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LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO DECIMOQUARTO

VOL. V.

DELLA SERIE QUINTA

ROMA

COI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA

1863

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Luglio 2016

L'UNITA ITALIANA NEL 1862.

Nell'abbandonare l’anno 1862 non pochi de’ nostri lettori si saranno sentili mossi a cercare quale in esso sia stato il progresso e quali le vicende della rivoluzione italiana; e ciò a fine d'intendere a qual atto stiamo del luttuoso dramma, che in queste nostre, un di felici, contrade si sta rappresentando da mezzo lustro. Non sarà dunque vano ne discaro inaugurare da una tale ricorca il nuovo anno.

Dividendo in due precise meta i dodici mesi, ultimamente trascorsi, di leggieri si scorge tra la prima e la seconda una opposizione cosi spiccata, che non potrebbe aversi un'immagine più viva di due al lutto contrarii movimenti. Nella prima, ogni cosa sembra sorridere ai rivoluzionarii italiani, e promettere loro un sicuro e prossimo trionfo.

Sul bel principio dell'anno la Camera dei Deputati in Torino altamente afferma il suo diritto a compiere l’unità italiana col possesso di Roma, e solennemente ribadisce il voto del 27 Marzo dell'anno precedente, col quale si designava l’eterna città per capitate del nuovo Regno. Poco appresso il Ricasoli, capo allora del Ministero, gioiosamente annunzia in pieno Parlamento che i destini d’Italia si vanno largamente maturando; e alla curiosità di chi voleva saperne il come, risponde che la delicatezza dell'argomento non gli permette di spiegarsi più oltre, accennando cosi ad un mistero di sicuro riuscimento, che sarebbe stato imprudenza svelare. Nel medesimo tempo si decretava l'armamento nazionale e si votavano nuove imposte a tal fine. In tutte poi le città italiane, specialmente di Lombardia, si organizzavano manifestazioni popolari contro il Papato, per ringagliardire sempre più l’impeto interno, ed ingannare l’opinione all'esterno col fantasma della volontà nazionale.

Le quali manifestazioni in alcuni luoghi riuscirono si vituperosamente violente, che a Milano, esempigrazia, non fu permesso a veruno, pena il pugnale, uscir di casa, senza portare scritto sul cappello: Abbasso il Papa Re, Vogliamo Roma. Sembrava proprio di vedere un preludio di quello che avverrà ai tempi dell'Anticristo, quando, come scrive S. Giovanni nella sua Apocalisse, non sarà conceduto a nessuno di poter vendere o comprare, senza portare segnato sulla destra o sulla fronte un segno di adesione alla gran bestia. La gran bestia nel caso nostro era la rivoluzione italiana.

Ne piccolo fomento alle pretensioni e alle speranze di Torino veniva da ciò che accadeva in Francia e in Roma stessa. Nel Senato francese un Principe imperiale assaltava direttamente il Papato, assicurando la vicina caduta del suo poter temporale; e alle sue parole facevano eco non poche lingue o bestemmiatrici per empietà, o piaggiatrici per oro ed ambiti favori. D'altra parte il Ministero, dopo avere studiosamente ammannito e pubblicato documenti ostili al Pontefice, difendeva fiaccamente l'occupazione di Roma contro la veemenza degli oppugnatori; e ne' suoi discorsi non più alludeva alla tutela della Sovranità temporale del Papa, ma solo a quella della sua persona, e vagamente accennava a guarentigie per la libertà del suo potere spirituale. Che più? Quegli stessi che nel Senato o nel Corpo legislative avevano si calorosamente l’anno innanzi sostenuta la causa del Papa, sembravano svigoriti; sicché freddissimo fu il voto che usci dall'urna di quei due potenti consessi.

In Roma poi un diplomatico abilissimo, e di cui i nemici del Papato si chiamavano assai contenti, procacciava con incessante sollecitudine di espugnare la fermezza del Pontefice. Ognuno ricorda la triste impressione, prodotta in tutti i buoni, dal celebre dispaccio del Thouvenel, in cui quel primo Ministro di Francia dichiarando a nome del Governo imperiale che lo statu quo non poteva più a lungo conservarsi, insisteva perche la Santa Sede si riconciliasse finalmente col preteso Regno d’Italia. E perciocché il Cardinale Antonelli rispose risolutamente, niuna composizione essere possibile tra la Santa Sede e i suoi spogliatori, salvo quella della restituzione in integrum del mal tolto; un grido, non sappiamo se più irriverente o scempiato, si levo d'ogni parte ad accusare il Pontefice di resistenza improvvida e di ostinazione mal calcolala. Tutto in somma spirava con prospero vento in favore della rivoluzione.

Una sola cosa intorbidava i suoi sogni dorati, ed era l'invito fatto ai Vescovi dal Papa di assistere alla solenne Canonizzazione de’ Martiri giapponesi. Presentivano i nemici di Dio che quell'augusta assemblea di tanti Prelati non potea restare indifferente alla vista delle angustie del Capo della Chiesa; e qualunque atto intorno a ciò fosse da loro emanato, avrebbe avuto un immense effetto nel mondo cattolico. Quindi si diedero attorno movendo ogni pietra per impedire o al certo menomare, il più che potessero, quella formidata riunione. Il Ricasoli bandi subito che essa sarebbe stata funesta ai destini della patria; e poiché giudicava che il pericolo maggiore fosse da parte de' Vescovi francesi, interpose poderosi e caldi ufficii presso Napoleone III, acciocché ne stornasse la venuta. Frutto di tali maneggi si fu una dichiarazione ufficiale comparsa nel Moniteur, nella quale si diceva che, quell'invito non essendo obbligatorio, i Vescovi non dovessero abbandonare le loro diocesi, ne domandare licenza di allontanarsi dall'Impero, se non nel caso, in cui gravi interessi diocesani li chiamassero a Roma. Confortato da un tanto successo, il Governo piemontese credette di poter andare più oltre per rispetto ai Vescovi italiani, interdicendo loro del tutto quell'andata, poco curandosi che con ciò dava una novella prova del come intendesse la sua celebre formola: Libera Chiesa in libero Stato.

Frattanto cadeva il Ricasoli e a lui sottentrava il Rattazzi nel reggimento della cosa pubblica. Una tal mutazione non solo non recava alcun danno alla rivoluzione, ma ne cresceva anzi le forze, raffermando vie meglio l’unione, cominciatasi fare, tra il partito piemontista e il mazziniano. Al che aggiunse nuovo rincalzo la circolare del 20 Marzo, inviala dal nuovo Capo del Gabinetto ai diplomatici presso le Corti straniere, nella quale dopo essersi ricordato che il Re ebbe dal Parlamento e dalla nazione il mandate di compiere la formazione del Paese, trasferendo la Sede del Governo nella Città eterna, a cui sola spettava il titolo di capitale d’Italia; facevasi intendere che esso Re era vicino a raggiungere questo scopo d'accordo col suo grande Alleato. Cosi procedevano lietamente le cose, per nulla dire delle impudenti diatribe del Palmerston nel Parlamento inglese, contro la Sovranità temporale della Santa Sede, ed in favore del latrocinio rivoluzionario nella Penisola italiana.

Senonché a mezzo l’anno 62 i disegni dell'empietà cominciarono a vacillare. I Vescovi da tutte le parti del mondo s'avviano a Roma, senza temere le minacce o le proibizioni governative. I Prelati inglesi dichiarano che essi ci verranno in maggior numero, di quello che altrimenti avrebbero fatto, per mostrare che sollo un Governo proiettante la Chiesa godeva maggior libertà, che non nella cattolica Francia. Ciò commuove grandemente il Governo francese; il quale pero risolve di non più impedire il viaggio a Roma dei Vescovi, che già d'altra parte a chiare note mostravano di non impensierirsi gran fatto di qualsiasi opposizione. I Vescovi italiani, esiliati dal Governo promulgatore di libera Chiesa in libero Stato, profittano della libertà, concessa loro dall'esilio, e gli altri, che tuttavia resta ano nelle loro Diocesi, rendono vano l’ostacolo posto, col dichiarare unanimamente che quantunque lontani col corpo, essi intendono d’essere presentii collo spirito a quella grande assemblea, aderendo già pienamente a tutto ciò che quivi sarebbesi definito. I Vescovi dunque d'ogni lingua e d'ogni nazione si raccolgono intorno al Pontefice, accompagnali da parte non piccola dei loro Cleri. Magnifici sono gli applausi, che essi ricevono dal popolo romano; il quale nelle solenni ovazioni, con cui vuol dimostrare al mondo intero quali siano i suoi sentimenti, al grido di Viva il Pontefice Re, accoppia quello di Viva l’Episcopato cattolico. In tanto entusiasmo di pubbliche cd universali manifestazioni, onde Roma esprime la sua gioia di avere per Sovrano il Vicario di Cristo, i Vescovi ravvisano coll'esperienza de’ proprii sensi l’invereconda menzogna de’ giornali e de’ diplomatici devoti alla rivoluzione. Conferite quindi fra loro le contezze che portavano dei proprii paesi, si deliberano di non separarsi, senza venire di comune consenso a una dichiarazione solenne del sentir della Chiesa, intorno alla quistione tanto agitata del poter temporale del Papa. Questa dichiarazione fu fatta nel famoso Indirizzo, che i Vescovi convenuti in Roma presentarono, il 9 Giugno, al Pontefice, e che sarà monumento non perituro presso tutti i secoli avvenire.

Due erano i punti assaliti dalla rabbia rivoluzionaria e dalla scaltrezza d’un'infinta politica: La necessità del poter temporale pel libero esercizio del ministero apostolico, e la fermezza del Pontefice ncl non voler cedere parte veruna de’ suoi sacri ed inviolabili diritti. La prima s'impugnava come dissenziente dai progressi del secolo, la seconda come irragionevole ostinatezza, dannosa agl'interessi della Chiesa e al riposo delle coscienze. Or amendue questi punti vennero solennemente preconizzati dall'Assemblea de’ Vescovi Essi proclamarono essere impossibile nei tempi presenti la libertà della Chiesa, senza la Sovranità temporale del suo Capo supremo.

La stessa loro venuta da tanti Regni diversi, e spesso non amici tra loro, non sarebbesi potuta effettuare, se non avessero trovato il Pontefice in una terra neutrale, dov'egli non ubbidisse a nessuno e tutti obbedissero a lui. Quanto poi all'inflessibilità, colla quale il Pontefice avea rifiutato qualsiasi concessione, essi la definirono atto d’animo invittissimo e di virtù somma. Tanto poi esser lungi che il Papa dovesse rimettere alcun poco di tale fermezza, che essi lo pregavano anzi instantemente a perdurare irremovibile nella medesima, professandosi pronti a correre insieme con lui incontro ad ogni travaglio e alla morte stessa, per una causa si santa.

Un giudizio di tanta autorità, dato da un'Adunanza si numerosa di Vescovi, raccolti da tutte le parti del mondo, e a cui poscia aderirono gli altri Vescovi assenti, nonché un numero stragrande di Cleri e di Ordini eziandio laicali, e agli occhi d'ogni persona spassionata e sapiente, d’un peso immenso. Esso rappresenta il giudizio dell'intera Chiesa di Cristo; essendo proferito dall'intero Corpo di coloro, che lo Spirito Santo ha stabilili per Maestri e Padri de’ veri credenti, e a cui soli appartiene il giudicare autorevolmente in ciò che interessa la Chiesa, Che nel suo sangue Cristo fece sposa.

Questo atto dunque decide inappellabilmente la duplice quistione e la pone al lutto fuori di ogni ulteriore controversia. E chi potrà quinci innanzi, senza separarsi da se stesso dall'ovile di Cristo, pronunziare che il poter temporale non sia necessario all'indipendenza del Pontefice, quando la Chiesa tutta, per mezzo de’ suoi organi legittimi, dichiara che esso e necessario? Chi potrà continuarsi a riprendere la costanza del Pontefice nel mantenimento integro dei suoi diritti, quando l’intero Episcopale l’ha creduto degna di altissimo encomio? E dove anche un' insolente politica si ostinasse in quell'accusa, caverebbe ella altro frutto dalla sua irriverenza, tranne quello di rendersi contennenda e ridicola? non diremo contennenda e ridicola la pretensione di contraddire, in ciò che riguarda la moralità di azione e gl'interessi della Chiesa, a coloro che sono i maestri e i giudici della morale, e a cui gl'interessi della Chiesa da Cristo stesso sono stati affidati? Tutti i Vescovi del mondo, i quali non hanno in ciò altro interesse che quello della Chiesa universale, dicono che il Papa fa bene. Alcuni politici, interessali per proprio conto, dicono che fa male. A quale delle due opposte sentenze dovrà prestarsi l’assenso? Un razionalista scervellalo potrebbe rispondere che ne all'una ne all'altra, ma doversi definire la cosa, secondo il proprio vedere. Ma un cattolico, di fatti e non di nome, il quale sa d'avere ricevuto da Dio per maestra la Chiesa; che l'insegnamento in questa Chiesa appartiene per diritto divino all'Episcopato, con a capo il romano Pontefice; che questo insegnamento, attesa la divina assistenza, non può giammai cadere in riprovevole errore; che riprovevole errore sarebbe al certo il definire in materia si grave esser atto di virtù somma e da lodarsi con ogni possibile encomio, cloche altrimenti fosse ostinazione viziosa: un cattolico, diciamo, che capisce tutto questo, non può rispondere come il razionalista caparbio, ne pensare come il libertino audace; ma docile e obbediente alla Chiesa, si atterra, con sicurezza di non errare, al giudizio di lei. Ma, che diciamo un cattolico? Un uomo di senno era da dirsi. Conciossiaché ogni persona, che abbia un fiorellino d'intelletto, comprende benissimo che la sapienza dell'intero Episcopato, in ciò che si attiene agl'interessi della Chiesa, deve preponderate si al giudizio di alcuni laici, che s'intendono di Chiesa, forse meno che dell'Alcorano, e si al giudizio che il suo debole cervellino potrebbe per avventura suggerirgli ().

Ed ecco come quell'Indirizzo del Vescovi e stato un vero trionfo morale, tutto a ritroso degl'intendimenti e delle speranze de’ rivoluzionarii.

Essi dicevano che la quistione dovea risolversi moralmente. Si; essa e stata moralmente risoluta, ma con piena loro sconfitta. Quindi non e meraviglia se quell'Indirizzo reco nel campo avverso tanto sgomento, e se nell'istessa Roma un diplomatico di dubbia fede non sapea darsene pace. Quell'Indirizzo cadeva in capo alla Rivoluzione qual fulmine, e ne confondeva le menti e ne disperdeva i conati.

Il discorso naturalmente ci porla a dir qualche cosa dell'avvenuta mutazione di scena, e lo faremo con rapidi tocchi.

Scosso il Governo torinese profondamente da quel gran colpo, ed intendendone la portata, penso di opporvi un riparo. E che cosa immagino? Un contrario Indirizzo che il Parlamento facesse al Re Galantuomo, in nome, già s'intende, dell'Italia. Detto, fatto: l’Indirizzo fu steso in carta e presentato. In esso gli onorevoli Rappresentanti dell'effimero Regno esortavano il Re a star fermo nel proposito di voler Roma, al cui possesso essi avevano irrefrenabile diritto, per l’eccellente ragione che avevano affermato di avere un tal diritto.

Ma non si dovette durar fatica per comprendere la scempiezza d’un tal ritrovalo. Al Capo augusto della Cristiania si contrapponeva il Re d'un Regno tuttavia problematico, all'intero Episcopato una collezione di laici, alla Chiesa cattolica un' Italia fittizia, colla quale la vera Italia ha tanta medesimezza, quanta un uomo vivente con un uomo dipinto! Il preteso Indirizzo non riusci ad altro, che ad esilarare alquanto gli animi col ridicolo che conteneva. Laonde i Ministri piemontesi, pensando a qualche cosa di più serio e più sostanzioso, si volsero all'Imperatore de’ Francesi, scongiurandolo che volesse con nuove insistenze e nuove proposte favorire la loro causa presso il Pontefice. Ma quel Principe, bene avvisando che dopo la solenne dichiarazione dell'Episcopato, ogni pratica in quel senso tornava impossibile; non solo si ricuso alle istanze del Governo Subalpino, ma gli fece intendere in precisi termini che non pensasse a Roma.

Riuscito vano questo tentativo, il Rattazzi si argomento che dovessero oggimai tentarsi le vie di fatto. Di che offertoglisi buon destro nell'audacia del Garibaldi, che sforzandosi di sommuovere tutta Italia col grido: Roma o morte, apparecchiava una spedizione contro gli Stati del Papa; lascio correre l'ardimentosa impresa, confortandola anzi di aiuti e di danaro. Senonché eio in cambio di sciogliere, venne ad avviluppare più gravemente la già troppo arruffata matassa. Imperocché dall'una parte si fece manifesto che l’Italia entrava ben poco in quella pretensione, non avendo potuto il Garibaldi, non ostante il suo prestigio, raccogliere intorno a se più di un quattromila per lo più ragazzi o mascalzoni; e dall'altra il Governo francese, irritato da queste mene, minaccio di rompere col Piemonte la mal contratta e peggio proseguita alleanza. Il Rattazzi dunque dovette a malincorpo tornare sopra i proprii passi, e vietare al Garibaldi d'incarnarne il disegno. Al che il Garibaldi, già proceduto tropp'oltre, non volendo ottemperare, fu uopo costringervelo colla forza. Quinci il conflitto d'Aspromonte, la necessità dello stato d'assedio per tutto il Regno delle due Sicilie, la repressione armata delle dimostrazioni mazziniane in diverse città d’Italia, non senza spargimento di sangue.

Ma questi fatti ebbero il necessario effetto di gittare maggior confusione nel Governo rivoluzionario di Torino e scoprirne anche più le putride piaghe. Imperocché la facil vittoria, ottenuta sul Garibaldi, e l'agevolezza nel disperdere le poche manifestazioni tentate per lui, palesarono quanto effimera fosse la costui potenza e quanto poco disposte le popolazioni a secondarlo. Nondimeno la scissura seguita tra i suoi partigiani vinti e i moderati vincitori introdusse un nuovo elemento di debolezza nel campo della rivoluzione. Il fuoco fatto e la carica de’ cavalli contro il popolo dimostrante, in varie città dell'Italia settentrionale, colla morte di molti, valse a chiarire vie meglio che vogliono dire i lamenti dei liberali, quando si adopera la forza per dissipare i tumulti. Lo stato d'assedio, in che fu tenuta per tre mesi, niente meno che la meta del Regno, mise in più viva luce la spontaneità del plebiscito per la preziosa unione e la contentezza che ne provano i popoli meridionali. Ma soprattutto la vittoria stessa riportata pose in grave imbarazzo il Governo, il quale non sapeva a che risolversi sopra il prigioniero Garibaldi. La qualificazione datagli di ribelle voleva che si punisse; e punire non si poteva, senza destare un nuovo incendio coll’inasprire più acerbarmente i suoi adepti e i suoi fautori. Dopo mollo ondeggiare, fu decisa l'amnistia. Ma l’amnistia, data troppo tardi ed evidentemente a malgrado, non rappacio I Garibaldini, che l’accolsero con disprezzo; servi solamente a gittar nel fango l'autorità del Governo, apparso impotente ad applicare in caso si grave il vigor delle leggi. Ciò valse a ringalluzzire la parte offesa, che s'apparecchio a vendicarsi nella prossima e non evitabile adunanza del Parlamento. A scongiurar la tempesta e mitigare gli animi inviperiti, si penso allora un nuovo espediente, quello cioè di circolari e dispacci, in cui con tuono altezzoso si chiedesse alla Francia lo sgombero di Roma. Ma questo fu per la rivoluzione un errore politico, a lei forse più pregiudiziale di tutti i precedenti. imperocchè Napoleone III, giustamente offeso di tanta oltracotanza, voile mostrare a fatti che egli non cedeva a minacce, quantunque velate di cortesia diplomatica. Fatt dunque rinforzare il presidio di Roma, mise fuori una sua lettera, in cui manifestamente diceva che l’eterna città non solo dev'esser del Papa, ma dev'essere in guisa, che egli vi sia come padrone in casa sua. Ne pago a tanto, congedo il Ministro, credulo favorevole alla causa piemontese, sostituendogli persona niente grata ai rivoluzionarii, e fece lo stesso cogli Ambasciadori in ambe le Corti; con evidente indizio di mutata politica. Infine, per ultimo suggello, fe scrivere la nota del Drouyn de Lhuys; la quale ruppe perentoriamente le speranze della rivoluzione.

Con tali auspicii apertosi il Parlamento a Torino, le diverse fazioni vi accorsero minacciose e frementi. Nè potendo il Ministero calmarle col gettar loro in gola qualche offa melata di promesse, riconosciute omai illusorie, quelle gli si avventarono addosso con tutto l’impelo d'un cieco furore. Risolute di abbatterlo ad ogni costo, non dubitarono, per conseguire l'intento, di mettere all'aperto vergogne, tenute finora occulte con tanta cura. Effetto di questa loro impru4enza si fu che la rivoluzione italiana ci apparve come quella rea femmina, veduta in visione da Dante, negli occhi guercia e di colore scialba, la quale allettava cantando qual dolce sirena, ma come prima fendendo i drappi, mostro ella il sozzo ventre, risveglio il poeta col puzzo che n’usciva ().

E per certo fetenti cd alte a risvegliare ogni più sonnolento, sono le rivelazioni e le confessioni fatte in quel Parlamento dagli Onorevoli che lo compongono. Noi non possiamo recarle tutte, ma ne sceglieremo alcune delle più capitali.

Nella tornata del 21 Novembre il deputato Massari dichiara, consenziente col suo silenzio la Camera, la tendenza del suoi Colleghi con queste parole: Finché la nostra alma capitale non e ricuperala, noi tutti siamo, dobbiamo essere, rivoluzionarii. Ed esortando il Governo ad imitare il Conte di Cavour, ci spiega il senso di quella frase, che udiamo tante volte, di combattere la rivoluzione: Il Conte di Cavour combatteva ancor egli la rivoluzione; ma sapete in qual modo? Anticipandola, precedendola, dando sempre di più di do che essa meditava di fare (). E siccome l'indole della rivoluzione si e di distruggere non di edificare, il Petruccelli ci fa sentire, nella tornata del 28 Novembre, che questo appunto da buoni rivoluzionarii stanno facendo i suoi collegia. Da otto giorni siamo qui a gittar giù uomini, coscienze, idee e principii, e nulla si mise in lor luogo (). E non s'accorgeva il valentuomo che in luogo delle coscienze, delle idee, dei principii, gittati giù, non può porsi se non l’immoralità e l'errore, i quali seguono da se la demolizione da lui riconosciuta, e pero non ci e uopo che altri si adoperi a fabbricarli? E ben alla natura di una tale tendenza par che abbia corrisposto il Governo, stando alla descrizione che gli Onorevoli stessi ce ne danno. Il deputalo De Blasiis rinfaccia al Ministero che mai non propone a discutersi l'intero bilancio, ma solo domanda l’approvazione di spese alla spicciolata e spesso dopo che siensi già fatte. Al che il deputato Ricciardi aggiunge che spesso tali spese sono pazzamente volute, e paragona il Governo a un padre di famiglia che, facendo mancar di pane i figliuoli, pensa a dare foste da ballo ().

Ma poco male sarebbe lo sciupinio del denaro; il peggio e che il disordine si stende a ogni altro ramo della pubblica cosa. Bastano le rovine che si sono fatte, senza nulla edificare (esclama il deputalo D'Ondes Reggio), basta la confusione e il caos, in cui siamo gittati (). E come no? Ascollisi la condizione delle province meridionali, narrata dal deputato Massari, e non contraddetta, ma anzi confermata da altri Deputati, venuti frescamente di cola, e pero testimonii di veduta. Nessuna sicurezza pubblica, assolutamente nessuna; nessuna sorta di amministrazione; malcontento universale; nessuna fiducia nel Governo.... L'Autorila militare investita di poteri straordinarii; l’autorità civile costi etla a dipendere dall'autorità militare.... La Polizia non esiste affatto (). Ovveramente esiste, ma esiste solo per imprigionare e vessare innocenti; sicche, come racconta il medesimo Deputato, non mancano esempii di persone, tenute in carcere lungo tempo per una semplice denunzia, senza che mai si notificasse loro il molivo dell'arresto. E per confermare la verità di questo orribile sopruso con documenti officiali, il deputato De Cesare legge un Ordine del giorno del Generale piemontese, Conte Maze de la Roche, comandante le armi nella provincia di Capitanata. Eccone il testo:

Giacciono nelle carceri in gran numero carcerati, sul cui conto non si sa affatto qual misura prendere per non avere assolutamente alcun dato sulla loro carcerazione, tranne l’imputazione vaga di connivenza col brigantaggio. Non di rado succede che persone cosi arrestate dimostrano con evidenti prove essere invece state vittime esse stesse dei briganti prima, e poscia di denunzie per private vendette.... Meschina poi e la figura che fa l'autorità stessa superiore col non avere nessun dato alla mano per provare la loro colpabilità, e talvolta coll'ignorare persino per lunghi giorni il motivo dell'arresto, fondato od infondato che sia (). Saremmo curiosi di sapere che cosa avranno dello gli onestissimi Palmerston e Russell, se per avventura quest’ordine del giorno sia caduto sotto i loro occhi? Probabilmente essi avranno ripetuto ciò che affermarono altra volta in Parlamento: Le cose d’Italia vanno bene.

Poste siffatte cose, qual meraviglia che, come affermano i Deputati meridionali, la reazione armata, designata col nome di brigantaggio, in cambio di scemare, vada ogni di crescendo? Il brigantaggio, o Signori, non ha avuto mai proporzioni cosi gigantesche come quelle che ha oggi (), grida il deputato Massari in nome di tutti gli altri. Egli è vero che il Governo faceva intendere co’ suoi giornali e dispacci telegrafici che i cosi detti briganti erano oggimai vinti e annientati sopra tutti i punti dell'antico Reame. Ma ecco come il citato Massari, di ritorno da quelle province, ne parla: lo posso assicurarvi che, quando era in provincia e leggevo i telegrammi che si pubblicano nella gazzetta officiale intorno al brigantaggio delle province napolitane, ve lo dico francamente, Signori, mi pareva di sognare; perche vedevo la realtà in una contraddizione cosi flagrante, cosi palpabile, con le asserzioni contenute in quei telegrammi, che veramente non mi poteva rassegnare a credere con quale scopo si divulgassero quelle notizie (). Lo scopo era evidente; quello d'illudere la pubblica opinione d’Europa, falsando lo stato delle cose nella Penisola.

E notate che il Ministro della guerra, per iscagionare il Governo da colpevole trascuratezza, perché non mandasse truppa sufficiente per combattere il brigantaggio, assicuro che esso nel regno delle Due Sicilie vi tenea niente meno che centoventimila soldati, cioè novantamila in Terra ferma e trentamila nell'Isola di Sicilia ().

Vedete se non dee credersi alla spontaneità del Plebiscito e alla tenerezza de’ Napoletani per l’unione col Piemonte! Tuttavia una forza militare si poderosa non impedisce che i reazionarii armati scorrazzino pel Regno a loro bell'agio, e entrino e si soffermino in città collocate in pianura, come accadde, non ha guari, in Grottaglie. Intorno al qual fatto e piacevole la semplicità del Rattazzi, il quale si difese cosi in Parlamento.

Io non ho ricevuto che un semplice cenno telegrafico di quanto e avvenuto nel luogo indicate dal deputato Castromediano, cioè in Grottaglie. Darò alla Camera lettura di questo dispaccio e si vedrà che la colpa propriamente non ricade sul Governo, ma sibbene su quella popolazione e specialmente sul Sindaco e sul Consiglio municipale, i quali erano conniventi coi briganti.

Eccolo:

«Briganti entrati a Grottaglie commettendo soliti danni. Paese retrivo li ha ricevuti con luminarie. Sindaco e assessori conniventi, guardia nazionale pure. Il caso è grave. Sindaco e assessori arrestati. Il Consiglio comunale apertamente ostile. Indispensabile immediate scioglimento e destinare all'amministrazione commissario provvisorio. Domando autorizzazione per urgenza ().»

Ma voi, Signori cari, vi date da voi stessi la zappa su i piedi. Se confessale che le popolazioni coi loro magistrali e guardie nazionali son conniventi alla reazione, e avete bisogno di reggere i Comuni con Commissarii spedili apposta, non ostante un esercito di 120 mila uomini, come poi vantate il consenso di esse popolazioni per la immaginaria vostra unita dell'Italia?

Ma non la finiremmo si presto, se volessimo concatenare tra loro con un certo ordine le manifestazioni, di che abbondano le tempestose tornate di quella dignitosa Assemblea. più sbrigativo sarà recarne alcune altre cosi alla rinfusa.

Il deputato Nicotera mette all’aperto le sozze arti, con che il Rattazzi si schiuse l'adito al seggio ministeriale, merce i palli secretamente conchiusi col partito contrario. Dice che il Regno può considerarsi come retto da satrapi persiani, e lesse in questo modo il panegirico del presente Governo:

«Non intende altro che la forza opprimente; e geloso della legge e ne vuole l’osservanza, finché da essa dipende il suo utile. Ma se crede necessaria una misura arbitraria, calpesta la legge o la esegue come nei Governi dispotici... La libertà individuale, l’inviolabilità del domicilio, la libertà di stampa ecc. sono per lui una chimera.»

Eppure, con significante reticenza, egli avea detto che gli sarebbe convenuto squarciar molti veli, ma se n'asterrebbe, perche al di sopra delle soddisfazioni personali stava l'amor dell'Italia (). Povera Italia, che devi essere amata a tal prezzo! Il deputato Pepoli manifesta che egli ebbe parte nell'insurrezione delle Romagne.

Eppure poco tempo prima, per ischivare la meritata prigionia, avea impegnata la sua parola, per mezzo dell'Ambasciatore francese, Duca di Grammont, a rispettare il legittimo Governo del Papa. Vedete gente onorata!

A questa confessione aggiunge che dopo la pace di Villafranca la ribellione non si sarebbe potuta mantenere nelle province insorte, se, giusta le stipulazioni di quel trattato, il Governo di Torino avesse di cola ritirate le proprie truppe e non vi avesse spedito molta pecunia (). Nuovo argomento della spontaneità della rivolta e della fede, onde il Piemonte mantiene i patti.

Il ministro Rattazzi confessa che il fatto di Sarnico era diretto contro l'Austria, do che allora in alti ufficiali avea negate (). Novella prova di veracità nella diplomazia del nuovo Regno.

Il deputato Petruccelli ci apre il segreto di quella specie di adorazione ridicola del Garibaldi, sicché in alcune città fu salutato, con orribile sacrilegio, Uomo-Dio. Egli ci dice che tutto ciò si riferisce al Garibaldi preso non come persona ma come mito, secondo che altra volta si fece col Poerio.

Vi ha un altro Garibaldi, un Garibaldi che i popoli di razza slava invocano come il loro messia; quel Garibaldi, li cui la Democrazia francese si è fatto un eroe da leggenda, un risuscitato di Roncivalle, un compagno di Orlando e di Amodigi; quel Garibaldi, di cui il popolo inglese si e fatto un tipo di ogni grandezza, di ogni annegazione, di ogni generosità; quel Garibaldi, che la Democrazia ha eletto a suo capo armato; quel Garibaldi, che turba i sogni di qualche Governo di Europa ed e l’aspettazione e il desiderio di un popolo, di tutti i popoli schiacciati dalla schiavitù.

Ebbene, Signori, questo Garibaldi non può essere che repubblicano, non può essere che la negazione di qualunque Governo (). preziosa confessione! La libertà, che si agogna, e la negazione d’ogni Governo.

Dopo ciò ci manifesta quali sono i sentimenti di gratitudine e di benevolenza degl'italianissimi verso la Francia e verso Napoleone III. 0ra qual e l’eredita, cosi egli, che lascia Napoleone III?Se il terribile complotto, che nelle settimane scorse fu sventato, avesse avuto successo o potesse ancora averne, perche i congiurati sfuggirono, che cosa resterebbe dell'imperatore Napoleone?

Una Francia isolata, odiata dall’Italia, in gelosia della gran Brettagna, in sospetto della Germania, una reggenza che scomparirehbe in un immenso scoppio di risa, cd un fanciullo che pagherebbe le colpe del padre, come il Duca di Reichslad, come il Duca di Bordeaux, come il Conte di Parigi ().

Ma la confessione più preziosa e quella che fa intorno alla vanità dei titoli, sui quali finora dal Governo piemontese si e messa innanzi la pretensione di avere Roma. Egli (il Cavour) vi disse dunque di andare a Roma colla Francia, vi disse: libera Chiesa in libero Stato.

I Ministri che seguirono, soggiunsero: le coscienze cattoliche turbate, e l'interesse del cattolicismo, e il potere temporale del Papa che dove essere rovesciato, ed infine il nostro diritto su Roma. Andare a Roma colla Francia?

La Francia ci risponde: no, non solo non vi anderete con me, ma io sono lei come l’arcangelo dell'Eden, la spada alla mano, per impedirvi di entrare; e la Francia aveva ragione. Voi avete detto al Papa: libera Chiesa in libero Stato!

Ed il Papa ha risposto: io non so che farmi della vostra libera Chiesa; Chiesa e libertà (qual voi la intendete) sono due linee parallele che si perdono nell'infinito e che non si ricongiungono mai. Voi avete parlato di coscienze turbate dei cattolici, d'interessi del cattolicismo, ed il Papa ha risposto: giudice dei cattolici e del cattolicismo sono io, tacete! eretici! ed il Papa avea ragione.

Voi avete parlato del potere temporale del Papa, e l’Europa cattolica vi ha risposto: il potere temporale e il vincolo che unisce le nazioni della razza latina in una sola famiglia; noi da tanti secoli riconosciamo questo potere, non possiamo domandare al Papa che. abdichi: e l’Europa cattolica aveva ragione.

Voi avete parlato dei vostri diritti su Roma, e l'Europa diplomatica vi ha risposto: voi domandate rispetto al vostro diritto di esistenza in virtù di leggi internazionali, di diritto pubblico internazionale; rispettatelo dunque, perciocché il Papa è una Potenza riconosciuta da 900 anni, e la sua capitale e Roma: e la diplomazia aveva ragione. Messa in una maniera cosi infelice la questione romana, non poteva che abortire, ed aborti miserabilmente.

Noi non abbiamo alcun diritto su Roma, o tutt'al più vi abbiamo quei diritti eventuali che la Francia ha sul Belgio, che l’Alemagna ha sull’Alsazia, che la Grecia attuale ha sull'Albania o nella Tessaglia....

Lasciamo dunque da banda queste scipide burle, d’avere col Papa a conciliare i nostri interessi.

Il Governo italiano ha domandato tutto ciò al Papa, all'Europa, alla Francia; e, cosa strana, esso ha obliato il diritto il più santo, il più giusto, il più irrecusabile, il diritto del popolo romano! Per il Governo italiano si direbbe che il popolo romano fosse cinese.

Signori, la questione romana e dunque ridotta oggi alle sue vere dimensioni, sul suo vero terreno; essa consiste unicamente in domandare alla Francia che sgombri da Roma ().

Due cose si ricavano da queste parole: l’una che l’unico titolo, per cui il Piemonte ha da pretendere Roma, si e la volontà stessa dei Romani; l'altra, che per carpire tal volontà Tunica via si e di conseguire 10 sgombro dei Francesi da Roma.

Quanto al primo, i Romani stanno del continuo dando la risposta con le loro continue acclamazioni al Pontefice-Re. E poi ridicolo che dipendendo la faccenda, come qui si dice, dalla volontà dei Romani, abbia il Parlamento volala l’annessione di Roma, prima che quella volontà fosse interrogata!

Quanto al secondo capo, intendiamo bene che usciti i Francesi da Roma, il Governo di Torino saprebbe colle sue tranellerie procacciarsi un plebiscito romano colla medesima verità e spontaneità, onde se lo procura nelle altre parti dello Stato. Ma staremo a vedere se la Francia e il mondo cattolico si lascerà cogliere bonamente a questo laccio.

Il deputato Ferrari confessa anch'egli la contraddizione, in che si costituisce il Piemonte, col promettere libertà alla Chiesa, strappandole Roma, mentre Roma e condizione indispensabile di tal libertà (). Confessa che la formola: libera Chiesa in libero Stato non è che un bisticcio e un puro epigramma, non potendosi intendere

di concessioni da farsi al potere spirituale, in contracambio del ceduto potere temporale; giacche i liberali non potrebbero mai permettere un tanto regresso con rinuncie di conquiste già fatte (). Riconosce che giustamente l’Imperator de’ Francesi si rise del Governo subalpino, quando scioccamente pretendeva di surrogare se stesso al Garibaldi, dopo averlo sconfitto ().

Dimostra che il Governo piemontese si contraddice turpemente, quando invoca il principio del non intervento, da esso tante volte violate ().

Ricorda l'avvilimento in che tutti i Ministeri dal 1859 in qua han gettata l'Italia colla piena dipendenza dalla Francia. Nota la scempiaggine di continuare le trattative, le quali di natura loro involgono l'idea di scambievoli concessioni, quando l'Italia non vuole ne può concedere cosa alcuna al Pontefice.

Infine conferma tutte le affermazioni precedenti de’ suoi colleghi intorno alla oppressione sotto cui gemono i felicissimi popoli del nuovo Regno; e conchiude:

«Se noi perseveriamo nella via in cui ci siamo impegnati, noi entreremo nell'era che gli antichi Italiani chiamavano dei tiranni ().»

Ma basta fin qui. Da tutte queste cose si rileva che il secondo semestre dell'anno, in opposizione del primo, e stato un continue indietreggiare per la pretesa unita italiana. Sicché essa, dopo tanto sangue e tante sciagure per costituirsi, e divenuta da ultimo a chiarirsi un vere strazio de’ popoli, una torre di Babele, un' inferma che, con dar del continue olla su le piume, scherma il suo dolore.

Come inferma, essa si e presentemente eletto a supremo curatore un medico, qual e il sig. Farini, capo ora del nuovo Ministero.

Staremo a vedere le ricette, che egli prescriveva. La prima par che sia stata quella di non pensare per ora a Roma; giacche nel suo discorso inaugurale al Parlamento, si e studiosamente guardato dal pur nominarla.

Ma ciò non basta; siam tuttavia assai lungi dalla vera medicina.

Il malore qui nasce da ingombro di stomaco e da stremo di virtù digestiva.

La cura esige emetici, e poderosi emetici, ed emetici raddoppiati.

Avvertitelo bene, signor Dottore, altrimenti pesterete l’acqua nel mortaio; se volete guarire la nostra inferma, inducetela a recere. Ella dee recere l'Umbria, le Marche, le Romagne, il Regno di Napoli, e qualche altra cosa che oi sapete. Allora solamente potete sperare di ricondurla a stato sano e durevole.






















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