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Due Sicilie
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L'avventurismo del Tesoro americano

di Nicola Zitara

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Siderno, 25 Dicembre 2008

Anche se le crisi economiche si somigliano tutte per i loro effetti devastanti sulla condizione dei lavoratori dipendenti e della povera gente, sono tutt'altro che riconducibili a una sola causa. Nonostante l'apparente origine, legata alla disonestà dei banchieri, la crisi attuale va ricondotta alla libertà di emissione del dollaro decisa nel 1971. Un'onda anomala di carta filigranata ha investito il mondo, con il risultato di stimolare la crescita dei paesi avanzati e di permettere il decollo di paesi arretrati. Carta stampata si è aggiunta alla carta stampata già in circolazione. I consumi, alimentati dal facile indebitamento delle famiglie, sono cresciuti, senza però che aumentassero le remunerazioni operaie. Il circolo virtuoso si è interrotto allorché si è scoperto che le famiglie - indebitatesi prevedendo di poter pagare - non potevano più farlo. Stuzzicata dalla facilità del credito, la concorrenza mondiale è triplicata d'intensità. I profitti industriali ne hanno risentito e i capitalisti hanno fatto in modo (accogliendo nuova emigrazione a basso costo) di far regredire il salario reale.

 Di regola la nuove emissioni sono ben governate dalle banche centrali in modo che provochino il minimo d'inflazione (aumento dei prezzi). Tolti i casi di credito allo Stato a sostegno di stipendi e pensioni o per realizzare opere pubbliche improduttive, le emissioni di nuova carta fiduciaria tendono a far crescere la produzione finanziando vecchie e nuove imprese. Le nuove produzioni di beni reali e servizi vendibili dovrebbero realizzare un valore pari all'emissione di moneta fiduciaria, con un di più ottenuto dal miglioramento della produttività del lavoro.

Le crisi inflazionistiche solo eccezionalmente hanno avuto dimensioni globali. Si ricorda una crisi legata alla Guerra di Secessione americana, che spostò la fonte di rifornimento di cotone dall'America all'India e conseguentemente oro dall'Occidente all'India, poco incline a rimetterlo in circolazione. Causa gravissima di crisi fu poi il drenaggio di tutto l'oro europeo da parte degli Stati Uniti nel corso della Prima Guerra Mondiale. La crisi dei pagamenti internazionali seguita alla Seconda Guerra Mondiale venne invece aggirata dallo stesso creditore (sempre gli USA). Di solito la banca centrale del paese colpito riesce ad assorbire le emissioni eccessive con l'abbassamento dei salari reali e confiscando il risparmio privato (oggi le pensioni). Il sistema è vecchio e collaudato: gli errori e gli eccessi del sistema monetario vengono scaricati sui lavoratori e pagati con il superlavoro. Per esempio, in Italia, dal tempo di Cavour fino al governo Mussolini, le grosse emissioni della Banca centrale a favore del nuovo sistema bancario Toscopadano vennero ripianate con il drenaggio del risparmio meridionale, della valuta rimessa degli emigranti, e delle riserve valutarie del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia. L'inflazione del marco tedesco seguita alla sconfitta del 1918 e il risanamento dell'economia che lì si ebbe, sono una prova ulteriore che quando il superlavoro a cui è chiamata la gente si realizza in presenza di un efficiente sistema produttivo, la stabilità e la fiducia riemergono.

Negli ultimi quindici anni la Banca centrale USA si è fatta coinvolgere dall'immaginario politico (e accademico) che il popolo americano potesse vivere al di sopra dei propri mezzi, puramente e semplicemente comprando merci dal resto del mondo e pagandole con dollari freschi di stampa o contraendo prestiti all'estero per cifre vertiginose. Da più di dieci anni il tesoro USA si trova grandemente esposto. La minaccia che adesso volteggia nell'aria come i corvi della "Peste" di Camus non è quella che vediamo. Solo in piccola parte essa è fatta dalla banche in crisi, da compratori di case che ci rimettono la casa e anche le rate fin qui pagate, da fabbriche automobilistiche che falliscono. La vera minaccia è costituita da un debito estero che non potrà essere pagato in modo normale.

Una crisi di questo tipo si ebbe tre secoli fa. Essa si sviluppò in Francia dopo la morte di Luigi XIV. Un economista e banchiere scozzese, secondo cui la ricchezza di un paese era costituta dalla fiducia nella moneta bancaria, convinse il reggente ad autorizzare la creazione di titoli di credito, dietro cui c'era poco o niente. L'oro incassato venne impiegato in modo maldestro. I luigi d'oro (si chinava così allora la moneta a corso legale in Francia) scomparvero dalla circolazione, imboscati o esportati. La crisi conseguente afflisse i regni di Luigi XV e di Luigi XVI, portò alla Rivoluzione del 1789, alla ghigliottina, e fu sanata soltanto dai generali repubblicani e da Napoleone con il saccheggio di buona parte del Continente europeo.

L'esplosione della crisi americana ha messo in crisi anche la moneta fiduciaria emessa precedentemente. La vita del dollaro è nelle mani della Cina, del Giappone, dei Paesi Arabi esportatori di petrolio e (benché non lo si proclami) della Banca centrale europea. Secondo qualche giornalista lo scoperto ammonterebbe a 55.000 miliardi di dollari, ma anche un terzo della cifra è tale da impegnare due annate di prodotto interno lordo Usa. Che Barak Obama riesca o non riesca a rianimare l'economia americana, sarà il Globo intero a ripianare le perdite. Sarebbe come se tutta l'Europa lavorasse normalmente per un anno e devolvesse il Prodotto interamente agli USA. Spalmandola nel tempo, la crisi globale potrebbe durare più di dieci anni.

Oggi esiste però un equivalente delle guerre e dei saccheggi napoleonici. Questo equivalente potrebbe essere una scoperta del tipo treno rispetto al carretto, petrolio rispetto al carbone, ruspa al posto dalle pala, transatlantico al posto del veliero, internet al posto dell'enciclopedia. Gli ultimi due secoli sono un vero inventario di salti che hanno ridotto, letteralmente falcidiato, i costi di produzione, consentendo così di pagare i debiti pregressi in modo scorrevole.


Nicola Zitara
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