
Il romanzo ‘O sorece morto
è raccontato da un uomo ormai anziano che con una lunga analessi
s’immerge nel
tempo e legge la propria piccola storia all’interno di una grande
storia,
quella dinastica della sua famiglia, legata ai destini nazionali e
sovranazionali. Romanzo di respiro europeo, dunque, se consideriamo che
i
fatti, svolti nel Mezzogiorno, sono dipesi stricto sensu dalle
grandi
scelte o non scelte politiche ed economiche italiane ed europee.
Considerando le memorie
dinastiche, il narratore-protagonista Paolino abbraccia con la sua
narrazione
un arco temporale vastissimo: dai primi dell’Ottocento, in cui
operò il suo
bisnonno, Padron Gioacchino Alfano, fino ai giorni nostri. Quasi due
secoli.
Paolino rivisita con affettuosa
inquietudine e civico rammarico la storia della sua dinastia da Padron
Gioacchino, appunto, che inaugura un’esaltante stagione di vita
produttiva a
Paolino stesso, che eredita l’esoscheletro del fallimento dinastico.
Questo
coincide col fallimento della grande storia del Mezzogiorno. Potrebbero
farle
da epigrafe le parole di Genso, padre di Paolino, là dove
afferma: “Abbiamo
cancellato la nostra storia e abbiamo adottato quella degli altri.”
La piccola storia è quella dei
numerosi personaggi che si affollano intorno a Paolino ragazzo, giovane
e
infine anziano. Storia piccola questa, non solo per la breve durata
rispetto
all’altra, ma perché vissuta su un palcoscenico dalla
scenografia amara,
scolorita, dagli orizzonti ristretti, da interno, perciò
incapace di sogni,
capace di incubi, come quello finale della nutella. La nutella,
appunto,
delimita e separa simbolicamente due mondi, due nazioni, due
civiltà, due
identità, due storie. Solo l’amore di Paolino e Vitulia, quasi
romanzo nel
romanzo, iniziazione alla maturità, ha toni delicati e romantici
sullo sfondo
accidentato della guerra e l’apparente solitudine dell’Appennino
calabro. Ma
alla fine segna anch’esso il declino e la diaspora, il torpore.
‘O sorece morto è in ordine di tempo il secondo romanzo di
Nicola Zitara. Il primo è Memorie di quand’ero italiano,
del 1994. Lo
ricordo perché credo che non si possa avere un’idea completa del
romanzo ‘O
sorece morto se non lo si mette in relazione col primo, di cui
è
completamento, meglio, chiarimento. In Memorie di
quand’ero
italiano gioca a tutto campo la memoria a impulsi.
L’autobiografismo è
quasi esplicito, seppure riservato a chi ha qualche familiarità
con il suo
Autore. La conclusione è una scrittura largamente segnata dalla
protesta
sociale, economica, istituzionale. In quest’ultimo romanzo, ‘O
sorece morto,
l’io narrante è ugualmente interno, ma l’invenzione romanza la
storia e le dà
un senso compiuto, che alla fine scopro sorprendente, nuovo, originale
(ma su
questo è doveroso insistere in seguito). Nicola Zitara,
utilizzando qui con
convinzione la categoria jakobsiana dello straniamento, ripensa con un
flash-back lungo quanto tutto il romanzo la storia degli Alfano, sullo sfondo del tramonto definitivo
dell’indipendenza del Mezzogiorno, e la rappresenta con elegante
distacco, la
giudica con mente severa ma anche serena, come non aveva fatto sinora.
I termini estremi di tale visione
rinnovata sono simbolicamente due, a mio avviso: padron Gioacchino
in
positivo e la nutella in negativo. L’uno predica dell’altra, s’intende,
e a far
da copula, da termine transitivo è padron Paolo, il nonno del
protagonista
Paolino, dell’io narrante.
Ma non si può capire cosa
simboleggia padron Gioacchino se non si parte da una visione sintetica della nascita e della fine di un regno,
quello borbonico, della nascita e della fine di un’idea di nazione,
quella
napoletana. Più segni mi autorizzano a supporre che Nicola
Zitara abbia pensato
il suo romanzo in quest’ottica e due punti fermi in particolare: Padron
Gioacchino, per l’appunto, e la nutella.
Padron Gioacchino, dunque, ha
fatto fortuna, come altri imprenditori fioriti a partire dalla seconda
metà del
Settecento (dall’avvento di Carlo III di Borbone al trono di Napoli in
poi,
nonostante i Ferdinando e i Francesco), ovvero dalla costituzione della
nazione
napoletana. Al tempo di Gioacchino, fine Settecento primi anni
dell’Ottocento,
già diverse generazioni si sono lasciate alle spalle gli
ex-sudditi del
vicereame spagnolo, anzi della colonia spagnola di Napoli (vedi studi
del
Coniglio e di Rosario Villari). Alla fine del Settecento il Regno di
Napoli ha
messo radici come potenza indipendente, autonoma, con un grande
potenziale da
sviluppare; si connotava come nazione in gara con il resto d’Europa e
perciò,
nella persistente generale instabilità delle monarchie assolute,
tra di loro
unite e sempre in guerra per i numerosi vincoli dinastici, come regno
da
predare alla prima occasione.
Caratteri determinanti della giovane nazione
erano, oltre all’indipendenza, l’autonomia culturale, che aveva come
antesignano Vico e come degni alfieri i suoi alunni: Genovesi, Pagano,
Filangieri, per finire a Grimaldi e a Galluppi. Per non parlare
dell’autonomia
agricola, mineraria, energetica, della potenza artigianale e
manifatturiera,
che si avviava ad essere preindustriale, della potenza militare e
soprattutto
marinara.
Considerate le vaste
contraddizioni di fondo rappresentate da un lato dal pensiero
illuministico e
progressista-liberale o modernista di un Genovesi o del suo allievo, il
Pagano,
che prospettava la necessità di una costituzione liberale o del
Filangieri che
reclamava la fine del feudalesimo e dall’altro lato dalle
contraddizioni
rappresentate dalla miope politica borbonica di conservazione dei
propri
privilegi istituzionali, ecco individuato il nodo a cui risalire per
capire il
fallimento della giovane nazione napoletana. Sono state queste forze
contrarie,
apparentemente inconciliabili, a minare la coscienza dell’unità
della patria e
a far credere alla borghesia che la soluzione piemontese fosse vincente
o
ininfluente sulle sorti di intere dinastie mercantili.
Alla patria napoletana, per
l’appunto, accenna l’Autore nel passo (pag. 20) in cui racconta
l’inizio delle
fortune degli Alfano e ricorda la regina Maria Cristina di Savoia
“venuta nella
ridente Napoli dall’accidioso Piemonte, a partorire l’indeciso re della
nostra
ultima indipendenza nazionale.”
È in tale contesto “patriottico”
che padron Gioacchino può coltivare i
suoi affari e sviluppare il suo vincente acume socio-economico,
sollecitato da
uno spirito (mi si consenta l’uso di una categoria astratta, ma
pregnante,
visto che l’intendo come volontà generale) pionieristico, comune
a chi sa di
vivere una nuova stagione della storia. Ed è il trono stesso che
se ne fa
mallevadore, finché i suoi interessi non verranno a confliggere
con i bisogni
di più ampia e libera rappresentanza istituzionale. Un po’ quel
che era
avvenuto contro Giacomo II nell’Inghilterra di fine Seicento e della
cosiddetta
“Rivoluzione Gloriosa” e incruenta che, attraverso l’alleanza della
borghesia
con la nobiltà terriera, disse definitivamente no al potere
assoluto, sì al
libero parlamento e alla separazione dei poteri teorizzata da John
Locke,
permettendo a quella nazione di divenire la prima potenza commerciale e
capitalistica del mondo.
Come dire che più si allargano i commerci e le
industrie ad opera degli imprenditori, più aumenta la
necessità che le leggi si
pieghino al fervore del nuovo ed assecondino in modo equilibrato i
nuovi
bisogni della borghesia e del popolo. C’è da credere al nostro
Autore: Napoli
al tempo di Padron Gioacchino è capitale finanziaria ed è
intrisa di una
cultura superiore e peculiare, la napoletanità, alla cui fonte a
pochi
privilegiati era dato dissetarsi. Il protagonista del nostro romanzo,
Paolino,
chiede a suo padre di indicargli quella fonte. Gli viene risposto molto
semplicemente: “A Napoli si parla … la parola è la superiore
manifestazione
della napoletanità.” E in effetti i mondi della politica e degli
affari avevano
in comune la nobile e gratificante arte della persuasione a mezzo della
dialettica, con tutte le astuzie ch’essa può mettere in gioco,
per vincere
pacificamente le proprie battaglie.
Purtroppo la stagione di tale
esaltante nazionalismo non è stata sufficientemente lunga da
permettere un più
solido radicamento. Sicché la patria napoletana era ancora
fragile quando subì
i primi colpi disgregatori a causa dell’invasione francese (la guerra
intestina
alimentata dalla reazione sanfedista non fece che accentuarne i limiti)
e poi
esplose definitivamente con la Spedizione dei Mille.
Chi doveva e poteva
difendere la nazione non lo fece e l’anello più debole della
catena si dimostrò
ancora una volta la Sicilia che, pervasa da uno spirito di gelosia e di
emulazione rispetto a Napoli, conservava intera la tronfia mania di
grandezza
della nobiltà di origine normanna, sveva e aragonese. Ed
è a questo punto che
il romanzo mostra il suo primo importante chiarimento rispetto a Memorie
di
quand’ero italiano. Chiarimento che sorprende perchè mostra
un progresso
sostanziale nella posizione ideale di Nicola Zitara. Allorché
legge il
testamento del nonno, Paolino si rende definitivamente conto che il
fallimento
degli Alfano come imprenditori e banchieri è seguito
all’Unità d’Italia e al
protezionismo doganale voluto dai banchieri settentrionali,
protezionismo che
frenò l’esportazione in Francia dell’olio e del vino prodotti
nel napoletano.
La discesa vertiginosa dei prezzi impoverì il Mezzogiorno e alla
fine
l’emissione di carta moneta falsa da parte dei genovesi portò
anche al
fallimento della Banca Agricola di Sconto degli Alfano. Il fatto che
nel
testamento il nonno di Paolino giustifichi così il fallimento,
come in nessun
libro di storia è raccontato, fa montare la disapprovazione,
meglio il
disprezzo, da parte di Paolino. Educato alla scuola del pensiero unico
di
ascendenza cavouriana egli non può credere che il nonno sia nel
vero ed allora
paragona l’avo ad un sorcio morto, morto in un buco. Attenzione alla
metafora
del buco, per cui l’incredulità di Paolino è solo
apparente, in realtà è ironia
pura.
Due idee gli appartengono, chiarissime. La prima: lo stato italiano ha
avallato i falsari. La seconda è sottintesa nel disprezzo con
cui giudica il
nonno, suo padre e zio Generoso: “Voi non siete i vinti di Giovanni
Verga, …
Voi eravate pieni di soldi! Ve la siete fifata, questa è la
verità! Non vi
piaceva Genova? Allora vi armavate, e marciavate contro! … Non avete
voluto
combattere!” Nicola Zitara non se la prende più con Cavour e con
Garibaldi
soltanto, ma incolpa i suoi ascendenti, tutti i nostri ascendenti
dell’ex regno
napoletano, perché dapprima si sono macchiati della grave colpa
di non aver
preso le armi per difendere la nazione e alla fine si sono anche fatti
imbrogliare dai genovesi e dai milanesi. Ecco la seconda verità,
la seconda
sorpresa. A questo punto la metafora del topo e del buco sono
più chiare. Nonno
Paolino invece che lottare a viso aperto si è rintanato
tremebondo nel suo
buco, per non vedere e non sentire e si è fatto poeta, come a
dire, in tale
contesto, che si è arreso all’evidenza quotidiana dell’aspra
lotta per
rifugiarsi nella fantasia.
Nel romanzo questo chiarimento
interviene a metà della storia a segnare una linea di
demarcazione tra le
sirene dei fasti della dinastia mercantile, da cui dipendevano le sorti
del
mondo, e il più modesto Paolino eroe socialista e poi adulto
disincantato.
Per giungere a questo chiarimento
Nicola Zitara ha usato efficacemente, come ho più su detto, la
tecnica dello
straniamento: è come se avesse considerato i fatti per la prima
volta,
fulminato sulla via di Damasco da un’improvvisa rivelazione. Ce ne
persuade il
ripetuto ricorso alla prolessi, con cui l’Autore lancia i suoi segnali
atti a
predisporre il lettore ad accettare la verità rivelata e a farla
propria.
Annoto cinque prolessi. La prima
(pag. 39) è nella domanda relativa al carattere moscio,
arrendevole, del nonno
Paolino Alfano, giudicato “asino” e “cacasotto” dallo zio Paolino
Conforti, per
essersi “fatto scippare dai genovesi il commercio dell’olio e la Banca
di
Sconto.”
La seconda prolessi (pag. 48) è
nelle parole di Genso, padre del protagonista, allorché avverte
a proposito di
Padron Paolo: “Non è compito mio giudicarlo, ma chiunque altro
voglia farlo,
prima bisogna che conosca la storia d’Italia.” Interviene l’io narrante
a
commento: “Che c’entrava il nonno con Mazzini e Garibaldi, lui che
neppure
aveva partecipato alle guerre d’indipendenza?” Ecco un secondo seme di
chiara
intenzione comunicativa: il nonno era stato neutrale, a guardare, aveva
badato
agli affari suoi, aveva dimenticato o forse non c’era chi glielo avesse
insegnato, che l’appartenenza ad una nazione è unica garanzia
per sopravvivere
anche nel mondo del commercio, a vivere e morire da soldato. Certamente
a non
fare la fine del sorcio. Avrò qui forzato la mano al suo Autore
ma, se tout
se tienne, non vedo come potrebbe rimproverarmelo. In effetti
l’accusa è
esplicita e vien fuori intera alla fine della lettura, allorché
appunto Paolino
legge il testamento del nonno ed ha un soprassalto di disgusto.
Altra prolessi (pag. 50) riguarda
proprio Paolino, il narratore-protagonista, quando avverte su di
sé il peso
dell’eredità di affetti e del casato e dice di se stesso: “nei
ranghi [allude
alla classe sociale di appartenenza] sarei rimasto soltanto se non
avessi mai
sbagliato: questa era la costituzione materiale della borghesia
mercantile, ma
ero nato per sbagliare, e non me ne dolgo.” La conclusione, pur amara,
ma
positiva, sarà per lui nell’accettazione del cambiamento e nella
volontà di
ricominciare da capo. Diventerà infatti ingegnere navale e si
costruirà una
identità dorosamente sradicata dall’eredità di esperienza
e di finanza, ma capace
di prospettargli un futuro, pur nutrendosi di
nutella.
La quarta prolessi (pagg. 62-63)
conclude la prima parte del romanzo. Nonno Paolino è morto,
Genso e il
narratore vanno a pranzo al ristorante di Michele e di donna Elisa.
Genso
ripercorre la storia degli Alfano e del destino avverso, che fu comune
a molte
dinastie mercantili, troppe per essere classificate un caso: “Era mai
possibile
che gli amalfitani cadessero tutti assieme? Nisciuno che si salvasse? …
E che!
Erano diventati tutti minchioni? Non solo gli Alfano, ma i Cuomo, i
Proto, i
Gargano, i Lucibello, i Pagliaro, i Panza, i Savo … tutti fessi? Il
meglio
della Costiera. Gente che navigava da mille anni, che ha tenuto banche,
industrie, navi … che ha combattuto contro i normanni e i saraceni…
Mercanti,
banchieri, capitani, ammiragli, consoli, dogi … Dovunque, a
Costantinopoli, ad
Alessandria, a Beirut, a Tunisi … All’improvviso tutti fessi. Persone
esperte,
famiglie millenarie, che all’improvviso si fanno mettere nel sacco! [ …
] No, è
stata tutta una questione di banche.” Qui è lo studioso del
sistema bancario e
monetario che parla, è il Nicola Zitara economista politico che
accenna ai
risultati delle sue più recenti scoperte. Non ci resta che
affidarci alla sua
comprovata serietà di ricercatore e attento lettore a
trecentosessanta gradi
del mondo economico.
L’ultima anticipazione (pagg.
95-96) evoca la fine della fine di una dinastia mercantile: gli Alfano
di San
Policarpio per sopravvivere dignitosamente ai duri colpi inferti dalla
guerra
fascista decidono di acquistare un fondo. Il bilancio che ne fa Genso,
padre di
Paolino, è impietoso: “È finito un capitolo della mia
vita. Adesso anch’io sono
proprietario. Che vuoi di più?” risponde al figlio. Poco oltre
aggiunge:
“Stiamo franando, figlio … È uno scivolone interminabile.
Facciamo i passi del
gambero, una generazione dietro l’altra [ … ]. Tutto sparito, venduto,
distrutto… Pure i ricordi… Le targhe all’angolo delle vie… Abbiamo
cancellato
la nostra storia e abbiamo adottato quella degli altri…” Abbiamo
adottato la
nutella, pare suggerire l’Autore, ci nutriamo del frutto peccaminoso
generato
dall’imbroglio e dalla sopraffazione legalizzata.
Il fuoco è concentrato su nonno
Paolino, l’anello debole della catena, ma in parte le
responsabilità sono scaricate
anche su un ramo infido della parentela, i Surrenti, da cui discende
Vitulia,
cugina e innamorata di Paolino protagonista. Da Vitulia in poi,
cioè nella
seconda e terza parte del romanzo, l’analessi intimista si fa
microstoria: la
guerra fa da filo rosso che lega persone e fatti per tutta la seconda
parte: i
Surrenti, la Premiata Ditta Cav. Parisi, il mantello, l’inflazione e la
svalutazione, il mafioso gentiluomo, i bombardamenti, la rottura
simbolica dei
vetri della Banca di San Policarpio, le eresie politiche dell’ing.
Panaja.
Segue nella terza parte il ritorno al socialismo e l’avvento della
repubblica,
punteggiate da altre contraddizioni: l’opportunismo politico di
Totò Surrenti,
il mercato nero, la repubblica di Amendolea.
La rinnovata primavera è solo
fuoco di paglia, che alimenta microstorie asfittiche. In questo quadro
frammentato, ma non frammentario, emerge inequivoca la figura di
Vitulia,
eroina moderna, intransigente e caparbia, dalla mascolina
idealità. Vitulia già
col suo nome evocante i nobili natali della primigenia Calabria
riverbera
fortemente la speranza di riscatto del Mezzogiorno d’Italia,
perché simboleggia
una donna “altra”, finalmente colta, capace di utopie e non solo di
quotidiane
concretezze. Ma anch’ella, vittima inconsapevole della nutella,
esponente
parlamentare del Partito Socialista, camminerà sui sentieri
tortuosi del
compromesso storico e finirà col disincantare del tutto il
nostro Paolino,
contestando la sua storia, la storia degli avi che hanno fatto San
Policarpio,
giustificando l’intestazione della piazza già del Caricatoio a
celebrazione di
suo nonno, l’on. Ferdinando Surrenti. E dice a tal proposito: “Ma vuoi
mettere
la storia di San Policarpio con la storia d’Italia? Un uomo di stato! …
il
governo del paese! …” L’ironia dell’Autore suona beffarda a ricordarci
che la
nutella ha vinto.
È così che da Padron Gioacchino
si è passati alla nutella, metafora della negazione e della
separazione. Tra
Padron Gioacchino e la nutella vi sono tre generazioni decadenti.
“Decadenti”
nel senso originario, non in quello letterario: la generazione di
Padron Paolo,
di suo figlio Genso, di Paolino. Su di essi la nutella esercita un
malefico
influsso. In assenza di forze votate al martirio, ogni resistenza
tecnica,
affidata puramente al rispetto delle leggi, è travolta. L’erede
Paolino, il
protagonista, è già per intero sommerso dalla nutella.
Per salvarsi sarà
costretto a galleggiarvi sopra ed a mangiarla. Ma alla fine approda. E
se da
lui inizia il riscatto, poiché rinuncia ai sogni dinastici per
divenire
ingegnere navale come lo zio Paolino Conforti, suo figlio Paul,
partorito da
Vitulia, è già imprenditore di successo. Paul forse non
ha bisogno della
nutella per tenersi a galla e per nutrirsi, da lui forse ha inizio una
nuova
dinastia, questa volta poco nazionale e molto globalizzata.
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