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Mezzogiorno e Mediterraneo

E’ innegabile che gli sviluppi, economici e sociali,

avvenuti in Nord Africa e nell’Europa meridionale.

di Antonio Aventaggiato • 29 gennaio 2014


E’ innegabile che gli sviluppi, economici e sociali, avvenuti in Nord Africa e nell’Europa meridionale negli ultimi anni abbiano rimesso in luce l’importanza che il Mediterraneo riveste dal punto di vista geopolitico. La cosiddetta primavera araba, che ha coinvolto principalmente Egitto, Libia e Tunisia; la spirale economica negativa che ha implicato la Grecia; la tentata aggressione alla Siria sembrano confermare che, nonostante il rapido sviluppo di Paesi come il Brasile, la Cina, l’India, non spetti solo ed esclusivamente all’Oceano Pacifico il ruolo di terreno da battaglia su cui verranno decise le prossime sfide a livello internazionale. 

L’analisi attenta di ciò che avviene nel Mediterraneo evidenzia principalmente due fenomeni, estremamente legati tra loro: il tentativo da parte dalla NATO e dal blocco capitalistico occidentale di attuare ancora oggi, nella regione, logiche imperialistiche; la predominanza, in tutti i Paesi che si affacciano sulle sponde mediterranee, di politiche neo-liberiste, messe in atto dalle classe dominanti nazionali e da quelle del grande capitalismo occidentale, volte a offrire enormi profitti ai grandi monopoli internazionali (come, ad esempio, il Fondo Monetario Internazionale, il quale, dopo la destituzione di Mubarak, ha subito prepotentemente puntato l’economia e la struttura produttiva egiziana), nonché alle multinazionali europee e statunitensi (del settore energetico, di quello militare). 

In questo quadro, di conseguenza, anche il necessario riscatto del Mezzogiorno italiano, nei cui confronti le potenze occidentali hanno spesso agito attraverso logiche neo-coloniali, è profondamente legato ai cambiamenti che potrebbero portare ad un capovolgimento dei ruoli di forza vigenti nel Mediterraneo; gli stessi ruoli di forza che hanno permesso agli stati dominanti occidentali di portare a un continuo e lacerante depauperamento delle popolazioni autoctone e all’interruzione di quei processi, attraverso i quali, alcuni Paesi, soltanto da poco usciti da una posizione coloniale e subordinata, stavano tentando di mettere in piedi una tipologia autonoma a e indipendente di sviluppo. 

In Egitto, la caduta del regime di Mubarak ha spalancato le porte al movimento dei Fratelli Musulmani che, come già detto, ha fin da subito sostenuto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale, dimostrando, nonostante la rigidità ideologica basata sui precetti islamici, la propria adesione incondizionata ai principi del liberismo. 

La Libia è stata balcanizzata, le sue ingenti risorse energetiche accaparrate dalle solite compagnie multinazionali che, attraverso  l’influenza esercitata sui propri governi, sono state in grado di partecipare al saccheggio del Paese sottomesso; ma, soprattutto, l’Occidente, con quanto è successo nella nazione amministrata da Gheddafi, ha dimostrato la propria netta contrarietà ai tentativi, egemonizzati proprio dal governo libico, sia di fondare un’unità monetaria comunitaria africana, in grado di poter sollevare il continente più povero del mondo dalla dipendenza nei confronti del dollaro e degli istituti di credito occidentali, sia di consolidare l’unificazione e la cooperazione tra i Paesi africani, per contrastare gli interessi occidentali che, anche attraverso la frantumazione politica interna, ancora oggi riescono a imporsi. 

Gli attacchi da parte del capitale non si limitano però, nel contesto mediterraneo, soltanto al Nord Africa. I fatti greci portano realmente a far pensare a un’Unione Europea dove, più che alla collaborazione e alla fraternità dei popoli, si tenda a creare le condizioni necessarie affinché sembri necessario ed indispensabile l’adozione di politiche liberiste. Le privatizzazioni e i continui richiami all’austerità a cui è sottoposto il popolo ellenico acquistano maggiore importanza, in senso negativo, dal fatto che la Grecia era, ma non sarà per molto ancora, uno dei Paesi europei dove più forte era la mano statale sull’economia e sulla società (basti pensare, ad esempio, che l’intero apparato scolastico greco è ancora del tutto pubblico e funzionante su logiche statali). 

Sembra insomma, dall’analisi dei fatti, che oggi, come ai tempi delle grandi campagne coloniali ottocentesche, sia infrangibile l’egemonia del grande capitalismo europeo e statunitense sul Mediterraneo; egemonia che ha raggiunto un tale grado di maturità da poter prescindere dal diritto di ogni Stato sovrano all’autodeterminazione e da garantire alle potenze del blocco capitalistico occidentale di operare senza affanni e senza ostacoli (in questo senso è giusto anche rilevare il ruolo sempre più servile e sottomesso dell’ONU, organismo totalmente piegato alle decisioni statunitensi). Anche il Mezzogiorno italiano, proprio in virtù della subordinazione a cui è stato costretto dalle logiche capitaliste di sviluppo-sottosviluppo da un secolo e più, difficilmente riesce a sottrarsi ai provvedimenti neo-liberisti che il blocco capitalistico guidato da Germania e Francia mette in atto. 

Ne è un esempio l’accordo stipulato nel 2012 tra l’Unione Europea e il Marocco. Accordo che, basato sulla prospettiva di una maggiore libertà di commercio tra il Paese nordafricano e la comunità europea, sembra avere l’unico compito di avvantaggiare lo sviluppo delle potenze imperialistiche che dominano politicamente a Bruxelles (è chiaro il riferimento a Germania e Francia). Il patto stipulato prevede l’abbattimento dei dazi doganali commerciali ora presenti, e ha principalmente due conseguenze: l’invasione del mercato europeo (ma soprattutto di quello italiano e, in particolare, di quello delle regioni del Mezzogiorno) da parte di prodotti agricoli a basso costo, coltivati in Marocco da forza lavoro tenuta in condizione di semischiavitù dalle multinazionali che si sono accaparrate, anche attraverso espropri forzati, terre fertili a prezzi irrisori; l’invasione del mercato marocchino di prodotti industriali provenienti da Germania e Francia, che costringerà il Paese nordafricano ad una maggiore dipendenza, dalle logiche capitaliste europee, derivante dagli effetti dello scambio ineguale prodotto dall’esportazione di un bene agricolo e dall’importazione di un bene industriale. Tuttavia, i ruoli di forza ora vigenti nel Mediterraneo potrebbero ben presto essere modificati, nel senso di una sempre maggiore esclusione dell’egemonia imperialista della NATO dalla regione. 

Non soltanto la capacità di resistenza del popolo siriano ha dimostrato che, attraverso la cooperazione internazionale, è possibile mettere un freno ai tentativi predatori occidentali, ma anche la caduta, in Egitto, del regime imposto dai Fratelli Musulmani e i tentativi indipendentisti in atto in Sardegna potrebbero portare alla creazione di nuove logiche geopolitiche all’interno della regione, magari assecondate non più dalla violenta influenza statunitense, ma dal supporto offerto dalla Russia, dall’Iran o dalla Cina. Quando le logiche neo-liberiste e l’imperialismo occidentale troveranno un ostacolo al proprio sviluppo nel Mediterraneo, i Paesi sovrani, che si affacciano sulle sue sponde (e tra questi anche il Mezzogiorno italiano), potranno emanciparsi dalla spirale di subordinazione a cui sono stati costretti e aspirare a una sviluppo autonomo e indipendente.












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