Né Agazio Loiero né Sergio Abramo né Romano Prodi né Silvio Berlusconi cambieranno la nostra storia, o meglio la nostra posizione di italiani del Sud nella lunga e grande storia. La loro capacità di essere buoni amministratori, o la loro incapacità a esserlo non è ininfluente, ma non esistono le condizioni perché uno o l’altro incidano sulla storia di lungo periodo.
Il Sud è incardinato nella vicenda europea sin dal 1200. Lo era
stato anche prima, per 700 anni, durante la Repubblica e l’Impero
romano. Questo legame, che in verità non ci ha portato mai bene,
non è stabile, perché la civiltà europea nasce
dalla conquista e quella mediterranea dai traffici. Pertanto
potrebbe persino venire sciolto.
L’agente di un’ipotetica rottura non sarebbe sicuramente l’Europa, e
meno che mai Bossi, ma andrebbe individuato in due forze già
operanti sulla scena attuale, sia separatamente, sia sommate: una
é la globalizzazione, che appiattisce, disgrega, o annulla
del tutto il potere sovrano degli Stati; due, l’insofferenza dei
mediterranei verso il modello organizzativo esportato/importato
dall’Inghilterra nel corso degli ultimi tre secoli.
La storia è la vicenda secolare di una qualunque formazione
sociale che vive sulla Terra. Ma secolare non vuol dire eterna. Intanto
le formazioni sociali non coincidono sempre con lo Stato a cui sono
giuridicamente appartenenti. Possono essere persino più grandi,
ma di solito sono più piccole. Per esempio quella dei Baschi
rispetto alla Spagna, quella dei Corsi rispetto alla Francia,
quella dei Curdi rispetto alla Turchia e all’Iraq. Inoltre le
formazioni sociali sono mobili nel tempo, e da molti punti di
vista: il territorio d’insediamento, la lingua, la religione, la
morale, la composizione etnica, l’economia, etc. Però la sola
modificazione di un aspetto dell’assetto precedente comporta un
trauma doloroso, perché di regola c’è chi lo paga e chi
se ne avvantaggia.
La Calabria, ad esempio, ha pagato il passaggio dal rito greco a quello
latino, la sconfitta della dinastia dei Borbone e la vittoria dei
Savoia, la fine del mondo contadino e la conseguente emigrazione
di massa, mentre i vantaggi sono andati altrove.
Al momento c’è da interrogarsi circa le conseguenze che potrebbe
avere l’urto della globalizzazione sulla formazione sociale Sud
italiano. La prima cosa da dire è che le armi
con cui i monopoli americani, giapponesi ed europei hanno piegato, in
molti settori della produzione e del commercio, i vecchi mercati
nazionali, nonché gli stessi mercati continentali degli Usa e
dell’Unione Europea, hanno avuto l’esito non previsto di fare della
Cina, Stato a mercato chiuso, un mattatore della globalizzazione.
Sintetizzando, sulla scena economica mondiale ci sono due tipi di
globalizzazione, quella liberal-monopolistica, che viene dal
precedente assetto industriale, e quella ugualmente liberale –almeno
sul mercato internazionale – della grande potenza Cina.
Gli effetti delle due globalizzazione si sommano. Il risultato
dell’addizione è che l’industria occidentale emigra verso luoghi
dove i salari sono bassi, creando disoccupazione nell’Occidente del
benessere. Dal canto loro, i manufatti che arrivano dalla Cina
disincentivano la produzione manifatturiera occidentale,
generando altra disoccupazione.
La globalizzazione rappresenta una rottura nella storia di lungo
periodo del mondo occidentale, il quale si era basato sulla
modernità industriale per vendere al resto del mondo i suoi
prodotti esclusivi e per favorire, con il ricavato, una ininterrotta
crescita dei salari e dei servizi sociali. Avvenuta la rottura, tornare
indietro non è possibile.
E’ una costante storica che la disoccupazione abbassa i salari. Siccome
gli Stati industriali erogano i servizi in forza delle imposte
pagate dai lavoratori subalterni, è inevitabile che
disoccupazione e salari bassi portino come conseguenza a una riduzione
consistentissima dei servizi resi dallo Stato. In ordine cronologico, a
essere sacrificati saranno le pensioni, la sanità,
la scuola, il pubblico impiego. Alla fine ci sarà il
rincrudimento delle leggi penali e di polizia, onde salvaguardare
l’ordine pubblico con una spesa minore.
In una situazione del tipo ipotizzato, quanto interesse avrà il
sistema capitalistico padano a tenere il Sud nel suo Stato? Poco, molto
poco, e quel poco è fatto di droga. Industria pochissima,
agricoltura certamente meno. Anche a ipotizzare che l’Italia rimanga
una meta turistica, non è difficile immaginare che quel poco di
turisti diretti al Sud sarà intercettato più di quanto
non avviene oggi, con ogni espediente dai luoghi turistici
capitalisticamente più forti.
E quale e quanto interesse avrà la formazione sociale Suditalia
a rimanere nello Stato italiano, ove venisse in essere l’ipotetico
quadro di cui sopra? In astratto poco, quasi niente. Nella pratica
molto di più, perché in tutte evenienze storiche entrano
in ballo le tendenze di lungo periodo.
Le popolazioni meridionali non sono così imbelli come la storia
unitaria contrabbanda. Ricordiamoci che Carlo III sconfisse gli
Austriaci che rivolevano Napoli, che Fabrizio Ruffo batté
l’armata francese nel momento delle sua massima gloria e che i
contadini resistettero alla successiva calata francese di cinque anni
dopo, contrastando i governi di Giuseppe Bonaparte e di
Gioacchino Murat così vivacemente che nessuno dei due
riuscì mai a governare tutte le province del Regno.
Ricordiamoci anche che i nipoti di coloro che avevano combattuto i
francesi tennero in scacco per interi anni, nonostante la legge
marziale, le armate sabaude forti di 120 mila uomini. Nel primo caso,
la forza coagulante della resistenza fu la Chiesa, nel secondo la
fedeltà al re legittimo e il bisogno di rimanere se stessi,
liberi e indipendenti da padrone straniero (più che
forestiero).
Oggi quale potrebbe essere la morale capace di coagulare una forza
indipendentista? Una negazione del presente sta emergendo chiaramente,
ed è la sfiducia nello Stato italiano che coinvolge una larga
parte della popolazione (salvo i settori della grande distribuzione che
godono del Carnevale tremontista e berluschista). Ma non è
facile trasformare la sfiducia in azione politica.
La sfiducia porta a Caporetto e allo sbandamento dell’esercito nel
luglio 1943. Costruire un progetto richiede decenni. Per riportare alla
lotta il mondo contadino dopo la batosta della guerra al brigantaggio e
l’emigrazione, ci vollero due guerre mondiali e un programma politico,
in quel momento, esaltante: la lotta per la terra elaborata dal
Partito comunista nei due decenni d’intervallo tra la Rivoluzione russa
(1917) e la caduta del fascismo.
Tanto per dirne una, la teoria (tedesca) del pieno impiego della forza
lavoro potrebbe soddisfare larghissime aspettative, ma incontrerebbe la
fiera opposizione di coloro che ancora immaginano che un salario
risparmiato sia un guadagno, ciò in un mondo in cui, se il
costo della manodopera esce dalla porta, dalla finestra rientrano
sicuramente i sussidi alla disoccupazione.
Ai sensi della legge n.62
del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e
del web@master.