
Domenica 30 gennaio, tra le 17 e le 18. Ho appena finito di leggere un articolo di Annalisa Raschellà, circa il divario di reddito tra Platì e Milano3, il luogo più ricco e il luogo più povero d’Italia, allorché la mia attenzione viene attratta dalla televisione. Maurizio Costanzo si sta accanendo contro un dirigente pubblico, a cui addossa la responsabilità dei pericoli e disagi patiti da automobilisti e camionisti a causa della neve caduta, nei giorni precedenti, sull’autostrada Reggio- Salerno.
A me Costanzo è antipatico, ma ascolto egualmente, in attesa di
rivedere sulla scena un paesano intravisto prima. Vorrei capire se
anche lui si sta lamentando di Dio, che permette al cielo di nevicare,
o del governo, che non fa i portici sull’autostrada, in modo che,
quando nevica, uno non si bagni.
Milano3 non la conosco e non la voglio vedere neppure in fotografia.
Ho giurato a me stesso che sul suolo del Norditalia non ci
metterò mai più piede, almeno volontariamente. Ma
in passato ho avuto modo di vedere Milano2 e so quanto pane di bocca il
Sud si è tolto per costruire il lussuoso suburbio.
Non solo il pane dei nostri infelici emigrati che lavorano lì o
vi hanno lavorato, ma anche il pane risparmiato qui, in vista della
vecchia, e il pane sottratto dallo Stato alle nostre famiglie, sotto
forma di tributi, e speso lì. E so il danaro - miliardi e
miliardi di dollari - prodotti da quell’attività infernale
per il Sud, ma vaporosa e proficua per il Nord, che si chiama spaccio
della droga.
Anch’io ho pagato, sapendo di pagare l’ingiusto, e
certamente ha pagato anche la gente di Platì, credo, senza
rendersene conto.
A quel che leggo, Annalisa Raschellà è una brava
giornalista e un’economista formata. Chi ha studiato
economia sa che ogni lira (o ogni euro) vive in terra, se
lasciata in tasca. Ma sale al cielo se portata in banca. Quasi che un
coro di angeli la prenda sulle sue braccia e la faccia salire vicino a
Dio.
Se io porto una lira in banca, posso ritirarla e spenderla quando
voglio. Ciò anche quando la banca ha prestato quella lira a una
terza persona. Ovviamente il miracolo avviene perché a portare
una lira in banca siamo in molti, e ogni giorno altri ancora.
Cosicché la banca paga me, dandomi la lira dell’ultimo
arrivato. Se poi la persona, che ha ottenuto un credito bancario,
spende la lira emettendo un assegno, le lire diventano tre, e anche
più.
La lira è sempre una sola, ma una volta in banca diventa due,
tre, quattro, cinque lire, insomma il numero dei conti correnti che
incorporano in un assegno la prima lira.
Anche al tempo in cui le monete erano coniate in oro o in argento, una
dracma, un talento, un sesterzio, un fiorino, un ducato, depositato in
un tempio o in una banca, fluendo e rifluendo, diventava il doppio di
sé. Il tempio restituiva a vista la dracma affidatagli,
perché 100 o 1000 altri Telemachi o Oresti o Achlilli
continuavano a depositarvi le loro dracme.
C’era, però, anche allora il momento della verità,
e veniva quando un qualche Aristide prendeva in prestito quei
soldi per costruire cento triremi. Se Aristide non restituiva le
dracme, ai sacerdoti finiva male. Un investitore finale sbagliato, per
la banca equivale al giudizio di Dio barbarico.
E’ il momento in cui il banchiere rischia…non il suo, ma
il mio danaro. Può sbagliare, e se sbaglia io perdo il mio
danaro, e può indovinare, nel qual caso egli fa un guadagno
senza neppure che io sappia che il mio danaro è stato a rischio.
Senza la banca, né Milano2 né Milano3 esisterebbero. Ma
la banca è una cosa del Nord, che il Nord usa nel Sud per
raccogliere risparmio e per addossare sui meridionali le
eventuali perdite.
I fallimenti bancari sono all’ordine del giorno anche oggi (Cassa di Risparmio di Calabria, Banco di Napoli, etc). Molto più numerosi erano al tempo in cui le banconote erano cambiali bancarie da pagarsi in oro.
Durante la Guerra di Secessione, negli Stati Uniti ne fallirono circa
35 mila nel giro di due o tre anni. Anche le grandi banche italiane si
trovarono sull’orlo del fallimento al tempo della Grande Crisi,
perché le industrie di Genova, Milano e Torino non pagavano i
debiti contratti.
Per non mandare i risparmiatori in rovina, Mussolini
nazionalizzò le banche e le industrie. Cioè
addossò le loro perdite a tutta la collettività
nazionale. L’autarchia e gli altri espedienti rivolti a
sorreggere il cambio internazionale della lira vanno collegati a
quell’evento.
Oggi la convertibilità in oro delle monete è solo un
ricordo scolastico. Non esiste altra moneta che la banconota
(inconvertibile) della Banca Europea. Qualunque banca italiana rischia
dove, se e quando la Banca Europea dice di sì (o non dice di
no). A sua volta la Banca Europea paga i fallimenti interni senza
andare in tribunale.
Ha le sue moderne tipografie e stampa altri euro. A pagare saranno i
cittadini, che perderanno capacità d’acquisto; cosa
che sta avvenendo, anche se nessuno ha ancora capito dove la
Banca Europea abbia sforato.
Conosco Platì dal primo dopoguerra, quando il solo arrivarci era
un’impresa epica per qualunque treno di gomme. Invece ero
già un uomo maturo quando è stata realizzata
l’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
L’Italia del 2005 non ama Platì, terra di
‘ndranghetisti, ma non l’amava neppure nel 1948. In
precedenza, specialmente durante la guerra, il peso delle leggi a
difesa del bosco non erano state granché avvertite dai pastori,
i quali avevano trovato lavoro nel taglio (anzi
nell’eliminazione) del bosco aspromontano.
La Regia Marina e tutto l’apparato militare avevano un maledetto
bisogno di legname. Finita la domanda bellica di legno, la pastorizia
riprese, e con essa ripresero a fioccare le multe e le condanne
penali per chi osava portare le sue bestie al pascolo brado.
La fabbrica di compensati Primerano fu un’impresa eroica, mai
più ripetuta da queste parti. Una fabbrica fra le più
moderne d’Europa. Chi se ne ricorda più? Dava lavoro alla
gente della vallata del Bonamico. Più di settecento persone, ex
boscaioli ed ex pastori.
Bovalino divenne un’enclave industriale nella emarginata
Calabria. In una parola fu quello che, nel suo articolo di domenica
scorsa, la collega Annalisa Raschillà definisce “uno
scatto d’energia”. Fu, anzi, qualcosa di più: il
più ricco patrimonio della Calabria del tempo (un
miliardo) investito in un’industria ultramoderna.
Se l’Italia avesse voluto, la Primerano poteva non fallire, come
non si era permesso che fallissero l’Ansaldo, la Breda, la Fiat,
e oggi non si permette il fallimento della Parmalat. La mafia costa
molto, ma molto di più, migliaia e migliaia di volte di
più di quanto sarebbe costato il salvataggio della
Primerano. Ma la Primerano di Bovalino dava fastidio alla
Feltrinelli-compensati di Milano.
Se la Primerano venne abbandonata con molta leggerezza al suo destino,
a che scopo costruire un’autostrada atta a collegare Reggio
Calabria con Milano, e oltre ancora: con la Svizzera, la Francia e i
paesi tedeschi?
Per portare le cacciotte di Platì fino a Vienna e a Francoforte?
Per vendere i barili di sarde salate di Sciacca a Torino, o le
arance sanguinelle della Piana di Catania a Bologna, o perché
le mogli dei medici della mutua facessero la settimana bianca a
Madonna di Campiglio?
Non posso fare niente contro gente come Maurizio Costanzo. Sono padroni
collocati molto in alto. Godono di largo credito e hanno un seguito di
milioni di ascoltatori. Potrei forse lanciarci contro una bomba,
come fece Felice Orsini con Napoleone III, o sfoderare il pugnale per
uccidere, come fece Agesilao Milano con Ferdinando II, ma il coraggio
per una cosa del genere mi manca.
Posso invece parlare ai giovani studiosi di economia, ai più
bravi e onesti. E dire: Ragazzi, figli miei, se voi amate veramente la
gente fra la quale vivete, mettete da parte i libri sui quali avete
studiato o studiate. Sono libri falsamente scientifici, che intendono
insegnarvi che chi ha vinto, ha vinto perché aveva ragione, e
chi ha perduto, ha perduto perché aveva torto.
Sono verità di comodo, truffe intellettuali. Sono il prodotto di
una filosofia economica che legittima il furto. Sono l’ideologia
della ricchezza europea trionfante, con il malaffare e con le spade,
sull’umanità dell’uomo, sulla sua vita, sulla sua
ragione.
Dottrine, che si autodefiniscono liberali e liberiste, ma sono
soltanto usurarie e predonesche. Adesso la cosa è visibile
a chiunque, perché la Cina è stata capace di mettere in
crisi il credo predicato al mondo da quando l’Inghilterra
prese ad esportare i prodotti della sua industria precorritrice.
Vedremo quale buffoneria escogiteranno adesso, per continuare nel
saccheggio, nell’usura, nel blocco e messa al tappeto di chiunque
si sforzi di emanciparsi e progredire. Il mondo sta morendo di fame per
mano loro al ritmo di trecento/quattrocento mila persone al giorno, e
loro insistono a dire che il loro modello è il
migliore.
Platì e l’Italia combattono da 150 anni una guerra che
sarebbe visibile a tutti, se non ci avessero educati a portare occhiali
che sfocano le immagini. Maurizio Costanzo docet.
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