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Giuseppe Ressa, Il Sud e l’unità d’Italia - edizione marzo 2007 in formato pdf

Fonte:
http://www.ilportaledelsud.org

GIUSEPPE RESSA

IL SUD E L’UNITÀ D’ITALIA

dalla storiografia ufficiale alla realtà dei fatti

Edizione completamente rivista, arricchita ed aggiornata
Edizione elettronica a cura del Centro Culturale e di Studi Storici
“Brigantino - Il Portale del Sud”, Napoli
Questa edizione risale al dicembre 2005
L'edizione marzo 2007 - in formato zip - puoi scaricarla dal sito:
http://www.ilportaledelsud.org

webmaster: ALFONSO GRASSO
COPYRIGHT 2003
Tutti i diritti riservati
INDICE

Premessa

Introduzione:


IL REGNO DELLE DUE SICILIE PRIMA DELL'UNITA'


LE CONSEGUENZE DELL’ANNESSIONE

Premessa

La voglia di saperne di più sulla storia del Sud d'Italia, al momento della sua annessione al resto della Penisola, mi è venuta anni fa sulla spinta di movimenti culturali che avevano cominciato a esporre gli avvenimenti in una luce diversa dalla solita; in più, un mio paziente, il dottor Augusto Santaniello, mi aveva regalato un libro sull’argomento che mi ha aperto, finalmente, gli occhi.

Impiegando tutto il mio tempo libero degli ultimi sei anni, ho letto, riletto e confrontato migliaia di pagine appartenenti a decine di testi, comuni e rari, sono venute fuori delle nozioni che vengono qui proposte. Speriamo che servano ad alimentare una più serena ed obiettiva visione degli avvenimenti dell’epoca; il momento mi sembra propizio, dato che oramai si guarda al di là dei confini del proprio paese e si aspira a diventare cittadini del mondo.

La cosa curiosa è che, generalmente, sono proprio uomini provenienti dal Sud i più restii ad una revisione sistematica della storiografia nazionale, cercano di cancellare ogni traccia linguistica della propria regione di origine, ne disprezzano gli usi e i costumi, ne infangano la memoria, esaltando nel contempo tutto ciò che è "non meridionale". Spesso l’ostacolo è solo ideologico ma "la storia non può essere studiata secondo le direttive del partito in cui si milita o di cui si condivide l’ideologia e il programma politico. Dobbiamo liberamente ricostruire il nostro passato anche se ciò significa porsi controcorrente, con il risultato di non essere congeniali né agli storici di destra che di sinistra.”[1] I primi storici liberali, servili adulatori del sovrano Vittorio Emanuele II di Savoia, hanno costruito una storiografia risorgimentale distorta, sacrificando la verità sull’altare dell'ideale di unità nazionale; dopo più di centoquarant’anni, incredibilmente, la storia viene insegnata nelle scuole allo stesso modo non tenendo conto di acquisizioni che dovrebbero farla modificare radicalmente: viene ancora detto che l'unità d'Italia ha salvato il Mezzogiorno dalla sua arretratezza economica e culturale.

Una persona intellettualmente onesta deve, però, essere disposta a guardare con obiettività i fatti perchè "il dominio dei luoghi comuni non è tanto la biblioteca dello studioso di storia, quanto lo scrittoio dell’uomo di media cultura[2]. Contemporaneamente non bisogna farsi ammaliare dalle sirene di un meridionalismo arrabbiato; intendiamoci: il Sud d’Italia ha ragioni da vendere, per lo scempio che e’ stato fatto, dopo l’unificazione, del suo tessuto economico e sociale, ma gli stessi motivi che ci inducono ad affermare che la storiografia ufficiale e’ falsa non ci fanno cedere a discorsi del tipo "tutto andava bene al Sud, non abbiamo commesso errori ma abbiamo ceduto alla forza militare del nemico”.

Per comodità di lettura ho posizionato le oltre quattrocentocinquanta note, con i relativi riferimenti bibliografici, a piè di pagina. Fondamentale, per questo testo, l’opera di Alfonso Grasso con i suoi suggerimenti continui e la revisione generale dello scritto.

Ringrazio per i contributi: Antonio Pagano, Alessandro Romano, Umberto Pontone, Marina Salvadore, Carmine Colacino, Maria Russo, Nicola Zitara, Aldo Musacchio, Mauro Tacca e Giulia Taglialatela.

Dopo la prima stesura del testo, il dottor Marco Cappetta mi ha inviato la sua pregevolissima tesi di laurea "L’industria della Campania tra il Regno delle Due Sicilie e Italia unita”, discussa alla facoltà di Giurisprudenza della Libera Università Maria SS. Assunta di Roma il 22 luglio 2004 e dalla quale, dietro sua autorizzazione, ho tratto molte altre preziose informazioni.

Introduzione

Lo Stato e la rappresentazione storiografica "ufficiale”

 

Le Due Sicilie erano lo stato italiano preunitario più esteso territorialmente e comprendevano tutto il Sud continentale d’Italia, l’Abruzzo, il Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia, nel 1860 vi erano poco più di nove milioni d’abitanti (poco più di un terzo di tutta la Penisola); era diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia: Napoli e la sua provincia; Abruzzo Citeriore con capoluogo Chieti; Primo Abruzzo Ulteriore con capoluogo Teramo; Secondo Abruzzo Ulteriore con capoluogo L’Aquila; Basilicata con capoluogo Potenza; Calabria Citeriore con capoluogo Cosenza; prima Calabria Ulteriore con capoluogo Reggio; Seconda Calabria Ulteriore con capoluogo Catanzaro; Molise con capoluogo Campobasso; Principato Citeriore con capoluogo Salerno; Principato Ulteriore con capoluogo Avellino; Capitanata con capoluogo Foggia; Terra di Bari con capoluogo Bari; Terra d’Otranto con capoluogo Lecce; Terra di Lavoro con capoluogo Capua e poi Caserta; in Sicilia i capoluoghi di provincia erano: Palermo, Trapani, Girgenti (Agrigento), Caltanisetta, Messina, Catania, Noto.

La storia delle Due Sicilie era cominciata nel lontano 1130 con i Normanni e il loro sovrano Ruggero II, il regno durò 730 anni e i suoi confini rimasero in pratica invariati comprendendo comuni che avevano spesso origine greca; le dinastie che si susseguirono ebbero origini straniere e questo avvenne per l'oggettiva incapacità di generarne una propria ma occorre rilevare che i loro sovrani divennero in breve dei Meridionali a tutti gli effetti, assumendone la lingua e le usanze. Ai Normanni (1130-1194), seguirono gli Svevi (1194-1266), gli Angioini (1266-1442) e gli Aragona (1442-1503); a loro subentrarono gli Spagnoli (1503-1707) e poi gli austriaci per solo ventisette anni (1707-1734); i più importanti sovrani delle varie casate furono nell’ordine: Ruggero II d’Altavilla , Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona e il vicerè spagnolo Pedro de Toledo. Nel 1734 la Spagna rioccupò il Regno strappandolo agli Asburgo e iniziò l’era borbonica con i suoi re: Carlo (1734-1759), Ferdinando I (1759-1825), Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859) e Francesco II (1859-1861).

Carlo, figlio di Filippo V, re di Spagna e di Elisabetta Farnese, entrò in Napoli il 10 maggio 1734, sconfisse il 25 maggio gli Austriaci nella battaglia di Bitonto[3] e mise la Nazione sotto uno scettro "che unisce ai gigli d’oro della Casa di Francia ed ai sei d’azzurro di Casa Farnese le armi tradizionali delle Due Sicilie: il cavallo sfrenato, vecchia assise di Napoli e la Trinacria per la Sicilia[4]; l’incoronazione di Carlo si celebrò, l’anno successivo, nel duomo normanno di Palermo, a testimoniare la continuità della monarchia meridionale nata nello stesso luogo nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II.

Nella successiva guerra contro l’Austria, del 1744, Carlo fu vittorioso a Velletri, e si confermò nuovo interprete e simbolo della secolare Nazione: il Sud d’Italia non aveva più a capo un semplice vicerè ma un sovrano tutto suo: "Amico, cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe. Interessianci [interessiamoci] all’onore della nazione. I forestieri conoscono, e il dicono chiaro, quanto potremmo noi fare se avessimo miglior teste. Il nostro augusto sovrano fa quanto può per destarne[5]; successivamente, con la Prammatica del 6 ottobre 1759, re Carlo stabilì la definitiva separazione tra la corona spagnola e quella delle Due Sicilie.[6] restituendole la piena indipendenza.

L’opera dei sovrani della dinastia borbonica, che durò 126 anni, fu meritoria, vista nel suo complesso, il Sud non solo riaffermò la propria indipendenza ma ebbe un indiscutibile progresso nel campo economico, culturale, istituzionale; purtroppo "La storiografia ufficiale continua ancora oggi a sostenere che, al momento dell’unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d’Italia e il resto dell’Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato. Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario ma gli studi in proposito, già pubblicati all’inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati, dai difensori della storiografia ufficiale: faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili "[7] .

In realtà, all’epoca dell’ultimo re meridionale, Francesco II, l’emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse, come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo, l’economia in crescita, la percentuale dei poveri  era pari al 1.34% (come si ricava dal censimento ufficiale del 1861) in linea con quella degli altri stati preunitari. La popolazione dai tempi del primo re della dinastia borbonica Carlo III (1734) a quelli di Francesco II si era triplicata e questo indicatore, a quei tempi, era un indice di aumentato benessere (è chiaro che si parla di livelli di vita relativi a quei tempi quando il reddito pro capite in Italia era meno di un quarantesimo di quello di oggi e molte delle comodità attuali erano inesistenti), la parte attiva era poco meno del 48%.

Contrariamente a quanto affermato dalla storiografia ufficiale, la politica dei sovrani borbonici fu improntata a diversificare le attività produttive del Sud favorendo lo sviluppo dell’artigianato, del commercio e della prima industrializzazione degli stati preunitari italiani, superando, in questo modo, i confini di un’economia basata quasi esclusivamente sull’agricoltura, che, in realtà, rappresentava l’attività prevalente anche nel resto d’Italia e di gran parte d’Europa.

All’inizio, fu necessario, per permettere alle giovani fabbriche meridionali di raggiungere un livello competitivo, un sistema di protezioni doganali, analogo a quello esistente in altri Stati[8]; il "protezionismo” fu poi gradualmente mitigato dal 1846, l’obiettivo, in quel momento, era di inserire l’industria, ormai matura, nel meccanismo del commercio europeo: si abbassarono i dazi d’importazione, che precedentemente potevano arrivare anche al 20%, si strinsero numerosi trattati commerciali compresa la lontana India dove, dal 1852, era attivo un console delle Due Sicilie e dove arrivò, primo tra gli italiani, un bastimento meridionale.[9]

La critica liberista, con in prima fila economisti meridionali come Villari e Scialoja, già esuli per motivi politici, ha bollato la politica economica dei sovrani meridionali, definendola un "fallimento autarchico”, figlia del loro "paternalismo” e del "protezionismo” (le industrie meridionali, ad esempio, sono state chiamate "baracconi di regime”) ma questa bocciatura appare in gran parte ideologica e strumentale agli interessi della monarchia sabauda e dei suoi sostenitori, ai quali venivano forniti argomenti per calunniare i sovrani meridionali da loro spodestati; al contempo, era anche utilissima agli stessi economisti ai quali venivano assegnate le cattedre universitarie solo se erano "allineati” a questa impostazione critica.

È vero che il principio su cui era basata l’economia borbonica era quello di uno sviluppo guidato e sostenuto dallo Stato che salvaguardasse gli interessi dei ceti popolari e l’autosufficienza del Mezzogiorno in tutti i settori, ma è altrettanto vero che ci si deve pur chiedere dove finissero i prodotti delle fabbriche meridionali che erano ai vertici delle industrie italiane (come vedremo in seguito) e che avevano una produzione di manufatti chiaramente superiore alla capacità di assorbimento del mercato interno meridionale, come pure a cosa servisse la poderosa flotta mercantile del Sud, che era la quarta del mondo come tonnellaggio, la cui bandiera garriva in tutti i porti (per esempio, in Francia, era seconda, come presenza, solo a quella inglese).

È vero che i dazi sull’esportazione dei prodotti alimentari non erano certo di impostazione liberista, ma essi facevano parte di una politica economica statale che permetteva di vendere i generi di prima necessità ad un prezzo bassissimo, oggi si direbbe "politico”, soddisfacendo in questo modo le esigenze alimentari della popolazione; tutte le fonti, anche le più accese antiborboniche, concordano unanimemente nel confermare che nel meridione d’Italia si viveva con pochissimo; questo, però, non soddisfaceva gli interessi dei proprietari terrieri che divennero, anche per questi motivi, i più acerrimi nemici della Monarchia meridionale e interessati fautori dell’unità d’Italia.

Del resto dobbiamo anche riflettere sul fatto che un sistema economico meridionale che si dipinge, dai critici, come puramente "assistenziale” e che avrebbe dato un’occupazione improduttiva pur di dar lavoro a tutti, si poteva reggere in piedi (ma solo per un breve periodo) ricorrendo ad un prelievo fiscale spietato, che ben sappiamo non sussistere nelle Due Sicilie dove anzi era molto leggero, oppure aumentando il debito pubblico a livelli catastrofici, cosa anche questa non vera tanto che il corso borsistico dei titoli pubblici del Sud d’Italia era elevato su tutte le piazze europee (fino a quota 120) e le sue finanze più che floride erano floridissime (come vedremo in dettaglio nei prossimi capitoli); i conti quindi non tornano a chi vuole conoscere i fatti depurati dai pregiudizi.

Aggiungiamo, infine, che a uno stato come il Piemonte, che era sull’orlo del collasso economico, sarebbe stato fatale appropriarsi di una nazione che la critica antimeridionale vuole per forza dipingere come economicamente a terra e sarebbe stato stupido, e stupido certo non lo era, il banchiere Rothschild, che teneva in pugno lo stato sabaudo grazie ai suoi prestiti e che aveva quindi tutto l’interesse che fosse solvibile, non "avvertire” Cavour della non convenienza dell’operazione; in realtà, per i motivi suddetti, il Sud era un frutto golosissimo che avrebbe risolto tutti i problemi finanziari della nazione subalpina.

In conclusione possiamo dire che l’economia meridionale non era nè completamente liberista nè completamente autarchica a guida statale, era una via di mezzo e, proprio per questo, scontentava i sostenitori più accesi delle due "fazioni”: i liberisti a tutto tondo affermavano che "una politica economica che pretendeva di produrre tutto e di trovare all’interno i consumatori di tutto, non poteva che fallire ed un progresso industriale ottenuto a forza di dazi non poteva che essere rachitico[10]; di contro, i sostenitori della politica economica a guida statale, affermavano che le Due Sicilie, essendo un piccolo stato, non erano e non potevano diventare l’Inghilterra o la Francia e che quindi era più logico sviluppare il più possibile una "economia protetta” dai dazi di importazione e di esportazione, la quale mirasse solo alla soddisfazione dell’occupazione e dei consumi interni rendendo la vita dei suoi abitanti facile e a buon mercato.

È, però, vero che i re Borbone avevano una radicata diffidenza per il "capitalismo puro” delle altre nazioni industriali, in parte per motivi nazionalistici, in parte per motivi ideali, con una sostanziale ripulsa di orari di lavoro disumani, come pure dello sfruttamento, molto diffuso, dei bambini, questo non ci sembra disdicevole. ”In molte industrie lombarde non veniva osservata la legge sull’istruzione obbligatoria e due quinti degli operai dell’industria cotoniera lombarda erano fanciulli sotto i dodici anni, per la maggior parte bambine, che lavoravano dodici e persino sedici ore al giorno”[11]. Scrive lo storico inglese Trevelyan, nella Storia dell’Inghilterra nel secolo XIX: "Ancora nel 1842 la Commissione reale delle miniere, che per prima gettò luce sulle condizioni di lavoro nell’Inghilterra sotterranea ebbe questi dati [dai minatori]: … "porto una cintura e una catena che mi passa tra le gambe e devo camminare a quattro zampe. L’acqua mi arriva in cima gli stivaloni; me la sono vista anche sino alle cosce. Dalla fatica del tirare sono tutta scorticata. La cintura e la catena ci fanno soffrire di più di quando siamo incinte”. Venne scoperto anche che bambini sotto i cinque anni lavorano al buio[12]; contemporaneamente in Irlanda (non ancora indipendente) si moriva di fame tanto che le migliaia di famiglie emigrarono in America portandosi appresso un odio inestinguibile verso l’Inghilterra.

Non possiamo ignorare, in questa disputa "liberismo assoluto”- "liberismo calmierato”, che anche a livello del pensiero accademico le opinioni furono a lungo discordi (il Sud vantava una scuola di primissimo ordine, tanto che proprio a Napoli nacque nel 1754 la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi) e solo verso il 1850 prevalse la corrente di pensiero che appoggiava il liberismo puro fautore della libera iniziativa privata, della caduta di ogni barriera doganale protezionistica e del divieto da parte dello Stato di intervenire, come parte dirigente, nello sviluppo economico.

Non sappiamo chi avesse ragione nel contesto socioeconomico dell’epoca ma, comunque sia, in Europa, le Due Sicilie si comportavano dignitosamente con un incremento annuo del PIL di circa l’1%, a distanza, logicamente, da superpotenze mondiali come Francia e Inghilterra che veleggiavano sul 2,3%[13]; ma, nel Mezzogiorno, pur non essendo ricchi, non si moriva di fame e, come già detto, l’emigrazione non esisteva.

Re Ferdinando II incentivò l’opera dell’Istituto d’Incoraggiamento, che era inizialmente alle dipendenze del Ministero dell’Interno e poi, nel 1847, del neonato Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio; questa istituzione centrale coordinava l’attività delle varie società economiche che erano nate già nel 1810, sotto la dominazione francese, e che furono potenziate dal Borbone, estendendo il loro campo di azione dalla sola agricoltura all’industria, al commercio ed all’artigianato. Il compito di queste società era non solo quello di fornire ai funzionari statali provinciali (gli intendenti) informazioni e analisi statistiche sulle attività produttive, ma soprattutto quello di diffondere "l’istruzione tecnica specifica” agli addetti dei vari settori economici, con lo scopo di ottimizzare il loro lavoro. Negli altri stati italiani ed europei esistevano analoghe associazioni ma, di solito, erano private, mentre nelle Due Sicilie erano strumento del governo centrale, pur se negli anni si guadagnarono una certa autonomia. Furono, inoltre, creati incentivi economici anche per industriali stranieri che impiantassero le loro attività nelle Due Sicilie così imprenditori svizzeri, francesi, inglesi, accorsero nel regno, si organizzavano periodicamente fiere ed esposizioni locali e nazionali (a Napoli) dove i vari produttori potevano esporre i loro manufatti e ricavarne riconoscimenti e premi.

Così, grazie alla guida di re Ferdinando II, già nel 1843 gli operai e gli artigiani raggiunsero il 5% dell’intera popolazione occupata per poi raggiungere il 7 % alla vigilia dell’unità, con punte dell’ 11% in Campania (che era la regione più industrializzata d’Italia), queste percentuali erano in linea con quelle degli altri stati italiani preunitari.

Complessivamente, per quanto riguarda la parte continentale del Regno, nel 1860 vi erano quasi 5000 fabbriche e dal censimento ufficiale del 1861 si deduce che, al momento dell’unità, le Due Sicilie, pur avendo il 36.7% della popolazione totale italiana, davano impiego nell’industria ad una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva degli stati italiani[14] grazie alla cantieristica navale, all’industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria e alimentare. Dalla stessa fonte, inoltre, si ricava che il Sud, che contava 36.7% della popolazione italiana, aveva il 56,3% dei braccianti agricoli e il 55,8% degli operai agricoli specializzati, in tutto circa 2milioni 600mila unità.

Il ceto operaio meridionale fu, inoltre, il primo in Italia ad inscenare manifestazioni di protesta per reclamare aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro[15]; era il datore di lavoro, infatti, a fissare il salario e l’orario, eppure in occasione del Congresso degli Scienziati, tenutosi a Napoli nel 1845, si affermò che essendo nel Regno delle Due Sicilie "più facile e meno caro il vitto, non è il caso di apportare variazioni salariali”[16].

La bilancia commerciale del Regno delle Due Sicilie era in attivo negli scambi con gli altri stati preunitari italiani, eccettuata la Toscana; con le potenze europee era in passivo, eccetto con l’Austria, ma se paragoniamo i dati del 1838 con quelli del 1855 si notano dei segni di ripresa a confermare una progressiva espansione economica[17]; le Due Sicilie smerciavano i prodotti meridionali (agricoli e manifatturieri) per 85% del totale verso Inghilterra, Francia e Austria, paesi che erano in grado di acquistarli, cosa che non potevano fare gli altri stati italiani[18] a causa della loro scarsa ricchezza; nei confronti del regno di Sardegna il Sud aveva un saldo molto attivo[19]. Negli ultimi anni di indipendenza del regno si cominciò a volgere lo sguardo anche verso i paesi del Mediterraneo, di cui le Due Sicilie ambivano essere la nazione guida nello sviluppo economico.

Tenendo presenti questi fatti possiamo concludere affermando che "La rappresentazione del Mezzogiorno come un blocco unitario di arretratezza economica e sociale non trova fondamento sul piano storico ma ha genesi e natura ideologiche. I primi a diffondere giudizi falsi sugli inferiori coefficienti di civiltà su quell’area sono gli esuli napoletani che, nel decennio 1850-1860, con la loro propaganda antiborbonica non solo contribuiscono a demolire il prestigio e l’onore della Dinastia, ma determinano anche una trasformazione decisiva nell’immagine del Sud[20]. Dopo la caduta del regno del Sud al coro di lagnanze degli esuli rientrati in Patria si aggiunsero anche quelle degli uomini che avevano servito i Borbone e, come faceva rilevare Francesco Saverio Nitti ai primi del 1900: "Una delle letture più interessanti è quella dell’Almanacco Reale dei Borboni e degli organici delle grandi amministrazioni borboniche. Figurano quasi tutti i nomi di coloro che ora esaltano più le istituzioni nostre [del regno d’Italia] o figurano, tra i beneficiati, i loro padri , i loro figli, i loro fratelli, le loro famiglie"[21].

Purtroppo, grazie all’opera di denigrazione sistematica del Meridione preunitario, "La memoria dei vinti è stata sottoposta ad un’incredibile umiliazione … più grave è stato il taglio del filo genetico per cui c’è un pezzo d’Italia che ha dovuto vergognarsi del proprio passato, e poi ci si lamenta che manca la dignità, ma la dignità proviene dal riconoscimento della propria ascendenza … bisogna prima di tutto ridare al Mezzogiorno il senso della sua precedente grandiosità, riscattare questa presunta inferiorità etnica del Sud da operazioni di tentata cancellazione della sua memoria. Ricordo che Rosario Romeo scrisse nella sua storia su Cavour un elogio a Ferdinando II, confrontandolo con il vincitore Vittorio Emanuele II, con grande scandalo dei risorgimentalisti che consideravano ciò intollerabile[22]

In realtà la "Questione meridionale”, tutt’oggi irrisolta, nacque dopo e non prima dell’unità; persino un ufficiale piemontese, il conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale, scrisse nel 1864 che "Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto. La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica……Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica”[23].

Il Congresso di Vienna e il Regno delle Due Sicilie

Dopo gli oltre 20 anni di guerra tra la Francia rivoluzionaria-napoleonica e le altre nazioni europee, il Congresso di Vienna, iniziato nel 1814 e conclusosi nel 1815, basò il riassetto politico del vecchio continente sul "principio di legittimità in virtù del quale ai sovrani spodestati venivano restituiti i loro possedimenti: in realtà esso fu applicato con molta "elasticità”. Ci furono molte modifiche territoriali per cui in Italia, ad esempio, la Repubblica di Genova fu aggregata, suo malgrado, al Piemonte in modo da creare uno stato cuscinetto in funzione antifrancese, la secolare Repubblica Veneziana non fu restaurata, il Regno Meridionale, pur avendo contribuito con uomini e mezzi a sconfiggere Napoleone, perse l’isola di Malta, punto strategico al centro del Mediterraneo, che divenne possedimento inglese e la giurisdizione dello Stato dei Presidi (che comprendeva Orbetello, Porto Ferraio, Porto Santo Stefano, Porto Ercole, porto Longone, l’isola di Giannutri e il promontorio del Monte Argentario), non ottenne neanche l’inglobamento delle enclavi papali di Benevento e  Pontecorvo; il regno del Sud era formalmente indipendente dal 1734 ma, nella sfera geopolitica europea "la gerarchia internazionale di grandi e piccoli stati era cosa fatta, e il Regno, pur autonomo, continuava ad essere dentro un gioco internazionale e commerciale che controllava molto parzialmente, poteva soltanto subirlo, adattandosi alla sponda spagnola o austriaca o inglese[24].

Re Ferdinando, quindi, pago’ a caro prezzo il suo reintegro sul trono, dovette rinunciare a Malta in favore dell’Inghilterra "… il punto dei miei diritti di sovranità su Malta deve cedere all’interesse maggiore, di cui oggi si tratta, qual è quello di riavere il mio Regno di Napoli” la quale imponeva anche (con convenzioni firmate nel 1816 e 1817) la riduzione del 10% sui diritti doganali di importazione dei suoi prodotti, nonche’ la concessione dello status commerciale di "nazione più favorita”. Ma non basta, il re meridionale dovette firmare il 12 giugno 1815 un trattato segreto con l’Austria, in base al quale si impegnava a non mutare le istituzioni politiche delle Due Sicilie ed a fornire alla potenza danubiana un contingente di 25mila uomini (poi ridotti a 13mila il 4 febbraio 1819) in caso di guerra. In ottemperanza a quanto deciso dal Congresso di Vienna, Ferdinando di Borbone emanò uno speciale decreto in cui unificavano i regni di Napoli e di Sicilia nel nuovo Regno delle Due Sicilie.

Nei giorni 8 e 11 dicembre 1816 la costituzione siciliana del 1812 veniva soppressa e con essa gli istituti parlamentari indipendenti, il regno di Sicilia cessò di esistere e venne accorpato nel neonato Regno delle Due Sicilie: il re assunse, così, il titolo di Ferdinando I re del Regno delle Due Sicilie (in precedenza era contemporaneamente re di Napoli e di Sicilia)

Il problema siciliano

La perdita della indipendenza, che pure era già dal 1734 praticamente solo formale, fu accolta malissimo dai siciliani che, per secoli, sin dai tempi degli Angioini (scacciati con la rivolta dei Vespri), avevano rifiutato la sottomissione a governi continentali [25]; inoltre, la Sicilia perdeva, confluendo nel regno delle Due Sicilie, la Costituzione del 1812, di ispirazione inglese.

Anche questo fatto esacerbò gli animi contro "i napolitani” perchè, in realtà, questo istituto era di antichissima origine nell’isola tanto che era in vigore già dai tempi dei Normanni, era una Costituzione di cui i siciliani erano orgogliosi e gelosissimi ed alla quale giuravano fedeltà tutti i sovrani succedutisi nel dominio nell’isola, lo stesso Carlo di Borbone, quando prese possesso del regno nel 1734, si recò a Palermo per cingere nel duomo la corona che era stata di Ruggero II d’Altavilla e di Federico II di Svevia. In quel momento storico "nessuno dei vecchi Stati d’Italia era in possesso di un patto, che determinasse le attribuzioni del potere supremo e riconoscesse dei diritti, attraverso una assemblea rappresentativa, alla Nazione[26]. In realtà, però, questo Parlamento non aveva nulla di democratico ma rappresentava solo lo strapotere dei baroni i quali, tramite questa istituzione, pretendevano di avere un rapporto alla pari col sovrano, tanto che le leggi non potevano essere modificate senza l’approvazione di questa Assemblea.

I rapporti tra il Re e i vicerè borbonici da una parte, e i baroni siciliani dall’altra, erano comunque rimasti cordiali fino al 1780 quando, però, sulla spinta dell’assolutismo riformatore di stampo illuministico che trovava nel re di Napoli Ferdinando IV e della sua consorte Maria Carolina dei validissimi interpreti, fu inviato nell’isola il marchese Domenico Caracciolo, col compito di ridurre al minimo il loro potere. La reazione a questo attacco fu fortissima, ma il dado era tratto e i successivi vicerè cercarono di continuarne l’opera aumentando così il distacco e la diffidenza reciproca tra Napoletani e Siciliani: nel 1788 furono limitati i diritti di trasmissione in eredità dei feudi, il 4 maggio 1789 abolite tutte le servitù personali, nel 1790 fu approvato il progetto di un nuovo Catasto, che doveva essere la base di un sistema fiscale al quale i baroni, fino a quel momento, si erano sottratti per i loro privilegi feudali.

Durante l’occupazione francese del regno di Napoli, i sovrani si erano rifugiati in Sicilia con la protezione degli inglesi e, sotto la spinta di questi ultimi, nel 1812 era stato abolito il feudalesimo e promulgata una nuova Costituzione sul modello inglese, con due camere, una di "pari”, nominata dal Re, ed una elettiva con sistema censitario. L’aristocrazia terriera appoggiò questa svolta costituzionale che rafforzava le secolari tradizioni parlamentari siciliane e ne accentuava il carattere antimonarchico. Gli inglesi, promotori della trasformazione da monarchia assoluta a rappresentativa, intendevano estendere all’isola un istituto di cui andavano fieri e, soprattutto, per ingraziarsi le classi dominanti siciliane, ponendo così le basi per un protettorato sull’isola più grande ed importante del Mediterraneo (dopo essersi già appropriati di Malta, che faceva parte delle Due Sicilie). La riprova di tale sottintesa intenzione si ebbe nel gennaio 1814, allorché il plenipotenziario inglese Lord Bentinck avviò dei negoziati con emissari del Murat, che si svolsero nell’isola di Ponza: fu promesso al Francese il mantenimento del suo potere sul regno di Napoli, una volta che Napoleone fosse stato definitivamente sconfitto, in cambio della definitiva rinuncia alla Sicilia, da cedere all’Inghilterra.[27].

Successivamente, al Congresso di Vienna, fu Metternich a perorare le ragioni che imponevano la restituzione a Ferdinando I di tutti i suoi possedimenti: egli faceva senza dubbio gli interessi dell’Austria che mirava ad estendere la sua influenza sulle Due Sicilie, ma anche i propri visto che come "tangente per il suo impegno personale per la restituzione della Sicilia al regno dei Borboni, pretese due milioni di franchi. Ferdinando avrebbe voluto limitarsi a pagarne 1.200.000 ma il famoso statista austriaco fece sapere di non potersi accontentare di questa cifra perchè il suo patrimonio familiare era stato dilapidato dal padre"[28]. Gli inglesi si "accontentarono” dell’isola di Malta, appoggiando il fatto che l’Austria dominasse l’Italia; in quel momento storico era più importante, per l’Inghilterra, evitare ogni futura velleità di espansione della Francia sulla Penisola (come era accaduto nell’epoca napoleonica) e gli Asburgo erano molto utili a questo scopo. In Sicilia "gli inglesi non hanno lasciato alcun monumento degno di un potere che meriti il nome di sovrano…e tuttavia non c’è classe sociale che non li rimpianga, semplicemente perchè, almeno per un certo tempo hanno salvato i siciliani da Napoli "[29].

I siciliani non si accontentarono del fatto che un’apposita nuova legge di Ferdinando I riservasse ad essi la maggior parte delle cariche amministrative dell’isola, l’amministrazione della giustizia e che persino la coscrizione obbligatoria non fosse introdotta nell’isola. Anche il clero era fortemente antinapoletano e rimpiangeva la rappresentanza politica di ben 65 membri nella Camera dei Pari che la Costituzione del 1812 gli garantiva.

Nel 1819 la legislazione amministrativa centralizzata ed antifeudale fu estesa anche alla Sicilia ma trovò ancora moltissime resistenze tanto che solo nel 1838 si riuscì ad abolire la giustizia patrimoniale dei baroni. Il feudalesimo opponeva una strenua resistenza: alla fine del 1700 si contavano 142 principi, 95 duchi, 788 marchesi, 95 conti, 1274 baroni; ancora nel 1840 Frederic von Raumer, uno scrittore di libri di viaggi, riferisce che aveva constatato che nell’isola, su una popolazione di circa 2 milioni di anime, si contavano 127 principi, 78 duchi, 130 marchesi, innumerevoli conti (per tacere dei baroni), "molti dei quali ben di rado hanno visto i loro possedimenti e mai hanno posto mano alla loro amministrazione[30]. Si dovette arrivare addirittura al 17 giugno del 1850 quando Re Ferdinando II riuscì a strappare ai baroni siciliani i diritti sui fiumi che essi avocavano a sè in quanto la legge che metteva fine al feudalesimo parlava di ritorno al demanio pubblico dei corsi d’acqua navigabili, i latifondisti obiettavano che i fiumi siciliani non erano navigabili, suscitando continue liti col potere centrale.

Il primato civile del regno delle Due Sicilie in Italia nell’era post napoleonica

Mentre gli effetti politici della Restaurazione post napoleonica ebbero piena attuazione in tutti i ricostituiti stati italiani preunitari, col reazionario Piemonte in prima fila, viceversa nelle Due Sicilie re Ferdinando I e i suoi ministri ebbero il merito di lasciare immutate gran parte delle innovazioni dei francesi. Persino Tito Manzi, che era stato un influente esponente del governo del Murat, ebbe ad affermare che, nonostante la presenza nel regno delle truppe austriache fino all’agosto del 1817, Napoli spiccava nel quadro a tinte fosche [della Restaurazione] come la sola capitale italiana dove ci si premurasse con successo di "accrescere la forza del governo" e di migliorare insieme ad essa "la sorte del popolodi concentrare saldamente il potere nelle mani sovrane e organizzare amministrazioni efficienti e funzionali, dare forza allo Stato, sottrarne ai vecchi corpi privilegiati, la nobiltà e il clero[31].

Infatti, rimase intatta l’amministrazione dello Stato, trasformata dai francesi da feudale (con i mille "poteri” periferici baronali ed ecclesiastici) in centralizzata. A Napoli vi erano sette ministeri (Interni, Esteri, Grazia e Giustizia, Affari ecclesiastici, Finanze, Guerra e Marina, Polizia). In Sicilia vi erano altrettanti ministri responsabili più un luogotenente generale. In periferia, l’amministrazione era composta da una gerarchia di funzionari, nominati dal Re, che rispondevano al ministro dell’Interno: a capo delle Province vi erano gli intendenti, dei Distretti (frazioni territoriali delle province) i vice intendenti; a fianco dell’intendente c’era un consiglio provinciale responsabile della giustizia amministrativa. I comuni, infine, erano amministrati da un consiglio, chiamato decurionato, i cui componenti (decurioni, tre per ogni 1000 abitanti o frazione di mille) erano nominati dall’intendente con l’approvazione del Re, sulla base di liste di "eleggibili” (compilate per censo o per capacità personali). Il consiglio proponeva ogni tre anni una terna di candidati tra i quali l’intendente, di concerto con il Re, sceglieva il sindaco. L’amministrazione comunale aveva alle sue dipendenze gli impiegati amministrativi, gli addetti ai pubblici servizi e il medico condotto.

Re Ferdinando I attuò una politica di pacificazione nazionale, la cosiddetta "amalgama”; gli uomini che avevano servito i re francesi vennero in gran parte conservati ai loro posti facendo inorridire i legittimisti più convinti, come Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, il quale faceva notare che "Trattatasi dello scandalo che miratasi nel confronto di vedere sdraiato in un cocchio adorno e carico di nastri e di ciondoli colui che oltr’essere stato un inimico fiero della Monarchia, era di mille delitti e vessazioni e stragi ricolmo, nel momento che nello stesso pubblico cammino osservatasi lacero e mendico accattare pane muffito quel vecchio infelice che aveva perduto i figli sotto la scure rivoluzionaria; e non sono figure retoriche[32]. Si avviò l’avanzata dei funzionari provenienti da ceti non nobiliari, che acquisirono titoli (cavaliere e commendatore) e altre onorificenze del lavoro dal Re (come l’ordine cavalleresco di San Giorgio della Riunione, istituito nel 1818). Le Due Sicilie, in conclusione, erano all’avanguardia in Italia nello sviluppo della nuova istituzione di uno stato moderno fortemente centralizzato e, come vedremo negli avvenimenti del 1820 e 1848, anche nelle successive riforme che portarono per prime a dotarsi di una Costituzione. Per questi motivi il regno del Sud era guardato dai liberali italiani come un punto di riferimento, per stimolare analoghe iniziative negli altri stati italiani.

 "La libertà di parola e di stampa rimase piuttosto ampia, anche se intervallata da periodi di aggravata censura; a patto di non toccare le istituzioni della monarchia, si poteva dire tutto e scrivere quasi tutto. Le società segrete furono messe fuori legge … Seppure reazionario, Ferdinando I non fu un fanatico … ritenne di poter promuovere una certa modernizzazione senza concedere la liberalizzazione politica. Il pomo della discordia tra il trono e l’intellighentia nel periodo 1815-1848 furono le questioni della costituzione e del governo rappresentativo che generò una storia di cicli ripetuti di promessa, negoziato, rivoluzione, concessione, abrogazione, repressione e perdono. Il clima culturale in quel periodo era vivace e gli spiriti accesi. Soprattutto tra i giovani delle scuole e delle università si sentiva un gran fermento. Luigi Settembrini, che andò a Napoli per studiare nel 1828, ricorderà i suoi compagni di studio come "buoni, dotati di un cuore generoso pronto ad ogni azione bella e tutti liberali”… i giovani provinciali erano da sempre andati a Napoli per studiare, ma in quegli anni furono più numerosi che mai … in aggiunta all’Università era sorta una moltitudine di scuole pubbliche e private, istituti Reali ed accademie … circa ottocento istituti d’insegnamento privati nel regno, a Foggia, Teramo, Lecce, Altamura, Salerno, Cosenza, Troppa, e in tante altre città oltre che Napoli. Tutte queste istituzioni cercavano di attirare i giovani provinciali di talento con borse di studio, libera ammissione e premi di incoraggiamento … andavano a studiare legge, medicina, arti militari, e filosofia, ma anche economia politica, storia, ingegneria ed architettura ...si gettarono sulla letteratura francese divorando tutti i romanzi…leggevano anche Manzoni e Hegel, le tragedie di Alfieri e quelle di Shakespeare e la Divina Commedia … infine i salons intellettuali la cui importanza nella vita letteraria e teatrale della capitale cresceva con l’inasprirsi della censura. Nel Regno si pubblicava molto e vi circolavano oltre ai giornali, riviste, libri e opuscoli; anche nelle province operarono altri veicoli del discorso culturale: i caffè letterari ed artistici … importante il ruolo di convitti e di collegi che facevano parte del sistema universitario. La vita nelle provincie "era di una meravigliosa monotonia”[Raffaele De Cesare]. Eppure , in quegli anni apparve meno noiosa … le "vendite” della Carboneria si moltiplicarono … e si cospirava molto, le cospirazioni erano spesso seguite da arresti, processi, prigioni, pene esemplari, persino esecuzioni … ma malgrado la severità delle pene, l’esperienza di rivolta, di carcere, di fuga e di esilio generò una certa aura romantica che continuò ad attrarre i giovani. Quella della repressione brutale non fu peraltro l’esperienza di tutti. Nei "tempi normali” c’era spazio per la circolazione di idee e di opinioni[33]

Nel frattempo, lo scenario politico europeo postnapoleonico era dominato dalle solite superpotenze: l’Inghilterra, la Francia, l’Austria, la Russia e la emergente Prussia, tutte in lotta tra loro per la supremazia . Dopo il Congresso di Vienna, fu sancita, il 26 settembre 1815, la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria che si impegnavano a darsi reciproco soccorso per il mantenimento dello status quo; il 15 novembre 1818 le quattro potenze vincitrici: Gran Bretagna, Austria, Russia e Prussia firmarono un Protocollo ad Aquisgrana in cui si ratificava l’impegno reciproco al "mantenimento della tranquillità generale fondata sull’inviolabilità dei diritti e dei patti sottoscritti e non riconoscere da quel momento alcun cambiamento nei titoli dei Prìncipi sovrani che dopo aver preventivamente stabilito a questo riguardo un concerto tra loro”. Due anni più tardi, il 19 novembre 1820, venne firmato il Protocollo di Troppau che sanciva il "principio di intervento armato per la repressione di svolte rivoluzionarie, l’Inghilterra ufficialmente non firmò ma, nella prima parte del 1800, di fatto lo appoggiò.

Il primo stato europeo a subirne le conseguenze furono proprio le Due Sicilie dove re Ferdinando I, nel luglio del 1820, era stato costretto a concedere la Costituzione: "Venerdì, 7 luglio 1820. Passata la nottata e mattinata in forte agitazione ed angustia. A Mezzogiorno preso un boccone e poi messomi a riposare. Mentre dormivo venuto a svegliarmi Francesco [il principe ereditario] con un foglio in mano, col quale io promissiono di formalmente giurare la diretta osservanza della costituzione di Spagna del 1812, che era quella desiderata dalla nazione; sulla minaccia che non firmandola subbito, il generale Pepe alla testa di tremila uomini della già organizzata armata costituzionale sarebbe piombato sopra Napoli. Per il bene e la tranquillità della nazione, alzatomi dal letto e firmato il foglio, che subito pubblicatosi[34].

Seguì la sfilata a Napoli delle truppe costituzionali guidate dal generale Guglielmo Pepe, che inalberavano la bandiera tricolore rossa, turchina e nera, il 13 luglio Ferdinando giurò fedeltà ala Costituzione, ma è chiaro che lo fece sotto la minaccia della forza perché in cuor suo la aborriva: si sentiva, come tutti i monarchi dell’epoca, re per diritto divino. In concomitanza della rivoluzione incruenta avvenuta a Napoli sotto la guida di Guglielmo Pepe, ci furono moti indipendentisti nella Sicilia, dove si voleva riottenere la costituzione del 1812. Fu inalberata la bandiera della Trinacria e venne formato un governo provvisorio. La rivolta fu repressa nel sangue dalle truppe napoletane. Ma l’Europa conservatrice non stava a guardare e il re fu convocato a Lubiana, dove giunse l’8 gennaio 1821. Gli fu imposto di revocare lo Statuto (con sua gioia), e l’Austria, per ottenere lo scopo, invase il regno, battè le truppe guidate dal Pepe e trattenne nelle Due Sicilie i suoi quasi quarantamila soldati per ben sette anni (con enorme aggravio dell’erario meridionale che doveva provvedere al loro sostentamento).

Il Regno delle Due Sicilie era già all’avanguardia, dal punto di vista dell’istituto della Costituzione, tanto che quella siciliana era stata promulgata addirittura nel 1812, ed era la seconda dei regimi monarchici, in Europa, preceduta solo da quella inglese, ma di questa molto più avanzata e, comunque, la prima Costituzione italiana in assoluto; per questo motivo fu guardata da tutti i rivoluzionari della Penisola come un esempio. Non si sottolinea mai abbastanza, che il Sud era considerato, dai liberali del tempo, come il faro che indicava la nuova strada nello sviluppo delle istituzioni dalla monarchia assoluta a quella costituzionale. Questa leadership politica del Sud è generalmente molto poco considerata nei libri di testo ufficiali di storia, fu addirittura ignorata nelle celebrazioni del centenario dell’unità d’Italia del 1961.

Fu così che, sull’onda degli avvenimenti meridionali, anche negli altri stati italiani preunitari ci furono dei moti analoghi, al grido di "Viva Napoli, Viva la Sicilia”, repressi dai propri governanti.

In Francia, uscita sconfitta nelle guerre napoleoniche che causarono il ritorno dei Borbone nella persona di Luigi XVIII al quale succedette Carlo X, nel luglio del 1830 ci fu una nuova rivoluzione e prese il potere il nuovo "Re Cittadino” Luigi Filippo d’Orleans, figlio di colui che  aveva votato a favore della decapitazione di Luigi XVI. Il suo ministro Sebastiani dichiarò, nel 1831 "La Santa Alleanza si fondava sul principio dell’ Intervento, distruttore dell’indipendenza degli stati minori, la Francia dovrebbe invece imporre il principio contrario, assicurando così la libertà e l’indipendenza di tutti”[35]: era nato il "principio del non intervento; i successivi avvenimenti nello scenario europeo dimostrarono che questa era ovviamente un’enunciazione puramente strumentale che aveva solo la funzione politica di opporsi allo strapotere delle potenze vincitrici.

L’Inghilterra, dal canto suo, cominciava ad elaborare una strategia politica diversa da quella delle potenze conservatrici, tendente a favorire la nascita di nazioni nuove, dotate di statuti costituzionali simili ai suoi, le quali potessero fare da cuscinetto alle pretese egemoniche della Francia e dell’Austria; ovviamente era un espediente politico per contrastare lo strapotere franco-austriaco sull’Europa continentale; in realtà l’Inghilterra, dietro il paravento delle costituzioni e del liberalismo badava, come tutte le potenze, esclusivamente alla salvaguardia dei propri interessi, in politica non c’è spazio per i sentimentalismi.

Nel 1846, con la famosa Corn Law, i latifondisti inglesi avevano, dopo cinquanta anni di resistenze, ceduto al Parlamento che impose la sua visione economica liberista la quale prevedeva l’abolizione dei dazi di importazione dei prodotti esteri e contemporaneamente tendeva a favorire in Europa la caduta delle barriere doganali delle singole nazioni: il commercio inglese ne avrebbe tratto enorme giovamento perché aveva alle spalle la già solida economia (la rivoluzione industriale era nata per prima in Inghilterra) e la flotta mercantile che era la più potente del mondo.

Liberalismo politico e liberismo commerciale formavano un tutt’uno inscindibile che l’Inghilterra tentò, con la tutta la sua forza, di esportare in Europa.

 

L’era ferdinandea e il rafforzamento delle Due Sicilie nel contesto europeo

Negli anni immediatamente seguenti alla bufera napoleonica, il Regno delle Due Sicilie, guidato da Ferdinando I e successivamente dal figlio Francesco I, continuò a soggiacere all’influenza sia dell’Austria sia dell’Inghilterra, ma successivamente, sotto la ferma guida di Ferdinando II, divento’ uno stato veramente indipendente anche se la Francia, l’Austria e l’Inghilterra cercarono, comunque, di attirarlo nella loro sfera di influenza perchè la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo era strategicamente decisiva, sia a livello politico sia commerciale.

Succeduto nel 1830 al padre Francesco I, che aveva regnato dal 1825 (anno della morte del padre Ferdinando I), Ferdinando II, appena ventenne, aveva subito mostrato la sua forte personalità  che avrebbe segnato i suoi 30 anni di regno.

Nel giro di pochi mesi diede seguito al programma di risanamento finanziario, già avviato dal precedente primo ministro Medici, abolì i cumuli di più retribuzioni, diminuì drasticamente il suo appannaggio, restituì al pubblicò le riserve di caccia dei sui avi, ridusse le imposte, quella sul macinato addirittura della metà, concesse un’amnistia; fatto questo, diede un forte impulso all’economia, costruì strade, ponti e ferrovie, stipulò numerosi accordi commerciali (solo tra il 1845  e il 1847 ce ne furono ben sette con: Gran Bretagna, Francia, Russia, regno di Sardegna, Stati Uniti, Danimarca e Prussia). Stipendiò i parroci nei comuni dove non c’erano le scuole elementari per fornire una istruzione di base al popolo, proibì l’accattonaggio avviando i mendicanti in istituti nei quali era insegnato loro un mestiere.

Potenziò l’esercito e la marina con l’intento di affermare in via definitiva l’indipendenza del Sud d’Italia dalle potenze straniere, covava un grande rancore verso l’Inghilterra a causa delle sue brame di protettorato verso la Sicilia, che si erano palesate durante l’occupazione della stessa durante la crisi napoleonica,  aveva in antipatia l’Austria, la cui occupazione militare del Regno dal 1821 al 1827 aveva, oltretutto, pesato in maniera disastrosa sul bilancio dello stato. Non nutriva nessuna avversione per la Francia, anzi, il suo modello di governo fu la monarchia amministrativa di stampo napoleonico con uno stato fortemente centralizzato, per questi motivi chiamo’ al suo fianco uomini che avevano servito il Murat e anche esiliati politici per i moti del 1820, fin dall’inizio dichiaro’ di essere contrario alla concessione di una Costituzione perché, secondo la sua opinione, il popolo meridionale non era maturo per un sistema rappresentativo.

Comincio’ ad affermare la sua presenza militare con due dimostrazioni della flotta davanti alle coste africane che convinsero, nel 1833 i tunisini e nel 1834 i marocchini, a non intralciare più, come avevano fatto per secoli, i commerci della flotta mercantile meridionale [erano i temutissimi "pirati barbareschi” che si cercava di avvistare dalle quasi 400 "torri saracene” costruite sulle coste meridionali e di contrastare con un pattugliamento navale che durava da maggio a novembre]. I primi cinque anni del regno di Ferdinando II furono così proficui che persino il premier Robert Peel, in pieno parlamento inglese, ne fece lode.

Dopo le piccole potenze, furono le grandi a dover saggiare la caparbietà di Ferdinando II il quale cominciò a "dare fastidio" nel 1836; all’epoca lo sviluppo dell’economia e della marina mercantile meridionali imponevano la ridiscussione di contratti commerciali stipulati anni addietro, quando non erano cosi’ floride, e nacque così la "questione degli zolfi” (la Sicilia deteneva il 90% delle riserve mondiali di quel minerale, indispensabile per l’industria chimica dell’epoca, in particolare quella degli esplodenti). "La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione più favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano a poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto più che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi ad una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi.[36]

I britannici, poiché non avevano ricevuto soddisfazione dallo scambio di note diplomatiche sempre piu’ dure con il regno delle Due Sicilie, fecero ricorso alla forza: "Palmerston mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrì, ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione [anche perche’ l’Austria aveva negato il suo appoggio, consigliando di cedere]. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero regno napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.[37]

L’ esperimento costituzionale ed il suo fallimento, il Re Bomba

Il 29 gennaio del 1848, Ferdinando II fu il primo sovrano italiano a concedere la Costituzione (promulgata il 10 febbraio), pressato, com’era, da una grave rivolta siciliana, iniziata alla fine del 1847, e dalle istanze sempre più incessanti dei liberali napoletani (sempre nel 1847 era stata scritta la "Protesta del popolo delle Due Sicilie” di Luigi Settembrini, giudicata, a posteriori, strumentale e esagerata sia dall’autore sia da altri liberali). Non era, pero’, un caso, come molti pensano, che le Due Sicilie fossero il primo stato italiano che ottenesse la Costituzione, abbiamo già visto che il Sud d’Italia era assolutamente all’avanguardia nel pensiero liberale italiano e non solo, prova ne sono le Costituzioni del 1812 e del 1820, rispettivamente la seconda in Europa (dopo quella inglese) e la prima in Italia. Tutta la stampa liberale italiana applaudì Ferdinando II, come pure gli invitati al ricevimento di gala al teatro San Carlo. A Torino duemila persone con torce e bandiere si recarono davanti alla residenza del Console delle Due Sicilie per congratularsi con lui; la pensava diversamente il loro re, Carlo Alberto, il quale dichiarò che "mica sono come quel Borbone che ha accettato il diktat degli insorti, facendo la cosa più deleteria che si potesse immaginare[38].

Fu formato un primo ministero che comprendeva Francesco Paolo Bozzelli, autore del testo della Costituzione, con essa il "suddito” diventava "cittadino”, con la definitiva sanzione della inviolabilità della libertà personale, di stampa, di associazione, della proprietà; oltre a questa "cittadinanza civile” veniva decretata una "cittadinanza politica” perchè al Re si affiancava un Parlamento composto da due camere: una di 164 Deputati eletti dal popolo su una base censitaria (25 ducati per gli elettori, 240 per gli eleggibili); l’altra camera di 50 "Pari” era nominata dal sovrano. In aprile fu formato un nuovo governo che incluse i nomi migliori della liberalità del regno: Troya, Poerio, Dragonetti, Scialoja, Ferrara, i fratelli Amari, Imbriani, Conforti, Settembrini: fu  decretata un’amnistia politica, abolito il Ministero della Polizia, tolta l’istruzione popolare al clero e si istituirono scuole anche nei più piccoli villaggi; in un primo tempo fu equiparato il minimo di censo tra gli eleggibili e gli elettori, poi fu abolito per cui poteva bastare il possesso della "pubblica stima” per poter essere eletto deputato. In questa fase re Ferdinando era considerato, dai componenti della classe dirigente, perfettamente in grado di svolgere il compito di reggitore della monarchia costituzionale che era l’istituzione preferita dalla maggior parte di loro, infatti solo una frangia era di sentimenti repubblicani.

Il 3 aprile la bandiera delle Due Sicilie (bianca con lo stemma dei Borbone al centro) aggiunge sui bordi dei quattro lati una cornice verde e rossa. Ma "la rumorosa e quasi bambinesca festosità dei napoletani provocò lo sconquasso. Le strade di Napoli …furono percorse e ripercorse da cortei quasi quotidiani e sempre più infiammati. Fu un pullulare di giornali e giornalucoli, redatti spesso da uomini ancora incerti nel mestiere, che spingevano l’opinione pubblica sino al parossismo. Giorno e notte si discuteva sui perfezionamenti da apportare all’appena ottenuta Costituzione, quasi che teoria e pratica fossero in politica due campi totalmente separati. Si disquisiva, si declamava, nell’incessante ricerca di eleganti distinguo dialettici. La vanità della minutaglia intellettuale straripava. I "paglietti”, come Ferdinando chiamava gli avvocati, i greculi, gli azzeccagarbugli, infervoravano il popolo, denunciando macchinazioni anche quando non era il caso sicchè, come disse il liberale Nicola Nisco, "invece di procacciare amici al libero reggimento, lo facevano prendere in odio e dispetto anche da quelli che l’amavano[39]

Le elezioni si tennero il 18 aprile, l’affluenza alle urne fu scarsa; lunedì 15 maggio, in coincidenza con l’apertura del primo Parlamento, nel palazzo comunale di Monteoliveto di Napoli, un gruppo di deputati rivoluzionari, con a capo Giovanni La Cecilia e Pietro Mileti, dichiarò di considerare insoddisfacente la Costituzione appena proclamata, propose delle modifiche come l’abolizione della camera dei Pari e rifiutò di prestare giuramento alla persona del Re; in realtà voleva rovesciare la monarchia proclamando la repubblica. Ferdinando II, sebbene obiettasse che i deputati non avevano diritto di mutare la Costituzione prima che si aprisse il Parlamento, accettò persino il mancato giuramento alla sua persona pur di far partire i lavori dell’assemblea e fece molti tentativi di conciliazione con i ribelli tramite degli emissari mandati a trattare: furono momenti che misero a dura prova l’autocontrollo del Re, nato ed educato secondo i principi della regalità "per diritto divino”, ma egli non cedette alle provocazioni.

Malgrado i suoi tentativi di accomodamento, gli animi dei rivoltosi non si placarono ed essi proclamarono, nell’aula del Parlamento, che le truppe del Re stavano marciando verso l’Assemblea, questo era completamente falso e gli stessi emissari del sovrano dichiararono di essere disposti a condurre una delegazione dei deputati a verificare l’inconsistenza di queste accuse, dato che le truppe erano consegnate, per ordine del Re nelle caserme, ma non servì a nulla: vennero erette per le strade decine di barricate (circa 90) e furono sparati alcuni colpi all’indirizzo dei militari in servizio fuori al palazzo reale facendo morti e feriti.

Solo a quel punto, la mattina del 16 maggio, il Re diede ordine di reagire, ci furono scontri, devastazioni e vittime; a un comandante che prometteva di ridurre "la canaglia” alla ragione, Ferdinando rispose bruscamente "State calmo, signore e non chiamate canaglia il popolo. Sono napoletani…sono i miei compaesani, miei sudditi. Qualche cattivo elemento li ha fuorviati, ma si tratta sempre del mio popolo!…se vi lasciate travolgere dalle passioni ci sarà un massacro, ed è quello che voglio evitare ad ogni costo. Fate prigionieri ma non uccidete ! Nelle strade c’è molta gente che domani si sarà pentita del suo errore”[40].  Nonostante ciò ci furono molte vittime (le cifre più attendibili parlano complessivamente di un migliaio) e devastazioni; i deputati, malgrado il loro proclami insurrezionali antimonarchici, non subirono violenze.

 "Non facciamo i nomi dei sostenitori delle varie spiegazioni [dei fatti del maggio napoletano] perché ne ha fatto un esame accuratissimo il Paladino usando pubblicazioni rare, atti processuali…..Ruggero Moscati, ai giorni nostri, ha finito sostanzialmente con l’accettare, a proposito della giornata del 15 maggio, la tesi di Giuseppe Paladino, cioè che esso fu "un’esplosione imprevista e impreveduta di poche centinaia di persone in gran parte non napoletani, che scimmiottando i casi parigini del febbraio, e stoltamente illudendosi di ottenere aiuti dalla squadra francese nella rada, oppure di trascinare gli Svizzeri [che formavano la milizia scelta del Re] e le truppe napoletane a far causa comune con loro, eressero prima delle barricate contro un pericolo immaginario, si rifiutarono poi di disfarle perché sospettavano e diffidavano del re, del governo, di tutto e di tutti, ed infine si dispersero per le case vicine da dove aprirono il fuoco contro le truppe. Moto anarchico ed inconsulto”. E tale giudizio fu la conclusione di un movimento culturale iniziatosi dopo il 1860 da parte di un illustre storico tedesco (il Reumont) e di due onesti patrioti come il Settembrini e Vittorio Imbriani”[41]

Questi luttuosi avvenimenti impressionarono moltissimo il re meridionale e non poteva essere altrimenti, lasciandogli nel cuore una ferita inguaribile e condizionando tutti i suoi comportamenti fino alla fine del suo regno, nel 1859: la frattura del 15 maggio non si ricompose più e questa, alla fine, fu fatale per la sopravvivenza del regno meridionale; il re si convinse, infatti, che "Costituzione eguale Rivoluzione”, convincimento che espresse più volte e da quale non recesse più.

Comunque, in un primo momento, la Costituzione venne confermata, furono indette nuove elezioni per il 15 giugno, con una nuova soglia censitaria (120 ducati per gli eleggibili e 12 per gli elettori) che furono liberissime ma con scarsa affluenza. Il 1° luglio il parlamento finalmente aprì i lavori ascoltando una relazione programmatica del Re (approvata il 1° agosto dalla Camera dei Deputati ed il 5 da quella dei Pari). Un gruppo di deputati ricominciò un duro ostruzionismo verso il sovrano rimproverandogli lo scioglimento della precedente Camera, a causa dei fatti del 15 maggio; essi ribadirono anche la loro volontà di far continuare alle Due Sicilie la guerra contro l’Austria contro l’opinione del Re.  "Le due camere svolsero una modesta attività…non formularono alcun progetto di legge…il 6 febbraio 1849 il Ministro delle Finanze fece un discorso sul bilancio dello Stato con le relative tasse, alcuni deputati si opposero affermando che per esigere imposte occorreva un voto del parlamento e che il governo in carica [nominato, come la Costituzione prevedeva, dal Re] non riscuoteva la loro fiducia, inoltre si censurò la politica interna del sovrano; i contrasti non si appianarono e il conflitto governo-Re da una parte e deputati dall’altra fu risolto il 12 marzo da Ferdinando II il quale sciolse la Camera stabilendo nuove elezioni che mai si tennero[42].

Alla fine del marzo 1849 il Re offrì alla Sicilia un parlamento proprio, un vicerè, amministrazione separata con abolizione della promiscuità di impiego tra siciliani e napoletani, riconoscimento dei debiti fatti dal governo rivoluzionario, amnistia. Questo non bastò ai siciliani che, per bocca del loro capo Ruggiero Settimo, respinsero le proposte del sovrano. Alla Camera dei Comuni di Palermo echeggiò il grido "Guerra, guerra!” ma il 15 maggio 1849 le truppe napoletane, dopo numerosi successi, entrarono in Palermo spegnendo definitivamente la rivolta indipendentista della Sicilia e sottraendo anche l’isola alle brame degli inglesi, che la avevano sostenuta nella lotta sperando in un futuro protettorato britannico. Ferdinando II, già nel settembre del 1848, aveva inviato in Sicilia parte della sua flotta da guerra (all’epoca la terza del mondo) al comando del generale Carlo Filangieri; essa aveva cominciato a bombardare Messina dal 3 settembre, coprendo lo sbarco delle milizie in essa imbarcate e continuando a martellare le postazioni degli indipendentisti per cinque giorni. I combattimenti furono molto accaniti tanto che le truppe borboniche ebbero 1500 morti, non si è mai fatto un consuntivo di quelle siciliane.

In seguito a questi cruenti avvenimenti e alla repressione dei moti repubblicani del 15 maggio 1848, Ferdinando II, già osannato precedentemente dai liberali con gli appellativi di "novello Tito” o "pacifico Giove”, collezionò diversi nuovi soprannomi: "Mostro coronato”, "Nerone del Sebeto”,"Tigre borbonica”,"Caligola di Napoli”, ma soprattutto "Re Bomba”. C’è da dire, però, che reprimere le insurrezioni all’interno dei loro domini, era il comportamento "usuale e normale” di tutti i sovrani dell’epoca che le consideravano opera di "sudditi ribelli”; l’ipocrisia generale volle che solo a Ferdinando, per motivazioni politiche molto lontane da altre "umanitarie”, fosse appioppato il soprannome di Re Bomba, gli altri suoi pari rimasero indenni da simili appellativi tanto che nessun liberale chiamò Vittorio Emanuele II in modo diverso da "re galantuomo” anche se quest’ultimo poté impunemente cannoneggiare, causando migliaia di morti: Genova (1849), Ancona (1860), Gaeta (1860-’61) e Palermo (1866).

Il 19 maggio 1849 tornò in uso la tradizionale bandiera bianca con lo stemma dei Borbone; il 7 agosto 1849 fu nominato presidente del Consiglio e delle Finanze il lucano Giustino Fortunato, ex aderente alla Repubblica Napoletana e al governo di Murat. Lo statuto fu sospeso, ma non abrogato: così fallì il primo esperimento costituzionale d’Italia.

Le interpretazioni, formulate dai fautori della Costituzione, sulle cause dell’insuccesso furono essenzialmente due: i più accesi accusavano il Re di spergiuro e addebitavano solo a lui la colpa, viceversa i più moderati affermavano esattamente il contrario: "la rivoluzione era "politicamente immatura” principalmente per responsabilità proprio dei democratici più estremisti con le loro "balorde utopie repubblicane”, progetti astratti, insensati e rischiosi.”[43]; 1559 municipi mandarono delle petizioni per invitare il Re a sospendere la Costituzione[44]. In realtà nessuno sa con certezza cosa pensasse Ferdinando circa la Costituzione; gli storici affermano, in grande maggioranza, che nel suo intimo la avversasse (come del resto tutti i sovrani dell’epoca, convinti che il loro potere derivasse direttamente da Dio) e che il suo modello fosse quello della monarchia amministrativa del regime napoleonico, ma non c’è dubbio che l’atteggiamento massimalista di molti liberali napoletani lo spinse a nutrire per la monarchia rappresentativa un’avversione crescente, tanto più che, successivamente, essi aderirono al movimento unitario italiano a guida piemontese e poi curiosamente accettarono un nuovo monarca e lo Statuto Albertino che s’ispirava agli stessi principi della Costituzione Napoletana del 1848, che avevano precedentemente avversato con la violenza.

Il sovrano rimase solo con il suo potere assoluto e "non si rese conto che i pennaruli avevano bisogno di una camera di compensazione per sfogare la loro libidine politica e per sentirsi protagonisti, cittadini, del progresso civile ed economico del paese … non per altri motivi le rivoluzioni che colpirono tutta l’Europa nel 1848, lasciarono indenne unicamente la terra della Regina Vittoria, segno questo che la via inglese "riformare per non dover innovare” era una carta vincente "[45].  I liberali meridionali esuli si rifugiarono in tutta Europa sviluppando negli anni diversi sentimenti: all’inizio profonda malinconia, struggente nostalgia della Patria e noia per la vita intellettuale degli altri stati giudicata poca cosa rispetto a quella vivacissima di Napoli, poi critica spietata della monarchia meridionale risparmiando la popolazione del regno, in seguito toni accesi anche nei confronti del popolo che non dimostrava alcuna aspirazione alla rivolta né tanto meno all’ideale unitario, infine l’auspicio che un atto di forza esterno costringesse i napoletani ad unirsi al costituendo regno d’Italia perchè essi "si sono così abituati a considerare la loro città come un mondo a sé” e che il nuovo governo unitario dovesse basarsi nel Mezzogiorno "sulla forza, almeno per lungo tempo[46]

La massima parte del popolo meridionale, invece, non desiderava evoluzioni politiche, anzi le osteggiava considerandole una lesione alle prerogative assolute del sovrano; il monarca era amatissimo e ne aveva prova nelle innumerevoli manifestazioni di affetto esternate dai sudditi nei suoi numerosi viaggi di ispezione nelle province nel regno; egli veniva infatti considerato "il nostro padre” cioè il garante supremo dei diritti del popolo contro le pretese dei baroni, del clero e della emergente borghesia. Le masse, insieme ai loro sovrani, consideravano i loquacissimi intellettuali liberali come dei demagoghi, pescatori nel torbido ed infatti tutte le volte che dovettero scegliere tra monarchia napoletana o straniera, tra il Re e i liberali hanno scelto sempre il proprio sovrano come ben dimostrano i fatti del 1799, del 1820, del 1848 e infine la reazione postunitaria.

D’altra parte l’ideale monarchico era ancora molto vivo nei popoli di in tutt’Europa, a dispetto delle idee costituzionali o repubblicane e i fratelli Goncourt facevano notare, nei primi decenni del 1900, che "Le menti mediocri che giudicano l’ieri da quello che è l’oggi, si stupiscono della grandezza e della magia della parola Re…essi credono che fosse solo servilismo, ma il Re rappresentava la religione popolare di allora, coma la patria è la religione di oggi "[47]. Il popolo provava affetto per Ferdinando II anche per la sua "meridionalità” tanto simile alla propria che egli, pur nella profonda consapevolezza della regalità, manifestava negli atti della sua vita: dal senso della famiglia alla religiosità (che lo spingeva ad assistere quotidianamente alla Messa ed alla recita serale del rosario), dall’uso abituale del dialetto ai gusti alimentari, fino ad arrivare ai panni stesi ad asciugare nelle sale della reggia di Caserta. I suoi svaghi preferiti erano le parate militari e una corsa in carrozza, che guidava personalmente, assieme ai suoi cari; le cerimonie ufficiali della Corte annoiavano lui e la sua consorte, l’austriaca Maria Teresa, "Tetella[48]. Nemmeno i più accessi oppositori poterono muovere critiche riguardo la sua integrità come marito e padre, virtù non molto diffusa nei sovrani del suo tempo, basti pensare, solo per rimanere in Italia, a Vittorio Emanuele II che dilapidò somme enormi per le sue innumerevoli amanti con i relativi figli illegittimi.

Dopo la fine del regno borbonico la fedeltà all’ideale monarchico rimase intatta e cominciò ad esternarsi persino nei confronti dei nuovi sovrani, i Savoia, nonostante la loro pessima condotta nei confronti del Sud. A chi gli ricordava il perdurante affetto del popolo meridionale, l’esiliato Francesco II (ultimo re delle Due Sicilie) rispondeva amaramente: "Sì, è vero i Napolitani sono fedeli al Re, ma a qualunque Re del tempo, non alla mia persona”, parole profetiche tanto che nel referendum repubblica-monarchia del giugno 1946, il Sud votò massicciamente per quest’ultima.  Scrisse, all’epoca, nel suo diario, il ministro degli Interni Romita "nella notte tra il 3 e il 4 giunsero, però, improvvisamente i dati di un nutrito gruppo di sezioni meridionali e la Monarchia passò in vantaggio. Fu la notte più terribile: intorno alle ventiquattro sembrò che ogni speranza fosse perduta …mi accasciai sulla poltrona, gli occhi fissi verso l’alto soffitto in ombra …il telefono squillò più volte… proprio a me, repubblicano da sempre, sarebbe spettato dire ai lavoratori che l’ultimo rappresentante della più inetta casa regnante d’Europa sarebbe restato al proprio posto ed enormemente rafforzato dalla riconferma popolare? E che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri, che non volevano l’avventura del referendum?”[49]. Quando Umberto II, ultimo re sabaudo, si imbarcò all’aeroporto di Campino di Roma per l’esilio in Portogallo "un vicebrigadiere dei carabinieri lo saluta, egli si ferma a stringergli la mano: "Vi aspettiamo sempre, Maestà!”, dice il giovane con accento napoletano[50].

Re Ferdinando II, restaurando la monarchia assoluta, assunse verso i liberali un atteggiamento sprezzante, chiamandoli "pennaruli[51], iniziò una politica repressiva con le liste degli "attendibili” (cioè dei sospetti) compilate da un corpo speciale di polizia i cui membri erano chiamati "i feroci”; "La repressione fu dura, come in altri paesi europei [che avevano sperimentato i moti del 1848],  ma poco sanguinosa…come se il suo scopo fosse lo sradicamento più che la vendetta…più che feroce, fu una repressione pervicace e capillare, protrattasi per un tempo lunghissimo. Per più di un decennio continuarono tanto i processi politici che la caccia ai latitanti…i beni degli esuli furono sequestrati e le famiglie sistematicamente perseguitate. Tanto le corti che il governo fecero un ampio ricorso a varie forme di espulsione, dalla condanna all’esilio alla deportazione, alla tolleranza verso le fughe. La censura, tanto governativa quanto ecclesiastica, imperversò…nel 1850 fu ufficialmente abolita la libertà di stampa, addirittura nel 1859 per pubblicare un libro fu necessaria anche l’autorizzazione preventiva del Vescovo; l’insegnamento fu riconsegnato alla Chiesa cattolica, il reclutamento dei maestri affidato al clero, l’ispezione scolastica ai vescovi e l’esame di catechismo reso obbligatorio per tutti gli insegnanti.

Il regno si trasformò in uno stato di polizia [anche se il pubblicista Giacinto dè Sivo faceva notare che "chi non aderiva alle sette godeva di amplissima libertà di fare quello che voleva”[52]], il Ministero della Polizia, che era stato abolito nel 1848, fu ristabilito nel 1852, esso disponeva di una rete immensa di collaboratori e spie. I licenziamenti [per motivi politici] colpirono praticamente tutta l’intellighentia del regno, dagli impiegati di banca al direttore del museo di Napoli e degli scavi di Pompei; i progetti di riforme, persino i più cauti, furono abbandonati….la metafora della "muraglia della Cina” rende bene il leitmotif della politica post-quarantottesca, cioè la reclusione[53] . L’allontanamento dal regno di molti esponenti di spicco delle scienze e delle arti, tutti sbrigativamente bollati dal Re come "liberali”, portò ad un indebolimento complessivo delle Due Sicilie privandole dei cervelli migliori.

Ferdinando II incarnò sempre più la figura di un autocrate con ministri che erano dei semplici esecutori dei suoi ordini e quindi non responsabili personalmente dei loro atti; egli voleva essere tenuto personalmente al corrente di tutto quello che succedeva nel suo regno e questo lo costrinse ad un impegno massacrante diviso tra lavoro a tavolino e lunghe udienze nelle quali ascoltava pazientemente i numerosi interlocutori che potevano arrivare anche a più di cento in una sola giornata; molto temute le sue improvvise ispezioni nelle varie province in cui chiedeva conto agli intendenti del loro operato. L’autocrazia di Ferdinando II impedì la maturazione di una classe politica dirigente responsabile, il Sud legò il proprio destino alla sopravvivenza della persona del Re e lo si vide alla sua prematura scomparsa quando il figlio, Francesco II, si poté valere, nell’esercizio del potere, quasi solo di personaggi di settanta e più anni, figli di altre epoche ed incapaci ad affrontare i problemi dei tempi nuovi. "Temuti gli uomini di testa, [Ferdinando II] s’andò cercando la mediocrità, perchè più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi….e per non fidarsi di nessuno, e non aver bisogno d’intelletti, fu ridotta a macchina l’amministrazione ed il governo…..la nave dello Stato non provveduta di piloti andò in tempo di calma più anni barcollando; poi al primo buffo, non trovandosi mano esperta al timone, senza guida affondò[54].

Inoltre va rimarcato il fatto che la difesa ad oltranza dell’istituto monarchico assoluto, da parte di Ferdinando II, non solo era politicamente debole nei confronti delle istanze liberali delle "intellighentiae” interne ed internazionali (pur essendo queste ultime asservite ad interessi non ideali ma di supremazia economica) ma gli inimicò soprattutto i ceti borghesi meridionali i quali, rafforzatisi proprio grazie alla grande politica di sviluppo economico del Re, reclamavano anche una partecipazione politica.

In conclusione, nei momenti della crisi decisiva del 1860, la monarchia borbonica si trovo’ alleato solo il popolo minuto e nemiche tutte le altre componenti della societa’: gli intellettuali,  la borghesia e i latifondisti che essa, a vario titolo, aveva avversato (mancato progresso delle istituzioni in senso costituzionale e provvedimenti antifeudali); per questi motivi, dopo l’annessione del regno meridionale, furono i contadini e  pastori che reagirono alla nuova realtà col fenomeno del brigantaggio, le altre componenti della societa’ furono ben liete della caduta dei Borbone.

 

L’Italia nel 1800

La situazione politica preunitaria, le piccole patrie, il principio di "nazionalità”

Bisogna risalire ai tempi dell’imperatore romano d’oriente Giustiniano per trovare, in Italia, uno Stato unitario; dopo l’invasione dei Longobardi del 568 si ruppe l’unità politica e ci furono 1300 anni di divisioni che generarono nazioni diverse, almeno nel comune sentire del popolo, ognuna delle quali ebbe storia, cultura, usi e costumi propri, questi ultimi erano molto diversi tra le vari Stati preunitari italiani, persino l’alimentazione prevedeva, al Sud, cibi di cui il Nord ignorava persino l’esistenza e viceversa. Questo processo si esaltò nel Mezzogiorno perchè esso "rimase in parte estraneo alla penetrazione longobarda sia per le persistenze bizantine sia per la costituzione subito dopo l‘anno Mille, grazie ai Normanni, del primo stato unitario dell’Italia postromana una "nazione napoletana”, ossia meridionale, comprendente tutte le genti dal fiume Tronto allo stretto di Messina[55].

Pe questi motivi, a livello popolare, l’idea di un  Stato Italiano unitario come Patria comune, era completamente assente, tanto che, per esempio, la popolazione delle Due Sicilie chiamava "forestieri” gli altri abitanti d’Italia e i piemontesi, quando si spostavano dal loro stato, affermavano che andavano "in Italia"; il popolo includeva nel suo concetto di  "patria” lo stato italiano d’appartenenza e questo gli bastava.

A metà del 1800 ce n’erano ben 7 di cui solo 3 erano pienamente indipendenti: Regno delle Due Sicilie, che era il più esteso e il più ricco, il Regno di Sardegna e lo Stato della Chiesa; gli altri 4 erano sotto il dominio diretto o indiretto dell’Austria: regno Lombardo Veneto; ducati di Parma e Modena; granducato di Toscana (alla fine del Settecento gli stati italiani erano addirittura 12, ridotti a 9 dal Congresso di Vienna del 1815). Afferma Giorgio Rumi, professore ordinario di storia contemporanea: "Queste Italie diverse, che c’erano prima dell’unità, erano nazioni che avevano ciascuna una propria dignità, esistevano indipendentemente dall’esito risorgimentale e la cui rispettabilità non può essere certo misurata solo secondo la loro adesione al progetto risorgimentale.” [56] Ben diversa la realtà degli altri stati europei che da tempo avevano raggiunto la loro unità politica statale: la Spagna nel 1469; la Francia dal 1492; l’Inghilterra nel 1066; la Russia nel 1580; la Svezia dal 1632.

La lingua "ufficiale” di Stato era l’italiano in tutti i regni italiani, tranne che nel Piemonte (dove era il francese), ma in realtà nella Penisola non esisteva una lingua comune parlata e gli italiani italofoni nel 1861 erano solo una sparuta minoranza, il 2.5% secondo T. De Mauro[57], il 9.5% secondo A. Castellani[58] e, di questi, i toscani erano la massima parte; tutti si esprimevano nel proprio dialetto; ancora a metà degli anni Cinquanta del 1900 il 60% degli italiani parlava solo il dialetto locale. [59] In Piemonte si parlava, si scriveva e si pensava in francese, il poeta Giacomo Leopardi scriveva che: "i francesi fossero considerati dai piemontesi come veri compatrioti[60]; i ricchi mandavano i figli studiare in Francia, questi giovani, una volta adulti, leggevano giornali francesi e s’interessavano dei fatti d’Oltralpe, lo stesso Statuto Albertino fu scritto prima in francese e poi tradotto in italiano[61]; tutto questo faceva dire che "se tra le varie contrade italiane vi è più e meno d’italianità è indubitato che il Piemonte è il meno italiano di tutte, ed ha a capo un principe che men di tutti ha in bocca l’idioma del sì.[62] "I Savoia si erano italianizzati scendendo con i secoli e con il Po, come dice beffardo Carlo Cattaneo, ma a Corte, abbandonata ogni formalità, il re e i suoi ministri parlavano più volentieri il dialetto…nelle scuole piemontesi era obbligatorio parlare in dialetto. Cavour e, dopo di lui la regina Margherita, consorte di Umberto I, secondo re d’Italia, non si trovarono mai a completo agio con l’italiano, Margherita [e Cavour] teneva la sua corrispondenza in francese; quando si cimentava con l’italiano sbagliava tutti i verbi e non riusciva a scrivere una semplice lettera senza infarcirla di errori di sintassi e di ortografia, come un bambino delle elementari[63].

L’analisi genetica degli italiani (dallo studio di 40 frequenze geniche del DNA) mostra come ancora oggi il nostro paese sia un mosaico di gruppi etnici ben differenziati che coincide con la distribuzione delle lingue parlate in Italia nel VI secolo avanti Cristo, questo suggerisce che la romanizzazione dell’Italia non abbia inciso in maniera sostanziale dal punto di vista genetico né tanto meno dal punto di vista linguistico se è vero che, anche oggi, ciascuna regione della penisola parla un dialetto diverso in cui si ritrovano "relitti” delle lingue usate dalle popolazioni pre-romaniche le quali erano distinte in più di 10 gruppi diversi .[64]

Non c’era, ai tempi dell’unità d’Italia, un’economia integrata tanto che solo il 20% dei commerci degli stati preunitari erano diretti verso le altre regioni della penisola. Alla fine possiamo dire che solo la religione era patrimonio comune di tutti gli abitanti della Penisola, quest’ultima, in sostanza, era come un condominio, si viveva sotto uno stesso tetto (le Alpi) ma ci si ignorava e spesso si litigava. La composizione sociale della popolazione italiana complessiva era: 55-60% contadini; addetti al settore manifatturiero 18% al Sud, 15 % al Nord; al commercio e alla navigazione 20% (quest’ultimo settore quasi a totale carico delle Due Sicilie); il rimanente 10% era composto da professionisti, ecclesiastici e persone che vivevano di rendita.[65]

Prima di parlare dei progetti politici unitari italiani dobbiamo distinguere due concetti: quello di Stato e quello di Nazione e per questo trascriviamo le definizioni del Dizionario della Lingua Italiana Zingarelli[66]: "Stato” è "persona giuridica territoriale sovrana, costituita dalla organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su un territorio” mentre "Nazione” è "il complesso di individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi, aspirazioni, specie quando hanno coscienza di questo patrimonio comune”; da questo ne deriva che possa esserci uno stato costituito da più nazioni come possa anche esistere una nazione senza stato (come esempi dei giorni nostri possiamo pensare nel primo caso alla Gran Bretagna, nel secondo ai Curdi).

Il 1800 fu il secolo in cui si sviluppo’, a livello di ristrette elites, il "principio di nazionalità” che reclamava, inizialmente, il diritto all’autodeterminazione, cioe’ autonomia amministrativa e culturale (come l’insegnamento della propria lingua nelle scuole) dei gruppi definiti come nazioni; nella seconda parte del secolo, invece, qualsiasi gruppo che si autodefiniva "nazione” si sentì giustificato a reclamare non solo una semplice autodeterminazione ma uno Stato indipendente politicamente: si passo’, cosi’, dalle dodici entita’ nazionali che Giuseppe Mazzini vedeva destinate, a metà dell’ottocento, alla costituzione dell’ "Europa dei popoli” ai ben 27 stati nati alla fine della prima guerra mondiale, che vide il dissolvimento dello stato multinazionale per eccellenza, quello asburgico, che conteneva ben 11 gruppi etnici ed era diventato incompatibile, ormai, con questa nuova visione "nazionale”, non piu’ autonomistica ma indipendentistica.

Questo principio di nazionalità era sentito, almeno nei primi due terzi del secolo, solo dalle classi dominanti, culturali ed economiche, delle singole nazioni nelle quali, al contrario, la maggioranza degli individui, da sempre, si sentiva legata  solo alla propria comunità di appartenenza (villaggi, borghi, piccole citta’) dove era nata e dove, nella massima parte dei casi, trascorreva quasi totalmente la propria esistenza. Solo pochi privilegiati, infatti, si potevano concedere il lusso di un viaggio che poteva anche aprir loro piu’ vasti orizzonti mentali e che, peraltro, si conduceva con mezzi di trasporto simili a quelli dei tempi degli antichi romani: cavallo e navi; il treno cominciava  a muovere i primi passi, non esisteva il telefono, gli unici mezzi di comunicazione a distanza erano la posta e il telegrafo (ancora rudimentale).

Questi milioni di persone senza il senso di appartenenza a una "nazionalità” furono plasmate, dalle classi dominanti degli stati nazionali, a sentirsi parte degli stessi perche’ lo Stato, per mantenersi coeso, aveva bisogno di creare un sentimento comune di nazione che divento’, la nuova "religione civica”, nacque, cosi’, il "patriottismo”.  La scuola fu il piu’ formidabile mezzo di propaganda laico che formava, fin dalle elementari, il nuovo cittadino "statale”. Persino i monarchi europei, i quali appartenevano molto di  piu’ alla loro grande famiglia aristocratica (essendo tutti apparentati tra loro), che alle entita’ nazionali dei propri sudditi, dovettero cedere al principio di nazionalità, trasformandosi in britanni (come la regina Vittoria) o in greci (come Ottone di Baviera) o imparando la lingua (che spesso parlavano con un accento goffamente straniero) della nazione della quale erano a capo, nella veste di sovrani o coniugi degli stessi.

Fu questa la premessa da cui si scivolo’, quasi fatalmente, nella seconda parte del 1800, dal "principio di nazionalità” ai "nazionalismi” in cui le singole nazioni non si consideravano piu’ "alla pari” delle altre ma "migliori”; si autodefinivano, infatti, a seconda dei casi, piu’ "civili”, piu’ "libere”, piu’ abili a mantenere l’ "ordine” o la "legge”. Le decine di milioni di persone che imbracciarono il fucile, e che morirono, nei due conflitti mondiali del 1900, non erano andate alla guerra per il gusto di combattere, per amore della violenza e di eroismo; al contrario, la propaganda interna dei singoli stati nazionali "nazionalisti” dimostra che il punto da mettere in risalto non era la gloria e la conquista ma il fatto che "noi” eravamo vittime dell’aggressione, dell’accerchiamento di nazioni ostili che rappresentavano una minaccia per la civilta’ incarnata da "noi”; il mondo sarebbe diventato migliore grazie alla "nostra” vittoria, cosi’, ad esempio, i Tedeschi venivano chiamati, nella prima guerra mondiale, gli "Unni”, anche dal fante semplice di trincea. [67]

La "logica” del nazionalismo offusco’ la mente anche di personaggi culturalmente superiori, e quindi poco "manipolabili” dalla propaganda, essi si aggregarono entusiasticamente al comune sentire delle masse popolari le quali rimasero in gran parte insensibili ai richiami dell’Internazionale socialista che affermava la guerra non essere nei loro interessi di proletari ma solo delle classi dominanti, e che si recarono entusiasticamente nei luoghi di raduno delle truppe in partenza per i vari fronti di guerra, lanciando fiori e proclamando ad alta voce "Sarete presto a Berlino!”, "Sarete presto a Parigi!”.

I progetti politici unitari del Risorgimento e la loro caratteristica elitaria

Così, anche nella Penisola, nella prima metà dell’800, a livello di ristrette e colte elites, borghesi ed intellettuali, divenne sempre più presente e forte la convinzione dell’esistenza di un’unica Nazione Italiana che si faceva ascendere da alcuni all’impero romano, da altri al Medioevo; ad essa si facevano risalire i fasti del Rinascimento con il suo primato culturale indiscusso (che coincideva, con apparente paradosso, col punto più basso della rilevanza politica dell’Italia nel contesto europeo).

Giovani universitari, avvocati, medici, giornalisti, scrittori, avevano formato il loro pensiero leggendo le opere di Foscolo, Berchet, Giusti, Giannone, Manzoni, Poerio, Pellico, Cuoco, D’Azeglio, Balbo, Botta e Gioberti (solo per citarne alcuni) e credettero fosse arrivato il momento di battersi per dare a questa Nazione uno Stato unitario; erano una esigua minoranza anche perchè solo pochissimi italiani sapevano leggere e scrivere (persino al momento dell’unità il loro numero superava a malapena il 20%).

Questa aspirazione ad un’unione statale della Penisola divenne il loro ideale da realizzarsi però tramite quattro progetti politici molto diversi e in palese conflitto tra loro: quello repubblicano-centralistico di Mazzini: repubblica e stato fortemente centralizzato; quello repubblicano-federale di Cattaneo il quale affermava che "gli italiani senza federalismo saranno sempre discordi, invidiosi, infelici[68]; quello monarchico-federale a guida papale di Gioberti, il quale, in antitesi al pensiero di Mazzini, faceva notare che "il popolo italiano" non può essere soggetto d'azio­ne politica perché non è ancora altro che «un desiderio e non un fat­to, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa», per questo motivo la guida del risorgimento nazionale deve essere «monarchica ed aristocratica, cioè risedente nei prìncipi e avvalorata dal concorso degl'ingegni più eccellenti, che sono il patriziato naturale e perpetuo delle nazioni»; infine, quello monarchico-centralistico, il "tutto mio” dei Savoia.

Alberto Banti, a proposito delle incompatibilità tra i quattro progetti politici unitari, scrive [69]:"Le fratture che correvano all'interno del mo­vimento nazionale erano di un tipo tale per cui chi avesse vinto la partita, avrebbe vinto tutto, e chi avesse perso sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano, in posizione politica (e spesso anche personale) del tutto marginale". Anche per questo i massimi esponenti delle varie correnti di pensiero, si detestavano a vicenda, ad esempio Cavour affermava: ”Ciò che manca a Mazzini per essere un sommo rivoluzionario è il coraggio morale, l’intrepidità a fronte dei pericoli, il disprezzo della morte”, gli dava, insomma, del codardo, accusa peraltro ribadita da molti che criticavano "l’agiatissimo esilio” del Genovese e la sua contemporanea accesa retorica che spingeva altri soggetti a prendere le armi in pugno e a morire; "infame cospiratore e autentico capo di assassini” rincarava Cavour; di contro Mazzini gli rispondeva che "Io vi sapevo, da lungo tempo, tenero alla monarchia piemontese più assai che della patria comune; adoratore materialista del fatto più che di ogni santo, eterno principio…perciò se io prima non vi amavo, ora vi sprezzo”. Garibaldi, a sua volta, chiese a più riprese a Vittorio Emanuele II di liquidare Cavour il quale affermava che "Garibaldi è il più fiero nemico che io abbia”.

Bisogna, inoltre, rimarcare il fatto che "L’ingombrante presenza austriaca della penisolaponeva due ordini di problemi. Innanzi tutto, creava uno squilibrio permanente nei rapporti tra Stati italiani, dato che nessuno di essi aveva il peso ed il prestigio militare sufficienti a bilanciare l’influenza asburgica. In secondo luogo, catalizzava il problema italiano intorno alla parola d’ordine della cacciata dello straniero, ricca di suggestioni emotive …tali da far passare in secondo piano, come minimalista e inadeguato, qualunque programma volto a ottenere riforme costituzionali o amministrative nell’ambito degli ordinamenti esistenti…questa peculiarità italiana fece sì che la d