
Parliamo di un tempo in cui, delle Marine Joniche dove siamo nati e viviamo, c’era la sola Roccella, mentre i centri più importanti esistenti nell’area che si stende dalla fiumara Novito alla fiumara Precariti erano Castelvetere, oggi Caulonia (borgo antico) e Grotteria. Si trattava di due feudi continui, che limitavano, a nord, con le terre di Stilo e Stignano, e a Sud con le terre di Gerace e di Ardore (borgo antico).
Premessa. Siamo nel 1534. L’America è stata scoperta da
quarantatré anni. Spagna e Portogallo già depredano
quella parte del continente che adesso chiamiamo America Latina, mentre
l’Inghilterra e le Città Anseatiche si accingono a
depredare la Spagna e il Portogallo, con l’ausilio di
corsari, banchieri e grandi esportatori di grano polacco.
L’Italia centrosettentrionale è in pieno Rinascimento.
Genova, Firenze e Venezia finanziano i grandi monarchi d’Europa.
Invece il Sud italiano vive in pieno feudalesimo.
Su questo punto bisogna capirci, perché, a stare agli storici
unitari, sembrerebbe che il Meridione stagnasse in una situazione di
ritardo storico per colpa propria, mentre invece era la vittima del
sistema europeo. Come ho molte volte scritto su “la
Riviera”, a partire dalle Crociate e dal Regno angioino il
Meridione si è asserragliato in collina e si è chiuso ai
traffici mediterranei, in quanto era divenuto, fisicamente e
culturalmente, il confine dell’Europa cattolica-romana e
franco-germanica verso l’Oriente arabo.
In precedenza, nel corso dei lunghi secoli delle invasioni barbariche e
della formazione dell’Impero franco-germanico (600 – 1100
d.C.), cui si deve l’organizzazione feudale, il Sud italiano era
rimasto legato all’Oriente greco-bizantino e arabo, dove vigevano
ancora il sistema di mercato, il lavoro libero e la cultura scientifica
e umanistica ereditata dalla Grecia classica e da Roma imperiale. Dove
non si parlava arabo, si parlava greco. I riti religiosi (Chiesa
d’Oriente), la liturgia, le festività e il modo di viverle
erano orientali.
Colture come il limone, l’arancio, la canna da
zucchero, diffusamente praticate, erano il prolungamento di
produzioni orientali. L’artigianato serico era diffuso, mentre
era quasi ignoto nell’Europa restante. (E qui mi compiaccio
d’introdurre un ricordo personale, che è storicamente
molto significativo.
Quando ero ragazzo - fino al 1948/1950 - le “maddamme
gioisane”, come le definivamo a Siderno, portavano abiti di seta
molto ricchi. Erano un anticaglia. Andando avanti negli anni e imparata
qualcosa circa la moda femminile nel tempo, non ho dubbi a definire
l’abito delle gioiosane un’eredità bizantina
sopravvissuta per mille anni; una tipologia di abigliamento che
peraltro sopravvive – stranamente - nei paramenti
ecclesiastici).
Tra il 900 e il 1150 dopo Cristo, le forze militari del sistema
barbarico scacciarono gli Arabi e i Bizantini dall’Italia. A quel
punto, però, all’Europa barbarica e alla Chiesa
Romana non bastò fare del Sud una terra di frontiera stesa tra
gli Arabi e la Cristianità, ma si volle strappare le popolazioni
meridionali da quella forma di amicizia e integrazione che esse
avevano con gli Arabi e con le altre popolazioni del Mediterraneo
Orientale.
Gli ultimi difensori di civiltà meridionale (singolare persino
nell’ambito del Mediterraneo) furono Federico II e suo figlio
Manfredi, la cui opera la Chiesa di Roma riuscì a sconfiggere e
distruggere con l’ausilio dei Comuni toscopadani (per capirci,
guelfi e ghibellini non erano quei sentimentaloni di cui si legge nei
nostri testi scolastici).
Della ferocia in cui si esibì la Chiesa Romana per sradicare dal
Sud la Chiesa d’Oriente e i Monaci Basiliani, in Italia si sa
poco o niente, in omaggio alla solita nostrana ipocrisia. Ma gli
storici francesi e anglosassoni ne hanno detto a chiare lettere, e ne
stanno parlando attualmente, con alquanti particolari, gli storici
greci e turchi.
Ciò premesso, veniamo al Sud feudale. Con un libro che
sicuramente ha richiesto la fatica di molti anni, Enzo Naymo,
dell’Università di Messina, si è messo sulla strada
degli storici di peso. La poderosa ricerca riguarda le condizioni
giuridiche e socioeconomiche dei feudi di Castelvetere e Grotteria e
delle Terre di Motta Gioiosa e Motta Sideroni, contigue a Grotteria e
da poco assurte a identità feudali specifiche, sebbene ancora
nel 1534 appartenenti allo stesso signore feudale.
Naymo, che su questa pista si muove credo da un decennio, ha cercato e trovato un inventario dei possedimenti e diritti signorili redatto in quell’anno, su richiesta dello stesso feudatario e ordinato dal vicerè spagnolo di Napoli, don Pedro da Toledo.
L’inventario (al tempo detto “platea”) è
ovviamente scritto in latino ed è accuratissimo, anzi
minuzioso. Il funzionario reale che lo compilò non era soltanto
preciso, ma possedeva anche una gran competenza giuridica ed economica.
Il notaio in sottordine, a cui si deve il testo di 240 pagine in doppia
facciata di carta pergamena (cioè 480 pagine secondo il nostro
modo di contarle) doveva, anche lui, possedere una notevole
familiarità con gli inventari e un’invidiabile chiarezza.
In quegli anni, il marchese Giovanni Battisca Carafa stava tentando di
riconquistare alquante proprietà e parecchi diritti feudali che
suo padre, Vincenzo, aveva trascurato di esercitare o aveva del tutto
elargiti ai vassalli. Vincenzo Carafa era stato un gran guerriero
e aveva generosamente aiutato, in termini militari e in termini
economici (60.000 ducati), l’imperatore Carlo V. Quale compenso,
l’Imperatore gli aveva conferito i due feudi, ma non gli aveva
restituito i ducati.
Cosicché, a causa della generosità del padre e dell’avarizia dell’Imperatore, Giovanni Battista Carafa si ritrovava indebitato per 20 mila ducati, evidentemente una cifra colossale per quel tempo.
Nell’operazione (precedente e successiva al 1534) di riordino
economico del patrimonio feudale, egli forse esagerò; molto
più probabilmente il governo spagnolo colse l’occasione
per togliersi di torno un potente barone e un creditore
insoddisfatto, cosicché approfittando delle accuse che le
popolazioni di Castelvetere e di Grotteria muovevano al
feudatario, lo fece incarcerare e nel 1552 lo mandò al
patibolo.
Non ho letto la platea che Naymo pubblica integralmente. Sarebbe stato
troppo per uno che s’interessa alle malefatte dell’Italia
unita a partire dal 1860 e anche molto faticoso per uno che il latino
lo traduce sì, ma solo con l’aiuto del vocabolario. Ho
letto invece con grandissimo interesse le 115 pagine in cui Naymo
riassume i molti aspetti che la platea cinquecentesca mette in luce.
Per prima cosa emerge ciò che i giuristi napoletani
dell’età borbonica ben sapevano: cioè che la
versione meridionale del feudalesimo, se debole e incompleta sul piano
politico e militare, era del tutto un fiasco sul piano dei rapporti di
classe e vacillava in quanto a contenuti economici.
Sicuramente vassalli e sudditi appaiono non molto pieghevoli
verso il feudatario. Inoltre l’assetto feudale era minoritario
rispetto alle proprietà di tipo privato (il diritto pieno
ed esclusivo sulla terra e le altre cose, che veniva dal diritto
greco-romano). Insomma un assetto feudale parecchio zoppicante.
Infatti il potente barone godeva di diritti feudali su
circa il cinque per cento di tutte le terre a lui sottoposte e aveva
proprietà private (dette burgensatiche, cioè borghesi) su
un altro tre/quatro per cento circa. Certo era titolare di altri
diritti, che erano giudiziari e tributari, ma in termini economici mi
par d’aver capito che non superassero i tre/quattrocento ducati
all’anno.
Insomma, feudalmente parlando, una specie di bancarotta.
Ma queste cose le sapevamo già per analogia con altri feudi
dell’epoca. Ciò che invece la platea mette in luce
abbastanza chiaramente, e per la prima volta, è lo stato
dell’economia nella nostra zona.
A pagina XLIV (leggi 44) Naymo presenta una tabella, da lui stesso
elaborata in base ai dati della platea, circa le colture dei beni dati
in enfiteusi, L’enfiteusi è un antico contatto con cui il
padrone di un fondo lo concede per un canone annuale, di solito modico,
a un coltivatore che ne sviluppa le colture. A distanza di più
decenni, se il padrone vuole riavere il fondo, deve pagare le
migliorie.
All’opposto, l’enfiteuta può fare suo il fondo
pagando il valore del canone moltiplicato di solito per 20.
Insomma, siamao di fronte a un assetto feudale in cui ha largo spazio
un negozio di tipo privatistico. Le enfiteusi concesse a Grotteria,
Gioiosa e Siderno riguardano complessivamente 1277 tomolate (127
ettari e 7 are).
E’interessante la suddivisione per colture. Le terre arative, con
139 tomolate, costituiscono il dato più elevato. L’ulivo
si stende appena su 30 tomolate, la vite su 114, gli orti su 86.
Sembrerebbe che siamo al limite dell’agricoltura di sussistenza,
ma forse non è così. La cosa merita un approfondimento,
in quanto altrove si legge che sulla sinistra del Torbido, credo
nell’attuale Marina di Gioiosa, si praticano due colture oggi
completamente scomparse, ma al tempo non certo di sussistenza.
C’è infatti un giardino con 1300 piante di sicomòro
(forse una varietà di fico, di cui ho notizia libresche), e un
altro giardino in cui si produce la “cannammela”, suppongo
la canna da zucchero (non ancora trapiantata nei Caraibi). Sulla sponda
sinistra del Novito, nell’attuale Siderno quindi, è
registrata, poi, la presenza di una vasta terra recintata, in parte
feudale, in parte burgensatica, chiusa da un cancello.
Si chiama Li Culturi. E così si chiamava ancora al tempo del
padre di mia madre e confinava con Randazzo. Peraltro, anche al tempo
del marchese decapitato, Randazzo era un fondo recintato e chiuso
da un cancello (siamo al semaforo di Via Amendola, alle Sbarre di
Siderno, il quale cancello – se la memoria non mi
tradisce – al tempo della mia giovinezza portava il segno dalle
armi di una qualche famiglia nobiliare (non so se i Faletti, che ne
erano i proprietari, o di altra famiglia).
Insomma, forse le cose economiche non erano messe tanto male come
comunemente crediamo.
Ho fatto soltanto qualche esempio di un racconto dovizioso di notizie, che si stende per circa 500 pagine. In un sidernaro tipico come il sottoscritto, ha destato grande interesse l’elenco dei cognomi registrati nella platea. Andiamo da Adamo e Aglioti a Zappia e Zavaglia. Dunque, niente è cambiato! I cognomi sono raccolti in 24 pagine, per un totale a occhio e croce di 5000 mila casati. Ma, come il lettore avrà già capito, l’aspetto più curato da Naymo è l’individuazione, la localizzazione e la comparazione, tra il passato e l’attualità, dei luoghi citati nella platea Carafa. Il commissario regio, che si chiamava don Pietro de Hispania, doveva essere un camminatore instancabile. Camminò dappertutto e vide ogni appezzamento di terra e ogni casolare dell’esteso patrimonio feudale.
Una passeggiata per 1.800 ettari che intramezzavano un territorio circa
quindici volte maggiore; diciamo un 30.000 ettari, 3.000 chilometri
quadrati, un decimo di tutta la provincia reggina. Naymo l’ho ha
pedinato passo passo. Dove, cinque secoli fa, de Hespania aveva messo
piede, c’è andato anche lui, rilevando toponimi, sentieri,
confini, torrenti, corsi d’acqua, pietre confinarie, ruderi di
palazzi, di case, di casali, di molini.
Credo che nel frattempo sia divenuto un così buon camminatore
che potrebbe affrontare la maratona di New York. Il risultato di questo
andare su e giù per paesi e contrade è una carta
topografica del territorio 1:50.000 (un centimetro sulla carta, 500
metri nella realtà), che indica le migliaia di località
menzionate nella platea, comparandole con l’odierna
topografia. Insomma un lavoro da certosino.
Ho parlato di un prodotto, ma ho anche tracciato il profilo di quel che
è il lavoro dello storico. La ricerca di Naymo è un punto
fermo per la storia della nostra zona.
Chi studierà fatti ed eventi precedenti il 1534 e chi
studierà quel che è avvenuto dopo, troverà un
riferimento certo nei luoghi e nei nomi fissati nella platea Carafa e
nella tavola topografica elaborata da Naymo. Comunque questo libro va
studiato dagli insegnanti della nostra zona, a tutti i livelli, dalle
elementari al liceo, i quali sono addottorati splendidamente in tutte
le fanfaluche propalate su Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, ma
sanno poco o niente (e non per colpa loro) della nostra storia. In
conclusione, un libro che è una miniera da
sfruttare.
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