
La storia della criminalità organizzata è storia di vari soggetti criminali che, in diverse epoche storiche e per molteplici ragioni, hanno deciso di fuoriuscire dalla legalità e di commettere dei crimini in forma organizzata ed associata.
Tra le ragioni più frequenti della scelta criminale c’era
il fatto che solo così si riteneva possibile accumulare
ricchezze e modificare il proprio status sociale.
Quando parliamo di criminalità organizzata dobbiamo avere la
consapevolezza che affrontiamo un concetto molto vasto, che comprende
varie forme delinquenziali associative.
Non dobbiamo quindi pensare che criminalità organizzata
significhi esclusivamente riferirsi alle organizzazioni criminali che
in Italia definiamo comunemente con il termine mafia, vale a dire: cosa
nostra siciliana, la camorra campana, la ‘ndrangheta calabrese e
la sacra corona unita pugliese.
Tuttavia, pur tenendo conto di un quadro più generale,
l’oggetto di studio di questo corso saranno proprio queste
specifiche forme e strutture criminali tipicamente italiane, sia per la
loro importanza storica sia per la loro lunga durata nel tempo.
Gli storici e gli studiosi che si sono cimentati sull’argomento
sono stati dapprima affascinati dall’origine del nome, in
particolare di quello della mafia e della camorra.
Molti volumi e innumerevoli teorie interpretative danno conto di una
lunga ricerca e di un notevole impegno intellettuale in questa
direzione.
Successivamente il centro dei loro interessi sembrò essere
quello relativo al periodo storico entro il quale collocare la data di
nascita di queste strutture organizzate, e su tale argomento si
manifestarono opinioni diverse:
alcuni di loro sono convinti che per rintracciarne le origini occorra andare indietro nel tempo almeno ai primi dell’ottocento dopo l’eversione della feudalità quando ha origine quel gigantesco processo di privatizzazione delle terre che ha favorito lo sviluppo della proprietà borghese su di esse;
altri sono convinti che sia necessario andare ancora più indietro per risalire al periodo spagnolo per trovare, nel peculiare rapporto tra Stato e popolazione, una delle spiegazioni dell’insorgenza di questi fenomeni;
altri ancora pensano che occorra risalire più indietro nel tempo.
Tutti quanti, però, sono concordi nell’indicare gli anni
dell’unificazione italiana come quelli fondamentali per la
percezione, anche a livello istituzionale, del nuovo fenomeno che
sarà chiamato mafia in Sicilia, camorra in Campania,
picciotteria e poi ‘ndrangheta in Calabria; e sono concordi
nell’indicare le carceri come l’università dei
mafiosi, una vera e propria scuola di specializzazione.
Prenderemo in esame oltre un secolo e mezzo, un periodo lungo, denso di
mutamenti profondi dentro le stesse organizzazioni mafiose.
La più forte, inizialmente, era la camorra; poi, a partire
dall’Unità d’Italia si cominciò ad affermare
cosa nostra, infine durante l’ultimo decennio è emersa con
prepotenza la ‘ndrangheta che è l’organizzazione con
le maggiori ramificazioni in tutta Italia e in vari paesi stranieri,
oggi la ‘ndrangheta è la regina del traffico di
stupefacenti avendo quasi il monopolio del traffico di eroina e di
cocaina.
Com’è noto, il termine camorra è conosciuto –
ed usato – sin dagli dell’ottocento, mentre quello di
mafia fa la sua comparsa nei documenti ufficiali nell’aprile del
1865 in un rapporto del prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualtiero
che definì la mafia, già allora, “associazione
malandrinesca”; si noti bene il termine: associazione.
E’ cosa saggia iniziare il nostro corso e il nostro racconto
storico da questo periodo, anche se non mancheranno i doverosi
riferimenti
Questa prassi ha avuto una notevole importanza storica nel generare l’idea che fosse meglio utilizzare una propria polizia privata piuttosto che fare ricorso allo Stato.
Qui sta una delle ragioni più profonde del formarsi di nuclei mafiosi che si rendono via via indipendenti ed autonomi costituendo proprie bande armate la cui caratteristica, rispetto al passato, è quella di non essere più al servizio di alcun barone o proprietario terriero.
Tutto ciò avveniva mentre lo Stato moderno nasceva sul
presupposto che toccasse proprio allo Stato – e solo allo Stato
–
il monopolio della forza,
l’esercizio della giustizia,
la riscossione delle tasse.
Perché questa diversità di opinioni tra gli studiosi sulle origini del fenomeno?
La diversità nasce dal fatto che queste organizzazioni, essendo segrete, non hanno lasciato
documenti scritti della loro costituzione,
elenchi dei partecipanti,
norme di comportamento,
regolamenti.
Per un lungo periodo storico – durato molti decenni e arrivato
fino alla fine degli anni ottanta del Novecento – molti studiosi
hanno addirittura ritenuto che la mafia non fosse
un’organizzazione, ma un comportamento o un costume, un modo
d’essere o uno stato d’animo.
Intellettuali di vaglia come Capuana o Pitrè, statisti come
Vittorio Emanuele Orlando, hanno fatto circolare questa impostazione
che, a partire dal secondo dopoguerra, è stata seguita da
autorevoli sociologi stranieri ed italiani i quali l’hanno
accolta acriticamente.
E invece è storicamente accertata l’esistenza, almeno a
partire dall’unità d’Italia, di varie organizzazioni
mafiose rigidamente strutturate e compartimentate, con particolari
funzioni assegnate ai singoli componenti i quali erano ammessi con veri
e propri rituali di ingresso che prevedevano giuramenti e rispetto
delle regole.
La ritualità e la simbologia insieme con l’uso frequente
dei tatuaggi, hanno esercitato un notevole fascino sui giovani,
perché, dopo la cerimonia di iniziazione, conferivano ai nuovi
arrivati prestigio, rispetto, autorità, considerazione e
promozione sociale; fascino che ha avuto una lunga durata.
Serafino Castagna, un giovane che diventò ‘ndranghetista
nei primi anni cinquanta del secolo scorso, dopo il giuramento di
fronte ai mafiosi che era stato fatto, come si diceva allora, a
‘cerchio formato’, cioè con i mafiosi disposti a
cerchio al centro del quale c’era il neofita, disse: “Mi
sentii caldo di commozione quando capii di essere diventato membro
della società”; la società a cui si riferiva era la
società mafiosa.
Il termine società per indicare quella mafiosa compare
già nei primi due decenni dell’Ottocento a Napoli quando
vennero fissate le norme del frieno, cioè dello statuto, della
Bella Società Riformata.
Anche le leggende – i Beati Paoli o i tre cavalieri spagnoli
Osso, Mastrosso, Carcagnosso – hanno una loro parte non
secondaria nell’immaginario collettivo dei giovani dei primordi
delle associazioni mafiose.
Oggi possiamo essere sorpresi e perfino rimanere increduli di fronte ai
racconti dei giovani di quell’epoca, ma allora giuramento e
rituali erano una cosa maledettamente seria e sicuramente hanno
contribuito a circondare la mafia di un alone di mistero e di fascino,
esercitando una indiscutibile e lunga attrattiva.
Essere chiamato uomo d’onore era un vanto, costituiva un titolo di merito, conferiva prestigio.
C’era posto per le donne in una società di uomini
d’onore? Per quanto i mafiosi abbiano cercato di negarlo, la
donna era presente in tutte e tre le maggiori organizzazioni mafiose.
Il maschilismo esasperato dei mafiosi li ha portati a negare il ruolo
avuto dalle donne nella costruzione delle strutture mafiose.
Per un altro periodo storico, altrettanto lungo, si è
addirittura negata l’esistenza della mafia – sostenendo
anche che parlare di mafia significava offendere la Sicilia
– sicché diventava davvero difficile studiare una
cosa che non esisteva.
“La maffia? Non l’ho mai sentita nominare”, sosteneva
nel novembre del 1901 un rampollo della famiglia Florio proprietaria,
fra l’altro, del giornale ‘L’Ora’.
Questa affermazione risuonò davanti al Tribunale di Bologna dove
era stato spostato per legittima suspicione il processo contro il
deputato Raffaele Palizzolo accusato di essere il mandante
dell’assassinio, avvenuto il 1° febbraio 1893, di Emanuele
Notarbartolo che era stato sindaco di Palermo e direttore del Banco di
Sicilia.
E per chiarire meglio il suo pensiero, Florio aggiunse a verbale:
“E’ incredibile come si calunnia la Sicilia”.
C’è stato un ‘sicilianismo’ esasperato.
Bisogna rileggere quel periodo per vedere quante munizioni sono state
fornite a un razzismo antimeridionale.
Negare l’esistenza della mafia o considerarla uno stato
d’animo o un modo d’essere è stato un tragico
abbaglio ed un errore drammatico perché tutto ciò ha
funzionato come uno schermo protettivo della stessa mafia.
Altre volte – tra gli anni quaranta e gli anni cinquanta –
si è cercato di minimizzare la presenza e l’importanza
della mafia.
Dai verbali della seduta del Senato in data 26 giugno 1949 possiamo leggere: “Se
passa una ragazza formosa un siciliano vi dirà che è una
ragazza mafiosa, se un ragazzo è precoce vi dirà che
è mafioso. Si parla della mafia condita in tutte le salse ma,
onorevoli colleghi, mi pare che si esageri”.
A pronunciare quelle parole fu il ministro degli Interni dell’epoca Mario Scelba.
A metà degli anni cinquanta, il magistrato Giuseppe Guido Lo
Schiavo, teorico dei maxi processi in epoca fascista, arriva ad
esaltare la mafia d’ordine e a rivolgere a Genco Russo,
successore del celebre capomafia siciliano Calogero Vizzini,
l’auspicio che il successore di Vizzini possa guidare la mafia
“sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e del
miglioramento sociale”.
Lo storico ha sempre avuto il problema dei documenti essendo i
documenti gli strumenti fondamentali, indispensabili, per il suo lavoro.
Questione che diventava più problematica di fronte alle
teorizzazioni della scuola lombrosiana, così chiamata dal nome
del suo maggiore esponente Cesare Lombroso, il quale pensava di
individuare l’uomo delinquente attraverso la misurazione del
cranio, oppure facendo ricorso alla razza, al clima, al consumo del
vino.
Il prefetto di Catanzaro nel 1884 scrisse che fra le cause della delinquenza organizzata c’erano “l’alta
temperatura atmosferica e l’abuso delle bevande alcoliche (che)
sono stimolo e spinta, trattandosi di popolazioni di passioni subitanee
come sono quelle del Mezzogiorno, a trascendere ad eccessi”.
Con questo bagaglio ideologico e con questo armamentario culturale si
pensava allora di combattere delinquenti e mafiosi che, invece di
scomparire, aumentarono.
Il problema dei documenti per uno storico esiste, non c’è alcun dubbio.
Lo si vide quando, a partire dagli anni ottanta, la storiografia
cominciò a fare ricerche d’archivio utilizzando le carte
giudiziarie, in particolare sentenze, dibattimenti processuali,
informative della polizia giudiziaria.
L’utilizzazione di questi documenti ha migliorato la conoscenza e l’interpretazione del fenomeno.
Eppure, per lo studio delle moderne associazioni criminali
occorrerà sapere analizzare un documento inusuale, ma
prezioso: il silenzio o, meglio ancora, i silenzi.
Sembra un paradosso, ma non lo è: il silenzio è un
originale documento storico; bisogna saperlo ascoltare
perché ci può dire molte cose.
C’è una parola che più di ogni altra è
significativa, e questa parola è omertà che è
sinonimo di silenzio.
Non c’è un solo silenzio, ci sono vari tipi di silenzio.
C’è il silenzio dell’associato che non parla per evitare che venga scoperto l’autore di un reato o perché il suo cosiddetto codice d’onore gli impone di tacere;
C’è il silenzio della vittima o delle persone terrorizzate che non parlano semplicemente perché hanno paura e non si sentono adeguatamente protette;
C’è il silenzio che nasce da una convinta adesione alle ragioni dei gruppi mafiosi; è il consenso che si esprime in varie forme;
c’è il silenzio che avvolge settori istituzionali e della società civile che non di rado hanno anche una particolare convenienza che deriva loro dai vantaggi economici e materiali che riescono a ricavare dal rapporto con i mafiosi; è l’antica pratica della convivenza;
c’è, a volte, il silenzio inquietante quando capita che qualche esponente delle forze dell’ordine o della magistratura si sia lasciato corrompere;
C’è il silenzio dei testimoni in un processo, e in tal caso l’interpretazione del magistrato è di necessità diversa da quella dello storico.
la pubblica accusa perde un’arma efficace contro l’imputato e il giudice dovrà assolvere la persona portata in giudizio perché non si è formata la prova in dibattimento.
Quel silenzio, dunque, ci parla di un clima di condizionamento e di terrore che si vive nel processo e nel luogo dove i fatti si svolgono.
Giudice e storico possono così pervenire a giudizi persino
opposti pur trattandosi dello stesso imputato e delle medesime
circostanze perché i criteri di valutazione sono diversi dal
momento che lo storico può utilizzare per le sue conclusioni
anche altri elementi che il giudice non può utilizzare se non
fanno parte dei documenti processuali.
Le sentenze dei tribunali possono fornire una documentazione essenziale
ai fini del lavoro dello storico, ma per il formarsi del giudizio
storico occorrono altri documenti che non si rintracciano nei falconi
giudiziari.
Se dovessimo basarci solo sulle pronunce giudiziarie dovremmo ricavarne
la conclusione che la mafia non sia esistita almeno per molti decenni
perché numerosissimi imputati venivano sistematicamente assolti
per insufficienza di prova.
Ciò porta ad una conclusione che vale sempre, sia per il
percorso storico di queste organizzazioni sia per
l’attualità: un conto è il giudizio dei tribunali,
un altro conto è quello degli storici.
Assolti in nome del popolo italiano il giorno dopo l’assoluzione venivano uccisi in nome del popolo mafioso.
Sono due momenti distinti e separati, ed è bene continuare a mantenerli distinti e separati.
La mafia ha questo di particolare: è un potere che si radica sul
territorio e tende a controllarlo in forma monopolistica.
Usa la violenza ed arriva ad eliminare i nemici di una cosca avversa,
oppure i propri avversari interni e, quando lo reputa necessario, anche
chi la contrasta dall’esterno.
Qualcuno ha definito la mafia come un antistato.
Un fatto è certo: essa è inconciliabile con uno Stato
democratico perché è un’organizzazione che
possiede armi;
ha un proprio esercito;
ha propri tribunali con sanzioni efficacissime e rapide;
ha un proprio apparato fiscale che funziona a meraviglia riscuotendo una tassa particolare, il cosiddetto pizzo;
ha una politica di scambi con l’estero poiché commercia tabacchi lavorati esteri, armi e droga;
ha soldi, tanti e tanti soldi, con i quali acquista immobili, ricicla denaro sporco, inquina l’economia legale, corrompe.
Semmai, più che antistato, essa ha vestito i panni di uno stato
nello Stato scimmiottando prerogative e funzioni statuali.
Non è stato sempre così, perché le mafie
variamente denominate hanno avuto una loro evoluzione che andrà
raccontata e spiegata.
Una delle caratteristiche delle organizzazioni mafiose è quella di aver saputo miscelare sapientemente violenza e consenso, omicidi e capacità di conciliazione, agguati e trattative.
Un’altra caratteristica importante è quella di avere una
faccia rivolta verso il basso e una rivolta verso l’alto, una
rivolta verso i ceti subalterni una verso i ceti dominanti; per questo
motivo è stata, a seconda dei casi e delle convenienze,
mafia popolana e mafia borghese
mafia dei diseredati e mafia anticontadina a difesa dei privilegi del feudo
mafia dei senzatetto e mafia dei palazzinari.
Per lungo tempo si è pensato, sbagliando, che la mafia fosse solo un problema criminale e delinquenziale da affrontare con le armi classiche della repressione poliziesca e giudiziaria.
Presenze mafiose, più o meno consistenti e strutturate, sono
visibili in momenti di trapasso da un regime ad un altro o in momenti
di svolta storica.
Il già citato prefetto Gualtiero scrisse che “i liberali
nel 1848, i Borbone nella Restaurazione, i garibaldini nel 1860, ebbero
tutti la necessità medesima, si macchiarono tutti della istessa
colpa”.
Si potrebbe precisare: non tutti allo stesso modo e per le medesime
finalità. Tuttavia non si può chiedere ad un prefetto di
distinguere e di precisare come, invece, può fare uno storico.
Il caso più significativo, e forse più noto, è
quello successo nell’estate del 1860 quando, al momento
dell’arrivo di Garibaldi a Napoli, il ministro della polizia
borbonica Liborio Romano cooptò la camorra nella Guardia
cittadina con il compito specifico di assicurare l’ordine.
Nelle sue memorie politiche raccontò come avesse pensato di “prevenire la triste opera dei camorristi offendo ai più influenti loro capi un mezzo per riabilitarsi”.
Liborio Romano convocò a casa sua “il più rinomato” fra i camorristi e gli disse che era sua “intenzione
tirare un velo sul loro passato e chiamare i migliori fra essi a far
parte della novella forza di polizia”.
E’ una magistrale descrizione dell’uso della malavita
organizzata come instrumentum regni: qui sta una delle ragioni del suo
successo e della sua lunga sopravvivenza storica attraverso vari regimi.
Quando crollò il fascismo la mafia – che non era sparita
come avevano pensato, illudendosi, i gerarchi del regime dopo
l’azione del prefetto Mori – rialzò la testa e
ricominciò la sua ascesa nella società favorita
dalle convulsioni tipiche dell’immediato dopoguerra come mostrarono la vicenda di Salvatore Giuliano e la strage di Portella delle Ginestre e
dall’avvio della lunga e tormentata stagione della guerra fredda nel corso della quale cosa nostra svolse un ruolo e una funzione.
Nel suo percorso storico le mafie hanno incontrato la politica e le istituzioni; anzi, per essere più precisi, pezzi della politica e delle istituzioni, settori particolari, non entità astratte, ma uomini in carne ed ossa che con le mafie sono entrate in relazioni di varia natura a cominciare dall’uso strumentale della sua forza in determinati tornanti storici e, soprattutto, in tempi a noi più vicini, con la richiesta di voti nel corso delle competizioni elettorali.
La legge sullo scioglimento dei consigli comunali per inquinamento
mafioso mostra da un lato il grado di penetrazione dell’influenza
mafiosa sui comuni – celebre il caso del sindaco di Palermo Vito
Ciancimino il cui consiglio comunale non fu sciolto perché
mancava ancora la legge – dall’altro lato la
capacità dello Stato di approntare misure adeguate alla bisogna.
E’ accaduto in determinati momenti che uomini della politica o
dello Stato abbiano utilizzato mafiosi o, viceversa, che mafiosi
abbiano utilizzato uomini della politica e dello Stato.
Questa è una delle caratteristiche delle organizzazioni mafiose
che sono tali proprio per la capacità di tenere queste relazioni
non solo con ambienti e uomini politici ma anche economici e finanziari.
E’, però, storicamente infondata l’idea che la
politica, tutta la politica, abbia trattato o abbia avuto rapporti con
la mafia perché c’è anche – ed è
particolarmente rilevante – la storia di conflitti finiti
drammaticamente nel sangue; basta scorrere l’elenco delle vittime
di mafia per rintracciare i nomi di uomini politici e delle istituzioni.
Tra le vittime si possono ricordare qui almeno quelle più significative
perché hanno segnato particolari stagioni politiche come il democristiano Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia o il comunista Pio La Torre, segretario regionale del PCI siciliano, la cui morte spinse il Governo dell’epoca a inviare in Sicilia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso a sua volta pochi mesi dopo
perché si tratta di personalità note anche fuori dell’Italia: i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Sono tutti omicidi che avvengono quando a capo di Cosa Nostra arrivano
i corleonesi di Totò Riina, i viddani come li definisce con
disprezzo uno dei più famosi collaboratori di giustizia, Tommaso
Buscetta.
Riina arriva al potere dentro Cosa Nostra dopo aver eliminato Stefano
Bontate e Tano Badalamenti, il primo ucciso e il secondo
‘posato’, cioè messo da parte, espulso, entrambi
esponenti di una mafia che – pur commettendo tanti omicidi
– era più interessata agli affari e al potere locale, e
non era minimamente intenzionata a confliggere con lo Stato.
Il governo mafioso di Cosa Nostra da parte di Totò Riina
è costellato da una serie impressionante di omicidi eccellenti
culminati con le tragiche stragi di Capaci e di via
D’Amelio del 1992.
Se guardiamo alla storia della mafia siciliana dalle origini ai nostri
giorni, è forse possibile considerare la gestione di Totò
Riina come un’anomalia perché l’essenza della mafia
non è il conflitto armato con lo Stato, ma la mediazione,
l’accordo, la trattativa, la “coabitazione” per usare
un termine utilizzato dalla Commissione parlamentare antimafia.
Dagli anni sessanta del Novecento le organizzazioni mafiose hanno avuto un notevole sviluppo muovendosi in due direzioni:
L’espansione in territori diversi da quelli tradizionali, l’internazionalizzazione e l’inserimento in nuovi mercati criminali, primi fra tutti quello della droga, ha consentito dunque alle organizzazioni mafiose un’enorme accumulazione di capitali illeciti e criminali che le hanno reso ricche e potenti. Le mafie, dunque, non si possono considerare soltanto organizzazioni militari, ma vere e proprie imprese criminali.
Tutto ciò ha garantito un’enorme accumulazione di denaro che ha reso ricche e potenti le varie strutture mafiose.
Gli ultimi decenni che abbiamo alle spalle hanno registrato il periodo
di più intenso sviluppo delle organizzazioni criminali e nel
contempo hanno messo in luce la capacità dello Stato di
rispondere agli attacchi che sono stati numerosi, frequenti e
devastanti come ha dimostrato la lunga stagione culminata con le stragi
di Capaci e di via D’Amelio, cui sono seguite quelle di Roma, di
Milano e Firenze dell’anno successivo.
Il semplice elenco, seppure parziale, di alcune delle leggi approvate
dal Parlamento e degli strumenti approntati danno un’idea delle
cose fatte:
Leggi: legge Rognoni – La Torre, sequestri di persona, beni
confiscati, collaboratori di giustizia, 41 bis ordinamento
penitenziario.
Strumenti: DNA, DDA, DIA.
La lunga durata delle organizzazioni mafiose si spiega con la
capacità di radicarsi sul territorio e di sviluppare originali
strutture che sono diverse per ogni singola organizzazione.
Cosa Nostra con la commissione provinciale – la cupola per usare
un termine più noto – ha avuto la capacità di
controllare e di dirigere le diverse famiglie sparse sul territorio.
La ‘ndrangheta la cui struttura di base è la
‘ndrina, o cosca, che poggia sulla famiglia naturale del
capobastone, sui parenti diretti – anche se non bisogna mai
pensare che tutti i parenti diretti di uno ‘ndranghetista siano a
loro volta ‘ndranghetisti – dalle origini fino a qualche
anno fa non ha avuto una unica struttura di comando, ma ha fondato il
controllo del territorio sulla forza della ‘ndrina locale.
La diversa struttura locale ha avuto esiti diversi in determinati
momenti, soprattutto quando è emerso e si è sviluppato il
fenomeno dei collaboratori di giustizia.
Cosa nostra è stata squassata dalle dichiarazioni dei
collaboratori e la stessa cosa è toccata alla camorra e alla
sacra corona unita, mentre la ’ndrangheta è rimasta
pressoché immune data la sua struttura familiare che ha
preservato le ‘ndrine; ed infatti nessun capo della
‘ndrangheta ha collaborato con la giustizia.
Per concludere voglio solo ricordare che in Italia dal 1962 esiste una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia.
Quando nacque era limitata alla sola Sicilia, poi anch’essa si
è trasformata fino ad interessarsi non solo dell’Italia ma
anche delle connessioni delle mafie italiane con quelle straniere
operanti sul territorio internazionale dall’Europa agli Stati
Uniti.
L’archivio dell’Antimafia – dalla prima a quella
attuale – è un preziosissimo giacimento di materiale
documentario che serve sicuramente a illuminare i momenti salienti
degli ultimi decenni.
|
La lezione inaugurale del corso di Roma Tre venerdì 5 novembre
UNIVERSITA' DEGLI STUDI ROMA TRE
Lezione inaugurale
Storia della criminalità organizzata a Roma TrePrimo corso sulla mafia istituito da un Ateneo italiano
Venerdì 5 novembre 2004 – ore 10 Aula Magna del Rettorato – Via Ostiense 159, Roma Interverranno oltre al Rettore Guido Fabiani: Virginio Rognoni, Pierluigi Vigna, Roberto Centaro, Giuseppe Lumia, Piero Grasso, Enzo Ciconte, Salvatore Mazzamuto La Facoltà di Giurisprudenza (Cattedre di Diritto Penale - Proff. Fiorella e Trapani) e la Scuola Dottorale Internazionale di Diritto ed Economia 'Tullio Ascarelli' di Roma Tre inaugurano quest’anno un Corso seminariale sulla Storia della Criminalità organizzata - il primo ad essere istituito da un Ateneo italiano - che analizzerà il fenomeno mafioso nei suoi molteplici aspetti. A tenere il corso sarà Enzo Ciconte, esperto di mafia calabrese e consulente della Commissione Antimafia. Il Corso è organizzato nell'ambito didattico della facoltà di Giurisprudenza. Dal brigantaggio alla distinzione tra le principali associazioni criminali, dai grandi traffici internazionali al maxi-processo di Palermo, dalle fase stragista alla ‘calma apparente’ dell’ultimo decennio, Ciconte tenterà di rileggere in maniera originale le fasi salienti della nascita e dello sviluppo della criminalità organizzata, analizzando tanto le connessioni con il mutamento del tessuto politico e sociale quanto le risposte elaborate dall’ordinamento giuridico. L’inaugurazione, che avrà luogo alla presenza di alcune delle massime istituzioni dello Stato e dei maggiori esperti del fenomeno mafioso, prevede al termine degli interventi un ampio dibattito con gli studenti presenti, che hanno già mostrato un notevole interesse nei confronti della proposta didattica. Oltre 350, infatti, sono gli studenti iscritti ad oggi. Gli incontri (in numero di dieci da svolgersi a partire da venerdì 5 novembre ore 10 in Aula Magna e, a seguire, tutti i lunedì dalle 17.45 alle 19.45 in aula 2) verranno articolati in moduli di due ore. Per info e iscrizioni: storia_crimine_organizzato@hotmail.com |
Ai sensi della legge n.62
del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e
del web@master.