L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Classe (in nero) e nazione

di Nicola Zitara

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Siderno, 31 Ottobre 2006

Rubo i concetti espressi in quest’articolo al più noto, letto e studiato dei marxisti viventi, Samir Amin. Un suo libro (Classe et nation), però, non è mai stato tradotto in italiano. E non per caso, ma perché la cosiddetta sinistra italiana, prima che un partito della classe lavoratrice italiana, è il partito degli operai piemontesi, liguri, lombardi, emiliani e toscani, più un’appendice romana, che ruota intorno ai girotondisti della RaiTv e dello spettacolo – un detrito banale del grande cinema neorealista. Per tal colonialistico motivo non accetta il fatto evidente e indiscutibile che il sistema italiano ha due pesi e due misure con i lavoratori, come d’altra parte in ogni cosa.

Sgombriamo il terreno dal più pesante degli equivoci che la retorica risorgimentale, sabauda, liberale, fascista, resistenziale, democratica ed eurica ha innalzato per tenere sotto mazza le popolazioni meridionali.

L’Italia è “un’espressione geografica”. Il Sud e il Nord della penisola hanno una storia politica diversa da sempre, sin dalle loro origini. I fattori unificanti sono soltanto due: la religione cattolica e la cultura. Dei due, solo il secondo è un prodotto spontaneo e anche antico. 

Orazio e Virgilio erano contemporanei, ma l’uno era di Potenza e l’altro di Mantova. Alla base della latinità c’era la cultura greca. A sua volta, la cultura italiana comincia dal latino. Perciò è unitaria nonostante la divisione del Paese. Dante usò a volte il latino, a volte il volgare fiorentino. Il suo magistero poetico è così grande da vincolare i colti a seguire le sue orme. 

Diversamente dalla lingua, l’unità religiosa è il frutto dell’imposizione militare del papato e dei regni barbarici sulle popolazioni meridionali, molto aperte e disponibili agli scambi con il mondo arabo. Si pensi, ad esempio, che la Repubblica di Amalfi coniava una moneta d’oro dello stesso peso, contenuto di fino ed effigi del Tarì, cioè un tarì in tutto e per tutto. 

Anche i Normanni, divenuti padroni del Sud, coniarono il Tarì nella stessa zecca di Amalfi. In Calabria, furono stipulati in tarì (forse come moneta di conto) atti notarili di compravendita del Cinquecento, cioè quattrocento anni dopo l’avvio delle guerre crociate. La religione cattolica fu imposta al Sud, dove era minoritaria e dove vigeva vastamente il rito greco (la Cattolica, ma non Cattolica Romana, di Stilo) con la violenza, allo scopo di portare le genti del Sud all’intolleranza barbarica e carolingia verso l’Oriente mediterraneo.

Quando nella Toscopadana i “secoli bui” erano sul punto di finire, al Sud i Normanni introdussero la barbarie feudale. La doppia storia moderna e contemporanea della penisola italiana comincia da qui. La Toscopadana si sviluppò facendo sua la cultura che il Sud aveva conservato (vedi Boccaccio). Il Sud divenne servile rispetto a un’area di libertà mercantili. Vendeva lana grezza e altri prodotti elementari all’area sviluppata. 

I banchieri genovesi, fiorentini, lucchesi prestavano danari ai re di Spagna, e il Sud pagava con le sue merci vili; con la sua fame (Calabriae planctus). Questo secolare corso di sfruttamento indiretto venne interrotto con la fine della dominazione spagnola e la proclamazione dell’indipendenza del Regno di Napoli, accettata dalla stessa Spagna. Seguirono centotrenta anni di rinascita, di liberazione dallo sfruttamento toscopadano. Il Sud recuperò velocemente, tanto da vendere prodotti industriali alla Toscopadana.

Con l’unità, voluta dai colti ma non dagli altri, si tornò alla situazione preborbonica. Genovesi, livornesi, milanesi, memori delle antiche usure, si buttarono sul Sud e ne predarono ogni risorsa. Non solo l’oro, che usarono per creare una loro banca centrale, ma anche la valuta in entrata, come pagamento delle esportazioni di olio, di vino, di agrumi, di zolfo. 

Nel corso dei primi tre decenni unitari, le esportazioni meridionali (cioè di una terza parte della Penisola) raggiunsero e superarono in valore quelle seriche, che costituivano il Made in Italy del Lombardo-Veneto e del Piemonte. La valuta corrispondente venne utilizzata dalla banca sabauda, e servì a pagare le importazioni di ferro e di carbone per l’industria nascente (previo aiuto statale) a Genova, a Torino, a La Spezia, a Milano.

Il Sud venne distrutto. La conseguente emigrazione dei cosiddetti cafoni meridionali fornì i dollari necessari per fondare la Fiat, l’Edison, la Montecatini e per sussidiare l’Ansaldo e la Breda; per portare aventi le Bonifiche ferraresi, novaresi, pavesi, per fare di Milano una città industriale e la centrale della finanza nazionale.

La mafia palermitana e la camorra napoletana diventarono importanti – vere forze politiche - proprio in questo periodo. E fu in questo periodo che la ‘ndranghita nacque inaspettatamente dalle viscere della terra. Fatta eccezione per il periodo fascista, lo Stato nazionale ha usato le organizzazioni malavitose per governare il Sud. 

Esse non sono soltanto uno strumento politico, ma anche un ALIBI. E’ facile per lo Stato scuotersi di dosso la responsabilità dei suoi delitti contro le popolazioni meridionali ricorrendo all’alibi della mafia (che, ripeto, ha voluto e coltivato da sempre, fin da prima di Garibaldi, al cui sbarco essa, assoldata dall’Inghilterra, preparò il terreno).

Ho dovuto disegnare ancora una volta, la carta d’identità dello Stato italiano, al fine di chiarire che è letteralmente stupido immaginare e sperare che sarà esso a lottare la mafia, specialmente nell’attuale quadro di globalizzazione degli scambi e dei movimenti finanziari. I narcodollari sono una posta irrinunciabile della bilancia valutaria europea. Scomparsa per ipotesi la mafia, chi piazzerebbe nel mondo tribale le bellissime armi che l’ Europa produce?

E tuttavia il problema principale per l’avvenire del paese meridionale è il ricorso quasi istituzionale al padronato mafioso come forza repressiva in materia salariale. I governi romani, i sindacati, le forze di destra e di sinistra non muovono un dito di fronte al fatto, oggettivo e visibile a tutti, che la mafia ha fatto saltare in aria qualunque forma di contratto di lavoro e il livello dei salari. Nei supermercati e in genere nella distribuzione si lavora per 300/350 euro al mese. 

Lo spaventoso boom edilizio, foraggiato dalla finanza nazionale e mondiale che, con esso valorizza la moneta che ha ottenuto il diritto di creare, ha come corrispondente la schiavitù sociale di comunitari ed extracomunitari. 

L’afflusso di lavoratori stranieri sta arricchendo anche i proprietari di stamberghe altrimenti inabitabili. Questo non è più uno Stato, ma una piovra. Allora, con Samir Amin, “classe e nazione”, qui al Sud, coincidono. Nella penisola italiana vivono non solo due nazioni, ma anche due classi lavoratrici. I partiti hanno due volti, uno per il Sud e uno per il Nord, così pure i sindacati. 

Una cosa è essere di sinistra per un vecchio militante comunista, nominato senatore a vita, una cosa è essere di sinistra per il sindacalista che difende il salario nelle campagne del casertano. 

Le classi lavoratrici sono due. Non deve ingannarci il fatto che nel Sud ci siano stipendi e salari nazionali. I medici e gli infermieri dei nostri ospedali, gli insegnanti delle nostre scuole, i politici delle nostre assemblee elettive, sono “italiani”. Ai morti “italiani” che vengono celebrati non interessava un bel niente che la nostra fosse l’interfaccia oscurata della retorica italiana. Gli “italiani” del Sud servono l’Italia e tradiscono i lavoratori suditaliani.

Industria e mafia alleate. La prepotenza del padronato locale abbassa i costi di distribuzione che l’industria padana deve affrontare per vendere. Quindi innalza i profitti padani.

Smettiamola con lo specchietto per le allodole del “politicamente corretto”! Chi se ne frega della democrazia italiana e della sua ipocrita Costituzione! Qui sono in ballo la dignità umana, la formazione umana, sociale, psichica delle giovani generazioni, nonché il Sud come idea di sé stessi. Altro che peperoncino rosso! I giovani tacciono e si piegano: di mezzo c’è il pane. 

Non hanno un tribuno, un Caio Gracco che li rappresenti. Eppure, in questo paese, la retorica si spreca. Dal tempo della patria fascista a quelli dei Prodi sinistri ne ho vista (e purtroppo anch’io fatta) tanta che adesso gusto soltanto la vichiana realtà.

 In nome della libertà di mercato, c’è un attacco subdolo a una civiltà antica, maestra di ogni cosa positiva che c’è al mondo, in primo luogo l’idea di giusto e ingiusto. No ai Roberto il Guiscardo dei tempi nostri! Il lavoro come elemosina - sia il padrone un mafioso o un illibato cittadino - è una degenerazione, la fine dello Stato di diritto; del jus civium romanorum che ne sta alla base. 

Quando gli impazziti residui di un mondo contadino, abbandonato a sé stesso e corrotto dalla politica, saranno costretti ad accettare le regole contrattuali, la mafia si spegnerà. La classe meridionale del lavoro è la Nazione meridionale. Costi quel che costi, la difesa del lavoro deve andare in prima linea. L’emancipazione dalle odiose usure toscopadane verrà di conseguenza. 





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