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LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO DECIMOSESTO

VOL. I.

DELLA SERIE SESTA

ROMA

COI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA

1865

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Luglio 2016

I CASI DI TORINO

Il povero Piemonte assassinato, tradito, abbandonalo, e per giunta ancora maledetto, e quel che è peggio, canzonalo, e quel che è pessimo, non senza che egli si sia ogni cosa, se non ben meritata, almeno non, per fermo, pienamente demeritala; il povero Piemonte è ora all'Italia e al mondo esempio illustre dell'instabilità della fortuna, della gratitudine dei fratelli massoni e della verità di quel proverbio, il quale col dire che la farina del diavolo va tutta in crusca, non si trovò mai si letteralmente verace, come in quest'occasione, nella quale tutta quella mala farina è appunto in viaggio verso la gentil sede dell'Accademia della Crusca.

Non è ancora molto tempo passato, quando nel dizionario liberale d'Italia, Piemonte voleva dire terra promessa, Torino significava paradiso terrestre, e Piemontese era sinonimo di Italiano perfetto. A udire i liberali non ci era niente di buono in Italia, fuorché negli Stati sardi. Bealo chi poteva dirsi Piemontese.

Egli era subilo mostrato a dito come un essere privilegiato. Siccome quando un qualche Dio o Semideo degnava, presso i poeti pagani, far una calata su questa terra, incessu patebat subitamente Deus; così quando un Piemontese, abitatore felice della terra dello Statuto, pigliava un passaporto poniamo per Napoli o per Firenze, al primo suo apparire in quei paesi barbari, era dai fratelli affamati di libertà, cercato, salutato, circondato, invitato.

Gli si domandavano le novelle del paese, si ammirava il suo portamento, il suo parlare, la sua barba.

«Quando verrete a liberarci dalla schiavitù? Quando ci porterete la civiltà? Quando potremo dirci anche noi Piemontesi per annessione? Quando ci sarà dato di vivere sotto le vostre leggi sì sapienti, sotto la vostra amministrazione sì regolare, sotto la vostra giustizia sì esatta?»

Non diciamo poi niente di ciò che, in lode del Piemonte e della sua Costituzione, si diceva su pei libri e su pei giornali, per quanto le vigenti leggi lo permettevano. Era una cospirazione letteraria generale in favor del Piemonte. Il quale, poveretto, se ne ringalluzziva tutto, credendo in buona fede che lutti fossero innamorati di lui.

Ed erano in verità innamorali tutti i liberali, non già di lui, ma del suo esercito, e più ancora delle sue finanze. Donde veniva per conseguenza che dovessero anche essere innamorati, almeno a tempo, della sua Dinastia che disponeva dell'esercito e delle finanze. Dire i titoli di elogio che la letteratura liberalesca inventò ad onore e gloria di chi disponeva degli uomini e degli scudi, destinati a sfangare e sfornare i lodatori, sarebbe cosa troppo lunga. Basti il notare di passaggio che non si credette far troppo offerendo ed accettando quelli di Messia, di Redentore, di Rigeneratore e di Salvatore d'Italia.

Tutte queste commedie se potevano esser nuove Piemontesi e per la loro Dinastia, erano però cosa passata di moda già in Italia per altri popoli e per altri Principi. Infatti pochi anni prima non si acclamava certamente il Piemonte ma Roma, né la casa di Savoia, ma il Papato.

I liberali prima di accoccarla al Piemonte, aveano voluto far il tiro al Papa e a Roma. Andavano da un peno i ciarlatani politici italiani in cerca di qualche buon popolo di qual che buon Principe, il quale si volesse adattare a pigliarli in casa, come fedeli servitori e domestici famigliari, consegnando loro le chiavi della dispensa, della cucina, della cantina e della cassa forte.

Non desideravano altro quei fedeli servitori in disponibilità. Si con tentavano delle chiavi di casa. E si offerivano, purché avessero essi libera amministrazione di tutto, ad arricchire il padrone:

«Lasciate fare a noi, dicevano, e noi vi faremo Re d'Italia».

Ma il Papa non lasciò far a loro. Che anzi ributtò le loro inique offerte e le ributtò pubblicamente. E giova qui ricopiare le ammirande parole, che il Santo Padre Pio IX pronunziò a questo proposito nel Concistoro del 29 Aprile 1848.

«In questo luogo poi (disse Sua Santità) non possiamo fare a meno  di ripudiare in faccia al mondo intero i fraudolenti disegni, che nei pubblici giornali ed in varii libelli si fecer palesi, di coloro i quali vorrebbero che il Romano Pontefice presiedesse ad una certa nuova Repubblica da formarsi di tutti i popoli d'Italia. Anzi in questa occasione caldamente ammoniamo ed esortiamo gli stessi popoli italiani per l'amore che loro portiamo, a guardarsi con ogni studio  da siffatti scaltri ed ingannevoli consigli, perniciosi anche alla stessa Italia, e strettamente rimanersi fedeli ai loro principi, che pur ebbero a sperimentare benigni, né soffrano mai di esser distaccati dall'ossequio ad essi dovuto. Imperocché, se altrimenti operassero, non solo mancherebbero al proprio dovere, ma si esporrebbero altresì al pericolo che l'Italia venisse sempre più divisa per discordie ed intestine fazioni. In quanto a Noi torniamo a dichiarare che il Romano Pontefice rivolge tutti i suoi pensieri, cure e sollecitudini, perché viemaggiormente si dilati il Regno di Cristo, che è la Chiesa, e non già perché si estendano i confini del principato terreno, di cui la divina Provvidenza volle dotata questa S. Sede, affine di poter sostenere la dignità sua, ed esercitare liberamente il supremo Apostolato. S'ingannano dunque a partito coloro, i quali pensano che il Nostro animo possa essere sedotto dall'idea di un più esteso temporale dominio, per gittarci così in mezzo ai tumulti della guerra. Oh quanto mai sarebbe di conforto al paterno Nostro cuore, se Ci fosse dato coll’opera, colle cure e fatiche Nostre, contribuire in qualche modo ad estinguere i fomiti delle discordie, a conciliar gli animi de'  belligeranti e ricondurre fra essi la pace!»

Furono fieramente mortificali i ciarlatani politici italiani nel veder si così, come si dice, gentilmente ringraziali in Roma dal Papa. Credevano, quei miserabili, di poter sedurre il Vicario di Cristo colla stessa arte, di cui fu ardito servirsi con Cristo il Demonio:

Haec omnia tibi dabo, si cadens adoraveris me.

Ma il Vicario rispose come il Principale:

Vade, Satana: scriptum est enim: Dominum Deum tuum adorabis, et illi soli servies.

Non accettò il Papa le mendaci promesse della Framassoneria. Non si lasciò illudere dalle bugiarde offerte di servizio dei liberali. Non volle annettersi l'altrui. Si contentò di difendere il proprio; aggiungendo ancora un tacito consiglio agli altri Principi d'Italia, ed un chiaro avviso sopra il male che all'Italia verrebbe se qualche altro cadesse nella rete.

E ci cadde il Piemonte.

Gli fu offerto il Regno d'Italia, a patto che se lo guadagnasse egli a sue spese. I liberali offerirono di aiutare l'alta impresa con libri, sonetti, arie da teatro, barbe accigliale e altre dimostrazioni.

Il contratto fu fatto. Il Piemonte pose i danari, le armi e la pelle. I liberali posero i canti, i suoni e i petardi. Ad ogni petardo che scoppiava di notte per l'Italia, il Piemonte era obbligato dal contratto a credere che quel romore fosse un grido di dolore, a lodare la fermezza e la potenza del partito liberale e piemontese delle varie parli d' Italia, le quali evidentemente dimostra vano così di volersi unire al Piemonte.

Ad ogni annessione che faceva il Piemonte, i liberali, non ancora annessi, erano obbligati dal contratto a far scoppiare per grande invidia sempre nuovi petardi.

Cosi tra petardi ed annessioni il Piemonte fu Re d'Italia.

Ci fu, è vero, un piccolo episodio delle armi francesi in Italia.

Ma chi pensa più ora a quest'episodio?

Sarà ingratitudine italiana, se volete. Ma il certo è che non ci si pensa più, se non che come a un accidente insignificante. La gloria di aver fatta l'Italia se la son divisa tutta tra sé il Piemonte e i liberali. E non han tutti i torli.

Giacché la Francia non v'entrò che come alleata del Piemonte, che faceva la guerra a nome proprio. E si sa che gli alleali sono come gli aggettivi, che non sono che una specie di servitori, senza i quali In sostanza il periodo, almeno grammaticalmente, può camminare.

Fatto Re d' Italia, il Piemonte credette bonamente che tutto fosse finito, e che a lui non rimanesse più altro che comandare. Ma questo fu il suo sbaglio.

Comandare ai liberali!

La cosa é possibile ed anzi facilissima con liberali emigrali, affamati e senza impiego.

Non e' è materia più tenera a maneggiare di un liberale affamato.

Se ne fa quello che si vuole: anche un codino. E noi ne abbiamo conosciuti dei pronti perfino a scrivere, purché ben pagali, nei giornali retrogradi. Ma dateci un liberale rigeneralo, impinguato, salvato, redento: Incrassatus, impinguatus, dilatatus recalcitravit et recessit a salutari suo.

Il Piemonte avea mantenuti troppo grassamente i fratelli emigrati. Aveva ricevuti a braccia aperte i fuorusciti di tutta Italia e i loro parenti e affini sino al duodecimo grado, non esclusi i ladri e gli ex galeotti, che nelle loro catene aveano un titolo più che sufficiente per essere dichiarati martiri del dispotismo.

Li aveva vestiti, puliti, sfamati a spese sue, e postili persino a sedere nelle comode poltrone delle cariche dello Stato, anche più gelose.

Avendo così ingrassati i fratelli liberali, e rimpannucciatili, e liberale e redente le patrie loro, e dato loro in mano perfino lo Stato, costoro non vollero più obbedire. Pretesero anzi di comandare. Recesserunt a salutari suo; si ribellarono al loro salvatore.

I petardi cominciarono a scoppiare contro la tirannia piemontese.

Le barbe, le arie, i canti, i suoni cominciarono a protestare contro il municipalismo piemontese. Le dimostrazioni cominciarono a dimostrare che bisognava pensare a scuotersi di dosso questo giogo sub alpino. Le leggi del Piemonte, prima si lodate, cominciarono a trovarsi leggi barbare: la sua amministrazione pedantesca, i suoi usi selvaggi. La ragione di ciò era chiara. Non avea forse il Piemonte liberata l'Italia? Non avea egli pagalo lutto? Gli rimaneva forse un soldo nel tesoro? Qual ragione ci era dunque più di corteggiare un fallito?

Il Piemonte, visti i primi indizii della mala parata, cominciò a parlar di gratitudine pei suoi sacrifizii a pro dell'Italia.

Ah! Il Piemonte vuole gratitudine?

Detto fatto. Si fa la Convenzione e si decide il trasporto della Capitale a Firenze. Ed ecco subito tutta la grata Italia in gioia e in tripudio per la decapitazione del Piemonte, per l'umiliazione di Torino.

Torino chiede spiegazioni di un modo sì brutale di trattar con una città sì benemerita.

— Ah Torino vuole spiegazioni? Eccole le spiegazioni. Per la prima volta, dopo che il mondo è mondo, i soldati pigliano i Torinesi inermi e pacifici a fucilate, stendendone ferite e morie sul suolo le centinaia.

I Piemontesi chiedono giustizia. Si promette subito la giustizia.

Si ordina un'inchiesta; si fa; si scrive una gran relazione. Si discute alla Camera per alcune ore. Si decide che bisogna, non solo non decidere nulla, ma neanche discutere. Questo esigere assolutamente la carità di patria.

E questa fu la gratitudine, questa la giustizia liberalesca che si è resa al Piemonte e a Torino.

Mancava altro per dimostrare l'amore, l'affetto, la gratitudine che ha l'Italia per chi la redense, la rigenerò, la liberò, la fece? Mancava altro. Un branco di chi che si fossero, bene o male calzati, fischiano coloro che vanno al ballo di Corte. Quei fischi sono attribuiti alla città di Torino, e si esige che Torino ne chieda scusa. Par duro a Torino di dover pigliar su di sé la colpa di quell’offesa fatta al suo Re. Detto fatto. Il Ministero mette il Re in carrozza e lo porta a Firenze, nella fedele Firenze, dando mostra di voler salvare quel prezioso deposito dai tradimenti e dalla infedeltà piemontese.

E cosi, in pochi istanti, quasi per colpo di magica verga, i liberali, che sono espertissimi nell'arte di dividere i popoli da'  Re, per assassinarli poi entrambi con comodo, riuscirono a vendicarsi di tutto il bene che avean ricevuto dal Piemonte e dal suo Re; umiliando l'uno e l'altro e ponendo l'ira e la sfiducia, dove prima regnava la mutua concordia e la sicurezza.

Parlammo finora di Piemonte, di Piemontesi, d' Italia, di Torino.

Ma, ognuno intende che qui non c'entra né Italia, né Piemonte, né Torino, né Piemontesi. Il gioco non fu fatto che tra liberali. Il partito liberale piemontese, che aveva credulo servirsi a suo profitto del partito liberale italiano, fu canzonato invece da questo. Il Piemonte e i Piemontesi, l'Italia e gl’Italiani, Torino e i Torinesi non entrarono in questo giuoco che come i terzi che ne godono. Se siano seno colpa di tutto questo, o se ne abbiano la loro parie almeno per l'aver lascialo fare, non è di questo luogo il giudicarlo.

Il certo si è che il grosso d'Italia e del Piemonte stettero a vedere; e, o potessero o non potessero impedire, non ci cooperarono però attivamente. La commedia fu rappresentala tutta dai varii partili liberali, a spese bensì dell'Italia o del Piemonte, ma senza loro attiva cooperazione.

Ond'è che e l'Italia e gl'Italiani, e il Piemonte e i Piemontesi, e Torino e i Torinesi hanno nella loro maggioranza il diritto di considerare la lotta che tra i varii partiti accade ora in Italia, in Piemonte e in Torino, colla calma di giudici in causa altrui, anziché colla passione di partigiani. Soffrono in verità assai gl'Italiani, i Piemontesi e i Torinesi da queste pazze imprese liberalesche. Ma soffrono da oppressi, e senza poter esser accusati di essersi fabbricala colle proprie mani la propria ruina.

Quelli che soffrono più, almeno nel loro amor proprio, sono appunto que' grandi furbacchioni, capi del partito moderato: i quali in Piemonte credevano di far gli affari del Piemonte e della dinastia, col dar la mano amica alla rivoluzione. Costoro si devono ora accorgere che cosa si guadagna a prender costei per alleata. Si perde il proprio e non si guadagna l'altrui.

Credevano questi grandi volponi di costituzionali piemontesi e moderati, credevano di aver fatto il becco all'oca, coli' aver rubala la parola d'ordine: andiamo a Roma, al partito mazziniano. Il partito mazziniano li lasciò fare, ben vedendo che lavoravano a suo profitto. Si è uscito da Torino finora; ma non si è andato a Roma.

Erano sicurissimi della fedeltà piemontese i piemontesi caporioni della setta unitaria. Essi tenevano per fermo di non aver nulla da perdere nel gioco. O vincevano, e il Piemonte e casa Savoia erano aggranditi. 0 perdevano, e sempre rimaneva il Piemonte. Ma ecco che il Piemonte stesso è offeso e abbandonato, prima che si sia ben guadagnato l'affetto del rimanente.

Volevano, quei grandi politiconi di costituzionali unitarii, volevano disarmare in Italia la sella mazziniana e repubblicana, afforzando il partito monarchico, e riunendo lutti gli animi nell'amore e nel rispetto alla dinastia reale del Piemonte.

Or che cos'hanno guadagnato?

Per poco non è diventalo mazziniano anche il Piemonte. Non si sa se si sia mollo accresciuto nel resto d'Italia l'amore alla monarchia piemontese. Ma si sa di certo che esso è molto diminuito nello stesso Piemonte.

Onde si può congetturare che i grandi sforzi e il grande ingegno, messi in opera in questi anni da tanti dotti comitali per fondare un regno d' Italia, sono invece in buona via per formare una repubblica mazziniana. È inutile l'illudersi. Chi avrebbe potuto pensare, alcuni anni sono, che un Re di casa Savoia sarebbe stato fischiato in Torino?

Che al suono di quei fischi il Re sarebbe partito dalla sua Capitale e dalla sua patria? Non partirono così dalle loro Capitali né il Re di Napoli, né il Granduca di Toscana, né il Duca di Modena, né la Duchessa di Parma. E se in una città come Torino tanto potè prevalere, in sì breve tempo, la villania mazziniana, che non farà altrove?

I nostri lettori ben si debbono accorgere che molle cose potremmo aggiungere. Ma a qual prò? Non sono forse abbastanza eloquenti i fatti? Ed è egli necessario lo spiegar a parole quelle naturali considerazioni, sopra la sapienza della divina giustizia anche in questo mondo, le quali si presentano di per sé ad ogni uomo di buon senso?

Lasciando dunque quest'ordine di considerazioni, le quali non dubitiamo che non debbano di per sé e naturalmente sorgere nell'animo di tutti ora in Italia, volgiamoci invece a ricavare dal detto alcune più generali e meno personali conseguenze sopra la sapienza di certi principii moderni, che parecchi ancora si ostinano a credere una delle glorie della società e della civiltà moderna.

Il popolo è sovrano, essi dicono. Questa è una delle grandi conquiste dell'89. Ma quanto il popolo sia sovrano si è potuto vedere testé in Torino. Esso fu fucilato sommariamente. Chi è morto, è morto; e non v'è modo di ottenere né processo né giustizia.

I Ministri sono responsabili. Ottimamente. E se ne ha la prova appunto in Torino stessa: dove non solo i Ministri non hanno risposto di nulla, ma si preparano a ricominciare; essendo voce comune che i Peruzzi e i Minghetti sono vicini a ritornare sul soglio ministeriale.

Il Re non risponde di nulla ed è inviolabile. Appunto. Giacché si trova invece che il Re è il solo che ha risposto di qualche cosa, essendone stata violata la dignità inviolabile per la colpa dei Ministri responsabili che non risposero.

Si facciano finzioni di diritto quanto si vuole. La natura delle co se trionferà sempre: Naturata expellas furca, tamen usque recurret.

Si ha un bel dire che i Re sono inviolabili, che i Ministri rispondono, che il popolo è sovrano. Il fatto è che il popolo è sempre il trastullo dei furbi, che i Ministri costituzionali non rispondono mai di Dulia, e che i Re rispondono sempre di tutto e sono violabili e violabilissimi, secondo che ce l'insegna tutta la storia parlamentare di lutti i paesi di questo mondo.

E siccome anche la natura delle cose vuole che, essendo gli uomini in società, tutti siano solidali, cosi non accade mai che si violino i Re e ne restino inviolati i popoli. Quidquid delirant reges plectuntur Achivi.

Diede di ciò solenne esempio la Francia, che dopo l'assassinio di Luigi XVI non ebbe più bene; né può vantarsi d'allora innanzi d'avere salutato Re il figliuolo di un suo Re. I Re non rispondono di nulla! I Re anzi rispondono di tutto e per conto proprio e per conio dei loro popoli.

L'Italia che ebbe testé tanti suoi Re violati, non rispose ella forse tremendamente finora? E se Dio permetterà che si avanzi quel torrente mazziniano, che percuote le rive, ben si vedrà ancora se i Re non rispondono, o se i popoli sono sovrani.

Perciò noi auguriamo bene di questa Roma, che sempre si mantenne degnamente in Italia e fedelmente unita al suo Principe e Padre e Pontefice. Roma non si 'collegò cogli empii, né per rubare l'altrui, né per vendere sé medesima. I suoi Re e Pontefici o non partono da Roma, o se ne partono, partono in mezzo al pianto dei loro figliuoli, e vi tornano presto in mezzo ai trionfi.




























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