionale, dei decreti del potere esecutivo accentrato nelle loro mani.

Ma vi è ancora un altro resto, quello della materialità, della volgarità (!!!): lavoro, pane, miglioramento dello standard di vita delle popolazioni meridionali diventano interessi trascurabili di fronte ad ogni pretesa del Settentrione. Per il Governo di Roma e i suoi "Quisling" del Mezzogiorno questi sacrosanti interessi debbono cedere all'ideale dell'unità. Tale e non altro è il dovere, tale e non altra la funzione del Meridione nella unità politica dell'Italia secondo uno dei più rappresentativi uomini del Mezzogiorno, il Nitti: "…scrissi anche allora che se il Sud avesse dovuto sopportare maggiori sacrifizi e più gravi ingiustizie, io avrei tutto sacrificato all'unità della Patria…" (discorso del 3 agosto 1945. Questa sarebbe la ragione… morale!

"On n'est trahi que par siens" [Non si è traditi che dai propri (confratelli), ndr] diceva Talleyrand.

"E invece, uno dei segni della vera, grande libertà è che ognuno parli dei suoi interessi e li sostenga in quanto interessi: non esistono interessi che non rappresentano una ragione morale, che non comportino un costume, un modo di vita, un pensiero e un modo d'essere della società". (Corrado Alvaro - "Nemici fidati" - Nuovo Corriere della Sera - Milano 14-8-1947)…

Gli interessi vitali del popolo meridionale furono negletti durante quasi un secolo. Così lunga trascuratezza ne ha incancrenita la negligenza. Ormai essi debbono affermarsi contro la stessa corrente che determina il loro aspetto odierno. È la corrente la quale, conculcandone l'origine, ne ha finora compresso il soddisfacimento adeguato e legittimo e ne ha fuorviati gli sviluppi dal campo amministrativo a quello politico.

Essi non possono trovare pacificamente la loro sistemazione amministrativa se non attraverso la correlativa proporzionata comprensione del Governo centrale. La deficienza di tale comprensione è assurta a tradizione governativa. Essi non possono essere affermati difesi e risoluti che nell'ambiente, ossia il Mezzogiorno, cui direttamente si riferiscono. Esclusa la Sicilia - e onore sia ai Siciliani! - il Mezzogiorno è impreparato a risolvere i propri problemi, e la fiscalità dell'amministrazione italiana gliene sottrae i mezzi con la puntualità esattoriale bimestrale. Soltanto ora incomincia a capire che deve provvedere da sé e che è inutile attendere messianicamente la soluzione dall'altrui riconoscimento del sacrificio proprio, continuativo ed idiota.

Al misconoscimento degli interessi meridionali e alla incapacità nazionale di provvedervi in modo risolutivo concorrono due fattori, uno materiale ed uno morale: l'ulteriore sviluppo dell'Italia del Nord è condizionato alla continuità del sacrificio dell'Italia del Sud, così come è provato e storicamente documentato (fra gli altri dal Nitti stesso), che l'inizio della prosperità del Nord è dovuto al declino della prosperità del Sud. Non è che le due prosperità siano incompatibili. Esse sarebbero compatibili in una prosperità media comune. Incompatibili esse diventano allorché l'una sugge la linfa vitale dell'altra. Ed è stata la linfa vitale del Mezzogiorno ad essere succhiata fin quasi all'esaurimento dalla caparba [sic] ed immorale amministrazione del Governo unitario politico.

 

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Il bidone di chi paga e chi no

 

Il neoborbonismo ha a suo fondamento la "stizza" (non più di questo) degli italiani del Sud (da qui in poi: gli Italici) per i soprusi di tutti i tipi che essi si trovano a subire dagli abitanti delle regioni padane. Ovviamente, i neoborbonici sono uomini, ciascuno con un suo temperamento, cosicché la loro reazione individuale (la stizza) si esprime, a volte, in proteste declamatorie, altre volte nella velleità di aggiungere i fatti alle parole. Ma i fatti non vanno oltre Ettore Fieramosca da Capua: una sfida per ribadire il valore (la stizza) di tredici italiani, mentre Spagnoli e Francesi si contendevano le nostre terre.

 Una terza  categoria, che è giusto definire di neoborbonici, è poi costituita da quei docenti di storia che, nei loro libri, vanno ripresentando i meriti della dinastia. Ma, ciò fatto, non credono che sia opportuno (almeno per loro) aggiungere altro.

Come diceva Marotta, siamo "Alunni del sole". Tomasi di Lampedusa sosteneva invece che siamo "Gattopardi". La mia sommessa opinione - per quel che può contare -  è che non abbiamo capito niente.  A Napoli si canta; a Palermo si piange ancora la triste fine della Principessa di Carini; in Puglia si pensa alla buona cucina e all'olio di prima spremitura; in Abruzzo sono forti e gentili; in Lucania sono non meno forti e non meno gentili, in più si filosofeggia; in Calabria il mutismo prevale, in compenso luccicano i coltelli, sempre che manchi una P38. La pizza è buona, gli spaghetti alle vongole meglio, non parliamo poi del peperoncino rosso, della mozzarella di bufala, dei funghi della Sila e dei cannoli con la ricotta.

Il Sud muore, distrutto dal fatto che "siamo Dei", o forse soltanto devoti alla Luna e al culto lunare della fecondità..

Fare? Non fare? Aspettare? Modificare la Repubblica italiana? Separarsi?  Ma la separazione non è un rimedio peggiore del male?

Su tutti questi dubbi William Shakespeare avrebbe composto cinque Amleto. Intanto un fatto è tutt'altro che amletico: l'iniziativa della separazione - in parte sotto traccia, in parte alla luce del sole, con  parole, maleparole e leggi della Repubblica - non è venuta fuori ad opera nostra, ma  dei Valpadani, alias stronzobossisti, crucciati per il fatto che ci sedessimo a tavola con loro. 

Essendo le ostilità ben avviate, gli scaltri del tipo Majorana pensano di trarne profitto, senza guastarsela con i Palazzi romani. Immaginano costoro di accodarsi con i valpadanisti, dopo aver esibito un valido sicilianismo e un napoletanismo elettorale. Insomma, i topi si salverebbero mentre la barca affonda.

Ovviamente chi la pensa così non conosce gli Itagliani e neanche l'Italia economica, politica, mass-mediale edificata dai Toscopadani sin dal tempo in cui i re angioini e aragonesi e i viceré spagnoli s'indebitavano con Genova e Firenze. I nostrani paladini ignorano che il vero  potere opera in sfere metafisiche che non si vedono o non sono abbordabili ad opera di Ettori Fieramosca armati piffero. Non hanno capito che la paga dei pifferai è compresa nel prezzo, e che la loro opera era già prevista come parte essenziale del progetto finale.

Aspettare gli eventi? Non aspettare? C'è poco da dire: l'attesa è un fatto. La gente italica versa in una condizione d'impotenza morale. Centocinquant'anni di beffe toscopadane avrebbero confuso le idee persino ad Aristotele. Gli Italici si presentano come un popolo vinto e sottomesso. La loro dipendenza è ormai un fatto radicato, costituzionale, strutturale.  Credono giusto patire ogni sopruso, ogni raggiro. Purché si mangi, non dubitano che sia doveroso pagare i prezzi ingiusti di volta in volta richiesti dai Toscopdadani. Certamente, un'offesa li stizzisce, ma poi soggiacciono, come una femmina brutalizzata.

Non così sul versante padano. Il separatismo valpadanista non è un vero separatismo, segue piuttosto la strategia di indebolire la centralità romana e rafforzare il comando milanese. Una linea politica vecchia quanto la Bocconi, la quale non avrebbe senso se non contenesse il progetto di assorbire le entrate fiscali e la gestione della spesa pubblica, che fanno il primato di Roma. Peraltro, nella Milano  bene (di fronte a cui mi tolgo il cappelluccio che metto la notte)  nessuno fa un mistero di ciò. La tesi bocconiana si fonda su una discriminante: c'è chi paga le tasse e c'è chi non le paga. Il Sud paga  meno imposte: si arrangi con i suoi soldi.

Ora, la storiella dei sudici che non pagano le tasse è un grande rovello. E non da ora, ma già or sono due secoli. La faccenda fu messa in luce da Nitti.

Cercherò di esemplificare la peregrina idea di un economista che non fu professore alla Bocconi ancorché un solo giorno. Quasi tutti le famiglie pagano bimestralmente una bolletta alla Società  Telecom, con sede a Milano. Ora questa Ditta, vendendo il servizio telefonico a italici e italiani, ottiene dei profitti. E su questi profitti paga le imposte -  una cifra da capogiro, che viene versata agli uffici tributari della provincia di Milano. Ma i profitti, su cui Telecom paga le imposte, sono stati realizzati in ogni parte del paese. Dire allora, come si fa, che Milano paga imposte in misura percentualmente maggiore che Vattelappesca, è una solennissima cazzata. Cazzata che, però, essendo comoda alla Lombardia, è pure legge dello Stato (in verità toscopadano e non nazionale).

Ancora più pagliaccesca è la geografia dell'IVA. Sulla bolletta Telecom, l'utente  paga anche l'IVA, imposta sul valore aggiunto. In questo caso il sovvertimento di ogni logica è plateale. Secondo il dettato normativo, l'Iva è dovuta da chi acquista e incassata da chi vende, il quale ha il compito (e il dovere) di trasferire la somma allo Stato. Non ci sono dubbi. L'Iva è un'imposta sui consumi. Il soggetto percosso dall'imposta sul valore aggiunto è il consumatore. Per sua comodità l'erario affida il compito di esigere l'imposta al venditore. Tutto qui. Eppure, nella Repubblica costituzionale e resistenziale italiana, l'IVA incassata da Telecom all'ufficio postale di Ciminà   figura prodotta a Milano e va alla Regione Lombardia.          

Con queste leggi del cazzo, la Lombardia, il Piemonte, il Veneto e tutte le altre regioni industrializzate risultano più generose di quanto non siano, nonché sovvenzionatrici del malcostume dei sudici. Della cosa, i luminosi corsivisti del Corriere hanno convinto l'inclito e il non inclito vulgo, cosicché, le regioni povere pagano e ringraziano inchinandosi. Logicamente si tratta di un inganno, o forse meglio di una filosofia di tipo coloniale volta a ingannare i sudditi più remissivi, quelli più ricattati di altri nella loro esistenza privata. 

Separarsi? Non separarsi? Al centro dell'idea separatista sta la funzione dell'ente Stato. Dovunque gli enti pubblici amministrano una parte consistentissima della ricchezza prodotta annualmente dai sudditi. Nello Stato italiano, la parte da essi amministrata  (in genere sotto forma di spesa) supera sicuramente il sessanta per cento dell'intero prodotto interno lordo (Pil).

Come e dove spendono questi soldi gli enti pubblici?

Lasciamo stare le statistiche, specialmente quelle disaggregate a livello regionale e locale. Non sono false, sono ingannevoli. Per arrivare alla verità, bisogna conoscere non tanto la specifica scienza statistica, quanto il fenomeno da essa analizzato, guardare ai fatti. I fatti dicono, per esempio, che per andare da Catania a Palermo in  treno s'impiega tre volte (dico tre volte) il tempo occorrente per andare da Milano a Roma. Forse così è meglio. La gente, scoraggiata, se può, non si allontana da casa. Resta tuttavia il fatto che pochi chilometri della linea Milano-Roma costano più dell'intera Catania-Messina-Palermo.

Altro esempio. Mentre penavo a come scrivere quest'articolo, il maestro Riccardo Muti dava un concerto nell'aula del Senato, alla presenza di donna Franca e di suo prestigioso marito, il Presidente della Repubblica Italiana. Durante una pausa, il presentatore  informa i telespettatori che, in serata, l'illustre direttore sarebbe stato a Vienna, per poi tornare subito alla sua diletta Scala di Milano.

Un direttore come Muti è una gloria mondiale. Anche gli spettacoli della Scala hanno risonanza mondiale. La Scala è definita il tempio della musica italiana. Tali fastigi non si ottengono, però, per merito di una sola città, per quanto possa essere illustre e per quanto posta dal Creatore a fondamento della civiltà  itagliana; diciamo con l'incasso dei soli biglietti esitati al botteghino. Qualcuno pagherà la differenza, costituta certamente da decine o centinaia di milioni di euro. Forse è il caso che guardiate in tasca, casomai fra le carte non ci sia una qualche ricevuta gloriosamente scaligera.

 Ancora un esempio. Muti non aveva il tempo di far ritorno da Vienna che, nella stessa giornata  la Reggina veniva sconfitta sul proprio campo dall'Inter per 4 a 0. Ovviamente l'Inter ha una squadra formidabile, che costa miliardi di euro. A pagarli è Moratti, e non lo Stato, e neppure il Comune di Milano o la Regione Lombardia. Ma le strade su cui viaggiano le automobili a cui Moratti vende la sua benzina non le ha fatte Moratti, le ha fatte lo Stato. A Moratti, che non venderebbe un solo litro di benzina se non ci fossero le strade, le strade non costano assolutamente niente. E si può immaginare che il petroliere incalzi il governo e il parlamento affinché facciano più strade e strade più veloci. Non sarete per caso soci del Club Inter?

Ultimo e chiudo. Non so quanto sia costato allo Stato l'aeroporto della Malpensa. Potrei perfino saperlo sfogliando un annuario, ma sarebbe superfluo. Sono certo - si vede - che è costato quanto non sono costati tutti gli aeroporti esistenti al Sud, compresi quelli militari che fanno da base anche alla flotta USA. Che vi debbo dire? Lo so che siete appassionati delle grandi opere pubbliche!  Bello, no, l'aeroporto della Malpensa? A Milano ci sanno fare, dobbiamo ammetterlo! A Napoli no. E infatti si tengono la Monnezza e la statua di Garibaldi.

Nicola Zitara 

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PECUNIA  OLET

 

La caduta del Muro di Berlino ha rappresentato qualcosa di ben più grave del crollo dell’ideologia comunista. Quella ha infatti significato soprattutto il crollo degli ultimi ostacoli alla piena internazionalizzazione dei commerci e alla globalizzazione della finanza internazionale.

Per comprendere appieno questo evento bisogna tuttavia partire da molto lontano, perché esso rappresenta la parte ultima dello scontro tra la spiritualità di Lutero e la concezione materialista dell’esistenza da parte di Calvino. Infatti mentre Lutero predicava il ritorno alla semplicità evangelica contro la simonìa della Chiesa, definendo il denaro «sterco del demonio», Calvino poneva il «Dio Denaro» al di sopra di ogni valore in quanto considerava la persona ricca come prediletta da Dio.

Quest’ultima concezione, sviluppatasi incisivamente durante il periodo dell’illuminismo (di tipo utilitarista quello inglese, di tipo razionalista quello francese), fu determinante alla realizzazione di due eventi storici epocali: la rivoluzione industriale inglese e la rivoluzione francese.

La rivoluzione industriale inglese, iniziata nella seconda metà del ‘700, creò una ricca borghesia e la formazione del capitalismo mercantile. La rivoluzione francese, invece, scoppiata verso la fine del ‘700, distrusse l’ancien régime della aristocrazia e creò anch’essa una nuova classe dirigente: la borghesia populista e libertaria, anticipatrice degli attuali sistemi "democratici" e parlamentari.

Le conseguenze di questo modo aggressivo, e diverso, di concepire la vita furono le guerre napoleoniche che sconvolsero l’Europa, travolgendo antichi valori, e l’inizio della politica colonialista su scala mondiale da parte dell’Inghilterra, che, sostenuta da princìpi calvinisti, diede origine ad un nuovo sistema di vita: quello nordamericano. Fu in questo scenario che fu distrutto il Regno delle Due Sicilie, le cui tradizioni, del tutto opposte al nuovo sistema, provavano in concreto la possibilità di un diverso e migliore sistema di vita. Il Piemonte, attraverso il calvinista Cavour, fu usato dall’Inghilterra per eliminare il contrastante sistema di vita duosiciliano.

In Europa, la prima forma di questa «civilizzazione» fu diffusa soprattutto dopo l’ultima guerra mondiale, per l’influenza determinante su numerosi paesi europei (ma anche asiatici) da parte degli Stati Uniti comportò una profonda modifica alle tradizioni popolari. In Europa, infatti, numerosi sono quelli che, scimmiottando molte loro caratteristiche, si sono uniformati ai costumi nordamericani. Determinanti furono in questa fase il controllo dei traffici commerciali attraverso la manovra dei tassi di cambio delle valute.

Nel 1948, inoltre, le Fondazioni Ford e Rockefeller crearono l’American Committee for a United Europe con lo scopo di condizionare lo sviluppo monetario, economico e politico dell’Europa per facilitare gli interessi nordamericani. Tale istituzione aveva ideato, già cinquant’anni fa, l’utilità di un’unica moneta europea più facile da controllare anziché una quindicina di valute e relativi Istituti di emissione.

È stato così che il crollo dell’ideologia comunista, simbolicamente rappresentato dalla caduta del muro di Berlino, ultimo ostacolo alla globalizzazione, ha fatto dilagare in tutto il mondo l’internazionalizzazione dei commerci ad opera delle poche ma grandi imprese multinazionali che ormai hanno in pugno ogni potere.

Tali multinazionali, poi, invece di creare condizioni di benessere per tutti, hanno creato un sistema monopolistico e agiscono solo in funzione del profitto a scapito e contro la stragrande maggioranza dei popoli.

Un ruolo primario in questa selvaggia finanza è svolto dalle  varie Banche Centrali, che, affiancate da una miriade di istituzioni internazionali (veri specchietti per le allodole) da esse controllate, hanno il completo dominio degli Stati e dei loro Governi. Chi dirige l’attività delle Banche Centrali è la sconosciuta Banca dei Regolamenti Internazionali che risiede a Basilea, al numero 2 della Banhofplatz, ed è rigidamente controllata dalla Federal Reserve e dalla Bank of England. La B.R.I. decide i tassi di sconto, i beneficiari dei prestiti, i Governi che devono essere finanziati (rafforzati o indeboliti), le monete che devono essere svalutate o rivalutate, i movimenti rivoluzionari da armare e le riforme da appoggiare.

Nessuno dei personaggi (di queste banche) che decidono i destini del globo mai è stato eletto da elettori di qualsiasi parte del mondo. Così avviene anche in Italia governata non dai politici, ma dai potenti gruppi finanziari che, guarda caso, dal 1860 risiedono tutti al Nord. E così qualsiasi nostro Governo, per giustificare la sua esistenza, finge di adoperarsi per rilanciare, risanare, ristrutturare, riformare un’economia sempre più asfittica (o volutamente fatta credere tale), mentre ai risparmiatori si infliggono pesanti perdite con le speculazioni di Borsa, con l’usura delle Banche e con le criminali sottrazioni del risparmio (Parmalat, Cirio, Bond argentini ...).

Si capisce benissimo, dunque, quanto contino le istituzioni europee e i loro burocrati, ridotti solo a codificare la lunghezza e la larghezza dei cetrioli o altre squisitezze del genere, ma non questioni prettamente politiche. Naturalmente in questo stupidario legislativo passano leggi che favoriscono indecentemente gli interessi delle multinazionali. L’Unione Europea, infatti, è una unione monetaria, non politica, e gli strapagati suoi burocrati non trovano altro da fare per poter passare il loro costosissimo tempo. Molto illuminante, in proposito, è la lettura del libro L’economia della truffa, edito da Rizzoli, di John Kenneth Galbraith, notissimo economista americano.

Il dio denaro ormai la fa da padrone anche al Sud, non in termini di ricchezza, ma di povertà. Nella sola Napoli, dove un tempo una persona che si sentiva male per strada veniva immediatamente soccorsa da decine di passanti, si assiste ora alla possibilità che alcuni possano approfittarne per rubare all’infortunato quanto si trova nelle sue tasche.

Questo significa che sono stati stravolti i valori tipici del Sud e che diversa è la visione della vita. Significa il restringimento degli scopi esistenziali ai soli bisogni primari. Situazione che  immobilizza la gente più ingenua e ne causa l’indebolimento di ogni spirito di sacrificio, di religiosità e di patriottismo.

Non è un caso che l’invito rivolto recentemente ad alcune organizzazioni locali per una riunione politica indetta a Napoli da un personaggio calabrese di notevole spessore, con lo scopo di creare un organismo politico atto a contrastare questo degrado, abbia dato luogo a un defatigante incontro tra sordi perché la visione politica dei convenuti napoletani non andava oltre il vicolo in cui essi risiedono.

Al Sud non possiamo dunque che avere una risposta negativa se proiettiamo nel futuro le speranze di rinascita. Del resto poco o nulla si può sperare da una situazione in cui l’uomo non è più il soggetto dell’economia, ma l’oggetto: è diventato cioè un consumatore da manipolare per questa sua sola funzione. 

Antonio Pagano



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