
| IL SEGRETARIATO GENERALE DELLE FINANZE DI NAPOLI DAL 1 APRILE AL 31 OTTOBRE 1861. NAPOLI STABILIMENTO TIPOGRAFICO BELLE BELLE ARTI 1861 |
"Le
intime relazioni del Banco colla Tesoreria non rendono inutili alcune
parole sopra di questa istituzione che ci fornisce una prova di più del
mirabile meccanismo finanziero delle Provincie Napoletane. Sono parole dell'uomo che Cavour aveva inviato a Napoli per unificare le finanze meridionali col regno sabaudo. Sacchi resta colpito dall'efficace e leggero sistema impositivo napoletano. Certo lo si sarebbe potuto amlagamare e migliorare, invece si prefrì cancellarlo e impoprre il sistema bonapartista sardo-piemontese. |
Ai Consiglieri di Luogotenenza a Napoli eran succeduti i Segretarii Generali. I Ministeri ridotti a quattro Dicasteri: dell'Interno e Polizia; di Grazia e Giustizia ed Affari Ecclesiastici; di Agricoltura Commercio e Pubblica Istruzione; dei Lavori Pubblici e Finanze.
Per la dimissione del signor La Terza trattavasi di trovargli un successore. Fui chiamato a tal carica dal mio tranquillo e lieto soggiorno di Cagliari, ove da tre anni disimpegnava il posto di Direttore delle Contribuzioni e Catasto della Sardegna.
Presentatomi al Conte di Cavour per riceverne le istruzioni, altro non mi raccomandava che di compire prontamente la unificazione doganale, onde le Provincie Meridionali cominciassero a provar subito i benefici effetti del nuovo regime.
E a me che stava esitando sull'accettazione dell'arduo assunto, soggiungeva con quel suo fare pronto e decisivo che non ammetteva replica — Vada, vada, se non riuscirà si consolerà con tutti coloro cui toccò ugual sorte.
11 preludio non era a dir vero troppo consolante, ma non toglieva almeno la speranza di un giudizio meno sfavorevole in caso di non riuscita.
Poche ore dopo il Rubicone era passato.
Quale era quindi il compito del Segretario Generale delle Finanze in Napoli?
AI suo giungere gli toccava studiare anzi tutto le condizioni del paese, portarvi un animo vergine da ogni preconcetta idea, esaminare l'indirizzo del governo locale in tutto il periodo che lo separava dal 7 settembre, indagare
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le cause che aveano dato luogo ai frequenti cambiamenti nel personale preposto alla suprema direzione della pubblica cosa e giudicare da se quali erano i principali bisogni cui si potea e si dovea soddisfare, e quali le cause che aveano principalmente prodotto quel generale malessere che trovava spiegazioni le più svariate ed opposte le une dalle altre.
II
Nel periodo che era trascorso dal 7 Settembre 1860 al 1° Aprile 1861, si erano succeduti tre diversi governi, e molti nomi eminenti aveano preso parte all'Amministrazione Suprema della cosa pubblica.
Alla Dittatura poneva fine il plebiscito. Egli fu questo un periodo di lavoro interno complicatissimo e grave. Succedeva questo potere come per incanto ad un governo che veniva riputato solidissimamente stabilito. Gli ultimi avanzi dei difensori della caduta Monarchia rinchiusi nei limiti di una fortezza, si dibattevano invano contro la prepotenza dei destini d’Italia. Questo periodo non fu forse abbastanza lungo per dare quei risultamenti che si attendevano da un potere, supremo arbitro del paese. Incombeva sostanzialmente alla Dittatura di fare sparire, per quanto era possibile, tutto ciò che risvegliar potesse l'idea dell’antica Monarchia, creando nuovi fatti, e dando vita e soddisfazione a bisogni nuovi, i quali immedesimandosi colle sorti del Governo che sorgeva, fossero interessati alla sua conservazione ed al suo maggiore sviluppamento.
Questo periodo esser dovea il più fecondo di grandi fatti. Col l'implacabile taglio della sua spada onnipossente eliminar dovea tutto ciò che era fracido e provvedendo alla Finanza far sorgere qua e là tali e tante opere che scavassero come un abisso tra il passato ed il presente.
Il Generale Garibaldi con quel mirabile instinto che caratterizza le grandi individualità avea traveduta la convenienza di protrarre i suoi straordinarii poteri.
Ma gli elementi che lo circondavano non erano sempre d'accordo tra di essi, anzi discordi il più delle volte. Mentre tutti miravano a fare l'Italia, chi voleva giungervi per una via e chi per l'altra. E mentre la formola Monarchica era sulla bocca di tutti, sorgevano non pochi dubbii,
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che i mezzi adoperati ed i concetti che si sviluppavano non conducessero a tutt'altro scopo.
Da ciò le incertezze continue nelle alte regioni del potere, e quell'andamento irregolare che faceva procedere la cosa pubblica a sbalzi, senza una norma ben chiara e definita.
Per l’urto di si diverse correnti, la Dittatura diveniva affatto impotente a fare il bene che dalla medesima si attendeva. Gli istinti generosi del Generale completamente paralizzati e gli sforzi intelligenti e patriottici dei Consiglieri che lo avvicinavano distruggendosi a vicenda, la cosa pubblica cadeva in sempre maggior confusione.
La guerra inoltre che stavasi combattendo contro gli avanzi dell'antica Monarchia, minacciava di farsi pericolosa alla giovane armata meridionale. Malgrado i suoi sforzi eroici ed il suo slancio sublime, la disciplina degli avversarii e la natura degli ostacoli che dovea superare per raggiungere un completo trionfo, poteano mettere in forse il risanamento finale della lotta gigantesca.
La piega che stavano prendendo le cose decise l’intervento dell'Italia del Nord.
Questo intervento portò naturalmente al plebiscito. Dal plebiscito la conseguenza di un potere più ordinato e regolare.
III.
Al Signor Farini toccar doveva questo secondo compito. Distinto storico, patriotta eminente, di fede inconcussa nei destini italiani, egli avea fatto e come amministratore e come uomo politico le sue belle prove nell'Emilia. Tutti stavano in grande aspettazione di lui.
Ma era evidente che egli avea a lottare contro gli elementi tutti che erano sorti dalla Dittatura. Egli trovò molti interessi non soddisfatti, molti bisogni sollevati, i moti incomposti di un'ardente gioventù ebbra del successo, da contenere e guidare.
Succeder dovea a Farini ciò che interviene generalmente a tutte le più generose nature in simili frangenti. Volendo dominare forze che erano nella pienezza del loro vigore, i suoi migliori disegni si ruppero contro la massa compatta degli ostacoli che gli attraversavano per ogni dove il cammino.
Per quanto sussidiato dai consigli di belle ed ammirabili intelligenze, dovette ritirarsi dall'arena, non per mancanza
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di abilità, né per difetto di mezzi, ma per il corso irresistibile della rivoluzione, che essendo nelle menti di tutti, era stata fermata a metà del suo corso.
Primo atleta del movimento riformatore, ma composto ed ordinato che andava a surrogare la febbrile impazienza dei giovani campioni che aveano iniziata la lotta, soggiacque il Farini alla sorte comune di coloro che in tali cast si presentano primi nell'aringo.
Egli si ritrasse dalla scena campione spossato anzi che vinto, per raccogliere nella calma della vita ordinaria le sue forze e prepararle ad altre lotte.
IV.
A lui succedette la Luogotenenza del Principe. La rettitudine dello spirito di S. A., il nome venerato che lo precedeva, il principio che rappresentava, e dicasi puranco il senno ammirabile che lo caratterizzava erano già un cominciamento di successo. Fu posto ai suoi fianchi un giovane diplomatico di modi distinti,di sentimenti elevati, di grande penetrazione, e tale da assicurare un completo trionfo del principio sorto dal Plebiscito, se pure fosse stato possibile di trionfare in poco tempo di tutte le difficoltà che rendevano malagevole il governo delle Provincie meridionali.
La rivoluzione avea per un momento sgominato il partito affezionato al cessato ordine di cose, ma questo partito avea aderenti possenti in tutte le classi della società. Non osava manifestarsi apertamente. Il voto Nazionale lo avea sorpreso, ma non spento. Gli interessi contrarii erano concitati, ma non soddisfatti, anzi contrariati in gran parte dall'avviamento delle cose. Il nuovo governo che avrebbe avuto bisogno di appoggiarsi interamente sopra interessi nuovi, costretto a camminare sulle orme dell'antico, dall'indirizzo a cui gli avvenimenti lo aveano condotto.
Tale era la situazione trovata dal Principe. Egli non poteva cambiarla. Dovea subirla in tutte le sue conseguenze.
Il tempo de9 grandi fatti era irrevocabilmente passato.
Era facile prevedere che col decreto del 5 maggio l'esistenza della Luogotenenza diventava molto problematica. Mentre in faccia alle popolazioni essa conservava tutto il
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prestigio del Potere effettivamente non era più tale,
Potevano presentarsi frequenti le contingenze in cui chi era a contatto dei fatti avrebbe creduto di agire in un senso, mentre il potere centrale a cui non giungevano che per riverbero avrebbe giudicato più opportuno un indirizzo diverso.
Risponsabile il governo Centrale in faccia al Parlamento dell'andamento della pubblica cosa, non poteva non aver ragione sopra un potere secondario, che non era che una sua emanazione.
Questa reciproca situazione era di natura a rendere ben difficili i rapporti tra i due poteri.
Quando gli storici imparziali delle due prime Luogotenenze si faranno a considerare la posizione loro in rispetto al rivolgimento politico che erasi creato nel Paese, troveranno ragioni di lode, anzi che di biasimo per quei due periodi di lotta gigantesca e pericolosa. Troveranno che era necessaria una ben grande maturità di senno ed una incredibile fermezza per evitare ogni collisione che avrebbe turbato l'ordine mirabile degli avvenimenti, gettato nell’Europa il seme del dubbio sull'opera nostra e fuorviati i suoi giudizii sopra le cose Italiane.
Era ben arduo il problema che si erano assunti di risolvere. Trattavasi di far uscire il Paese dalla sfera dell'agitazione per portarlo sul terreno della più stretta legalità rispettando gli interessi più opposti.
Facile si presenta il concetto di costruire un edifizio nuovo con elementi di nuova creazione; ma il pensiero di trasformare un paese servendosi dei materiali più dissimili ed opposti, è tale concetto da sgomentare i più ardimentosi.
Senza giudicare se questo sistema fosse il migliore, non puossi a meno di ammettere che grandemente umanitaria ne fu l'idea e tale da consiliare la più grande ammirazione ai suoi artefici, quando la riuscita ne avesse coronato gli sforzi.
La via prescelta era incontrastabilmente la più opportuna per la politica esterna; ma essa era nel tempo stesso la più ardua per l'andamento interno della cosa pubblica.
A costo anche di urtare il gusto di molti, non possiamo a meno di ammirare gli uomini cui tale ardito compito fu affidato. Espi dovettero riputarsi ben forti nella coscienza del loro diritto, per poter procedere in una via irta di tante difficoltà, che,
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senza far cessare molte avversioni, era di natura a creare molte disaffezioni al loro Potere.
Eppure così fu delle due prime Luogotenenze. Esse doveano logorare molte nobili esistenze politiche, e spezzare le forze di molti di cui la Nazione si sarebbe grandemente onorata in tempi più calmi e regolari.
Prima di correre al troppo facile biasimo, onoriamo il sacrifizio fatto alla Patria di tante belle individualità, alle quali si attribuirono colpe ed errori che meno da esse che dalla situazione dipendevano.
Vi hanno taluni che giudicando leggermente delle cose gettarono contro le popolazioni napoletane la taccia di ingovernabili.
Sette mesi di permanenza fra le medesime ed a Capo di una amministrazione che abbraccia i più grandi e vasti interessi, mi hanno posto in grado di dare quanto meno un giudizio coscienzioso.
Queste popolazioni sono appassionate per tutto ciò che colpisce i sensi e la immaginazione.
Inchinevoli a trasporti delle più vive passioni, feconde negli espedienti, di ingegno fertilissimo, piene di brio, di grazia e d’arguzia, facili ai giudizii, disposte per natura a tutto ciò che è buono e bello, esse hanno bisogno di amare e di essere amate, l'indifferenza per esse è impossibile. Se non che non poteva Napoli sottrarsi alla sorte comune a tutti i paesi che escono da un grande commovimento politico.
In tali casi gli Stati non si ricompongono a perfetta calma che quando la maggior parte degli interessi che diedero luogo al rivolgimento, o che nacquero dal medesimo si trovano completamente soddisfatti, ovvero quando il vigore della nazione spossato dalla lunga lotta prova il bisogno di riacquistare le abitudini della tranquillità onde riparare le sue forze esaurite.
E per altra parte presso una popolazione vivacissima lungamente compressa, non era possibile che l'attività individuale non si traducesse in atti e manifestazioni piene di vivacità.
Taluni troppo timorati, o di troppo facile impressionabilità videro atterriti la patria in pericolo; ma per noi che nell'andamento dell'umanità teniamo maggior conto del complesso dei fatti di un ordine Superiore, che non de' moti
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individuali, non rappresentavano queste subite commozioni che l'ultimo agitarsi disordinato e confuso de' marosi che dopo la procella mantengono ancora per qualche tempo il mare minaccioso e mal sicuro.
L'abile nocchiere non se ne atterrisce, non si abbandona a sconforti, né ad atti precipitosi, ma raccoglie con destrezza quanto gli rimane di vigore e si riduce a sicuro salvamento lottando con raddoppiata abilità contro gli ultimi avanzi della tempesta.
V.
Si dirà che in questo scritto si trova una parola di elogio per tutto e per tutti.
Per noi la causa Italiana è affatto impersonale. Noi la consideriamo da un punto di vista ben più elevato che quello non sia degli uomini che la propugnarono vinsero e caddero con una vicenda troppo comune nei fasti di tutti i rivolgimenti politici delle nazioni, per avere il coraggio di gettare una pietra di più sulla loro tomba.
In altri tempi potea la volontà di un uomo sussidiato da un grande ardire e da un genio agli altri superiore, stringere in un fascio i popoli più diversi e crearne degli Stati.
Oggi invece sono le grandi frazioni dei diversi gruppi sociali separati e divisi che tendono a ravvicinarsi per l'impeto naturale delle cose.
I bisogni crescenti, la necessità di soddisfarli bene, prontamente ed a poco costo, creano una forza di attrazione irresistibile che avvicina le diverse parti delle Nazionalità divise. Tutto tende a rendere impossibile la esistenza del piccoli stati, perché questi non sono più che altrettanti inciampi al maggior benessere sociale a cui l'umanità aspira. Devono sparire le linee Doganali, devono sparire le distanze. Gli uni devono dare agli altri, quanto più prontamente sia possibile ciò che sopravanza al soddisfacimento dei loro bisogni, e riceverne quanto loro manca. Ogni ostacolo a questo pronto scambio di prodotti materiali ed immateriali crea la impazienza ed il malessere sociale. La stampa, il telegrafo, le strade ferrate sono i grandi compositori delle Nazionalità.
Ma per quante le diverse parti di una nazionalità lungamente frazionata sentano il bisogno di ravvicinarsi, di fondersi,
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questo lavoro non può a meno di spostare molti radicati interessi, urtare in molte antiche abitudini che hanno preso il luogo di bisogni e quindi dar luogo a non pochi dolori momentanei.
La Francia non raggiunse compiutamente la sua unificazione che passando per i ferrati ostelli di Luigi XI, per le mani implacabili di Richelieu e col sacrifizio infine delle sue più illustri vite.
Quanto non siam noi più felici che camminiamo verso lo stesso ultimo fine col solo sacrifizio di qualche ambizione mortificata, di qualche fama precipitata nel la polvere dal suo tripode d'oro.
Dichiariamo più nettamente il concetto.
I grandi rivolgimenti politici sono la conseguenza di una serie di fatti e fenomeni sociali che vanno svolgendosi pel corso naturale degli avvenimenti mondiali.
Essi prepararsi lentamente passando inosservati ben sovente a coloro stessi cui possono nuocere.
Quando si compiono la umanità li subisce, non li domina.
La vittoria allora non è del più forte, ma del più sagace.
VI.
Ma lasciamo i campi delle astrazioni per portarci sopra il terreno della pratica e nella parte specialmente che ci siamo prefissi di esaminare.
Quale era la situazione delle Finanze al primo aprile? Quali i bisogni e gli interessi che ad un Capo di tale amministrazione incumbeva specialmente di soddisfare?
Nei tempi di rivolgimenti politici, devono lasciarsi fuori questione gli ordinamenti amministrativi che escono dalla sfera politica. Tanto più devono essi rispettarsi quando non si abbia un nuovo sistema da sostituirvi di una provata ed incontrastabile superiorità.
Quanto alle Finanze erasi ben lungi dal poter deviare da questa massima generale di ordine amministrativo e di una opportunità incontrastabile.
Si possono sconvolgere più o meno tutti gli altri rami amministrativi, senza che il corpo sociale ne provi un gran perturbamento, ma non così potrebbe dirsi quando si pone la mano imprudentemente nel meccanismo finanziario sempre
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delicato e complicato per tutti gli svariati e moltiplici interessi che ne derivano.
Il sistema di percezione della fondiaria, la prima e la più importante delle risorse dello Stato, era incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro che si avesse forse in Italia.
Lo stato, senza avervi quella minuziosa ingerenza che vi ha in Francia e nelle antiche Provincie, ove si fece perfino intervenire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, avea assicurato a periodi fissi e ben determinati l’incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte dei Contabili.
Alla Tesoreria Generale affluiscono tutte le contabilità con un ordine ammirabile.
I Ricevitori degli altri cespiti, del Registro e Bollo, delle Dogane, della Lotteria, sono sorvegliati e diretti dalle rispettive Amministrazioni, e fanno tutti affluire egualmente alla Tesoreria Generale per mezzo dei Ricevitori distrettuali e generali i proventi dai medesimi incassati.
La Tesoreria Generale coi suoi due uffizii di introito e di esito; colla Scrivania di razione che si assicura della legalità dei pagamenti e la Controlleria che tutte riassume le operazioni dei tre detti ufficii presenta un abilissimo congegno. Potrebbe forse farsi di meno della Pagatoria.
Parlando della Tesoreria bisogna aver presente il Banco, che è il vero Cassiere dello Stato introitando tutto il danaro del medesimo ed eff