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I BORBONI DI NAPOLI AL COSPETTO DI DUE SECOLI

PER GIUSEPPE BUTTA)

VOLUME II

NAPOLI - TIPOGRAFIA DEL GIORNALE LA DISCUSSIONE - Estratti dal giornale la discussione 1877

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I BORBONI DI NAPOLI
AL COSPETTO DI DUE SECOLI

Volume I
I BORBONI DI NAPOLI
AL COSPETTO DI DUE SECOLI

Volume II
I BORBONI DI NAPOLI
AL COSPETTO DI DUE SECOLI

Volume III
CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI
CAPITOLO VII CAPITOLO VIII CAPITOLO IX CAPITOLO X CAPITOLO XI CAPITOLO XII
CAPITOLO XIII CAPITOLO XIV CAPITOLO XV CAPITOLO XVI CAPITOLO XVII CAPITOLO XVIII
CAPITOLO XIX CAPITOLO XX CAPITOLO XXI CAPITOLO XXII CAPITOLO XXIII CAPITOLO XXIV
CAPITOLO XXV CAPITOLO XXVI

REGNO DI FRANCESCO I

CAPITOLO I

SOMMARIO

A Ferdinando I succede suo figlio che si titola Francesco I, . Disposizioni e decreti di questo Sovrano. Viaggio del medesimo: in Milano fa una Convenzione con l'imperatore d’Austria circa il ritiro delle truppe tedesche da questo Regno. Grazia ed esecuzioni capitali. Altre grazie in occasione della nascita di un principe reale. Il re assolda altri tre reggimenti svizzeri. Aumenta l'esercito nazionale e la flotta. Questione con la Reggenza di Tripoli. I settarii tentano altre rivoluzioni. Repressioni governative. Accuse contro Francesco I.

Il 5 gennaio 1825, il successore di Ferdinando 1° di Borbone si ritirò, col resto della real famiglia nel palazzo di Capodimonte, ove dimorò tutto il tempo de' lugubri uffizii; colà anche prese stanza la vedova del defunto re, duchessa di Floridia, forse la più dolente di tutti.

Terminati i funerali, il 15 dello stesso mese, il novello sovrano ricevé il giuramento dalle truppe in gran tenuta, schierate in varie piazze di questa capitale; ed avendo pubblicato il primo decreto, col quale nominava suo fratello Leopoldo comandante della Guardia reale, si firmò Francesco 1°; il suo primogenito Ferdinando prese il titolo di duca di Calabria.

Il corpo diplomatico, il consiglio di Stato ordinario, i capi di corte, i gentiluomini di camera e i generali si recarono a Capodimonte per tributargli omaggio. In seguito, da tutte le autorità del Regno, gli giunsero felicitazioni e proteste di fedeltà.

Il 2 febbraio, Francesco 1°, insieme con tutta la real, famiglia, si recò al Duomo in forma pubblica, ove si cantò il Te Deum; ed uniformandosi al pio uso de’ suoi maggiori, come di tanti altri re svevi, angioini ed aragonesi, offri in dono a S. Gennaro un grosso gioiello di zaffiri e brillanti per ornare la pettiglia di quel Santo Martire.

Il Regno di Francesco 1° fu il più breve di quello de’ due sovrani che lo precedettero, essendo durato meno di sei anni; e si può riguardare come un intervallo tra regni lunghissimi dei due Ferdinandi. Quel periodo di tempo presenta pochi avvenimenti interessanti, ed io li segnalerò con la massima brevità.

I rivoluzionarii, i carbonari, non tenendo conto del male che aveano fatto a questo Regno con repubbliche e costituzioni inopportune, speravano molto in Francesco 1°. Questo sovrano si era mostrato schiettamente liberale nel principio della rivoluzione di luglio 1820, credendo in buona fede che dai ribelli si fosse voluto veramente il bene del popolo; nondimeno dopo il disinganno, alla entrata de’ tedeschi in Napoli, si mostrò generoso e clemente; tanto che il generale francese Lafayette, scrivendo a Guglielmo Pepe, designava ¡1 principe ereditario Francesco di Borbone, chiamandolo: votre compagnon constitutionnel. Tutto ciò prova che i Borboni di Napoli non erano avversi agli ordini rappresentativi, ma furono costretti a tenersi stretto il potere nelle loro mani, perché i rivoluzionarli voleano impossessarsene per offenderli e scacciarli dai trono e poi tiranneggiare i popoli innocenti.

Francesco I, salendo al trono, confermò tutti i funzionarii ed impiegati del governo del suo genitore, proseguendo il sistema di costui, conciossiaché, anche volendolo, i’ tempi e le circostanze gli vietavano di fare altrimenti. Con decreto dell’8 febbraio di quell’anno, accordò piena amnistia a soldati e sott’uffiziali disertori e felloni; la pena dell’ergastolo fu commutata in quella de’ ferri, e ridotta a minor tempo la prigionia e la reclusione, eccettuando i soli condannati per furto.

Le sale della Reggia furono schiuse ad ogni ceto di persone, le udienze sovrane di vennero facili, i ricorrenti o i chiedenti qualche grazia, non si partivano mai scontenti da quel sovrano. Il quale se non potea concedere quel che gli si domandava, usava sempre cortesi e clementi parole nel negare ciò che gli era chiesto.

Francesco I, senza curarsi dello sbraitare dei più accaniti settarii, che avrebbero voluto riforme politiche per cominciar da capo le loro ribalderie, pensò al vero bene de’ suoi popoli e al decoro nazionale, con liberare questo Regno dall’occupazione tedesca, che tanto nocumento arrecava alla finanza. Perlocché, avendo lasciato vicario generale del Regno il principe ereditario, allora giovanetto di 15 anni, partì per Milano, insieme alla regina ed al piccolo figlio conte d’Aquila, per concertarsi con l'imperatore d’Austria, che trovavasi allora in quella città, circa il ritiro delle truppe austriache dimoranti in questo Regno.

Gli augusti viaggiatori passarono da Roma per compiere la visita prescritta dal Giubileo, correndo allora l'anno Santo. Visitarono il Sommo Pontefice Leone XII, dal quale ricevettero in dono un magnifico reliquiario con un pezzo della Santa-Croce; perlocché fu poi stabilita nella cappella del palazzo reale la festa dell'Esaltazione della Croce. Da Roma si recarono ad Assisi per visitare quel Santuario, è per la via di Firenze e Parma, il 45 maggio, giunsero a Milano, ove furono ricevuti con grandi onori dall’imperatore d'Austria. I due sovrani, il 26 di quel mese, conchiusero la seguente convenzione-: cioè che le truppe tedesche rimarrebbero nel Regno delle Due Sicilie fino a marzo del 1827, e che una colonna di diecimila e quattrocento uomini si ritirerebbe in Austria nel cominciare del prossimo agosto, come di fatti avvenne.

Il re con la regina e il piccolo principe reale si recarono a Torino per visitare l’augusta sorella Maria Cristina regina di Sardegna. Dopo alquanti giorni di dimora in quella città, partirono per Livorno, ove giunti, trovarono una flottiglia napoletana che li attendea. Il 13 luglio gli augusti viaggiatori s’imbarcarono sul vascello il Vesuvio e fecero vela per Napoli; ebbero un pessimo viaggio, e corsero pericolo di naufragio. Quando il telegrafo segnalò, che il vascello ov’era imbarcato il re, correva pericolo. e manovrava per entrare nel Golfo di Napoli, Ferdinando, vicario del Regno, intrepido affrontò il tempestoso mare sopra la goletta il Lampo, per correre in soccorso de' suoi genitori. Però non potè subito abbordare e dar soccorso al Vesuvio a causa dell’imperversare del vento di libeccio; dopo quattr’ore di supremi sforzi e grandi pericoli raggiunse quel vascello, non ben guidato.

La città di Napoli avea fatto costruire, sotto la batteria del Molo, un ponte di legname, sporgente nel mare per comodo maggiore allo sbarco, con varii piani, ringhiere di fiori e coperto di un magnifico padiglione. Il sindaco, il corpo della città, le persone della Corte stavano ivi ad attendere i loro sovrani, che sbarcarono il 17 luglio, e furono ricevuti con acclamazioni di gioia da tutta la popolazione; la quale per tre sere consecutive, spontaneamente illuminò tutta Napoli. Il giorno seguente allo sbarco, tutta la real famiglia si recò al Duomo, onde rendere azioni di grazie all’ALTISSIMO per aver salvato da un imminente naufragio gli augusti viaggiatori.

Non soddisfatta la naturale clemenza del re, dopo di avere minorata la pena a varii condannati, e di avere accordata l'amnistia a’ rivoluzionarii del 1820 e 21, il 17 agosto, fece pubblicare un decreto col quale commutava e diminuiva altre condanne. Que’ rei furono in seguito tutti messi in libertà; ed ingrati sempre, non pochi l'abbiamo veduti nel 1848 e 60, capi di quelle due memorande rivoluzioni.

Altri due assassini dell’ex direttore di polizia Giampietro caddero nelle mani della giustizia: erano Michele Valenza, di Rionero in Basilicata, ex-capitano de’ legionarii, ed il cocchiere Pasquale Ammirante di Napoli; tutti e due il 21 febbraio furono giustiziati fuori porta Capuana.

Il 13 agosto 1827, la regina diè alla luce un figlio, che ricevé il nome di Francesco di Paola, col titolo di conte di Trapani. La nascita di questo principe reale, perché in tempo che il padre era sovrano, fu solennizzata con maggiori pompe e grazie. Il re accordò decorazioni e gradi; abolì l'azione penale per coloro che erano sotto giudizio dopo la prima amnistia. Per la medesima fausta ricorrenza, largì il perdono a’ disertori dell'esercito e della marina reale, a’ refrattari delle leve de’ tre anni precedenti, ed ai soldati e sott'uffiziali condannati agli officii ignobili per causa politica.

Francesco 1°, conoscendo che i settarii si agitavano sempre e che aveano degli adepti in quell’esercito, formato con tanti sacrifizii, dopo i disastri del 1820 e 1821, si argomenti ampliare la convenzione elvetica. Il 7 ottobre del suo primo anno di Regno, fece altra convenzione, che si chiamò Capitolazione, co’ Cantoni elvetici del Ticino, Uri, Urdervald, Appenzel, Fribury, Soletta e Berna, per assoldare altri due reggimenti ognuno di 1451 uomini, ed il servizio de’ quali dovea durare per 30 anni. In seguito ne assoldò un altro, e così ebbe quattro, reggimenti svizzeri con quello g¡á formato dall’augusto suo genitore; e tutti formavano la forza di circa seimila uomini. La spesa fu di un milione e settecentomila ducati e pel mantenimento annuo cinquecento sessantaseimila.

I rivoluzionarii, che approfittano di tutto il male e il bene che fanno i sovrani, per alterarlo о svisarlo, onde criticare e piagnucolare, colsero quest’altra occasione per gridare al subisso delle finanze dello Stato, allo sperpero del danaro de’ contribuenti. Eglino, che non si fecero scrupolo, di sperperare ottanta milioni di ducati dello Stato nella rivoluzione del 1820 e 21, che saccheggiarono i Banchi, imponendo prestiti forzosi, facendo debiti, regalando al redento popolo il flagello de’ boni forzosi, eglino, che avrebbero fatte altre simili maggiori prodezze, se fossero rimasti più lungo tempo al potere, aveano l'impudenza di piagnucolare e gridare per la spesa dell’arruolamento degli svizzeri, mentre ne erano essi la causa.

-Sebbene qualche altro Stato di Europa, anche costituzionale, praticasse simili arruolamenti di svizzeri, è certo che fu una sventura nazionale per questo Regno andare in cerca di stranieri per difendersi. Ma chi avea creato questo supremo bisogno allo Stato? gli stessi rivoluzionarii, i quali non contenti di avere corrotta la fedeltà di una classe di cittadini, aveano poi pervertito in gran parte l’esercito nazionale. I settarii odiavano i soldati svizzeri, non già perché stranieri, ma perché furono inaccessibili alla corruzione settaria; difatti quegli stranieri furono fidi e valorosi; e lo dimostrarono in varie circostanze, onorando così la memoria di quegli eroi loro connazionali che difesero il re martire Luigi XVI di Francia. Que’ soldati elvetici al servizio napoletano furono perenne ostacolo alle rivoluzioni; a suo tempo dirò quali arti sataniche adoperò la setta nel 1860 per isbarazzarsi di loro.

Dopo che furono organizzati i primi due reggimenti svizzeri, in agosto dell’anno. seguente, si ordinò la benedizione delle bandiere, eseguita nella città di Castellammare di Stabia, dal cappellano maggiore monsignor Gravina. Il re, reduce dal pellegrinaggio di Montevergine passò per quella città, e consegnò le bandiere a’ comandanti colonnello Sonnemberg e maggiore Surbeck, che gli giurarono fedeltà. Altre Capitolazioni si stipularono co’ cantoni Vailese e Schwitz per la formazione di due altri battaglioni. Nel 1826, si era di già organizzato il corpo del genio, quello dell’artiglieria e l'altro del treno.

In quello stesso anno il re volle introdurre nell’esercito l’elemento siciliano; e siccome la Sicilia era esente dal gravoso carico della leva, si formarono due reggimenti di volontari! di quegli isolani; nel 1831 furono anche ammessi de’ galeotti graziati, ma non per imputazione di furto. Si disse e si ripete ancora che il governo avesse venduto i gradi de‘ capitani e degli uffiziali subalterni di quei due reggimenti siciliani; ecco come va quest’affare. Trovandosi lo Stato senza pecunia, il governo dichiarò di cedere il grado di capitano, e la facoltà di nominare i tre uffiziali subalterni, a chi avesse presentato una compagnia di soldati, vestiti in completo uniforme. In modo che, coloro che ottennero, quel grado, poco о nulla s’interessarono, perché i due tenenti e l’alfiere furono nominati dal capitano, con l’obbligo di assoldare e vestire a loro spese, in proporzione del grado, la compagnia suddetta. Fu questo un gravissimo errore che commise il real governo, dappoiché si videro alfieri, primi e secondi tenenti e capitani bambini appena nati, che figuravano graduati ne’ due reggimenti siculi. Non pochi di que’ neonati uffiziali fecero poi nel 1860 una pessima riuscita; tra i quali più di tutti si distinsero per tradimenti e fellonie, un Flores, un Alessandro Nunziante, un Pianelli ed un Ghio.

Il principe ereditario, appena compiuti i sedici anni, in forza Helle leggi del Regno, entrò a far parte del Consiglio di Stato e fu eletto comandante generale dell’esercito. Nel medesimo tempo il tenente-generale marchese Vito Nunziante, già ispettore della fanteria di linea, fu nominato quartiermastro generale del comando generale dell’esercito. Pochi altri corpi militari si formarono sotto il regno di Francesco I, tra’ quali il 1° reggimento di cavalleria Lancieri; il quale ricevé in Capua, dalle mani del-principe ereditario, le bandiere benedette dal cappellano maggiore. Utili leggi si fecero per la reclutazione della truppa, venne stabilito che coloro i qua' li doveano servire nell’esercito avrebbero potuto presentare i cambii, ma co’ dovuti requisiti. Ad evitar poi i continui matrimonii, che contraevano i militari con donne povere di non finita educazione, con decreto del 20 aprile 1829, fu vietato agli uffiziali, sottuffiziali e soldati di ammogliarsi, salvo nel caso che la fidanzata avesse una dote di duecento ducati annui di rendita sul Gran libro, ed avesse documenti della sua moralità; e ciò era permesso a’ soli uffiziali.

Molto si accrebbe la flotta sotto il breve regno di Francesco I: furono varate tre fregate, l’Urania, Maria Isabella e la Partenopea inoltre due corvette, la Maria Cristina e l’Etna, un brigantino il Principe Carlo ed altri legni minori, tutti costruiti nel cantiere di Castellammare e nella darsena di Napoli.

A proposito della flotta è necessario accennar qui un fatto dispiacevole avvenuto nel 1828. Il governo napoletano avea fatto un trattato, nel 1816, con la Reggenza di Tripoli; morto Ferdinando 1°, il Bey lo dichiarò finito con la morte del re, e per rinnovarlo chiese centomila colonnati al successore Francesco 1°, fissando il termine di due mesi per aversi la risposta. Il re rispose con mandare nelle acque di Tripoli ventitré legni da guerra tra grandi e piccoli, sotto il comando del capitano di vascello Alfonso Sozii Carafa. Costui, secondo affermano gli storici Coppi e de' Sivo, dopo vane trattative col Bey, il 23 agosto cominciò a bombardar Tripoli, mettendosi però fuori tiro de’ cannoni di quella città, in modo da non offendere, e non essere offeso. Il solo de' Cosa, che comandava quattro cannoniere, si avanzò arditamente ed arrecò gravi danni a’ difensori di Tripoli. Il Carata, dopo di essere rimasto tre giorni in rada, senza nulla conchiudere, scusandosi poi che il vento eragli stato contrario, ritornò a Messina, ove fu messo sotto giudizio insieme ad altri comandanti in secondo Egli accusava de' Cosa, secondo i citati storici, perchó questi si era cacciato sotto i cannoni tripolini e perché avea sofferto alcuni danni: bella pretensione di un comandante in capo, che vuol far la guerra senza ricever danni né per sé né pe’ suoi subalterni! (((1)))

I giudici, che formavano il consiglio di guerra per condannare quel comandante in capo ed altri subalterni, dichiararono tutti colpevoli senza condannarne alcuno: che fior di logica! Si ricorse alla corte militare, ma il re, per non far rimestar di più que’ fatti, troncò il giudizio, mandando alla 4 classe i giudici e mettendo in libertà il Carata, La squadra tripolina e la napoletana si predarono a vicenda, con più danno di quest’ultima. Francesco 1°, secondo asserisce lo storico Coppi, per preservare il Regno dalle continue incursioni di que’ barbari e da' danni che principalmente arrecavano alla Sicilia, il 28 ottobre, fece una convenzione col Bey di Tripoli, pagandogli per una sola volta ottantamila colonnati con l'obbligo di restituirsi i prigionieri napoletani e di lasciare in pace questo Regno. Le sventure di questa gran parte d’Italia sono state sempre cagionate a da’ rivoluzionari, о dall'insipienza de' mini«stri, о dell’insuccesso de' capi dell'esercito e della flotta, intanto non mancano scrittori che vituperano il medesimo esercito e la flotta, gettando esclusivamente la colpa addosso al re, anche perché fece quella convenzione col Bev; e sono quelli stessi storici che lo criticavano e piagnucolavano perché quel sovrano assoldò sei mila svizzeri per difendere questo Reame.

La carbonería, umiliata e derisa, si era rincantucciata, ma pertinace, non essendo ancor contenta del male che avea fatto, congiurava nell'ombra. Quando le sembrò apportuno il tempo, usci da' suoi covi e tentò di mostrare la sua laida faccia qui in Napoli, in Catania ed in Siracusa; sostituendo all'antico odiato nome quello di Pellegrini bianchi. Si vuole che il capo di questa setta sia stato Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, a vendo fondato in Parigi una così detta Camera di que' settarii, che corrispondeva con un altra di Napoli, a capo della quale eravi il negoziante Antonio Migliorato, giovane entusiasta ed audace. I Pellegrini bianchi erano repubblicani, e al solito, domandavano a sovrani costituzioni politiche, per servirsene di ponte onde passare alla loro prediletta forma di governo che è sgoverno, come poi si rilevò dal processo fatto ad altri settarii detti Filadelfi. I primi a far pazzie, di que’ Pellegrini furono il capitano Giovambattista Piatti ed un Nicola Fusco con altri settarii, che vennero arrestati ih gennaio del 1826; giudicati si ebbero i due capi condanna di morte, gli altri i ferri. Il re minorò la pena a tutti; però volle il pubblico esempio della degradazione pel capitano Piatti. Il quale fu condotto, il 19 aprile di quell’anno, sulla piazza di Foria, alla presenza del suo battaglione e d’altre frazioni di Corpi dell’esercito; dopo che gli fu letta la sentenza di morte e la grazia della vita da un prevosto, ebbe tolte le spalline, . gli altri segni del grada e la sua spada venne rotta in due pezzi; indi fu vestito in pubblico con gli abiti da galeotto ed inviato al suo destino. Per quanto sia umiliante la pena della degradazione per chi veste la divisa dell’onore, è pure un salutare esempio pei militari felloni.

I settarii si rincantucciarono un’altra volta, e congregandosi tra le tenebre, non mancarono di congiurare; ma per due anni furono prudenti, non apparvero.

Nel 1828, saliti al ministero di Francia individui creduti liberali, quel popolo tumultuò;. i settarii di Napoli vollero scimiottare i fratelli francesi;. quindi si mostrarono di bel nuovo in piazza, gridando: о Costituzione di Francia о morte. Buffoni! Essi aveano il coraggio de’ vili, abusando della clemenza del re. Il 20 aprile di quell’anno, varii di essi presero le armi e si mostrarono ne’ due. Principati, scorazzando tra il Vallo ed il Cilento. I capi di quella ribellione erano Antonio Migliorato, Antonio Gallotta, l’avv. Teodosio de' Dominicis, Vincenzo Rióla, il prete Dotajuti, i fratelli Capozzoli di Monteforte, già fuorbanditi, ed alla direzione di tutti trovavansi due reverendi, il can. Antonio de' Luca, che fu deputato al Parlamento del 1820, e Carlo de' Celle, suo nipote, guardiano del convento de’ Cappuccini di Matera, aderente un Antonio Bianco colonnello del genio.

Il 28 giugno, sorpresero il piccolo forte di Palinuro, ed avendo raccolto altra gente avida di subugli per far fortuna, volsero a Cammarota con bandiere tricolori, gridando: e Costituzione di Francia о morte. In cinque giorni traversarono varii paesi, cioè Licosati, S. Giovanni in Piro, Bosco, Montano, Cuccurro ed altri piccoli paeselli e villaggi, perpetrando vendette atroci e saccheggi al grido di viva la Costituzione e la libertà. In S. Giovanni in Piro fecero fuoco sulla popolazione inerme, perché la stessa non rispose alle loro grida di viva e di morte; saccheggiarono le case del Parroco, del Sindaco e del Capo urbano; acclamarono il paese del Bosco, per essere stati da que’ paesani ben ricevuti e festeggiati.

Il 2 di luglio, il real governo mandò una colonna di truppa contro que’ forsennati, comandata dal maresciallo di campo Francesco Saverio. del Carretto, il quale ebbe estesi poteri. Costui nel 1820, da ufficiale superiore, avea fatto parte dello Stato Maggiore del generale Guglielmo Pepe, e, si era mostrato caldo carbonaro; nel 1822 ottenne piena grazia dal re Ferdinando I e fu promosso a colonnello, in seguito a brigadiere e maresciallo. Mostravasi allora tutto regio, e dicea sempre, che desiderava una occasione per mostrarlo de’ fatti. Si vuole però che nell’ombra stringesse la mano agli antichi consettarii; promettendo a costoro aiutarli in una propizia occasione, ma per allora era necessità che egli facesse la parte di realista.

Del Carretto accettò con piacere la missione di punire i sollevati del Vallo e del Cilento, che per. soprappiù putivano di briganti; e per mondarsi dell’antica macchia di carbonaro, usò modi atroci nel reprimere quella gente in armi, la quale per altro si sciolse e fuggi al solo apparire della soldatesca. Cannoneggiò il comune di Bosco, sol perché avea bene accolto i sediziosi; nominò una Commissione militare per punire i rei principali, già arrestati; de’ quali furono condannati 27 a morte, presi con le armi alle mani, e cinque all’ergastolo. Tra’ primi eravi il de' Luca, il Celle, il de' Dominicis, il Rióla e Migliorato; costoro subirono l’estremo supplizio; gli altri ebbero commutata la pena in quella dell’ergastolo.

Gallotti fuggi tra boschi e dirupi, e riparò in Francia, ove fu arrestato ë consegnato al governo di Napoli; ebbe condanna di morte; ma il re gli fece grazia, e dopo un anno, fu reclamato dal governo rivoluzionario di Parigi, perché condannato a sei anni di relegazione.

I fratelli Capozzoli fuggirono anch’essi nei boschi, donde furono snidati dalla gendarmeria; ripararono prima in Toscana, poi in Coreica. Riusciti a ritornare a’ patrii monti, con la speranza di continuare il brigantaggio, furono arrestati in conflitto dalla forza pubblica; dopo strepitoso processo della fortunosa loro vita, ricca di avventure e di episodii, furono giustiziati in Salerno.

Prinpa che io lo dicessi, già i miei lettori hanno indovinato, che gl'impudenti settarii piagnucolarono e scrissero diatribe contro re Francesco I, non solo perché soffocò sui nascere una terribile ribellione mezzo brigantesca, ma perché non fece grazia a tutt’i ribelli del Vallo e del Cilento, non esclusi i ladri e sanguinarii fratelli Capozzoli. Il credereste? Chiamarono tiranno sanguinario quel sovrano, anche perché non fece grazia agli assassini dell’infelice ex-direttore di polizia Giampietro, che lasciò nove tra figli e figlie senza guida e senza fortuna: essi che approvarono i massacri di Manhes, e tutti gli assassinii perpetrati da’ carbonari dei 1820 e da’ repubblicani del 1799! (((2))).

I rivoluzionarii, io lo ripeto, perché giova ridirlo, han la impudente pretensione che a loro soltanto è lecito massacrare i cittadini, sia con le forme giuridiche о in qualunque siasi modo, come spesso accade; e che al solo sventolare del loro. nefasto vessillo, i sovrani dovrebbero darsi in lòr balìa, mani e piedi legati per essere condotti al patibolo; altrimenti son proclamati tiranni e sanguinarli. Ogni anima sensibile abborre l'esecuzioni capitali; pia, se son lecite, anzi da encomiarsi, quando ne fanno abuso i settarii ài potere, perché son poi tiranniche e peggio, quando i monarchi le permettono con tutte le forme della legge per preservare la società da tanti mali? Se Francesco 1° non si fosse mostrato clemente nella prima sommossa del 1826, ma invece avesse dato libero corso alla giustizia punitiva, forse nel 1828 i ribelli del Vallo del Cilento avrebbero riflettuto seriamente prima di ricominciare a far nuove pazzie; né sarebbe accaduta la distruzione di due paesi, la morte e la perdita della libertà di tanti cittadini. I rivoluzionarii di mestiere, in cambio di gridare viva e morte, di mettere in subuglio due province, moschettare i pacifici abitanti di S. Giovanni in Piro, saccheggiar case di parrochi, sindaci e capi urbani, avrebbero pensato alla propria pelle. Però la quasi certezza della grazia sovrana, in tutti i casi a loro coutrarii, fu la principale spinta a farli ribellare braveggiando coi deboli.

La clemenza de' sovrani è l'immagine di quella infinita dì Dio; ma quelli l'usano spesso a sproposito e riesce fatale al popolo innocente; col far grazia a pochi malvagi non di raro sacrificano una intiera nazione. Checché si dica in contrario, Francesco 1° di Borbone fu un uomo pio, un re clemente, e se permise che pochi settarii subissero l'estremo supplizio, è da supporsi che sia stato costretto dalla ragion di Stato, . che l'abbia sofferto pel bene de’ suoi popoli, ma sempre con dolore dell’animo suo, inchinevole alla pietà e alla clemenza.


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CAPITOLO II

SOMMARIO

Francesco protezionista. Lanificio del cav. Sava. Quel Sovrano promulga buone leggi, migliora l’amministrazione dello Stato e dà maggiore incremento al commercio e all’agricoltura. Intraprende e compie varie opere pubbliche, tra le altre il palazzo delle finanze. Istituisce un ordine cavalleresco, dandogli il proprio nome. Viaggia in Ispagna. il Bey di Algieri in Napoli. Morte di Francesco I. Altre accuse contro lo stesso. Morte di uomini illustri. Bibliografia.

Francesco 1° di Borbone fu un re, come oggi ai direbbe, eminentemente protezionista, cioè quali dovrebbero essere tutti i sovrani, veri patrioti, che amano il benessere de’ loro popoli. Egli, per quanto i tempi e le circostanze gliele ebbero comportato, protesse le fabbriche nazionali; e nelle esposizioni biennali promise laudi e premii a tutti coloro che avessero presentato le migliori manifatture indigene. Proibì alcuni generi esteri, e stabilì un marchio per quelli nazionali, onde distinguersi dagli stranieri. La grande ed utilissima opera che incoraggiò e protesse fu la fabbrica de' panni del Regno, impiantata, nel 1825 dal cav, Raffaele Sava, nell'abolito convento di S. Caterina a Fornello, presso Porta Capuana. Quel lanificio, mercé le cure e l'intelligenza del Sava, giunse ad emulare i migliori castori delle più rinomate fabbriche di Europa; tanto che. questo Regno non avea più bisogno di panni esteri: oltre di che con quella estesa industria viveano migliaia di famiglie, ' che oggi languiscono nella miseria о nell’abbandono.

Tanti servi di pena, che faticavano in quel lanificio, rendevano utili le loro braccia alla società, si moralizzavano, apprendeano un mestiere; e quando era loro ridonata la libertà, si trovavano operai, e con un peculietto sufficiente a far fronte a’ primi bisogni dell(1) impianto di una onesta casa. Quando il cav. Sava, incaricato dal ré, facea de’ rapporti sulla buona condotta, intelligenza ed assiduità al lavoro di que’ condannati, costoro ricevevano premii e minoranza di pena. Son queste le opere più meritevoli di un sovranocioè riabilitare l'uomo che fu colpevole con istendergli la mano soccorritrice, sollevandolo dallo stato abbietto in cui era caduto, e ridonarlo purificato ed utile a quella società che l’avea respinto dal suo seno.

Il lanificio del cav. Sava arrecava bene ad ogni sorta di lavoranti; forniva castori a prezzi mitissimi e di ottima qualità; li forniva eziandio a tutto l’esercito napoletano, con una economia che oggi sembra favolosa. Ebbene, quella fabbrica, che potea dirsi orgoglio nazionale, subi la sorte di tutte le utili industrie di questo Regno. Essa cadde, ed oggi non rimane della stessa, che una storica rimembranza e tante famiglie impoverite. Non par vero, che un governo, sedicente riparatore, abbia fatto di tutto per annientare quel lanificio, anche rifiutando le utili offerte del Sava, per agevolare gli altri, nell’alta Italia, arrecando danni non lievi a queste nostre pro vince! Le buone leggi ed opportune sono un segno non dubbio del progresso de’ popoli e del. buon governo; Francesco I ne pubblicò molte, che riguardavano la finanza e la pubblica amministrazione, ravvivando le civili istituzioni, il commercio e l'agricoltura. De? terminò le contribuzioni fondiarie, organizzò la tesoreria generale di Napoli e di Sicilia, istituì una Commissione pel debito pubblico, preseduta dal ministro delle finanze, per verificare in ogni semestre la quantità della rendita acquistata dal governo, avendo fissata l’аmmortizzazione annuale dell’uno per cento; fondò una cassa di risparmio col capitale di centocinquantamila ducati e pubblicò leggi severissime contro gli usurai ed i monopolisti. Le dogane erano un caos, e per mettervi ordine, fece organizzare la direzione de’ dazii indiretti; allo scopo d’impedire i controbandi, ordinò che si costruisse un muro di cinta, dalla parte esterna di Napoli, detto finanziere. Decretò opportune modifiche circa la trascrizione ne’ registri della Conservazione delle ipoteche, e portò saggi miglioramenti in varii articoli delle leggi civili e penali. Con una legge detta organica, pubblicata il 15 novembre 1828, diè le opportune norme al potere giudiziario; e tra le altre cose toglieva molti abusi curialeschi vessatorii pe’ litiganti.

Francesco 1°, prevedendo la prevaricazione de’ suoi discendenti, con decreto del 2 aprile 1829, ordinava, che il sovrano esercitasse sulle persone della real famiglia tutta l’autorità necessaria a serbare lo splendore della dinastia. Perciò tutti coloro che vi appartenevano, volendo contrarre nozze, in qualunque età, doveano ottenere il regio assenso, in caso contrario il matrimonio non avrebbe prodotto effetti civili; lo stesso assenso riçhiedevasi per ipotecare о vendere i loro beni.

Il commercio fu incoraggiato in varii modi; nel 1826, si pubblicò una nuova legge per la navigazione commerciale; s’istituirono tre società, una detta partenopea, l'altra fruttuaria, la terza di assicurazioni diverse, e con una cassa di risparmii. Inoltre s’impiantarono altre tre società pe’ rischi marittimi, una residente in Sorrento, due in Napoli, e badate, che le società commercianti di allora erano di profitto e di guarentigia al commercio, perché sorvegliate scrupolosamente dal governo; e quindi non si vedevano que’ continui rovesci, che oggi non sono altro che turpi speculazioni.

Il re, nel 1827, conchiuse un trattato di commercio con la Porta ottomana; in forzai del quale le navi di questo Regno. poteano navigare liberamente nel Mar Nero, con carico di qualunque merce, e ritornar cariche de’ prodotti della Russia e dell’Asia.

Circa l'agricoltura si pubblicarono buone ed incoraggianti leggi forestali. Con decrete del 6 settembre 1826, si ordinò la reintegre de’ così detti Tratturi di Puglia; perlocché si rianimò la coltura in quelle terre feraci. Si istituì una cassa rurale, detta delle Due Sicïlie, ed una Banca frumentaria, per dare i mezzi ed il grano per la semina a’ coloni poveri.

Francesco 1° salì al trono quando il Regno avea già subite tante disgrazie e rovesci in grazia sempre' de' rivoluzionarii, ossia de' redentori de’ popoli; quindi trovò l'erario povero; dovendo far fronte a tanti bisogni straordinarii, tra gli altri quello di pagar l'occupazione tedesca, che costava moltissimo, sicché fu costretto imporre nuovi dazii. Uno trai quali nacque pigmeo e poi si fece gigante, intendo del dazio sul macinato, che fu imposto in maggio del 1827. Allora si pagava grana sei (((3))) per ogni cantaio di grano, oggi è divenute la disperazione della povera gente; perché i liberali, dopo che gridarono e scrissero tanto contro quel dazio, quando. ghermirono il potere, lo resero gravosissimo e Vessatorio, inventando contatori e pesatori meccanici: e se fiatate, guai a. voi; tra tanti fatti, ricordatevi gli arresti e le schioppettate di S. Donnino nel Bolognese a causa del macinato.

Ad onta delle strettezze della finanza dello Stato, varie opere pubbliche si fecero sotto il Regno di Francesco I. Claudio imperatore romano, per rendere fertili i luoghi coperti dal lago Fucino, si argomentò intraprendere un'opera grandiosa, e veramente romana, con fare eseguire un traforo a piè del monte Silvano, alla profondità di cinquecento palmi, per dare scolo alle acque di quel lago. Fino a’ tempi degl’imperatori Trajano ed Adriano, si sa che quell’emissario funzionava regolarmente; ma dopo le invasioni barbariche in Italia, non vi si apprestarono più le cure necessarie, e quindi il lago ritornò al pristino suo stato, cagionando danni incalcolabili e specialmente nel 1786. Da allora Ferdinando IV ordinò i lavori di prosciugazione con macchine idrauliche e la restaurazione dell’antiche fabbriche dell’emissario; però sopravvenute le rivoluzioni impedirono a quel sovrano di compiere l’opera cominciata. Nel 1826, Francesco I incaricò il direttore generale di ponti e strade di prosciugare il lago Fucino; e questi ne cominciò la non facile opera, gettando le acque nel fiume Liri. Contemporaneamente si pensò a guarentire gli avanzi del celebre teatro Campano, una delle più ammirevoli opere delle antichità romane. Quello stesso anno fu prosciugato il pestifero lago di S. Giorgio presso la città di Taranto, tanto esiziale alla salute degli abitanti di quei dintorni.

In Napoli, al di là del ponte della Maddalena, si eresse un altro ponte, detto de' Gigli della Dogana, con disegno dell’architetto CoIella; ivi venne costruito un canale che immette nel mare le acque di Somma. La più bella ed importante opera pubblica, che si compì sotto il Regno di Francesco I di Borbone, si è il palazzo delle finanze di Napoli, oggi detto del Municipio.

Ai tempi del viceré, Pietro Toledo, nel 1540, i napoletani pii e devoti, fabbricarono la Chiesa di S. Giacomo, ed uno spedale sotto il titolo di questo Santo, e col disegno del celebre architetto Manlio; in seguito fu aggiunto il Banco detto di S. Giacomo e Vittorio. Quando Ferdinando IV ritornò da Sicilia, non trovava un palazzo adattato per riunire le varie Segreterie di Stato e le moltiplici amministrazioni, già accresciute nel decennio da’ re francesi. Perlocché il cav. de' Medici gli propose la fabbrica di un palazzo ad hoc, e fu scelto il locale di S. Giacomo, da estendersi fino a Toledo, ove trovavasi il monastero della Concezione; il quale anzi che abbellire la strada principale di questa città, la rendea irregolare. Fu allora che s’intraprese la fabbrica di quel magnifico palazzo, che oggi ammiriamo con tanto piacere, e fu compiuta da Francesco I.

Il palazzo delle finanze — e perché non esistono più finanze sotto il governo de’ redentori— oggi è detto del Municipio, è quadrilatero, occupa duecentoquindicimila palmi quadrati, ha ottocento stanze e quaranta corridoi. Il vestibolo è decorato delle statue marmoree di Ruggiero I il Normanno, di Federico II di Svezia, di Ferdinando I di Borbone e di Francesco I di Napoli. In quel palazzo fu impiantata la Borsa de' cambii in una vasta sala; nella quale si ammira la statua marmorea di Flavio Gioja di Amalfi, inventore della Bussola nautica, e gloria di queste belle contrade italiane.

Varie strade rotabili si costruirono dal 1825 al 1830; fu compiuta quella che da Lagonegro corre fino a Reggio, già cominciata nel 1820, e si diè principio all’altra che da Caserta mena a Benevento; si costruì quella che da Maddaloni conduce all’Epitaffio della Schiava, ed una quarta se ne fece da Torricella a Caianiello con una traversa tra Piedimonte e Caserta.

Gli scavi di Pompei furono ripresi con molta alacrità; e quelli dell’antica Pesto vennero estesi ad altri terreni ivi comprati dal governo.

In ‘Palermo si fondò un Orfanotrofio delle -proiettò adulte, uno de' migliori che ha Vitalia, ed in Napoli si ripristinò l'importante Ospedale di S. Giovanni di Dio sopra Miradois, detto della Pacella. Furono eretti nella Villa reale due monumenti, uno a Torquato Tasso, l’altro a Virgilio. In Foggia si eresse un teatro corrispondente alla popolazione di quella città, ed una casina per abitazione dei reali principi, nel boschetto di Capodimonte, rimpetto la Reggia.

Francesco I, nel 1829, con decreto del 28 settembre, istituì un ordine cavalleresco, dandogli il proprio nome, destinato a compensare il merito civile ed eccitare lo zelo nell’esercizio delle diverse cariche ecclesiastiche, civili e militari, come pure per incoraggiare la coltura delle scienze e delle belle arti. Il re era il gran maestro di quell’ordine, e vi erano cinque graduazioni, cioè grancroci, commendatori, cavalieri di I(a) e 2(a) classe, e medaglie di oro e di argento. Con decreto della stessa data quel ¡sovrano modificò sullo stesso modello di graduazione l’altro ordine di S. Giorgio la Riunione.

Nell’anno 1829 la corte fu allietata per le nozze di Maria Cristina, prima figlia del re Francesco, col re di Spagna Ferdinando VII. La domanda della real principessa fu fatta con tutte le forme della, magnificenza spaglinola, e del pari fu ricevuta. Il re volle accompagnar la figlia a Madrid; per la qual cosa, con decreto del 29 settembre nominò vicario generale del Regno, durante la sua assenza, il principe ereditario; il di seguente partì per la volta di Spagna accompagnato dalla regina, dal piccolo principe reale Don Francesco. di Paola ¿onte di Trapani e seguito da varii personaggi di corte, tra' quali il cav. de' Medici: il principe ereditario lo accompagnò fino al confine. Gli augusti viaggiatori passarono da Roma, ove furono bene accolti dal Papa; proseguirono il viaggio per Firenze, Torino, Grenoble, Avignone, Valenza e Barcellona, dovunque bene accolti e festeggiati; il 9 dicembre si fermarono ad Aranjuez, ove la reale sposa fu ricevuta da D. Carlos fratello del re. L'11 dello stesso mede, la futura regina di Spagna fece la sua entrata trionfale in Madrid, accompagnata sempre dai suoi genitori. Il matrimonio, tra quella principessa e il re di Spagna, si celebrò la sera stessa all'Escuriale; seguirono splendide feste nella capitale ed in tutto l'iberico Regno.

Il 28 marzo 1830, il re con tutto il suo seguito parti da Madrid per far ritorno ne' suoi domini], facendo la via di Parigi, ove, giunse il 14 maggio, e fu ricevuto con grandi onoranze dal re Carlo X. Il cognato Luigi Filippo d’Orleans, che tutto avea preparato per detronizzare il suo parente e sovrano, onde farsi egli re de' francesi, volle dargli una gran festa di ballo, ove, contro ogni uso; intervenne anche la borghesia francese. Francesco 1° disse al cognato: è questa una bella festa; —Si, Sire, gli rispose il ministro Salvandy, è una festa napoletana, si balla sopra i vulcani! Il 1° giugno, gli augusti viaggiatori lasciarono Parigi e per la via di Torino e Genova, ove s’imbarcarono, fecero ritorno a Napoli il 30 di quel mese, e si recarono al Duomo in forma pubblica, per ringraziare Iddio di aver loro concesso un felice viaggio.

Al ritorno del re furono cambiati tre ministri, cioè il tenente-generale Giovambattista Fardella fu nominato ministro della guerra e marina, in cambio del principe della Scaletta, destinato capitano delle reali guardie del corpo; Camillo Caropreso fu eletto ministro delle finanze in luogo del cav. Luigi de' Medici morto in Madrid; ed Antonio Statella, principe di Cassaro, ebbe il portafoglio degli esteri.

Un fatto degno di essere ricordato ed en comiato da’ popoli civili accadde nel 1830; per uno schiaffo, che il feroce Bey di Algeria si permise di dare al console francese residente colà, la Francia organizzò una spedizione, militare, la quale sottomise quella barbara Reggenza. La gloriosa bandiera bianca decorata de' sempiterni gigli, il 3 luglio di quell’anno, fu piantata sopra i baluardi della città di Algieri; ed il feroce Bey, Husseim pascià, terrore de’ cristiani, fu fatto prigioniero e condotto sul vascello ammiraglio della Francia. Così quella valorosa, nazione, vendicò l'insulto, e d’allora cominciò ad aver fine quella vergogna di tanti secoli, non escluso il XIX, che pure sofferse l'esistenza di un potere pirata, tollerato dall’Europa civile, e protetto da una nazione liberale, tanto amata ed encomiata da rivoluzionarii, l'Inghilterra.

Husseim Pascià ex Bey di Algieri fu condotto a Napoli sulla fregata francese Giovanna d Arco, e sbarcò all’Immaeolatella, in mezzo ad una gran folla di curiosi; tra’ quali riconobbe un napoletano, suo antico schiavo, e lo scelse per interpetre. Era accompagnato da suo genero, già comandante in capo dell'armata algerina, e da quattro barbassori, conducendo seco cinquantaquattro donne, la più parte negre, del suo Harem. Quello stesso giorno fu condotto, dal consolo francese, all’albergo della Vittoria presso la Villa reale di Chiaja, e colà presero stanza tutte quelle donne; le quali, per ordine dell’ex Bey, furono chiuse in alcune camere, e messe ai balconi strette gelosie: però il giorno seguente uscirono accompagnate da venti turchi, sozzi e sconciamente abbigliati.

Husseim Pascià si faceva veder poco, una sola volta ai recò al teatro S. Carlo; dal re si ebbe molti favori, ad onta del male che avea fatto a questo Regno. Volle però ritirarsi in Portici, nella Villa di Latiano, forse per ¡sfuggire alla indiscreta curiosità de’ napoletani. Dimorò colà fino al 7 ottobre, indi partì per Livorno, conducendo seco tutto il suo Harem. Nel principio del 1830, la salute dei re, già poco florida, cominciò, a decadere sempre più; nel mese di agosto, trovandosi in Quisisana, fu assalito dalla gotta, male che lo travagliava spesso; ma quest'ultima volta fu minacciato nelle parti vitali, perlocchè venne trasportato subito, a Napoli. Quel morbo lo assalì con più violenza il 5 novembre, ed il, pio sofferente volle ricevere i conforti della nostra santa religione. Quello stesso giorno, alle tre e mezzo pomeridiane, morì in età di anni 53, mesi 2 e giorni 19. Prima che spirasse, volle vicino a sé la moglie e tutti i figli; esortolli all'amore vicendevole, e al ri spetto verso il di lqi successore, che bene disse il primo.

Il cadavere di Francesco I fu vestito dell’abito di gran maestro dell'ordine di S. Gennaro ed esposto nella sala de' viceré. Gli si fecero gli stessi funerali che al suo augusto genitore, già accennati nel capitolo XXIV: l’orazione funebre fu recitata da monsignor Angelo Scotti, precettore de’ reali principi. La real fa miglia si ritirò in Portici; venne ordinato un lutto di sei mesi pel Regno e la chiusura dei teatri fino alla tumulazione delle spoglie mor tali del re.

Francesco I di Borbone fu un re istruito e religioso, caritatevole, e senz’ambizione; egli vivea in mezzo a' suoi figli in modo patriarcale. Salì al trono in tempi assai difficili, nonpertanto fece quel bene che le circostanze ed i settarii gli permisero: in sei anni che regnò, la popolazione delle Due Sicilie si accrebbe di circa un milione di abitanti.

Gli scrittori rivoluzionarii, che per sistema criticano e calunniano i re, e con particolarità i Borboni, non tralasciano di scagliare accuse contro Francesco I di Napoli. Già bo detto nel precedente capitolo, che si dichiarò tiranno perché quel sovrano non impedì l’esecuzione capitale di pochi settarii e malfattori. Lo dissero anche maestro nella finzione; ed io dico, che quest’accusa de’ suoi nemici è un bello elogio per lui; perché dimostra che non trovandoli colpevole, ricorsero a calunniare l’interno di quell’uomo, che al solo Dio era dato conoscere. Lo criticano dicendo che poco si curò dell'esercito nazionale; ed in verità, mi sembra che in ciò non abbia avuto torto. Egli, che avea fatto esperienza come quell’esercito, organizzato con tante cure e spese, la maggior parte invece di essere il propugnacolo del trono e dell’ordine pubblico, erasi unito alla setta per mettere a soqquadro la dinastia e il regno, potea mai prediligerlo? Del resto, il breve Regno di Francesco I fu un tempo di prova per l’esercito nazionale; il successore di lui prodigalizzò immense cure e denaro per organizzarlo e dargli benessere ed indirizzo veramente militare; come poi fu rimeritato il figlio di lui, di capi dello stesso, si sa da tutti coloro che non ignorano i fatti del 1860. Gridano i settarii contro quel principe perché lasciò l'erario esausto e perché impose altri dazii; eglino, causa prima di quelle sventure nazionali, incolpano la stessa loro vittima! Vanno sulle furie perché quel sovrano era religioso, dichiarandolo ipocrita, bacchettone e baciasanti. Vedete, lettori miei, i liberali ci predicano sempre la libertà di coscienza, e poi neppure la vogliono rispettare nelle convinzioni religiose de' sovrani, ma pretendono che i medesimi se ne andassero con loro a casa, del diavolo! Gli scrittori settarii altre simili accuse sciorinano contro quel sovrano, tutte sciocche ed impudenti: ma quella che più mettono in rilievo si è nel dire, che il re Francesco e la regina Isabella, il primo avea un cameriere favorito, certo Michelangelo Viglia, la seconda una camerista, una tal de' Simone, che occupavansi di vendere impieghi. Io non mi voglio prender la pena di ribattere о di mettere in dubbio quest'altra accusa, ma dico soltanto, che spesso un marito sfaccendato, il quale sta sempre accanto alla sua diletta metà, crede costei fedelissima, mentre in fatto il povero uomo è ingannato; or come si può pretender poi che un sovrano potesse conoscere gl'intrighi de’ suoi camerieri? Nessuno scrittore, spudorato che fosse, ha mai osato asserire che i lucri del Viglia e della de' Simone fossero divisi co' padroni; dunque per qual ragione costoro permetteano quel mercimonio? Conchiudo piuttosto col dire che fossero stati ingannati; ed è questa la sorte di tutti i sovrani. Noi intanto, lettori miei, non tralasceremo di pregare Iddio, pel bene della società, di permettere che soltanto i camerieri e le cameriste ingannassero i re e le regine.

Parecchi distinti personaggi cessarono di vivere dal 1825 al 1830: nominerò i più rinomati, dappoiché è assai confortante in tanta corruzione di tempi, ricordare quegli uomini che fecero onore alla patria con la loro dottrina о con la fedeltà al trono. Nel 1825, morì in Napoli il colonnello Giuseppe Poli di Molfetta, di anni 94, illustre naturalista e numismatico, già precettore de' reali principi, ed il capitano Giovanni Bausan, di anni 57, quello stesso, che sotto il regno di Murat, danneggiò la flotta inglese nel golfo di Napoli. Nel 1826, morirono la duchessa di Floridia vedova di Ferdinando 1°, Giovanni Danero, il Nestore della marina napoletana: egli visse anni 101, fu cadetto sotto Filippo V, fatto guardia marina da Carlo IH di Borbone, e capitan generale nel 1815. Inoltre furono tolti a’ viventi il celebre astronomo teatino Padre Giuseppe Piazzi, direttore der reali osservatorii di Napoli e di Palermo, ed il marchese Circello tenente-generale e più. volte presidente de’ ministri. Nel 1827, cessò di vivere, di anni 80, il celebre cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara, consigliere di Stato e conduttore dell'armata cristiana al riacquisto del Regno di Napoli nel 1799. Nel 1828, morirono l'ab. Galiani di Chieti, economista e letterato, il conte Zurlo Baranelìo, più volte ministro di Stato, e Gaetano Lo Re di Naso, strenuo giureconsulto; nel 1829, Francesco Lauria di Montepeluso, giureconsulto ed esimio oratore, e Giulio Visconti compositore di musica; nel 4830, il cardinal Gravina arcivescovo di Palermo, ed il cardinal Giuseppe Firrao ‘grande elemosiniere del re. Quello stesso anno il cav. Luigi de' Medici, insigne per talenti e fedeltà verso il suo sovrano, morì in Madrid il 25 gennaio, di anni 71; il suo cadavere fu trasportato a Napoli, ed esposto nella chiesa di S. Maria degli Angeli, indi deposto nella sepoltura gentilizia in Ottaiano.

Il 9 febbraio 4829 mori in Roma il Sommo Pontefice Leone XII, che era nato il 2 luglio 1760 in Gerga, piccolo villaggio della Marca, e fatto cardinale nel 1820; governò la Chiesa per 5 anni, quattro mesi e giorni 13, visse anni 68. Fu zelante e fermo sostenitore della disciplina ecclesiastica, ed era ornato di molte 'virtù. In Napoli si celebrarono i suoi funerali nella Cappella Palatina, con l'intervento del re e della real famiglia.

Il 24 marzo si apiì il Conclave in Roma, v’intervennero 48 cardinali, e fu eletto Papa, con 47 voti il cardinal Francesco Saverio Castiglioni di Cingoli, che prese il nome di Pio Vili. Questo Papa governò poco la Chiesa di Gesù Cristo; morì il 30 novembre 1830. Il 14 dicembre si aprì di nuovo il Conclave in Roma, con 35 cardinali, e il 2 febbraio 1831 fu eletto Papa il cardinal Mauro Cappellari di Belluno dell’Ordine Camaldolense, che prese il nome di Gregorio XVI.

BIBLIOGRAFIA

Ecco le principali opere che si pubblicarono in questo Regno dal 1825 al 1830.

Nel 1825, Catalogo cronologico delle antiche scritture del Regno, Real Museo Borbonico, Galleria dei Vasi ed Officina dei Papiri del can. Andrea de' Jorio; Istituzione di dritto civile napoletano di Pasquale Liberatore.

Nel 1826, Flora napoletana e Cenno sulla coltivazione del riso del cav. Michele Tenore

Nel 1826, Osservazioni politico-filoso fiche sulla legislazione civile e penale di Gioacchino Olivier-Poli, e l'Osservatore medico, giornale di Pietro Magliari. In quello stesso anno, il capitano Ignesti, direttore dell’armeria del re, inventò il fucile a percussione.

Nel 1828, Britto ecclesiastico di Luigi Giambellari, ed Istitutìones theologiae dogmaticae dell’ab. Gaetano de' Fulgore.

Nel 1829, Istituzioni di etica, di diritto di natura e delle genti di Crescenzio Savarese; Decisione de' casi di coscienza e del dritto canonico del P. Faustino Scarpazza, e del Sistema metrico che meglio conviene al Regno di Napoli di Ferdinando Visconti.

Nel 1830, Istitutiones canonicae di Giovanni Devoti, ed Elementi di fisica generale dell’ab. Domenico Scinà.

Un portento si ammirò in Palermo, nel 1829: un fanciullo di anni sei e sei mesi per nome Vincenzo Zucchero, nato in Çefalù, figlio di un maestro di musica, eseguiva calcoli numerici di qualunque specie, e con la massima facilità e speditezza. Quando gli si proponeva il quesito a voce, egli altro non facea che passarsi la man destra sulla fronte e rispondere, risolvendo il medesimo quesito. Condotto a Napoli, si racconta che Ferdinando II, allora principe ereditario, gli avesse detto quanti anni egli avea, con la proposta di ridurli subito a mesi, giorni, ore e minuti; la risposta non si fece attendere. Però il principe avendogli fatto osservare che avea indicato delle cifre di più, il fanciullo Zucchero ardito gli replicò: ma contaste gli anni bisestili? in effetti avea ragione! Ebbe una generosa pensione dall'erede del trono per essere bene istruito nelle matematiche.


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REGNO DI FERDINANDO II

CAPITOLO III

SOMMARIO

Ferdinando II, salendo al trono, esordisce con una benevola proclamazione. Riordina il ministero e la Corte. Rinunzia ad una parte della sua lieta civile e di quella della real famiglia. Abolisce alcuni dazii, ed ordina di farsi economie. I rivoluziоnarii non sono contenti. Grazie sovrane. Si comincia la riorganizzazione dell’esercito. Ministro lntonti. Novello ministero. Il re visita varie province. Rivoluzioni io Italia e congiure in questo Regno. Devastazioni naturali e provvidenze sovrane. Si continua a riorganizzare l’esercito. Si provvede al commercio. Opere pubbliche e di beneficenza. Si migliora l’agricoltura. Visite di sovrani esteri, e matrimonii in Corte.

Appena morto Francesco 1°, il suo successore spedi a Palermo il marchese tenente-generale Vito Nunziante, in qualità di luogotenente generale interino della Sicilia. Si disse e si stampò allora da varii autori, che la regina Isabella, prediligendo il secondogenito Carlo principe di Capua, avesse lavorato per farlo proclamare re di quell’Isola, connivente il marchese Pietro Ugo delle Favare, ricco e di nobile famiglia, allora luogotenente del re nella medesima Sicilia; veramente i fatti avvenuti in Francia, in quello stesso tempo, avvaloravano i sospetti. Il certo si è che il Nunziante partì in fretta da Napoli, e sbarcò in Ustica, isoletta 40 miglia al nord di Palermo direttosi al posto della dogana, senza dire il suo nome, chiese una stanza separata. Fu però conosciuto dal capoposto Francesco Savelli calabrese, il quale gli apprestò tutto il bisognevole per iscrivere; egli assicurava poi che il Nunziante avea varii fogli in bianco firmati dal successore di Francesco 1°. Dopa poche ore che dimorò in Ustica, quel tenente-generale partì per Palermo, ove giunse di notte, e trovò il luogotenente che dormiva. Si assicura che l'avesse fatto svegliare, e presentatosi nella camera da letto gli avesse detto:

«Eccellentissimo, sono apportatore di tre notizie, due dispiacevoli, una faustissima: la prima che è morto il nostro augusto sovrano Francesco 1°, la seconda faustissima che è l'inalzamento al trono del legittimo successore di lui, la terza dispiacente per V. E. perché ho l’ordine di arrestarla.»

Fatti palesi i suoi poteri di alter-ego, revocò dal comando delle armi di Sicilia il generale Tschudy, e proclamò il nuovo sovrano prima che si fosse conosciuta la morte dell’antecessore. In seguito, il real principe don Leopoldo conte di Siracusa fu destinato luogotenente generale della Sicilia. Il principe ereditario Ferdinando, salendo al trono de’ padri suoi, per dritto di successione, si titolò secondo del suo nome, cioè Ferdinando II re del Regno delle Due Sicilie ecc. Egli esordi con un proclama che recò gran contento in tutte le classi de' cittadini: riproduco qui i principali brani dello stesso:

«Convinti intimamente, egli dicea, de’ disegni di Dio sopra di Noi, e risoluti di adempirli, rivolgeremo tutte le nostre attenzioni a’ bisogni principali dello Stato, e de' nostri amatissimi sudditi; e faremo tutti gli sforzi per rimarginare quelle piaghe che già da più anni affliggono questo Regno. In primo luogo, essendo convinti che la nostra Santa Cattolica Religione è la fonte principale della felicità de' Regni e de' popoli, perciò la prima principale nostra cura sarà quella di conservarla e sostenerla in tutti i nostri Stati, e di procurare con lutti i mezzi l’esatta osservanza dei divini precetti — In secondo luogo, non potendo esservi nel mondo alcuna bene ordinata società senza una retta ed imparziale amministrazione della giustizia, così sarà questa il secondo scopo al quale rivolgererao le nostre più attente sollecitudini. Noi vogliamo che i nostri tribunali siano tanti santuarii, i quali non debbono essere mai profanati dagl'intrighi, dalle protezioni ingiuste, né da qualunque umano riguardo о interesse. Agli occhi della legge tutti i nostri sudditi sono uguali; e procureremo и che a tutti sia resa imparziale giustizia.

«Circa le finanze, Noi non ignoriamo es«servi in questo ramo delle piaghe profonde, che debbono curarsi, e che il nostro popolo aspetta da Noi qualche alleviamento di pesi, a' quali per le passate vertigini È stato sottoposto. Speriamo, con l’aiuto e l’assistenza del Signore, di soddisfare a questi due oggetti tanto preziosi al paterno nostro cuore, e siamo pronti a fare qualunque sacrificio per vederli adempiti. Speriamo che tutti imiteranno il nostro esempio per quanto possono affine di restituire al Regno quella prosperità che dee essere l’oggetto de' desiderii di tutte le persone oneste e virtuose».

Lettori! da parecchi anni a questa parte avete letto simili proclami, informati alla religione, alla giustizia, ed al disinteresse? No, certamente; ma invece parole senza risultati, e se volete, vuote di senso, cioè di libertà, indipendenza, nazionalità, dritti del popolo, e con l’invito a questo di far dei Sacrifizii che mai finiscono, anzi si accrescono sempre più in ogni anno che passa.

Quelle benevole e clementi promesse di Ferdinando II furono, pe’ buoni cittadini, una arra di Regno felice; i rivoluzionarii vi lessero velate promesse di futura costituzione politica, perché senza questa, secondo essi, non vi può essere buon governo, non facendo il comodo loro ed i loro interessi.

Ferdinando II salì al trono quando ancora non compiva gli anni 21, ma era un giovine di sufficiente istruzione e di un ingegno straordinario, sereno e profondo. Regnando il padre di lui, avea egli conosciuto gli uomini che stavano al potere e le condizioni delle Due Sicilie. Si è perciò che le sue principali cure furono dirette al personale dell'amministrazione dello Stato ed al benessere del popolo, come rilevasi dall'Esposto proclama.

Io divido il Regno di questo sovrano in tre periodi di tempo: cioè di ricostituzione in tutte le amministrazioni governative e di vero benessere pe primi dieci anni, di varia fortuna pe secondi otto, di lotte e congiure per tutto il resto. Non si può negare senza la nota di partigianismo e d’impudente menzogne, il gran bene che fece Ferdinando II nei primi dieci anni del suo Regno; per adesso vedremo quel che fece nel principio dello stesso, in seguito accennerò il resto.

I primi atti di sovranità, furono la conferma di tutti i magistrati e funzionarli ne’ propri posti, con l'obbligo di non allontanarsi dalle loro residenze senza un regolare permesso; includendovi in quest’obbligo i prelati ordinarli ed i vescovi. Nel personale della corte e dell’esercito fece delle novità: nominò maggiordomo maggiore il principe di Bisignano, e poi sopraintendente della casa reale, in cambio del principe di Campofranco; elesse il duca S. Valentino a capitano delle Guardie del corpo, in luogo del principe della Scaletta, che destinò a consigliere di Stato. Abolì, come superfluo, il cacciatore maggiore del re e dichiarò invece quinto capo di corte il Cappellano maggiore. Dal ministero uscirono due ministri, il marchese Amali (((4))) degl’interni, che fu mandato al ritiro, ed in cambio di lui fu nominato Ceva Grimaldi marchese di Pietracatella, integra di principii e leale amico del giovine re. li cav. Camillo Caropreso fu esonerato dalla carica di ministro delle finanze, e si disse, a causa di una lite vergognosa avuta con Michelangelo Viglia, cameriere del defunto re; ei fu surrogato dal marchese d’Andrea. Questi introdusse in quel ministero la vera economia fino all'osso, forse più di quanto il re l'avesse desiderata; e gli fu aggiunto Pietro Urso, già consigliere della Gran corte dei conti. Il generale Saluzzo venne eletto capa dell’esercito, il terzogenito principe reale D. Antonio capitano de' lancieri, ed il secondogenito Carlo rimase nella marina grande ammiraglio.

Il 29 novembre, tutte le truppe di guarnigione nella capitale, schierate in battaglia, e formate in tre divisioni lungo Foria, prestarono il giuramento al re Ferdinando II; il medesimo giuramento prestarono tutte le altre guarnigioni del Regno. Da tutte le autorità ecclesiastiche, giudiziarie ed amministrative delle province, giunsero al nuovo sovrana indirizzi di felicitazioni e proteste di fedeltà.

Re Ferdinando, volendo adempiere le promesse fatte nella sua proclamazione, esordì con un atto generoso, rarissime volte praticato da' sovrani, cioè rinunziò a favore della Stato la somma annuale di centomila ducati sulla sua lista civile, ed altri centonovantamila sopra quella della real famiglia; diminuì le spese di guerra, e migliorò l’esercito, come a suo tempo vedremo. Dispose che si facesse una regolare economia sopra tutt’i ministeri; il soldo de' ministri lo ridusse alla metà e risultò un risparmio da settecento a novecentomila ducati annui. Ordinò che la medesima persona non potesse occupare due impieghi governativi; fissò una tariffa di riduzione sopra tutti gl’impiegati che percepivano più di 25 ducati mensili. Ridusse alla metà il dazio sul macino, sgravando il popolo di circa settecentomila ducati annui ed abolì quello della carne, del vino e delle privative del tabacco in Sicilia. Abolì eziandio le reali cacce di Persano, di Venafro, di Mondragone, Calvi e Vallo; fece altre economie sopra i siti reali di Capodimonte e di Licola; e restituì ai proprietari, per coltivarle, le terre tenute in affitto per uso di caccia reale.

Si generosi provvedimenti a favore dello Stato dimostrano quanto affetto nutrisse quel giovine sovrano pe’ suoi popoli; egli si privava di tante delizie, godute da suoi maggiori, e si restringeva al puro necessario per vantaggiare le finanze dallo Stato ed alleviare i contribuenti. Eppure il credereste? i patrioti, i rivoluzionari, che aveano piagnucolato e gridato tanto contro Ferdinando I e Francesco I pel danaro che erogavano in quei siti reali, poi per la smania di criticar tutto quello che fanno ¡sovrani, accusarono Ferdinando II di avaro, taccagno e peggio. Ma gli avari, i taccagni non rifiutano mai il proprio anzi lo vogliono con avanzo; ma che cosa si ¡ио pretendere da gente mal prevenuta, senza coscienza e senza logica? Contraddizioni e non altro che contraddizioni. Que’ magni liberaloni che già aveano assaggiato il potere, e ne aveano fatto quell’uso che si è visto, sciorinavano con grande sicumera, che togliere i dazii è spesso causa de! l’abbandono dell'agricoltura e del commercio, ma bensì con la pace de’ Regni e con la riduzione dell’esercito, prosperano e si arricchiscono gli Stati. Questa desolante sapienza di economia politica l’abbiamo veduta messa in atto ai giorni nostri, meno però la riduzione degli eserciti», e ne abbiamo provato i fatali risultati. Intanto era allora un filosofare a sproposito, dire» che con la pace de’ Regni prosperano e si arricchiscono gli 'Stati. Forse che Ferdinando II fosse andato in cerca di quistioni contro gli altri potentati, о che non avesse ridotte le spese dell’esercito? Oh! la malafede e la spudoratezza de’ patrioti, fa perdere financo la pazienza ad un Giobbe, rendendosi i medesimi più importuni della moglie di quel tribolato santo! Non contenti di ciò, i redentori della patria, diceano, che coll’abolire le delizie sovrane e col rifiutare la lista civile, quel sovrano non impinguava le finanze, ma invece apportava dissesto alle famiglie che vi viveano. Secondo i rivoluzionarii, i re non debbono far mai economie, anche rifiutando quel che lor dà lo Stato; ma si dovrebbe continuar la cuccagna di pochi per prolungare il digiuno di tutti. Anche oggi ci si volle regalare quest’altra teoria umanitaria e peregrina mettendosi in pratica, e senza alcun riguardo, danni che arreca al popolo sovrano. Intanto, que’ sapientoni, sciorinatori di economia politica, nulla dicono che Ferdinando II arrecò un bene immenso all’agricoltura, restituendo ai proprietarii i siti reali destinati alla caccia: ciò non poteano dirlo, e si son ben guardati, perché non facea il proprio comodo; ciò era diametralmente opposto al loro premeditato sistema di critica e di calunnia. Io già l'ho detto e giova ripeterli, i rivoluzionari i odiano e detestano il bene che i sovrani fanno agli Stati; perché vien lor meno uno de’ pretesti, col quale fan leva per rovesciare i troni e schiacciare sotto i loro rottami i popoli innocenti. Ecco la vera ragione per cui si mostrano incontentabili, criticando e malignando le opere più commendevoli ed utili de' re, poco curandosi se cadono nella più flagrante contraddizione.

Lettori miei, a questo proposito vi prego permettermi di raccontare un fattarello per coloro che no 'l sapessero, per esilararci un poco. Sarà pure una favoletta: ma ben sapete che le favole dimostrano praticamente ed insinuano delle grandi verità, facendosi de' belli e piacevoli confronti sotto il velame della finzione.

Un uomo piuttosto vecchio si recava al mercato, a cavallo di un asinello, ed un figlio di' tenera età lo seguiva a piedi. Le prime persone, che l'incontrarono, lo guatarono bieco, tutte gridandogli alla croce, dicendo: vedete lì che vecchiaccio snaturato: egli a cavallo e quel povero piccino a piedi! Una donna linguacciuta della brigata, soggiunse: proprio mi fa rabbia vedere quei marmottone a cavallo e quella creaturina a piedi. Ohi vorrei strozzare con le mie mani un padre tanto snaturato! Che tempi! che tempi! oggi, e lo so io, gli uomini, non basta che maltrattino le loro donne, i figli stessi detestano—Quel povero vecchio arrossì nel sentire quei rimproveri, e, non scese no, precipitò di sella, facendo cavalcare il figliuolo.

Dopo che avea fatto un piccolo tratto di via, incontrò altre persone che vedendolo a piedi: guardate, sciamarono, quel ragazzaccio impertinente: egli a cavallo, che ha buone gambe, e il povero vecchio padre a piedi, facendogli da staffiere! Ciò non si dovrebbe permettere, anche per quella dignità che i genitori debbono conservare in faccia a figli—Il nostro viaggiatore, persuaso che quest'altra osservazione fosse giustissima, montò anche egli sull’asino. Ma qual non fu la sua sorpresa nel sentir gridare da nuovi sopraggiunti allo sbocco della strada: guardate quanta crudeltà usano quel vecchio egoista e quel pigro ragazzaccio a quella povera bestia, che appena si regge sulle gambe! Ed un giovane, con piuma al cappello e questo infossato a cima, molto amico degli asini, dopo un sentimentale sospiro: ecco le conseguenze, sentenziò, de’ cattivi governi! Oh! è pur necessaria una legge simile a quella della libera Inghilterra, con la quale si puniscono di multa tutti coloro che maltrattano le bestie, (senza badare se gli uomini muoiono di fame in mezzo le strade!). Fu allora che il vecchio prese l'ultima risoluzione che gli restava, cioè smontò insieme al figlio, e proseguirono tatti e due il cammino a piedi, tirandosi l'аsino pel capestro. Ma ecco sopraggiungono altri passaggieri, che li guardano, ridono e li canzonano, dicendo: vorremmo sapere per qual ragione quell’uomo e quel ragazzo conducono quell’asino? Osservateli: padre e figlio, sono stanchi e si contentano di camminare a piedi, mentre han la comodità di viaggiare a cavallo; vedete che uomini sciocchi vi sono in questo mondo. Giunti a quel punto le critiche de’ passanti fatte al vecchio, costui perdette la pazienza, e gridò: adesso nulla mi resta altro a fare, che caricarmi io l'asino sulle spalle! Ma, no: allora sì, che sarei censurabile e farei ridere davvero. Conchiuse dunque col dire: in questo mondo non. possiamo contentar tutti, fosser pure gli uomini di buona fede, ognuno pensa e ragiona con. criterii diversi; la miglior cosa è di fare il comodo nostro, non ¡scompagnandolo mai dalla giustizia e dalle buone convenienze, e tirar diritto senza curarsi né de’ piagnistei né delle critiche, né delle calunnie degl’incontentabili.

Io poi soggiungo, che coloro i quali criticavano il vecchio viaggiatore nelle molteplici sue evoluzioni di cavalcante, erano mossi dal solo diverso modo di pensare. Or figuratevi quando vi. è un’idea preconcetta di voler criticare una persona, la quale ci attraversa nelle nostre poco oneste azioni, e più di tutto se questa sia un sovrano, del quale abbiamo giurato a qualunque costo la rovina! Se costui oprasse anche miracoli, noi faremmo di tutto per qualificarli diavolerie.

I rivoluzionarii, se lo volessero, dovrebbero riflettere che i sovrani prodighi pe’ loro piaceri, non sono stati mai i benefattori de' popoli: Caligola ed Eliogabalo furono tali, e pessimi imperatori; Tito e Trajano, perché economi, furono proclamati la delizia del genere umano. Ferdinando II, nel mentre riordinava lo Stato, sollevandolo da tanti debiti, facendo una stretta economia per ¡sgravare i popoli di taluni dazii, vivea senza quel lusso rovinoso, contentandosi di una vita frugale e decente; perciò dovrà dirsi avaro e taccagno? Intanto, nelle circostanze straordinarie, e specialmente quando era visitato da qualche sovrano, non tralasciava di spiegare quella proverbiale magnificenza borbonica, e qual si conveniva ad un degno nipote di Luigi XIV e di Carlo III. Egli facea tante e tante spese. utilissime, come appresso dirò, ma con la sua propria borsa; e nel fare economie, a favore dello Stato, non mise mai sul lastrico alcuno impiegato, come oprano i patrioti al potere, i quali, quando annunziano di voler fare economie, non restringono mai i loro pingui soldi, ma cominciano dal togliere il pan di bocca a tante famiglie, e’finiscono col far de' biti invece di risparmii.

Anche la clemenza segnò i primi atti di sovranità di Ferdinando II; egli asciugò molte lagrime a varie famiglie derelitte; le quali pel funesto delirio del 1820, e più di tutto per quello dell’anno seguente, aveano, chi il padre, chi il figlio in carcere о in esilio; e ad onta che allora i settarii della Senna imperversassero e cominciassero a produrre novelle rivoluzioni in Italia. Quel sovrano, con decreto del 18 dicembre 1830, largì le prime grazie a condannati politiche furono un preludio di un completo perdono. Allora condonò la metà della residuale pena già inflitta a’ medesimi; quelli condannati all’ergastolo passarono al secondo grado di ferri, e gli altri, che doveano espiare questa pena, l’ebbero commutata in quella della semplice relegazione; l'esilio perpetuo о temporaneofu ridotto a cinque anni, contando dall’8 novembre di quell’anno; di più venne abolita l'azione penale per tutti i reati di Stato commessi. sotto i defunti sovrani.

L’11 gennaio, il re, con tutta la real famiglia, si recò al Duomo in forma pubblica, ove si cantò il Te Deum; indi passò nella cappella di S. Gennaro, al quale offrì una pisside di oro ornata di brillanti. Quando ritornò al Palazzo reale, passò per Toledo in mezzo ad una folla di popolo plaudente; i balconi di quella via erano gremiti di gentiluomini, e dame distinte, che l’applaudirono con istrepitosi e sinceri evviva.

Il 12 gennaio 1831, giorno natalizio dei re, questi con un decreto accordò completa libertà a tutti i condannali per la ribellione di Monteforte. Molti esuli ritornarono in patria, e furono chiamati a far parte dell'esercito col grado ed onorificenze che aveano antecedentemente avute; tra’ quali tre tenenti? generali, cioè Filangieri, Roccaromàna e Florestano Pepe; due marescialli, Moliterno e Begani, quattro colonnelli, cinque tenenti-colonnelli, tre maggiori, ventisei capitani e 20 tenenti. Alcuni impiegati civili, implicati nella rivoluzione del 1820 e 21, furono richiamati in officio. Il re si spinse tant'oltre nel beneficare i murattiani ed i carbonari, che ne soffrirono danno coloro che erano rimasti, in ogni tempo, fedeli alla dinastia. Però, col passar del tempo, per lagnanze ed i rancori cessarono, e le distinzioni di origine tra’ militari rimasero una semplice storica ricordanza, per parecchi onorevolissima, atteso il valore e l'intelligenza dimostrata nelle guerre napoleoniche.

Quelle grazie sovrane destarono la gioia e le speranze de’ rivoluzionarii; i. quali proclamarono Ferdinando II il più giusto e il più clemente de’ re. Intanto notate come questa genia è intollerante: ella pretendea per sé soltanto la sovrana clemenza, avendo gridato poi contro il medesimo Ferdinando, perché costui. fece anche grazia all’ex intendente de' Mattheis, condannato a dieci anni di relegazione per sevizie usate a liberali.

In gennaio del 1831 si diè principio alla riorganizzazione dell’esercito; fu abolito il comando generale, in cambio s’istituirono due comandi distinti, uno per la Sicilia, l’altro pe’ dominii di terra ferma, ma con un solo stato maggiore, composto di due uffiziali superiori e dodici capitani. Il comando della Guardia reale si diè ad un colonnello-generale, cioè a S. A. reale il principe di Salerno, ed a ciascheduna arma si assegnò un Ispettore. In seguito dirò i grandi miglioramenti che si fecero nell’esercito e nella marina militare. La rivoluzione di Francia ed i moti inconsulti dell’Italia ebbero eco altresì in Napoli: onde taluno si permise gìttar nella carrozza del re suppliche ed indirizzi, chiedendo franchigie costituzionali. Ferdinando, benché giovine, avea compreso che il miglior governo è quello che fa il vantaggio de' popoli, e non già che si veste di forme illusorie, qualunque esse siano. Avea contentati i settarii dando loro impieghi ed onori senza spingersi più oltre, perché eragli palese il fine per cui si domandava un governo rappresentativo; quindi tenne duro in concedere quello che non volèa il vero popolo, ma una classe incontentabile ed irrequieta. Il marchese Nicola Intontì, ministro di polizia, era in fama di assolutista: ma, о che avesse fatto promesse aliar sètta о per ingraziarsi i rivoluzionarii della media Italia, che chiedevano riforme con le armi alla mano, parlò al re di aspirazioni del popolo, pregandolo concedere altre franchigie, e prima di tutto dar la dimissione a que’ ministri giudicati retrogгаdi, mettendo invece al potere i murattiaoi Filangieri, Ricciardi e Fortunato. Infine gli disse, che concedesse a proposito per non Nervi poi costretto dalla forza. Ferdinando accolse le proposte del ministro Intontì e le fece esaminare dal Consiglio di Stato; il, quale, al solo sentirle, protestò che si sarebbe ritirato in massa, se si avessero voluto attuare quelle inopportune novità, foriere di disordini e di novelli guai al popolo. Quei consiglieri assicurarono il re di avere prove in contrario a quelle esposte dal ministro Intontì e che questi о s’ingannasse о fosse ingannato dalla setta rivoluzionaria.

In effetti del Carretto presentò prove chiarissime che il popolo era contento del regime che vigeva allora, e che Intontì vivea in ¡stretta relazione co’ capi rivoluzionarii. Fu allora che per consiglio di tutti que’ ministri, nel capo della polizia fu mandato fuori del regno, sotto colore d’inviato straordinario alla corte di Vienna, surrogandolo lo stesso del Carretto.

Il re, volendo dare all’amministrazione dello Stato quell’andamento che erasi prefisso, in armonia de’ tempi, dopo di avere organizzata la sua segreteria particolare, il 16 febbraio, formò un nuovo ministero. Nominò presidente e ministro degli affari ecclesiastici il marchese Tommasi; il quale, a causa di malattia, fu supplito interinalmente dal duca Gualtieri. Il già presidente del ministero marchese di Pietracatella fu promosso a consigliere di Stato, e destinato presidente della Consulta generale del Regno. Il consultore Nico. la Parisio venne eletto ministro di grazia e giustizia; al del Carretto, oltre del ministero della polizia, fu pure affidata l'ispezione e il к comando della gendarmeria reale. Il cav. Nicola Santangelo, da intendente della provincia di Capitanata, fu elevato a ministro degli affari interni. Il principe di Campofranco, il duca di Floridia ed il tenente-generale Saluzzo vennero nominati consiglieri di Stato. Ferdinando II, per meglio conoscere i bisogni delle popolazioni del Regno, si argomentò visitar le province. In maggio di quell’anno 1831, visitò i due Principati e la Basilicata; ed in tutti i paesi e città che percorse, fece grazie, lasciò danaro ed accordò esenzioni di dazii a’ Comuni poveri. Indi passò nelle Paglie; in Bari ricevé l'investitura del canonicato di S. Nicola, e da questa città si trasferì al santuario di Capurso. Sua principale cura era di conoscere il personale dei funzionarii e degl’impiegati governativi, i lavori pubblici, i licei e le opere di beneficenza. Nel mese di luglio partì per Palermo, insieme con due suoi fratelli, il principe di Capua D. Carlo e quello di Lecce D. Antonio. I Palermitani lo accolsero con splendide feste, e 28 individui, condannati politici, che aveano ricevuto grazia, si fecero incontro alla carrozza che conducendo, staccarono i cavalli, e la trascinarono a mano fino al palazzo reale. Il re, dopo di avere preso conto de’ bisogni di tutte le province della Sicilia, visitò quei luoghi che poteano interessarlo pel bene dei suoi popoli. Finita la festa di Santa Rosalia, che in Palermo dura cinque giorni, ed in quell'anno si celebrò più splendida del solito, partì per Messina, è colà fu accolto con altrettanto entusiasmo: il 4 agosto fece ritorno a Napoli.

Mentre Ferdinando II, col fatto rimarginava le piaghe di questo Regno, nell’Italia centrale cominciavano le rivoluzioni. Il duca di Orléans, Luigi Filippo, grande Oriente della Massoneria, tanto beneficato dai re di Francia, con l'aiuto della sètta che capitanava, obbligò Carlo X a fuggire, e si fece egli proclamare re de’ francesi. Il ministero, surto da quella rivoluzione, proclamò per la prima volta il non intervento, 'in opposizione al trattato di Vienna del 1815. Il Belgio erasi dichiarato indipendente dall’Olanda, la Polonia, in rivolta contro la Russia, già combattea sulla Vistola e l'Inghilterra sembrava proteggere quelle rivoluzioni. L’Austria era minacciata dalla Francia, se mai si fosse deciso ad intervenire in Italia, e per conseguenza cominciarono i primi, moti nella nostra Penisola e propriamente in Modena, ove la sètta credeva di. aver guadagnato a sé il duca regnante Francesco IV. Ciro Menotti era il capo della rivoluzione modenese: ma poi fu arrestato coi varii suoi dipendenti, mentre buon numero di costoro perivano nel conflitto di quella sommossa. Nel medesimo tempo scoppiò altra ribellione in Bologna, capitanata da’ colonnelli Sercognani ed Armandi, che si estese per le Romagne e per le Umbrie. In Piemonte si tentò rimettere la Costituzione del 1820. Il duca di Modena e la duchessa di Parma, dopo che lottarono con la rivoluzione, furono costretti fuggire a Mantova; la sola Toscana rimanea in apparenza tranquilla. Carlo Pepoli, essendosi dichiarato alto commissario, girava in grottesco trionfo i paesi e le città de’ Ducati e del Bolognese.

Mentre queste cose avvenivano in Italia, il governo di Luigi Filippo scriveva note all’Austria, proibendole, d intervenire negli affari italiani. Il ministro austriaco, il celebre Metternich, risposegli con un’altra nota, dicendo, che rispettava il non intervento circa gli affari di Francia, ma non intendea riconoscerlo per quelli d'Italia, essendo risoluto il suo imperatore portar le armi ove si sarebbe estesa la rivoluzione. Luigi Filippo, che avea ottenuto l'intento di farsi re de' francesi, non volendosi compromettere, fece cadere il ministero Lafitte, che era stato quello che avea proclamato il non intervento per tutta Europa, e chiamò al potere Casimiro Périer, il quale dichiarò dalla tribuna: Il sangue de' francesi appartenere alla Francia. La rivoluzione europea fu allora fiaccata, maggiormente che il re de’ francesi dichiarò di voler proteggere il potere temporale del Papa, intervenendo al bisogno negli stati della Chiesa.

Dopo quell'esplicite dichiarazioni francesi, la Polonia e l'Italia rimasero senza appoggio straniero e dovettero soccombere. Difatti i rivoluzionarii, condotti dal generale Zucchi, furono sbaragliati presso Castelfranco nelle Romagne; tra di essi trovavansi i fratelli Bonaparte, Napoleone e Luigi; il primo, si disse, peri di ferita, l'altro fuggì ad Imola e si salvò nel palazzo dell’arcivescovo, Giovanni Mastai Ferretti. In seguito vedremo come Luigi Bonaparte, divenuto imperatore de’ francesi, si disobbligasse con l’arcivescovo Mastai, quando questi sali sulla Cattedra apostolica.

I tedeschi si avanzarono in Italia; il duca di Modena e la duchessa di Parma ritornarono ne’ loro Stati. I rivoluzionarii, benché proclamassero sempre inverosimili prodezze, dovettero infìn de' conti fuggir ad Ancona, inseguiti da’ loro nemici; altro non fecero che una debole resistenza in Rimini. Gli uomini che formavano il governo insurrezionale si rifugiarono in Ancona: essi erano Vicini, Armandi, Orioli, Silvani, Bianchetti, Zanolini, Sturani e Mamiani; e vedendo ravvicinarsi dei tedeschi, pensarono salvarsi la pelle con dimettersi, creando un governo di triumviri. Quest'altra magistratura era composta da Zacchi, Ferretti e Borgia; costoro altro non seppero fare che gettarsi a' piedi del Cardinal Benvenuti, che da Bologna aveano condotto prigioniero in quella fortezza, pregandolo di salvarli da’ tedeschi; e quel Porporato, dopo tutto quello che gli aveano fatto soffrire, si vendicò col difendere e salvare i suoi persecutori. Ancona fu rimessa agli uffiziali del Papa e poi occupata dalle truppe francesi; e cosi, que’ moti rivoluzionarii inconsulti, costarono all’Italia l’occupazione di due potenti stranieri.

I rivoluzionarii siciliani e napoletani, non contenti del male che aveano fatto a questo Regno, né grati di avere ottenuta la libertà e gl’impieghi, ad esempio de’ fratelli della media Italia, tentarono altre rivoluzioni. In Messina, 22 persone si riunirono per discutere il modo di abbattere il governo del re; mentre teneano quel conciliabolo, furono arrestate e poi condannate a morte; però Ferdinando fece grazia a que’ congiurati messinesi ed ordinò che fossero messi in libertà.

In Palermo, una comitiva armata di 30 individui entrò in città, dalla parte di S. Erasmo, disarmò i doganieri, chiamando il popolo alle armi; non avendo trovato proseliti, quasi a dispetto, uccise due cittadini ed altri ne ferì: investita dalla truppa si disperse. Dopo pochi giorni, tutt’i componenti di quella comitiva furono arrestati, undici vennero condannati a morte, gli altri a pene minori; e quel terribile tiranno di Ferdinando II fece grazia a tutti! La clemenza del re produces i suoi frutti; difatti i settarii, avendo conosciuto che col far rivoluzioni non comprometteano né la pelle né la libertà, ne tentarono altre sul continente napoletano. Si vuole che il capo del movimento rivoluzionario fosse stato Tantico carbonaro, allora ministro di polizia, del Carretto; e si disse, che costui erasi servito dall'ex-capitano Nirico per organizzare la rivolta. Però avea avvertito i suoi antichi consettarii, che avrebbe represse le piccole ed inconsulte rivoluzioni, ed avrebbe appoggiate e protette quelle che avrebbero avuto la probabilità di un felice risultato. Ad onta di questi avvisi; alcuni impazienti, perché rivoluzionarii di mestiere, senza il placet di S. E. del Carretto, vollero tentar la sorte con suscitar subugli a loro tanto profittevoli. A capo di tutti era un laico francescano, un tal frate Angelo Peluso, cuciniere nel convento della Sanità di Napoli. Il 17 agosto, quel degenere frate si unì col capitano del genio» Domenico Morici, dimesso nel 1821, e per grazia reintegrato, col tenente Filippo Agresti, con Michele Porcaro di Ariano, con Luigi Orsoli proprietario ed un tal Vitali; e credendo di poter disporre di migliaia di facinorosi, que' sei congiurati si recarono sul monte Tauro, nel distretto di Nola, ove speravano trovar molti fratelli in armi. Giunti su quel monte, per occultare il loro vero scopo, finsero di far ciurmerie per trovare un tesoro ivi nascosto, mentre voleano imitare i disertori riuniti in Monteforte; ma non potettero riunire più di 27 persone armate. I gendarmi, che stavano colà in agguato, arrestarono tutta quella comitiva, ad eccezione del frate Peluso, che seppe svignarsela per quei monti; infatti andò latitante per molto tempo, ed in fine fu trovato sotto un altare nella chiesa della Sanità di Napoli, ov’erasi occultato, quando i gendarmi gli davano la caccia.

Tutti quegli arrestati sul monte Tauro furono poi giudicati dal tribunale di Terra di Lavoro; quattro vennero condannati all’estremo supplizio, cioè il frate, Morici, Orsoli e Vitali, gli altri a pene minori. Tutti si raccomandarono alla clemenza sovrana, e l'ottennero dal preteso re sanguinario, dimiminuendosi loro la pena di un grado.

In quell’anno, neh mese di marzo, forti tremuoti danneggiarono varii paesi del Regno, e più di ogni altro luogo la travagliata Calabria, ove più centinaia di persone rimasero sotto le macerie, e molte altre prive di roba e senza tetto. Il re fu sollecito mandar soccorsi: basta dire che il piccolo paese di Cutro, uno de’ più danneggiati, si ebbe tremila ducati in danaro, oltre degli utensili che si mandarono da Napoli, per dividersi a’ bisognosi. In Catanzaro si fece una colletta per soccorrere i danneggiati dal tremùoto, ed on solo cittadino — mi dispiace d’ignorare il nome — diè seimila ducati.

Ánche il Vesuvio in quell’anno fece le sue spaventevoli prove devastatrici, versando gran copia di lava in varie direzioni, e più verso Ottaiano. Altre eruzioni vulcaniche avvennero in Sicilia, e furono notevolissime pe fenomeni] che presentarono. Il tre luglio 1831, nel mare di Sciacca, e propriamente al punto detto la secca del corallo, scoppiò una eruzione e vi formò un isoletta di un miglio ed un quarto di circonferenza e duecento palmi di altezza. Ad onta che l’acqua bollisse all’intorno di quell’isoletta, gl’inglesi furono solleciti di piantarvi la loro bandiera; e quel piccolo monte vulcanico sarebbe stato causa di grandi questioni tra il Regno delle Due Sicilie e la prepotente Inghilterra, se il 3 agosto dello stesso anno, per altra fase ignivoma, non fosse totalmente scomparso.

Il 10 settembre avvenne un furioso uragano, arrecando incalcolabili danni nel sobborgo della città di Otranto, ove perì una gran quantità di bestiame e 35 persone. Il re fu provvidentissimo nel riparare i danni che successero in quell’anno; corse frettoloso sui luoghi devastati dall’eruzione vesuviana, soccorrendo in tutti i modi quelle derelitte popolazioni; e mandò eziandio ingegneri ed aiuti ad Otranto.

Il colera, male asiatico, comparve la prima volta in Bengala nel 1817: dopo di avere afflitte e desolate varie contrade dell’Indostan del resto dell’Asia meridionale, s’introdusse in Europa per le fredde regioni del Caucaso, arrecando a’ popoli spaventi e danni infiniti. II re fu sollecito ad emanare ordini severissimi per adoperarsi tutti i mezzi, onde allontanare quel fatai morbo da questo Regno. Il 28 agosto 1831, decretò di stabilirsi un cordone sanitario, formato da tutt’i cittadini abili a portar le armi; nominò una Commissione sanitaria di otto membri e presieduta dal ministro dell’interno, ed emanò leggi rigorose circa i regolamenti sanitarii. In ogni città e paese volle che i magistrati vegliassero sulla igiene pubblica; a’ vescovi raccomandò che ordinassero pubbliche preghiere nelle chiese, per ottenere da Dio la preservazione di questo Regno dal flagello che lo minacciava; però interdisse le processioni di penitenza, per non ¡spaventare maggiormente le popolazioni. Nel mese di agosto del 1832 per meglio conoscersi l’asiatico morbo, mandò in Germania varii medici, i più rinomati; ed in previsione volle che si stabilissero pubblici ospedali pe’ colerici.

Ho detto altrove, che Ferdinando II migliorò l'esercito; ed in vero quel sovrano era molto inclinato alla milizia, quindi volle formarla disciplinata e bene istruita. Visitava spesso i quartieri militari, prendeva conto di tutto, assaggiava il pane e il rancio per accertarsi della buona qualità; novello Serse, già sapea il nome di’un gran numero di uffiziali e di non pochi soldati, trattandoli e discorrendo co’ medesimi in modo molto confidenziale. Perlocché più volte io fui testimone di alcune scene piacevoli, che mostravano la bontà e la clemenza di quel monarca; e fu questa la ragione per cui egli divenne l'idolo degli uffiziali e della bassa forza.

Re Ferdinando trovò l'esercito che molto lasciava a desiderare, e fece di tutto per portarlo a quella perfezione che tutti abbiamo ammirato. I principi stranieri, che venivan0 spesso a visitar questo Regno, fecero sempre grandi elogi all'esercito nazionale, tra' quali l'arciduca Alberto di Austria e l'imperatore Nicola di Russia. Fu quest'¡stesso esercito, che schiacciando la rivoluzione ai Sicilia, nel 1849, salvò l'Europa da que' mali che più tardi doveano colpirla; come il 15 maggio dell'anno precedente in Napoli, le fedeli truppe nazionali ed i reggimenti svizzeri salvarono il Regno dagli orrori dell’anarchia. Era però riservata l'infamia a pochi rinnegati generali, nel 1860, di usare tutte le male arti, per coprire di obbrobrio quel tradito esercito, e far passare alla posterità i loro nomi maledetti ed esecrati.

Ferdinando II, ne' primi due anni del suo Regno, fece quanto era possibile per riorganizzare, istruire e bene equipaggiare il suo esercito; prefiggendosi di renderlo brillante e rispettato. Io accennerò di volo quello che seppe fare in sì poco tempo per raggiungere iJ suo scopo, riservandomi parlarne più a lungo nel corso di questo lavoro; conciossiacché quel sovrano, dopo il 1833 compì la vera riorganizzazione dell'esercito nazionale, anche con la pubblicazione delle relative leggi organiche.

Appena egli sali al trono, abolì il corpo dei pionieri cacciatori a cavallo e la compagnia che facea la polizia del real palazzo; inseguita formò due battaglioni di zappatori minatori e la gendarmeria scelta per la custodia della Reggia. Nel cominciare l'anno 1832 decretò la riorganizzazione del reggimento fanteria marina, che divenne bellissimo, e fondò in Napoli un orfanotrofio per le figlie degl’individui appartenenti alla real marina. Fondò dippiù altri tre orfanotrofii uno in Foggia, un altro in Barile, un terzo in Bitonto. Per aver poi marini istruiti istituì una scuola nautica in Trapani, ed altre in altri luoghi, coi né appresso dirò.

A solennizzare il 30 maggio del 1832, onomastico del re, furono chiamati dalla terza classe, nella quale giacevano, al servizio attivo nell’esercito, varii uffiziali superiori e subalterni, cioè un tenentegenerale, due colonnelli, otto tenenti-colonnelli, due maggiori, quarantatré capitani, venti primi tenenti, e quattordici secondi tenenti; e pel ramo della marina un capitano di fregata, tre tenenti di vascello e tre alfieri.

Le cure per accrescere e migliorare l’esercito e l'armata non lo distolsero dal pensare al commercio, all’agricoltura ed alle opere pubbliche. Nel 1831, furono stabilite in Napoli altre compagnie di assicurazioni e di cambio; due tra’ quali arrecarono un grande sviluppo al commercio, cioè quella detta Metese e l’altra Economica.

Con un decreto del 26 ottobre venne stabilita una Commissione per l'uniformità dei pesi e delle misure in tutto il Regno, ed era preeeduta dal comm. Ferdinando Visconti. Quella sovrana disposizione, tanto utile al commercio, non ebbe il suo pieno effetto, a causa della caparbietà di taluni paesi e città, che si ostinarono a ritenere gli antichi pesi e le vecchie misure, rinunziando a’ vantaggi del sistema metrico. Quella caparbietà dura ancora ed, anche in Napoli, che è la prima città d’Italia, e fa gl’interessi de' venditori a minuto; i quali maliziosamente calcolano il rotolo grammi ottocento, il mezzo rotolo quattrocento e così di seguito; mentre il rotolo napoletano è poco meno di grammi novecento.

Ad onta delle strettezze della finanza dello Stato, varie opere pubbliche fece Ferdinando Il ne' primi due anni del suo Regno. Aprì una nuova strada, detta Traversa di Paola in Calabria, ed ordinò che si desse principio ad un altra sulla sponda destra del fiume di Pescara, cioè dal bosco di S. Valentino al Colle d'Alba. Fece erigere un magnifico ponte pensile di ferro sul fiume Garigliano, la cui direzione affidò all'egregio ingegnere Luigi Giura; la spesa ammontò a sessantacinquemila ducati, ed è uno de' migliori ponti, di questo genere, che vanti l'Italia. Quando se ue aprì il passaggio, il re, per provarne la solidità, volle traversarlo al galoppo alla testa di due squadroni di cavalleria. Lo stesso anno dispose che si costruisse un altro ponte di fèrro sul fiume Calore presso Solopaca.

Fu quel sovrano che introdusse in Italia i poìzi artesiani; il primo de' quali, con molta perfezione, fu fatto scavare dal comm. Guglielmo Robinson, capitano di vascello, in un tenimento del marchese Vito Nunziante presso Torre del Greco. Nell’ingresso del magnifico edilizio del palazzo delle Finanze, oggi del Municipio, fece innalzare due statue marmoree, una del re Ruggiero il Normanno, fondatore della monarchia siciliana, l'altra di Federico U, imperatore di Germania e re di Napoli.

Onde preservare le popolazioni da’ malefici miasmi, mise in esecuzione il decreto del 28 dicembre 1828, circa ia costruzione de' cimiteri fuori l'abitato; e da allora quasi tutti i comuni del Regno se ne eressero uno, più о meno appropriato a’ loro bisogni.

In Napoli, nell’anno 1832 s’intraprese quella di Poggioreale, disegnato e diretto dagli architetti Luigi Malesci e Giro Cuciniello. Questo cimitero era stato cominciato nel 1817, con disegno dell’architetto Maresca, ma per vicende imprevedutà rimase inadempiuto: Ferdinando II, con l'abituale sua perseveranza, fecelo proseguire e compiere nel moda che oggi lo vediamo.

Varii ospedali si fondarono nelle province dal 1831 al 32; in Calabria se ne eressero due, uno nel distretto di Palmi, l'altro in Gerace; furono ampliati quelli di Catanzaro, Cotrone, Mileto e Melfi in Basilicata. Nelle altre province se ne eressero altri, cioè in Isernia, in Campobasso, in Vietri, in Potenza, in Sant’Angelo de’ Lombardi, in Lanciano ed in Vasto; ampliandosi quelli di Avellino ed Ariano.

Il re, conoscendo il gran bene che arrecavano le Suore della Garita, e specialmente agli ospedali e alla educazione delle fanciulle povere, nel giugno del 1831, fondò il primo collegio nel comune di S. Nicolò presso Caserta; ed invito quelle buone Suore francesi a recarsi in questo Regno.

La più bella opera che fece Ferdinando II ne’ primi due anni del suo Regno, dovrà reputarsi quella di avere istituiti settecento Monti frumentarii; i quali somministravano il grano a coloni poveri per farne la semina con! obbligo di restituirlo, al tempo della raccolta con un piccolissimo interesse о pagarlo a’ prezzi correnti. Ordinò e diè i mezzi per bonificare le terre delle paludi sipontine presso Manfredonia. Volle che si mettesse a coltura l'isoletta di S. Stefano rimpetto Gaeta, ove fu relegata la famosa Giulia figlia di Augusto, ed ove oggi è quell’ergastolo ben conosciuto da qualche padrone dell’Italia unita.

Con decreto del 9 novembre 1831 fondò in Palermo un istituto d’incoraggiamento per promuovere l’agricoltura, le arti e le manifatture, istituendo una medaglia di oro e di argento per premiare gli agricoltori e gli artisti più intelligenti e benemeriti. In quella stessa città, presso la real Favorita, venne fondato, per le cure del principe di Castelnuovo, un Orto-agrario con le scuole corrispondenti, per istruire la gioventù in una delle più necessarie cognizioni della vita. Difatti, il celebre svedese Carlo Linneo solea dire: il vero bene l’arreca all’umanità colui che sa far produrre più grano alla terra e maggiori frutti agli alberi, e non già chi scopre pianeti e stelle fisse, о che risolve i più difficili problemi delle. matematiche.

In que' due anni la Certe di Napoli fu visitala dal principe di Joinville terzogenito del re Luigi Filippo, dalla zia del re, Maria Cristina di Borbone, vedova di Carlo Felice re di Sardegna e dalla duchessa di Berry, sorella del medesimo Ferdinando e madre del duca di Chambord, Enrico l di Francia. Nel mese di aprile del 1832, la principessa reale di Napoli D.(a) Maria Amalia di Borbone sposò l'infante di Spagna D. Sebastiano Gabriele; i reali sposi, il 25 dello stesso mese, partirono per Madrid, accompagnati dal principe di Scilla e dalla marchesa del Vasto.

L'avvenimento più interessante del 1832 fu il matrimonio del re Ferdinando II con la real principessa Maria Cristina di Savoia, quarta figlia del re defunto Vittorio Emmanuele I, giovane di venti anni, nata il 14 novembre 1812. II 9 novembre di quell’anno, il re partì alla volta di Genova accompagnato da poche persone di Corte, passò da Roma e da Firenze, ed il 16 giunse in quella città, ove incontrossi con la sua futura sposa. Il 20 dello stesso mese, in privato, si celebrarono le nozze in Voltri presso Genova, e furono benedette dal cardinal Giuseppe Morozzo, vescovo di Novara. Gli augusti sposi s’imbarcarono il 26 nei porto di Genova sulla fregata napoletana Regina Isabella, alla quale faceano seguito altri legni minori, cioè il Leone e l'Euridice. Dopo quattro giorni di prospero viaggio, arrivarono nella rada di Napoli alle due pomeridiane, tra le festevoli salve dei castelli e le grida ed acclamazioni di gioia vera di tutta la popolazione. Sbarcarono a Molosiglio, vicino la darsena, e furono incontrati dalla regina madre in unione a(9) principi e alle principesse reali, tra cui il conte di Siracusa, venuto a bella posta da Palermo, dai generali ed altri distinti personaggi.

Il 10 dicembre, il re e la regina si recarono al Duomo per ringraziare Iddio del nodo contratto. Dopo il canto dell’Inno ambrosiano, passarono a visitare il Santo Patrono; Maria Cristina offri a S. Gennaro un Savignò di smeraldi e brillanti. Di la fecero ritorno alla Reggia, tra le acclamazioni del popolo e gli onori della truppa vestita in gran tenuta e schierata dal Duomo al pa lazzo reale.

Nella fausta ricorrenza di quelle reali nozze, il re accordò grazie, largizioni, gradi ed onorificenze. Furono condonate le pene di polizia, le correzionali di confino, di esilio e di ammenda, inflitte per reati antecedenti al matrimonio del sovrano. Vennero diminuite di tre anni le pene di reclusione e di relegazione, e di due anni a’ condannati alla galera. A duemila e settecento donzelle fu largita la dote, e mille e duecento ducati si diedero per elemosine. Si rilasciarono mille e duecento pegni non maggiori di tre ducati, come pure tutti i crediti di ducati dieci in sotto, che la Corte dovea per diversi rami. Gli stabilimenti pubblici somministrarono sovvenzioni e soccorsi a’ bisognosi; il Monte della Misericordia erogò grosse somme per escarcerare alcuni debitori, padri di famiglia. Oh, come sarebbero oggi bene a proposito simili beneficenze per taluni debitori morosi, a causajdi un ridevole lusso, e che vivono nell’ombra, essendo costretti ad amar le tenebre! Il corpo della Città di Napoli dispensò cento doti alle fanciulle povere ed altre cento i corpi morali. In quella ricorrenza il Re fece dono alla regia Università di Palermo della Pinacoteca (galleria ove si tengono pitture, statue ed altre cose di pregio). Vi furono gale e baciamani in Corte, nel Regno feste, illuminazioni spontanee per tre giorni ed allegrezze in tutt’i cittadini di buona condotta.

Il matrimonio di Ferdinando II destò im mensa gioia e speranze, perché la fama delle non comuni virtù di Maria Cristina era volata di provincia in provincia, di città in città, di bocca in bocca. Quell’augusta sovrana era profondamente religiosa, di modi soavissimi, di carattere mitissimo, di fisonomía angelica, come l’espressione istessa de’ suoi costumi. Ma Dio benedetto non l’avea creata per questa terra se non per far mostra della virtù de’ regnanti e santificarla con le tribolazioni, onde aggiungerla alla corona dei santi che adornano l’augusta religione cattolica. Il bel cielo delle Due Sicilie non fu propizio a quella adorabile creatura; nel breve suo soggiorno in queste nostre amene contrade fu abbeverata di amarezze, a causa della condotta de' suoi tre maggiori cognati; e ciò ad onta che l'augusto suo consorte l'armasse teneramente.

Ferdinando II, sin dagli anni suoi giovanili, si mostrò sempre costumatissimo, tanto che i suoi detrattori non gli risparmiarono taluni stupidi frizzi, che egli smentì poi coi fatti. Però tutt’altra condotta tenevano i suoi fratelli, Garlo, Antonio e Leopoldo. Il primo, di carattere irruente e superbo, amareggiò più volte gli augusti sovrani. Egli veniva spesso a contesa co’ personaggi più rispettabili della real Corte, ingiuriandoli e maltrattandoli; giunse perfino una volta ad alzar le mani e percuotere, alla presenza del Re e della Regina, il valoroso ed onorato tenente-generale Fardella. In seguito dirò la fine di questo giovane sconsigliato, ingrato al fratello maggiore e ribelle al suo sovrano.

Il principe reale D. Antonio, sin da giovanissimo, si mostrò poco decoroso ed inclinato ad una fatale scostumatezza, amando la vita campestre e sciolta da qualunque convenienza. Nella sua villa di S. Giuliano, unito ad altri giovani scapestrati al pari di lui, commise azioni che non credo necessario accennare; erano azioni individuali, e non fan parte del patrimonio della storia. Visse fino al 1848, e si vuoler che fosse morto vittima della sua stessa depravazione.

Il principe D. Leopoldo, luogotenente in Sicilia, giovane vago di avventure galanti e molto licenzioso, diè anche egli non pochi dispiaceri all’augusto fratello; a suo tempo dirò la ragione per la quale il re fu costretto richiamarlo dalla Sicilia. Intanto è da sapersi, che quando Ferdinando II non si mostrava severo per la cattiva condotta de’ suoi fratelli, si dicea da’ rivoluzionari, che egli l'approvasse, pe’ suoi Malvagi fini; quando poi facea di tutto per infrenarli, si gridava che li avesse voluti infamare, sospettando sempre di essere detronizzato da' medesimi. A questo proposito, prego i miei benevoli lettori di ricordare il fattarello del vecchio che andava al mercato insieme col figlio.


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CAPITOLO IV

SOMMARIO

Giudizio sopra i primi dieci anni del Regno di Ferdinando II. La «Giovine Italia» avversa questo sovrano, e tenta di farlo uccidere. Il re riordina il governo della Sicilia. Spedizione navale contro la Reggenza di Tunisi e contro l’impero del Marocco. Ferdinando intrapreode un altro viaggio per le province del Regno. Perfeziona l'esercito e la real manna. Convenzione con la S. Sede. Opere pubbliche. Industria, commercio ed agricoltura. Istruzione pubblica. Si promulgano ottimi regolamenti e leggi. Il conte di Siracusa esonerato da luogotenente della Sicilia. Nascita di Francesco II. Fuga del principe reale D. Carlo. Morte della regina Maria Cristina.

I primi dieci anni di Regno di Ferdinando П, ad un osservatore superficiale potrebbero sembrare poco interessanti, non incontrandosi in guerre con gli stranieri, in lotte politiche ed in rivoluzioni trionfanti о represse. Nonpertanto quel decennio è interessantissimo per la storia patria, perché dedicato a compiere e perfezionare la ricostituzione di questo Regno, cominciala da Carlo IH e proseguita da Ferdinando IV. I primi dieci anni di Regno di Ferdinando II, senza esagerazione о spirito partigiano, a buon diritto potrebbero dirsi l’età dell’oro del popolo delle Due Sicilie, se qualche abbominevole ed inconsulto moto rivoluzionario non fosse avvenuto, e se il colera non ci avesse funestato con la sua terribile apparizione.

Lettori, io vi promisi condurvi a traverso due secoli, per mostrarvi le glorie e le sventure di questa nostra carissima patria; rapidamente abbiamo traversato il primo secolo, spettacolo cruento di orrori e sociali sventure; del secondo ne abbiamo percorso una terza parte, ed abbiamo deplorato le conseguenze del primo. Ci restano a percorrere altri ventotto anni: seguitiamo dunque il nostro cammino, e vedremo tutto quello che fece Ferdinando II; quel sovrano tanto odiato dalla sètta cosmopolita, forse più rabbiosamente che non lo fu l'avolo suo. Ho accennato quel che egli fece pe’ primi due anni del suo Regno; or ne percorreremo altri tre, accennando inoltre gl’importanti avvenimenti del 1836, per far sosta e riprender poi il nostro viaggio secolare ed inquisitorio. Però, prima di tutto vediamo qual fu il mezzo principale e nefando di cui si servirono i settarii per impedire a quel sovrano l'opera veramente riparatrice de’ mali che soffriva questo, popolo a causa delle loro stesse fellonie rivoluzionarie.

Mentre re Ferdinando era tutto dedito a riparare i danni arrecati dalle ribellioni, con far savie leggi, agevolando il commercio e l'agricoltura, col pagar debiti e coll’alzare stupendi monumenti patrii, ecco la sètta mazziniana avanzarsi truce e sanguinosa per porsi a traverso tra lui ed i suoi popoli, facendo di tutto perché costoro l'odiassero, onde coglierne essa il frutto delle sue iniquità.

Nel Capitolo VI ragionai della sètta della Giovane Italia, che altro non era, se non una trasformazione della massoneria e della Carboneria, con raggiunta d'altre leggi, e nuovi regolamenti più orribili ed esecrandi. Quella sètta si propagò per Vitalia, acquistando adepti in ogni classe, e con particolarità nella studentesca e ne’ corpi militari, detti scientifici. Si formarono comitati in Lombardia, in Piemonte, in Toscana, ne’ Ducati, nello Stato pontificio ed in questo Regno; e tutti corrispondevano col comitato centrale, preseduto e diretto dallo stesso Mazzini, il quale prima trovavasi in Francia, e poi prese stanza nella Svizzera.

I rivoluzionarii di questo Regno, sicuri che il re accordava grazie a’ rei di Stato, non furono gli ultimi in Italia a mettersi in relazione col Mazzini e con gli altri comitati della penisola. A questo scopo mandarono Francesco Paolo Bozzelli presso il grande agitatore italiano, onde rannodare le fila della sètta, e combinare lo scoppio di una generale rivolta. Ma questa, per allora, rimase un desiderio settario, ad eccezione di qualche imprudente conato, manifestatosi a causa della eccessiva fretta di taluni rivoluzionarii di mestiere. Costoro voleano far qualche cosa in Napoli, e siccome non isperavano aiuto dalla popolazione, si argomentarono prendere la via più corta per giungere all’esecrabile meta che agognavano.

Certo Vito Romano di Molfetta, caporale del 2° reggimento cavalleggieri, i fratelli Rossaroll, Cesare, Scipione e Camillo, figli del generale che morì in Grecia, anche sott’uffiziali al medesimo reggimento, erano ascrit alla sètta mazziniana. A questi quattro settarìi si unì il tenente Francesco Ancellotti, combinarono di uccidere Ferdinando II nel teatro de’ Fiorentini; però i congiurati, avendo bene ponderate le difficoltà dell'intrapresa convennero di fermare la vettura, che conducea il re a Caserta e con la scusa di presentargli una supplica, pugnalarlo: altri poi opinavano di fargli fuoco addosso, al momento che avrebbe passata la truppa in rivista.

Una mattina nel mese di agosto 1833, Ancellotti, Romano e Cesare Rossaroll, supponendo che il sergente Paolillo avesse sorpreso il loro secreto, lo chiamarono da parte, e gli svelarono il delitto che meditavano di perpetrare Quel sergente preso da orrore a quella rivelazione, li denunziò subito a’ superiori de' reggimento e al generale Lucchesi. Una lettera anonima, forse mandata da qualche fratello graduato, avvisò i congiurati che sarebhero arrestati e messi sotto giudizio, perché accusati di volere assassinare il re. A quell'avviso, Cesare Rosaroll e Romano, giudicandosi perduti, si ubbriacarono e decisero uccidersi; invitato da’ medesimi il tenente Ancellotti a far l'istesso, si negò, perché gli venne meno il coraggio. In effetti i due primi si chiusero in una camera del quartiere caricarono quattro pistole, ed alla voce fuoco, seguì la scarica dell’uno contro l'altro; epperò tutti e due rimasero soltanto feriti. Romano, vedendosi in quello stato, in cambio di tirare il secondo colpo sul compagno, secondo era stato convenuto, se lo scaricò in petto. Accorsi i soldati sfondarono la porta della camera, e trovarono Rossaroll ferito, ma in perfetta conoscenza, che condussero all'ospedale, l'altro spento in un lago di sangue.

Immediatamente vennero arrestati i complici di quella congiura e sottomessi a giudizio; oltre del tenente Ancellotti e l’altro fratello Rossaroll, furono messi in carcere i sergenti Giaquinto, Abrami, Astuto e due alfieri, Girolamo ed Antonio Ulloa. La suprema Commissione de’ reati di Stato, il 13 dicembre 1833, condannò a morte, col 3° grado di pubblico esempio, Ancellotti e Cesare Rossaroll; gli altri vennero messi in libertà, perché arrestati per semplice sospetto.

Il giorno seguente alla condanna, si alzò il patibolo innanzi al quartiere della Maddalena, ove era alloggiato il 2° cavalleggieri; quando i due condannati giunsero a piè del palco ferale, il tenente-generale Saluzzo pubblicò la commutazione della pena in 25 anni di ferri, ordinata spontaneamente dal rei Ancellotti e Rossaroll, al sentire la grazia sovrana, svennero; in seguito ebbero altre grazie, ma rimasero sempre settarii e nemici di colui che voleano assassinare e che li avea perdonati: gratitudine di liberali!...

Nel principio di quell’anno 1833, il re ripristinò in Napoli il ministero degli affari di Sicilia, secondo era stato prescritto col decreto del 26 maggio 1821. Fu destinato all’immediazione del luogotenente di quell’isola il cav. Mastropaolo, già ministro di grazia e giustizia, in qualità di ministro segretario di Stato degli affari ecclesiastici e polizia; la direzione di questi due dipartimenti venne affidata al duca. Cumia. Il principe di Campofranco fu eletto ministro segretario di Stato delle finanze, affari interni, e grazia e giustizia; Carlo Vecchione ebbe la direzione di questi ripartimenti. Antonino Franco fu destinato ministro degli affari di Sicilia in Napoli.

Dopo la conquista di Algieri compiuta dai francesi, i barbareschi dell’Africa non fecero più paura a’ cristiani; però rimanea la Reggenza tunisina che li maltrattava e li perseguitava, insultando con più segnalato odio le bandiere de’ principi italiani. Taluni sudditi del re del Regno delle Due Sicilie e di quello di Sardegna furono vittime della prepotenza di un pascià di Tunisi. Ferdinando II, allora in buone relazioni con Carlo Alberto di Savoia, conchiuse con lo stesso un trattato, il 23 maggio 1833, e venne stabilito tra’ due sovrani di riunire le loro forze navali per metiere a dovere quel barbaro reggente. Da Napoli parti una fregata e tre brick, comandati dal capitano di fregata principe Mariano Caracciolo Torchiarolo; il quale si congiunse con la squadra sarda, e fu preferito all’onore del comando delle due piccole flotte riunite. Si diresse a Tunisi; ivi giunto, volle tentare le vie di un amichevole componimento prima di cominciare le ostilità. Quel bey, intimorito, fu sollecito a dar soddisfazione all’uno e all’altro governo italiano, col riparare i danni arrecati a napoletani ed a’ sardi, destituendo il prepotente pascià. Le due flottiglie, dopo che i loro capi appianarono altre vertenze internazionali, pacificamente ritornarono ne’ loro rispettivi porti.

Il 17 novembre dello stesso anno, fu conchiuso un trattato di commercio tra il governo di Napoli e quello di Tunisi; stabilendosi inoltre una procedura da eseguirsi ne casi di delitti commessi da’ sudditi di questo Regno, impiegati in quella Reggenza; cioè che i colpevoli doveano essere consegnati al console napoletano per essere puniti con le leggi patrie.

Quando già erano finite le quistioni con la Reggenza di Tunisi, un’altra ne saltò fuori con l’imperatore del Marocco; il quale, per taluni malintesi, escluse da’ suoi porti la bandiera napoletana. Perlocché Ferdinando Ц si decise mandar contro quell’impero africano una piccola squadra comandata dal retro-ammiraglio Staiti. L’imperatore del Marocco, alla vista delle navi napoletane, giunte in que’ paraggi il 13 maggio 1834, desistette dai suoi ostili proponimenti circa il commercio con questo Regno. Onde togliersi ulteriori quistioni, lo stesso retro ammiraglio Staiti ed un plenipotenziario del Marocco sottoscrissero in Gibilterra una convenzione, con la quale venne confermato il trattato di commercio dell'anno 1782, tutto favorevole a’ napoletani.

In quello stesso anno 1834 il re intraprese un altro viaggio per varie province del Regno, dirigendosi in Calabria, visitando i capiluoghi e molti paesi. Giunto a Reggio, il 7 aprile, passò a Messina, ove dimorò fino al 19 dello stesso mese; indi ripassò lo stretto di quella città e riprese la via delle Calabrie. Si diresse a Catanzaro, e da colà passò a Taranto, visitando varii paesi della Basilicata, del Leccese e delle Puglie; il 6 maggio ritornò a Napoli.

Quando Ferdinando II, visitava le città ed i paesi del Regno, non era spinto da una vana curiosità, né vago di cercare avventure о di farsi acclamare da’ popoli, costringendo i Comuni a fare straordinarie spese; ma il suo scopo era quello che ben dovrebbero avere tutti coloro che la Provvidenza destinò a reggere le nazioni. Non appena giungeva in un paese о in una città, era sollecito di chiamare a sé i funzionarli, gl’impiegati ed i proprietarii più ragguardevoli, per interrogarli ad uno ad uno circa i bisogni della popolazione e sull’andamento dell’amministrazione regia e comunale. Con quel suo acume e talento straordinario di cui era dotato, scopriva il vero stato delle cose, e subito dava gli opportuni ordini e disposizioni. Visitando que’ luoghi, da perfetto ingegniere ed architetto quale egli era, conoscea ove fosse necessaria una strada, un ponte, una miglior coltura di terreni, una riparazione qualunque, e sollecito ne dava i mezzi per la esecuzione.

Quel benefico principe proibiva a Comuni che visitava, d’mbandir sontuosi pranzi tanto a lui che al suo seguito, e non voleva che gli si dessero feste sfarzose — tutto al contrario de’ nostri redentori — invece accordava sussidii ed elemosine dalla sua borsa particolare, e largiva grazie; notando particolarmente ov’era necessario un ospedale, un ricovero per le orfanelle, pe' proietti e pe’ poveri. Miei benevoli lettori, in qualunque luogo vi troiate di questo Regno, se girate attorno a voi lo sguardo, non è difficile imbattervi in un monumento, in una opera di beneficenza, in una famiglia beneficata, in un torto riparato da’ re di Casa Borbone e specialmente da Ferdinando II. Questo sovrano non fu esente da difetti, che tutti abbiamo come figli di Adamo; ma senza partigianismo, bisogna convenire che egli fece molto bene a questo Regno, e più ne avrebbe fatto, se le rivoluzioni e l’immatura morte non glielo avessero impedito.

Nel 1833, re Ferdinando organizzò si splendidamente l'esercito patrio da meritare plauso universale; riccamente vestito, ben disciplinato ed istruito, fu più volte tolto a modello degli altri Stati d’Italia. Chi l'avrebbe mai detto! Spento quel sovrano immaturamente ed in un modo misterioso, per la codardia e il tradimento di varii generali, tutto fu miseramente distrutto in pochi mesi. Diciassette capi di quel florido esercito, coprendosi d’imperitura onta e vergogna, lo annientarono, facendo maravigliare l’attonita Europa della loro inettezza ed ingratitudine. Nel 1848, de' Maio e Desauget iniziarono l'opera vile ed esecranda, che fu compiuta poi nel 1860 da un Alessandro Nunziante, un Pianelli, un Lanza, un Landi e un Clary, un Briganti, un Gallotti, un Ghio, un Flores, un Lo Cascio, un de' Benedictis, e simile genìa di sedicenti generali. Tutti coloro che credevano orpellare la viltà о il tradimento con lo strano principio del patriottismo, calpestando la patria bandiera, nulla ottennero da’ nuovi padroni, anzi furono e sono disprezzati. Per la qual cosa si possono ad essi applicare i bei versi del Monti: «Ben provvide il cielo — Che uom per delitti mai lieto non sia. »—

Giusta il decreto del 21 giugno 1833, quell’esercito avea sei tenenti-generali, quattordici marescialli di campo e trenta brigadieri. La fanteria venne divisa in tre reggimenti della Guardia reale, e dodici di linea, denominati 1° Re, 2° Regina, 3° Principe, 4° Principessa, 5° Borbone, 6° Farnese, 7° Napoli, 8° Calabria, 9° Puglia, 1Abruzzo, 1Palermo, e 12° Messina; inoltre sei battaglioni cacciatori e quattro reggimenti di svizzeri. Ogni reggimento era composto di due battaglioni. Alle compagnie delle reali Guardie del Corpo a cavallo, che erano di nobili del Regno, altre se ne aggiunsero di fanti scelti tra veterani sott’uffiziali di esemplare condotta e che aveano resi ottimi servizii.

La cavalleria fu composta di sette reggimenti, due di usseri, due di lancieri e tre di dragoni; più un quarto reggimento dragoni in tempo di guerra. La gendarmeria reale venne formata di nove squadroni di otto battaglioni, in tutto ottomila uomini, fu abolita la mezza brigata di artiglieria a cavallo della. Guardia reale, ed in cambio si organizzarono due reggimenti di fanti della medesima arma ed una compagnia a cavallo. Quell'esercito sommava a trentaseimila uomini in tempo di pace, a sessantaquattromila in quello di guerra. In seguito i reggimenti di linea furono accresciuti fino al 16°, ed i battaglioni cacciatori anche fino al 16°. Inoltre si organizzarono varie batterie di artiglieria a cavallo, un battaglione di zappatori, un altro di pionieri e un reggimento di cacciatori a cavallo.

Con decreto del 10 marzo 1834, si stabili il nuovo reclutamento dell’esercito, cioè con l’arruolamento volontario, col prolungamento del servizio militare, pagando una determinata somma a coloro che avessero voluto rimanere a’ loro posti, e con la leva. In quanto a quest'ultima si diedero le norme chiare e precise, con ¡stabilire, che ogni cittadino fosse obbligato al servizio militare per cinque anni ed altri tanti di riserva, estraendone uno a sorte sopra ogni migliaio di cittadini. Si richiedevano le seguenti qualità per esser soldato: cioè che fosse nazionale, che non avesse subita condanna criminale, ben formato di corpo, di statura non meno di cinque piedi e dell’età di 18 a 25 anni. Erano esenti i capi di famiglia, i sostegni unici ed indispensabili, gl'impiegati del governo, о gli esercenti una professione, i figli unici anche relativi che rimaneano nella casa paterna, i vedovi con figli, i laureati, о licenziati in varie scienze, gli alunni del reale Istituto delle belle arti, gli alunni del Collegio medico-cerusico approvati» i chierici minoristi, i seminaristi, i novizii monastici, ed il fratello unico di tutti costoro. Infine erano esenti gl’impiegati delle fabbriche di armi, ed i figli di un forestiere residente nel Regno non legalmente naturalizzato.

È necessario qui osservare quanto buon senso, carità, riguardi e libertà si usavano in quella legge detta di leva da un re, che i settarii voleano far credere nemico dell’intelligenza e tiranno. Ferdinando II non troncava bruscamente la carriera di un giovane scienziato о artista; non metteva le famiglie nella dura necessità di rimanere senza sostegni; ed infine accordava a tutti la libertà di abbandonare lo stato secolaresco e dedicarsi ad una vita di perfezione. È questa la vera libertà che dovrebbero darci i governi che si vantano umanitarii e liberali, e non già l’altra, che a nulla ci giova, cioè che, avendo un determinato censo possiamo mettere nell'urna un voto per eleggere un così detto rappresentante della nazione. Il quale, о per cattiveria, о perché comprato da’ governanti, in cambio di sostenere i dritti di coloro che lo elessero, propugna i suoi, e quelli degli amici, о gli altri del governo partito; e tutto questo supposto sempre che non vi sia intrigo nelle elezioni. Gli uomini di buona fede e di buon senso, invece di farsi imporre dalle frasi altosonanti di libertà e di progresso, dovrebbero studiare e confrontare le leggi fatte dai tiranni con quelle che ci han regalate i rigeneratori de' popoli.

Con un altro decreto fu ordinata la formazione di nove squadroni della Guardia di onore, uno per la capitale ed otto per le province; gl’individui che ne faceano parte doveano essere delle primarie famiglie del Regno, sebbene vi furono poi non poche eccezioni. Quelle guardie altro obbligo non aveano se non quello di seguire il re о le persone reali, quando costoro giravano le province, ed erano esenti dalla leva; fu eletto capitano dai medesimi il tenente-generale duca di Roccaromana, in cambio del defunto duca di S. Valentino. Nel 1834 la istituzione delle Guardie dì Onore venne estesa anche alla Sicilia, ove se ne trovavano un buon numero nel 1848. In quello stesso anno si organizzarono le cosi dette compagnie d'armi, una per ogni distretto, di 24 uomini a cavallo, comandati da un superiore che avea il titolo di capitano. La loro missione era quella di tenere una sicura corrispondenza tra’ sottintendenti, i giudici regi circondariali ed i sindaci; portavano il danaro dello Stato da’ paesi al distretto; e rendevano segnalati servizii con tener sicure le strade fuori l'abitato e col dar la caccia a’ ladri di campagna.

Si formavano dodici battaglioni di Guardia detta d’interna sicurezza per Napoli, avendone avuto il comando S. A. R. il principe di Salerno. In seguito quelle Guardie, dette civiche о urbane, furono estese per tutto il Regno, ed erano quelle stesse che poi i governi rivoluzionarii del 1848 e 60 ci regalarono, come una grande istituzione di liberalismo, sotto il nome di Guardie nazionali, ed oggi anche abolite i tiranni non aveano paura di armare i cittadini onesti, per mantenere l’ordine pubblico, i governi detti liberali, dopo che proclamarono la Guardia nazionale essere il palladio della libertà, l’abolirono per paura. Però se i rigeneratori della patria tolsero le armi di mano alla gente onesta, che le servivano pel bene pubblico, le danno oggi anche a briganti, a condizione che costoro paghino una determinata tassa annuale: basta che piglino danaro, del resto poco si curano! Dopo che si organizzò l'esercito, con un decreto si stabili un piano organico per la Direzione generale degli ospedali militari; e con un altro decreto del 23 dicembre s'istituì una medaglia di onore per compensare il lodevole servizio militare e civico.

Mentre il re spendeva le sue cure per l’esercito, non trascurò di migliorare la real marina. In quell’anno 1834, fece costruire due fregate, una nel cantiere di Castellammare, l'altra nella darsena di Napoli; la prima si nominò Urania, la seconda Partenope. Comprò dall’Inghilterra la goletta Wenefrede, il brigantino Nettuno e la corvetta Ferdinando II, tutti tre legni a vapore, acquistati quando ancora non ne aveano gli altri principi italiani e la stessa Austria. Quel sovrano, nell’introdurre in questo Regno le buone ed utili novità, fu sempre il primo in Italia, non ultimo in Europa, come vedremo più tardi per le strade ferrate, pel gas e pel telegrafo elettrico. Nel 1835, la goletta Wenefrede, trovandosi nella rada di Napoli, s incendiò in parte, ed in pochi mesi venne ricostruita meglio in questa Darsena. Il 17 maggio dell'anno seguente si stabilì per la prima volta in Napoli una Delegazione di pacchetti a vapore, pel servizio del governo e pe’ particolari.

Varii decreti ed ordinanze si pubblicarono nel 1834 circa la marina militare; si abolì il comando della stessa, dandosene le attribuzioni ai ministero di tal dipartimento. In Procida si fondò una scuola nautica, alla quale furono aggregate le scuole normali con Paîtra di pilotaggio. In Napoli si diè principio alla costruzione del bel porto militare, detto di S. Vincenzo, a destra del Molo.

Re Ferdinando nel 1834 fece una convenzione col Sommo Pontefice, che era un'appendice al Concordato del 1818, sottoscritta il 16 aprile di quello stesso anno dal cardinale Tommaso Bernetti pel Papa e dal conte Costantino Ludolf pel re. Quella convenzione contenea cinque articoli: 1° l'immunità personale, 2° la prigione separata per gli ecclesiastici, 3° vietato in chiesa l'arresto del reo, 4° la Camera di correzione permessa a' Vescovi per punire i sacerdoti scandalosi, 5° la degradazione di un ecclesiastico dovea farsi previa la conoscenza del Vescovo (((5))). I rivouzionarii trovando male tutto quello che fa laS. Sede apostolica, non tralasciano perciò di criticarla perché la stessa ha voluto da’ sovrani di non arrestarsi alcun reo in chiesa. Intanto nulla han irò va to a dire in contrario, quando i governi di Francia e d'Inghilterra han proibito a(F) loro ministri, accreditati presso i sovrani esteri, di fare arrestare i rei ne’ pa

— 88 lazzi ove costoro abitavano. Forse che la Gas» di Dio è meno di quella de’ ministri francesi ed inglesi? Varie opere pubbliche s’iniziarono e si compirono nel 1835 e 36; si compì la deliziosa strada, lunga otto miglia, che da Castellammare conduce a Sorrento; quella della Riviera di Chiaia di Napoli venne migliorata, costruendosi un largo marciapiedi dalla parte dell» Villa; questa fu prolungata per altri mille e cinquecento palmi. Nel medesimo tempo fa erettala magnifica scalinata, in mezzo a’ giardini pensili, sulla strada di Capodimonte, disegnata dall’architetto Antonio Nicolini. Venne restaurato il ponte sulla strada di Chiaja, ed abbellito, dandoglisi la forma di un arco; e si costruì la scalinata coperta, togliendosi la deformità di quella rampa che vi era.

In Sicilia si compirono tre strade rotabili, cioè quella che da Messina corre a Torre del Faro, l'altra da Palermo a Caltanissetta ed una terza anche da Palermo a Trapani. Nella medesima città di Palermo s’intraprese la costruzione di un carcere modello a settori concentrici, scegliendosi un luogo ameno e salubre; nel medesimo tempo si fondò il reale istituto de’ sordo-muti. In Catania si ripresero i lavori del porto, in Modica fu eretto un Albergo pe’ poveri, e tre ospizi di beneficenza, uno in Palermo, un altro in Messina, un terzo in Catania: quelli ospizi furono destinati ad accogliere e istruire i proietti, gli orfani éd i figli di genitori poveri. In Napoli si fondé un ospedale, nell’antico Conservatorio di Loreto, per gl’infermi dell’Albergo de’ poveri inoltre un Cornetto di nobili donzelle presso le canonichesse lateranensi, nell’abolito convento di Gesù e Maria.

Altre opere pubbliche si fecero nelle province napoletane; in Bitonto si fondò un Orfanotrofio col titolo di Maria Cristina ed un altro in Lecce, nel soppresso convento dei Cappuccini. In Bari si costruì il palazzo dell’Intendenza ed in Lucera un teatro. Ma l’opera più utile al commercio e alla comodità de’ viaggiatori s’iniziò nel 1836, cioè la ferrovia da Napoli a Castellammare e Nocera; ed il re volle che il costruttore della stessa si obbligasse di prolungarla per allora fino a Salerno ed in seguito dalla parte del Cilento. Quella ferrovia venne eseguita dal francese Armando Giuseppe Bayard de' la Vingtrie, quando ancora gli altri Stati d’Italia ne erano totalmente privi.

Il re, per aumentare l'industria ed il commercio, li. agevolava in ogni maniera; per la qualcosa protesse una società industriale detta Enologica per la manifattura de’ vini; diè incoraggiamenti e mezzi a Lorenzo Zino per ¡stabilire una fonderia di ferro al ponte della Maddalena qui in Napoli, ad Antonio Barbier per una fabbrica di panni con privativa in Palermo, e ad altre persone per impiantare stabilimenti di cartiere in varii siti del Regno. Per promuoversi sempre più il commercio, si fondarono molte compagnie, tra le altre, due in Napoli, una di Assicurazione generale col capitale di quattrocentomila ducati, e l’altra denominata Partenopea Sebezia che promoveva anche l'industria, le belle arti, l'edilità, le manifatture e la circolazione delle merci nazionali ed estere. Per non essere impedito il commercio in tempo di epidemie, il re ordinò che si fondasse un Lazzaretto semisporco, per le merci e per le persone sospette d’infezione.

Quel benefico sovrano, conoscendo essere l'agricoltura la sorgente primaria della ricchezza di questo Regno, dal 1833 al 36 rivolse le più sollecite cure per promuoverla, agevolandola in ogni modo. Difatti incoraggiò e protesse una banca detta del Tavoliere di Puglia, col capitale di due milioni e mezzo di ducati, che doveano servire alla coltivazione di quel famoso tavoliere. Introdusse nel Regno la coltivazione della rabbia, la quale mise radici in varie province, e l'altra della barbietola per estrarne lo zucchero, essendosi a questo scopo stabilita una fabbrica nel comune di Sarno. Fondò in Barletta una scuola di agricoltura pratica, ed in Palermo un istituto di beneficenza per proteggere e soccorrere i pastori e gli agricoltori poveri. Quell'istituto fu encomiato e benedetto da tutti, perché fu ben diretto da D. Paolo di Giovanni, persona molto istruita e, quel eh’è più, caritatevole.

Circa l'istruzione pubblica si progredì di bene in meglio da un anno all’altro, le scuole primarie, i licei, le università furono meglio riordinate, e così si accrebbero i mezzi della pubblica istruzione. In Foggia si aprì al pubblico una Biblioteca, si aumentarono in Napoli ed in Palermo le scuole di mutuo insegnamento. Nelle università del Regno si fondano altre utili e necessarie cattedre, richieste dal progresso delle scienze, e principalmente in quella di Catania; in questa di Napoli venne collocato il magnifico Gabinetto anatomico da Antonio Nanola, comprato dal governo nel 1833.

Senza che il governo avesse imposte altre tasse, anzi riducendo quelle gravose al popolo, la finanza prosperava a maraviglia. A causa della rivoluzione del 1820, lo Stato avea dovuto far grossi debiti, come già si è detto altrove, e, nel 1827, il fondo annuale di ammortizzazione del debito pubblico era di un milione e trecentomila ducati; nel 1834 venne ridotto a soli settantamila.

Ottime leggi e regolamenti si pubblicarono circa l'amministrazione dello Stato. Si stabilirono le norme per gli alunni diplomatici, per gli agenti consolari e per gli architetti civili. Venne modificato l'articolo 407 delle leggi penali circa il furto, e si abolì la pena de’ lavori forzati a vita, sostituendosi quella temporanea. Il 12 marzo 1836, comparve un decreto, col quale si proibiva agl’individui della real famiglia di uscire dal Regno о coniar matrimonio legittimo, capace di produrre effetti civili, senza il beneplacito sovrano. Nel medesimo tempo, il re istituì quattro majorascatï in favore de’ suoi fratelli, con rassegno di Casa reale, in ducati sessantamila annui per ciascheduno, da goderne il possesso giunti all'eia di anni 32.

Prima che il re avesse fatta quella legge per infrenare la condotta poco lodevole dei suoi fratelli, il real conte di Siracusa fu esonегato dall’alta carica di luogotenente generale della Sicilia, e sostituito dal principe di Campofranco. Circa quella esonerazione, i rivoluzionarii spacciarono menzogne e calunnie; giunsero a dire, che Ferdinando II, avendo conosciuto essere il conte di Siracusa amato da’ siciliani, si fosse ingelosito ed insospettito; per questa ragione diceano, l'avesse richiamato da Palermo. Che il real conte si fosse cooperato a farsi proclamare re di quell’isola, inclino molto a crederlo, a vendo la prova della sua fellonia pel mode come si condusse nel 1860 con l’augusto suo nipote Francesco II. Però non fu questa allora la causa della esonerazione di lui; i rivoluzionarii ammalignarono sempre le più sagge e benefiche disposizioni di Ferdinando П. Ê pur verissimo, che, nel 1835, si fosse designata, in Palermo, una mascherata, simulante l’entrata del re Ruggiero il Normanno in Sicilia, per trovar pretesti di tumultuare a favore del conte di Siracusa; ma il re non si sarebbe curato di quell’arlecchinata di pochi rompicolli, perché sapea esser con lui tutti i veri e buoni cittadini siciliani. I quali erano poco contenti della condotta di suo fratello, perché costui menava una vita licenziosa ed insidiava l'onore di tante distinte famiglie palermitane. Il re si decise richiamarlo a Napoli, quando gli si presentarono talune ragguardevoli persone dell’aristocrazia siciliana, e gli fecero sentire i torti che il real conte avea fatto al loro onore, con l’aggiunta di volerli lavare nel sangue dello stesso, se l'avesse lasciato più a lungo luogotenente della Sicilia. Fu questa la vera causa del richiamo del real conte; il quale da quel tempo finse circondarsi di artisti e ritirarsi dalla politica; mentre si era circondato dai più pericolosi settarii, e tutti uniti congiuravano contro la dinastia e contro il Regno.

Dal 1833 al 36, molte gioie e sventure provò la Corte di Napoli e il Regno; accennerò le più interessanti. Il 7 gennaio 1834, nella Cappella Palatina fu celebrato il matrimonio fra la real principessa Maria Antonia, sorella del re e il granduca di Toscana, Leopoldo II; il dì seguente, gli augusti sposi s’imbarcarono sulla fregata Sirena e partirono per Livorno.

Sul finire dell’anno 1835 si annunziò officialmente per la prima volta, che la regina fosse incinta; ed il 16 gennaio 1836, diè alla luce il principe ereditario del Regno, cui, nel battesimo conferitogli dal cappellano maggiore, gli si diè il nome di Francesco d’Assisi, col titolo di duca delle Calabrie. Per tale fausto avvenimento, il re concedette molte grazie. Furono condonate tutte le multe ed ammende dovute alla finanza, non maggiori di 25 ducati; condonati tutti i crediti, fino a ducati 15, esigibili dalla real tesoreria, о altra amministrazione finanziaria; e venne abolita la ritenuta graduale sopra i soldi degli impiegati.

I pegni di telerie e pannini, da ducati 5 in sotto, furono restituiti senza alcun pagamento. Si diedero alle sette province della Sicilia ducati ventiquattromila, per restituirsi gli oggetti pegnorati da’ poveri.

Furono condonate le pene di semplice polizia, di prigionia, di esilio e di ammenda correzionale; la pena di relegazione venne diminuita di quattro anni, di reclusione di tre e de’ ferri di due. I condannati a morte ebbero grazia, gli esiliati politici ritornarono alle loro famiglie; e tutti gl’imprigionati per debiti, al ramo finanzierò, non maggiori di ducati duecento, furono messi in libertà.

La gioia del re, per avere avuto largito un figlio erede del trono, fu di poca durata, a causa di un gran dispiacere datogli dal fratello Carlo, principe di Capua e più di tutto per le conseguenze che ne derivarono. Costui erasi invaghito di una giovane inglese, Miss Penelope Smith, nipote di lord Palmerston; volea sposarla; il re gli negò il suo assentimento ed ordinò che la Smith fosse espulsa da Napoli. Per la qual cosa, si assicura, che Carlo avesse insultato Ferdinando con tali modi irruenti da spaventare la regina, allora partorita, ciò che fu causa delle sopravvenute febbri violentissime alla medesima, le quali condussero quella real donna al sepolcro. Carlo fuggì da Napoli per raggiungere la Smith, e il re spedigli appresso un capitano per fermarlo; ma nessuna preghiera о minaccia di costui valse a trattenerlo. Quel principe reale, abusando della sua posizione sociale, che già avea calpestata, volea uccidere quel capitano; e questi, per non arrecare al re un altro dispiacere, si astenne di venire a vie di fatto. Ed in vero l'affare si era spinto tant’oltre, che dovendosi eseguire gli ordini sovrani, uno de’ due contendenti dovea essere ucciso, perché Carlo minacciava con la pistola in pugno.

Carlo di Borbone, principe di Capua, fuggi da questo Regno senza lasciare amici о qualche simpatia per lui; si recò all’estero e colà adempì la formalità del matrimonio con la Penelope, attirandosi tutto il rigore della legge fatta dal suo augusto genitore e confermata dal suo maggior fratello. Quella legge, come altrove si è detto, vietava a’ principi ed alle principesse della real famiglia, ed in qualunque età, di contrarre matrimonio, di vendere о far debiti senza il beneplacito sovrano. Carlo dimorò poco tempo in Londra; indi passò in Francia, in ultimo si ridusse nell’isola di Malta, carico di figli e di debiti. Ad onta che congiurasse sempre contro il suo fratello e sovrano, questi, indirettamente, gli facea giungere grandi soccorsi in danaro, ma non volle riconoscer mai il matrimonio contratto con la Smith. Fu questa la principale causa dell’odio di lord Palmerston contro Ferdinando II. Quel nobile lord, sebbene democratico in parole, avea però la smania di elevare una sua nipote ad altezza reale, e chi sa, anche a regina di Napoli! Intanto la malattia della regina Maria Cristina progrediva in modo scoraggiante; il 31 gennaio, 45 giorni dopo che partorì l’erede del trono, confortata da’ soccorsi della religione, quell'angelo in forma umana, volò in seno di Dio!... Da allora cominciarono le vere sventure di questo Regno e della dinastia, che finirono con una memoranda catastrofe.

Durante i lugubri uffizii, renduti all’augusta estinta, il re con tutta la real famiglia, si ritirò in Portici. Il cadavere della regina fu esposto nella sala de’ viceré; il popolo vi accorse per tre giorni a versar lagrime di vero dolore, avendo perduto in Maria Cristina una benefica ed amorosa madre. Dopo la pompa delle meste esequie, il frale fu deposto nella Chiesa di S. Chiara.

Maria Cristina di Savoia, regina del Regno delle Due Sicilie, avendo esercitato in vita straordinarie virtù, lasciò a questi popoli una imperitura eredità di affetti. Eglino la riverirono come santa in vita, e la ritennero tale anche dopo morta; perlocché a quella chiesa corrono tuttora i fedeli per implorare grazie sulla tomba della loro augusta regina; e costei molte ne ha ottenuto da Dio pe’ suoi devoti. La Santa Romana Chiesa la dichiarò venerabile, e tra non molto la ascriverà nel numero delle beate. (((6)))

Il 16 maggio di quell’anno 1836, quando il reale infante Francesco di Borbone, erede di questo Regno, compiva quattro mesi, il suo augusto genitore lo condusse al Duomo per offrirlo a Dio.... Oh! perché mancò un santo vecchio Simeone per profetizzare la sorte di quell'angioletto?

Lettori! assai disgrazie mi restano a narrarvi, che formano una catena, non interrotta, per frangersi poi sul nostro capo e subissarci. Ma fate cuore, ed abbiate fede nella parola di Colui, che, or sono diciannove secoli, passò beneficando, e disse: Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.


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CAPITOLO V

SOMMARIO

Ferdinando II viaggia all’estero. Contrae matrimonio con una arciduchessa d’Austria. Incendio del Palazzo reale. Il colera asiatico invade il Regno al di qua e al di la del Faro. La setta ne approfitta» arrecando subugli, disastri e sangue in varie città. Si ripristinano i dritti promiscui tra Napoli e Sicilia. Si fanno altre novità amministrative ìd quel Pisola. Leggi contro il duello. Opere pubbliche Si abolisce la tratta de’ n& gri. Riduzione del debito contratto con Rotschild. nel 1824. Nascita di due principi reali. Varii reali principi esteri visitano la Corte di Napoli. Morte di uomini illustri. Bibliografia.

Re Ferdinando, sia per divagarsi della perdita che avea fatta, sia per conoscere alcune Corti di Europa, nel mese di maggio 1836, intraprese un viaggio senza fasto. Passò da Roma, indi da Firenze, ove si trattenne pochi giorni, ripartendo per Vienna per la via del Lombardo-Veneto. Dimorò 23 giorni nella capitale dell’impero austriaco, indi partì per Parigi. Nelle corti d'Italia, d’Austria e di Francia venne ricevuto con grandi onori e dimostrazioni di affetto. Un giorno passando per piazza Vendòme, al vedere la statua di Napoleone I., si tolse il cappello. I rivoluzionarii andarono in sollucchero, perché avea tributato onore ad un figlio della sètta, a colui che avea decretato: I Borboni han finito di regnare in Europa; quindi, al solito, sperarono riforme politiche in questo Regno. Ma il re dichiarò poi, il suo saluto al Bonaparte non avere avuto alcun fine politico, avea soltanto salutato il gran guerriero. Al sentir ciò i settarii andarono in bestia; eglino detestavan quel despota, ma si sentivano lusingati, che un re di antichissima stirpe avesse reso onori ad un degenere sì, ma loro fratello. Dopoehè soggiornò in Parigi, circa due mesi, per la via di Tolone ritornò a Napoli il 1° ottobre.

Ferdinando II, rimasto vedovo e giovine, il 26 dicembre 1836 conchiuse novello matrimonio con l’arciduchessa d’Austria Maria Teresa, figlia dell’arciduca Carlo, il celebre antagonista in guerra di Napoleone Bonaparte. Il 1° gennaio partì per Trento, ove sposò la suddetta arciduchessa, e le nozze furono benedette dal vescovo di quella città, monsignor Ciderer. Il real principe di Salerno, reduce da Vienna con la sua famiglia, passò da Trento, e precesse di un giorno la partenza degli augusti sposi; i quali giunsero in questa città, il 26 gennaio 1837.

Il re, profittando della fausta circostanza del suo secondo matrimonio, fece largizioni ed accordò grazie uguali al primo. Il 27 dello stesso mese gli augusti sovrani si recarono al Duomo, ed ivi si cantò il Te Deum. La regina Maria Teresa offrì al Santo Patrono una sfera di argento dorata e girata di brillanti, con una spiga di grano di oro al di sopra della stessa.

Il 28 vi fu solenne baciamano in Corte, feste ed illuminazioni nelle città del Regno.

Vennero destinate al servizio della regina le stesse persone della defunta Maria Cristina.

I rivoluzionarii non si fecero sfuggire l’occasione di gridare contro Ferdinando II, perché costui, diceano, passò a seconde nozze nel tempo che il colera imperversava in Napoli, e l’ascrissero ad altra tirannia enorme. Condizione fatale de’ sovrani, i quali neppure son liberi di prender moglie quando lo credono opportuno per essi. Io non so perché Ferdinando II scelse quel tempo per passare a secondo matrimonio; si sa però che menò la sposa a Napoli senza fasto; e se vi furono tre giorni di feste popolari, non vennero ordinate da lui, ma si fecero spontaneamente dalle popolazioni.

La notte del 6 febbraio, un disastro funestò la Corte e la città di Napoli, appiccossi il fuoco agli appartamenti della regina madre, che erano presso il teatro S. Carlo. Si assicurò che quell’incendio fu l’effetto della sbadataggine di un servo; nonpertanto diè luogo a varie dicerie e sospetti; e il nome del principe Carlo non venne risparmiato. Un vento impetuoso propagò quell’incendio, distruggendo tutto il prezioso mobile, le ricchissime suppellettili e varii capi-lavori di sommi artisti, in genere di quadri e sculture. La regina madre, avvertita dalle guardie, fuggi mezze nuda, riparando nelle stanze del re.

Corsero pompieri, soldati, autorità civili e militari: si abbatterono mura e se ne alzarono altre per circoscrivere il fuoco; si fece uso di pompe e di tutti i mezzi, che suggerisce l'arte in simili circostanze. Il tenente-generale Carlo Filangieri, per volere del re prese la direzione di tutti que’ soldati accorsi per domare l’incendio; il quale sembrava distruggere l’intiero palazzo, e quel tenente-generale, ánche in quell’occasione, mostrò la sua grande abilità e il suo coraggio. Quel fuoco, alimentato sempre dal vento, durò tre giorni, ed incenerì gran parte della magnifica Reggia. Crollarono le maestose e vetuste volte, comparendo maggiori rovine: il popolo, sbigottito e mesto, mirava tanto disastro. Però simili disastri, sotto il Regno de’ Borboni, non solo sono stati sempre immediatamente riparati, ma le opere distrutte, rifatte più belle e magnifiche. S’incendiò il teatro San Carlo, regnando Ferdinando IV, e rinacque più stupendo di prima; lo stesso accadde alla Reggia di Napoli sotto lo scettro del secondo Ferdinando. Ed intanto, a tutte le stupende opere pubbliche erette da’ re di Casa Borbone, si è avuto il cattivo genio di togliere l’emblema del giglio, per sostituirvi la Croce di Savoia; come se ciò bastasse a seppellire 126 anni di splendida storia ed annientare l'onnipotenza dei fatti! Un terribile flagello desolò queste nostre belle contrade nel 1837 principalmente, funesta eredità lasciataci dall’anno precedente. Il colera asiatico, dopo di aver fatto le sue spaventevoli prove in Asia, ove nacque, entrò in Europa per le gelide regioni del Caucaso, ed invase la Germania, l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e il Portogallo, arrecando dovunque spavento e morte.

Già ho detto altrove, quali disposizioni emanò il governo del re per preservare questo Regno da quel morbo letale; nonpertanto, vuolsi, che una famiglia fuggita da Trieste l’avesse introdotto in Trani, città delle Puglie, donde si propagò in Rodi, Carpino, Montesantangelo e Barletta.

All’annunzio della trista notizia che il colera si era introdotto in questo Reame, il governo raddoppiò di vigilanza e fece di tutto per circoscriverlo: ma riuscì inutile ogni provvidenza о mezzo opportuno; morivano di colera in Napoli, primo una donna e poi un doganiere, certo Maggi. La morte della donna passò quasi inosservata; però quella del doganiere destò l’allarme e sparse lo spavento in tutta questa popolosa Capitale. La gente egoista si arrabattava a far provvisioni di viveri e chiudersi in casa, о fuggire in varie direzioni; coloro, che tutto ripongono nelle mani di Dio, accorrevano nelle chiese ad impetrar misericordia dal dispensatore supremo della vita e della morte. In Napoli era un via vai, che più accresceva la confusione e lo spavento.

Il governo, mentre preparava tutto il necessario per rendere meno contagioso e mortale quel nuovo flagello, per nasconderlo, con pietosa cura, facea spargere la notizia, che il doganiere Maggi non era morto di colera, ma di stravizzo. Intanto non trascurava render netta la Città di tutto quello che havvi di sudicio; le strade ed i vicoli, ove la nettezza è sempre un desiderio, attesi i costumi del basso popolo 9 furono con ogni cura mondi. Si raccolsero tutti i mendicanti e gli straccioni, che in Napoli abbondano troppo, si prepararono varii ospedali con migliaia di letti, ed abbondante biancheria per tutt’i bisognosi. Gli stessi rivoluzionarii non han potuto negare, che in quella infausta circostanza, il governo del re si mostrò provvidentissimo e caritatevole.

Tutti que’ provvedimenti non valsero ad arrestare il corso a quel morbo crudele e misterioso. I primi ad essere attaccati dal colera furono gli abitanti della strada S. Bartolomeo nella sezione Porto, indi quelli negli altri bassi quartieri ed infine quella epidemia invase l’intiera, città; e se dapprincipio avea fatto delle vittime fra la bassa popolazione, con forza uguale, attaccò ed uccise le persone del medio ceto e della nobiltà.

I medici si divisero di opinioni, come suole accadere in simili eventualità; taluni sostenevano che il colera non fosse contagioso, altri affermavano tutto all'opposto: vi erano esempii che davano ragione a tutti; il popolo però lo ritenne contagioso. Questa convinzione popolare accrebbe lo spavento, e gl’infelici colerici furono abbandonati dagli stessi parenti; ne’ primi giorni si ebbero più morti di paura, о per mancanza di assistenza, che per causa diretta del colera. Tra gli altri spaventi dì cui erano assaliti i colerici, il più terribile era quello di vedersi presentare al capezzale un uomo avvolto, dal capo a piedi in veste di pece nera, avendo soltanto due aperture a cerchio innanzi gli occhi per vedere, ed annunziavasi al sofferente pel medico, о pel deputato sanitario, о per l'infermiere. Figuratevi se quel tremendo fantasma potea far bene all’affranto e spaventato colerico! Ferdinando II fu il primo a dar l’esempio del coraggio disprezzando il pericolo, toccava i colerici, si appoggiava sopra i letti dei medesimi; visitava gli ospedali e il Camposento per veder tutto, e senza essere abbigliato in quella spaventevole toletta di sopra descritta. Il coraggio del giovine sovrano fu ammirato, e tutti fecero a gara per imitarlo, assistendo senza veste di pece gli attaccati di quel micidiale, morbo.

Se in quel tempo si fece palese l’avarizia e l’egoismo di taluni, che avrebbero dovuto dar l'esempio del coraggio e dell’abnegazione, non mancarono medici ed ecclesiastici filantropi e caritatevoli. Monsignor Ferretti Nunzio apostolico, assisteva i colerici, da infermiere, e si vendette tutto quel che possedea per soccorrere i poverelli. I padri ospedalieri di S. Giovanni di Dio, particolarmente quelli della Pacella, furono ammirati e benedetti da tutti pel gran soccorso e gli straordinari servizii prestati a’ colerici poveri. Il clero napoletano, i religiosi di varii ordini monastici, ad esempio del loro Arcivescovo, in quel terribile flagello, furono la vera provvidenza della povera gente. Tra’ giovani medici di quella nefasta epoca trovo encomiati Ramaglia, Nunziata, Diberti, Chiaja e Maniré; tra gli anziani de' Renzis, Romano, Vulpes e Carbonara.

Gli estinti erano condotti ne’ carrettoni al Camposanto di Poggioreale; e si stringeva il cuore a vederli traversare per le vie. I becchini però gavazzavano in quella pubblica sventura, gridando financo: Viva li morti proferendo orribili bestemmie e frizzi plateali contro i ricchi ed i potenti estinti, caduti nelle loro mani. Talora, per fretta о ingordigia di guadagno, caricavano sopra i carrettoni i colerici non ancor trapassati ed abbandonati da’ parenti. Fatti che si leggono nelle effemeridi di que’ lagrimevoli giorni e che anch’io rammento appena. Quel primo periodo di colera durò in Napoli circa cinque mesi; vi furono attaccati 6837 persone, ne morirono 3620.

Nel principio di marzo 1837 il colera sembrava finito in Napoli, tanto che il magistrato supremo di salute avea cominciato a rilasciar libere le patenti a’ legni che partivano da questo porto; però dopo quaranta giorni, ricomparve in un modo più spaventevole. Il 19 luglio, secondo il bollettino officiale ne morirono 436; ed è certo che il governo, con pietoso inganno, occultava la vera desolante cifra, la quale, in quel secondo periodo colerico ammontò a trentaduemila! Nondimeno il ritorno del morbo ferale arrecò meno spavento. Il carattere napoletano, che corre sempre agli eccessi—vizio di tutti i popoli meridionali—in quella circostanza deplorevole, fu di salvaguardia a’ precedenti danni, surti da timori esagerati. Non si usarono più le consuete cautele e precauzioni per ¡scansare il contagio, ma tutti mostraronsi rassegnati e solerti nel soccorrere i parenti e gli amici; anzi la plebaglia quasi godea di quel male, che l'eguagliavi a' ricchi ed a’ potenti.

Il credereste? i rivoluzionarii ritennero che nel colera si ascondesse qualche fine politico, perché in Germania, in Francia, in Portogallo ed in Ispagna i movimenti politici erano accompagnati da quel morbo: è questa la sorte di tutt’i partiti vinti, cioè sperare il loro trionfo anche da’ comuni flagelli. Ed in vero, essi ne approfittarono col soffiare nelle credule popolazioni, che il colera altro non fosse che veleno propinato dal governo; e il deputato Petruccelli della Gattina non ebbe vergogna farsene poi un vanto nel Parlamento italiano in Torino, di essere egli stato uno degli spargitori di quell’infamia a carico del governo di Ferdinando II.

Il 23 luglio, nella città di Penne, per falso sospetto di essersi versato veleno in una pubblica fontana, i faziosi, a capo de’ quali de' Cesaris, Castiglione, Forcella, de' Sanctis ed un notar Caponetti, tutti affiliati alla Giovine Italia ne presero pretesto, facendo subuglio e gridando: Viva la Costituzione. Fu necessario l'intervento della truppa di Chieti e di Pescara, guidata dal maggiore Ducarne e il colonnello Tanfano per batterli, rimettendo l’ordine pubblico dopo tre giorni di lotte.

Nella provincia di Cosenza accaddero le medesime ri volture: in Spizziri i settarii fecero di più, mandarono alcuni, loro cagnotti, cioè un prete Luigi Belmonte ed un Luigi Stampo, che uniti ad altri, fingendosi agenti del governo, voleano far credere che avessero la commessione di avvelenare le fonti: furono arrestati e condannati a morte, ma, per grazia sovrana, la pena venne commutata. Questi fatti si rinnovavano ogni giorno ne’ paesi e nelle città della Calabria; per la qual cosa il governo fu costretto a mandare colà il comm. Giuseppe de' Liguoro in qualità di commissariò regio. Costui istituì commissioni militari e consigli subitanei di guerra, per giudicare coloro che far voleano rivoluzioni, attirando l'odio delle popolazioni contro il sovrano con sediziose notizie e con false missioni governative; lo stesso si praticò per taluni paesi degli Abruzzi.

In Sicilia si era messo un cordone sanitario rigorosissimo, e l'indole di quel popolo essendo immaginosa ed energica, non transigeva né cogli stranieri né con lo stesso governo di Napoli, nel respingere qualunque comunicazione col continente. Nonpertanto, il 7 giugno, il colera invase Palermo, ed in pochi giorni fece orribili stragi; circa trentamila individui perironvi, quantità poco meno della sesta parte della popolazione: si assicura che il 3 luglio ne perirono tre mila. Quel morbo colpiva alla cieca con sintomi improvvisi e spaventevoli, rendendo cadaveri, in poche ore, la gioventù più robusta, come i vecchi più cadenti. Le case, le vie erano ingombri di morti e moribondi; le braccia mancavano per soccorrerli о seppellirli. Tutto era desolazione e spavento; chi rimanea in città era colpito nella propria abitazione о nelle strade; chi fuggiva, soccombea nelle campagne e su' monti in varii e miserevoli modi.

I siciliani, più esaltati e corrivi de’ napoletani, furono con maggior facilità ingannati da’ settarii; i quali non tralasciarono di approfittare di quella pubblica sventura, per sussurrare che il colera fosse l'effetto del veleno, sparso dagli agenti del governo. Palermo e varie città della Sicilia, credendo quell’infame calunnia, fecero stragi di tanti innocenti cittadini. Nella contrada delle Grazie, presso la medesima Palermo, un povero vecchio, insieme al figlio, che fuggiva il colera, istantaneamente inferma, e creduto dai villani spargitor di veleno, è preso col figlio e tutti e due bruciati vivi. Per la medesima causa furono massacrati, nel vicino paese di Villabate, 17 persone, altre 10 in Bagheria, 27 in Corini, 12 in Corleone, 30 in Marineo, 67 in Misilmeri, 11 in Pizzi e 10 in Termini: alla mano del Signore che pesava sopra quella derelitta provincia, anche la setta aggiunse la sua ferina rabbia! È certo però che in quel mai visto flagello, vi furono casi particolari in cui si propinò del veleno, non già dal governo, non avendo alcuno interesse a decimar le popolazioni, ma dalla sordida avarizia e dalla privata vendetta, essendosi poi scoperti taluni fatti da far rabbrividire e vergognare nel tempo istesso, dai perché quelle iene aveano la nostra stessa forma umana!

Que’ disordini che nel Napoletano si sedarono facilmente, in Palermo e ne’ paesi circonvicini fu necessario spedirvi un corpo di troppa comandata dal brigadiere Roberto Desänget. I montanari, gente torbida ed insieme credula, opposero una energica resistenza a quella soldatesca, minacciando stragi e ruine dovunque.

Il 15 luglio, il colera invase altre città della Sicilia, e con più danni Catania e Siracusa. Quegl’immaginosi isolani, istigati sempre dai settarii, credettero che il colera fosse veleno propinato dal governo, quindi si rivoltarono. In Catania una turba di faziosi s’impadronì del potere, e formò una Giunta di governo; la quale altro non seppe fare che uccidere tanti onesti ed innocenti cittadini, supposti avvelenatori. Arrestò le autorità, disarmò una compagnia di soldati, ruppe gli stemmi borbonici ed alzò la bandiera de’ carbonari. Non contenta di ciò volle proclamare l'indipendenza dell’Isola, cacciando fuori un manifesto, nel quale, tra le altre cose dicea: «Ferdinando II per non perdere la Sicilia si è deciso disertarla di abitanti; il colera. non è asiatico ma borbonico.»

Quella feroce anarchia catanese, causa di una stupida credenza, durò dal 25 luglio al 1° agosto; e furono sufficienti otto giorni per mettere tutto a soqquadro, dando eziandio campo a’ patrioti di accomodare i loro affari, e perpetrare tante vendette private. Taluni buoni cittadini, guidati dal marchese di San Giuliano, avendo osservato che i rivoluzionari faceano più danno dello stesso colera, sorpresero i corpi di guardia di que’ sanguinarii, e ristabilirono la regia potestà. Da allora diminuirono le vittime del letale morbo, perché la maggior parte moriva di doppio spavento e disagio.

In quella emergenza, que’ cittadini benemeriti furono potentemente aiutati da 16 soldati, un caporale ed un sergente di guardia alle carceri; i quali aveano tenuti a rispettosa distanza que’ feroci rivoluzionarii. Il sergente che comandava quegli uomini a nome Ferdinando Ciccarelli, era nativo di Giugliano, provincia di Napoli; giunto colà il del Carretto con l'alter-ego in compenso di tanta fedeltà e bravura lo mise al comando di quella compagnia; dall’altra parte, ordinò che gli uffiziali e il colonnello Santaniello, che comandava eziandio la provincia, fossero messi sotto consiglio di guerra. Ma Ferdinando II, con la sua abituale clemenza, in cambio di fare eseguire la sentenza di morte, destituì quegli uffiziali e lo stesso comandante Santaniello, facendo grazia a tanti ribelli.

In Siracusa, il 18 luglio, avvenne un altra feroce ribellione. I faziosi arrestarono 17 persone e ne uccisero 6; tra’ quali l'ispettore di polizia Vico, ed il Vaccaro funzionante da intendente. Attaccarono costui alla coda di un cavallo, e mentre questo lo strascinava, lo finirono a colpi di bastone e di pietre. Nella vicina terra di Floridia, presero il presidente Ricciardi e l'uccisero con modi atroci. In altri luoghi avvennero i medesimi massacri e più di tutti in Canicattì.

Mentre infieriva il colera e il debaccare de' faziosi, arrecando spaventi e rovine, salta infuori un curiale, un tal Mario Adorno, con un manifesto stranissimo; nel quale dicea, che finalmente si era conosciuto essere il colera effetto di arsenico vagante nell’aria, e per salvarsene era necessario uccidere tutti i proprietarii. Per attuare il suo feroce progetto, postosi alla testa de’ più facinorosi, si diede al saccheggio, agl’incendii, alle stragi, recando il terrore e la morte in quella desolata provincia.

Il miser suole — dar facile credenza a ciò che vuole: — gli uomini temono più un castigo che viene da Dio che da’ loro simili; quindi si volle credere che il colera fosse proprio un veleno propinato dal governo. Per la qual cosa la grande scoperta del curiale Adorno fu creduta da tutti, e si diffuse in Sicilia con la rapidità del fulmine, confortando gli animi più desolati, i quali speravano salvarsi da quel flagello, tenendo ad occhio soltanto gli agenti governativi. Già ognuno si credeva salvo, ed in varii paesi e città si cantò il Tedeum in rendimento di grafie per la scoperta fatta da quell’impostore e ladro curiale. Coloro che voleano passar per saputi, ne raccontavano delle grosse assai, indicando persone e luoghi ove si manipolava il veleno, ed ove si conservava per ispargerlo la notte nelle popolazioni. Si affermava come un fatto incontrastabile, che in casa dell’intendente Vaccaro si fosse trovato quel veleno, riconosciuto da chimici qual causa del colera. Si giunse financo a dire con grande sicurezza, che la principessa di Campofranco, mentre stava per morire, affetta da quel morbo, si fosse rivolta al marito, allora luogotenente di Sicilia e gli avesse detto: Scellerato!... anche a me propinasti il veleno? Queste fandonie, spacciate ad arte da' rivoluzionarii, erano credute come fatti incontrastabili; perlocché le popolazioni sempre più imbestialivano contro il governo.

Un Carlo Gemelli, autore di una appassionata Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49, ba avuto non so se la dabbenaggine о l'impudenza di stampare nel 1867, nella medesima storia, al libro 1° pag. 127, la seguente peregrina notizia: «Compilavasi pubblicamente il processo da un Francesco Mistretta, regio giudice istruttore, il quale affidava ad uomini espertissimi nella obice mica scienza le sostanze rinvenute nelle case de' sospetti e nel sacrario del tempio custodite. Aprivansi alla presenza del роpolo i forzieri di un Andrea Vaccaro, intendente di quella provincia (di Siracusa), trovavasi con alta maraviglia di arsenico ripieni. Analizzavasi poscia la sostanza, di che era colma una guastada appartenente ad un tedesco per nome Sckrwenter, e con maggiore meraviglia vedeasi istantaneamente morire il chimico Michele Lo Curzio per aver egli voluto intingervi il dito, ed appressarlo imprudentemente alla bocca. I quali fatti empiendo di stupore gli animi impauriti, vieppiù la comune credenza raffermavano essere il colera opera nefanda del governo, de’ suoi agenti e degli scellerati avvelenatori». Il Gemelli, con l’insinuare oggi essere stato il colera del 1837 opera nefanda del governo e de' suoi agenti, rende un brutto servizio a tutti i governi; conciossiaché, in quell’anno, quel feral morbo invase tutti i regni di Europa, non escluso il Piemonte; e disgraziatamente prosegue a visitarci saepe saepius, anche dopo che fummo rigenerati dalla schiavitù borbonica, cioè dopo il 1860: la conseguenza la dedurranno i benevoli lettori.

Messina fu preservata dell’asiatico morbo; que' cittadini, il 12 luglio, fecero allontanate dal porto due bastimenti, uno proveniente da Palermo, l'altro da Napoli. I faziosi, (profittando di quell’occasione, tentarono di far ribellione, e perché gli uomini di buon senso ed i proprietarii si opposero, quella città venne dichiarata borbonica e nemica della Sicilia, anche perché non era stata invasa dal colera.

Le inconcludenze, le pazzie e le infamie de’ settarii si erano rese insopportabili in quell'isola; per la qual cosa la cittadinanza chiese ed ottenne dal governo di Napoli una pronta ed energica repressione. Il 31 luglio il re spedì in Sicilia il maresciallo Saverio del Carretto con l’alter-ego; il quale, come ho già detto, si diresse prima a Catania e poi a Siracusa; e siccome era settario convertito alla monarchia, senza che avesse perduta la crudeltà acquistata bazzicando nelle sette, oprò con troppo rigore; si potrebbe dire, che per la Sicilia, fu egli il terzo flagello dopo il colera ed i massacri de’ patrioti. Appena giunto a Siracusa carcerò 750 persone, delle quali 123 furono condannate a morte, cui poi il re accordò pieno perdono, ad eccezione di un negoziante e due proprietarii di quella città, capi principali della rivolta e degli eccidii. Il curiale Mario Adorno, insieme al figlio vennero anche condannati alla pena capitale; non ottennero grazia, perché le loro vittime superstiti reclamarono giustizia presso il sovrano.

Siracusa, in pena di essere stata la più rivoluzionaria e di avere ucciso tra gli altri innocenti, l’intendente e il presidente della Corte Criminale, ebbe tolta l’intendenza e il distretto, nominandosi capoluogo di provincia la vicina città di Noto. Nel 1860, perché lupo non mangia lupo, il governo rigeneratore credette ripristinare le cose in Siracusa come trovavansi in luglio 1837, tutto che re Ferdinando avesse restituiti dopo un anno i tribunali a quella città.

In quattro mesi, l’asiatico morbo fece trentamila vittime in Palermo, circa seimila in Catania e settantamila nel resto della Sicilia. Morirono vani uomini sommi nelle scienze, nelle belle arti e nel mestiere delle armi; li nominerò al solito, nella prossima necrologia. Con la fatale opportunità del colera, si attuarono le leggi di tumulazione ed inumazione ne’ Campisanti; dove, fino allora per vieti pregiudizii, si schifava la fossa. £ così venne tolto il grande inconveniente di seppellirsi i cadaveri nelle chiese dentro l’abitato.

Finito il colera, l’animo era compreso da straziante pietà, nel vedere migliaia e migliaia di orfani derelitti, senza tetto e senza pane. Il pio sovrano Ferdinando II, ancho in quella emergenza si mostrò caritatevole, prodigando dalla sua particolare borsa immensi soccorsi; fu egli eziandio aiutato dall’inesauribile carità cattolica. L’Arcivescovo di Napoli, monsignor Filippo Giudice Caracciolo, eresse al vico Lava un conservatorio, ove le orfane di genitori morti di colera, trovarono tetto, pane ed istruzione. Un altro ne aprì a Mergellina l'abate Vincenzo Mirabelli e per lo stesso scopo; un terzo lo fondò il marchese di Pescara e Vasto alla strada Brancaccio.

Sul finire del 1837, varie novità si fecero in Sicilia; con decreto del 31 ottobre il luogotenente del re, principe di Campofranco fu surrogato dal duca di Laurenzana; in pari tempo venne stabilito, che quando la carica di luogotenente fosse stata affidata ad un napoletano, ¡consultore e il segretario doveano essere siciliani. I direttori di quel ministero furono aboliti, e il personale passò a far parte della Consulta de’ dominii al di qua del Faro. Con un altro decreto dello stesso giorno, 31 ottobre, fu ripristinato il sistema de’ cosi detti dritti promiscui; cioè che, dovendosi provvedere nell’una e nell’altra parte de’ reali dominii, le cariche, gl’impieghi civili ed ecclesiastici, fossero conferiti promiscuamente a napoletani in Sicilia, ed a’ siciliani nel Napoletano Questi ultimi doveano occupare sul continente eguale numero d’impieghi che occupavano quelli nell’Isola; eccettuate però le cariche di consiglieri di State, di direttori delle reali Segreterie e dei componenti la Consulta generale del Regno; ne' ministeri (della guerra, affari esteri e nelle cariche di Corte, i siciliani ne doveano occupare la quarta parte.

Essendosi ripristinati i distretti, già aboliti con decreto dell'8 marzo 1825, in gennaio del 1838, si divise in due il distretto di Catania; questa città fu dichiarata capoluogo di provincia ed Acireale distretto.

Con decreto del 7 maggio dello stesso anno, venne disposto che le amministrazioni dì Palermo, Messina e Catania, escluso il ramo di polizia; fossero affidate ad un corpo della città, il quale dovea conservare il titolo di Senato, il Sindaco di Palermo ritenere quello di Pretore ed i Sindaci delle altre due città di patrizi. Queste larghezze municipali, accordate da Ferdinando II, alla Sicilia, erano il preludio della libertà de’ comuni, che a causa de’ continui conati rivoluzionarii, non ottennero quello sviluppo cui tendevano le benefiche mire di quel sovrano. Si abolì in tutta l'Isola il corpo de’ sorvegliatori, sostituendovi la Guardia urbana, che è quella istituzione invertita in Guardia nazionale da’ governi rivoluzionarii. I settarii odiavano quella perché si componeva di possidenti e cittadini amanti dell’ordine pubblico, in cambio di giovinastri avventati e rompicolli. Nel primo decennio del Regno di Ferdinando II, tutte le istituzioni erano liberali, senza quell’orpello di Costituzione politica, che serve soltanto a’ settarii per gavazzarvi dentro, e farvi i loro affari con danno del popolo; eravi però la Consulta di Stato, la quale facea presente al re i bisogni del Regno.

Ferdinando si recò in Sicilia, in settembre del 1838, accompagnato dal luogotenente dell’Isola duca di Laurenzana, dal ministro Santangelo, dal marchese del Vasto e da’ generali Castelcicala, Saluzzo, Scarola e del Carretto. Sbarcò in Messina, e dopo di avere ispezionate le truppe nel piano di Terranuova, prosegui il viaggio per terra alla volta di Catania e Siracusa. Fu allora che dichiarò quest’ultima città capo distretto, restituendole i tribunali. Sciolse le Commissioni militari, che doveano condannare i rei degli ultimi rivolgimenti a causa del colera; dopo di aver visitato Caltanissetta, Caltagirone, Canicattì ed altre città e paesi, il 25 ottobre giunse a Palermo.

I settarii non si fecero sfuggire l'occasione per gettargli nella carrozza scritti insultanti, accusandolo di aver fatto spargere il veleno per produrre il colera, ed insieme preghiere e minacce, onde indurlo a dare la costituzione. Quanta smania han dimostrato in ogni tempo gli amatori della patria, per indurre i sovrani a concedere la costituzione! Non aveano torto, Cicero pro domo sua; e noi, disgraziatamente, lo sappiamo a nostre spese. Ferdinando però lasciava gracchiare que' corvi di malaugurio, veri nemici del popolo, e pensava a’ veri bisogni di questo. In effetti, avendo conosciuto l'urgente bisogno delle strade rotabili, per mettere in comunicazione le province co’ distretti, ordinò che se ne costruisse, con la massima sollecitudine, una rete di novecento e sedici miglia ed in varie direzioni. Istituì una sopraintendenza delle prigioni, per rendere men triste la sorte de’ prigionieri. Riorganizzò la segreteria del suo luogotenente; diminuì il dazio sul macino, sciolse la divisione de’ beni comunali; ed elevò a regia università degli studii l'accademia Carolina di Messina. In fine, con decreto del 22 dicembre di quell’anno 1838, ordinò che tutti i fondi di regio patronato, esistenti in Sicilia appartenenti a’ prelati beneficiati, fossero conceduti ad enfiteusi, per meglio essere coltivati. A quale scopo, volle che i medesimi fondi fossero divisi in fante quote, ognuna delle quali non maggiore di quattro salme. Dopo la dimora di tre mesi in Sicilia, negli ultimi giorni del 1838 ritornò a Napoli.

Dal fin qui detto chiaro risulta quello che ho detto altrove, cioè che Ferdinando II non viaggiava per le province del regno per vana curiosità, arrecando interessi a' Comuni, о per farsi acclamare e cercare avventure, ma per conoscere da vicino i bisogni de’ suoi popoli, e dar subito le opportune disposizione, senza eleggere commissioni come fanno i governi ammodernati, che costano un occhio allo Stato, e nulla conchiudono, e quando conchiudono qualche cosa è sempre di maggior danno a’ popoli. Quando egli giungeva in qualche città о paese, vi recava la consolazione ed il contento; il commercio si rianimava, il danaro affluiva sulle piazze, i poveri ricevevano soccorsi, gli angariati giu stizia ed i rei grazie.

Quel pio sovrano, nel 1838, fece una savia 'legge, e severissima, vietando assolutamente il duello, avanzo illogico delle barbarie del medio evo, che toglie alle autorità competenti il dritto di punire le offese, mentre invece lo assume il privato cittadino. Cosi si stabilisce una punizione, anzi una vendetta privata, elevando la forza sul dritto, contraria al contratto reciproco che han fatto gli uomini unendosi in civile società. Il risultato che, cosa prova il duello? prova che uno degli avversari abbia о più forza dell'altro, о che sappia l’arte di maneggiar le armi meglio del suo competitore. Cosicché, ad esempio, un onesto padre, fratello о marito, dopo di essere stato crudelmente offeso nell’onore, costretto a battersi; né sapendo maneggiare un’arme, corre certissimo rischio di essere ferito, sfregiato ed anche ucciso; onde che oltre dell’insulto debba eziandio soffrire un danno materiale, che ricade sulla famiglia insultata.

Sento dire, che vi sono dei casi in cui il duello è assolutamente necessario: analizzo quali potrebbero essere questi casi. Uno sguardo impertinente, una parola offensiva, od un frizzo che qualcheduno vi rivolge? E tutto ciò equivale al grave fatto di uccidere un uomo od essere ucciso? È proporzionata la conseguenza alla premessa? Se la fosse così il mondo diverrebbe un cimitero! Ma uno schiaffo, mi si dirà, un insulto all’onore, che sarebbe di onta al nome ove restasse impunito, come punirlo? Rispondo, ove non si abbia la virtù cristiana di tollerane l’offesa, sarebbe più conveniente avvalersi della legge, ricorrendo al magistrato competente. Io fine, mi si dirà, che vi sono offese che non si possono far note a’ magistrati, perché si propagherebbero arrecando disonore alle famiglie, ed in questi casi il duello è necessario. — Un duello desta naturalmente la curiosità di sapersi la causa dello stesso, che si vuole occultare; e quindi questa si propaga con più rapidità, ed ognuno è quasi nel dritto di raccontarla a suo modo, spesso inventando о malignando la stessa causa ele circostanze, ciò che non avviene ricorrendo al magistrato competente. Qualunque ragione si adducesse in favore del duello, sarebbe sempre fondata sul pregiudizio, su falso onore, e sopra un principio illogico. Da qui il rigore spiegato da’ sapienti giureconsulti e da’ sovrani religiosi contro quell’avanzo dell’età di mezzo, che i nostri bellimbusti chiamano partita d'onore, che ad altro non si riduce se non a rendersi omicida о suicida indirettamente.

Ragionando sul duello non ho creduto ribatterlo con le ragioni basate, sulla morale cattolica, ma soltanto con alcuni argomenti convincentissimi dello stesso Giovan Giacomo Rousseau: e ciò per non dirsi che io cito moralisti e Bolle de’ Sommi Pontefici con le quali si fulminano i duelli, i secondi ed i testimoni.

Le pene che fulminò Ferdinando II, contro coloro che si battono in duello, son simili a quelle previste dal codice penale, riguardanti le ferite e gli omicidii volontarii. Ordinò inoltre, che colui che sfidava l’avversario fosse punito col terzo grado di prigionia, da due a cinque anni, con l'interdizione de’ pubblici uffizii ed alla perdita delle pensioni rimuneratrici, durante la prigionia. Del pari colui che accettava la sfida soggiaceva alla stessa pena; i padrini, i secondi e gli assistenti al duello incorrevano nel medesimo castigo dei duellanti. Le percosse e le ferite, a causa del duello, se avessero prodotto la morte in quaranta giorni, il feritore sarebbe stato condannato alla pena capitale. Gli estinti in duello doveano essere sepolti in luogo profano. Oggi i progressisti, han retroceduto al di là del medio evo: un uffiziale dell’esercito о dell’armata, di buonsenso e cattolico, è destituito se non accetta una partita di onore, un duello!

Ad onta di tanti disastri e spese straordinarie fatte dal 1837 al 39, re Ferdinando non tralasciò di accrescere la marina militare e proseguir le opere pubbliche, essendo queste la sua cura prediletta. Nel novembre del 1837 fu varato il brigantino Valoroso, nel seguente anno la goletta Sibilla, e nel 39 l’altro brigantino Intrepido, tutti e tre questi legni costruiti nel cantiere di Castellammare. Mancando un Corpo essenziale alla real marina, si organizzò quello de’ cannonieri marinari— che poi si distinse tanto, nel 1860, in Gaeta— era quel corpo composto di dieci compagnie, delle quali otto attive, due sedentanee. Inoltre s’istituì un corpo di artiglieri littorali, un altro del genio idraulico, e si fondarono due istituti di educazione pel ramo marina; il primo denominato Collegio degli aspiranti guardie marina e il secondo Scuola degli alunni marinari.

Circa il ramo della guerra, in que’ quattro anni si perfezionò sempre più l’esercito; soltanto si aggiunse la gendarmeria a cavallo, composta di dieci squadroni, due de’ quali scelti; si sciolse la brigata degli artefici e se ne formò un’altra di armieri, arti e pontonieri.

In quanto alle opere pubbliche, in questo capitolo ne bo accennate alcune fatte in Sicilia; ecco le altre eseguite ne’ dominii di terra ferma ed in quell'isola. Nel 1838, venne ampliata e livellata la strada che costeggia Castelnuovo in Napoli e si piantarono quegli alberi, che oggi, dopo 39 anni si son fatti giganteschi e sembrano secolari. Ivi è il rendez-vous di quella classe che in Napoli si addimanda lazzari e lazzaresse. La strada del Piliero e l'altra del Molo furono ingrandite, chiudendosi la prima con cancelli di ferro dalla parte del porto mercantile, e la seconda da quello militare. Si compì la gran dogana sulla strada del Piliero, sotto la dilezione di Stefano Gross. Il ponte della Immacolatella fu abbassato e si costruì in modo che le barcacce potessero passarvi sotto per trasportar le merci nella medesima gran dogana; a questo scopo vi è apposta una lapide con iscrizione fatta dal canonico Francesco Rossi.

In quello stesso tempo il municipio di Napoli riedificò il tempio dedicato a S. Carlo Borromeo, lungo la strada di Foria, onde sciogliere il voto fatto nel primo colera; e stipulò un contratto con una compagnia francese per illuminare a gas questa città; illuminazione non ancor conosciuta nelle altre città d'Italia. Il 3 ottobre 1839, s'inaugurò la prima ferrovia che da Napoli conduce al Granatello; fu essa benedetta dal vicario generale dell’Arcivescovo, alla presenza del re e della real famiglia, tutti collocati sotto un magnifico padiglione eretto sulla loggia di Monteroduni in Portici. Trascorsero circa tre anni per inaugurarsi quel breve tronco di strada, che si era iniziato nel 1836, a causa del colera principalmente, che per due anni afflisse e spaventò questo regno.

Nel medesimo anno, il re volle istituire in Napoli il primo Consiglio edilizio, per provvedere a’ mezzi di accrescere e migliorare la sicurezza de’ fabbricati, il comodo e il bell’ornato di questa capitale. Quel consiglio era composto dell'intendente della provincia, in qualità di presidente, del sindaco di Napoli, vice presidente, di tre cittadini, che esercitavano professioni libere, e di tre artigiani, e di un segretario con voto.

Alle opere di beneficenza, accennate di sopra per gli orfani di genitori morti col colera, nel 1839 altre se ne aggiunsero. In Napoli ed in Sicilia s'istituirono gli asili infantili, ove raccoglievansi i fanciulli da tre ad otto anni, che non poteano essere assistiti ed educati da’ loro genitori poveri. Essendosi incediato e distrutto lo stabilimento di beneficenza della real Casa santa dell’Annunziata, il re lo fece riedificare più comodo e più bello, ed in poco tempo. In Palermo venne fondato un morotrofio dal barone Pisani, il quale raccolse a sue spese un gran numero di dementi, con dar loro tutto il necessario, ed i mezzi per guarirli. Quello stabilimento passò poi sotto l’amministrazione del real governo, ed è uno de’ migliori che vanta l’Italia; tra le altre cose, si trovano colà de’ capi lavori di belle arti, eseguiti da’ medesimi dementi. In Termini di Palermo si fondò un orfanotrofio civico dotato da D. Policarpo Manes, ed un altro se ne fondò in Cosenza per cura di quel Municipio.

Però la grande opera filantropica e caritatevole compiuta in quel tempo da Ferdinando II, fu certamente quella di essersi cooperato, insieme alla Francia e all’Inghilterra, per far finire la inumana tratta dei negri. Quel pio sovrano, fin da quando sali al trono, avea fatto delle pratiche presso quelle due potenze, per togliere quell’obbobrioso mercato di carne umana; ed il 14 febbraio 1838, in una convenzione definitiva, si obbligò concorrere con la forza delle armi e co’ mezzi pecuniarii per vederlo totalmente abolito. Le sue pratiche ed insistenze furono coronate di un esito felice per varii luoghi dell’Africa e dell’America; ed egli fulmini pene severissime a chi de’ suoi sudditi avesse esercitato Fabbominevole commercio della tratta de' negri.

Dopo tante spese ordinarie e straordinarie fatte dal real governo in que’ quattro anni, nell'ultimo semestre del 1839, la Commissione istituita per ammortizzare il debito pubblico, dichiarò di avere estinte, non solo le obbligazioni ordinarie secondo era stato stabilito, ma aver pagate mille e ventotto obbligazioni, ognuna di cento lire sterline, debito contratto in Londra nel 1824 col banchiere Rothschild e compagni. Son questi quei miracoli finanzieri che san fare i soli governi tirannici, simili a quello di Ferdinando Il di Borbone; e tutto questo si fece senza imporre nuovi dazii, anzi riducendo quelli che vi erano, come ho già detto in questo stesso capitolo.

Il 1° agosto 1838, la regina diè alla luce un figlio, che nel battesimo, conferitogli dal cappellano maggiore, ricevette il nome di Luigi, e gli fu dato il titolo di conte di Trani, con l’istituzione di un majorascato in favore dello stesso sulla tenuta di Tressenti. Il re, in occasione della nascita di quel principe reale, fece le solite largizioni, ed accordò grazie a condannati alla semplice prigionia ed agli altri a’ ferri. Il 17 settembre dell’anno seguente, la medesima regina partorì un altro figlio, al quale fu dato il nome di Alberto, col titolo di conte di Castrogiovanni, ed ebbe un majorascato sulla tenuta di Carditello; ma quel real principe visse assai poco.

Nel 1839, varii principi reali visitarono la corte di Napoli; in febbraio giunse in questa capitale la principessa Carolina vedova del duca di Berry, sorella del re Ferdinando II, ed il principe ereditario di Baviera Massimiliano Giuseppe. Altri reali principi si recarono in questa città in quello stesso anno, cioè nel mese di marzo l’arciduca Carlo padre della regina Maria Teresa, col figlio arciduca Alberto, e sul finire di dicembre il principe reale Enrico di Borbone, duca di Bordeaux, figlio dell’assassinato duca di Berry, ed oggi, come allora, illustre esule che porta il titolo di conte di Chambord, che tutti chiamano Enrico I re di Francia.

Nomino le persone più illustri che morirono in questo Regno dal 1831 al 1839. Nel 1831, Luigi Petagna di Napoli, professore di zoologia ed insigne botanico. Nel 1832, Nicola Ciampitti, canonico napoletano, letterato e filosofo. Nel 1838, il duca di Sangro, tenente-generale, già Somigliere del Corpo del re, morto di anni 74. Nel 1834, Silvestro Palma d’Ischia, compositore di musica. Nel 1835, Melchiorre Dèlfico di Teramo, giureconsulto ed economista; ab. Luigi Galanti di Santacroce in Molise, sommo letterato e geografo, morto in Napoli di anni 71; Vincenzo Bellini di Catania, inventore di una nuova musica melodiosa e sentimentale, morto in Parigi di anni 34! Nel 1836, marchese Vito Nunziante tenente-generale, prode ed onorato militare, morto in Napoli in età di anni 61; tenente-generale Giovambattista Fardella di Trapani, istitutore nella milizia del giovine re; colonnello Costa, letterato e scienziato. Nel 1837, maresciallo Alessandro Begani di Napoli, prode militare; ab. Domenico Scinà di Palermo, celebre letterato e naturalista; Giuseppe Tranchina di Palermo insigne cerusico; Nicola Zingarelli di Napoli compositore di musica; Michele Azzariti di Foggia, filosofo e pubblicista; Filippo Foderà di Girgenti, gran giureconsulto; Nicola Palmieri di Termini di Palermo, storico; Antonio Bivona di Messina naturalista. Nel 1838 Antonio Capece Minutólo, principe di Ganosa, più volte ministro di polizia, tanto calunniato dallo storico Colletta, morì in Pesaro di anni 70. Nel 1839, ab. Benedetto Cozzolino di Napoli, primo istitutore de' sordo-muti, e Luigi Cilento di Marigliano, cerusico valente pel mal di pietra, morto in Napoli di anni 60.

BIBLIOGRAFIA

Rammenterò le principali opere che si pubblicarono dal 1830 al 39. Nel 1830, Elementi di fisica dell’ab. Domenico Scinà. Nel 1831, Pridcipii del credito pubblico di Lodovico Bianchini. Nel 1832, La filosofia della volontà e lezioni di logica e metafisica di Pasquale Galluppi; Leziord di eloquenza sacra dell’ab. Stefano Gatti. 1833, Istitutiones metaphvsices di Tommaso Troise; Filosofia elementare di Baldassarre Poli; l'Omnibus politico letterario di Vincenzo Torelli. Raffaele Sacco inventò il Telemetro, istrumento ottico che serve a misurare le distanze inaccessibili. Nel 1835, Somma della Storia di Sicilia di Nicola Palmieri; Della giustizia criminale del Regno di Napoli di Pietro Ulloa; Dizionario legale di dritto civile, penale, canonico ed amministrativo di Pasquale Liberatore. Nel 1836, Parallelo della giurisprudenza universale dopo il mille di Giovanni Manna; Elementi di filosofia del sac, Salvatore Mancini; Manuale del giureconsulto di Francesco Vaselli. 1837, Della maniera di studiare la lingua e l’eloquenza italiana di Basilio Puoti; Principii di filosofia universale di Michele Baffi. 1838, Lettere filosofiche sulle vicende della filosofia di Pasquale Galluppi; Iddio e l'uomo in ordine alla natura e la rivelazione di Francesco Losapio; Codice de' notai di Domenico Gazzilli; Questioni di dritto di Nicola Nicolini. Nel 1839, Storia d'Italia del medio-evo di Carlo Trova; Lezioni di dritto canonico del P. Tommaso Michele Salzano; Storia del Regno di Napoli di Massimo Nugnes; Dizionario geografico-storico-civile del Regno di Napoli di Raffaele Mastriani; Elementi di agronomia e della scienza silvana di Luigi Granata. Macedonio Melloni inventò l’Elettroscopio, nuovo strumento ottico, e Raffaele Sacco un meccanismo per raddrizzar gli occhi ai loschi.

L’egregio capitano ingegniere, cav. Giuseppe Befezzi immaginò ed eseguì un altro utile strumento, detto Telegometro, che serve eziandio a misurare le distanze inaccessibili, e vinse al confronto i congeneri, come rilevasi del dotto periodico La Guerra, Tom. 1° Fâs. IV, 1860, compilato dal tenente-colonnello Giuseppe Novi.


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CAPITOLO VI

SOMMARIO

Questione de’ zolfi di Sicilia tra’ governi di Napoli e Londra. Conseguenze di quella questione. Priai moti rivoluzionarii in Aquila. Ribellione di Cosenza. I fratelli Bandiera. Piagnistei e calunnie.

La Sicilia è la più grande ed importante isola del Mediterraneo, situata all'estrema parte del sad della penisola italica. Un tempo trasmise all'Europa la civiltà greca, e nel suo seno nacque, sotto il dominio svevo, quella lingua armoniosa, ricca e dotta, che oggi si addimanda italiana. Fra tanti doni, che Iddio prodigò a quella terra prediletta, la feracità è da ascriversi tra’ primi. Possiede ricche miniere, tra le altre di argento e di oro, e quelle del zolfo—ne ha più di cinquanta—oggi la rendono assai più interessante; conciosiaché tutte le nazioni ne abbisognano, e sono obbligate fai acquistarlo. Essendo quel minerale necessario negli svariati usi della vita, e più di tutto dopo i progressi della chimica, se n’è accresciuta l’importanza; difatti si rende indispensabile in tutte le chimiche combinationi perché è la base dell’acido solforico. Di sì naturale e tanto prezioso vantaggio che possiede quell’isola, né i siciliani, né le Signoria che l’han dominata, seppero mai approfittare. Il solo Ferdinando II, sovrano eminentemente nazionale, e che intendea padroneggiare in casa propria, tentò togliere agli stranieri il monopolio del zolfo, per renderlo profittevole allo Stato, ed a suoi soggetti possessori di quelle miniere: ma dovette cedere alla prepotenza britannica.

Fin dal 1836, erasi presentata al. real governo una compagnia di commercio francese, rappresentata da’ negozianti Taix ed Aycard, facendo l'offerta di acquistare lo spaccio dei zolfi dì Sicilia con vantaggiosissime condizioni. Quell’offerta rimase senza risultati, perché il Regno delle due Sicilie, per una fatale conseguenza delle rivoluzioni, nel 1817, avea dovuto fare un trattato di commercio con l'Inghilterra; sebbene non eravi patto espresso che gl’inglesi avessero il dritto del monopolio sulla esportazione de’ zolfi; nonpertanto per allora, non si volle accordare ad altri, per meglio riflettere sull’affare. Intanto, dopo quell’anno, il commercio de’ zolfi cominciò a deperire sempreppiù, e da un anno all’altro il prezzo ribassava in un modo desolante pe’ proprietarii delle miniere. Prima che. gl’inglesi si fossero impossessati del monopolio, vi fu un tempo che si vendette a 150 franchi ogni mille chilogrammi, e nel 1837 discese a franchi 10; prezzo che non copriva le spese, ed i padroni delle miniere ne sospesero l'estrazione. Per la qual cosa, varie nazioni non ebbero più zolfo dalla Sicilia; basti dire che la Francia, in quell’anno, appena ne potè comprare una quinta parte di quanto era solita acquistarne negli anni precedenti.

Il bisogno del zolfo si facea sentire in tutt’i paesi di Europa, la sola Inghilterra non ne difettava, acquistandolo a vilissimo prezzo. Fu allora che si presentò per la seconda volta al governo di Napoli la compagnia Taix-Aycard, e gli fece il progetto di comprare il zolfo a ducati due e mezzo il quintale, per venderlo a quattro, dandogli in compenso quattrocentomila ducati annui. Il re sulle prime si negò per la seconda volta, perché prevedeva quel che poi avvenne; ma il ministro Santangelo, ed il tenente-generale Filangieri con troppa premura, e taluni dissero per interesse, lo persuasero ad aderire a quel progetto. In effetti, il 5 luglio 1838, comparve un decreto, col quale si autorizzava il ministero dell'interno a stipulare il contratto concedente la privativa de’ zolfi di Sicilia alla compagnia Taix-Aycard. Con un altro decreto del 21 dello stesso mese, si diminuiva di qoattrocentomila ducati annui il dazio sul macinato di quell'isola, e così i siciliani godeano di quella somma ricavata sulla privativa de' medesimi zolfi, accordata alla compagnia francese. Il re aderì a quel contratto col solo scopo di animare il commercio del zolfo, e di alleviare la Sicilia di un dazio che questa ha sempre odiato ed odia.

Trovavasi allora ministro degli affari esteri Antonio Statella, principe di Cassero; costui, siciliano, e più degli altri ministri desideroso del bene del suo paese, avrebbe dovuto mostrare più premura del ministro Santángelo e del Filangieri, circa un contratto che doppiamente vantaggiava la Sicilia. Ma perché era egli un insigne uomo di Stato ed operava pel solo bene della sua patria e del suo re, a tempo avvertì quel ministro» che il contratto con Taix-Aycard ci avrebbe fatta nemica l’Inghilterra, si corriva agl’interessi, attirandoci addosso serii guai. Quindi lo consigliava a trattar l’affare con maturità e portarlo in consiglio di ministri. Santangelo, dopo di avergli promesso per iscritto, che avrebbe fatto tesoro di un tanto sennato consiglio, bruscamente e senza alcuna discussione, conchiuse e firmò quel contratto.

Accadde quello che il principe di Cassero avea preveduto; lord Palmerston fu contentissimo di cogliere una occasione per vendicarsi di Ferdinando II, perché questi non volle mai esser servo dell’Inghilterra, perché proteggea il proprio commercio e le manifatture indigene, ed infine perché non volle riconoscere il matrimonio di sua nipote Penelope Smith col principe Carlo, germano del re.

Quel nobile lord, dapprincipio, istigò alcuni speculatori, i quali portarono nel Parlamento inglese le loro lagnanze circa il contratto stipulato in Napoli, chiamandolo monopolio, mentre in realtà altro non era, che dare un giusto valore alla merce. Difatti lo stesso ministro del commercio d’Inghilterra, Poulet Thompson, a que’ piati, rispose con evasive parole. Palmerston, dopo che consultò, circa quella questione, i suoi giureconsulti — che gli diedero torto — cominciò a mostrarsi apertamente ostile al governo di Napoli. In occasione di un pranzo di gala, dato dalla regina Vittoria, ove trovavasi il ministro napoletano conte Ludolf, il nobile lord lo attaccò con parole poco diplomatiche, indi sfolgorò una nota minacciosa contro questo governo; ed al solito, tra le altre cose, domandava una indennizzazione di trecentomila lire sterline, per la perdita già fatta da’ mercanti inglesi; mentre costoro nulla aveano perduto, perché il contratto de' zoln non era ancora stato messo in esecuzione. Son questi veri ricatti diplomatici, che l'Inghilterra suol fare a danno dalle deboli о piccole nazioni. Intanto, il brigante ricattatore, spesso spinto a quell’eccesso dalla necessità, è maledetto dalla società ed appeso alle forche; mentre l'Inghilterra di Palmerston fu proclamata, dai rivoluzionarii, la nazione più umanitaria e civile dell’Europa, anche per quel torto fatto al governo di Napoli!

Quella nota inglese giunse al ministro degli affari esteri di Napoli, e costui la mandò in Sicilia, ove allora trovavasi il re; il quale, sobillato dal Santangelo, fece rispondere con un’altra non meno acre. Il ministro principe di Cassero, conosciuto il pericolo, persuase Ferdinando a non ispedirla, e lo pregò di accomodar quella vertenza con un trattato di com me i cio, nella speranza di ottenere taluni vantaggi dall'Inghilterra, tra’ quali la rinunzia del dieci per cento, e l’abolizione, del monopolio de’ zolfi, per tutti. Il Cassero, dopo tante sue lodevoli insistenze, fu autorizzato dal re ad intavolare le trattative con sir Lomb, ministro brittannico in Napoli, e tra loro si formolarono le basi di un trattato di commercio coi principii di reciprocanza: principale base dello stesso era l'abolizione per tutti del monopolio de’ zolfi, e ciò era secondo gl’interessi e la dignità del governo delle due Sicilie. Il principe di Cassero, malgrado che avesse dovuto lottare con tre diplomatici inglesi, due dei quali mandati da Londra a bella posta, avea ottenuto patti vantaggiosissimi, cioè la rinunzia a perpetuità dall’Inghilterra sul diritto che questa avea al dieci per cento, l'annullamento del trattato di commercio del 1817, che tanto inceppava gli altri stipulati con altre nazioni, e la reciprocanza tra le due nazioni, circa la importazione ed esportazione delle manifatture e derrate rispettive.

Allorché si recò dal re e gli fece noti i risultati, questi si mostrò contentissimo, e gli ordinò di portare in consiglio di Stato un affare tanto interessante per essere risoluto regolarmente. Ma quando quel ministro espose in consiglio il risultato delle sue negoziazioni co’ diplomatici inglesi, tutt’i ministri, ad eccezione del marchese Pietracatella, chi per un fine chi per un altro, si mostrarono avversi; lo stesso sovrano non si dichiarò più dell’opinione del principe di Cassero; quindi nulla si conchiuse. Non pertanto costui tentò l’ultima prova; stese al re una esposizione in iscritto, facendogli conoscere il vero stato della questione, i vantaggi che avrebbe acquistato il Regno, se si fosse attuato il trattato da lui già discusso con gl’inglesi, ed a quali funeste conseguenze si sarebbe esposto il governo, se si fosse venuto ad una rottura con l’Inghilterra. Quelle ragioni e previsioni tanto sennate, e da vero uomo di Stato, non ottennero alcun risultato, perché tra’ ministri eravi qualcheduno interessato a sostenere il contratto conchiuso con la compagnia Taix-Aycard; e il re, spinto dalla sua naturale indipendenza si decise per la resistenza contro le pretensioni inglesi; d’allora non si parlò più di quel trattato di commercio iniziato e discusso.

Il principe di Cassero, riflettendo che la sua persona, come ministro, era compromessa, pregò il re, in pieno consiglio di Stato, di accordargli il ritiro. Però in cambio di ottenerlo, gli s’impose di firmare una nota diretta al ministro britannico, nella quale si conteneva una negativa in contraddizione a quanto egli avea promesso nello spazio di un anno. A questo proposito ecco come si espresse il principe di Cassero in una lettera ché ho in mio potere, diretta confidenzialmente al suo amico conte Ludolf, regio ministro plenipotenziario presso la S. Sede:

...«Io però ho risposto col coraggio che ispira il punto di onore, ed una coscienza sicura, che S. M. potea chiedere da me qualunque cosa, meno che il sacrifizio dell’onore, che non avea dritto di esigere, e che io non firmerei assolutamente la nota, a costo di andare in castello, о di aver tagliata la mano, per due ragioni: 1° perché quell'atto provocherebbe calamità incalcolabili al paese, ed io non volea essere istrumento a tanti mali. Tralascio il racconto di tutto ciò che si è fatto per volermene imporre perché è meglio che resti ignorato.»

Conosciuto il nobile procedere del ministro principe di Cassero, tutti gli amici di costui si affrettarono a congratularsi con lo stesso. Il ministro inglese, residente in Napoli, diè un gran pranzo in onore del medesimo principe, e siccome questi non intervenne, alla tavola si lasciò vuoto un posto distinto, in segno che colà avrebbe dovuto sedere colui che si festeggiava in quel pranzo.

Il principe di Cassero, in pena di non aver firmato quella nota contro l’Inghilterra, ebbe intimato l'esilio in Foggia, con l'ordine di partire in 4 ore. Del Carretto si negò a volerglielo intimare, un altro generale fece lo stesso; allora ne incaricarono il colonnello di gendarmeria Martinez; (((7))) il quale si recò al palazzo del principe, e dopo un discorso inconcludente, gli notificò l’ordine dell’esilio;, aggiungendo che gli si era imposto di restar presso di lui, fino a che sarebbe partito. Il principe ricevé quella notifica mentre era a pranzo: appena finito, parti per Foggia con tutta la sua famiglia. In quella città fu festeggiato; ma non trovandosi bene a causa dell’aria, ottenne di trasferirsi a Cava, ove non fu bene accolto, perché l'intendente di Salerno era una creatura del ministro Santangelo. Il re, forse per vedute politiche, non lo richiamò più al potere; ma lo tenne sempre in onore, e spesso lo consultava particolarmente.

Oggi, per allora, deesi far plauso alla politica del ministro Antonio Statella principe di Cassero; il quale avea ottenuto un trattato di commercio con l’Inghilterra favorevolissimo a noi. Inoltre perché, amando veramente suo re e il suo paese, non solo volle evitare una nazionale umiliazione; ma fece di tatto per essere abolito un trattato di commercio, stipulato nel 1817, in favore di una scorticatrice e prepotente nazione, e di non poca compromissione a questo regno.

Il principe di Scilla fu nominato ministro degli affari esteri, ed afforzò l'opposizione contro l’Inghilterra. Il 20 marzo 1840, una squadra inglese, sotto gli ordini dell’ammiraglio Stopford, ostilmente si avvicinò alla rada di Napoli, per trattare in quel modo l'affare de’ zolfi. Il re fece dire a quell’ammiraglio: «Che se volevasi costringere a dare danaro, lo avrebbe dato; ma se si voleva indurre a dire che il trattato del 1817 era stato violato, sebbene non fosse che il sovrano delle Due Sicilie, avrebbe resistito alla Granbrettagna, qualunque cosa fosse per accadere» (((8))).

Contemporaneamente fece preparare le artiglierie de’ castelli della città; si accesero i fornelli per le palle infuocate e si schierarono truppe per impedire qualche sbarco degl’inglesi: la guerra parea inevitabile. Difatti si spedirono altri soldati a Messina, ed ordini di resistenza, contro gl'inglesi a tutti i comandi militari; ed i castelli di quella città furono sul punto di aprire il fuoco contro talune navi dell’Inghilterra. Quando si fece riflettere al re la disparità della lotta, è nota la dignitosa risposta di quel sovrano: «l’Inghilterra, egli disse, ha la ragion della forza, ed io ho la forza del dritto».

Il ministro di Sardegna in Napoli, Crosa de' Vergani, volle farsi mediatore tra il governo inglese e quello napoletano, e non fu accettato né dall'uno né dall'altro. La squadra brittannica cominciò a predare alcuni legni mercantili presso l'isola di Capri; ed il re ordinò che si mettessero sotto sequestro quelli appartenenti alla Granbrettagna, che si trovavano ne’ porti di questo Regno. Allora s’intromise mediatore di pace il ministro di Francia, e al giungere di una nave francese, mandata dal re Luigi Filippo, la flotta inglese si allontanò dal golfo di Napoli, e la mediazione di quel sovrano fu accettata d'ambe le parti.

Il 26 marzo, si stipulò una convenzione preliminare, in forza della quale cessavano le rappresaglie dall’una e dall’altra parte dei contendenti. Il 16 maggio dello stesso anno, tra’ governi di Londra e Napoli, si diè principio in Parigi alla discussione riguardante la questione de' zolfi di Sicilia, e il 20 luglio fu convenuto, disfarsi il contratto stipulato con la compagnia Taix-Aycard, fissandosi la indennità da darsi alla medesima. Il dazio sulla esportazione del zolfo rimase a ducati due il quintale, e poi, l'anno seguente, fu ridotto a carlini otto, per covrire ducati quattrocentomila, tolti sul dazio dei macinato di Sicilia, fino a che fossero stabilite le indennità da pagarsi.

Santangelo e Filangieri, ritenuti autori del famoso consiglio di resistere all’Inghilterra e che avrebbero potuto gittare il Regno in guerra disastrosa, nulla patirono, ed il primo proseguì ad essere ministro dell’interno. Il principe di Cassero, ché tutto avea preveduto, e che si era lealmente cooperato a scongiurar la tempesta, rimase nell’esilio; e da allora non vi furono più uomini di cuore e di mente al ministero degli affari esteri.

La vertenza de’ zolfi di Sicilia fu definita il più grande errore commesso da Ferdinando II nel suo lungo Regno. Ê pur vero che egli fu trascinato da’ consigli d Santangelo e di Filangieri, ma la colpa fu tutta sua; essendo un uomo di buon senso e di straordinarii talenti, dovea far piuttosto tesoro delle ragioni del ministro Cassero, anzi che dare ascolto a persone, che molti diceano, interessate. Però nell’operare di quel sovrano, circa la suddetta vertenza, lo scusa la sua naturale indipendenza, ed il principio di quella regai diguitù da lui eminentemente apprezzata, volendo essere padrone indipendente in casa propria; lo scusa infine il coraggio che egli ebbe di tener fermo contro la prepotente bghilterra; la quale non ha scrupoli di servirai di tutti i mezzi abbominevoli per offendere i suoi oppositori, maggiormente quando trattasi d’interessi commerciali.

La briga de’ zolfi segnò un epoca nefasta per questo regno: da allora lord Palmerston cominciò una guerra sorda, disleale ed iniqua contro il governo napoletano, contro il re e contro le patrie istituzioni. Egli istigava i faziosi delle Due Sicilie a ribellarsi, con appoggiarli e proteggerli diplomaticamente, cioè a furia di menzogne e calunnie, a danno di un sovrano, che altra colpa non avea in faccia alla prepotente Albione se non quella, di non averla voluta padrona in casa propria. Il governo di Napoli, in ogni disposizione che emanava, era censurato, e trovava sempre opposizione in quello brittannico; il quale varie volte non isdegnò di scendere alle più basse ed evidenti calunnie, maggiormente quando era al potere quell’uomo fatale a tutta Europa, lord Palmerston.

Si compivano felicemente i primi dieci anni di regno sotto il mite scettro di Ferdinando li; ma quelli succeduti fino al 1848 ebbero varia fortuna, e gli altri fino al 1859 furono una continua lotta. Il governo borbonico veniva insidiato in varii modi, e stette sull’avviso per prevenire i colpi de’ nemici interni, e soprattutto le imboscate di quelli esterni: era uno stato di cose incerto, era una continua violenza, e qualche volta quel governo fu ingiusto. Non bisogna però dimenticare quel che ho detto altrove, cioè che Ferdinando II regnò con modi paterni, ed altra mira non ebbe che il vero benessere de’ suoi popoli. Quando la necessità glielo impose, fu costretto ad esercitare quel dritto e quel dovere che han tutti i sovrani, о reggitori delle nazioni, cioè di difendersi da ogni sorta di nemici.

Qualche sopruso non fu da lui ordinato, ma da coloro che voleano farsi merito, mostrandosi troppo zelanti, о da quelli pagati dalla stessa setta. Una lega calunniosa ed iniqua si formò tra tutti i rivoluzionarii di Europa, e da’ ministri settarii di varie potenze, per calunniare e svisare tutto ciò che fosse napoletano, ad ogni operazione di Ferdinando II.

Gli stranieri, che venivano a Napoli, doveano parlare e stampare dello stato abbietto come vestivano e conducevansi i lazzari: ma in realtà, costoro erano meno immorali dei loro derisori in guanti gialli e profumati. Si doveano esporre e pubblicare per le stampe le sconcezze di questa capitale, mentre se ne trovavano peggiori nelle altre città che si dicevano incivilite; e si giungeva fino all'impudenza di parlarne come se la sola Napoli fosse travagliata di qué' mali comuni al genere umano; finendo sempre col prediletto ritornello: tutto causa l'infame governo de' Borboni. Intanto nulla si dicea, perché nulla si dovea dire, di quanto vi è di bello e di buono in questa città ed in tutto il regno, e di quanto Ferdinando II avea fatto e facea per migliorare le condizioni de' suoi popoli. Quando i suoi detrattori non poteano farne a meno di accennare le opere pubbliche di quel sovrano, assicuravano, che egli l'avesse fatte per meglio tenere schiavi i suoi soggetti. Difatti perché fu il primo in Italia ad introdurre in questo regno i battelli a vapore e le strade ferrate si disse che facea ciò per avere i mezzi più pronti di condurre la soldatesca da un punto all'altro ed opprimere i popoli, nel caso che costoro avessero voluto liberarsi dalla tirannia: lo stesso si disse pe telegrafi elettrici, cioè che gli servivano per conoscer subito i movimenti delle province contro di lui.

I settarii di Europa gridarono tanto contro il mal governo di Ferdinando II che lo fecero anche credere a noi napoletani e siciliani, cioè che eravamo ridotti il popolo più abbietto, il più ignorante, il più trascurato, il più tassato, il più tiranneggiato; mentre il governo delle Due Sicilie era il più progressista in fatto d istruzione pubblica, di finanze, di opere pubbliche e di leggi civili e criminali. A dirvi il vero, anch’io avea creduto tutte quelle calunnie settarie; ma mi disingannai pienamente nel 1851. Da quell’anno fino al 1854 soggiornai in varie capitali degli Stati d’Italia, e mi convinsi che il nostro paese era il migliore amministrato ed in tutti i rami, non escluso quello della tanto detestata polizia borbonica. In quanto poi al Piemonte, che da rivoluzionarii ci era presentato come governo modello, riportai in patria orribili convinzioni; ma avendo comunicato quanto avea veduto ed osservato a’ miei amici, costoro mi guardarono bieco, e chi sa se non avessero pensato che io mi fossi venduto alla polizia per ispacciare quelle notizie; mentre da questa non ero veduto di buon’occhio, per la sola ragione che avevo la smania di viaggiar sempre. La sètta avea talmente inoculato il suo veleno in questo Regno, che guai a colui che non avesse proclamato questo tirannico e quello del Piemonte il più progressista, il più giusto ed anche il più ricco del mondo! De’ rivoluzionarii delle Due Sicilie, emigrati in Torino, vi era qualche mediocrità, ed ivi fu salutata, e con ragione, come grande celebrità: intanto si dovea dire, che i soli emigrati in quella città erano i letterati, i dotti, i sommi diplomatici del nostro paese, mentre qui fiorivano ingegni in ogni umano sapere ed a preferenza degli altri Stati della Penisola (((9))). Ci dicevano che eravamo aggravati di tasse, mentre il governo modello del Piemonte ne imponeva tante e tante gravosissime e vessatorie a noi sconosciute, che, poi, disgraziatamente, ci fece conoscere! Erano tasse strane ed ignote prima della madre rivoluzione, la francese del 1789, cioè sulle industrie, sopra i mobili delle case, sull’eredità, sui corpi morali, su giuochi, sulle permissioni, su’ fitti, sulle carrozze, carretti, carri, bovi, asini... i cani, galline, professioni, arti e mestieri — non la finirei più se tutte volessi enumerarle — ed in fine sulla stessa sventura e miseria. Né è una esagerazione il dir che si pagava in Piemonte, ed oggi nel felicissimo Regno d’Italia, sulla miseria; conciosiaché se un povero domanda un soccorso a’ governanti, prima di tutto deve pagar la tassa di una lira e venti centesimi per carta bollata: stesso se chiede giustizia contro un ingiusto aggressore, in caso diverso la domanda sarà inesorabilmente respinta!

In questo Regno, di tasse dirette, si pagava la fondiaria, lasciataci in ricordo dall’occupazione de' liberali francesi del decennio, e macinato, che nel 1848 dovea abolirsi, perché estinto il debito fatto nel 1824 a causa de' devoti di S. Teobaldo carbonaro. Ogni individuo di questo Reame, in tutto, tra tasse dirette ed indirette, pagava tredici lire all'anno, mentre in Piemonte se ne pagavano trenta.

Circa ad opere pubbliche, il governo delle Due Sicilie, se era secondo ad alcuni in Europa, era il primo in Italia nell'attuare tutte le utili novità di questo secolo. Ci diceano che eravamo i più oppressi e tiranneggiati dalla polizia; veramente questa si era resa insopportabile in alcune inezie dopo l'affare de’ zolfi, mentre non si curava delle visite di Mazzini ed adepti, che spesso faceano a questo Regno, con lo scopo di rigenerarlo alla miseria ed alla disperazione, о come essi diceano dalla schiavitù borbonica. Ma ciò avveniva perché in quella amministrazione si etano infiltrati non pochi settarii, che aveano il mandato da’ loro caporioni di chiuder gli occhi circa gli affari della sètta, e vessare la gente tranquilla ed affezionata alla dinastia. Però la polizia borbonica, se vessava qualche onesta persona, non arrestava mai coloro che non erano veramente rei; ne fan fede le condanne de’ tribunali ed il vanto che se ne fecero poi gli stessi arrestati per causa politica; come non discese mai agli arbitrii tirannici di quella piemontese. Se i miei benevoli lettori volessero accertarsi di quanto io asserisco, potrebbero leggere la storia del Piemonte scritta dal gran patriota Angelo Brofferio e quella dettata dal celebre generale Pinelli.

Sarei troppo prolisso se volessi dire la minima parte delle calunnie che si spacciarono contro il governo del nostro paese e le arti satanniche che si usarono per farle credere, e cosi ribellare le Due Sicilie contro un sovrano che avea sentimento di giustizia, ed altro scopo non si era prefisso che il bene de’ suoi popoli. I settarii, quando ottennero il loro fine, ai fecero un vanto di tutte quelle calunnie che aveano spacciate; tra gli altri il famigerato Petruccelli della Gattina, in varii suoi scritti e concioni se la rideva della credulità de’ napoletani e siciliani.

Ferdinando II sprezzava quelle calunnie e credeva che i fatti in contrario le avrebbero smentite; quindi non volle quella stampa che non avrebbe fatto fuorviare la pubblica opinione, svelando le arti settarie e ribattendo le sfacciate menzogne. Spinse egli tant'oltre quell’avversione al giornalismo, che non volle più in Napoli, come appresso dirò, de' benemeriti periodici, senza riflettere che con ciò rendeva un gran servizio alla rivoluzione. Per la qual cosa, atteso la guerra accanita e sleale che si facea a questo Regno, da’ rivoluzionarii interni ed esteri, bisogna convenire che fu un miracolo di politica se rimase tranquillo per varii anni.

Sebbene la sètta fosse stata battuta in Italia da’ tedeschi, ciononostante alzava la cresta perché appoggiata moralmente dal partito rivoluzionario francese, già al potere, e da lord Palmerston, capo del governo inglese; lo scopo di tutti era quello di estendere la rivolta in questo Regno, perché il più potente e il più ricco degli altri della Penisola. Il re del Piemonte, Carlo Alberto, era or assolutista or carbonaro, ibrido sempre tra il bene ed il male; nondimeno era una futura speranza pe’ rivoluzionarii italiani, avendo costoro conosciuta l’ambizione di quel sovrano. Eglino, fatti arditi, a causa degli appoggi stranieri e delle mire ambiziose del re sardo, osarono mostrarsi baldanzosi in queste nostre contrade con le armi alla mano.

La Giovine Italia, che già si era resa potente e soffiava dappertutto nel fuoco della rivoluzione, ordì una congiura nella città di Aquila, negli Abruzzi; il capo n’era lo stesso sindaco, Vittorio Campanella, complici principali un Gaetano Lazzaro ed un Camillo Morcone. I quali, con sufficiente danaro, forse ricevuto dall’estero, arruolarono più di un centinaio di contadini e vagabondi, avidi di saccheggi e di rapine; e con la speranza di essere corrisposti da tutto il Regno, stabilirono di abbattere il legittimo governo il dì 8 settembre 1841, quando la maggior parte delle truppe trovavasi in Napoli alla parata di Piedigrotta.

Il colonnello Gennaro Tanfani, militare fedele a’ Borboni, comandava la provincia dell’Aquila, e siccome esser soldato fedele al suo re è stato sempre un gran delitto pe’ rivoluzionarii, costoro decisero di assassinarlo; e quell’assassinio dovea essere il segnale della rivolta. In effetti, l'8 settembre, mentre il Tanfani recavasi al castello con un gendarme di scorta, i settarii l'assalirono e l'uccisero a colpi di pugnale. Fatta questa prima prodezza, corsero allearmi e tentarono di opprimere quella poca soldatesca che trovavasi in Aquila; la quale dapprincipio si difese e poi prendendo l’offensiva sbaragliò quella marmaglia, uccidendo quattro assalitori, ferendone parecchi, e costringendo il resto a fuggire per quelle campagne. Però que’ fuggiaschi, incoraggiati con parole da coloro che sapeano tenersi lungi dal pericolo, rinnovarono l’assalto e furono battuti e messi in fuga un’altra volta.

Sul finire di settembre, furono arrestati parecchi ribelli di Aquila, tra quali il marchese Dragonetti, già deputato al Parlamento nel 1820, Luigi Falconii, il barone Giuseppe Cappa e l’avvocato Morrelli. Il governo mandò in quella provincia il general Casella, in qualità di Commissario del re, il quale istituì una Commissione militare, e processò 150 rivoluzionarii; de’ quali alcuni furono condannati a varie pene temporanee, nessuno a morte; tutti ebbero poi la grazia sovrana e furono messi in libertà. I settarii invece di ammirare e lodare la clemenza del re, ricorsero alle solite loro calunnie, spacciando che Casella avesse fucilato quattro patrioti, cioè quelli che caddero nel conflitto, facendoli passare per condannati e giustiziati, senza però dire il nome de’ medesimi, essendo poveri villani. Asserirono inoltre che il re avesse ridonata la libertà a’ condannati dalla Commissione militare, non già per insito sentimento di clemenza, ma per paura e viltà; i settarii, nel calunniar«i sovrani ed i loro nemici, non tralasciano mai di essere buffoni.

Giacché mi trovo a ragionar delle sommosse avvenute nel Regno dopo il 1840, proseguirò a raccontar quella di Cosenza e l'altra di S. Giovanni in Fiore, tanto celebrata dagli scrittori rivoluzionarii, perché capitanata dagli stranieri fratelli Bandiera.

Nel 1844, si ordì una vasta congiura per ribellare gli Stati d’Italia; gli emigrati di questa nostra Penisola, trovandosi nella Svizzera, aveano combinato di gettarsi parte sul Piemonte e parte sulla Lombardia per ribellare que’ popoli. Il modenese Fabrizii, braccio destro di Mazzini, trovavasi allora in Algeria, ove combattea in favore di una nobile causa alla testa di molti giovani italiani; ebbe ordine di lasciare i barbareschi in pace ed imbarcarsi per la Sicilia, ove dovea portare il fuoco della rivolta. Il napoletano conte Giuseppe Ricciardi dovea assoldar còrsi, per sbarcarli sulla spiaggia romana: in questo modo si pensava d’involgere tutta l'Italia in una rivoluzione contemporanea.

I faziosi calabri attendeano il segnale per sollevarsi, e perché impazienti, il 15 marzo di quell’anno, accozzarono un centinaio di nullatenenti ed entrarono nella città di Cosenza, tentando di sollevare quella popolazione col grido di viva l'Italia e viva la Costituzione. I gendarmi, colà stanziati, corsero alle armi e ne segui un conflitto. I ribelli, non corrisposti dalla popolazione, furono dispersi ed inseguiti, ricoverandosi nelle campagne. Si ebbero varii feriti e tre morti, tra costoro un notaio che la faceva da capo; de’ gendarmi tre soltanto furono feriti. Il capitano Galluppi, figlio dèi filosofo, comandante que’ pochi gendarmi, dopo di avere inseguito i rivoluzionarii, ritornando in città, fu ucciso da una palla di moschetto, che gli venne tirata da un fazioso, che trovavasi appiattato; costui cadde anche morto per un’altra archibugiata tiratagli da un gendarme.

Siccome i rivoluzionarii di Cosenza aveano relazione con quelli di Napoli, che doveano sollevarsi al segnale della rivolta calabra, il governo ne arrestò nove de’ più esaltati; tra i quali Mariano d'Ayala (((10))), Matteo de' Augustinis, Francesco Paolo Bozzelli e Garlo Poerio, chiudendoli in castel Sant’Elmo, ove rimasero qualche mese. Gli arrestati ed i loro aderenti gridarono alla tirannia del governo del re, protestando innocenza; e poi, nel 1848, se ne fecero un vanto, pubblicando che veramente erano in relazione co’ rivoluzionarii di Cosenza e che doveano ribellar Napoli» In Cosenza si stabilì una commissione militare per punire i rei di quella ribellione; ventuno de’ quali furono condannati a morte; il 10 luglio di quell’anno, quattordici ebbero grazia e sette vennero passati per le armi; eccone i nomi: Nicola Coriolano, Antonio Rao legale, Pietro Villaci colono, Raffaele Gomodocea studente, Giuseppe Franzese, Santo Cesario e Scanderbeg francese, proprietarii.

Ferdinando II, ad onta che fosse insidiato in modo tanto sleale da’ settarii del Regno(4) e dagli stranieri, diè ordine a tutti i procuratori generali di non eseguirsi alcuna sentenza capitale, anche, di consigli di guerra subitanei, se prima non si fosse ricorso alla clemenza sovrana, esponendosi tutte quelle circostanze attenuanti, favorevoli a’ condannati.

Fin dal 1842 si erano iscritti alla sètta mazziniana tre giovani veneziani, cioè Attilio ed Emilio Bandiera, alfieri, imbarcati sulla fregata austriaca Bellona ed erano figli di un ammiraglio al servizio dell'Austria: l'altro giovane era Domenico Moro, luogotenente di quella marina militare ed imbarcato sulla fregata Adria. Tutti e tre tentarono impadronirsi della Bellona, volgere a Messina e colà portar la rivoluzione; scoperti a tempo, ebbero non so se la disgrazia о la fortuna di fuggire-, H-Mero Мака, Attilio Bandiera a Siro, l'altro fratello Emilio all'isola di Corfú. In seguito si riunirono di nuovo in quest’Isola, e vennero raggiunti da Nicola Ricciotti di Frosinone, mandato da Mazzini, per consigliarli di recarsi negli Stati romani ed ivi capitanare i faziosi. In esecuzione degli ordini ricevuti, cominciarono ad arruolare uomini, preparare armi e proclami incendiarii. Si unirono a loro altri profughi italiani, trai quali un Nardi, un Boccastro calabrese, fuggito da Cosenza, ed un Boccheciampi còrso. La polizia austriaca, avendo conosciuto i preparativi di que' profughi di Corfú e lo scopo che costoro si proponevano, ne avvisò subito i governi italiani. I quali premunirono quei luoghi ove sospettavano che lo sbarco potesse avvenire, per arrestare immediatamente chi volea arrecare calamità e sangue ne' loro Stati.

Siccome si dovea dire che Ferdinando II era odiato da' suoi popoli, e far veder costoro in continua lotta con lo stesso, le trombe della sètta, cioè i giornali faziosi, cominciarono a strombazzare che tutte le Calabrie effetto in rivoluzione e per ottenersi, essi dicano, un felice risultato altro non mancavano che gli uomini del mestiere per guidarla; quella volta i congiurati di Çorfù furono vittima delle menzogne de’ loro consettarii. I fratelli Bandiera ed i loro compagni; avendo intese quelle false notizie la notte del 12 giugno 1844, si affrettarono ad imbarcarsi. Dopo una navigazione di quattro giorni, sbarcarono in una spiaggia deserta, alla foce del fiume Neto, presso Cotrone in Calabria. Di là volsero a Cosenza, chiamando alle armi tutti i calabresi che incontravano; i loro evviva e i loro proclami erano puri repubblicani, tendenti all’unità italiana; il loro linguaggio irreligioso ed empio, quindi ingrato a calabresi. Nessuno li segui, invece, in alcuni paesi, furono ricevuti a schioppettate, ed avvennero varii conflitti con que’ villici in armi; i quali ebbero la peggio a Pietralunga sotto Belvedere.

Il corso Boccheciampi, vedendo che la faccenda non andava bene, corse a Cotrone e denunziò i suoi compagni. Le autorità di quel paese, non avendo soldati, il 18 giugno, riunirono la Guardia urbana e qualche gendarme ponendoli in agguato presso S. Giovanni in Fiore, ove accadde un conflitto con la peggio degli avventurieri.! quali furono circondati da’ villici armati anche di zappe e scuri, e caddero uccisi tre rivoluzionarii, cioè Giuseppe Miller milanese, Giuseppe Taddei di Pesaro e il calabrese Boccastro; quattordici furono arrestati immediatamente ed altri quattro dopo pochi giorni.

È troppo stomachevole sentir quel che scrissero e stamparono taluni storici rivoluziona rii, circa il fatto d’armi di S. Giovanni in Fiore; non avendo potuto inveire contro la soldatesca, eruttarono vituperi! e calunnie contro quelle popolazioni. Eglino avrebbero preteso che i montanari calabri avessero ricevuto a braccia aperte quegli avventurieri, ed avessero gridato morte a quel governo, di cui non aveano da lagnarsi, e viva in favore di gente e di principii non conosciuti. Che gli sbarcati fecero massacro di villici a Pietralunga, nulla han da osservarvi quegli storici: invece proclamarono quelle popolazioni barbare ed inumane, sol perché non vollero accettare la repubblica dalle medesime odiata, e perché assalite a schioppettate nelle proprie case, non si fecero uccidere da chi volea liberarli dalla schiavitù borbonica.

Il 28 giugno, il colonnello Zola, comandante le armi in Cosenza, riunì il Consiglio di guerra, elevato a Corte marziale, per giudicare gli sbarcati provenienti da Corfú, presi in conflitto con le armi alla mano. I medesimi furono dichiarati rei di cospirazione e di riunione in banda armata, approdati in questo Regno con lo scopo di abbattere il governo, eccitando i popoli alla ribellione. In secondo luogo fu costatata la violenza contro le popolazioni e contro la forza pubblica, mentre questa operava in esecuzione della legge. Il fisco domandò la pena di morte per tutti, ad eccezione del còrso Boccheciampi, pel quale cinese cinque anni di prigionia, non essendosi trovato ne‘ conflitti avvenuti in que’ giorni. La Corte marziale ne condannò dodici a morie, e cinque li raccomandò alla clemenza sovrana.

Il re, trovavasi allora in Sicilia, ed era dispostissimo a far grazia a tutti que’ condannati nel capo; ma una imprudenza di Attilio Bandiera gli legò le mani. Costui scrisse una lettera a Ferdinando, nella quale gli dicea, che egli avrebbe voluto l'Italia una e repubblicana: ma se il medesimo, da sovrano assoluto delle Due Sicilie avesse condisceso a divenire re costituzionale di tutta la Penisola italica, egli si sarebbe dato a lui anima e corpo.

Se mai si fosse conosciuta quella fatale lettera, la grazia sovrana avrebbe ingenerato dei sospetti ne' principi italiani e nelle potenze settentrionali; quindi il re si decise di dar corso libero alla legge. Però, de' dodici condannati a morte, nove furono passati per le armi, cioè i due fratelli Bandiera e Domenico Moro veneziani, Nicola Ricciotti di Frosinone, Ànacarsi Nardi di Modena, Giovanni Verenucci di Bimini, Giovanni Francesco Berti di Lugo e Domenico Lupatelli di Perugia. Otto ebbero commutata la pena e poi grazia assoluta, ma con l'obbligo di uscire dal Regno, e furono Pietro Riassoli di Forlì, Giovanni Manassi di Venezia, Paolo Mariani di Milano; Tommaso Massoli di Bologna, Luigi Nani di Forlì, Carlo Osma di Ancona, Giuseppe Paccione di Bologna e Giuseppe Tesei di Pesaro; tutti stranieri, venuti in questo Regno senza essere stati chiamati da alcuno, per regalarci la repubblica, cioè la guerra civile. La medesima catastrofe sarebbe accaduta a Garibaldi dopo 16 anni, se in Calatafimi non avesse trovato il generale Francesco Landi, e ciò ad onta della protezione del Piemonte, della Francia e dell’Inghilterra.

Al certo fa ribrezzo rammentare la fucilazione di que’ nove disgraziati giovani: ma non fu ingiusta la loro condanna. Eglino vennero in questo Regno con le armi in pugno per insanguinarlo con la guerra civile, e le medesime popolazioni, che voleano rigenerare dalla schiavitù borbonica, diedero loro addosso, arrestandoli e consegnandoli al potere militare. I settarii ci han sempre stordito, gridando che fanno le rivoluzioni pel bene del popolo; or quando questo risponde a suoi benefattori in quel modo che rispose a’ sbarcati di Corfú, è segno evidente che è contento del proprio sovrano; e questi è nell’obbligo di guarentirlo co’ mezzi che ha nelle sue mani: ciò mi sembra conforme a’ principii proclamati de' medesimi settarii, cioè che la volontà popolare è la base di ogni dritto.

La colpa di essere stati giustiziati que’ nove giovani in Cosenza fu esclusivamente di Mazzini, il quale sacrificava i suoi adepti senza alcuna probabilità di felice risultato. Quel capo settario poco si curava della vita di tanti creduli ed entusiastici giovani, anzi si serviva delle condanne che costoro subivano da governi che egli insidiava, per gridar più alto contro i principi italiani, dichiarandoli tiranni Paggio, mentre era egli il vero tiranno dei suoi adepti e de’ popoli.

Circa la fucilazione de' fratelli Bandiera (gli, altri neppure si nominano!) si piagnucolò, si gridò in tutti i tuoni e si fecer loro funerali pagani. Que’ due giustiziati venner dichiarati martiri e modello di magnanimità cittadina; ed al solito, si spacciarono menzogne sperticate e contraddittorie. Si disse e si stampò, che i fratelli Bandiera vennero in questo Regno perché adescati dalla polizia borbonica di accordo con quella austriaca; che Ferdinando II volle fucilarli ad onta che ne avesse chiesta la grazia un arciduca d’Austria; che il re volea graziarli, ma quel macello gli fu imposto dall’imperatore austriaco. Altre simili invenzioni strambante e contradittorie si spacciarono con le stampe a questo proposito, tutte tendenti ad esaltare gli animi e rinfocolare l’idea di una Italia riunita: fratelli Bandiera servivano di pretesto.

Fra tante menzogne e contraddizioni, piagnistei e calunnie, sbuca fuori il nebuloso filosofo, l’abate Vincenzo Gioberti, ed in una prefazione postuma al Primato degl'italiani, che intitolò Prolegomeni, fa il più stucchevole panegirico a’ fucilati di Cosenza del 1844. L’illustre abate, dopo di aver buttata via l’incomoda sottana e la maschera di sostenitore de’ dritti della monarchia e del sacerdozio, lancia virulenti filippiche contro i calabresi, tacciandoli d’ignoranti e di sanguinarii, e contro i ministri napoletani di quel tempo: maledice i principi italiani e si scaglia contro la Compagnia di Gesù, caricandola di plateali vituperii. Ed in vero, si vede che il nostro abate avea perdute le staffe con l’imbestialire in quel modo, per non dir altro: in che vi entravano i gesuiti co’ giustiziati di Cosenza? avrebbe voluto che que’ reverendi padri si fossero armati, e corsi in Calabria per liberare i fratelli Bandiera? ma perché non ne diede egli l'esempio? Corruptio boni pexima! Il prete spretato, maggiormente quando ha ingegno, è la contraddizione personificata, ed il Gioberti ce ne diede un famoso e lagrimevole esempio. Egli, ministro di Carlo Alberto, allora sovrano assoluto, egli sostenitore de’ dritti dei principi italiani, e della Confederazione italica col Papa presidente della stessa, tutto ad un tratto, il perché Deus scit, ci erutta tante corbellerie contro coloro che avea prima meritevolmente lodati. Non contento ancora, volle regalarci una noiosa opera in più volumi, col titolo il Gesuita moderno, ove raccoglie tutta la immondezza sparsa nelle opere scritte da’ nemici della Chiesa cattolica e dagli atei, pestando e ripestando sempre le medesime idee, con lo scopo di vituperare ed infamare que’ benemeriti Padri: egli che era stato l’amico e il lodatore de’ medesimi! È quella un’opera piena di fiele e di strafalcioni, né sembra scritta dall’autore del Primato degl'italiani. I dottissimi padri della Compagnia di Gesù non risposero a quel libello famoso, perché si condanna da sé stesso; leggendolo senza spirito partigiano, il lettore non potrà fare a meno di deplorare l’abberrazione di un sommo ingegno. Ed io, a dirti la verità, mi contento di essere quel povero ed oscuro uomo che sono, anzi che l’autore de’ Prolegomeni e del Gesuita moderno.


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CAPITOLO VII

SOMMARIO

Ferdinando II. viaggia nel Regno e all’estero. Opere di beneficenza. Istruzione pubblica. Opere pubbliche. Flotta ed esercito. Commercio. Matrimoni in Corte. Visite di Sovrani esteri. Nascita di principi e principesse reali.

Negli anni che precedettero il 1848, Ferdinando II viaggiò molto nel Regno, insieme alla regina e a qualche principe reale, e seguito da personaggi distinti. La sua presenza ne’ capiluoghi di provincia e anche in alcuni piccoli paesi, servì a mitigare о togliere gli abusi; e fu causa, come ho detto altrove, di effettuirsi tante utili opere pubbliche, cioè stabilimenti di beneficenza, ponti, strade, licei, biblioteche ed altro. Dovunque passava era acclamato e festeggiato; ma egli non volea quelle dimostrazioni, le quali dispendiavano i Comuni, laonde spesso giungeva inaspettato. Epperò i cittadini, a dimostrargli la loro gioia, toglievangli i cavalli dalla carrozza e la tiravano a braccia. Accennerò i più interessanti viaggi di quel sovrano.

Nel 1840, tre volte si recò ne' dominii al di là del Faro, e nella seconda fece quasi l’intiero giro dell’Isola. In settembre dell’anno seguente, intraprese un altro viaggio per la medesima Sicilia, trattenendosi più giorni nei capiluoghi e distretti, visitando tutte le opere pubbliche e prendendo conto dell’operare dei funzionari. Nel luglio del 1843 si recò a Palermo, dimorandovi pochi giorni; però nell’anno seguente i suoi viaggi furono lunghi e continui; difatti dopo di avere visitato Messina nel mese di maggio del 1844 si recò a Catania, indi a Siracusa. Dopo breve dimora in quest’ultima città passo nell’isola di Malta e da questa si recò a visitare le altre isolette di Lampedusa, Pantelleria e Favignana, appartenenti alla Sicilia; avendo fatto popolare le prime due nell’anno precedente, come avea praticato pel gruppo di Tremiti nell’Adriatico.

Al ritorno dall’isole sicule, si diresse in Calabria e visitò i capiluoghi e varii paesi e città di quelle province; indi passò in Basilicata e poi in Puglia; giunto a Manfredonia volle visitare l'isòlette di Tremiti.

Nell’anno 1845 si recò a Roma per visitare il Santo Padre, e fu accolto dallo stesso con dimostrazioni di gioia e di rispetto. Nel mese di maggio dello stesso anno, insieme al fratello conte di Aquila, s’imbarcò sopra un piroscafo, seguito d’altri sei, che portavano varii battaglioni di truppa per esercitarli in evoluzioni militari: giunto in Messina fece eseguire un simulacro di guerra. Nel luglio dello stesso anno si recò a Palermo, insieme alla regina ed ai principi reali, ed ivi si trattenne più di un mese. Altri viaggi fece Ferdinando Il in quell'Isola, nel 1846, in occasione dell’arrivo a Palermo dell’imperatrice di Russia, come appresso dirò; e sono interessanti quelli eseguiti nel 1846 e 47. Col primo, dopo di essersi recato a Palermo, fece l'intiero giro della Sicilia; indi costeggiò le Calabrie, e prese la rotta dell'Adriatico, sbarcato in Manfredonia, visitò Foggia.

Nel 1847 fece il giro due volte per la Capitanata, Terra di lavoro, Abruzzi e Puglie. Trovandosi in Giovinazzo, volle recarsi solo a Bitonto per visitare quell'orfanotrofio, e vedere il celebre obelisco, fatto innalzare dall'immortale suo bisavolo Carlo III. Monumento indicante a' posteri la restaurazione del Regno delle Due Sicilie, dopo la memoranda battaglia vinta contro i tedeschi in detta città, il 25 maggio 1734, dal capo della gloriosa stirpe Borbonica di Napoli.

Nel secondo viaggio, che re Ferdinando intraprese in quell'anno, volle essere accompagnato dal tenente generale Filangieri; e fu quello il più lungo che fece, dopo l'altro di Vienna e di Parigi. In effetti giunto a Brindisi, s'imbarcò con la regina, i reali principi e tutto il seguito, dirigendosi a Trieste. Dopo di aver visitato varie città dell’Illiria e della Dalmazia, in Rovigno, città dalmata, incontrossi con la famiglia dell'arciduca Carlo, padre della regina. In compagnia di quelli augusti personaggi, partì per Messina, ove giunse il 13 agosto; e da colà intraprese un altro viaggio circolare per la Sicilia.

Circa la gita del re negli Stati austriaci, i rivoluzionarii fecero infinite supposizioni; i. più credettero, che Ferdinando II, fino allora indipendente dall'Austria, vista la prossima procella che minacciava l'Italia, si fosse legato con l'imperatore tedesco per ¡scongiurarla: quasi che per far tutto ciò fosse stato necessario recarsi negli Stati austriaci, e senza neppur veder l’imperatore.

Da allora i viaggi di re Ferdinando furono rarissimi, in Sicilia principalmente. La setta, avendo faticato per tanti anni, già ottenea il suо scopo di destar la sfiducia tra il sovrano e non pochi cittadini sobillati dagli adepti alla Giovine Italia. Da quel tempo cominciarono i guai serii per questo Regno.

I viaggi di quel sovrano, come più volte ho detto, non aveano lo scopo della divagazione о del piacere di essere acclamato; egli visitava i suoi popoli per conoscerne i bisogni e provvedere senza ritardo. Or vediamo quali furono gli effetti de' suoi viaggi, ed incominciamo dalle opere di beneficenza, eseguite dal 1840 al 47.

Varii orfanotrofi vennero fondati in quegli otto anni, ed i più considerevoli son quelli de’ comuni di Cardito, di Salerno, di Cotrone e di Giarre in Sicilia. Furono eretti quattro depositi di mendicità per ambo i sessi, cioè nell’Albergo de’ poveri di Napoli per questa provincia, in Aversa per Terra di Lavoro, in Salerno pel Principato Citeriore ed in Bari per quella provincia e l’altra di Lecce. La maggior parte degli orfanotrofìi e depositi di mendicità erano diretti dalle benefiche suore della Carità. Si fondarono varii ospedali, asili infantili e conservatorii per le donzelle povere; tra' quali primeggiano quelli di Palermo, dì Catania, di Taverna, di Trapani, di Foggia, e più di tutti il Conservatorio di Napoli, sotto il titolo di S. Francesco di Sales, fondato nel 1844, e l'Ospizio di beneficenza di Messina, detto Casa della bassa gente, eretto lo stesso anno.

In conseguenza delle fondate opere di beneficenza, fu vietato l'accattonaggio in qualunque sito. Agli accattoni che erano abili, sì dovea somministrare del lavoro, e se l’avessero ricusato, sarebbero stati soggetti alle leggi penali sancite contro l'improba mendicità. Tutti coloro che aveano pensioni fisse, ed andavano elemosinando, ne erano privati; e ciò allo scopo di togliere dall’ozio e dal vagabondaggio gli accattoni di mestiere. Quelli poi che erano ciechi, storpii о vecchi si conduceano ne’ depositi di mendicità, dando loro vestito, vitto e tutto il bisognevole.

I patrioti, atteggiandosi ad umanitarii quando ancora non aveano ghermito il potere, gridavano contro i legittimi governi, perché allora s’incontrava qualche povero; dicendo, tutti zelo e scandalezzati, che ciò era indegno di un governo civile, ma soltanto proprio di sovrani spoliatori, senza umanità, tiranni e peggio. Or, che i medesimi patrioti sono al potere, che cosa han fatto della loro vantata umanità e civiltà? Nulla vi dico, che han tassato la elemosina de’ poveri, scaraventando la tassa della ricchezza mobile anche sul danaro che la carità cattolica raccoglie sugli Asili infantili: ma quanti veri accattoni non s’incontrino oggi ad ogni piè sospinto? Ve dete vecchi paralitici condotti, d’altri poveri sopra carrettelle, uomini mutilati che si strascinano anche per la via di Toledo, ed altri vecchi storpii, cròchi о ammalati, gettati sugli sbocchi delle vie, e tutti che vi chiedono la elemosina con pietose e strazianti grida da farvi fuggire col cuore affranto, se non vi trovate in circostanza di soccorrere tanta derelitta miseria. Oh patrioti! vi siete fatti conoscere di troppo; ed il vostro operare, non solo ha sbugiardato le vostre altosonanti teorie e ipocriti piagnistei, ma quel che più monta si è, che fate desiderare coloro che voi impudentemente chiamavate tiranni.

Avendo il re visitate le prigioni di parecchie città, con decreto del 21 aprile 1845, abolì gli antichi criminali di Sicilia, detti Camusi, stabilendo la classificazione ed il lavoro pe’ detenuti; e che costoro fossero istruiti dai PP. gesuiti ove ve ne fossero; in fine ordinò, che le carceri si fabbricassero con tutti que' vantaggi introdotti dall’altre nazioni civili.

Circa l'istruzione pubblica si progredì sempre più in quegli otto anni, mercé le cure e le beneficenze di quel sovrano. Nelle università si fondarono altre cattedre, richieste dal progresso delle scienze, si aprirono nuove biblioteche, convitti, educandati d’ambo i sessi, orti agrarii e scuole gratuite di mutuo insegnamento. Nel 1845, si fece la inaugurazione dell’Osservatorio meteorologico, eretto alle falde del Vesuvio, con l'intervento degli scienziati, che allora trovavansi in Napoli, come appresso dirò. Il re fece erigere quattro diocesi in Sicilia, cioè in Siracusa, in Noto, in Acireale ed in Trapani, dispose che i vescovi sopraintendessero all’istruzione pubblica.

Re Ferdinando, ne’ suoi viaggi sulle coste del Regno, conobbe la necessità di stabilire de’ fari ad ecclissi per guida de’ naviganti; quindi ordinò che se ne mettessero parecchi lungo il littorale, e principalmente ne’ porti. La maggior parte di que’ fari erano secondo il sistema di Fresnel. Fece ricostruire varii porti, e principalmente quello di Brindisi, tanto necessario al commercio dell’Oriente, stabilendovi una scala-franca ed un lazzaretto, e quelli di Catania e di Girgenti; in Molfetta ne fece fabbricare un altro nuovo, avendo dato i mezzi opportuni per compiersi e perfezionarsi quelle opere tanto utili. In Castellammare volle che si costruisse un Cantiere mercantile, e con una scala atta a trarre a terra le navi, facendola prolungare per cinquanta piedi sott’acqua.

Avendo conosciuto quanto fosse necessaria la inumazione de’ cadaveri fuori l’abitato, ordinò che ogni comune avesse un Camposanto; e difatti in quegli otto anni se ne costruirono migliaia in tutto il Regno. Infine permise ed incoraggiò la fondazione di varii teatri, ne’ grandi e piccoli paesi. Però permettea ed incoraggiava la erezione de’ teatri, col patto espresso di non mettersi dazii comunali su’ generi necessarii al povero per accumulare i fondi onde erigersi simili opere; ma volea che si tassassero i ricchi, perché essi ne godeano. Fu questa la vera causa per la quale non permise al Municipio di Palermo che fabbricasse e decorasse un teatro grandioso, che dovea emulare questo di S. Carlo: si sa pure quante calunnie stupide spacciarono i rivoluzzionarii, perché il re non permise l’attuazione di quell’opera pubblica, che era eziandio di suo compiacimento per tante e svariate ragioni.

Dal 1840 al 1847, i municipii del Regno eressero varie statue marmoree a Ferdinando II di Borbone; una delle più rimarchevoli è quella innalzata nel 1841 nella Casina del teatro di Foggia, più grande del naturale. Un'altra del medesimo genere se n’eresse in Noto, nel 1842; altre quattro in Palermo rappresentanti i quattro re di Casa Borbone, ed una in bronzo, anche di Ferdinando II, nella piazza del Duomo di Messina. Que’ vulcanici ed attici isolani, nell’ultimo viaggio del re in quella città, gli fecero trovare la sua statua con gli orecchi turati e gli occhi bendati! Oggi però hanno i patrioti ministri italiani, che sebbene abbiano gli occhi bendati e le orecchie turate, nonpertanto tengono le mani libere.

Anche il principe ereditario di Baviera, nel 1847, volle innalzare una statua colossale di marmo all’infelice giovanetto Corradino lo Svevo, ultimo della Casa di Svevia, nella monumentale chiesa della Beatissima Vergine del Carmine in Napoli, ove furono deposti gli avanzi di quel principe assassinato da Carlo d’Angiò.

Nel febbraio del 1840, la città di Napoli cominciò ad essere illuminata a gas, quando ancora le altre città italiane ne erano prive. Il 30 maggio dello stesso anno, fu per la prima volta anche illuminato a gas il teatro S. Carlo, ed in seguito la passeggiata della marina di Palermo, detta Za Banchetta.

Un altro essenziale bisogno notò il re nei suoi viaggi nel Regno, cioè le non facili comunicazioni dal capoluogo al distretto, e spesso da una città di provincia all’altra; quindi ordinò che si costruissero le seguenti strade rotabili per la Sicilia. Quella che da Siracusa corre a Noto (1841), l’altra da questa città a Catania, una terza da Messina a Patti (1842) che dovea estendersi fino a Palermo, e fu compiuta poi nel 1859, una quarta da Caltanissetta a Canicattì (1842). Nella provincia di Napoli si costruirono altre strade rotabili presso questa capitale, cioè quella di Capodimonte che conduce a Marano (1842), e da questo paese a Qualiano; un’altra, detta dell’Arenaccia, dal R. Albergo de(:) poveri al ponte della Maddalena (1843); una terza che da Pozzuoli va al Capo Miseno e Miniscola. Nel 1841, s’intraprese la costruzione di quella strada detta Lucania che da Napoli conduce nella Basilicata. Nel 1844 e 1847 si costruirono più di trecento miglia di strade rotabili nelle province napoletane.

La ferrovia da Napoli a Portici che già era compiuta, nel 1841 si estese fino a Torre del Greco, e poi si prolungò fino a Castellammare e Nocera. L’11 dicembre 1843, si fece la solenne inaugurazione della ferrovia che da Napoli va a Capua, presente il re, la real famiglia, il corpo diplomatico e il ministero.

Nel 1845 si stipulò un contratto tra il ministro de’ lavori pubhlici e il cav. Armando Giuseppe Bayard de' la Vingtrie, a ciò si prolungasse la ferrovia da Nocera a Salerno. Un altro se ne stipulò il 6 marzo dell'anno seguente, col quale si concedeva ad una società di azionisti, rappresentati dall’ingegnere napoletano Emmanuele Melisurgo, Giovanni Pook e Davide Nunes Carvallo inglesi, per costruire una ferrovia da Napoli per le Puglie, e da prolungarsi fino all’estremo capo di Otranto, fin dove oggi giunge.

Fa veramente meraviglia e nausea sentir taluni, che tutt’ora si dicono borbonici, dir sotto voce, che Ferdinando II fosse stato nemico delle ferrovie, assegnando ragioni speciose e sciocche, da far ridere un Democrito;e tutto ciò è il risultato della lettura di que’ giornalacci detrattori ed empii, che consultano con te insulso pretesto di trovarvi notizie senza ritardo.

Le ferrovie non s improvvisano, e Ferdinando II nel far le opere pubbliche abborriva i contratti rovinosi allo Stato, e per vantaggiar questo, cercava tutta l'economia possibile. I miei benevoli lettori si potrebbero ricordare che i prezzi de' viaggi sulle ferrovie napoletane, fino al 1860, erano la terza parte di quelli che oggi sono. Quel sovrano cercava il bene reale de’ suoi popoli, e non voleva infeudare lo Stato agli stranieri о permettere carrozzini: il contratto di sopra accennato, prova che egli non era nemico delle strade ferrate, ma volea farle senza caricarci di tasse, debiti e dipendenze ad esteri costruttori delle medesime. Egli non facea costruire quelle strade per venderle agli stranieri nostri scorticatori, come han fatto e proseguono a fare gli attuali strenui economisti al potere, rigeneratori della patria, cioè delle loro tasche.

Taluni imbecilli о maliziosi fanno il confronto tra le strade ferrate che vi erano nel 1860 con quelle che abbiamo oggi in questo Regno, e battono le mani al progresso rivoluzionario, senza riflettere che son passati 17 anni, dacché questo ci domina. Io son di avviso, che se Ferdinando II fosse vissuto fin’oggi, il Piemonte non avrebbe quella scandalosa rete di ferrovie che possiede, costruito dopo il 1860, e le Due Sicilie ne avrebbero più di tutti gli altri Stati italiani: si sà, che sotto il regime di quel principe, questo Regno se fu secondo alle grandi nazioni nelle opere pubbliche, fu il primo in Italia, mentre oggi siamo gli ultimi. Nel 1842, conosciutosi il gran vantaggio che arrecava il Consiglio edilizio di Napoli, se ne istituirono altri in Palermo, Messina e Catania. In quello stesso anno s’intraprese la costruzione di quattro mercati in Napoli, uno nel quartiere Avvocata, presso Tarsia, il secondo a Forcella, nelle due strade dette Carboni e Zite, il terzo pel Quartiere Vicaria alla Carriera grande, e il quarto, pel quartiere di S. Giuseppe nella via Bellifiori.

Ferdinando II, re veramente nazionale, pensava di rendere questo Regno anche indipendente dalle manifatture estere, quindi promoveva, agevolava ed incoraggiava quelle indigene. Molte fabbriche di tessuti di seta, lana e cotone sursero in quegli otto anni; in Leonforte, piccola città della provincia di Catania, surse una stupenda fabbrica di tessuti di cotone; ed essendovi le materie prime, giunse a far concorrenza a qualunque simile industria (((11))).

Altre fabbriche fece erigere, nel 1842, quel sovrano, necessarie al ramo della guerra e marina. Mercé le cure del tenente-generale Carlo Filangieri, si fondò, nel piccolo forte di Pietrarsa, quel famoso opificio destinato alla costruzione delle macchine a vapore; fa il primo che si vide in Italia. Per la qual cosa, questo Regno non ebbe più bisogno di ricorrere all’estero per avere ogni sorta di macchine, anzi ne provvedeva gli altri Stati. Il commercio inglese se ne adontò, ed aggiunto alla questione de’ zolfi, fece di più sbraitare lord Palmerston, e dichiarare incivile, spoliatore e tiranno il re delle Due Sicilie, affrettandosi a fargli la rivoluzione, per la ragione che costui avea emancipato il Regno dalla dipendenza commerciale della mercantessa Albione (((12))).

Contemporaneamente a quell'opificio si costruì una nuova fonderia di cannoni ed altri giuochi di attrezzi da guerra nel Castelnuovo.

Dal 1842 al 1847, la marina militare fu molto migliorata ed accresciuta. Dopo che si organizzò il real corpo de’ cannonieri marinari e de’ marini con leva fissa, il re rivolse le sue cure alla flotta. Si costruirono e si vararono nei cantieri di Castellammare e di Napoli, in que’ sette anni, le seguenti navi da guerra: la fregata Regina con 60 cannoni, due brigantini, il Generoso e la Finanza, tre golette a vapore, il Flavio Gioja, il Delfino, la Sfinge e l'altra fregata l'Ercole.

Furono acquistati all’estero il brigantino a vapore Peloro, le pirofregate Guiscardo, Tancredi, Archimede, Carlo III, Sannita, Lilibeo e Maria Teresa. Ferdinando II, proclamato da’ rivoluzionarii antitaliano, metteva nomi nazionali alle navi della marina napoletana; Garibaldi italianissimo, a quelle acquistate col danaro. de’ siciliani, imponeva i nomi di taluni avventurieri, о di uomini illustri, ma sempre stranieri, come Tukery, Ferret, Washington, Orong, Aberdeen, Francklin ecc.; nomi che straziano gli orecchi italiani al sentirli pronunziare.

Circa l’esercito, in quegli otto anni, pensò a bene istruirlo e disciplinarlo; soltanto si formarono, nel 1840, il 13° di linea ed il 7° battaglione cacciatori.

Varii trattati di commercio fece re Ferdinando in quel tempo, e rinnovò quelli esistenti con Sardegna, Spagna, Francia, Inghilterra, Austria, Danimarca, Prussia, Russia ed America. Que’ trattati di commercio non erano rovinosi per questo Regno, come quelli che sogliono stipulare i governi settarii, per ingraziarsi le potenti nazioni ed invece erano tutti relativi al traffico de' rispettivi prodotti, a’ dritti di navigazione ed a’ dazii doganali, salvaguardando sempre le industrie patrie: perlocché il commercio delle Due Sicilie si rese più spigliato, sicuro e lucrativo. Con la Spagna, attese le cordiali relazioni di famiglia, fu messo in vigore il trattato del 1837, in forza del quale era permesso ai cittadini di questo Regno di viaggiare sul territorio spagnuolo co’ passaporti napoletani, e cosi viceversa.

Per meglio agevolare il commercio e le comunicazioni, fu stabilita, nel 1842, in Napoli una società di navigazione a vapore per Atlantico sotto la ditta Bellini-Quadri e C. oltre di quelle che si erano già stabilite per le comunicazioni interne e pel Mediterraneo. Onde dare al commercio lo sviluppo che richiedevano i tempi, fu aperta in Messina la Borsa de’ cambii, istituendosi un banco, come già si era istituito in Palermo, tutti e due dipendenti da quello di Napoli; inoltre in quella Capitale della Sicilia si fondò una cassa di sconto col capitale di mezzo milione di ducati.

Perché il re incoraggiava il commercio in tutt’i modi, nel 1845 accordò a Vincenzo Bartolo il grado di Alfiere di vascello, e la medaglia di onore del merito civile, in compenso di essersi spinto commerciando nei mari delle Indie orientali. A siciliani Federico Montechiaro e Giuseppe Carta accordò, al primo, il grado di pilota della real marina, al secondo quello di tenente, per aver tutti due aperto il commercio della Sicilia con le isole dell’Oceania. Domenico Avitabile, nato in Agerola, antico sott’uffiziale dell’esercito napoletano, essendosi recato nelle Indie, divenne generale di quei paesi, ed agevolò molto il commercio con questo Regno. Quando ritornò in patria, Ferdinando II gli accordò varie onorificenze in compenso di aver protetto i suoi connazionali in quelle remote contrade.

Il generale Avitabile regalò al re varie rarità indiane ed anche gli fece dono di due moretti schiavi, che furono tenuti al fonte battesimale da quel religioso sovrano; il quale al grandetto diè il nome di Ferdinando, al piccolo di Francesco, dichiarandoli liberi tutti e due; in seguito li fece istruire ed accordò loro una pensione vitalizia sopra i suoi beni particolari (((13))).

Dal 1841 al 47, la Corte di Napoli fu allietata per tre matrimonii degl’individui della real famiglia, per varie visite di principesse e principi reali e pe’ figli che la regina diè alla luce in que’ sette anni.

Nel 1842, D. Pedro imperatore del Brasile, per mezzo del suo ambasciatore in Napoli, fece domanda a Ferdinando II per ottenere in isposa la real principessa D. Maria Teresa sorella del medesimo re. Il 30 maggio dell’anno seguente, si celebrò per procura il matrimonio nella Cappella Palatina, con l'intervento del Corpo diplomatico, del ministero e di tutta la Corte. Nel medesimo tempo arrivò nella rada di Napoli una flotta brasiliana, per condurre al Brasile la imperiale sposa; ove fu accompagnata da altre navi della marina militare napoletana, agli ordini di S. A, R. il conte di Aquila, fratello del re.

Mi è doloroso rammentare che la real principessa D.(a) Maria Teresa di Borbone, oggi imperatrice del Brasile, l’anno passato venne a Napoli, girando e visitando questa città e dintorni, con una indifferenza, che confinava col più ributtante stoicismo, ed accompagnata dai nemici della sua augusta famiglia; curandosi poco de’ veri amici ed affezionati alla medesima. Volle fare un poco di sdolcinato sentimento, recandosi a visitar l’avello de’ suoi genitori in S. Chiara; ma trascurò quelle buone suore, come in nulla soccorse i poveri di questa città; e non pochi di costoro son tali per essere stati fedeli a quella dinastia a cui essa apparteneva.

Dopo che il conte di Aquila accompagnò la imperiale sorella in America, il 28 aprile 1844; sposò in Rio Janeiro la principessa imperiale del Brasile D.(a) Gennara di Braganza, che aveva una vistosissima dote. Quello stesso anno, il 25 novembre, si celebrò il matrimonio, nella Cappella Palatina di Napoli, tra la real principessa D.(a) Maria Carolina, figlia del principe di Salerno, e il duca di Aumale, figlio quartogenito di Luigi Filippo re de' francesi.

Dal 1840 al 47, la Corte di Napoli fu visitata da quasi tutti i sovrani e principi reali di Europa; ma le visite più rimarchevoli furono due, cioè quella della famiglia imperiale di Russia, e l’altra della regina di Spagna sorella del re, che fu poco gradita.

Il 23 ottobre 1845, l’imperatore e l'imperatrice di Russia, insieme alla granduchessa Olga, loro figlia, arrivarono a Palermo per passarvi l'inverno, a causa di una indisposizione dell’imperatrice. Gli augusti viaggiatori presero alloggio nella deliziosa villa di Butera, nell’ameno subborgo dell’Olivuzza. Re Ferdinando, di unita al conte e contessa di Aquila, e conte di Trapani, fu sollecito recarsi a Palermo per visitare gli eccelsi ospiti.

In quella felice circostanza, nella capitale della Sicilia, si fecero straordinarie feste popolari e di Corte. L’imperatore Niccolò, divenuto popolarissimo in quella città, passeggiava in mezzo a quel popolo affettuoso ed entusiasta, come l'ultimo de’ privati e senza alcun seguito; per la qual cosa avvennero fatti curiosissimi tra plebei e quel potentissima autocrata di tutte le Russie; il quale provava gran piacere in quelle innocenti avventure.

I siciliani, sempre eccessivi nel bene come nel male, erano deliranti di affetto per gli augusti ospiti. Re Ferdinando onorò costoro con le più splendide feste di Corte e con rassegne militari, eseguite sul campo d’istruzione alle falde del maestoso Monte Pellegrino.

Il 3 novembre gli augusti sovrani, con tutto il loro seguito, si recarono a Monreale, città quattro chilometri sopra Palermo, per visitare quella stupenda Cattedrale gotica, opera di Guglielmo II il Buono, re di Sicilia; ove trovasi favello di costui e l’altro di Guglielmo il Malvagio; ammirandosi, tra le altre rarità un Padre Eterno in mosaico di una straordinaria grandezza, che occupa più della metà della grau cupola interna, e parecchi fatti dell’antico testamento, ritratti anche in mosaico, con una precisione maravigliosa; questi si trovano sulle mura interne di quel tempio.

La tanto lodata ed ammirata imperiale granduchessa Olga sposò, col rito greco nel palazzo di Butera all’Olivuzza, il principe ereditario di Vittemberga; e il 6 di dicembre (1845), gli augusti viaggiatori partirono per Napoli, ed in questa città presero stanza nella Reggia, all’appartamento di rappresentanza, ánche qui vollero vedere tutte le bellezze e rarità di cui è profusamente ricca questa capitate; la Corte li onorò e li festeggiò con la tradizionale magnificenza borbonica. L 8 dicembre, festività dell’Immacolata Concezione dì Maria, l’imperatore, insieme al re, si recò al campo di Marte in Capodichino, per assistervi alla Messa solenne celebrata dal cappellano maggiore, sotto uno splendido padiglione; indi assistette al defilare delle truppe. Il 12 di quello stesso mese lasciò Napoli|con tutta l’imperiale famiglia e si diresse a Roma.

L’anno seguente, l’imperatore Nicola spedi in dono a Ferdinando II due cavalli di bronzo in atteggiamento sfrenato ed imbrigliati da due domatori, bella fusione eseguita in Pietroburgo, e modellati dal professore accademico, barone Cloot. Il re fece collocare quel gruppo tanto artistico, innanzi l'ingresso del piccolo giardino inglese, alla diritta del portico del real Teatro San Carlo. In fronte ai piedistalli che sostengono que’ cavalli e i domatori, havvi due iscrizioni, dettate dal comm. Bernardo Quaranta, insigne letterato; le quali rammentano il dono, il donatore e la venuta dell’imperatore di tutte le Russie, in questo Regno. Nel 1860, i civilissimi rigeneratori di queste nostre contrade, siccome i cavalli stanno inalberati e trattenuti da’ domatori, temendo che avessero potuto abbassar le zampe e schiacciare l'Italia una, voleano distruggerli, ma vi si oppose il console russo; e le iscrizioni già deturpate e guastate, più tardi il Municipio fu obbligato rifarle in fretta, ala in nero, e non già più a rilievo di ottone dorato.

Il 18 giugno 1847 arrivò a Napoli, sulla fregata francese Panama, Maria Cristina, vedova di Ferdinando VII re di Spagna, sorella di Ferdinando II, e prese stanza nella real casina del Chiatamone; fu ricevuta dalla regina madre e dal ministro spagnuolo duca di Rivas. Le guerre civili di Spagna, cui aveano dato luogo il testamento del re, voluto da. quella regina, revocandosi la legge sàlica per intronizzare la figlia di lei Isabella, a danno de' legittimi dritti del cognato D. Carlos, non poteano essere approvate da Ferdinando II; quindi Maria Cristina ricevette freddissima accoglienza. Il re, la regina, i conti di Aquila e di Trapani, conoscendo l'arrivo della medesima, per non incontrarla, anticiparono la loro partenza per le Puglie, accompagnati dal tenente-generale Filangieri. Per la stessa ragione era partito per la caccia di Persano l'infante di Spagna D. Sebastiano, cognato di Ferdinando II, uomo colto e valoroso, ex-generalissimo nell’esercito di D. Carlos dopo l’infame tradimento del general Maroto. Maria Cristina, visto che in Napoli era detestata a causa della politica di quel tempo, il 30 di quel mese, partì per Civitavecchia.

Il 28 marzo 1841, trovandosi la famiglia reale in Caserta, la regina diè alla luce un figlie, al quale fu dato il nome di Alfonso. Il re gli conferì il titolo di conte di Caserta, istituendogli un majorascato su' fondi di Caserta e S. Leucio; per tale lieta ricorrenza forgi soccorsi e grazie a' condannati politici. Il real principe D. Alfonso di Borbone conte di Caserta, sin da fanciullo, mostrò una tendenza al nobile mestiere delle armi; era egli ardito ed intelligente; quindi fece la carriera nell’arma dotta dell’artiglieria. Nel 1860 era colonnello, e il 21 settembre, insieme col fratello Luigi, conte di Trani, ricevé il battesimo di fuoco, là sulle vette di Caiazzo, mostrando un coraggio ed un sangue freddo superiori alla sua età; e poi, pe’ fatti di Mentana e di Spagna, riempì l'Europa delle sue gloriose geste, emulando l'intelligenza ed il valore di tanti e tanti suoi magnanimi antenati. Il conte di Caserta è di una amabilità senza pari, allegro e molto generoso; chi ravvicinò nell’esilio di Roma, oggi rammenta con piacere e riconoscenza о un atto di beneficenza о un’azione cavalleresca di quel principe, tanto amato dal suo maggior fratello.

Il 24 marzo 1843, la regina diè alla luce una figlia, alla quale fu dato il nome di Ma ria Annunziata. Quella real principessa, nell’esilio di Roma, sposò il figlio del granduca di Toscana, e per le sue virtù, divenne l’idolo dell’illustre e magnanima famiglia lorenese. Un’altra figlia partorì la regina Maria Teresa il 14 aprile 1844, e le fu dato il nome di Maria Immacolata. Quest’altra principessa, anche nell’esilio di Roma, sposò il fratello dell’imperatore d’Austria, col quale ebbe tre figli. Ma quel fiore italico, trapiantato sopra altro suolo, non attecchì e si spense di buon’ora. Maria Immacolata di Borbone morì giovanetta, compianta amaramente dal marito, da tutti i parenti di costui, da’ popoli dell’impero austriaco, e più di tutti da quelli della Stiria, che aveano provato i benefizii e le non comuni virtù di quell’angelo di principessa.

Il 12 gennaio del 1846, un altro figlio dava alla luce la regina: il re volle imporgli il nome di Gaetano, ed il titolo di conte di Girgenti, col majorascato sopra i beni di Carditello, di Calvi e di S. Andrea del Pizzone. Il conte di Girgenti lasciò questo Regno quando ancora era giovanetto; trovavasi allora tenente nel 3° reggimento di linea, e seguì l’augusta genitrice, prima a Gaeta e poi a Roma; ove si mostrò cortese e generoso con tutti coloro che seguirono nell’esilio la real famiglia. Fatto giovane, sposò la figlia della regina di Spagna. Egli si batté da valoroso in due guerre disgraziate; in Austria si coprì di gloria nella giornata di Sadowa, e più tardi nella rivoluzione di Spagna, dopo la diserzione di varii generali di quella monarchia. In un momento di collera, degenerata in manìa, quell’infelice principe si suicidò con un colpo di pistola: sopravvissuto poche ore, pentito della presa risoluzione, morì confortato da’ soccorsi della augusta e benefica religione degli avi suoi.

Una orrenda sventura sembra gravare sui figli di Ferdinando II; essi sono stati il bersaglio di un’avversa ed immeritata fortuna. La vetusta e maravigliosa prosapia de’ Borboni, va oggi raminga per l’Europa, ed ha sofferto mille sventure ed ingiustizie; essa è stata tradita e ripudiata anche da coloro che oppresse di benefizii e di onori. Non sappiamo quali sieno i fini di quella benefica Provvidenza, che or flagella ed ora esalta i regi, e sempre pel maggior bene degli stessi flagellati; quindi inchiniamoci umili e rassegnati alla stessa, ed attendiamo gli avvenimenti: che mai non durò a lungo l'opera dell'iniquità, né sono eterne le usurpazioni (((14))).


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CAPITOLO VIII

SOMMARIO

Congresso degli Scienziati italiani in Napoli. Pio IX Sommo Pontefice. Primi mesi del suo Pontificato. Rivoluzioni e Costituzioni nella media Italia. I settarii di Roma si levano la maschera. La Giovine Italia comincia la sua propaganda per mettere a soqquadro questo Regno. Rivoluzione in Messina ed in Reggio. Condanne e grazie. Dimostrazioni sediziose in Napoli ed in Sicilia. Suicidio del Conte Bresson. Morte di uomini illustri. Bibliografia.

Un fatto straordinario avvenne in Napoli nel settembre del 1845, che non fu ultima causa delle rivoluzioni che poi seguirono in questo Reame. Come già ho detto altrove, la sètta si serve di tutt’i mezzi buoni e cattivi per far ribellioni e ghermire il potere, ingannando i sovrani con l'orpello della scienza e del progresso de’ tempi ed i gonzi con altisonanti frasi di libertà, indipendenza, nazionalità, e benessere universale. Da più anni era usanza di congregare scienziati in qualche città italiana, con lo specioso pretesto di far progredire le arti, le scienze e le lettere; ma in fatto que’ congressi aveano lo scopo di diffondere i principii dissolventi la civile società, e la riunione de’ settarii della Giovino Italia per riconoscersi e confabulare insieme, onde preparare i mezzi a far guerra contro i governi costituiti. I cosi detti scienziati, non tutti settarii, essendovi quelli che operavano in buona fede, trovarono appoggio e favori presso qualche sovrano, che veramente volea il progresso delle scienze e delle belle arti; ed il primo che cadde nella pania, nel 1839, fu il granduca di Toscana, il secondo il barbaro tedesco, come allora chiamavasi l'austriaco imperatore. Perlocché con tali elementi eransi già tenuti sei congressi scientifici in varie città della Penisola; ed il promotore de’ medesimi era Luciano Bonaparte, principe di Canino, in gran fama di repubblicano. Sicché quando il Pontefice Gregorio XVI intese essere quel principe il fabbro di que' congressi, col suo segretario Masi li proibì ne' suoi Stati, indovinando il vero scopo.

Ferdinando II, sicuro dei suo retto operare ed importunato da’ consigli del ministro dell’interno, cav. Nicola Santangelo, né volendo esser secondo agli altri principi italiani nel promuovere le arti, le lettere e le scienze, permise che quegli scienziati in maschera si riunissero in Napoli; quel congresso fu il Settimo italiano. Si aperse in questa capitale, il di 20 settembre 1845, nella gran Biblioteca della R. Università degli Studii. Erano mille e quattrocento scienziati, la maggior parte ignoti; la presidenza fu data al ministro Santangelo. Alla solenne apertura intervenne il re, la real famiglia, il corpo diplomatico, la Camera, il ministero, i generali, la Consulta di Stato ed altre persone che occupavano alte cariche. Udita la Messa dello Spirito Santo nella Chiesa del Salvatore, e passata l'adunanza nella gran sala del Museo mineralogico, il primo a parlare fu Ferdinando II. Disse parole di maestà, incitatrici di scienza, e tali, che lo stesso principe Bonaparte, sorpreso, si volse a quegli che stavagli a fianco, esclamando: Valgono più le quindici parole che ora ha dette, che i quindici anni del suo Regno! Indi prese a parlare il ministro Santangelo e poi altri oratori.

Quel Congresso era diviso nelle seguenti sezioni: Agronomia e tecnologia, presiedute dal conte Gerardo Freschi, chimica da Gioacchino Taddei, zoologia dal principe Luciano Bonaparte, chirurgia dal cav. Leonardo Santoro, fisica e matematiche da Francesco 0rioli, archeologia e geografia dal cav. Francesco Avellino, botanica e fisiologia vegetale dal cav. Michele Tenore, geologia e mineralogia da Luigi Palmieri e medicina da Vincenzo Lanza.

Il palazzo Francavilla fu destinato per riunione degli scienziati; i quali spesso colà si riunivano, in apparenza, per discutere temi di scienze e di belle arti. Il re dispose che fossero trattati con tutti i riguardi di ospiti illustri. Fece dono ad ognuno di essi della Guida di Napoli, ligata splendidamente in due volumi, appositamente scritta e stampata per quella circostanza. Ordinò che si mettessero a lor disposizione le carrozze di Corte, necessarie per condurli a curiosare il Vesuvio da vicino, e per visitare le reali delizie nei dintorni della capitale. Quegli scienziati si ebbero festa da ballo in casa del ministro Santangelo, altra splendidissima in Corte; ed in quella occasione si aprì la gran sala abbellita e decorata a quest’oggetto. Ferdinando II fu lodato in prosa ed in versi, que’ sapientoni finirono col paragonarlo a Giove tonante trasformato in Giove pacifico; ed egli giù cominciava ad annoiarsi nel sentire questa e simili burrattinate. Si disse che Francesco Orioli gli avesse fatto il progetto di mettersi alla testa del movimento italico e farsi proclamare re d’Italia da rivoluzionari; ed egli avesse risposto, non voler trascinare nel fango il glorioso diadema degli avi suoi, qualunque si fosse il vantaggio î il malanno che gli sarebbe potuto avvenire; e quando altre ragioni mancassero a rattenerlo sulla negativa, vi sarebbe stata quella di non voler mettersi in guerra col Sommo Pontefice e con tutto l’orbe cattolico.

I napoletani si mostrarono indifferenti con quegli scienziati; il basso popolo, che spesso ha più buon senso de’ governanti, mentre que’ restauratori delle scienze erano festeggiati, egli li guardava bieco, e spesso li censurava e li derideva con frizzi plateali sì, ma bene assai a proposito.

Qual bene ritrassero le arti, le lettere e le scienze da tutti que’ Congressi italiani? Nessuno! servirono soltanto a rannodare le sparse fila della Giovine Italia, riconoscersi gli affiliati alta stessa e concertarsi tra di loro per tendere ad un fine comune, qual era quello di preparare la rivoluzione del 1848; due faziosi, mascherati ad uomini di scienze e di lettere, appena partiti da Napoli, ov’erano stati accolti e trattati troppo bene, stamparono vituperii e calunnie, degne di loro, contro i costumi di questo Regno e contro il lor Giove tonante trasformato in Giove pacifico: ingrati e buffoni! Sembra però che gli scienziati avessero portato con loro la maledizione in queste nostro contrade, come ancora nei resto della Penisola; dappoiché, dopo pochi mesi di quel Congresso, Napoli e tutto il Regno furono afflitti da varii flagelli. Oltre dell’eruzione del Vesuvio e dell’Etna, di tremuoti e di alluvioni, che devastarono parecchie città e paesi, si aggiunse la carestia de’ viveri.

La setta, giovandosi di quella pubblica sventura, mestò per suscitar rivoluzioni, e vi riuscì in Toscana, in Modena, nelle Romagne e in Lombardia, e quelle contrade patirono rapine e sangue. Il nostro Regno, ad onta che fosse il più preso di mira dalla sètta, nonpertanto rimase tranquillo mercé le benefiche cure del re. Il quale fece vendere il grano a prezzi miti da un tal Benucci fìttaiolo delle dogane, rifondendo egli il dippiù; ed in quel modo lenì la sventura del popolo, ed evitò tante penurie e catastrofi. Però quel danaro da lui dato a Benucci, per soccorrere la povera gente, la maggior parte servi, nel 1847, per far la rivoluzione delle Calabrie, come dirò tra non guari.

Un altro avvenimento di somma importanza sopraggiunse, per far cambiare la faccia a varii Stati di Europa. Il 1° giugno 1846, moriva il Pontefice Gregorio XVI, dopo di aver governata la Chiesa per 10 anni e tre mesi.

Fu egli un Papa di straordinaria fermezza, poiché sotto il suo Principato civile tenne a segno i settarii; ed i romani rammentano ancora con piacere il gran bene morale e materiale che godettero in que’ 15 anni di Regno felice. Il 14 dello stesso пиве, si aprì in Roma il Conclave, con sessanta cardinali, sei napoletani, due dei quali erano Francesco Serraci Cassano e Sisto Riario Sforza, creato cardinale ed Arcivescovo di Napoli nel Concistoro del 19 gennaio dello stesso anno. Il 18 giugno venne eletto Sommo Pontefice il Cardinale Giovanni Maria Mastai-Ferretti, già arcivescovo d’Imola, nato in Sinigaglia il 13 maggio 1792, e prese il nome di Pio IX.

Negli Stati romani erano avvenuti alcuni moti rivoluzionarii, repressi appena manifestati e senza quella feroce barbarie strombazzata ad arte da’ settarii. Appena morto Papa Gregorio XVI, giunsero a Roma deputazioni delle province, chiedendo riforme al Conclave. Pio IX, di cuor generoso ed angelico, volle appagare quelle domande, credendole vantaggiose al suo popolo; onde che riunito il Sacro Collegio de’ cardinali, non tutti concordi in quella faccenda, il 17 luglio, decretò generale amnistia pe’ reati politici, a patto però che gli amnistiati giurassero sul loro onore di non turbar più la pace dello Stato; il Santo Pontefice da sé giudicava gli altri! Tutti giurarono, ad eccezione di Terenzio Mamiani; almeno costui, nel mostrarsi pertinace, fu leale, e disse chiaramente quel che volea; ma gli altri ritornarono in patria, in apparenza pentiti, ma sitibondi di tumulti e sangue.

Dapprincipio, com'è costume de' settarii, si cominciarono le ovazioni e le dimostrazioni di affetto a Pio IX, preludii de’ prossimi crucifige: la sètta mazziniana già metteva in esecuzione i satannici precetti del suo capo, il quale prescriveva a’ suoi adepti: «Riunite il popolo, anche col pretesto di ringraziare i principi, per fargli conoscere la sua forza e la sua importanza.»

Intanto Massimo di Azeglio, forse non a parte delle secrete cose de’ caporioni della Giovine Italia, assicurava che la rivoluzione italiana dovea farsi con le mani in tasca.

I plausi a Pio IX furono strepitosi; tutto quello che è cattolico fu ipocritamente applaudito ed esaltato, anche i gesuiti furono festeggiati e benedetti da’ settarii! Gli osservatori superficiali о di buona fede s’illusero; sembrò lor rinato il trionfo del Cattolicismo, per mezzo di coloro che l’aveano perseguitato e calunniato; tanti messeri benedicevano quel movimento, che sembrava popolare, che avea dato pace alla Chiesa a al suo Capo visibile. Ma que’ plausi erano forieri di tradimenti, d’infamie ed orribili danni: Pio IX do«vea essere in tutto la figura di Colui che rappresenta sulla terra.

Questo gran Pontefice, senza sospetto, procedeva risoluto nel bene, attuando nello Stato pontificio tutte quelle novità volute dal vero progresso de’ tempi. Riordinò l'amministrazione pubblica, rendendola laica, emanò leggi savie sulla stampa, creò consulte di Stato, ordinò opere pubbliche e di beneficenza; ed apportò tanto bene in poco tempo a’ suoi popoli, che fu lodato dallo stesso Mazzini. Nonpertanto questo capo settario contemporaneamente scriveva a’ suoi adepti: «Il cammino del genere umano è sempre traccialo dalle ruine; chi teme le ruine non comprende la vita. L'Italia deve oggi uscir dalla prigione, rompere i legami de’ Papi e degl’imperatori; e perché si compiano i suoi destini, corrano pure fiumi di sangue, le città si rovescino le une sulle altre, e battaglie ed incenda succedano. Non importa! Se l’Italia non deve esser nostra, vai meglio prepararne la distruzione, e tale che ogni disfatta sia catastrofe finale. Però esortiamo popoli e soldati ad eseguir questo disegno, che nessuna città si lasci ritta al vincitore, e che esso trovi morte ad ogni passo. In tale guerra non si ceda, si distrugga. Sarà terribile tutta la vita di un popolo, non sarà che l’opera della rivoluzione. Combattiamo dunque e sterminiamo.»

Ecco che cosa voleano i redentori dell’Italia! Simili ordini avrebbero spaventato un Attila, un Maometto. Tant’è: se parlate co’ patrioti vi diranno, che il retrogrado, l'oscurantista, il birbante son’io, perché clericale; e che Mazzini era un progressista, un umanitario co’ fiocchi, e forse vi assicureranno pure che fosse un santo che facea miracoli. Quelli scritti di Mazzini, che fanno raccapricciar di spavento l’umanità, gli sciocchi governanti di que’ tempi, invece di pubblicarli a’ quattro venti della terra, per far rinsavire i balordi, credettero gran sapienza occultarli con ogni cura!

Mentre in Roma si festeggiava Pio IX, le città d'Italia quali si ribellavano e quali devano riforme, col grido di viva Pio! facendo feste ad Azeglio, a Montanelli, a Gioberti e funerali a’ fratelli Bandiera. Il primo a dar la Costituzione fu il granduca di Toscana; i rivoluzionarii non si acquieta volevano qualche cosa di più; e quindi che avvertiti a star tranquilli con una ordinanza sbizzarrirono, facendo tumulti in Livorno e nella stessa Firenze, ove si versò anche sangue. Quel granduca, che sino allora era il progressista, il padre vero della patria fu proclamato dagli stessi settarii tiranno e servo dello straniero, perché non fai loro volontà.

In Lucca ove regnava un duca di Casa Borbone, però debole e timoroso, al primo scoppio della rivoluzione, concedette le stesse riforme della Toscana; e se per tanti anni fu gridato tiranno, per quelle riforme venne dichiarata gran patriota, dotto e sapiente.

Carlo Alberto, carbonaro convertito, visti i movimenti rivoluzionarii, e supponendo Pio IX la sua stessa ambizione, fece di per mettersi alla testa de’ ribelli italiani, e così credeva farla anche al Papa. Però i settarii, memori del passato, e del come li avea trattati dopo la rivoluzione carbonara del Piemonte, non gli prestarono fede; ed egli per dar loro prove di essere ridivenuto dell’antica pasta, permise a Genova il centenario della cacciata de’ tedeschi da quella città, con grida di viva e di morte. Egli non fu né sciocco né generoso col largire una costituzione politica ad esempio del granduca di Toscana: autorizzò soltanto nel suo Regno le associazioni politiche, e la stampa non libera ma faziosa ed iniqua.

Dopo i festeggiamenti al Papa ed i tumulti nello Stato pontificio, i rivoluzionarii andarono diritti al loro scopo; non chiesero subito la Costituzione, invece vollero per allora la istituzione della Guardia civica; per togliere la forza dalle mani del governo ed armarsi contro lo stesso. Il cardinale Gizzi si oppose a quella pretesa, perché ne conobbe il pericolo; il teatino padre Gioacchino Ventura consigliò il Papa di concedere quella Guardia. Tosto avvennero dimostrazioni di gioia e clamorose, con evviva a Pio IX, e tumulti contro Gizzi, che si dimise, contro il governatore di Roma, monsignor Grassellini e contro il cardinal Lambruschini. In quella esce in piazza il facinoroso Cicerovacchio, ed imbeccato da’ settarii, grida che vi fosse una congiura contro il Pontefice, e che i gesuiti occultassero armi a questo scopo. Si armano i faziosi e vanno in cerca de’ supposti congiuratori; rovistano le case della Compagnia di Gesù e nulla trovano. Non contenti ancora dì tutti que’ baccanali e violenze, fanno una lista dì proscrizione contro gl’immaginarii congiuratori; fu allora, che cominciarono ad emigrare da Roma molte ragguardevoli persone. Nello Stato pontificio ed in Toscana col pretesto di ringraziare Iddio di aver salvato Pio IX da’ congiurati, si fecero altri tumulti e si versò anche sangue! La sètta, visto che i suoi affari andavano bene, fece indirizzi al Papa per dichiarar guerra al barbaro tedesco, e mettersi egli, novello Giulio II, alla testa degli eserciti. Pio IX dapprima tacque a quelle pretensioni da mentecatti, ma vedendo che l'entusiasmo per lui già degenerava in tumulti e fellonie, ammoni i suoi sudditi, facendo lor sentire, di esser grato alle profferte di affetto de’ medesimi, ma desideravali ragionevoli er tranquilli. Quel discorso non piacque e si cominciò a gridare contro lo stesso Pontefice; i settarii per avere un capo contro lo stesso, chiesero ed ottennero che ritornasse in Roma Terenzio Mamiani; il quale non avea voluto giurare sul suo onore di star cheto rientrando in patria: da allora la rivoluzione romana fece rapidi e luttuosi progressi.

Non si potea sperare che questo Regno rimanesse tranquillo, e non sentisse le conseguenze de’ tumulti di Roma e del resto dell'Italia, essendo i settarii solidali, e che tendevano ad una repubblica italiana. Qui però non si potea prendere il pretesto per far dimostrazioni e pazzie, onde domandar le stesse riforme concesse dal Papa e dal gran duca di Toscana, perché esistevano fin dalla venuta di Carlo III, e compite da’ successori di quel magnanimo sovrano. Questo Regno avea governo patrio, codici nazionali e sapienti, leggi liberalissime speciali e generali, Consulta di Stato, forte esercito, una marina, che era la prima di secondo ordine in Europa, Guardia civica a piede e a cavallo ed altre guarentigie di cui mancavano gli altri Stati della Penisola. Altro non si potea domandare che la Camera de’ deputati, eterna apportatrice di debiti, carrozzini e fallimenti, di subugli, disfatte e vergogne. Per la qual cosa i nostri bravi rivoluzionarii, per allora, si contentarono leggere i giornali incendiari di Roma, di Toscana e del Piemonte, scrivendo a medesimi corrispondenze piene di calunnie contro il governo di Ferdinando II e ridicoli piagnistei, invidiando lo stato anarchico in cui si trovavano quegli Stati.

Ne nostri boschi della Sila, in Calabria, erano de’ briganti che taglieggiavano, rubavano e facevono ricatti; i rivoluzionarii oprarono in modo da farsi amici que’ malfattori per servirsi de’ medesimi contro il governo ed in parte vi riuscirono. Ondeché il governo si decise di mandare in Cosenza e in Catanzaro un rinforzo di truppe e il generale conte Errico Statella con pieni poteri. Costui vi pubblicò un bando di amnistia per chiunque di que’ briganti si fosse presentato; e con questo ed altri mezzi conciliativi, in pochi mesi estirpò il brigantaggio, che già cominciava a mostrar tendenze politiche; cosi si acquietarono quelle intimorite popolazioni, con gran dispiacere de’ settarii.

Intanto era uno scandalo per la Giovine Italia, che le Due Sicilie stessero tranquille, mentre il resto della Penisola era in fiamme; quindi si fecero tutti gli sforzi per rivoltar questo Regno. I nostri faziosi, avendo ricevuta l’imbeccata da’ loro caporioni, nel mese di luglio 1847, si riunirono in conciliabolo; sul principio altro non seppero far di meglio che cacciar fuori due libelli. Uno dei quali chiedeva riforme costituzionali, e passò inosservato, soltanto deriso da coloro che ne ebbero cognizione; l’altro era una catilinaria, un tessuto di spudorate contumelie e calunnie contro il governo e contro il re, neppure si risparmiava la vita privata di costui e della real famiglia. Questo libello-famoso si ardì titolarlo: Protesta de’ popoli delle Due Sicilie, ed ottenne un gran successo presso i gonzi che bevon grosso. Il governo ne sequestrò migliaia di copie, ed i giornali del Piemonte gridavano alla tirannia borbonica per quel sequestro! Perlocché la polizia mise in carcere alcuni capi rivoluzionarii, cioè Carlo Poerio, Mariano d'Ayala, Francesco Trinchera e Domenico Mauro. Il tipografo Seguin e due torcolieri della stamperia nominarono un Giovanni Raffaele ostetrico di Naso, in Sicilia, non come autore della Protesta, ma come persona aderente a colui che l’avea scritta: Raffaele si salvò sopra un legno francese e fuggi a Marsiglia. Fu allora che i giovani torcolieri nominarono un D. Luigi, senza saperne il cognome; Luigi Settembrini, che avea la coda di paglia, fuggì a Malta, e di colà si dichiarò autore della Protesta de’ popoli delle Due Sicilie. La Masa, trovandosi pure in Malta, pubblicò su' giornali, che dodici siciliani eran pronti per assassinar Ferdinando II. In effetti, si buccinò che nella chiesa di Portici doveasi uccidere il re; per la qual cosa furono arrestati varii studenti: ed in vero la Protesta accennava a fatti di sangue.

Re Ferdinando, il 13 agosto 1847, ricordò le sue promesse fatte al popolo, quando ascese al trono, e che l’avea adempiute in tutti i rami della pubblica amministrazione, e particolarmente coll’estinguere i debiti dello Stato e col ridurre i dazii. Per dar maggiori prove del suo patriarcale modo di governare il popolo a lui soggetto, ordinò che dal 1° gennaio 1848 si diminuissero due milioni di ducati d’imposte, cioè che fosse abolito il dazio sul macinato in questi reali dominii e minorato di un terzo negli altri al di là del Faro. I rivoluzionarii abborrivano quelle vere riforme, tanto utili alla povera gente, maneando loro un argomento per gridar tiranno ä re, e ghermire essi il potere per farne quell’uso che oggi tutti sappiamo; quindi cominciarono col malignare le benefiche disposizioni di quel sovrano. Questi era in quel tempo assai proclive alla clemenza, ed in cambio di trattare i suoi calunniatori secondo i loro meriti, volea confonderli con la generosità, contentandoli in alcuni reclami che essi faceano e che putivano un poco di sedizione. Difatti appena i messinesi ricorsero contro l’intendente de' Liguoro, lo traslocò in Cosenza, ed invece mandò in quella città Giuseppe Parisi, già intendente di Catania, niente ostile a’ patrioti. Altre simili concessioni fece in quel tempo per contentar l'opinione pubblica; ma seminava il vento e raccoglieva tempeste; conciosiaché i rivoluzionarii dicevano essere inganni quelle concessioni, figlie della paura e della viltà; ed avendo preparate bene lo mine, si argomentarono subito dar fuoco per mettere in fiamme questo Regno.

Le prime prove rivoluzionarie furono eseguite in Messina. Il 1° settembre 1847, in occasione che fu promosso a generale il colonnello Busacca, il comandante le armi di quella città general Salvatore Laudi (((15))), e la maggior parte degli uffiziali di guarnigione, diedero un pranzo аll’Hotel Vittoria in onore del promosso. Antonio Placanico, commerciante di pelli, avendo racimolato un trecento vagabondi nullatenenti, ne’ bassi fondi di Messina, intendeva sorprendere ed impossessarsi di Landi e degli altri uffiziali subalterni, mentre tutti stavano a godere del pranzo.

Verso le 3 p. m. di quel giorno, al segnalo dello sparo di tre mortaletti, le bande di Placanico entrarono in Messina per varie vie, cioè dalla parte de’ Cappuccini, passando pel borgo San Leone, o San Leo, e da porta di Legna, riunendosi tutte nella via del Corso e gridando: Viva Pio IX, viva l'Indipendenza. Scesero dippoi nella strada Ferdinandèa, ove resta l'Hòtel Vittoria, e dove sedevano & mensa i generali e. gli uffiziali, con l’intento di sorprenderli e farli prigionieri. Costoro, avvertiti in tempo dagli stessi camerieri dell’albergo, ebbero il tempo di ritirarsi in Cittadella; il solo generale Busacca, che volle traversar la piazza del Duomo in carrozza, si ebbe una scarica di fucilate, e rimase leggermente ferito, salvandosi alla corsa anche in Cittadella.

Landi, fatto battere la generale, inviò varie pattuglie per tener fronte agl’insorti. Costoro tentarono di sopraffare varii posti di Guardia, né trascurarono quello del pubblico Banco, ov’erano dirette le principali loro mire; ma trovarono dovunque una vigorosa resistenza. Un caporale e pochi uomini del 4° di linea, difesero eroicamente quel posto, ad onta che due soldati cadessero morti.

Nel mentre si combattea in vari punti della città, Laudi spinse un distaccamento di soldati sotto il comando del 1° tenente Gioacchino Auriemma, valoroso uffiziale, ed una compagnia del 3° di linea agli ordini del capitano Giuseppe Caldarelli. Que’ due uffiziali s’incontrarono con gl’insorti nella strada d’Austria oggi Primo Settembre, e benché ebbero fuori combattimento molti dipendenti, pure la gloria di quella giornata restò a loro. I ribelli furono fugati dalla città, salvandosi per le campagne, e le vie della stessa vennero occupate militarmente; così rientrò l'ordine e la calma.

Il re rimunerò la guarnigione di Messina, decorandola con apposita medaglia di onore e di fedeltà, ed onorando i generali e gli uffiziali più prodi con ordini cavallereschi; ai Caldarelli (((16))) concedette l’insigne Croce di San Ferdinando, ad Auriemma quella di dritto di S. Giorgio della Riunione. Per non defraudare i miei lettori della parte comica di quel tentativo di rivolta, non voglio omettere un fatto, che serve eziandio a far conoscere sempre più, che nelle rivoluzioni non mancano mai i traviati ecclesiastici, che con le loro buffonate si rendono ridicoli anche in faccia a’ medesimi settarii. Un prete di figura grottesca, ardito ed intraprendente, poco scrupoloso in taluni casi di coscienza, ma del resto lo diceano onesto, certo abate Crimi di Galati, nulla sapendo che dovea avvenire quel trambusto, si facea la sua solita passeggiata. Però al sentire le grida sediziose, e al vedere la bandiera tricolore, perdette le staffe. Prima che si fossero avanzati i ribelli, si avventa contro una sentinella, presso la piazza del Duomo, e dopo un’accanita lotta di pugni, calci e morsi, la disarma; gitta il tricorno, il mantello e la sottana rimanendo in mutande, comincia a tirar fucilate da disperato contro i soldati. In quella breve lotta il reverendo abate Crimi fece prodigi di valore, ma fu costretto fuggire con gli altri rivoluzionarii, quando la truppa prese il di sopra. Egli fu inseguito ed arrestato, condotto in quella toletta in carcere, facendo ridere gli stessi suoi commilitoni. Ottenne grazia dal sovrano, ma lo vedremo tra breve alla testa di varie squadre siciliane combattere da valoroso, e mostrandosi moderato co' vinti.

Dopo il 1° settembre, Messina sembrava tranquilla; ma i ribelli, incoraggiati ¿alla moderazione dei governo del re, tentarono in seguito altri subugli e furono sempre battuti. Si fortificarono in un monastero e nelle case vicine al piano di Terranova, donde tiravano fucilate fin dentro la Cittadella. Il capitano di artiglieria, Luigi Mezzacapo, oggi ministro della guerra del Regno d’Italia, senza esporre о defatigare la soldatesca, alzò una specie di fortino nel medesimo piano di Terranova, e diresse tanto bene i colpi de’ suoi cannoni, che fece passar la voglia a’ ribelli di rimanere in que’ luoghi da essi fortificati. Dopo altri inutili ed intempestivi conati rivoluzionarii, l'ordine fu rimesso in Messina, e tutto ritornò, almeno in apparenza, nello stato di consueta tranquillità.

I settarii san far bene le rivoluzioni, ad onta che spesso son battuti di santa ragione, cioè tutte le volte che non son secondate dai militari felloni, о da’ ministri traditori: difatti la rivolta di Messina era il segnale di quella calabra e delle dimostrazioni sediziose di Napoli. Questa volta però trovarono generali ed uffiziali che fecero il loro dovere, e la rivoluzione fu repressa in tutto il Regno, e se la medesima alzò di nuovo il capo, dopo pochi mesi, la colpa si dee addebitare a taluni capi dell’esercito ed alla stessa bonarietà del sovrano.

Ho detto altrove che re Ferdinando, in vista della carestia del 1846, avea fatto consegnare una grande quantità di grano ad un tal Benucci, fittaiuolo delle dogane, per venderlo a basso prezzo alla povera gente. Costui ne affidò la cura ad un Domenico Romeo, uffiziale delle dogane e nativo di S. Stefano presso Reggio; il quale alla sua volta percorreva instancabilmente le province calabre per organizzarvi la rivolta; ed invece di far godere i bisognosi del grano a buon mercato, vendeva о lo dava gratis a’ suoi aderenti.

Romeo avea gran premura far presto la rivoluzione, perché da un momento all’altro potea esser chiamato a dare i conti, e consegnare quella somma di danaro che dovea trovarsi in suo potere; mentre egli se n' era servito per arruolare faziosi e sfaccendati, e far coincidere la ribellione di Messina con quella delle Calabrie; quelle sue fellonesche cure e proponimenti furono pel momento coronate di felice successo.

Domenico Romeo avea guadagnato a sé un Zerbi, funzionante d’intendente, il capitano de’ gendarmi Leopoldo Cava ed altri uffiziali. Dopo di aver riunito in S. Stefano un centinaio di quella gente, che per varii motivi si presta a suscitar subugli, la notte dal 1 al 2 settembre, insieme a’ suoi fratelli Stefano e Gabriele, piombò sopra Reggio, ove si riunì ad altri tredici congiurati, che l'attendevano; tra’ quali il canonico Paolo Pellicano, il quale con una mano brandiva la spada con l'altra crocefisso, Pietro Mileto maestro di scherma, Antonio ed Agostino Plutino, Francesco Genovese, Domenico Muratori, Antonio Cimino e Casimiro de' Lieto. Non fu difficile a’ ribelli di opprimere i pochi gendarmi traditi dal loro capitano, che li avea chiusi nella caserma obbligandoli così a depositare le armi senza una valida difesa.

La mattina del 2, Romeo intimò la resa del castello di Reggio; il principe di Aci, comandante le armi, senza opposizione, vilmente cedette. In conseguenza di quella vittoria, ottenuta con le mani in tasca, giusta il detto di Massimo d'Azeglio, i ribelli s’impossessarono della Cassa provinciale — essendo questo per loro l’affare più interessante — e proclamarono il governo provvisorio, rappresentato da sette persone a capo delle quali il can. Pellicano. Stamparono un manifesto proclamante la Costituzione del 1820, con la solita conclusione finale di que’ tempi di viva Pio IX, viva l'indipendenza italiana!

Michele Bello, Rocco Verducci, Pietro Mazzone. ed altri faziosi corsero a Gerace per proclamare anche in quel capo distretto il governo rivoluzionario; ma i cittadini, atteggiati. La difesa dell’ordine pubblico, li fecero fuggire. Avendo incontrato il sottintendente Bonafede, che con tre gendarmi andava incontro ad essi su piccola barca, lo fecero prigioniero e lo condussero a Bovalino, ove fecero cantare il Te Deum. In seguito si spinsero fino a Siderno e Roccella, proclamando dovunque la ribellione e con tutti i soliti accessorii alla medesima.

La notizia della rivolta calabra volò sulle ali del telegrafo, e la mattina istessa del 2 settembre seppesi a Napoli. Immediatamente il re riunì il Consiglio de’ ministri, e si decise mandar truppe per comprimere i faziosi. Si spedi un reggimento di fanti, un battaglione di cacciatori e due cannoni di montagna; tutto fu imbarcato sulle pirofregate Ruggiero e Guiscardo, la prima sotto gli ordini del capitano di fregata Leopoldo del Re l'altra di Antonio Bracco; il comando in capo fu dato al conte d'Aquila.

Ferdinando II assistette all’imbarco de’ soldati; a mezza notte le. due fregate salparono dal porto militare di Napoli, e giunsero a vista di Reggio alle 10 antimeridiane del 4 settembre. Appena i reggini videro la flottiglia, spedirono una deputazione al comandante della stessa, pregandolo di sbarcar subito e scacciare i rivoluzionarii della città. Del Re, prima di tutto confina cannonata abbatté la bandiera tricolore, che sventolava sul castello, indi finse sbarcar sotto Reggio; ma rapido volse al vicino villaggio di Pentimele e colà mise a terra la sua gente, senza esserne molestato.».

I rivoluzionarii, che aveano giurato, о Costituzione del 1820 о morte, subodorando che la truppa volesse far davvero, fuggirono in disordine verso Staiti e poi su’ monti, incalzati sempre da un pugno di soldati, sotto gli ordini del tenente-colonnello de' Corné.

Il capitano de’ gendarmi Leopoldo Cava, volendo riparare, a modo suo, la fellonia di aver fatto cedere le armi a’ suoi dipendenti, si armò di una carabina, e trasse a tradimento un colpo contro Stefano Romeo, che ferì leggermente; di rimando si ebbe una scarica di fucilate da’ ribelli, rimanendo sull’istante cadavere; e cosi fu punito del suo doppio tradimento. La truppa entrò acclamata in Reggio, abbatté i segni rivoluzionari e rimise il governo del re.

Mentre queste cose succedevano nel Reggino., il brigadiere marchese Ferdinando Nunziante, con altri due mila uomini, sbarcava al Pizzo, e per la via di Palmi mancò sopra Gerace; ed aiutato dalle guardie urbane, fugò dovunque i ribelli Costoro erano riuniti in Boccetta, e capitanati da Pietro Mazzone, alla notizia di quel secondo sbarco di soldati, trepidarono; e mentre questionavano sul partito a prendere — che poi scelsero quello di sbandarsi—il loro prigioniero sott’intendente Bonafede se ne fuggì, e il 7 settembre rientrò nella sua residenza di Gerace. Nunziante occupò questa città senza colpo ferire; ed alcuni storici alla Dumas, tra quali un Michitelli, per esaltare il valore de’ ribelli, inventarono imboscate alle truppe e pugne omeriche che non avvennero.

Intanto Domenico Romeo, fabbro di quelle ribellioni, fuggiva su' monti, perseguitato dagli urbani di Pedavoli e Seido; ed essendo stato ferito da un calcio di cavallo, si rifugiò col nipote Pietro Romeo in una campagna presso la spiaggia di S. Stefano. Colà trovato da’ suoi persecutori, ebbe intimato Tarmato; ma egli in risposta fece fuoco sopra il capo urbano e l'uccise; di rimando fu crivellato da una scarica di fucilate, tratte dagli urbani, rimanendo all’istante cadavere. Pietro Romeo fu arrestato e condotto a Reggio.

De’ ribelli di Calabria molti si presentarono, e circa duecento furono arrestati in varii luoghi. La Commissione militare di Gerace condannò a morte Michele Bello, Pietro Mazzone Gaetano Buffo, Domenico Salvadore e Rocco Verducci, che furono fucilati il due ottobre. Nel seguente mese di novembre, la Commissione militare di Reggio, ne condannò varii alla galera e quattordici nel capo, tra’ quali i sette del governo provvisorio. La moglie di Casimiro Lieto noleggiò all’infretta un vapore e partì per Napoli, ed essendosi gettata a’ piedi del re, ottenne grazia non solo pel marito, ma per altri nove condannati a morte. De’ quattordici condannati all’estremo supplizio vennero fucilati i quattro principali capi rivoluzionarii, cioè Favaro, Morabito, Giuffré e Ferruzzano.

I giornali settarii d’Italia, senza tener conto delle grazie sovrane, imbestialirono, contro Ferdinando II, pubblicando menzogne e calunnie circa la rivoluzione calabra. Prima andavano in sollucchero raccontando in quanti modi atroci i ribelli avessero seviziato ed ucciso i soldati e gli urbani: quando seppero che costoro erano vincitori, cambiarono linguaggio, accusadoli di croati e fratricidi. Inveirono contro il re, chiamandolo tiranno e mostro, mentre avrebbero preteso che costui non avesse repressa la rivoluzione, ed avesse fatto uccidere i soldati e gli urbani, dai redentori della patria! Calunniarono de' Corné e gli altri capi della milizia, e soprattutto il brigadiere Nunziante, accusandolo di avere invitato il giovane Mazzone a presentarsi, col promettergli la grazia sovrana, e che poi lo fucilò proditoriamente, prima del tempo stabilito dalla legge.

Queste sfacciate menzogne contro Nunziante erano ripetute per invidia anche da taluni ministri del re atteggiati ad umanitarii: eran costoro carbonari concertiti, tra quali un del Carretto, che pochi anni prima avea fatto inutili e sanguinose rappresaglie al paesello del Bosco ed in Siracusa.

È una sfacciata calunnia il dire che Nunziante avesse fatto fucilare i cinque capi faziosi di Gerace prima del tempo stabilito dalla legge. Al contrario è un fatto incontrastabile, asserito eziandio da onestissimi militari, oggi infama di liberali, e che allora trovavansi presso il medesimo Nunziante, che questi chiese la grazia sovrana pe condannati a morto dalla Commissione militare; grazia che non giunse, e si suppone a causa degl’intrighi di qualche ministro, non facendo giungere al re le benevole raccomandazioni di quel generale. In effetti se Ferdinando II fece grazia della vita a’ dieci condannati di Reggio, per h sola pietà che gli destò la desolata moglie di Casimiro Lieto, è da supporsi che avrebbe fatta anche la medesima grazia a’ ribelli di Gerace, se gli fosse giunta la raccomandazione del Nunziante. Né questi si sarebbe arbitrato fucilare cinque individui prima del tempo stabilito della legge, sapendo le disposizioni benevole del sovrano a favore de' rei. Vi fu dunque, in quella trista faccenda di Gerace, lo zampino della sètta, aiutata da quella gente tristissima che circondava il re, per far credere essere costui quel che non era, e per offuscar l’onore di un generale benemerito alla dinastia ed al paese. Ferdinando II dopo la rivoluzione di Messina e di Calabria, si mostrò clementissimo verso i ribelli ed ordinò che i rei iscritti ne ruoli de’ latitanti fossero giudicati regolarmente dalle Cori speciali; per gli altri abolì qualunque procedimento, e volle che fosse sospesa qualunque esecuzione capitale. In conseguenza di ch fece grazia a tutti coloro che i tribunali avea no condannati a morte, ed a quelli a ferri accordò pieno perdono. Quelle grazie furono estese a ribelli di Messina, ove ne primi giorni di settembre venne fucilato un sol ribelle cioè il calzolaio Giuseppe Sciva. La clemenza di quel sovrano la sètta la proclamò debole e paura, ed i giornali faziosi trovarono quest’altro pretesto per eruttare altri vituperi contro lo stesso. Rinnovo a’ miei lettori i preghiera di ricordarsi della storiella del vecchio che andava al mercato, raccontata ne capitolo П.

Siccome si dicea che le altre provincie si sarebbero sollevate contemporaneamente a Messina e Calabria, si mandò, nel medesimo, tempo, negli Abruzzi una colonna mobile di fanti, cavalleria ed artiglieria comandata dal generale Carrabba. Un’altra se ne spedì ne Principati, sotto il comando del general Gaeta e due scorte leggiere sotto gli ordini del colonnello conte Giuseppe Statella e del colon nello Cutrofiano, la prima per andare nelle Puglie, l'altra nella provincia di Molise, tenendosi in comunicazione con le altre. Però ad eccezione delle Calabrie, il rimanente delle province al di qua del Faro, nel 1847, rimasero tranquille.

I rivoluzionarii di Napoli non trascurarono di far le loro brave dimostrazioni: la sera del 16 settembre, alcuni giovinastri, riuniti nel piano della Reggia per sentirvi la musica, si sciolsero col grido: Viva Pio IX, viva il те. La polizia, con ordinanza affissa a tutti i cantoni della città, proibì le grida di viva il re. La sera del 22, altri faziosi si riunirono nel piano della Carità, e si diressero verso il palazzo de’ ministri gridando: Viva Pio IX, viva l'indipendenza italiana, aggiungendo altri gridi contro i ministri del re: appena comparve la forza pubblica, si sciolsero.

Ferdinando, lusingandosi di far cessare le dimostrazioni contro i ministri, e specialmente contro Santangelo, fece dimettere costui dal ministero dell’interno, e divise questo ramo in tre, cioè interno, agricoltura e commercio e lavori pubblici, affidandoli al commendatore Giuseppe Parisi, Antonio Spinelli e Pietro d’Urso, tutti e tre bene accetti alla rivoluzione. Tolse il Ferri dalle finanze ed invece vi destinò Giustino Fortunato, vecchio carbonaro. Quel cambiamento di Ministero piacque, perché si giudicò un principio d’altre concessioni più interessanti; nonpertanto le dimostrazioni continuarono più clamorose in Napoli ed in Sicilia. Io l’ho detto altra volta e giova ridirlo, che i re son come le donne: guai a loro quando cominciano a concedere, il primo passo obbliga agli altri, finché si giunga alla totale catastrofe!…

I rivoluzionarii di Palermo, non volendo essere secondi a quelli del continente, la sera del 27 settembre, nel teatro Carolino, alla metà dello spettacolo, uomini e donne si alzarono, gridando: Viva Pio IX, viva il re, e chiesero la Guardia nazionale. Da palchi pittarono molte cartoline tricolori nelle quali si leggeva: «Il re ha mandato via Santangelo, e ne ha dato i portafogli a tre galantuomini; ha concesso l'amnistia agl’insorti di Messina, ed ha cambiato il suo confessore, Viva Pio IX, viva il re!» il giorno seguente, con la bandiera a tre colori, percorsero varie vie di Palermo; giunti presso la statua di S. Rosalia, giurarono l'indipendenza della Sicilia.

In Termini, Cefalù, Misilmeri e Bagaría furono affissi alle mura de’ cartelli sediziosi; ed in Carini si fece un tentativo di rivolta. In Corleone, in un banchetto, si proclamò l'Inghilterra liberatrice della Sicilia (poveri gonzi!) e si fecero dimostrazioni con le solite grida. In Trapani incoronarono la statua di Pio IX, e col pretesto che la plebaglia volesse saccheggiar le case de’ ricchi, s’improvvisò la Guardia nazionale.

Altri sconvolgimenti e trambusti avvennero in Napoli la sera del 14 dicembre; alcuni agitatori tentarono far le solite dimostrazioni; comparvero i commissarii di polizia Morbillo e Campobasso, alla testa di pochi poliziotti, e corsero bastonate. Non mancano storici appassionati di raccontarci le prodezze fatte da qualche rivoluzionario, descrivendolo alle prese con venti o n erita birri, mettendoli tutti fuori combattimento. Il fatto si è che in quel subuglio furono arrestati varii patrioti, tra’ quali il maestro di scherma Achille Parisi, Camillo Caracciolo, figlio del principe di Torella, il duca Francesco Proto, ed il pittore Saverio Altamura. Taluni di quelli arrestati furono condotti nel carcere di S. Maria Apparente, ed altri in quello di S. Francesco fuori Porta Capuana, per istruirsi il processo a carico de' medesimi. Però dopo meno di un mese vennero messi tutti in libertà, insieme a Carlo Poerio e Mariano d'Ayala, tenuti in carcere come aderenti о sospettati autori della Protesta de' popoli delle Due Sicilie. La escarcerazione delle sopranominate persone riuscì ad un’altra dimostrazione contro il governo.

Tutti i giorni si tentavano sommosse in Napoli ed in varii modi; spesso vedevi fuggire un gruppo di sediziosi fingendo paura, mettendo lo spavento nella gente pacifica, che cominciava pure a correre senza sapere il perché; quindi un parapiglia. I magazzini si chiudevano con fracasso, avvenivano sconcezze, gridi strazianti, si davano busse all’impazzata; ed in tutto quel diavolìo, quelli che più ne approfittavano erano i ladri, che facevano un facile bottino, e poi i giornali faziosi italiani descrivevano quelle paure e sconcezze di Napoli come altrettante giornate di luglio avvenute in Parigi nel 1830. Il governo fu costretto far perlustrare Toledo ed altre vie dalle pattuglie svizzere e di gendarmi a cavallo. I quali, prima furono fischiati, e poi con proclami, a stampa proclamati mercenarii; e que’ militari fremevano e soffrivano tutto in conformità degli ordini ricevuti. A tanti mali si aggiunse l'astio privato tra Del Carretto, ministro di polizia, e il maresciallo conte Giovanni Statella, comandante la Piazza di Napoli, che a vicenda l'un Valtro contraddicevansi, inceppando in quel modo andamento del servizio, perché l'uno dei due cedesse. intanto ne approfittavano i rivoluzionarii.

Mentre quei subugli e quelle gare tra’ governanti rendevano debole l’azione del governo, lasciandosi impresse le sedizioni e baldanzosi i ribelli, ecco comparire un indirizzo al re da’ caporioni del movimento italiano, intitolandosi Gl’italiani dell’Unione; col quale lo pregavano di accedere alla politica di Pio IX, di Leopoldo di Toscana e di Carlo Alberto. Quell'indirizzo era firmato da Cavour, Silvio Pellico, Brofferio, Durando, Masi, d’Azeglio, Armellini e Sterbini. Cosi finiva l'anno 1847, foriero di terribili sconvolgimenti sociali dell’altro che lo seguiva.

Prima di finir questo capitolo, credo necessario ricordare un fatto avvenuto in Napoli in persona dell’ambasciatore francese, che fu causa non ultima de’ cambiamenti di varii governi, e fa conoscere eziandio lo stato anormale in cui si trovavano le relazioni politiche di taluni Stati primarii di Europa.

Il conte Carlo Bresson, da poco tempo venuto a Napoli, in qualità di ambasciatore del re Luigi Filippo presso questa corte, abitava nell’albergo di Zir alla Villa reale. Il 2 novembre di quell’anno 1847, quell’ambasciatore fu trovato cadavere nella sua stanza, prossima a quella della moglie e del figlio, con le carotidi recise, ed in un lago di sangue; robe e carte in grande disordine, il cameriere fuggito.

I settarii non tralasciarono di pubblicare le solite lord calunniò, dicendo che Bresson era stato assassinato dalla polizia borbonica, la quale nessuno interesse potea avere alla morte di quel diplomatico. La voce più accreditata, e quasi da tutti creduta fu, che l'ambasciatore di Francia portasse con sò de’ documenti di una lega continentale contro l'Inghilterra, e questa glieli avesse fatto involare dal compro cameriere; ond’ei, disperato per salvare il suo onore, si fosse suicidato. I resultati conformi a questa credenza non tardarono a farsi palesi; la rivoluzione di Francia, del 1848, contro Luigi Filippo, aiutata dagl’inglesi, non fu estranea al suicidio dell'ambasciatore Bresson.

Nominerò in ultimo gli uomini più illustri di questo Regno, morti dal 1840 al 47. Nel 1840, il tenente-generale marchese Giuseppe Tschudy, nato in Napoli. Nel 1841, marchese d’Andrea, ministro delle finanze. Nel 1842, conte Francesco Ricciardi di Foggia, politico e letterato. Nel 1843 conte Michele Milano di S. Giorgio, naturalista e letterato, ed il marchese Gargallo di Siracusa, poeta e traduttore esimio di varii classici latini. Nel 1844, il cardinale Filippo Giudice Caracciolo, arcivescovo di Napoli, restauratore di questo Duomo. Nel 1845, Pasquale Leonardi di Cattolica, in Sicilia, fondatore della clinica ostetrica nella Regia Università di Napoli e Gabriele de' Simone, capitano di fregata, inventore delle catene di ferro a torciglione, sostituita alle gomene, e moderatore della bussola marittima. Nel 1846, barone Pasquale Galluppi di Tropea, insigne filosofo, morto in Napoli il 12 novembre di anni 76, ed il cav. Antonio Nanula di Barletta, fondatore del gabinetto anatomico della regia Università di Napoli. Nel 1847, Basilio Puoti di Napoli, insigne letterato, morto in patria di anni 66, ed il cav. Giovanni Castellucci dTschia, dotto cerusico, introduttore della Litotrizia, cioè operazione per cui si stritolano i calcoli nella vescica.

BIBLIOGRAFIA

Ecco infine le principali opere pubblicate dal 1840 al 47.

Nel 1840, Istituzioni di logica e metafisica del P. Matteo Liberatore, Manuale di notomia topografica di Pietro Ramaglia, I principii di economia politica di Antonio Scialala. Compendium theologiae moralis dell'ab. Agnello Porpora. Nel 1841, Storia economico-civile di Sicilia di Lodovico Bianchini. Trattato di ostetrica di Giovanni Raffaele, Fisica sperimentale di. Luigi Palmieri, Storia letteraria di Sicilia de' tempi greci dell'ab. Domenico Scinà, e Teatro drammatico del barone Giov. Carlo Cosenza. Nel 1842, Storia della filosofia di Pasquale Galluppi, ed Origine de’ Feudi nel Regno di Napoli e Sicilia di Giacinto Dragonetti. Storia generale della Sicilia di G. Ferrara. Nel 1843, Catechismo filosofico-storico-apologetico della Religione cristiana dell'ab. Giuseppe Mazzarella; il tenente-colonnello Antonio de' Focatis inventò un nuovo affusto di cannone. Nel 1844. Bellezze della Fede del P. Gioacchino Ventura, Le Vite de’ più celebri capitani napoletani di Mariano d'Ayala Storia della medicina dalla sua origine fino a’ tempi nostri di Pasquale Manfrò, e Trattato di dritto criminale di Francesco Zuppetta; Paolo Anania de' Luca inventò il pallone idrostatico. Nel 1845; Saggio di dritto naturale appoggiato sul fatto del P. Luigi Tapparelli, Corso di storia ecclesiastica dalla venuta di Gesù Cristo fino a’ tempi nostri, comparata con la storia de’ tempi dal P. M. Tommaso Salzano, Ragguagli storici del Regno di Napoli del conte Gennaro Marnili, e Cenno delle artiglierie napoletane di Girolamo Ulloa; il prof. Gutti Galletta inventó un nuovo orologio solare, il quale indica le ore del giorno, l’entrata del sole nei segni del zodiaco, la differenza del tempo medio e tempo vero, il mese ed il giorno del mese. Nel 1846, Lezioni di Oftalmiatria di Giovambattista Quadri; il professore di fisica Luigi Palmieri perfezionò con nuovo metodo telegrafo-magnetico-elettrico. Nel 1847, Della civiltà d’Italia e della sua letteratura nel eccole IX di Ferdinando Malvica, e Memorie storiche sulle province del Regno di Napoli di Domenico Valente.


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CAPITOLO IX

SOMMARIO

Rivoluzione di Palermo del 12 gennaio 1848. Insipienza di de' Majo, luogotenente del. re. La truppa, dopo di avere sbaragliato i ribelli, si ritira nel quartieri per ordine del medesimo luogotenente. Governo provvisorio. Ruggiero Settimo. Bombardamento di Palermo. Protesta del commodoro inglese Lusigton e de’ consoli di varie nazioni. I ribelli, fatti più arditi dalle protezioni estere, cominciano ad assalire i soldati ne’ quartieri militari.

Eccoci giunti a l un epoca ove comincia a» manifestarsi l'ignavia, la viltà e il tradimento di taluni condottieri dell’esercito napoletano; e di non pochi magistrati e funzionari di questo disgraziato Reame, stato sempre in preda ad uomini che senza rimorsi hanno aiutato potentemente la sètta; la quale ha sempre seminato i campi e le città di cadaveri. Però non si adontino i miei lettori, che pur dirò di condottieri e di altri uomini che furono e sono l'orgoglio del nostro bel paese.

Gli altri Stati d’Italia si erano ribellati ai loro principi col pretesto di ottenere delle riforme politiche, ed in realtà per cacciarli via. Il grido di rivoluzione che il 12 gennaio 1848 parti da Palermo fu terribile, ma direi quasi leale; esso disse quel che volèa, cioè la separazione della Sicilia da Napoli, un'amministrazione indipendente sotto la medesima dinastia. È inutile che. i settarii si arrovellino a volerci far credere che quell’Isola fosse stata tiranneggiata da’ Borboni, inventando menzogne e calunnie; invece avrebbero dovuto dir francamente, che i siciliani vogliono essere un popolo a sé, perché hanno tutti i dritti e requisiti per essere autonomi. Gran verità conosciuta poi da un cavalleresco e sventurato giovine sovrano, il quale dalle rovine di Gaeta, con proclama dell'8 gennaio 1861, appagava appieno le secolari aspirazioni ed i bisogni di quegl’isolani. Ma era scritto lassù, che l'eroica Sicilia dovea esser provincia di non si sà di qual capitale del continente. La Sicilia avea poco о nulla da lagnarsi de’ Borboni, credo di averlo dimostrato co' fatti nel corso di questo lavoro; anzi era divenuta ricca di ottime leggi di opere pubbliche, godendo un benessere morale e materiale, che non può venirle mai più ridonato da qualunque altro governo. que' tempi felici, grazie alla sètta cosmopolita, saranno una ricordanza di maggior dolore nelle attuali miserie. Se io affermassi che la rivoluzione di Palermo, del 12 gennaio 1848, fosse stata un effetto del solo lavorio della sètta, mentirei sfacciatamente, ma dirò che fu eminentemente popolare. Però quella rivoluzione non non fu fatta per abbattere la dinastia, invece per liberale il paese da taluni sciocchi abusi della birraglia, e per ottenere quella necessaria autonomia donata dal primo fondatore della prima monarchia italiana, e confermata da tutt’i sovrani nazionali e stranieri. Fu questo il vero primitivo scopo della rivolta siciliana di quel tempo; in seguito si misero in mezzo i truculenti settarii, e le diedero un indirizzo falso e deplorevole, perchè voleano giungere ove adesso ci han condotti.

Trovavansi in Palermo due uffiziali di artiglieria, Longo ed Orsini, tutti e due educati a spese del re ne’ collegi militari di Napoli; i medesimi credettero dimostrare la loro gratitudine con rivelarsi redivivi Iscarioti. Divenuti arnesi di sètta, si unirono ad un Angelo Gallo, fonditore, in bronzo, creato cavaliere da Ferdinando II, e dallo stesso regalato di seimila ducati a titolo d’incoraggiamento per la sua fonderia. Gallo facea attiva propaganda contro il governo, e facea di tutto per guadagnare a sé i sottuffìziali dell’esercito. Allorquando credette il tempo opportuno, Consigliò i suoi amici Longo ed Orsini d’impossessarsi del parco di artiglieria, per rivolgerlo contro i propri compagni d’armi. A dispetto della loro circospezione, gli audaci disegni furono indovinati da un sergente, che subito li accusò al generale Pietro Vial, per mandante le armi della provincia di Palermo. Era quel generale nativo di Nizza; da giovanetto servì i reali di Napoli, passò per varii gradi della milizia, e quindi fu brigadiere ed anche direttore di polizia. Era avveduto ed inflessibile trattandosi del servizio militare della fedeltà verso il sovrano. Avea egli prevista la imminente rivoluzione in Palermo, parché conoscea le aspirazioni de’ siciliani, le condizioni dell’Europa e più di tutto quelle dell'Italia. Non trascurò di manifestare i suoi timori e dare i suoi consigli al maresciallo de' Majo, luogotenente del re in quella città.

De Majo discendeva da nobilissima famiglia, ma era di poca levatura di mente; antico generale di Murat, fu notato eziandio di vigliaccheria nel 1815. Era abbindolato dall’aristocrazia palermitana, e dava poco ascolto alle giuste osservazioni di Vial, contentandosi di farsi ossequiare da que’ nobiloni, e godersi bella vita col soldo di maresciallo e con l'оnorario di luogotenente del re. Fu tanto imbecille, che dopo la dimostrazione del teatro Carolino, accettò una petizione de' rivoluzionarii, che chiedevano la istituzione della Guardia nazionale; per la qual cosa avea fatto già le liste delle persone che dovea armare, senil tener conto dalla moralità delle medesime.

Vial, che conoscea le bislaccherie del de' Majo, senza aspettare il placet di costui, appena ricevé la denunzia a carico di Longo ed Orimi, arrestò costoro e gli altri congiurati; presso i medesimi trovò le prove della loro reità, cioè bandiere tricolori e proclami rivoluzionarii; perlocché li sottopose alla Corte criminale.

I nobiloni palermitani, che circondavano ed spulavano de' Majo, dissero innocenti gli arrestati, visionario e provocante il Vial. La Corte criminale dichiarò innocenti tutt’i congiurati; costoro se la ridevano poi della dabbennaggine del luogotenente del re e della Corte criminale, vantandosi. di altre fellonie che in realtà non aveano potuto perpetrare.

Vial fu prevenuto da de' Majo di non arrestar più alcuno per causa politica; così i congiurati potettero continuare i loro conciliaboli senza essere molestati. Non par vero che Ferdinando II, tanto accorto, avesse scelto spesso uomini о inetti о di dubbia fede per occupare posti interessantissimi! Un altro al posto di de' Majo avrebbe scongiurata la tempesta che ruggiva in Sicilia, apportatrice di tanti mali a quell’Isola e al resto del Regno al di qua del Faro.

Quando tutto era pronto allo scoppio della rivoluzione, i ribelli siciliani vollero operare senza mistero; il 9 gennaio gettarono la seguente sfida al governo, che stamparono ed affissero su’ cantoni di Palermo e su quelli di varie città di quella provincia; eccola:

«Sull’alba del 12, al primo rombo del cannone, festeggiente il natale del re, comincerebbe l'epoca gloriosa della rigenerazione. Palermo accoglierebbe lieta tutt i siciliani accorrenti a sostenere la causa comune, per ¡stabilire riforme ed istituzioni e analoghe al progresso voluto dall’Europa et e da Pio IX.»

Firmato: il Comitato. —

Intanto, annunziare tre giorni prima la rivolta a’ governanti è un fatto unico nella storia; ciò dimostra qual popolo sia il siciliano, e quale la sua lealtà, il suo coraggio; le guerre si sono sempre intimate, (ad eccezione de' governi rigeneratori), le rivoluzioni giammai. Nonpertanto vi son’oggi i redivivi allobrogi, atteggiati a civilizzatori d’Italia, che hanno avuto tanta impudenza di dar del barbaro a quel popolo eroico!

Il luogotenente de' Majo accolse tra sonno e veglia la terribile sfida de' rivoltosi palermitani, e scrisse a Napoli: «La Sicilia è perfettamente quieta, abborre levarsi a tumulto contro il governo. »

L’Inghilterra, simile agli uccelli di rapina, che corrono ov’è il puzzo del carcame, sapendo i preparativi della sicula rivoluzione, mandò sollecita a Palermo una flotta, la quale, bordeggiando in quel golfo, com'è suo costume in simili circostanze, facea esercizio di bersaglio contrarre cannonate, e così svegliare ed insospettire i paesi circonvicini disponendoli ad insorgere.

Il luogotenente de' Majo, malgrado la sfida gettatagli in faccia dalla rivoluzione, si cullava ancora ne' beati sogni di pace; ma lo destò il general Vial, consigliandolo a disporre la difesa, facendogli noti i preparativi che faceano i faziosi per ¡sbarazzarsi di loro. Si sa che gli uomini di poco senno vanno agli eccessi nel prendere una risoluzione, ed in questo modo operò quel luogotenente; egli, che avea ligate le mani al Vial, quando questi avrebbe potuto scongiurare la tempesta, nel momento del pericolo, volea far rovine e distruzioni senza scopo, e fu necessario moderarlo per non rendere la truppa provocante: ma ritornò poi all'abituale apatia.

In Palermo erano cinquemila soldati tra fanti, cavalieri ed artiglieri; furono divisi in quattro punti principali, cioè a' Quattroventi, al forte Castellammare, alle finanze e al Palazzo reale. Una batteria da campo fu destinata a' Quattroventi, ed una compagnia del 10° di linea a guardia della Vicaria. In Monreale era una compagnia del 2° di linea, ed un altra in Bagheria; fu un grande errore lasciarle colà isolate ed abbandonate. Quella soldatesca, postata ne quattro luoghi sopra indicati, era sparpagliata in varii punti adiacenti; quindi debole all’offese, facile ad essere oppressa nel difendersi. Eravi un altra serio inconveniente, cioè che tra luoghi principali occupati della truppa, poteansi intercettare le comunicazioni, tanto necessarie in tempo di guerra, specialmente nelle rivoluzioni. A tutto ciò non badava il de' Majo;, egli si lusingava poi, che se vi fosse stata qualche sommossa popolare, al solo apparire di pochi gendarmi, sarebbe stata schiacciata senza difficoltà; egli non conosceva i siciliani; è da supporsi, che neppure avesse inteso dire dai popolani di Napoli, che quegl'isolani son capa testa!

All’alba del 12 gennaio 1848, in Palermo si riunì molta gente in armi, discesa da paesi circonvicini, e fino alle otto antimeridiane rimase tranquilla, anzi le piazze e le vie erano gremite di ogni ceto di persone, vecchi, donne e fanciulli occupavano terrazzi, veroni e finestre; sembrava quella una festa popolare ed era foriera di rovine e di sangue. Nel medesimo tempo un abate, Vito Ragona, col crocefisso in pugno, esortava la popolazione ad affrancarsi dalla schiavitù; un altro prete, in su la piazza di Quattro Cantoni, che è il vero centro della città, predicava contro i mali della tirannide, ed un Paolo Paternostro, nell’altra popolosa piazza della Fieravecchia, incoraggiava i popolani in armi, ivi riuniti, ad insorgere contro le pattuglie, che inoffensive percorrevano le principali vie di Palermo. Si ledeva girare per la città, con somme maraviglia, una bella e giovine donna, per nome Santa Astorina, la quale spargeva nastri tricolori e coccarde, e con istudiato abbandono incitava tutti alla rivolta.

Già battevano le ore otto e mezzo, quando apparve nella via del Cassero un Pietro Amedeo diede il segno della ribellione, segnale che dovea sconvolgere il Regno, l'Italia e l’Europa; fu seguito da Vincenzo Buscemi, il fede, mettendo fuori un grido, scaricava la prima fucilata. A costoro fecero seguito Carlo Ventimiglia, Ascanio Enea, Francesco Giaccio, Giuseppe Oddo, Pasquale Miloro, Giaeinto Carini, Giuseppe La Masa, Antonio Jacona, un principe di Grammonte, un barone Bivona ed altri capi rivoluzionarii.

Il primo scontro ebbe luogo nel quartiere dell'Albergheria, dalla parte de’ regi sostenuto da 25 cavalieri, guidati dal capitano dello Stato maggiore Grenet e dall’alfiere Vial. Costoro perseguitarono i ribelli per tutti quei vicoli fino all’arco di Cutò; ivi quest’ultimi si salvarono nelle botteghe e nelle case, donde faceano fuoco al sicuro e non visti. Altra pugna avveniva presso S. Antonino, ove il tenente Armenio con una compagnia disperdeva gl’insorti. Con maggior furore si combattea presso Casa Professa è nella via di Raffadäli, ove trovavasi una compagnia, comandata dal capitano Albertis; ed ivi periva colui che diè il primo segnale della rivolta, Pietro Amedeo. Si combattea alla piazza del Capo, a S. Cosmo e Damiano, al Cassero, ove si assalivano le pattuglie, sempre e dovunque con la peggio degli assalitori. Costoro, non vedendosi soccorrere da' nobili, secondo la promessa avuta, si dispersero e il loro generale in capo, Pasquale Miloro, fuggì sul vapore inglese il Bulldog.

I generali di Palermo avrebbero dovuto approfittare della dispersione e sgomento dei rivoltosi, impedendo che altri ne fossero entrati in città; ma essi credettero gran sapienza di guerra ritirare le pattuglie e lasciar libero il campo al nemico. Le insipienze e le viltà di que' generali, e specialmente quelle di de' Majo, e poi le altre di Desauget, come appresso dirò, furono dopo 12 anni, copiate alla lettera ed imitate a maraviglia dal famoso maresciallo di campo Ferdinando Lanza.

Non credo necessario confutar tutte le appassionate ed erronee asserzioni di Carlo Gemelli, pubblicate nella sua Storia della siciliana Rivoluzione del 1848-49. Gemelli si atteggia ad uno de' capi principali di quella ribellione, e vuol far credere che i ribelli vinsero, non già per la insipienza de’ generali, ma pel proprio valore, raccontando i fatti a modo suo, cioè con descriverci i soldati paurosi e codardi, i rivoluzionarii valorosi e magnanimi; senza riflettere che costoro non potevano esser tali, se quelli fossero stati soltanto buoni a fuggire.

I rivoltosi, visto che la soldatesca, in cambio d’inseguirli ad oltranza, lasciava libera la città, ritirandosi a quattro punti sopra indicati, presero animo, e fiduciosi nella bonarietà e codardia di de' Majo, si riunirono ed entrarono baldanzosi un’altra volta in Palermo. Il tenente Maring, mentre si ritirava col suo distaccamento a Quattroventi, fu assalito con furia da' nemici; corse il tenente Cessari con un drappello di dragoni, e non solo soccorse i compagni, ma avrebbe potuto dare una brutta lezione agli assalitori, se gli ordini superiori non fossero stati chiari e precisi 9 cioè di ritirarsi difendendosi. Questo distinto ufficiale fu ferito con altri’ sette suoi dipendenti; e tutti si ritirarono a Quattroventi, facendo fuoco di ritirata, e tenendo a rispettosa distanza i rivoluzionarii. Quella ritirata giovò doppiamente a costoro, i quali, in quel parapiglia, ebbero là fortuna d’impossessarsi di un procaccio, portante ventimila ducati per conto del governo di Palermo. Intanto, temendo sempre che la truppa avesse potuto ritornare per attaccarli, alzarono barricate in tutte le principali vie della città, e specialmente nel Cassero. Vial, per disperderli, fece trarre a mitraglia lungo quella via, perlocché rimase deserta.

Taluni tra’ rivoltosi, che erano stati lontani da’ pericoli, e che aveano premura d’insediarsi, faceano ressa per crearsi un governo provvisorio; ed a questo scopo, lo stesso giorno 12 gennaio, sul tardi, si riunirono alla piazza della Fieravecchia l'abate Ragom, Giuseppe Oddo, Bivona, Santoro, La Masa, Iacona, Porcelli, Cortegiani, Lo Gascio, Enea, Palizzuolo, Amodei, Bruno, Miloro, due fratelli Ondes, de' Carlo, Villafiorita, Faia, Rosolino Capece, Naselli, Flores, Filippo Napoli e Francesco Ugdulena. Di questi rivoluzionarii, quali di mestiere e quali di occasione, senza mandato del popolo, tre si proclamarono governo della Sicilia, cioè Bivona, La Masa e Giacomo Iacona. Scrissero e stamparono proclami enfatici, chiamando tutti alle armi per difendere la santa causa; e la sera di quel giorno si fece baldoria con grida di viva e di morte.

Il luogotenente del re, maresciallo de' Majo, che non osava mostrarsi neppure da balconi del palazzo reale, fu costretto segnalare a Napoli i fatti avvenuti in Palermo. Il telegrafo di Monte Pellegrino passò la segnalazione, ma la notizia non giunse al suo destino, perché varii telegrafi dell’Isola, allora ad asta, erano stati abbattuti da’ ribelli.

La mattina del 13, Palermo fu invasa dai rivoluzionarii de’ paesi circonvicini, che accorrevano per tentare in que' trambusti, non già la sorte delle armi per affrancar la patria, ma quella della propria fortuna. Il governo provvisorio, avendo bisogno di armi, invitò i ricchi a soccorrere la patria: come negarsi a simili inviti di governi provvisorii, quindi, per fuggir molestia, la gente ricca fu prodiga.

La squadra inglese, trovandosi in quella rada, vendé al Comitato le armi ad essa inutili; ed è questa una delle ragioni per cui la libera ed umanitaria Inghilterra si frammischia, appoggia e protegge le rivoluzioni ita case altrui. Appena ricevute quelle armi, si armarono coloro che erano venuti dal Parco, da Boccadifalco, da' Colli e da' comuni di Misilmeri e Belmonte, che per una stomachevole superbia, i palermitani chiamano viddani (villani), prodigando questo titolo anche a tutti gli altri siciliani, non esclusi i catanesi e i messinesi. Si formarono varie bande armate, dette squadre, ognuna delle quali avea un capo in fama di facinoroso.

Quello stesso giorno 13 gennaio, il primo luogo ad essere assalito fu il palazzo delle finanze, ov’erano trecento fanti ed il danaro! Giustizia volea che anche quel prezioso metallo fosse stato redento dalla schiavitù borbonica, col metterlo in salvo nelle liberali tasche de’ patrioti. Si osò attaccare il forte Castellammare, però il comandante dello stesso, generale Samuele Gross, accolse gli assalitori con garbo tale, che fece lor passar la voglia di ritentar la prova; ed ordinò dippiù che i suoi soldati ripigliassero la caserma dei gendarmi, già conquistata da’ ribelli; i quali furono scacciati da quel posto non senza una accanita lotta. Inoltre mandò un rinforzo alle finanze, ove la soldatesca era ridotta a mal partito, perché senza viveri e munizioni. de' Majo, о perché sbalordito di quella terribile rivoluzione, о perché affiancato da qualche nobilone, che lo consigliava male, poco si curava di dar gli ordini opportuni, e principalmente per guarentir le finanze, ov’erano diretti lutti gli sforzi de' redentori. Quello stesso giorno si combattette. all’ospedale militare di S. Francesco Saverio, a porta Carini, già asserragliata di barricate, ed in varii commissariati. di polizia, che furono poi abbandonati da' regi la notte del 13 al 14, ed ivi i ribelli fecero baccanali ed orgie indescrivibili. La truppa altro non fece che difendersi, seconda gli ordini superiori, mentre avrebbe potuta assalire in cambio di essere assalita e sbaragliar dovunque i rivoluzionari.

Il dì seguente un Salvatore Miceli, alla testa di una forte squadra di rivoltosi, scese da Monreale sua patria, ed osò assalire la cavalleria lungo lo stradale che da questa città mena a Palermo; essendo stato ben picchiata dal maggiore Zimmerman, ritornò in Monreale, e fece prigioniera quella compagnia di soldati, dimenticata colà, a capo della quale eravi il capitano Pronio. Giuseppe Scordato, altro famoso bandito, assaltò gli altri pochi soldati dolosamente lasciati in Bagheria, e gli fu facile renderli prigionieri. Que’ due banditi non uccisero i loro prigionieri, ma invece li condussero a Palermo in segno di trionfo.

La mattina del 14, il comitato rivoluzionario si riunì al palazzo della Città detto Pretorio, che stà nel centro di Palermo, e si divise in quattro sezioni; una per l’annona, detta de' senatori e decurioni, dandosi la presidenza al pretore marchese Spedalotto, un altra per la guerra, presidente principe di Pantelleria, già carbonaro del 1820, una terza per le finanze preseduta dal marchese Rudinì ed una quarta per divulgar notizie, presidente il retro-ammiraglio Ruggiero Settimo, de' principi di Fitalia; il governo provvisorio formato alla Fieravecchia si fuse in quelle quattro sezioni.

Ruggiero Settimo, nel 1812, si mostrò ligio a lord Bentink, e per l’onnipotenza di costai fu eletto ministrò della marina. Fu ostile alla Corte, nonpertanto, nel 1815, Re Ferdinando IV lo perdonò, ma non avendo avuto più impieghi si era ridotto bisognoso. Nel 1846 trovandosi in Palermo Ferdinando II, egli, il Settimo, gli si gittò a’ piedi implorando aiuti; si ebbe dal re una pingue pensione; laonde si mostrò riconoscente col fare il cortegiano, anche a’ servitori di quel re, e tutto giorno stava nel cortile del palazzo reale per fare inchini alle persone di Corte; scoppiata la rivoluzione del 1848, giudicò darsi a questa anima e corpo. Questa breve biografa sulla vita di Ruggiero Settimo, suppongo che non andrà a sangue agli ignoranti ed ammiratori ciechi dello stesso; ma eglino prima di farsi campioni di quel capo della sicula rivoluzione, avrebbero dovuto conoscere la sopra accennata biografia; e dovrebbero anche sapere, che talune celebrità rivoluzionarie han prima fatto i cortigiani, i girelli, e qualche volta anche i birri. Ruggiero Settimo era stato una semplice mediocrità, salvo qualche nobile tratto che gli si attribuisce nella sua vita privata; ma la rivoluzione, com’è suo costume, ne fece un eroe de’ tempi favolosi. Quando fu eletto presidente e poi dichiarato capo della rivoluzione siciliana, era fiacco di mente; stavagli però a lato l’astuto Mariano Stabile, il quale gli facea fare tutto quel che volea, tanto da comprometterlo in affari poco delicati. Nel 1852, ritornando da Venezia, passai da Malta, ove trovavasi emigrato Ruggiero Settimo; volli conoscere ed avvicinar quest’uomo tanto encomiato da’ rivoluzionarii italiani. Trovai un garbatissimo gentiluomo di venerando aspetto; e tra le altre cose, avendogli parlato di Mariano Stabile, mi disse delle parole ben amare contro di costui.

Mentre i padri della patria, riuniti nel palazzo Pretorio, formarono un governo istituendo varii ripartimenti dello stesso, nella città, о meglio negli estremi della stessa, proseguivano le accanite zuffe tra regi e ribelli.. Costoro, fatti audaci dalla inazione della truppa, andavano ad assalirla fin dentro i quartieri. Capi delle squadre erano Miceli, Scordato, Miloro e Castiglia; meno di quest’ultimo, come appresso vedremo, gli altri erano persone ordinarie e di dubbia fama. L’altra causa di continui combattimenti era, che i soldati, dovendo trasportare i viveri e le munizioni presso varii distaccamenti sparpagliati in più luoghi, appena si mostravano in qualche strada, venivano aggrediti.

Delle famiglie de’ militari, rimaste in balla de’ rivoluzionarii, alcune erano molestate in varii modi, ed altre spogliate da’ ladri di mestiere. Gli uffiziali, capi di quelle famiglie, fecero giungere i loro energici reclami al de' Majo, col dirgli, che se egli non volea difendere l'onore dell’esercito e la bandiera del re, eglino sarebbero usciti da' quartieri per assalire i rivoluzionarii aggressori e saccheggiatori delle loro famiglie. A queste giustissime lagnanze e minacce, quell’imbecille di luogotenente altra risposta non diede che ordinare di bombardar Palermo; difatti, la mattina del 15, col telegrafo di palazzo reale, impose al comandante del forte di Castellammare, di tirar bombe sopra la città ed in que’ luoghi aggrediti da ribelli, con l'intervallo di cinque minuti dall’uno all’altro proiettile. Altro madornale errore! le bombe uccidevano assalitori ed assaliti, i pacifici cittadini, donne e fanciulli. Il bombardamento delle città è il segno delle barbarie de’ nostri tempi, anche perché uccide più innocenti che rei; e non vale il barbarissimo detto del Tasso, che fa proferire al re Aladino, cioè perché! reo non si salvi il giusto pera — e l'innocente, essendo contrario al buonsenso, alle leggi umane e divine. Nel caso in cui l’ordinò il de' Maio, neppure avea lo scopo militare, cioè di fare aggredir la città dai soldati, quando questa si fosse trovata in ¿scompiglio; avendo ordinato che la truppa no» uscisse in nessun caso da’ quartieri.

Però quel bombardamento atterrì i ribelli, e più di tutti quelli giunti in Palermo dai paesi circonvicini; in effetti, avendo costoro assalito il palazzo delle finanze, e vedendosi salutati con le bombe dal castello vicino, si sbandarono e fuggirono, prendendo la via donde erano venuti. A quella vista trepidarono i capi della rivoluzione, perlocché corsero presso il commodoro inglese Lusington, e gli chiesero quella protezione che l'Inghilterra avea loro promessa. Quel commodoro fece riunire i consoli di varie nazioni, ed a nome di tutti, schiccherò una protesta al de' Majo, dicendogli: Il bombardar le città fosse barbarie, atto non voluto e riprovato dal progresso de' tempi, potea dir anche di più, senza mettere innanzi il progresso de’ tempi, perché il male assoluto è stato sempre lo stesso, sarà in tutti i tempi ed in tutti i luoghi. Intanto colui che scriveva in quel modo era un carnefice degl’infelici americani; egli avea bombardato i canadesi e gl’indiani per ordine del suo civilissimo ed umanitario governo!

L’Inghilterra vuol per sé sola la privativa di esterminare i prigionieri di quelle regioni, mettendoli in massa davanti il cannone carino a mitraglia, di ghigliottinarli con la macchina a vapore, e di gittar bombe e palle infuocate nelle città, che intende sottomettere al suo dominio: e tutto ciò per incivilire i popoli barbari, ovvero per (spogliarli ed accrescere il lusso de’ lords e delle ladves.

De Majo, ai reclami di Lusington, ordinò al comandante di Castellammare di sospendere bombardamento, che in verità si era limitato a qualche bomba ogni mezz’ora. In seguito quel barbaro mezzo di guerra fu proibito per ordine espresso del re. Intanto Ferdinando II fu chiamato re bomba: coloro che poi bombardarono e quasi distrussero varie città italiane, uccidendo il popolo sovrano si dissero redentori ed altro! Liberi i ribelli dalla molestia delle bombe lanciate da Castellammare, e fatti più audaci dalla protezione inglese, assalirono di nuovo i distaccamenti sparpagliati ed i quartieri militari. Delle case vicine alla truppa ne fecero tante fortezze, donde imberciavano i soldati, facendone strage e senza timore, di esser molestati. Si videro uffiziali inglesi, vestiti alla borghese, dirigere quegli attacchi e que’ massacri. de' Majo vilmente chiese un armistizio che gli fu negato. La lotta proseguì accanita, i soldati si difendevano soltanto; essendo loro anche proibito d’inseguire i ribelli assalitori che aveano respinti. Intanto se leggete i giornali di que’ tempi e varie storie scritte da’ liberali, particolarmente quella del siciliano Carlo Gemelli, sentirete che i soldati erano tanti vigliacchi perchó si difendevano, ne’ quartieri, non tenendo conto che erano costretti dalla disciplina militare e con lo scopo di non versar sangue cittadino, i rivoluzionarii, gli eroi che combatteano da fori, riparati dietro le mura. Al contrario, quando poi i soldati perdevano la pazienza e Si difendevano con energia, uccidendo qualche assalitore nel conflitto, erano proclamati fratricidi, satelliti della tirannide e boia: la logica de’ patrioti fu e sarà sempre il tipo della più noiosa e dannevole contraddizione!


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CAPITOLO X

SOMMARIO

Da Napoli si spedisce altra truppa» sotto gli ordini del generale Desauget per sottomettere Palermo. Geremiadi scritte da costui al re. I ribelli, fatti audaci, investono la truppa con varia fortuna. Questa, senza viveri e munizioni, ripiega al palazzo reale. Ritirata generale a’ Quattroventi. Saccheggia del palazzo reale. Irruzione de’ ribelli nel palazzo delle finanze. Ritirata disastrosa de' napoletani a Solanto. Imbarco de’ medesimi. Quel che avvenne io Sicilia dopo la ritirata de’ regii da Palermo.

Come già ho detto di sopra, il de' Majo avea segnalato a Napoli la rivolta di Palermo, ma la notizia non giunse, perché i telegrafi, allora ad asta, erano stati abbattuti da’ ribelli;, però la sera del 13 gennaio arrivò in questo porto il piroscafo Vesuvio, arrecando la notizia ed i particolari della ribellione di Palermo. Il re riunì subito un consiglio di ministri e di generali; i pareri non furono uniformi, perché di varia fede erano que’ consiglieri; ma, dopo molto discutere, si decise di mandare in quella città un forte nerbo di truppe per sottometterla. Restava la scelta del duce. Carlo Filangieri, a dispetto della suo sagacia, propose quel che chiamavano il suo emulo, il maresciallo di campo, Roberto Desauget. Era stato costui, nel 1820, capo dello Stato maggiore di Florestano Pepe, quando questi si recò a Palermo per combattere i fratelli carbonari di quella città e sottometterli a quelli di Napoli e Sauget, sebbene istruito e reputato una capacità militare, fino allora, non avea dato grandi prove di virtù guerriera; ed i suoi amici, più di tutti il Filangieri, che poi se ne pentì, assicuravano che saprebbe menar le mani e far più del suo dovere. Per la quale assicurazione, re Ferdinando si decise ad affidargli il comando della spedizione di Sicilia. Gli si diedero precise istruzioni e poteri illimitati, cioè di prendere il comando di tutta l'Isola, procedere con energia contro la rivoluzione, abbatterla al più presto possibile, incoraggiare i buoni cittadini e rispettare le proprietà di tutti. Lasciavasi a lui la scelta del luogo dello sbarco, si prevenne però che avrebbe potuto sbarcare la sua soldatesca presso la spiaggia di Solanto, munire il castello di Termini, per servirgli come base di operazione, e cosi stringere i ribelli di Palermo tra la sua truppa; quella che trovavasi al palazzo reale e l’altra de’ Quattro venti.

La mattina del 14, otto battaglioni di fanti, con due batterie da campo, allegramente montarono sopra nove legni da guerra, comandati dal conte di Aquila, fratello del re, che era stato eletto luogotenente della Sicilia. Giunta presso Palermo quella spedizione, la sera del 15, Desauget, non tenendo conto delle prevenzioni e consigli datigli in Napoli, sbarcò al Molo e si accampò a’ Quattroventi; non potea scegliere un luogo meno strategico, attese le circostanze di allora. Spedì il brigadiere Nicoletti con quattro battaglioni e quattro cannoni al luogotenente de' Majo: al quale notificava il suo arrivo e gli chiedeva ordini; mentre egli era stato eletto comandante supremo delle armi di Sicilia, e con pieni poteri, domandava ordini a chi era suo subalterno, sebbene più graduato di lui, essendo il de' Majo tenente-generale! Fu questa la prima malizia usata dal Desauget per compiere quanto avea stabilito di fare a danno della sua missione.

Nicoletti, dopo di aver lasciato un battaglione alla Villa Filippina, per tenere aperte le comunicazioni co' Quattroventi, giunse al palazzo reale senza molestia. de' Majo, ignorando che Desauget era stato investito di autorità superiore alla sua, ordinò a. costui di mandargli altri due battaglioni, non sicuro ancora di tutta quella soldatesca che avea inattiva intorno a sé. Nicoletti ritornò, a' Quattroventi, e di colà furono spediti i due battaglioni richiesti dal luogotenente, guidati dal brigadiere del Giudice, altro fior di. carboneria; il quale, passando per la Villa Filippina, diè l'ordine al battaglione, ivi lasciato dal medesimo Nicoletti, di ritirarsi a' Quattroventi; e cosi rimasero interrotte le comunicazioni col palazzo reale.

Lettori! or vi narro una storia di viltà e d'infamie da farvi fremere d'indignazione; al certo vi vergognerete di quegli uomini che le commisero, perché nati sotto questo bel cielo di Napoli e ne avete ragione. Gettate pure lungi da voi queste pagine che vi presento; io stesso che le scrivo, ricavandole da' documenti militari di que' tempi, spesso mi adiro contro me stesso, perché, volli cacciarmi in questo ginepraio, ove codardie e vergogne dilaniano ed opprimono, il mio spirito: ma che cosa volete? mi ci trovo ed è necessario andare avanti. Certamente direte che taluni fatti da me raccontati hanno dell'inverosimile, non essendo Ferdinando II un uomo da farsi corbellare tanto facilmente. Ciò è verissimo; ma dovete riflettere che quel sovrano era eziandio figlio di Adamo, e quindi soggetto, come tutti i discendenti di costui, ad essere ingannato da coloro che non sospettava allora vili о traditori, e che avea beneficati; dippiù, abborriva di far versare il sangue de’ suoi soggetti qualunque essi si fossero, checché ne dicano i suoi sleali nemici. Oltre di che, quel buon sovrano avea le sue idee, che non intendea modificare a suo vantaggio ed a quello de' buoni cittadini: tutti gli uomini hanno de' difetti, e Ferdinando II avea anche i suoi, ma non erano quelli strombazzati da' settarii.

Desauget, con tutta quella soldatesca condotta, da Napoli e con altri dieci battaglioni che stavano in Palermo, senza provare le spe fereueontfo il nemico, senza neppure vederlo, testami 16, al re: «I soldati mancar di tutto; terribile essere la rivoluzione siciliana; non vedersi alcun ribelle di faccia; ma ogni casa, ogni finestra, ogni muro, e perfìn le grondaie vomitar fuoco. Il popolo, sostenuto ed aizzato dagli stranieri, mostrare accanimento, che al 1820 non dimostrò; non esservi assolutamente speranza di sedare la rivoluzione con la forza delle armi.» Con un altro rapporto del dì seguente, e senza aver fatto alcun tentativo per abbattere la rivolta, scriveva al re, dicendogli: «Che egli stesse male a' Quattroventi e de' Majo al palazzo reale; essere intercettate le comunicazioni tra que’ due punti; mancar di munizioni—senza di aver fatta tirare una fucilata—mancar di viveri — lasciando i soldati digiuni — La soldatesca scoraggiata — mentre fremea di battersi» — Infine esagerava le forze de’ ribelli; parlava di barricate insuperabili, di cannoni e di mine preparate contro la truppa. Conchiudeva coll’invocare concessioni dalla sovrana clemenza, unico mezzo di salvezza. Quel generale si fingeva vinto, mentre non avea neppur tentato di esserlo.

Mentre Desauget scriveva quelle geremiadi al suo tradito sovrano, vediamo quel che succedeva in Palermo quando egli apparve in quella rada e quando poi sbarcò a’ Quattroventi. I liberali, vedendo arrivare quella spedizione, allibirono per la paura, le squadro si sciolsero; chi si serrava in casa atteggiandosi a pacifico cittadino, chi fuggiva alla campagna, chi cercava rifugio sulle navi estere, imprecando contro i fratelli di Napoli, che erano rimasti cheti, ed aveano fatto partire quel rinforzo di truppa destinata a battere la sicula rivoluzione. Lo stesso governo provvisorio era sparito, ed erano rimasti in città, ed in armi, non più di un centinaio de’ più audaci, che sarebbero fuggiti al solo apparire di un battaglione: Desauget avrebbe potuto impossessarsi di Palermo senza colpo ferire. Florestano Pepe, al 1820, che conduceva meno truppe, sottomise quella città, padrona delle fortezze e con la rivoluzione già organizzata. Carlo Filangieri, con meno di tredici uomini, al 1849 conquistò là Sicilia intiera, che avea un governo quasi regolare, che disponeva di battaglioni nazionali ed esteri, artiglieria, navi da guerra, ed era in possesso di tutte le fortezze dell'Isola, meno la Cittadella di Messina.

I siciliani sono audacissimi, si battono da valorosi e nelle rivoluzioni usano stratagemmi fatali contro i loro nemici; ma è sempre difficile a qualsiasi popolo in armi, sostenersi a lungo a fronte di un corpo di esercito, guidato da un generale che ha mente e cuore: la storia è là che lo afferma inesorabilmente.

Se mi fosse citato qualche fatto in contrario, risponderei essere una illusione; conciossiaché, esaminando bene i fatti delle rivoluzioni trionfanti, si trova sempre che quel trionfo si è ottenuto о per la viltà de' condottieri dell’esercito, о pel tradimento de' medesimi, о per gli aiuti stranieri: ed è stata sempre questa la causa che ha fatto trionfare le rivoluzioni nel Reame delle due Sicilie.

I ribelli palermitani, avendo osservato la inazione di Desauget si rianimarono e ritornare in città, i fuggitivi sulle navi estere disbarcarono, ripigliando le nascoste armi, i ¡fnvndi uscirono di nuovo in piazza ed armati e tutti ricominciarono altri assalti sanguinosi.

N. B. A riga ottava leggasi tredicimila uomini.

Investirono il Palazzo reale, e furono respinti, con perdite d’ambe le parti; tolsero i viveri a' regi, che costoro conduceane in varii luoghi ov’era accampata la truppa; assalirono il quartiere di S. Zita e lo saccheggiarono; arsero i magazzini di viveri a Porta di Castro. Infine, quel che dovea fare il Desauget lo fecero i ribelli, cioè ruppero gli acquedotti che conducano l'acqua, ove erano i soldati; di modo che quest’infelici rimasero privi di un elemento tanto a loro necessario.

Quel generale in capo, per mostrar di far qualche cosa, il 18 spedi una brigata, sotto gli ordini del Nicoletti; il quale, non avendo ordine di assalire i ribelli, ma soltanto di mostrarsi a’ medesimi, venne battuto in varie imboscate, e costretto a ritirarsi a’ Quattroventi, scemo di uomini ed esasperato' Desauget combinava sì cruenti commedie per iscoraggiare i soldati, e per farsi ragione che la rivolta era indomabile. Contemporaneamente a' sopra accennati fatti, cioè il 18 gennaio, si rivoltò la città di Termini, e fu necessario mandar colà due compagnie, che sbarcarono facendo fuoco contro coloro che voleano impedire lo sbarco.

A fronte di tante insipienze e viltà, il de' Majo ne commise un’altra più madornale; scrisse al pretore di Palermo — lo stesso che sindaco — per trattare una convenzione, e questi gli rispose di rivolgerei al governo provvisorio di Sicilia; il quale, per base alle trattative, pretendesse che tutta l'Isola fosse abbandonata, da’ regi, e che in Palermo! si riunisse iL Parlamento nazionale, per decidere se i Borboni avessero dovuto più regnare.

I regi, restando inattivi ed oziosi ne’ loro quartieri per ordine di Desauget, erano di già vinti moralmente e materialmente; onde che, fin dal giorno 16, era di già cominciata la diserzione di tutti que’ militari vili e felloni, che faceano parte della truppa, perché aveano capito di che trat lavasi. Quel generale, invece di arrestare tanto disordine, lo fomentava indirettamente e con la sua colpevole compiacenza. Longo ed Orsini, dopo il subito consiglio di guerra, erano guardati a vista nel quartiere detto della quinta Casa, un tempo appartenente a' PP. Gesuiti. Il ministero di Napoli avea mandato l'ordine di metterli in libertà, e rimase ineseguito a causa della sopravvenuta rivoluzione. Desauget, zio di Longo, non tenendo conto delle cambiate circostanze, si affrettò ad eseguire gli ordini ministeriali, quando meglio dovea custodire quei felloni, e secondo opinava il Vial. L'invitò a pranzo, e poi liberi. li mandò per imbarcarsi sopra un piroscafo, pronto a salpare per Napoli. Ma Longo ed Orsini, appena furono liberi, in cambio di montare sul legno napoletano, montarono sopra un altro inglese; donde scesero poi a terra per unirsi a’ ribelli di Palermo e far guerra a’ proprii compagni d’armi, ed al loro sovrano e benefattore, che aveali fatti educare a regie spese ne’ collegi militari. Quel fatto dimostra che il general Vial non era stato un visionario, quando sottopose que’ due uffiziali ad un consiglio di guerra, accusandoli di fellonia; e coloro che li dichiararono innocenti, о erano sciocchi, о compri, о conniventi. Infine, senza nota di malignità, si potrebbe asserire, che il Desauget fosse stato connivente nella fuga di que’ due disertori; uno de' quali, Longo, oggi trovasi luogotenente generale del Regno d’Italia.

In Napoli si cominciava a sospettare della poco leale condotta del Desauget; il re però, non potendo credere che in costui, tanto beneficato, albergasse tanta nequizia, credea veritieri i rapporti che scriveagli il medesimo. Per la qual cosa si decise far le seguenti concessioni, per evitare altre catastrofi ed altro sangue, cioè una Consulta di Stato indipendente da quella di Napoli, autonomia amministrativa, stampa libera, viceré di Sicilia il real conte di Aquila, ministro il principe di Campofranco, direttori il duca Montalbo, Giuseppe Buongiardino e Giovanni Cassi&i. Quelle regie concessioni furono rigettate con disdegno e superbia dal governo provvisorio della Sicilia, ed altra via. non rimase per risolversi la gran lite, che la sorte delle armi. I ribelli opravano energicamente, il generale Desauget proteggeali indirettamente a danno dell’onor militare e della sicurezza dello Stato.

Il ministro della guerra Garzia, con varie lettere rimproverò la condotta di quel generale in capo, inculcandogli di riparare all’onor suo ed a quello dell’esercito a lui affidato. Gli diceva poi, che i ribelli non avendo accettato le concessioni sovrane, fosse necessario di bloccar Palermo, e se non gli sarebbe dato di sottometterla che si fosse ritirato a Messina per la via di terra; imbarcando per Napoli i feriti, le famiglie de’ militari e le anni che non avesse potuto condurre con sè. In ultimo gli dava ordine imperativo di togliere il danaro depositato nel banco delle finanze di Palermo e mandarlo in quello di Messina. Desauget non esegui alcuno di quegli ordini; circa il danaro rispose non esservi più di trentamila ducati, che gli riusciva difficile prenderli, e prendendoli avrebbe la nota di ladro. Quel ministro della guerra insisteva, che il danaro del banco di Palermo fosse mandato a Messina, e che non vi erano trentamila ducati, ma invece trecentomila di cole cambiali, già esatte su varii banchi di Napoli, quindi gl’inculcava di non lasciar quel danaro, qualunque si fosse l'esito della spedizione di Palermo. Desauget. infischiandosi degli ordini e dello sbraitare del Garzia, lasciò intatto il banco a’ ribelli; e di lui potrebbe dirsi, che in cambio di sottomettere la rivelazione sicula, ne fu il più valido protettore.

Egli non si degnava rispondere a tutte le lettere del ministro della guerra, ma in cambio scriveva al re, pestando e ripestando sempre le solite geremiadi. Difatti gli descriveva disfatte della truppa о non avvenute о da lui procacciate, lo spirito de’ soldati abbattuto, i mezzi di continuar la lotta nulli о scarsi. Dall’altra parte assicuravalo, essere i ribelli potenti d’armi, di ardire e di soccorsi stranieri; per la qual cosa chiedevagli altri battaglioni, (con lo scopo di toglierli da Napoli e farli demoralizzare in Palermo sotto i suoi ordini) infine consigliavate ad accordare maggiori riforme.

I rivoluzionarii, dopo che sprezzarono le concessioni sovrane, e si convinsero che il generale in capo continuava nella benevola compiacenza verso di loro, il 20, assalirono tutti i posti occupati dalla truppa; la quale, essendo divisa in piccoli distaccamenti, e lasciata senza viveri e sufficienti munizioni, fu costretta ripiegare, parte a Quattroventi e parte al palazzo reale; e così in cambio di bloccare i ribelli fu essa bloccata. I soldati erano indegnati contro il loro duce, vedendo costui inattivo a’ Quattroventi, circondato da cinquemila uomini tenuti in colpevole ozio. Desauget, fidando nella disciplina del soldato napoletano, ne abusava, con minacciar castighi esemplari a chi avesse assalito senza suo ordine i faziosi, che andavano fin dentro il campo per insultarli ed ucciderli.

Intanto i rivoltosi occuparono i luoghi che circondano il piano del palazzo reale cioè lo spedale civico, il monastero di S. Elisabetta — cacciandone le monache — ed il bastione di Montalto; quindi i soldati, ricoverati in quel piano, venivano fulminati da tutt’i punti, e quella posizione non era più sostenibile. Vial fece investire da varii distaccamenti di truppa que’ luoghi occupati da’ ribelli; il maggiore Ascenso di S. Rosalia, s’impadronì del bastione di Montalto, dopo un accanito combattimento; una compagnia di soldati assali il monastero di S. Elisabetta ed i rivoluzionarii fuggirono: lo stesso accadde all'ospedale civico. É troppo stomachevole leggere quel che pubblicarono gli scrittori patrioti, circa quei tre assalti; eglino descrissero crudeltà da cannibali perpetrate dalla truppa; mentre quei aì soldati assalitori, dopo che furono decimati, quando s’impossessarono de’ luoghi assaliti, volendo usar rappresaglie, non l'avrebbero potuto, perché i loro nemici erano di già fuggiti. Voi, lo sapete, lettori miei, cioè che i rivoluzionarii, quando son picchiati di santa ragione, si vendicano con proclamare la soldatesca assassina e peggio; quando poi la medesima usa misericordia a vinti è vigliacca. Nulla poi dico che i medesimi patrioti, rigeneratori de’ popoli oppressi, han la inqualificabile pretensione che a loro è lecito uccidere in tutt i modi più crudeli e sleali i loro nemici, ed a costoro neppure intendono accordare il dritto della legittima difesa. Malgrado che i regi avessero conquistate le posizioni vicine al piano del palazzo reale, nondimeno il loro accampamento in quel piano era pericoloso ed insostenibile; dappoiché il Desauget non volle soccorrerli né di uomini, né di viveri, né di munizioni; ed i ribelli ingrossavano le loro bande con la gente che accorreva da' paesi presso Palermo.

L’audacia de' ribelli si accresceva di giorno in giorno, perché eglino non si vedeano molestati; si è perciò che si argomentarono di assalire que’ luoghi donde erano stati cacciati. ed altri ben muniti. Non dubitarono d'investire le caserme della Vittoria, sulla strada che mena a Monreale; ma il capitano Russo de’ dragoni ed il brigadiere Pronio li posero in fuga, arrecando loro non pochi danni: da allora furono meno imprudenti, non ardirono più cimentarsi a campo aperto. Il 22 si accinsero ad impadronirsi del quartiere del Noviziato, donde poteano dominare l'altro di S. Giacomo presso il palazzo reale; ma invece di assalirlo, appiccarono il fuoco alla chiesa ed alla sacrestia! I soldati respinsero gl’incendiarii; rimasero colà un altro giorno, e ridotti senza viveri, il 23 si ritirarono in buon ordine alla caserma di S. Giacomo.

Appena i soldati abbandonarono il quartiere del Noviziato, questo venne saccheggiato dai patrioti; intanto il governo provvisorio di Sicilia, divulgò che fu preso di assalto da' ribelli, e saccheggiato ed incendiato da' regii: questa notizia fu divulgata in tutta Europa per mezzo de' giornali faziosi, lodando il valore de’ rivoluzionarii, ed accusando di viltà e di saccheggio la truppa napoletana. Qui non vi è nò logica, né senso comune; se i soldati furono assaliti, battuti ed espulsi da quel quartiere con le baionette alle spalle, come mai poteano saccheggiarlo ed incendiarlo?! Oh! La logica settaria!

La poca truppa, che trovavasi nel piano dei palazzo reale, si trincerò, e postò i cannoni per ribattere le offese che venivano dal Noviziato e dalla Cattedrale. Il 25, i rivoltosi appiccarono il fuoco all’ospedale civico, ove accaddero scene strazianti; ciechi, storpii, ammalati e moribondi erano investiti dalle flamme, e gridavano soccorso. I soldati non porteano lor dare un valido aiuto, perché doveano difendersi essi medesimi dall’incendio e dal fuoco della fucileria, che lor faceano addosso gli assalitori, postati in varii punti non visti.

Purnondimeno trascinarono que’ miseri in luoghi meno esposti alle offese; e non potendosi più sostenere per l’avanzarsi dell’incendio, si ritirarono nel piano del palazzo reale. Quel giorno vi fu un continuo trarre di schioppettate e cannonate tra’ regi ed i rivoltosi appostati nell’ospedale civico. La stessa sera, dalla soldatesca venne abbandonato del pari il monastero di S. Elisabetta.

Il luogotenente del re, de' Majo, per una mera, formalità, chiamò a consiglio gli uffiziali superiori, e dopo di aver detto non essere più sostenibile la posizione che occupavano, ordinò la ritirata a’ Quattroventi; ov’era il Desauget, con cinque mila uomini ed artiglieria, spettatore indifferente di quanto accadeva di tristo contro il resto della truppa dentro Palermo. Quel luogotenente fu il primo, non a ritirarsi, ma a fuggire a’ Quattroventi la stessa notte del 25 al 26 gennaio, lasciando l'incarico al maggiore Ascenzo di S. Rosolia di trattare la resa co’ ribelli. Era mezza notte del 25 di quel mese, quando quella tradita truppa mosse per ritirarsi, conducendo il materiale di guerra, i malati, i feriti e le famiglie de’ militari, dirigendosi alla Zisa, per indi passare all’Olivuzza e condursi al designato campo de’ Quattroventi. Que’ luoghi che traversava son gremiti da mura di giardini, le strade strette e tortuose; mentre in cambio di battere quella via potea scegliersi quella de’ Cappuccini, sboccare nel piano di Baida, girare per Valguarnera, ove son tutte pianure, con ¡strade larghe, e con pochi fabbricati. Ma sembra che fosse prestabilito, che si dovea. no condurre i soldati, ove costoro poteano essere meglio massacrati, senza che avessero avuto il vantaggio di difendersi.

Il brigadiere del Giudice, che marciava alla avanguardia, giunse a Quattroventi senza molestia; i critici dissero, perché carbonaro, del 1820, e perché amico di Desauget; il resto della truppa, che lo seguiva, fu assalita tra la Zisa e l'Olivuzza. I soldati erano colpiti a morte senza neanche vedere il nemico, e la confusione divenne spaventevole ed indescrivibile. Le donne, i fanciulli de' militari, i malati ed i feriti, in numero di circa 500, accrebbero quella scena di orrore co' loro pianti e con le loro grida strazianti; malgrado de' sublimi tratti di abnegazione e di coraggio di tanti soldati ed uffiziali, rimasero tutti asserragliati in quelle vie, essendo caduti morti e feriti, varii animali, che trascinavano carri e cannoni. Ivi avvennero massacri orrendi, e più di tutto di donne e fanciulli; coloro che non caddero percossi delle palle nemiche, furono stritolati sotto l’unghie dei cavalli e sotto le ruote de’ carri. Le tenebre di quella infausta notte coprirono tante inumanità ed inutili massacri, che poi furono Celebrati dalla stampa faziosa quali fatti eroici, compiuti dai patrioti; i quali, senza il minimo pericolo, potettero arrecare danni incalcolabili a quella disgraziata truppa, che giunse a Quattroventi decimata, insanguinata, e con la perdita di due cannoni.

Rimasti al palazzo reale il maggiore Aseenzo ed il tenente Antonio Pinedo, con pochi soldati, nel mentre capitolavano co' capi della rivolta, furono aggrediti proditoriamente dai ribelli e fatti prigionieri. Quel palazzo fu saccheggiato in un modo davvero vandalico; la maggior parte del ricchissimo mobile venne distrutto a causa delle gare surte tra’ medesimi saccheggiatori. Que’ miserabili distrussero tanti capilavori di arte e di antichità, tra gli altri due capre di bronzo, fusione greca, trovate nel tempio di Minerva in Siracusa antica, che seppero rispettare i barbari e portate a Palermo da Carlo IП di Borbone. Quelle due capre furono fatte in pezzi, e queste si vendettero a poche grana ogni rotolo. (((17))) Gli uffiziali inglesi, vestiti alla borghese, stavano in mezzo a quella marmaglia, incitandola sempre più al saccheggio, comprando a vilissimo prezzo e senza arrossire, gli stupendi capilavori delle antichità siculo, raccolti con tanta cura e tanta. spesa dai re di Sicilia e specialmente da’ Borboni.

Rimaneano le Finanze, ov’era il danaro, guardato da un distaccamento di soldati, sotto gli ordini del maggiore Milon, al quale fu intimato da’ ribelli ad arrendersi; ed avendolo avvertito della sua difficile posizione il comandante di Castellammare, costui lanciò altre bombe, che fecero fuggire gli aggressori dal posto delle Finanze. Uscirono allor fuori di nuovo gl’inglesi a parlar di umanità ed indussero il Desauget — che non si fece pregare—a cedere le Finanze con tutto il danaro. Si erano di già firmati i patti della resa, tutti gridavano pace, e Milon aspettava! ordine per ritirarsi, quindi stava poco guardingo. I patrioti, che tutto aveano calcolato, repentinamente irruppero numerosi per saccheggiare il Banco; però trattandosi di danaro, il governo provvisorio seppe impedire il saccheggio dello stesso: permise soltanto a quella scomposta ed avida plebaglia d’impossessarsi del mobile che colà trovavasi, di spiantar porte e finestre e portarle a chi comperava simili oggetti in que' giorni di parapiglia.

Riunita tutta la truppa a’ Quattroventi e luoghi adiacenti, circa diecimila uomini, il generalissimo Roberto Desauget, non contento ancora delle procurate disfatte ed umiliazioni fatte subire a’ suoi dipendenti, volle eziandio svergognarsi nella ritirata. Per mezzo del Commodoro inglese Lusington, propose al governo provvisorio di Palermo, di cedergli il forte di Castellammare, a patto che lo si facesse imbarcare senza molestia. Quel governo, avendo conosciuta la dabbenaggine del nostro generalissimo, о tutt'altro che io non voglio affermare, ne profittò, e quindi gli concedette lo imbarco libero sotto tre condizioni: cioè di mettere in libertà tutti i prigionieri, di consegnare le carceri de’ Quattroventi alla custodia del popolo, e di cedere Castellammare con tutte le armi, munizioni e viveri ivi esistenti. Desauget, giacché volle ridursi in quella umiliante posizione, avrebbe dovuto accettare quelle condizioni, conciosiaché, ritirandosi con tutta la truppa о in Napoli о altrove, necessariamente dovea lasciare tutto quellо che gli chiedeva il governo provvisorio. Questa volta però respinse quelle condizioni; ed io, lettori miei, non so leggervi chiaro, e diffido della lealtà del nostro eroe, perché poi. quando egli parti, abbandonò volontariamente quanto gli si domandava per Cirio imbarcare senza molestia; e parti come un fuggiasco, perseguitato dovunque a schioppettate da’ rivoltosi, con far soffrire gravi danni alla truppa che conduceva.

Desauget, senza né trattare né umiliarsi col governo provvisorio, avrebbe potuto imbarcarsi comodamente al Molo con tutta la sua gente; colà sarebbe stato guarentito dal forte di Castellammare e da’ cannoni della flotta. Egli invece, ad onta de’ consigli del ministro della guerra, si decise recarsi a Solanto, circa sette miglia lontano da’ Quattroventi; dovendo fare un circolo lunghissimo intorno a Palermo, esponendo la truppa ad infìniti disagi e sanguinose imboscate tese da ribelli. In effetti imbarcò al Molo e spedì a Napoli i malati, i feriti e le famiglie de’ militi ssenza alcuna molestia, dappoiché, come ho già detto, le offese de’ rivoluzionarii non poteano giungere fino a quel luogo. Ed intanto, dopo di essere stato assalito da rivoltosi fin dentro il campo, la notte del 27 riunì i suoi dipendenti, e si dispose a marciare alla volta di Solanto, percorrendo viuzze tortuose, burroni e fabbricati; ove la truppa dovea essere necessariamente massacrata, senza neppure vedere il nemico; ecco, io soggiungo, lo scopo della trattative e delle sue apparenti contradizioni!...

Quella inqualificabile risoluzione del Desauget ecco come fu giudicata (((18))) dallo stesso storico rivoluzionario Carlo Gemelli, siciliano:.

«Strano disegno, il quale non poteva conce durre a salvamento l’esercito, ma a danni irreparabili e gravissimi, Conciossiaché quel semicerchio che percorrere si dovea, per «impedire ogni molestia alle schiere fuggenti, non era punto accomodato alle, difese, essendo scarso di strade passatoie, abbondante di passi stretti e forti, di fiumi e di siepaie. Aggiungevasi all’asprezza de, luoghi smisurate piogge e nevi e freddi rigidissimi, che maggiormente ritardavano l’ordine della marcia; il paese inospitale e noce mico; le campagne fangose, piene di gore e di acqua, che gli abitatori deviavano dace gli alvei, e rovesciavano, oltre quelle del cielo, in sulle pianure. Disagevole quindi era il marciare e misera la condizione. Gettate armi e bagagli, il soldato malediceva gli uomini e la natura, rifiutava il combattere od il fuggire; e preferiva, affranto e scoraggiato, una ingloriosa morte sprofondato nella melma о inabissato nelle ce acque.

L’avanguardia di quella ritirata era sotto il comando del Nicoletti, il centro di del Giudice e la retroguardia di Pronio; e tutti mossero da Quattroventi prima che spuntasse l’alba dell’8 gennaio. Desauget, a compiere la sua vergogna, accettò per guida il boia di Palermo!

Quella truppa in ritirata, trovò ostacoli in tutti i luoghi del suo passaggio, e più di tutto ebbe molto a soffrire sotto Boccadifalco, al Piano de’ Porrazzi, a S. Maria di Gesù ed a S. Ciro; fulminata sempre da’ ribelli non visti, perché appiattati dietro le siepi e le mura, facendosi scudo di ogni albero о pietra, neppure ebbe la soddisfazione di difendersi (((19))). L’ostacolo più serio lo trovò a Villabate, ove i disertori Longo ed Orsini aveano postati due cannoni, ed in quel paese si erano riuniti gran numero di rivoltosi.

I soldati, al vedere quell’apparato di armi e di armati, perdettero la pazienza, e senza ordini de' loro capi, rabbiosamente si avventarono contro i nemici, che posero in fuga. Il primo all'assalto fu il valoroso alfiere Staffa, del 3° dragoni, il quale s'impossessò dei cannoni e rimase non leggermente ferito. Quella soldatesca, nel massimo furore, entrò scompigliata in Villabate, ed uccise quanti uomini incontrò con le armi alle mani, saccheggiando e bruciando quelle case, donde aveano ricevuto delle schioppettate. È inutile dire, che i patrioti ed i giornali faziosi gridarono al vandalismo, all'assassinio contro i soldati napoletani; e ciò per la solita ragione che ad essi era lecito tutto, a costoro si negava financo il dritto della difesa. Intanto, alla vista dei fatti di Villabate, i medesimi patrioti furono più cauti, cioè non abusarono più del loro dritto di massacrare in varii modi la truppa in ritirata; e questa giunse a Solanto senza molestia. I paesi ove essa passava, la ricevevano senza alcun segno di ostilità, ed Altavilla le apprestò anche i viveri, rispettandola, come ne' tempi normali.

La flotta, che trovavasi nel Molo di Palermo, si fece trovare nelle acque di Solanto, ed era stata ingrossata d'altre navi giunte allora da Napoli. L’imbarco della truppa cominciò la sera del 29 gennaio, e continuò tutto il dì 30; e siccome le bande rivoluzionarie, scorazzavano in quelle vicinanze, quello stesso. giorno assalirono gli avamposti regi. Il capitano Rodolfo Russo, con uno squadrone di dragoni ed una compagnia di fanti, in breve tempo, mise in fuga quelle bande ardite sì ma disordinate. Nonpertanto quella ritirata e quell’imbarco, voluti dal generalissimo Roberto Desauget, furono una turpe vergogna, una vera sconfitta; e non senza ragione, i diarii faziosi pubblicarono, che quel generalissimo fuggì dа codardo alla testa di diecimila uomini, avendo a fronte un pugno di ribelli, senza capi e la maggior parte senz'armi.

Desauget, per la fretta d’imbarcare i soldati, fece gittare nel mare qualche cannone e qualche altro permise che si lasciasse sul lido. Diè il barbaro ordine che si uccidessero i muli ed i cavalli dell’artiglieria, del treno e del bellissimo reggimento de’ dragoni. Quell'ordinе si eseguì uccidendosi qualche mulo del treno; ma i cavalieri non vollero uccidere i loro cavalli, e stavano per ammutinarsi a sì pazzo e crudele comando. Si prese una mezza misura: i soldati di cavalleria, piangendo, tolsero le selle e le briglie a loro cavalli, ed in cambio di ucciderli, li scapolarono. Quelle povere bestie non vollero approfittare della libertà; invece offrirono spettacolo di pietoso episodio: seguivano i loro padroni, né per nulla si voleano distaccare da' medesimi, Quando li videro imbarcare, nitrivano in modo straziante: molte si buttarono nel mare seguendoli a nuoto; ma meno fortunati del cane di Santippo, prima vedeansi abbattuti dalle onde e poi sommersi sparire. L’anno seguente, quando il generale Filangieri conquistò la Sicilia, rinvenne i cannoni, e molti di quegli animali, colà lasciati in potere de' rivoluzionarii.

Il maresciallo Roberto Desauget nulla volle fare per sottomettere la sicula rivoluzione, secondo il mandato ricevuto dal suo sovrano; e nel ritirarsi da Palermo commise errori, viltà e vergogne, che, bisogna dirlo, non furono commesse dodici anni dopo dal famosa generale Lanza. Questi avea a fronte il capo della rivoluzione cosmopolita, e bastava il solo nome di costui per sollevar le masse e porle in armi, essendo in fama di valorosa massi sta. Dippiù quel capo conducea con sé molti arrischiati rivoluzionarii di mestiere, detti carne da cannone, e soldati piemontesi in camicia rossa. Ma il generalissimo Desauget ebbe l'onta di farsi vincere da un pugna di ribellala maggior parte gente abbietta, pessimamente armata, e malissimo diretta, la intesi da coloro che faceano parte delle bande del 1848, che molti di essi non sapeano né caricare, né sparare i fucili comprati dagli inglesi.

Quel generalissimo volle assoggettarsi ad altre umiliazioni che non soffrì il suo continuatore Lanza; perlocché sembra sì strano il suo procedere, che havvi chi scrisse e crede ancora, che vi si nasconda un arcano. Desauget non mancava di reputazione sotto il rapporto di valoré, avendone dato prove in Sicilia al tempo del decennio, né d’istruzione, perché lo si diceva, emulo di Filangieri. Egli dunque о dovette perdere la testa in quei giorni di prova, о giuocò la più abbietta delle partite, disonorando sé stesso e la truppa che comandava. Perché non assalì con tutte le sue forze i rivoluzionarii di Palermo? perché tante compiacenze verso costoro? perché assoggettarsi a tante umiliazioni? Chi l'avrebbe molestato imbarcandosi al Molo, protetto dalla flotta e da forti, come s'imbarcarono i feriti, gli ammalati e le famiglie de’ militari? Perché volle eseguire quella ineseguibile ritirata, facendo massacrare tanti soldati ed arrecando spaventi e guasti a pacifici cittadini? Io non gli appicco l’epiteto che merita, perché Ferdinando II non gli fece subire un consiglio di guerra, anzi lo adibì poi in comandi amministrativi, nominandolo presidente della Giunta di vestiario dell’esercito e dell’orfanotrofio militare. Intanto era quello un re tiranno, anche per lo stesso Desauget; ed io in questo solo caso lo proclamerei tale, cioè per la sua malintesa clemenza, che fu poi causa di tante lagrime e tanto sangue versato da’ popoli delle Due Sicilie.

Desauget restò esempio funesto, che, dopo 12 anni, produsse una memoranda catastrofe nazionale. Se a me mancassero le parole per istigmatizzare la condotta di lui, impronterei quelle scritte a Ferdinando II da Carlo Filangieri, uno de’ primi generali di questo secolo, cioè: Se si fosser rinnovate le vergogne de’ Quattroventi, bruciato mi sarei le cervella (((20))).

Roberto Desauget scrisse opuscoli in sua difesa pe’ fatti vergognosi della sua spedizione di Palermo, e si destreggiò in modo, che dopo la morte di Ferdinando II entrò in grazie del figlio Francesco II, dando a questo consigli, che furono fatali. Nel 1860, coronò la sua vita politica e militare col recarsi a Salerno, in abito di guardia nazionale, per incontrar Garibaldi, e fu del bel numero uno di coloro che ornarono il trionfo di costui nell’entrata in Napoli. Io opino, che se Francesco II avesse riconquistato il Regno, Desauget avrebbe scritto altri opuscoli per dichiararsi innocente anco della sua gita a Salerno, degli omaggi resi al capo della rivoluzione, di essere stato elevato a generale di armata, e decorato dell’ordine dell’Annunziata dal re di Piemonte, estendendo le grazie a’ suoi due figli, oggi anch’essi generali dell’esercito italiano.

Appena la truppa lasciò i Quattroventi, il carceriere di quelle prigioni, vedendosi senz’appoggio, fuggì, e que’ detenuti, forzando le serrature, uscirono e corsero alla Vicaria, ove abbattettero le porte, dando la libertà agli altri detenuti per delitti comuni. I diarii faziosi pubblicarono, che i regi avessero scatenati i galeotti per far saccheggiare Palermo; mentre si sa da tutti che il primo atto de’ rivoluzionarii in trionfo, è stato sempre quello di mettere in libertà i loro amici; difatti dopo 12 anni, quelle stesse prigioni furono aperte da Garibaldi, il quale armò i galeotti per far l’Italia una.

Dopo la liberazione de’ galeotti, i ribelli, essendo stati ingrossati da medesimi, e vedendosi liberi da qualunque freno, sbizzarrirono in un modo spaventevole. Saccheggiarono gli uffici del Catasto, quello de’ dazii civici ed i commessariati di polizia, dando alle fiamme. tutte le carte che trovarono in que’ luoghi. Pubblicarono che aveano trovato( )oggetti di tortura e scheletri umani ne’ medesimi commessariati; ed è questo un altro abituale vezzo de’ settarii in trionfo, cioè spacciare simili fole per calunniare i governi che hanno abbattuti, e farsi ragione del loro indegno operare. Se leggete le storie di tutte le ribellioni compiute in Italia ed in Europa, sentirete le medesime ridicole accuse contro i governi caduti.

I patrioti, credendosi sempre nel preteso dritto e privativa di massacrare i custodi dell'ordine pubblico, e con modi barbari ed atroci, arrestarono cinquanta poliziotti di Palermo, li strascinarono sotto il palazzo Pretorio, ed ivi li assassinarono sotto gli occhi del governo provvisorio. Questo credette, о finse credere, d’impedire que(1) massacri con cacciar fuori una proclamazione, nella quale dicea: simili atti non essere corrispondenti all'indole generosa del popolo. — Il 13 febbraio, in risposta a quella proclamazione, il popolo generoso corse a S. Anna, ove erano incarcerati trentaquattro poliziotti ed un ispettore, li prese e li condusse ad un luogo detto Pantano, ed¡ ivi tra canti, ubbriachezze e saturnali, trucidò, con efferate sevizie, quegl’infelici. la maggior parte sostegni di famiglie; altri poliziotti ed aderenti subirono la medesima tristissima sorte. Quella furibonda marmaglia, avida di saccheggi e di sangue, appellata popolo generoso dal comitato e dallo storico siciliano Gemelli, scorrea la città in cerca di realisti, che chiamava surci, saccheggiando o. devastando le case di costoro: non contenta di avere spogliata l'abitazione del generale Pietro Vial, la volle pure diroccare: vendette vandaliche!

Simili spettacoli atroci e ludibriosi, voluti о tollerati dal governo provvisorio, furono imitati da parecchi, paesi e città della Sicilia. Non vi era più sicurezza in nessun luogo, anche i ribelli si uccidevano tra loro, о nel dividersi il bottino о per un motto male interpretato. Gl’impiegati del governo caduto, co’ soli panni che aveano addosso, fuggivano perseguitati con accanimento. I continentali giunsero a Napoli atterriti e nella più squallida miseria, che Ferdinando II mitigò generosamente con la sua proverbiale carità.

In Misilmeri si massacrarono i gendarmi con efferate crudeltà; basta dire, che i patrioti alzarono una beccheria, e fingevano vendere carne di que’ miseri massacrati! In Catania, dopo che indussero con bei modi e promesse la gendarmeria a deporre le armi, uccisero il tenente della stessa, Fiorentino, e scorticarono vivo un gendarme! Uguali fatti avvennero in altre città, che vai meglio tacere per non contristare di troppo i pietosi lettori; però credo necessario raccontarne un solo, per far meglio conoscere fin dove giunga la nequizia rivoluzionaria. Un capitano di gendarmeria e quartiermastro, di cui taccio il nome per decoro de’ suoi discendenti, fidando in un suo amico, al quale avea prodigati infiniti favori, fu assalito da costui a capo di una masnada di manigoldi. Costoro lo ligarono con funi, gli saccheggiarono la casa, e sotto i suoi occhi fecero soffrire l'estrema vergogna a tre giovanette zitelle sue figlie....! Il misero padre, a quella vista acciecò! credo che sarebbe stata gran pietà ucciderlo.

Qualche lettore, mal prevenuto, e che giudica i fatti umani senza la guida della storia, dirà, che i siciliani son sanguinarii e crudeli; ed io rispondo, che non è stato l'indole di quegl’isolani la causa di tanti massacri e nefandezze, ma quella comune a tutti i rivoluzionarii del mondo (((21))). La stessa gentile Toscana non è rimasta immune da simili atrocità; in Roma, nel 1849, se ne commisero altre peggiori; ed il popolo parigino, che vien reputato il più incivilito dell’Europa, sappiamo che nelle rivoluzioni del 1792 e 1870, perpetrò delitti di gran lunga più spaventevoli.

Lо stesso Garibaldi, in fama di umanitaria e redentore de' popoli, presso i suoi adepti, non qualificò sfogo di popolo, il saccheggio e l'incendio del palazzo di Mistretta in Palermo nel 1860? non permise in quello stesso tempo il massacro de’ poliziotti della medesima città? Dopo la ritirata di Desauget sul continente, rimasero in potere de' regi il forte di Castellammare di Palermo, i castelli di Milazzo, dì Augusta, di Siracusa e la Cittadella di Messina in seguito si cedettero quelli e si ritenne questa soltanto. La truppa che trovavasi in Girgenti, comandata dal colonnello Pucci, ripiegò sopra Catania ed unita a quella dr guarnigione in questa città, sotto gli ordini del generale Rossi, sostenne varie scaramucce contro i rivoltosi e sempre con la peggio di costoro. Però, essendosi mischiati i consoli esteri, ed al solito predicando umanità pe’ soli ribelli, quel generale credette prudente abbandonar Catania ed imbarcarsi per Napoli il 14 febbraio.

Tutta là Sicilia riconobbe il governo rivoluzionario di Palermo, a capo del quale era Ruggiero Settimo, con potestà quasi dittatoriale. Dipendevano da costui quatti î comitati, composti di sessantasei individui, che erano preseduti dal principe di Scordia, dal marchese di Torrearsa, dal principe di Pantelleria e da Pasquale Calvi.


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CAPITOLO XI

SOMMARIO

Si tenta di rivoltare il Cilento e sì preparano volontarii in Roma ed in Firenze. Il re comincia a far le prime concessioni. Esilio di del Carretto. Dimostrazioni faziose, chiedenti la Costituzione. Il re concede la Costituzione. Baccanali e ricriminazioni. Conseguenze della libertà settaria. Guardia nazionale. Saliceti. Cacciata de(7) Gesuiti. Massacro di popolani. Stato deplorevole della capitale e delle province.

La rivoluzione sicula, preparata dalla Giovine Italia oltrepassando le speranze de’ settarii, baldanzosa si estese sul continente napoletano, cominciando dal Cilento. Il siracusano Antonio Leipnecher, già uffiziale dell’esercito ed emigrato, per causa politica nel 1821, era ritornato in Napoli. Poerio e di Ayala lo persuasero a buttarsi nel Cilento ed unirsi al locandiere Carducci, per sollevare que’ popoli torbidi e facili ad essere mistificati. Avendo accettata la missione, ed essendo stato aiutato dall’arciprete Patella, (((22))) da un Mazziotti, da un de' Dominicis ed altri, alzò il vessillo della rivolta. Dopo che raccolse in bande armate quella gente che nulla ha da perdere e tutto da guadagnare, ruppe il telegrafo, allora ad asta, ed asserragliò strade; fatto sempre più audace andò diritto allo scopo principale della rivoluzione, cioè pose le mani nelle Casse pubbliche, taglieggiò i proprietarii in odore di Borbonismo, ed alzò Corte marziale fucilando i più noti realisti, e tra gli altri un sindaco, che fece assassinare in un chiostro di frati, negandogli persino i conforti della religione.

Trovandosi in quel distretto il capitano de' Liguori alla testa di pochi gendarmi, tentò opporsi alle scelleraggini del Leipnecher; ma sopraffatto dal numero, fu costretto ritirarsi alla volta di Salerno. In seguito il colonnello di artiglieria Lahalle, con un pugno di soldati, investì e disperse quelle bande. La stampa rivoluzionaria, che avea profetizzata ed encomiata la rivolta del Cilento, con tutte le nefandezze commesse da’ ribelli, virulenta e calunniosa si scagliò contro Lahalle, dichiarandolo indegno della divisa militare che indossava.

La dispersione delle bande capitanate da Leipnecher in nulla giovò al governo di Napoli, perché Ferdinando II, viste le condizioni del Regno e quelle dell’Italia, si disponeva non già alla resistenza, ma alle concessioni. Egli supponea, che così operando, avrebbe potuto contentare que’ rivoluzionarii che rumoreggiavano nell’interno e gli altri sulle frontiere del Reame. Difatti quindicimila studenti, che erano stati cacciati da Napoli, predicavano la rivolta in tutte le province, ed in varii paesi succedeano tafferugli, che però errano sedati da pochi gendarmi. Ignazio Ribotti, nizzardo, provvisto e sostenuto da' faziosi di Roma, preparava una spedizione di volontarii sulla frontiera degli Abruzzi; un'altra ne organizzavano in Firenze Nicola Fabrizi e Felice Orsini, per entrare nel Regno dalla parte di Giulianuova.

Il re, sin dal principio dell'anno avea messo in libertà tutti coloro che si trovavano in prigione pe' moti di Calabria; e con due decreti del 18 gennaio, avea accordato alcune importanti riforme municipali, larghezza di stampa ed amministrazione separata tra Napoli e Sicilia. Quelle riforme oltrepassano i desiderii della gente onesta; ma i rivoluzionarii, conoscendo che il vento spirava a loro favorevole, dissero che giungevano troppo tardi, e quindi chiesero alto: Costituzione politica con Camere legislative, responsabilità de’ ministri, Guardia nazionale, riduzione dell’esercito. La sètta diè il motto di ordine, cioè fece gridare a’ suoi cagnotti: Vogliamo la Costituzione, vogliamo la sovranità del popolo. Un tal motto si diffuse nella gente ignorante, e quanto meno si capiva, tanto più si gridava Costituzione e sovranità popolare. Napoli avea perduta la sua tradizionale gaiezza, ed era divenuta un campo di lotte plateali, fischiandosi i gendarmi e lo stesso del Carretto. Costui, visto il temporale che lo minacciava, tentò farsi amico Mariano d'Ayala, che avea tanto perseguitato; perlocché fu fischiato non solo da’ rivoluzionarii ma dagli stessi realisti: e così aumentava e s’ingigantiva quel pericoloso baccano. Il re, sia per concedere qualche cosa alla rivoluzione, sia perché sapea che quel ministro bazzicava co’ faziosi, ordinò che subito partisse dal Regno, ed il Filangieri ebbe l'incarico dell'esecuzione di quell'ordine sovrano. L’esilio di del Carretto non fu applaudito, né molto piacque alla sètta, perché costui, sebbene fosse temuto non era odiato dalla stessa.

Il governo rivoluzionario della Sicilia avea tutto l'interesse di tenere agitato il Regno al di qua del Faro, quindi mandava emissarii, ed era in istretta corrispondenza co’ più noti faziosi napoletani. Costoro profittavano di tutto per secondare le mire de’ fratelli di quell’Isola, facendo dimostrazioni sediziose e suscitando subugli. Difatti, profittando che mori l'ех-intendente Rodinò, repubblicano del 1799, molti lo accompagna ni io all’ultima dimora, a capo de’ quali il di Ayala; costui profferì un caldo discorso sul feretro dell'estinto, encomiandolo perché era stato condannato a morte per ben due volte; però senza dir nulla della clemenza sovrana che l’avea assolto.

La studentesca, ritornando dalle province, si riuniva ne’ caffè a far discorsi sediziosi; in quello della Croce di Malta bazzicavano i caporioni più esaltati, cioè Marvasi, Braico, Avitabile, Lavista ed altri, i quali non contenti delle sole chiacchiere de’ studenti, opravano Miedo da correre spigliati e sicuri alla loro prediletta meta. Essi tentarono la truppa per mezzo di taluni uffiziali felloni, ed avendola starata fedele al sovrano, si argomentarono assoldare la gente sfaccendata, col pretesto di guarentirsi da’ lazzaroni in un caso possibile di tafferuglio. Fatti audaci, in vista della troppa bonarietà della polizia, si assembrarono in casa di Poerio, ed ivi formolarono una petizione al sovrano, chiedendo franchigie costituzionali, e la fecero sottoscrivere da circa mille persone, quali settarii, quali vanitosi ed ignoranti. I primi ad apporre la firma a quella petizione furono il principe Pignatelli Strongoli, repubblicano del 1799, ed il principino Gaetano Filangieri, figlio del tenente-generale. Per far credere che la Costituzione fosse stata un desiderio popolare, si organizzarono le solite dimostrazioni di piazza, che sono le armi potenti della sètta, e che servono eziandio ad atterrire i sovrani. In que’ giorni i buoni cittadini camminavano sospettosi per la via Toledo; conciosiacché, ad ogni istante, per un fatto di poco momento, si sentiva un fuggi fuggi, e quindi serravansi repente e con fracasso i magazzini, lasciandosi oggetti о fuori о incagliati in mezzo le porte, lo che era una opportunissima occasione pe’ ladri, per esercitare il loro mestiere. I passanti in quella via si davano a correre pe’ vicoli arrecando lo spavento in gran parte della città; il risultato si era che in quella confusione si rubava, si davano busse, si spezzavano costole e gambe, si rompevano vetri, e la gente pacifica ritornava a casa, per lo meno, senza scarpe о cappello, co’ panni stracciati о in disordine, arrecando lo spavento nelle proprie famiglie.

Il 27 gennaio, i faziosi combinarono una magna dimostrazione: capi della stessa figuravano un de' Dominicis ed un Saverio Barbarisi. I dimostranti si riunirono nel largo del Mercatello, e scesero per Toledo gridando: Viva il re, viva la Costituzione. Giunti al largo della Carità, incontrarono il generale Giovanni Statella, comandante della' Piazza, alla testa di pochi cavalieri; alla vista dei quali si dispersero pe' vicoli. Vedendo però che lo Statella rimanea inoffensivo, presero animo ritornarono a Toledo, circondarono quel generale, protestando devozione al re, e voleano incaricarlo di presentare al sovrano un indirizzo da loro redatto; che non fu accettato. Statella retrocedette fino al piano di S. Ferdinando, ed avendo ordinato che lo seguisse altra soldatesca, impedì a' dimostranti di progredire più oltre. In quel medesimo tempo, il castel S. Elmo alzò bandiera rossa, e tirava ad intervalli qualche colpo di cannone inoffensivo. Malgrado che i dimostranti sapessero essere con loro il general Roberti, comandante quel castello, pur tuttavia il lugubre rombo del cannone li disanimò e li fece disperdere.

I generali Statella e Lecca, essendosi presentati, al re, esposero le intenzioni de' dimostranti, e costui, pregato dalla regina madre e dal vecchio zio principe di Salerno, per evitare altri mali, la mattina del 28, fece un nuovo ministero, bene accetto a' rivoluzionarii, cioè il duca Serracapriola presidente dei ministri barone Bonanni ministro di grazia e giustizia ed incaricato degli affari ecclesiastici, principe Dentice delle finanze, Carlo Cianciulli degli affari esteri, principe di Torcila de' lavori pubblici, e il siciliano Gaetano Scovazzo di agricoltura e commercio, ed incaricato della pubblica istruzione. Si disse allora, che questi personaggi avessero accettato di esser ministri col patto che fossero conservati in que’ posti, dando il re la Costituzione, che essi aveano consigliata.

Ferdinando II, avendo riuniti i nuovi ministri, volle sentire il parere de’ medesimi circa la Costituzione che si volea da’ faziosi; e tutti gli disser chiaro, che altra salvezza non potea trovare la dinastia, se non in quella forma di governo. Invitati i generali, presenti in città, a dir francamente il loro parere, chi parlò dubbio, chi assenti; Saluzzo e Filangieri soltanto dissero chiaro, che sarebbe stato un grande errore accordare in que’ momenti la chiesta Costituzione; la quale sarebbe stata causa di maggiori sommosse e forse di conseguenze incalcolabili. I ministri di Russia, Prussia ed Austria, accreditati presso questa Corte, esortarono il re a tener duro contro le pretese dei rivoluzionarii e tra le altre ragioni assegnarono quella, che la Costituzione sarebbe stata contraria al trattato del 1815.

Re Ferdinando, in tanti opposti consigli, credendo di far bene al suo popolo, si decise pel peggiore. La mattina del 29 gennaio, fece pubblicare un decreto, col quale promettea al Regno delle Due Sicilie una Costituzione politica. Per mostrare la spontaneità di una sì importante concessione, e che stesse bene col suo popolo, montò a cavallo, accompagnato da pochi uffiziali, percorse Toledo e Foria, ove fu acclamatissimo da' rivoluzionarii. Nonpertanto un Domenico Mauro tentò ucciderlo: ma avendo brandito il pugnale, ne fu trattenuto da' suoi amici. Quell'atto parricida passò inosservato da molti, perché coperto dal fragore de’ plausi e dal movimento della popolazione. Quando il sovrano scese ne' bassi quartieri di Napoli, venne circondato ed acclamato dal vero popolo; il quale non tralasciava di protestare di non voler quella Costituzione, chiesta dalle giamberghe (rivoluzionarii in frac) trovandosi tutti contenti sotto il suo paterno regime. Infine i popolani più arditi protestavano e minacciavano di dare addosso a’ faziosi; il re, dopo di aver tentato di calmar lo sdegno di quell’onda popolare, vedendola sempre più agitata, spronò il cavallo e si ritrasse, non tralasciando di emanare gli ordini opportuni per iscongiurare la guerra civile.

L'incarico di stendere l'atto della Costituzione si diè a Francesco Paolo Bozzelli, fatto giù ministro dell'interno, in surrogazione di Cianciulli, che si era dimesso. Bozzelli, nato in Manfredonia, era stato per ben due volte carcerato ed emigrato per causa politica; egli era in que’ tempi presidente del Comitato rivoluzionario; diceanlo fabbro delle dimostrazioni di Toledo, proclamandolo sommo Bozzelli, perché autore di varie opere di dritto costituzionale. Si aspettava da lui una Costituzione eminentemente napoletana; egli invece ne copiò una francese sopra le seguenti basi: Religione dello Stato, la Cattolica, re inviolabile, le armi dipendenti dallo stesso, ministri responsabili, stampa libera, due Camere legislative, una di deputati, l’altra di pari, scelta di quest’ultimi dal sovrano ed indeterminati di numero; base principale degli elettori il censo; il re potea rigettare le leggi fatte dalle due Camere. All’art. 87, si promettea quella Costituzione alla Sicilia con qualche modifica, e fu spedita a Palermo il 12 febbraio, cioè due giorni appresso che da' ministri fu presentata alla sanzione sovrana.

Quella Costituzione fu applaudita, appena pubblicata; si cantò il Te Deum in varie chiese, si fecero passeggiate a piedi ed in carrozza, e tutt'i passeggianti erano parati di nastri tricolori. Si gridò evviva a sazietà, si cantarono inni, uno tra' quali musicato dal Pistilli, e si videro in quel baccano non poche creature di del Carretto, fatte liberali di occasione, plaudire e gridare: viva la Costituzione! Solite maschere!

La gente, che oggi si dice pensante, e che in fatto ha meno buonsenso del popolino, credeva la Costituzione la vera panacea, cioè Punico rimedio a tutti i mali inerenti alla società. I ricchi ritennero di avere più rispettate le loro proprietà, e sperarono che fosse totalmente abolita la tassa fondiaria; i negozianti immaginarono libero commercio, abolizioni di dogane, agevolazioni governative e grossi guadagni; gli scrittori pubblicisti e gli scribacchini gioirono che fosse giunto il tempo da loro desiderato per pubblicare tutte le strane teorie, le stravaganze e l’empietà che lor frullavano in capo; la magistratura, i funzionari e gl’impiegati si attendeano fiduciosi rapide promozioni e meno fatiche, i nullatenenti sperarono pescar nel torbido e far rapide fortune; le stesse donne, e maggiormente le vecchie, visto quel rivolgimento e tanti scavezzacollo emancipati, sognarono strepitose avventure: tutti infine credettero cessati i mali che affliggono le nazioni, senza sapere quelli che recano le costituzioni ammodernate.

In quelle orgie non mancarono i festeggiatori stranieri che faceano numero in mezzo a nostri rivoluzionarii indigeni, e tra più notabili distingueansi lord Mintho, ed Ibraim, figlio del pascià di Egitto; il quale, mentre in Napoli applaudiva la Costituzione ed i dritti dell’uomo, manteneva il palo nel suo paese.

Ad onta che un Michele Viscusi ed un Angelo Santillo si fossero fatti concionatori in piazza, per ispiegare al popolo la Costituzione e le beatitudini che da questa gli pervenivano, i lazzari ed i popolani neppure voleano sentirne il nome, e più volte picchiarono di santa ragione i concionatori, i portatori di nastri e di bandiere tricolori. Era il Viscusi un impiegatuccio dell'Orfanotrofio militare, e spesso recavasi presso le famiglie aristocratiche per farle ridere. Ebbe seguito soltanto di pochi credenzoni; a’ quali, tra le altre beatitudini della Costituzione, assicurava che avrebbero comprato i viveri a prezzi bassissimi, e che i popolani, con fatigar poco, avrebbero un pranzo simile a quello de' ricchi; e quindi la vitella, i pollastri, i più squisiti vini, la pasticceria più prelibata diverrebbero cibi ordinarli del popolo.

Or sono pochi anni, fui spettatore di una curiosa scena tra due popolani e Michele Viscusi. Costui passando per la via di S. Giacomo venne fermato ed uno di quelli gli disse: Oratore del popolo e de' miei.... or che abbiamo la Costituzione, te li divori tu i pollastri, la vitella e tutto il seguito? ed a noi, dopo tanta fatica, neppure ci resta quel tozzo di pane, che avevamo prima che ci fosse stata regalata quella tua Costituzione.... Bada.. e quindi una sfuriata di male parole. Il povero oratore del popolo, come esso si faceva chiamare al 1848, stringendosi nelle spalle, si fece piccino piccino, e come il notaio, che avea arrestato Renzo Tramaglino, in mezzo agli ammutinati di Milano, a causa della carestia, se ne fuggì per uno di que’ vicoli, e suppongo di essersi reputato fortunatissimo, di aversela svignata con le sole minacce.

La gente delle campagne guatò diffidente quelle novità politiche e que’ baccanali napoletani, presaga forse di mali futuri. Le popolazioni delle province non credettero alla notizia della proclamata Costituzione, e quando ne lessero il decreto, la giudicarono superflua ed apportatrice di turbolenze e sangue.

Quella Costituzione, tanto festeggiata ed encomiata, dopo pochi giorni non piacque più a settarii, dichiarandola non confacente all’altezza de’ tempi, per la ragione che non accordava la libertà religiosa, che si potevano arrestare i rei in flagranti, perché non ammetteva la istituzione inglese del giurì, e perché al re rimaneva il veto ed il comando delle truppe e della flotta. Tutto ciò era secondo il programma de’ settarii, i quali non sono mai contenti delle concezioni de' sovrani, essendo loro scopo di detronizzarli; laonde cominciarono fin da allora a calunniare Ferdinando II, attribuendogli intenzioni che non avea. Dicendo alto, che la Costituzione fosse un tranello, mentre era stata domandata da loro e formolata dal loro caporione, cioè dal sommo Bozzelli già presidente del comitato rivoluzionario.

Il 21 febbraio, con due decreti, si stabilirono le formolo del giuramento, e il 24, il re si recò nella chiesa di san Francesco di Paola a prestarlo per la Costituzione; lo stesso praticarono le milizie, riunite in quell’attiguo piano. È da notarsi, che Ferdinando II fu il primo a proclamare la Costituzione in Italia; il re del Piemonte, Carlo Alberto, ad esempio del sovrano di Napoli, la proclamò 11 giorni dopo, cioè l'8 febbraio, il 10 il granduca di Toscana, il duca di Modena l'11, il 29 il duca di Parma, il 14 marzo il Papa. I patrioti del Lombardo-Veneto erano in gran trambusto, e mentre faceano dimostrazioni repubblicane, chiedeano franchigie costituzionali al tedesco; e questi in cambio di accordarle, proclamò la legge-Stataria contro i medesimi.

Appena si proclamò in Napoli la Costituzione, l'antica macchina governativa venne totalmente distrutta ed il governo fu sopraffate da’ cosi detti martiri della rivoluzione. Costoro, ordinatori ed esecutori, chiedenti e plaudenti, pagatori e pagati, erano magistrati, ministri e re, perchó dicentesi popolo sovrano. Degli antichi funzionarii, magistrati ed impiegati pochi furono mandati al riposo con parca pensione, la maggior parte cacciati via e perseguitati, perché realisti; que' posti furono occupati da coloro che vollero la Costituzione Bozzelli ed i suoi caldi adepti, cioè Poerio, Settembrini, d'Ayala, Imbriani, Pellicano ed altri divennero prefetti, direttori e ministri; e tutti, già s’intende con pingui onorarii — Perché dunque si fa la rivoluzione?—Così confermarono sempre più che vollero la libertà del popolo per essere essi ben pasciuti, e comandare invece del sovrano. Sarebbe troppo lungo voler qui enumerare tutte le vergogne de' liberali del 1848: basti dire, che, in poco tempo, ridussero all'osso la ricca finanza ed immersero il Regno nell’anarchia.

Sin dal cominciamento della libertà settaria, non mancarono gl’insulti al re. Il farmacista Mammone — non so se parente di quello del 99—creatura di del Carretto, dopo di aver raccolto danari tra la studentesca, fece costruire un carro, allusivo a’ giustiziati del 1799, ed il 25 febbraio lo fece strascinare per via Toledo e fin sotto la Reggia da sei buoi bianchi. Così compensavasi Ferdinando II di aver fatto ritornare nel Regno gli emigrati politici e di aver data la Costituzione, cioè vituperando l'avolo suo. Quel carro fu costruito anche con lo scopo di condurlo per Napoli per sollevare il popolo contro il sovrano, ma il popolo indegnato lo fischiò.

La libera stampa, che dovrebbe essere la colonna di fuoco per illuminare e condurre il popolo nella terra promessa, sotto i governi settarii ad altro non serve che a calunniare e combattere la religione de' padri nostri, strombazzar fabie, corrompere i cuori e traviar gl’intelletti. Appena proclamata la Costituzione, comparvero tanti luridi giornalacci, oppositori per sistema, calunniatori per programma, atei per principii; seminavano fiele per raccogliere odio contro la gente onesta, contro il re e contro lo stesso Dio. Fra que’ periodici primeggiava il Mondo vecchio e Mondo nuovo, compilato da quel capo ameno di Ferdinando Petruccelli della Gattina. In seguito comparve un altro giornalaccio col titolo l'Inferno, scritto dal fiorentino Gaetano Valeriani. Questi due giornali, più di tutti gli altri, calunniavano e minacciavano la real famiglia, il re ed il Papa; né valsero le preghiere e le minacce del liberalissimo ministro per farli tacere. La libertà napoletana del 1848 confermò la sentenza di Guizot, il quale avea detto nel Parlamento francese: L’Italia abbisognar di trentanni di tirocinio per sopportar governi rappresentativi.

I giornalisti, gli studenti, gli sfaccendati si riunivano ne’ caffè e ne’ clubs, ed ivi decidevano le sorti del Regno: il ministero obbediva! Un giorno nei Club della Vittoria fuvvi numerosa riunione di patrioti, i quali, dopo le patriottiche libazioni, pensarono alla scelta d’un ministero. Ognuno di que’ tribuni della plebe volle nominare il suo candidato; l'асcordo era difficile, perché si gridava e si minacciava, e tra tanti matti era necessario un matto spiritoso per metterli di accordo; questi saltò in mezzo, era una donna, forse emancipata, e disse: Sarà ministro chi entrerà primo in questa camera — bravo! gridò tutta quella congrega di matti pericolosi. In quel momento si aprì la porta ed entrò Ferretti, e Ferretti fu ministro! Però bisogna far giustizia a’ facitori di ministri del 1848, almeno costoro facevano dipendere dal caso una elezione tanto importante, mentre un Napoleonide, Girolamo Bonaparte, re di Westfalia, come afferma lo storico francese Capefìgue, creava ministro chi de' suoi compagni di piacere l’avesse superato nello stravizzo e nella scostumatezza.

Nelle province le cose andavano più male; i giudici circondariali, i sottointendenti ed intendenti vennero cacciati via e surrogati da’ rivoluzionarii ignoranti, ingordi e prepotenti. Le carceri furono aperte e messi in libertà anche i detenuti per delitti comuni; que’ galeotti rubavano e faceano soprusi, arrecando lo spavento ne’ piccoli paesi. I nuovi funzionarii e magistrati li proteggevano, ed in cambio carceravano la gente onesta о perché realista, о perché ricca, о perché non plaudente 4 tutte le nefandezze rivoluzionarie.

Mentre l'anarchia signoreggiava da patrona incontrastata in tutto il Regno, la ingigantì di più il ministro Bozzelli col suo manifesto circa la legge elettorale provvisoria, e col decreto della convocazione delle Camere pel 1° marzo. Quella legge designava elettore chi avesse avuto 24 duc. di rendita annui, eleggibile chi ne avesse 240, ed avendo ritenuto esser 6 milioni e ½ la popolazione del Regno al di qua del Faro, fissava a 164 il numero dei deputati, cioè uno per ogni quarantamila in circa. Ciò non piacque a’ nullatenenti, che aspiravano a divenir legislatori, ricchi ed aristocratici; quindi grida, minacce, dimostrazioni e turbolenze contro il ministero e contro il re. Si diceva essere il cehso incompatibile con la libertà, il cittadino povero avere dritto di essere elettore ed eletto tutto quel diavoleto fu poi causa della caduta del ministero e dell’altro surto il 3 aprile, più nefasto del primo.

In tanti subugli non si trascurò di pensare al Palladio della libertà, cioè all’istituzione della Guardia nazionale. Si decretò che le guardie urbane cambiassero il nome in quello di nazionali; il repubblicano principe di Pignatelli Strongoli ne prese il comando. Lo Statuto concedeva a’ militi della Guardia nazionale il dritto di eleggersi gli uffiziali ed i comandanti; perlocché tutti voleano esser capitani e colonnelli, e nessuno obbedire in quel mare magnum di libertà: quindi ire, calunnie e vituperii l'un contro l'altro per discreditarsi, ed in Caserta, in Nola ed in altri paesi corsero schioppettate. Si suscitavano quistioni infinite sul colore dell’uniforme, su nastri, cimieri ed altri simili gingilli, come cose importantissime, nelle quali riposava la morte e la salute della patria. Ma, ad un quos ego del sommo Bozzelli, si credettero acquietati venti e le tempeste, dappoiché ei fè silenzio ed arbitro — si assise in mezzo a lor con l'autorità di ministro, e più di tutto con quella di ex-presidente del comitato rivoluzionario, sciolse la gran lite, designando, con varii decreti, il modello del vestito della Guardia nazionale, la forma dei cimieri ed i colori dei nastri: così la patria fu salva! I napoletani, vaghi di vestire una uniforme, finalmente l'ottennero per pavoneggiarsi in via Toledo (((23))). Le guardie nazionali vollero armi, e ne ebbero più del bisogno; voleano cannoni ma il re vi si oppose.

Si formarono dodici legioni di Guardia nazionale, composte di borbonici e mazziniani, d'indigeni e stranieri, di vecchi rimbambiti e di giovani, di rompicolli e moderati, era una miscellanea eterogenea: tra non molto vedremo quel che seppe oprare col senno e con la mano quel Palladio della libertà e dell'ordine pubblico.

La sètta al potere, sotto l'egida di un sovrano, era debaccante, distruggeva tutto quello che eravi di bello e di buono nelle istituzioni di questo Regno; restavale a compiere una delle opere ad essa molto prediletta, vale a dire la cacciata de' Gesuiti. Costoro, come se avessero avuto centomila giannizzeri a' loro ordini, intorbidavano i sogni dorati de' rigeneratori della patria. Questi messeri non han poi torto di odiare e perseguitare que' padri, i quali educano la gioventù alla vera dottrina ed alla pura e santa morale del Cattolicismo, mentre la si vuole ignorante, atea è scostumata: vi par poco questo gran torto? Quindi non vi maravigliate se per un patriota, un Gesuita è un Croquemitain.

Cacciare i Gesuiti da Napoli era un affare alquanto difficile, essendo stati sempre amati da tutte le classi del popolo; perché que' buoni Padri a ricchi davano salutari consigli, a’ poveri infiniti soccorsi, agl’ignoranti istruzione. Intanto, i rivoluzionarii di questo Regno, non volevano mostrarsi inferiori, nel male, a quelli di Cagliari, di Genova e degli altri Stati d’Italia; quindi si decisero sfidare l’opinione pubblica per attuare il loro progetto, anche contrario a’ principii da essi medesimi proclamati.

Sin da due anni, si preparavano le armi per combattere ed opprimere la benemerita Compagnia di Gesù; a questo scopo il Gioberti avea pubblicato quel famoso libello, quella mostruosità, che titolò Gesuita moderno, ei ne scrisse tante delle grosse, che in cambio di vituperare il gesuitismo moderno, ne restà egli vituperato. Altri calunniavano quella Compagnia come appropriatrice della roba altrui; in quanto a questa accusa, se fosse stata vera, avrebbero avuto ragione, essendo appunto questa di assoluta privativa dei patrioti. Altri lanciavano stupide e strane accuse, che al più sarebbero state eziandio di privativa settaria; infine l’accusavano qual corruttrice della gioventù e nemica della libertà. Tutte queste calunnie non attecchirono nelle popolazioni italiane, e maggiormente in questa napoletana, malgrado che i settarii si fossero sforzati comprovarle con varii racconti a proposito bene immaginati, ma pessimamente applicati, perchó inverosimili e spesso contraddittorii. Del resto, il vero popolo, che ha l'istinto del buonsenso, avea ben capito che lo si voleva ingannare, avendo ragioni in contrario a tutto quello che si asseriva contro i Padri Gesuiti, e quindi più li difendeva e li amava.

La sètta, visto che nulla potea ottenere con quella terribile leva di menzogne, diffamazioni e calunnie, che essa chiama opinione pubblica, si servi di un suo adepto, già al potere per crearne un'altra; cioè scatenare la falange de' rivoluzionarii, facendole rappresentare la parte del popolo. Quell'adepto era Aurelio Saliceti; e prima che io prosieguo a narrare l'espulsione de’ Gesuiti, credo necessario far. conoscere a’ miei lettori gli antecedenti di questo acerrimo nemico della Compagnia di Gesù.

Aurelio Saliceti, nato in Abruzzo, da gente meschina, cominciò la sua carriera da cancelliere di giudicato regio.. Fruttandogli poco quell'impiego si recò a Napoli, ed in questa città altro non trovò da fare, che tradurre meschinamente il Libro di Giobbe, che dedicò a del Carretto ministro di polizia e suo protettore. In seguito ebbe qualche relazione con úna distinta fanciulla; per mezzo di costei ottenne la nomina di giudice regio, e poi in compenso la tradì. Fattosi liberale di occasione, il 29 gennaio 1848, fu intendente di Avellino, e poi ministro di grazia e giustizia. Salito a quest'alta carica, i consettarii lo proclamarono campione della libertà; ed egli ad avvalorare quell’adulazione, si argomentò mostrarsi rivoluzionario esagerato. Divenuto l'anima del movimento repubblicano, i ministri suoi colleghi si avvidero che volea rovesciar troppo presto la monarchia costituzionale, che avea giurato di sostenere. Perlocché lo stesso Bozzelli si oppose con fermezza a quella, fedifraga condotta del suo collega, ed in seguito — il 13 marzo — l'obbligò a cedere il suo posto ad un Marcarelli, già presidente del Club rivoluzionario: eran questi ordinariamente i requisiti ad esser ministro in quel tempo nefasto! Saliceti, nel tempo che ebbe il potere in»qualità di ministro di grazia e giustizia, fu il più inverecondo e crudele persecutore de' Gesuiti del Napoletano. Volendo rendere un gran servizio alla sètta, e preparare il terreno alla repubblica, si decise di dare un colpo fatale alla monarchia costituzionale, rendendola odiosa alla gente da bene, col proporre in Consiglio di Stato la immediata espulsione della. Compagnia di Gesù. Tale proposta, come poi egli medesimo scrisse eccitò lo scandalo ne' suoi colleghi, i quali dissero: «Essere i Gesuiti adorazione e culto del paese, in guisa che il torcer loro un capello, sarebbe stato muover sicuro una rivoluzione» — ex ore improborum perfecisti laudem tuam! Questa gran verità non giacque al Saliceti, il quale, per ottenere li tuo intento, ad onta del governo, volle creare l'opinione pubblica, e come già ho detto di sopra, mise in moto la falange rivoluzionaria, e ne seguirono scene tristissime.

La sera del 9 marzo si formarono due grandi riunioni, la maggior parte degli studenti, una nella piazza del Mercatello, l'altra in quella del Gesù, ov’era il collegio e la Casa de’ Gesuiti, cominciandosi a gridare: abbasso i Gesuiti! e taluni: morte a' Gesuiti! Que’ giovani erano ingannati e non sapeano quel che diceano: se ne trovavano de’ più accaniti, che gridavano in quel modo, e poi..? il credereste? e poi vestirono l’abito di S. Ignazio di Loyola! I medesimi, nel 1860, furono perseguitati da' rivoluzionarii, patirono disagi ed esilio insieme a que’ vecchi Padri contro i quali aveano gridato: abbasso e morte, ed oggi son divenuti modello di virtù, e commendabili per dottrina: io ne conosco qualcheduno. I più audaci di que’ schiamazzatori si costituirono in deputazione, e si recarono baldanzosi presso que’ tribolati padri della Compagnia, intimando loro di uscire subito dalla lor Casa e dal Regno. Quelle vittime, degli stessi loro beneficati, risposero con rassegnazione e coraggio, cioè che partirebbero immediatamente, ma dopo che avrebbero ricevuto l'ordine officiale dal governo. Gl’insensati gridatori avrebbero commesse sacrileghe violenze contro que’ mansueti religiosi, ma, alla vista di una pattuglia di soldati, si dispersero, promettendosi tra loro di riunirsi e ritor nare il mattino seguente.

Quella stessa notte i Padri Gesuiti fecero stampare una protesta, con la quale dichiaravano voler essere giudicati da chi di dritto, malgrado che non avessero commesso alcun reato, e desideravano render conto al governo de’ loro beni, per non dirsi poi quel che si era detto degli altri Gesuiti espulsi in altre città d Italia. Però, visto che nessun risultato ottenne la loro protesta, si decisero di lasciar Napoli e partire, dichiarando di portarsi con loro il solo Breviario.

La mattina del 10, cominciarono altri clamori e baccanali; si vedeano cartelli in via Toledo e per le altre strade della città sui quali leggevasi a lettere cubitali: «Il popolo napoletano invita tutti coloro che han figli nel Collegio de’ Gesuiti, di ritirarli subito, per sottrarre gl'innocenti al giusto furore del popolo.»

Quell’invito recò lo spavento per tutta Napoli; i genitori, che aveano figli nel Collegio del Gesù, corsero tremebondi e piangenti, ed a stento li trassero da quel luogo invaso da una turba di forsennati. Ivi accaddero scene desolanti: si vedevano garzoncelli soli e fuggitivi per le vie, senza sapere ove andassero, e madri e parenti a chiedere, gridare e disperarsi; nulla dico di que’ collegiali che non aveano parenti in Napoli!

Quando i ministri seppero che i Gesuiti si disponevano a lasciar Napoli, gridarono ad una voce: Ma chi ha dato un tal ordine? Quanta ingenuità! Eglino soltanto, i custodi dell’ordine pubblico, ignoravano quel che succedeva di clamoroso e d’infame fin da due giorni nella stessa capitale del Regno! Bozzelli corse dal re, ma era stato preceduto da Saliceti; almeno costui avea il coraggio dell’infamia, e difatti facea al sovrano il seguente capzioso dilemma: «Di due cose se ne dovrà scegliere una, о un ordine per cacciare i Gesuiti dal Regno, о assoggettarci ad una rivoluzione lasciandoli nella loro Casa: scegliete!» Ferdinando II, afflitto da tanti dispiaceri cagionatigli dalla rivoluzione trionfante, e circondato da un ministero settario, non volendo esser causa di altri disturbi, ebbe la debolezza di lasciar libera la scelta a' ministri, che aveano fatti gl'ingenui sulla partenza de' Gesuiti, i quali ordinarono a costoro l'оstracismo. Dapprincipio si era stabilito di far partire dal Regno i soli Padri forestieri, ma il Saliceti fece stabilir per massima, di non farsi alcuna distinzione tra i figli di Loyola; e prevalse la volontà di questo demagogo.

Se quel sovrano non si fosse mostrato debole nella trista circostanza della cacciata dei Gesuiti, ma invece, avesse messo in dovere quel pugno d'incontentabili settarii, non sarebbero avvenute tante cruente catastrofi, che ancor mi restano a raccontare. La bontà e la clemenza ne’ sovrani è il più bel dono che Iddio conceda a popoli; ma quelli, non di raro, ne fanno un pessimo uso: per contentare о salvar pochi rei, subissano un popolo innocente in un mare di lagrime e di sangue.

Mentre il Consiglio de’ ministri decretava l'ostracismo di tanti ottimi religiosi e benemeriti cittadini, i patrioti invadevano la Gasa ed il collegio del Gesù, impadronendosi dei mobili, della biancheria e di tutto quel che avea qualche valore. Gli utensili di cucina, le provviste pel mantenimento de' Padri e de’ convittori furono patriotticamente saccheggiati. Però, i ministri che non aveano potuto salvare que’ religiosi dalle violenze di una masnada di anarchici saccheggiatori, ebbero poi il potere di togliere dagli artigli di costoro, l'argenteria ed il danaro che trovavasi presso il tesoriere della Compagnia. Intanto, siccome si sperava fare un pingue bottino, si disse, che i Gesuiti avessero tutto involato fin da un mese; e quindi, non contenti ancora di averli condannati all’ostracismo, invece avrebbero voluto gettarli nelle prigioni e poi, al solito, forse fucilarli. Vedete quanta pretensione liberalesca! Dato per vero quanto si disse, non vi sembra aver che fare con ladri che vi maltrattano perché non possono rubarvi molto? Sento dir da taluni: la roba de’ monaci e de’ frati appartiene al popolo. —SI al popolo, anzi a’ poveri e non a’ saccheggiatori di piazza od a’ governativi; però gli amministratori naturali son coloro a cui fu lasciata da’ testatori con determinati obblighi; i quali non potranno esser mai soddisfatti né dal popolo né da’ governi: e se quelli han degli obblighi, dovranno avere necessariamente de’ dritti.

Tutti i religiosi Gesuiti, in numero di 130, furono chiusi in una sala senz’aria e senza letti, avendoseli portati alle loro case i filantropi patrioti; e neppur si diè da mangiare a que' tribolati Padri, essendo stata ogni provvisionе parte divorata e parte trafugata. Le sedicenti Guardie nazionali guardavano a vista nelle vittime illustri per virtù e per dottrina, multandole con boria codarda.

La mattina dell’11 marzo, il ministro Bozzelli presiedeva alla partenza di tutti i Padri della Compagnia di Gesù, residenti in Napoli. Costoro furono messi in diciassette vetture, apprestate dalla polizia, per trasportarli al molo, e colà imbarcarli per Malta. Quelle vetture erano scortate dalle guardie nazionali, da pochi soldati a cavallo e da tre battaglioni svizzeri: si disse, per non farli massacrare dal popolo, ma la vera ragione fu quella, di non fargli vedere que' suoi benefattori ed in qual modo erano trattati da’ suoi redentori. Quel convoglio scese per S. Anna de' Lombardi: era spettacolo commovente e quando il popolo vide il padre Cappellone, tanto benefico e popolare in Napoli, proruppe in lagrime e pietose grida. Triste spettacolo fu pure quello, allo scorgere altro padre, la Colle, spagnuolo ottagenario e paralitico, strappato violentemente dal letto e condotto in carrozza aperta; due gesuiti gli stavano a lato e gli recitavano le preci de’ moribondi. La popolazione indegnata a tanta crudeltà settaria, cominciava a mormorare alto e faceva de’ tentativi per non far partire quel moribondo; ma, come ho detto, quelle vetture erano circondate dalle baionette della Guardia nazionale e da’ soldati svizzeri; i quali aveano ordine dal ministero di opporsi a qualunque tentativo a favore di quelle vittime.

Alle ore quattro di quel giorno, que' 130 Padri furono imbarcati sopra un piccolo battello a vapore, che serviva alla deportazione de' galeotti e navigarono per Malta, ove giunti furono buttati sul lido, senza alcun provvedimento. Ivi però non trovarono settarii, ma un popolo cattolico, sebbene dominato da’ protestanti, e quindi furono bene accolti ed ospitati.

La espulsione de’ Gesuiti da questo Regno fece meglio conoscere i truci disegni della setta in trionfo, e non pochi liberali di buona fede maledissero la libertà settaria. Da allora tanti personaggi illustri, quali si dimisero dalle alte cariche, che occupavano ed altri emigrarono. Il tenente-generale Carlo Filangieri domandò di essere esonerato dalla direzione de' corpi facoltativi; il marchese generale Ferdinando Nunziante, perché avea conquisa la rivoluzione in Calabria, nell'anno precedente, fu costretto ritirarsi in Caserta, e colà era calunniato ed insidiato; l'altro generale Pietro Vial, emigrò dal Regno e la sètta lo fece insultare in Genova. Lo stesso Bozzelli, in vista di tanti trambusti, pretensioni ed infamie, fu costretto ad esclamare: Il solo governo onde Napoli abbisognasse esser quello di del Carretto.

I patrioti, avendo fatto provvista di caci, presciutti ed altro nelle dispense de' Gesuiti, si argomentarono continuare quella buona vita a spese degli altri religiosi di Napoli; perlocché, il 12 marzo, si assembrarono sotto il convento del Carmine al Mercato, e gridarono: abbasso i frati Carmelitani! Però, al quartiere del Mercato trovansi i veri popolani, che credono in Dio, nella Madonna ed in tutto quello che e insegna la Santa Romana Chietteson devotissimi della Vergine del Cariarlo; quindi diedero addosso a que' famelici gridatori, e li perseguitarono a colpi di pietre fino al largo S. Ferdinando. I patrioti rimasero scandalezzati, perché sotto un governo liberale si tollerasse tant’oscurantismo, cioè che in cambiò di saccheggiar cucine e canove di frati, ricevevano pietrate. Peggio poi rimasero scandalezzati, cioè quando i popolani del Mercato fecero una dimostrazione, portando in processione la Madonna, e gridando: Viva Maria SS.(a) del Carmine! Allora sentenziarono che i lazzari voleano saccheggiar le loro case (forse temessero del bottino che aveano fatto al Gesù?) e quindi cominciarono a schiamazzare contro i ministri, perché costoro non li guarentivano nella vita e negli averi.

Il ministero, che con le finte di scansar la guerra civile, sacrificò la Compagnia di Gesù, facendola partire per l’estero in quel modo che già sappiamo, fu sollecito a mettere la Guardia nazionale e la truppa in movimento, per guarentire i patrioti da’ supposti lazzari saccheggiatori. Il Palladio della libertà del popolo, le guardie nazionali armate, avendo avuto il placet del ministero, andarono ad insultare i popolani inermi; per la qual cosa ne avvenne un conflitto con quelli dal Mercato, e con la peggio di quest’ultimi! patrioti ne rimasero contentissimi, e lodarono il ministero che avea fatto uso della forza contro quella plebaglia retrograda, superstiziosa, sprezzatrice della libertà, sol degna di bastonate e schioppettate, guarentendo essi, saccheggiatori e trionfatori de’ Gesuiti. Per urtare sempre più la indignazione pubblica, si ebbe l'impudenza, di decorare con medaglie, quelle guardie nazionali che aveano fatto più massacro di popolani inermi.

Nonpertanto il ministero comprese che quella politica settaria avrebbe finito di stancare la pazienza della cattolica Napoli, che già cominciava a dar segni poco confortanti verso i nuovi padroni; per mettersi in salvo, ordinò a’ suoi cagnotti di lasciar tranquilli i frati di qualunque ordine, e il 15 marzo, pubblicò un decreto, col quale dichiarava la Madonna del Carmine protettrice della Guardia nazionale, promettendo di farle una festa, solennissima: ipocriti e buffoni!

Quietassi quel turbine contro gli Ordini religiosi, e sul nascere, perché così volle il settario ministero, facendola or da impotente, or da potente, a seconda i suoi interessi; ma si previdero tristissime conseguenze da tutti i buoni cittadini. Tutta Napoli era conturbata, avendo visto che i rivoluzionarii aveano di mira manomettere la religione; da allora la vera cittadinanza cominciò ad esternare il desiderio, che cessasse quel nuovo ordine di cose, e che il re desse riparo in qualunque siasi modo per salvaguardare i veri interessi del popolo. I settarii quando si briacano pei facili trionfi, perdono le staffe; onde che divengono di una impudenza provvidenziale, per infangarsi di bel nuovo in quel braco donde disgraziatamente sursero. Eglino, appena ghermiscono il potere, cominciano a commettere balordaggini e violenze, e le loro principali mire son dirette contro la religione cattolica; доп avendo voluto convincersi che, perseguitandola, far possono de’ martiri, ma che la credenza di un popolo è quello scoglio uve sono andati ad infrangersi tutt’i governi irreligiosi. Se lor citate diciannove secoli di storia, che prova splendidamente questa gran verità, vi rispondono, che adesso i tempi son cambiati, e quello che è avvenuto costantemente pel passato non si rinnoverà mai più. È stata sempre questa la risposta che han data gli eresiarchi ed i settari di tutti i tempi: basta, attenderemo gli avvenimenti.

I faziosi, già al potere in tutto il Regno, conoscendo che il popolo era contro di loro, pensarono farsi dello stesso quanti più adepti avessero potuto, ed a qualunque costo. Si rivolsero a popolani più influenti, col toccar loro la molla degl'interessi per meglio tirarli a sè. Andavano dicendo, che le tasse sarebbero state tutte abolite, che gli artigiani avrebbero avuto diminuito il lavoro ed aumentato il salario, che i proletarii diverrebbero possidenti con la divisione delle terre comunali, e sotto voce, diceano anche, con quelle de' ricchi; in una parola si predicava il comunismo! Non è dunque da far le meraviglie, se molti popolani facessero comunella coi settarii, servendo alle mire di costoro, con promuover chiassi e scompigliate dimostrazioni.

Di già le idee di legge agraria e di comunismo carezzavano la ingordigia de' sciuponi de' nullatenenti, e tristissime conseguenze preparavano alla civile società. L' esempio degli operai di Parigi, il vedere uomini da nulla saliti ad alte cariche e fatti ricchi in; poco tempo, il soffio della seduzione di divenir rabudamente proprietarii e doviziosi, sconvolse la mente della plebe avida ed ignorante. Fin da allora cominciarono a vedersi i primi funesti effetti, copiati sopra quelli d’oltralpi. Difatti comparve un attruppamento di operai, portante un cartellone innanzi, in cui leggevasi: pane e lavoro, e sebbene i medesimi procedessero per via Toledo con attitudine tranquilla, la gente pacifica, allora non abituata a simili scene, trepidò e corse a serrarsi nelle proprie abitazioni. Indi seguì un’altra dimostrazione, о sciopero, di stampatori e torcolieri; i quali menarono scalpore per la pochezza dei loro salarii, e si diressero al Campo di Marte, gridando:pane e lavoro. Colà si accamparono, come il popolo romano sull’Aventino, sperando che i governanti li pregassero per venire a patti; ma in cambio si spedì uno squadrone di cavalleria comandato dal generale Gabriele Pepe. Questi, usando modi conciliativi, facea di tutto per mettere in ragione quegli operai; in risposta si ebbe tirato un colpo di pistola, che ferì la sua ordinanza. A quest’attentato, talune delle guardie nazionali, ivi accorse, che aveano una grande smania di tirar fucilate sugl’inermi, scaricarono le armi sopra i dimostranti stampatori e torcolieri, che si dileguarono immantinenti.

Nelle province, le idee di comunismo cominciavano a produrre degli effetti scoraggianti, Cosenza fu più volte teatro di numerose riunioni di borghigiani in armi; i quali convenuti sotto il palazzo dell'Intendenza, con grida e minacce, chiedevano la divisione del$ ¿arre comunali. L’intendente tentava calmare con le buone quelle concitate pretenzioni; si tranquillarono un poco, solo quando a' capi comunisti si permise d’impossessarsi de' beni dell’Arcivescovo, de' monasteri, dei luoghi pii, ed anche de' possedimenti demaniali in proprietà de’ particolari.

In varie altre province, gli operai delle filande obbligarono con la forza i padroni all’aumento del salario ed alla diminuzione del lavoro; e non contenti ancora, manomisero le filande stesse, arsero de' carri carichi di cotone e minacciarono di guastar le macchine. Venosa si sollevò al grido: morte a' ricchi, viva la divisione delle terre; né quella sollevazione fu incruenta. Le medesime scene si rinnovarono in Santangelo de’ Lombardi ed in altri paesi. In Altamura si addivenne coi fatti alla divisione delle terre demaniali, e si volea passare più oltre. Si sa che si comincia con le riforme costituzionali e si finisce col comunismo e con l'anarchia; però quei nullatenenti andavano troppo di fretta, e cosi, in certo modo, guastavano il progresso graduale della rivoluzione.

Mentre il comunismo e l’anarchia faceano capolino in Napoli e nelle province, la stampa settaria soffiava nel fuoco delle più sbrigliate passioni. Oltre di consigliar repubblica e divisione delle proprietà de’ ricchi, avversava tutti gli atti governativi che non tendevano a quello scopo; strombazzava menzogne, calunnie e vituperii contro la gente onesta, inveiva contro la truppa, contro il re e contro la Religione; e tutto questo, dicea, esser lotta generosa tra la tirannide e la libertà. Queste ed altre infamie si pubblicavano, dando più animo a malfare alla gente facinorosa, ed accrescendo i trambusti della capitale e delle province; così toglievano la forza morale alla truppa, a' magistrati, esecutori della legge, ed allo stesso sovrano che vituperavano più di tutti. In Bolita, di Basilicata, i settarii, prima di uccidere un agnello od una vacca, sacrilegamente, li battezzavano co' nomi del re e della regina, scimiottando grottescamente le cerimonie del battesimo. Dopo che si divoravano da patrioti quegli animali, gettando l’ossa a' cani, diceano: tè, l'ossa di mastro Ferdinando, tè, l'ossa di monna Teresa: ed i funzionari! del governo, presenti a quel convito applaudivano! I giornali faziosi di Napoli, raccontando quelle infami buffonate, encomiavano i fratelli di Bolita; ed il regió fisco nulla trovava da incriminare. Somiglianti fatti si riprodussero in altri luoghi delle province, presenti e conniventi i sindaci, i giudici circondariali, i sottintendenti ed intendenti. Io, che ho dovuto leggere i più interessanti giornali di que’ tempi, mi son maravigliato della troppa pazienza di Ferdinando II. In tal modo era costui compensato da' settarii, dopo di avere accordato la libera stampa e la Costituzione; intanto costoro sono gli onesti, i civilizzatori de' popoli, quello il sovrano fedifrago e tiranno! Quello stato di cose era insopportabile; gli Onesti e pacifici cittadini, per guarentirsi le sostanze, la vita e l’onore, presentarono a’ ministri una energica petizione, con migliaia di firme di nomi rispettabilissimi, reclamante forti ed immediati provvedimenti per infrenare tanti disordini e delitti. I boriosi settarii, che si sentivano i piedi di argilla, controposero un’altra petizione, con firme vere e false, per dimostrare le beatitudini in cui nuotava il Regno intiero, soltanto intorbidato da’ retrogradi, cioè da coloro che non voleano farsi rubare, calunniare ed uccidere. Il ministero, temendo per sé e pel progresso graduale della rivoluzione, emanò un decreto, che vietava gli attruppamenti; misura insufficiente ad arginare quella valanga di delitti e di mali, che minacciavano subissare la civile società. Nonpertanto il ministro Saliceti, ebbe tanta impudenza di opporsi a quella, direi, innocua e blanda misura, e minacciando a tutti i fulmini della sètta, nòn volle firmare quel decreto, ma. invece, come ho detto, Bozzelli lo fece dimettere, il 13 marzo, e fu surrogato da Marcarelli. Poerio, Uberti e Savarese voleano anche dimettersi, e si rimasero a’ loro posti, perché pregati dal principe di Cariati ministro degli affari esteri e quest’ultimo dal re, essendo moderatissimo.

Il decreto, che vietava gli attruppamenti, venne messo in esecuzione, ma per maggior vergogna della potestà; conciossiaché, quando l'eletto del quartiere, si presentava col cordone al collo ed intimava a’ faziosi di sciogliersi, diveniva oggetto di risate, ed in cambio di essere obbedito, era fischiato, e qualche volta percosso. I disordini u’ogni genere progredivano sempre più, la potestà andava in basso e la marea rivoluzionaria montava in alto, recando quelle conseguenze che appresso dirò.


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CAPITOLO XII

SOMMARIO

Il re ordina di cedersi il forte Castellammare di Palermo. Fatti d’armi in Messina. Larghe concessioni fatte dal re al comitato rivoluzionario siculo. Questo le respinge, quello protesta. Apertura solenne del Parlamento della Sicilie. Mariano Stabile. Si distruggono le statue de’ Borboni in tutta l’Isola. Carteggio tra Mintho e Palmerston. Il Parlamento di Palermo dichiara la decadenza della borbonica dinastia dal trono di Sicilia. Protesta del re. Il governo siciliano manda ambasciatori all’estere potenze. Tregua tra Pronto ed i ribelli di Messina.

Nel tempo istesso che tali cose avvenivano nel napoletano, i siciliani facevano sforzi erculei per compiere la cominciata rivoluzione, già bene avviata. Eglino, con maggior fervore, si erano dedicati al conseguimento di tre risultati, cioè. espugnare la cittadella di Messina, riordinare l'isola, secondo il. nuovo ordine di cose, e far riconoscere quel governo da' potentati stranieri.

Il governo rivoluzionario della Sicilia, avendo fatto delle pratiche presso i ministri costituzionali di Napoli, facilmente ottenne che il. forte di Castellammare di Palermo gli fosse ceduto.

Però il comandante dello stesso, il generale Gross, non volle obbedire alle prime istanze del ministero di Napoli, dicendo, che, giusta le ordinanze di Piazza, per cedersi un forte era necessario l'ordine scritto di pugno dello stesso sovrano; e quindi ordinò di ribattere le offese, che di già si erano cominciate contro il castello da lui comandato. Si gridò alla barbarie e si dichiarò più che vandalo il Gross per quell’onorata difesa; il quale desistette quando gli fu comunicato ¡’ordine direttamente dal re.

Il 5 febbraio, il Gross, alla testa del presidio che comandava, uscì da Castellammare a tamburo battente, conducendo a Napoli i suoi dipendenti con armi e bagaglio e quella bandiera ché avea saputo difendere con tanta fedeltà e coraggio. Condusse anche con sò tutti i prigionieri che erano stati fatti da’ rivoltosi dal 12 gennaio in poi, che si fece consegnare prima di partire, rilasciando quelli di parte rivoluzionaria, caduti in potere de’ regi. Il disertore Longo con ¡spudorata boria, prese possesso del forte, e dopo pochi mesi, fu fatto custodire dal medesimo Gross, governatore di Gaeta, in questa fortezza. Il solito storico Gemelli, circa la dedizione di Castellammare ci racconta asserii formidabili e battaglie omeriche, sostenute da’ rivoluzionarii; i quali, egli dice, ridussero il Gross a capitolare: è una inqualificabile impudenza, un. rendersi ridicolo, mentire cosi sfacciatamente in faccia a’ contemporanei! I rivoluzionarii aveano di già cominciate le ostilità contro la cittadella di Messina. Trovavasi comandante di quella fortezza il generale Cardamone, e non osando far da sé, chiese al ministero di Napoli qual contegno dovea tenere co’ ribelli. Gli fu risposto, che si difendesse, ma non facesse uso né di bombe né di cannoni — sapientissima risposta! — dunque dovea difendersi о con le fucilate, ma più sicuro con le pietre? non essendo supponibile che si. assale una fortezza, come la cittadella di Messina con fuochi di moschetteria; e si dovea quell’ordine allora quando in Messina si alzavano varie batterie di cannoni e di mortaj contro i regi! La cittadella di Messina, opera inglese, è forte pel sito e per arte di difesa; oggi però, co’ nuovi e terribili mezzi di guerra, vale poco о nulla. Ha forma di pentagono regolare; l’istmo, che si protrae nell‘interno del porto della città, congiunge il piano di Terranova alla piccola penisola S. Ranieri. A poca distanza della-stessa si ergono i fortini della Lanterna, il bastione D. Blasco e la fortezza del Salvatore. Una corona di colli circonda Messina dalla parte opposta, e che dominano la cittadella; sopra i quali vi è il forte Gonzaga e l'altro del Noviziato; sotto i quali i rivoluzionarii eressero batterie con cannoni, tolti a varii castelli dell’Isola e parte comprati dagl’inglesi.

Dirigeva le operazioni di assedio il nizzardo Ignazio Ribotti. Il 21 febbraio, essendo giunto a Messina il disertore Longo, ed avendo portato altri cannoni, il dì seguente, s’investì il forte Realbasso, che trovavasi all’estremità della passeggiata della Marina, quasi rimpetto all’altro del Salvatore. Contemporaneamente si assalì la Cortina di Terranova ed il bastione D. Blasco; in due ore, furono presi l'unо e l’altro da’ rivoluzionarii. In Realbasso si fecero 120 prigionieri regi; i quartieri all’entrata di Terranova furono presi, ed i soldati si ritirarono nella cittadella. Quelle vittorie diedero animo ai ribelli siciliani; da allora il ministero di Napoli cominciò a trattare. i medesimi come belligeranti: infatti vi fii scambio di prigionieri.

Il re, visto che il generale Cardamone erasi fatto sopraffare da poche e scompigliate bande rivoluzionarie, mandò il generale Paolo Pronio per surrogarlo, dando a questo l’ordine di tener la cittadella, difendendosi senza provocare i ribelli.

Pronio giunse in Messina in mezzo al rombo dell’artiglieria; appena prese possesso del comando generale, diè tutte quelle disposizioni necessarie alle circostanze, non tralasciando di dirigere amorevoli e decorose parole a’ messinesi, per indurli ad accettar le sovrane concessioni: ma furono respinte con disdegno. Vedendo che si gli rispondea con la jattanza e con l’insulto, e di più si ergevano altre batterie contro la cittadella, il 24, assalì i difensori di Terranova, del bastione D. Blasco e del Lazzaretto, che minacciavano un regolare investimento, in meno di due ore se ne rese padrone.

I ribelli avrebbero potuto fare un regolare assedio, non mancando né di materiale di guerra, né di uffiziali per dirigerli ma essi si decisero ad alzar batterie nella città, esponendola alle offese de’ regi, e quando costoro rispondeano per controbatterle, quelli grida vano alla barbarie e faceano anche gridare i consoli esteri. I soldati, al solito, eran proclamati vandali e peggio, quando si difendevano, vili quando non rispondevano alle offese. Tutte le volte che le batterie degli assedienti faceano qualche buon colpo, diroccando о incendiando le case nella cittadella, о recando l'esterminio tra gli assediati, era un batter di mani, un istrombazzare a’ quattro venti l’eroismo de' ribelli per mezzo della stampa. In quel duello di cannonate prese fuoco il Portofranco, perlocchè si gridò e si dissero cose contro i regi da fare spavento alle stesse orde musulmane del medio-evo. Si seppe poi che il Portofranco non fu incendiato da’ cannoni della cittadella, ma chi avea interesse vi appiccò il fuoco a disegno, onde rubarsi le merci esistenti in quel deposito; le quali si videro poi esposte in vendita, mentre si diceano arse.

Varii furono gli attacchi d’ambe le parti e con estremo furore, molti i feriti e gli estinti in tanti e varii modi dall’una e dall’altra parte, e senza alcuno scopo militare. Conciossiachè i ribelli traevano contro la cittadella per uccider soldati soltanto; costoro, difendendosi, recavano danni non lievi a’ loro assalitori ed alla stessa città di Messina.

Intanto altre lotte sostenea il governo rivoluzionario della Sicilia; inteso, che in Napoli festeggiavasi la Costituzione accordata il 29 gennaio, temette che si rinnovassero i fatti del 1820; cominciò quindi a discreditarla, dicendola monca ed inadatta a redimere l’italia. I giornali di quell’isola, organi del governo, caricarono di vituperii i napoletani, perché costoro aveano accettate le largizioni da un tiranne; i napoletani rivoluzionarii, non solo soffrirono tutto in pace, ma varii giornali di questa capitale fecero eco a quelli di Sicilia.

In quel tempo appunto, quel governo provvisorio ebbe comunicata, da’ ministri di Napoli, la Costituzione del 29 gennaio, che la respinse dicendo: «Il popolo risorto non poserebbe le armi, né sospenderebbe le ostilità, se non quando la Sicilia, riunita in generale Parlamento in Palermo, avesse adattata a’ tempi quella sua Costituzione del 1812, che giurata da’ suoi re, riconosciuta da tutte le potenze, non si era mai osato toglierla apertamente» (((24))).

La Costituzione del 1812, come altrove ho detto, era eminentemente aristocratica, e siccome la rivoluzione sicula era sostenuta dai nobili, costoro non ne voleano una democratica alla francese, simile a quella che avea largito Ferdinando II. Que’ siculi nobiloni non indovinarono gli occulti fini della sètta, anzi credevano questa tutta dedita a’ loro ordini; quando si svegliarono da’ loro sogni dorati, era troppo tardi. Ed è doloroso il riflettere che in tutto si dovrà imitare gli stranieri mentre la Sicilia ha la sua antica e sapientissima Costituzione, che si avrebbe potuto accomodare al progresso de’ tempi.

Nondimeno in Napoli, da’ faziosi, si gridava per terminarsi la controversia siciliana, e il ministero si rivolse all'ambasciatore inglese lord Napier e all'altro francese conte Montessuy. Quel nobile lord, in cambio di terminare la controversia, istigava i siciliani a non accettare la Costituzione napoletana, con far loro domandare concessioni impossibili, che se si fossero accordate, avrebbero distrutta la integrità della monarchia. I demagoghi di Napoli approvavano le pretese siciliane, perché tendenti al programma settario, e strepitavano contro i ministri perché costoro non cedevano in tutto. Fu allora che il ministero venne modificato, e salirono al potere quegli uomini di cui si è ragionato nel precedente capitolo, cioè Uberti alla guerra, Savarese ai lavori pubblici, Cariati agli esteri, Poerio all’istruzione pubblica, Saliceti alla giustizia, rimanendo Torella, Dentice, Bozzelli, e Serracapriola presidente. Questi ministri, riuniti in Consiglio, con l’intervento di undici nobili siciliani e con lord Mintho, approvarono tutto quello che avea domandato il governo provvisorio della Sicilia.

Quello stesso giorno, 6 marzo, il re firmò varii decreti, quasi dettati da lord Mintho, co' quali autorizzava di aprirsi, pel 25 dello ateneo mese, il Parlamento in Palermo, onde aggiustare la Costituzione del 1812 a' tempi ed ai bisogni della Sicilia, restando però incolume la integrità della monarchia. Inoltre approvava la legge del 24 febbraio, fatta dal. comitato rivoluzionario, circa la elezione dei deputati e che costoro si fossero messi di accordo con quelli di Napoli per salvaguardare gl’interessi de’ due Regni riuniti. Dippiù dichiarava che il suo luogotenente dell’Isola sarebbe stato un principe reale о un siciliano, e per allora sarebbe rimasto Ruggiero Settimo, che vi aprirebbe il Parlamento. Lo stesso re nominò ministri i più spinti rivoluzionarii, che trovavansi allora in Palermo, cioè Pasquale Calvi a grazia e giustizia, il principe di Scordia all’interno, il marchese di Torrearsa alle finanze, comandante le armi in Palermo il generale conte Giovanni Statella, e destinato a comandar la Piazza di Messina l'altro fratello Enrico; questi due generali non erano rivoluzionarii, ma siciliani e fedelissimi alla dinastia.

Con siffatti decreti e concessioni, lord Mintho si obbligò pacificar la sicula rivoluzione con Ferdinando II, e il 7 marzo partì per Palermo, accompagnato dalla squadra inglese e da' due generali, fratelli Statella. Le concessioni sovrane erano tali d'appagar pienamente i desiderii de' siciliani, se i capi faziosi non avessero operato in mala fede e pel conto proprio.. In effetti, dopo che Mintho si riunì in conciliabolo co' ministri del governo di Sicilia, a' quali sconsigliò di accettare le concessioni del re, fece redigere da’ medesimi un ultimatum col quale se ne domandavano tali ed altre tante, che se il re vi fosse addivenuto, sarebbe stato lo stesso che rinunziare alla corona siciliana. Il ministero di Napoli tentò trovare un modo per aprir l'adito alla conciliazione, e quello di Palermo, istigato dal pacificatore Mintho, imbeccato da Palmerston, facea sentire, che l'allontanarsi di una virgola dall’ultimatum, sarebbe stato il segnale della definitiva rottura tra Napoli e Sicilia.

Re Ferdinando, dolente della mancata pace tra’ due Regni, emanò una protesta con la quale dichiarava irrito e nullo qualunque atto che si fosse fatto in Sicilia, non in conformità de’ decreti portanti le ultime concessioni e degli Statuti fondamentali della Costituzione della monarchia. Appena si pubblicò in quell’isola la protesta sovrana, i rivoluzionarii, eccitati sempre più dagli stranieri, proruppero in basse contumelie contro il sovrano, e gli dichiararono guerra a morte. Fin da quel giorno, il governò rivoluzionario di Palermo, in tutti i suoi atti, operò come se avesse detronizzato re Ferdinando: ed i malvagi, avendo alzata la cresta, faceano sentir più terribile la loro possanza col suscitar trambusti; la Sicilia tutta parea che fosse divenuta uno sterminato vulcano di bollenti passioni anarchiche.

Avvicinavasi intanto l'apertura del Parlamento siciliano, dopo che furono compiute le elezioni de’ deputati, in quel modo che ognuno potrebbe supporre, il 25 marzo, costoro si riunirono in due grandi sale del convento di. S. Francesco di Assisi a’ Centorinari, addobbate con ricercata eleganza. Palermo sembrava atteggiarsi a festa, salutando l’alba di quel giorno con gioia esagerata; le logge, le finestre, i veroni erano tutti adorni di arazzi e gremiti di gente, le principali vie riboccavano di popolo. Migliaia e migliaia di bandiere tricolori sventolavano per l’aere, di già assordato da grida che sembravano entusiastiche. Gli uomini in armi erano schierati dal Palazzo reale alla chiesa di S. Domenico, ove, alle undici antimeridiane, si recarono i pari, ¡ rappresentanti de’ Comuni ed il corpo consolare. Allo squillo della campana di S. Antonio, si mosse il Comitato о governo provvisorio, e si recò a piedi al tempio, camminando tra plausi e grida indicibili. Dopo che si celebrò la Messa, e s'impartì la benedizione, Ruggiero Settimo si levò in piedi, e prese a dire delle passate cose, delle vittorie riportate dalla rivoluzione e la condotta tenuta dal comitato; finiva col proclamare aperto il Parlamento siciliano. Fu entusiasticamente applaudito, e tutta Palermo l’avreste creduta in delirio.

Il duca di Serradifalco, sebbene borbonico, fu costretto accettar la presidenza della Camera de’ pari, ed il marchese della Cerda la vice-presidenza; in quella de’ Comuni il marchese Torrearsa si ebbe il primo posto, ed Emerigo Amari il secondo. Il potere esecutivo si diè a Ruggiero Settimo, col titolo di presidente; furono designati ministri, il barone Riso per la guerra (mentre giammai avea toccato armi!), Michele Amari per le finanze, Gaetano Pisani pel culto, Pasquale Calvi per l’interno, sicurezza pubblica e lavori pubblici, e Mariano Stabile per gli esteri. Siccome quest’ultimo ministro ebbe gran parte nella rivoluzione siciliana, essendo stato l’anima intellettiva del vecchio Ruggiero Settimo, trovo necessario che sappiansi taluni suoi antecedenti.

Mariano Stabile era figlio di un intendente del principe di Cassero; dimorò qualche tempo in Madrid in qualità di segretario del medesimo principe, ambasciatore del re presso quella Corte, e fu da questo cacciato via a causa della sua esaltazione demagogica. Ritirato in Sicilia, non trovando di che vivere, esercitava un basso impiego nell’amministrazione de’ zolfi, ed ivi si trovava quando scoppiò la rivoluzione dì Palermo, il 12 gennaio 1848. Di carattere impetuoso ed audace, fu de' primi a farsi avanti in que’ scompigli, e si dichiarò membro del comitato rivoluzionario. Appena ghermì un lembo di potere, aprì le prigioni di quella città, e liberò tutti i detenuti, anche quelli condannati per furto; per mezzo di que' galeotti giunse a dominar tutti con le violenze e col terrore. Fu egli il fabbro della composizione de’ quattro comitati, ed imponendosi allo stesso presidente, l’imbecille Ruggiero Settimo, finì col dominare nell’intiera Sicilia. Lo stato deplorevole di Napoli e quello di tutta l’Italia era per lui una speranza per compiere gli sfrenati sogni della sua ambizione, che fu fatale alla Sicilia ed anche all'Italia. Fra le tante accuse che si lanciarono contro Mariano Stabile, non fu l’ultima quella dell’indelicatezza, che non venne mi smentita; e come ho già detto, lo stesso Ruggiero Settimo non lo risparmiò di tanti sospetti disonoranti, quando trovavasi nell'esilio di Malta.

I deputati siculi, riuniti in Parlamento, dopo vane e puerili questioni di colori, titoli ed altre ciance, cominciarono a proporre leggi, tendenti a detronizzare la borbonica dinastia. Il 1° aprile si decretò la indipendenza assoluta della Sicilia, faciente parte della Confederazione italica, e si mandarono bandiere a Roma, a Firenze e Torino in segno dell'unione confederativa. La Masa, dicentesi colonnello, propose che si spedissero cento giovani siciliani in Lombardia, per coadiuvare a redimerla dal tedesco. 117 dello stesso mese, il messinese La Farina propose che delle statue de’ re Borboni se ne facessero cannoni, e fu applaudito. Lo Stabile, temendo che fosse superato in demagogia dal La Farina, progettò fondersi anche le campane delle chiese e farne cannoni per difender la patria. Il Parlamento lodò l’uno e l’altro ed addivenne alle proposte; perlocché in Messina furono abbattute le statue di Carlo li, di Carlo III e di Ferdinando II, tutte e tre opere insigni dell'egregio Tenerani. In Palermo vennero atterrate le altre statue di sovrani, con ¡schiamazzi e saturnali della sfrenata plebaglia, lasciando soltanto quella di Carlo l'di Spagna, forse in grazia che costui avesse avuto delle questioni con Papa Clemente VII, e quindi reputato liberale! In altre città dell’Isola furono imitati que’ baccanali di Palermo, distruggendosi tanti capilavori di sommi artisti, che erano un caro ricordo della vera emancipazione della Sicilia dalla ferocia baronale.

L’operare in quel modo da’ nuovi padroni di quell’isola, era conseguenza de’ consigli interessati dell'inglese ammiraglio Parker e del pacificatore lord Mintho. Costui, dopo di avere accettato un pranzo dal ministro principe di Scordia, schiccherò una lettera a lord Palmerston, nella quale dicevagli: «Il dritto dei siciliani a deporre il loro re si fonda sull’art. 8 della Costituzione; se fosse dubbioso, non si potrebbe però negare avervi essi più forti ragioni che l’Inghilterra nel 1688, per isbarazzarsi di una intollerabile tirannia».

Con questo tratto storico, il nobile pacificatore alludeva all’assassinio dell’infelice re Carlo d’Inghilterra; e se questa umanitaria nazione commise un tanto eccesso, avendo meno ragioni de’ siciliani, secondo Mintho, che cosa doveano far costoro contro Ferdinando II? Ed a simili truci cantambanchi si di il titolo di diplomatici!

Con altra lettera del 4 aprile scriveva allo stesso Palmerston: «I principali di Palermo pensano potersi salvare la monarchia, chiamando qualche principe di Casa Savoia.» Non erano i principali di Palermo, che pensavano a quel modo, ma lo stesso principale lord Palmerston, che gli ordinava di scrivergli di cotai fatta, per aver documenti, onde presentarli alla diplomazia e giustificare in apparenza i suoi tranelli, vendicandosi in questa bassa maniera contro Ferdinando II, col farlo detronizzare da un pugno di settarii siciliani a lui venduti. Disgraziata Sicilia! i tuoi degeneri figli, per secondare la bieca politica inglese, sempre a te fatale e la vendetta personale di un lord, che non potette ottenere il titolo di altezza per una sua nipote detronizzarono un re nato in Palermo, eminentemente nazionale, per cercarne un altro che vide la luce sotto le fredde Alpi!

Lord Palmerston, scrivendo a lord Napier, ministro britannico in Napoli, gli dicea: «Il trattato del 1815 non contener guarentigie speciali; (cioè quando non giovavano a lui) e che se ne persuadesse il ministero napo«tetano col non insistere sulla integrità del Regno, sanzionata da quel trattato». Quei carteggi tra i tre nobili lords erano prodromi dell'attuazione di tutto quello che era stato deciso da’ governanti inglesi; ed i patrioti siciliani altro non erano che burattini, mossi da abili giocolieri.

Mentre i faziosi di Sicilia, consigliati e progetti da lord Palmerston, congiuravano contro i veri interessi di quell'isola e contro Ferdinando II, questi mobilizzava allora un corpo di esercito e lo mandava in Lombardia a combattere contro i tedeschi per cacciarli dall’Italia. Ma quelli, profittando che trovavasi in Napoli meno truppa e soffiati sempre da' lords e dalle ladies inglesi, si decisero venire alla fatale detronizzazione della borbonica dinastia, col rappresentare talune biricchinate nel cosi detto Parlamento di Palermo. Quelle biricchinate furono causa che la Sicilia perdesse la largita Costituzione, con tutte quelle guarentigie che si erano accordate, e furono eziandio non ultima causa della perdita dippoi dell’autonomia di questo Regno e di tutte le conseguenze che oggi deploriamo.

II 13 aprile, il primo, che profferì la parola decadenza nel Parlamento siciliano fu il deputato Paternostro. Dopo che il ministro degli esteri, Mariano Stabile, recitò una catilinaria contro Ferdinando II, già antecedentemente scritta da lord Mintho, e mandata da Napoli, si alzò il presidente Torrearsa, in mezzo ad una grande quantità di figure sinistre e minaccianti, e lesse ad alta voce la seguente formóla: «In nome del Parlamento siciliano, Ferdinando di Borbone e la sua dinastia sono per sempre decaduti dal trono di Sicilia». Tre salve di applausi accolsero quell'atto di demenza! 11 Torrearsa proseguì la lettura: «La Sicilia si governerà costituzionalmente, e chiamerà al trono un principe italiano, dopo che avrà riformata la sua Costituzione». Altri frenetici applausi seguirono i primi.

Il ministro delle finanze Amari, prendendo un attitudine grottesca, con voce teatrale gesto drammatico: «Deputati! esclamò, alzatevi; alta la fronte; mettete la mano sinistra sul vostro cuore, alzate la destra, e tutti gridate: Ferdinando II non regnerà più in Sicilia». La pantomima fu tosto eseguita, insieme con la declamatoria.

Il deputato Tiraldi salì in tribuna, gridando: «Detronizzato? non basta.... dichiariamolo parricida pubblico, e che egli ripari col suo sangue tutte l’enormità che ha fatto subire alla nazione intiera». Vi maravigliate perché Tiraldi avrebbe voluto ghigliottinare Ferdinando II, mentre costui trovavasi trilla sua Reggia di Napoli, circondato da un fedele esercito? I matti non dovrebbero destarci maraviglia, ma compassione.

Varii deputati si affollarono per sottoscrivere la decadenza di Ferdinando II; e taluni lottavano per segnarsi i primi, dicendo, che poteano morire di consolazione senza avere il tempo di mettere le loro firme sotto quell’atto solenne e patriottico (((25))).

Il deputato Luigi Basile di S. Angelo di Brolo, non trovandosi presente in Parlamento, essendo un poco poetastro, scrisse e stampò un melenso Lamento poetico, esprimente il suo gran dolore di non essere stato presente alla Camera de’ deputati, per uniformarsi alla pantomima ordinata dal ministro Amari, e di non aver potuto firmar? in quel giorno memorando, la decadenza del tiranno. Intanto dopo più di un anno, il Basile, senza essere punto perseguitato, per darsi importanza, fuggì a Nizza, e di colà, vedendo che il suo Lamento poetico non gli fruttò un cavolo, mandava suppliche al tiranno, per ritornare a’ patrii lari, chiamandolo giusto, clemente, ottimo, massimo. Con l’Italia unita seppe poi far gli affari suoi e quelli de’ suoi congiunti; e secondo asserì un opuscolo, stampato in Messina nel 1876, in occasione dell’elezione del deputato del collegio di Naso, fu accusato di aver falsificato nel 1869, un decreto di sagrestia per togliere un’Abazia ad un degnissimo monsignore e farla conferire ad un suo fratel cugino prete.

Tutti que’ deputati, che gridavano come energumeni(contro Ferdinando II, si mostrarono poi i più vili nel tempo della loro meritata ventura. Lo stesso audacissimo Mariano Stabile, quando il Filangieri avanzava vittorioso sopra Palermo, dichiarò dalla tribuna, che avea faticato e declamato per la decadenza della borbonica dinastia, perché era stato consigliato e spinto da lord Mintho, dal quale era stato tradito.

Erano le cinque pomeridiane di quel giorno nefasto, 13 aprile, quando si gridò che la formola della decadenza fosse firmata da tutti i pari. Costoro se ne erano iti via, nauseati di quella burattinata e baccano infernale, e furono costretti con grida e minacce a ritornare in Parlamento. Molti si negarono a firmare quell’atto di demenza, ma fu loro imposto col pugnale alla gola; altri, che tentarono fuggire, vennero trattenuti con la forza: ve ne furono che firmarono anche dopo un mese.

In quel modo si consumava la più inaudita ingratitudine contro un sovrano, che avea fatto tanto bene alla Sicilia ed a coloro che credettero dichiararlo decaduto dal trono.

Io non appartengo alla classe di quelli che lodano tutti gli atti del governo di Ferdinando II, e maggiormente quelli di Sicilia; l’ho ripetuto più volte che quel monarca avea le sue idee false, (ma non malvage, errava l’intelletto soltanto) e quel che più monta si è che non intendea modificarle. Però il più efferato nemico del medesimo non potrebbe negare senza la nota d’impudente menzogna, che quel sovrano non avesse fatto immenso bene a quell’Isola. Non erano forse effetto della clemenza di lui le vite risparmiate a tanti di que’ deputati che lo detronizzarono, e le pene rattemprate nel rigore della giustizia? Non fu egli che ridonò il commercio alla Sicilia, esponendosi ad una guerra formidabile con l'Inghilterra, per rialzare il prezzo de' zolfi, per distruggere il monopolio de' medesimi e mantenere la indipendenza del Regno? Non fu quel sovrano che moltiplica gl'istituti di credito, le banche, le scuole nautiche, premiando la marina mercantile e migliorando i porti? Non fu opera di quel re il rialzo delle finanze dello Stato da fare invidia alle altre nazioni? Non si deve a lui la grande sicurezza pubblica che si godea nelle città, ne' piccoli paesi, ed anche ne' boschi di Caronia? Non dobbiamo ascrivere alle incessanti cure del medesimo, se la istruzione pubblica fu semplicizzata, basandosi sugli equi e veri principii dell’umano sapere, mercé i quali si formarono quegli uomini illustri che ancora vanta l'Italia nelle lettere e nelle scienze? Non fu egli che fondò tante scuole, accademie ed università cattedre richieste dal progresso delle scienze, e che protesse i letterati, anche quelli rivoluzionarii? Che dir poi delle opere di beneficenza? Dovunque girate voi lo sguardo, ad ogni piè sospinto, v’imbattete in una stupenda opera di tal genere fatta da quel sovrano. Interrogate coloro che vissero negli orfanotrofii, negli alberghi de’ poveri, che si curano negli ospedali; interrogate financo coloro che subirono la galera e l'ergastolo sotto il regime di quel principe, e vi diranno che allora erano trattati da uomini battezzati, con tutti i riguardi dovuti alla sventura, ed oggi peggio che bestie; e ciò ad onta delle calunnie di un Gladstone. Ove sono andati oggi gl’innumerevoli Monti frumentarii fondati da Ferdinando II, e che erano la provvidenza della povera gente ne' mesi invernali e negli anni di carestia? domandatelo a nostri rigeneratori! Quando quel re sali al trono, la Sicilia avea poche strade, la maggior parte vetturali e cattivissime, ed egli l’arricchi con quelle rotabili, migliorando quelle che vi erano con arditi ponti e bastioni. Egli riordinò la vaccinazione; diede, i mezzi a migliaia di comuni per farsi un Camposanto; fece tante largizioni per riparare i danni dell’Etna, de’ tremuoti e del colera; migliorò e protesse l’agricoltura, estese le industrie patrie; ed infine creò il più bello esercito e la più numerosa marina militare d’Italia. Un sovrano, che rinunzia alla metà della sua lista civile ed a quella de’ componenti la real famiglia, che riduce i soldi degli alti magistrati, per migliorare le condizioni del suo popolo, in mezzo al quale sparge l'abbondanza, la sicurezza, il benessere materiale e morale, si detronizza, appellandolo tiranno, per la sola ragione che non facea opprimere e spogliare i suoi soggetti né da’ demagoghi indigeni né da quelli stranieri! E costoro si dicono liberali, redentori della patria? essi che non han né Cuore, né patria, né onestà naturale, né Dio, ma: Quorum Deus venter est!

Re Ferdinando, dopo di avere udito l'unanime Consiglio di Stato, con atto sovrano del 18 aprile 1848, dichiarò nulla la proclamata sua decadenza, perché contraria a tutte le leggi della monarchia siciliana, e perché voluta da uomini che non ne aveano il potere.

Il governo di Palermo spedì nunzii a tutte le potenze di Europa, per annunziare la decadenza di Ferdinando II dal trono di Sicilia e per farsi riconoscere dalle stesse Il siciliano padre Gioacchino Ventura teatino, disgraziatamente era uno de' mestatori della rivoluzione siciliana e poi italiana; egli dopo di aver pubblicato il 6 maggio di quell'anno, un opuscolo col titolo: La Questione sicula del 1848, sciolta nel vero interesse della Sicilia, di Napoli e dell'Italia (((26))), fu eletto a rappresentante quel governo in Roma; ma fu male accolto dal Papa, che avea riprovato l'atto del 43 aprile del Parlamento siculo. L’illustre P. Ventura, trascinato allora dall’uragano rivoluzionario, per riuscire nel suo condannevole intento, usò in Roma mezzi poco leali; ma il principe di Colobrano, ministro plenipotenziario di Napoli presso la S. Sede, diè pronti rimedii a tutte le mene de’ sedicenti ambasciadori siculi e napoletani.

I faziosi di Sicilia e di Napoli erano in perfetto accordo nel volere abbattere la monarchia e proclamare la repubblica sulle rovine della stessa; perlocché facevano ressa presso il ministero napoletano per secondarli e proteggerli nelle loro operazioni; con particolarità pretendeano che la cittadella di Messina о fosse ceduta da’ regi, о non fosse ostile, dovendo essi fortificarsi ed alzar batterie contro la medesima. Quel ministero, sempre compiacente, trattandosi di agevolare la rivoluzione, il 24 aprile, mandò a Messina i calabresi Andrea Romeo ed Antonio Plutino, quali pacificatori pro tempore, tra Pronio comandante la cittadella e Piraino sedicente capo del potere esecutivo. Costui ricevette con sommi onori i due pacificatori; quegli, che conosce, esser la proposta pace di danno a' regi e vantaggiosa a ribelli., scrisse al ministero e gli svelò le intenzioni di costoro; i quali non si peritavano di pubblicare per le stampe, che voleano tregua con la cittadella, per meglio comunicare con le Calabrie e rivoltarle, ed aver cosi migliori mezzi onde sbarazzarsi presto del tiranno. Il ministero non poteva mettere in dubbio la evidenza de’ fatti esposti da Pronio, si è perciò che rispose sibillino, cioè che pel bene dell’umanità si stabilisse un armistizio convenevole, secondo le forme dell’onor militare. Quel generale, non potendo disobbedire agli ordini del ministro della guerra, fu costretto, il 2 maggio, accordar tregua ai rivoluzionarii messinesi.

I patti di quella tregua furono dettati dal medesimo Pronio ed erano tutti favorevoli a regi. I ribelli li accettarono perché erano decisi di non adempierli. Difatti eravi, tra gli altri, il patto che l'armistizio avrebbe dovuto durare fino al 20 ed in quel tempo non poteansi alzare fortificazioni di difesa о di offesa, ed i rivoltosi, sin dal giorno 3 cominciarono a costruirne con ¡sfacciata impudenza, Pronio fece le sue rimostranze, ma non fu inteso; il 10 scrisse irritato al ministro della guerra, rinfacciandogli la sua eccessiva condiscendenza a pro de’ nemici del re, protestando che era deciso, insieme a suoi dipendenti, di seppellirsi sotto le rovine della cittadella, anzi che continuare in quello stato disonorante in cui l'avea ridotto il medesimo ministro, il quale dovea essere la salvaguardia de' dritti della monarchia e dell’onor militare.


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CAPITOLO XIII

SOMMARIO

Stato dell’Europa. Il re ordina una spedizione di truppe per combattere contro i tedeschi. La Belgiojoso e la Bevilacqua. Nuovo ministero. Partenza di altri volontari! e di un battaglione di truppa. Si tenta la Lega italica. Elezioni de’ deputati al Parlamento napoletano! patrioti fan danaro per la spedizione lombarda. Partenza di un corpo di esercito per la Lombardia. Stato anarchico che precede la rivoluzione del 15 Maggio.

Mentre le sopraccennate cose accadevano in Sicilia, altri più interessanti avvenimenti si svolgevano in Napoli, nel resto della Penisola italica e quasi in tutta Europa. Siccome da putredine nasce putredine, così la rivoluzione di un Regno in altri ripercuotevasi, comunicando la pestifera contaminazione. Appena col pensiero potrebbesi misurare la celerità e la gagliardia con cui il rivolgimento corse e si radicò in quell'anno nefasto. La Francia, dopo 18 anni, di regime, nato dalle barricate, e che essa avea voluto, abbattendo la legittima dinastia, volle detronizzare il re cittadino, il sovrano da essa eletto sulle medesime barricate, proclamando una repubblica ibrida e tempestosa. Quindi travagliata dalle ferie settarie ed inondata di sangue cittadino, trovò il disonore e il dispotismo cesareo, ove sperava trovar la libertà. L'impero austriaco, ov’erano diretti i più gagliardi ed avvelenati strali della sètta cosmopolita, pericolava fin dalle sue fondamenta: Vienna in rivoluzione, l’Ungberia si preparava a battaglie memorande. La Prussia commossa, la stessa Berlino in subuglio. La Polonia scendeva in campo per rivendicare la sua storica autonomia e la sua integrità. Però di tutti gli stati di Europa, l'Italia era la più travagliata dalla sètta, perché questa avea afferrato il potere, quindi sovvertita ed in fiamme dall’Alpi al Lilibeo. il Piemonte agitato, il suo re allettato da rivoluzionarii che facevangli luccicare innanzi agli occhi la Corona di ferro, si preparava a memorande battaglie, ed ebbe poi dolorose sconfitte. La Lombardia insorge e caccia da Milano gli austriaci. Venezia, dopo brevi pugne, ripristina il già temuto leon di S. Marco, e si costituisce ad efímera repubblica. La Toscana in rivoluzione, ingrata al suo benefico granduca Leopoldo, lo costringe ad esulare. Parma, Modena e Lucca sono travolte nel turbine rivoluzionario. La più veneranda città del mondo, Roma! è invasa e sconvolta da settarii d'ogni lingua, i quali, profittando delle benefiche riforme largite dal somme Pio IX la soepinon dapprima ad un inconsulto governo costituzionale, poi alle repubblica, in ultimo alla bancarotta, alla persecuzione de' buoni cittadini ed a’ massacri di S. Callisto!

Sarebbe stata una anomalia, uno scandalo settario, se Napoli fosse rimasta tranquilla in quel turbinio di sfrenate passioni, ed in tanto rumore d’armi e di armati, maggiormente che Ferdinando II era il re più odiato e temuto tra gli altri sovrani d’Italia. Però costui non si potea cacciare con le sole grida di piazza, о con le mani in tasca, come dicea d’Azeglio, essendo egli un uomo di non comune ingegno ed a capo di un esercito fedelissimo; quindi si usarono maggiori raggiri ed ipocrisie, per ottenersi il malvagio scopo, profittando financo della sua stessa condiscendenza e buonafede.

In Napoli mancava un popolo fazioso, che rappresentar dovea la così detta opinione pubblica; si pensò crearlo con chiamare un gran numero di faziosi delle province, degli altri stati d’Italia, e di varii regni di Europa. Costoro avendo ricevuto il motto d’ordine dai caporioni, si atteggiarono a tenerezza per l’indipendenza italiana; e quindi cominciarono a gridare: fuori il tedesco, morte al tedesco! La sera del 25 marzo si recarono sotto il palazzo del ministro d’Austria, schiamazzando con grida di viva e di morte; strapparono lo stemma imperiale, e dopo averlo trascinato nel fango, lo arsero, tra scene indecenti e codarde (((27))). Quel colpo di scena dovea esser preludio di un altro più interessante: i dimostranti del 25 marzo, consigliati e protetti dall'inviato di Francia, Levrault, da quello di Piemonte, Rignon, e dal pacificatore Mintho, organizzarono un altro baccano, e mandarono poi al re una deputazione, a capo della quale un Pizzillo, maestro di scuola. Il quale gli presentò un indirizzo con cui si chiedeva di mandar soldati in Lombardia per cacciare i tedeschi dall’Italia, assicurandolo che sarebbe gran vergogna pe’ napoletani non aiutare i fratelli lombardi, quando tutti gl’italiani erano in movimento pel glorioso conquisto dell'indipendenza nazionale.

Ferdinando II rispose a quella deputazione, che di già avea disposto un corpo di truppa per mandarlo nell’alta Italia e farlo congiungere colà con l’esercito del re Carlo Alberto; il quale era già sceso in campo per combattere lo straniero invasore. Disse in ultimo alla suddetta deputazione che avea eziandio preparato armi e navi, per tutti quei volontarii che avessero voluto recarsi in Lombardia per combattere contro i tedeschi.

Quando i settarii intesero quella risposta, in cambio di mostrarsi contenti, rimasero dispiaciuti; eglino desideravano ricevere una assoluta negativa, per costringer poi quel sovrano, a furia di grida e minacce, di mandar truppe contro gli austriaci: cosi avrebbero ottenuto due risultati, per essi di grande importanza, il primo di allontanar da Napoli una quantità della fedele soldatesca, il secondo di avere un altro pretesto per dichiarare Ferdinando II antinazionale e connivente col nemico della gran Patria italiana. Non essendo riusciti con quel mezzo, cambiarono tattica; difatti cominciarono a piagnucolare insinuando, che il re volea sbarazzarsi de' patrioti, mandandoli in Lombardia per farli sbudellare dai tedeschi, ed esso restar qui senza controllo per attentare contro i dritti ed il benessere della nazione. Da ciò si vede con quanta buonafede e lealtà abbiano mai sempre operato i liberali verso i Borboni.

Mentre si calunniavano da' liberali le buone intenzioni di quel sovrano, non si tralasciava di approfittare delle pieghevolezze del medesimo; difatti il 30 partirono da Napoli per la Lombardia 200 giovani volontarii, capitanati da Cristina Trivulzi, principessa di Belgiojoso, di Milano. Era costei giovane e bella; trovavasi da più mesi in Napoli, vestiva in modo originale per farsi mostrare a dito, ed ottenne il suo scopo. Non pochi giovani sfaccendati, amanti di avventure, cominciarono a corteggiarla; essa, alle parole galanti, rispondeva con raccomandar loro la salute e l’indipendenza dell’Italia, ripetendo ad ognuno quel che scrisse poi il Barche! rompi a lei le sue catene —poi t'inebria nell’amor. Con queste ed altre moine, aiutata da un tal Bellini, contabile della trattoria della Corona di ferro, arruolò i suoi vagheggini, e varie Clorinde e Вradamanti in costume di petit Jean de' Saintrè. Dopo di avere scelto per suo aiutante di campo il conte Ippolito Melò, passò in rivista il suo amoroso e marziale esercito, mettendo sul petto de' suoi prodi guerrieri una croce tricolore, e gridando in atteggiamento d’ispirata: Dio lo vuole!

Nel medesimo tempo giungeva un invito dal comitato ¡genovese a’ patrioti napoletani, per aiutare i lombardi combattenti contro gli austriaci; quell'invito era corredato da notizie incoraggianti ma false (((28))). Si assicurava che Radetzky fosse morto, fugato l’imperatore d’Austria, i lombardi e veneti vincitori su tutta la linea; perlocché la Belgiojoso ed i suoi militi, da valorosi, gridarono — da Napoli — morte a’ tedeschi! e tutti chiesero armi e mezzi per correre su’ piani lombardi ed esterminare il barbaro straniero. Il governo, seguendo le intenzioni del sovrano concesse tutto quello che domandarono, e il 30 marzo, come si è detto, la falange della Belgiojoso s’imbarcava sul Virgilio, e salpava per Genova, ove si congiunse ad altri volontarii italiani ed esteri.

La partenza di que’ valorosi per la guerra lombarda, gittò lo sconforto in molte famiglie napoletane, e non poche lagrime fece versare a madri amorose ed anche a qualche, tradita giovanetta! que' volontarii, la maggior parte imberbi, si erano arruolati sotto la bandiera della Belgiojoso a dispetto de’ loro genitori, sorelle, spose e fidanzate; e tutte costoro corsero dal re, pregandolo di spedir subito una pirofregata da guerra, per arrestare il Virgilio e ricondurlo a Napoli. Ferdinando si negò; e seppesi poi, che fu proclamato tiranno anche da quest’altra gente.

La Belgiojoso ebbe una rivale sugl’incruenti campi delle patrie battaglie, la contessa Bevilacqua. Costei da giornalista si fece guerriera, mettendosi alla testa di un corpo di volontarii toscani e romani. Vestiva con pantaloni alla mammalucca, con soprabito di uffiziale superiore e kepi in capo; cingeva due pistole, ed abitualmente avea il sigaro in bocca, amante di lanciare in aria delle boccate di fumo alla milanese. E dite poi che le rivoluzioni fan piangere soltanto!? La Bevilacqua condusse i suoi volontarii nel Bresciano, e là, sopra un’alta montagna, stabili il suo campo; in mezzo al quale fece mettere un pianoforte, che essa suonava a maraviglia. Spesso cantava inni amorosi e di guerra;spessissimo facea suonare ad altri, per deliziarsi a far la polka co’ suoi uffiziali nife eleganti. Ma ohimè! Tutto pere quaggiù, Tutto si cangia! Un giorno una pattuglia di Croati sali il monte e s'impadronì del pianoforte. La contessa, trasformata in uffiziale superiore, fuggi atterrita dal monte delle armonie, che al certo non era il campo dell’onore. La Belgiojoso e la Bevilacqua, maestre nell'insidie di Armida, non aveano la bravura né di Semiramide, né della Clorinda del Tasso: e quando intesero il rombo del cannone, diedero desolanti esempii di mancata virtù guerriera e di perduto eroismo.

Mentre la capitale ed il Regno si trovavano travagliati da tante sommosse e pretensioni settarie, ecco che giunge a Napoli l'eroe di Antrodoco, il celebre barone murattiano, generale Guglielmo Pepe. Fu egli ricevuto con grandi onoranze; lo stesso re gli mandò la carrozza di Corte e lo invitò al palazzo reale ad una conferenza. Però prima di recarsi dal sovrano si abboccò co’ consettàrii, e disse a’ medesimi, essere oltre ogni credere maravigliato, poiché ancora non aveano dato lo sfratto ai tiranno. Dopo questa professione di fede, si recò da Ferdinando II, e dichiarò che sarebbe stato pronto, pel bene della patria, prendere le redini del governo, (quanta modestia!) Nel medesimo tempo gl’imponeva il programma di Saliceti e l'altro di Carlo Trova, tutti e due tendenti a sfacciata repubblica, designandogli eziandio gli uomini che formar doveano il ministero: figuratevi che fior di sètta doveano essere que’ ministri! Ferdinando rispose al nostro eroe che risolverebbe. Pepe, non contento di quella risposta, unito a(1) suoi amici, cominciò a sobillare la Guardia nazionale per far ressa presso il re ed ottenere quanto era necessario per detronizzarlo. Si formarono varie deputazioni della suddetta Guardia nazionale e presentarono indirizzi chiedenti l’attuazione de’ programmi di Saliceti e di Trova. Il curiale Conforti, dopo un ampolloso discorso sulle franchigie costituzionali, conchiuse con domandare al sovrano di eleggere il Saliceti presidente di un nuovo ministero.

Ferdinando II non potea condiscendere in tutto alla proposta di Conforti ed agli altri indirizzi, perché sapeva che, aderendo, avrebbe affrettata la catastrofe quindi si argomentò prendere una mezza misura, ed il 3 aprile, che l’incarico a Carlo Trova di formare un ministero cosi detto di transazione, ma che in effetti riuscì radicale. Il Trova ebbe la presidenza, Giovanni Vignale grazia e giustizia, il marchese Dragonetti affari esteri, il marchegiano conte Pietro Ferretti finanze, il generale Uberti lavori pubblici, l’altro generale del Giudice guerra e marina. Dopo due giorni furono nominati altri due ministri, cioè Scialoja all’agricoltura e commercio e Conforti all’interno; più tardi Imbriani si ebbe l'istruzione pubblica e Ruggiero il culto. La maggior parte di que’ ministri erano settarii, e salirono a que’ posti collo schiamazzare nei giornali ed intorbidare le masse. Il sommo Bozzelli, Poerio e Tofano, prefetto di polizia, furono esclusi da quel ministero, perché ritenuti ignorami ed amici del tiranno. La prima cura del ministero del 3 aprile fu quella di spedire in Lombardia quanti più soldati avesse potuto, di. trattar ta lega italiana co' governi rivoluzionarii della Penisola, e di compiere reiezioni de' deputati al Parlamento nazionale. E pria di tutto quel ministero volle aggiungere allo Statuto, pubblicato il 10 febbraio, un’altra condizione consentanea al programma ministeriale del 3 aprile; con la quale nell’art. 5 dichiaravasi, che aperto il Parlamento, cioè le due Camere, queste di accordo col re potessero svolgere lo Statuto, specialmente in riguardo alla istituzione de' pari Questa fraudolenta aggiunta ministeriale fu la scintilla, che destò il terribile incendio del 15 maggio 1848 come tra breve. vedremo.

Partita la Belgiojoso, i patrioti napoletani, istigati dagli stessi ministri e da’ fratelli del resto d’Italia, cominciarono a gridare essere un grande disonore per questo Regno mandar soltanto 200 prodi capitanati da una donna per affrancar la Lombardia dallo straniero: quindi chiassi e dimostrazioni, in apparenza contro il ministero, in realtà contro il re. Questi, memore di quanto si era detto sulle sue intenzioni, diè ordine a’ ministri, che secondassero in tutto circa la partenza de’ volontarii per l'alta Italia. Perlocché, il 14 aprile, partirono altre due compagnie, in tutto 240 volontarii, imbarcandosi sul piroscafo Lombardo, ed approdarono a Civitavecchia, ove si congiunsero con gli altri volontarii romani. In seguito si formarono varii battaglioni, tra cui figuravano non pochi istruiti uffiziali dell'esercito, come un Carrano, un Materazzo, un Vaccaro, un Rosaroll. Però costoro ammettevano ne’ loro corpi о gente da trivio lacera e disperata, e rompicolli. Tutti furono vestiti ed armati a spese dello Stato; ebbero bandiere e nastri tricolori per fregiarsi il petto. Tutti que’ volontarii,’imbarcarono per Livorno sul vapore Maria Teresa, ed erano 250, capitanati all'uffiziale Carrano, a’ quali ai uni il 1° battaglione del 10(0) reggimento di linea. Quest’altra spedizione fu bandita per l’avanguardia dell’esercito approntato per la guerra italiana; varii vapori di commercio imbarcavano altri volontarii alla spicciolata, che conduceali ne’ porti della Toscana о del Piemonte.

Le pieghevolezze del re, e l'insediamento del nuovo ministero fazioso, di giorno in giorno accrescevano la nota audacia de’ ribelli; i quali faceano continue dimostrazioni di piazza, con grida di viva e di morte, accompagnate sempre da nuove domande immoderate ed audaci.

Quel ministero era maestro e duce di tutto quel baccano che si facea in Napoli e nelle province; la maggior parte de' ministri avviava le cose in modo da raggiungere il loro desiderato scopo, cioè di esautorare Ferdinando II e proclamare la repubblica confederativa. L’affare che a loro più interessava era quello di allontanare la truppa dal Regno, per non trovarsi a fronte un serio ostacolo nel momento di scagliare un mortale colpo Contro la monarchia. Eglino diedero il motto d’ordine a loro consettarii di piazza, cioè che ai, dovea gridare, essere volontà del popolo sovrano da farsi la guerra contro il tedesco mandando l'esercito patrio per combatterlo su' campi lombardi. Conoscendo per prova che co’ disordini si ottenea tutto dal re, si decisero accrescere quelli che travagliavano questa capitale. In effetti la magistratura era derisa, la Guardia nazionale, in cambio di guarentir l’ordine pubblico, si univa co’ dimostranti e con gli anarchici, anzi prendeva essa l’iniziativa, e tutti facevano chiassi e baldorie. La truppa a nulla valeva, perché il settario ministro della guerra e marina, il brigadiere Raffaele del Giudice, avea dato ordine a capi della stessa di rispettare e far rispettare quegl'indecenti disordini, quegl'insulti allo stesso sovrano, chiamandoli voti ed aspirazioni di un popolo libero e generoso. Se qualcheduno di que' ministri avesse voluto per poco imbrigliare gli anarchici, gli altri gli avrebbero gridato alla croce, proclamandolo non all'altezza de' tempi, ma nemico della patria e venduto al tiranno.

Mentre il ministero Troya, aiutato da settarii indigeni ed esteri teneva il Regno in agitazione onde far partire l’esercito per la Lombardia erasi già messo in relazione co' governi -rivoluzionarii della Penisola per formarsi la lega italiana; nel medesimo tempo oprava energicamente per l'elezione de' deputati al Parlamento napoletano, facendo ogni supremo sforzo per far risultare gli adepti alla Giovine Italia. Circa al primo compito, l'8 aprile, a richiesta del ministro degli esteri, Dragonetti si pubblicò un decreto, col quale si nominavano ministri plenipotenziarii Colobrano, Luperano, de' Lieto e Proto. Costoro ebbero il mandato dal ministero di far comporre una dieta federale di rappresentanti de’ varii parlamenti italiani, per provvedersi alla guerra contro i tedeschi e decidere qualunque questione tra’ diversi Stati d’Italia. Fu eziandio mandato il Leopardi presso re Carlo Alberto, in qualità di ministre plenipotenziario, onde stringere più l’amistà tra le due corone italiche, indagare nel medesimo tempo le intenzioni di quel sovrano e salvaguardare gl’interessi napoletani.

Quella lega, detta italiana, non ebbe effetto Çer le stesse intemperanze de’ rivoluzionarii; i quali avrebbero voluto che il Papa per far piacere a Joro avesse intimata la guerra alà Austria, potenza cattolica; taluni pretendevano che avesse scomunicato quell’imperatore. Che buffoni! dunque la scomunica non è uno spauracchio del medio-evo, un servirsi dell’armi spirituali per ottener vantaggi terreni? La scomunica è soltanto buona e produce i suqì effetti quando giova a fini biechi de’ rivoluzionari! Pio IX avea condannate le rivoluzioni italiane, e non volle mai aderire a che la truppa romana varcasse il confine per romper guerra a’ tedeschi; anzi avea riprovato un ordine del giorno, del 5 aprile, del generale Durando, col quale gli si attribuivano intenzioni che non potea avere.

Quando poi il ministero surto in Roma il 25 aprile osò imporgli di dichiarar la guerra all’Austria offìcialmente, e Mamiani schiccherò un incendiario proclama bellicoso, Egli rispose con l'allocuzione del 29 dello stesso mese. Quell’allocuzione tagliò i nervi alla rivoluzione e svergognò i rivoluzionarii 5 i quali, con la loro solita impudenza, si erano proclamati protetti dal sommo Gerarca. Da allora finirono totalmente gli osanna e cominciarono i crucifige contro questa grande gloria italiana, che è l’immortale Pio IX.

L’altro affare interessantissimo, pel ministero Trova, era l’elezione de’ deputati al Parlamento napoletano. È necessario conoscersi che nel 1848, pochissime persone sapeano che cosa si fosse un deputato e quali i suoi dritti ed i suoi doveri; quindi la gran maggioranza degli elettori ignorava qual valore avesse un voto dato ad un buono 0 cattivo cittadino. Avvenne perciò, in varii collegi elettorali, che la gente pacifica ed onesta delle province votò per qualche prepotente 0 malvagio, con lo scopo di torselo dai piedi, sapendo soltanto che dovea irsene a Napoli per esercitare un impiego qualunque. Nonpertanto la gran maggioranza degli elettori, che non guardava di buon occhio la tanto decantata Costituzione, si astenne di andare all’urna; di trentacinquemila elettori, che allora offriva questa capitale, votarono mille e settecento soltanto. Il ministero che avea tutto l'interesse di fare eleggere deputati faziosi, oltre delle tante corruzioni che mise in opera, si giovò eziandio dell'ignoranza degli elettori. Sarebbe troppo lungo e noioso se volessi qui accennare tutti i brogli, le prepotenze che fecero i cagnotti del ministero in Napoli e nelle province, per far risultare a rappresentanti del popolo gli affiliati alla Giovine Italia: basti sapere che le liste de' candidati furono mandati da Roma e da Torino. Molti deputati non aveano censo, e del bel numer'uno eravi Silvio Spaventa nativo di Bomba, che al presente fa il milord — alla nostra barba... — Si ebbero in cotal modo 164 deputati, la maggior parte non conosciuti dagli stessi elettori, о perché non aveano mai avuto una rappresentanza in società, о perché erano stati emigrati, о perché usciti allora dalle galere. Per la qual cosa il Sommo Pontefice Pio IX a maraviglia definì in due parole il suffragio universale, chiamandolo menzogna universale. E lo stesso demagogo Proudhon fu costretto a dire: Le suffrage universel est appelé partout à faire rentrer pour jamais dans la fosse l’autorité gouvernementale.

Buon numero di que’ deputati si vantavano pubblicamente, che il primo atto del lor potere esercitato in Parlamento, sarebbe stato quello di proclamare la Costituente e detronizzare il tiranno. Intanto, secondo la logica e la morale de' settarii, Ferdinando II fu un sovrano fedifrago, perché si fece detronizzare con le sole chiacchiere, e non si fece condurre al patibolo, ma in cambio detronizzò egli i detronizzatori.

Tutto quello però che avea fatto il ministero Troya era un nulla a paragone della gran premura che dimostrava per compiere la parte più essenziale del suo programma, cioè di mandare in Lombardia quanti più soldati a vesso potuto. L’affare era ben serio; è pur vero che dava molto a sperare una felice riuscita pe settari, però non lasciava di essere pericoloso per gli accidenti.

Era pur troppo vero che il popolo, ossia la marmaglia erasi affrancata da qualunque autorità e facea continue baldorie con grida di viva e di morte, che tutto il potere era nelle inani della sètta, ed i deputati erano lì pronti per dare l’ultimo fatale colpo alla monarchia; ma la presenza nel Regno di un esercito valoroso e fedele al sovrano intorbidava i sogni dorati, ossia i biechi proponimenti de’ detronizzatori. Tutte le male arti usaronsi per ¡sbarazzarsi della truppa al più presto possibile; i ministri settarii ed i faziosi di piazza faceano a gara, secondo i proprii mezzi, per ottenere quello scopo tanto desiderato. I fratelli, che si erano costituiti in varii governi italiani, aiutavano questi di Napoli per compiere l'opera cominciata, mandando messi e plenipotenziarii, onde affrettare la partenza del nostro esercito per la Lombardia, rimproverando ad arte i napoletani di essere i più freddi nel cooperarsi alla redenzione della patria comune.

Il generale Guglielmo Pepe volea persuadere Ferdinando II di mettersi alla testa dell’esercito ed avanzarsi contro i tedeschi; davagli quel consiglio, come poi affermò in varii suoi scritti stampati e pubblicati, per indurlo ad uscir dal Regno e non farlo più rientrare. Di più consigliavalo a cedere la cittadella di Messina a’ ribelli siciliani, assicurandolo che costoro, riconoscenti a tanto patriottismo, si sarebbero dati a lui anima e corpo. Re Ferdinando non era uomo da cadere in sì grossolane insidie, e quindi, senza farsi inteso di aver compresa la trappola che gli si volea preparare, opponeva ragioni diplomatiche e di alta convenienza alle reiterate insistenze del nostro eroe di Antrodoco.

Il ministero, aiutato da’ militari felloni, facea sforzi erculei per radunare la truppa. Era questa svogliata, perché sentiva istintivamente che quella guerra lombarda sarebbe stata un tranello teso al suo sovrano ed al paese; del resto non avea alcuna fiducia nel generalissimo Pepe — che volle esser capo di quella spedizione — non ignorando le vergogne e la fuga di costui davanti a’ tedeschi il 7 marzo 1821. L’altro guaio serio pel ministero era quello che gli mancava la moneta per far muovere que’ soldati e condurli sul Po. L’erario era esausto, perché i patrioti, appena ghermirono il potere, fecero spese inutili e pazze, non tralasciando di dar grosse pensioni a’ martiri. In que’ due ultimi mesi eravi stato un vero piglia piglia sfacciatissimo, da lasciar nudo il fondo delle casse pubbliche.

Il ministro delle finanze, Ferretti, volendo far credere che la mancanza del denaro era stata la cattiva amministrazione del governo assoluto, fece seccamente pubblicare la Storia della finanza napoletana dal 1830 al 1847: ottenne un risultato diametralmente opposto a quello che desiderava. Difatti risultò che Ferdinando II nel 1830, avea trovato il Regno desolato: eppure, dopo di aver fatto tante splendide e necessarie opere pubbliche, estinti i debiti, che erano il fatale retaggio lasciatoci dai carbonari del 1820, e creato un esercito ed una flotta, nondimeno, nel 1847, si eran trovati in deposito nelle Casse dello Stato due milioni e duecentomila ducati! Ma questa somma era sparita appena il potere passò nelle mani de' redentori della patria: sicché quella storia, riuscì una satira vergognosa per la rivoluzione.

Malgrado che mancasse il danaro, la guerra si dovea fare a qualunque costo, in apparenza per affrancar l'Italia dal barbaro tedesco, in realtà per compiersi quel negozio patriottico che già ho accennato di sopra.! rivoluzionarii, niente moderati о scrupolosi, trattandosi di tenersi abbarbicati al potere e compiere i loro malvagi fini, ordinarono riduzioni di pensioni degli antichi impiegati al ritiro, prestiti volontari e forzosi, anticipazione di fondiaria, ed altre simili delizie, che oggi, per noi redenti, non sono affatto una novità. Per adescare i gonzi a dar danaro per la santa causa, pubblicarono che avrebbero fatto conoscere al popolo per mezzo della stampa i nomi di tutti coloro che avrebbero soccorsa la patria con l'obolo patriottico. Però, trattandosi di danaro, è sempre un affar serio, e gli stessi gonzi non son più tali; quindi pochissime persone misero mano alla borsa por concorrere alla redenzione d’Italia, e il ministero, vedendo che non potea far danno con le sole menzioni onorevoli, obbligò le classi di cittadini ad esser prodighi, tassando alla cieca commercianti, fabbricanti, sensali, agenti di cambio, arti, mestieri, professioni e più di tutto alleggerì ben bene le Mense vescovili, le Badie, le Commento e gli Ordini religiosi d’ambo i sessi. E così a forza d’illegalità e violenze, che chiamavansi libertà e progresso da nullatenenti saliti al potere, si raccolsero due milioni di ducati. Il generalissimo Pepe, non tralasciò d’invitare il re a dar danaro dalla sua borsa particolare; e questi, о per amore о per convenienza, non se lo fece dire due volte, sborsò grosse somme.

Il Papa non volea concedere il passaggio ne’ suoi dominii a soldati napoletani: quindi varii consigli di ministri e di generali si tennero per trovare il miglior modo come condurre l’esercito in Lombardia. Pepe, prosuntuoso sempre, volea imbarcarsi sopra sei fregate con sette battaglioni ed andar diritto a Venezia. Lo dissuase il contrammiraglio barone de' Cosa, facendogli osservare che con tanta gente sulle navi, le manovre delle stesse sarebbero state difficili, ed incontrandosi con una flottiglia nemica, sarebbe stato facile rimaner tutti prigionieri.

In que' consigli di ministri e di generali vi furono rimproveri e recriminazioni, scoprendosi le inettezze de' primi. Qualche generale di mente e di cuore, prima di manifestare il suo parere circa il modo di far marciare l’esercito e formare un disegno di guerra qualunque, si rivolse al ministro degli affari esteri, marchese Dragonetti, come colui che per obbligo dovea essere informato, per mezzo di agenti ben pagati, per sapere ciò che presso altre nazioni e governi si praticava. Quel ministro rispose, che poco conoscea lo stato della diplomazia di quel tempo, essendo nuovo in carica. Gli fu detto che avea fatto male accettare un posto tanto interessante in tempi tanto difficili, e sarebbe stato necessario cederlo a chi meglio di lui avrebbe potuto servir la patria in un momento che andava a compromettersi in una guerra piena di pericoli.

Essendosi esposto il rifiuto del Papa di far passare i soldati napoletani sullo Stato pontificio, il ministro Scialoja altro rimedio non seppe trovare a quel diniego, che spiattellare la seguente mistica sentenza: Essendo santa la causa e protetta da Dio non deve incontrare ostacoli. Gli fu risposto con ironia, mista a disprezzo, che quel Consiglio non era ivi radunato per invocare i miracoli operati da Mosè nel condurre il popolo ebreo nella terra promessa.

Essendosi chiesto al brigadiere del Giudice, ministro della guerra e marina, perché avea spedito un battaglione del 10° reggimento di linea, quando ancora non era stata decisa la partenza di un corpo di esercito per combattere i tedeschi in Lombardia, quest’altro ministro, in cambio di rispondere, protestò dicendo, che egli non avea dato alcun’ordine per quella partenza, e qualunque si fosse la sorte di quel reggimento, non intendeva indossarsi alcuna responsabilità. Al sentire una sì strana risposta dell’eccellentissimo ministro della guerra e marina, i generali domandano ad una voce: «Chi dunque osò dar l’ordine della partenza di una parte del nostro esercito, per recarsi sopra un campo di battaglia e combattere una potenza a noi tuttora amica?»

Non avendo subito risposto il brigadiere del Giudice, perché forse interdetto dall'aspetto minaccioso di que' vecchi ed onorati generali, saltò in mezzo il curiale Conforti, ministro dell'interno, e con tuono risoluto, credendo di troncar la questione: Il 10° reggimento di linea esclamò si fece partire per dar soddisfazione al popolo. Gli fu risposto, che l'esercito non dovea servire pei capricci di persone poco onorevoli, onde farne un giuocattolo per ingraziarsi una marmaglia sfrenata, e che, se tal pretensione fosse conosciuta dalle milizie, gravissime poterne risultare le conseguenze. Sarebbe lungo riportar qui una piccola parte di quel che si disse in quel Consiglio di generali e di ministri, per dare un'idea dell'insipienza e presunzione di costoro, celebrati sapientissimi da' consettarii.

Dopo varie pratiche il Papa, importunato dai suoi ministri, della stessa pasta di quelli napoletani, condiscese che le truppe napoletane passassero sul territorio pontificio, dichiarandosi però neutrale e passivo in quella scompigliata faccenda.

Si erano raccolti circa quattordici mila soldati; de' quali si formò un corpo di esercito di due divisioni. La prima comandata dal novello tenente-generale conte Giovanni Statella, risultava di otto battaglioni di fanteria, una batteria di artiglieria, due compagnie di zapatón e duo di ambulanze. La seconda divisione, capitanata dal brigadiere Garlo Nicoletti, era composta di sette battaglioni di fanteria, una batteria di artiglieria ed una compagnia di zappatori: un reggimento di lancieri e due di dragoni completavano la cavalleria, sotto gli ordini del colonnello Marcantonio Colonna.

La flotta si componeva di cinque fregate a vapore, due a vela ed una corvetta; essa era pronta a salpare guidata dal contrammiraglio de' Cosa. Tutta quella gente di terra e di mare obbediva all’eroe di Antrodoco, il tenente-generale barone Guglielmo Pepe, che con poca modestia avea chiesto quel comando in capo. Varii uffiziali superiori non vollero far parte di quella spedizione, vergognandosi di trovarsi sotto gli ordini di un Pepe, che avea disonorato l'esercito nel 1821. Ed in vero fa maraviglia, come in quella circostanza, il tenente-generale conte Giovanni Statella abbia potuto accettare il comando di una divisione: ma costui, nella spedizione della Lombardia, dovea commettere altri più madornali errori, come appresso vedremo.

Una giunta militare, composta del generalissimo Pepe, del ministro della guerra, del maresciallo Labrano e de’ brigadieri Scala e Zizzi, si riunì e discusse il disegno di guerra e tutte le operazioni militari. L’eroe di Antrodoco, al solito, facea il tagliacantoni, promettendo, che al suo apparire, sul campo di battaglia tutti i tedeschi, condotti dal generale Nugent, о sarebbero fuggiti о distrutti.

Il re, in unione del ministre della guerra e del cape dello stato maggiore, si recò a Caserta ed a Capua per ispezionare le truppe colà raccolte, che doveano recarsi in Lombardia; diè gli opportuni ordini perché fossero provvedute di tutto il necessario, ed emanò e stesse disposizioni per gli altri soldati riuniti in Nocera, pronti a partire per la via di mare.

Il 27 aprile partiva la prima divisione, dirigendosi verso gli Abruzzi, per passare nelle Marche, indi nelle Romagne e congiungersi sul Po con altre truppe e volontarii di varii Stati d’Italia. Dovunque transitava era ricevuta da’ rivoluzionari con evviva, plausi e fiori, ma niente altro che simili balocchi. La seconda divisione s’imbarcò sulla flotta, salpando dal porto di Napoli, volse per l’Adria tico onde condursi ad Ancona. Giunta nello stretto di Messina, ebbe una salva di cannonate dalle batterie sicule, producendole danni non lievi. Così i faziosi di quell’isola salutavano i fratelli di Napoli che andavano a combattere le battaglie per la redenzione d’Italia!

Pepe, forse perché ancor necessario a’ congiuratori di Napoli, non partì co’ suoi dipendenti, protestando di essere affetto di febbre: in quel tempo ebbe in dono dal re un magnifico cavallo delle scuderie reali. Il 4 maggio s’imbarcò sul vapore Stromboli, insieme al suo stato maggiore, volgendo per Ancona ove giunto fu festeggiato da’ caporioni della rivoluzione. Prima di partire da Napoli, avea egli ricevuto l’ordine sovrano che gli proibiva di passare il Po con l’esercito: ma dovea muoversi dal Bolognese, quando avrebbe ricevuto altre istruzioni. Egli però non tenne conto né degli ordini sovrani né di quelli dello stesso settario ministero; anzi il 10 maggio schiccherò un ordine del giorno ai suoi dipendenti, in cui vantando le sue bravure di Spagna sotto Murat, dicea che allora i soldati lo chiamavano padre; e conchiudeva con assicurarli esser necessario recarsi subito al di là del Po, per combattere il barbaro tedesco, promettendo alti gradi anche a’ semplici soldati che si fossero distinti in quella guerra. La soldatesca, al grido del suo generalissimo di viva l’indipendenza italiana, risponde a: Viva il nostro Re! Dopo quell’ordine del giorno, il vanitoso eroe di Antrodoco diè il segnale della partenza per Bologna ove giunto, alloggiò in casa di Pepoli.

I faziosi di Napoli, visto che il fior fiore della truppa nazionale si era allontanato dal regno, pensarono a preparare i mezzi morali, per compiere la rivoluzione, e rovesciare dinastia e trono. Prima di tutto cominciarono a spacciar notizie false, calunniose, contraddittorie e bestiali; diceano che Ferdinando II li avesse traditi, avendo mandato in Lombardia gli uffiziali più patrioti per farli assassinare dagli austriaci; che i soldati, mandati per mare, non sarebbero sbarcati ad Ancona, perché li avrebbero impediti gl’inglesi comprati dal re; che costui non volea far la guerra contro i tedeschi, in effetti avea. proibito al Pepe di passare il Po, e che avea fatto lega con gl'imperatori di Russia e d’Austria per abbattere la rivoluzione e massacrare i patrioti. Queste ed altre simili ciance spacciavano i settari, e per meglio farle credere da’ gonzi e da liberali di buona fede, faceano venire quelle lettere dette bianche, di cui ho ragionato di sopra in una nota.

Quella satannica propaganda riusciva a maraviglia, e fu causa di conseguenze funeste. Oltre di che, per organizzarsi l'ultima rivolta contee la monarchia, ci crearono in Napoli varii circoli faziosi, ed in quello detto del Pregresso, sebbene comparisse capo un Giuseppe Bardano, ne erano i veri capi Ricciardi, Romeo e Saliceti. Costoro stamparono una proclamazione a nome del popolo, firmata dal medesimo Dardano, nella quale si dicea: «Lo Statuto dato è una vergognosa copia del francese, è immorale; più immorale è il ministero; questo lavora pel dispotismo. Noi ripigliamo i nostri dritti eterni, proclamiamo la Costituzione del 1820, sopra basi più larghe; essa ne fu tolta da armi straniere, ma fu protestato; venuta è l’ora solenne di rivendicarla, e se il governo non fa senno, andremo più avanti ancora. Il popolo (e dalli col povero popolo!) si ricorderà che esso è sovrano.»

Quella proclamazione venne sparsa per la capitale e per le province ove si mandarono i cagnotti della sètta, per abbattere il governo del re e crearcene un altro a nome dal popolo, e cosi impossessarsi nelle pubbliche casse, dovendo servire al compimento della santa causa, che era quella delle sdrucite lor tasche.

I ministri, tuttoché discordi tra loro, erano però uniti nel volere abbattere la monarchia, e gli strali lanciati ad essi, da faziosi, sapeano che in realtà erano esclusivamente db» retti contro il re; quindi si compiacevano de’ finti attacchi de’ loro consettarii, anzi consigliavano e li sostenevano in quella turpe propaganda, e più di tutti il famigerato Conforti, ministro dell’interno. Difatti per mostrarsi più rivoluzionarii de’ loro maestri, allora dipendenti, istigavano alacremente ad imbrogliar sempre più lo cose ed accrescere l’anarchia, sciorinando decreti sciocchi, inopportuni, contraddittorii, bestiali; mutando leggi ed uomini oggigiorno od anche ogni ora.

Per chiamare al convito nazionale i famelici fratelli sopravvenuti, e metterli alla portata di congiurare contro il re, creavano Commissioni come in tempi di perfetta pace; a chi davano l’incarico di riordinare l’istruzione pubblica, a chi le dogano, a chi la revisione del codice civile. Imbriani, ministro dell’istruzione pubblica, dichiarò il Museo Farnese proprietà nazionale, non tenendo conto che fosse proprietà particolare ereditaria di Casa Borbone di Napoli. Nominò una Commissione per riformare il Museo reale; ed i riformatori altro di bello non seppero fare, che involare qualche oggetto d’arte, saccheggiare i fondi del medesimo Museo, deteriorare e guastare la collezione delle monete ed esporre al pubblico le statue oscene (((29))).

Il ministro del culto, Francesco Paolo Ruggiero, per mostrarsi all’altezza de’ tempi, ficcava il naso nelle sagrestie; facea progetti di legge per ¡spogliare i luoghi pii, abolire i vescovi, i seminarii, e con un tratto di penna cassare il Concilio di Trento, creando anche una Commissione per compilare un codice ecclesiastico ì Bestia di un ministro settario! Il ministro della guerra, brigadiere del Giudice (((30))), regalava cannoni alla Guardia nazionale di Pica. Il ministro degli affari esteri marchese Dragonetti, che avea dichiarato in Consiglio di ministri о di generali, non conoscere la politica degli altri Stati italiani conosceva però il carrettiere Ciceruacchio, capo della faziosa marmaglia romana, e per mezzo del conte Ludolf, nostro ministro presso la S. Sede, gli mandava la medaglia di Francesco I, in compenso di essere stato un capo popolo, un accanito persecutore della gente più onorevole dì Roma. Ciceruacchio, imbeccato da coloro che voleano svergognare la monarchia napoletana, rifiutava con disdegno quella decorazione!

Il ministro Conforti mandò una circolare a tutti gl’intendenti delle province, acciò costoro prendessero possesso di tutte le terre comunali, che erano state usurpate dagli attuali proprietari, per dividerle a’ cittadini poveri. Quella misura, che in tempo di pace avrebbe avuto un' apparenza di legalità e di vantaggio pe’ coloni indigenti, fu il segnale di. una completa disorganizzazione, di risse e prepotenze: era quanto desiderava l’eccellentissimo ministro Conforti, ex curiale. In effetti, quella circolare ministeriale, chi la giudicò legge agraria chi comunismo; e quindì i nullatenenti s'impossessarono non solo delle ferre comunali, in taluni paesi, ma anche di quelle de’ particolari. Chi avea forti polmoni per gridare e schiamazzare, chi avea più forza, ottenea più possessioni e più ne voleva. Fu un vero saccheggio voluto ed autorizzato dal ministro dell’interno, dicentesi custode dell'ordine pubblico.

Mercé la cooperazione di que’ ministri il progresso correva a passi di gigante, recando il disordine anche morale in tutte le classi della società. La insubordinazione era all’ordine del giorno; negli uffizi governativi i subalterni si rivoltavano contro i superiori, nelle fabbriche i lavoranti contro i padroni, nelle scuole i discepoli contro i maestri, nelle famiglie i domestici contro i capi di famiglia, ed i figli contro i genitori. La stampa libera attizzava tutte le più truci passioni e qupl che più monta si è, che pubblicava articoli da far venire. l’acquolina in bocca a| nullatenenti, che già cominciavano ad alzara avidi gli occhi sui palazzi de’ ricchi. Un giornalaccio, che s’intitolava La voce del popolo volendo imitare L'amico del popolo, redatto da Marat in Parigi nel 1792, facea anche suoi i desolanti principii del Proudhon. Difatti, senza orpelli pubblicava: La proprietà è un furto; l'anarchia è l'ultimo grado della libertà a cui può giungere il genere umano.

In un altro numero insinuava. il popolo a ricordarsi di Carlo I d'Inghilterra e di Luigi XVI dì Francia, tutti e due assassinati dai aggiungendo la parola capite in corsita e con punti ammirativi! Bisogna convenire, che Ferdinando II, il sovrano proclamato da’ settari fedifrago, tiranno e sanguinario, in que’ tristissimi tempi mostrò grande abnegazione e pazienza, non già quella di un S. Giobbe, ma l’altra di talune persone, che non voglio qualificare pel rispetto che ho alla memoria di quel troppo buon monarca: debbo però dire, che quella pazienza ed abnegazione fruttarono al suo popolo tante lagrime e tanto sangue da ridurlo estenuato, disprezzato, e se me lo permettete, imbecillito. In que’ nefasti giorni apparve affissa a’ cantoni della città la seguente proclamazione: «Cittadini! Noi siamo dovunque, noi abbiamo intelligenza col mondo intiero, che si leva con noi al grido dell’indipendenza: all’armi, all’armi, cittadini! La libertà è un frutto squisito che si coglie nel sangue, ec.» La medesima proclamazione minacciava fucilazioni agl’impiegati civili e militari, alla guardia nazionale ed alle persone oneste, quante volte si avessero voluto opporre alla rivolta, о non si fossero uniti alla legione del riscatto. Saliceti, scrittore di quel proclama, volea cosi fucilare quasi la intiera popolazione di Napoli! Altri circoli, e comitati della capitale e delle province pubblicarono simili proclamazioni, tendenti alla ribellione, alla guerra civile, al regicidio, al sangue.

Tanto spaventevole baccano non iscuoteva ministero, perché ne era il fabbro, anzi fingeva nulla sapere e sentire. Alle rimostranze della gente pacifica, Conforti, il 13 maggio, fece pubblicare da’ suoi colleghi. una meschina protesta, che chiamava i cittadini all’ordine; e quella protesta fu derisa. Il medesimo Conforti, principale istigatore di quei disordini, finse far sostenere in carcere il Dardano, che figurava come capo del circolo del Progresso. I ministri Imbriani e Ferretti, vedendo tutto preparato per lo scoppio dell'imminente rivoluzione, si dimisero da loro posti. A tutti que' mali se ne aggiungeva un altro, le reazioni impotenti, le quali, non avendo mezzi, faceano sforzi inutili contro i rivoluzionarii al potere; e questi si servivano dell’autorità dello stesso sovrano per opprimere coloro che non voleano sentir parlare di detronizzarlo, e che in cambio gridavano vivai il nostro re Ferdinando II!

I disordini, i mali di sopra accennati, frutto delle dotte elucubrazioni de’ progressisti, servivano a costoro eziandio per calunniare la gente onesta ed il re. Gli scioperi, le violenze e gl'incendii degli artigiani diceansi opera de’ Gesuiti; Gesuiti e realisti erano quelli che insultavano il re!! patrioti non poter riparare a tanti danni, perchó dovunque si erano ficcati Gesuiti e gesuitanti; i quali tutti voleano il disordine per far desiderare il dispotismo. Il comunismo nelle province, conseguenza della circolare di Conforti, essere stato organizzato da Gesuiti, con mezzi opportuni approntati dal re e dall’Austria. Non si peritarono dire, che Ferdinando II avesse fatto costruire il carro di Mammone per farsi insultare, atteggiandosi a vittima, e così avere il pretesto di reagire: era proprio il caso che i carnefici erano le vittime e queste i carnefici! Il ministero del 3 aprile avea ottenuto il suo intento; la preparata rivoluzione era pronta a scoppiare, per abbattere dinastia e trono. A ciò fare davale più ardimento la lontananza delle reali milizie, la Guardia nazionale armata e faziosa, gli attruppamenti in armi, piovuti dalle province e dal restò d’Italia, che minacciosi e torbidi si aggiravano per la città, non senza spavento de' buoni cittadini. Una flotta francese nella rada di Napoli, visitata da’ rivoluzionarii, predicava repubblica; i repubblicani francesi scendevano a terra tronfii e pettoruti, e spacciavano protezioni estere, per atterrire i realisti e dare animo a ribelli. In effetti lo sbigottimento della gente onesta, l'ardimento de’ tristi, il comunismo, la corruzione e l'abbominazione in tutto, faceano versare in grave pericolo la real famiglia ed il trono. Il motto d’ordine era già dato dalla sètta: la rivoluzione dovea scoppiare allorquando i deputati si fossero riuniti in Parlamento, e per meglio riuscire a preparar tutto, erasi prorogata l'apertura al 15 maggio, invece del 1° dello stesso mese.


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CAPITOLO XIV

SOMMARIO

Le concessioni di Ferdinando II servono a suo danno. Prodromi della giornata del 15 maggio in Napoli Riunione di 110 deputati al Palazzo della Comune in Montoliveto. Scene tumultuose ed indecenti avvenute in quel palazzo. Dopo inutili pratiche e spacciate menzogne si corre alle barricate. Il re concede tutto a’ deputati, e fa altre pratiche per ¡scongiurare la guerra civile, ma nulla ottiene.

Già siam giunti ad un altra epoca memoranda, contraddistinta dal sangue cittadino, versato in questa amena ed invidiata Napoli; ove lagrime, sventure e catastrofi avvennero per l’ambizione e le scelleraggini de’ settarii. Costoro, di accordo co’ fratelli del resto d’Italia e con quelli di oltr’alpi, aveano deciso disfarsi del re Ferdinando II, della dinastia e del vetusto trono di Ruggiero il Normanna e di Carlo III di Borbone. Eglino, dopo dr aver tutto preparato a questo scopo, andavano in cerca di pretesti futili ed inverecondi; e quel sovrano con una longanimità e pazienza» davvero ammirevoli, accordava loro ogni cosa» credendo cosi di scongiurare altri mali al suo par verissimo che egli fece troppo male perché troppo allargò la mano nel concedere; ma è pure incontrastabile, per coloro che non giudicano col prisma delle passioni esagerate о che non hanno interesse di calunniare, che dimostrò alt’evidenza, essere i così detti liberali simili alla lupa di Dante, cioè che ottenute le prime concessioni politiche, ne esigono altre più radicali e poi altre ancora, per servirsene contro gli stessi sovrani e contro i popoli innocenti.

I. rivoluzionarii chiesero dapprima riforme amministrative e libertà di stampa e furono loro concesse. Vollero poi una Costituzione politica e fu accordata simile a quella di Francia, proclamata da sopra le barricate di luglio 1830, acclamata da tutti i caporioni della sètta. Domandarono la istituzione della Guardia nazionale, e venne formata sopra larghe basi. Schiamazzarono contro i Gesuiti, non tenendo conto del gran bene che costoro aveano fatto e faceano, e con atto violento ed illegale i medesimi furono mandati via dal regno, in quel modo inumano che ho detto altrove. Gridarono abbasso agli antichi ed onesti impiegati, e quest’infelici vennero messi sul lastrico, per vedersi surrogati da faziosi ignoranti e disonesti. Vollero ministri della loro risma e l’attennero. Lo Statuto accordar va al re il dritto di eleggere i pari, gridarono a più non posso che i medesimi doveano essere eletti dal popolo, per venir poi confermati dal capo dello Stato, ed anche quest’altra concessione non fu negata dal sovrano, con distruggersi una essenzialissime, legge fondamentale del medesimo Statuto costituzionale. Per tacerò di tante altre concessioni sovrane, dirò soltanto che si vollero mandare circa quindicimila uomini di truppa per una guerra, in principio nazionale, in fatto senza alcun vantaggio por questo regno, ma profittevole alla sola smodata ambizione del Piemonte; nonpertanto, anche sacrificandosi gl’interessi del proprio paese, fu fetta la volontà de’ patrioti. Cosa si voleva di più da Ferdinando II? non altro che la sua esautorazione, la sua vita, il suo onore per ghermire tutto il potere la sètta, gittare il regno nell’anarchia, e poi venderlo allo straniero, col patto che rimanessero al potere i suoi affiliati. Non è questo un giudizio severo о gratuito: ché per Napoli basterebbe ricordare le tre epoche nefaste, cioè del 1798, 1806 e 1860 onde convincere i più increduli.

Essendosi stabilito di esautorare Ferdinando II all’apertura del Parlamento nazionale, si spedirono ordini alle autorità faziose delle province per mandare a Napoli la gente più facinorosa. Difatti si armarono i nullatenenti e gli uomini più tristi ed abbietti, financo i reduci galeotti delle isole penitenziarie, messi in libertà da loro colleghi al potere. I patrioti, non contenti di ciò, mandarono i loro cagnotti per organizzare la rivolta in varie città del regno, con l'ordine d’insorger tutte, contemporaneamente alla capitale.

Il professore Zuppetta, il deputato Barbarisi, un Crispino ed altri, oltre di viaggiar per le province, onde predicar la prossima ribellione, erano in ¡stretta corrispondenza coi capisetta delle principali città del Regno. Gli Abruzzi erano agitati dal tanto poi famoso deputato Giuseppe Pica, fatto già presidente di una adunanza faziosa di Aquila; ma quel deputato non ebbe il coraggio di mettersi alla testa de’ sollevati, quando costoro lo chiesero per capo. In Terra di Lavoro e nelle Puglie faceano propaganda rivoluzionaria un Torricelli, un Tavassi, un Piscitelli, un Avitabile, un Romano. Ne' Principati un Siberiano, un Nisco, ma più di tutti distinguevansi nel Cilento e nel Salernitano un Carducci, capo della Guardia nazionale, un Auletta ed un Mambrini, segretario generale dell’Intendenza di Salerno, funzionante da intendente, in mancanza del titolare, il famigerato Giov. Andrea Romeo; ivi si congiurava alla luce del sole contro il sovrano, a nome del sovrano ¡stesso!

Le Calabrie, sobillate dalla vicina Sicilia, che mandava proclami, emissarii ed armi, erano agitate da un Eugenio de' Riso, da un Antonio Plutino ed altri in altre province. Così tutti i capisetta, eletti deputati, predicavano la imminente rivoluzione all'apertura del Parlamento ed organizzavano le masse per ¡spingerle sopra Napoli. Un battello a vapore, che portava deputati di quelle province calabre, era anche pieno di faziosi, armati di fucili, pistole e boccacci, oltre di essere ben forniti di munizioni. Il Caffè del palazzo Buono divenne l’ordinario convegno di que' ceffi terribili; e con la loro presenza si accrebbe la generale trepidazione de' buoni cittadini e la baldanza de’ tristi (((31))).

Il 13 maggio, si notò un movimento di armati in S. Maria di Capua, dichiarandosi a disposizione de’ deputati al Parlamento. Uno de’ più avventati demagoghi, l’aversano Piscitelli, ebbe l’ardire dì recarsi al Conservatorio di musica, a S. Pietro a Majella, ed ivi fece appello al patriottismo de’ giovani più adulti, che condusse al reale Albergo de’ poveri, ove li armò co’ fucili tenuti in quello stabilimento per la scuola de’ ragazzi. Il ministro dell’interno Conforti ignorava tutto!... mostrandosi di una semplicità preadamitica a chi gli avesse parlato di que’ preparativi d’imminente rivolta; egli neppure vedeva uno sciame di armati, vestiti in varie fogge, aggirarsi, per la città fieri e burbanzosi, minacciando rovine e distruzioni!

Quello stesso giorno 13 maggio si era pubblicato un cerimoniale per l’apertura del Parlamento e si designava l’amplissima chiesa di S. Lorenzo per la inaugurazione della nazionale rappresentanza de’ deputati e de’ Pari, dovendo gli uni e gli altri giurar la Costituzione pubblicata il 10 febbraio di quell’anno 1848. Inoltre si erano preparate due magnifiche sale nella regia Università degli Studi, dove doveano riunirsi i medesimi rappresentanti del popolo ed i Pari. Tutto era all’ordine a fine di vedere quel giorno fortunato, in cui sarebbero finite le lotte di piazza, о come disse, nel 1860, un alto personaggio, in cui sarebbe chiusa l'era delle rivoluzioni; ma in cambio fu quello il principio di una delle più terribili rivoluzioni che abbia insanguinata questa amena e ridente Napoli.

La mattina del 14 maggio, verso le ore 10 antimeridiane, si riunirono centodieci deputati nella casa della Comune a Monteoliveto, a fine di stabilire la ritualità del primordiale procedimento. Però la maggior parte di que’ deputati erano là per cercar pretesti, onde suscitar la guerra civile. Dopo che fu eletto a presidente il vecchio arcidiacono Cagnazzi, che indi a poco fu surrogato dal vice-presidente, il medico. Lanza, e quattro segretari de’ più giovani, si cominciarono i discorsi sediziosi e le pretensioni impossibili. Taluni di que’ così detti rappresentanti del popolo, sofisticando sul giuramento che doveano prestare, voleano tolto dalla formola il nome di rreligione e di Dio. Altri poi protestavano di non voler giurare, dicendo, essere illimitati i dritti del popolo, ed essi, rappresentanti dello stesso, non poteano vincolarli con un giuramento qualunque si fosse, ma dovea giurare soltanto il re, che avea il potere esecutivo, e non mai chi facea le leggi. Altri infine, non riconoscendo più lo Statuto del 10 febbraio, erano decisi di non giurare, se prima non si fossero fatte allo stesso le necessarie modifiche e riforme.

Dopo tanti gridi e schiamazzi da manicomio, fu convenuto tra gli onorevoli, che giurerebbero, ma con una formóla redatta ed approvata da loro; la quale fu scritta dal deputato Pica ed era la seguente: «Giuro di professare la religione cattolica apostolica romana. Giuro di osservare e mantenere lo Statuto con tutte le modifiche che verranno stabilite dalla rappresentanza nazionale, massimamente per ciò che riguarda la patria. Giuro di adempiere il mandato ricevuto dalla nazione, e con tutte le mie forze di procurare la sua grandezza e il suo benessere (impostori!...) così facendo, Iddio ai premii, altrimenti me lo imputi.»

Quella fórmela di giuramento, dopo che venne accettata da 88 voti contro 22, una deputazione di quattro onorevoli, tra cui il Pica, la presentò al ministero per farla approvare dal potere esecutivo. Tutti i ministri la giudicarono accettabile e promisero di farla accettare dal re.

Ferdinando II, avendo concesso tutto quello che i rivoluzionarii aveano voluto, sperava che costoro, per lo meno, avessero fatto sosta alle loro pretensioni ed intemperanze; al vedersi presentare quella formóla di giuramento, pei deputati e per sé, si mostrò turbato. Egli comprese, che sanzionandola, avrebbe riconosciuta la sovranità nella sola Camera de' deputati, come nella pura repubblica rossa, dichiarando superflui gli altri due poteri dello Stato. Dippiù non isfuggì alla sua sagacia, che a’ deputati conveniva giurare quelle modifiche e riforme che essi medesimi doveano fare allo Statuto, ma egli non potea avventurare un giuro nel vuoto, sopra una cosa ancora incognita. Per le quali ragioni, rispose al ministro Conforti, messaggiero di quattro deputati: «Aver due volte giurata la Costituzione; ora alla formola presentatagli che si aggiungesse la facoltà a tre poteri dello Stato di svolgere lo Statuto, specialmente in ordine alla parìa, restando il re«sto: non potere in altra guisa giurare».

La risposta del sovrano non fu in sostanza negativa, anzi, in certo modo, approvava la formola che gli si era presentata dalla Commissione scelta da’ deputati riuniti in Montoliveto; conciossiaché fare allo Statuto modifiche e riforme è lo stesso che svolgerlo.

Conforti, avuta la su trascritta risposta, corse a Montoliveto, ed in cambio di pacificar gli animi, soffiava nel fuoco della rivolta. Disse a’ deputati colà riuniti, che il re avea respinto la formola del giuramento, che il ministero si era dimesso, ed altro non restava a fare, che essi, rappresentanti del popolo, provvedessero alla pace del paese e all’indipendenza d’Italia. Il vice presidente Lanza rispondeagli: «La Camera adotterà misure energiche e rassicuratrici, che saranno al certo più degne e più potenti di quelle praticate sinora dal ministero (((32)))».

Al discorso menzognero di quel fedifrago ministro e delle spacconate di Lanza, successe un baccano nelle sale del palazzo di Montoliveto, tutti i deputati voleano parlare e nessuno volea ascoltare; tutti si arrovellavano per far valere i loro dissennati progetti, dissimili nella forma, unanimi nel voler rovine e sangue. In mezzo a tanto gridare e schiamazzare, alza la voce più di tutti il deputato avv. Luigi Zuppetta, di Castelnuovo di Lucera, e fa sentire la sua vibrata ed eloquente perorazione. Dopo di che, a nome di tutti i deputati, ivi riuniti, schiccherò la seguente dichiarazione:

«Il Parlamento, (ancor non costituito, senza verifica di poteri e senza aver giurato) considerando che la capziosità del governo tende al disordine, che il regio rifiuto di aderire ad un atto costituzionale, pone in pericolo la patria, dichiara non accettabile la formola proposta dal re; tiene il rifiuto come infrazione al dritto costituzionale, e per neutralizzare la capziosità, resta riunito in permanenza, pel solo mandato della nazione, fonte e principio d’ogni sorta di potere».

Ecco lo scopo di tutte quelle capziosità, creare la costituente! II professore Luigi Zuppetta, che onora l’Italia nostra co’ suoi non comuni talenti e vaste cognizioni di insigne giureconsulto, nonpertanto trascinato allora da una passione poco commendevole, trascese in quella famosa dichiarazione del 14 maggio 1848, senza riflettere tifo-conseguenze funeste che dovea recare a questa città!

Le 9 della sera di quel giorno, e tumulto fra i deputati s’ingigantiva sempre più. Córsene le notizie per Napoli, una turba di sfaccendati, di studenti e settarii si riunì nello spiazzo di Montoliveto, ed avendo tutti ricevuto rimbeccata da’ caporioni per ischiamazzare, gridarono: «Deputati il re ci tradisce, e c’insidia; ma coraggio, noi siamo con voi: abbasso la Camera de’ pari viva la costituente.»

Allora il Zuppetta, fattosi al balcone, in atteggiamento teatrale rispose a quella turba scomposta e briaca: «Cittadini, i deputati non han mestieri d’incoraggiamenti, morranno prima di permet«tere che il re tradisca il dritto costituzionale, e Zuppetta ve ne dà la parola.»

Da ciò si vede non esser vero che Ferdinando II tradì il dritto costituzionale, come asseriscono i detrattori di costui, perché Zuppetta vive ancora, ed onora la patria co’ suoi talenti, lo stesso gli altri onorevoli... fra cui molti soltanto per iscorticarci!

Mentre queste cose avvenivano a Montoliveto, un brulichio di faziosi, di visi arcigni si aggirava innanzi la Reggia ed in altri luoghi. Voci sinistre e scoraggianti si divulgavano per la città, si facevano orribili profezie; gli animi de’ regi e quelli de' ribelli, per cause opposte, erano pronti ad irrompere in eccessi furibondi. In quella il ministro Scialoja era corso in casa di Dupont, molto onorato in Corte, per pregare il re a cedere alla votatiti de’ deputati. Ferdinando sapea di già l'indecente baccano di Montoliveto ed avea chiamato a sé il deputato Camillo Cacace, il quale era ragionevole e moderato, per trovare il modo onde scongiurare le rovine che minacciavano il paese. Dopo di avere esposto a quel deputato le amarezze provate per la ingratitudine con cui si retribuivano le sue generosità, cioè con. le calunnie, con lе intemperanze e con le minacce, faceagli conoscere il desìo che avea comporre quelle vertenze, portare a concordia, gli animi degli onorevoli, e così scongiurare l'imminente catastrofe preparata da’ medesimi.

Quando giunse Dupont presso il re, lo trovò che dettava a Cacace altre concessioni fatte agl'incontentabili deputati, ed erano: «Acconsentire che i ministri e le due Camere concordassero una formola pel giuramento.» Il ministero finse di accoglier bene quest’altra concessione regia, trovandola in tutto conforme alle leggi costituzionali ed opportuna per troncare la gran lite. Difatti il re avea ceduto tutto a’ tre poteri dello Stato, senza curarsi che i ministri, suoi rappresentanti, erano, più demagoghi degli stessi poco onorevoli deputati; i quali non agivano in buona fede, ma cercavano pretesti per suscitar schiamazzi e sedizioni, e così abbattere dinastia e trono. Re Ferdinando mandò a Montoliveto Cacace ed Abatemarco, direttore di polizia, per annunziare a’ deputati la sua adesione a quanto si desiderava da lui. Mentre Cacace leggevala a’ suoi colleghi, Romeo consigliavali a rigettarla; perlocché Abatemarco e lo stesso Dupont, ivi presenti, con pacatezza, voleano dimostrare essere oramai capziose ed illegali le pretensioni e le opposizioni di quell’adunanza; scongiurandoli che non agitassero più il paese con suscitar guerra civile ed imminente. Fu allora che si alzò in piedi e furibondo il vice-presidente medico Lanza, ed osò dire le seguenti parole per quanto ardite altrettanto sciocche e villane: «Il re è un solo, noi rappresentanti del popolo siamo sette milioni; e voi signori Abatemarco e Dupont, voi non siete deputati, ritraetevi da qui». In quel conciliabolo, detto rappresentanza nazionale, la maggior parte che strillava contro il re non era composta di deputati, ed il presidente Lanza nulla trovava ad osservare per quegli intrusi, perché i medesimi faceano le sue parti e quelle de’ suoi consettarii.

Lo stesso La Cecilia, dopo di averci raccontato a modo suo i fatti avvenuti, nella casa comunale di Montoliveto, il 14 maggio 1848, cioè malignando sfacciatamente le rettissime intenzioni del re, ci fa poi una preziosa confessione nel suo Cenno storico sl pag. 41, trovandosi in contraddizione con tutto quanto avea asserito, circa i cupi disegni del Borbone per ripigliare il potere assoluto ed opprimere rappresentanti del popolo. Ecco quel che dice al luogo citato:

«Questa formula (quella mandata dal re) era quasi consentanea all'altra adottata dai deputati, parea che le due Camere dovessero agire t(di accordo: per isventura agitossi questione di forma; i rappresentanti delle sei provincie, che si erano astenuti di nominare i Pari, dissero che non potevano riçonoscere la Camera dei Pari senza tradire il«mandato de’ loro committenti. Quest’eccezione trovò difensori, proseliti, oratori e deliberossi in quel senso.» Cioè di rigettarla e far le barricate! Dunque non erano i cupi disegni del Borbone che si opponevano alla conciliazione de’ tre poteri dello Stato? ma perché i deputati si arrogavano il mandato di proclamar la repubblica.

I fatti da me narrati sono incontrastabili, potrebbero rammentarli benissimo coloro che non oltrepassano gli anni 50; intanto si ebbe e si ha tuttora tanta sfacciata impudenza da asserire, che Ferdinando II provocò l'assemblea nazionale per far fare la rivoluzione del 15 maggio ed avere il pretesto di togliere la Costituzione. Se quel che asseriscono i detrattori spudorati contro quel sovrano fosse vero, questi non avrebbe poi riunito il Parlamento per la seconda e la terza volta, ed in un tempo che la rivoluzione cominciava ad esser schiacciata in tutta Europa.

Dopo che uscirono dall'aula parlamentare Abatemarco e Dupont, avvenne un tumulto indescrivibile. Erano saliti dalla strada i capisquadra e vantavano la loro forza da opporrò a' satelliti della tirannide. Allora si alzò il deputato Ricciardi, uno de’ più esaltati, e dopo essersi dichiarato repubblicano, volendo mostrare una grande moderazione, disse: prima di andare avanti è necessario costringere il re a cedere i castelli alla guardia nazionale, a sciogliere la truppa, о mandarne la metà 40 miglia lungi dalla capitale, 41 resto in Lombardia; se ad un tal progetto il governo opponesse le ristrettezze dell’erario, egli, il Ricciardi, il primo avrebbe dato l’esempio della carità patria col deporre cento ducati in una colletta appositamente istituita, e così togliere ogni pretesto alla spedizione della truppa per aiutare i fratelli dell’alta Italia. Quella proposta fu da tutti applaudita; ma, per quanto io sappia, nessun deputato mise mano alla saccoccia per cacciar danaro, mostrandosi conseguente a’ suoi plausi. La proposta ricciardiana è unica nei fasti e ne’ tristi della storia parlamentare, ad eccezione di quella di Francia a’ tempi di Luigi XVI; nientemeno si avrebbe voluto che Ferdinando II, si fosse dato mani e piedi legati a que’ furibondi onorevoli. Per la qual cosa trovo più logica la proposta applauditissima, che seguì a quella di Ricciardi, fatta dal caposquadra La Cecilia il quale chiese che il re abdicasse. In quell’aula, detta parlamentare, erano varii deputati che non voleano trascendere a partiti estremi, e che visto l’affare imbrogliato, fuggirono; mentre altri furono trattenuti con la forza.

Dopo tante proposte e controproposte, tutte sediziose t si venne a’ voti, cioè se dovevasi giurare con la formóla proposta da Pica, о con quell’ultima scritta dal re e consegnata al deputato Cacace. Di 98 votanti, soli 9 fwrono dell’ultimo avviso. Tutto questo avveniva quando il Parlamento ancora non era stato aperto legalmente, e non si erano riconosciuti i poteri de’ deputati secondo, le leggi dello Statuto costituzionale. Quando avvenne poi la rotta di que’ faziosi onorevoli, la maggior parte de’ medesimi dichiararonsi innocenti come agnelli, semplici come colombo e fecero, suppliche vergognose.

Dopo quell’atto illegalissimo ed inconsulta, col quale, i così detti rappresentanti del popolo rigettarono la proposta sovrana circa il giuramento, varii deputati e capisquadra i scesero nel sottoposto spiazzo di Montoliveto per inasprire gli animi della folla, incitandola a gridare: Abbasso. i pari, viva la Camera de' deputati! mentre molti degli onorevoli diceano a’ loro colleghi: «E’ ormai tempo di approfittare dell’opportunità per proclamare la Costituente e poi la repubblica». Nel medesimo tempo si presentarono affannati nell’aula parlamentare La Cecilia e Mileti, recando là notizia, che le regie truppe erano uscite da’ quartieri militari per disperdere la Camera de’ deputati ed opprimere la libertà. Un grido terribile di maledizione e di minacce si alzò in quella sala contro il tiranna; mentre quelli che più gridavano e si arrovellavano, ben sapeano falsa quella notizia, ed altro non essere che un colpo di scena da essi medesimi preparato per muover gli altri a partiti estremi.

Per meglio soffiare in quel vulcano di ardenti passioni, La Cecilia fece avanzare un giovane pallido, che mal si reggeva, con la testa avvolta in fasce sanguinolente e grida: «Vedete cittadini! ecco come tratta lo sventurato popolo quel mostro che ci governa. Guardate, sempre vittime! Egli ci massacra tutti». A quest’altra scenica apparizione, un grido di pietà erompette dal patriottico labbro di 60 onorevoli, ivi presenti ed i più faziosi. Il nostro eroe, Giovanbattista La Cecilia, visto che la sua parte di commediante producea i suoi effetti, soggiunse: «Cittadini! non vi fate illusioni, il tiranno ci beffa e ci opprime, non havvi altra salute che le barricate». Un gran numero di guardie nazionali ripetette: alle barricate! alle barricate! (((33))).

Trovavasi presente a quel tafferuglio il di rettore di polizia, Abatemarco, ivi intervenuto per ricevere la risposta dell'assemblea, circa l'ultima concessione sovrana; appena intese le assertive del La Cecilia, entrò nell'aula parlamentare, dicendo: «Il gover«no è calunniato, e siccome io qui lo rap«presento, prendo sopra di me tutta la re«sponsabilità». Asserì in oltre di avere egli comunicato al general Labrano, comandante la Piazza di Napoli, l’ordine sovrano di non far uscire le truppe da’ quartieri militari e per qualsiasi causa, affine di evitare qualunque motivo di conflitto. La Cecilia lo trattò da illuso; il direttore soggiunse, che era pronto di dimostrarlo co’ fatti. In effetti uscì dal palazzo di Montoliveto, accompagnato da tutti coloro che vollero seguirlo, e fece vedere ai più increduli, non esservi neppure pattuglie per le strade della città. Indi si recò dal generale Labrano, e trovò che gli ordini del re erano stati eseguiti, circa la rigorosa consegna delle truppe ne quartieri. Ma si predicava al deserto; a que’ truculenti settarii, camuffati a rappresentanti del popolo, giovava far credere che il re volesse assolutamente sbarazzarsi di loro ed opprimere la libertà.

Per la qual cosa vari deputati sediziosi, trai quali Zuppetta, Petruccelli, Carducci, Mauro, de' Luca, Romeo, Spaventa e l'ех-ministro Saliceti corsero a’ balconi, gridando alla sottoposta folla faziosa: «Cittadini! La Camera è soffogata dalle armi regie, la Guardia nazionale difenda la Costituzione: si facciano le barricate(!)» Que’ deputati mandavano gli altri a sicuri cimenti, mentre essi si conservavano l'onorevole pelle pe futuri onori italici, e per godersi poi scandalose ricchezze a danno di quel popolo che diceano voler redimere dalla schiavitù borbonica e farlo felice.

Quelle parole furono faville che destarono un orribile incendio; tutta la coorte de' faziosi ivi radunata, tutt’i nullatenenti gridarono: all’armi, all'armi! La patria è in pericolo, il re ci tradisce; alle barricate! ripetendo, in cotal modo, la cicalata impressa a memoria, dettata da loro duci e maestri. Tosto la Guardia nazionale diè ne’ tamburi, battendo la generale; e ciò ad onta del suo comandante, brigadiere Pepe, che fu insultato e minacciato da qué’ mentecatti, perché volea ricondurli alla ragione. Immantinente si corse alla chiamata, riunendosi guardie nazionali, operai, lazzaroni, illusi e faziosi, la maggior parte per pescare nel torbido e fortuna con la roba altrui; e tutti corsetto a far barricate. Nel medesimo tempo fu ïapedito dagli onorevoli il deputato, conte Giuseppe Ricciardi presso l'ammiraglio della francese, Baudin, ancorato in questa rada, per chiedere protezione ed aiuti, dovendosi proclamare la repubblica simile a quella di Francia, e quello ch’è più, a pregarlo di cogliere ed ospitare i profughi deputati in un possibile rovescio. Quell'ammiraglio fu prodigo di cortesi parole, ma senza fare alcuna promessa. Quando poi il caposquadra La Cecilia gli mandò due uffiziali francesi, per invitarlo ad aiutare i ribelli con le sue forze, quegli ne mise uno agli arresti, dichiarando che non avrebbe dato alcuno aiuto alla rivoluzione, anzi sarebbe stato pronto prestarsi a favore del re, se questi l'avesse desiderato. Baudin si mostrava un po’ favorevole a Ferdinando П, perché gl’inglesi proteggevano i faziosi napoletani; intanto si diceva da costoro, che quel sovrano si avesse comprato la protezione dell'Inghilterra!

Verso la mezza notte del 14 al 15 maggio si cominciarono ad alzar le barricate per te vie di Napoli, lavorandovi guardie nazionali, muri fabbri, presi con la forza, calabresi, siciliani, varii deputati, stranieri, e qualche uffiziale travestito della flotta francese dirigeva que’ lavori. Per innalzare quelle barricate si ricorse all’arena del mare, al lastrico delle strade, si tolsero con la forza carrozze padronali e di affitto, carri, botti, porte, panconi, barracche di venditori d’acqua, banchi di artigiani, scranne di chiese, confessionali e tutto quello che capitava sotto le mani di quegli sciagurati. Costoro s'impadronirono di varii magazzini di legname, tenuti da particolari; scassinarono varie rimesse, tra le quali quella dell’ex ministro Ferri al Palazzo de' Rosa a Toledo, per prendersi le carrozze.

Il principe di S. Giacomo, ritornando dal principe Cariati, frettoloso transitava Toledo, e poco prudente ed assai vanitoso, andava gridando: «lasciatemi passare che ho una missione importante presso il re!» Non l'avesse mai detto: i barricatori esclamarono: Non vi è più re! lo fecero scendere dalla vettura, la quale servi a fortificare le barricate, costringendo quel principe a fatigarvi con gli altri. Però, col favor delle tenebre ed in quella confusione ei trovò il mezzo di fuggire e giunse alla presenza del re, senza cappello e con gli abiti in disordine, laceri ed imbrattati di terra. A quella vista Ferdinando gli domandò: Ma chi vi ha ridotto in questo, stato miserando? donde venite? Il povero principe, che appena potea parlare, a stento espose ciò che gli era accaduto.

Le prime barricate si alzarono a Toledo e propriamente a San Nicola alla Carità, poi a S. Brigida e la mattina del 15 a S. Ferdinando; queste due ultime erano le più solide; altre se ne eressero a S. Carlo, a Chiaja, a Montoliveto, a S. Teresa, a Castel Capuano, a Santa Maria di Agnone ed altrove; fatigandosi In tutti que’ siti con una infernale rapidità.

Mentre quel diavolo succedeva per le via di Napoli, gli uomini di cuore ed affezionati alla dinastia, erano corsi al palano reale per dividere con la real famiglia i pericoli che la minacciavano. Tutta quelle gente distintissima pregava il re a pensare alla sua sicurezza ed a quella de' suoi, consigliandolo di chiamare uno о più reggimenti, per metterli a guardia della Reggia, e che altra truppa fosse mandata per abbattere i segni di ribellione che si trovavano per la città. Ferdinando non aderì a tutto quello che gli fu consigliato; soltanto verso le due del mattino, ordinò che un reggimento di cavalleria uscisse dalle caserme e si avviasse alla Reggia per difenderla dall’audacia settaria. Nel medesimo tempo diè ordine al ministero di stendere un decreto col quale si rigettava l'ultima formola del giuramento da lui proposta, e che i deputati giurerebbero dopo che fosse da’ medesimi svolto lo Statuto; era tutto quello che potea concedere. Mandò il brigadiere Pepe, comandante la Guardia nazionale, allora affacendata ad alzar barricate, onde farle sentire, che essa tradiva il suo nobile officio, mostrandosi più di tutti intemperante e faziosa; che già avea concesso tutto quello che desideravano i più rivoltosi deputati; quindi che desistesse dal promuovere rovine e sangue.

Pepe corse in mezzo a’ suoi subalterni, ripetendo quanto il re aveagli detto; ma fu fischiato e minacciato di morte. Ferdinando, avendo inteso che nulla avea ottenuto quel brigadiere, fece chiamare a sé il de' Piccolellis, colonnello della medesima Guardia nazionale, dicendogli: «A forza dunque i sediziosi vogliono pascersi nella guerra civile e nel sangue? Ma che altro si chiede, che altro si pretende da me? Ho concesso tutto quello che si volea da deputati, il ministero si sta occupando del decreto; perché dunque le barricate sono ancora in piedi anzi si rafforzano?» Fini coll’incaricarlo di recarsi a Montoliveto e di assicurare gli onorevoli, in seduta permanente, che si aprirebbe subito il Parlamento, senza prestarsi alcun giuramento di questo si parlerebbe dopo che fosse svolto lo Statuto.

Che Ferdinando II tutto avea concesso per non fare insanguinar Napoli, non son’io che lo affermo, ma lo stesso Giovambattista La Cecilia nel suo Cenno storico a pag. 44. Costui però, siccome maligna tutte le più belle virtù di quel sovrano, attribuisce le concessioni alla trepidanza del Borbone, perché la notte faceagli credere formidabili le difese innalzate (da’ patrioti) immenso il numero dei propugnatori. Qualunque si sieno le ragioni che determinarono il re a ceder tutto quello che vollero i più sediziosi deputati, non si può negare che addivenne a quanto si domandò da lui; quindi le stragi del 15 maggio furono volute da’ settarii; cadendo così le assertive del medesimo La Cecilia, che contraddicendosi afferma, essere stata opera nefanda del Borbone la rivoluzione di quel giorno ne fasto.

De Piccolellis si recò a Montoliveto, facendo nota la novella concessione sovrana, e la gioia si diffuse in tutti coloro che aborrivano la guerra civile; ma i più demagoghi deputati, in cambio di contentarsi, soffiavano aftmpre più nel fuoco della rivolta, gridando alle barricate! de' Piccolellis non avendo nulla ottenuto da que’ forsennati, si ritirò, e neppure ebbe il coraggio di ritornare dal re. Questi era impaziente di sapere il vero stato delle cose, non potendo comprendere il perché non si desistesse dalla guerra civile, mentre egli avea concesso tutto quello che i deputati aveano domandato. In conseguenza di che fece chiamare il sindaco della città, Antonio Nova, ed il colonnello Letizia, anche della Guardia nazionale, e replicò a costoro quel che avea detto al de' Piccolellis, chiedendo spiegazione del perchó i deputati non fossero rabboniti e perché si continuasse a far le barricate. Letizia rispose che un Giovambattista La Cecilia, capitano dr un battaglione della Guardia nazionale, funzionante da maggiore, di recente ritornato dall'esilio ed impiegato da poco nel ministero, avea dato principio alle barricate presso S. Nicola alla Carità, e che era il più arrabbiato di tutti i faziosi, insinuando a suoi dipendenti le sue inattuabili idee e le più strane utopie; quindi l’esaltamento era tale che nessuna cosa potea più frenare il cieco impeto di lui e quello de' suoi subalterni ed amici.

Il re risoluto di accomodare tutto e scansare la imminente lotta, incaricò il sindaco e Letizia che usassero ogni mezzo possibile per indurre La Cecilia a ricomporre la tranquillità. I medesimi, avendo poca fiducia nell’esito della loro missione, consigliarono Ferdinando, che desse loro un buon numero di soldati per abbattere le barricate. Il sovrano rispose ad alta voce, e l’intesero tutti quelli che trovavansi presenti: «Non voglio soldati, non voglio che si vegga la minima ombro della divisa militare. La distruzione delle barricate deve eseguirsi da villici; e voi sig. sindaco troverete le persone atte a quest'officio.»

Nova e Letizia, uniti a’ deputati Bellelli e Riso, si recarono a Toledo e tentarono con le buone di persuadere i più ostinati a desistere da quell'opera sì nefasta alla patria. Ebbero in risposta prima fischi, poi ibrida, esclamandosi: Siamo traditi! nelle sole barricate sta la guarentigia de' nostri dritti; in ultimo i barricatori spianarono loro in faccia i fucili. Que’ mentecatti appartenevano quasi tutti alla Guardia nazionale, e si disse che erano sobillati da Pietro Mileti e dal La Cecilia, ma più di questi due capisquadra dal prete Abignenti canonico di Sarno. Costui per maggiore scandalo era abbigliato in sottana, mantello e tricorno, predicando la guerra civile, l'esterminio contro il tiranno e contro i satelliti della tirannide.

I quattro pacificatori ritornarono dal re ed esposero lo stato delle cose, consigliandolo di prendere una energica risoluzione, in caso diverso Napoli sarebbe andata a soqquadro; conchiusero che per disfarsi le barricate era necessario adibirsi un drappello di soldati inermi, guarentiti d altri in armi, se mai i primi venissero offesi. «No, esclamò Ferdinando, non voglio soldati, vi ho detto che non voglio armi. Credete forse, che voi soli avete il coraggio di togliere quelle barricate con la forza? Il coraggio non istà nell’eseguirlo ma nel comandarlo.» Parole sublimi di vera carità patria! basterebbero soltanto, per istrozzare in gola deidetrattori tutte le calunnie eruttate contro quel sovrano, dipingendolo feroce e sanguinario.

Il re tentò l’ultima prova che restavagli per ¡scongiurare la imminente catastrofe voluta da’ demagoghi: ordinò che le truppe, le quali erano uscite dalle caserme alla voce della rivolta, ed aveano preso le posizioni del par lazzo reale, del largo del Castello e Mercatello, si ritirassero immediatamente ne rispettivi quartieri. In questo modo sperava che le barricate fossero о distrutte о abbandonate da’ ribelli; avvenne però tutto all’opposto. I barricatori, vedendosi liberi, ne alzarono altre; se ne disfecero due soltanto, una al Gesù Nuovo e l’altra a Montoliveto, e furono disfatte in modo da potersi ricostruire in un momento. Fu allora che il generale Garofalo, e Pepe, uniti ad altri uffiziali superiori, si fecero seguire da sessanta soldati tra granatieri e cacciatori inermi, per aiutare la distruzione delle barricate.

Non appena si avanzarono per Toledo, i rivoltosi spianarono i fucili e con grida da forsennati, chiamarono traditore il Pepe, minacciandolo di crivellarlo con palle di moschetto. Ai soldati intimarono: Appena toccate le barricate sarete morti. Il deputato Romeo ed il caposquadra Mileti, debitori della lor vita al sovrano, erano quelli che più aizzavano i barricatori armati, contro que’ militari inermi. Eglino faceano i gradassi non vedendo armi regie, e credevano debolezza e paura te concessioni e la carità patria del re.

In quello stato di orribile trepidazione passò in Napoli la notte dal 14 al 15 maggio, ed a causa dell’ambizione settaria di pochi deputati e d’altri furenti demagoghi. Intanto, se domandate a costoro, oggi nostri aristocratici e ricchi padroni, quali furono le cause che produssero il 14 e 15 maggio del 1848, essi vi risponderanno, che Ferdinando II, consigliato da' Gesuiti e dall’Austria, fece alzare le barricate in questa città, per istornare la guerra di Lombardie, e per avere un pretesto onde Togliere quella Costituzione che aveva giurato il 24 febbraio di quello stesso anno. Però, notate impudenza e contraddizione settaria; quelli stessi che oggi vi rispondono in questo modo, con la sfrontatezza de’ codardi in sicuro, soggiungono, che congiurarono contro quel sovrano, che si servirono delle medesime sue concessioni per meglio offenderlo, e che poi le rifiutarono a ragion veduta, perché era stabilito tra loro di detronizzarlo dovendo far «l’Italia una».


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CAPITOLO XV

SOMMARIO

I generali provvedono alla sicurezza della Reggia, minacciata da' rivoltosi, ed il re addiviene a quella misura dopo replicate preghiere. Altre inutili pratiche per disfar le barricate. Comincia la lotta a S. Ferdinando e si estende a S. Brigida, largo del Castello, strada della Concezione, di S. Giacomo, de’ Fiorentini ed altri luoghi. I regi son vincitori dovunque. Conseguenze di quella lotta. I deputati riuniti in Montoliveto fan pazzie e burattinate. Sono disciolti. Taluni ritornano alle loro case, altri vollero rifugiarsi sulle navi francesi. Parecchi di que(7) demagoghi fan suppliche al re. La Guardia nazionale è disciolta per essere riorganizzata. La Camera de’ deputati è anche disciolta, e si convocano i Collegi elettorali. I deputati incorreggibili fuggono da Napoli о suscitano altre ribellioni nelle province.

Spuntava l’alba del 15 maggio 1848, foriera di disastri e di sangue; ad accrescere i trambusti e dar più ardire a’ faziosi napoletani, quella stessa mattina, sbarcarono altri 300 ribelli siciliani, bene armati e decisi a mettere a soqquadro questa città. Mileti, i deputati Barbarisi, Ricciardi ed altri incitavano sempre più la folla de' sediziosi e dei nullatenenti, accorsi all’odor del saccheggio, Ricciardi andava ripetendo: «La situazione è mutata di molto da ieri in poi: per conseguenza diverso esser debbo il nostro linguaggio con la Corona.» Non si contentava più delle concessioni che avea domandate al re il giorno precedente, avrebbe voluto per lo meno che questi abdicasse, e si fosse sottomesso ad un giudizio dagli onorevoli, come Luigi XVI di Francia.

Si pubblicò da vari scrittori, che il caposquadra La Cecilia fosse stato quegli che più di tutti avesse predicata la guerra civile; ciò è verissimo, ma fino alla mattina di quel giorno nefasto. Quando però vide poche essere le forze de' ribelli e non solide le barricate, da rivoluzionario accorto cambiò linguaggio, e per lo meno, avrebbe voluto procrastinare l’attacco contro i regi, e difatti si cooperò presso i caporioni suoi amici, ma senza risultato.

I rivoluzionarii già accennavano ad assalir la Reggia; i ministri Conforti e Scialoia si vantavano pubblicamente, che la sera del 15 maggio, si sarebbero coricati da padroni nel palazzo reale. Si affermava che il deputato Barbarisi avesse avuto l’audacia di dire allo stesso Ferdinando II: Se non abdicate, correrete la sorte di Luigi XVI!

I generali, visto lo stato minaccevole dei ribelli, ed il pericolo del re con tutta la real famiglia, alle 6 del mattino, fecero uscire, senza ordine sovrano, i reggimenti dalle caserme facendoli marciare con la precauzione imposta dalle circostanze, li condussero in varii punti della città. Due reggimenti di svizzeri, con due squadroni di lancieri e due compagnie di pontonieri occuparono il largo del Castello, estendendosi fino allo sbocco della strada S. Brigida, dalla parte della fontana degli Specchi; altro reggimento svizzero con uno squadrone di lancieri ed una mezza batteria prese posizione al piano del Mercatello. Un battaglione del 2° granatieri della Guardia, due di cacciatori, un altro della real marina, il reggimento degli usseri, un battaglione di zappatori ed una batteria a cavallo si accamparono nel piano della Reggia, estendendosi per la calata del Gigante. fino a S. Lucia; ed erano sotto gli ordini del general Lecca. Altri battaglioni eransi postati agli Studi, alla Vicaria ed al Mercato.

Quando il re vide quella soldatesca attorno a sé, rimproverò i generali e volea farla ritornare ne quartieri; ma costoro esposero francamente gl'intendimenti de' faziosi e la necessità della difesa, anche per salvare l'оnor militare, perché taluni ribelli diceano essere la truppa ammutinata contro i superiori, ed altri l’aveano proclamata codarda. Ferdinando, conosciuta indispensabile la misura presa da’ suoi generali, spedì il brigadiere Carascosa a’ ministri invitandoli a prendere una determinazione per ¡scongiuralo l’imminente disastro. La risposta de' ministri non giungeva; intanto sotto i baffi de’ soldati a guardia della Reggia, si alzò un’altra formidabile barricata, che occupava lo spazio dal vico Nardones al palazzo Cirella, proprio nel piano di S. Ferdinando! Que’ militari erano frementi per tanta audacia e disprezzo e voleano dare addosso a barricatori; ma furono impediti da' loro superiori; i quali aveano ordine dal re di difendersi soltanto sé fossero stati aggrediti.

Verso le dieci e mezzo, si sparse la voce che Ferdinando II avesse ceduto a tutto (cioè altra concessione non potea fare che addivenire alla sua abdicazione!) e che quello stesso giorno si sarebbe aperto il Parlamento nazionale, dopo che si fossero disfatte le barricate, e la truppa fosse rientrata ne’ quartieri.

In effetti il vicepresidente de’ deputati, Vincenzo Lanza, avea bandito un manifesto alla Guardia nazionale, ringraziandola per la vile e dignitosa attitudine, con la quale avea difeso i dritti detta nazione e del Parlamene to: in ultimo invitavala a disfare le barricate, onde in quel giorno aprirsi la nazionale assemblea, senza alcuna dispiacevole ricordanza! Mi è lecito supporre, se altra causa di slealtà non vi fosse stata, che le fibre del vice-presidente Lanza sieno state invase da un brivido di timore, comunicato da quell’apparato bellicoso; dappoiché, alle ciarle subentrava la eloquenza di ben altro linguaggio, cioè quello più persuasivo dell’imminente voce del cannone.

Egli ed i suoi aderenti supponeano che gli svizzeri, ed anche i reggimenti nazionali, avessero fatto comunella co’ rivoluzionari, perché noti repubblicani, perché aveano accettato qualche sigaro da’ patrioti, e perché un générale anche svizzero, Baumann, forse per non essere annoiato di più, avea promesso a Pietro Mileti, col quale avea combattuto in Russia, che non si sarebbe battuto contro i rivoltosi. Quando però videro tutta la guarnigione di Napoli pronta a battersi contro qualunque sommossa, tentarono riparare le loro provocazioni e quelle degli altri onorevoli; ma era troppo tardi: una volta scatenata la ribellione, non sta più nel potere dei capi imbrigliarla о moderarla;, è lo stesso che volere impedire l'esplosione di una riserva di polvere dopo di avervi appiccato il fuoco.

In effetti, quel manifesto del Lanza si sparse in un baleno, ed apportò la gioia nella Reggia ed in tutt’i pacifici cittadini. Un contrario effetto produsse ne demagoghi, che divennero più furibondi, e non vollero capire essere stato quello un tranello di taluni onorevoli teso alla truppa ed al re, e ciò malgrado di averne ricevuto assicurazioni che avrebbero cominciato da capo a tempo più opportuno.

Difatti, appena Ferdinando ebbe notizia del manifesto del vice-presidente Lanza, diè l’ordine agli svizzeri di ritirarsi ne’ loro quartieri e fu subito obbedito. Ma, mentre que’ reggimenti esteri ritiravansi, i faziosi li fischiavano, dando loro del vile, e proseguendo a fortificar le barricate. Taluni uffiziali della Guardia nazionale di Chiaia si recarono nel piano del palazzo reale per protestare, che i loro subalterni non avrebbero permesso di veder passare truppa in armi davanti a’ loro quartieri. A quegli uffiziali burbanzosi fu risposto con dignità militare dal generale Lecca; e costoro, smessa la boria, per la troppo longanimità del sovrano, se ne ritornarono quatti quatti dond’erano venuti.

Intanto era giunta l'огa fatale in cui consumar doveasi da’ settarii il più atroce misfatto, insanguinando una delle più floride città di Europa senza ragione( )e senza speranza di favorevoli risultati. Toccavano appena le undici del mattino, ed il segnale della lotta parti dalla barricata di S. Ferdinando.

Gli scrittori rivoluzionarii, con quella buona fede che sempre li distingue, pubblicarono, che il segnale della cruenta lotta fu dato per ordine del re, e cominciata da un domestico di Corte, certo Francesco Lazzaro; tra gli altri lo assicura il poco veridico storico-romanziere La Cecilia nel suo Cenno storico a pag. 48. Costui, contraddicendosi sempre, si era dimenticato che poche pagine prima avea detto: «E pure a malgrado di tant’armi ed armati che cingevano la Reggia trepidara il Borbone, tenendosi incerti gli animi de' consiglieri.»

Altri scrittori, tra’ quali il francese Visconte d’Arlincourt, e il cav. de' Sivo, addebitano al medesimo La Cecilia il segnale della fratricida lotta. Ma ciò non è vero, e que’ benemeriti storici si sono ingannati; dappoiché quel caposquadra trovavasi allora al suo posto, nel largo della Carità, incaricato di spiare l’andamento degli avvenimenti di quel giorno, e rapportarli agli onorevoli, in seduta permanente nelle sale di Montoliveto: ed in quell’officio era anche aiutato potentemente dal francese Leyraud, antico violinista, ed allora indietro della repubblica francese. Egli, La Cecilia, come ho detto di sopra, andava dicendo, che non sarebbe stato prudente provocar la lotta, non avendo, i rivoltosi, probabilità di vincere: non pertanto, al sentire il segnale della lotta fece battere la generale e suonar le campane a stormo, conducendo parte de' suoi dipendenti dalla parte di san Ferdinando.

Quel segnale di sangue e di disastri lo diè un canonico di Sarno, il R.mo D. Filippo Abignenti: che vestito in abito ordinis, ed investendosi dell'autorità di un Achimelech, indusse i più faziosi, postati alla barricata di S. Ferdinando, a trarre le prime fucilate contro i regi, pacificamente accampati nel piano della Reggia. Quelle fucilate furono precedute da urli e battimani, ed altre se ne trassero immediatamente dal palazzo Girella, uccidendo un granatiere della Guardia e ferendo un uffiziale.

I soldati stavano riposando, perché stanchi ed abbattuti dalle continue veglie; la maggior parte erano sdraiati a terra e dormicchiavano. A quella inattesa provocazione, balzarono furibondi in piedi ed in grande disordine, gridando: siamo traditi! nel medesimo tempo scaricarono all'impazzata i loro fucili contro gli sleali oppressori. Gli uffiziali fecero ogni sforzo per trattenerli, ma tutti gridavano: avanti! avanti! non vogliamo esser traditi! insomma la disciplina era vinta dall'ira.

Mentre i generali e la gran maggioranza degli uffiziali, per uniformarsi a’ voleri sovrani, opponevansi allo slancio de' soldati, fino al cimento di essere uccisi da' medesimi, taluni ministri, che non si erano fatti vivi in quella mattinata, stando alle vedette nel palazzo della Foresteria, per assicurarsi dei contegno della truppa nel momento che la stessa fosse stata aggredita da’ patrioti, vista la mala parata, ebbero paura; e obiettando in quella confusione, si presentarono al re che trovarono nel suo oratorio privato.

Quegl’impudenti ministri, organizzatovi della guerra, civile, importunarono per l’ultima volta quel sovrano, ripetendogli ancora di cedere a’ voleri della nazione, descrivendogli Napoli straziata dal furore soldatesco. Quest’ultima visita de' ministri mi autorizza supporre non essere stato vero che costoro avessero proibito alle guardie nazionali di far fuoco contro la truppa. Eglino facendo aggredir questa, pacificamente accampata nel piano della Reggia, speravano ottenere, о il risultato, che le regie milizie non si fossero battute, о di spaventare il re, descrivendogli le stragi di quella guerra civile e farlo cedere in tutto; mentre ben sapeano che egli abborriva il sangue.

Ferdinando II rispose loro con calma dicendo; «Che cosa volete che io ceda? disse loro, che mi faccia massacrare insieme alla truppa, già assediata, ed a cui nemmeno si vuole concedere libero il passo per ritirarsi nei propri quartieri! io ho in tutto ceduto, e nulla mi resta a cedere, che non fosse la Corona, la vita, il mio e l'onore de’ miei soldati!l Cedete voi: dite ai ribelli di non far fuoco contro i soldati, di abbattere le barricate, e di dar libero il passo alle milizie di ritirarsi pacificamente ne’ quartieri militari». Quei ministri ohbiettarono: che non aveano la possanza di ottener tanto dai ribelli; quindi si dichiararono dimessi dal loro officio ed andarono via.

Tutt’altro avveniva nel largo della Reggia ed in via Toledo, al segnale della lotta. Gran parte della Guardia nazionale si era riunita dietro varie barricate di quella via, ed in buon numero dietro quella di S. Ferdinando. Si volle allora far credere che non furono le guardie nazionali che si battettero contro i regi, ma il popolo: sentite quel che dice il solito nostro storico e caposquadra La Cecilia: (((34))) «Al primo trarre dei cannoni, la folla, che avea ingombrato il largo della Carità, che si era tanto opposta a disfar le barricate, spariva come per incanto magico; rimanea al suo posto la Guardia nazionale, Pietro Mileti co' calabresi ed» altri provinciali. Or, sentite pure come si contraddice grossolanamente il nostro storico caposquadra, e nientemeno alla pagina seguente del luogo citato: «Si combattea con egregia fortuna DAL POPOLO sino alle tre, quando finite le munizioni rallentassi il fuoco dal palazzo Cirella; arrogi che la POCA GUARDIA NAZIONALE impegnata a combattere mancava di munizioni e coloro fra essi che aveano dieci cartucce erano i meglio provvisti». Così, tra gli altri strafalcioni ci vuol far credere, che con dieci cartucce si possa far fuoco, ed in una sommossa popolare, ed in continuazione per quattro ore! Gli scrittori patrioti ritengono per imbecilli i loro lettori: e certo son tali quelli che amano di essere ingannati per ispirito di parte.

Mentre i superiori delle regie milizie faceano tutti i possibili sforzi per non assaltare la barricata di S. Ferdinando, i ribelli giudicando viltà quella confusione ed esitanza ad essere corrisposti, fecero un ben nutrito fuoco di fila su quella truppa disordinata. Fa allora che i generali si decisero dirigere lo slancio de’ loro dipendenti.

Il primo, ad avanzarsi contro la barricata di S. Ferdinando, fu il brigadiere Carrascosa alla testa di un battaglione di granatieri della Guardia. Immediatamente venne seguito dai generali Selvaggi, Ischitella e Ferdinando Nunziante — ritornato allora da Caserta, per farsi scudo alla vita del suo amato sovrano— Si fece avanzare l’artiglieria a cavallo, ma due tenenti della stessa, per segreti patti col nemico, non si fecero trovare, portandosi le chiavi de' cassoni, ov’era la munizione; perd l'aiutante di Merinch, secondato dagli artiglieri, spezzò le serrature a colpi di sciabola, e fece caricare i pezzi che trassero sulla barricata; le palle e la mitraglia la scossero senza abbatterla. Vedete, lettori miei, quanto fossero preparati i regi ad aggredire: col nemico di fronte che l’insultava e li minacciava, neppurе aveano caricati i cannoni!

I faziosi resistevano con ammirabile coraggio, avendo avuto la promessa dal generale Roberti, comandante il castel S. Elmo, che sarebbe dalla parte loro e contro i suoi compagni d'armi; difatti quel generale avea proibito a quel presidio qualunque dimostrazione ostile contro i patrioti. Però il maggiore Zanetti? nulla curando gli ordini del Roberti, al segnale della lotta, alzò bandiera rossa, e diede agli altri Castelli ravviso dell'allarme con una cannonata, da' quali fu imitato (((35))). Il rombo di quelle cannonate fece trepidare per un istante i difensori delle barricate; ma accertandosi che non si traeva a palla, ripresero animo e proseguirono accanita la cominciata lotta.

I soldati che si avanzavano contro la barricata di S. Ferdinando erano fulminati di fronte da’ ribelli appiattati dietro i ripari, facendo un incessante fuoco di fila, e da quelli de’ balconi laterali fortificati con Bacchi di terra e materassi. Allora i generali si decisero di abbattere i portoni, e far salire i loro dipendenti sopra que' medesimi palazzi donde partiva una miriade di fucilate. Questa manovra venne eseguita immediatamente da una compagnia del reggimento Real Marina, la quale prese posizione sopra le terrazze ed i balconi cacciandone i difensori. Inoltre si fecero salire varie compagnie di granatieri della Guardia sopra le terrazze della Foresteria, altra della real marina sulla casa Zabatta, e da colà fulminavano i ribelli, che faceano fuoco dal palazzo Cirella e d'altri luoghi adiacenti.

Il fragore de’ colpi avea fatto ritornare indietro gli svizzeri; un battaglione giunse alla corsa nel piano di S. Ferdinando ed assali quella barricata con grande impeto; e sebbene ebbesi valida resistenza, perchó dietro la stessa si sparava con spingardi e boccacci, come del pari da’ balconi laterali, pure stettero fermo alla pugna. In quel conflitto morirono molti soldati esteri e nazionali; un chirurgo regio venne ferito, il generale Enrico Statella, cadde anch’egli ferito da una fucilata, trattasi da un balcone (((36))); ma si alzò, continuando ad incoraggiare i suoi dipendenti: poi vinto dal dolore e dall’abbondanza del sangue versato, fu condotto al palazzo reale.

Era trascorsa un’ora dacché si combattea per abbattere la barricata di S. Ferdinando; e quando i regi la videro meno solida, vi si slanciarono copra, uccidendo e facendo prigionieri que’ della Guardia nazionale e gli altri ribelli che la difendevano. Intanto dal palazzo Girella proseguivasi a fare un micidiale fuoco sopra i vincitori, per la qual cosa fu necessità assaltarlo: il portone dello stesso resisteva validamente, ma cedette alla fine ai grandi e replicati urti. Gli assalitori irruppero in tutte le camere, e furono ricevuti a fucilate dagli assaliti: perlocché ivi avvennero massacri indescrivibili dall'una e dall'altra parte de' combattenti. Le guardie nazionali, vedendosi strette dapertutto, si argomentarono gittar via la divisa, fino a restare in mutande, sperando cosi di non essere riconosciute.

I soldati però conoscevano i ribelli all'odore della polvere che tramandavano le mani di costoro. Quelli che resistevano erano uccisi, gli altri che si sottomettevano fatti prigionieri. Taluni si gittarono da’ balconi per non sottomettersi о per non essere uccisi, ma pochi si salvarono con quel mezzo, la maggior parte perirono; e suppongo che sia stato questo il fondo di verità circa tutto quello che pubblicarono i faziosi, cioè che gli svizzeri pittassero da’ balconi le guardie nazionali, i ribelli e le donne.

In quel palazzo si trovò gran quantità d’armi, di munizioni e strumenti da guerra. I soldati vi presero posizione, proteggendo cosi l’avanzarsi de' loro compagni, che assaltavano con successo la seconda barricata, mentre, dall'altro palazzo rimpetto a quello di Girella, altre guardie nazionali faceano un incessante fuoco di fucileria sulla truppa: assalito quell’altro fabbricato, anche colà avvennero le stesse scene di sangue. Sopra un balcone fu trovato un prete ucciso, il quale avea fatto un micidiale fuoco contro i regi. La seconda barricata venne superata con minore resistenza e cosi la terza; avanzandosi le milizie fino allo sbocco del vico Campane e dell’altro dei Tedeschi. Tutti i palazzi laterali erano stati occupati dalla soldatesca, gli altri aveano messo fuori lini bianchi in segno di pace e sottomissione, per la qual cosa non furono molestati. La gran lotta da questo lato era vinta da regi;ma se ne combattea ancora una altra, e con estremo furore, nella strada di S. Brigida.

Come ho già detto, gli svizzeri, mentre si ritiravano alle caserme, ritornarono all’udire le fucilate e al vedere la bandiera rossa che sventolava sopra S. Elmo. Giunti nel piano del castello, il generale Labrano, comandante la Piazza, diè loro l’ordine di assalire le barricate della strada di S. Brigida; ed in questa disposizione militare eravi eziandio lo scopo di appoggiare le operazioni di attacco che si eseguivano dall'altro lato di S. Ferdinando. Non volle che portassero l’artiglieria per evitare maggiori danni in quella strada, soltanto fece avanzare il 4° e parte del 2° svizzero. Appena i ribelli videro quei soldati, li accolsero con battute di mani, e l’invitarono ad unirsi a loro, essendo quelli nati repubblicani e loro fratelli. Ma quelle insidie non ¡smossero la proverbiale fedeltà de’ figli della libera Elvezia; i quali imperturbabili incedevano in avanti, coll’arme al braccio, senza dar segno di udir quelle ciarle. Giunti alla prima barricata, si disponevano a disfarla; in quella si gridò: Lasciate, о siete morti! Il primo fu un uffiziale, che saltò sopra quell’ammasso di ogni sorta di materiale, col fatto cadde morto, colpito da una palla di moschetto tirata dall’alto de’ balconi: altri pure vennero uccisi e feriti accanto a lui. Il capitano Sturler, che in un caffè avea sfidato i patrioti, colpito da varii proiettili cadde a piè della barricata; nell’agonia è chiamato a nome, alza gli occhi, ed una donna gii tira alla fronte, e lo fa cadavere.

I difensori della strada S. Brigida, non visti, faceano un fuoco terribile e micidiale, arrecando gravi danni agli assalitori. il colour nello Jeniens, avendo visto assai mortale feriti, ordina la ritirata; intanto fa avanzare i cannoni, riordina la sua gente, facendola difìlare sopra i marciapiedi della strada, per far fuoco incrociato contro i balconi, ov’erano fortificati i ribelli con materassi e sacchi pieni di terra:

Eseguita quella manovra, il combattimento divenne massacro per tutte due le parti contendenti. Però giunti i soldati al palazzo del notar Cacace, allora in costruzione, perlocché eravi molto legname, riuscì facile incendiarlo: nel medesimo tempo, saliti sopra, snidarono coloro che li aveano colpiti dall’alto, uccidendone molti a colpi di baionetta. Lo spavento fu generale ne’ difensori de’ vicini palazzi, maggiormente quando gli svizzeri sfondavano i portoni, e salivano fino agli ultimi piani, inferociti pe’ compagni che aveano perduti; con ira cieca uccidevano armati ed inermi.

Fra tanti casi lagrimevoli se ne deplorò uno quel giorno che merita di essere riferito. Le soldatesca invase il palazzo che fa angolo dritta, alla Trinità degli Spagnuoli, di proprietà del marchese Vasaturo. La figlia di costui, di nome Costanza, di anni 13, fuggì spaventata in una stanza e chiuse la porta; uno svizzero, ebbro forse di vino ed inferocito dal sangue, vi entra a viva forza e spietato la uccide! (((37))).

Gli svizzeri, dopo di avere patite tante perdite, superarono tutte‘le barricate di S. Brigida, e sboccarono a Toledo, ove si congiunsero con la truppa che si avànzava dal palazzo reale, seguita da’ popolani e popolane di S. Lucia, che finivano di abbattere le barricate è ne portavano via i rottami. Fu. questo tutto il bottino che fece la gente sobria di quel quartiere; nonpertanto i soliti storici, che già conoscete, dissero, che Ferdinando II invitò i lazzari a far saccheggiare Napoli! Contemporaneamente che combatteasi a S. -Ferdinando e S. Brigida, il resto del 2° reggimento svizzero saliva per la strada della Concezione, presso le finanze, e prendeva posizione sopra i balconi de’ palazzi sporgenti a Toledo, fugandone i ribelli. L’altro reggimento, anche svizzero, il 3°, combattea e fugava coloro che si erano fortificati dirimpetto Castelnuovo, e salendo poi per la via di S. Giacomo, venne costretto ad arrestarsi per una gran barricata che trovò sotto il palazzo Lieto. Ivi fu ucciso il maggiore Salis e ferito il colonnello Dufour: tutti erano fulminati anche dal palazzo di Toledo, che fa angolo al vicolo Taverna Penta. Allora il generale Stockalper fece sospendere il fuoco, ed ordino che si avanzasse l’artiglieria, che tirò contro le barricate e contro il palazzo Lieto. I ribelli, vista la mala parata, cessarono il fuoco; pochi furono feriti ed uccisi, la maggior parte fuggì dalla parte opposta de’ fabbricati, che aveano scelti per fortezza; ed ove non lo permettea la peculiare posizione de' luoghi, attaccavano delle corde a balconi, ed in quel modo assai pericoloso, se la svignavano. Altri svizzeri e due compagnie di marina salirono per la strada de' Fiorentini, abbattendo con la mitraglia le barricate ed anche i balconi fortificati; i difensori fuggirono ed ivi fu ferito il colonnello Brunner.

Napoletani e svizzeri si congiunsero in varii punti di Toledo e tutti lo percorsero a passo di carica; spesso ricevendo delle fucilate, le quali, dopo quel che era succeduto, altri risultati non poteano avere, che provocare altre rovine alla città.

Il caffè sotto il palazzo Buono, alla Madonna delle Grazie, perché era stato covo demagogico e perché ivi si eleggevano e si destituivano i ministri, fu messo a soqquadro dai soldati. Costoro trovarono altra resistenza al largo della Carità, ove eransi fortificati buon tennero di siciliani, e propriamente sopra la locanda dell’Allegria. Erano essi capitanati da Salvatore Tornabene anche siciliano; il quale era stato ribelle al 1837 ed emigrato in Malta, ove scriveva un giornale contro il re. Fatto poi spia di del Carretto, elessi pochi anni ritornò in patria ed ebbe il posto di controloro di dogana, indi ispettore. Rifatto liberale al 1848, divenne caposquadra e difensore di quella locanda, donde arrecò non pochi danni alta soldatesca vittoriosa: costoro però sfondarono la porta della stessa, uccisero il Tornabene ed alquanti suoi compagni.

Lo storico, cav. de' Sivo, afferma che il caposquadra La Cecilia, ossia il capitano funzionante da maggiore del 4° battaglione della Guardia nazionale, fosse fuggito dal largo della Carità all'avvicinarsi de' regi: il benemerito storico in questa parte s’ingannò. La Cecilia, quando vide tutto perduto pe’ ribelli, come egli avea di già annunziato anticipatamente agli stessi onorevoli, alle quattro e mezzo si ritirò, co’ suoi dipendenti, a Montoliveto per difendere quella cosiddetta Assemblea nazionale; ed i regi giunsero al largo della Carità alle cinque e mezzo. Del resto si sa che il nostro caposquadra non ha il difetto di esser vile: unicuique suum! Contemporaneamente che queste cose succedevano in Toledo, il general Nunziante, alla testa di un battaglione della Guardia, dopo di avere scambiate alcune fucilate presso il largo di S. Giuseppe e disfatte piccole bar. risale, si avanzò per la via di Montoliveto, onde abbattere quella più formidabile eretta sotto il palazzo Gravina, oggi delle Poste. Questa barricata era difesa da’ più valenti calabresi, che appena comparvero i soldati furono fulminati da per ogni dove: fu necessità venire ad una lotta disperata. Nunziante usò la solita e ben riuscita manovra, cioè conquistare i palazzi laterali e scacciare i ribelli; costoro si difendevano con gran coraggio, e non avendo più munizioni, gettavano sopra i loro nemici armadii, tavolini, travi, pietre, mattoni e tegole. Non pertanto il valore dei regi tutto superò, e con un petardo si abbattette il portone del palazzo Gravina, il quale fu conquistato palmo a palmo, con feriti e morti d ambo le parti, ma più de’ faziosi:, tra gli altri fu ucciso il segretario del circolo rivoluzionario, Salvatore Ferrara. Taluni si salvarono dalla parte del vico Donnalbina, calando dalle finestre con l’aiuto delle corde.

Il palazzo Gravina era allora di proprietà di Ricciardi conte de’ Camaldoli; l’ultimo, piano andò in fiamme e rovinò sul sottoposto. Si disse da taluni che fossero stati i soldati che avessero appiccato il fuoco: altri, e sembra più probabile, che abitando colà il famoso deputato Ricciardi, trovavasi un archivio con documenti che avrebbero compromesso molte persone; in quella confusione si vollero bruciare senza cautela, onde che presero fuoco le altre carte e gli altri oggetti combustibili. Il certo si è che in quell'incendio soldati ed uffiziali rischiarono la loro vita per salvar mobili, oggetti preziosi e persone; Nunziante fece subito chiamare i pompieri, i quali a gran fatica riuscirono a localizzar le fiamme e poi estinguerle (((38))).

Dopo la lotta del palazzo Gravina, i granatieri salirono per la via di S. Anna de’ Lombardi, e s'incontrarono allo Spirito Santo coi loro compagni d'armi.

Dalla parte del vecchio Napoli, il Carascosa alla testa di molti soldati ed aiutato da quella fedele popolazione, avea fugato i ribelli e disfatte le barricate. La vittoria dei regi era compiuta; i faziosi fuggitivi, le barricate spianate al suolo, anzi sparite, ed ai balconi e finestre sventolavano pannolini bianchi, risolando l'aere del grido di: viva la truppa! viva il re! Un pazzo volle intorbidare quel momento di gioia, desiderato dai buoni napoletani, l'aversano Raffaele Piscitelli; costui con quelli scapati alunni del conservatorio di S. Pietro a Majella, che avea armati all’Albergo de’ poveri, voile opporsi alla soldatesca vittoriosa, difendendo una barricata presso il medesimo conservatorio. Quando però intese il fischio delle palle, diè il primo l'esempio della fuga, lasciando nel ballo que’ giovanastri; egli non si arrestò che in Aversa. Altre poche fucilate si trassero a S. Teresa presso il Museo; i difensori di una barricata, temendo di essere circondati dai regi, spararono i fucili alla impazzata e fuggirono gridando: о repubblica о morte! Altri buffoni pericolosi!

La lotta tra regi e rivoluzionarii si protrasse per otto ore in circa, lasciando in varie strade orribili segni di rovine e di morte, e più di ogni altra via se ne vedeano in quella di Toledo, S. Brigida, Piazza del Castello e Montoliveto. Mura bucate, imposte penzoloni, usci spezzati, mobili e carrozze infrante, e per compiersi il quadro di desolazione si vedeva ancora qualche cadavere. Quella sera del 15 maggio, la soldatesca bivaccò nelle principali strade e piazze, e il dì seguente, Napoli fu dichiarato in istato di assedio.

Nelle varie azioni di guerra, si fecero dalla truppa seicento prigionieri, la maggior parte di guardie nazionali, e tutti vennero condotti, tra gli scherni e le maledizioni della popolazione, al quartiere del reggimento marina. Si trassero circa quattrocento cannonate, e risulta, da’ rapporti ufficiali, che furono seicento i feriti e duecento i morti d’ambo le parti contendenti, ma più di militari. Di soli, svizzeri perirono nelle lotte sei uffiziali. Delle guardie nazionali fu scarsa la perdita, essendo state guarentite dalle barricate e da’ balconi, con ripari di sacchi di terra e di materassi di lana, ma più d’ogni altro dalla paura. Tra gli uccisi in quella terribile conflagrazione noveransi anche quindici donne, tre ragazzi, un laico di S. Teresa ed un prete. Molti cittadini furono uccisi perché spinti dalla curiosità a vedere l’orrenda zuffa; difetto assai pronunziato in Napoli, maggiormente tra la gente del popolo; la quale lascia qualunque sua importante faccenda, perché avida di emozione, e per istinto curiosa. I feriti vennero condotti in varii ospedali della città e curati tutti, senz’alcuna differenza tra regi e rivoluzionarii (((39))).

I rabbiosi demagoghi fuggitivi da Napoli, non avendo potuto allora in niun modo vendicarsi, com'è loro costume, ricorsero alle calunnie, spacciando con la voce e con la stampa tanti supposti atti di efferata infamia perpetrati dalla truppa e dal re. Non ebber ritegno di asserire che Ferdinando II avesse detto alla popolazione corsa ad acclamarlo: Napoli è vostro, saccheggiatelo. Parole cui manca perfino il senso comune: egli, che era e dovea rimanere il sovrano di questa città, dopo l’ottenuta vittoria, dava l’ordine di saccheggiarla! E notate contraddizione settaria: i medesimi demagoghi aveano spacciato che... il re fu invisibile nella giornata del 15 maggio, perché erasi nascosto per la paura nei più reconditi luoghi della Reggia, ed intanto ve lo fanno comparire in mezzo a lazzari, quando ad essi giova, per fargli ordinare il saccheggio e per fargli impartire altri ordini neroniani! (((40))).

Gli acclamatori corsero al piano del palazzo reale quando fu superata la barricata di S. Ferdinando, e rimasero sempre accerchiati dalla cavalleria. In seguito gli esultanti popolani e popolane di S. Lucia, gente che tutto il Regno conosce onestissima, come già si è detto, ebbero il permesso da’ generali di avanzarsi per Toledo, allo scopo di togliere i frantumi delle barricate. In quel giorno il re si fece vedere solamente da’ ministri settarii, sperando di scongiurare quella catastrofe, e da qualche generale per aver notizie dello stato della rivolta.

Ê. pur verissimo che varii locali furono saccheggiati dalla plebaglia: ma di chi la colpa? degl’incontentabili settarii che provocarono que' mali per soddisfare la loro ambizione, credendo di realizzare le loro utopie. Eglino fingono ignorare quel che tutti i napoletani sanno, cioè che una gran quantità di soldati, condotti da’ loro superiori, al termine delle fucilate de’ rivoltosi, corsero a salvare varie proprietà private; e di ciò ne potrebbero far fede i proprietarii de’ palazzi di S. Teodoro, di Satriano, di S. Arpino, di Miranda, di Berio, di Stigliano, di Cellammare, di Montanaro, di Montemiletto, di Angri, dell’Hòtel Zir e dell’altro des Empereurs, minacciati di essere saccheggiati da’ lazzari.

È pur verissimo che taluni soldati, che salirono sui palazzi donde si facea fuoco, esasperati de’ sofferti danni ed ebbri della vittoria, commettessero atti di barbara rappresaglia, facendo anche qualche bottino ove trovarono oggetti preziosi, e spezzando tutto. quello che l’ira in quell’istante terribile lor consigliava. Tutto ciò è da deplorarsi e condannarsi severamente; però bisogna pure aver riguardo allo stato di esasperazione in cui si trovavano in quei momenti. Chi non si è trovato in simili casi, e giudica aumente fredda, chi non sa che le guerre civili han prodotto sempre le medesime luttuose conseguenze in tutte le città incivilite di Europa, dovrà necessariamente esser severo più del convenevole. Accadde eziandio che distinti gentiluomini, appartenenti alla Corte ed affezionatissimi alla real famiglia, in quell’igneo tafferuglio soffrissero danni e violenze. Conciossiaché occupati i loro palazzi da’ ribelli e tenuti in ostaggio da costoro, che poi fuggiti lasciarono armi e munizioni, compromisero quegli stessi innocenti proprietarii fedelissimi alla dinastia.

Io conosco una distinta sig. contessa, allora moglie di un valoroso colonnello, che, il 15 maggio, anche assaltava barricate; ad onta che la sua casa non fosee stata occupata da' ribelli, non pertanto venne invasa da un buon numero di svizzeri alemanni, che neppure capivano il francese. Que’ soldati invasero quell'abitazione, perché la nobile signora, spinta da compassione, avea permesso che si fosse salvato ne’ suoi' appartamenti un tal sig. duca sedizioso, vestito da guardia nazionale, che le era comparso innanzi, mezzo morto dalla paura, e con le braccia aperte, sciamando: Contessa, salvatemi! La generosa signora corse un terribile pericolo insieme a’ suoi figli, quattro giovanette, e per compiere un atto di sublime abnegazione: la medesima si salvò perché donna di molto spirito. Avendo notato che gli svizzeri non intendevano il francese, e volevano venire a vie di fatto, per aver nelle loro mani il milite nazionale, che aveano veduto entrare in quel palazzo, corse a prendere l’uniforme del marito e lo fece vedere a quegl’indemoniati; così l’uragano si acquietò, ed anche il duca sedizioso fu salvo.

È vero altresì che altri svizzeri invasero ’abitazione dell’uffiziale Camillo Boldoni (((41))),

oggi generale al riposo, ferendo un suo figlio, divenuto scemo di mente fin da quel giorno, ma tutto ciò pare che sia avvenuto in pena del tradimento di lui perpetrato alla patria bandiera; egli che era stato educato nel Collegio dell'Annunziatella a regie spese! Or credo necessario accennar la parte comica di quel che avvenne in Montoliveto, ove trovavansi i cosi detti onorevoli in seduta permanente, credendo oprare sul serio. Mentre i loro militi combatteano le battaglie della patria tradita, appena intesero tuonare il cannone, i meno ardili di que’ deputati, о quelli che non voleano venire a risoluzioni estreme, allibirono, e scagliarono amare invettive a’ loro colleghi più esaltati; mentre questi voleano dichiarare il re decaduto, il trono vacante e proclamare la repubblica, creando un governo provvisorio. I medesimi, per incoraggiar gli altri, spacciavano vittorie e trionfi de’ ribelli; diceano, la popolazione levata come un sol uomo, la truppa, parte tagliata a pezzi e parte fuggita; il re anche fuggito, perché la flotta francese facea fuoco contro il palazzo reale; ed i francesi scesi a terra per aiutare i patrioti, avere messo in mezzo i regi ed averne fatto un massacro (((42))). Tutte quelle fandonie Voleano farle credere agii altri, mentre si facea sentire il linguaggio più eloquente del cannone che avvicinavasi sempre più agli onorevoli orecchi e li facea trabalzare per la paura; nonpertanto e senza di ciò, la maggioranza de' deputati non volea sentir parlare di atti tendenti alla decadenza del re. Nel medesimo tempo si presenta il deputato Zuppetta con due palle di cannone ancor calde, che posa sul tappeto, ed esclama: Rappresentanti della nazione! Ecco le concessioni. generose che il re di. Napoli fa al suo popolo! Un grido confuso di maledizioni si alzò in quella sala, e tutti que’ deputati, che aveano provocate e volute quelle concessioni generose, faceano progetti da matti. In quella salta in mezzo il sempre celebre deputato Ricciardi, e facendo la scimia a’ francesi della grande rivoluzione del 1792, propone un comitato di salute pubblica con potere assoluto, per tutelare l'ordine, e subito si nominarono i componenti lo stesso nelle persone del Lanza, Topputi, Giardini, Bellelli e Petruccelli della Gattina, segretario.

Questi padri della patria si affacciarono ai balconi annunziando alla sottoposta folla de' sediziosi che già aveano poteri assoluti; e questa che non ne capiva un'acca, gridò: viva i poteri assoluti! Que’ componenti del comitato di salute pubblica, trovandosi lontani da pericoli, fecero pure la spacconata di prendere il ritratto di Ferdinando II, e buttarlo dal balcone in mezzo alla folla, gridando: morte Л tiranno, viva la repubblica! (((43)))

Que’ messeri, credendosi veramente sovrani assoluti, oprarono in conseguenza; ebbero financo l'ardire di mandare un decreto ai generale Labrano comandante della Piazza, col quale gli ordinavano che facesse cessare il fuoco delle regie truppe, e che le ritirasse immediatamente ne’ quartieri, onde por fine al conflitto. Quel generale rispose come meritavansi que’ briachi rivoluzionarii; i quali, prevedendo prossimo il loro pericolo, spedirono immantinenti corrieri nelle vicine province di Salerno ed Avellino, fucine di sedizioni, ordinando alle guardie nazionali di recarsi alla corsa a Napoli, per farsi ammazzare da’ regi, e sostenere a cotai modo l'assoluta sovranità di un pugno di settarii. Però, mentre i nostri padri della patria godeano il dolce contento di sognata sovranità assoluta, e comunicavansi l’un l’altro il terribile castigo che avrebbero fatto subire al tiranno ed agli aderenti del medesimo, oh crudele disinganno! precorse la voce che i regi, erano prossimi, e determinati ad invadere l’onorevole Consesso della rappresentanza nazionale. Già le truppe avvicinavansi al palazzo Montoliveto da due opposti punti, dal largo della Carità e dalla strada di Montoliveto. Il generale marchese Nunziante, e il colonnello degli usseri, principe di Paternò, si presentarono nel piano del palazzo di Montoliveto; il colonnello si rivolse al capitano de' nazionali la Cecilia, ivi di guardia, con modi urbani dicendogli: «Sua Maestà ordina che l’assemblea si sciolga immediatamente, e che i deputati rientrino ciascuno nella propria a dimora. Il generale Nunziante autorizza lei di accompagnare i deputati con la sua scorta in armi» (((44))). L’ordine sovrano venne eseguito immediatamente, e taluni deputati, gridarono: viva il re! altri che ne mostrarono desiderio, furono scortati fino alle loro case da’ medesimi soldati, e senza essere molestati in modo alcuno. Ecco perché quegli onorevoli faceano i spacconacci contro Ferdinando II; essi ben conosceano la troppo clemenza di colui che chiamavano tiranno; un altro al posto di lui, sedicente rigeneratore di popoli, li avrebbe inesorabilmente fatti fucilare in quello stesso palazzo.

Ma già, prima che fosse giunto il Nunziante, taluni onorevoli se ne erano fuggiti. Si disse che i deputati Giuseppe Ricciardi e Giuliano erano ritornati presso l'ammiraglio francese per chiedere aiuti contro il tiranno, о almeno per farla da mediatore tra questi e loro. Però gli storici d’Arlincourt e Rossi, asseriscono che Ricciardi fosse fuggito con precauzione dalla parte del quartiere del Treno. I medesimi storici, ed anche il de' Sivo e Marulli, dicono che il capitano dei nazionali sig. La Cecilia tentò fuggire all’approssimarsi de' regi, e che fu trattenuto a viva forza dal deputato Stanislao Barracco. По voluto prendere le più minuziose informazioni da persone degne di fede, presenti in quel trambusto del Palazzo di Montoliveto, e poco benevole al La Cecilia, e mi hanno assicurato che questi fu l'ultimo a lasciare quel palazzo, e che fu egli, come ho detto di sopra, che arrecò il messaggio all’assemblea per disciogliersi. Quando tutto era finito, Levandosi in Montoliveto la gendarmeria, il nostro caposquadra, La Cecilia, uno de' fondatori della Giovine Italia, si vestì da gendarme borbonico (oh, dovea fare una bella figura!) e perseguitato soltanto dalla sua coscienza, fuggi sulla flotta francese. Il deputato Petruccelli si nascose in una latrina del palazzo Montoliveto, e poi fuggì, travestito anche da gendarme! Il vice-presidente Lanza, i componenti il comitato di pubblica salute, cioè i sovrani assoluti di quel giorno, ed altri deputati fuggirono eziandio da Montoliveto, rifugiandosi sulle navi francesi; e per un fatale effetto che suol produrre la paura, lasciarono la loro sovranità assoluta ne’ luridi viottoli della Sezione Porto!

Non pochi di coloro che eransi ricoverati all'ombra della bandiera della repubblica di Francia, sentendo che in Napoli non si perseguitava alcun rivoluzionario, scesero quatti quatti a terra, e ricominciarono le loro antiche ipocrisie, il vice-presidente Lanza, il più esaltato contro il tiranno, Riandò una supplica al medesimo, protestando innocenza ed antica devozione a’ Borboni (((45))). L’ex ministro Saliceti ebbe la viltà e l’impudenza di dichiararsi innocente e profondamente devoto al trono, e chiedeva quindi umilmente il ritiro coi soldo di ministro — oh santa pagnotta! quid non mortalia pectora cogis? Gli storici de' Sivo (((46))) e Marulli (((47))) affermano che anche La Cecilia avesse supplicato per rimanere uffiziale del ministero dell’interno, impiego avuto da’ ministri settarii, pe’ servizi resi contro la monarchia: ma non esiste il documento originale, ed io opino che quegli storici siansi ingannati. Altri furibondi liberali altre suppliche diressero al tiranno, al mostro coronato, per rimanere ne’ ghermiti impieghi, e non avendo nulla ottenuto, quando emigrarono dal Regno, si svelenirono raccontando a modo loro i fatti del 15 maggio 1848.

Taluni deputati vollero far credere a’ gonzi, che prima di sciogliersi l'assemblea di Montoliveto, avessero redatta e firmata una protesta, che in verità non poteano avere né il tempo né la testa di redigere in quei terribili momenti, quando ognuno ad altro non pensava che a fuggire e mettersi in salvo. Quella protesta fu scritta comodamente, о nelle proprie case о in estranei paesi, e si pubblicò il 28 maggio di quell’anno sopra un giornale mazziniano, che s’intitolava l’Alba; ecco quella famosa cicalata: «La Camera de’ deputati, riunita nelle sue sedute preparatorie in Montoliveto, mentre era intenta ai suoi lavori, ed all’adempimento del suo mandato, (cioè a suscitare ribellioni e dirigere i fabbri delle barricate) vedendosi aggredita, con inaudita infamia, dalla violenza delle armi regie nelle persone inviolabili de’ suoi componenti, protesta in faccia all’Italia l'opera a del cui provvidenziale risorgimento si vuol a turbare con nefando eccesso, in faccia a tutta l'Europa civile, oggi ridesta allo spia rito della libertà; contro quest’atto di cieco ed incorreggibile dispotismo, dichiara che essa, non sospende le sue sedute, se non perché costretta dalla forza bruta; ma lungi dall’abbandonare l’adempimento de’ suoi solenni doveri, (cioè di mettere a soqquadro questo Regno ) non fa che sciogliersi immediatamente per riunirsi di nuovo, dove, ed appena potrà, affine di prendere quelle a deliberazioni, che sono reclamate dai dritti dei popoli, dalla gravità della situazione, a dai principii della conculcata umanità e dignità nazionale.»

La Camera componeasi di 164 deputati; quella Protesta non venne firmata da tutti quelli presenti in Montoliveto, perché molti de’ medesimi si erano accomodati col tiranno; in cambio dichiararono accedervi Pietro Leopardi, il capitano Girolamo Ulloa, che trovavasi allora col Pepe in Lombardia, e Giuseppe Massari, oggi il papà di tutti i consorti.

Il 16 maggio fu sciolta la Guardia nazionale e si mandò l’ordine ai generali Guglielmo Pepe e Giovanni Statella di ritornare nel Regno dalla spedizione lombarda. Napoli dopo la sofferta catastrofe, risorgea per tutti gloriosa, maledetta soltanto da’ settari vinti. I soldati napoletani, mal giudicati in Europa, diedero i primi l’esempio della fedeltà alla monarchia, e dimostrarono che la sètta vuol vincere con gli schiamazzi di piazza, con le calunnie e co' tradimenti. Al certo, in quel giorno, i settarii si ricordarono di quel che avea scritto il de' Magari nel 1846 in Berna cioè: «Il Piemonte è con noi, essendo con noi Carlo Alberto, sebbene costui ha una trista natura, perché comprime sotto il cilizio gl’istinti rivoluzionari. Avremo la Toscana con noi, tutte le volte che ci farà bisogno. Roma non potrà sostenersi per lungo tempo. Il solo Napoli dobbiamo temere, e se non seconderà il movimento, sarà causa della nostra disfatta». Parole veramente profetiche! e lo stesso sarebbe accaduto nel 1860, se ben altre circostanze già esposte, (((48))) non si avessero avute a deplorare.

Il 16 maggio, il re formò un nuovo ministero metà monarchico metà rivoluzionario, ed eccone gl’individui che lo componeano: Principe di Cariati presidente, principe Ischitella ministro della guerra, brigadiere Carascosa a' lavori pubblici, Ruggiero alle finanze ed incaricato del portafoglio del ministero di grazia e giustizia, principe di Torella all’agricoltura e commercio, altresì incaricato del portafoglio degli affari ecclesiastici, Francesco Bozzelli all’interno, ed incaricato eziandio del portafoglio dell’istruzione pubblica. In seguito al Gigli si diè il ministero di grazia e giustizia, ed il duca di Serracapriola fu eletto presidente del Consiglio di Stato.

S’istituì inoltre una Commissione di pubblica sicurezza per inquirere su' reati commessi contro la sicurezza dello Stato, dal 1° maggio fino a che sarebbe durato lo stato di assedio per Napoli, già pubblicato il giorno 16 di quel mese. Quella commissione era preseduta da Gabriele Abatemarco, direttore di polizia, e composta da quattro consiglieri, cioè Stanislao Falcone, Ferdinando Paragallo, Farina e Silvestri. La guardia nazionale ebbe l'ordine di depositar le armi che avea ricevute dal governo; intanto il re ordinò al ministro dell’interno di proporre i mezzi di riordinarla immediatamente.

Lo stesso giorno 16 maggio, re Ferdinando uscì dalla Reggia, accompagnato dal maggiore Francesco Ferrari (((49))) e da pochi usseri della Guardia, recandosi al ponte della Maddalena e poi a Portici per visitare e soccorrere i feriti anche ivi condotti. Venne festeggiato ed acclamato dovunque con clamorosi evviva dalla popolazione, che lo seguiva con bandiere regie.

Il trono di Napoli risorgea più possente in mezzo alle acclamazioni entusiastiche di. ogni ceto di cittadini. Ferdinando II, rientrato nella pienezza de' suoi sovrani dritti, ben potea sconoscere la Costituzione, perché i deputati l’aveano violata, servendosi della stessa, per coprire Napoli di sangue e di lutto, e attentare a dritti della regia potestà e della dinastia. Nonpertanto quel troppo clemente sovrano, tanto oltraggiato e calunniato da' settari, diè fuori il seguente proclama: «Napoletani:» Profondamente afflitto a causa u degli avvenimenti del 15 maggio, è quindi nostro più vivo desiderio di addolcire le conseguenze per quanto sarà possibile. È nostra volontà di mantenere la Costituzione del 10 febbraio. Le Camere saranno di nuovo convocate, ed io faccio conto sopra la saggezza e prudenza de' deputati per aiutarmi nella riorganizzazione de’ poteri dello Stato». In forza dell’art. 64 della stessa Costituzione, con decreto del 17 maggio, si scioglieva la Camera de’ deputati, perché senza di aver prestato giuramento, erasi illegalmente proclamata unica rappresentante della nazione ed in opposizione a molti deputati avea mutato lo Stato e suscitato la guerra civile. Con un altro decreto si ordinava la convocazione de’ collegi elettorali pel 15 giugno, onde potessero le camere legislative aprirsi il 1° luglio.

Il tiranno detronizzato, ma vittorioso, lasciò liberi i suoi detronizzatori, dopo che i medesimi furono la causa delle deplorevoli e cruente scene del 15 maggio. Giova ridirlo: Ferdinando II meriterebbe la nota di tiranno a causa della sua mal collocata clemenza, avendo perdonato tanti pericolosi ed impenitenti rivoluzionarii, col danno della pace del Regno, e non tenendo conto de’ reclami della vera cittadinanza; la quale volea che si desse fine a quei baccano reso insopportabile. Quel sovrano seminava vento per raccogliere tempeste ed uragani; difatti i deputati faziosi, vedendosi liberi, in grazia della bonomia e clemenza sovrana, presero animo, ed uscendo da' loro nascondigli si riunirono all’Hòtel di Ginevra, donde mandarono altri corrieri, ordinando alle guardie nazionali delle province di recarsi subito a Napoli per ricominciare rovine e sangue. Non pochi di quegli onorevoli, paurosi de’ danni, che aveano arrecati a questa capitale, e temendo più di tutto per le loro persone, proponeano partiti meno estremi. Ma il deputato Ricciardi, disceso allora dalla nave francese, il Friedland, Petruccelli, già svestito da birro, ed Amodio accusarono i loro colleghi di paurosi e peggio. Credendosi ancora comitato sovrano assoluto, e che il Regno tutto fosse in armi per difendere e sostenere la loro ambizione, diedero alle province il segnale di una novella rivolta.

Carducci fu il primo ad obbedire a sovrani assoluti del 15 maggio, levando lo stendardo della rivoluzione, che già avea occultato. Da sé nominatosi colonnello-generale delle guardie nazionali del Cilento e del Salernitano, diè a tutt'i suoi dipendenti, che avea riuniti, l'ordine di marciar sopra Napoli. Avea di già spinta una sua avanguardia fin nelle vicinanze di Caserta, per farla operare sopra questa capitale dalla parte di Aversa; ma trovatosi di fronte il valoroso colonnello conte Giuseppe Statella, fu sbaragliata dal medesimo, perseguitandola questi con la cavalleria ed arrecando lo spavento nel resto dell'esercito di Carducci, il quale si salvò eziandio con la fuga. Dopo quella rotta solenne toccata a' faziosi, sembrava estinto il fuoco rivoluzionario, e che lo spirto di abisso si partiva — vóta stringendo la terribil ugna!

I faziosi calabresi fuggiti da Napoli erano scoraggiati per quel che aveano sofferto il 15 maggio e per la lezione toccata a' recidivi carducciani. I fuggiaschi della capitale, che giungevano a stormi in quelle province, erano causa di maggiori spaventi, perché ogni fuggiasco raccontava gli avvenimenti di questa città con tinte le più oscure ed esagerate. Nonpertanto i sovrani assoluti del 15 maggio mandarono il bolognese Pacchione a Cosenza, quartier generale della rivolta, dandogli segreti ordini per quelle autorità, che erano quasi tutte settarie, allo scopo di riaccendere di nuovo la guerra civile. Costoro fecero riunire un poco di plebaglia sotto il palazzo dell’Intendenza; ivi si fece gridare che la patria fosse in pericolo, e quindi per guarentirsi si domandava un governo provvisorio.

Trovavansi in Cosenza l’intendente Cosentini, bene addentro alle segrete cose della sètta; il 18 maggio creò un comitato di salute pubblica, ed egli si proclamò presidente dello stesso, vice-presidente il comandante delle regie armi, colonnello Spina ed uno de’ membri, il giovane maggiore Salvatore Piattelli, comandante il 1° battaglione cacciatori, oggi generale del Regno d'Italia. Quel comitato si pose subito sotto gli ordini de’ sovrani assoluti di Napoli, ed in relazione con l’altro di Salerno per avere notizie della capitale e combinar la marcia delle guardie nazionali contro la stessa.

Il primo atto di autorità, che esercitò il Comitato di salute pubblica, senza che io l’annunziassi, già si suppone, fu quello di far danari, ordinando un prestito forzoso detto volontario; stampò bollettini bugiardi circa i fatti di Napoli, diè l’ordine di mobilizzarsi la Guardia nazionale, designando gl’individui che formar doveano lo Stato maggiore della medesima. Indi disarmò, maltrattò e sbandò i gendarmi fedeli al re, prestandosi a tanta infamia il colonnello Spina e lo stesso maggiore Pianelli. La maggior parte de’ paesi di quella provincia riconobbero il comitato di Cosenza, perché guarentito dalle stesse armi regie. In Catanzaro, l’intendente Vincenzo Carsico, scimiottando il suo collega di Cosenza creò un altro Comitato di salute pubblica, aggiungendovi come necessario intingolo morale-religioso la Società evangelica, diretta dal prete Domenico Angherà, mente esecutore de' precetti evangelici.

Il 30 maggio, onomastico di Ferdinando II, in Cosenza ed in Catanzaro, si voleano suonare le campane a mortorio, ed impiccare in effigie quel sovrano: solite buffonate rivoluzionarie, che furono impedite con somma energia, non già dal colonnello Spina о dal maggiore Pianelli, ma da' medesimi cittadini. Nella provincia di Reggio, ad onta de' magistrati e de' funzionarii, non si formò il Comitato di salute pubblica, essendovi colà poca truppa, ma con capi fedeli al re.

I componenti i comitati di Cosenza e di Catanzaro adempirono una sola parte del loro programma rivoluzionario, cioè quello di esigere alla turca, — che oggi si direbbe all'italiana il prestito volontario, di vuotar le casse del danaro pubblico, di perseguitare i realisti e di fare sparire ogni pubblica sicurezza. Circa la marcia delle guardie nazionali nulla combinarono, perché gli uffiziali delle medesime voleano godere de' soli onori e dei vantaggi, ma senza rischiar la pelle! L'intendente di Cosenza, visto che i faziosi calabri erano sol contenti di fare e disfare nei loro paesi, pensò al suo avvenire; per la qual cosa scrisse al ministero in Napoli tutto quello che era accaduto in quella provincia, scusando il suo insediamento a presidente del Comitato di salute pubblica con l'orpello della pretesa violenza a lui fatta da' faziosi; infine protestava obbedienza al re. Il Ministero gli ordinò che sciogliesse il Comitato, ed egli con grandissimo suo pericolo, fece leggere l'ordine ministeriale. Tutt’i paesi, stanchi dell’anarchia, obbedirono, Cassano e Castrovillari soltanto resistettero. Il maggiore Piattelli fu chiamato a Napoli col battaglione ai suoi ordini, e fu salvo della perpetrata fellonia per un inconsiderato regio favore. In seguito ebbe nuove grazie sovrane, e si disse che il re gli regalò dodicimila ducati quando divenne conte, sposando la signora Ludolff; indi ottenne promozioni fino a maresciallo di Campo. Nel 1860 credette dissobbligarsi, col far causa comune con un D. Liborio Romano e col tradire il figlio di Colui che lo salvò da una condanna infamante per un militare e Io colmò d’immeritati favori ed onori. (((50))) L’altro Comitato di Catanzaro non attecchì per le stesse cause di quello di Cosenza, e ciò malgrado la zelante cooperazione dell’evangeUsta Angherà.

I faziosi delle altre province del Regno, ove più ove meno fecero delle pazzie, perché sobillati da’ sovrani assoluti di Napoli; ma costoro non ottennero che le guardie nazionali corressero sulla capitale per insanguinarla onde sostenere la loro grottesca sovranità assoluta. Que' deputati, che aveano gustato un effimero potere, saziando in parte la loro incorreggibile ambizione, nulla curando che di già i tempi volgevano loro contrarii, in cambio di approfittare della troppo Sovrana clemenza, come appresso dirò, si vollero gittare nelle Calabrie per dare altri spettacoli di burattinate e perpetrare altri delitti.


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CAPITOLO XVI

SOMMARIO

Richiamo del corpo di esercito pugnante io Lombardia. Ragioni di quel richiamo. Pratiche dell’Austria presso il governo inglese per non essere molestata dagl’italiani. Brillanti fatti d’armi sostenuti in Lombardia dal 10 reggimento di linea napoletano. Pepe non vuol soccorrere Carlo Alberto, ma invece la repubblica veneta. Giunge a Pepe l'ordine di ritirarsi a Napoli. Non obbedisce, in cambio si decide a soccorrere Venezia. È seguito da poca truppa da lui ingannata, il resto ritorna in patria. I napoletani in Venezia, e loro ritorno nel Regno. Carlo Alberto e Garibaldi, il primo si ritira in Piemonte, il secondo in Livorno.

È tempo di rivolgere uno sguardo alle truppe napoletane pugnanti in Lombardia; ma prima d’intrattenermi sopra questo argomento è necessario che i lettori sappiano le determinazioni prese dal ministero di Napoli, dopo i fatti del 15 maggio, circa quel corpo di esercito. I ministri, riuniti in Consiglio, con l'adesione del re, decisero di richiamare quella soldatesca, perché impolitico era già divenuto il combattere contro i tedeschi. Le ragioni di quel richiamo le trovo in una nota del principe di Cariati, allora ministro degli affari esteri, diretta al conte Rignon inviato del re di Piemonte in Napoli. Andrei troppo per le lunghe se volessi trascrivere qui tutte le ragioni esposte in quella nota, con le quali il governo napoletano giustificava l'ordine mandato a’ generali Guglielmo Pepe e Giovanni Statella per far ritornare nel Regno i soldati che trovavansi in Lombardia; ma mi limito a rilevarne le più interessanti.

Il principe di Cariati comincia col dire al conte Rignon, che i rivoluzionarii vollero che fosse spedita una parte dell’esercito contro l’Austria al solo scopo di rimanere più liberi nel mettere a soqquadro il Regno. In conferma citava i fatti terribili del 15 maggio e le altre ribellioni suscitate nelle province, ove aveano fatto sparire ogni ombra di sicurezza pubblica; e da colà i possidenti, gli onesti cittadini, i fedeli funzionarli mandavano numerose ed incessanti suppliche al re, pel pronto invio di buon nerbo di truppe, onde far ritornare l'ordine in que’ desolati paesi, manomessi e saccheggiati all’ombra della libertà e dell’affrancamento dell’Italia dallo straniero. Quindi soggiunge dicendo, essere primo dovere di un governo di guarentire i proprii amministrati, e che il Consiglio dei ministri, preseduto dal re, visto trovarsi poche milizie nel Regno, avea presa la determinazione di richiamare il corpo di esercito mandato in Lombardia, per inviarlo ove fosse richiesto dalle desolate province. Oltre di che, quel ministro facea palese le manovre degl’irrequieti siciliani, i quali minacciavano i dominii al di qua del Faro; perlocché il governo trovavasi nella necessità di mandar truppe ne’ luoghi più minacciati, e con la flotta percorrere 700 miglia della costa di terraferma, per guarentirla da qualunque sorpresa, che avrebbero potuto fave quegl’isolani.

Dippiù, il Cariati facea conoscere le circostanze politiche e finanziere di questo Regno essere di gran lunga cambiate da quando Napoli spingeva le sue schiere e le sue navi in sostegno dell’Italia superiore. Allora non era avvenuto il 15 maggio, né le province erano in rivolta, suscitata da quelli stessi che aveano voluto mandar parte dell’esercito per combattere l’Austria, e l’erario napoletano trovarsi in condizioni peggiori di prima. Posto questo Regno, soggiungea il Cariati, a 500 miglia dal teatro della guerra, con basi e linee militari da prendersi in paesi stranieri, senza una Piazza forte di appoggio, essere quindi le sue condizioni assai diverse da quelle del Piemonte. Il muovere un corpo di esercito dall’estrema Italia meridionale e condurlo sul Po, era costato a questo erario più di quanto il Re di Piemonte avea erogato dal principio della campagna fino allora.

Quella nota del principe di Cariati si potrebbe compendiare e tradurre in poche frasi; conciossiaché in buoni termini il governo di Napoli dicea a quello di Torino: «io non intendo di esser canzonato da te, che pretendi estendere il tuo dominio co' sacrifizii pecuniarii e col sangue de’ napoletani, e quel sangue fruttar dippiù rovina alla patria napoletana.

Li

Ho provato, se ne’ rivoluzionarii si trovasse qualche volta un poco di buona fede, ma quella prova riuscì fatale, essendo stata causa di rovine, lagrime e sangue a questa gran parte d'Italia. Io non intendo lasciar le province nell’anarchia suscitata da’ tuoi aderenti ed amici, per correre colle mie forze fuori del Regno in avventure impolitiche; io non intendo dissanguare i napoletani per comodo tuo e quello della sètta; io abhorro di far debiti simili a tuoi con la speranza di farli poi pagare agli altri Stati italiani, quando hai finito di tradirli; per la qual cosa io ti lascio e mi ritiro in buon ordine per dedicarmi esclusivamente al vero benessere ed alla gloria di questo Regno (51)

Quella nota del principe di Cariati suscitò le ire settarie, e si gridò a squarciagola contro il governo di Napoli, e più di tutto contro Ferdinando II, prodigandogli i più odiosi nomi. I ribelli non avean torto di schiamazzare a quel modo; conciossiaché il richiamo della soldatesca pugnante in Lombardia era per essi un lucro cessante e un danno emergente, indebolivasi l'opposizione contro il tedesco, e piombavano loro addosso circa 15 mila uomini, decisi ad infrenare le ribellioni, tendenti a sbarazzarsi di un’augusta dinastia e di un trono secolare, onore dell’Italia nostra. Interessava al piccolo Piemonte di perdere un valido appoggio alle sue mire d’ingrandimento, essendo stato stabilito fin da allora dalla diplomazia settaria e dalle congrue faziose, di servirsi delle stesse concessioni di Ferdinando II e delle forze di questo Regno, per detronizzar quello, e cancellar questo dalla carta di Europa. I settarii per voler far con troppa fretta ed imprudenza, nel 1848, guastarono ì fatti loro; e fu questa la causa di essere stati battuti il 15 maggio, e di aver fatto battere il Piemonte dall’Austria, prendendo il disopra nella Penisola.

Gli austriaci, dopo le memorabili giornate di Milano; si erano ritirati e riannodati nelle piazze forti di Mantova e di Peschiera, che trovansi sul Mincio, e nelle altre due di Verona e di Legnano sull’Adige. L’Austria mentre lottava con la rivoluzione italiana, coadiuvata da due potenti Stati anche italiani, dovea eziandio badare alla Boemia e all’Ungheria, che trovavasi in grande rivoluzione, minacciando la sua esistenza. Onde che l'imperatore si rivolse alla regina d’Inghilterra e la chiese della sua mediazione, promettendole, che se l’avessero lasciato libero in Germania, non avrebbe impedito la Lombardia о di governarsi da sé о darsi al Piemonte; alla Venezia avrebbe concessa un’amministrazione separata, con esercito proprio, ma sotto falta sua dipendenza. Avrebbe pure ceduto i ducati, quante volte si fosse dato un compenso a’ Duchi di sua famiglia regnanti in Italia. Quel progetto dell’imperatore austriaco, che avrebbe ridonata l’Italia agl’italiani senza i mali delle rivoluzioni e senza sanguinose guerre, non fu accettato da lord Palmerston, perché quelle rivoluzioni e quelle guerre faceano gl’interesssi di lui e dell’Inghilterra; quindi rifiutò l’offerta col pretesto, che gl’italiani voleano la rinunzia definitiva ed incondizionata de’ possedimenti austriaci in tutta la penisola italica (((52))).

La pretesa del nobile lord sembrò favorevole agl’italiani; essi non domandavano di più, ma fu un vern tranello, non so se teso dallo stesso Palmerston; conciosiaché quelle pratiche diplomatiche diedero tempo all’Austria di riaversi, fortificarsi ed uscire in campo co' suoi formidabili eserciti. In effetti mentre Carlo Alberto, senza aver dichiarato la guerra, avea assalito l'Austria ed era vincitore della medesima in varii fatti d’armi, si avanzava ed operava con troppa lentezza contro il nemico, sperando ottener tutto diplomaticamente; il maresciallo Radetzky comandante le armi imperiali nel Lombardo-Veneto, ebbe tutto il tempo di raccogliere le sue schiere, e di ricevere da Inspruck un rinforzo di sedicimila uomini. Tralascio di ragionare sulla guerra lombarda, non essendo questo il mio compito; ma, dirò soltanto di un ordine del giorno dell’austriaco generale Weiden, che delinea il vero stato della nostra Italia in quella campagna, e de’ fatti d’armi sostenuti da nostri soldati contro le schiere austriache.

Il generale Weiden, scendendo in Italia» e volendo smentire le tante esagerazioni spacciate sulla forza degli eserciti italiani collegati, ecco, tra le altre cose, quel che facea palese a’ suoi soldati in un manifesto diretto a’ medesimi:

«Anche nell’interno dell’Italia le opinioni son divise: la riproclamata repubblica di S. Marco, non va di accordo con quella stabilitasi in Lombardia, né di opinioni né d’interessi; e la cosi detta spada d’Italia, questo re del Piemonte, alle cui spalle già si forma la repubblica di Genova, come potrà in mezzo a tali opinioni e a tali interessi andar di accordo con la repubblica lombarda? Deh, che quest’interessi de’ nostri nemici, affatto divisi tra loro ripugnanti, valgono a viemeglio spingerci all’unione ed a legarci ben più strettamente.»

Il 1° battaglione del 10° reggimento di linea napoletano, comandato dal colonnello Rodriquez avea ordine di congiungersi in Bozzolo, nel Mantovano, alle truppe del general Feretri; che comandava una divisione toscana di cinquemila uomini, tra soldati e volontarii. Quel battaglione, sbarcato a Livorno, marciò per la Toscana, attraversando i più alti Appennini, scese ne’ piani lombardi ed effettuò la disposta sua congiunzione ov'era il teatro della guerra. Il 30 aprile, dopo di avere valicato il fiume Oglio ed occupato Ospedaletto e le Crocette, fu posto a tutela della testa del ponte di Goito sul Mincio, ov’erano cinquemila piemontesi, chiamati per combattere altrove. Era quella una interessantissima posizione strategica, e se fosse stata forzata dagli austriaci, costoro si sarebbero resi padroni della linea del Mincio, ed avrebbero potuto prender di rovescio l’esercito sardo. Da questo sol fatto si rileva, che i generali piemontesi, direttori di quella guerra, о conoscevano poco le posizioni che meglio doveano guarentire, о conoscendole, quel battaglione napoletano era riguardato come la salvaguardia del medesimo esercito del Piemonte. Rodriquez conobbe l'importanza della posizione a lui affidata e fece le sue osservazioni, cioè che potea essere assalito dalla guarnigione, di Mantova, e non avendo che soli settecento, uomini, sarebbe' stato affare di momenti per; essere vinto, qualunque fosse stata la resistenza de’ suoi dipendenti. Le sue osservazioni non furono intese, ed egli compensò con: fortificazioni provvisorie il poco numero de’ suoi combattenti.

Il 2° battaglione del medesimo 10° di linea, comandato dai giovine maggiore Michelangelo Viglia, partì da Napoli insieme a’ volontarii condotti dagli uffiziali Francesco Carrana er Rosaroll, ed il 3 maggio giunse alle Grazie, quartier generale de’ toscani. Quello stesso giorno fu assalito da’ tedeschi, usciti da Mantova; li respinse facendo varii prigionieri, e più ne avrebbe fatto, se il general Ferrari non si fosse illuso; conciossiaché i nemici, trovandosi in una casina, usarono l’astuzia di guerra di alzare bandiera bianca, e quel generale, credendoli soldati italiani, del Lombardo-Veneto al servizio dell’Austria, che volessero disertare, chiamò a raccolta la sua gente. I supposti disertori, in cambio di avanzarsi verso i napoletani ed unirsi a costoro, ripiegarono sulle linee austriache, dopo di aver fatto una scarica contro i fratelli italiani, che li aspettavano a braccia aperte.

L’altro battaglione del 10° di linea, di guarnigione al ponte di Goito, seppe che una colonna di tremila tedeschi, uscita da Mantova, si avanzava alla volta di Marmirolo per ¡schiacciarlo. Il comandante Rodriquez ne diè subito avviso al quartier generale piemontese ed alla divisione toscana, l’uno e l'altra risposero, che non aveano forze disponibili da mandar«И e che facesse da sé. Quel comandante, avendo saputo il dì seguente, che i tedeschi ingrossavano a Marmirolo, ed erano circa cinquemila, chiese con più premura un rinforzo per conservare quella interessante posizione strategica, ed altro non ebbe che il 2° battaglione del medesimo suo reggimento. Tutti allora si disposero a morir da valorosi, col una resistenza ad oltranza contro gli assalitori.

I tedeschi non si spinsero ad assalire i nostri al ponte di Goito, invece i napoletani ebbero l'ardire di fare una ricognizione fino a Marmirolo; e quelli, credendoli un corpo di esercito, si ritirarono in fretta, lasciando financo l'ordinario, che fu saporitamente mangiato da’ nostri, che tanto ne aveano bisogno.

Il general Ferrari, inteso che i tedeschi aveano ricevuto poderosi rinforzi in Mantova» abbandonò la posizione delle Grazie; ed avendo dippoi giudicato pericoloso quell’abbandono, ordinò che fosse ripreso quel paesetto, già occupato dal nemico. Mandò due battaglioni toscani ed uno napoletano, che assalirono ivi gli austriaci e li posero in fuga, ripigliando quella interessante posizione. La notte vegnente, il generale Conte Leuzia, con una colonna di truppe italiane, alla cui avanguardia marciava il 10° di linea, riacquistò Montanara cacciandone i tedeschi.

Riconquistate quelle posizioni, il 12 maggio, si stabilirono tre campi, cioè a Cullatone, alle Grazie, quartier generale, ed a Montanara. In quest’ultimo campo si trovavano quattro compagnie del 10° di linea, con altri battaglioni toscani di fanteria di linea e di volontarii, inoltre eravi un plotone di cavalleria e cinque pezzi di campagna; in tutto duemila uomini, comandati dal conte Laugier. I tedeschi, che erano circa cinquemila, assalirono il campo di Montanara, recandosi tro battaglioni de’ medesimi sulla sinistra degli italiani per molestarli di fianco. Tre compagnie del 10° (una comandata dal capitano Cantarella, valoroso soldato d’Austerlitz) con altre due toscane, per vie coperte, si spinsero ne’ campi, ed attaccarono l'ala sinistra nemica, che sloggiarono alla baionetta da varii fabbricati presso S. Silvestro ben fortificato. Quello slancio di troppo ardimento de’ napoletani, diè il segnale della ritirata de’ cinquemila austriaci; ed a buon dritto i nostri compatriota furono proclamati gli eroi della giornata di Montanara.

Il maresciallo Radetzky, attendendo forti rinforzi, erasi limitato fino allora a piccoli fatti d’armi, per tenere a bada gl’italiani e per istancarli con le fatiche della guerra; quando giunse il general Nugent con un corpo di esercito ad una formidabile artiglieria, cambiò tattica, operando con forti masse contro il nemico. Il 28 maggio, uscì da Verona con ventimila combattenti, sostenuto dall’artiglieria e cavalleria, minacciando le posizioni occupate dagl’italiani; i quali si trovarono divisi in varii luoghi, e tutti non erano più di seimila.

Il 29, il campo di Montanara fu assalito dai tedeschi con estremo furore; i nostri supplivano col valore, rispondendo a’ numerosissimi nemici, recando a’ medesimi danni non lievi. Il valoroso colonnello Giovanetti spinse le quattro compagnie napoletane ed assalì il Camposanto, punto principale donde sboccavano le schiere austriache, e sebbene quello non fu conquistato, nonpertanto ritardò la marcia di queste, che si sarebbero gettate sul fianco dell’oste italiana. Nel medesimo tempo il maresciallo austriaco, barone d’Aspre, dopo di avere riacquistato Curtatone, volse sul fianco del campo di Montanara; quindi le posizioni degl’italiani non erano più sostenibili con poca gente. Giovanetti ordinò a suoi di ripiegare sopra Castelluccio, mettendo le quattro compagnie napoletane in retroguardia, per guarentire la ritirata di tutta la colonna. Non appena questa si mosse che videsi circondata da’ reggimenti austriaci, dalla cavalleria degli ulani e degli usseri, è sotto il tiro di una formidabile batteria di cannoni di campagna. La prigionia о il massacro degl’italiani era inevitabile, ma l’intrepido colonnello Giovanetti non si perdette d’animo, brandisce la spada e grida: a me, valorosi napoletani! Si getta quindi ne’ campi, assale con un’audacia senza pari il nemico, gli sfonda la linea di battaglia, e si apre a viva forza un varco, che fu la salute di tutta la colonna italiana di Montanara. Le quattro compagnie napoletane, che sì coraggiosamente si fecero avanti, mentre venivano fulminate da un turbine di mitraglia nemica, lacere e sanguinose passarono sopra i cadaveri de’ tedeschi; que’ valorosi non erano che duecentottantasette, e ne rimasero centottantatré, gli altri caddero sul campo di battaglia! Però i superstiti condussero vittoriosa la bandiera de’ gigli a Castelluccio e Spedaletto, in mezzo all’ammirazione ed il plauso degli altri italiani ivi combattenti e delle popolazioni. Gloria imperitura agli eroi di Montanara, figli di questa bella e vetusta patria napoletana! Que’ generosi salvarono il piccolo corpo di esercito italiano dall’onta della prigionia, ed in compenso furono poi calunniati, anche sul valore, da' medesimi settarii napoletani.

Gli avanzi di Montanara passarono l’Oglio, e le quattro valorose compagnie del 10° di linea, ridotte ad un pugno di prodi, ¿comandate dal vecchio capitano Cantarella, furono lasciate a guardia del ponte. La domane vennero destinate a Bossolo, e poi dopo la battaglia di Goito a Brescia, ove erasi raccolta la truppa toscana.

Carlo Alberto lodò il valore delle quattro compagnie napoletane, e al Cantarella diè )a medaglia del valor militare. Questo valoroso era stato decorato della Legion di onore, da Napoleone! per essersi distinto al passaggio della Beresina. La lentezza tedesca è stata sempre causa di rovesci dell'impero austriaco, ma questa volta salvò gl'italiani pugnanti in Lombardia. Se Radetzkv avesse assalito Goito immediatamente dopo le facili vittorie di Curtatone e Montanara, forse la guerra sarebbe finita più presto e con meno sangue. Al ponte di Goito, come si è detto, trovavasi il colonnello Rodriquez ed il maggiore Viglia con sole otto compagnie del 10° di linea per guardare quella interessante posizione, che è la chiave del Mincio. Se i tedeschi l'avessero assalita, certo avrebbero trovata una eroica resistenza, ma se ne sarebbero impossessati, atteso il poco numero de' difensori, ed avrebbero allora soccorso la fortezza di Peschieга. La loro lentezza diè tempo al re sardo di accorrere colà col primo corpo di esercito, con molta artiglieria e con quattro reggimenti di cavalleria.

Non è mio assunto descrivere la battaglia di Goito; basti dire, esser quella un onorevole ricordo per gl'italiani a qualunque partito essi appartengano. Il 30 maggio, i tedeschi assalitori erano forti di venticinquemila nomini con la corrispondente artiglieria e cavalleria; essi patirono gravi danni, tanto che disordinati fuggirono a Rivolta, e poi furono costretti a cedere la fortezza di Peschiera. In quella gloriosa battaglia per gl’italiani, re Carlo Alberto e il duca di Savoia si coprirono di gloria, combattendo da valorosi soldati; l'uno e l'altro riportarono onorevoli ferite. Le otto compagnie napoletane fecero prodigi di valore, sloggiando i tedeschi da varie posizioni fortificate; la maggior parte di que' soldati si spinsero con tanto slancio, che sarebbero rimasti prigionieri, se il maggiore Viglia non avesse mandato a tempo un rinforzo per sostenerli.

Il re Sardo lodò la bravura napoletana; al colonnello Rodriquez diè la croce di S. Maurizio e Lazzaro (allora onorevolissima perché non avvilita ancora da ministri del Regno d’Italia, avendola data a gente la più abbietta della società). Gli altri uffiziali furono decorati con la medaglia dell'onor militare.

Mentre gl'italiani, qualunque essi fossero, illustravano ne’ campi lombardi le armi della nostra Penisola, combattendo vittoriosamente una grande potenza militare, il generalissimo smargiasso Guglielmo Pepe si baloccava scrivendo enfatici ordini del giorno a’ suoi dipendenti. In essi egli ricordava le glorie di Masasaniello, di Vigliena, l'opposizione de' lazzari fatta al generale francese Championnet; le sue spacconate sotto Murat, ma taceva i suoi fatti vergognosi del 1821 in Antrodoco, ove egli fuggì il primo, appena vide avanzare la avanguardia tedesca, e fu causa di quella vergognosa rotta dell’esercito carbonaro a lui affidato da' Padri della patria. In quegli ordini del giorno dicea di voler combattere ad oltranza gli austriaci, ma per conto suo e per quello de’ repubblicani. Difatti, trovandosi in Ancona ricevé lettere da Manin, capo del governo repubblicano, allora surto in Venezia; il quale gli dicea, essere quella città delle lagune assediata e bloccata da' tedeschi, che l'esercito comandato dal generale Durando, ed altri corpi italiani aveano ricevuto serii danni e sconfitte nel Friuli, in Treviso ed in Vicenza, quindi lo invitava a soccorrere la veneta repubblica, co’ soldati di Napoli, soggiungendo che i posteri l'avrebbero soprannominato il salvator di Venezia.

Figuratevi se quelle lettere avessero fatto andare in visibilio la piccola e vanitosa testa del Pepe. Costui già sentiva i posteri appellarlo: Pepe Veneziano, come Scipione Africano, questi per avere distrutta l'emula di Roma, egli per aver salvata la città delle lagune, la regina de’ mari del medio-evo. Dopò l'invito e la proposta di Manin, il nostro eroe di Androdoco cominciò a congiurare anche contro la spada d'Italia, Carlo Alberto; diè principio, ordinando che il 10° di linea lasciasse il campo di battaglia, ove si era coperto di gloria, e retrocedesse a Bologna per passarlo in rivista. Leopardi, ministro napoletano presso il re sardo, consigliato da costui, impedì gli ordini del duce napoletano, e scrisse al medesimo quasi ordinandogli di avanzarsi immediatamente con tutto l'esercito che comandava per prender parte alla guerra lombarda. Pepe mandò a quel ministro il suo aiutante di campo, capitano Girolamo Ulloa (((53))) facendogli noto l’ordine del re Ferdinando II, il quale gli vietava di passare il fiume Po senza un novello ordine. Notate quanta malafede in quel tristo duce: egli che Avea disprezzato quel divieto del suo re, dichiarando che avrebbe valicato quel fiume quando vi sarebbe stato il suo tornaconto, or lo facea valere per non soccorrere Carlo Alberto, unico scopo della sua missione militare. Dippiù fece sentire al Leopardi, per mezzo di un tal Canino, che avrebbe combattuto contro i tedeschi, ma dopo la vittoria, l'Italia doveasi mondare da' preti, da' Borboni, ed il re sardo doveasi mettere a capo dell’Italia repubblicana. Pressato dall'insistenza del ministro Leopardi, dichiarò, che pel bene dell’Italia disobbediva al re di Napoli, e domandava se avesse dovuto avanzarsi tra il Mincio e l'Adige, о alla volta di Treviso; sempre però manifestando la sua determinazione di volersi recare a Venezia e difendere quella repubblica.

Intanto giungevano in Bologna, il 22 maggio, il brigadiere Scala ed il maggiore di Stato maggiore de' Angelis, latori dell’ordine sovrano, col quale, dopo di avere esposte le tristi condizioni del Regno, gli si imponeva il sollecito rimpatrio dell’esercito spedito far Lombardia, designando finanche la via che dovea prendere. Nel medesimo ordine era pre visto il caso, che se Pepe non avesse obbedito, allora il re designava supremo duce il tenente-generale conte Giovanni Statella. Quel lo, conoscendo lo spirito della truppa, cedette a costui il comando; che immediatamente diramò l’ordine sovrano a tutti i corpi di milizia napoletana.

Pepe si affrettò di far sapere a’ faziosi di' Bologna l'ordine del re Ferdinando II circa il ritorno de’ napoletani in patria; e così suscitò grida e dimostrazioni contro i medesimi e più contro Statella, novelle comandante in capo. Corse frettoloso in(:) quella città di Leopardi, e vantando i suoi poteri occulti datigli dal re Ferdinando, persuase varii uffiziali a marciare al di là del Po, per soccorerere il general Durando che combattei nel Veneziano. Statella avrebbe dovuto sostenersi: a qualunque costo, facendo eseguire gli ordini sovrani: però in quella circostanza, sia per la corrente politica, sia per titubanza, non mostrò quella fermezza d’animo che lo distinse sempre nella sua vita militare. Contro di lui gridavano i bolognesi e non pochi uffiziali napoletani, a capo de' quali il colonnello Cutrofiano, ed alto diceano: essere vergogna ritornare in patria senza combattere il nemico già di fronte; laonde si decise restituire il comando al Pepe, che fu sollecito riprenderlo.

Statella, compiuto un atto di tanta vergognosa debolezza, riprese la via del Regno, accompagnato da un solo uffiziale. Giunto a Firenze fu insultato e minacciato di morte da' settarii; la carrozza, che conducealo, fu arsa da medesimi nella piazza di S. Maria Novella, ed egli fuggì a stento, protetto dalle tenebre della notte. Giusto guiderdone alla debolezza di lui mostrata in Bologna; ed i setta rii di Firenze voleano far quello che avrebbe dovuto far legalmente Ferdinando II.

I bolognesi, cioè i settarii, festeggiarono la diserzione del nostro eroe di Antrodoco; la sera illuminarono la città in onore del medesimo. La Guardia nazionale defilò sotto le finestre del disertore; il quale, briaco di quell’effimero e fellonesco trionfo, andava tronfio e pettoruto come se avesse vinta una campale battaglia, distrutti i tedeschi ed emancipata l'Italia dal giogo straniero. Dopo di essersi inebbriato a sazietà dalle ricevute ovazioni, diè gli ordini opportuni per condurre l'esercito al di là del Po, designando le tappe di ogni corpo, l'ога e il luogo in cui doveano i suoi dipendenti valicare quel fiume. Però il brigadiere Klein, che avea preso il comando della 2(a) divisione, in cambio di Nicoletti, pubblicò l'ordine del ministero e del re circa il pronto ritorno a Napoli di tutte il corpo di esercito di Lombardia, insiemi ad un ordine del giorno, nel quale svelava le insidie di Pepe; quindi ordinava a soldati di non obbedirgli, perché ribelle al sovrano e disertore della patria bandiera.

Appena conosciuto quell'ordine del giorno, i soldati e gli uffiziali mostrarono la ferma volontà di obbedire al loro sovrano, e di già la brigata Zola da Ferrara retrocedeva a Bologna; onde che il generalissimo Pepe pregò il brigadiere Scala ed il maggiore Cirillo di ritornare a Napoli ed ottenere dal re l’ordine di proseguire la marcia in avanti. Quel brigadiere fece fermare i reggimenti che si avanzavano dalle Romagne, e mandò a Napoli il Cirillo per ottenere un contrordine a quello ch’egli avea portato, sicuro di non ottenerlo.

Pepe, sebbene godesse in quel tempo di una effimera e contrastata autorità, nonpertanto era divenuto l'eroe del giorno, da tutti acclamato e desiderato ad eccezione de’ soldati napoletani. Il ministro della guerra del Piemonte lo esortava a marciare nel Veneziano contro il generale Nugent, indi con un'altra lettera diceagli che questo generale erasi congiunto con Radetzky, e quindi lo consigliava ad unirsi all’esercito Sardo, essendo imminente una battaglia tra Mantova e Peschiera. Il generale Durando, battuto dai tedeschi nel Veneto, lo chiamava pure in suo aiuto; ed infine l’amico Manin scrivevagli altra lettere, dicendogli, di esser debole a lottare contro i tedeschi, e che accorresse subito in suo aiuto. Pepe si decise per questo ultimo, e reiterò gli ordini di marciare al di là del Po.

I soldati napoletani essendo a conoscenza del vero ordine sovrano, che imponeva il loro ritorno a Napoli, al sentire che Pepe volea condurli in avanti, cominciarono ad ammutinarsi, maggiormente quando seppero dagli uffiziali essere quel generalissimo un avventuriero, nemico del re e difensore di male ordinate repubbliche. A tutto questo aggiungevasi che i fatti del 15 maggio, già si erano divulgati nella soldatesca; ed essendo raccontati in varii e strani modi, anche più accrescevano nella medesima il desiderio di ritornare in patria. Varii reggimenti si erano' apertamente negati di obbedire a chi tradiva il loro sovrano, e più di tutti distinguevasi il 12° di linea, la maggior parte di siciliani. Tra essi erasi formato un comitato di uffiziali e sott’uffiziali per propagare nell’esercito lo stato in cui trovavasi questo Regno, gli ordini assoluti del ministero e del re di rimpatriar subito, e come il generalissimo Pepe, disobbedendo agli ordini sovrani, avesse voluto condurre quella truppa, priva di mezzi, per com battere una guerra senza vantaggi per Napoli, mentre nel Regno, la medesima era chiamata a grandi grida per salvarlo dall’anarchia.

Pepe, un poco aiutato da varii uffiziali superiori: a capo de’ quali Cutrofiano e Zola, forse per ispirito belligero e cavalleresco, il 30 maggio diè l’ordine perentorio che l’esercito passasse il Po. Appena comunicato quell’ordine i soldati, che trovavansi in Ferrara al grido di viva il re nostro! presero invece la via di Bologna! ad onta di Zola che volea spingerli in avanti: giunti al bivio di Malalbergo, presero la via di Ravenna, gridando sempre: A Napoli ove il nostro re ci chiama!

L’eroe di Antrodoco, non avendo né opinione, né forza morale sopra la soldatesca, e temendo di mostrarsi alla stessa per arringarla, si contentò di sciorinare ordini sopra, ordini, dichiarando disertore in faccia al nemico chi l’avesse disobbedito; egli disertore della patria bandiera, dichiarava disertori coloro i quali non avessero obbedito chi tradiva il suo sovrano! Sperando di aver con sé i tre reggimenti di cavalleria, lo stesso giorno 30 maggio, pubblicò un ordine del giorno, al solito, ampolloso ed a sproposito, col quale ricordava le storiche geste de’ cavalleggeri napoletani, combattenti in Lombardia nel 1796; però tacea che que’ valorosi combatteano alora pel re Ferdinando IV, collegati co’ tedeschi, contro la spoliatrice repubblica di Francia. In ultimo ripeteva gli ordini di passar subito il Po, spacciando le solite notizie false, che sono il magno cavallo di battaglia dei settarii, assicurando, che Radetzky era fuggito, che la vittoria era certa e che egli conducevali nel Veneto, perché era nel dritto di modificare gli ordini ministeriali e sovrani, per gl'interessi dello stesso re. Tutta quella cicalata ottenne un risultato contrario a quello che si sperava il generalissimo ed il suo fido aiutante di campo, capitano Girolamo Ulloa, scrittore e spargitore nell’esercito di tutte quelle improntitudini. Epperò, mentre gli uffiziali superiori questionavano sul partito a prenderei, cioè se obbedire al loro sovrano о ad un disertore e traditore, i soldati ed i cavalieri, col solito grido: Viva il re nostro, a Napoli ove esso ci chiama si avviarono alla volta di Modena, senza aspettare i loro capi. Cutrofiano tentò di trattenere il suo reggimento, ma visto il contegno della soldatesca, prudentemente la seguì alla retroguardia.

Si disse (((54))) che il colonnello Resta, accuorata pel ritorno nel Regno dell'esercito, ne morisse di apoplessia. Ognuno ha i suoi gusti, e fino ad un certo punto bisogna rispettarli, cioè fino che non incomodino gli altri. L’altro colonnello Lahalle, che avea combattuto Carducci nel Cilento, a causa dello stesso dolore, che avea fatto morire il suo collega Resta, in marcia trasse una pistola dall’arcione e si bruciò le cervella. Costui avrebbe dovuto non aggiungere quest’atto di ribellione al suo Creatore, se avesse considerato che il vero onor militare consiste appunto in una passiva obbedienza al capo dello Stato. Egli non ignorava gli avvenimenti di Napoli e ciò che si passava in questo Regno, sapea gli antecedenti di Pepe ed i nuovi divisamenti felloneschi del medesimo, quindi oserei credere ch’egli si fosse ucciso per ben altra causa.

La truppa napoletana, tanto festeggiata dai settarii al recarsi in Lombardia, fu poi vituperata al ritorno con parole indecenti ne’ giornali faziosi. Qualche eccentrico, che volea farla da gradasso, accozzò non poca marmaglia per opporsi alla marcia in ritirata de’ nostri soldati, e ben per lui che ebbe leste le ambe per fuggirsene a rotta di collo. I bolognesi, inorgogliti che le loro grida avessero spaventato il generale Giovanni Statella, ed avessero di nuovo insediato Pepe, ebbero l’audacia di assalire i napoletani fuori porta Sarragozza; ma bastarono pochi lancieri per metterli tutti in fuga, e far lor passare la voglia di ritentar la prova.

Il 10° di linea, trovandosi con l'esercito Sardo, avea ricevuto l’ordine dal generale Statella di ritornare a Napoli e quell’ordine fu comunicato dal capitano Sponzilli al colonnello Rodriquez. Questi incaricò il medesimo capitano di avvertire re Carlo Alberto, che egli era obbligato eseguire i voleri del proprio sovrano, col lasciare il campo e ritirarsi a Napoli. Intanto Sponzilli fu arrestato, e lo si finse, il certo si ò che non ritornò più presso Rodriquez; nonpertanto costui si decise partire ad ogni costo; perlocché richiamò il battaglione, che allora stanziava in Brescia, e preparò la partenza di tutti i suoi dipendenti. Quando ciò seppero i duci piemontesi, per bestiale rappresaglia sospesero il rancio ed il pane alle onorate reliquie di quel reggimento, che pugnando in estranea terra aveano versato il sangue pe’ piemontese costoro le privavano poi del pane!

Corse il maggiore Viglia presso re Carlo Alberto e gli manifestò in quali triste condizioni era ridotto il 10° di linea; quel sovrano tutto promise ma nulla adempì; soltanto a’ valorosi di Curtatone, di Montanara e di Goito quasi in elemosina, due razioni di pane. I piemontesi si negarono financo di dava ad imprestito a quel reggimento una piccola somma, come se il governo di Napoli non avesse potuto ridonarla con usura!

Il 10° di linea trovandosi ridotto a morir di fame, gli uffiziali dello stesso vendettero quel che aveano, e raccolsero circa mille ducati, che servirono a far fronte a’ più imperiosi bisogni di quella soldatesca. Quando i napoletani abbandonarono il campo, e passarono in mezzo a quello sardo, lasciarono un affettuoso indirizzo a’ piemontesi ed a' toscani; ma que' buzzurri non risposero, anzi superbi lo sprezzarono. Al contrario, i figli della gentile Toscana, proclamarono i soldati napoletani, prodi sul campo di battaglia ed obbedienti alla forza del dovere.

La stampa settaria si scatenò contro i soldati del 10° di linea, e consigliava le popolazioni a far man bassa sopra que' valorosi, i quali furono i più bersagliati nel ritornare in patria; ebbero però cordiale accoglienza dalle popolazioni agricole. Il 29 luglio entrarono nel Regno per Giulianuova, ed i villici, avendo appreso che quelli mancavano di tutto, loro andarono incontro soccorrendoli con ogni ben di Dio.

Il ritorno in patria dell'esercito mandata in Lombardia scatenò le ire settarie contro Ferdinando li; da giornali faziosi si pubblicarono articoli di trivio, e da deputati di varii parlamenti si fecero interpellanze spudorate contro quel sovrano. Taluni onorevoli dei Parlamento romano vollero lanciare una pietra contro i soldati napoletani e contro il re; infatti, nell’indirizzo, del 29 giugno, al S. Padre, lamentavano che la ritirata dell’esercito di Napoli avesse rovinata la causa dell’indipendenza italiana, e quel ritorno qualificavano vergognosa fuga essi asserivano ciò, mentre i loro giornali pubblicavano che re Ferdinando fosse stato di accordo con l’Austria! Que’ deputati faziosi pretendeano che Pio IX avesse chiesta ragione al re di Napoli, perché questi erasi permesso dare l’ordine della ritirata dell’esercito pugnante in Lombardia. Il deputato Buonaparte, che in quel tempo cominciava ad alzare baldanzoso la cresta, avea proposto di mandar soldati romani in aiuto della calabra rivoluzione; inoltre avrebbe voluto che il Papa, insieme ai fulmini della terra, avesse fatto tonar quelli del cielo, cioè che avesse scomunicato Ferdinando II. I rivoluzionarii — che non credono a niente — vorrebbero il Sommo Pontefice ligio a loro, anche per fargli scomunicare tutti quelli che non fanno gl'interessi della setta; ed allora sarebbero scomunicati duecento milioni di cattolici!

Il generalissimo Pepe, coadiuvato dal suo fido capitano Girolamo Ulloa, a furia di menzogne e tranelli, condusse con sé al di là del Po due battaglioni di volontarii, una compagnia di zappatori, diretta dal maggiore Moreno, e il 2° battaglione cacciatori, comandato dal maggiore Giosuè Ritucci. Egli avea assicurato, nella proclamazione diretta a’ bolognesi, che Ritucci avesse detto a’ suoi dipendenti mostrando il Po: Di là l'onore, di qua il disonore! Ma costui affermò poi non aver mai detta quella espressione, chiamando testimone l’intiero battaglione; in cambio asserì di aver passato quel fiume perché ingannato dal Pepe con falsi rapporti, facendoglisi credere che gli altri soldati napoletani trovavansi di già nel Veneto.

Varii uffiziali e sottuffiziali, dopo di avere abbandonato i loro corpi, alla spicciolata passarono il Po. I soldati ammalati, rimasti negli ospedali di Bologna e di Ferrara, furono obbligati da’ settarii a marciare in avanti; tutti giunsero in Venezia nella prima quindicina di giugno. Quel governo, lietissimo del soccorso de’ napoletani, in una proclamazione, disse di esser mille. Manin, con decreto del 15 di quel mese, proclamò Guglielmo Pepe supremo duce delle forze della veneta repubblica.

Il console napoletano in Venezia comunicò a’ capi di quelle truppe l'ordine ministeriale di ritornare a Napoli. I primi a recarsi presse Pepe furono il capitano di artiglieria Pedrinelli, e l'altro capitano Bardet di Villanova, dichiarando che voleano obbedire a quell’ordine. Il supremo duce impose loro gli arresti, ma il comandante della Piazza Antonini li trattenne in sua casa e li trattò da amici.

Il 19 giugno, Ritucci, comandante il 2° battaglione cacciatori, protestò insieme a’ suoi uffiziali, che non potea riconoscer più per suo superiore il Pepe, perché costui avea disobbedito al ministro della guerra ed al re; che non intendea stare al soldo straniero, avendo per patria la più bella parte d’Italia e per re Ferdinando II di Borbone; dicea infine che avrebbe rifatta la via di terra se si fossero uniti a lui i zappatori e la batteria di montagna. Pepe non ardi arrestare Ritucci perché conoscea lo spirito della truppa napoletana, e che costui era amato dalla stessa; perlocché si contentò di mandargli taluni uffiziali felloni per persuaderlo a rimanere in Venezia. J1 giorno seguente, quel supremo duQß emanò un ordine del giorno, col quale lodava i militari obbedienti a sè, disobbedienti al sovrano; e siccome i settarii han per patria l'universo, meno del luogo ove nacquero, conchiudeva col dire: i napoletani non essere stranieri in Venezia, ma la loro patria estendersi dall’Alpi al Lilibeo. Secondo Pepe, i napoletani, per una espressione geografica, doveano disobbedire al loro patrio governo, non curarsi de’ mali della loro patria, e servire un altro governo che non conosceano, e che non facea gl'interessi del loro paese. Tutte quelle ampollose parole non fecero deviare gli uffiziali ed i soldati ligi al vero onor militare, anzi di più l’indignarono, scovrendo nei loro duce supremo un impudente traditore.

Temendosi in Venezia qualche rivolta militare, atteso il contegno delle milizie napoletane, si ricorse a’ soliti mezzi morali, cioè alle menzogne, che si fecero spacciare d’altri uffiziali felloni aderenti al Pepe, tra’ quali Mezzacapo, Poerio ed Assanti. Costoro spacciavano che Carlo Alberto avea dichiarata la guerra a Ferdinando II—mentre quel sovrano non amava dichiararla, ma assaliva proditoriamente—che il Principe Carlo, fratello del re, ai. era impossessato di Napoli, — mentre questi pensava a far debiti essendo carico di guai — che i tedeschi erano vinti in Italia — entre aveano battuto i piemontesi — e quindi consigliavano la soldatesca a rimaner con loro d accomodarsi alle circostanze. Quelle fandonie non furono credute, anzi erano di maggiore sprone a soldati per correre in soccorso del proprio re e della loro vera patria. Si tentò vincerli con le promesse di promozioni, ma tutto riuscì vano; soltanto guadagnarono qualche uffiziale mal fermo ne’ principii dell'onore.

La soldatesca napoletana, costretta a rimanere in Venezia, non avendo i mezzi per ritornare nel Regno, nell’ora della lotta contro i tedeschi li affrontò senza esitare, accrescendo gloria al nome napoletano. Però i militari che aveano disobbedito, e si erano ribellati al loro sovrano, la maggior parte si tennero fuori de’ pericoli, contentandosi di predicar liberalismo ed italianità. Il ciarlatano è sempre vile, e guai a coloro che si lasciano guidare dagli oratori di piazza.

Il barone de' Cosa, comandante la flotta napoletana, dopo che sbarcò i soldati in Ancona, fu invitato da Manin a recarsi a Venezia per opporsi alla squadra austriaca (((55))); aveni chiesto il permesso al re ed ottenutolo, pe ché non eransi ancora consumate le fellonie gli eccessi del 15 maggio, il 15 aprile volse le sue navi alla città delle lagune. Giunto al porto di Malamocco, fugò le navi siriache, che tenevano il blocco e che presero subito la via di Trieste. Saputosi l'arrivo della flotta di Napoli a Malamocco e ia fuga di quella tedesca, i ministri della veneta repubblica andarono a visitarla sopra due piroscafi, il Mocenigo e la Bella Venezia, conducendo lo Stato Maggiore della Guardia nazionale e varie signore venete; e tutti encomiarono e festeggiarono il de' Cosa ed i marini napoletani. La flotta di Napoli era composta di otto navigli, altri tanti ne avea in quelle acque il Piemonte, comandati dal retro-ammiraglio Albini, e tre la repubblica veneta. Il 24 maggio tutti que’ bastimenti fecero una dimostrazione ostile contro la squadra tedesca presso Trieste, indi si diressero alla costa dell’Istria.

Quando i marini napoletani seppero i fatti del 15 maggio, in essi venne meno l’entusiasmo di battersi contro gli austriaci. Il de' Cosa ricevette l’ordine di ritornare a Napoli, che non eseguì subito, perché volle dare troppa importanza al carteggio scambiato tra lui, Manin e Leopardi, inviato napoletano presso Carlo Alberto: Leopardi volea comandare a dispetto de’ ministri di Napoli e dello stesso re.

Partita la flotta napoletana, i tedeschi strinsero più da vicino Venezia, e quivi mancando buoni artiglieri ne’ fortini, si scelsero i napoletani per difendere quello interessante di Malghera, che fu restaurato da’ nostri zappatori in tutte le opere avanzate. Il 7 luglio, cento uomini con due cannoni fecero una brillante sortita, attaccando il nemico a Cavanelle, e spingendosi fin sotto le fortificazioni nemiche, arrecarono danni non lievi a’ tedeschi. Pochi zappatori, appoggiati da due compagnie del 2° cacciatori, andarono a distruggere, sopra la strada ferrata che conduce a Padova, un ricovero de' nemici, donde costoro imberciavano gli assediati fin dentro i corpi di guardia. In quel fatto d’armi, i napoletani, in minor numero, assalirono gli austriaci dietro i ripari, sloggiandoli e mettendoli in fuga.

I settarii, riuniti in Venezia, per ricompensare tanti servizi!, altro non seppero fare che insultare i medesimi napoletani, co' funerali de' fratelli Bandiera, che, ricorrendo il quarto anniversario, li vollero fare più splendidi, aggiungendovi insulti contro l'esercito delle Due Sicilie e contro il re, negli immancabili brindisi de' patriottici banchetti. Però trovandosi presente il maggiore Giosuè Ritucci, ne chiese pubblica soddisfazione ai principali offensori. Costoro fecero le più amplié scuse, e le signore, che assistevano a quel banchetto, s’intromisero con preghiere e moine, e cosi quel fatto non ebbe conseguenze.

Intanto da Napoli giungevano reiterati ordini pel ritorno della truppa che trovavasi in Venezia. Gli uffiziali aveano mandato al re un indirizzo di obbedienza e fedeltà, ed aveano di nascosto noleggiate alcune navi per farsi trasportare nel Regno insieme a’ loro subalterni. Pepe e il commissario piemontese Colli impedirono la partenza; ma Ritucci, non soffrendo più tanta violenza, disse in modo assoluto che volea partire con tutti i soldati napoletani. Temendosi da' capi della repubblica che i medesimi napoletani si ribellassero, e favorissero indirettamente i tedeschi, si addivenne a farli partire. Il Pepe, unito ad altri disertori, non isdegnò ordire varii tranelli per togliere le armi a que' valorosi suoi compatriotti; e temendo di attaccarli di fronte, usò la più vile ed infame astuzia. Appena imbarcata l'artiglieria ed i zappatori sopra piccole barche, dette trabacoli, furono questi circondati dalle barche cannoniere, montate' da’ rivoluzionarii, i quali con la miccia accesa vicino a' cannoni carichi a mitraglia, imposero a’ napoletani di consegnar l'artiglieria e il resto delle armi, che scesero subito a terra. Il maggiore Oliva, fingendo di passare in rivista i soldati, ordinò a' medesimi che facessero fasci d'armi; appena eseguito l'ordine, sbucarono gran numero di armati e se ne impossessarono, prendendosi anche i zaini e non pochi cappotti de' soldati.

Altri artiglieri e soldati s'imbarcarono, il 9 agosto, al Lido; ma giunti a Malamocco, quei che conduceano i trabacoli li fecero dare a secco sotto i fortini Alberone e Bastione. Colà corse una cannoniera veneziana, ed impose ai napoletani di deporre le armi, in caso diverso li avrebbe mitragliati. I malcapitati dichiararono che si sarebbero fatti assassinare in qualunque modo, anzi che cedere le armi; indi fecero una protesta che mandarono a’ capi del veneto governo, e che giunse nelle mani del general Graziani. Questi, e conoscendo l’infamia che ai volea fare a’ napoletani dal Pepe e dal commissario piemontese Colli, ordinò che quei soldati proseguissero il viaggio portandosi le loro armi, che aveano saputo ben maneggiare contro i tedeschi.

Quegli onorati militari, dopo di aver tanto patito, e combattuto per una causa niente vantaggiosa alla loro patria, furono imbarcati sopra piccole barche, con pochissima provvisione di viveri e di acqua. Gl’infermi ed i feriti soffersero pene orribili, e per maggiore sventura ebbero un viaggio pessimo, che durò dieci giorni. Parte sbarcarono il 17 agosto in Pescara, e parte il 19 in Manfredonia.

Cosi ebbe fine la spedizione del corpo di esercito delle Due Sicilie, destinato a com«battere i tedeschi in Lombardia. Presso Pepe, in Venezia rimase gran numero di volontarii e gli uffiziali felloni, di cui poi, la maggior parte, chiese pietà e perdono, ottenendolo dal tiranno, Ferdinando II; il quale commise il grande errore di rimetterli ne’ loro gradi ed onorificenze, onde i medesimi avessero potuto meglio congiurare contro di lui e poi contro il suo successore.

Pepe condusse con sé la cassa militare, lasciando senza mezzi in Lombardia il resto dell'esercito che non «volle seguirlo, e ciò con la speranza che lo stesso non fosse ritornato in patria. Egli, estraneo sempre al paese ove nacque, neppure conosceva la indomabile costanza del soldato napoletano alla patria bandiera, malgrado i disagi, la nudità e la fame; quindi, come ho già detto altrove, anche in questo rimasero senza effetto i suoi bassi tranelli. Si disse e si stampò che egli, il Pepe, si fosse appropriato delle somme conservate nella cassa di campagna (((56))); ciò è assolutamente falso. Di trecentomila ducati che avea ricevuti dal tesoro di Napoli, gli uffiziali computisti, al loro ritorno nel Regno, diedero i conti, da quali risultò, che se quel tristo duce fu fellone, ma non si macchiò di tanta infamia, non essendosi appropriato neppure di un centesimo: ed io con piacere lo pubblico in queste pagine, dopo tutto quello che ho detto di quel generalissimo: unicuique suum! Carlo Alberto, facendo la guerra contro i tedeschi per ingrandire il Piemonte, fingeva combattere per tutta Vitalia a fine di liberarla dal giogo straniero. Era egli anche disceso a far lega con l'agitatore Mazzini, e questi gli alzava alle spalle il piedistallo della repubblica rossa. Si è perciò che tra le tante ragioni della disfatta dell'esercito sardo, debbo annoverarsi tra le prime quella dell’imprudenza de’ mazziniani; i quali, in cambio di associarsi agli sforzi che facea quel sovrano per cacciare i tedeschi dalla Lombardia, andavano suscitando difficoltà in tutti gli Stati della Penisola, principalmente in Milano, che potea dirsi allora la base di operazione in quella guerra.

L’abate Vincenzo Gioberti comprese il pericolo che correvano gli affari del Piemonte, a causa delle mene e dell’intemperanze mazziniane; quindi corse a Roma, nelle Romagne ed. in Milano, predicando da per ogni dove fusione ed unione col Regno sardo. Nulla ottenne: gli affari andarono come vollero i repubblicani, fino a che i tedeschi presero il di sopra; e coloro, che voleano giocarsela l’un l’altro, rimasero amendue oppressi.

Di già la stella della rivoluzione cominciava ad ecclissarsi, dopo di avere brillato di luce sanguigna. L’Austria cominciava a riaversi dallo sbalordimento cagionato e sopra tutto dall'interna ribellione; e coadiuvata dalla Russia, aveala fiaccata ne’ varii suoi Stati.

Anche in Francia a’ rivoluzionarii toccava la peggio; il 22 giugno di quell’anno 1848, una valanga di marmaglia parigina si riunì, e per. la prima volta fece sentire il grido di Viva Napoleone, viva l'Impero! volendo in cotai modo imporre la sua volontà al governo repubblicano. Non soddisfatta, coadiuvata dai comunisti e socialisti, inalberò bandiera rossa ed alzò le barricate, proclamando la repubblica sociale, cioè il comunismo e l’anarchia. L’assemblea nazionale, spaventata da quell’uragano, elevò a dittatore il generale Cavaignac; e costui il di seguente assalì le barricate. La lotta durò quattro giorni, e si disse, che nientemeno perissero circa diecimila uomini, tra’ quali il tanto benemerito Arcivescovo di Parigi, Dionisio Augusto Affre. Il quale, mosso dalla carità verso i suoi traviati filiani, corse sulle barricate con la croce in pugno per metter pace, ed ottenne in premio quella eterna!

Carlo Alberto conobbe troppo tardi la sua falsa posizione, perché in Italia era avversato da repubblicani, e all’estero non piaceva la sua politica faziosa; tutti i governi di Europa voleano farla finita con la rivoluzione, e la Francia minacciava un intervento in Italia, Il re sardo, in tante contrarietà, era spinto a continuar la guerra, e presto finirla in qualunque modo; difatti i repubblicani strepitavano e lo minacciavano, vedendolo inattivo sul Mincio. Per la qual cosa si argomentò assediar Mantova, ed in conseguenza di che seguirono i combattimenti di Governolo, Rivoli, ed una quasi battaglia in Custoza e poi a Volta, ove i piemontesi furono battuti e rotti dagli austriaci, riparando dietro il fiume l'Oglio: fatale sempre quella Custoza!

Mentre questi avvenimenti guerreschi succedevano in Lombardia, comparve sulla scena di quella disastrosa campagna militare un uomo, che poi, sia a torto о a ragione, riempi l’Italia e l’Europa del suo nome: era questi Giuseppe Garibaldi, nativo di Nizza, più francese che italiano. Io tralascio di far la biografia di questo personaggio, perché mi allontanerei dal mio assunto; del resto si sono scritte troppe biografie del medesimo, ma badino i lettori, perché la maggior parte son mendaci per bassa adulazione. Però non voglio tralasciare la parte che egli rappresentò contro i tedeschi e contro lo stesso Carlo Alberto.

Trovandosi in quell’anno in Montevideo, ove facea bene il mestiere di rivoluzionario, appena intese le rivolture italiane, lasciò nel meglio quella repubblica, e ritornò in Italia il 21 giugno, insieme ad altri suoi commilitoni. Dapprima i suoi servizi furono rifiutati da Carlo Alberto; indi accettati, о meglio tollerati, perché i mazziniani cominciarono a strepitare e minacciare contro quel sovrano. Gli si permise soltanto di arruolare de' volontarii, che non oltrepassarono 1500, e fu mandato nel Varese per molestare i volteggiatori austriaci diretti dal generale d’Aspre.

Dopo la giornata di Custoza e di Volta, come già si è detto, i soldati piemontesi ripararono dietro foglio e cominciarono a disertare dalle regie bandiere, mentre il loro re fu costretto ritirarsi dietro l’Adda. Milano, spaventata da’ rovesci de’ piemontesi, chiamò in suo aiuto Garibaldi il quale fu sollecito accorrere co’ suoi volontarii; e volendoli accrescere di molto, fece ordinare dal governo di quella città un prestito forzoso di quattro milioni di lire, e fece mettere in vendita i beni nazionali per altri tre milioni.

Carlo Alberto, in disastrosa ritirata giunse a Milano il 3 agosto; i suoi reggimenti erano in disordine, smilzi ed affamati, a causa dei commissarii di guerra. Assalito da’ tedeschi, tentò respingerli, però fu sbaragliato, e perdendo sette cannoni, riparò dietro le barricate. Conoscendo vana ogni difesa, chiese, patti al nemico; gli fu accordata soltanto la capitolazione. I settarii, avendo inteso che avea capitolato co’ tedeschi, circondarono il palazzo Greppi, ov’era egli alloggiato, e lo insultarono co' più villani modi, non tralasciando di tirar fucilate alle finestre e di adunar fascine per ardere quel palazzo. Fu egli salvo, insieme a’ suoi figli, per la fedeltà e coraggio del generale Bava, il quale corse tanti pericoli in que’ terribili trambusti. Quell'infelice sovrano firmò in fretta la capitolazione, e la notte del 5 agosto abbandonò Milano, accompagnato fino a porta Vercellina da fischi e schioppettate.

Garibaldi, avendo raccolto circa ventimila volontarii, dichiarò la guerra di popolo; in cambio di opporsi all’entrata de' tedeschi in Milano, volle insultare la sventura, pubblicando una proclamazione contro re Carlo Alberto. Indi uscì dalla città, fece una burlevole scorreria, e prima di essere assalito dagli austriaci riparò nella Svizzera. Da colà improvviso calò sopra Arona, ed invece di salassare i tedeschi, fece un largo salasso alle casse pubbliche per non farle morire di qualche colpo apoplettico. I suoi dipendenti fecero un buon bottino di galline, anitre, capretti e simile roba, per confortare le loro patriottiche pance. Per la qual cosa il governo piemontese ne menò gran rumore, ed osò chiamar ladrone il nostro eroe!

Però gli ammiratori di costui ricacciarono in gola a quel governo una ingiuria tanto immeritata, dichiarando Garibaldi intemerato guerriero, e che, in ogni guisa, si affaticava degnamente a sostenere con le armi l'onore italiano in faccia allo straniero. Con ragione dunque il mazziniano Cuneo stampò e pubblicò a questo proposito:

«Maravigliarsi, che rubar le casse pubbliche si chiami delitto: però, soggiungeva, chiunque abbia sensi e onore di vero cittadino d’Italia, ben lungi dal dare biasimo, loderà altamente l’uomo, e che rivolto il pensiero alla universale nazione, sovrapponendosi alle impronte ed insensate questioni di provinciali illegalità, con questi ed altri fatti, diè l'esempio e segnò francamente la via a chi vorrà un giorno farsi unificatore della smembrato sua patria.» Avete inteso? è questo un parlar chiaro, e difender bene il nostro eroe.

Trovandosi Garibaldi inoperoso nella Svizzera, mandò alla spicciolata i suoi volontarii in Italia, i quali presero stanza nella riviera di Genova, ove coadiuvarono poi alla proclamazione della repubblica di quella città, profittando delle sventure di Gasa Savoia. Egli poi, insieme ad altri, passò in Francia, e di là pel Varo rientrò in Genova. Ivi l'aspettavano gli emissari siciliani, che gli proposero di. capitanare l'insurrezione sicula, ed egli accettò. Avendo noleggiato un legno, recossi a Livorno per trasferirsi a Palermo; ma i caporioni della Giovine Italia lo dissuasero, facendogli conoscere che era più necessario in Roma, ove doveasi proclamare la madre repubblica italiana. Il nostro eroe, sedotto dai suoi amici e dall'idea di opporsi direttamente al Papa, mancò di fede settaria a' siciliani. Per allora rimase in Livorno, attendendo, il momento di gettarsi sopra Roma, e far quell'aspro governo, che gli fruttò l'ampolloso soprannome di Eroe dei due mondi, per finir poi con l'altro più sostanzioso di Eroe di due milioni!

Carlo Alberto, dopo di avere passato, il Ticino, per non essere perseguitato dal nemico, nel suo Regno, chiese ed ottenne un armistizio. Alla quale domanda si era opposto il suo ministro, l’abate Vincenzo Gioberti, perché questi volea un intervento francese in Italia, abborrito dal re più degli stessi tedeschi. In quell’armistizio fu pattuito, che le frontiere del Piemonte e Lombardo Veneto fossero separate da’ due eserciti, restituendosi all’Austria le fortezze di Peschiera, di Rocca d’Anfo e di Asopo; che i sardi uscissero da Modena, Parma, Piacenza e Venezia: queste concessioni fatte al tedesco distrussero i sogni di fusione italiana. Onde che i rivoluzionarii vituperarono con parole indecenti quel sovrano che aveano chiamato Spada d'Italia, rinfacciandogli che in cambio di difendere Milano, avesse arsi e distrutti i sobborghi di quella città; ed in ultimo lo dichiararono traditore della patria; e rammentandosi che il poeta. Berchet l’aveva, in una romanza, proclamato fin dal 1831, secrato Carignano, rimisero quegli oltraggiosi versi in voga: dopo gii osanna i crucifige!

Gioberti si dimise da ministro, dopo di aver dichiarato vergognosi illegali e nulli i patti dell’armistizio, firmato dal suo re; ed in una scritta diretta al medesimo, qualificò inetta la condotta della guerra, indisciplinata la soldatesca, sospetti, i duci. Lo stesso ministro francese, Bastide, in un dispaccio da Roma, dal 21 agosto, dicea che Carlo Alberto avea conchiuso un inqualificabile armistizio col tedesco. Cosi va il mondo! questo ci sorride e ci adula se siamo fortunati, ci vitupera e ci perseguita sa infelici.


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CAPITOLO XVII

SOMMARIO

Il governo di Palermo fa danari. Elezione del duca di Genova a re de’ siciliani. Baldorie, cannonate e proteste. I siciliani aiutano i calabresi a rivoltarsi. Governo rivoluzionario in Cosenza. Riceve aiuti dalla Sicilia. Primi scontri fra calabri e regi. Il comitato di Cosenza fugge a Catanzaro. Fatto d’armi di Bevilacqua, agguato di Filadelfia e disastro del Pizzo. I regi sono acclamati dovunque. Fuga ed arresto di Ribotti insieme agli altri siciliani. Reclami, condanne e grazie. Morte di Mileto e di Carducci. Altre rivoluzioni e pulcinellate fatte in altre province del Regno.

Il governo rivoluzionario di Palermo, in cambio di metter senno dopo i fatti del 15 maggio, dopo le catastrofi lombarde toccate a Carlo Alberto ed a tutta la rivoluzione capitanata da questo sovrano, operava in modo da irritar sempre più l'offeso Ferdinando II; e sentendosi i piedi di argilla, volea fortificarsi, prevedendo non lontano il giorno del rendiconto Oltre de' centocinquantamila ducati di debito pubblico, che avea fatto in aprile, si argomentò estorquere altro danaro; difatti il Parlamento siculo ordinò, il 19 maggio, che il ministro delle finanze vendesse le rendite dovute allo Stato, che cavasse somme dalle opere di beneficenza e Luoghi pii; ed impose nel medesimo tempo due tasse, una sopra i soldi degl’impiegati, l'altra sulle porte e sulle finestre. Prescrisse che tutte le commende ed abazie, senza cura d’anime, fossero annesse allo Stato per vendersi;neppure furono esclusi l’abazia della Magione, appartenente all’Ordine Gerosolimitani, ed i beni di casa reale, mentre si preparava la elezione del nuovo re! Quel saccheggio fruttò circa sei milioni di ducati, che sparirono come la neve in aprile sotto il nostro tiepido cielo; quindi bisognò metter mano all’argenteria superflua delle chiese, cioè si presero i calici, gli ostensorii ec. di argento e di oro, lasciando quelli di rame.

Dopo quel saccheggio, regolarissimo nei governi patriottici, si pensò allo Statuto, facendosene uno monarchico tutto repubblicano, col dare al presidente a vita ed a’ suoi legittimi discendenti primogeniti il titolo di re. Cionondimeno non mancarono candidati per essere re di Sicilia, con quel ludibrio, di Statuto, indecoroso al nome sovrano. Tra gli stranieri si mettevano innanzi tre individui della famiglia Bonaparte, cioè il principe di Canino, il figlie dell'ex-viceré d’Italia Eugenio Beauharnais e Luigi Napoleone; quest’ultimo era il preferito, perché più settario degli altri perché più dotto in lettere e scienze militari, e forse perché avea fatto quella ridevole figura a Strasburgo, quando andò a proclamarsi imperatore de’ francesi. Sarebbe stata una gran fortuna pe’ siciliani se avessero avuto per sovrano l'uomo del 2 dicembre, il prode capitano di Sédan, il futuro crimine coronato!

Tra’ principi italiani si nominavano candidati il secondogenito del gran duca di Toscana, fanciullo di 9 anni, e ciò mentre i fratelli d’Italia cacciavano il padre da' suoi Stati, e Ferdinando di Savoia, duca di Genova, secondogenito di Carlo Alberto. Quest'ultimo avea più probabilità ad essere proclamato re de’ siciliani, perché era stato presentato dal papà lord Palmerston; il quale intrigava per mezzo di lord Mintho affine di sistemare gli affari di Sicilia, ed impedire che i veri siciliani chiamassero il loro legittimo sovrano, о che i settarii proclamassero la repubblica, spianando cosi la via a Ferdinando II per conquistare quell'Isola. Si sa dove vanno a finire i re eletti dalla sètta; in questi ultimi tempi abbiamo avuto due esempii, uno terribile, che ce lo diè il Messico, l’altro la Spagna.

L’arrivo nel porto di Palermo di due navi da guerra francesi rialzò gli animi de' cosi detti repubblicani, sperando di proclamare la repubblica con gli aiuti de’ fratelli di oltralpi. Perlocché vi furono intrighi, e si operò. in modo per far mettere il berretto rosso alla Guardia nazionale, affinché, questa desse l’esempio agli altri. Lord Mintho, al sentire che taluni siciliani voleano far da sé e senza il placet del suo padrone Palmerston, montò sulle furie e corse da Mariano Stabile, allora il vero re di Sicilia, e gl’impose di fare eleggere subito sovrano di quell’isola il duca di Genova, (povero popolo sovrano, come sei giuocato!) promettendo che l’indipendenza sicula sarebbe stata riconosciuta dall'Inghilterra ed anche dalla Francia. Stabile, mancipio della politica inglese, riunì le Camere de’ deputati e de’ pari, esponendo alle medesime i vantaggi che si sarebbero ottenuti eleggendo subito re il duca di Genova. Detto fatto: quella riunione di schiavi settarii, VII luglio 1848, chi per paura, chi per interesse proprio, proclamò quel duca re de' siciliani per la Costituzione del regno. In quella salta in mezzo il marchese Mortillaro, uno dei pari, e volendo far dello spirito, esclama: si tolga il nome di Ferdinando al re de' siciliani, perché la Sicilia non ricordi il nome del tiranno caduto. Così fu fatto: il duca' di Genova fu battezzato Alberto Amedeo I ecc. Infelice condizione de’ re eletti: neppure sono più padroni del loro nome di battesimo! Quell’avvenimento fu preceduto, già s’intende accidentalmente, dall’arrivo della flotta inglese nella rada di Palermo; la quale, alzando la bandiera della rivoluzione italiana, fece una salva di cannonate, per solennizzare anch’essa la elezione del duca di Genova a re de’ siciliani; lo stesso fecero le navi francesi. L’ammiraglio Parker dìè un battello a vapore, il Porcospino, (che nome, che coincidenza!) per condurre a Genova gli ambasciatori siciliani affine di notificare a Carlo Alberto in Torino, l’avvenimento di suo figlio! Secondogenito, al trono di Ruggiero il normanno.

In Palermo, in altre città e paesi dell’isola, i cittadini si guardarono in viso maravigliati nel sentire, che i padroni della capitale aveano loro largito un re, e tutti si domandavano chi fosse il duca di Genova; taluni giunsero a far la domanda, se costui fosse maschio о femina. Nonpertanto, guai a chi non avesse detto, che quel re era stato eletto per voto unanime de’ siciliani! Anzi, tutti furono obbligati, per ordini superiori, a far baldoria; si fecero feste officiali, si suonarono campane a stormo — meno male che nulla si pagava, se non col male a’ timpani— si cantarono Tedeum, si fecero luminarie e gridi selvaggi opere di beneficenza, zero tagliato.

I fratelli di Messina salutarono la elezione del novello sovrano con una salva di cannonate contro la cittadella, da forti da loro occupati; il generale Pronio, mal soffrendo quell'oltraggio e quella provocazione, trasse altre cannonate contro que’ forti, parati a festa. П comandante la squadra inglese fece le sue amare lagnanze a quel generale, accusandolo di provocazione; questi, senza dargli ascolto, proseguì la sua salva, e diresse tanto bene i suoi colpi, che fece interrompere quella dei patrioti. L’ammiraglio brittanico qualificò un vero vandalismo le cannonate di Pronio, avendo costui interrotta la festa patriottica; e non avea torto, conciosiaché per uniformarsi al civilissimo governo de’ lords avrebbe dovuto mandar palle infuocate, o, all’occasione, usare la ghigliottina a vapore, che con tanto successo si adopera nelle Indie inglesi.

I padri della patria, volendo far la scinda agli americani degli Stati Uniti, schiccherarono il seguente decreto: Ruggiero Settimo avendo immortale dritto alla gratitudine palermitana (neppur siciliana?!) gli è accordato a perpetuità (quia discipulus ille non moritur?) il privilegio di ricevere da ora innanzi tutte le sue lettere franche di posta.» E così il giuocattolo di Mariano Stabile fu onorato con gli onori del celebratissimo Washington; e sebbene questo nome fosse un brutto ricordo per gl’inglesi, nonpertanto costoro lodarono quel decreto, perché onorava un passivo strumento della loro politica. Intanto quando il povero vecchio di Ruggiero Settimo si rifugiò, dopo un anno in Malta, i medesimi inglesi gli fecero pagar la tassa delle lettere e le multe postali.

Ferdinando II, conoscendo la elezione del duca di Genova a re de’ siciliani, il 15 luglio rinnovò le proteste fatte il 22 marzo, dichiarando illegali, irriti e di nessun valore tutti gli atti del governo rivoluzionario di Sicilia. Il 20 luglio, fece sentire a Carlo Alberto, per mezzo del suo legato a Torino, conte Ludolf, che se il duca di Genova avesse accettata la inconsiderata offerta fatta da’ settarii siciliani, egli sarebbe stato nel dritto di troncare qualunque relazione col Piemonte, e si sarebbe avvalso de’ suoi mezzi e delle sue forze per mantenere la integrità della’ sua monarchia.

Il 21 luglio, il duca di Serradifalco, i principi di S. Giuseppe e di Torremuzza, il barene Riso e tre deputati si recarono a Torino per offrire al piemontese principe la sicula corona. Carlo Alberto rispose a quegli emissari: NON POSSO ACCETTARE PER MIO FIGLIO UNA CORONA CHE APPARTIENE DI DRITTO AL MIO PARENTE ED ALLEATO FERDINANDO II. Ben disse colui che assicurò, servire spesso la parola per occultare il pensiero; conciossiaché quel sovrano piemontese rispondea allora in quel modo, perché Ferdinando II era più forte di lui, ed egli era minacciato anche di perdere il suo Regno? Quando poi le circostanze cambiarono, dopo 12 anni, il suo erede usò altro linguaggio in simile avvenimento!

I faziosi siciliani, pria che avessero inteso il rifiuto del re sabaudo ed i preparativi del loro sovrano per metterli a ragione con la forza, pensarono alla propria salvezza. Eglino aveano bisogno di altro danaro e di altri uomini per sostenere la rivoluzione, e mancando il primo veniva loro meno ogni ardita manovra. È pur vero che aveano a protettori gl’inglesi, ma costoro son prodighi soltanto di menzogne e note diplomatiche, senza però sacrificare né un uomo né uno scellino pe’ loro protetti; anzi agevolano le rivoluzioni per far denari, vendendo a coloro che proteggono armi antiquate, munizioni avariate e navi vecchie; oltre di che mirano allo scopo di distruggere le industrie de’ loro pupilli. Per la qual cosa i governanti della Sicilia si avvidero di essere stati abbandonati alle proprie forze e risorse; quindi, avendo estorto altro danaro a’ redenti di quell’isola, si determinarono impiegarlo a portar la face della discordia e della guerra civile nelle province napoletane, già disposte alla rivolta da taluni irreconciliabili onorevoli; e così speravano scongiurar la tempesta che li minacciava da Napoli.

Quello che più temea il siculo governo era la cittadella di Messina, e perché non poteva conquistarla a viva forza, si decise bloccarla, mettendo in rivolta le Calabrie. Cacciando i regi dalla provincia di Reggio, avrebbe potuto armare le coste, che da questa città corrono sino a Scilla ed impedire alla flotta napoletana la più breve via per vettovagliare quell’unica fortezza che rimanea in Sicilia al re Ferdinando. Profittando che taluni deputati, fuggiti da Napoli dopo il 15 maggio, erano disposti a tutto contro il sovrano, si rivolse a medesimi per ottenere il suo scopo. Le sue principali mire si rivolsero sopra il deputato Ricciardi, che trovavasi allora rifuf;iato in Malta con tre suoi colleghi, cioè Vaentini, de' Riso e Mauroed aspettava il momento propizio per suscitare altre rivoluzioni in questo Regno (((57))).

Dopo di avere intavolato delle pratiche con quel deputato, gli spedì un vaporetto siculo, il Giglio delle Onde, il quale lo condusse a Messina con gli altri onorevoli. Ricciardi, dopo di essersi messo di accordo co' fratelli messinesi sul programma dell'insurrezione calabra, partì per Cosenza, ove fu raggiunto da altri tre membri del disciolto Parlamento, cioè Francesco Federico, Musolino e Lupinacci, il 2 giugno creò un governo provvisorio, cioè il solito Comitato di salute pubblica, tanto prediletto da' settarii. Egli si proclamò capo di quel Comitato, membri Federico, Mauro e Lupinacci; in seguito furono aggiunti gli altri tre ex deputati che furono solleciti di recarsi a Cosenza. Sarebbe lungo e noioso trascrivere in queste pagine tutt’i proclami, decreti e dichiarazioni che schiccherò quel Comitato di salute pubblica, che altro non sono che un ammasso di minacce, menzogne e baggianate; chi desidera leggerli, per esilararsi un poco, li troverà ne’ Documenti storici riguardanti l'insurrezione calabra, pubblicati dal conte Gennaro Marulli e nella Storia documentata dello stesso sig. Ricciardi.

In Catanzaro già trovavasi presidente del Comitato di salute pubblica l'intendente Marsico e varii altri Comitati si ordinarono nei distretti e ne’ comuni di quelle due province Gli abitanti di Reggio, che aveano male accolto il Ricciardi, quando sbarcò a Villa Sa Giovanni per recarsi a Cosenza, non volle! sapere, di rivoluzioni e comitati, malgrado supremi sforzi fatti da Stefano Romeo, Plutino e de' Lieto. Costoro avrebbero voluto ribellare Reggio e tutta quella provincia, per favorire le operazioni de’ faziosi di Messina, secondo i patti stabiliti co’ medesimi; di più avrebbero voluto arruolare sfaccendati per farne una colonna ed occupare il Piano della Corona, essendo quello un punto strategico ed inespugnabile.

Il comitato di Cosenza fu diviso in quattro dicasteri, guerra, interno, giustizia e finanze; Pietro Mileti e Giovanni Mosciari arruolavano militi per occupare le montagne di Paola, Stanislao Lupinacci ebbe l'incarico di esigere le somme offerte volontariamente dai proprietarii di Cosenza e provincia. Intanto il Ricciardi, arrogandosi di fatto l'autorità dittatoriale deponeva impiegati civili, giudiziarii e militari; scarcerava facinorosi, imprigionando о sbandendo realisti; e cosi la facea di re e da Papa. Difatti impose al sindaco di Sicigliano di sposare Carmine Bruni con Carolina Elia, dispensando il voluto consenso de’ genitori; ed imponeva a’ Vescovi di presiedere alla funzione del Corpus Domini.

Quel che operò quel Comitato di salute pubblica per far quattrini, già ve ’l figurate, lettori carissimi; fin d allora i nostri rigeneratori cominciarono a cantare: «Le casse d’Italia son fatte per noi.» Dalle opere di beneficenza, dalle mense vescovili, dagli anticipi di fondiaria, da’ prestiti volontarii ed altro si fecero buoni e sostanziosi bocconi patriottici; il solo vescovo di Cassano pagò cinquemila ducati; seno... immaginatelo! (((58)))

Intanto, quel comitato, per illudere i gonzi, ribassava di due grana a rotolo il dazio sul sale, aboliva il giuoco del lotto ed infrenava, con leggi opportune, l'ingordigia dei venditori a minuto, vere sanguisughe del popolo. Ê veramente scandaloso che i continuatori dell'italico riscatto neppure seppero imitare quel poco bene che avea iniziato in Calabria il Ricciardi. Si è per ciò che non mi reca meraviglia se questo avventato. rivoluzionario non ne volle più sapere di far parte del Parlamento italiano; conciossiaché s'egli è illuso, nonpertanto bisogna convenire di essere un cittadino onestissimo, che ha il solo difetto di sbagliar la via nel cercare il vero benessere del suo paese.

Si ordinò la leva in massa, però chi dava un buon gruzzoletto di piastre, veniva esentato dall'onore di combattere contro il tiranno di Napoli; in caso contrario dovea partecipare a quell'insigne onore.

Si fondò in Cosenza un giornale col titolo l'Italiano delle. Calabrie, redattore il Miraglia; era l'organo di Sua Maestà Calabra, pubblicando gli editti del governo provvisorio. Inoltre quel giornale spacciava menzogne ad ufo: al povero Ferdinando II lo facea morire cento volte la settimana ed in stranissimi modi; Napoli invasa or da piemontesi, or da francesi ed or dagl’inglesi, un’altra volta erano i fratelli di Napoli che faceano strepitosa giustizia del tiranno. Per confermare quelle fandonie gli aderenti del comitato spezzavano statue e stemmi regi, facendo un baccano indecente e grottesco.

Malgrado di tutte quelle consolanti notizie che spacciava l’italiano delle Calabrie, i patrioti di quelle province, avendo la coda di paglia, non stavano punto tranquilli sulla loro sorte; ogni zanzara che passava per Varia era per loro una cannonata nemica, ogni rumore sembrava a medesimi un reggimento di realisti che assaltava ne’ loro seggi i componenti il Comitato di salute pubblica. Essendo conseguenza del timore e del sospetto la crudeltà, que’ rigeneratori incrudelivano contro gli innocenti cittadini, apprendendo come congiura contro di loro ogni azione la più innocua e la più semplice. In Cassano fucilarono due mendici, credendoli spie del governo di Napoli. L’11 giugno, per un falso allarme, destato da un fanciullo, arrestavano Vincenzo Federico ed altri due infelici, che strascinarono fuori l'abitato, ed uccisero con modi barbari, perché supposti avvelenatori di ribelli. In S. Demetrio voleano fucilare l'arciprete, perchó questi fece una predica sopra la Pace; lo salvò la popolazione dalle mani dei redentori. Quando costoro si voleano sbarazzare di una famiglia tranquilla о agiata l'accusavano di essere in corrispondenza co' satelliti del tiranno, о la proclamavano avvelenatrice.

In Catanzaro l’intendente Marsico, capo del Comitato di salute pubblica, aiutato dal ricevitore generale Morelli, usò gli stessi mezzi de' rivoluzionarii di Cosenza per far danaro ed armare uomini facinorosi; quindi s’imposero le medesime tasse, si perpetrarono le stesse violenze e rapine e si spacciarono le più sfacciate menzogne. Capo dell’esercito catanzarese fu eletto un Francesco Stocco, e mandato a guardare le posizioni di Maida, Pizzo e Tropea. Un Gaetano Pugliese, che volea dimostrare a que’ matti il danno che avrebbero arrecato alle Calabrie, continuando a far pazzie, avendo il re i mezzi di ricondurli alla ragione, non venne massacrato perché si diede a precipitosa fuga. Varie città e paesi di quelle province non vollero sapere di comitati di salute pubblica, ad onta delle prediche, in forma di missioni, fatte da Eugenio de' Riso, il quale predicò e bestemmiò anche nella Cattedrale di Catanzaro.

Intanto, proveniente da Palermo, sbarcava a Villa S. Giovanni il disertore Giacomo Longo, sedicente colonnello, con una squadra d siciliani. I graziati dell’anno precedente, anomali da quel soccorso, voleano far comitato di salute pubblica in Reggio e ne’ paesi quella provincia; ma i cittadini si mostrarono indifferenti ed in varii luoghi ostili; perle ché il Longo, con tutti i suoi dipendenti, fochi faziosi calabri, di nascosto, se ne andarono a Filadelfia (Calabra), ove s'ingessarono delle casse pubbliche, minacciando sequestri e carcerazioni a coloro che non si fossero cooperati ad agevolare la rivoluzione; difatti il Longo arrestò varii cittadini facendoli condurre a Messina. Sopraggiunti in Reggio i ribelli, che eransi rifugiati in Refina, fecero una larva di comitato, che non attecchì, perché avversato dalla popolazione. Nonpertanto arruolarono pochi sfaccendati nullatenenti, col dare a' medesimi due carlini al giorno, conducendoli sul Piano della Corona, e sopra Aspromonte per prendere posizione contro i regi.

Un'altra spedizione di settecento siciliani, il 14 giugno, sbarcò a Paola, guidata dal sedicente genérale Ribotti, coadiuvata da' maggiori Fardella e Bruno, ma poco di accordo tra di loro. Questa seconda spedizione venne trasportata in Calabria da due battelli a vapore e sfuggì a stento la crociera de’ piroscafi regi.

Il piano di battaglia de' comitati calabri era: raccogliere quanto più uomini avessero potuto e marciare in tre colonne sopra Napoli, per abbattere il governo regio, facendo base di operazione Messina: generalissimo di quella campagna era stato designato il Ribotti.

La grandissima maggioranza de' calabresi avversato indirettamente quella rivoluzione, perché questa era voluta soltanto da’ deputati fuggiti da Napoli e da pochi malcontenti; e ciò lo prova lo storico Francesco Michitelli, uno de’ principali agitatori di quel tempo, e lodatore esagerato di tutti i capi settarii: ecco come si esprime: «Giunta la colonna di spedizione a Cosenza, (quella guidata da Ribotti) si cominciò a capire lo stato della provincia, affatto diverso da quello descritto, e simile ad un dipresso come lo trovarono i fratelli Bandiera nel 1844. I clamori, i proclami e lo zelo de' commissari ordinatori, per eccitare ed infiammare lo spirito pubblico quasi a nulla erano riusciti in tutte le terre, e ne’ paesi fuori Cosenza trovava freddezza e paura nelle masse. Usciti di Cosenza (riferiva Ribotti) non si è più in un paese in rivolta ed in armi per difendere la libertà. Tutti spaventati ed avviliti, о fidenti nel segreto dell'animo alle promesse ed a' giuramenti del re, che i suoi generali Busacca, Lanza e Nunziante magnificavano a maggiore inganno ne’ loro proclami» (((59))).

Quel che asserisce il Michitellì circa le condizioni della calabra rivolta, altro non è che uno sbiadito sunto di un rapporto del generalissimo Ribotti, diretto al ministero della guerra di Palermo, dato da Cassano addì 25 giugno 1848. In esso rapporto quel generalissimo anche dicea:

«Si promettevano 10,000 uomini e se ne trovarono appena 2,000 mal disposti. Si tarda a marciare verso Filadelfia ed il corpo di Longo si scema ogni giorno di uomini che disertano, di compagnie intiere di guardie nazionali, che con gli uffiziali in testa abbandonano il campo — Il nemico forte in Castrovillari; i nostri senza marcate simpatie — A Cosenza un Comitato fiacco che non comanda».

Comandava però alle casse pubbliche! Lo stesso ex presidente Ricciardi, illuso, ma onestissimo uomo, nella fine della sua Storia documentata della rivoluzione delle Calabrie del 1848, a pag. 105, fa la seguente preziosa confessione: «Cagione principalissima dell’esito infausto dell’insurrezione calabra fu l’essere stata abbandonata dalle altre province dell’ex-reame di Napoli, come da’ deputati medesimi, che il giorno 15 maggio si bellamente protestarono contro il Borbone, dopo di avere promesso di riunirsi novellamente, non così ne avessero avuto il destro, a far trionfare i diritti del paese; riunivasi al primo invito del re, e con loro convenire in Napoli il 1° luglio, i sollevati delle Calabrie a dichiarar si facevano implicitamente ribelli».

Dunque il sig. conte Giuseppe Ricciardi confessa che fu un gran ribelle anche contro coloro che egli medesimo chiama rappresentanti del popolo sovrano, e che fece una inutile e cruenta rivoluzione anche contro il volere delle altre province dell'ex Reame di Napoli. Sia benedetto Iddio! ed anche il sig. conte Giuseppe Ricciardi, il quale afferma implicitamente quel che io ho più volte ripetuto, cioè che i cosìdetti patrioti fanno le rivoluzioni per conto e vantaggio proprio, vantandosi interpreti e rappresentanti del popolo sovrano mentre questi non ne vuol sapere di loro, e della ¿strombazzata felicità che gli si vuol regalare. Intanto si ha l’impudenza di dare del boia generali Busacca, Lanza e Nunziante perché voleano scongiurare quella guerra civile, magnificando, a maggiore inganno, ne lora proclami la clemenza del re!

Quel che dice Ricciardi a questo proposita è la pura verità; difatti una delle più interessanti circostanze che avversava la calibra rivolta, era l'adesione della gran maggioranza de' deputati alla politica del governo del re. Quegli onorevoli, dopo le pazzie di Montoliveto, si giustificarono ed ottennero completo perdono; onde che in cambio di correre all’appello di pochi forsennati, riuniti in Cosenza, intrigavano in Napoli e nelle province per essere rieletti da novelli collegi elettorali. Oltre di cié arrogi che i calabresi erano di già annoiati di tanto rumore settario e spaventati dalla tirannia liberalesca. Quando i medesimi ricorrevano al Ricciardi, per moderare quello stato di cose intollerabile, questi rispondeva, essere que’ mali un effetto necessario della rivoluzione: — che bel conforto! Sì è perciò che da tutt’i cittadini si desiderava un buon nerbo, di truppe regie affinché i medesimi fossero appoggiati per mostrar il viso a’ faziosi. Infatti, occultamente sollecitavano il governo di Napoli per mandar soldati in quelle provincie ed in varii paesi erano Cominciate le reazioni.

Il ministero, dopo di avere usati tutti f mezzi conciliativi per ispegnere la rivolta calabra, si decise abbatterla con le armi. Atteso che la maggior parte della truppa disponibile trovavasi in Lombardia e sparpagliata nelle province, a stento potette raggranella circa settemila uomini per formarne tre schiere. Una, forte di tremila soldati e quattro cannoni di montagna era guidata dal generale marchese Ferdinando Nunziante, che parti da Napoli il 14 giugno, e il dì seguente sbarcò al Pizzo, affrettandosi di córrere a Monteleone per occupare quella interessante posizione. La seconda schiera di duemila soldati, sotto gli ordini del general Busacca, sbarcò in Sapri, il 10 dello stesso mese; altri duemila, diretti dal generale Ferdinando Lanza, marciarono per la via di Potenza dalla parte di Lagonegro, per congiungersi al bisogno col Busacca. Lanza e Nunziante, da punti opposti, accennavano a Cosenza, contro la testa della rivoluzione, stringendo ed urtando le masse sollevate; e l'altro generale, sebbene cinto di rivoltosi, dovea rivolgersi a quel punto, che fosse più necessario alle operazioni delle altre due schiere.

Que tre generali, prima di venire alla funesta ragion delle armi, tentarono richiamare i traviati al retto sentiero con proclami' promettenti perdono ed ogni maniera di agevolazione, facendo conoscere le paterne intenzioni del re, il quale conservava incolume la. giurata Costituzione, ad onta che i deputati faziosi l'avessero violata. I proclami di Nunziante, diretti a’ calabresi, perché pacati e concilianti, i rivoltosi li giudicarono effetto di paura e di viltà, e quindi risposero a quel funerale con altri proclami pieni d'insulti da trivio. Tra le altre cose diceano che il Nunziante, mentre usava il linguaggio dell'agnello, mostrava le zanne di lupo: di ugual modo si rispose agli altri generali.

Busacca fu il primo a venire alle mani coi ribelli, attaccando il Ribotti, che era marciato contro di lui con varie bande armate, alle quali dava il titolo di divisione. Questa occupò le gole di Lungro e Gassano; e sebbene il Ribotti avesse più di quattromila uomini sotto i suoi ordini e i capi squadra Mauro, Petruccelli e Mileti, nonpertanto era sconfortatissimo della sua posizione, essendo la sua gente indisciplinata, e senza voglia di battersi contro i regi. I ribelli, mentre saccheggiavano le case de’ realisti presso Castrovillari, il Busacca, il 18, investi, senz’ordine. Spezzano Albanese, ove si erano fortificate varie squadre e fu costretto dare indietro, ma senza essere perseguitato.

Dopo pochi giorni giunse il generale Lanza con la sua colonna, e si fece di tutto, da’ rivoltosi, per impedire la sua congiunzione con Busacca; ma tutto riuscì vano, ad onta che fossero rotti i ponti, asserragliate e distrutte le strade. A Campotenese accadde uno scontro con la peggio dei ribelli, un altro a Castrovillari, ove fu rotto e vinto Mileti (((60))), che più non fu visto da' suoi dipendenti. Carducci riunì circa cento uomini, che appellò compagnia della morte; volea gettarsi in Basilicata, e fu abbandonato da quella compagnia; vedendosi duce senza soldati, fuggì verso Sapri, per uccidere il suo antagonista Peluso e suscitare rivoluzioni. Mauro accusava Ribotti, che non seppe approfittare del primo vantaggio presso Spezzano Albanese; questi lo rimproverava perché promotore d’insubordinazione. Mentre si bisticciavano tra loro con parole, e scrivendo rapporti, il primo a Cosenza, il secondo a Palermo, gettandosi l'un l’altro addosso le colpe comuni; Lanza e Busacca si congiungevano in Castrovillari il 3 luglio.

La rotta di Campotenese accrebbe la confusione e lo spavento de' tristi in tutti quei vicini paesi; maggiormente che giungeva eziandio la notizia dell’altra rotta toccata a’ ribelli in Bevilacqua, ove furono dispersi dal generale Nunziante, come dirò, tra non molto.

I faziosi però raddoppiarono di stravaganze ed efferatezze, creando tribunali per fucilare in poche ore i realisti, ed imponendo al clero ed a’ vescovi di bandir dal pergamo la crociata contro il re e la truppa. Nonpertanto il loro regno era già finito, le popolazioni, vedendoli fuggitivi ne profittavano con disarmarli о cacciarli da’ paesi che voleano mettere in maggiore scompiglio.

Il Comitato di Cosenza, perché trovavasi in salvo, ostinavasi a voler continuare una guerra fratricida senza nessuna probabilità di vincere. Onde che si affrettò di estorquere altre somme da’ proprietarii, e con modi abominevoli, richiamò gli armati del campo di Paola, affine di mandarli presso Ribotti, [per rinfrancarlo delle patite sconfitte. Ma costui, vedendo che il temporale si approssimava, poiché le regie truppe mano mano compivano i loro disegni di guerra, abbandonò il campo e si ridusse in Cosenza, col pretesto che colà avrebbe meglio distrutti i nemici; spacciandosi ad arte essere state battute è sbandate le milizie guidate dal general Nunziante.

Dopo la ritirata di Ribotti in Cosenza e la rotta di Bevilacqua, il Comitato di salute pubblica о governo centrale delle Calabrie non si tenne più sicuro in quella città; egli che avea proclamata Cosenza, la tomba ove sarebbe seppellita la fortuna de' regi! Difatti il 3 luglio divulgò un avviso agli abitanti di Calabria Citra, nel quale assicurava, che lasciava Cosenza perchó non era un sito strategico, e si ritirava, in Catanzaro per meglio organizzare la rivolta. Promettea fermezza nei principii da. esso proclamati il 2 giugno, e che avrebbe allargata la rivoluzione nel resto del Regno con l’aiuto de’ fratelli di Sicilia. —Erano le promesse e le ostentazioni del mercante alla vigilia del suo fallimento!

I padri della patria, coraggiosi soltanto a far leggi draconiane e seviziare i pacifici cittadini, senza ancor sentire il rombo del cannone de' regi, se la svignarono da Cosenza e si rifugiarono in Catanzaro, ove trapiantarono il così detto Comitato di salute pubblica. Ma questa città era assai meno rivoluzig naria della prima, e que’ poveri governanti zingari, sentendo venir meno il lor. o elemento, cominciarono a dubitare del loro burlevole e nefasto potere.

Appena i cosentini si liberarono di quei pazzi rivoluzionarii, elessero una deputazione de’ più distinti cittadini, a capo de' quali il vescovo, e la mandarono a Castrovillari presso il general Busacca, perché il medesimo si fosse affrettato ad occupare la loro città. La quale, spazzata del comitato e de’ ribelli, con ansia attendea i soldati del suo re, per guarentirle quella devozione, che sempre avea nutrito verso un sovrano benigno e clemente. Quel generale, aderendo alle premure della deputazione, tra gli evviva al çe e alla truppa, entrò in quella Cosenza, che, secondo le millanterie del comitato di salute pubblica, dovea essere la tomba de’ regi.

Prima che le sopraindicate cose avvenissero nella Calabria Citra, di già altre bande rivoluzionarie si erano riunite in Filadelfia, e il generale Nunziante, partito da Monteleone il 26 giugno, andava colà per distruggere una insensata e truce rivoluzione. Avendo egli ricevuto un rinforzo di cinque battaglioni e due cannoni, di quelli reduci dalla Lombardia, diresse il maggiore Grossi con mille e duecento uomini e due pezzi di montagna per la strada vecchia onde assalire a tergo il campo di Filadelfia. Egli poi, col resto della soldatesca meno qualche battaglione che lasciò in Monteleone, si diresse verso l’Angitola, col. disegno di spazzare il paese da’ faziosi e congiungersi a Maida col Grossi.

G’insorti, all’avvicinarsi de’ regi, lasciarono ¡1 campo di Filadelfia e si diressero verso Angitola per combatterli, impossessandosi delle posizioni più interessanti, e disponendosi alla meglio, protetti da’ loro cannoni, dalle boscaglie e dall'asprezza di que' luoghi.

La mattina del 27 si venne a furiosa zuffa, tuonando il cannone dall'una e dall'altra parte: l'Archimede e l'Antelope, piroscafi regi, costeggiando il lido, sbaragliavano gl'insorti. Costoro in Angitola fecero prodigi di valore, ma l’arte ed il coraggio della soldatesca prevalsero sopra quelle masse disordinate. Però il combattimento divenne micidiale per ambe le parti a Campolungo, presso Bevilacqua, ove erano ripiegate quelle bande; le quali, essendo in gran numero, e profittando dell’opportunità de’ luoghi, presero l’offensiva. Pochi battaglioni regi, adirati di trovare quella inaspettata resistenza, quando già credevano avere in pugno la vittoria, con troppo ardimento si slanciarono sopra i ribelli, fugandoli da per ogni dove. Gli altri soldati, in cambio di appoggiare i compagni, sobillati dal tenente Zupi (((61))), rimasero sulla pubblica via inoperosi; e quando videro altri sollevati, che da più punti opposti tentavano scenderò su quella pubblica via per assalirli, fuggirono al Pizzo, senza essere punto inseguiti, portandosi i cavalli degli uffiziali dello Stato maggiore e quelli del Nunziante. Que' fuggiaschi divulgarono in quel paese la disfatta dell'intiera colonna regia, e quella falsa notizia si divulgò rapidamente per tutto il Regnò.

I giornali rivoluzionarii annunziarono i fatti di Bevilacqua con enfatiche frasi e con raggiunta di menzogne, asserendo eziandio di essere stato ucciso nel conflitto il generale Nunziante; mentre questi era rimasto incolume, malgrado che si fosse lanciato in mezzo la mischia per ispingere i soldati in avanti contro i nemici. Difatti quel generale, insieme al suo Stato maggiore, scese da cavallo per guidare i suoi dipendenti in luoghi scoscesi e difficili; fu allora che i soldati, consigliati dal tenente Zupi, si ritrassero portandosi i cavalli dello Stato maggiore e quelli del generale.

I fatti d'armi di Angitola, Campolungo e Bevilacqua, furono micidiali per ambo le parti combattenti; nulla si seppe del numero de' morti; il certo si è che vinsero i regi e bivaccarono sul luogo del combattimento: ove tra gli altri estinti si trovarono il noto repubblicano Mazzei e il ricevitor generale Morelli, divenuto allora generale di armata.

Il maggiore Grossi, che dovea prendere alle spalle i rivoltosi, accampati in Filadelfia, prima di giungere in questo paese, fu incontrato da una deputazione di cittadini, che l'invitava a l occuparlo pacificamente, non essendovi più bande, perchó andate altrove. Quel maggiore prese posizione militarmente fuori l’abitato, e spinse dentro un drappello di truppa: ma questo fu ricevuto a schioppettate! Tutta la soldatesca, in vista di quel tradimento, si avventò contro gli assalitori ed avvenne un breve ma sanguinoso conflittò. Filadelfia fu espugnata, e da soldati furono saccheggiate la case donde si erano tratte le prime fucilate. I regi presero cinque cannoni, raccolsero gran quantità di munizioni, e fecero varii prigionieri, tra cui Stillitano.

Grossi, dopo quel fatto d’armi, si diresse al Pizzo, e prima di giungervi seppe da soldati sbandati la falsa notista della disfatta di Nunziante; perloché giudicò opportuno rimanere in quel paese, per conoscere il vero stato delle cose e per ristorare la sua gente. Or mentre i soldati riposavano, il castaldo di Stillitano ne uccise uno del 6° cacciatori con una fucilata. Allo scoppio di quell’arma, alla vista del compagno ucciso, i regi, credendosi traditi e sopraffatti da’ nemici, corsero alle armi, e con ira cieca inveirono contro i pacifici cittadini. Miseranda fu quella giornata pel Pizzo; case, masserizie ed abitanti rimasero, in balìa di furibonda soldatesca (((62))). Gli uffiziali, con gran pericolo, si slanciarono tra gli assalitori e le vittime, e molte di queste ne salvarono, scongiurando altre e maggiori rovine a quel desolato paese. Riprovevolissima. quella soldatesca per aver fatto in modo da disonorare una giusta causa che difendeva, ma più che infame colui che fu causa di tanto disastro; e ciò per la sola smania di uccidere vilmente un soldato che dormiva, senza alcun vantaggio per la rivoluzione. Son questi degli esseri che qualunque siasi partito dovrebbe respingere dal suo seno, anzi infliggere loro punizioni esemplari; nonpertanto quello scellerato castaldo di Stillitano fu da’ ribelli proclamato un altro Orazio Coclite, un Pietro Micca, senza curarsi dei danni che soffrirono tanti pacifici ed onesti cittadini.

I ribelli, dispersi a Bevilacqua, si riunivano a drappelli e si vantavano vittoriosi; nel medesimo tempo briganteggiavano in que' paesi non occupati dalla truppa; ed in S. Severino principalmente lasciarono tristi ricordi all’azienda arcivescovile. Le popolazioni, conoscendo çhe i rivoltosi erano stati battuti, respingevanli appena i medesimi si avvicinassero a qualche paese, sapendo che faceano larghi salassi alle casse pubbliche ed a’ ricchi cittadini.

Nunziante, preoccupato per le mancategli notizie del maggiore Grossi, si decise retrocedere al Pizzo ove trovò il resto della sua colonna, a metà sbandata, e l'altra di quel maggiore. Conoscendo le felici condizioni delle altre due schiere, comandate da’ generali Lanza e Busacca, si argomentò battere e schiacciare la calabra rivoluzione. Però, in conformità de’ suoi principii e degli ordini ricevuti dal re, volea ottenere il suo scopo senza versar sangue; quindi in cambio di proseguire a perseguitar le bande rivoltose, già disperse e raminghe, scrisse al vescovo di Nicastro, pregandolo di compiere con la pietosa parola l’opera riparatrice che egli avea cominciata e bene avviata con le armi. Raccomandava a quel prelato, che facesse conoscere a’ ribelli, essere il re dispostissimo alla clemenza, col patto però che non si straziasse di più la derelitta Calabria col suscitare altre inutili guerre civili.

Di già le vittorie de’ regi, la punizione di Filadelfia e gli orrori del Pizzo, aveano fatto conoscere agl’illusi, che il governo del re non usava moderazione per paura, ma perché abborriva il sangue cittadino; e che le tante strombazzate vittorie de’ ribelli esistevano soltanto nelle chiacchiere e millanterie de' giornali settarii. Per la qual cosa le città ed i paesi cominciarono a scacciare i capi della rivolta, e mandar deputazioni di pace, e sottomissione al Nunziante. I regi erano dovunque acclamati con ¡strepitosi evviva, perché tutelari di quella vera libertà, che è ¡’ordine e la giustizia. Catanzaro, sulla quale la rivoluzione facea conto per rinfocolare la guerra civile, non volle ricevere gli avanzi delle bande fuggite da Bevilacqua; diè soltanto il pane per ¡sfamarle e circa duemila ducati. Espulse gialle sue mura il Comitato di salute pubblicа, minacciando respingere la forza con la forza; e mandò oratori al Nunziante, invitandolo a recarsi colà per rimettere l'ordine e la giustizia. Quell’inviso e ridevole Comitato soffrì eziandio l’umiliazione di non essere più riconosciuto dallo stesso Ribotti, generale in capo dell’esercito calabro-siculo, come rilevasi da una geremiade sottoscritta da’ componenti il medesimo Comitato, data da Tiriolo il 6 luglio 1848. In effetti, appena que’ padri della patria videro approssimarsi la bufera, fuggirono a Corfú, lasciando alla desolata Calabria una eredità di dolori e ¿i lagrime. Così ebbe fine quest'altro cruento tentativo per ¡sbarazzarsi di un sovrano benefico e clemente, soltanto odiato dalla sètta perché il medesimo non la volle intronizzare nel suo Regno, e non si volle far detronizzare dalla stessa.

Ricciardi ed i suoi ministri, quando furono in salvo, compilarono una declamatoria, che poi fecero stampare in Roma, contro Ferdinando II e contro il generale Nunziante; perché meglio avea dato i giusti e salutari ordini di abbattere la rivoluzione, e questi, da soldato valoroso e fedele, aveali eseguiti.

Ribotti, vedendosi perseguitato da’ regi, si raccomandò al vescovo di Nicastro; il quale scrisse al generale Nunziante, pregandolo che accordasse il permesso a quel capo ribelle di ritirarsi in Sicilia senza molestia con tutti i siciliani, che avea condotti in Calabria. Quei generale rispose: Il re grazierebbe i sudditi ribelli, ma Ribotti e gli altri stranieri suoi compagni si dovessero rendere a discrezione. Fu quindi suprema necessità per tutti quegli avventurieri prendere la via di Catanzaro e giungervi prima de' regi. Ribotti avea scritto in Messina al rivoluzionario console francese Mericour; e al potere esecutivo di quella città, esponendo loro il suo stato deplorevole, e chiedendo due vapori per ritornare co' suoi commilitoni in Sicilia. Dal console gli fu spedito il piroscafo Brazier ed un altro dal governo siculo con bandiera prussiana; commettendo a’ capitani di que’ legni di salvarlo insieme alla sua gente per la via dell'Adriatico: ma né l’uno né l’altro giunsero a tempo.

Nunziante teneva d occhio le mosse dei siciliani capitanati da Ribotti, e sperandodi coglierli, correva a Catanzaro; quelli vedendosi inseguiti si gittarono sulla spiaggia dell’Jonio, ove trovarono due trabacoli, su cui in fretta s’imbarcarono con sette cannoni la sera del 6 luglio.

Si disse che il brigadiere Nicoletti aves protetto indirettamente quell'imbarco, ave do, quel medesimo giorno, ripiegato so’ Reggio contro gli ordini del Nunziante. N pertanto, questi, saputo l'imbarco de' aie ni, scrisse subito a Salazar, comandante dello Stromboli, che trovavasi in crociera a Spartivento, di dar la caccia a’ fuggitivi chi rigavano verso Corfú. Quel comandante esegui gli ordini, e via facendo, scoprì una piccola barca a remi, che conducea sedici capi rivoluzionarii, che aveano fatto parte del Comitato di salute pubblica e d’altre magistrature: ma credendoli pescatori non li molestò. Il Salazar contrasse fin da allora il vezzo di far poca attenzione in simili incontri (((63))).

Salazar, dopo di aver fatto navigar libero l'ex presidente delle Calabrie ed i suoi ministri, si avanzò alla volta di Corfù, e la mattina dell’11, a circa 20 miglia lontano da quell’isola (allora sotto il protettorato inglese) scoprì i trabacoli che couduceano il Ribotti co' suoi dipendenti; alzò bandiera inglese, quando venne a tiro, issò quella napoletana, tirando un colpo di cannone a polvere, li chiamò a sé; vedendo che non obbedivano, trasse un altro colpo a palla. Allora i padroni di que’ trabacoli ammainarono le vele e scesero in due barchette, uno recando seco il Ribotti, l'altro solo. Salazar disarmò que' rivoluzionarii, e dopo di avere rimorchiati allo Stromboli i due legni, li condusse a Reggio. Il 13 luglio sbarcò in Napoli 560 fucili, la bandiera sicula, sette cannoni e circa 600 prigionieri, tra cui Ribotti, Fardella, Grammonte, Landi, Porcaro, Giacomo Longo, Mariano delli Franci, Guiccione e Francesco Angarà; questi ultimi quattro, disertori delle regie bandiere, i primi tre, uffiziali ne' corpi di artiglieria, l'ultimo, sergente.

Per quella cattura, fatta dal Salazar, si gridò, da' settarii, alla pirateria, e si fece gran chiasso perché il ministro Bozzelli sequestrò le lettere de' prigionieri, nelle quali rinvenne interessanti notizie, che gli giovarono per isventare altre mene, congiure e rivoluzioni. Nientemeno si accusò quel ministro come infrangitore del secreto delle lettere, citandosi a sproposito gli art. 29 e 30 dello Statuto costituzionale napoletano. Qui mi mancano le parole per istimatizzare quest'altra enorme pretensione contro i legittimi governanti, mentre vediamo quel che fanno i rivoluzionarii al potere, non già in simili casi, ma per affari di poco momento (((64))). Una tal pretensione svela chiaro e senza orpelli lo scopo per cui i settarii vogliono da’ sovrani gli statuti costituzionali: cioè per ligar le mani ai medesimi e congiurare apertamente ed impunemente.

Di tutti i chiassi fatti da’ settari per l'abbattimento della calabra rivoluzione e per la cattura de’ siciliani, il più che ci annoiava era lord Palmerston, l'ordinatore della ghigliottina a vapore per assassinare i ribelli indiani. Quel nobile lord gridò allo scandalo, all’immanità, perché il governo di Napoli si era arbitrato arrestare coloro che armata mano erano sbarcati nelle Calabrie per rivoltarle contro il volere delle medesime popolazioni. Dopo di essersi messo di accordo col governo rivoluzionario di Palermo, dal quale si fece mandar reclami contro il re di Napoli, ordinò all’ammiraglio Parker, che stanziava nell’acque di Sicilia, di recarsi a Napoli con la flotta, e a Napier, ministro brittannico presso il re, di spiegar protezione a favore de’ catturati nelle acque di Corfú.

Quell’ammiraglio, giunto con la flotta in questo porto, non salutò come di rito, invece volle leggere la nota de’ prigionieri, per farsi consegnare qualche suddito inglese, se vi si fosse trovato tra’ medesimi: come se agl'inglesi soltanto fosse lecito esercitare impunemente il mestiere di rivoluzionarii ne’ regni altrui! Napier volea parlare co’ prigionieri, ma il ministro degli affari esteri gli disse, che le leggi proibivano parlare con gli accusali prima dell'interrogatorio de’ medesimi. Dopa tante pratiche, tutte capziose, in ultimo schiccherò due note, maravigliando che si fossero arrestati due legni da una nave della real marina napoletana nelle acque di Corfù, alzando bandiera inglese. Gli rispose il medesimo ministro, che la cattura ebbe luogo in mare neutro, fuori tiro delle fortezze di quell’isola, e secondo le leggi internazionali, ¿’essersi alzata bandiera inglese fu uno stratagemma di guerra ed è secondo le consuetudini di tutte le flotte del mondo, purché prima di assaltarsi il nemico, si alzi la propria; come fece il Salazar: Le recriminazioni e le capziosità del brittannico ministro nulla ottennero in favore de’ catturati; e quel settario in veste diplomatica fu costretto dichiararsi soddisfatto, e mandare un dispaccio a Palermo, in cui diceva al ministro Stabile aver fatto di tutto per liberare i prigionieri siciliani, ma sembrargli essere stati catturati legalmente.

Si attendeva che i prigionieri fatti nelle acque di Corfú fossero messi sotto giudizio; la maggior parte de’ medesimi era di gente facinorosa, ed in quello stesso, anno avea saccheggiate e massacrate in Palermo ed altrove tante famiglie di uffiziali regi. Costoro domandavano giustizia; però Ferdinando II, dopo di aver rigettate le pretensioni di ид potente straniero, non volle far mettere in istato di accusa que’ catturati, qualunque essi si fossero; ordinò soltanto che venissero condotti nell’isoletta di Nisida presso Napoli, e dopo un anno fece loro grazia, mettendoli in libertà.

Si riunì il Consiglio di guerra per giudicare i quattro disertori, nominati di sopra: condannò a morte Delli Franci e Longo perchè alla loro diserzione univasi il carico di avere combattuto contro le reali milizie. Dichiarò non colpevole Guccioni, essendo stato fatto prigioniero da' ribelli alla Mongiana, e fu messo in libertà. Angherà non fu ¡ritenuto come disertore, perché si era congedato dall’esercito regio, e quindi inviato a’ tribunali ordinarii.

Era giorno di venerdì, ed essendo allora pio costume di sospendersi l'esecuzioni capitali, quella di Longo e delli Franci si prorogò alla dimani. I difensori di costoro supplicarono la sovrana clemenza, ed il tiranno concesse grazia della vita, e senza farsi punto pregare. I settarii calunniatori de’ Borboni, anche ottenendo grazie da’ medesimi, malignano sulla stessa clemenza, come malignarono su quella di Ferdinando II, pubblicando sopra i giornali faziosi, che quel sovrano avea fatto grazia a que’ due disertori, perché imposta dalla diplomazia francese. Il ministro di Francia, de' Bois-le-Conte, indegnato rispose con la stampa dicendo: La grazia doversi al cuore del re, che libero e spontaneo aveala largita. Oh, sotto il Regno de' Borboni proclamati tiranni e peggio da settarii, si potea far senza paura, anzi con profitto, il mestiere di rivoluzionario!

Congo e Delli Franci furono condotti nella ¿totem di Gaeta; e liberati nel 1860, impugnarono le armi contro il figlio di colui che avea lor fatto grazia della vita: furono proclamati martiri, Ferdinando II tiranno sanguinario. Lo straniero Ribotti, venuto nel Regno per capitanare la rivoluzione contro la gran maggioranza de’ calabresi, fu messo in libertà nel 1854; e fu eziandio proclamato martire da’ rigeneratori del 1860, tiranno incorreggibile chi lo liberò. que' medesimi rigeneratori si dissero giusti, umanitarii, ottimi, massimi, perché nel 1861, senza legale giudizio, fucilarono lo spagnuolo generale Bories con altri ventuno distinti personaggi, compagni del medesimo, pugnanti pel legittimo sovrano in questo Regno!

Il generale marchese Ferdinando Nunziante, trovandosi in Catanzaro, con modi umanissimi riordinò l'amministrazione della Calabrie, proibendo alle popolazioni di perseguitare i così detti liberali; in breve e senza violenze о soprusi ridonò la pace a quelle afflitte province. Quel generale, tanto calunniato da’ settarii, fu per costoro l'uomo più generoso, e direi quasi il protettore de’ medesimi. Ma egli era fedele al proprio giuro e alla dinastia regnante, ed ecco il suo gran delitto agli occhi della setta. s’egli si fosse fatto battere nelle Calabrie, о avesse tradito» sarebbe stato proclamato gran patriota, un distinto generale; e perché ciò non fece, gli si prodigarono le più odiose ingiurie. Nunziante fu abbeverato di amarezze per aver fatto il suo dovere, ritardando di dodici anni la catastrofe di questo Regno. Allora non ai valutarono i suoi immensi servizii da chi ne avea l'obbligo, ma gli rimase l'inestimabile vanto di aver salvata la sua patria dagli orrori della guerra civile, e di avere scongiurato che fosse cancellata dal novero delle nazioni.

Que’ ribelli, che non vollero approfittare della clemenza sovrana, andarono raminghi pel Regno, tentando di suscitare altre rivoluzioni; tra cui si distinsero Mileti, Carducci ed un poco il Petruccelli. Il primo, errando per monti e boschi, giunse in quello di Grimaldi e chiese ricovero a taluni pastori; conosciuto da chi egli avea maltrattato, venne denunziato agli urbani; e costoro, il 13 luglio, lo assalirono, e perché non volle rendersi fu ucciso. Si disse che la testa del Mileti fosse stata portata a Cosenza, orrendo spettacolo d’immanità, disapprovato da’ governanti di Napoli. Il Petruccelli si era ascoso, ma visto da taluni, che lo scambiarono per Ribotti, stette per essere ucciso, ma egli svelò il suo nome, e così fu salvo; nonpertanto venne messo in prigione, donde fuggito, riparò in Basilicata, e colà rimase occultato per molto tempo.

Carducci, dopo la rotta de’ calabro-siculi, sperava riaccendere la rivolta nel Principato Citeriore; e sapendo che il prete D. Vincenzo Peluso di Sapri capitanava colà il partito borbonico ordinò ad un suo sicario di ucciderlo.Tra Carducci e Peluso era stata una guerra accanitissima, quegli insidiava costui perché borbonico puro sangue, avendone dato prove dal 1709 fino al 1848. In tempo di pace, Pelose lasciava tranquillo il Carducci, sorvegliavalo soltanto; il contrario avveniva in tempi di rivoluzione, cioè che questi insidiava in tutti i modi la vita del suo nemico; il quale cercava sfuggire di essere assassinato da quel capo d'insorti, о tenendosi in armi о stando occultato.

Il prete Peluso soggiornava in Acquafredda, sobborgo di Maratea; ivi seppe la disfatta de’ ribelli calabro-siculi, e che il suo mortale nemico con una mano di armati avviavasi a quella volta per ribellare il Principato Citeriore, e disfarsi di lui prima d'intraprendere la novella campagna. Per la qual cosa, avendo anche saputo il luogo ove dovea approdare il Carducci con la sua masnada, si argomentò riunire alquanti suoi valenti amici, e si condusse co’ medesimi alla riva del mare per impedirgli lo sbarco; ma lo trovò di già sul lido in compagnia degli altri facinorosi. Non conoscendo bene se quella fosse la masnada che egli attendea, intimò alla stessa di gridare viva il те! ma tutti quegli sbarcati risposero: viva la repùbblica facendo fuoco contro Peluso e compagni. Nella mischia fu ferito il Carducci ad un braccio, ed i suoi si arresero subito. La vista del sangue che egli emettea dalla ferita, e l'abbassata sua superbia, risvegliarono sensi di umanità nell’animo di tutti e specialmente in quello del prete Peluso; il quale lo condusse in sua casa, e dopo di avergli medicata con ogni riguardo la ferita, lo mandò sotto buona scorta al magistrato di Lagonegro: da quell’istante non lo vide mai più. Però, coloro, che lo scortavaùo, temendo che sarebbe stato messo in libertà, perché deputato, e che si sarebbe vendicato» come avea fatto altre volte, lo gettarono in un burrone, ove miseramente perì.

Sarebbe un andar troppo per le lunghe, se volessi narrare tutte le menzogne, fandonie e calunnie che si spacciarono contro il governo del re, in occasione dello sbarco e morte di Carducci. Il National, la Presse di Parigi, il Corriere Mercantile di Genova pubblicarono cose magne in favore di Carducci e contro Ferdinando II. A quell'effemeridi rispose trionfalmente un giornale di Napoli, l'Ordine, il 26 settembre 1851; dimostrando che il fatto di sopra narrato, avvenuto alla marina di Acquafredda, fu estraneo a' governanti della capitale, ma che invece in esso si vide un’accanita lotta tra due nemici politici, pronti a sacrificarsi per la loro opposta causa, ed una vendetta di precauzione, perpetrata da gente sospettosa, che prova sempre più la clemenza di Ferdinando II.

La morte di Carducci fece gran rumore anche in altri stati di Europa, perchó i rivoluzionarii son solidali, perché di tutto vogliono approfittare per ispingere avanti la loro trista causa, e perché lor giova calunniare i loro contrarii. Difatti si ricorse eziandio all’umanitario lord Gladstone, a cui si comunicarono le notizie di quella morte, inventandosi fatti ridevoli, inverosimili ed anche contraddittorii. Nonpertanto quel nobile lord li raccolse per farne un soggetto di diffamazione a carico del governo e della nazione napoletana; ma, costretto dall’evidenza de’ fatti, ritrattò poi in gran parte quell’esagerazioni e calunnie. Il giornalismo rivoluzionario, i deputati faziosi levarono alle stelle il Carducci, dicendolo gran patriota e sacrato alla causa dell'umanità. Per far conoscere a’ miei lettori altro non essere quelle lodi che menzogne impudenti, voglio qui riportare una lettera del medesimo Carducci, che lo fa conoscere a maraviglia, sbugiardando le menzogniere laudi de' suoi colleghi ed aderenti. Quella lettera la trascrivo come si trova ne’ documenti delle Conclusioni della causa di cospirazione ed attentato contro la sicurezza dello Stato non che di altri misfatti pronunziati innanzi la Gran Corte speciale di Principato Citeriore nelle due tornate dei giorni 13 e 14 gennaio 1852 dal procuratore generale Angelo Gabriele, stampati in Salerno nel 1852 dal tipografo Raffaello Migliaccio, ed eccola per intero:

«N. 1 — Comando generale delle truppe in «massa dell’indipendenza italiana. N. 22 — Pisciotta 27 gennaio 1848 — Carissimo comandante—Trovo positivamente punibile la sua oscitanza nel non avermi dato conoscenza delle sue operazioni sin dal giorno che ci dividemmo in Vallo.

«Voglio augurarmi che le mie disposizioni siano state da lei eseguite, cioè di aver fatto in Gioj fucilare il Giudice Regio, il Sindaco di Salella, ed il comandante urbano di Cicerale, giusta le mie prescrizioni; del pari porre al sacco ed a fuoco Ogliastro e Prignano, cioè tutte quelle famiglie le quali conoscerà aver favoreggiato per le truppe regie.

«Son certo ancora che si sarà portato ad occupare Castellabate; che se роi non l’ha fatto, si porrà subito in movimento seco portando tutte le sue forze disponibili, non toccando però le sue guarnigioni stabilite in Monteforte, Gioj, Monte ed Ogliastro.

«Disporrò intanto che il sig. comandante Ferrara si unisse alle sue forze per soggiogare Castellabate, ove terrà le stesse norme precisatele per Ogliastro e Prignano.

«L’esorto a non risparmiare il sangue, e far danaro se vuole vedere progredita la nostra causa. Sarà compiacente accusarmi «ricezione della presente, dinotandomi lo stato positivo delle sue forze. Al sig. comandante Pavone del circondario di Gioj

«— Il comandante in capo: Costabile Carducci.»

Io non faccio commenti a questa lettera, e neppure ho sottolineati i periodi più salienti; basta leggerla per fremere di orrore, per giudicar colui che lo scrisse e coloro che innalzano simili mostri.

Nel tempo che le Calabrie erano in rivolta, varii altri paesi e città della Basilicata e delle Puglie fecero delle pulcinellate rivoluzionario. In Potenza si creò un governo, appellato Dieta di cinque province; la quale, il 25 giugno, mise fuori uno scritto intitolandolo: Memorando lucano, che dichiarava la Confederazione con le altre quattro province di Campobasso, Foggia, Bari e Lecce: si volea di più la Guardia nazionale con l’artiglieria e che occupasse i castelli del Regno. Abrióla, Calvello, S. Angelo delle Fratte e Genzano, sobillate da Cozzoli, Caputo e Passolano, che giravano da commissarii que’ paesi, supplicarono Pio IX di scomunicare Ferdinando II. Que’ paesi e città, che alzarono lo stendardo della rivolta, mentre si combattea in Calabria, fecero assai chiacchiere, e non sostennero alcun fatto d’armi con la truppa; soltanto si limitarono a disarmare qualche piccolo posto di gendarmi, a vuotar casse comunali, a scarcerare ribaldi, imprigionando onesti cittadini, a rompere gigli ed a tagliar telegrafi.

L’intendente di Aquila, Mariano d’Ayala, soffiava nel fuoco della rivolta nelle province degli Abruzzi. A’ suoi amici avea fatto grandi promesse, che rimasero inadempiute, perché non corrisposto dalle popolazioni che volea ribellare, e perché usava mezzi strani e ridevoli per redimere la patria dal tiranno. Egli, credendo di schizzare il veleno rivoluzionario nelle masse con la parola del prete apostata, si fece fautore di missioni. Servendosi della carica affidatagli dal governo del re, scrisse al Vescovo in modo imperativo, ordinando al medesimo di far catechizzare quelli dell’Aquilano, indicando egli i missionarii. Quell’ordinario, che capì l’insidia, si negò, ed egli lo minacciò coi fulmini della setta. Con simili ed altre stravaganze, invece di far progredire la rivoluzione, la rese ridicola.

Il governo del re, per dar fine a tutte quelle buffonate, ordinò al brigadiere Zola, che trovavasi in Popoli, di recarsi ad Aquila con tutta la soldatesca che avea sotto i suoi ordini. Il d'Ayala sbalordì al sentire ravvicinarsi de’ regi; dapprima volea far l'ipocrita coll’andare incontro a quel brigadiere e riceverlo in qualità di primo magistrato della provincia; ma avendo meglio fatto i conti con la sua coscienza, si decise lasciar la moglie ed i figli, e fuggire a Rieti insieme con altri suoi complici. Ciò nonpertanto, i fatti ridevoli da lui operati in Aquila gli fruttarono gran fama, tanto che fu scelto poi a far parte nel ministero rivoluzionario di Firenze. La setta è riconoscente a’ suoi adepti, e qualunque si fossero i loro. meriti, li alza alle stelle, bastando che i medesimi facciano chiassi e fellonie.


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CAPITOLO XVIII

SOMMARIO

Ferdinando II ordina l'apertura del Parlamento nazionale. I settarii non son contenti e ricominciano una insensata ed indecente opposizione. Indirizzi al re de’ deputati e de’ pari del Regno. Stampa calunniosa. Aneddoto. Scioglimento delle Camere legislative. Dimostrazioni. Modifica del Ministero.

Mentre le Calabrie ed altri paesi di varie province erano in rivoluzione, Ferdinando II diè la più gran prova di fiducia verso i suoi popoli e di disprezzo contro i faziosi. Egli, fermo nella largita Costituzione del 29 gennaio, e confermata dopo gli orrori del 15 maggio, ordinò l'apertura dei Parlamento nazionale, per far godere di quell'onesta libertà, che è nemica del libertinaggio. Con., decreto del 24 maggio 1848, convocò i collegi elettorali pel 15 giugno, e l’apertura delle Camere legislative pel 1° di luglio. Alcune province del Regno accolsero riconoscenti quell’atto di fiducia e di clemenza sovrana, e comportandosi con esemplare pacatezza, elessero a deputati gli uomini in fama di. liberali ed amanti dell’ordine pubblico. Però la maggior parte dei collegi elettorali, perché sobillati da’ faziosi, profittando della fiducia del re, elessero a deputati quelli che voleano rovesciar dinastia e trono, altri protestarono per la validità delle prime elezioni e per lo scioglimento della Camera, avvenuto col decreto del 16 maggio. Se non che, ad onta di queste settarie improntitudini, con le quali si volea togliere al sovrano costituzionale un dritto incontrastabile, si ebbe dalle nuove elezioni il numero legale de' deputati.

Presso i popoli civili l’apertura del Parlamento nazionale dovrebbe giorno di allegrezza, perché, (si suppone!) apportatore di futuri miglioramenti nell’amministrazione dello Stato; per Napoli sòrgea forière di altri mali e d imminenti trambusti. I rivoluzionarii aveano proclamato Ferdinando II fedifrago, perché promosse il 15 maggio onde sciogliere la Camera de’ deputati ed abolire la Costituzione, quando poi venne riconvocata, andavano spacciando, che ciò era un effetto dolía paura del re; altri diceano, che con quel mezzo si voleano conoscere tutt’i liberali per farli massacrare; ed altri infine assicuravano, che si riapriva il Parlamento a solo scopo d’imporsi nuovi dazii, e cosi impinguarsi meglio la Corte e gli aderenti alla stessa: insomma tutto quello che facea quel sovrano si dovea. travisare e malignare!

La stampa faziosa, già cominciava ad alzar baldanzosa la cresta, artatamente or prevedea ruine, or le minacciava in occasione dell'apertura delle Camere; e quindi consigliava tutti ad avversare il governo ed in ogni modo cioè coll’astenersi di pagare i dazii, di fumare, a pigliar tabacco. Era questo un consiglio, anzi un ordine dato dal patriarca della rivoluzione, Giuseppe Mazzini, ficcanaso in tutt’i governi bene ordinati per metterli in ribellione. Però i napoletani, vollero far conoscere qual conto facessero degli ordini о consigli di quel caposetta; cosicché quelli che non erano usi a fumare, li vedevi in Toledo ed in altre strade principali di questa città, con grosse e lunghe pipe alla musulmana, fumando a più non posso, e destando la ilarità in tutti i buoni cittadini. Nondimeno, le tristi previsioni e le minacce della stampa rivoluzionaria, atterrivano le persone semplici e paurose, che sono in gran maggioranza in tutti i paesi del mondo, e quindi si serravano nelle proprie case, per tutti i chi sa. Era quanto si desiderava da’ rivoluzionarii; i quali voleano far credere esservi in Napoli anche un’opposizione passiva contro il sovrano, e nel medesimo tempo restava ad essi libero il campo per far la parte del popolo.

Re Ferdinando non curava tutte quelle mene settarie, e procedeva pacato e tranquillo nella cominciata via costituzionale. Il 1° luglio, secondo avea decretato, ordinò l'apertura del Parlamento nazionale nella Biblioteca del Museo borbonico; il primo giorno si riunirono pochi deputati mesti e sospettosi. Però un avvenimento buffonesco sparse un poco d’ilarità: un tale Ignazio Turco farinaio, uomo da trivio, ignorante e goffo, essendo uno de’ rappresentanti del popolo, comparve in isplendida carrozza tra le grida e gli applausi dei fa dosi. Costoro credettero di far la satira al re, per la convocazione di quella seconda adunanza di deputati, e la fecero alle tanto da loro valutate franchigie costituzionali.

Il re scelse il duca di Serracapriola, pari del Regno, per aprire nel real nome il Parlamento. Quel nobile duca recossi al Museo in carrozza di Corte, traversando via Toledo, deserta di gente, perché atterrita a causa delle minacce settarie, e fu ricevuto a piè della scalinata da dodici pari ed altrettanti deputati: in prima udienza, a nome del sovrano, lesse il discorso della Corona. In quel discorso lamentava i disastri del 15 maggio, e confortavasi per la presenza de’ deputati, invitando costero a dir coraggiosamente i pretesti о le vere cause della perturbazione del Reame, onde darsi un definitivo riparo per non farle rinnovare. Invocava il patriottismo de' rappresentanti la nazione per proporre leggi opportune, tendenti a riordinare l'amministrazione dei Regno, specialmente riguardo alla finanza e alla Guardia nazionale, essendo esclusiva missione di questa tutelare l’ordine pubblico. Dopo di avere annunziato non essere turbate le relazioni con le potenze estere, conchiudeva: «Inflessibile nel mio proponimento di una bene intesa libertà, farò di questo nobile obbietto la costante preoccupazione della mia vita, e il vostro onorevole concorso me ne guarentirà il successo. Avendo chiamato a giudice Iddio delle la parità delle mie intenzioni, non altro mi rimane oggi che chiamare a testimoni voi e la storia».

Iddio ha di già giudicato quel religioso sovrano; i deputati più faziosi han più volte testimoniato, ne varii parlamenti italiani, che il medesimo non fu in realtà quello che essi lo proclamarono per servire i biechi fini della setta. La vera storia — vergin di servo encomio—e di codardo oltraggio—dirà, che Ferdinando II non ebbe alcuna colpa se non furono attuate le sua benefiche e liberali istituzioni, largite al suo popolo; ma la colpa ricade tutta intiera sopra que’ medesimi deputati, che le avversarono, per darci poi mani e piedi ligati a chi agognava le ricchezze ed invidiava la prosperità di questo vetusto Regno.

Il discorso della Corona, com’è da supporsi, fu criticato e calunniato con velenose parole, dovendosi attraversare tutto ciò che facea di buono quel monarca.

Gli atti preparatorii tennero per più giorni occupate le due Camere; il 3 luglio erano presenti 72 deputati, il di 8 si accrebbero fino ad 89, ed essendo in numero legale, si cominciò la verifica de’ poteri. Il primo atto di potestà che vollero esercitare quegli onorevoli fu quello di osteggiare i poteri sovrani, concessi dallo Statuto costituzionale; di fatti dichiararono valide reiezioni fatte prima del 15 maggio, senza tener conto del decreto di scioglimento della Camera ancor non costituita legalmente.

Sin da’ primi giorni cominciarono i tumulti plateali; le tribune erano sempre occupate da faziosi e da’ camorristi pagati; e tutti aveano ricevuto la missione di applaudire i discorsi sovversivi e fischiare qualunque parola de’ ministri. A quelle sconcezze ai credette di dar riparo con un apposito regolamento della Camera, dal quale nulla si ottenne, anzi fu disprezzato, ed i clamori, ed i fischi proseguirono sempre più a turbare le discussioni più interessanti.

Costituita la Camera, si elesse a presidente della stessa l’avvocato Domenico Capitelli, vice presidente Roberto Savarese; e d’allora cominciarono le chiassose recriminazioni dei deputati faziosi. Costoro odiavano a morte i ministri Bozzelli e Ruggiero, reputati disertori della sètta; e quindi faceano interpellanze appassionate, inopportune ed incostituzionali. Inveivano contro il generale Nunziante, perché questi avea abbattuta la rivoluzione in Calabriare ridonata la pace a quelle province, lamentando la cattura de’ siciliani e la morte del benemerito deputato Carducci. Avrebbero voluto punito quel generale, messi in libertà que’ catturati, ed infine puniti tutti coloro che avversarono la rivoluzione. In effetti uno di quegli onorevoli, arringando in favore de’ catturati, ardi dire: «Non so ancora se quelli fossero da addimandarsi prigionieri di guerra giudicabili, giudicanti, о giudicati».

Quel Parlamento era un vero pandemonio: chi negava il dritto a qualunque autorità di punire i ribelli convinti di misfatto, rimproverava poi a’ ministri perché i medesimi non aveano puniti coloro che avversarono la Calabra rivolta, e tutti gridavano sangue, fucilazioni ed esterminii in nome dell’umanità: le tribune applaudivano!

Frizzi e parole poco parlamentari, anzi poco decenti, corsero tra il ministro Bozzelli e l’ex-ministro Carlo Troja, già fattosi oppositore nell’estrema sinistra; e vennero a tali pettegolezzi, che il presidente fu costretto a coprirsi. Que’ deputati censuravano con rabbiosa acredine, esercito, ministri e re; al contrario portavano alle stelle la rivolta calabra, tutt’i i traditori e spoliatori delle casse pubbliche e de’ cittadini. Con ragione il Bozzelli disse a Ferdinando II: essere la Camera dei deputati una congrega di faziosi e settarii (((65))).

Quando poi il medesimo Bozzelli presenta il progetto di legge per riordinare la Guardia nazionale, ebbe fischi dalle tribune e da’ deputati; e tutti dissero non essere bastevoli poche migliaia di guardie nazionali per guarentir Napoli da circa 24 mila soldati, che sogliono stanziare in questa città.

Queste ed altre improntitudini de’ deputati venivano pubblicate da’ giornali rivoluzionarii; i quali insultavano sempre più l'esercito, i ministri ed il re. Per la qual cosa altri giornali moderati pubblicarono una scritta della truppa, chiedente che si cacciassero dal Parlamento gli autori delle barricate del 15 maggio, e quelli che aveano fatto da capi nella rivolta del Cilento, delle Calabrie e delle altre province. I deputati faziosi, al leggere quella domanda, allibirono, perché simile gente ha paura soltanto della forza bruta; nonpertanto continuarono a tenere accesa la face della discordia con altri mezzi settarii, smettendo però i consueti insulti all’esercito ed al sovrano. Difatti cominciarono a cianciare sull’abolizione della pena di morte, (mentre voleano fucilati gli uccisori di Carducci!) sui modi di udir ne’ giudizii le difese de’ litiganti, e sul gran torto che si facea alla nazione perché non eravi bandiera tricolore nell’aula par. lamentare.

Que’ deputati faziosi, avendo osservato che l’ira de’ militari offesi da loro si era un poco smorzata il 17 luglio, proposero e discussero l’indirizzo alla Corona; col quale biasimavano i soldati e lodavano i rivoluzionarii, inveivano contro il sovrano pel passato governo, dicendo che il 15 maggio avea estinto totalmente la confidenza del popolo verso il capo dello Stato. Disapprovavasi lo scioglimento della Camera riunita in Montoliveto, come un atto arbitrario e nocivo alla pacificazione del Regno; e sopra tutto censuravano senza forme rispettose la politica del re, perché avea richiamato il corpo di esercito mandato in Lombardia, destinato all’italico riscatto. Quest’ultima censura si facea a Ferdinando 11, quando il rivoluzionario governo di Palermo. offriva la Corona siciliana al figlio di colui che volea trar profitto dall’italico riscatto; e quella sicula Corona non fu accettata perché i tempi nol permisero. I settarii avrebbero avuto almeno il merito della franchezza, se, in cambio di sciorinare tutte quelle improntitudini, avessero detto senza orpello, che voleano di sfarsi di Ferdinando II per far l’Italia una, sia repubblicana о monarchica.

Quell’indirizzo, sebbene non piacque a’ deputati più faziosi, perché ritenuto da’ medesimi troppo moderato, nonpertanto fu approvato con 105 voti; e dodici di quegli onorevoli recarono al re, dal quale non fu accettato per quelle ragioni che appresso dirò.

Con due decreti si erano creati 47 pari del Regno; costoro si costituirono il 19 luglio e il 2 agosto approvarono il discorso della Corona con un indirizzo al sovrano, degno di quella gente onesta e patriottica che erano que’ signori, componenti l'alta Camera legislativa. I pari del 1848 erano quasi tutti ricchi, moderati e molti diedero saggio di maschia eloquenza. Nondimeno trovavasi tra essi qualche rivoluzionario, tra cui si distingueva il vecchio repubblicano del 1799, poi murattista, principe di Strongoli, che volle avversare l’indirizzo de’ suoi col leghi fatto al re.

Nella tornata del 5 agosto lo Strongoli, salito in bigoncia, pestò e ripestò tutte le stupide e calunniose accuse, che gl’irreconciliabili deputati aveano lanciate contro il governi e contro lo stesso re; asserendo di più, eh le popolazioni delle Calabrie fossero rimaste( )malcontente a causa dell’abbattuta rivoluzione. A quella gratuita e falsa assertiva rispose fervente cattolico e vero patriota, il barone Luigi Rodinò (((66))), ricco proprietario calabrese.

Il quale, avanzandosi in mezzo all’aula, fissò lo Strongoli con uno sguardo d’incredulità ed insieme indegnato di quanto udiva, non potendo più sentire tante contraddizioni e falsità, esclamò: «Che cosa ci state dicendo signor principe? Voi siete in errore о fingete di esserlo. Ier l’altro ritornai da Calabria, ove ben sapete che ho non poche aderenze, e si è perciò che posso assicurare questa onorevole adunanza, che lasciai и quelle popolazioni plaudenti la truppa, i generali, e benedicendo il clemente monarca, per averle liberate dal più degradante servaggio e per aver fatto grazia a tutti i traviati.»

Gli altri pari applaudirono strepitosamente il Rodinò, e il vecchio settario rimase scornato e sbugiardato.

Tra gli altri mali che travagliavano il Regno a causa della risorta Camera de’ deputati, si aggiungeva eziandio la stampa faziosa; la quale, al pari degli onorevoli, malignava ogni atto del governo del re, insultandolo villanamente, e più di tutti vituperava l'esercito perché avea messo a ragione i ribelli. Silvio Spaventa, scrittore del Nazionale, per cui sali all’onore di essere eletto deputato, schizzava veleno contro i soldati, gli uffiziali ed i generali. La sera del 3 luglio, pochi giovani militari l'andarono a trovare nel Caffè di de' Angelis, al largo della Carità a Toledo, per ¡sfidarlo a duello, se non si fosse disdetto di quanto avea pubblicato contro l'esercito. Ma egli vile si ascose sotto un pancone del Caffè;, un uffiziale, di quelli che lo cercavano, lo vide in quella posizione umiliante, e giudicandolo codardo, finse di non vederlo. Lasciato tranquillo, coree affannoso alla Legazione di Francia, chiedendo protezione allo straniero contro i suoi offesi connazionali, mentre avrebbe potuto ricorrere (e chi glielo impediva?) al magistrato nazionale.

lo conobbi questo superbo pezzente di Bomba nell’ergastolo di S. Stefano, nel 1857, e gli prodigai qualche favore per là pietà che mi destava, facendo l’ipocrita ed essendo lacero e sudicio. Da qualche suo compagno di pena, non povero quanto lui, gli fu consigliato di mettersi a filare il lino, per conto del marinaio Califano (((67))), come faceano gli altri ergastolani bisognosi; i quali con quel femíneo lavoro si guadagnavano cinque grana al giorno e provvedevansi di ciò che non passava quel luogo di pena. Si disse che lo Spaventa avesse accettato la proposta di filare, e si fosse già provveduto di conocchia e fuso; ma che poi si astenne da quel lavoro ridicolo, perché cominciavano a fioccargli addosso i frizzi di taluni ergastolani (((68))).

Rividi questo sudicio pezzente nel 1861 in Napoli, vestito da magno D. Nicola ed in carrozza, avendo ottenuto il posto per cui avealo creato madre natura, cioè di capo birro. Allora memore del pancone del Caffè de' Angelis e delle umiliazioni sofferte tra’ galeotti, si vendicò con perseguitare tanti onesti e valorosi uffiziali, capitolati di Capua e di Gaeta, gettandoli nelle prigioni senza alcuna forma legale. Lo Spaventa salì a’ primi posti nel nuovo stato del Regno d Italia, sempre maledetto da’ suoi stessi amici, se pure mai ne avesse avuti. Oggi, mentre scrivo, trovasi trai Césars déclassés; ma egli, son sicuro, rivenderebbe la patria e l’anima sua a Satana, per riavere un giorno, un’ora, un minuto di quel potere birresco per cui sembra nato.

Dopo il fatto avvenuto nel Caffè de' Angelis, uscì una protesta dell’esercito, citando l’articolo 30 dello Statuto sulla stampa, e se non fosse stato valevole per mettere un freno ai detrattori e libellisti, soggiungea, che sarebbero stati sufficienti gli art. 514 e 365 del codice penale. Quella protesta conchiudeva dicendo: l'esercito essere stanco di sopportare insulti triviali sotto il pretesto della libertà della stampa, e che in avvenire non lascerebbe impunita alcuna calunnia giornalistica.

La Costituzione si era resa esosa ad ogni classe di cittadini, e i popolani del Mercato, il 14 agosto, si riunirono e percorsero varie Strade principali di Napoli gridando: Viva il Rе! abbasso la Costituzione! Dopo di aver mandato al sovrano una deputazione, con la quale gli manifestavano sentimenti di fedeltà e devozione, cheti si ritrassero alle loro case.

Qualche scrittore rivoluzionario ha voluto insinuare a’ lettori, che il Parlamento fosse stato prorogato a causa delle accuse lanciate contro il generale Nunziante e contro la truppa, e perchó i deputati si fossero dichiarati contrarii ad approvare il bilancio presuntivo e consuntivo del 1848 e 49; infine perché il re volea le mani libere, avendo di già apparecchiato ogni cosa per la conquista della Sicilia.

Quegli scrittori occultano la vera causa della proroga di quello scompigliato Parlamento, la quale altro non fu che l’insultante indirizzo de’ deputati mandato al sovrano. In effetti Ferdinando II, che tutto volea accomodare colle buone, incaricò varii distinti personaggi, affinché si fossero cooperati presso i medesimi deputati per far temperare in modo quell’indirizzo da poterlo accettare senza disdoro della regia dignità.

Il presidente e varii membri della Camera trovarono giuste le ragioni del re; però la maggior parte degli onorevoli, non solo manifestarono contrario parere, ma dissero alto, che l'indirizzo era anche troppo moderato; e quindi vollero aggiungere altri insulti contro! esercito, il ministero e contro lo stesso sovrano. Fu allora che questi non volle ricevere i dodici deputati, e visto che quella Camera era persistente a voler suscitare trambusti, decise prorogarla.

Il 1° settembre, il re, per la facoltà che accordavagli l’art. 64 dello Statuto costituzionale, decretò: «La sessione delle Camere legislative, aperta il 1(e) dello scorso mese di luglio è prorogata, per la discussione de’ corrispondenti lavori, al 30 novembre di questo corrente anno.»

Quel decreto di proroga fu letto dal ministro Ruggiero alla presenza di 107 deputati; finita la lettura, il presidente agitò il campanello e tutti sfilarono silenziosi: cosi ebbe fine quella immonda riunione di pericolosi ciarlatani.

Appena pubblicato quel decreto di proroga delle Camere legislative, rinacque la fiducia nelle trepidanti popolazioni, e ne diò segno indubitato la Borsa.

Gran numero di popolani di varii quartieri di questa città, con bandiera bianca, si recarono sotto il palazzo reale per ringraziare il re di averli liberati da coloro che dicevansi rappresentanti del popolo, ed altro non erano che strumenti di setta e di pubblico danno.

Nel medesimo tempo, i faziosi, che predicavano come un finimondo quella proroga, si riunirono e si opposero alla dimostrazione pacifica de' popolani.

Ne incontrarono un buon numero nel quartiere Montecalvario e li aggredirono proditoriamente; perloché ebbe luogo una zuffa pericolosa, che fu subito repressa dalla pubblica forza. In conseguenza di che fu ordinato ed eseguito il disarmo in quel quartiere, dimorando colà gli aggressori degl’inermi popolani.

Dopo la proroga delle Camere, il ministero venne modificato in questo modo: Longobardi fu destinato all’interno, in cambio di Bozzelli, questi rimase ministro della sola istruzione pubblica. Francesco Scorza si ebbe la direzione del ministero dell'interno; invece di Gabriele Àbatemarco. Gaetano Peccheneda, creatura del murattista Cristofaro Saliceti, fu nominato prefetto di polizia. Venne abolito il sesto ripartimento di polizia, e Francesco Trinchera, capo di quell’uffizio, fu dimesso per aver lasciato varii permessi d’armi a gente facinorosa.


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CAPITOLO XIX

SOMMARIO

Si prepara la conquista di Sicilia. Opposizioni francesi ed inglesi, il siculo governo fa debiti, spoglia chiese, ed arma. Spedizione di truppe napoletane contro Messina. Combattimento delle Moselle. Giornata del 6 Settembre.

Il napoletano governo, sedata la rivoluzione al di qua del Faro si decise abbattere quella di Sicilia; ma questa si era ingigantita a causa del tempo che avea avuto di costituirsi, e per gli aiuti esteri ricevuti da due potenti nazioni. Oltre di che tentar la conquista di quell’isola e non riuscirvi, sarebbe stato lo'stesso che mettere in fiamme un’altra volta le province continentali del Regno; conciossiaché i deputati faziosi e tutta la caterva de’ rivoluzionarii di mestiere ne avrebbero approfittato. Per la qual cosa è anche qui da ammirarsi ed encomiarsi la fermezza e il patriottismo di Ferdinando II, il quale, per ridonare la pace alla Sicilia, poneva in giuoco la stessa sua corona. Le probabilità di ottenere lo scopo» punto non erano in suo favore; imperocché il numero degli armati nell’Isola, di esteri ed indigeni, era esorbitante; e que’ ribelli erano diretti da capi stranieri, che avean qualche nome ne’ fasti militari di quel tempo, punti principali del littorale siculo erano difesi da batterie di cannoni, e rifatte le fortificazioni costruite dagl’inglesi nel decennio.

A tutto questo apparato di guerra, si dovea avere eziandio riguardo che tre potentissime nazioni, cioè Francia, Inghilterra ed America, aveano riconosciuto di fatto la siciliana rivoluzione; si è perciò che il governo di Napoli dovea andar guardingo nel volerla abbattere. Onde che fu necessario interpellare dapprima quelle tre potenze per farle dichiarare» la loro neutralità in quella lotta; a questo scopo il re mandò a Parigi il conte Ludolf ed il siciliano principe di Petrulla.

Tutte le difficoltà alla conquista della Sicilia non isfuggivano alla non ordinaria perspicacia di Ferdinando II; il quale da una parte giuocava di politica verso le nazioni di sopra nominate, e dall’altra rivolgeva le sue cure a scegliere un duce intelligente ed umano, per superare gii ostacoli di quella conquista e far versare il meno sangue possibile per ottenere lo scopo. Cadde la scelta sul valoroso tenente generale Carlo Filangieri, principe di Satriano, e non potea esser migliore. Filangieri, atteso i suoi antecedenti politici e militari, e le condizioni dell’Italia e dell’Europa, fece un nobile sacrificio accettando quella difficile e compromessiva missione Mentre il governo napoletano preparavasi ala spedizione sicula, dava l'ordine al generi Ferdinando Nunziante di pigliare il supremo comando delle truppe di Calabria e ricontraile nel Reggano.

Rayneval, ministro di Francia presso il governo del re, e Napier, con l’istesso incarico per l'Inghilterra, si mostrarono indegnati per quella spedizione, Quest’ultimo, da una parte facea la spia a’ ribelli siciliani, tenendoli informati di quanto si facea in Napoli con ispedir loro a bella posta i piroscafi inglesi, dall’altra scriveva all’ammiraglio Parker, sollecitandolo di opporsi allo sbarco de’ regi sulle coste della Sicilia; e questi rispondevagli, mancare di simili istruzioni dal governo brittannico.

Que’ due settarii, in veste diplomatica, non potendo adoperar la forza delle armi, sfolgoravano note al ministero napoletano: Rayneval diceagli: che usar la forza contro i siciliani era lo stesso che accrescere le difficoltà diplomatiche, facendosi nemici inglesi e francesi; la conquista di quell’isola non esser facile, e il re, tentandola avrebbe potuto pentirsene (((69))). Soggiungeva, che essendovi estreme pretensioni, dall’una e dall’altra parte, cioè Napoli volea la Sicilia semplice provincia—ed era questa una sfacciata menzogna questa voleva l'assoluta indipendenza; e quindi altro temperamento non potersi scegliere, che quello di proclamare re de’ siciliani un figlio di Ferdinando II. Costui capi che quella proposta era un goffo tranello per ¡stornare la spedizione sicula; dappoiché ben sapea che il rivoluzionario governo di Palermo non avrebbe accettato simile proposta, e non gliela, avrebbero fatta accettare i medesimi Rayneval e Napier.

Quest’ultimo diresse un’altra nota al ministro degli affari esteri, simile a quella di Rayneval, e credendo di incutere paura, dicea in ultimo misteriosamente, che deplorava la effusione del sangue per premature ostilità; e che mancavangli gli ordini per far conoscere le intenzioni del suo governo, circa l’aggressione de’ napoletani contro la Sicilia.

Il ministro degli esteri, principe Cariati, con molta serietà, ben decise di non rispondere né all’uno né all’altro ministro. Eàìr vero qual risposta poteasi dare a diplomati di sperimentata malafede, о per meglio di a settarii in veste diplomatica? I governi inglesi e francesi non vollero la conciliazione trai il re( )e i rivoluzionarii di Palermo, anzi consigliai costoro di far maggiori pazzie, quanto tempo era opportuno per ottenere interes concessioni dal legittimo sovrano. Essi sapeano che la rivoluzione sicula dovea lottare la potenza di Ferdinando II, e che quella sarebbe schiacciata da questa; ma già que’ mercanti diplomatici tenerla rigogliosa, per cosi vendere armi vecchie, munizioni impedire il progresso delle manifatture indigene, e distruggere ogni sorta d’industrie in tutto il Regno.

Intanto è giusto far conoscere che mentre lord Palmerston facea ogni sforzo, per mezzo de’ suoi satelliti, affin di avversare re Ferdinan do, personaggi inglesi distintissimi, squarciando ogni velame di passione, giudicarono la vertenza tra Napoli e Palermo secondo i principii della ragione e del dritto. Lord Brougham insisteva presso il ministero Landoswne affinché fosse richiamato un Fagan, appartenente all’ambasciata inglese in Napoli; il quale, in cambio di far l’obbligo suo, congiurava contro il re ed a favore de’ ribelli siciliani, Lord Stanley, nella Camera de' Comuni fece anche sentire la sua voce sul dritto de’ popoli e de’ re, insistendo per una assoluta neutralità circa la contesa tra Napoli e Sicilia. Il sig. d’Israeli, nella medesima Camera de’ Comuni, il 17 agosto, facea un franco ed eloquente discorso contro il procedere del governo inglese in riguardo alla vertenza siciliana, dicendo che que’ governanti, sotto le finte di mediazione, incoraggiavano, proteggevano ed aiutavano i ribelli di uno Stato amico e indipendente.

Le note francesi ed inglesi dirette al napoletano governo, e gli aiuti morali e materiali dati a ribelli siculi indegnarono la civile Europa, e la voce possente del governo russo, allora non atteggiato né alla Cavour né alla Bismarck, fece tacere il cicalio di quelle due potenze, protestando contro qualunque intervento straniero nella vertenza tra Ferdinando II ed i suoi sudditi ribelli. Così finiva la guerra delle note diplomatiche e delle veementi arringhe per dar luogo a quella delle armi e de’ campi di battaglia. Gli umanitarii governanti inglesi, dopo che finirono di cianciare in favore della Sicilia, sotto pretesto di proteggerla, le vendettero altre armi, e cosi finirono di toglierle quel che l'aveano lasciato.

Il governo rivoluzionario di Palermo, per seguire gl’interessati consigli inglesi, fece altri armamenti, e mancandogli il danaro, il 7 agosto, decretò un altro prestito forzoso di quattro milioni e mezzo di ducati; e siccome a quella spoliazione si oppose la Camera dei pari, dopo due giorni, tutti i ministri si dimisero. Il 13 ne sursero altri, cioè Cordova alle finanze, Viola al culto, Paternò alla guerra, La Farina all'istruzione pubblica, Catalano direttore dell’interno, Torrearsa, già presidente della Camera, ebbe gli affari esteri, ed invece Mariano Stabile fu eletto presidente della medesima Camera.

Quel nuovo ministero ad altro non pensò che a far denaro e debiti; ne cercò anche all’estero, donde si ebbe circa cinque milioni di ducati effettivi, ipotecando a’ creditori i beni nazionali. Siccome costoro vollero altre guarentigie per cautela del loro danaro, dopo varii progetti, ordinò che si dessero in pegno a’ medesimi le argenterie, l’oro e tutti gii oggetti preziosi delle chiese, conventi, monasteri e luoghi pii, pagando inoltre il sette e mezzo per cento di usura. Tutte le citi ed i paesi dell’Isola soffrirono quella vandalica e sacrilega spoliazione, soltanto Siracusa, Catania e Messina non permisero quello spoglio nel Banco di Palermo si trovavano, prima della rivoluzione, ottocentosettantamila ducati, depositati da’ particolari, e trecentoquattromila di depositi giudiziarii. Tutto quel danaro fu preso a mutuo da quella gioia di ministri; i quali non pagarono né gl’interessi né il capitale, ma tutto pagò poi il tiranno di Napoli, Ferdinando II.

Dopo che i padri della patria di Palermo, raccolsero circa sei milioni di ducati, in moneta sonante, la metà, già s’intende, si evaporò per le solite spese straordinarie, l’altra la spesero in fretta ed in furia per armare i forti siciliani, per fortificare le coste e le città che poteano essere assalite da’ regi, ed infine per accozzare armati. In effetti mobilizzarono la Guardia nazionale, formandone sei divisioni, in tutto ventiquattromila uomini; dando a ciascun milite grana 48 siciliane — una lira e due cent. — e tari tre anche siciliani — una lira e ventisette, cent. — a’ patrioti che non poteano avere impieghi civili e che erano inabili alle armi. Organizzarono in Palermo l'esercito detto regolare, che si componeva di quattromila uomini, quattrocento de’ quali francesi; formarono due battaglioni di volontarii indigeni e stranieri, ma senza uniforme e senza disciplina, che chiamavano squadre, ed erano sotto gli ordini de’ famosi Interdonato, Раgnocco, Miceli e Scordato. La metà di quelle squadre erano uffiziali, e come tali pagati; dissipando tutto ne’ luoghi di abbominazione, e facendola da bravacci con la gente tranquilla. Il comando in capo di tutte le forze siculo fu dato al polacco Mierolawsky, che i siciliani chiamavano Mariolazzu (((70))).

Prevedendo che Messina proverebbe i primi assalti delle regie milizie, la esentarono dal tributo fondiario, mandandovi soldati detti di linea, squadrò di volontarii, arnesi di guerra ed ambulanze. Trovavansi in quella città circa dodicimila uomini di squadre, comandati dal conciapelle Pracanica e dal La Masa, centoventi cannoni, trenta mortai, comprati dagl'inglesi protettori, e tutti erano puntati contro la cittadella e fortini adiacenti alla stessa, occupati da’ napoletani. Oltre di ciò armarono le vecchie batterie di costa, e la più formidabile era quella detta Sicilia sulla spiaggia di mare grosso presso Messina. Aveano sedici barche cannoniere, comandata da Vincenzo Miloro; il quale, da prosuntuoso spavaldo, il 6 settembre, mandò un cartello di sfida a’ comandanti de’ legni della real marina.

Quando il ministro inglese Napier, accreditato presso il governo del re, diè avviso al governo siculo dell'imminente spedizione assalitrice di Napoli, e il Torrearsa la nunzifr al Parlamento, quella notizia fu accolta da tutti i faziosi con grande plauso, perché la maggior parte nullatenenti, e si diè l’ordine di illuminarsi Palermo, facendosi altri baccani e pazzie. Quel governo di settarii affettava sicurezza nella vittoria contro i regi, e la facea strombazzare ne' suoi giornali con tronfi articoli di fondo. Nonpertanto, il sapere che il duca di Genova avea rifiutata la sicula corona, che l’esercito sardo era stato battuto in Lombardia, che i siciliani capitanati da Ribotti erano stati arrestati, che la calabra rivoluzione era stata domata, erano tutti questi preludi poco incoraggianti, e faceano presagire che l’ora di finire gl’inverecondi baccanali stava per suonare. A tutto questo arrogi che i governanti della Sicilia si erano accorti che gl’inglesi si limitavano a sole parole in favorirli, ed a trar loro quattrini, vendendo a medesimi archibugi di vecchio modello e cannoni del Medio-evo. Dagl’isolani aveano poco da sperare, perché la gente onesta li abborriva per essere stata spogliata e manomessa, e quella irrequieta e facinorosa armata, in cambio di propugnare gl’interessi rivoluzionarii, in un rovescio possibile, si sarebbe trasformata in terribile strumento di anarchia.

Difatti in que' giorni, nelle campagne, nei paesi, nelle città e nelle stesse squadre sicule, altro non si sentivano che furti ed assassinii! malfattori aveano alzato troppo la cresta, credendosi fautori di libertà ed indipendenza, ed interpretando queste a lor modo, uccidevano, rubavano e perpetravano altre nefandezze ch'è bello non dire (((71))). Per le quali cancrenose piaghe, che affliggevano tutta quell’isola un tempo sì ricca, tranquilla e morigerata, non è da meravigliarsi se la gente onesta desiderasse la fine di quella rivoluzione e il ritorno del paterno regime di Ferdinando II.

Però Ruggiero Settimo e il suo governo credevano di aver fatto troppo per la felicità dei siciliani e supponevano che risola tutta fosse divenuta un Eden ne’ primi giorni della creazione, sol perché aveano fatto piantare una gran quantità di alberi della libertà in varie piazze, perché era ormai lecito cantarsi canzoni oscene ed empie, e perché aveano cambiato il nome al piano del palazzo reale in quello della Vittoria e il passeggio della rea! Favorita in quell’altro della libertà (((72))).

Come ho già detto, tutta la soldatesca dì Calabria, sotto gli ordini del generale marchese Nunziante, era stata riconcentrata, fin dal 20 agosto, sulla spiaggia del Reggiano, occupando la linea tra Palmi e Reggio. Il modello stesso mese salparono dal porto militare di Napoli tre fregate a vela, sei a vapore, altri sei piroscafi, due corvette ed altri legni minori; sopra i quali si erano imbarcati due reggimenti svizzeri, pochi artiglieri ed il materiale di guerra per raggiungere a Reggia l’altra truppa ivi riunita. Eravi a bordo il supremo duce Carlo Filangieri, il quale, appena giunto a Reggio, diè al Nunziante il brevetti di maresciallo di campo mandatogli dal re; dopo di aver presa cognizione di tutta la soldatesca a lui soggetta, ne formò due divisioni, una sotto gli ordini del generale Pronio e l’altra del medesimo Nunziante. Il primo comandava la I(a) divisione di presidio nella cittadella di Messina, divisa in due brigate; la 1(a) comandata dal brigadiere Schmid, ed era composta del 4° di linea, di 4 compagnie del 5°, di un intero battaglione del 6°, 3 compagnie di zappatori e pionieri, e 6 altre compagnie di artiglieri. La seconda brigata, col brigadiere Diversi, avea il 13° di linea, un battaglione di carabinieri, un altro svizzero, il 4° cacciatori e 4 cannoni di montagna, formando l'intiera divisione 6935 soldati e 248 uffiziali.

La 2(a) divisione, retta dal Nunziante, si divideva eziandio in due brigate; la I(a) col brigadiere Lanza era composta del 7° di linea, de’ battaglioni 1° 3° 5° 6° e 4 cannoni di montagna. La 2(a) col brigadiere Busacca avea un battaglione del 3° svizzero e l’intiero 4° reggimento anche svizzero: tutta la divisione sommava a 6528 soldati e 255 uffiziali. Quindi tutt’i soldati ed uffiziali che doveano conquistar la Sicilia, inclusi quelli che presidiar doveano la cittadella, formavano la meschina cifra di tredicimila novecentosettantasei uomini e dieci cannoni di montagna; intanto si disse allora che Filangieri conducea da trenta a quarantamila combattenti.

La regia flotta era sotto gli ordini del brigadiere Cavalcanti, e si componea di tre fregate a vela, sei a vapore, sette piccoli piroscafi due corvette, otto cannoniere, dodici paranzelli armati, quattro scorridoje e venti barche da trasporto: in tutto settantadue legni, muniti di 246 cannoni di vario calibro.

Il duce supremo Filangieri, prima di usar le armi, con proclama del 1° settembre, tentò ridurre all’obbedienza del legittimo sovrano i traviati siciliani; ricordando a medesimi le sventure provate sotto il governo de’ settarii, e quelle che avrebbero potuto piombar sulla Sicilia. Inoltre assicuravali della clemenza del re Ferdinando II, e che ogni piaga si sarebbe molcita, ogni ferita risanata, se eglino avessero fatto senno. Ma nelle ire civili sono state sempre inutili l'esortazioni, sembrando baie le sventure ed eroismo affrontare i pericoli; perloché quel proclama altro non ottenne che virulente risposte e sconce caricature. Usa il forte e generoso guerriero, prima di assalire il suo avversario, di porgergli la mano, e se costui la respinge, calmo si apparecchia alla lotta: così fece Carlo Filangieri co' ribelli di Sicilia.

Quel generale in capo, prevedendo che sarebbe stato inevitabile un duello a cannonate tra la cittadella e Messina, avendo i rivoluzionarii alzato de’ fortini fin dentro la città, scrisse al comandante la squadra inglese, invitandolo a prevenire i consoli esteri per mettersi in salvo co’ loro connazionali, perché l lotta sarebbe inevitabile attesa l’intemperanza de’ ribelli.

Filangieri avea deciso di fare uno sbarco sulle sponde delle Moselle, affinché la guarnigione della cittadella avesse potuto concorrere alle operazioni di guerra con l’altra Visione. I siciliani aveano indovinato il disegno del generalissimo napoletano, e quindi si erano affrettati di alzare una batteria di cannoni sopra quella spiaggia, e propriamente allo sbarco del torrente Zaera; donde si poteano percuotere le navi che si fossero avvicinate alla sponda ed anche il fortino D. Blasco.

La mattina del 3 settembre, tre fregate, altri tanti vapori e sedici navi minori si presentarono di fronte alla batteria delle Moselle. I difensori della stessa rimasero tranquilli a quella vista: quando però la fregata Ruggiero trasse la prima cannonata, alzarono bandiera rossa e cominciarono a trarre contro la squadra. Quella lotta potea rimanere circoscritta in quel luogo, ma il forte Noviziato e le batterie, erette sulla strada Marina di detta città, aprirono il fuoco contro la cittadella. Il generale Pronio, dopo di aver fatto notare all’ammiraglio inglese la provocazione de’ ribelli, terribile rispose a’ colpi di costoro; e quindi la bella e sventurata Messina fu involta in un turbine di fumo di ferro e di fiamme. Le case de’ cittadini pativano danni incalcolabili, offese financo dagli stessi proiettili lanciati dal Noviziato contro i regi, perché, essendo, mal fusi e peggio diretti, invece di colpire al segno, spesso cadevano in città.

Il 8 settembre fu giorno nefasto pe' messinesi, i quali, spaventati, fuggirono fuori l'abitato, trasportando quanto aveano di più prezioso. I difensori di Messina, la maggior parte palermitani, trovandosi al coperto, la faceano da bravi, poco curando gl’infiniti danni di cui erano cagione.

Mentre la reina del Faro trovavasi in quella stato miserando, la fregata Roberto esegui la commissione ricevuta dal generale in capo, cioè alzò bandiera rossa e si avvicinò alla cittadella, essendo quello il segnale che avvisava il general Pronio di assalire la batteria delle Moselle con tre battaglioni di guarnigione che trovavansi pronti ad uscire da quella fortezza. In effetti quel generale assalì da una parte quella batteria, e dall’altra fu investita dalla soldatesca, sbarcata sul lido dalle navi, che correndo lungo la spiaggia, tiravano cannonate per offendere i difensori della medesima batteria. La quale, posta tra due fuochi, dapprima rispose con impeto, ma poi venne abbandonata, cioè quando i ribelli fu rono assaliti alla baionetta da un battaglione condotto dal valoroso tenente dello Stato maggiore Cosiron. Nel medesimo tempo, i marinari della regia flotta, scesi sopra piccole barche, assalirono e presero una scorridoia sicula, che facea fuoco da un punto donde non poteva essere offesa da’ grossi navigli. Fugati i difensori dalla batteria, si ritirarono chi in cittadella, chi sulle navi, tutti carichi d’armi, munizioni e provvisioni tolte a’ nemici. Intanto i rivoluzionarii, al vederli ritrarre, osarono vantar magne vittorie, non indovinando questa volta lo scopo del generale ir capo circa quella ritirata. Il corrispondent di Messina al giornale francese des Débate scriveva: «I napoletani hanno tentato uno sbarco, e sono stati respinti. I combattenti siculi portano per bottoni delle loro divise orecchie ed altri pezzi di carne strappata a’ nemici. I fanciulli, messinesi, vendono la carne napoletana arrostita sopra le graticole». Miloro, ed un Savoia, dicentisi colonnelli, spacciavano simili orrori quali prodezze rivoluzionarie. Che i settarii, di qualunque siasi nazione, avessero commesso sì spaventevoli inumanità da far raccapricciare gli stessi cannibali, non è da mettersi in dubbio; ma che i fanciulli, i figli della gentile Messina, avessero imitato quegli uomini senza cuore e senza Dio, potrebbe crederlo chi non conosce l’indole mite e generosa del popolo messinese (((73))).

Finita la lotta alle Moselle, continuò accanita quella tra’ fortini di quella città e la cittadella, durante tutto quel giorno e protraendosi per tutta la seguente notte. Invano il general Pronio fece più volte sentire a’ ribelli, per mezzo dell’ammiraglio inglese, che quella lotta era senza scopo militare e di gran danno alla città, e quindi che si desistesse; non fu inteso; anzi da questi ultimi si traeva con più accanimento, e quello era costretto rispondere ed arrecar danni alla sventurata Messina.

Le regie milizie della 1(a) divisione, che trovavansi in Reggio, il 4 settembre, ebbero ordine d'imbarcarsi e prepararsi allo sbarco presso Messina; ma furono trattenute colà da un forte temporale, che si protrasse per tutto l’intiero giorno 5.

All'alba del 6 settembre cominciò lo sbarco de’ napoletani, sotto la protezione della flotta, à tre miglia e mezzo da Messina, cioè verso il primo campanaro. Posero piè a terra, con poca opposizione, 6407 soldati, 255 uffiziali, Nunziante e Filangieri. I primi ad assalire il nemico furono i soldati marinari, indi il 1° battaglione cacciatori, che si slanciò nella lotta con meravigliosa intrepidezza; però i più valorosi vennero uccisi, perché combatteano un nemico Invisibile. Il supremo duce, che si tenea alle prime file degli assalitori, vista la disuguaglianza di quella zuffa, fece avanzare il 6° cacciatori, poi il 5°, il 3°, un battaglione svizzero ed in ultimo il 2° reggimento di linea.

Nunziante, che oprava in modo da girar la posizione del nemico, era impedito dalla difficoltà de’ luoghi e dal fuoco micidiale che gli si facea contro da ogni parte; tanto che venne ferito il suo subalterno brigadiere Lanza. Però, avuto a tempo l’artiglieria, sbaragliò i ribelli, è guadagnò la via consolare. Allora una parte de’ nemici lasciò il piano e corse sopra le vicine colline, donde percuoteva i regi con maggiori danni; l’altra parte rimase nelle case fortificate a far fuoco sopra la truppa, offendendola seriamente. Per la qual cosa divenne suprema necessità pe soldati, assalire quelle improvvisate fortificazioni, e per meglio snidare i difensori, l'incendiarono. In quelle che non si potea appiccare il fuoco, si abbatteano о si perforavano gli usci e le mura, introducendosi in quel modo dentro le case per combattere corpo a corpo gl'insorti.

Giunte le reali milizie tra villaggi di Contessa e Gazzi, a un miglio da Messina, trovarono una formidabile resistenza. Ivi fu strage di cavalli, soldati ed uffiziali; due pezzi di cannoni furono inutilizzati; ma, con estremo valore, quel passo fu superato, malgrado gl'incalcolabili danni ricevuti da ribelli. Inoltrate quelle nel villaggio Gazzi, colà trovarono altra maggiore opposizione; le case erano tutte fortificate e più di tutte la chiesa. Filangieri, per dare un diversivo al nemico, ordinò ad un battaglione del 3° svizzero e ad un altro del 3° di linea, sostenuti da quattro cannoni, di assalire la sinistra de' ribelli dalla parte de' giardini, fingendo di voler circuire i difensori di Gazzi. Però que' due battaglioni non potettero eseguire quella manovra, perché giunti presso il monastero della Maddalena, trovarono tali ostacoli, e si gran numero di rivoluzionarii, che indarno lottarono fino a sera senza poterli snidare.

Ad onta di ciò, tutt’altro avveniva in Gazzi; i Soldati assaltarono quel sacro tempio, ricatto luogo di abbominazione, sfondando le porte a cannonate, ed investendo il campanile, gremito di ribelli, che faceano un fuoco micidiale contro gli assalitori. Colà le stragi furono orribili dall’una e dall’altra parte; nell'assalto i danni maggiori toccarono a' regi e poi a’ difensori, cioè quando costoro furono investiti corpo a corpo. I superstiti ribelli di Gazzi, quando videro che la soldatesca si battea valorosamente, cominciarono ad esitare, e ciò fu sufficiente perché ripiegassero alla volta di Messina, sempre però combattendo ad oltranza.

Intanto scendea la notte, propizia a' combattenti; ma non era già apportatrice di tregue alle ire fraterne, solo facea rallentare i danni e le stragi. I regi bivaccarono sul campo di battaglia, orridamente insanguinato, ove si sentivano i lai de' feriti e de’ morenti; si vedevano gli spenti mutilati ed in vario modo caduti, e gl’incendii spaventevolmente illuminavano quella scena. inenarrabile. Il supremo duce Filangieri, dopo di aver provveduto a’ feriti e fatto seppellire gran quantità di morti, temendo disordini nella notte, rimase sul campo di battaglia, seduto sopra un cannone, ad onta dell’avanzata sua età e delle sue antiche ferite (((74))). Quella notte non passò tranquillas i regi erano spesso molestati da’ ribelli, e le bombe lanciate da costoro, arrecavano altri morti ed altri feriti.

Il generalissimo avea disposto che anche la Ia divisione, retta dal generale Pronio, avesse preso parte nel combattimento del 6 settembre. Difatti verso le 5 pomeridiane del medesimo giorno, quel generale, avuto il segnale dalla via di mare, usciva dalla cittadella con quattro compagnie del 4° di linea, tre del 6(e), una di pionieri e quattro obici (((75))). I regi erano bersagliati da una tempesta di schegge e di palle di moschetto, lanciate da’ ribelli appiattati ne’ vicini palagi, e da una batteria di cannoni innalzata nella strada d’Austria; nonpertanto baldanzosi si fecero avanti, ed occuparono l'edifizio del portofranco. I pionieri diedero principio a forare il muro che divide quell'edifizio dal monastero di S. Chiara; e mentre eseguivano quell'operazione, ricevettero un rinforzo di quattro compagnie del 5 cacciatori.

I ribelli, avendo preparata una terribile mina, le diedero fuoco e fuggirono: ne dovea seguire un gravissimo danno, cioè andar per aria il portofranco, il monastero di S. Chiara e tutti i palazzi prossimi a que' due fabbricati; ma le polveri, guaste dalle continue piogge, non presero fuoco. La maggior parte dei soldati, compreso il superato pericolo, immaginandone altri, diedero indietro ed in confusione; i nemici si avanzarono allo sbocco delle strade, che menano nel piano di Terranuova, e li fulminarono a fucilate. Vi caddero morti e feriti buon numero di regi, tra cui il capitano di artiglieria Pellegrino, e Mori colonnello del 4° di linea.

Nel medesimo tempo accadeva caso miserando: i pionieri, guarentiti dalle tre compagnie del 6° di linea, proseguivano a forare il muro tra il portofranco e il monastero di S. Chiara; il quale resisteva perchó fabbricata di mattoni della spessezza di cinque palmi. In quella cadde in mezzo a’ regi una bomba nemica da 12, che arrecò non poco danno; e per maggiore disgrazia, lo scoppio della stessa accese le cartucce che i soldati portavano addosso ne’ sacchi a pane, comunicandosi il fuoco dall’uno all’altro. Fu quello un momento tanto desolante che avrebbe fatto pietà al più fiero nemico, che non fosse stato rivoluzionario. I corpi di que’ miseri soldati sembravano piccoli vulcani ardenti, che scoppiavano ferendo gli altri vicini. La carne de’ medesimi prese fuoco; non pochi corsero al vicina mare e si gittarono nelle onde; sembravano falò spaventevoli, fuggenti e chiedenti aiuto: due intiere compagnie del 6° di linea perirono in quel modo orrendo! Per rinfrancare gli spaventati di quel disastro, corse. il 3° di linea, rimasto in riserva, e non valse a continuare la cominciata opera guerresca. Le tenebre dell’inoltrata sera. le fantasticherie de' soldati, che ad ogni piè sospinto vedeano mine e distruzioni, determinarono Pronio a far rientrare parte della su gente nella cittadella; il rimanente la scaglionò nel piano di Terranova; per guarentire il fianco dritto della 2(a) divisione, che bivaccava tra Gazzi e porta Zaera. Quella stessa notte, fece avanzare i guastatori svizzeri per distruggere la batteria nemica presso il monastero di S Chiara; e costoro, non solo adempirono bene la missione, ma inchiodarono i cannoni de' nemici e condussero nella cittadella ventiquattro barili di polvere.

Quando Filangieri intese i disastri sofferti dalla 1(a) divisione, ne fu dolentissimo, e capi che il suo disegno di guerra per impossessarsi di Messina non era più attuabile; quindi cambiò, ordinando a Pronio, per mezzo del capitano Ceci, dello Stato maggiore, d’investire il giorno seguente l'edifizio della Maddalena, ove sarebbe stato coadiuvato d’altri due battaglioni della 2(a) divisione. Egli deplorava le perdite avute fn quella sanguinosa giornata del 6 settembre; ed osservando che i ribelli erano ostinati a resistere ad oltranza, con tutti i mezzi distruttivi, lo funestava pensiero de’ danni a cui sarebbe esposta la sventurata Messina in un secondo e definitivo assalto. Nonpertanto, rivolto con maschio sorriso ad un suo aiutante di campo gli disse, in modo da essere udito da molti: Domani о in Messina, о cadrem tutti! E per mostrare co’ fatti di volere eseguire quanto dicea, diè! ordine alla flotta di ritirarsi a Reggio: rimanendo senza ritirata, e nell'alternativa di vincere о di essere massacrato con tutta la sua gente, in un non difficile rovescio. Egli imitò in parte un altro intrepido duce dell’antichità; il quale fece ardere la flotta, che avea condotti i suoi soldati, per far conoscere a costoro che la vittoria era per essi una suprema necessità di vita о morte.


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CAPITOLO XX

SOMMARIO

Le squadre palermitane friggono da Messina e commettono ruberie e nefandezze.! capi ribelli di Messina si rifugiano sulle navi estere e manifestano pretensioni insensate. Il 7 settembre si riaccende la guerra, e conseguenze della stessa. Filangieri conquista Messina, e ripara i principali danni. Il re largisce grazie. Il supremo duce estende la conquista in altri paesi di quella provincia. Francia ed Inghilterra impongono un armistizio. Conseguenze dello stesso. Altri disordini nel Napoletano. Il re risponde con le beneficenze.

I capisquadra ed i capi ribelli si erano di già convinti, che i regi non erano entrati in Messina al Aprimo assalto, a causa di tanti incidenti e straordinarie disgrazie avvenute tutte a favore degli assaliti; perloché, la notte del 6, cominciarono a svignarsela, prendendo la via opposta de' colli di S. Rizzo; ed il primo a darne l’esempio fu lo spavaldo La Masa con ottocento palermitani (((76))). Gl’infelici messinesi, rimasti in città, vedendosi abbandonati da chi avea giurato difenderli sino alla morte, anch’essi fuggirono. Furono incontrati presso il Gesso da una squadra di palermitani, che era sbarcata in Spadafora, per recarsi a Messina affine di difenderla. Però, quando que’ difensori della libertà ed indipendenza sicula seppero i fatti d’armi avvenuti il giorno precedente, e vedendo le altre squadre cariche di bottino, si argomentarono essere cosa più facile ed utile per loro assaltare le fuggitive famiglie messinesi, e spogliarle di tutto quel che portavano, anziché andarsi a cimentare co’ soldati vittoriosi del tiranno. In effetti quelle disgraziate famiglie ftìrono rubate da coloro che aveano chiamati fratelli, e, quel ch’è più, furono eziandio maltrattate nell’onore.

Io fui testimone di non pochi simili deplorevoli casi, avvenuti in quel tempo nefasto; e vidi più di una distinta giovanetta messinese, condotta dalle squadre, nel ritorno che faceano a Palermo; la quale, dopo di essere stata insultata, in quel modo che si potrà supporre, era poi costretta a portare in testa o sulle spalle, grandi e pesanti involti di oggetti rubati da’ difensori di Messina.

La Sicilia fu preservata da vandali; ma la riviera occidentale di quell’isola, cioè quella che da Messina corre fino a S. Stefano, soffri, nel settembre 1848, saccheggi e devastazioni, che non perpetrarono que’ barbari scesi irr Italia a’ tempi del basso impero.

Quelle orde di galeotti, dette «squadre della libertà» distruggevano tutto pel solo istinto della distruzione, e senza alcun loro vantaggio. Difatti esplodevano i loro fucili sopra gli animali domestici, che non servono di cibo agli uomini, sempre pel crudele piacere, di distruggere. Entrando in una cantina, dopo di avere bevuto a sazietà, faceano fuoco contro le botti, e il vino giù a torrenti; lo stesso faceano con le riserve dell’olio, non potendo portarselo seco, rompevano i vasi ov’era contenuto ed anche giù a terra, che era un crepacuore a vederlo. Quando invadevano qualche casina, gli oggetti che non poteano portarsi li distruggevano: ecco i liberatori della borbonica tirannide!

Varii paesi si armarono, ed in più luoghi avvennero serii conflitti, con la peggio de’ novelli vandali: l'arena della spiaggia di Capodorlando copre i tristi avanzi di qualche fratello liberatore della sicula schiavitù! Giunte' le squadre in S. Stefano di Camastra., città lontana da Messina circa 90 miglia, trovarono un cannone puntato in direzione di una lunga strada diritta, da cui doveano passare necessariamente quelle orde saccheggiatrici, perché da’ lati non vi sono che impraticabili dirupi. Ivi da’ cittadini di S. Stefano furono intimate a consegnare in dettaglio le armi e gli oggetti che aveano rubati; che poi furono restituiti a’ proprii padroni, avendo queglino mandata una circolare per tutt’i paesi prossimi a quella riviera, con l'indicazione di tutto quello che aveano tolto dagli artigli di que’ banditi. Vi erano asini, cavalli, argenteria, oggetti di belle arti, altre simili cose e qualche disgraziata giovanetta!

Meno sventurati furono tutti coloro che si rifugiarono sopra le navi estere, che trovavansi nel porto di Messina, ma i comandanti delle stesse ricevevano con più faciltà i capi ribelli, anzi che gl’innocenti cittadini. Il primo a salvarsi sopra un bastimento estero fu Piraino, capo del potere esecutivo di Messina, chiedendo colà protezione sin dalla sera del 6 settembre. Immediatamente lo seguirono Pracanica, Orsini ed altri capi, che erano stati i più spavaldi.

I capitani di vascello, il francese Nonay e l'inglese Roob, mandarono al Filangieri una lettera per la via della cittadella, nella quale gli diceano, che le loro navi, essendo ingombre di fuggitivi, non poteano contenerli, quindi lo pregavano di usar misericordia, accettando una tregua per addivenire ad un armistizio.

Il generalissimo napoletano ricevette quella lettera la mattina del 7, quando già cominciava ad investir Messina; sospese le ostilità, e mandò il suo capo dello Stato maggiore Picenna, per dire a que’ due capitani esteri, che farebbe grazia a ribelli, se avessero subito depositate le armi, ritornando all’obbedienza del legittimo sovrano; in caso contrario avrebbe proseguito la marcia sopra la città. I capi della rivoluzione, trovandosi in salvo sopra le navi di Francia ed Inghilterra, faceano i Rodomonti, ed osarono proporre patti insolenti, cioè da una parte permettéano che i regi entrassero in Messina, ma dall’altra pretendevano, che essi restassero nella pristina potestà (Cicero pro domo sua!); dippiù che la questione politica fosse decisa dalle Camere palermitane, e che fossero restituiti i loro prigionieri. Lo stesso Nonav disse a Picenna, che tali condizioni non poteano essere accettate dal generale Filangieri. Quando costui intese su quali basi volevasi un armistizio, esclamò: dovere ed onor militare mel vietano di acconsentire! e diè l’ordine a suoi di avanzarsi sopra Messina.

Garibaldi, quando trovavasi prigioniero nelle carceri di Gualeguay in America, pensava all’Italia, a modo suo, faceva versi alla stessa e li cantava; eccone alcuni: Io la vorrei deserta — e i suoi palagi infranti — pria di vederla trepida — sotto il bastón del vandalo— (leggi tedesco). Questo principio, espresso, nella sopra riportata strofa, dal nostro eroe dei due mondi, (oggi di due milioni) è quello di tutti i settarii, i quali, non avendo nulla da perdere, poco loro importa la distruzione delle città; eglino però amano il potere anche sulle ruine e sulle fumanti ceneri; una sola cosa importa loro, la pelle, e per questa non transigono, malgrado che si vogliono far credere Catoni, Orazii e Scevoli. Difatti il nostro eroe, dopo di avere abbandonata Mentana, seguito da’ suoi due figli, essendosi rifugiato dietro le schiere piemontesi, da li gridava: guerra! e quella guerra distrusse cinquecento volontarii italiani! Che importava al medesimo nostro eroe l'esterminio di tanti prodi ed illusi giovanotti, amore e speranza delle loro famiglie? Or se cosi operò Garibaldi in Mentana, vi maravigliate, lettori miei, che i rivoluzionarii di Messina, che valevano meno di lui, 18 anni prima, gridassero guerra di esterminio, rentre essi trovavansi in salvo sulle navi estere? Eglino dichiararono allo stesso francese Nonay di essere stati abbandonati dalle squadre palermitane e che non poteano più continuar la guerra: intanto non pensavano a salvare l’afflitta città da un furioso assalto! Fuggivano la guerra, e non voleano la pace; si dichiaravano impotenti a lottare contro i regi, e facevano a costoro proposte inaccettabili ed insultanti: ecco gli uomini che la sètta proclama eroi! Il sommo Piraino, capo del potere esecutivo, non si vergognò di scrivere a’ governanti di Palermo, di aver proseguita la disperata lotta, sicuro che era fatale per Messina, ma onorevolissima per la Sicilia: egli, in sicuro, tenea a grandissimo onore l’assassinio d’una primaria città d’Italia!

Come spesso suole avvenire nelle guerre disordinate, gli ultimi a sapere le catastrofi imminenti son coloro che debbano sentirne più di tutti le fatali conseguenze. Che le square palermitane fossero fuggite, che i capi ribelli si fossero messi in salvo, s’ignorava dal resto de’ difensori di Messina. Questi ultimi erano baldi e superbi pe’ danni che aveano recato a regi; la mattina del 7 settembre, con più coraggio si disponevano alla lotta, credendo che tutto andasse bene, e che i loro capi vegliassero su di loro. Appena cominciò la zuffa, quelli che si trovavano sopra le colline dalla parte orientale della città scesero al piano, fortificandosi nelle case con sacchi di terra e materassi su’ balconi, dietro de’ quali combatteano non visti. Eglino guerreggiavano, arrecando gravi danni alla truppa, ma senza essere diretti, ed in confusione; erano la maggior parte giovanotti reclutati nella stessa provincia di Messina, e credendo di essere sostenuti da’ palermitani, voleano dimostrare a costoro, non essere punto inferiori a’ medesimi, vantatori di prodezze. Quindi il principio della lotta fu accanita e micidiale.

Nel borgo S. Clemente, i regi della 2(a) divisione trovarono una forte resistenza, ove di una compagnia di svizzeri ne rimasero ben pochi. A porta Zaera altra zuffa più mortale avveniva, essendovi colà eretta una formidabile barricata, che fu assalita e presa dal 3° cacciatori e da un battaglione del 4° svizzero, uccidendo tutti i difensori della stessa. Bastò questo slancio di supremo coraggio e di rabbiosa vendetta, per destare un terribile panico ne’ ribelli. Dopo che. fu presa quella barricata, pochi soldati napoletani e svizzeri si impossessarono con sole grida di viva il rei de’ forti di Gonzaga, del Noviziato, di Realalto ed altri, inseguendo i nemici con la baionetta alle reni; i quali gettando le armi fuggivano su’ monti о nella città.

Tutta la soldatesca, sotto gli ordini immediati di Filangieri, era giunta a porta Reale, ed ivi fece alto per attendere l'esito della terribile pugna che accanita ferveva al monastero della Maddalena, ridotto a formidabile fortezza. Pronio, uscito dalla Cittadella con due battaglioni svizzeri, col 3° di linea, il resto del 6° e con un distaccamento di zappatori e pionieri, assali e scrollò le due prime muraglie che guarentivano il suddetto monastero. I ribelli faceano un fuoco vivissimo, arrecando morti e feriti nelle file dei regi, e caddero uccisi tra gli altri il tenente Rossi, aiutante di campo del general Zola, e il capitano di artiglieria Andruzzi. Il 2° battaglione del 4° svizzero assalì una batteria di mortai, che traeva contro la cittadella e la prese alla baionetta.

I superstiti difensori si rifugiarono nelle case presso il monastero, donde, uniti agli, altri, faceano un fuoco micidiale: però quelle abitazioni furono bruciate, e i difensori. parte perirono e parte salvaronsi con la fuga.

Rimanea l'edilizio del monastero, dal quale i regi erano fulminati in un modo spaventevole, essendo gremito di ribelli, è tra’ i più intrepidi si distingueva l'abate Crimi di Galati, quello stesso che fu arrestato il 1° settembre dell’anno antecedente e graziato per ¡speciale clemenza sovrana. Si tentarono varii smezzi per introdurre i soldati in quel fabbricato inespugnabile, ma tutto riuscì inutile, e gli assalitori erano decimati dalla mitraglia dal fuoco di fucileria. Fu allora che il colonnello Murald fece trarre varie cannonate a palla in un muro del monastero, producendovi alcuni fori; i quali ingranditi da’ guastatori, diedero comodo passaggio agli assalitori.

È indescrivibile la strage che vi fu in quel monastero della Maddalena, il quale venne allagato di sangue umano ed arso, bruciandosi amici e nemici; e nel furor della zuffa si uccidevano senza conoscersi. Ivi peri il valoroso colonnello Marmel del 4° svizzero, ivi perirono altri valorosi dall’una e dall’altra parte! ed i pochi ribelli, che rimasero in vita, trovarono scampo con la fuga.

Dopo i cruenti fatti del monastero della Maddalena, i rivoluzionarii tentarono resistere a porta Nuova, ove av vano sei cannoni in batteria; ma investiti alla baionetta, fuggirono: Messina rimase aperta a’ regi! Le squadre messinesi pugnarono con estremo valore; però essendo masse disordinate e senza un capo prode ed intelligente, dovettero cedere a soldati bene ordinati e diretti da uno de’ primi capitani de’ nostri tempi.

Era mezzogiorno del 7 settembre, quando Filangieri giunto alle mura di cinta di Messina, non trovando più resistenza, segnalò per telegrafo a Napoli: Messina è conquistata. Volendo poi preservare quella città dal furore della truppa, inviperita pe’ sofferti danni, fece far alto alle due divisioni, dando in cotai modo il tempo a’ fuggiaschi di mettersi in salvo: verso le due pomeridiane, in regolare ordine di marcia, fece entrare i soldati per porta Imperiale.

É difficile descrivere la confusione e lo spavento de’ desolati messinesi, vedendosi in balli della soldatesca che tanto aveano offesa ed in tutti i modi. Essi credevano che il supremo duce li avesse trattati con estremo rigore; quindi fuggivano all’impazzata, disperatamente chiamandosi con grida strazianti l’un l’altro, chiedendosi soccorso a vicenda; ma ognuno badava a’ proprii casi ed alla propria salvezza. Chi non fuggiva ratto veniva calpestato da quelli che lo seguivano; donne, fanciulle e fanciulletti, soli ed abbandonati, seguivano о precedevano la corrente de' fuggiaschi, che dirigevansi alla volta di S. Rizzo e del Faro.

La presa di Messina costò molto sangue ai regi, avendone versato più de’ ribelli, perché quelli combattettero a petto scoperto, e furono costretti di assaltare varii luoghi fortificati e ben difesi. Quella città era custodita da dodicimila uomini tra squadre e così detta truppa di linea; gli assalitori sommavano ad ottomila ottocento diciotto soldati e trecento cinquantacinque uffiziali. De’ primi non si sa il numero de’ morti e de’ feriti; de’ napoletani morirono otto uffiziali, cioè i colonnelli Mori e Marmel, i capitani Andruzzi, Pellegrini e Manuel, i tenenti Rossi, Monetti e Borrelli; altri trentotto vennero feriti. De’ soldati ne perirono centottantuno ed ottocento settantuno feriti; in tutto, fuori combattimento, mille e novantotto: quasi l'ottava parte dei combattenti! Il fabbricato di quella città soffrì danni incalcolabili; ciò si attribuì a gran colpa dei regi, ma doveasi invece ascrivere all’infamia de’ ribelli; i quali vollero alzare batterie di cannoni fin nelle principali strade di Messina, per tirare contro la cittadella, costringendola a rispondere alle offese. A questo proposito ecco come si esprime il duce Filangieri, in un rapporto diretto alla Camera de’ pari di Napoli: «Basta vedere come e dove erano situate le batterie de’ ribelli, a per convincersi essere inevitabile che tanto il fuoco di queste, quanto quello che faceasi per controbatterlo, dovea produrre i danni che Messina deplora nel suo bel fabbricato. Ma di chi la colpa? de’ palermitani ее soltanto: poiché se essi, direttori di quelle opere avessero avuto il solo disegno di conquistar la cittadella di Messina, senza produrre la rovina della città, avrebbero aperta la trincea ne’ campi al Sud di quella, e progredendo quindi con regolari approcci, dapprima verso il bastione D. Blasco, e traversando poscia il piano di Terranova, sarebbero giunti a coronare la cresta dello spalto, ed ivi collocate le batterie di breccia, si sarebbero successivamente impadroniti delle opere esterne, e da ultimo del maschio di quella cittadella».

Perché i ribelli non misero in esecuzione quel disegno di assedio? per la sola ragione che voleano combattere senza pericoli e comodamente dentro la città, pretendendo che i regi non controbattessero i loro micidiali colpi. Del resto i rivoluzionarii, se avessero un poco di pudore, non dovrebbero dir verbo circa i danni di Messina; essi che non si fecero scrupolo di praticare dieci terribili mine nelle strade principali, dando fuoco alle stesse prima di fuggire, con la certezza che i regi sarebbero saltati in aria, e per conseguenza co’ medesimi metà del fabbricato della bella reina del Faro.

Lo stesso storico rivoluzionario, il messinese La Farina ci racconta, che i regi, quando entrarono in città, trovarono le case ed i palazzi trasformati in fortezze, e le vie in molti siti minate. Intanto si ha tutt’ora l’impudenza di addebitarsi alla truppa napoletana i danni cagionati alla sventurata Messina!

Si gridò che i soldati avessero saccheggiato quella città, e si giunse a dire che Filangieri avesse permesso ventiquattr’ore di saccheggio; altri asserirono tre giorni. L’accusa contro quel supremo duce non merita risposta, perché oltrepassa i limiti dell’impudenza e dell'infamia; dirò soltanto, che tra’ regi forse vi siano stati quelli, che profittando del disordine, si fossero appropriati di qualche oggetto che poteano occultare ne’ sacchi militari о sia zaini. Però è noto che il Filangieri ordinò che si visitasse il bagaglio d’ogni soldato, e tutto quello che vi si fosse rinvenuto di provenienza furtiva fosse depositato, per essere restituito a’ proprietarii. Quell’ordine fu rigorosamente eseguito, creandosi a tale scopo una Commissione investigatrice, che adempì scrupolosamente le delicate sollecitudini del generalissimo. Messina, prima di essere abbandonata, venne manomessa e saccheggiata dalle squadre palermitane, le quali commisero altre nefandezze, che poi si addebitarono ai regi: la maggior parte di quelle squadre, come suole avvenire in tutte le rivoluzioni, era composta di galeotti condannati per delitti comuni.

Filangieri, appena entrato in città, si dedicò a fare estinguere gl’incendii; malgrado che i soldati non volessero prestarsi, ad ogni piè sospinto temeano lo scoppio di una mina: come accadde al convento di San Domenico, ove prese fuoco una riserva, e rovesciò parte di quell’edifizio. Inoltre cominciò a riparare i danni cagionati da sei mesi di terribile guerra; facendo puntellare gli edifizii crollanti, sgombrare le vie dell’immenso materiale, rifare il selciato, colmare i fossati, e riparare tante altre rovine di simil fatta.

I fuggiaschi cittadini, rassicurati dal contegno delle regie truppe, e più dalla clemenza sovrana, largita per mezzo di un duce umano e generoso qual’era Carlo Filangieri, ritornarono in folla nell’abbandonata città. Quel generalissimo, fin dal primo giorno del suo ingresso, in Messina, bandì perdono assoluto pe’ passati traviamenti politici, dedicandosi a rimettere le potestà civili e municipali, indi la posta, il servizio sanitario e le dogane. Facendo uso de’ sovrani poteri, de’ quali era stato investito, accordò a quella città il portofranco, da goderne anche i trentasette casali circonvicini alla stessa, e sospese il dazio del macinato. Dichiarò esenti d’imposte gli edifizii danneggiati nel tempo della guerra, e validi i pagamenti fatti al governo rivoluzionario.

Carlo Filangieri, sia per mostrare maggior sicurezza e forza, о per essere condiscendente co’ ribelli che si erano sottomessi, lasciò costoro negl’impieghi ghermiti nel tempo della rivoluzione: per quest’atto di troppa generosità, che ledeva gl’interessi degli altri, fu sopra ogni altra cosa lodatissimo, e non so se a ragione. Re Ferdinando sanzionò tutto quello che fece il suo generale in capo a favore de' rivoltosi e di Messina, cioè trattò quelli come onesti cittadini sostenitori dell'ordine sociale, e questa come città fedelissima, dandole quello che non aveano potuto ottenere le altre città a lui devote. Mi sembra che quel sovrano abbia imitato il buon Pastore, che lasciò le novantanove pecorelle, per andare a trovar quella smarrita, carezzarla e portarsela contento all'ovile sulle spalle. Per mostrarsi poi grato all'illustre duce supremo, Carlo Filangieri, principe di Satriano, lo insigni della Grancroce di San Ferdinando, mandandogli in dono quella che egli stesso solea usare.

Che cosa fanno di bello i rigeneratori dei popoli dopo che conquistano le città a loro ribellate? per non andar troppo lungi, se volete saperlo, ricordatevi i fatti di Genova del 1849, quelli di Pontelandolfo e Casalduni del 1861, e gli altri di Palermo del 1866: senza contar Capua e Gaeta! Dopo che il generalissimo Filangieri riordinò l'amministrazione, volse le sue cure ad estendere la conquista in quella provincia. Prima di tutto diè l’ordine a Marselli, comandante la fregata Roberto, d’impossessarsi di cedici barche cannoniere ed una scorridoia, che trovavansi nel porto, rifugiate presso le siavi estere; ed essendo state abbandonate da coloro che l’aveano guidate, divennero facile preda. Quella stessa sera, la medesima fregata uscì alla caccia del piroscafo Vesuvio, predato da' siciliani alla marina reale napoletana; il quale avea sbarcato a Spadafora 1500 uomini mandati da Palermo per soccorrere i ribelli di Messina; ed erano quelli stessi che saccheggiarono e perpetrarono tante infamie a danno delle famiglie fuggiasche. Il Roberto trovò il Vesuvio nel porto di Milazzo, guarentito dalle batterie di quel forte. I milazzesi persuasero le squadre palermitane ad andarsene e lasciare la fortezza alla Guardia nazionale; e questa, appena l’ebbe in suo potere, alzò bandiera bianca e si sottomise alle regie armi, consegnando il Vesuvio.

I cittadini di Milazzo, temendo di essere assaliti dalle squadre uscite da quella città, perché partigiani de’ regi, pregarono il comandante Marselli di sbarcare la sua gente per proteggerli. Ma quelle squadre, in cambio di rinzelarsi contro coloro che si sottometteano al legittimo principe, appena uscite da Milazzo, si diedero a saccheggiar le case di quella deliziosa campagna, ed i piccoli paesi che incontravano sul loro cammino. Dal Roberto sbarcò il capitano dello Stato maggiore Armenio, e con soli 40 soldati si spinse sino a Barcellona, 30 miglia al nord-ovest di Messina, ove fu ricevuto con grida di viva il re!

L’altra fregata il Ruggiero, sotto gli ordini di Lettieri, si presentò innanzi Lipari, e quella popolazione plaudente alzò la bandiera de’ gigli, festeggiando il ritorno della legittima potestà.

Rotta ed avvilita la rivoluzione, i soldati erano ricevuti dovunque con plausi, sebbene pochissimi di numero. Tutti i paesi erano in festa pel ritorno de’ regi, e chiedevano ftíttl soldati al generale in capo per essere guarentiti dalle incursioni delle squadre palermitane. La truppa si era avanzata fino a Barcellona dalla parte di tramontana, e alla Scaletta dall’altra che prospetta il mezzogiorno. Il riacquisto della Sicilia, in que' momenti, sarebbe stato facile, e difatti varii paesi e città aveano mandato commissioni al Filangieri per sottomettersi alla regia potestà. Ma una scellerata diplomazia, sotto pretesto di arrestare la effusione del sangue, impose un armistizio fatale, che fu causa d'altri torrenti di sangue e d'innumerevoli disastri.

Gli ammiragli, inglese e francese, di stazione nel porto di Messina, impegnarono il Filangieri a non avanzarsi più in là di Barcellona e ella Scaletta, fino a che, essi diceano, i loro governi avessero trovato il modo di pacificare le parti contendenti. In conseguenza di che l'inglese ammiraglio Parker diè ordine in iscritto a' suoi subalterni di usar la forza contro i regi, se costoro avessero continuata la marcia trionfale per conquistare il resto della Sicilia. Il sapremo duce scrisse al re, facendogli note le pretensioni brittanniche e francesi. Ferdinando II non accettò la mediazione, e ciò per non dar dritto d’intervento agli stranieri in un Regno indipendente; ma, volendo evitare una controversia co’ medesimi, ordinò al generalissimo di sospendere la marcia in avanti. Filangieri firmò un armistizio, dopo che furono determinate le necessarie condizioni dello stesso; e venne segnata una sona neutrale tra’ regi ed i rivoluzionarii: quelli si fermarono in Barcellona ed Scaletta, costoro retrocedettero al Tindaro, dalla parte del nord ed a Taormina dall’altra del Mezzogiorno.

Quell’armistizio, imposto da due prepotenti stranieri, affine di proteggere la rivoluzione boccheggiante, nessun danno arrecò al governo di Napoli, anzi diè il tempo necessario al generalissimo Filangieri di riordinare l’esercito che comandava, e dimostrare co’ fatti non esser quelle popolazioni sicule, nemiche al legittimo sovrano. In effetti quel supremo duce riunì in pochissimo tempo cinque battaglioni di volontarii tutti siciliani, che per ischerno i ribelli chiamavano gadduzzi (pollastri), perché portavano una grossa coccarda rossa in fronte ad un berretto di varii colori. Que’ volontarii, il 21 gennaio, furon condotti a Messina, per ivi assistere alla benedizione e ricezione delle bandiere, che ebbe luogo con pompa solenne, presenti gli ammiragli Donay e Paiker.

Quell'armistizio dimostrò sempre più essere il governo della rivoluzione contrario alle leggi umane e divine, dando a cittadini siciliani l'occasione di fare il confronto con quello regio. Filangieri, che dicevasi satellite della tirannide, governava Messina ed i paesi adiacenti con una moderazione che avea, direi quasi, della debolezza; egli vincitore usava generosità co’ vinti, e costoro in cambio, trascendevano in contumelie, violenze e minacce selvagge. Quel duce lasciava libera l'entrata e l’uscita d’ogni sorta di gente ne’ luoghi soggetti al suo dominio, non processando alcuno pe’ fatti della rivolta; mentre i governanti di Palermo proibivano qualunque commercio con Messina, spedendo inquisitori nelle province sicule per processare e fucilare tutti coloro che avesse о avuto relazioni anche di commercio con le città e paesi occupati da' regi. In Messina e ne' paesi circonvicini regnava il buon’ordine e la pace; i soprusi, i ladri, i sicarii erano spariti perché perseguitati dovunque. Nel resto dell’Isola era una desolante anarchia; si rubava e si assassinava pubblicamente ed impunemente. I così detti governanti non aveano né forza morale né materiale per infrenare i ladri, i manigoldi e gli anarchici; anzi essi medesimi erano derisi e minacciati da quella gente, anche per le continue pasquinate che faceano in Parlamento. Basti leggersi i diarii di quel tempo, per rimanere spaventati dello stato miserando in cui era caduta la fiorente Sicilia, in quel tempo che i patrioti la proclamavano redenta dalla schiavitù borbonica (((77))).

Mentre il duce Filangieri accordava a Messina il Portofranco, toglieva il dazio sul macinato esentava gli edifizii danneggiati da qualunque imposta, i redentori della Sicilia metteano novelle tasse, sebbene non le riscuotessero tutte, faceano nuovi debiti, s’impossessavano del danaro de’ privati, depositato nel Banco di Palermo, spogliavano le chiese, i conventi i monasteri dell’argenteria, vendevano i beni nazionali agli stranieri, imponevano prestiti forzosi con modi alla mussulmana; ed infine commettevano altre simili infamie; nondimeno aveano tanta impudenza da proclamarsi, in faccia all’Europa civile, umanitari!, progressisti, ottimi massimi; e Filangieri poi croato, Ferdinando II spoliatore, sanguinario ed incorreggibile tiranno!

L’armistizio, imposto dalla prepotenza straniera, fu una vera sventura per la Sicilia, essendosi prolungata per altri sette mesi una sfacciata spoliazione, una truce anarchia;ed infine costò la distruzione, di tanti paesi e città, già pronte a sottomettersi appena fu conquistata Messina, ed il massacro di migliaia e migliaia di cittadini e soldati. Ecco come intendeano proteggere quell'isola e i dritti dell’umanità que’ settarii diplomatici di Francia e d’Inghilterra, applauditi da’ loro fratelli, che sgovernavano in Palermo! Epperò quegli stranieri faceano i fatti loro, nulla curandosi delle sventure che ci apportavano.

Dopo l'armistizio, il governo inglese, por. far credere a’ gonzi che volea pacificare l’isola con Ferdinando II, proponea la Costituzione del 1812, mentre già sapea che il sículo Parlamento avea confermato il decreto del 13 aprile sulla decadenza de’ Borboni; anzi era stato quel governo il motore di quella insipiente conferma, perché in realtà non volea alcuna pacificazione tra Napoli e Sicilia; ma invece agognava un Regno siciliano, sotto il suo protettorato, per dissanguarlo, facendolo comparire ricco e florido in apparenza.

Dall’altro canto il governo francese volea proclamata la repubblica, e il ministro Bastide la consigliava a’ delegati siciliani, che, in quel tempo, andavano piatendo presso tutti i governi esteri; come se la libertà e l'indipendenza di un popolo si acquistasse con la protezione ed il braccio degli stranieri! Quella divergenza tra’ due governi protettori dei siculi ribelli, fece in modo da rompere gli accordi circa la forma di governo da imporsi alla Sicilia, ma fece prolungare la guerra a loro profitto; e quelle due potenti nazioni furono di accordo soltanto nell’inacerbire gli animi tra regi e ribelli, e vendere armi ai governanti di Palermo. Difatti lo stesso Cavaignac, presidente della repubblica francese; che avea detto a’ legati siciliani: aggiustatevi col vostro re, consigliato poi dal ministro Bastide, ordinò che si aprisse un credito pel sgoverno di Sicilia, affine di avere armi e munizioni. Gl’inglesi la faceano più sfacciata: Palmerston, tanto tenero di risparmiare il sangue de’ siciliani e de’ napoletani, ordinò che si dessero a quelli 24 cannoni dell’artiglieria reale—pagandoli già s’intende—Quando il nobile lord intese che Ferdinando II fece le sue lagnanze per quel dono fatto ai ribelli, rispose: che avea dati, que’ per inavvertenza. Cotesti langravii della democrazia si credono anche nel dritto di far gl'irrisori diplomaticamente, ed insultare con modi triviali chi è meno forte di loro: ma ih giorno del redde rationem giunge per tutti!

Il governo di Palermo, dovendo rifare l’esercito per opporlo a quello di Napoli, decretò un altro prestito nazionale, imponendo a’ ricchi di quell’isola di pagar tre milioni di ducati in ventiquattr’ore: altro che governo turco!... Di più, sospese i pagamenti de' Banchi, creò carta moneta fino a tre milioni trecentomila ducati, e mise in vendita i beni ecclesiastici! Avendo poi trovato a fare un prestito di quattro milioni e mezzo di ducati col banchiere francese Blaqui, mise in vendita tutti i beni nazionali, ordinando al ministro delle finanze di emettere trecentomila biglietti ossia azioni di ducati dodici cadauno, con gl’interessi del quattro per cento, obbligando i ricchi siciliani a comprarseli in moneta sonante. Non contento ancora, il 20 dicembre, ordinò un altro mutuo di un milione e mezzo di ducati, da pagarsi in giorni da Comuni; i quali ne dovettero pagar poi tre milioni. Furono queste le prime conseguenze finanziarie dell’armistizio imposto dagli umanitarii inglesi e francesi! Nel tempo stesso, che quel rivoluzionario governo dava piena esecuzione e quella inqualificabile spoliazione, rifaceva l'esercito, ponendovi uffiziali e volontarii francesi ed inglesi, reclutando svizzeri, belgi, alemanni e tanti altri stranieri; i quali, vissuti nelle sette e nelle ribellioni, speravano far fortuna in Sicilia. In Palermo arrivavano grosse navi estere, cariche di armi, munizioni ed arnesi militari, e tutto si pagava con l'argento rubato legalmente alle chiese.

Si ordinarono sei campi permanenti, cioè in Taormina, Catania, Siracusa, Girgenti, Trapani e Palermo. Nel principio del 1849, si munì Taormina, si trincerò Catania, accrescendosi le guarnigioni, e si stabilirono altri due campi uno a Castroreale, l'altro al Tindaro presso Patti.

Intanto il ministero siculo dava lo spettacolo di una lanterna magica, ogni momento salivano e scendevano nuovi ministri; i quali si bisticciavano tra loro, svergognandosi l’un l'altro, e qualcheduno de' medesimi poco mancò di essere ucciso, come avvenne a quel bonomo del principe Spedalotto, che si salvò a mo' di miracolo. Era costui ministro della guerra, essendo forte di testa, nondimeno fu surrogato da La Farina, che giammai avea toccato armi, e intanto pretendea saperne di più di un Napoleone I! Nel dicembre del 1848, tutti i ministri si dimisero, ed il presidente Ruggiero Settimo, a gran fatica potette formare un nuovo ministero, che non esercitò il potere, perché dimesso appena nominato; perlocché quel presidente fu costretto pregare i primi ministri dimissionari a rimanere in seggio; ed erano essi Torrearsa, Morano, Errante, La Farina ed Ondes. I deputati rincarivano la dose col far progetti ed interpellanze da matti; e la Camera de' pari in opposizione con costoro e col ministero, accrescea la baraonda. Se i padri della patria sbizzarrivano in quel modo, si potrà supporre benissimo in quali tristissime condizioni versava la sventurata Sicilia. Tutto era anarchia, e tutti i tristi gridavano libertà, intendendola e praticandola a loro modo. Un sol potere esisteva ed era potentissimo, quello di spogliar le chiese, i monasteri, i conventi ed i ricchi cittadini.

Il governo siculo era eziandio potente nel mettere in disordine le province al di qua del Faro; esso facea ogni sforzo per tenera sempre in ¡scompiglio il Napoletano; e oosi paralizzare quelle forze che il governo di Napoli usava contro di lui. Difatti, mentre l'esercito comandato da Filangieri, si preparava a conquistar la Sicilia, i faziosi napoletani, per aiutar quelli siciliani, tentavano creare ostacoli al governo col far dimostrazioni sediziose; sperando, che questo, timoroso di una altra rivolta sul continente e nella stessa capitale, arrestasse le operazioni di guerra dirette contro quell’isola.

Il 5 settembre accadde un’altra zuffa in Napoli tra’ popolani di S. Lucia ed i bravacci della rivoluzione, rimasti a spasso dopo la chiusura del Parlamento. La truppa volea, dare a questi ultimi una condegna lezione alla soldatesca, ma fu trattenuta dagli uffiziali; di modo che rimase fremente spettatrice, vedendo battuti i popolani, che gridavano viva il re, da’ camorristi al soldo della sètta. Una pattuglia, giunta sul luogo della zuffa, non soffrendo più di vedere bastonati coloro, che acclamavano il sovrano e le regie milizie, tirò qualche colpo di fucile in aria, e questo fu sufficiente per far fuggire que' motori di disordini ed i loro capi. Erano già sopraggiunti gli altri popolani del Mercato, per aiutar quelli di S. Lucia, e varii uffiziali li persuasero a ritornare indietro. In quel tafferuglio furono arrestati il duca di S. Donato e Filippo Campelli.

In varii paesi e città del Napoletano si tentarono disordini, come eco a quelli avvenuti in Sicilia. In Spezzano si gridò repubblica, lo stesso in Castrovillari; con pochi soldati e poche fucilate rientrò tutto nell'ordine. Altri tafferugli vi furono in quel tempo in Caserta, Pozzuoli, Orsara e Lavignano; come già si è detto, altro scopo non aveano se non quello di aiutare i ribelli di Sicilia, con attirare l'attenzione del governo sul continente. Però la sera del 7 settembre, giunta e pubblicata la segnalazione telegrafica di Filangieri, con la quale dicea al re: Messina è conquistata, al sentirla i rivoluzionari allibirono, e quatti quatti si ritirarono, atteggiandosi a cittadini pacifici ed onesti. Nonpertanto rimanea ad essi il conforto di un’altra riscossa sicula, sapendo che i siciliani erano protetti da’ filantropi governi di Francia e d'Inghilterra, e che si preparavano per tentar di nuovo la sorte delle armi.

Il governo del re, in cambio di trattare i faziosi dimostranti secondo i loro meriti, si cooperava rimarginar le piaghe fatte da medesimi a questo Regno, col levare i debiti, che gravano sul popolo sovrano, regalatigli da’ padri della patria. Nel mese di settembre di quell’anno 1848, sospese il dazio di un ducato a quintale sopra i grani esteri; indi creò una rendita di ducati seicentomila, pari al capitale di dodici milioni, affine di colmare il disavanzo fatto dal governo rivoluzionario Decretò che non si mettessero altre gravezze per pagare ¡’interesse de’ nuovi debiti, invece vi supplisse la Cassa di ammortizzazione per un milione e seicentomila ducati annui. Nel medesimo tempo non lesinava trascurando le belle arti e le scienze; in effetti aumentò le piazze per gli artisti pensionati, che studiar doveano in Roma, accrescendo anche le doti da ducati 3781 a 4960. Istituiva un quarto ufficio di scritture per le lingue orientali, onde meglio illustrare i codici del Museo.


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CAPITOLO XXI

SOMMARIO

Congressi in varie città d’Italia. Assassinio del conte Pellegrino Rossi. Assalto del Quirinale. Il Papa fogge a Gaeta. Incontro col re. Soggiorno di Pio IX in Gaeta e sue proteste contro i rivoluzionarii di Roma. Fine dell’anno 1848. Trattati di commercio ed opere pubbliche fatte da Ferdinando II. Necrologia. Giornali che si pubblicarono nel Regno nel 1848.

Per conoscersi le cause che produssero gli effetti tristi ed esilaranti nel Regno delle Due Sicilie, è necessario che rivolgiamo un'altra volta Io sguardo sul resto dell'Italia, per vedere quel che ordisce la setta a danno dei troni e de' popoli.

Già l’italica stella rivoluzionaria, dopo che brillò sopra i campi di Goito e Pastrengo, andavasi ad ecclissare a Palmanova, a Villafranca, a Custoza ed a Milano. Carlo Alberto, dopa le sofferte sventure della guerra, era costretta di sentire le maledizioni e le minacce che gli lanciava la setta da lui protetta diplomaticamente e con le armi. Il potere dell’italiche contrade già gli sfuggiva dalle mani; lo stessa Piemonte lo avversava e lo respingeva dal suo seno: lo contrariavano i buoni perché avea protetto i settarii, e costoro l’odiavano perché si credevano da lui traditi. Per la qual cosa tutti gli Stati della Penisola divennero focolai di pratiche e progetti tendenti, non solo a disfarsi del Papa e di Ferdinando II, ma del medesimo Carlo Alberto, per proclamare la repubblica dall’Alpi alla Sicilia; essendo questo l'essenziale programma di tutti i rivoluzionarii, per progredir sempre fino all'anarchia materiale e morale.

L’abate Vincenzo Gioberti, si disse contro i voleri del suo re, inaugurava in Torino il Congresso federale italiano. Altri ongressi s’inaugurarono in altre città italiane, cioè Tomaseo in Venezia, Montanelli in Firenze, Marmiani in Roma; e tutti erano dedicati a calunniare ed annientare la monarchia, fosse questa assoluta o costituzionale. Quel sommo ate, con programma del 7 settembre, nell’annunziare il Congresso, tra gli altri Stati della Penisola, nominava il Regno di Napoli distinto da quello di Sicilia. Vi concorsero in Torino trecento uomini sommi, come essi medesimi si qualificarono, senza mandato legale né de’ governi né de’ popoli. Vi erano due siciliani, Perez e Ferrara, di Napoli sei, cioè Pierangelo Fiorentino, Pietro Leopardi, Giovanni Andrea Romeo, Giuseppe Massari, Giuseppe Ricciardi e Silvio Spaventa. Il Gioberti, concionando, li proclamò nomi eroici e cari, mentre la maggior parte erano notti oscuri о fatali: che cosa volete? i grandi strafalcioni son patrimonio degli uomini grandi.

Que’ trecento uomini (nomi eroici e cari) ciarlarono molto in proteste contro i sovrani, si applaudirono tra loro, encomiarono i ribelli d’ogni paese, e nulla conchiusero; malgrado che si fossero proclamati in Congresso costituente. Essi cianciarono di bandiera federale, di eserciti, di Consiglio di ministri, di corpo legislativo e di presidenti; e le loro ciance non ebbero alcun effetto. Il Congresso federale di Torino non era di accordo con quelli di Venezia, Firenze e Roma; Tomaseo, Montanelli, Mamiani e Gioberti presentarono programmi inconciliabili tra loro. Quest’ultimo avea riunito quel Congresso per cacciar gli austriaci dall’Italia con le forze di tutti gli Stati italiani; gli altri tre questionavano se la nazione fosse l’universalità de' cittadini d’Italia, associati sotto un sol patto federale, о quella degli Stati della medesima e non già gl’individui confusamente considerati. E mentre si questionava sull’unità federativa, e su quella assoluta, i tedeschi invadevano gli Stati della nostra Penisola! I demagoghi romani, intesa la sconfitta di Carlo Alberto, voleano armi per respingere essi i tedeschi dall’Italia; ma la vera ragione era quella per servirsene onde abbattere il governo pontificio. Perché il Papa dichiarò, che si difenderebbe in casa propria, ma non andrebbe a far guerra offensiva, sbizzarrirono contro il medesimo con più accanimento, gridando: Morte a’ preti, viva il governo provvisorio! Essendo il ministro Mamiani il motore di quelle pretensioni e minacce, Pio IX, per salvar Roma da maggiori mali, lo depose, e chiamò il Galletti per formare un nuovo ministero; e perché questi volea continuare l’opera del suo predecessore, fu costretto eziandio ad esonerarlo dall'incarico datogli, conferendolo invece al conte Pellegrino Rossi. Era il Rossi un nome caro all'Italia, già chiaro nel mondo politico e scientifico per sensi moderati, pensamenti profondi e per odio alla sfrenata libertà. Questo novello ministro, seguendo il (pensiero del Papa, fece delle pratiche per la lega italiana difensiva; a quale scopo si era recato a Roma anche il genovese abate Rosmini.

Quella lega e quella temperata libertà romana non poteano andare a sangue, a chi volea pazzamente combattere i tedeschi forti e vittoriosi, e proclamare la repubblica rossa; quindi si cominciò a calunniare Pellegrino Rossi, quale intruso straniero in Roma, dandogli del traditore e peggio; e si decise la sua morte nel Circolo popolare del Palazzo Fiani, ov'era presidente un tale Sterbini. La sera del 14 novembre, presente costui, al teatro Capranica si estrasse a sorte il nome di colui che dovea assassinare il ministro Rossi: uscì dall'urna un tal Brunetti, parente del soprannominato capopopolo Ciceruacchio. La mattina del 15, quel ministro dovea recarsi al palazzo della Cancelleria, e fare il suo discorso-programma; era stato avvertito di non. andare, ma egli, sprezzando le minacce, vi si recò alle due pomeridiane. Lo attorniarono varii congiurati mentre saliva i primi gradini della scala di quel palazzo; uno gli si avventò col pugnale brandito, e gli vibrò un colpo, tagliandogli le carotidi; Rossi cadde senza dir verbo, e spirò dopo poco nelle stanze superiori.

Saputosi quell'assassinio nella Camera, i deputati ed il presidente Sturbinetti proseguirono senza emozione la tornata. L'assassino del conte Rossi fu da' settarii proclamato salvator della patria! ed i congiurati lo condussero in trionfo, recandolo fin sotto le finestre della casa dell'ucciso, per insultare la desolata famiglia. Quella sera, la santa città presentava un aspetto luttuoso e sinistro; l'assassino del ministro, unito a' suoi complici, con torce accese percorsero le principali strade di Roma, cantando: Benedetta quella mano — che il tiranno trucidò! La rivoluzione era al suo apogeo...!

Quell'assassinio fece grande impressione in tutto il mondo incivilito, e principalmente in tutti coloro che teneano le redini del governo. Fin d’allora l'emigrazione di alti personaggi romani cominciò su larga scala: quella città, intrisa del sangue dell'illustre e benemerito Pellegrino Rossi, mettea. spavento. Pio IX rimase intrepido al suo posto, malgrado che fosse oltre ogni dire addolorato, e più di tutti corresse serii pericoli.

Quella stessa giornata, 15 novembre, Sterbini e il principe di Canino, dopo di avere riuniti i più facinorosi settarii, fecero battere la generale, e si avviarono al Quirinale, ov'era il Papa, apportando anche un cannone. Ivi assediarono Pio IX., prendendo a sassate le finestre di quel palazzo apostolico, bruciando il portone dal lato della strada Pia e tirando fucilate all'impazzata. Caddero estinti vari soldati svizzeri e monsignor Palma: lo stessa Santo Pontefice corse gravi pericoli, e non fu ucciso, perché concedette, protestando, tutto quel che vollero quegli arrabbiati anarchici.

Quella sera, il Circolo popolare diè fuori un manifesto, col quale si dichiarava il solo rappresentante la vera ed assoluta volontà del popolo; assumendo di assicurare la vita e le sostanze de’ romani, fino a che non sarеbbe costituito un governo. Tolse le guardie svizzere al Papa; ed in cambio mandò de’ manigoldi, vestiti da guardie nazionali, per tenerlo prigioniero. Pio IX, riunito il corpo diplomatico, protestò innanzi allo stesso di non esser più libero, e dichiarando che non prendeva più parte al nuovo governo. (((78)))

La vita del Sommo Pontefice era in un pericolo permanente; i ministri di Spagna e di Baviera si argomentarono metterlo in salvo dalle insidie settarie; ma Egli non potea determinarsi di lasciar la sua diletta Roma. In quella gli giunse un involto suggellato da parte del vescovo di Valenza che conteneva una piecola pisside: era quella stessa che Pio VII portava sospesa al collo, con dentro il pane eucaristico, nel tempo delle sue sventure, persecuzioni e peregrinazioni. Il nono Pio, scosso da quella coincidenza, che sembrava un avvertimento a mettersi in salvo, si decise di allontanarsi da’ suoi traviati figli.

Il conte Spaur, ministro di Baviera, presso la S. Sede, preparò tutto per la fuga del Papa. Quel conte avea abituate le così dette guardie nazionali, che custodivano il Quirinale, a vedere entrare ed uscire carrozze di, prelati e diplomatici. La sera del 24 novembre, si recò presso il Pontefice, indi a poco fu seguito dal ministro di Francia, il duca Harcourt. Il Sommo Pio, dopo di avere scritta una lettera, diretta al marchese Sacchetti, foriere di Palazzo, nella quale gli raccomandava i suoi familiari, indossava gli abiti di semplice prete, ed all’ora convenuta, si avviò col bavarese ministro per la maggiordomia, lasciando nelle sue stanze l’altro ministro francese, come se questi stesse in colloquio con Lui. Scese, la scaletta del corridoio detto degli Svizzeri, e montato in carrozza, insieme alla sua guida, uscì dal portone maggiore, dirigendosi a S. Giovanni Laterano, ove cambiò vettura e proseguì la via per la valle della Riccia. Colà trovò una altra carrozza di posta e la contessa Spaur, moglie del ministro di Baviera, che attendea con due suoi figli. Montò in quella vettura, ove potea supporsi di essere l’aio de’ figli di quel benemerito conte, e proseguì il viaggio per Gaeta.

Raccontasi che la pia contessa Spaur, avesse voluto stare in ginocchio nella carrozza, perché alla presenza del Vicario di Gesù Cri sto; ma questi noi permise: quando però vide il Papa con la testa fuori lo sportello, e guardato con attenzione da molte persone, ad alta voce e severa gli disse: Signore abate, non vi distraete, badate a vostri allievi.

Pio IX trovavasi in quel viaggio nella identica posizione del re di Francia, Luigi XVI, quando costui, il 20 giugno 1791, fuggì da Parigi per salvarsi da’ demagoghi francesi. Quell’infelice sovrano, a causa dell’imprudenza di cacciarla testa dallo sportello della carrozza, e guardare la gente ed i luoghi che transitava, fu conosciuto in Varennes da un tal Drouet; e quindi arrestato e ricondotto a Parigi, ove fu assassinato da’ settarii dopo 19 mesi ed un giorno, cioè il 21 gennaio 1793.

L’apostolico Pellegrino viaggiò a gran corsa per tutta la notte, cambiando spesso i cavallini dì seguente, alle 9 del mattino giunse a Mola di Gaeta; e, da incognito, prese alloggio nella locanda di Cicerone; ov’era stato preceduto dal cardinale Antonelli, anche da sconosciuto, e dal cav. Arnau, segretario dell’ambasciata spagnuola. Dopo di essersi riposati, si condussero tutti a Gaeta, ad eccezione del conte Spaur, che proseguì il viaggio per Napoli.

Il governatore di Gaeta era sulle spine, pensava di arrestare i suoi ospiti, esso vedeva qualche cosa di misterioso; maggiormente che il cav. Arnau avea scambiato il suo passaporto col conte Spaur, ed essendosi annunziato ministro di Baviera, presso la S. Sede, non sapea rispondere in tedesco. Quel governatore, mentre facea sorvegliare i suoi ospiti, segnalò a Napoli e chiese istruzioni.

Il conte Spaur giunse a Napoli la sera del 25 novembre, ed in compagnia del Nunzio, Apostolico monsignor Garibaldi, presentò al re Ferdinando II una lettera autografa del ramingo Pontefice; con la quale questi gli manifestava la sua presenza nel Regno, chiedendogli ospitalità. Il religioso monarca al leggere quell’autografo, pianse di pietà ed insieme di gioia. Immantinenti diè gli ordini opportuni: fece chiamare de' mercanti e de' sarti, da quelli prese panni, stoffe ed altro, e questi ultimi furono imbarcati per Gaeta, onde eseguire tutti gli abiti che fossero necessarii al Papa ed a’ cardinali, alcuni di già giunti in quella fortezza, altri ancor per la via: le fregate Roberto e Tancredi, in pochissimo tempo, furono caricate d’ogni ben di Dio.

Da molti napoletani si notò esservi in Corte qualche cosa di straordinario, perché, in tutta quella notte, si videro uscire ed entrare non poche carrozze dalla Reggia, e negli appartamenti reali si osservavano molti lumi, parte dei quali sempre in moto.

Sul cadere di quella notte, il re con la real famiglia, i due fratelli, conti d’Aquila e di Trapani, il cognato D. Sebastiano Infante di Spagna e numeroso seguito s’imbarcarono, dirigendosi alla volta di Gaeta: seguivano la stessa rotta due battaglioni de’ granatieri delle Guardia per fare il servizio di onore all’eccelso ospite. Appena sbarcato Fernando II e il suo seguito sulla banchina di porta di mare, venne incontrato dal governatore generale Gross, il quale non sapea qual caso straordinario avesse determinato la real famiglia a recarsi inaspettatamente in quella fortezza. Il re voltosi al governatore, gli domandò: Generale, dov'è il Papa?—In Roma gli rispose costui —Che oculato governatore, soggiunse il Re: egli ha il Papa nella Piazza e nulla sa! Quel povero generale si ricordò de’ suoi misteriosi ospiti, e rimase mortificatissimo.

Il re, con tutto il suo seguito, corse frettoloso alla locanda del Giardinetto — oggi detta di Pio IX — ov’era alloggiato il Sommo Pontefice. Questi scese ad incontrarlo: tutti s’inginocchiarono a piè della scala, e il Papà li benedisse. Fu quella una scena di grandissima sorpresa pe’ cittadini di Gaeta; vedendo il sovrano e la real famiglia in ginocchio binanti un povero prete, alloggiato in una modesta locanda! Quel prete ramingo fu condotto immediatamente al palazzo reale e con tutte le manifestazioni del più profondo rispetto e venerazione.

Ferdinando II, sovrano pio e veramente cattolico, lieto per la preziosa presenza di tant’ospite, volle che in Gaeta non si badasse a lui, ma tutti gli onori fossero pel sommo Gerarca. Onde che stabilì una Corte pel Papa splendida per quanto la ristrettezza di quel palazzo regio lo comportava. Destinò al particolare servizio del S. Padre Pio IX il maggiore del 2° svizzero, Augusto di Jongh, ed il tenente del 1° granatieri della Guardia, Ferdinando Frezza (((79))). Era commovente vederlo a lato di Pio IX, marciando sempre un passo indietro del medesimo, e sempre col capo scoperto, malgrado che il suo augusto ospite lo esortasse a coprirsi e camminare a paro con Lui.

In pochi giorni Gaeta attirò gli sguardi di tutto il mondo; e sopra quella rocca si rifugiarono eziandio tanti illustri personaggi per nascita, grado e dottrina. Fra tanti generali, ministri, marchesi, duchi, principi romani, prelati e cardinali, notavasi il fratello del Papa, conte Gabriele Mastai Ferretti col figlio Luigi.

Mentre i buoni napoletani godeano di una santa gioia, sapendo esservi nel Regno il Vicario di Gesù Cristo, i settarii, simili al Satana di Milton, ed in corrispondenza con quelli di Roma, andavano spacciando contumelie e calunnie contro il re; dicendo persino che costui tenesse il Papa come suo prigioniero. Difatti sulle cantonate di Napoli si leggevano infami libelli, e tra le altre cose si asseriva, che la fuga di Pio IX da Roma fosse stato un concerto di Ferdinando II co’ cardinali, allo scopo di spaventarlo, ingannarlo e costringerlo a secondare una politica reazionaria. II vero popolo però, dotato di quel buonsenso che fa difetto in quella classe che dicesi pensante, sprezzava quelle insulse e spudorate calunnie, ed altro non sentivasi gridare dallo stesso che: Viva Pio IX, viva il nostro re Ferdinando II!

L’esercito napoletano, per rammentare ai posteri la venuta in questo Regno del Sommo Gerarca, fece coniare una medaglia con l’effigie del Papa e del re, con questa scritta: Pio IX P. O. M. Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie 1848; e al rovescio: Gaeta — l'armata napoletana a memoria dell'esule Pio in Gaeta sacrava al suo amato Re 26 novembre. Di quelle medaglie se ne fecero di bronzo, di argento e di oro.

I cattolici di Francia, Spagna, Baviera ed altri regni mandarono offerte, anche in danaro, all’esule Pontefice, ed accompagnate da teneri e rispettosi indirizzi, in cui lodavasi eziandio la pietà del re Ferdinando II. Cavaignac, presidente della repubblica francese, appena intese i pericoli che correva il Papa, mandò a Civitavecchia 3500 soldati per difenderlo; essi ritornarono poi in Francia quando soppesi che Pio IX era in salvo presso un sovrano religiosissimo.

Dopo che parti il pontefice da Roma, i ministri di quella scompigliata città si diedero da fare, per compiere la loro opera nefanda e sacrilega, spogliandolo del Principato civile, per ¡spogliarlo poi, se avessero potuto, di quello spirituale. Mamiani, dimesso dal ministero, volle rimanere in seggio, e pretendea di essere riconosciuto da’ legati esteri; ma costoro non ne vollero saper né di lui e né del governo che intendeva rappresentare. Que’ ministri scrissero al Papa in Gaeta, ed ipocritamente dichiararono che avrebbero mantenuto l'ordine, supplicandolo di ritornare a Roma, о almeno di manifestare la sua volontà. Que’ ministri demagoghi erano spaventati, perché non sapeano qual sarebbe la risoluzione de’ potentati di Europa, circa una questione che interessava il mondo cattolico; quindi avrebbero voluto il Pontefice presso di loro per tenerlo in ostaggio, e proclamare la repubblica a nome dello stesso sovrano che voleano spodestare.

Pio IX rispose con una protesta, dichiarando che avea ricevuto violenza da coloro che si diceano suoi, ministri, ed annullava tutti gli atti de’ medesimi, perché intrusi e senza autorità. Si fece di tutto da’ settarii per fargli revocare quella protesta; ma senza effetto: il famoso non possumus di quel gran Pontefice, la prima volta che si fece sentire con solennità fu dalla rocca di Gaeta.

Montanelli, ministro del governo rivoluzionario di Toscana, avendo inteso i fatti accaduti in Roma, mandò in quella metropoli Giovambattista La Cecilia, già fatto colonnello senza soldati, per consigliare i consettarii di andare avanti, proclamando la Costituente ed abolendo la sovranità temporale, lasciando incolume quella spirituale. Questi messeri, cominciarono col dire di voler togliere un peso a' pontefici romani esonerandoli del Principato civile, perché di ostacolo, dicono essi, all'esercizio della potestà spirituale. Vedete quanto son teneri per la religione di Cristo! Intanto apprendiamo dall'istoria e da' fatti che si svolsero e si svolgono sotto i nostri occhi, che essi abbattono la potestà temporale dei Papi, per distrugger poi con più faciltà quella spirituale, essendo questo il compimento del loro programma. Non credo necessario a dippiù dimostrarlo, basti leggere gli atti governativi de’ ministeri del Regno d’Italia, dacché i nuovi apostoli si sono insediati in Roma.

Mamiani, che avea detto più volte, altra missione non avere i Papi che pregare e benedire dal Vaticano (((80))), dichiarando anche superfluo qualunque culto esterno, fece tesoro de’ consigli del confratello Montanelli; ed in effetti, il 1° dicembre salì alla tribuna, e senza mandato propose la Costituente italiana in Roma. In quel tempo i faziosi italiani aveano alzata la cresta, perché era caduto dal potere Cavaignac e salito alla presidenza della repubblica francese, quel Satana in forma umana di Luigi Bonaparte; il quale avea fatto tante promesse nelle congrue demagogiche e specialmente circa gli affari d’Italia. Per la qual cosa Aurelio Saffi, Sterbini, Galletti, Camarata ed altri cominciarono a lavorare più alacremente per raggiungere il loro prefisso scopo, cioè di proclamare la repubblica. Fecero venire indirizzi dalle province romane, co’ quali s’incitavano i deputati a creare un governo provvisorio, proclamando la Costituente. Però i deputati, non solo si negarono, ma chiusero le sessioni ed andarono via, convinti che si volea lor fare violenza. Fu allora, il 29 dicembre, che Galletti e Camerata proclamarono l'Assemblea Costituente romana, in conseguenza di che dilapidazioni dell’erario, ruberie, debiti, carta-moneta e disperazione, col seguito di furti, omicidii di gente innocua, ed anarchia. Intanto quello stato di cose dovessi chiamare libertà, indipendenza, rigenerazione dalla tirannide del gran prete. Pio IX protestò contro tutto quello che avea operato e potea operare la sètta insediata nell’eterna città, e ciò con proclamazioni, e con allocuzioni innanzi i cardinali ed il corpo diplomatico.

Così finiva il memorabile anno 1848: cioè con i tedeschi padroni di circa mezza Italia, la media, e l'estrema Sicilia in potere de’ settarii che sbizzarrivano come indomiti puledri; il Piemonte che armava alla sordina, perché non avea emesse la sue utopie d’ingrandimento, a quindi era minacciato dall'Austria; il solo Regno di Napoli, in grazia del valore e fedeltà dell’esercito, restava sotto il paterno scettro di Ferdinando IL II tramonto di quell'anno lasciava speranze e timori; le prime si basavano sopra il famoso scoglio di Gaeta, i secondi venivano dalla Senna; ove un conosciuto settario, ché dovea far tante vendette, a causa delle meritate umiliazioni da lui sofferte, era pervenuto, attesa la leggerezza francese, a ghermire la terribile spada della Francia.

Nell’anno 1848, re Ferdinando non potette recar tanti vantaggi al Regno, quanto negli anni di pace; nonpertanto conchiuse due trattati di commercio, uno con l’Olanda e l’altro col Belgio, riguardanti la libera navigazione, la facilitazione del traffico e l’uguaglianza dei dritti doganali. Circa ad Opere pubbliche continuò le cominciate e fece erigere sul fiume Angitola, in Calabria, un magnifico ponte con nove arcate di luce, coi disegno dell’ingegnere Giuseppe Palmieri. In Avellino fondò un ospedale ci vile-militare, mettendolo sotto la benefica cura ed assistenza delle figlie della Carità. In agosto si varò la fregata Parteпоре, costruita nel cantiere di Castellammare, ed in dicembre si organizzò in Avellino l'8 battaglione cacciatori di linea.

Il 4 maggio, la regina diè alla luce in Ñapoli un principe reale, a cui fu dato il titolo di conte di Lucera. Il re, in quella occasione prodigò le solite beneficenze ed indulti; però quel reale infante visse poco.

Il 13 settembre, moriva nel real palazzo di Portici la regina Isabella di Borbone, figliaci Carlo l di Spagna e madre di Ferdinando IL Tra gli uomini illustri che morirono in quell’anno son da nominarsi il cav. Nicola Parisio, ministro segretario di Stato, benemerito al sovrano e alla magistratura; monsignor Gaetano de' Franci, teologo e letterato, antico precettore de’ reali principi, e Maria Giuseppa Guacci, poetessa lirica.

In ultima voglio far conoscere a’ miei lettori il titolo de’ giornali che si pubblicarono in tutto il Regno delle Due Sicilie in quell’anno 1848.

Essi furono: il Tempo, Verità e Libertà, il Veterano, L’Araldo, L'Ordine, Lucifero, (((81))) La Rigenerazione, il Riscatto Italiano, L'Inferno, La Voce del ’Popolo, il Vapore, il Progresso, L'Occhiale, il Caffè di Buono, il Banditore, Critica e Verità, L'Eco oltramontano, la Forbice, la Concordia, Il Repertorio, Mondo vecchio e Mondo nuovo, l'Arlecchino, l'Amico del Popolo, I misteri del Giorno, Il Pensiero di Pio IX, il Lumino, (giornale della notte) l'Indipendente, poi Indipendenza, infine Indipendenti, l'Eco del Mezzogiorno, il Lampo, il Cittadino di Palermo, il Meridiano, il Lume a Gas, Che si fa? che si dice? il Ficcanaso e il Comitato delle Donne. La maggior parte de’ titoli di questi giornali risuscitarono dal 1860 in poi, per cadere di nuovo nell’obblio.


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CAPITOLO XXII

SOMMARIO

In Napoli ricominciano le dimostrazioni sediziose. Si riapre il Parlamento. Nuove calunnie ed altre improntitudini degli onorevoli. Le Camere sono sciolte. Carlo Alberto esce di nuovo in campo ed è battuto da’ tedeschi. Fatti di Genova e conseguenze. Questioni tra il governo di Napoli e quelli di Parigi e di Londra circa la conquista della Sicilia. Il governo di Palermo respinge le concessioni sovrane e si prepara alla guerra. Proclamazione di Ruggiero Settimo. Filangieri si dispone a conquistar la Sicilia. Disegni di guerra di Mieroslawski.

I repubblicani di Roma e di Firenze aveano ben compreso, che i loro governi, infalciti di carta-moneta, avrebbero avuto breve vita, se non avessero abbattuto il Trono di Napoli; perlocché sollecitarono i consettarii di questo Regno ad organizzare un’altra rivoluzione peggiore della prima. I sintomi di tutte le ribellioni è noto che si manifestano dapprima con le dimostrazioni, che sembrano innocue alla podestà che si vuole spodestare, e spesso alla stessa vantaggiose. Oggi, dopo il trionfo della sètta cosmopolita, non è più un mistero il precetto di Mazzini, il quale dicea suoi adepti: «Ottenute le Costituzioni ai «avrà il dritto a chiedere e domandare altro; al bisogno, sollevarsi. Valetevi delle minime concessioni per unir masse, anche col pretesto di ringraziare.» I faziosi napoletani, per ricominciare un’altra iliade sanguinosa, si argomentarono mettere in esecuzione il precetto del loro maestro quindi vollero celebrare l'anniversario dell’ottenuta Costituzione, con suscitar trambusti, gridando: viva e morte! Il governo, avendo capito che si voleano ricominciare le solite scene per finir poi con le barricate, proibì qualsiasi dimostrazione per solennizzare il 29 gennaio.

Non pertanto i nostri liberali, per non dimostrarsi dappoco in faccia a’ fratelli di Roma e di Firenze, si contentarono mostrare il loro liberalismo ed opposizione al governo, con vestirsi a nere ed in cravatta bianca—molti si aveano affittati quegli abiti alle barracche, presso Fontana Medina — e fare una passeggiata per Toledo. Avendo visto che il ministro di polizia Longobardi non erasi curato di quella buffonata liberalesca, presero animo, e a sera diedero ordine al loro camerata Ignazio Turco, farinaio ed onorevole deputato, di salire da bassi quartieri con tutta la caterva degli sfaccendati al soldo della rivoluzione, per farli gridare al solito: viva e morte! Il farinaio onorevole esegui gli ordini; fece scendere i suoi dipendenti dal quartiere Montecalvario e salir quelli da basso Porto; e tutti si riunirono a Toledo, ove si vide gran numero di straccioni, che gridavano: Viva la Costituzione! aggiungendo poi: Viva la Costituente! ed anche Viva la Repubblica!

A quella vista ed a que’ gridi, i magazzini si chiusero con furia e fracasso, le carrozze sparirono in un baleno, e la via Toledo rimase deserta di cittadini, lasciando libero il campo a que' sudici schiamazzatori, che non sapeano quel che dicessero. Però, all’apparire di una pattuglia, i nostri dimostranti, ovvero il popolo sovrano, fuggirono a fìaccacollo, senza che alcuno l'inseguisse. In seguito ne furono arrestati 35, facendosi a’ medesimi un regolare processo; il nostro onorevole deputato farinaio non venne molestato, perché inviolabile in grazia dell'alta sua carica di rappresentante del popolo sovrano. Ecco il grande sforzo che seppero fare i patriotti napoletani per corrispondere alle premure de' loro fratelli dì Roma e di Firenze; i quali proclamavano in quel tempo Costituenti e repubbliche a sazietà. Però le loro speranze, per suscitar qualche serio subuglio, erano fondate sull'apertura del Parlamento nazionale; ai quale scopo preparavano gli animi con estraordinaria alacrità. Difatti la stampa officiosa delle repubbliche di Roma e di Firenze alto e chiaro facea sentire, che trionfando il partito democratico nel Parlamento napoletano, una sarebbe stata la Costituente dall'Alpi al Pachino. Dopo ciò si osava tacciar di malafede Ferdinando II!

Si è detto altrove che le Camere legislative napoletane si erano prorogate pel 30 novembre, ma invece esse si aprirono il 1° febbraio 1849 tra lo strepito di moltissimi plaudenti spettatori; i quali, dalle tribune, gridavano coraggio a que' deputati che aveano occupati i banchi di sinistra. La Camera de’ pari fu riaperta senza strepiti, essendovi gente tranquilla, che avea molto da perdere, e che volea godere di una onesta libertà. La popolazione di Napoli poco si curava di quelle Camere, avendo fatto esperienza, che quella dei deputati altro non sapea fare che molte ciarle, chiassi e continue pulcinellate.

Il ministero, nella verifica de’ poteri, basandosi sopra taluni documenti, volea annullare la nomina di alquanti deputati; tra’ quali quelle del farinaio Turco, di Spaventa, Massari e Leopardi; il primo pe’ fatti del 29 gennaio e giorni susseguenti, per gli altri tre per aver fatto parte del Congresso federale di Torino, senza mandato del governo napoletano. Il re, per non dar luogo a pretesti di rivolta, fece sentire al ministero di cedere; e quindi que’ deputati rientrarono in Parlamento, occupando i banchi di sinistra. Il nostro deputato farinaio volle anche assidersi alla sinistra, tra Conforti e Troja, dopo di essere stato accompagnato in Parlamento da una caterva di straccioni plaudenti, dicentisi pescivendoli e bottegai di basso Porto.

La maggior parte de’ deputati, riuniti in Parlamento, avea il mandato dalla setta di suscitar ribellioni, a fine di giungere a proclamare la solita Costituente. Quegli onorevoli cominciarono la loro campagna in occasione dell’indirizzo al re; quale indirizzo era ossequioso nella forma, insultante nella sostanza, ed attaccava rabbiosamente i ministri, accusandoli di funesta politica. Al certo la politica del ministero era funestissima, avuto riguardo al programma che essi voleano attuare; perché propugnava l’autonomia del Regno con la dinastia regnante, amava la quiete, non proteggeva i faziosi, non facea debiti e cartamoneta, infine non imitava né Montanelli, né Guerrazzi, né Mamiani e compagni. Vi sembrano poco queste colpe di funesta politica 2 e bene, que’ ministri ne aveano un’altra, ed era quella che non si faceano pugnalare come Pellegrino Rossi! Oh, giova ripeterlo: se i rivoluzionarli non avessero attuato il loro nefasto programma, col quale ci han fatto pianger tanto, ci avrebbero fatto ridere davvero con le loro inqualificabili pretensioni e stranezze.

Il re non volle ricevere quell’indirizzo, il quale, oltre di essere insultante, neppure era redatto secondo le forme costituzionali. Per la qual cosa i deputati si scatenarono con maggior veemenza contro il ministero, usando modi da trivio, fischiando i ministri Bozzelli e Ruggiero; chi li accusava di arbitrii, chi di tradita Costituzione, e tutti si negarono di approvare lo stato discusso, onde togliere al governo i mezzi di andare avanti.

Non contenti quegli onorevoli di avversare in. quel modo il governo, voleano anche invadere i poteri de’ pari, concessi dallo Statuto costituzionale; quindi screzio ed ire tra le due Camere. Il 7 febbraio, a gran maggioranza votarono contro il ministero; il quale cionondimeno restò in seggio; e il deputato Baldacchini interpellò il ministro della finanze dicendogli: «Giacché non siete sorretto dalla Camera, perché state al potere?» dichiarandosi poi non soddisfatto della risposta. Quel voto di sfiducia, dato al ministero, lo confermarono il 20 dello stesso mese, e il 28 compilarono un progetto d’indirizzo al re, col quale accusavano i ministri di usurpata potestà legislativa, di violato Statuto, di non composta pace (con Mazzini?! ) di vedovate famiglie, di barbare carcerazioni ed esilii e di altri piagnistei calunniosi, conchiudendo che li cacciasse addirittura.

Il ministero, con lungo indirizzo al re dipinse a meraviglia le improntitudini e gli eccessi de’ deputati; mettendo il dilemma, о che si sciogliesse la Camera, о si accettasse la dimissione in massa di tutt’i ministri, non potendosi con la stessa governare, perché avea il mandato della setta di suscitar rivoluzioni e spodestare il capo della Stato, servendosi degli stessi favori sovrani. Questo indirizzo era firmato da’ ministri Cariati, Torella, Ischitella, Carascosa, Gigli, Bozzelli, Ruggiero e Longobardi.

Il vigoroso indirizzо fu causa di vigorosa risoluzione; il re, da Gaeta, con decreto del 12 marzo, sciolse il Parlamento, e riserbava ad altro tempo la convocazione de' collegi elettorali.

Giuseppe Massari ci vuol far credere, nei suoi scritti, pubblicati circa i Casi di Napoli di quel tempo, che, al cenno del principe di Torella, il comandante la Guardia nazionale avesse fatto caricar le armi a’ suoi dipendenti per far fuoco contro i deputati, se costoro avessero tentato di suscitare il minimo disordine, al sentire la lettura del decreto che scioglieva le Camere legislative. Se ciò fosse stato vero, altro non proverebbe che quegli onorevoli erano divenuti esosi anche alla Guardia nazionale, ch’era una istituzione rivoluzionaria, e si riteneva come la più valida guarentigia alle forme costituzionali. Dopo che venne sciolto il Parlamento, il Regno acquistò la desiderata pace, ed i cittadini ringraziarono il re di averli liberati da tanti pericolosi ciarlatani.

Ferdinando II non convocò più i collegi elettorali, perché i tempi non glielo permisero; e fece benissimo, che se avesse aperto di nuovo quelle Camere, avrebbe spianata la via alla rivoluzione per detronizzar lui e rendere questo ricco e florido Regno un’abbietta provincia di non si sa qual capitale. Però l’atto del 29 gennaio 1848 rimase incolume; la Costituzione fu sospesa e non abolita: e se in undici anni non si fece rivivere, la colpa fu tutta de’ rivoluzionarii, che non quietarono durante quel tempo, congiurando in ogni modo a danno del sovrano e del Regno.

Il successore di Ferdinando II, perché troppo leale e benefico, aderendo a’ consigli di un abbietto traditore, Luigi Bonaparte, e credendo di far cosa grata ed utile a’ suoi popoli, richiamò in vigore quella Costituzione; le conseguenze furono quelle che deploriamo!

Che finissero una volta taluni, dicentinsi moderati, ripetersi l'un l’altro, come pappagalli, che Ferdinando II fu un sovrano spergiuro, perché abolì la Costituzione largita il 29 gennaio 1848 e giurata il 10 febbraio; e dicessero piuttosto, che fu sapientissimo avendo cosi ritardata di dodici anni la catastrofe di questo Regno. Giova ripeterlo: i Borboni di Napoli non poteano regnare con la Costituzione, perché la setta ed una scellerata diplomazia aveano deciso, fin dal 1820, di servirsi della stessa per detronizzarli. Si pretende forse che que’ sovrani si fossero sottomessi ad una sì strana ed impudente pretensione settaria? Quindi se nel Regno delle Due Sicilie non potettero durare le forme costituzionali, la colpa ricade tutta sopra i settarii; il 1860 è una dolorosa prova, che non ammette veruna contestazione. Come volete, lettori miei, che i così detti nostri liberali avessero potuto accettare la Costituzione politica sotto lo scettro de’ Borboni di Napoli, mentre costoro aveano organizzato in modo le amministrazioni dello Stato, che qualunque siasi impiegato о ministro, volendolo, non poteva profittarsi di un centesimo? Quanti de’ nostri liberali, dicentisi rigeneratori del popolo, prima del 1860, stentavano miseramente la vita, ed oggi, dopo di essere stati ammessi al banchetto nazionale, sono divenuti milionari in poco tempo alla nostra barba, possedendo sontuosi palazzi nelle principali città d’Italia e rendite vistose sopra i banchi esteri? Ecco la vera e principale ragione per cui i Borboni non poteano regnare con le forme costituzionali ed in accordo coi Patrioti! Difatti, quasi tutti i ministri de’ Borboni di Napoli morirono poveri, cominciando da Bernardo Tanucci fino a Ferdinando Trova, a Scorza, a Murena.

Mentre le sopraccennate cose avvenivano in questo Regno, gli altri Stati d’Italia e parte dell'Europa si trovavano in grande scompiglio; però la stella della rivoluzione si avvicinava sempre più al suo tramonto. La Francia, dopo di avere elevato a presidente della repubblica Luigi Bonaparte, era indecisa tra questa e l’impero. L’Ungheria in rivolta contro l’Austria, sebbene aiutala di nascosto dalla Prussia, era però minacciata anche dalla Russia. In Italia i tedeschi non solo occupavano il Lombardo-Veneto, ad eccezione di Venezia, ma il Modenese, il Parmense e il Piacentino. In Toscana eravi repubblica senza repubblicani, ed il benefico granduca era fuggito in Gaeta; in Roma, repubblica rossa ed anarchia. Venezia, abbandonata alle sue proprie forze, combattea valorosamente contro gli austriaci, nonpertanto si prevedeva la sua prossima caduta. Il Piemonte, dominato dalla setta, essendosi armato, dopo l'armistizio di Milano, un'altra volta rompea guerra all’Austria, denunziando all’Europa non ragioni di quel pazzo oprare, ma meri pretesti. Non avendo fiducia ne’ suoi generali, andò a trovare un Chzarnowski polacco, per affidargli le sorti d’Italia e il suo esercito di centoventimila uomini, il solo chiamato italiano da’ rivoluzionari. Non è mio compito narrare i rovesci del Piemonte, avvenuti nel marzo del 1849; dirò solamente quel che è necessario conoscersi per l’intelligenza de’ fatti che appresso dovrò raccontare.

A causa della imperizia del generale in capo Chzarnowsky, e degli ordini non eseguiti dal generale mazziniano Ramorino, comandante divisione dei volontari tedeschi misero in fuga ventimila piemontesi, comandati da' generali La Marmora, Durando e dal duca di Savoia, salvandosi tutti nelle vicinanze di Novara, col lasciare in povere dei nemico mille e settecento prigionieri. Il 23 marzo, cinquantamila sardi ed altri tanti tedeschi vennero a giornata campale e sanguinosa. Quelli dopo quatto ore di combattimento, fuggirono in disordine ed entrarono in Novara, ove perpetrarono atti nefandi di saccheggi ed arsioni; perché affamati ed intristiti di essere stati vinti. Il vandalo tedesco corse per salvare quella città italiana da altri saccheggi ed incendii, che ancor perpetravano i soldati nazionali a danno di tanti innocenti cittadini. Un italiano qualunque non può leggere la descrizione che fa lo storico piemontese, Angelo Brofferio, de' casi miserandi accaduti in Novara il 23 marzo 1849, senza fremere di orrore e coprirsi il viso con ambe le mani per la vergogna.

Dopo la giornata di Novara, l'esercito sardo più non esisteva; e Carlo Alberto domandò un armistizio ai nemico. Questi rispose, che non sapea fidare sulla parola di un re, che non potea rispettarla, invece gli chiese per guarentigia la fortezza di Alessandria ed in ostaggio il principe ereditario. Quell'infelice sovrano, sperando che il tedesco fosse più. generoso col nuovo re, abdicò la corona a pro del figlio V. Emanuele; e quella stessa notte partì per Oporto, in Portogallo.

I tedeschi avrebbero potuto invadere il Piemonte con una passeggiata militare, Radetzky però volle accordare un gravoso armistizio al nuovo re sardo; il quale lo firmò il 26 di quel mese, ed in seguito, il 16 agosto, seguì il trattato, di pace. La Camera de' deputati di Torino fischiò ed insultò il ministro Pinelli h perché questi avea preso parte nella conchiusione di quell'armistizio fatto co' tedeschi. Quegli onorevoli voleano far baldoria e pazzie, per finir di rovinare il Piemonte, avendo il nemico in casa; il re Vittorio rispose alle intemperanze con ¡sciogliere la Camera.

I più arrabbiati di quegli onorevoli, uniti a’ repubblicani, corsero a Genova, ov’era preparata una rivoluzione repubblicana; e con menzogne, con inganni ed anche con la forza s'impossessarono di quella città, proclamandovi la repubblica, cacciandovi la guarnigione, ed assassinando il conte Ceppi, maggiore de’ carabinieri. Reta, Morchio ed Avezzana si proclamarono triumviri della genovese repubblica, dichiararono nullo l'armistizio del 26 marzo, ed invitarono piemontesi e lombardi a far guerra ad oltranza a’ tedeschi. I rivoluzionarii son sempre gli stessi in tutto il mondo; essi profittano delle sventure della patria per afferrare il potere tra il sangue e le rovine, e fosse anche per un giorno, vada a soqquadro l'universo. Caso simile a quello di Genova avvenne in Parigi dopo venti ed un anno, con maggiori danni e catastrofi.

Re Vittorio Emmanuele ordinò al general La Marmora di accorrere a Genova ed impossessarsi a qualunque costo di quella città. Quel generale dopo di essersi reso padrone di tre fortezze genovesi, il 4 aprile, bombardò la florida e commerciante Genova! e il dì seguente la conquistò palmo a palmo. Corse molto sangue, avvennero incalcolabili guasti, maggiormente al palazzo Doria: soldati ed uffiziali non si peritarono di saccheggiar varie case di pacifici cittadini.

I ribelli di Genova scrissero al general La Marmora dicendogli: «Ci avete venduti allo straniero, ed ora ci volete legare le braccia? Se volete combattere, combattiamo; ma congiunti voltiamo il viso al Radetzky.» La Marmora rispose con gettare altre bombe per altre due ore, cioè dopo che la città si era sottomessa alle armi regie: è costume dei generali piemontesi oprare in quel modo, direbbe il generalissimo Enrico Cialdini! (((82))) I piemontesi, prima che si fossero eretti, nel 1860, a maestri e censori dell’esercito napoletano, avrebbero dovuto stracciare molte pagine della loro storia militare e di quella del Regno delle Due Sicilie! Re Vittorio Emmanuele largì l'amnistia ai ribelli di Genova, ad eccezione di dodici capi, tra cui i triumviri. Il generalissimo Chzarnowsky e il generale Ramorino furono sottomessi ad un Consiglio di guerra per ordine del medesimo re. Il primo si difese, gettando la colpa sopra i ministri sardi, e costoro provarono l’opposto: quelle vergognose recriminazioni durarono un anno, e quel generalissimo fu salvo. Ramorino ebbe altra sorte e deplorevole; fu egli accusato di avere trasgredito gli ordini di Chzarnowsky, e di avere ordita la sconfitta dell’esercito per condurre la divisione de’ volontari lombardi a Genova о colà proclamare la repubblica: lo difese Angelo Brofferio, ma il 3 maggio fu condannato a morte. Ricorse alla Cassazione, alla clemenza del re e nulla ottenne, malgrado che sua madre, vecchia di 84 anni, si fosse gettata a’ piedi della regina, implorando grazia per suo figlio. Ramorino, il 22 maggio 1849, fu moschettato! La disfatta di Carlo Alberto distrusse le più fondate speranze della rivoluzione italiana; ne intesero il controcolpo, le repubbliche di Venezia, Firenze e Roma. I siciliani, in aspettativa del duca di Genova, che aveano eletto a loro re, da cui speravano appoggio morale e materiale, appena intesero i rovesci piemontesi, chi di loro volea proclamare la repubblica e chi volea andare in cerca di un altro re; quindi i partiti si accanivano con maggior furore.

Ferdinando II, dopo che fu libero dell’opposizione e delle mene settarie de’ deputati napoletani, si dedicò alla ricostituzione del Regno e con maggiore alacrità alla conquista del resto della Sicilia; senza di che non avrebbe potuto ridonar la pace alle province al di quà del Faro. Non volendo ricorrere alla ragion delle armi, tentò un’altra volta, . con larghe promesse, far desistere i capi ri voltosi di Palermo di volere un re straniero о la repubblica. I ministri del governo siculo, come già si è detto, succedevansi rapidissimamente l’un dopo l’altro; discordi tra loro in tutto, unanimi però nel rifiutare qualsiasi concessione fatta dal legittimo sovrano, perché consigliati e protetti da’ governi di Francia e d Inghilterra.

L’azione del governo napoletano era potentemente avversata da’ capi di quelle due potenti nazioni; Francia, sebbene nol dicesse chiaramente, avrebbe voluta quell’isola repubblicana; Inghilterra, che avrebbe voluto dare un re che non fosse Ferdinando II, inclinava per la proclamazione del principe di Capua, D. Garlo di Borbone, il quale sarebbe stato ligio alla politica brittannica, ciò che non potea sperare dal re fratello.

I ministri napoletani invocavano i trattati, ed avrebbero voluto un Congresso per sistemare definitivamente la vertenza siciliana; Spagna aderiva d’intervenire a nome de’ dritti eventuali che vanta sulle Due Sicilie; Russia si negava, dicendo che, per domar ribelli, non erano necessarii né congressi né conferenze diplomatiche, e riprovava eziandio la mediazione inglese e francese in un affare tutto interno di un Regno indipendente qual era quello delle Due Sicilie. La risposta della Russia fu comunicata a’ ministri di Francia e d’Inghilterra, residenti in Napoli, e dopo di ciò, costoro si mostrarono meno ostili. Re Ferdinando scelse Filangieri per trattare co’ medesimi, circa le concessioni che accordar dovea al governo di Palermo, affinché la Sicilia ritornasse sotto la legittima potestà. Que' ministri esteri, dopo che in tesero la nota russa, lasciarono la questione di dritto, e chiesero, tra le altre concessioni, che la Sicilia avesse un esercito tutto proprio, e con questo sol mezzo, essi diceano, resterebbero guarentite le altre concessioni. Filangieri, da vero soldato, diplomatico e conoscitore de' siciliani, provò tutto il contra rio, cioè il male che ne sarebbe derivato con due eserciti nemici sotto la medesima monarchia. Però si avvide che da quella conferenza non potea ottenere alcun felice risultato di pace, dappoiché que’ due diplomatici esteri non trattavano quell’affare in buona fede, ma voleano guadagnar tempo, affinché i ribelli siciliani meglio si armassero; e quindi operò in modo da far finire que' negoziati.

Il governo inglese, il più ostinato ad avversare Ferdinando II, osservando che l'opinione degli uomini dell'ordine dichiaravasi a favore di quel sovrano, tentò commuovere l'Europa con pestare e ripestare le calunnie lanciate contro i vincitori di Messina; dando il motto d'ordine alla stampa settaria di gridare spudoratamente contro que' vincitori e contro il loro duce. Non contento di ciò quel governo istigava i deputati della Camera dei Comuni di Londra a fare interpellanze, acciò i ministri, rispondendo, avessero avuto l'occasione di calunniar Filangieri ed i soldati napoletani, dicendo più di quanto aveano asserito di calunnioso gli stessi ministri rivoluzionarii di Palermo. Filangieri smentì trionfalmente quelle studiate calunnie, dimostrando co' fatti e co' documenti incontrastabili, che la mediazione inglese e francese avea fatto grandissimo male a' siciliani. Caduta Messina, egli dicea, si avrebbe potilo conquistar la Sicilia senza ostacoli; dopo la mediazione e gli aiuti stranieri, la conquista della stessa era divenuta un' impresa di sangue e rovine; conciosiacchè i governanti di Palermo, rigettando le concessioni sovra ne, l'esercito napoletano era nell'impegno di sottomettere tutta quell'Isola a qualunque costo, imponendogli ciò il dovere e l’onor militare. Difatti mentre Ferdinando II facea larghe concessioni a' siculi ribelli, costoro dichiararono festa nazionale il 13 aprile, giorno in cui aveano proclamata la decadenza dei Borboni dal trono di Sicilia; e mentre i governanti inglesi domandavano altre concessioni a favore de' rivoluzionarii di quell'Isola, mandavano a' medesimi armi e munizioni dagli arsenali di Londra.

Dopo varie note scambiate tra Filangieri ed il ministro degli esteri Cariati da una parte, Temple, ministro inglese, e Rayneval ministro francese dall'altra, il 28 maggio, il primo, insieme ad una lettera mandò a quei ministri esteri un ultimatum, col quale si accordava a' siciliani una Costituzione sulle basi di quella del 1812, con le modifiche volute dalle mutate condizioni de' tempi, cioè che tendeva più alla democrazia che all'aristocrazia: Parlamento separato da quello di Napoli; viceré con attribuzioni determinate dal sovrano; amministrazione separata; tolta la promiscuità tra isolani e continentali; i debiti fatti dalla rivoluzione siciliana riconosciuti, però da ascriversi sul debito pubblico di Sicilia; amnistia per tutti, ad eccezione di pochi, che si dovevano allontanare da quell'Isola fino alla ripristinazione dell’ordine; i soldati napoletani terrebbero guarnigione in Trapani, Siracusa e Catania.

Quelle concessioni fatte a' siciliani da Ferdinando II, sembrano quelle del vinto al vincitore, mentre costui, oltre di avere assoggettata Messina, potea conquistar tutta la Sicilia, come poi di fatti la conquistò, dopo che fece tacere il cicalio dell'аvversa diplomazia. Quindi nessuno interesse personale spingeva quel sovrano a largire concessioni, essendo di già certo del fatto suo; si è perciò che quell'ultimatum, di sopra riportato, dimostra che egli lo concesse per non far versar sangue, accordando tutto quanto poteano desiderare i veri siciliani. Se non venne accettato da’ governanti di Palermo, la principale ragione fu quella, perchè eravi la condizione che costoro doveano allontanarsi dall'Isola, fino alla ripristinazione dell’ordine. Ciò dimostra eziandio l’egoismo di que' governanti, esponendo la Sicilia a immense rovine e catastrofi, per salvaguardare i loro individuali interessi: intanto eglino erano i padri della patria, Ferdinando II tiranno sanguinario!

Gli stessi ministri di Francia e d Inghilterra giudicarono amplissime le concessioni fatte dal re a’ siciliani; per la qual cosa diedero ordine a’ loro ammiragli di recare quell’ultimatum a’ governanti di Palermo. Costoro dichiararono di non poter trattare in niun modo col Borbone di Napoli: era quanto avea predetto il Filangieri a ministri esteri Temple e Rayneval!

Que' due diplomatici, tanto benemeriti ai rivoluzionarii italiani, credevano d’imporre sul siculo governo, perciò si recarono a Palermo affine di fare accettare l'ultimatum; ma non furono ascoltati meglio de' loro ammiragli. Si disse però, che essi avessero fatto due parti in commedia; fingevano di consigliare che si accettassero le concessioni del re, mentre consigliavano di respingerle. Difatti i padri della patria, in risposta alle regie largizioni, chiamarono sotto le armi tutti i validi siciliani, e gridarono guerra a morte contro il tiranno di Napoli. Fu quello il più mortale colpo che i rivoluzionarii diedero alla sventurata Sicilia, e fu causa di conseguenze fatali che oggi deploriamo.

Que’ due esteri ministri, mediatori di pace, si recarono a Gaeta e dichiararono al re di non avere ottenuto alcun felice risultato dalla loro mediazione; e siccome fino allora aveano fatto la spia a favore de' ribelli, questa volta la vollero fare contro t medesimi, avvertendo Ferdinando II che i siciliani erano già pronti per assalire i regi che trovavansi nell'Isola. Ecco quali furono i risultati dell'umanitaria mediazione di Francia ed Inghilterra, che arrestò la marcia de' soldati napoletani, quando già l'Isola intiera stava per sottomettersi senza grandi ostacoli al legittimo principe; e quelle interessate pratiche, in apparenza favorevoli a rivoluzionarii, altre non arrecarono all’infelice Sicilia, che altro sangue e novelle rovine!

I governanti di Palermo fecero bruciare i giornali che riportavano l'ultimatum, detto di Gaeta, perché, dovendo fare gl’interessi proprii, non poteano far conoscere a’ loro amministrati quelle concessioni sovrane, che, erano state desiderate dagli onesti liberali come l'ideale del miglior governo. Nonpertanto quell’ultimatum fu conosciuto in varie città e paesi, avendolo sparso, a migliaia e migliaia di copie, un piroscafo inglese che fece il giro dell’Isola. Tutt’i buoni che lo lessero erano indegnatissimi contro que’ settarii governanti; i quali, invece di accettare le larghe ed opportune regie concessioni, proclamavano una guerra pazza e disastrosa, mentre essi rimaneano lungi da’ pericoli, preparati e pronti a fuggire al primo rovescio, portandosi il danaro che rimanea, estorto con violenze e tirannie. Que’ paesi che avrebbero voluto che si fosse accettato l'ultimatum di Gaeta, furono trattati col terrore settario. Partanna, che si rivoltò, venne infrenata alla musulmana dalle squadre sicule; Siracusa, che avea preparata una più estesa rivolta a favore del legittimo re, fu maltrattata e minacciata di esterminio; e così altri paesi e città. Da Palermo si mandarono gli ordini col telegrafo a tutt i cosi detti poteri esecutivi, per crearsi consigli di guerra subitanei per eseguirsi tosto l’esecuzioni capitali; imponendo a’ giudici di condannare a morte tutti coloro che avessero approvato quell'ultimatum. Nei medesimo tempo davasi l’ordine d imprigionare il vescovo di Girgenti; ma costui, avutone sentore, fuggiva dalla Camera de' pari e riparavasi sopra un legno francese. Di ugual modo fuggirono i vescovi di Trapani e Siracusa; quello di Mazzara fu condotto a Palermo per esser messo sotto la più severa sorveglianza: così erano trattati altri illustri personaggi, perché non voleano guerra. Si è perciò che i paesi atteggiati a resistenza contro i governanti, si tacquero e si sottomisero, al sentire quegli ordini draconiani. Dopo che il governo settario diè i sopraccennati ordini, a nome sempre della libertà e del libero ed unanime desiderio del popolo sovrano, si dedicò a preparar la guerra; Palermo divenne un arsenale dove fabbricavansi armi d’ogni ragione. Avea diciannovemila uomini sotto le armi, e sembrandogli pochi, decretò la coscrizione di sei su mille; mobilizzò la quarta parte della Guardia nazionale di tutta la Sicilia, e con un altro decreto ordinò la leva in massa di tutt’i siciliani da 18 a 30 anni. Oltre di ciò diè piena amnistia a tutt'i galeotti e per qualsiasi delitto; e li armò, destinandoli alla difesa della patria.

Da’ protettori inglesi e francesi eransi comprati più di quarantamila fucili, altrettante lance, otto obici alla Paixans, trenta cannoni da 36, due batterie, una da campagna, l'altra da montagna, tre mortai ed una gran quantità di munizioni. Eransi inoltre comprate dagl'inglesi due fregate, ognuna della forza di 450 cavalli, con cannoni e tutto il bisognevole per far la guerra. Ecco una della non ultime ragioni per cui que’ diplomatici di Francia ed Inghilterra arrestarono la marcia del Filangieri in settembre 1848; se essi non avessero imposto quell’armistizio, non avrebbero potuto vendere a’ governanti della Sicilia il resto dello spoglio de’ loro arsenali.

Mentre preparavasi guerra ad oltranza contro i satelliti della tirannide, i possidenti e gli onesti siciliani guardavano sospettosi quei preparativi; ad eccezione de’ soliti studenti, degl’illusi e di coloro che voleano pescare nel torbido, tutti deploravano quella guerra impolitica e pazza, prevedendo fatali conseguenze. I giovani coscritti о non si presentavano о presentati, alcuni disertavano ed il resto minacciavano di disertare, perché mal vestiti e peggio nutriti da’ capi, che tutto si rubavano. Quelle minacce di diserzione metteano i brividi ne’ capi ribelli; i quali si decisero chiamare altri stranieri al soldo siciliano, e cosi impinguarono le grame loro legioni; avendo accozzato ottocento francesi, ne formarono un altro battaglione. Le navi che aveano comprate le affidarono ad uffiziali e marini inglesi; e il comando delle truppe di linea lo, diedero agli avventurieri accorsi in quell’isola per far fortuna. Ad un Drobiand, senza nome e senza patria, gli diedero l’ampolloso titolo di maresciallo della Sicilia: che buffoni! Prevedendo in Catania i primi assalti de’ regi, mandarono colà il polacco Mierolawski, generalissimo di tutte le forze siciliane; il quale si compiaceva di passare spesso in rivista ed arringare i suoi diecimila uomini di truppa detta regolare, senza essere compreso d’alcuno. Però la maggior parte di quelle forze rimasero in Palermo per difendere la sovranità del Parlamento.

Siccome tutte le operazioni de' padri della patria conchiudono con afferrar danaro, smungendolo dalle smunte tasche de’ redenti cittadini, si ordinò un altro così detto mutuo testatico, forzoso già s’intende, di un milione ed ottocentomila ducati. Ma i siciliani, approfittando che i governanti erano impacciati con la guerra, né aveano tempo di costringerli con la forza, non pagarono quest’ultimo mutuo; da allora si cominciò a parlare veramente con libertà.

Quando tutto era preparato per la guerra, il 24 marzo, Ruggiero Settimo capo del potere esecutivo di tutta l’Isola, diè fuori una cicalata, che appellò Proclamazione d Siciliani, nella quale, tra le altre cose, dicea; «Il despota che ci combatte è ben infelice! Gli gravano sul capo le maledizioni di due milioni d’uomini — meno male che erano escluse le donne! — e gl'imbratta la faccia il sangue di migliaia di martiri.» Come son pronti cotesti messeri a far solidali milioni di uomini a’ loro tristi principii e sfacciate menzogne! Il 30 dello stesso mese, cacciò fuori un altra tiritera in cui palesava: «L'ultimatum regio significa la distruzione della rivoluzione (che disgrazia!... ) «un sostituire a sette secoli di libere istituzioni la volontà di un tiranno. Evidente è la nostra vittoria, ma sempre fia meglio seppellirsi sotto le ruine ardenti della patria, che mostrarci codardi avanti tutta l’Europa che ci ammira. Ancora si vede il fumo di Messina; per noi la guerra è simbolo di vendetta e modo di liberare una città siciliana gemente sotto le orde del comune nemico. All’armi, all’armi, vincere о morire.» Solite baggianate de’ capi rivoluzionarii, i quali sanno scrivere ampollose frasi per mandar gli altri a farsi sbudellare per loro; e sebbene ancor lontano il pericolo, purnondimeno fanno repulisti, e corrono a salvarsi sopra le navi estere, invece di seppellirsi poi sotto le ruine ardenti della patria. Oggi appunto, sappiamo quanto valgano quelle frasi altosonanti, e quale era lo scopo di coloro che le scrivevano.

Filangieri, avendo preveduto che i governanti di Palermo avrebbero respinto l’ultimatum regio, si era già apparecchiato alla guerra; per far conoscere all’Europa che i siciliani non erano contrarii al loro legittimo re, mandò i battaglioni de’ medesimi volontarii siciliani presso Barcellona, per fronteggiare i ribelli. quest'atto di coraggio e di fiducia di quel supremo duce destò gran meraviglia 9 essendo eziandio un fatto eloquentissimo, che distruggeva tutte le fiabe, che aveano spacciate i rivoluzionarii circa il preteso odio siculo contro Ferdinando II.

Quel generalissimo, appena seppe che fu respinto l'ultimatum, si recò a Gaeta, per ricevere i decisivi ordini sovrani, riguardanti la ripresa delle ostilità tra’ regi ed i ribelli siciliani. Il 26 marzo ritornava a Messina ove con un manifesto dichiarava finito l’armistizio il 30 di quel mese; e quindi afforzò Milazzo i forti Gonzaga e Castelluccio, dichiarando in istato d'assedio il territorio occupato dalle regie truppe (((83))).

Filangieri aveva meditato due disegni di guerra per conquistare la Sicilia; col primo ¿i correre sopra Palermo, ferire ai cuore la rivoluzione sicula ed avere il resto dell'Isola per dedizione; col secondo di far base di operazione Messina, marciare per la costa orientale, protetto fino a Catania dalla flotta, e da questa città spingersi per Castrogiovanni alla volta di Palermo. Scelse questo secondo disegno, per la ragione che non potea marciare per la costa occidentale, mancando allora la strada rotabile da Patti a Cefalù. Andar per mare, oltre di essere pericoloso in una stagione burrascosa, sarebbe rimasto senza base di operazione ed avrebbe dovuto sbarcare in presenza del nemico.

Quel supremo duce riunì in Messina tutta la truppa con la quale dovea conquistar la Sicilia; era poco più di quindicimila uomini; de' quali più di tremila ne lasciava di guarnigione in quella città, con l’ordine che si doveano ritirare tosto in cittadella ove casi gravi accadessero. Egli intraprese la conquista di, tutta l'Isola con dodicimila cento quattro solcati, quattrocento trentasette uffiziali, seicentocinquantatre cavalieri, tre batterie di montagna, una da campo ed una di obici di montagna: in tutto quaranta cannoni. Ecco i corpi che componeano quell'esercito: quattro reggimenti di linea, cioè 3° 4° 6° 7°, ed altri due di svizzeri, 3° e 4°, cinque battaglioni cacciatori 1° 3° 4° 5° e 6°, sette compagnie di pionieri e due di pontonieri. Furono ordinati in due divisioni, comandata la prima dal maresciallo Pronio, la 2(a) da Nunziante; le quattro brigate formanti le medesime divisioni, erano condotte da brigadieri Busacca, Rossaroll, Zola e colonnello de' Murat. La flotta consisteva in tre fregate a vela, sei a vapore, sette battelli a vapore, due corvette e vari altri bastimenti di trasporto: comandante di essa flotta il comm. Vincenzo Lettieri, della divisione de' vapori il marchese de' Gregorio.

Il generalissimo Filangieri, il 29 marzo, sulla via della marina, passò in rivista tutta la truppa a suoi ordini; la quale defilando per pelottone, giunta presso di lui, gridava: Viva il re! quella soldatesca non era numerosa per la difficile impresa, cui era destinata, pure mostravasi balda, devota al re e fiduciosa nel duce che la guidava. Costui, prima di muoversi da Messina, diè fuori due manifesti, uno diretto a siciliani, a’ quali facea palese l’ultimatum di Gaeta e l'ostinato rifiuto di coloro che aveano usurpata l'autorità in Palermo. L'altro era diretto a solcati inculcando a medesimi disciplina e temperanza nella vittoria; ricordando agli stessi che i siciliani erano fratelli, che l’esercito non dovea maltrattarli, ma liberarli dal giogo settario. Infine raccomandava che smentissero tutte le calunnie lanciate contro di loro dai rivoluzionarii, e dessero altre prove di valore ne' prossimi combattimenti. Tutta la truppa e la ciurma della flotta, all’udire sì magnanimi sensi del suo duce supremo, fece echeggiar l’aere di nuovi e ripetuti evviva al suo condottiero in capo e al re.

I ribelli erano disposti a prendere l'offensiva contro i regi: dalla parte di Catania aveano fortificato Ali, S. Alessio e Taormina, fortezze naturali da servir loro di baluardi in caso di rovescio. Quei luoghi erano occupati dalle forze comandate da’ sedicenti colonnelli Pracanica, Gentile ed Interdonato. Dalla parte occidentale aveano scaglionato altre squadre, poca truppa di linea e le guardie nazionali mobilizzate, cioè da Barcellona a Termini di Palermo. Il maggior numero degli armati si era riunito in Castroreale, sopra Barcellona, -ed in Cefalù presso Termini: e tutti que’ rivoltosi si atteggiarono a voler riconquistar Messina.

Filangieri, per occultare il suo disegno di guerra, e tenere il nemico diviso ed in soppeso, rinforzò gli avamposti della Scaletta, che sta sulla strada che da Messina corre a Catania e mandò il tenente colonnello Saldano con poca truppa ed i battaglioni volontarii siciliani, come altrove si è detto, alla parte opposta, cioè a Barcellona. Il 30 marzo fece imbarcare, sopra quattro fregate, la brigata di Busacca; la quale correndo il littorale, dalla parte del Nord dell’Isola, minacciava or Patti, or S. Stefano ed or Cefalù, simulando in quelle spiaggie uno sbarco: e si spinse fin dentro il golfo di Palermo. Quella brigata, dopo di avere arrecato la confusione tra’ ribelli di quel littorale, rapida ritornò a Messina per coadiuvare la spedizione contro Catania.

Mierolawski, ingannato dalle finte mosse del duce napoletano, sparpagliò le sue forze, credendosi assalito da due punti, cioè dalla costa terrena e dall’altra ionia; e perché giudicò quest’ultima più interessante a difendere, ov’egli trovavasi, richiamò da quest’altra parte le sue truppe, cioè quelle che si trovavano in Castroreale, destinandole a rinforzare il lato sinistro di Pracanica, di Gentile e d’Interdonato.

Comandava in Castroreale il sedicente colonnello Santantonio, giovinastro messinese, che altro merito non avea, che saper tirar bene di coltello e di bastone e di aver disarmato una sentinella regia. Avea egli sotto i suoi ordini circa tremila uomini tra guardie nazionali e squadre, con uno sciame di uffiziali senza soldati ed un numeroso Stato Maggiore di giovinastri ignoranti e quindi presuntuosi. Partì da Castroreale con tutta quella massa di gente disordinata, e senza nessuna di quelle provvidenze necessarie in simili casi, conducendola lungo il fiume di Termini di Barcellona, per circa trenta miglia, costringendola a passar centinaia di volte quel fiume. Giunto a Buonfornello, egli ed il suo Stato Maggiore si presero il migliore alloggio, ove aveano fatto preparare un sontuoso pranzo, mentre le guardie nazionali, la maggior parte gente civile ed istruita, rimasero in mezzo la strada, digiune e disagiate. Quando que’ Sardanapali finirono di riempirsi l'epa, montarono a cavallo ed ordinarono che si proseguisse la marcia sopra i monti, per discender poi in un altro fiume impraticabile che conduce a Francavilla, piccola città a dodici miglia dietro Taormina. Le guardie nazionali erano più delle squadre impossibilitate a continuar la marcia, perchè digiune e spedate a causa del lungo e disastroso cammino. Il se dicente colonnello Santantonio minacciava di far fucilare chi non avesse voluto marciare, e fece mettere in retroguardia due cannoni di montagna, ed una squadra di galeotti, pronti a fulminare le guardie nazionali, se costoro fossero rimaste indietro. Così quel borioso giovinastro intendea condurre tanti giovani, distinti per nascita ed intelligenza, e far la guerra contro un esercito bene ordinato, diretto da un Carlo Filangieri (((84))).


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CAPITOLO XXIII

SOMMARIO

I regi marciano alla volta di Catania. Fatti d’armi di Alì, di Forzadagrò, Fiumedinisi e di Capo S. Alessio. Presa di Taormina. Il duce Mieroslàwski fugge in disordine. Occupazione di Giarre ed Aci-Reale. Attacco e presa di Catania. Conseguenze. Filangieri è acclamato da’ catanesi.

Il 1° di aprile, tutto l’esercito regio di Messina indirizzavasi alla volta di Catania; quella via costeggia il mare, a destra è chiusa da monti scoscesi, frastagliati di boscaglie, di torrenti e fiumi. Marciava all’avanguardia la brigata Zola, forte di 3400 uomini; e per non essere offesa о sorpresa, avea spinto nel suo fianco destro due battaglioni cacciatori, comandati dal tenente colonnello Salvatore Pianella estendendosi sopra i monti soprastanti a quella via.

Al paesetto Ali, il generale Zola incontrò le prime forze nemiche; cioè due battaglioni, uno di siciliani, l’altro di francesi. Colà la zuffa fu accanita; ma finalmente i regi si spinsero con tale slancio, che si aprirono il passo di quel luogo ben munito, ponendo in fuga i. difensori. I quali, parte si fortificarono nelle case, ove furono assaliti e dispersi, e parte fuggirono sopra i monti, donde speravano opporsi alla marcia de' napoletani. Però furono investiti da’ due battaglioni cacciatori, condotti da Pianelli, e perseguitati ne’ burroni e sulle vette di quelle montagne, finché si ripararono in grande disordine nell’altro passetto di Fiumedinisi.

Tutta la divisione condotta da Pronio si riunì sopra la spiaggia di Ali, ed ivi fu raggiunta dall’altra comandata da Nunziante. Lamattina del 2 aprile, i regi si mossero per assalire il passo difficile di S. Alessio; sicuri di venire, in quel giorno, a campale battaglia co' ribelli che aveano di fronte ben fortificati. Pronio, per assicurare la sua destra, avea spinto un battaglione di cacciatori a Forzadagrò, passetto sopra un’alta montagna inaccessibile, e chiave di quel formidabile Capo di S. Alessio. Era una meraviglia vedere i soldati napoletani inerpicarsi per que' greppi, aiutandosi l’Un l'altro, spingersi sempre in avanti, sprezzando quella miriade di fucilate che lor tiravano addosso i ribelli. Forzadagrò fu abbandonato dopo una mediocre resistenza, e gli assalitori si resero padroni di un punto interessante, che dominava il Capo S. Alessio.

Quella stessa mattina, del 2 aprile, Filangieri s imbarcò sulla fregata Stromboli, e fece una scorsa fino sotto Taormina, ricevendo cannonate dalle batterie nemiche, e restituendole con usura e tiro preciso. Quella fregata mise lo spavento ne’ difensori del capo S. Alessio, temendo uno sbarco alle loro spalle. Mentre i ribelli si trovavano dominati da quel panico, i regi assaltarono Fiumedinisi, ove quelli si erano fortificati, sostenuti da quattro compagnie del battaglione francese. Colpiti di fronte da' napoletani e quasi alle spalle da' proiettili che lanciava lo Stromboli, fuggirono in disordine sopra i monti, abbandonando eziandio il formidabile capo di S. Alessio! 11 primo a fuggire fu il prode colonnello Pracanica, lasciando alle prese coi regi le sole quattro compagnie francesi, che furono rotte ed inseguite. Bisogna leggere lo storico rivoluzionario, Carlo Gemelli (((85))) per conoscere la imperizia ed anche la codardia del sedicente colonnello Pracanica, avendone date non dubbie prove in que' fatti d’armi: egli tanto encomiato da’ rivoluzionarii messinesi!

Passato quel Capo, le due divisioni napoletane marciavano in avanti senza contrasto; dovendo conquistar Taormina, fecero alto sulla spiaggia di Latianni, paesetto non più lungi di tre miglia da qaell’antichissima città (((86))). La quale è fabbricata sopra un monte che si eleva a 400 metri sul mare; allora avea due strade, una dalla parte di Messina e l'altra in direzione opposta che corre versa Catania; tutte e due difficili e ripide, che appena si potea salire a cavallo, con cavalcature abituate in que' luoghi. È dominata alle spalle da inaccessibili monti, tra cui uno altissimo detto di Vanerella, a diritta del quale un altro molto alto, ov’è il paesetto di Mola, che ivi si sale per una lunghissima scala incavata nella roccia: i ribelli eransi decisi di ritirarsi in questo paesetto se avessero perduta Taormina. Questa città era stata bene fortificata e la difendevano quattromila uomini; vi erano due batterie, una ad un punto detto la Gardiola e tirava sul mare, fai tra sotto porta Messina che spazzava la via che da Latianni conduce a Taormina. Oltre di che questa stessa via era stata ridotta in moda che né artiglieria né cavalleria potea transitarla Filangieri si era deciso d’impossessarsi di quella città, assalendola con tutte le sue forze, cioè con le divisioni postate in Latianni, estendendole sopra i monti fino a Mola, ed egli sbarcare a Giardini con la brigata Busacca, investendola dalla parte orientale. La suddetta brigata, spedita sulla costa terrena per simulare uno sbarco, egli attendeala la sera di quel giorno: quindi lo sbarco doveasi eseguire la dimane per operare insieme con le divisioni dirette da Pronio e Nunziante. Intanto, per conoscer meglio il valore delle batterie nemiche, ed ove fossero queste alzate, si fece sotto Taormina con tre fregate e prese a cannoneggiar la Guardiola.

Giunta la brigata Busacca si fermò al Capo Schisò, che trovasi ad un miglio dalla parte orientale di Giardini, ed ivi attendea l’ordine di sbarcare ed eseguire il disegno di guerra del generale in capo. Però un fatto straordinario rese inutile quello sbarco; fatto che onora oltre ogni dire un pugno di soldati napoletani; i quali fecero quanto dovea fare tutto l’esercito sotto gli ordini di Filangieri. Il 1° e 5° cacciatori, ed alquante compagnie, del 6° di linea, guidati da’ tenenti colonnelli Marra, Pianelli e Grossi, da Latianni erano stati spediti sopra i monti per ¡snidare i ribelli; ed arrampicandosi per burroni e precipizii, erano giunti sopra quell’altissime vette, che dominano Taormina, facendo sempre a schioppettate co’ nemici, che, incalzati sempre da burrone in precipizio, si erano rifugiati in quella fortificata città. Que’ battaglioni rimasero su que’ monti, attendendo che Taormina fosse stata investita dal resto dell’esercito.

Piace a me non immaginare le cose, ma esporle co’ particolari d’inattaccabili verità, onde che per la presa di Taormina, trascriva le parole stesse desunte dalla Cronaca militare, scritta dal tenente conte Fabbri, all’immediazione del generalissimo Filangieri per quella memorabile campagna. Ecco come stampò e pubblicò i fatti quel testimone oculare:

«Guadagnammo l'importantissimo punta del Capo S. Alessio, dove solo 200 uomini con le pietre avrebbero arrestato il passo alle più valorose legioni di Europa — Accampammo alla marina di Latianni, a vista di Taormina — Alle ore 3 del giorno 2, dalle colline che dominano quelle guarnite da’ nostri bravi cacciatori, comandati dal valoroso Pianell (((87))), cominciarono il fuoco le squadre siciliane, il 5° cacciatori comandato dal non meno valorosissimo Marra è chiamato per sostenere il 1°. Si slanciarono alla corsa i soldati del 5°, ed alle grida clamorosissime di viva il re, ripetute da tutto и l’esercito, volarono a guadagnare le alture, non senz» commozione di tutti noi, che vedevamo l’entusiasmo di quella brava gente, S. E. era a terra.! siciliani sparavano fuori tiro, i nostri vi rispondevano con fischi ed avanzando sempre.

«La vantaggiosissima posizione di Taormina è tale che per attaccarla con successo e con minor perdita, di uomini, il generalissimo avea già formato il suo piano diable tacco per la dimane; però il valore ed il volere de’ bravi cacciatori, rivaleggiando con la sapienza del generale, porsero lo spettacolo sorprendentissimo all’esercito, che stava al bivacco, di un fatto d’armi, per quanto brillantissimo altrettanto audace e temerario. Profondi burroni, rocce inaccessi sibili, vallate e frequenti montuosità sono le difese che la natura prodiga concede per la sicurezza di Taormina. Fortificazioni raunite di cannoni, strade tagliate e sviluppantesi per due miglia di ripido zig-zag, numerose squadre comandate da un Pracanica, da un Gentile e da un Interdonato, munizioni e provvisioni abbondantissime erano le difese artificiali che la preveggenza dell’uomo, assistita da’ lumi dell’arte, della scienza, rendevano Taormina formidabile, s fuori la portata di cader vittima di un colli po di mano, operato da un pugno di bravi audacissimi. Ma che non può la volontà dell’uomo, veramente deciso di affrontare il pericolo, per difendere la santa causa della legittimità? I cacciatori avanzavano sempre: l’esercito li contemplava;il sole cominciava a u declinare sull’orizzonte; la squadra era tutta in bell’ordine, lungi dalla spiaggia ad una «portata di cannone; i trasporti somministra vano i viveri alla truppa, il cannone delle Stromboli salutava Taormina, ed il cannone della sua porta rispondeva al mare e fulminava su’ cacciatori, ma senza alcun successo.

«Premesse le difficoltà del terreno, senza calcolare che erano in ragion diretta della bravura delle nostre truppe, era ferma credenza che, col cessar del giorno, cessasse il fuoco, conservandosi le posizioni guadagnate, per compiere al nuovo dì la militare operazione. Ma no! que' bravi cacciatori, superando le difficoltà, neanche abbozzate, «con quell'ansia che il naufrago si affatica di guadagnare il sospirato lido, corrono, scendono, si dirupano, s'arrampicano, si fan sostegno l'un l'altro ed avanti, avanti!

«Una densa colonna di fumo che elevasi quasi sotto le mura di Taormina, diede indizio certo dell’arrivo de’ nostri in quel punto, e non c’ingannammo. Il sole è prossimo a spegnersi, l'esercito ammira. Il generale vede con soddisfazione approssimarsi il momento di essere preceduto ne’ suoi calcoli e palpita di gioia. Le colonne di fumo son due, son tre, son quattro; il cannone di Taormina tace! è notte: una voce comunicandosi dall’alto, portata dal cordone dei cacciatori annunzia: Ë presa Taormina! Viva il Re! Questo fu il grido che nella prima espansione di contento diede il generale, lo Stato Maggiore, l'esercito; indi un fragoroso batter di mani, un plauso universale: È presa Taormina! Essa, da quante te compagnie? da quanti battaglioni? Nè battaglioni nò compagnie! miracolo, prodigio! Venticinque uomini!! entrarono i primi e soli con un ufficiale e tre о quattro sotto uffiziali in Taormina, seguiti poi dal rimanente dolle rispettive compagnie, di cui que’ bravi facevan parte, sì del 1° che del 5° e 6° battaglione. Quell’uffiziale era Michele Bellucci, giovane di belle speranze e di grande audacia, che colse fortunato il primo alloro della sua vita militare in Taormina; mentre in Catania un serto novello più glorioso, ma più disgraziato lo racco«glie con una palla alla gamba! (((88)))

«Taormina fu occupata militarmente, non solo da’ due battaglioni 1° e 5° cacciatori ma dal 6° di linea e da corrispondente artiglieria».

I rivoluzionarii uniti e fortificati in quella città, al primo vedere la truppa che si avanzava da Latianni mentre la flotta cannoneggiavali di fronte, si credettero circondati, sapendo che alle loro spalle si trovavano varii battaglioni cacciatori. Quando poi intesero la squillo della tromba, presso Taormina, che precedeva i 25 soldati, guidati dall’intrepida Bellucci, fuggirono tutti sopra Mola, seguiti dalla popolazione spaventata da que’ casi imprevisti e repentini. Da Mola scesero ai paesetto de’ Graniti, e si ridussero a Linguagrossa, ov’era la retroguardia delle squadre sicule.

Mentre sopra Taormina sventolava gloriosa la bandiera de' gigli, Filangieri, per assicurar la vittoria, ordinò al capitano Armenio di sbarcare per riconoscere la spiaggia; e quando si dispose scendere la brigata Busacca, fu generosa gara tra’ due capitani, Ferdinando del Bosco, comandante della 1(a) compagnia granatieri, e l’altro Gioacchino Auriemma, comandante la 1(a) compagnia cacciatori del reggimento 3° di linea: la vinse Auriemma. Costui co’ suoi dipendenti ed uffiziali, Maringh, Pellegrini e de' Torrenteros, ebbero l'onore di essere i primi a porre piè a terra sotto Taormina.

Presa Taormina, Catania rimase aperta ai regi e Filangieri non era uomo di non approfittarne. Egli fece avanzare con rapidità l'esercito alla volta di Giarre per trar profitto da quella confusione e da quel terrore che avea invaso i rivoluzionarii, sperando che la sua celere marcia avrebbe risparmiato molto sangue dall’una e dall’altra parte. Al sud di Taormina havvi una fertile ed amena pianura, che si estende per trenta miglia fino a Catania; all’est è bagnata dal mare, alla parte opposta s’innalza la meravigliosa montagna. dell’Etna, vedendosi nella sua maggiore altem di trenta miglia. Poco lungi da Giardini trovasi il bel ponte di Calatabiano, ove la strada rotabile si sparte; un ramo va diritto a Giarre ed Acireale, l’altro a destra corre 612 alle falde dell’Etna, passando per Piedimonte, Linguagrossa, Randazzo ed altre interessanti città; dopo di aver circuito quella maestosa montagna, che gira più di cento miglia, si congiunge in Catania con quell’altra che mena ad Acireale.

Il duce Filangieri, la stessa sera del giorno 2 aprile, spedi a Giarre il capitano de’ Carabinieri, Salvatore Maniscalco, con due compagnie del 4° di linea. Quel capitano fu ricevuto in trionfo, prima dal Municipio di questa città, che andò ad incontrarlo, e poi da tutta la popolazione. Avendo, il duce supremo, fatto sbarcare la brigata Busacca, la mattina del 3, spinsela, per sicurezza dell’esercito, nel suo fianco destro alla volta di Piedimonte, per respingere la retroguardia di Mierolavrski; il quale trovavasi in Linguagrossa, sperando riunir colà la sua gente fuggitiva ed opporsi alla marcia de’ regi sopra Catania. La retroguardia del polacco duce, appena intese che i napoletani trovavansi in Piedimonte, fuggi in disordine, arrecando lo spavento in Linguagrossa, e tutti obiettarono per Randazzo: d’allora cominciarono le diserzioni delle guardie nazionali mobilizzate. Quelle sotto gli ordini del sedicente colonnello Santantonio, giunte a Francavilla, avendola trovata vuota i abituati e di viveri, rimasero digiune per la seconda volta ed abbandonate in mezzo le strade, mentre pioveva alla dirotta. Quella stessa notte si sciolsero e presero la via dei loro paesi, e lo stesso fecero quelle che si erano spinte fino a Randazzo.

Mierolawski, con poca gente, minacciato dalla brigata Busacca, fece precipitosamente il giro dell'Etna per Bronte, Adernò, Biancavilla e Paternò e si ridusse a Catania. Egli avea di già munita questa città e dintorni della stessa con fossati, barricate e batterie di cannoni di vario calibro; ivi era certo di vincere, conoscendo il vezzo de' suoi dipendenti, che soleano battersi bene soltanto dietro i ripari. Avea fatto costruire un campo trincerato fuori porta Ferdinanda, cioè alla parte opposta donde si aspettava che avessero potuto entrare i regi e rifugiarsi colà in caso di rovescio.

Filangieri, la mattina del 5, essendosi presentato con la flotta sotto Aci Reale, città di circa 40 mila abitanti, il Municipio della stessa recossi a bordo per far atto di sottomissione al re, consegnando al supremo duce la bandiera rivoluzionaria ricamata di argento e di ero, ed una spada con l'elsa anche di oro, quella stessa che Catania avea data in dono ad Aci-Reale, per infiammarla e renderla solidale nella ribellione contro il legittimo principe. All'una di quel giorno la truppa entrò in quella città; venne incontrata dalla popolazione, sventolando bianchi lini e gridando: Viva il re! viva la truppa! Quella popolazione, non contenta di tanto cordiale ricevimento, portava gratis secchie d’acqua e barrili di vino per rifocillare i soldati.

L’accoglienza fatta dalle popolazioni alle regie truppe smentì tutte le bravate de' rivoluzionarii; i quali diceano, che all’apparire dei soldati napoletani, il popolo siciliano si sarebbe alzato terribile come un sol uomo per distruggerli. Smentì le calunnie di lord Palmerston, che, l'11 settembre 1848, avea scritta a lord Napier: «I fatti di Messina han messo un abisso tra il re di Napoli e la Sicilia». Smentì le previsioni appassionate d’altri diplomatici, che voleano pescare nel torbido. Infine lo stesso duce supremo de' ribelli siculi, il polacco Mierolawski, smentì le calunnie lanciate contro Ferdinando II e contro l’esercito napoletano, avendo stampato nelle sue Memorie: «Alla prima apparizione della squadra napoletana avanti Riposto, tutta la popolazione delle coste si ritrasse a’ monti e tradì la causa rivoluzionaria, affratellandosi col nemico».

Il duce napoletano, prima d’investir Catania, mandò un manifesto a quella popolazione, intimandole di sottomettersi al legittimo sovrano; gli fu risposto da’ ribelli: guerra a morte al tiranno ed a' suoi sgherri! Onde che, a tanta ostinazione, perdette la speranza di risparmiar sangue e catastrofi, e si decise di conquistar a viva forza quella città fortificata. La sera del 5 mandò sei fregate sotto Catania, con ordine al comandante delle stesse, generale Lettieri, che si atteggiasse ad ostilità, per farsi tirar contro dalle batterie nemiche e così conoscere la posizione ed il numero. Lettieri adempì bene la sua missione, e ritornato presso il generale in capo, dissegli esservi quattro fortini, indicandone il sito, e che in città avea veduto gran numero di armati, che si preparavano alla pugna.

Spuntava l’alba del 6 aprile 1849, alba apportatrice di lagrime, sangue e rovine, quando i regi e i ribelli si mossero per incontrarsi su quell’arida e bruna regione dell’Etna, per farla vermiglia di sangue fraterno! Due strade si presentavano al Filangieri per correre sopra Catania, una scorre agevole e piana dalla parte della marina, l'altra si addentra malagevole pe’ vicini monti, traversando Aci-S. Antonio, Aci-Buonaccorsi, S. Giovanni la Punta e Battiati. Quel sommo duce, gloria di questo Reame, fece manovrare in modo l’esercito che conducea, da ottenere il suo intento filantropo, risparmiando quanto più sangue avrebbe potuto con la sua scienza tattica, dovendo impossessarsi a viva forza di una città fortificata. Il giorno precedente avea tutto preparato, come se avesse voluto recarsi a Catania per la via della marina; e difatti i ribelli si erano ivi riuniti, cioè presso S. Gregorio, preparando difese e mine. Ad un tratto ordinò alla divisione Nunziante di spingersi rapida per l’altra via de' monta e a quella di Pronio di andar per la marina, però con l’ordine di scansar la lotta; invece, appena giunta alla strada traversa, volgersi rapidamente a dritta e congiungersi con Nunziante ad Aci-Catena. Questa manovra imbrogliò, tutta la scienza militare del duce polacco; nonpertanto costui corse ad attaccare la destra de’ regi, con una colonna delle sue migliori squadre dalla parte di S. Giovanni la Punta, circa sei miglia lungi da Catania. I napoletani marciavano senza dar segno di volere assalire i nemici; infatti precedevali un carro coronato di rami di olivi, portandone eziandio a’ caschetti, in segno di pace, se i ribelli l’avessero voluto accettare. L’avanguardia era di cinque battaglioni, cioè 1°, 3°, 4°, 5°, 6°, alquante compagnie dei 6° di linea, e pochi lancieri, tutti comandati dal tenente colonnello Pasquale Marra. Alla punta della suddetta avanguardia eranvi quattro compagnie scelte di cacciatori de’ reggimenti 3 e 4° di linea, sotto gli ordini del prode capitano Angelo Martini, soldato del 1° impero, veterano compagno di Filangieri; comandante in secondo era il capitano Gioacchino Auriemma, ed aiutante maggiore di manovra il giovine uffiziale Giovanni de' Torrenteros.

Erano le dieci del mattino quando i regi vennero investiti da’ dragoni siciliani, che furono respinti. Mierolawski, deciso di dar battaglia in quel punto, postò la sua artiglieria, spinse due reggimenti e il resto della cavalleria contro i cacciatori, ma questi li respinsero e l’inseguirono fino a Battiati, ove i ribelli si erano fortificati, e tiravano, al solite archibugiate dalle case. Varii soldati furono uccisi e feriti, e tra quest’ultimi anche il comandante Pasquale Marra fu ferito al viso.

Que’ rivoltosi di Battiati, sotto gl’immediati ordini del duce polacco, fecero in quel paesetto e ne’ dintorni una resistenza terribile da dentro le case e da dietro i ripari; ritirandosi lentamente, passando da un fabbricato all’altro, da una ad un’altra barricata, da burrone in burrone, sempre facendo un fuoco di fila ben nutrito e micidiale. Vi fu un momento assai pericoloso pe’ regi, perché assaliti sul fianco destro da una colonna di nemici provenienti da Gravina. Nonpertanto prevalen la disciplina e la bravura de’ napoletani; i quali non solo respinsero gli assalitori, ma l’inseguironо fino alla Barriera, ove trovarono una formidabile barricata. Il primo ad assaltarla e vincerla fu il tenente colonnello François, dopo un accanito combattimento corpo a corpo coi difensori della stessa. L’avanguardia regia sì spinse fino al piano di Gioeni incontrando sempre maggiori ostacoli, essendo stati quei luoghi tutti barricati, muniti di artiglieria e difesi da innumerevoli siciliani ed esteri.

Il largo Gioeni, all’entrare in Catania, fa capo a tutta la strada, che traversa in linea retta dal nord al sud, quella bellissima città lunga più di un miglio, ed è chiamata via Etnea sino a porta di Aci, e da questo punto al largo del Duomo, Stesicorea; traversa quattro piazze, cioè Borgo, Stesicore, Studii e Duomo; da quest’ultima parte un’altra, via detta Ferdinanda che corre dall’est all’ovest. Le piazze e le vie che traversano la strada Etnea-Stesicorea erano tutte barricate e munite di cannoni e di difensori.

Filangieri avea dato ordine alla flotta di cannoneggiare le batterie nemiche, alzate sulla marina, affin di deviare l’attenzione e le forze nemiche dal vero punto di attacco. Giunto sul piano di Gioeni, spinse la divisione Pronio sulla strada Etnea, ove trovò una ben solida barricata; la quale dopo non lieve contrasto fu abbandonata da’ difensori. Soldati e cavalieri si menarono dentro quella strada e alla cieca, inseguendo i ribelli; ed essendosi imbattuti in una batteria che li fulminava di fronte, furono orridamente decimati. Malgrado tante perdite, pugnando con estremo valore, si spinsero innanzi, superando tetti gli ostacoli. Con movimenti di fianco, faceano indietreggiale i nemici, i quali, convergendo sempre, miravano a riunirsi nel centro della città, dove per altre opere di difesa ed altri armati, speravano rinfrescar la lotta e riprendere l'offensiva.

Il capitano Martino con poche compagnie scelte, due cannoni e cento lancieri, si avanzò fin nel centro di Catania. Fu allora che cominciò una lotta di esterminio, e que' pochi soldati venivano fulminati da tutti i punti; mia grandino di palle di moschetto e di mitraglia pioveva sopra di loro; essi erano colpiti dalle porte, dalle finestre, da' balconi, da’ tetti, dalle barricate; case, palazzi e chiese vomitarono piombo e ferro rovente sopra gli assalitori Costoro, non potendoli espugnare! vi appiccarono il fuoco. In quella corse il 3° cacciatori in aiuto de' compagni e fu anche decimato. Primi a cader feriti furono il capitano Cocí dello Stato Maggiore, morto dippoì, i capitani Martino ed Arnone e l'alfiere Michele Uggini del 1° lancieri; uccisi i capitani Ritucci, Salvatore ed altri. Il Ritucci ancor vivo, caduto in mano de' ribelli, fu orridamente seviziato. In quella terribile lotta, tanto micidiale a’ napoletani, sì fece avanti il capitano Ferdinando del Bosco, con la 1(a) compagnia del 3 dì linea, e con audacia sena pari, attaccò di fronte una barricata, donde venivano le maggiori offese contro i regi. Alla prima scarica caddero 37 soldati di quella compagnia; gli altri desistettero da quell’assalto, ed invece sì riunirono agli altri per ribattere i colpi, che venivano da palazzi fortificati. Dopo la compagnia condotta da Del Bosco, sopraggiunse sul luogo del conflitto il 6(0) di linea f comandato da Grossi; e questi cadde ferito mortalmente il primo di tutti, indi il suo aiutante maggiore Maddalena (((89))), e il capitano Giuseppe Neoumburg; quest’ultimo molto si distinse in quella giornata insieme a tre suoi figli, che combatteano sotto i suoi ordini, cioè Saverio, Guglielmo e Federico, allora sottuffiziali.

Jn mezzo a tanto esterminio di vite umane bruciavano gli edifizii di Catania, e con essi i difensori che non poteano fuggire. In quella scoppiano due casse di polvere, ed uccidono un gran numero di soldati, che trovavansi colà vicini. Ogni cosa volgeva a rovina, e la soldatesca cominciava a trepidare, vedendo tanti morti e cotanti disastri, aspettandosi da un momento all’altro di saltare in aria con lo scoppio di qualche mina. Quella trepidazione era fatale nel momento che la vittoria era indecisa: ma varii uffiziali rincorarono i loro subalternie di costoro si distinsero Echanitz e Bellucci, tutti e due feriti, de' Torrenteros e il capitano Auriemma; questi due ultimi, -con pochi soldati, ebbero l'audacia di spingersi fino alla piazza di S. Agata. Perlocché la soldatesca, tanto bersagliata, si tenne ferma in quella piazza, e formandosi in quadrato, disperatamente si difendeva contro i nemici, che ¡’assalivano da ogni lato. Varii soldati erano eziandio uccisi da cosi detti spadaioli corsi, che s introducevano nelle file de' regi e li ammazzavano a colpi di stile.

Il duce Filangieri, conoscendo la posizione compromettente di quella parte di truppa che erasi cacciata fin nella piazza di S. Agata, mise mano alla riserva, ordinando al Nunziante di mandare dalla sua divisione il 4° svizzeri, comandato dal colonnello Murait, une squadrone di lancieri ed una batteria di montagna. Questi soldati, rimasti in riserva, giungevano freschi e baldi sul luogo del conflitto, quindi assalirono i nemici con estraordinarie slancio; e rovesciando ogni ostacolo, resero inutili tutte le precauzioni prese da contrari; i quali cominciarono a volgersi verso porta Ferdinanda, donde schiudersi la via per Palermo.

In quella zuffa con gli svizzeri, il Mierolawski, mentre tentava trattenere i fuggitivi, fu ferito alle spalle, e venne condotto al monastero de' Benedettini, e poi trasportato ad Adernò. Francesco Lucchesi Palli, figlio del principe di Campofranco, avendo abbandonata il padre, presso il re in Napoli, corse in Sicilia per servir la patria a modo suo: fatto colonnello di un reggimento siciliano, detto de' congedati, rese varii servigi alla rivoluzione, dalla quale fu elevato a comandante la Piazza di Catania. Il 6 aprile, alla testa del suo reggimento combattea da valoroso contro i regi; ma fu ucciso da’ suoi subalterni, la magr gior parte gente di galera, perché volea ricondurli alla pugna.

I forti di Catania furono abbandonati da difensori, rifugiaronsi sopra un piroscafo inglese, che li condusse a Palermo. La flotta napoletana entrò nel porto e si riposò sulle ancore: la truppa bivaccò nelle strade e nelle piazze della conquistata città.

Catania era stata manomessa da ribelli, i soldati napoletani finirono di metterla a soqquadro; essi, inferociti per la resistenza che trovarono ne’ palazzi fortificati e per le barbarie usate a loro compagni, diedero in eccessi, e non valsero a trattenerli tanti benemeriti uffiziali. Prendendo di assalto un palazzo fortificato, esterminavano tutti i difensori dello stesso, e spesso non risparmiavano le donne ed i fanciulli; come accadde in casa del cav. Tedeschi letterato e filosofo, al quale uccisero una figlia diciottenne, ed un amico, Giorgio Amato. L’uffiziale Domenico Nicoletti corse per salvare queste due vittime dal furor soldatesco; ma non giunse a tempo.

Altri simili fatti bruttarono la vittoria dei regi; taluni di costoro si contaminarono anche col saccheggio. Dirò inoltre che durante il giorno 6 e 7 aprile, molti prigionieri (in fretta custoditi in vasti magazzini) erano spesso presi con violenza dagli esacerbati soldati, e condotti in un giardino all'entrata di Catania, venivano ivi ferocemente moschettati: ve n’erano di tutte le nazioni non esclusi i mori.

Nondimeno, di tutti que' mali che soffri la bella e florida città di Catania, la colpa principale ricade terribile sopra i rivoluzionarii; i quali in cambio di battersi contro i nemici ne’ campi, han l’infame vezzo di fortificarsi nelle case e ne’ palazzi delle città, ed ivi difendersi, provocando saccheggi, incendii ed assassinii d’innocenti cittadini. Gli eserciti regolari, quando perdono qualche battaglia, si ritirano e lasciano aperte ai vincitore le città, per non renderle un campo di lotta col danno sempre delle medesime. Tutto al contrario fanno i cosi detti patrioti; costoго, о sono al potere о cercano di ghermirlo con la rivolta, riconcentrano la guerra nelle città più popolose, poco curandosi degl’inevitabili danni che arrecano alle sostanze ed alla vita de’ cittadini. Taluni soldati napoletani e svizzeri si mostrarono rapinatori e crudeli in Catania, perché dentro questa città furono bersagliati e seviziati fino all’ultimo con ferocia inaudita; ciò che non avvenne in Messina, checché ne dicano gli scrittori rivoluzionarii, perché la lotta avvenne fuori le mura della stessa: io, ove trovo di flagellare i regi, non li risparmio. Palermo, come tra breve dirò, perché non volle guerra dentro delle sue mura, fu preservata dagli orrori di Catania.

Il sole del 7 aprile 1849, sabato santo, in Catania illuminò una scena spaventevole; i campi adiacenti a questa città e le vie della medesima erano lorde di sangue umano e seminate di cadaveri in atteggiamenti sconci ed anche feroci. Uomini divisi in vita per principii, per posizione sociale e per vario vestire si vedevano mutilati e spenti l’uno sull’altro. Dovunque volgevasi lo sguardo vedevansi cannoni rovesciati, mobili infranti, dirute barricate, armi spezzate ed insanguinate, gettate per le vie, animali uccisi о moribondi, edifizii divampanti о scrollanti; sacchi, giberne, kaccòs di soldati ingombravano i passi; ed in mezzo a tanto esterminio, più di tutto sconfortavano i lai dei feriti e dei morenti. Molti cadaveri de' rivoltosi bruciaronsi in istrada e gli avanzi rimasero miserando spettacolo di guerra; quelli de' militari furono radunati e tolti.

La giornata del 6 aprile costò molto sangue a’ ribelli, il numero preciso de' feriti non si seppe; si disse trecento di soli morti. Dei regi furono feriti quaranta uffiziali e cinque morti, cioè capitani Ritucci, Geci, Salvatore, Bioest e il tenente colonnello Grossi. I ribelli aveano l’ordine da’ capi di prendere di mira con particolarità gli uffiziali; difatti gridavano tutti: tiramu ai niuri, cioè tiriamo a’ neri; chiamavano neri gli uffiziali, perché costoro indossavano l’uniforme più oscuro di quello de’ soldati. Il numero de’ morti della bassa forza si disse che fu poco più di duecento; però, avendo riguardo alle orribili lotte sostenute dalla stessa fuori e dentro Catania, è da supporsi con certezza che abbia ricevuto maggiori danni.

L’8 aprile, giorno di Pasqua, il generalissimo Filangieri si recò alla Cattedrale, seguito dallo Stato Maggiore dell’esercito e da quello della flotta, per assistere alla Messa solenne. Passando in mezzo alla popolazione, che già fiduciosa era rientrata in città, fu acclamato e salutato liberatore della schiavitù settaria. Egli, quel giorno stesso pubblicò varie ordinanze, la prima contro i ladri che andavano svaligiando le case, ove ancora non erano rientrati i proprietarii; le altre tendenti a ristabilir l'ordine e l'amministrazione civile e municipale. Ordinò il disarmo e che si consegnassero alle autorità militari le polveri, il carbon fossile, ogni sorta di munizioni ed oggetti guerreschi. Ripristinò le guardie urbane, a cui affidò la pubblica sicurezza. Erano rimasti in città occultati molti individui della squadra de' così detti spadaioli còrsi, che erano sicarii siciliani, e che, come ho detto, assalivano a tradimento i soldati, uccidendoli con modi barbarissimi; taluni vestivano Funiforme dei regi; appena arrestati, erano messi sotto Consiglio di guerra subitaneo e fucilati. Tutto ciò avveniva mentre tanti distinti uffiziali si cooperavano per salvare i pacifici cittadini e gli stessi ribelli del furor soldatesco (((90))).


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CAPITOLO XXIV

SOMMARIO

Spedizione navale contro Agosta e Siracusa. I regi occupano varie altre città dell’Isola. I rivoluzionarii spacciano menzogne e fanno cantare il Tedeum. I fuggitivi di Catania son perseguitati dalla popolazione. Si riuniscono in Castrogiovanni. Marcia de’ regi alla volta di Palermo. Questa città manda oratori al Filangieri. I ladri e gli anarchici gridano guerra. Si combatte in varii luoghi presso Palermo. Si vuole amnistia pe’ delitti comuni e si ottiene. Le regie truppe entrano in Palermo. Mali prodotti dalla sicula rivoluzione. Si riordina l’amministrazione della Sicilia. Onori al Filangieri e all’esercito.

Le città ed i paesi presso Catania mandarono deputazioni al Filangieri, dichiarandosi sottomessi al regio potere e lodando il re e il supremo duce di aver liberato parte della Sicilia dagli spoliatori e da' ladri, dicentisi governanti di quell’isola. Per la qual cosa il generalissimo, sin dall’8 aprile, spedì varii distaccamenti di truppa ne’ luoghi vicini a quella città, perché domandati dagli abitanti, che voleano essere guarentiti dalle irruzioni e prepotenze de’ ribelli. Lo stesso giorno 8 aprile, spedì ad Agosta il general Lettieri con tre fregate e sei vapori; sopra i quali fece imbarcare varii contingenti di milizie. I quali giunti nelle acque di quella fortificata città, videro sventolare la bandiera bianca sopra i baluardi della stessa. Due compagnie del 3° di linea, comandate dal capitano Auriemma e guidate dal capitano dello Stato Maggiore Armenio, sbarcarono in Agosta e furono ricevute in trionfo dalla popolazione.

Lettieri, col resto de’ soldati a bordo. alla flotta, prosegui la rotta per Siracusa; però procedeva guardingo, temendo che questa città volesse resistere con le sue formidabili fortificazioni. Ma la fregata Guiscardo, comandata da de' Gregorio, con generoso ardire, entrò baldanzosa nel porto; ed in cambio di essere fulminata dalle batterie di quella fortezza, venne incontrata da un gran numero di barchette, ornate di rami di olivó, e piene di cittadini, che sventolando bandiere bianche, gridavano: viva il re! Sbarcarono quattro compagnie del reggimento Marina, acclamate da tutta la popolazione. I sedicenti governanti della Sicilia aveano affidato il comando di una fortezza tanto interessante, qual è quella di Siracusa, ad un avventuriere, cioè al polacco Werciniski; il quale capitolò tra i fischi e le minacce de’ siracusani, che lo avrebbero ucciso, insieme ad un Lanza, dicentesi colonnello, se nell’imbarcarsi per Malta, non fosse stato difeso da regi (((91))).

Dopo che si festeggiò l’entrata de' regi in Siracusa, parti per Catania una deputazione per far atto al Filangieri di obbedienza e di fedeltà al legittimo sovrano; essa era composta da’ baroni Bosco e Bonanno, da Amorello, da Martinez e da Adorno. Noto e tutte l’altre città del mezzogiorno della Sicilia, fino a Trapani, si sottomisero, con acclamazioni di gioia al potere regio e al solo apparire della flotta napoletana.

Nel medesimo tempo che quelle province marittime si sottometteano al legittimo re, acclamandolo liberatore della Sicilia dalla schiavitù settaria, il duce in capo spediva Nunziante alla volta di Adernò, ove costui giunse il 10 aprile con la sua divisione. Da questa città passò a Bronte, facendo il giro della montagna dell’Etna, fino a Piedimonte, per ispiar le mosse del nemico, e per impedire a ribelli sbandati di riunirsi e marciare alla volta di Castrogiovanni, avendo costoro stabilito di fortificarsi colà, per far testa alle vittoriose truppe napoletane. Contemporaneamente al Nunziante partiva da Catania il generale Zola, con buon numero di fanti, cavalieri ed artiglieri per occupare Caltagirone; il colonnello Salzano, con un sol battaglione, trovandosi in Barcellona, si spinse fino a Patti: altri piroscafi della regia flotta sbarcarono altre milizie a S. Stefano ed a Termini. Quest’ultima città dista 24 miglia da Palermo; la sicula rivoluzione era stata proprio fiaccata in Catania il 6 aprile! I governanti di Palermo, mentre pubblicavano a’ quattro venti, che i regi aveano subissata Catania, per non esser manomessi dagli stessi rivoluzionarii e per godere ancora di un giorno, di un’ora, di un minuto di potere, ricorsero alle solite menzogne, poco curandosi delle loro flagranti contraddizioni. Difatti, il 10 aprile, affissero a’ cantoni di quella città taluni avvisi, che titolarono Bollettini ufficiali, uno de’ quali dicea: «Gloria a Dio! Stamane è giunto un corriere, che ne fa sapere che dodicimila angeli palermitani han ripresa Catania dalle mani infami de’ vili satelliti del tiranno, che vi han trovato la tomba. Rallegratevi! Rallegratevi!»—Buffoni! Buffoni! Queste impudenti menzogne si sparsero per tutti que’ paesi, non ancora occupati dalla regia truppa, che furono obbligati da’ rivoluzionarii a cantare il Tedeum, per la vittoria riportata da' dodicimila angeli palermitani contro i satelliti del tiranno, che aveano trovato la tomba in Catania! Quelle scellerate menzogne furono causa di altri trambusti ed altro sangue. Che cosa importava a que’ padri della patria altro sangue ed altre rovine, trattandosi di rimanere per qualche altro giorno abbarbicati al potere?

I ribelli, avanzi della sanguinosa battaglia di Catania, parte si sbandarono, facendo ritorno alle loro case e parte andarono a zonzo birboneggiando e briganteggiando, inseguiti sempre a schioppettate da’ villani; i soli esteri correvano diritti a Castrogiovanni, or fischiati, or malmenati in tutti i modi da’ cittadini di que’ luoghi ove transitavano. lì polacco Mierolawski, nelle sue Memorie storiche, enumera i tradimenti delle città sicule, e ci fa sapere, ch’egli ferito, insieme ad altri suoi subalterni, fu più volte in pericolo di essere ucciso da’ contadini siciliani; i quali, quando arrestavano qualche milite estero, per meno lo consegnavano a’ regi. Dichiara in ultimo., che egli e gli altri avventurieri non rimasero vittima delle persecuzioni de' partigiani del Borbone, perché erano guarentiti da’ congedati siciliani. E veramente que' poveri villani e cittadini non ne poteano più, perché ingannati e spogliati, per sedici mesi, da gente vorace e prosuntuosa, la maggior parte straniera, che in Sicilia disponeva da padrona assoluta. Essi, profittando de’ rovesci de’ loro tiranni, prendevansi la rivincita delle patite spoliazioni e delle prepotenze che aveano subite.

In Castrogiovanni si riuniva buon numero di rivoluzionarii, cioè quelli fuggiti da Catania, Agosta e Siracusa. Trovavasi colà la legione estera con l’artiglieria, che avea potuto salvare dalla catastrofe del 6 aprile; era la sola che volea battersi davvero. Da Palermo corse l'altra legione detta universitaria, composta di giovani entusiastici e scapati; i quali fecero però più sonetti ed inni di guerra che in seguito schioppettate. Que’ guerrieri da’ baffi incerati e dalla scarpa lucida, doveano ingrossarsi cammin facendo; ma i cittadini lor ridevano sotto il naso, mettendoli in ¡sconcia caricatura. Non trovarono un cane che li avesse seguiti; essi erano tanto numerosi quando uscirono da Palermo, che loro generalissimo, letterato già s’intende, li passò in rivista in una piccola chiesa di Vallelunga.

Si buccinava che il presidente Ruggiero Settimo sarebbe partito da Palermo per andare incontro a’ regi; allora, si assicurava che la Sicilia, si sarebbe levata come un sol uomo per seguirlo sopra i campi delle patrie battaglie, ma quel povero vecchio settuagenaria pensava a svignarsela dall’isola, come meglio avrebbe potuto. Tante altre bravate si dissero e si stamparono in quel tempo da’ settarii, cui era doloroso lasciare il potere; ogni loro sforzo, con tutto il corredo delle loro menzogne, non ottenne il desiderato scopo.; perché la Sicilia era stanca, esausta di sentimenti bellicosi, di danaro e di sangue; anzi benediceva la conquistatrice regia milizia, che la liberava da infiniti mali, cioè dal giogo settario.

Filangieri, deciso a farla finita co’ caporioni della sètta, insediati in Palermo, si dispose per conquistar subito quella città capitale dell’Isola, per evitare che que' padri della patria arrecassero maggiori calamità alla derelitta Sicilia. Avea egli dovuto mettere guarnigioni in Taormina, Catania, Agosta, Siracusa ed altre città sottomesse, perché domandate dai medesimi cittadini, affin di essere guarentiti da’ ribelli; oltre di che il suo corpo di esercito di dodicimila uomini avea sofferto asini danni di morti e feriti, in tanti fatti d’armi e nella battaglia, di Catania. Per la qualcosa fu costretto chiedere altra truppa a Napoli e difatti il 20 aprile gli giunsero tre reggimenti di linea, che trovavansi in Gaeta, ed erano il 1°, 8° e 9°, la maggior parte reclute; ma egli le mandò nelle piazze forti, ritirando da queste la soldatesca agguerrita. Avendo tutto ben disposto, e dati gli ordini opportuni, il 22 dello stesso mese mosse dà Catania. Era suo disegno di guerra di assalire Castrogiovanni con due colonne parallele; egli con la prima divisione dalla parte di Caltanissetta ed il general Nunziante con la seconda dall’altra di Regalbuto. Quel disegno non fu necessario metterlo in esecuzione, perché questo generale, il 25, avanzandosi da Leonforte, senza colpo ferire, occupò Castrogiovanni e Caltanissetta, essendo fuggiti a fiaccacollo tutti i rivoluzionarii indigeni ed esteri: il di seguente, il generalissimo-giunse in quest’ultima città, e così tutto l'esercito si trovò riunito nel centro della Sicilia. Filangieri fu ricevuto in Caltanissetta con ¡splendide feste popolari; si cantò il Tedeum con gran pompa; la sera vi fu moltiplicata illuminazione e gran tripudio de’ cittadini, i quali, per provare ce’ fatti la loro devozione al re, chiedevano armi al sommo duce, per dare addosso anch'essi a’ ribelli.

Le vittorie de’ regi e l’avanzarsi di costoro sopra Palermo, era di già ben conosciuto da tutti i palermitani, quindi trambusti ed accanimenti tra’ partiti opposti. La prima pratica «di sottomissione al re, fu fatta nel gran Consiglio della civile milizia dall’avv. Giuseppe Frangipane, e venne respinta da coloro che aveano più forti polmoni per gridare: guerra tiranno! Indi si riunì una Commissione tolta dalla Camera de’ Comuni, e a’ ministri, consigliandoli e pregandoli di evitare la guerra e l’esterminio della città capitale. Nel medesimo tempo, l’ammiraglio francese Baudin, pregato da varii buoni cittadini di Palermo, diresse un foglio a’ governanti, consigliandoli a cedere alle armi regie, avendo il sovrano, egli dicea, pubblicato un’ampia e clemente amnistia; e che oramai sarebbe un volere maggiori rovine e sangue, senza speranza di un felice risultato, se essi si fossero ostinati a voler continuare una guerra devastatrice. Finiva coll’offrire i suoi buoni offici presso Filangieri e presso il re a favore dei siciliani e principalmente di quelli più compromessi.

In effetti quell’ammiraglio ed il ministro di Francia, sig. di Rayneval, partirono per Gaeta per intercedere presso Ferdinando II, acciò questi accogliesse benigno la sottomissione de’ ribelli di Palermo. Napier, ministro d’Inghilterra, il gran protettore della sicula rivoluzione, non si mosse per proteggere i siciliani nella sventura, perché non si poteano più vendere armi a medesimi, e non vi erano in quell’isola altri opificii da distruggere. Il re rispose a Rayneval ed a Baudin, che avrebbe accolto benignissimo la sottomissione di Palermo, al pari delle altre città sicule, però volea riconoscere il solo Municipio palermitano; il quale dovea costituirsi unico potere e mandare oratori al Filangieri.

Il ministero rivoluzionario, dopo di aver fatto versare tanto sangue inutilmente, volea far provare a Palermo le calamità di Messina e di Catania; ma, visto l’atteggiamento della maggioranza della Camera de’ deputati, e che l'opinione pubblica senza timore sollevavasi contro i fautori della guerra, trovò opportuno dimettersi, e cosi schivare la tremenda responzabilità di tutt'i danni che avea cagionati col suo spavaldo manifesto del 4 aprile. Andati via que’ ministri, la Camera de’ Comuni accolse la mediazione francese per la sottomissione della capitale con la maggioranza di 55 voti contro 31; e quello stesso giorno prorogò le sue sessioni, per non riunirsi mai più; però si riunirebbe con altri principii se sorgesse un Gedeone!

Riunito il Municipio, a capo del quale eranvi il marchese di Spaccaforno e il barone Riso, scelse una deputazione de’ più distinti cittadini, che, sul battello a vapore Palermo, navigò per Catania, ove giunse il 24 aprile; non avendo ivi trovato il Filangieri, già partito da due giorni, andò a raggiungerlo a Caltanissetta. In questa città affluivano tante altre deputazioni dell’Isola, per far atto di sottomissione e fedeltà al re; quella palermitana fu ricevuta a preferenza dal supremo condottiero delle truppe regie. Essa era composta da monsignor Ciluffo, arcivescovo in partibus di Adana, e giudice della regia monarchia siciliana, dal principe di Palagonia, dal marchese Rudinì, dal conte Luigi Lucchesi Palli e dall’avvocato Napoletani; a’ quali si aggiunse un uffiziale francese ed il tenente-colonnello Alessandro Nunziante, mandato dal re, per accompagnare i componenti quella Commissione.

Ecco l’indirizzo presentato al Filangieri sopra nominati signori a nome della popolazione palermitana: «La città di Palermo incarica noi dell'alto onore di presentare a V. E. la piena sottomissione al Re nostro Signore, che Dio sempre protegga. Cosi Palermo adempie un atto di sentito dovere, ritornando all’obbedienza del principe che la Provvidenza le ha largito, e di cui tra le altre moltissime virtù, son preziose prerogative la religione e la clemenza. Né di tanto la città si appaga, se non vi aggiunge l’espressione del più profondo dolore, pei traviamenti che hanno amareggiato e funestato l'anima di S. M. e renduta deplorevole la condizione de' buoni. Ed invero ripetuti atti di sovrana clemenza dimostrarono di quali grazie la M. S. largheggiava; ma la malaventura di questo paese, offuscate le menti di coloro che aveano tolto la somma delle cose, privò i buoni del beneficio e delle amorevoli cure del loro Sovrano, costringendoli invece a continuati sacrificii. Ed ora all’infelice città se una speranza rimane, la si è riposta ne’ sentimenti magnanimi e generosi di cui ridonda il cuore paterno del Re, nel ricordo ch’ei v’ebbe culla, nella sua religione e nella sua inesauribile clemenza.»

Filangieri accoglieva benigno quella deputazione e l’indirizzo diletto a lui pel re; e rispondeva, che il sovrano avea fatto grazia a tutti, stendendo un velo sul passato, ad eccezione soltanto degli autori principali della rivolta.

Quel supremo duce, il 28 aprile, diè fuori un ordine dei giorno diretto a’ soldati ed а’ marinari della flotta; col quale, dopo di avere enumerati i disagi, le fatiche ed i pericoli superati da Messina a Catania, annunziava che in quest’ultima città era stata fiaccata la sicula rivoluzione, ed essi poteano andare altieri per aver ridonata la pace alla Sicilia, dopo di essere stata vittima di un branco di faziosi, non d'altro avidi che di oro, sangue e potenza. Conchiudeva con queste belle parole: «E perché si divelga al più presto possibile dal siciliano popolo ogni acerba ricordanza, continuate nel vostro lodevole costume di affratellarvi con esse, rispettando le persone e le sostanze, ed usando modi amorevoli e benigni; poiché in tal guisa vi renderete degni della stima e del plauso universale».

Mentre l'esercito regio lasciava Caltanissetta ed avvicinavasi a Palermo, acclamato e festeggiato dovunque, i ribelli non quietavano; perlocché varii paesi e città domandavano soldati al generale in capo, per tenere a segno coloro che erano stati impotenti contro la truppa, e voleano poi tartassare i pacifici cittadini.

I più compromessi rivoluzionarii di Palermo, e quelli messi in libertà da costoro, temendo di non poter godere dell’amnistia, andavano dicendo, che punto non si attagliava al siculo onore sottomettersi ed abbandonare una causa per la quale si era tanto battagliato; e che la sottomissione al re era una fraudolenta opera de’ traditori della patria, mentre si era ancora forti abbastanza ¿a poter respingere e debellare il nemico.

Nel tempo stesso che i regi si avanzavano a grandi giornate sopra Palermo, piombavano in questa città tutt i grassatori, i ladri di casse pubbliche, ed i galeotti liberati; tutti questi facinorosi о nullatenenti gridavano traditore chi avesse parlato di sottomissione, e decisero recarsi incontro alle regie truppe per combatterle rabbiosamente. La sventurata Palermo trovavasi in uno stato deplorevolissimo; mentre all'interno era minacciata dai ladri e dall'anarchia, giungeva alle sue porte un esercito vittorioso, che avrebbe potuto distruggerla, se que’ furibondi anarchici avessero tentato di rinnovare i casi di Catania. Non eravi più alcuna autorità; i ladri, gli assassini e simile gente dominavano da sovrani assoluti la sicula capitale; e per atterrire maggiormente la gente onesta, alzarono le forche nelle piazze di quella città, qual simbolo inesorabile di vendetta, contro chi avesse parlato di sottomissione о di pace (((92))). Appena fecero noto che non avevano fiducia nel capo del Municipio, il pretore, marchese Spaccaforno, si ritirò immediatamente, ed in cambio scelsero il barone Riso; il quale accettò per paura, senza che avesse esercitato alcuna autorità, poiché i facinorosi comandar vano ed egli obbediva.

Alla vista di tanti orrendi mali già prossimi a piombare sopra Palermo, una deputazione di onesti cittadini si recò a bordo del Capri presso il tenente colonnello Alessandro Nunziante, pregandolo che impetrasse al re l'amnistia anche pe’ delitti comuni (ecco perché que' messeri faceano ancora i liberali ed i rodomonti) e cosi calmare tutti coloro che torneano la giusta punizione. Inoltre lo pregarono che ottenesse dal re di far partir liberi tutti quelli che volessero espatriare: con simili grazie sovrane soltanto, essi assicuravano, che la città sarebbe salva. Nunziante, autorizzato da Filangieri, parti per Velletri, ove allora trovavasi Ferdinando II, ed ottenne dal medesimo quanto si desiderava per salvar Palermo da’ ladri volgari, da quelli già governativi e dagli assassini. Il suo ritorno era aspettato con ansia, ed essendo trascorso il tempo necessario per andare e ritornare da Napoli, ignorandosi da facinorosi che il re trovavasi nello Stato romano, si cominciò a gridar tradimento. Indarno il console francese Pellisier pubblicò una lettera, colla quale assicurava, che non sarebbe entrata la truppa in città, se prima non fosse ritornato il Nunziante con una ampia amnistia a favore de' ladri e degli assassini. Invano la paffe onesta della Guardia nazionale mettea buone parole di pace, ed il Pretore, da Misilmeri, pubblicava a nome di Filangieri un ampio perdono per qualsiasi delitto comune: si volle gridar guerra di esterminio da chi tutto avea da guadagnare in que' trambusti e nulla da perdere. Tutti que’ nullatenenti e disperati, uniti alle guardie nazionali più compromesse e faziose, si armarono in vario modo e, il 7 maggio, si lanciarono fuori Palermo per affrontare i regi che già occupavano la linea da Ficarazzi ai monti sopra Misilmeri e Marineo.

In due giorni di una pazza e furente lotta, si deplorarono varii morti e feriti dall’una e dall'altra parte de’ contendenti e varii paesetti bruciati; dappoiché, al solito, i ribelli si fortificavano nelle case e da queste combatteano i regi. Due battaglioni, uno del 13(9 )di linea e l'altro del 7°, afforzati da quattro obici e di uno squadrone di carabinieri, trovandosi sull’alto piano di Stoppa, furono assaliti, e respinsero gli assalitori, che retrocedettero a Gibilrosso, tra urli selvaggi e feroci, e poi in Belmonte, ove si fortificarono in una chiesa, combattendo non visti. Vennero però snidati dal 13° di linea, al quale si unì la 3(a) compagnia del 6°, comandata dal capitano Michele Sardi e li perseguitarono fino al Mezzagno (((93))), ed essendo stato costui ivi ferito al primo attacco prese il comando di quella compagnia il tenente Rodogno, che bene adempì il suo dovere. Al villaggio del Mezzagno i ribelli opposero una accanita resistenza, e lo stesso fu' bruciato dai regi perché fatto d’ogni casa una fortezza.

Sul piano di S. Ciro, il tenente colonnello Gaetano Afán de' Rivera alla testa del 3° e 4° cacciatori assalì i rivoltosi e li pose in fuga— Gran numero, di costoro, guidati da uffiziali francesi, assalirono all’improvviso, presso Gibilrosso, una compagnia scelta del 3° di linea, comandata dal capitano Gioacchino Auriemma, ’ ed un pelottone del 4° di linea, agli ordini del 1° tenente de' Matteis. Quel capitano, sebbene cadde, colpito alla goliera da una palla di moschetto, si alzò, e rincorando i suoi dipendenti, che lo credevano morto, combatté valorosamente gli assalitori. Costoro, alla vista di quella sorprendente resistenza, credettero i regi numerosi in quella posizione, perlocché diedero indietro e furono perseguitati tanto che Auriemma non intese la chiamata della sera, rimanendo disgiunto dal resto dell’esercito, diviso tra Misilmeri e Mezzagno. Ebbe lodi sincerissime dal generale incapo, sia con aureo rapporto uffiziale, pubblicato poi nel giornale militare l'Araldo, in maggio di quell'anno, sia con lettera particolare, inviatagli il dì seguente al campo: ecco la lettera.

Misilmeri 11 maggio 1849

Mio caro Auriemma

Ho letto con piacere e con la dovuta attenzione il vostro rapporto de’ 9 corrente per voi sì onorevole, ed egualmente glorioso per gli uffiziali ivi mentovati su’ quali ne rendete giustizia, con una modestia degna di maggiori encomii.

Farò tesoro delle notizie datemi, perché il Re sappia come lo servite, e come sanno servirlo i bravi, che nelle fazioni combattute nei giorni 7, 8 e 9 maggio sonosi trovati sotto i vostri ordini. Credetemi sempre

Vostro affez.(0) estimatore

Satriano Sig. cav. Gioacchino Auriemma

capitano de’ cacciatori della 3(a)

compagnia di linea—Belmonte.

Il capitano Auriemma, nel sostenere sì bravamente co’ suoi subalterni il posto strategico di Gibilrosso, assai importante per quel corpo di esercito, rese in quell’occasione un segnalatissimo servizio, comunque avesse sofferto gravi perdite tra morti e feriti; tra quest’ultimi i suoi uffiziali Alessandro Maring ed Andrea Pellegrino, ma più validamente l'alfiere Giovanni de' Torrenteros, e questi dopo di aver tolto al nemico una bandiera. Il resto della compagnia tolse allo stesso nemico due pezzi di cannoni, incendiando Villabate, Ficarazzi e Ficarazzelli; ove il giorno innanzi, il 7 maggio, avea combattuto con dubbia fortuna il 3° di linea;, nel quale erasi distinto il colonnello Bilia e soprattutti il capitano Dal masi. Tra gl'innumerevoli documenti che ho sott’occhio, trovo che in quel brillante fatto d’armi, assai si distinse l'alfiere di artiglieria Nagle, comandante una sezione di artiglieria di montagna. Dopo che la compagnia del capitano Auriemma scese a Villabate, se ne avanzò un’altra sopra Gibilrosso del 3° cacciatori, comandata dal distinto capitano Capecelatro, oggi colonnello al ritiro; la quale, con troppo ardimento, scese nella pianura della Grazia, ove venne assalita da un gran numero di ribelli, e dopo un accanito combattimento, ritornò sulla medesima montagna di Gibilrosso, lasciando sul terreno della lotta morti e feriti (((94))).

Il 9 maggio, ultimo giorno della lotta, i ribelli fecero gli estremi sforzi per respingere i regi da Gibilrosso e da Belmonte, in cambio vi furono battuti e perseguitati. La truppa, vincitrice su tutta la linea, si era inoltrata fino alle porte di Palermo, e sarebbe entrata in questa città, se gli ordini di Filangieri non l'avessero impedito. Que’ furibondi faziosi, ricoverati dentro il fabbricato, voleano alzar barricate e resistere ancora, per finir di mettere tutto a soqquadro. Miceli e Scordato, capi banditi, imperavano sopra quelle orde armate; le quali, aggirandosi per le strade della desolata sicula capitale, alzavano gli occhi a’ più ricchi palazzi; e già senza mistero, designavano quelli che doveano saccheggiare e bruciare, sotto pretesto di appartenere a proprietarii surci, cioè borbonici. La cittadinanza era oltre ogni dire spaventata; i ricchi, i nobiloni erano sul punto di raccogliere gli amari frutti del loro dissennato liberalismo. Molti di quest’ultimi andavano a salvarsi nel campo de’ regi, ed i cittadini, che veramente amavano la patria, sprezzando i pericoli, opravano in modo da guadagnarsi i due capi, Miceli e Scordato. Costoro, о perché vollero far conoscere la loro potenza, о perché adescati dalle larghe promesse, si cooperarono pel buon ordine, or con le preghiere, or con le minacce, e più con le male parole e le bestemmie.

Intanto ritornava da Velletri il Nunziante e pubblicava il seguente manifesto: «Il tenente colonnello Alessandro Nunziante, all'immediazione di Sua Maestà, conoscendo gli alti poteri comunicati a S. E. il principe di Satriano, sicuro inoltre della clemenza del Sovrano verso i suoi sudditi, far rinfrancare maggiormente gli animi palermitani, non che de’ siciliani, dichiara solennemente che l’amnistia emessa riguarda «tutt’i siciliani e comprende i reati comuni di qualunque natura ed i reati politici, mete no gli autori ed i capi della rivoluzione, che s’intendono cioè coloro solamente che architettarono la rivoluzione a’ sensi dell’atto del prelodato Pretore, datato il 7 maggio e 1849 da Misilmeri. Quindi ritorni ciascuno tranquillamente e sicuramente nell’ordine, il che farà raggiungere la tanto desiderata te tranquillità. Le truppe resteranno negli accantonamenti sino a quando il Municipio di Palermo si sarà messo di accordo con S. E. il principe di Satriano, e saranno occupati pacificamente i quartieri fuori la città, comte preso S. Giacomo ed i forti. — Rada di Palermo, dal bordo del vapore Capri, il 9 maggio 1849. — Alessandro Nunziante».

Mi fermo qui un poco per fare due brevi osservazioni, sicuro che di già l’han fatte non pochi de’ miei benevoli lettori; indi proseguirò la mia narrazione. Ferdinando II, vendicativo, tiranno, mostro sanguinario, e peggio, dopo di essere stato detronizzato, insultato e calunniato bassamente da’ palermitani, volenteroso si coopera per salvarli dalle fatali conseguenze provocate da’ medesimi, e con lo scopo di offenderlo sempre più; mentre, senza punto avvalersi de’ suoi soldati, senza assumere alcuna responsabilità in faccia a’ contemporanei e alla storia, avrebbe potuto abbandonarli al meritato castigo, facendoli uccidere l’un l’altro. Trovatemi un Sovrano che in circostanze simili abbia operato a questo modo, ed io mi asterrò di proclamare Ferdinando II di Borbone il più generoso, il più magnanimo de’ sovrani dell’epoca. Si dovrà convenire, ad onta di qualunque spirito partigiano, che basta soltanto il modo come egli trattò i palermitani nel 1849, dopo di averli sottomessi, per gittare in faccia a’ suoi inverecondi detrattori tutte le scellerate accuse che han voluto lanciargli. L’altra osservazione che io faccio si è, che i rivoluzionarii di Palermo non faceano ressa per ottenere vantaggi per la Sicilia, о per ottenere l’amnistia pe’ reati politici, ma soltanto per quelli comuni di qualunque naturai Ciò dimostra qual gente fosse la maggior parte di coloro che nel 1848 e 49 volevano liberare la Sicilia dalla borbonica tirannia, per renderla ricca, libera ed indipendente.

Gli esclusi dall’amnistia furono quarantatré, tra cui eravi buon numero di nobiloni dell’aristocrazia siciliana (((95))): a tutti costoro si diè il tempo ed anche i mezzi d’imbarcarsi per l’estero. Uno de’ 43, Antonio Sgobel, ebbe grazia di rimanere in patria, e gli altri poi man mano ottennero quella di ripatriare. Miceli e Scordato, perché si cooperarono a far ritornare alle loro case i facinorosi ed i ladri che voleano saccheggiar Palermo, furono designati dal Filangieri a capi delle compagnie d’armi; ma, essendo ritornati alle antiche loro abitudini di banditi, fu necessità imprigionarli; però de’ loro subalterni neppure un solo fu molestato.

Una deputazione di distinti cittadini ed un’altra de’ comandanti le sicule squadre si recarono al campo presso il duce regio; quelli per sollecitare l'ingresso delle regie milizie in Palermo, i secondi per esprimere la propria gratitudine alla sovrana magnanimità per l’ottenuta amnistia. Per la qual cosa, il 14 maggio, il Pretore di Palermo potè pubblicare un. manifesto, col quale annunziava a’ palermitani, che la dimane i regi sarebbero entrati in città e finiva dicendo: «I soldati del re non verranno da conquistatori о nemici, ma da fratelli».

Carlo Filangieri volse a’ siciliani un proclama degno del suo gran nome e del clemente e previdente sovrano che serviva. Con quel proclama largiva ampia amnistia anche per tutti i delitti comuni di qualunque natura, però avvertiva che se taluno degli amnistiati avesse commesso novello reato, allora alla nuova pena si sarebbe aggiunta quella che avrebbe dovuto espiare pe delitti commessi nel tempo della rivoluzione. Diceva inoltre che quell’atto di sovrana clemenza sarebbe registrato dalla storia tra’ fatti più magnanimi dell’umanità, e raccoglierebbe intorno al trono del migliore de' principi tutti i suoi sudditi, pe’ quali il re altro non desiderava, che la pace e la prosperità, fondata non sulle chimere, ma su bisogni reali della società e sulle leggi di Dio!

La legione estera, al soldo della rivoluzione siciliana, provò anch’essa la magnanimità del vincitore; ebbe lasciate le armi fino al giorno della partenza, e le si diedero agevolazioni e mezzi per ritornare in patria. Il comandante della medesima, Jerk-Manour e 17 uffiziali, fecero un indirizzo di ringraziamento al Filangieri, promettendo divulgare cotanto nobile atto di un sovrano impudentemente calunniato, ed eseguito da un duce in capo umano e generoso. Intanto, secondo i rivoluzionarii, Carlo Filangieri era uno sgherro della tirannide borbonica, il generale Cialdini un eroe perché dopo circa 12 anni, chiamò vili mercenarii i soldati del Papa, trattandoli come tali, mentre que’ valorosi erano il fior fiore dell’aristocrazia francese e belga; ed anche perché disse assassini, i soldati napoletani, che strenuamente si strinsero intorno la bandiera del loro legittimo, e cavalleresco giovine sovrano, difendendo il ргорrio onore!

La mattina del 15 maggio 1849, le truppe regie in bell’ordine entrarono in Palermo, occupando il forte di Castellammare, le strategiche posizioni ed alcuni quartieri ne’ dintorni della città.

Così ebbe termine la rivoluzione siciliana; il 15 maggio 1848, furono domati 4 rivoluzionari di Napoli, ed in quell’anniversario del 1849 quelli di Palermo—coincidenza fatale! — Chi sa se la Provvidenza ci volesse far notare altre coincidenze? nihil sub sole novum!

L’amnistia largita dal re pe’ delitti comuni, affin di salvar Palermo dall’estremo esterminio, fu causa di grandi danni alla Sicilia. Gli usciti dalle galere, essendosi creati nuovi bisogni, perché abituati in 16 mesi a vivere lautamente e senza lavorare, riusciva loro troppo penoso procurarsi colla fatica il bisognevole ad una vita onesta; quindi si gittarono sulle campagne a briganteggiare. I settarii gridavano che non vi era più sicurezza pubblica in quell’isola, dopo l’occupazione de’ regi: intanto allorché arrestavasi qualche brigante, tosto si strepitava contro Filangieri, che violava la decretata amnistia e che faceva aspro governò degl’innocui liberali. Che cosa volete?. già l’ho notato più volte, esser questo il magno cavallo di battaglia, che inforcano i rivoluzionarii quando debbono combattere i legittimi e buoni governi, cioè spiattellare stupide accuse, calunnie e contraddizioni. E ciò non è tutto: sètte ministeri rivoluzionarii succedutisi l’un dopo l’altro, da gennaio 1848 a maggio 1849, non aveano potuto assicurare l’ordine pubblico, avendo bisogno di tristi e di facinorosi per sostenersi, perché poi un’ordinanza di Filangieri, pubblicata il 16 di quello stesso anno, ridonò la sicurezza & la pace alla Sicilia, fu questa un’altra inaudita tirannia del governo borbonico, secondo i diarii della sètta!

Il 20 giugno, si ordinò la restituzione dei beni appartenenti a’ Gesuiti; in seguito si dichiararono nulle le vendite, affrancazioni, concessioni e traslocazioni fatte dal governo rivoluzionario; prescrivendosi di restituirsi ai religiosi tutt’i beni mobili ed immobili, sequestrati e derubati a’ medesimi. Anche in questo la setta gridò e strepitò, avendo essa in odio la proprietà, particolarmente quella degli ecclesiastici, ed essendo propugnatrice di quella acquistata col furto e la rapina dei buoi aderenti.

Immensi furono i danni che la rivoluzione arrecò alla finanza siciliana. I siculi ministri si erano impossessali di più di un milione di ducati depositati nel Banco di Palermo da varii privati; circa due milioni sulle vendite de’ beni ecclesiastici; più di un milione dalla vendita dell’argento e dell’oro delle chiese (((96)));. varii milioni di prestiti forzosi. Infine altre ruberie perpetrarono i padri della patria siciliana da intascarsi non meno di dodici milioni, oltre delle contribuzioni di guerra, delle antiche e nuove imposte, esatte a modo turchesco, e de' boni del tesoro, lo stesso che carta-moneta, regalati a’ redenti siciliani.

Il regio governo, avendo fatto scandagliare il deficit siciliano fatto da’ redentori della borbonica tirannia, trovò che taluni ministri rivoluzionarii si erano appropriati di ducati ottantamila, per valute di lettere cambiali sopra Londra, e di altri trecentomila, spesi per mantenere le simpatie all'estero. La maggior parte di quel danaro se lo intascò patriotticamente il liberalissimo Mariano Stabile, che fece poi il banchiere all’estero. I miei benevoli lettori, con ragione, potrebbero esclamare: Quid inter tantos? e mi potrebbero anche dire: voi neppure parlate di milioni spariti; noi potremmo farvi una nota di centinaia di milioni sperperati, ossia spariti, о meglio rubati alle finanze dal felicissimo Regno italiano; ed i ministri dello stesso, invece di fare i banchieri all’estero, fanno qui i milordini: le somme rubate da’ patrioti siculi, oggi passerebbero inosservate anche in un municipio progressista come questo di Napoli, o convengo che i patrioti di oggi si sono assai civilizzati, ed hanno idee aristocratiche, che non avevano nel 1848; ma dovete riflettere, per giustificazione de’ ministri siciliani, che se la rivoluzione è progressista, progresso e salto fanno a calci: attendete che ne vedrete delle più grosse, dappoiché, si sa, che l'appetito viene mangiando.

Tralascio qui di dire i mali innumerevoli che arrecarono alla Sicilia coloro che voleano far credere a’ gonzi di redimerla dalla schiavitù borbonica e di renderla felice, mentre altro scopo non aveano se non quello di farsi ricchi e dominar da tiranni. Tanti paesi e città, per causa loro, guasti о distrutti; tanto sangue inutilmente versato; tante vendette private soddisfatte; la morale e la religione vulnerate, e quindi costumi depravati, infamie ed empietà inaudite; formando, tutti questi mali, il corredo indispensabile di tutte le rivoluzioni.

Il sommo Filangieri riparò in gran parte a tanti mali, e la Sicilia dovrebbe esser grata alla memoria di quel valoroso e dotto guerriero. Recatosi egli a Napoli per patrocinare gl'interessi di quell’isola, fu dal re ammesso nel Consiglio de’ ministri; e malgrado che avesse trovato non pochi oppositori, potenti in Corte, ottenne quel che chiese dal clemente sovrano, in favore de’ siciliani. L’amministrazione della Sicilia venne divisa da quella del Napoletano, cioè pel civile, giudiziario, finanzierò e culto, contribuendo il quarto per le spese comuni a tutto il Regno, come sarebbe guerra e marina, esteri e Casa reale. Quell’amministrazione fu affidata al luogotenente del re, col consiglio di quattro direttori, cioè di giustizia e culto, interno, finanze, e polizia Gli affari si decidevano dal sovrano a proposta fatta dallo stesso luogotenente al ministro di Sicilia residente in Napoli«Si stabili una Consulta, composta di sette individui, sei relatori ed un presidente, per avvisare su’ progetti di legislazione, amministrazione e su’ conflitti di giurisdizione de’ diversi rami. Si volea di più, cioè la separazione totale dell’Isola dall’amministrazione del Napoletano: Ferdinando II non aderì perché la rivoluzione non era allora estinta, e non lo fu negli altri dieci anni ch’egli visse.

Tutto il vuoto fatto all’erario siciliano da’ patrioti ammontava a circa venti milioni di ducati, che si consolidarono sul Gran libro di Sicilia a pro de' creditori con la rendita del cinque per cento, e da potersi negoziare, assegnandosi per guarentigia il contributo fondiario: e per appagarsi il desiderio de’ negozianti siciliani, si aprì in Palermo la Borsa de’ cambii. Per pagarsi il cinque per cento de’ venti milioni consolidati sul Gran libro, fu necessario imporsi due novelli dazi, cioè la carta bollata, non più di dodici grana al foglio per gli atti pubblici — cent. 50 — e di grana venti — 85 cent. — sull’apertura delle case. Chi era stato causa di quel deficit, ed avea ottenuto il perdono dal clemente sovrano, gridava alla spoliazione del governo borbonico, susurrando essere que’ dazii insopportabili. Il debito fatto da’ patrioti nel 1848, già si era estinto nel 1860, ed il real governo avea ordinato di togliersi que’ due balzelli; però le -novelle geste de’ soliti redentori fecero rimanere senza effetto quell’ordine sovrano, e dippiù furono causa di essere stati noi redenti affogati in un mare di tasse sconosciute ed opprimenti. I siciliani dopo tutto quello che aveano oprato contro Ferdinando II, in cambio di ricevere il condegno castigo rono da costui premiati; ed in vero, dopo la conquista della Sicilia, ebbero quello che non aveano prima: ecco come tratta vali il vendicativo e sanguinario tiranno del Sebeto!

Il re, grato a servizi diplomatici, militari ed amministrativi resi dal sommo Carlo Filangieri, lo rimunerò largamente: oltre di averlo insignito della Gran Croce del nobilissimo Ordine di S. Ferdinando, dandogli quella stessa da lui usata, gli conferì il titolo di duca di Taormina, con maggiorato di dodicimila ducati annui, fino alla quarta generazione. Nicolò imperatore di tutte le Russie scrisse al Filangieri una lettera di proprio pugno, lodandolo di avere servito la patria, l'Italia e l’ordine pubblico europeo; ed insieme a quella lettera gli mandò il Cordone di S. Andrea, onore insigne che si dà in quell’impero. L’imperatore d’Austria gli mandò un’altra decorazione onorificentissima, l'Ordine di Maria Teresa, che si dà a’ sovrani, о agli uomini più illustri del secolo. Ecco come fu ricompensato e glorificato Carlo Filangieri, perché prode e fedele al suo sovrano: i generali bandi, Lanza, Clary, Briganti, Ghio, Pianelli, de' Benedictis, Alessandro Nunziante ed altri di simil risma, in cambio d’imitare quel glorioso duce, nel 1860 presero a modello l’lscariota, ma non ebbero nemmeno i trenta danari per comprarsi l’halcedama — ad eccezione di Pianelli — perché furono compensati col disprezzo da’ novelli Farisei, e tutti con la maledizione de’ loro concittadini, e di coloro che hanno in pregio l’onore.

L’esercito, che conquistò la Sicilia, si ebbe dal sovrano una medaglia appositamente coniata; la quale in un lato presenta la effigie del re, e nel rovescio la leggenda: Campagna di Sicilia 1849, in mezzo ad un serto di lauri, con a’ lati trofei militari, a quali sovrasta il glorioso giglio. Fu essa distinta in quattro classi, cioè tutta oro, I(a) classe, si diè a coloro che sovra ogni modo valorosi, e senza tenersi conto del grado, i medesimi furono pochissimi (((97))); 2(a) classe era col disco in oro ed il trofeo, col sovrapposto giglio in argento, dandosi a’ grandi distinti; 3(a) classe pe’ distinti, ed era tutta di argento; l’altra di 4(a) classe, tutta di bronzo, si conferì a tutti coloro che aveano combattuto in quella gloriosa campagna; dove eransi eminentemente illustrate le armi napoletane a sedare i politici rivolgimenti che minacciavano il resto dell’Europa.

Oltre la suddetta medaglia, affidata ad un nastro celeste con orli bianchi, varii uffiziali, sott’uffiziali e soldati si ebbero eziandio speciali rimunerazioni, come Auriemma e Beliucci, quegli la Croce di S. Ferdinando, questi quella di dritto di S. Giorgio, Luigi Cuomo, il trombetta che facea parte de’ 25 soldati, che entrarono in Taormina, fu decorato della Croce di S. Giorgio e poi fatto commesso di ospedale.

Carlo Filangieri, principe di Satriano, è la più bella figura storica dell’esercito delle Due Sicilie; egli brillò tra’ primi capitani di questo secolo, e fu distinto diplomatico, aggiungendo altre glorie al suo casato, reso già illustre dall’immortale suo padre Gaetano Filangieri, il cui solo nome è un elogio. Però gli uomini siccome non son pessimi, del pari neppure sono ottimi; quindi, con la mia solita franchezza, dirò eziandio le colpe del mio eroe. Egli strappò la Sicilia dalle rapaci ed insanguinate mani della demagogia, rendendo non solo un segnalato servizio a quell’Isola e al resto del Regno, ma all’Italia ed alla stessa Europa; dappoiché i tristissimi casi del. Ú860 sarebbero avvenuti nel 1848, se l’esercito napoletano non fosse stato capitanato da un Carlo Filangieri. Dalla Sicilia partì il grido di rivoluzione, che commosse popoli e troni, e questo gran capitano la conquise col suo senno e col suo poderoso braccio. Egli però volle usare assai moderazione co’ rivoluzionarii, proteggendoli troppo; e così lasciò un lievito, che fermentato produsse i deplorevoli danni del 1860. Magnanimo fu veramente, quando si fece mediatore ed intercessore presso il sovrano, per ottenere il facile perdono de’ ribelli, che aveano anche lui calunniato bassamente; ma fu gran fallo aver lasciato costoro ne’ posti, che aveano ghermiti nella ribellione a danno degli uomini dell’ordine ed affezionati alla dinastia. Fu eziandio gran colpa ed imperdonabile l'aver dato cariche a’ capi della sicula rivoluzione, chiudendo gli orecchi a’ giusti reclami degli offesi; e proseguendo a governare in nome del legittimo principe, preparava novella e più fiera rivolta. La gente onesta ed i borbonici, maltrattati e derubati, attesero invano i meritati compensi; i rivoltosi, i ladri e gli assassini si godettero il mal tolto, insultando perfino le loro vittime superstiti, e lasciando nelle menti popolari l’utilità della colpa; questa ricordanza non fu l’ultima causa che produsse la catastrofe del 1860.

Altre colpe si potrebbero addebitare al sommo Carlo Filangieri, mi limito a dir l’ultima: se costui avesse voluto coronare degnamente la sua vita politica e militare, avrebbe dovuto finirla in Gaeta, avvolto in quella bandiera che nel 1848 e 49 avea sì strenuamente difesa e glorificata.


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CAPITOLO XXV

SOMMARIO

Quattro potenze cattoliche si collegano per restaurare il potere temporale del Papa. I napoletani nello Stato romano. Fatti d’arme di Palestrina. Imbrogli settarii. Ritirata de’ napoletani. Attacco di Velletri. Menzogne e smentite. Spacconate garibaldesche e ritirate precipitose. Sbarco in Gaeta di un piccolo corpo di esercito spagnuolo. Giudizio circa il valore dei soldati delle Due Sicilie. I francesi, dopo varie lotte, entrano in Roma. Precipitosa fuga di Garibaldi.

I repubblicani di Venezia capitolano co’ tedeschi. Fine della rivoluzione di piazza e principio delle congreghe settarie.

Pio IX, esule in Gaeta, aspettava che finisse quella tempesta rivoluzionaria, che imperversava nella media Italia, per rientrare nella sua diletta Roma. Già avea invocato l'aiuto de’ suoi figli, cioè delle potenze cattoliche, affinché queste si fossero cooperate a far finire i baccanali, i danni e l'empietà che si perpetravano nell’eterna Città, metropoli del mondo cattolico. Si erano tenute varie conferenze per la restaurazione del governo pontificio; e tutt’i potentati europei, non esclusi gli acattolici, voleano farla finita con la cosi, detta repubblica romana, insozzata di delitti e di sangue. Lo stesso lord Palmerston, da sagace volpone diplomatico, adattandosi alle circostanze, il 5 gennaio 1849, in un dispaccio diretto a Parigi, dicea: «Il Papa, per la sua grande e vasta influenza nella maggior parte dell'Europa, deve restar sovrano di un territorio indipendente, perché non fosse adoperato da nessuno Stato a danno d’un altro». Luigi Bonaparte, che avea combattuto, nel 1831, contro il potere temporale del Papa, ed avea scritto nel 1848, pubblicandolo nel Constitutionnel, che non approvava la spedizione voluta dal presidente Cavaignac contro i repubblicani di Roma, quando afferrò il potere, fu costretto a mettersi in flagrante contraddizione co’ fratelli settarii. Per la qual cosa Francia, Austria, Spagna e Napoli si collegarono per un momento affine di restaurare il trono più antico dell’Europa, eretto dal comune consenso de’ popoli. Il Piemonte avrebbe voluto concorrere a sì bell’opera; però il Papa, conoscendo che non facealo per fini lodevoli, la rifiutò; malgrado che quell’intervento piemontese fosse stato patrocinato dal Bonaparte. Costui, sebbene aderiva in apparenza a mandare in Italia le legioni di Francia per combattere gli spoliatori della Santa Sede Apostolica., non tralasciava però di usare artifizii, or per ritardare l’impresa, or per imbrogliarla; ma trionfò il volere della cavalleresca è grande nazione cattolica, ed egli per farsi un merito con la stessa, vi si conformò contro i suoi interessi di settario, e contro i suoi rei disegni.

Le disfatte del Piemonte, braccio della rivoluzione italiana e la lega cattolica contro i repubblicani di Roma destarono speranza ed ardire negli uomini del dritto della Toscana, già sazii delle burattinate del dittatore messer Domenico Guerrazzi. Perlocché i leopoldini, a capo de’ quali il barone Bettino Ricasoli, l'11 aprile di quell’anno, fecero una controrivoluzione, cacciando il dittatore, — che, per salvarlo dall’ira popolare, fu necessario chiuderlo nel forte Belvedere — abolirono la Costituente, atterrarono gli alberi della libertà, ed elessero un Municipio di cinque individui per governar lo Stato, tra’ quali il nostro sopra lodato barone Ricasoli, allora granduchista poi sfegatato unitario. Tutta la Toscana aderì alla controrivoluzione fiorentina, protestarono soltanto Pisa, Pistoia e Livorno; quest’ultima città si atteggiò ostilmente contro Firenze. I cinque del municipio mandarono una Commissione a Gaeta, ove ' trovavasi l'esule granduca Leopoldo, invitandolo a ritornare in Firenze. E mentre questa città facea pratiche per avere restituito il suo benefico granduca, senza quelle condizioni che avrebbe voluto imporgli qualche membro del governo provvisorio, Livorno armava e si disponeva a respingere i tedeschi, -che scendevano nella media Italia. Difatti l'austriaco generale d’Aspre, con quattordicimila uomini, il 5 giugno, occupava Lucca e Pisa; il 10 volgendo a Livorno, intimava a’ rivoluzionarii di questa città di arrendersi; ma gli si rispos con cannonate: i tedeschi, aperta la breeds, il giorno appresso, l’assaltarono. I difensori, quelli che erano stati i più ostinati a volar la guerra, furono i primi a fuggire, lasciando ne’ disastri i pacifici cittadini: dAspre, dopa tì aver sottomesso Livorno, il 25 entrò in Firenze alla testa del suo corpo d’esercito.

Un’altra colonna di austriaci, guidata dal generale Wimpffen, passava il Po a Ferrara, occupando questa e le altre città delle Roma gap.! Accorsero Pianciani e Zambeccari dòn circa cinquemila uomini, per opporsi a quella marcia;ma presso Bologna si sbandarono a’ primi assalti del nemico. Ancona capitolò il 19 maggio, ed il 21 fu occupata dai soldati condotti dal generale Wimpffen.

Oltre della morente repubblica di Venezia» restava in Italia quella romana, minacciata dà quattro potenze; al nord dagli austriaci, all’ovest da’ francesi, al sud-est e sud-ovest da’ napoletani e spagnuoli. Se i reggitori di quella malnata repubblica fossero stati veramente patrioti, avrebbero scongiurata -una guerra inutile per loro, funesta per Roma e per gli altri paesi circonvicini a quella metropoli: il ritirarsi in faccia a quattro formidabili nazioni, per salvar la reina del mondo da certissima catastrofe, non sarebbe stata una viltà, sibbene un vero patriottismo. Ma che importa a’ settarii la distruzione delle città e de’ regni, quando eglino son sicari di mettersi in salvo da quelle disgrazie che hàn provocate? Mazzini era ivi presente per ricordare a’ suoi adepti: «Bisogna distruggere le città italiane, quando non possiamo più dominarle; e quando saran distrutte dal nemico resterà a noi il vanto di accusarlo in faccia a’ contemporanei ed a’ posteri.» I capi di quella insanguinata repubblica gridavano tutti guerra contro le quattro pótense collegato per sottometterli; aizzando tatti i loro dipendenti ad affrontarle, e spacciando millanterie da matti. Tentarono arrestare la spedizione francese, già pronta a partire per recarsi in Italia, sprecando danaro e facendolo intascare a' deputati francesi dell'estrema sinistra, detta la Montagna; con la speranza che costoro avessero potuto opporsi ai voleri della cattolica Francia. Ma quell’Assemblea, il 17 aprile, decretava la spedizione militare negli Stati della Chiesa, mandando il generale Oudinot con quattordicimila uomini. Quel generale, il 24 aprile, sbarcò a Civitavecchia, ed emanò una proclamazione, invitando i repubblicani di Roma di non opporsi a' suoi soldati, che venivano per liberarli dall’occupazione tedesca. I triumviri, avendo conosciuta là vera missione di Oudinot, cioè che dovea restaurare il governo pontificio, proclamarono guerra ad oltranza contro le legioni di Francia. Intanto i francesi si erano avanzati fino a porta S. Pancrazio: ma il giorno 30 aprile furono respinti con gravi perdite. Quello scacco toccato a’ soldati della grande nazione, divenne un pretesto per far gridare più alto a’ deputati sinistri dell’Assemblea di Parigi, quelli stessi che aveano disapprovato la spedizione contro la cosi detta repubblica romana. Essi diceano, che la vittoria, riportata il 30 aprile da’ romani, essere una prova evidente, che costoro fossero unanimi nel di-. fendere il nuovo ordine di cose, e non esser, vero che desiderassero la restaurazione del governo ponüücxo. Mentre queste cose avvenivano sulla Senna» ìl governo di Napoli si lusingava di essere in buone relazioni con quello di Francia, e lo farebbe stato se non si fosse trovato al potere un galeotto, qual era Luigi Bonaparte smanioso di vendicare le meritate umiliazioni che fecero soffrire a lui ed alla sua famiglia i re legittimi, e specialmente i Borboni. Nonostante Ferdinando II mostravasi tanto fiducioso con le legioni francesi, che le forni, di cannoni e cavalli, avendone quelle grande bisogno. Questo sovrano, il 28 aprile, mandava un dispaccio al generale Oudinot, notificandogli da Fondi la sua imminente entrata negli Stati della Chiesa. Egli non conducea numerose schiere, avendole allora impegnate nella conquista della Sicilia; però vi suppliva la sua presenza, la quale rendeva il piccolo suo esercito fiducioso e prode. Al certo fu questo un atto magnanimo di Ferdinando II, ma poco prudente, per essersi avventurato in una impresa piena di pericoli, estranei alle guerre regolari e con pochi soldati; potendo essere assalito alle spallò da’ rivoluzionarii interni, mentre si fidava di combattere a fianco di un forte esercito straniero, dipendente da’ cenni di un Luigi Bonaparte.

Le truppe napoletane, entrate negli Stati papali, si componeano di due brigate, una di fanti, in tutto 6838 uomini, condotti dal brigadiere Lanza, l’altra di 1777 cavalieri, col brigadiere Carrabba e sei batterie; in se-. güito si aggiunsero altri pochi soldati diretti. dal brigadiere Winspeare; duce in capo il. generale Casella, ma in realtà era lo stesso re. Quel piccolo esercito, il 29 aprile, entrò per Terracina negli Stati romani; il 5 maggio giunse ad Albano, a poche miglia distante da Roma.

I demagoghi romani, al sentire che! napoletani trovavansi a poche miglia lontani dalla città eterna, imbestialirono, ed in cambio di andarli ad assalire, si contentarono pubblicare nel loro giornale ufficiale millanterie e vituperii contro i medesimi. Tra le altre cose pubblicarono: «Ciascuno brandisca un ferro e ferisca — stile garibaldesco — ciascuno ne uccida uno. Ogni casa sia baluardo — sempre così! — ogni finestra feritoia, ogni siepe agguato; ogni arnese un'arma». Così que' valorosi intendeano far la guerra, così l’aveano fatta e la fecero poi nel 1860!

Garibaldi, generale in secondo dell’esercito repubblicano di Roma, essendo allora dupe in capo Roselli, il 6 maggio occupò Palestrina, trovandosi all’ala destra de’ napoletani. Corse il brigadiere Lanza con tremila uomini per assalirlo; ma avendo inteso che il duce rivoluzionario era andato a Valmontone, per saccheggiarlo in pena di avere rialzato di stemmi del Papa, l'8 maggio con poco àfono occupò questo paese, e la mattina seguente investì Palestrina. Lanza diresse male l’attacco contro di questo paese, e non fu coadiuvato al colonnello Novi, che comandava una frazione della sua brigata. Nonpertanto i napoletani diedero replicati assalti a quel paese, difeso da Garibaldi, alla testa della legione lombarda; e perchè, nоn potettero ivi spiegane tutte le loro forze, fu necessità di retrocedere; Garibaldi, che eta stato cacciato da Valmontone, e si era difeso dentro Palestrina centro gli attacchi di un generato insipiente (((98))) scrisse a’ triumviri, annunziando a’ medesimi di avere riportato una grande vittoria, ed i giornali romani per tale la sfcròmbazzartìno a’ quattro venti. Intanto avendo inteso che da Frascati si avanzava Winspeare contro: di lui, e che poteagli tagliare la;ritirata, limette se la svignò, sotto pretesto di essere stato chiamato in Roma. I faziosi romani aspettavanlo a porta S. Giovanni, per vederlo passare conducendo i trofei della vittoria, cioè i cannoni, le bandiere ed i prigionieri napoletani; ma egli entrò da fuggiasco per un’altra porta. Winspeare, dopo di avere fugati i garibaldini da Palestrina, entrò in questo paese, e trovò chiese contaminate, statue di santi mutilate e tante altre laidezze, degne appena de’ barbari del medio evo.

Come si è detto altrove, nell’Assemblea francese eravi gran lotta tra destri e sinistri circa la spedizione di Roma; ma, dopo tanti chiassi e recriminazioni, alla fine si decise che la guerra si dovesse continuare. Però che fosse mandato a Roma un deputato, per conoscere lo spirito pubblico di quella città, oche risiedesse presso il generale Oudinot per la parte diplomatica. A questa missione fu scelto Lesseps, deputato di sinistri; il quale appena giunto al campo, fuori Porta S. Pancrazio, fu sollecito di mettersi in cordiale relazione coi triumviri e con tutt’i settarii rifugiati in Roma. Nel medesimo tempo giunse una lettera ad Oudinot dal presidente della repubblica francese, Luigi Bonaparte, ordinandogli di evitare, ad ogni costo, l'azione comune co’ tedeschi e co’ napoletani; lo stesso ordine diè a quel generale il ministro degli affari esteri di Francia.

Lesseps, volendo meglio servire i repubblicani, combinò co’ medesimi di arrecar danno' al re di Napoli; in effetti indusse Oudinot a fare una tregua verbale co' triumviri, e senza darne avviso agli alleati napoletani, acciò tutto l’orda rivoluzionaria di Roma piombasse inaspettatamente sopra il piccolo esercito di Ferdinando II. Costui nulla sapea di tutto quello, che si ordiva a suo danno da un settario, sedicente diplomatico francese. Egli invece, avendo cacciato Garibaldi da Valmontone e Palestrina, ed essendo sicuro del suo fianco dritto, aspettava l’avviso di Oudinot per operare di accordo col medesimo. Intanto non isfuggì alla sua non ordinaria perspicacia ¡’operare imprudente di Garibaldi; il quale era uscito de' Loma con cinquemila uomini, e scorrazzava attorno a que’ paesi, minacciando i napoletani, imponendo taglie di guerra e foraggiando con una sicurezza, come se i francesi non. fossero alle porte di Roma.

La fiducia de’ ribelli di allontanare cinque-mila uomini, de’ migliori combattenti, dal punto più minacciato, avrebbe dovuto far sorgere fondati sospetti che qualche secreta trama si ordisse. Cionondimeno re Ferdinando, non potendo sospettare sulla buona fede del generale Oudinot, spinse tutte le sue truppe da Albano a Frascati, essendo, in questo paese, il terreno più opportuno per far manovrare la cavalleria e l'artiglieria pesante.

Egli si struggeva di venire alle mani coi ribelli, perché volea affrettare la fíne delle contaminazioni che si perpetravano nella santa città e non ricevendo alcuno avviso dal duce francese, mandò presso lo stesso il tenente-colonnello d’Agostino, per la via di Porto d’Anzio. Oudinot, vergognoso della tri sta figura che dovea rappresentare, per servire i settarii di Francia, e forse lo stesso presidente della repubblica, Luigi Bonaparte, franco disse a quel tenente-colonnello, che egli non potea più serbar veruno accordo о relazione co’ napoletani, ma dovea operare soltanto con le sue armi e che il deputato Lesseps, trattando a suo modo co’ capi della repubblica romana, avea conchiuso una tregua tra’ due eserciti repubblicani; la quale tregua, a vero dire, non solo avea paralizzato i movimenti de' francesi, ma metteva in pericolo i napoletani; perché le armi romane, sciolte dal freno francese, non ad altro erano dirette che gittarsi improvvisamente sul piccolo esercito regio. Chi non ignora gli usi le convenienze ed i doveri che debbono osservare in guerra le potenze alleate, al certo meraviglierà dello scellerato oprare de’ settarii francesi, insediati nel Corpo legislativo; oprare che fece arrossir di vergogna gli uomini onorati della Francia.

Mentre d’Agostino ritornava al campo napoletano con la risposta di sopra accennata, il re, per notizie raccolta, e per alcune lettere intercettate, veniva a conoscenza., ché i. № belli di Roma, profittando della inoperosità de' francesi, accennavano a piombare sulle poche truppe napoletane; e che di già due corpi di esercito erano usciti dà quella città; uno diretto ad assalirle di fronte e l'altro di rovescio dalla parte di Velletri. Re Ferdinando, dopo di avere comunicate questa notizie al generale francese Oudinot, onde questi avesse prese quelle determinazioni, che l'onore e gli accordi gli dettavano, si apparecchiò alla ritirata; essendo fallita lo ведро della sua missione nello Stato romano, fecondo era stato stabilito nelle conferente di Gaeta e di Palo con gli altri alleati; rimaneagli l'assoluto obbligo di guardare le frontiere del suo Regno. Prima di levare il carico cacciò fuori una protesta, del tenore seguente: «Esser venuto meno tra le sue schierò e le francesi l'accordo giudicato necessario in quella guerra. Francia riserbarsi di agir sola, ed il suo diplomatico Lesseps essere di accordo co' ribelli, lasciando gravitai tutto il peso della rivoluzione sopra il piccolo esercito napoletano, venuto per concorrere con gli altri all'impresa, secondo le conferenze di Gaeta e gli accordi militari di Palo. Per siffatta considerazione e per la mancanza di azione nelle vicinante di Roma dell’altre potenze, Austria e Spagna, crede suo decoro e dovere fa ritorno alla frontiera de’ suoi Stati, ed ivi attendere gli avvenimenti.» All’alba dei 17 maggio il piccolo corpo di esercito napoletano si mosse in ritirata; e il re ordinò che questa si eseguisse con la debita calma. In Albano rimasero tre battaglioni retroguardia, due squadroni di cavalieri e mezza batteria di obici, affin di riportare tutto l'approvvigionamento esistente ne’ magazzini di quel paese e di Ariccia, e gl’infermi che si trovavano in que’ paesi. L oste napoletana da Albano a Velletri impiegò due giórni, rimanendo una notte in Ariccia. Quei due paesi distano l’uno dall’altro non più di dodici miglia, cioè mezza tappa: ed i soldati napoletani l'avrebbero potuto percorrere in meno di un giorno. Ho voluto notare questa circostanza per far conoscere sempre più la sistematica calunnia de' rivoluzionarii; i quali fecero strombazzare né’ loro giornali, che poi furono copiati da’ varii storici appassionati, essere stata quella ritirata una precipitosa fuga, mentre fu una lenta e comoda passeggiata militare, percorrendosi sei miglia al giorno.

Giunti i regi in Velletri, la sera del 18, ed inteso che da Palestrina marciavano dodicimila ribelli contro di loro, accamparonsi fuori Porta romana, con la determinazione di ripigliar la via del Regno la dimane, come se non fossero stati punto minacciati dà nemici.

Velletri, l’antica Velitrae del Latium, appartenente a’ Volsci, patria degli antenati di Augusto, è fabbricata sopra un colle, attorni al quale corre scosceso il terreno ricoperte di vigne ed oliveti, formando tre valli e molte convalli. Ha mura vecchie, ed ò dominata da altri colli più alti, specialmente da quello dei Cappuccini, fuori porta romana. Quella città è famosa ne’ fasti militari dell’esercito delle Due Sicilie: là l’immortale Carlo III di Borbone, come già dissi altrove, vinse i tedeschi in campale battaglia, obbligandoli a sgombrare dalla bassa Italia, e fermò la corona di Ruggiero sul suo glorioso capo, e sopra quello de’ suoi magnanimi discendenti. Vicende della sorte !... dopo più di un secolo, un suo illustre nipote, doveva essere assalito in quella stessa città, non da soldati di una nazione straniera, ma da un’orda di ribelli cosmopoliti dicentisi soldati italiani!

Spuntava l’alba del 19 maggio 1849, e non essendovi sentore che il nemico fosse nelle vicinanze di Velletri, il re, con la sua consueta pacatezza de’ giorni precedenti, ordinò la continuazione della marcia verso Torretrepunti. Dopo che erano sfilati pochi battaglioni, alle 8 antimeridiane, dal palazzo del legato pontificio, ove trovavasi il re, si scopri la cavalleria garibaldina che si avanzava da Valmontone a Velletri. Fu allora che Ferdinando II, con una calma ammirabile, diè gli ordini opportuni al generale Casella per arrestare la marcia de’ nemici, e difendere la. posizione di Velletri, mentre che. la ritirati continuerebbe ad eseguirsi.

Roselli, generalissimo, di tutte le forze della così detta repubblica romana, avendo combinato con Lesseps, legato francese, il gran tradimento contro i napoletani, escogitò il modo di sorprendere costoro in Albano. A questo scopo, come egli asserisce nelle sue Memorie, riunì dodicimila combattenti e dodici cannoni, dividendoli in sei brigate, una dello quali di cavalieri. Avendo studiata la posizione del campo regio d’Albano, la trovò ben difesa dovunque la si fosse assalita; perlocché si decise aspettar la ritirata, come egli disse per attaccare l’oste napoletana. In effetti, appena seppe che i regi si erano messi in marcia per ritornare nel Regno, la mattina del 17 uscì da Roma prendendo la via di Zagarolo, e la sera accampò nelle vicinanze di Valmontone: là fu costretto a far sosta per trovare la cibaria e sfamar la sua gente. I miei lettori potranno immaginare il modo come furono trattati i poveri paesi, per cui passava quell’orda indisciplinata e rapace!

Garibaldi, comandante di una legione, ossia, brigata, che foraggiava e tartassava quella contrade, fu il primo a sapere la marcia retrograda de’ napoletani, e per farsi merito a vantarsi di aver fugato Ferdinando II, senza ordine del suo duce in capo, marciò sopra. Velletri, trascinando con sé gli altri rivoluzionarii, condotti dal sedicente colonnello Marocchetti. Roselli si adirò per quella imprudente spacconata di Garibaldi, perché guastava i suoi disegni; quindi gli mandò l'ordine di fermarsi, ma non fu obbedito. Si è perciò che fu l’avanguardia garibaldesca, che si avanzò la prima contro i regi in ritirata presso Velletri.

Il generale Castella, avendo ricevuto gli ordini del re, spinse lentamente sulla strada di Valmontone il 2° battaglione cacciatori, comandato dal tenente colonnello Giosuè Ritucci, per riconoscere il nemico. Si uni a quel battaglione un pelottone di cacciatori a cavallo, guidato dal maggiore Filippo Colonna; ed uri altro dei 1° dragoni, che trovavasi afeli avamposti fuori Porta romana. Quella piccola colonna si dispose in ordine aperto; due compagnie di cacciatori occuparono la casina Inviolata; li seguiva il Casella ed altri generali, per riconoscere le forze del nemico e gl'intendimenti di costui.

Il primo a scoprirsi fu un drappello di lancieri, sostenuto da molti bersaglieri, tutti guidati da Garibaldi; i quali, per ordine di Casella, furono caricati dall’animoso maggiore Colonna, alla testa de’ cacciatori a cavallo; e dopò poca resistenza, fuggirono a scavezzacollo. In quella, Garibaldi cadde dà cavallo, poco mancò che non fosse ucciso non conosciuto; non si badò a lui; fu messo in salvo dal suo servo moro, che lo pose in sella e le fece fuggire. Colonna, quando lo conobbe, l’avrebbe potuto raggiungere e forse ucciderlo, Se non avesse avuto ferito il cavallo dà un lanciere, che fece prigioniero, con l’aiuto del cacciatore Antonio Mobilio; il quale, prima di tutto avea atterrato quel lanciere, possessandosi poi della sciabola del medesimo. Quella scaramuccia avea luogo a circa due miglia fuori Porta romana, e malgrado che i ribelli avessero ricevuto un buon rinforzo, cioè si era unita tutta la forza capitanata da Garibaldi e Marocchetti, non tennero fermo contro mille napoletani, ma tutti, retrocedevano senz’ordine e più che di passo. Le prodezze di Garibaldi erano riservate ad altri undici anni; costui dovea fare il gran miracolo —con l'intercessione e l'aiuto di Landi, Lanza e di tutta l’abbietta caterva dei traditori della patria — di vincer poi un disciplinato e valoroso esercito di circa cento mila uomini con soli mille volontarii!

Quella piccola colonna, guidata da Ritucci, avendo adempiuto benissimo il suo mandato di riconoscere il nemico, ebbe ordine di ritornare in città; i garibaldini ne presero ardire, e voltarono la faccia a' regi, ma si tennero a rispettosa distanza, finché costoro rientrarono in Velletri.

Ritirata la colonna di ricognizione, re Ferdinando, sapendo che Roselli marciata da Roma per soccorrere Garibaldi ed assalire ¿1 suo piccolo esercito con tutte le forze della romana repubblica, si recò in mezzo a saldati, accompagnato da’ suoi fratelli, conti di Aquila e di Trapani, e dal cognato D. Sebastiano infante di Spagna, e tutti s’inoltrarono in que’ punti già bersagliati dal nemico. Il re, avendo osservato donde si avesse potuto meglio assalire la città, diè varii ed importanti ordini per guarentirla; sicché. in brave le sue armi si trovarono in posizioni formidabili.

Difatti con avvedutezza dispose che si munisse bene il colle de’ Cappuccini, cardine della difesa, mandandovi la brigata condotta, da. Lanza; spedi il Casella ed i suoi due fratelli fuori Porla romana, per dirigere la pugna, che già fervea; oltre Porta di Napoli mandò altra soldatesca sotto gli ordini di Winspeare, e li presso, in apposito luogo, fece accampare la riserva, composta della grossa artiglieria, della cavalleria e di un battaglione svizzero. Egli poi, accompagnato sempre dal cognato D. Sebastiano, si recava ovunque era più necessaria la sua presenza per dirigere ed animare i soldati.

Alle due pomeridiane, con marcia forzata, giunse presso Velletri il generalissimo Rovelli co' suoi dodicimila uomini, sapendo che il disobbediente Garibaldi trovavasi in cattive condizioni a fronte di pochi napoletani, usciti da quella città per una semplice ricognizione militare. Tra que’ due duci della rivoluzione corsero parole risentite ed ingiuriose. Roselli rimproverava il suo subalterno Garibaldi di avere attaccato una inutile zuffa, guastando il suo disegno di guerra contro i napoletani; questi accusava quello di tardanza e quasi di tradimento: que’ diverbii durarono lunga pezza, mentre si combattea a cannonate dall’una e dall’altra parte.

Il generalissimo repubblicane, visti i regi ben muniti, e che si difendevano con fermezza e sangue freddo, giudicò difficile impossessarsi di Velletri; e non volendo ritornare indietro senza intraprendere un serio attacco contro la città, si decise assalire la posizione de’ Cappuccini, ove ne riportò la. peggio, perchó venne fulminato da’ difensori di Porta romana. Dopo sei ore d’inutile aggirarsi per que’ luoghi, sopraggiunse la netto apportatrice di tregua tra contendenti; ed i repubblicani, perché scorati, credettero meglio ritirarsi alla volta di Valmontone.

Roselli, nelle sue Memorie, incolpa Garibaldi e gl'indisciplinati garibaldini di non aver potuto battere i napoletani, che erano passati nello Stato pontificio. Quegl’inutili attacchi garibaldeschi altre conseguenze non ebbero che il danno di 42 regi, tra morti, feriti e fatti prigionieri, sol perché questi ultimi eransi troppo spinti nelle file nemiche. Il medesimo Roselli confessa che questi valorosi, appena presi da’ suoi, furono crudelmente. scannati. Si compianse da tutti la perdita di due uffiziali, morti sul campo di battaglia, il tenente Oscar Mazzitelli, appartenente a cacciatori a cavallo, ucciso quando diè la brillante carica presso la casina Inviolata, ed il tenebre Pietro Gorgoni, uffiziale di ordinanza del generale Casella.

Roselli assicura eziandio, che in Velletri perdette centosette uomini, cioè ventitré morti ed ottantaquattro feriti, oltre di Garibaldi contusionato per essere caduto da cavallo; e di avere avuto ottanta disertori, fuggiti a Roma nell’atto dello stesso combattimento.

La mattina del 20, il re ordinò che si continuasse la ritirata, non trattenendolo in Velletri altro motivo, dopo che avea respinto il nemico aggressore. Il 21, l’oste napoletana giunse in Terracina, ove Ferdinando passavala a rassegna; e sulle ore 2 pomeridiane, la facea rientrare a scaloni nella frontiera 4el proprio Regno.

I garibaldini, saputa la ritirata de’ regi, mattina del 21, si avvicinarono a Velletri;. è dopo di essersi bene assicurati non trovarci colà alcun soldato, l’occuparono con assai precauzione. Né credendo intiera la ritirata dei napoletani, per guarentirsi, occuparono Giuliano e Montefortino, affin di tener libera к via verso Roma.

La setta, a furia di menzogne, volle innalzar. Garibaldi al di sopra de’ generali più illustri del passato e presente secolo; anche pe' fatti di Velletri fece strombazzare da’ suoi giorni vittorie omeriche, riportate dal suo eroe a danno de’ regi. Si giunse a pubblicare per le stampe, che Ferdinando II fuggi precipitosamente da Velletri, e che Garibaldi lo inseguì dandogli varii colpi di sciabola; con la quale uccise eziandio migliaia di napoletani. Paradossi che non s’incontrano nello stesso poema dell’Orlando Furioso di Ariosto; inverosimiglianze e contraddizioni degne di chi seppe crearle, e degne pure di tutti i gonzi che tutt’ora si ostinano a crederle e ripeterle come fatti incontrastabili!

In Velletri, Garibaldi fece la più magra e trista figura; e sarebbe stato perseguitato fin dentro Roma, se Ferdinando non si fosse deciso di ritirarsi nel Regno a qualunque costo per le ragioni già esposte di sopra. Io non invito gli ammiratori di Garibaldi a leggere la relazione officiale scritta e stampata dal tenente-colonnello, poi tenente generale, Giosuè Ritucci, о il pregiato opuscolo del comm. Gaetano d’Ambrosio (((99))), ma a riscontrare le Memorie storiche di Roselli, e la ¿Storia, militara Лей, Piemonte del famoso fucilatore de' villici inermi, generale Pinelli, e vi troveranno i fatti avvenuti in Veikki, in giugno 1849, tali -quali le li bo raccontati. La setta, mentre innalzava alle stelle il valore de’ garibaldini, Combattenti in Velletri, dicea eziandio, che al comparire di costoro i soldati napoletani fuggivano da vili: se fuggirono, ov’è più il valore di que' rodomonti e del suo duce? e come costui ne uccise migliaia col suo terribile sciabolone? Oh, Cervantes (((100))), e perché jaoa rivivi?! Tant’è, a settarii sono anche lecite le contraddizioni, e se essi vi asseriscono che il circolo è quadrato, guai a chi lo neghi! Pare che il generalissimo Roselli avrebbe avuto interesse di far brillare il valor suo e quello de' suoi dipendenti; eppure egli, quasi rispondendo a tutte le fandonie che strombazzarono allora i giornali settarii, ecco quel che pubblicò nelle sopra citate sue Memorie: «Quel fatto d’armi (di Velletri) non suscitò ne’ napoletani il minimo disordine, non fuggirono, ma intatti, con ordine si ritrassero in pianura; né avrei potuto eseguire l'inseguimento, senza espormi in trista condizione e senza gran pericolo nel momento dello scontro». A tutto questo bisogna aggiungere, che i napoletani erano poco meno di novemila ed i repubblicani più di ventimila, inclusi quelli comandati da Garibaldi e da Morocchetti.

In vario modo fu giudicata la ritratta di Ferdinando II dallo Stato pontificio; però dal fin qui detto, chiaro emerge, che quel sovrano si condusse con prudenza e con decoro. Con prudenza, perché non gli conveniva combattere al fianco di un esercito dipendente da un Luigi Bonaparte; il quale, da vero settario e galeotto, lo facea insidiare da suoi consettarii. Con decoro, perché, avendo respinto i ribelli in Velletri, l'onore delle sue armi era più che salvo; altro non rimaneagli che guarentire il suo Regno, come egli fece.

Dopo che l’esercito regio passò la frontiera, Garibaldi si struggeva nel desiderio di far qualche bravata ne paesi di questo Regno, confinanti con gli Stati papali. Roselli, che nessuna utilità ne scorgea, glielo proibì; anzi emanò l’ordine di riunirsi in Roma tutto l’esercito repubblicano, per difendere quella città dagli assalti dell’esercito francese; soltanto permetteva a Garibaldi di recarsi nell’Umbria per osteggiare i tedeschi. Ma costui ricorse a’ triumviri, e costoro con insano consiglio, gli permisero di recarsi alla frontiera. napoletana con seimila uomini, per fare un poco di rumore ed insieme un poco di bottino. Al nostro eroe conveniva meglio assaltare i paesi della frontiera napoletana sguerniti di soldati, anzi che osteggiare i tedeschi nell'Umbria: ed ecco perché non volle obbedire al generalissimo Roselli. Ferdinando II, о che di ciò sospettasse, о avesse certa notizia, avea richiamato da Palermo il marchese generale Ferdinando Nunziante, con tutta la divisione che comandava, e lo mandò a S Germano. In pari tempo spedi il general Casella a Fondi, con un’altra divisione; e così guarentire la frontiera da Portella alle foci del Tronto.

Garibaldi, dopo di avere ben foraggiato nella provincia romana di Frosinone, e di aver taglieggiato quegli abitanti, sotto pretesto di essere papalini, passò la frontiera napoletana ad Arce, ove sapea non trovarsi soldati regi; invece trovò cinquanta guardie urbane, che lo ricevettero a schioppettate, per dimostrargli il loro contento, sapendo ch’egli veniva a liberarli dalla schiavitù borbonica. Spintosi fino a Sora, pose delle contribuzioni per dar prove di libertà a que’ cittadini; però, quando seppe che il general Nunziante correva per dargli addosso, ei frettoloso ripassò negli Stati pontificii, portando con sé il prodotto delle contribuzioni; lasciando più. che libere le tasche de’ sorani, non avendo potuto redimere essi a libertà.

Il 7 giugno Nunziante entrò nella provincia di Frosinone per inseguire Garibaldi; il quale fu assai accorto e sollecito per non farsi raggiungere; dappoiché, ho già detto, che ancora ¿'non era giunta la pienezza de’ tempi di far miracoli, malgrado che allora avesse sotto i suoi ordini seimila combattenti, invece mille, come nel 1860. Fuggito il nostro eroe Nunziante assalì le bande repubblicane condotte da Masi; le quali anche fuggirono a fiaccacollo, e con esse Pietro Sterbini, che avea la santa missione in quella provincia di emanar decreti in nome di Dio e del ppopolo, di vuotar casse pubbliche ed impossessarsi dell’argento delle chiese. Il duce napoletano occupò Veroli, Anagni e Ferentino, rialzando gli stemmi papali, e ristabilendo l'ordine in quegli sconvolti paesi.

Sin dal 27 maggio, erano sbarcati presso Gaeta novemila fanti e quattrocento cavalieri spagnuoli, comandati dal generale Filippo Cordova, e si accamparono nel piano di Mentesecco, presso quella Piazza. Il re diè a questo generale gli animali che mancavangii por l’artiglieria, due squadroni di cacciatori avvallo ed il tenente colonnello Alessandro Nunziante, dello Stato Maggiore, per servirgli di guida nelle operazioni guerresche, che dovea eseguire nello Stato pontificio Cordova vi entrò nei cominciare di giugno, e si spinse Ano a Piperno; però non ebbe alcuna parte atta presa di Roma, perché il generale Oudinot dichiarò, agli ¡eserciti alleati, che i francesi, essendo stati battuti il 30 aprile da’ repubblicani, era suo debito entrare nell’atomo città senza aiuto alcuno.

Le fatiche dell’esercito napoletano ebbero fine con l'inseguimento di Garibaldi da Sora allo Stato pontificio; caduta la Repubblica romana, come qui appresso dirò, te setta finì di regnare e straziare i popoli della nostra Italia; perlocché le milizie napoletane, capitanate dal generale Ferdinando Nunziante, rientrarono nel Regno.

Taluni diplomatici e storici appassionati han voluto calunniare l'esercito napoletano, e quelli che non sono stati calunniatori l’han natíamente giudicato, confondendo la causa con l'effetto e viceversa. Il certo si è, che ned 1848 e 40 quell’esercito abbatté la rivoluzione, capitanata da duci esteri, e pacificò il Regno al di qua e al di là del Faro senza aiuti stranieri, mentre per gli altri Stati d’Italia furono necessarie le legioni di Francia e d’Austria; anzi quest’ultima potenza militare fu costretta invocare l'intervento della Russia, per abbattere la rivoluzione che strazravala in casa propria. Il Regno delle Due Sicilie, che fu il primo ad essere assalito dalla sètta rivoluzionaria, fu anche il primo a conquiderla e con forze indigene; dando agli altri sovrani l’esempio della fermezza del proprio re, ed agli eserciti quello della bravura e fedeltà de’ suoi soldati.

Se io volessi qui fare sfoggio di erudizione militare, mi servirei de’ giudizi del francese generale Oudinot, e difenderei trionfalmente teserei to napoletano, dall’epoca di Carlo III fimo al 1820, di tutte quelle false e stupide accuse, lanciate da’ rivoluzionarii e dagl’invidiosi, accennando fatti incontrastabili. Dirò soltanto, come risulta da tutto quello che ho detto fin qui, che i soldati di questo Reame furono direi quasi, invincibili quante volte diretti da capi istruiti e prodi; come i loro rovesci e più di una volta vergognosi, si dovranno sempre addebitare alla insipienza e al tradimento de' proprii duci.

Basterà ricordare i napoletani in Velletri nel 1744, capitanati da Carlo III, la cavalleria in Lombardia nel 1796, condotta dal brigadiere Prospero Ruitz. Mi si potrebbero opporre i rovesci del 1798; epperò cagionati dall’insipienza dell’alemanno capitan-generale Carlo de' Mack; tanto vero, che una parte di quelli stessi soldati, capitanati da costui, dopo meno di un anno, si riunirono sotto la direzione di un Porporato, che altro non sapear di arte militare se non ispingerli avanti, e vinsero la rivoluzione costituita nel 1799.

Mirate i soldati napoletani, nel 1812 condotti da Gioacchino Murat, là sul Niemen, in Vitepsk, in Borodino, in Mosca. Osservateli in quella terribile ritirata voltar faccia a cosacchi e respingerli; mentre i soldati delle altre nazioni si davano volenterosi prigionieri al vincitore. Non bisogna dimenticare le glorie de’ napoletani acquistate nelle guerre di Spagna, sì strenui da farsi ammirare da’ generali inglesi e dagli stessi francesi.

L’esercito napoletano al 1820 se infellonito dalla sètta Carbonara si disciolse, lo fu anche per colpa de’ suoi capi settarii e traditori. Net 1848 un generale, Roberto Desauget, lo copre di vergogna in Palermo, ma un Carlo Filangieri lo rigenera alla più splendida gloria militare. La presi di Messina è un glorioso ricordo di valore per l'esercito delle Due Sicilie; maggiormente che diplomatici ed uor mini di guerra di que’ tempi la giudicarono difficilissima. Un prode uffiziale, il tenente Michele Bellucci, giovane ventenne, con 25 uomini s’impossessa di una città fortificata dalla natura e dall’arte; egli prevenendo il disegno di guerra del generale in capo, spinto soltanto dal suo valore, assalta Taormina dal luogo che giudica meno fortificata e se ne impossessa, fugando quattromila ribelli bene organizzati, con gran materiale di guerra e diretti da un generale polacco, che avea qualche rinomanza ne’ fasti militari. Michele Bellucci lasciò un imperituro ricordo del suo non ordinario valore e di quello dell’esercito napoletano nella memoria de’ taorminesi; ed io, che soggiornai lungo tempo in quella città, sentiva parlar di lui e del suo coraggio come di un uomo de’ tempi favolosi. Io sfido i detrattori del napoletano esercito di trovare nella storia militare moderna un fatto d’armi, tanto brillante e strepitoso, quanto quello compito dal tenente Bellucci in Taormina, con soli 25 uomini! Oh, se costui avesse difesa la causa della rivoluzione, sarebbe stato da questa proclamato un altro Leonida alle Termopili; con la differenza che questi si difese, ed egli assali; e son sicuro che avrebbe anche ricevuto in vita l’apoteosi! La presa di Taormina, ed in quel modo, prova all’evidenza che i soldati napoletani, guidati da capi valorosi ed intelligenti, fan miracoli di valore. Nella presa di Catania non so se brilla più l’intelligenza del supremo duce, о il valore dell’esercito, ma l’uno e l’altro sono ammirevoli.

Son troppo tristi i ricordi del 1860 per quel disgraziato esercito; ma esso dimostrò che fu turpemente tradito e venduto, allorché in Milazzo, soli mille uomini, guidati da un Ferdinando Beneventano del Bosco, fecero fremer la rivoluzione cosmopolita, e l'avrebbero schiacciata, se un generale Clary non l’avesse impedito con turpi gherminelle. Capua sarebbe stata la tomba della rivoluzione cosmopolita se il generale in capo, Giosuè Ritucci, ne avesse troppo temporeggiato ad assalirla, o fosse stato più risoluto nelle operazioni di guerra. Quell’esercito, sibbene ridotto allo scheletro, mancante di tutto, quando fu assalito alle spalle proditoriamente da un esercito italiano, fresco e bene equipaggiato, sulle sponde del Garigliano, e sulla rocca di Gaeta, dimostrò quanto valeva, e che avrebbe debellati i piemontesi senza il menomo sforzo se si fosse trovato in egual numero ed in pari condizioni.

In fine non voglio tralasciar di ricordare, che furono i soldati e gli uffiziali napoletani quelli che sostennero la ritirata delle truppe italiane, dopo la rotta di Custoza, nel 1866 ed i soli che si distinsero in quella miseranda azione di guerra. Per la qual cosa il disinteressato e cavalleresco re Francesco II si mostrò tanto contento di quella distinzione, come se avesse vinto egli medesimo una саmpale e decisiva battaglia. Io che trovavami allora in Roma, amai e rispettai di più quel generoso sovrano, scoprendolo tanto patriottico, anche contro i suoi più vitali interessi.

La rivoluzione era già agli estremi in tutta l'Italia; soltanto viveano due sole repubbliche, ma di una vita precaria e tempestosa, cioè quella di Roma, che combattea contro i francesi e l'altra di Venezia contro i tedeschi. Dopo varii brogli del legato francese Lesseps per agevolare la repubblica romana e non poche lotte nell’Assemblea legislativa di Parigi, giunse l’ordine al generale Oudinot d'impossessarsi a qualunque costo dell’eterna città, di disperdere i ribelli e di rimettere l'autorità del Papa. Quel generale si avanzò da Villa Panfili ove segui un combattimento con la peggio di Garibaldi, il quale perdette varii uffiziali, un gran numero di volontari! ed il suo servo moro, che lo avea salvato tanto spesso da certissima prigionia e qualche volta dalla morte. Il generalissimo Roselli domandò un armistizio per prender tempo; conciossiaché i triumviri speravano ne’ brogli di Lesseps, ritornato in Francia per patrocinar la loro causa, come la patrocinavano tutt’i demagoghi facienti parte della sinistra di quell'Assemblea, a capo de’ quali Ledru-Rollin, Costui nulla lasciò intentate per porgere aiuto a’ fratelli di Roma, ma nulla potè ottenere a favore de’ medesimi; dappoiché, il 12 giugno, l’Assemblea francese confermò la facoltà data al governo di farla finita co’ repubblicani degli Stati pontificii.

Il duce Oudinot, già padrone delle villo Panfili e dell’altre Orsini e Valentini, s’impossessò di Montemario e Pontemolle; il 19 giugno ricominciò gli assalti contro la città, e il 21 aperse tre brecce presso porta San Pancrazio. Dopo di avere ricacciato dentro Roma Garibaldi e gli altri difensori, il 28 e 30, assali quelle brecce, poco curandoci delle solite proteste del console inglese. Fu allora che i triumviri ordinarono di cessar la difesa, perché insostenibile, e si dimisero. I francesi entrarono in Roma il 3 luglio, mentre l’Assemblea repubblicana di questa città spediva i suoi ambasciatori in Francia, Inghilterra ed America, e promulgava dal Campidoglio la propria Costituzione, che avea votata due giorni innanzi.

Garibaldi, sin dalla sera del giorno 2 luglio, era fuggito insieme all’amico Ciceruacchio, conducendo seco cinquemila de’ suoi volontarii; i quali parlavano tutte le lingue ed i dialetti di Europa e di America, venuti in Italia, essi diceano, per redimer questa dalla schiavitù del Papa. Sentendosi alle spalle il generale francese Morris, il nostro eroe si affrettava a correre a Terni, ove si congiunse con l’italiano Sacchi, l’inglese Forbes e l’americano Bueno, che conduceano tre legioni di ribelli d’Ancona. Tentò gittarsi in Toscana per far rivivere quella repubblica, cioè per rinnovare in quello Stato altri danni e sciagure; ma incalzato sempre da’ francesi, passò in Cortona. Colà sostenne altri travagli per iscansare i tedeschi, e li scansò felicemente, passando di paese in paese, or rapido or lento. Varii paesi e città gli chiusero In faccia le porte, perché requisiva vettovaglie e danaro, imponendo taglie di guerra e pigliando ostaggi, che non liberava, se prima non a resse ricevuto la moneta. Oh, Manzi! oh Pilone! negli ultimi vostri momenti, avreste potuto con ragione esclamare: Habent sua sidera fata!

Garibaldi, battuto e fuggitivo, seguendo i consigli dell’ingordo inglese Forbes, a Fra» neto prese cinquanta scudi, altrettanti a Ronco, mille a Montepulciano, oltre a’ viveri e cento ad Asinalunga. All’arciprete Mucciarelli ne fece pagare cento; in Fajano impose una taglia di duemila e duecento; in una fattoria di Acquaviva n’ebbe cinquanta; ed infine a Monterchi predò vettovaglie ed oggetti preziosi. Forbes estorse altre somme di seconda mano, creatosi in quella circostanza aiutante di campo del nostro eroe; e ciò oltre de’ saccheggi perpetrati da’ suoi seguaci, mentre erano perseguitati da que' barbari e vandali tedeschi.

Tutte quelle orde fuggitive si andavano sempre assottigliando per la via, e que' volontarii rimasti, Garibaldi li condusse in San Marino; ove, circondato da’ tedeschi, finse di capitolare; ma la notte, con duecento suoi fidi, fuggì a Cosentino, e il 2 agosto s imbarcò sopra tredici barche per Venezia. Però, inseguito da una nave austriaca, perdette otto, barche, e ton l’altre che gli rimasero, si salvi, sopra la spiaggia di Mesóla presso Volano. Abbandonato da tutti, rimase col fido Ciceruacchio, col barnabita Ugo Bassi, altri po» chi compagni e la moglie, la fedele ed animosa Annita, che anche conducea i suoi due figli.

Tutti que’ fuggitivi gettarono le armi, si divisero e presero diverse direzioni in un bosco. Garibaldi, con la sua donna ed i suoi figli, viaggiò per due giorni; il terzo la povera Annita morì in una campagna ignota, tra le braccia del suo sposo! Costui, dopo di avere raccomandato il cadavere di quell’infelice a persona sconosciute, conducendo i suoi figli, varcò le montagne della Toscana e sì condusse a Chiavari in Piemonte; ove fu sorvegliato da quel governo, fino a che non parti per Tunisi. Donde ritornò in America, e colà vivea fabbricando candele; ed io ciò glielo ascrivo a sommo suo onore, perché prova che non taglieggiò per sé i romani ed i toscani. Quando la setta preparò la rivoluzione, Garibaldi ritornò in patria, alo vedemmo ancora sopra i campi lombardi nel 1859, ma senza far miracoli; questi li fece fanno seguente, preparati da’ generali napoletani; perlocché divenne dittatore delle Due Sicilie, redentore dell’Italia, per finire coll’essere proclamato poi eroe dei due milioni, essendo il miglior titolo che oggi si gode in Caprera!

Venezia, dopo un lungo assedio, chiese protezione all’Inghilterra, e lord Palmerston le rispose: «Essa appartenere all’Austria pel frettato del 1815: che obbedisse a questa e presto». Caro quel nobile lord! egli, a seconda i suoi interessi, aggiustava tutto, ciò or col dritto della rivoluzione, ed or co’ trattati de' re, stipulati contro la stessa! La repubblica veneta, tra tanti sfaceli rivoluzionarii, rimanea come nave solitaria in gran tempo età; ed anche gli uomini del dritto avrebbe fatto voti che fosse rimasta illesa, se essa non, sì fosse insudiciata con gli uomini della setta. In effetti, spaventata da’ suoi stessi difensori, il 22 agosto capitolò con gli austriaci. Trovandosi colà i tra prigionieri di guerra, circa mille napoletani, furono imbarcati per le isole dell’Arcipelago; ma respinti dagli. stessi inglesi, già protettori de’ medesimi, sbarcarono a Brindisi, ove vennero arrestati e custoditi in quel castello: ivi si diedero a tutte le sregolatezze, giocando a zecchini di oro ed a gemme di gran valore. Un giorno visitati per sorpresa, si trovarono addosso a’ medesimi e ne’ loro piccoli bagagli, oggetti preziosi cogli stemmi di famiglie patrizie veneziane, alle quali furono restituiti. Patite idi que' prigionieri ebbero grazia; altri, i più ratti a tutti i vizii, furono relegati nell’isole di Ponza e Ventotene: e come appresso dirò, vennero poi adibiti da un Pisacane e da un Nicotera a redimere il Pegno delle Due Sicilie dalla tirannia borbonica.

Sul declinare del 1849 la rivoluzione sembrava abbattuta, non. solo in tutti’ gli Stati d’Italia, ma in tutta Europa; la stessa Pomicia repubblicana avea schiacciato il socialismo; nonpertauto lasciava una triste eredità di debiti, ire di. parte, demoralizzazione e di più un settario a capo della grande nazione. D’allora la setta fece un poco di sosta, cioè non si mostrò più in piazza, n¿ in campagna con le armi in pugno; in cambio si limitò. suscitar qualche subuglio me piccoli paesi e qualche volta nelle grandi città. Bel reato, conoscendo di esserle i tempi contrarii, si rincantucciò ne’ suoi antri, per ricominciane le consuete congiure, ivi. affilava i pugnali per assassinare i sovrani, e preparava con potenti aiuti altre catastrofi sociali.

I capisetta erano fuggiti all’estero, carichi di oro, lasciando a noi i debiti, le nuove tasse, le monete erose, la carta-moneta e tutti gli altri mali, che son la legittima conseguenza delle ribellioni e de' governi liberali. Eglino, dopo di essersi inebbriati di presidenze e dittature, e di aver fatto bene i loro affari, ne’ diarii della sètta, proclamarono trionfi le sventure della patria; e da lì, ove si erano rifugiati, mostravano il pugno a’ sovrani: promettendo a’ loro adepti ed a’ gonzi il ritorno dell'età dell’oro, quando essi sarebbero ritornati al potere.

Molti settarii di second’ordine, rimasti nel Regno, per la troppo clemenza di Ferdinando II, si costituirono in Comitato secreto, che intitolarono: alto Consiglio dell’unità italiana, perché aveano di già discreditata con tante nefandezze il nome della Giovine Italia. Quel Comitato era preseduto da un Filippo Agresti, membri Carlo Poerio, Luigi Settembrini e Nicola Nisco, cassiere: costui davvero non fu scemo, si scelse la parte migliore! Tutti costoro, già perdonati dal tiranno, corrispondevano con altri Consigli: il presidente con quelli del resto dell'Italia, e Poerio con gli altri delle province napoletane.

L'alto Consiglio dell’unità italiana si riuniva in casa di Agresti, sovente ne’ caffè о in qualche bottega di fiducia; ove si confabulava, non già a riordinare la rivoluzione, avendo questa fatto allora il suo tempo, ed essendo odiata da popoli, ma invece per uccidere il tiranno, qualche ministro e suscitar trambusti о paure, per non lasciar tranquilla la gente onesta. Essendo stato arrestato il presidente Agresti, venne surrogato da Settembrini; messo anche costui in carcere, gli succedette Pironti. Il povero cassiere Nisco cadde pure nelle mani della giustizia e surrogollo Michele Persico: della cassa non si ebbe notizia, non si sa da chi fu annessa!

I nuovi componenti detratto Consiglio dell'unità italiana, niente scoraggiati dell’importuna e tirannica guerra che lor facea il governo, stampavano proclamazioni clandestine e le faceano spargere per Napoli e per le province; una tra le altre dicea: «Non avete il pugnale? una sola punta darebbe libertà all’Italia, e farebbe mutar la faccia all’Europa; uccidete la borbonica tigre.» Quando poi cotesti sicarii furono arrestati e condannati, si proclamarono innocenti: avendo in seguito ottenuto prima la grazia della vita indi la libertà assoluta, ingiuriavano Ferdinando II chiamandolo il Nerone del Sebeto, il Re bomba!

Io ne conobbi molti di questi messeri nell'ergastolo di S. Stefano, per ragione del mio ufficio, ed a sentirli parlare della loro innocenza destavano veramente pietà: più tardi, da veri codardi, si fecero un vanto delle loro perpetrate scelleratezze, giungendo ad esagerarle, per essere meglio rimunerati dalla setta: costoro son’oggi i nostri padroni!


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CAPITOLO XXVI

SOMMARIO

Il re riordina lo Stato. S’infrena la stampa faziosa, si fanno buone leggi circa l’istruzione pubblica. Adunanza episcopale, si rimettono le guardie urbane e la bandiera de’ gigli. Nuovo ministero. Viaggio di Pio IX da Gaeta a Portici. Il medesimo si reca a Napoli. Prodezze rivoluzionarie mal riuscite. Il S. Padre visita varie città e paesi del Napoletano. Fa doni al re e alla regina. Opere pubbliche. Fine del l'anno 1