
Una sintesi predisposta dalla SVIMEZ, offerta ai Parlamentari vecchi e nuovi, al prossimo Governo, ed agli italiani, come aiuto a capire, a riflettere, a decidere.
Roma, Maggio 2008
Siamo alla vigilia della Celebrazione, nel 2011, dei 150 anni dall’unificazione politica dell’Italia, ed un rapido sguardo al passato può certo essere utile a tutti. Ma se qualcuno ritiene di conoscere bene i principali passaggi riferiti qui alla storia della Nazione, salti pure a piè pari queste prime pagine sul passato, che pure sono a vario titolo illuminanti.
Dopo l’Unità, la progressiva presa di coscienza politico-sociale nel Paese, anche da parte delle stesse classi dirigenti e di governo, della dis-unità sostanziale dell’economia e della società italiana − effetto di condizioni naturali e storiche, ma anche delle prime politiche adottate −, cominciò relativamente presto, dopo la formazione nel 1861 del nuovo Stato nazionale, anche grazie ad autorevoli e non contestate “Inchieste Parlamentari”.
Ma in un secolo e mezzo i divari, ed il vero e proprio dualismo nazionale, tra un Centro - Nord avanzato e forte, ed un Sud debole, in ritardo, e pre-industriale, non sono certo scomparsi, pur nel sicuro – ma altrettanto certamente non armonico – progresso generale del Paese, divenuto comunque − da agricolo e minerario − industriale e terziario.
Dal 1861 al 1950 non sono bastati 90 anni – anche se costellati da provvedimenti spesso definiti come “leggi speciali” per località del Sud – per riuscire ad accelerare comparativamente la crescita dell’insieme dei territori del Mezzogiorno, di fatto allora pressoché unitariamente 1 arretrato e depresso, malgrado le ovvie differenze di sviluppo tra città e campagne, tra zone costiere ed interne, tra giardini e calanchi.
Tra il 1922 ed il 1940, per volontà del fascismo, si tentò addirittura di cancellare, nella politica e fin nella cultura storica e politica italiana, ogni richiamo all’esistenza stessa di una “questione meridionale”, ipotizzando per la povera e sovrabbondante forza di lavoro agricola e bracciantile del Sud possibili sbocchi coloniali sulla “quarta sponda” libica, e poi nell’Impero abissino. Ipotesi ovviamente rimaste senza seguito.
È solo dopo la fine della guerra mondiale 1940-45 che si determinarono e manifestarono nel Paese condizioni potenzialmente nuove e più favorevoli a politiche per il Sud. La Repubblica Italiana nata nel 1946-48, e la cui Costituzione la definisce “fondata sul lavoro”, non poteva ignorare le condizioni di inoccupazione, sottoccupazione e disoccupazione presenti soprattutto nel meridione e nelle grandi Isole, come conseguenza della arretratezza dell’agricoltura − latifondi e minifondi − e della debolezza profonda (salvo poche prestigiose eccezioni) sia del turismo, sia degli opifici artigianali e manifatturieri, troppo legati alle miniere e ad una povera domanda interna. La stessa nascita, crescita e gestione delle imprese vi era peraltro impedita dalla insufficienza delle basi infrastrutturali del sistema produttivo e sociale meridionale, e dalle carenze in esso del più qualificato “capitale fisso sociale”.
In tale contesto − nell’ottica della necessaria ricostruzione dell’Italia devastata dalla guerra − la SVIMEZ nacque sul finire del 1946 come frutto dell’incontro di intelligenze ed interessi illuminati del Nord e del Mezzogiorno, e come effetto della diffusa presa di coscienza della insostenibilità economica per l’intero Paese di una condizione di emarginazione e di esclusione del 40% della popolazione e del territorio dell’Italia da ragionevoli prospettive di insediamenti manifatturieri, di lavoro produttivo, di consumi civili, e di accumulazione capitalistica ed infrastrutturale. Tale presa di coscienza avvenne grazie al contributo determinante delle esperienze che – metabolizzate soprattutto grazie alle realizzazioni dell’IRI – erano state vissute in Italia da molte banche ed industrie dopo la crisi degli anni ’30. Quella crisi aveva evidenziato che grandi operazioni di sviluppo strutturale richiedono ovunque – come l’esperienza del New Deal roosweltiano aveva mostrato nel Tennessee e nei grandi bacini fluviali degli USA – approcci sotto ogni profilo straordinari, sia quanto a ideazione, sia quanto a capitali 2 ed a risorse da investire, sia quanto ad istituzioni in grado di guidare e gestire siffatte operazioni, non certo di portata ordinaria.
Non ha senso in proposito andare qui oltre la mera citazione di pochi nomi, legati alla SVIMEZ e al suo meridionalismo: Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Donato Menichella e tanti altri meridionalisti nati nel Sud e nel Nord, come Francesco Giordani e Giuseppe Cenzato, come Stefano Siglienti, e Vincenzo Caglioti, e Manlio Rossi Doria, e ancora altri. Furono, quelli del primo dopoguerra, gli anni in cui nella SVIMEZ si erano associate quasi tutte le maggiori imprese italiane, ed in cui anche interessi fin allora nordisti − come quelli torinesi della FIAT di Vittorio Valletta (assai meno quelli rappresentati dai manager di altri gruppi ) − ebbero ad aprirsi (o ci provarono) ad un ruolo nazionale, territorialmente più equilibrato.
L’intreccio tra il suggerito approccio della straordinarietà, programmatica ed istituzionale, ed il convincimento del necessario ed innovativo volontarismo degli interventi necessari ad assicurare lo sviluppo, ebbe ad incontrarsi nel 1950 con l’intelligenza della politica americana, che al termine del conflitto si stava apprestando a concorrere – con il Piano Marshall – alla ricostruzione dell’Europa, e che si dimostrò disponibile a sostenere in Italia, con ridotti nostri vincoli di bilancia dei pagamenti, gli interventi necessari ad intaccare alcune delle molte nostre arretratezze, specie meridionali: nell’agricoltura, nelle dotazioni pubbliche e infrastrutturali, ma anche nel sostegno ad un sistema produttivo − e ad una infant industry − che occorreva incentivare a nascere, e sostenere nel suo crescere.
L’ideazione e la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno (“Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale”), e la definizione dei suoi piani, programmi ed interventi inizialmente decennali, sotto tanti profili speciali e straordinari − cui peraltro la sinistra politica di allora si sforzò colpevolmente di opporsi − non può non essere da tutti riconosciuta oggi come un momento eccezionale per le sue novità procedurali e per la dimensione stessa di un nuovo impegno pubblico capace di andare oltre l’ordinarietà, caratterizzata appunto da una ridotta ed insufficiente “capacità di spesa” delle amministrazioni. Tra i primi anni ‘50 e la metà degli anni 1970 l’impegno speciale per il Sud – pur nella limitatezza delle risorse pubbliche coinvolte, che mai raggiunsero l’1% del PIL nazionale – conobbe momenti assai positivi, che consentirono – attraverso iniziali interventi nel campo della riforma agraria 3 e fondiaria, e della irrigazione, e della modernizzazione infrastrutturale, e poi in quelli connessi a talune forme di incentivazione delle imprese private, e poi delle stesse imprese manifatturiere partecipate dallo Stato in settori rilevanti ed allora determinanti (si pensi ai campi di competenza tradizionali dell’IRI e dell’ENI, ma si pensi anche alle nuove Autostrade, che tuttavia lambirono appena il Sud) – di poter assicurare, per la prima volta dopo un Secolo, risultati di progresso e di sviluppo, che crearono positive discontinuità con le troppo lente dinamiche del precedente passato.
La definizione nei primi anni ’50, presso la SVIMEZ, dello “Schema Vanoni” – che fu un documento importante, che permise di guardare ai problemi del riequilibrio territoriale e produttivo tra Mezzogiorno e Centro-Nord in un’ottica nazionale, attenta ai problemi a lungo termine dell’occupazione e del reddito, e alle implicazioni sulla disponibilità e sull’utilizzo programmato delle pur sempre scarse risorse interne di capitali − ebbe a creare una attenzione anche internazionale sulla necessità e possibilità di un processo di sviluppo che coinvolgesse unitariamente il Sud. Una legge del 1957 estese le competenze del c. d. “intervento straordinario per il Mezzogiorno” dalla pre-industrializzazione a forme di concreta industrializzazione, rendendo per tre-quattro lustri grandi servizi (magari controversi, ma storicamente non contestabili, anche nel campo delle “aree attrezzate”) alla causa del progresso meridionale.
Ma la specialità di quell’operazione durò troppo poco: solo fino alla metà degli anni ‘70. E ciò perché − malgrado che assieme alla “Cassa per il Mezzogiorno” fosse contemporaneamente nata una analoga “Cassetta” per le c. d. “zone depresse del Centro-Nord” − gli interessi settentrionali si mossero presto in modi che finirono col depotenziare gli effetti positivi di interventi che nel Sud tendevano a registrare primi significativi risultati. E poi perché anche l’insieme delle Amministrazioni ordinarie dello Stato contrastò sistematicamente la straordinarietà per il Sud (come fu contrastata in materia di edilizia abitativa pubblica la straordinarietà dell’INA-Casa), che perciò finì col divenire progressivamente sostitutiva dell’ordinario impegno delle Pubbliche Amministrazioni, e non addizionale ad esso, come il disegno meridionalista e riformatore voleva. Ma quell’operazione durò troppo poco soprattutto perché la guerra del Kippur, e la crisi del dollaro e del petrolio nei primi anni ’70 provocarono anche nel Nord dell’Italia una crisi oggettivamente grave, cui i Governi dell’epoca risposero diminuendo l’impegno per il Sud, e adottando misure e politiche – come la Legge 675 di ristrutturazione e riconversione industriale, e poi la successiva Legge 46 sull’innovazione tecnologica – funzionali agli interessi delle imprese esistenti, e quindi soprattutto alle esigenze del sistema produttivo del Centro-Nord in cui le industrie erano più presenti, come larghissimamente si concentrano ancora. A ciò si aggiunse poi ed infine il fatto − tutt’altro che trascurabile − che gli Enti locali tradizionali, e le nuove Regioni a Statuto ordinario nate già politicizzate nel 1970, pretesero ed ottennero al Sud un ruolo determinante nelle scelte programmatiche, ma anche nella concreta gestione delle politiche e degli interventi della Cassa, che avrebbero richiesto invece – per poter garantire la loro specialità e straordinarietà – il rispetto di ottiche e di strategie nazionali e centrali, e comunque prevalentemente non locali.
Con la metà degli anni ’70 la strategia meridionalista avviata nel 1950 venne in tal modo profondamente ridimensionata, ed emersero e crebbero come influenti (nella società, e nella pubblicistica, e nell’accademia italiana) ingiuste critiche − di origine e taglio assai politicizzato e tendenzialmente localistico − ad interventi che pur avevano avuto nel Sud e per il Sud effetti sicuramente ed oggettivamente importanti. Più tardi, la inefficiente e non sempre ovunque limpida gestione degli effetti dei terremoti del Belice e poi dell’Irpinia − gestioni affidate a “Commissari” regionali e locali spesso oggettivamente inadeguati − vennero così quasi imputati anch’essi alla “Cassa per il Mezzogiorno”, il cui depotenziamento e la cui lunga involuzione dopo il 1975 furono accompagnati da forme di degenerazione favorite dalla deleteria correntizzazione dei Partiti, anche di maggioranza. Tutto ciò portò, nei primi anni ’90, alla decisione di soppressione senza ammortizzatori di un impegno speciale verso la coesione, che avrebbe certo richiesto aggiustamenti, ma anche continuità di ispirazione.
Soppressa prima la “Cassa” e poi una inefficiente, politicizzata e localisticizzata “Agenzia”, il diffondersi della mitologia del ritorno all’ordinarietà fu deleterio per il Sud. Così come a poco servirono a fine anni ’90 e nei primi del nuovo Secolo le novità che ci si attese dalla c. d.
“Nuova Politica Economica” per il Mezzogiorno, che per la verità finì col segnare − malgrado l’impostazione iniziale del Ministro Ciampi, e per taluni schematismi e burocratismi procedurali, ispirati dall’UE, adottati dal DPS, Dipartimento per le Politiche di Sviluppo − il trionfo delle opzioni micro e dei localismi; ciò all’interno di un Paese che si allontanava dalle scelte della Costituzione del 1948, dalla straordinarietà ed addizionalità del 1950, e dalle speranze suscitate dagli anni ’60 da una “politica regionale europea” che pure ebbe a porre a disposizione anche dell’Italia concrete risorse, rivelatesi peraltro dispersive e non determinanti. La destinazione di tali risorse venne infatti pensata all’interno di approcci che hanno preteso di ignorare la singolarità e le specificità del profondo dualismo italiano, e che hanno voluto guardare non alla condizione dell’insieme unitario della macro-regione Mezzogiorno (NUTS 1), ma a micro-aree (ben 8 NUTS 2, delimitazioni statistiche dell’UE corrispondenti alle singole Regioni amministrative del Sud), comparandone le condizioni − ai fini del riconoscimento della necessità e della priorità degli interventi, maggiormente favoriti nelle aree definite “Obiettivo 1” − con valori medi europei (anzi, con il 75% di un mutevole PIL pro-capite medio dell’intera Comunità, che frattanto si allargava verso Paesi relativamente poveri, abbassando così tale valore medio del PIL europeo) che non evidenziavano la sistematicità dei divari strutturali − naturali e storici − italiani, e che hanno impedito la lettura e la misurazione corretta del nostro dualismo, che in Italia ed in Europa deve consentire di confrontare le situazioni delle aree in ritardo con i valori di vertice, e non con valori medi, che economicamente non significano nulla.
E veniamo all’oggi, guardando al domani.
Siamo da anni un Paese che non riesce ad adeguare la propria dinamica economica a quella degli altri partners europei, e che sembra avviarsi in ogni campo – ricerca, innovazione, produttività – su percorsi di non contrastato declino. Ed ha quasi suscitato meraviglia nel Paese che il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, abbia affermato – citando Faini – che “l’Italia non può crescere se non cresce il Mezzogiorno”; e che sia stato giudicato quasi démodé il confermato impegno meridionalista della SVIMEZ, che anche davanti al Parlamento ha espresso con rigore − prima nel maggio 2005 e poi a fine ottobre 2007 − le condizioni macro-economiche condizionanti la crescita nazionale e le politiche attraverso cui combattere il dualismo tra Mezzogiorno e Centro-Nord, contenendo anche, grazie ad un più adeguato e qualificato impegno dei poteri pubblici ai vari livelli, i negativi ma realistici indicatori della perdurante gravità della questione meridionale.
Per contro, una parte non piccola del Paese ha ritenuto di poter esorcizzare la strutturale questione presente al Sud, contrapponendovi una incomparabile − ma sentita come reale, ed assai sottolineata, studiata e pubblicizzata − questione settentrionale, figlia piuttosto di un eccesso di traffici e di sviluppo, e da una trasformazione sociologica profonda del sistema produttivo e residenziale, come anche della stessa necessaria immigrazione in quei territori, che peraltro ha aperto problemi di sicurezza − che a diversi titoli sono presenti in tutto il Paese, e quindi sia nel Nord sia nel Sud − ma anche seri problemi infrastrutturali, che non sono neanch’essi rimasti senza incidenze nei recenti risultati elettorali.
Per venire all’economia, e per ragionare del futuro a partire dalle condizioni di oggi e dalle prospettive di un più ordinato sviluppo futuro del nostro Paese, pare alla SVIMEZ che occorra seguire il filo logico di una riflessione, la cui necessità ed opportunità ci appare incontestabile.
Viviamo una situazione nella quale ormai da anni l’Italia viene perdendo posizioni nel contesto internazionale, nei più vari campi. Non ha senso pensare ad uno sviluppo del Sud in un’Italia in declino, ma occorre insieme avere coscienza − anche sulla base dell’esperienza di altri Paesi europei, quali la Spagna e la Germania − che l’accelerazione dello sviluppo nazionale non potrà trovare soddisfacimento se non attraverso un maggiore sviluppo delle aree deboli e in ritardo, da assumere come obiettivo e come meta nazionale. Troppi, per contro, fanno fati- 7 ca a capire che una ulteriore elevata crescita è possibile soprattutto là dove i livelli di partenze sono più bassi, e che quindi il Sud non è certo né zavorra, né palla al piede, né freno, ma anzi è − per la consistenza delle sue classi di età giovanili e fin altamente scolarizzate, come per gli spazi in esso offerti al mercato, oltre che dal clima, dalla qualità dei luoghi e dall’ambiente naturale e storico − la maggiore opportunità per garantire il peso internazionale − peso anche solo quantitativo, tra i sempre più numerosi Paesi “Grandi” del mondo − dell’Italia.
La condizione di perdurante sottosviluppo relativo del Mezzogiorno in campo economico, infrastrutturale, occupazionale, civile, è oggi una realtà nazionalmente assai negativa, fattualmente non contestabile, ma che, ciò non ostante, è stata fino a ieri sottovalutata fin dai Governi della c. d. “seconda Repubblica”. Lo stesso ultimo Governo Prodi attraverso suoi autorevoli esponenti, come anche molti osservatori e perfino economisti settentrionali, hanno sostenuto che “al Nord e al Sud i problemi sono sostanzialmente gli stessi…”, concedendo soltanto che “nel Mezzogiorno sono solo un po’ più gravi…”. Poiché così non era e non è, la condizione di ritardo e di debolezza del nostro Sud avrebbe richiesto ed impone di essere affrontata in una prospettiva di lungo termine, con strategie, programmi e risorse dello Stato nazionale, utilizzando ovviamente, finché possibile, anche ogni apporto finanziario dell’UE. Ma richiede altresì un impegno non occasionale ma sistematicamente efficiente delle Istituzioni locali, a partire dalle Regioni, alle quali sono stati negli ultimi anni attribuiti compiti e responsabilità sicuramente troppo grandi, cui esse − specie nelle aree in ritardo del Sud − non sono state in grado di far fronte in modo adeguato.
Uno sviluppo sano e non artificioso dell’economia del Mezzogiorno richiede approcci produttivi e concorrenziali che guardino ai mercati, e non sollecita certo processi meramente redistributivi e falsamente sociali, che le aree storicamente forti hanno mostrato − e giustamente − di non voler condividere, e che peraltro il meridionalismo migliore [e ne è un coerente esempio quello nazionale ed europeista della SVIMEZ] non ha mai richiesto o favorito, come non ha mai sollecitato, per il progresso del Sud, i c. d. “investimenti a pioggia”. Siamo infatti da sempre convinti che per il Sud è necessario vengano definiti obiettivi strutturali ed interventi di lungo periodo (ma non certo approcci del tipo “Lavori Socialmente Utili”, LSU, di falso stampo Keynesiano) in materia di livelli di occupazione e di industrializzazione-modernizzazione, inseriti in programmi e strategie infrastrutturali − nei trasporti, nella logistica, nel turismo, nei servizi alle imprese, ed in quant’altro il mercato richiede –, cui destinare, con ri- 8 gore, e garantendo certezze, le risorse necessarie a consentire il concreto raggiungimento di quegli obiettivi, che oggi sono da perseguire in connessione ad ottiche non solo regionali e circoscrizionali, ma nazionali, europee e, per sempre nuovi aspetti, anche mediterranee.
Condizione non eludibile affinché risultati di innalzamento della produttività e della competitività vengano raggiunti nell’intero Paese − e quindi anche nelle aree forti e trainanti del Centro- Nord − è che la politica economica nazionale si impegni − con la migliore selezione e qualità delle opere, con la maggiore efficienza nelle spese, e combattendo ogni possibile forma di spreco nelle realizzazioni – a far si che la ripartizione nel territorio nazionale della spesa pubblica in conto capitale ordinaria sia conforme al rilievo naturale − geografico e demografico − delle due macro-regioni del Paese. La giusta ripartizione di tali investimenti ordinari può essere indicata in circa il 60 % per il Centro-Nord e nel 40 % circa per il Mezzogiorno, proporzioni corrispondenti al peso naturale rispettivo.
A questa logica − seppur avendo accettato obiettivi programmatici di ripartizione Nord/Sud (peraltro poi non rispettati nell’azione di governo) inferiori a quelli “naturali” sopra evidenziati, e quindi avendo finito col privilegiare oggettivamente l’economia delle aree ricche del Centro-Nord rispetto a quella dei territori deboli del Mezzogiorno, rendendo così di per sé impossibile ogni riequilibrio nei processi nazionali verso la convergenza e la futura coesione − si sono dagli anni ’90 ispirati sia l’Unione Europea sia il DPS, Dipartimento per le Politiche di Sviluppo, qualificato organo tecnico-politico del Ministero dell’Economia durante i Governi delle ultime Legislature (mal collocato, nell’ultimo Governo, in seno all’ex Ministero delle Attività Produttive).
Sia il DPS sia l’Unione Europea hanno sempre previsto e considerato corretto e doveroso che la spesa pubblica nazionale in conto capitale, oltre la quota ordinaria di cui sopra, destini e ripartisca tra i territori anche una componente straordinaria, la cui misura annuale e pluriennale dovrebbe essere determinata in funzione delle risorse e dei tempi [risorse comunque certamente non piccole, e tempi di sicuro non brevi, ma certamente a termine] attraverso le quali ed entro i quali la politica, e quindi il Parlamento e il Governo, riterrà di dover assicurare (o ad un certo momento riterrà di aver dato) una equilibrata soluzione al dramma del dualismo nazionale, ed all’attingimento di obiettivi di riequilibrio macro-territoriale tra le grandi aree e le diversificate Regioni d’Italia.
9 Una volta che si sia proceduto (rispetto alle risorse capitali ordinarie assegnate in base al “peso naturale” delle macro-regioni) all’identificazione di adeguati importi e proporzioni di risorse addizionali, è evidente che la ripartizione territoriale di dette risorse straordinarie debba consentire di soddisfare proprio le maggiori esigenze di sviluppo delle aree deboli, garantendo soprattutto in esse l’accelerazione della crescita del reddito, dell’occupazione, dell’industrializzazione, nonché una più equa ed adeguata dotazione di condizionanti infrastrutture, che rispondano ad ottiche nazionali, europee e mediterranee.
In funzione di tale natura e finalizzazione, è evidente che la ripartizione Nord/Sud della spesa pubblica in conto capitale straordinaria dovrebbe avvenire in misura inversamente proporzionale ai livelli di benessere e di malessere oggi presenti nelle due macro-circoscrizioni italiane. La ripartizione territoriale di tali investimenti straordinari sarebbe necessario prevedesse quindi una allocazione delle risorse pubbliche, e una localizzazione delle realizzazioni addizionali, dell’ordine dell’80-85% nel Sud, e del 15-20% nel Centro-Nord.
Tali, peraltro, sono state e sono le proporzioni teoriche con cui l’Unione Europea ha già ripartito e destinato fino ad oggi il proprio concorso ai territori italiani a titolo di politiche europee di coesione; ed anche superiori sono − ma solo programmaticamente − le proporzioni nazionali del FAS, Fondo per le Aree Sottoutilizzate.
Se le future politiche economiche vorranno essere concretamente efficaci, ad avviso della SVIMEZ occorrerà una forte revisione − oltre che di non poche prassi interne − anche dell’insieme dei parametri di allocazione e ripartizione tra i 27 Paesi membri dell’UE dell’insieme delle insufficienti risorse, ad oggi previste fino al 2013, assegnate al capitolo che alla “coesione” si richiama, che dovrebbe a nostro avviso divenire forse il solo, e comunque quello intorno a cui tutte le altre politiche − dalla Politica Agricola Comune (PAC), allo sviluppo rurale, alla competitività stessa − dovrebbero ruotare, conformandosi alle prioritarie esigenze di un obiettivo che, nello stesso testo della “Costituzione per l’Europa”, aveva visto riconosciuta una sua finalistica centralità.
Come si vede, è convincimento della SVIMEZ che occorra oggi all’Italia una politica alta ed articolata, che si proponga l’equilibrio nello sviluppo dei territori tutti della Nazione, e quindi la salvaguardia della piena unità − istituzionale, politica, morale − della nostra Repubblica.
La SVIMEZ ritiene che per concorrere a tale obiettivo sia indispensabile una politica econo- 10 mica nazionale attenta all’intero Paese, ma che realizzi insieme politiche specifiche che accelerino i tempi della crescita nell’area debole di esso, assicurando così sviluppo e tendenziale convergenza verso la coesione. Garantire quindi che almeno ci si avvicini alle sopra citate allocazioni Nord/Sud della spesa pubblica in conto capitale, rispettivamente ordinaria e straordinaria, richiede naturalmente un saldo ruolo centrale, mentre sarebbe inevitabilmente contraddittoria con le sollecitazioni − giustificate con un improprio richiamo al “federalismo” − di alcune delle Regioni ordinarie avanzate del Nord, di poter acquisire come loro entrate proprie i proventi delle imposte che, a parità di regole fiscali nazionali, vengono nei loro territori − che sono soltanto più industrializzati, più terziarizzati, e più turisticamente sviluppati rispetto ai territori del Sud − pagate dalle imprese che in quelle Regioni forti sono localizzate, in proporzioni che sono appunto “causa” ed insieme “dimostrazione” e “verifica” degli squilibri e del dualismo.
Il Mezzogiorno crede che combattere gli squilibri ed il dualismo sia prioritario interesse nazionale, ma colloca tale giudizio nell’ottica e nella prospettiva dell’essere e del divenire, e non in quella dell’avere e del pretendere. Le evocate “risorse” pubbliche − ordinarie e straordinarie − rappresentano solo quanto è considerato necessario e sufficiente per consentire − superando progressivamente divari e ritardi non più giustificabili − di conseguire obiettivi di equilibrio nella produttività e nella concorrenzialità di tutti i produttori nazionali, del Nord e del Sud; obiettivi che resteranno irrealistici fino a che tutti i sistemi e tutte le reti saranno nelle due macro-regioni tanto diversi quanto oggi lo sono.
Un articolato approccio del tipo sopra tratteggiato richiede certo anche specifiche e diversificate misure relative al lavoro, al fisco, al credito, come alle priorità ed ai tempi delle realizzazioni, ed a quant’altro; ma esso comporta essenzialmente strategie politiche nazionali che abbiano esplicite e forti basi e caratteristiche macro-economiche, che sole possono garantire la coerenza e la compatibilità tra risorse nazionali sempre scarse, e scelte territoriali aventi elevati contenuti politici, e pesanti implicazioni programmatiche e prospettiche.
A loro volta, politiche nazionali che abbiano forti contenuti strategici, che siano basate su dati ISTAT ed EUROSTAT realistici e su approcci macro − per la cui definizione e realizzazione la SVIMEZ si pone, così come ha fatto nei passati 60 anni, al servizio di tutti i livelli di governo del Paese −, richiedono che i soggetti istituzionali cui, a norma della Costituzione 11 italiana (che pur non di poco risulta stravolta rispetto a quella del 1948), spetterà la responsabilità di dare applicazione a tal tipo di politiche, possiedano o acquisiscano sempre più elevate capacità di ideazione, progettazione, coordinamento, gestione, esecuzione e controllo; capacità tutte oggi non sempre presenti e disponibili nelle nostre storiche Pubbliche Amministrazioni, centrali e regionali.
Per rendere possibile tutto ciò, si impone all’interno del Governo un livello decisionale e di interlocuzione elevato, quale forse solo un Vice-Presidente del Consiglio − dotato anche di personale autorevolezza − e con riconosciuti poteri propri e delegati, potrebbe esercitare rispetto al Parlamento, in cui sarebbe essenziale non si formalizzassero innovazioni che – ove fossero ispirate solo a logiche “federalistiche” che, come il ventilato “Senato delle Regioni”, prescindessero dalle storiche condizioni di un Paese dimidiato – potrebbero risultare paralizzanti rispetto al concretarsi di necessari macro-disegni di più equilibrato sviluppo.
Analogamente, è convincimento della SVIMEZ che allo stesso fine sia opportuno venga resa operante all’interno del Parlamento una “Commissione bicamerale per la coesione nazionale”, formata dai migliori e più capaci esponenti eletti nell’intero Paese, che sarebbe anche bene potessero dialogare sistematicamente con le istituzioni – pubbliche, ma anche private, come più volte le Commissioni del Parlamento hanno fatto invitando ad esempio la SVIMEZ a proprie Audizioni – portatrici di equilibrate ottiche di coesione nazionale ed interpreti di interessi strutturali della Nazione.
Come qui risulta, la SVIMEZ − che non è mai stata né una lobby né una rappresentanza di interessi settoriali e sezionali − si è guardata bene dal presentare (come altri hanno fatto, e come per noi sarebbe certo stato facile) un elenco di X o Y provvedimenti nazionali e meridionalisti definibili come “prioritari”, sul tipo di quelli diffusi durante la recente campagna elettorale non solo dagli schieramenti politici, ma quasi ancor più da parte di rappresentanze di interessi grandi e piccoli, generalmente partigiani. Certo, concreti provvedimenti e misure dovranno presto essere adottati − e la SVIMEZ era stata già a suo tempo, ed è ancora favorevole alla logica della “legge obiettivo” a garanzia di valide priorità infrastrutturali −, perché la politica per la coesione nazionale e per l’accelerata crescita del Mezzogiorno [che non avrebbe meritato di essere trattata e presentata come una sorta di “scommessa”, in cui è troppo probabile che a perdere sarebbero stati comunque i soggetti deboli] deve nutrirsi di provvedimenti fat- 12 tuali incisivi – che l’UE non deve contrastare in base ad una astratta visione della concorrenza –, da calibrare peraltro in funzione dei futuri andamenti della congiuntura nazionale, ma anche internazionale e globale.
Resta nella SVIMEZ il convincimento che in Italia l’obiettivo della coesione − che sarebbe auspicabile potesse acquisire formale rango Costituzionale − non debba essere visto come una tra le molte possibili priorità del Paese nel prossimo futuro, ma come il reale ed unitario termine di riferimento delle strategie di uno Stato che occorre possa uscire dalla deriva del declino, per riavviarsi sulla strada dello sviluppo, che è la condizione per poter offrire e garantire pari opportunità a tutti i cittadini. A meno che non si miri ad altro, e cioè, come talvolta pare, non si persegua l’obiettivo della scomparsa politica dell’Italia Stato-Nazione, quale esso diventò un Secolo e mezzo fa, allorquando tale era e fu il sogno dei ceti dirigenti dei piccoli Stati che preesistevano, e che è assurdo pensare possano essere oggi ripristinati.
13 Le brevi note che sono state qui sopra presentate guardando agli interessi nazionali ed al futuro del Mezzogiorno dall’ottica di una piccola istituzione come la SVIMEZ − che da 60 anni è tuttavia vivamente presente nel mercato delle idee per lo sviluppo nazionale, europeo, mediterraneo −, hanno l’ambizione di aver espresso, senza eccessi di retorica, esigenze profonde ed ineludibili di una parte non piccola e non trascurabile della Nazione italiana.
Su tali temi la SVIMEZ si dichiara pronta a dialogare in ogni sede e forma con tutte le formazioni politiche nazionali e territoriali, del Nord come del Sud, e con tutte le espressioni degli interessi economici e sociali presenti nel Paese, per rendere più chiaro ed esplicito il proprio disegno strategico, caratterizzato − si ripete − dall’obiettivo che anche il Sud possa essere e divenire una macro- regione avanzata, e non certo dall’obiettivo che esso possa avere, o sia interessata a ricevere qualche promessa, o risorsa, o qualche piccola o grande realizzazione, peraltro e comunque utile solo se strategicamente funzionale.
Il nostro passato, e le attività e le “coordinate” della SVIMEZ, sono presentate nella scheda che segue e nel dischetto allegato, dei cui contenuti − come dei rilievi e dei suggerimenti che nell’intero testo sono stati avanzati − il sottoscritto, Presidente pro-tempore della SVIMEZ, si assume tutte le responsabilità.
Nino Novacco
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