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RAGGUAGLI STORICI SUL  REGNO DELLE DUE SICILIE

DIVISI IN VOL. 2, E CIASCUNO IN EPOCHE DUE SCRITTI DAL CONTE GENNARO MARULLI

OPERA che si pubblica per cura dell’editore proprietario LUIGI JACCARINO

NAPOLI - Per cura dell’Editore proprietario Luigi Jaccarino - Strada Rosario Portamedina n. 31 - 1845

Gennaro Marulli - Ragguagli storici sul Regno delle due Sicilie Volume Primo - 01 Volume Primo - 02 ODT PDF
Gennaro Marulli - Ragguagli storici sul Regno delle due Sicilie Volume Secondo - 01 Volume Secondo - 02 ODT PDF

—Volume secondo, Epoca quarta, Parte seconda—

DINASTIA DEI NAPOLEONI GIUSEPPE E GIOACCHINO
SECONDA RISTAURAZIONE DEI BORBONI SUL TUONO DI NAPOLI
CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V CAPITOLO VI


CAPITOLO I

La vanguardia dell’armata francese entra in Napoli: condotta del Generale Partouneaux: adoperamenti di questa truppa: una furiosa tempesta fa ritornare nel Golfo di Napoli molte navi che partite erano per la Sicilia; conseguenze di questo ritorno. Morte del Vanni e del Guidobaldi. Giuseppe Bonaparte giunge nella Capitale qual Luogotenente dell’Imperatore, e si reca al Palazzo dei Re: descrizione della marcia di entrata: impressione che queste cose fanno sulla massa dei cittadini: Deputazioni presentate all’occupatore: emanazione: alloggiamenti delle truppe. — Il nuovo dominatore si reca alla Cattedrale e presenta a S. Gennaro ricchi doni: proclama diretto: ai popoli del Regno di Napoli; come questo ricevuto. — Dì Saliceti Ministro di Polizia: emanazione del Generale Partouneaux; causa di essa: si compone il nuovo Ministero: alcune organizzazioni militari. — Si pubblicano tre editti riguardanti la finanza: nuovo sistema di Polizia. — Lettere di Saliceti ai Presidi: decreto per la creazione delle Commissioni Militari: Commissione di Polizia. — Promozioni e cambiamenti nella magistratura; lo stesso per i Presidi: istallazione dei Comandi militari una per Provincia; la Polizia è messa in piena attività: nota fatta dal Commissario Generale a tutti gli individui della Capitale: registro civico: nomina dei Commissari. — Si riprende il filo delle cose guerriere: operazioni del Generale Lecchi: disposizioni di Massena: si mandano delle truppe francesi verso Otranto e Taranto comandate dal Generale Saint-Cyr; e delle altre per Salerno e Calabria guidate da Reynier. — De Generale Damas e sue disposizioni: dettaglio di esse. — Osservazioni sull’apertura di questa nuova campagna. — Premure dei Principi Francesco e Leopoldo per la causa Reale: viaggio di visita per quella Provincia fatto dal Principe Francesco: discorso tenuto da questo ai Capi delle masse, e risposta ottenuta nel Proclama per infervorare le popolazioni alla causa del Re. — Vari scontri e fazioni di guerra delle due nemiche parti, le quali danno origine alla battaglia di Campotenese: disposizioni dell’armata napolitana per attendere di piè fermo il nemico: osservazioni: su queste disposizioni. — Battaglia di Campotenese, e sua fine. — Conseguenze di questa battaglia. — Il Generale Saint-Cyr cambia disposizioni saputo l’esito di Campotenese: avvertenze su questa guerra calabrese: appoggio di questa avvertenze; Morte dell'ammiraglio Federico Gravina e del Generale Alessandro Filangieri Principe di Cuto.

GIUNGEVA il di 14 febbraio, il quale sarà sempre memorabile nella istoria nostra, massime per essere il primo di una occupazione militare, che volse per il non breve tratto di circa due lustri, e che Regno de’ Napoleoni ci venne chiamato, cambiando da cima a fondo ogni già stabilito sistema, e per le cose espressate nell’ultimo manifesto della Reggenza, riportato nel libro precedente, gli animi tutti si tenevano incerti; molt’erano le voci su le diverse cause per le quali si credevano quelle genti di Francia venissero presso noi, e queste discrepanti idee, tutte di severità e di prepotenze, formavano in vari modi e maniere un misto di tristizie. Nasceva appena quel giorno, ed i francesi avanzando nella loro marcia verso di Napoli per la strada di Capua, erano pervenuti, sotto il merigio, in quel tratto che tra Secondigliano e Capodichino resta; e l’avevano fatta fermare per attendere il ritorno di taluni uffiziali spediti alla Reggenza per la ratifica delle sicurezze già date, restituiti questi con pacifiche e bonarie accoglienze, ripigliarono essi tosto la marcia ed alle ore ventuno entrarono in Napoli porzione per la strada del Sobborgo di Sant’Antonio, ed altra per quella del Reale Albergo de’ Poveri: erano tutti 8000 uomini di scelti soldati leggieri si fanti che cavalli, che formavano la vanguardia dell’armata sotto il comando del Generale di Divisione Partouneaux, i quali, percorse le differenti vie che menano al largo del Real Palazzo, fecero in quello riunendosi uno spettacoloso bivacco. Dalla gran piazza suddetta si spedirono le truppe per andare a prendere posto in tutti i Forti di Napoli, dai quali uscirono con gli onori militari le guarnigioni che li tenevano, ed esse in generali giunte sulle spianate deposero le armi e le insegne, rimanendo i soldati prigionieri di guerra e gli uffiziali rilasciati sulla parola d’onore di non rivendere le armi pel passato governo, come di già erasi pattuito. In pari tempo vennero spedite delle altre frazioni di truppe ad occupare quei luoghi ch’erano guardati dai borboniani, e questi avendone ricevuta di già ingiunzione da chi n’era di dritto a quelli li consegnarono. Mercé tali pronte provvidenze all’una della notte quel movimento militare era del tutto terminato, trovandosi i francesi distribuiti e padroni di ogni guardabile punto della Capitale, ritenendosi in essa la massima tranquillità.

Erasi mostrato il cielo in quel mattino molto turbato, indi i nugoli orribilmente addensandosi verso il mezzodì, si sciolsero in tanta pioggia tempestosissima, agitata da vento oltremodo impetuoso, che dalle ore venti finora notte avanzata non vi fu scampo affatto, presagir facendo cosi fin da quella primitiva era i casi lagrimevoli in cui dovevamo avvolgerci. Questo medesimo turbine che a scaricarsi venne su di Napoli, precedentemente oprando i suoi terribili effetti contro il convoglio che seguiva la Regina Carolina, già vicino alle coste della Sicilia, forzato l’aveva a volgere buona, e ripigliare di bel nuovo il golfo di Napoli, quantunque estraordinari fossero stati gli adopramenti dei marinari per evitare quel sinistro; la Fregata la Cerere, e la Corvetta ch’era di conserva con essa, cariche entrambe dei preziosi effetti, furono dalla violenza delle onde trasportate sotto il tiro del cannone del Castelnuovo; il Capitano Desjardins, che di già in quel Forte si era stabilito, profitto immediatamente di quell’accidente per dirigere alla Fregata delle cannonate, e ad una di queste, che la foro d’ambo i fianchi, si arrese insiememente alla Corvetta.

In siffatto tempo era stato dalla tempesta istessa disperso il gran numero, di bastimenti che trasportava in Sicilia gli arredi del Real Palazzo, e tutt’altro che si cercava ritirare in quell’isola, unitamente alla mobilia di coloro che seguivano la Corte: ventisette polacche sbalzato dal furore del vento andarono a rifuggirsi parte a Baia ed a Pozzuoli, e parte a Castellammare e nelle spiagge d’intorno, epperò restarono preda dei francesi sette di esse, salvandosi a stento le altre, perché il Generale Partouneaux appena ebbe avviso dell’avvenuto, stimo non perdere un momento, onde profittare di quelle prede e di quei nemici; per tanto marciar fece nella sera medesima prontamente alcuni corpi verso gl’indicati luoghi, per sorprendere a qualunque ora giungessero il convoglio su quei lidi gittato. La Polacca segnata col numero 14 ricondusse in Napoli quelle persone che aveva sul bordo, le quali per ché cadute in potere della Polizia vennero chiuse in carceri, e dopo pochi giorni furono presentate a Giuseppe Bonaparte, che rendendo la divisa di magnanimo, fece restituire loro la libertà e tutte le private proprietà, che avevano seco imbarcate, taluni che in quel miserando stato seguitaremo a menare l'esistenza.

Fu in quel giorno istesso, che il Marchese Carlo Vanni, che quasi celato si teneva in una piccola casa in Sorrento, morì di volontaria morte tediato della vita e dolente di vedersi ancora in essere: lasciò egli una lettera affinché non si accagionasse quel suo delitto ad altra persona, spiegando in essa la causa del suicidio.

Questa morte del Vanni m’invita a riferire l’altra pressocchè simile, cioè quella di Guidobaldi, il quale all’entrare di queste nuove armi occupatrici fu tradotto in prigione, ma ottenuto mercé preghiere, e per pietà di canuta vecchiezza, vivere confinato in un villaggio degli Abbruzzi ch’era sua patria, poco tempo vi dimoro e disperatamente morì.

II. La mattina del seguente sabato, quindici detto, venne annunziata l’entrata del Principe Giuseppe, e del rimanente corpo di armata francese destinato a far parte della guarnigione della città di Napoli. Le truppe che trovavansi libare dal servizio dei Castelli, e da altre incombenze uscirono da quelli dopo il mezzodì per incontrare il loro Duce; e schierandosi sui due lati ad ala dal Reale Albergo dei Poveri fino alla chiesa dello Spirito Santo, ov’è posto il palazzo del Principe di Angri, Scelto dal Generale Partouneaux per suo albergo, mostravano così essere nella la via da percorrersi dal Principe: all’ora medesima del precedente di dell’entrata della vanguardia, i Castelli della Capitale facendo triplice salva onorarono il Luogotenente dell'Imperatore dei Francesi, che di già trovavasi al cominciare della strada Foria. Apriva la marcia un corpo di bella cavalleria, indi veniva il Principe a cavallo circondato e seguito da molti Uffiziali Generali e con tutte le ordinanze in vaghissima mostra, distinguevasi al suo fianco il Maresciallo Massena regolatore di tutti segavano poscia vari Reggimenti di fanteria e di cavalleria con le rispettive artiglierie; ed altro corpo di cavalleria chiudeva la colonna.

In tal circostanza fa osservato, che l’ingresso delle truppe in quel giorno, quantunque più placida, e quasi serena si mostrasse l’atmosfera, non fu corteggiato da quella immensa turba di popolo, che secondo il costume della plebe suole accorerete a torme a simiglianti spettacoli; ed il concorso fa molto minore di quello che non ostante la dirotta pioggia del giorno incanti fecesi vedere; anzi fa osservato che quasi generalmente ovunque passava il Principe Giuseppe riscuoteva picciol segno l’onore, mosso più dalla forza delle circostanze, che dalla volontà spontanea; questo sentimento fu tanto sensibile ch’Egli stesso non potè dissimulare di riconoscerlo.



Ando il Principe a smontare a dirittura, nel Real Palazzo insiememente a tutto il suo seguito, ove fa ricevuto dal Consiglio di Reggenza, che al di lui arrivò mise termine alle sue funzioni; ed in quell’edilìzio fin dalla precedente sera erosi preparato dai Reggenti quanto conveniva per albergare nell’autorità suprema, e per il servizio di tutto seguito degli Uffiziali di Corte.

La prima a presentarsi a S. A. I. fu la deputazione degli alloggi, indi venne il Senato, poscia sopraggiunse parte della magistratura ed altre persone in confuso, ed il Principe diede a tutti mostra di estrema dolcezza,. mitigar volendo così le triste impressioni in cui viveva. Desideroso di essere sciente delle varie cose che adesso si presentavano alla mente, chiese delle funzioni del Senato, della denominazione, distinzione ed uffizio della Camera Reale, e di tutti gli altri tribunali del Regno; ed avendone ricevuta contezza risolvé da quel momento che. il cambiamento del Governo portar non dovesse nessun voto nell’esercizio delle cariche ch’erano in alloca in attività; ed ordinò che ognuno Destasse nel medesimo posto in cui si trovava. In conseguenza di cio, come tutto Re, fuorché del nome, chiamandosi nei suoi editti, Principe Francese, Grande Elettore dell'Impero, Luogotenente dell’Imperatore, Comandante in Capo l’armata di Napoli, fece pubblicare nel medesimo giorno il. seguente suo volere. «Tutte le autorità civili, giudiziarie ed amministrative, che sono presentemente in attività nel Regno di Napoli continueranno ad esercitare le loro funzioni. Dato dal Quartiergenerale di Napoli il dì 15 febbraio 1806. Giuseppe Bonapacte — Per ordine di S. A. I. il Generale Capo dello Stato Maggiore Generale di Sua Altezza. Cesare Berthier ().»

Terminato quel militare ingresso vennero le truppe alloggiate chi nei Castelli, come di già dissi, ed altre nei Quartieri di Pizzofalcone,del Ponte della Maddalena, della Vittoria, di Piedigrotta, di San Carlo all’Arena, di San Giovanni a Carbonara ed in Monteoliveto. Gli uffiziali dello Stato Maggior furono distribuiti per le case dei primari Signori e gli altri vennero mandati a: pernottare ne’ più insigni Conventi della Capitale: questa fu la primitiva disposizione, indi ogni uffiziale fu alloggiato per veduta di prudenza, nel luogo e nella casa più prossima al Quartiere.

Nel dì seguente, che giorno di Domenica correva, il nuovo dominatore visitava la Cattedrale piuttosto per menare a lusinga il popolo, che per vero atto di religione: colà si recava con tutto Stato Maggiore m gala solenne; ove udita la messa di Ruffo Scilla Cardinale Arcivescovo, e cantato l’Inno Ambrosiano presentava a S. Gennaro, qual proiettore della città di Napoli, un dono di due collane d’oro tempestate di preziosi smeraldi e brillanti che aveva fatto a questo oggetto lavorare.

Dopo alquanti giorni occupato in ricevere gli usuali complimenti e protestazioni, che sempre a cui monta alla testa di un governo o spontanei, o finti si tributano, Giuseppe vedendo che i predetti religiosi atti poca impressione e niuno entusiasmo mosso avevano nell’animo di una popolazione, che dall’amore della vera religione, grandemente vien dominavo, e che questa rassicurar non si voleva della lontananza dei propri Sovrani; diede fuori nel si febbraio un insulso proclama del tenor seguente. Popoli del Regno di Napoli. S. M. mi ha ordinato di prender in nome suo possesso di questo Regno. Io assumo in tal circostanza, ed allo stesso nome l’impegno invariabile e sacro, che la Dinastia di Napoli non regnerà più sulle vostre contrade. Essa aveva rinunziato al vostro amore, e dimenticato che l’affezione del popolo è il più prezioso diritto, che abbiano i sovrani a regnare. Io non ho trovato fra voi che le impressioni ed il terrore, che le sue ingiustizie vi avevano inspirati. Popoli non temete più. Le sue vendette sono finite. In qualunque combinazione il cambiamento della Dinastia di Napoli resterà immutabile. Unitevi dunque di zelo alle misure, che io prendo per migliorare le vostre finanze, per diminuire i vostri bisogni, per assicurarvi la giustizia e la pace. Se l’effetto non siegue prontamente il desiderio, che ho di sollevare i vostri gravami, accusatene le folli dissipazioni di ogni genere, che hanno cotanto diminuito le risorse di que sto Stato. Quelli che sono ancora dediti ad una Corte che non ha avuto il coraggio di combattere dopo aver provocata la guerra, che ha fuggito il pericolo dopo averlo eccitato, e che ha spagliate le vostre Città dei frutti del vostro genio, e di quello dei vostri padri; quelli a cui ella ha lasciato nel suo insano furore la scellerata missione di fomentare il disordine, di organizzare: l’assassinio, e di ordire dei tradimenti, riconoscino il loro dovere, ed il bene della loro Pace tria, o tremino! Ma la Nazione (ve lo ripeto) sia al contrario quieta e sicura. Essa proverà tra poco gli effetti delle intenzioni benefiche, di S. M. e delle cure raccomandatemi per fondere a questo popolo tutto il suo splendore e la sua antica prosperità. A norma delle mie promesse, i vostri, Magistrati sono conservati. Ho provveduto al rimpiazzamento di quelli che vi hanno abbandonato. Io non imporro alcuna contribuzione di guerra; fo non soffriro che le vostre proprietà sieno lese in modo veruno. In somma non dipenderà, che da voi di non aver conosciuto della guerra, che il solo nome ().»

Questo proclama pieno, siccome ognuno vede, di ingiuste e puerili malignazioni contro il nostro Real Governo, ridondante di false asserzioni, e di più false promesse, e sparso di stucchevoli rodomontate, a firma di Ferri Pisanu Segretario di Gabinetto di S. A. I. poco valse ad insinuarsi nell’animo di coloru che dolenti erano rimasti alla partenza dei legittimi Sovrani, anzi di stimolo riesci a tenersi essi sempre fermi nelle idee loro, vedendo manifestamente le menzogne delle cose esposte, e l’arte insidiosa con la quale il nuovo predominio cercava far satelliti; non pertanto furonvi taluni che resi si erano partitanti di Francia nei precedenti tempi, e che in astratto vivere fino allora avevano vivuto, che lusinghevolmente lo accolsero, credendo essere per loro venuto il tempo di far fortuna.

IV. Erano allora in Italia delle persone perpetuamente in impiego, alcune perché Napoleone le amava, altre perché le disamava, tra queste vi stava Cristofaro Saliceti nato Corso, col nome di accanito giacobino, il quale, stato già Ministro.



Plenipotenziario di Napoleone a Genova, ed uno dei Comandanti della Legione d’onore, era venuto ora in Napoli presso del Principe Giuseppe per aver l'incarico della direzione gaviale della Polizia, come oggetto in quel tempo della massima importanza. Primo passo dato da questo rappresentante fu il far dissipare le voci di prossimo ritorno della Dinastia Borbonica con delle misure di rigore, e con dei mezzi indovuti e violenti.

In contemporaneo tempo il Generale di Divisione Partouneaux come 'Supremo Comandante militare di Napoli e dei Forti, mandò fuori un ordine col quale si disponeva, che «tutte le armi da fuoco, meno fucili da caccia, che si trovassero in potere dei cittadini, ed ogni specie di altra arma, si dovessero nello spano di otto giorni, trasportare in Castelnuovo; e chiunque individuo fosse arrestato avendo addosso e stile e pugnale, od altra arma di simil fatta, essere punito con l’esempio il più rigoroso.»()

Questa emanazione severa veniva emessa per porre freno alle uccisioni e ferizioni, che si facevano tutto dì dei soldati francesi da’ popolani napolitani, avvegnaché molti tra quei militari, invàsi dalla idea di essere giunti in Napoli come conquistatori, senza valutare quanto tal pensamento valesse, in preda si davano alle più sfrenate licenze in ogni genere; e spessissimo per le vie insultando e violando con modi sfacciati ed indecorosi alla militare divisa, il pudore delle donne, niun ceto eccettuato, che alle loro prave voglie renitenza mostravano, cercavano di farne forzato contento; epperò spesso ne nascevano delle brighe molto calde prendendovi parte gli uomini a quelle pertinenti, e quei di rancia quasi sempre la peggio ne riportavano.

Per dar libero corso a tutt’i vari rami delle amministrazioni fu fatta nomina di cinque Segretari di Stato, i quali congiunti al Saliceti componevano il nuovo Ministero: a Capo della Finanza venne messo. il Principe di Bisignano; al dicastero della Guerra ij signore Andrea Francesco MiotDuca di Cassano, all’altro di Gasa Reale il Duca di. Campochiaro, e finalmente a quello della Giustizia il Caporuota D. Michelangelo Cianciulli, quel d’esso che seduto aveva di già tra i Reggenti. Con altro decreto poi pubblicato al cadere di marzo, questo Consiglio di Stato ricevé cambiamenti; poiché il signor Miot dal Ministero militare passo a presedere in un nuovo Ministero detto dell’Interno, nel quale si riunirono vari rami di amministrazione ch’era no sparsi precedentemente per le altre Segreterie; ed il ramo della Guerra, venne affidato. al Generale Conte Matteo Dumas Ciambellano di S. A. 1. conosciuto per la sua luminosa carriera, e per le sue opere militari ripiene di profonde cognizioni desunte da esperienza del proprio mestiere.

Consigliere di Stato di S. M. I. nato francese, Comandante della legione d’Onore che poscia fu Conte di Melito a quello del Culto il

Anche lo stato della milizia incominciò verso il finire di quel febbraio a ricevere organizzazione: il sig. Vincenzo Pignatelti dei Principi di StroncaliD. Giuseppe Fonseca fu ordinato di riunire quattro compagnie di artiglieria ed una quinta di pontonieri, e fu messo per Comandante di quel novello Battaglione il signor D. Pasquale Viola ed al sig. D. Giovanbattista Caracciolo già colonnello di cavalleria dei Regno Italico avendo il grado di Generale di Brigata gli fu ingiunta l’organizzazione di un primo Reggimento di cavalleria. Queste cose tutte si facevano più per necessità e prudenza che per. spontanea inclinazione di portare i nuovi sottomessi ad alle cariche, stanteché si desiderava, che quelle fossero sempre tenute da coloro venuti con l’occupatore, sì per fare ad essi conseguire pingue fortuna, che per non rimettere l’autorità nelle mani dei napolitani.

ebbe incarico di formare un corpo di fanti nazionali; al Brigadiere

V. Il disordine in cui si trovava la finanza, la mancanza del numerario e degli oggetti monetabili, il voto esistente nei banchi della Capitale, le carte bancali cadute di bel nuovo in discredito prodotto avevano un inceppo ed un arresto in tutte le operazioni, ed un ristagno funesto nel giornaliero commercio si vedeva. Per rimettere, le cose a buon cammino emano il nuovo governo tre editti, nel primo dei quali disse. «Tutt'i Cassieri, Ricevitori, Pagatori ed Agenti di contabilità, sotto a qual si voglia denominazione, incaricati della percezione delle rendite pubbliche, presenteranno nel termine di tre giorni lo stato di situazione delle loro casse rispettive. Frattanto, non sarà fatto alcun pagamento, è non sarà estratta da dette casse veruna somma, sotto qualunque pretesto senza nostra espressa autorizzazione.»() Nel domani di questa disposizione ebbesi la seconda emanazione concepita così: «Volendo conservare il credito dei Banchi della Città di Napoli, e farli rispettare come proprietà particolari, esistendo sotto la garenzia dell’interesse generale e della fede pubblica, si ordina, che sono confermate tutte le disposizioni contenute negli editti del già Re del 18 agosto 1803 e dei 5, ed 11 febbraio et 1804 concernenti l'estinzione dei viglietti di banco, di cui il già Re aveva disposto, ed il trasporto dei beni ceduti in pagamento ai detti banchi. Continueranno ad aver corso come per lo passato i viglietti di Banco detti Fedi di Credito e Polizze, questi saran ricevuti in tutte le casse dello Stato in pagamento delle contribuzioni come numerario effettivo. ()»

E finalmente fu detto che «Tutte le somme dovute sulle diverse decime fino al primo di gennaio scorto, saranno pagate nel corso di 8 giorni per la Città di Napoli e casali, e fra quindici giorni per le Provincie. I Percettori o Tesorieri delle Provincie sono incaricati, sotto la loro responsabilità, di affrettarne l’introito, anche per via di procedure militari. I Comandanti francesi, che si troveranno a nelle Provincie, ed in loro mancanza i Presidi saranno tenuti di dar forza ed assistenza. I Percettori delle Provincie verseranno due volte per settimana tutte le somme ch'essi avranno percepite nelle casse rispettive dette Rami. Le rimesse saranno fatte per lettere di cambio, o per mezzo dei Procacci. Tutte le rimesse od invi di fondi saranno accompagnati da un Bilancio, che il Percettore indirizzerà alla Segreteria dell’Azienda.»()

Con questi provvedimenti in certo modo torno ai banchi il credito, le carte bancali ripresero il loro valore, e le carte vote vennero tutte dopo pochi giorni ad estinguersi.

Dato sesto a queste cose finanziere, mise pensiero il nuovo Governo a tutto ciò che riguardava la Polizia. Nel 98 di quel febbraio fu pubblicato il regolamento Seguente:

«Vi sarà per tutto il Regno e di Napoli un Ministro di Polizia generale, che a sarà incaricato della pubblica sicurezza, del buon ordine e della tranquillità intenta. Finché non venga altrimenti disposto con una definitiva organizzazione, la quale avrà luogo quando il Regno sarà interamente pacificato, esso sarà investito delle attribuzioni seguenti. Egli potrà fare arrestare e detenere nelle prigioni per misura di Polizia le persone accusate di delitti di Stato. Avrà la sopraintendenza generale della Posta delle lettere e dei a cavalli; il diritto di fare dei regolamenti sulla stampa, e sopra i Teatri, quello di accordare le licenze di cacceggiare e di portare le armi da fuoco. Avrà nella sua dipendenza il SenatoCommissari Generali e di Commissari di Quartieri che saranno qui appresso determinati. Vi sarà un Commissario Generale per la Città di Napoli ed un Commissario Generale per ogni Provincia. La Città di Napoli sarà divisa in dodici Quartieri; in ogni Quartiere vi sarà un Commissario partiti colare. Il Commissario Generale della Città di Napoli esercitare sotto gli ordini immediati del Ministro di Polizia generale le funzioni qui appresso determinate. Egli spedirà i passaporti per viaggiare fuori del Regno accorderà le carte di sicurezza e di ospitalità ai regnicoli che desiderassero di restare in Città più di tre giorni. Non sono compresi nella presente disposizione i militari francesi, né gli impiegati dell’armata, di cui, l'Ordinatore in Capo invierà lo stato. Egli farà eseguire le leggi ed i regolamenti su i vagabondi, mendicanti e persone sconosciute. Egli avrà la polizia delle case di prigioni, di. forza e di correzione. Nominerà i Carcerieri, Custodi e Domestici di queste case, ed accorderà i permessi di comunicare coi detenuti per affari di Polizia. Egli farà eseguire le leggi e regolamenti di polizia concernenti le Locande, e le persone che danno alloggio in casa loro. Farà vegliare sulle case di gioco e luoghi di dissolutezza. Egli prenderà le misure proprie a prevenire e dissipare gli attruppamenti e le riunioni tumultuose minacciami la pubblica tranquillità. Egli saro incaricato di prendere le misure opportune per prevenire, o arrostare gl’incendi: a questo effetto si stabiliranno dei Pompieri, di cui egli avrà la sopraintendenza e la direzione. Egli farà specialmente vegliare su tutto cio, che può aver rapporto alla tranquillità pubblica sulle, Fiere, Mercati, Piazze di commestibili, e Piazze pubbliche, su i mercati esteri, venditori che girano per la città, rivenditori, facchini, pescatori, commissionari, e sulle piazze ove restano le vetture pubbliche per la città e le campagne. Egli invigilerà, perché niuno danneggi i monumenti e gli edilizi pubblici appartenenti alla nazione ed alla città. Egli richiederà le riparazioni, cambiamenti. 0 costruzioni, che crederà necessarie alla sicurezza, e salubrità delle prigioni, e case di detenzioni che saranno sotto la sua vigilanza. Il Commissario Generale di Polizia avrà sotto ì suoi ordini i Commissari dei Quartieri, gl’Ispettori delle Piazze di commestibili, e Mercati, e gl’Ispettori dei Porti. Egli avrà a sua disposizione pel servizio delle Poste la Gendarmeria ed in caso di bisogno potrà richiedere la forza armata. Egli corrisponderà in tutto ciò che riguarda la parte militare per rapporto alla Polizia e per la distribuzione dei Corpi di Guardia della Città col Comandante della Piazza. I Commissari di Polizia dei Quartieri avranno il dritto di spedire degli ordini di presentazione e di arresto: essi eserciteranno la polizia giudiziaria per tutt’i delitti, la cui pena non eccederà otto giorni di prigionia e dodici carlini di ammenda; pei delitti che meriteranno pena afflittiva od infamante le loro funzioni saranno limitate a formare il processo verbale delle nozioni, che avranno raccolte sulla natura dei delitti, ch'essi trasmetteranno insieme cogli accusati, se saranno ansatati, ai tribunali competenti. Il Commissario Generale della Città di Napoli non potrà pubblicare alcun regolamento ai Polizia, senza l’autorizzazione del Ministro di Polizia. Le funzioni dei Commissari Generali delle Provincie saranno regolate da un decreto particolare. Intanto i Presidi eseguiranno gli ordini che saranno loro indirizzati dal Ministro della Polizia generale.»()

per ciò che riguarda la Polizia municipale, la salubrità, e l’illuminazione della Città, i suoi approvigionamenti, e la sicurezza del commercio. Egli avrà sotto i suoi. ordini il numero di

Questa emanazione quantunque datata di Febbraio, venne messa alla opera nel l'Aprile, epoca nella quale ebbesi la nomina dei Commissari di Polizia e i Quartieri, venendo prescelto a Commissario Generale il Duca di Laureavano D. Onorato Gaetani, e per Segretario Generale il sig. D. Luigi di Francesco.

VI. Istallatosi tal Ministero, il Capo di esso Saliceti vedendo essere poco influenti fino allora le insinuazioni e gl’incitamenti a pro del novello governo, e trovarsi molti luoghi del Regno, perché ripieni di sudditi inviolabilmente attaccali al Governo legittimo, tuttavia in aperta sollevazione, indirizzo ai Presidi delle Provincie delle lettere molto aspre, nelle quali inculcava il mantenere l’ordine per conservare le leggi esistenti; inoltre che si vegliasse con incessanza sopra i pubblici funzionari, ì quali si mostravano quasicché nulla proclivi agl’interessi del Principe Giuseppe, ed indolenti alle insinuazioni e premure; dicendo infine «doversi estinguere ogni trama di partito, minacciando i controventori della pronta esecuzione del castigo.»

In conformità di queste ultime premure S. A. I. conosciuto il malcontento esistente contro dei suoi, diede facoltà, dopo alquanti giorni, al Maresciallo Massena di creare, col qui appresso decreto, ove opportuno sembrass’egli, delle Commissioni militari annoverandovi delle persone capaci a secondare con vigore ed energia le di già insinuate misure. «Considerando che la sicurezza dell’armata, e la tranquillità dello Stato esigono pronti espedienti per distruggere i briganti (così chiamavano quei di Francia i borboniani) i quali infestano le pubbliche strade, assassinano i corrieri, i militari «isolali, ed intercettano le comunicazioni, fino al segno di compromettere gli approvigionamenli della Capitale, ordiniamo ciò che segue. Tutti gl’individui arrestati con le armi alla mano sulle pubbliche strade, imputati di furto o di assassinio, le spie, coloro che tentano agguati, tutte le persone convinte d’intelligenza col nemico nella mira di turbare la pubblica tranquillità, o di attentare contro la sicurezza dell’armala, saranno giudicati dalle Commissioni militari. Vi saranno tante Commissioni militari quanti sono i Corpi di armata. Ciascuna Commissione sarà composta di sette membri, cioè un Colonnello, un Tenente Colonnello, due Capitani, e tre Tenenti o sotto Tenenti. Uno dei membri della Commissione designato dal Presidente disimpegnerà le funzioni di relatore. Un bass uffiziale scelto dal relatore farà l’uffizio del Cancelliere. Non sarà permesso appellare ad alcun altro Tribunale dai giudizi della Commissione, i quali saranno eseguiti nello spazio di ore ventiquattro. Le Commissioni militari saranno nominati dai Generali Comandanti i diversi Corpi di armata: una di queste sarà stabilita nella città di Napoli. Il Maresciallo dell’Impero Massena, che comanda il primo Corpo di armata, ne nominerà i componenti, i quali saranno senza indugio istallati. Sarà provveduto, con un ordine particolare, alla destinazione dei luoghi, ove saranno stabilite le altre Commissioni. Il Capo dello Stato maggiore dell’armata Generale Cesare Berthier è incaricato di fare eseguire le presenti disposizioni, che saranno stampate, affisse e messe all’ordine delle l’armata.»()

Da questa premessa di rigore, fu subitamente istallata una. Commissione di Polizia composta dei signori Sedati, Arcovito e Mascari per porre freno agli audaci amatori del governo borbonico; essa si congiunse ad una colonna mobile composta di 300 fucilieri e 1100 uomini di truppe regolari, la quale prendendo direzione per la via che mena a Salerno, e nelle Calabrie incominciò tostamente le operazioni di disarmo in Portici, Resina, Ponticello ed in altre terre su quella linea, secondoché vi perveniva.

VII. Nel corrente mese di Marzo varie promozioni di magistrati furono emesse, e molt’individui della magistratura di già esistente vennero confirmati negl’impieghi da essi tenuti. «Per la mancata vita del sig. Jorio Presidente del Sacro Consiglio ebbe nomina in sua vece il Principe di Sirignano D. Tommaso Carovita; per la data demissione del Barone Guidobaldi fu sostituito qual Pre«ridente della Gran Corte il signor Gregorio Lamanna; il Marchese D. Ottavio Avena già fiscale della Regia Camera, passo Caporuota del Sacro Consiglio; il Duca D, Tommaso Frammarini già Caporuota soprannumero, lo divenne ordinario; il signor Michele Suarez Coronel, ed il signor Vincenzo Sanseverino già presidente, ebbero nomina di fiscali della Regia Camera; il signor Francesco Follare già fiscale della Udienza di guerra passo Consigliere del Sacro Consiglio; i signori Giosuè Starace, è Giovambattista Graziosi già Giudici della Gran Corte Civile divennero Consiglieri del Sacro Consiglio; il signor Vincenzo Marrano già Capo«ruota della Vicaria Criminale, fu nominato Governatore di Capua; il signor Nicola Liberatore già Commissario di Campagna, passo Caporuota di Vicaria Criminale; il signor Domenico Antonio Franchini Giudice della Gran Corte, Civile, ebbe nomina pure di Fiscale dell’udienza di guerra; il signor Giuseppe Gargano Presidente in Foggia, resto reintegrato nel suo posto; il signor Flavio Pirelli Presidente della Regia Camera, ed il signor Lelio Parisi Commissario di Campagna, anch’ebbero confirma dei loro gradi.» ()

Anche dei Presidi ebbero cambiamenti, sostituendo a coloro che mostravansi più zelanti borboniani i seguenti individui. Il Conte AnguissolaMarchese della Schiava che passo in Sicilia; il Colonnello Mazas fu messo a presiedere in Montefusco; in sostituzione del Colonnello De Fera d’Aragona il quale si ritiro senza prendere servizio; il Maggiore Susanna in Malora invece del Brigadiere Marchese Rodio, cui in seguito ne terremo parola; il Maggiore Antonetti in Salerno in luogo del Colonnello Conte Marulli (mio padre), che ricuso il servizio dell’occupatore; il Consigliere Giannetti in Lucera in rimpiazzo del Colonnello Termini che passo ad altro impiego; il Barone Notti in Teramo, perché il Colonnello Carbone già Preside re di quella Provincia era passato in Sicilia seguendo xc la Corte; ed il Cavaliere Luigi Macedonio fu fatto Intendente di Caserta, intendenza considerata di Casa reale e non già Provinciale.»()

divenne capo della Provincia di Lecce in luogo del Colonnello

Con altro decreto messo all’ordine dell’Armata, datato dal cominciare di Aprile furono istallati dei comandi militari uno per Provincia, resident’i Comandanti nei capiluoghi di esse: vennero a queste cariche chiamati dei componenti gli alti gradi dell'armata francese, assegnando a loro autorità l’inferirsi di ogni cosa, che al servizio militare si addiceva, togliendo questo ramo dall’ispezione del Preside (allora chiamato Intendente) divenendo essi, per così dire, la parte forzosa esecutiva di ogni dettato di quelli e di ogni altro dettato; essenzialissimo divisamento in allora, che di nuovi regimi e di novelle istituzioni si aveva volontà di trattare; emanazione bandita benanche per porre un antemurale alle operazioni degl’Intendenti e tenerli ad occhio molto da vicino, poiché in generale gli occupatori per affettare premura di premiare il merita erano costretti a rivestir talvolta di cariche importanti persone di poca loro fiducia, né da loro si aveva una estesa conoscenza politica morale di tutti coloro che alle provincie erano stati preposti, e dei loro adopramenti a pro del novello governo. «In Teramo vi andò il Generale Cavroi in Aquila il Generale Goulu; in Chieti il Generale Odavi; in Capua il Generale di Divisione Girardon; in Lucera il Generale Brun; in Montefusco a il Generale di Divisione Espagne; in Salerno l’altro dello stesso grado Mermet; in Trani il Generale Dinon; in Lecce l’Aiutante Comandante Cacul; in Matera il Generale di Divisione Duchesme; in Cosenza l’altro di simil grado Verdier; in Catanzaro il Generale Digonet, ed in Napoli con Procida, Ischia e Capri il già nominato Partouneaux.» ()

Anche la Polizia fu messa a questi giorni nella più grande attività, prendendo essa le più rigorose misure per rendere inutili le operazioni e gli sforzi, che si facevano dal gran numero di coloro, che avversi si mostravano al nuovo reggimento. Per tanto fuvvi una notifica fatta, a tutti gl’individui della città di Napoli e sue dipendenze, dal Commissario Generale, nella quale si vietavano, sotto qualunque causa le riunioni ai genti non approvate dalle leggi, le quali riunioni, se avvenivano, dover essere riguardati come dirette contro l'ordine pubblico é contro il nuovo governo, epperò i cittadini sorpresi in esse essere arrestati e puniti per misura di Polizia Si prescriveva il divieto assoluto del le armi di calibro, riguardando i controventori come armati appositamente contro il governo. Si proibiva la vendita degli stili e di ogni arma da fuoco fino a nuova disposizione. Si bandiva un esatto registro civico, inculcando i Parrochi a dover dare alla fine di ogni mese al Commissario di Polizia del quartiere la nota dei matrimoni avvenuti, dei nati, nonché dei morti, individuandone l’età, la patria, la condizione, e l’abitazione. Ordinavàsi del pari nel detto foglio la proibizione di tutt’i giuochi di azzardo sotto pena di forte multa, ed il deposito della banca sorpresa in delitto, a beneficio del fisco. ().

Pubblicata questa ordinanza usciva fuori la nomina dei Commissari dei quartieri e la distribuzione di essi. Era messo «al Quartiere di Chiaia il signor Pietro Vollaro; a S. Ferdinando il signor Giuseppe de Stefano, a Montecalvario il signor Michele Lopez; a S. Giuseppe il signor Francesco Canofari, all’Avvocata il signor Gabriele Lamanna, alla Stella il signor Pasquale de Lauentiis; a S. Carlo all’Arena il signor Giuseppe Castaldi; alla Vicaria il signor Francesco Sedati; a S. Lorenzo il signor Alessandro Vitale Tortora, al Mercato il signor Luigi Tronca; al Pendino il signor Gregorio Mascari; ed a Porto il signor Giuseppe Laghezza. Indi furono chiamati degl’Ispettori per vegliare alla custodia dei paesi al circondario di Napoli; essi furono pel Vomero il signor Sergio Frisicchio; per Casoria il signor Gaetano Caracciolo; per San Giorgio a Cremano il signor Giuseppe Fasaturo e per Mugnano il signor Vincenzo Perrotta. ().

VIII. Or riprendendo il filo dei successi guerrieri, e delle cose che da noi si narravano. nell’altro libro, diremo che la gente del corpo di armata della sinistra, comandato dal Generale Lecchi. invadeva gli Abruzzi quasi in ogni punto con molto poco stento, attesochè la più parte di quella popolazioni incerte si tenevano, vedendoci, da. ogni patrio militare sussidio abbandonato; epperò niun passo davano in vantaggio di Re Ferdinando e della sua dinastia, quantunque, ad esso devote perché non incitate, e non sospinte in niun modo erano state a suo pro. Nel giorno 19 Febbraio faceva Lecchi occupare la Piazza di Pescara, che trovolla quasi scevra di guarnigione, perche la più parte di essa all’appressarsi del nemico si disperse, e ciò perché della convenuta capitolazione stipolata dalla Reggenza, ne aveva avuta contezza: preso questo dominio andavano quelle genti di Francia spedite innanti, mettendo all’obbedienza del Luogotenente imperiale ora una terra ed ora un paese; e. così procedendo molte di dette genti scendevano verso la Puglia piana, affrettandosi prendere e ritenere a loro obbedienza i vari luoghi ove mettevano il piede.

Mentre gli Abruzzi erano in tanto breve tratto dai francesi occupati, meno che il Forte di Civitella del Tronto, come, d’innanzi accennai, ed a suo tempo ne terremo parola, il Generale Massena fatto padrone della Capitale e sue adiacenze, poco calendosi della Piazza di Gaeta rimasta alle spalle nella Terra di Lavoro, ferma ed obbediente al vero Sovrano, cosa che in seguito aspro cordoglio gli arreco, metteva pensiero all’occupamento delle Puglie in totale, e delle' Calabrie fissato in tale idea cercava effettuirla con prontezza, sì perchè era certo, che le imprese sollecite danno maggiore morale abbattimento su di coloro che si effettuiscono, sì perché togliere si voleva quella spina molestissima della Calabria, dalla quale opinava veder sempre sorgere nuovi contrari e nella quale le truppe della legittima dinastia si concentravano e si fortificavano tuttora. Per la qual cosa trascorsi pochi dì dal giungere in Napoli, quanti appena divenivano sufficienti al provvedimento delle schiere, spediva il Generale Saint-Cyr, reduce da Parigi ove si era trasferito nel Decembre, sulla direzione di Otranto e di Taranto, come colui che quelle terre di già conosceva, ed aveva in esse rinomanza di pacato e prudente militate, quindi accetto anziccheno, donandogli cinque in sei mila uomini di buona truppa; e per Salerno alla volta di Calabria il Generale Reynier mandava con più di forze, perché di molto maggior momento giudicava essere l’impresa cioè dodici battaglioni di fanti, sei squadroni di cavalli, alcuni pezzi di artiglieria leggiera di montagna, ed una compagnia di pionieri, in uno componenti quattro brigate, rette la prima di vanguardia dal Generale Compera, Feltra di retroguardo da Franceschi de Losnes, e le altre due mezzane, l'una delle quali era di gente polacca da Verdier in capo, e da Digonnet e Peyri. Spediva pure Massena il Generale Duchesme con altre genti in rinforzo del corpo di Saint-Cyr ingiungendogli, dover secondare le operazioni di Reynier

oprando contro le truppe napolitane che appoggiavano al mare Jonio.

Come la Spedizione dì Calabria tiene il filo a tutù gli andamenti militari di allora, così di essa ne seguitero con preferenza la narrazione, dicendo da prima, che le truppe di Reynier pervenute sulle rive del fiume iSee nel Principato di Salerno, trovarono un buon numero di paesani armati diretti e guidati da Sciarpa, che in alloggiamenti di urta qualche importanza si erano fortificati; attaccatili con molto vigore, attesocchè il numero dei francesi di gran lunga quello dei napolitani superava quantunque valida resistenza facessero, pure vennero essi rotti e costretti a volgere le spalle, e su i confini della Calabria, quasicchè interi speditamente dirigersi, per congiungersi alle altre genti borboniane colà riunite.

IX. Intanto il Generale Damas, non potendo di disporre che di piccolo esercito, sperando appoggi nelle insurrezioni calabresi, l'aveva: fatto marciare per le due strade che si riuniscono in Cassano. Erano divise quelle truppe in due schiere; una comandata dal Maresciallo di Campo fe Rosenhein di nazione svedese, composta di quattordici battaglioni, ed otto squadroni, la miglior porte di antichi soldati, con la corrispondente artiglieria, si estendeva verso il mare Jonio da Montescaglioso a Cassano occupando un tratto di via di cinquanta miglia ad un bel circa: guidavano quelle genti i Brigadieri Minichini, dell’Uva barone Carlo de Tschudy, Colonna e de Cesare. L’antiguardo composto di quattro battaglioni e di quattro squadroni sotto il comando del Brigadiere Fardella Capo dello Stato maggiore generale dell’esercito, andava a raggiungersi al corpo di Rosenheim per Policoro, e Rocca Imperiale; il Brigadiere Rodio con alcune bande di milizie irregolari doveva cooperare alle operazioni di questo corpo dalla parte della Basilicata.

La seconda di quelle schiere formata di dodici battaglioni e dodici squadroni,in gran parte nuovi soldati,non ancora vestiti, con l'artiglieria corrispondente, si estendeva verso il Tirreno da Lagonegro a Castrovillari per lo spazio di quaranta miglia ad un dipresso: essa obbediva al Maresciallo di Campo Minutolo dei Principi di Canosa, il quale comecché nato tra noi aveva da’ suoi verdi anni militato nelle Spagne ed era entrato di recente nel servizio patrio con rinomanza di buon militare: da lui dipendevano i Brigadieri Ricci, Barone Pasquale de Tschudy, Pinedo ed il Principe di Leporano.

L’antiguardo composto di due compagnie di granatieri, due di cacciatori ed uno squadrone di cavalleria comandato dal Colonnello Andrea Pignatelli dei Principi di Cerchiara occupava Auletta.

Il Colonnello Curci con una massa di popolani fu posto a guardia del Ponte di Campestrino. La truppa partita in iscorta dei Principi seguiva il cammino di quelli, e poggiava secondocchè essi poggiavano. La bella posizione di Lagonegro ebbe munimenti di opere di campagna. Roseto fu fortificata, e ad ogni evento l’egregio Vincenzo Escamardi capitano dei pontonieri aveva fatto gittare sul fiume Coscile sotto Oria un ponte a cavalletti coperto di vasta opera a corno, atta a proteggere la ritirata delle truppe provvenienti dall’una, o dall’altra linea. Il Conte di Damas scelto aveva Castrovillari per suo Quartier-generale, e con lui erano il Tenente Colonnello Montferré sotto Capo dello Stato-maggiore Generale dell’esercito, il Maresciallo di Campo barone Acton comandante la cavalleria, il Brigadiere Winspear comandante il Genio, il Brigadiere Novi comandante l’artiglieria, e tutto lo Stato-maggiore dell'esercito.

Pare che il disegno di guerra del Generale Damas fosse il seguente. Se il nemico venisse da Napoli trovarsi esso trattenuto in prima dall’antiguardo sostenuto da’ corpi irregolari del Colonnello Curci, poi dalla prima linea trincerata in Lagonegro, avrebbe incontrato tutto il corpo del Generale Minutolo rannodato in Campotenese, avendo in seconda linea la truppa di Rosenheinn, ed in riserva la gente di Fardella. Cosi disposto quell’esercito avrebbe potuto venire a battaglia con tutt'e le sue forze riunite. Se poi l’inimico il cammino delle Puglie avesse preso, sarebbe stato arrestato in prima dalle fortificazioni erette in Roseto e nei siti circonvicini; le masse irregolari del Rodio lo avrebbero tribolato, ed il corpo del Minutolo si sarebbe rannodato a quelli di Rosenheim e di Fardella, che avrebbero formata la prima linea. In caso di ritirata quelle truppe tutte si sarebbero raccolte nei dintorni di Tarsia, d’onde avrebbero potuto sostenere i separati movimenti popolari delle Calabrie, ed in estremi casi occupare la forte posizione di Squillace, per difendere la punta della penisola co’ soccorsi provvenienti dalla Sicilia. Ma il buon successo di questa combinazione di guerra, dipendeva da un calcolo molto esatto di spazi, di tempi, di movimenti e di combinazioni di che non erano capaci capi dell'esercito, e supponeva nelle truppe buon ordinamento di disciplina, istruzione, ed uso di guerra; delle quali cose la più parte di esse difettavano.

X. Anche in allora, perversità costante del destino dei napolitani, si apriva questa campagna nel grande inverno, come aperta si era quella di Roma nel 1798, non che l’altra di Toscana del 1800: la. quale circostanza se indifferente diveniva per i vecchi soldati non lo era punto pei nuovi, obbligati, mal vestili com’erano, e senza mantello, a serenare sul gelo, mentre le nevi cadevano a grossi fiocchi, e, mancando spesso di nutrimento nella terra dell’abbondanza, pel solito disordine, nel servizio delle sussistenze. Nè a compenso di queste contrarietà poteva confortarci l’abilità e l’ingegno de’ capi, che Damas se aveva bene il cuore del guerriero, non aveva già la mente del Capitano, e meno di lui Valevano per scienza di guerra gli altri generali ad esso obbedienti. Lo Stato maggiore generale come nel 1789 e nel 1800 era composto di uffiziali distintissimi, ma mancava, per difetto di una istituzione speciale, di quell’insieme di conoscenze, e di quel metodo di applicazione, che rendono un tal corpo si utile ed importante nelle grandi operazioni della guerra. Basta gittare gli occhi sulle Opere di Dupin, di Pelet, di Bergmayr, di Tansky, di Caraman ecc. per conoscere quali e quante cure prendano gl’Inglesi, i Francesi, gli Austriaci, i Russi, ed i Prussiani sopratutto, per la perfetta. istruzione dello Stato maggiore generale, che lune le nazioni belligeranti riguardano oramai come il primo dei corpi facoltativi, e come scuola e seminario; di Generali.

Ponderate tutte queste contingente, pare a noi che miglior consiglio saria stato il rimandare alle loro dimore in grembo delle proprie famiglie i nuovi soldati, non ancora vestiti, ritirare gli antichi con armi, cavalli, artiglieria ed ogni altra cosa nella Sicilia, lasciare bene munite e fortemente presidiate a guisa di una testa di ponte le città al littorale di Reggio e di Scilla, alla cui difesa avrebbe postulo largamente cooperare il regio naviglio, ed attendere il conveniente tempo onde far servite questi mezzi di guerra a qualche impresa di più probabile successo, che non poteva essere quella di Campotenese, come narreremo, in cui perdemmo in un giorno ogni militare sostegno, Ma seguiamo il racconto dei fatti.

XI. Tali erano i mezzi militari su dei quali la Corte da Sicilia fondava le speranze di ritenere il Regno continentale; a questi mezzi si aggiungevano le premure incessanti dei Principi Francesco e Leopoldo, che con la presenza loro cercavano destare in quei sudditi calabresi il di già palesato valore a vantaggio del legittimo Re Ferdinando, e mostrandosi essi pure spesso alle truppe dividendo generosamente seco quelle i disagi ed i pericoli di questa seconda guerra, mettevano in opera ogni mezzo per deciderle a fare sforzi contro i nemici occupatoci. Questi Principi prendendo terra a Sarpi, come dicemmo nel libro precedente, si portarono in Morano ed indi a Cassano, d’onde presero la strada della Puglia per visitare il capo Roseto uno dei più difficili stretti delle Calabrie; ritornati poscia a Cassano, per le frequenti piogge nel viaggio avute, il Principe Leopoldo infermo, per cui il fratello Francesco avendolo colà lasciato continuo solo il transitare per Cosenza a fine di visitare i corpi di masse, che si andavano riunendo. Nel mezzo del cammino il Principe lagnossi con quei Capi masse di non vedere riunite le premesse milizie; ed uno tra quei bravi prendendo per tutti la parola, così prese a dimostrare, «Le nostre truppe Signore non coesistono. in Reggimenti stanzionati in caserme, V. A. non ha che queste idee, e perciò le sembra di non vederne: ma esse esisteranno nel momento, che si leverà lo stendardo della legittimità; per questa prima operazione non occorre fare altro che fornirle di armi: V. A. vedrà all’istante crescere il numero di esse all’infinito; così si è fatto nel 1799, così conviene fare anche adesso. Voi le udrete come «un torrente crescere, inondare devastare tutto ciò ch'è dei loro contrari: con questi mezzi impervi circonderemo i francesi, gli batteremo in dettaglio renderemo inutile i loro sforzi e la tanta loro millantata bravura.» A queste parole il Principe richiese cosa doversi fare in quel rincontro; e l’oratore disse «tutto è fatto da noi; V. A. faccia un proclama onde le provincie generalmente sappiano la vostra presenza; mentre Damas colle sue truppe regolari ballerà i francesi, noi saremo a tempo di tutto eseguire, e forse, anche prima ch'egli si batta.»

Questo discorso trovato possibile, fece grande impressione non solo nell’animo del Principe, ma anche in quello di quei signori, che lo affiancavano, epperò tutti approvarono l’espediente di bandire un proclama per animare il rimanente delle popolazioni alla comune difesa ed a sostegno del legittimo Sovrano, prescegliendo la città di Cosenza per quartier generale. La proclamazione fatta era la seguente. «Per le facoltà concedutemi dal Re mio augusto Padre e padrone ho dato i seguenti ordini. Essendosi da me conosciuta l’ottima disposizione per la difesa della Provincia di Cosenza, per animare lo stesso spirito nella Calabria Ultra, voglio che la mia Corte e seguito a avanzi verso quella via, lasciandosi il mio palazzo di Cosenza nello stato istesso per restituirvi la mia residenza. In tutte le università sarà porti messo a chiunque vorrà distinguersi per la dici fesa della Real Corona, di radunare volontari, e condurli a disposizione dei Direttori generali dei l battaglioni volanti Colonnelli Carbone e Cancellieri ai quali si trova ordinalo il conveniente per lo pagamento dei volontari, e per le decorazioni dei promotori e capi, ai quali io mi riserbo di dare ancora, nuove ricompense a proporzione dei meriti che a favore, dello Stato si acquisteranno. Siccome l’ultima imposizione delle grana cinque a rotolo di sale fu messa per lo mantenimento delle truppe francesi, mentre sotto al manto dell’amicizia, e covando il pensiere di occupare questo Regno alla prima occasione, che si sarebbe presentata loro erano nella Puglia e negli Abruzzi stazionate, voglio, che ne sia sospesa l’esazione nelle Provincie delle due Calabrie e nell’altre, che non sono da nemici occupate, dichiarando, che questa disposizione dovrà aver luogo da oggi innanzi, e per conseguenza tutte le quantità dovute per l’anzidetta nuova imposizione, e non ancora pagate, dovranno essere con esattezza e puntualità. Terranno i sudditi dell’angusto Re mio Padre, questa prima grazia, come la caparra delle altre molte, che mi riserbo a favor loro d’implorare, e son sicuro di ottenerle da! Re, essendomi note le sue sante e clementissime intenzioni. — Cosenza, 2 marzo 1806 ().

XII. Allorché queste cose si disponevano il Generale Reynier marciando molto speditamente da Salerno, faceva attaccare dalla sua vanguardia le milizie popolane del Colonnello Curci tenute a guardia del ponte di Campestrino, i volteggiatori di Compére ricevuto l'ordine precipitaronsi sa quelle masse, le quali sebbene non vinte, si dispersero nei monti contigui. Superato un tal passo interessante, quella colonna di antiguardo andò innanzi celeramente sulla strada che mena a Lagonegro. Il Colonnello Pignatelli avendo abbandonato Auletta nel 4 Marzo aveva fatta fermata nel 5 in Casalnuovo, e nel domani avanti lo spuntare del sole, si era congiunto al Generale Minutolo, che si teneva in Lagonegro col Reggimento Principessa, un battaglione delI’altro Sanniti, it Reggimento Re Cavalleria e buon numero di artiglierie, collocate senza le debite cautele di guerra, come in piena pace, nella piazza maggiore della 'città. In quel medesimo dì i francesi avendo trovate non guardate le alture z che sovrastano detto paese dal suo fato destro, vi s’innoltrarono arditamente e sboccarono all'improvviso nella piazza mentovala, mentre Minutolo crasi fitto in mente, che quei nemici solo dalla strada maestra procedere potevano, epperò di là attendevali. Grande qual essere doveva fu la confusione, prodotta da questa sorpresa tra i nostri nuovi soldati, i quali pero, al primo grido di allarmi, da taluni proferito perche accortisi dei francesi, presi da personale interesse prendendo gli archibugi scaricarongli sul nemico come meglio gli venne fatto, tanto alla spicciolata, che a piccole bande: gli artiglieri fecero ancor’ essi il loro debito vuotando per più fiate i pezzi postati sulla piazza, ma questi ostacoli inutili divennero al procedimento dei francesi nemici; e quantunque rimanessero estinti non pochi volteggiatori solleciti a penetrare nel paese, e lo stesso loro comandante Renac, molti dei napolitani furono fatti prigioni, tra quali numerossi il Colonnello, ed uu Maggiore del Reggimento Principessa; due bandiere, tre cannoni, alcuni cavalli, una buona provisione di vettovaglie e di viveri di ogni sorta rimasero in potere de’. contrari, non che la città istessa di Lagonegro. Quei dei nostri soldati ch'ebbero a schivare la prigionia si ritrassero prima in Lauria poscia a Castellaccio, ove furono raccolti dal Brigadiere Pasquale Tschudy, che vi stava con tre battaglioni del Reggimento Abruzzot e due di Carolina 2; ai quali si unirono provvenienti dalla Rotonda tre battaglioni del Reggimento Real Ferdinando col Brigadiere Ricci.

Il dì 7 la vanguardia francese proseguendo il cammino si accosto a Lauria, e nel transito fe prigionieri tre uffiziali ed una cinquantina di comuni, che incontro, i quali raggiungevano i loro corpi; s’impossesso ancora di tre cannoni colà lasciali, ed a Bosco, luogo a poca distanza dal detto paese furono presi da quelle medesime genti di Reynier sedici cassoni.

Nel domani 8 tutte le genti napoletane da Castelluccio si ritirarono per la valle di S. Martino in quel piano notevole nelle nostre antiche istorie, per le solenni e grandi adunanze che vi si celebravano ai tempi che gli angioini e gli svevi avevano regno tra noi, cioè nel piano di Campotenese, ove si situarono nel modo seguente, per attendere di piè ferino il nemico; La dritta poggiante ai monti Appennjni comandate dal Brigadiere Tschudy; il centro estendendosi nel prolungamento della pianura era sotto gl’immediati ordini del Generale in capile Damas; e la sinistra affidata al Brigadiere Ricci si teneva verso il mezzo del piane, lasciando in tal modo un miglio circa di spazio scoverto tra l’estrema sinistra della linea, che tutta di fanti componevasi, ed i boscosi monti che la vallata circondano; era questa linea protetta da alcuni fossi con parapetti, ai quali datasi per pompa il nome di opere di campagna. Mancava questa gente di acqua, che da Murano farsi venir doveva, non aveva possibilità di legna e niun foraggio erale stato somministrato; in fine da tutte le circostanze chiaramente vedevasi essere stato il campo scelto contro ogni regola di milizia: aggiungi trovarsi i soldati di già dal freddo estenuati e vinti.

Né la frisa posizione, né la cattiva eiezione del campo i soli errori erano da quel Generale commessi, avvegnacché assai più forti e patenti ne furono altri, Primieramente il far situare un bue» corpo di cavalleria, qual’era quello, che colà si trovava, che di più di mille cavalli si teneva forte, comandato dai Brigadieri Pinedo e Colonna in seconda linea col fronte ad una montagna, tenendo, l’ala sinistra scoverta del tutto: non v’ha bisogno di grandi conoscenze militari per vedere che quest’arma, che in terreno trovavasi confacentissimo a quanto le era d’uopo, essere doveva postata tutta, od almeno la massima parte alla sinistra per guarentire quel punto debole, e guardare una pianura di circa un miglio, la quale da questa parte indifesa rimaneva. In secondo luogo il non fare posizionare sulle alture alle quali l’ala dritta poggiava né un plotone, né una sentinella, né una vedetta per iscovrire da lungi, era errore madornale ed imprudenza somma: cni è che professando il mestiere delle anni non sa, che i fianchi di una linea esser debbono i più guardati, è che sempre non felice successo si ottiene quando al nemico si permette di accostarsi ad uno di essi ed in ispecial modo se un’altura v’ha che il fianco medesimo domini. In terzo, perché postarsi nel centro della valle di Campotenese, e non all’imboccatura di essa? Tra i precetti della militare scienza è ritenuto, che fà d’uopo con ogni modo non permettere al nemico l’uscire da una sfilata per situarsi in battaglia, ed è perciò che la più difficile e pericolosa manovra per una truppa addiviene lo spiegarsi in linea sboccando da uno stretto; quindi di grave intoppo sarebbe stato alle francesi gente il solo approssimarsi allo shocco di S. Martino. In, quarto il dar posto ad una truppa con urto stretto, una sfilata, un fiume alle spalle di modo che il nemico possa girarne il passaggio ed impedire la ritirata, è sempre irreparabile difetto, poiché produce in caso di rovesciò che le truppe ad sfollarsi le une con le altre andando per presto ottenere la ritirata, quella confusione fanno nascere che le disfalle cagiona; qual cosa per siffatta disposizione funestamente a quelle genti avvenne. In ultimo osserverò, se ancora mi si permette, che al Generale Dumas, non riusci vagli difficile il presagire, per effetto di quello che accaduto era alla truppa ai Minutolo, che a campar giornata fra non molli giorni venuto sarebbe poiché conosceva che la gente guidata da Reynier dopo l’attacco al ponte della Noce seguitala aveva la marcia; epperò suo divisato esser doveva il far unire la Divisione Rosenheim alle sue forze, che inoperosa accantonata restava, senza probabilità d’inimico scontro, poiché da quella parte niuno avversario erasi fatto vedere; ed abbenché questa divisione si fosse trovala disgiunta dal centro per l’asprissima catena dei monti Pollini; pure con una intera giornata di tempo al centro medesimo avrebbe potuto oprare congiungimento, e così una superiorità almeno in numero sul nemico ottenere. Con tali abbagli dimostrati non riesce incomprensibile vedere a chi che sia il cattivo esito di una battaglia; e quindi o mio lettore, a sentir ciò ti disponi; rallegrando l’animo tuo dal risovvenirti essere ancor questo Generale non della terra nostra figlio.

XIII. Correva il dì, Marzo, erano le ore italiane diecinove appena trascorse, un grido di allarmi fecesi sentire dagli avanzali posti, tenuti da due compagnie di cacciatori calibri e pochi cavalli, venendo dallo sbocco della stretta, poi dove la strada dalla Rotonda conduce a Murano. Il Generale Damas a quell’annunzio comando immantinenti alla cavalleria di collocarsi ad angolo dietro la dritta della fanteria e mandò cento e più cavalli del Reggimento Real Principessa alla sinistra sotto gl’immediati ordini del Comandante quell’ala. Mentre ciò si eseguiva la gente francese guidata da Reynier sommante settemila pedoni, poiché per l’impraticabilità della strada della Rotonda la cavalleria sua seguir non l'aveva potuto, uscendo liberamente dalla sfilata di San Martino formossi con grande agio, si la vanguardia, che il corpo principale, in linea di battaglia: cioè fronte dei napolitani succedeva ed il Generale Damas, come se amiche genti fossero state quelle, fermo ed inoperoso si manteneva, osservando con niuna curanza le nemiche mosse; le quali da una sola carica di cavalleria avrebbero potuto non solo rimaner nulle, ma bensì mettere in confusione e disordinatamente spingere sullo stesso angusto. sentiero dello sbocco, quelle truppe, che con assai di orgoglio al nemico innanzi si mostravano. Circa le ore venti tutta la vanguardia francese con un movimento sul suo fianco sinistro rivolgevasi contro la diritta dei napolitani, operando per ben tre volte dei vigorosi, attacchi, che vennero resi inutili dal coraggio e dalla intrepidezza dei Reggimenti Ferdinando, Carolina secondo, da un battaglione di Granatieri Reali, e da uno di Cacciatori. Erano scorse per questo tre ore dacché il fuoco d’ambo le parti assai vivo si teneva, seuza né gli uni avanzare, né gli altri retrocedere, fermi restando tutti negli occupati terreni. Il tempo era attenebrato e la neve che cascava foltamente dal cielo andando verso i napolitani impediva loro il poter con precisione osservare le nemiche operazioni; i francesi da siffatto accidente favoriti ebbero talento di spedire senza accorgimento dei contrari per dietro la linea loto parecchie compagnie di volteggiatori, sulle montagne che l’ala dritta dei napolitani dominavano. Di ciò venivasene a conoscenza dei nostri verso il tramonto del sole, poiché rischiaratasi alquanto l'atmosfera, fu agevole scorgere dalle genti della sinistra, che dei soldati nemici stavano arrampicandosi su di una collina per congiungersi a degli altri, che di già vi si trovavano, qual cosa essere non poteva veduta dalle truppe della diritta perché ai piedi di quei monti restavano. Fu subito spedito dal Brigadiere Ricci, avendone avuta avvertenza, al Generale Damas un trombetta di quella cavalleria che sotto i suoi ordini teneva, per avvertire di ciò che dai francesi di soppiatto si oprava; ma questi, che non di altro occupato si era che di far mantenere un vivo fuoco da fronte, come se la scienza tutta di un Generale in ciò solo consistesse, a tale annunzio altra risorsa ritrovare non seppe, a null’avendo data previdenza, che ordinare la ritirata affrettandosi egli medesimo il primo a porsi in salvezza con la cavalleria a traverso il fuoco direttogli da quattro compagnie di volteggiatori contrari, che si tenevano a cavallo della strada di Murano, e di dove a ridosso fucilavano allora in facil modo le truppe napolitane della dritta; le quali menate in confusione e trovandosi senza direzione alcuna, la posizione loro indistintamento abbandonarono per prendere passo a Ma, vano, ma avendone trovato impedito, anzi chiuso il sentiero, dopo che la cavalleria col fuggente Generale n’era passata, buttaronsi sui monti della sinistra, che anche occupati dai medesimi volteggiatori, grande ostacolo produssero all’esecuzione della mal ordinata ritirata. La truppa francese intanto a lento passo ed in buona ordinanza avanzando, verso la sinistra percuoteva, nella quale il Brigadiere Ricci oprava sforzi per quanto la posizione e la possibilità sua gli davano agio, ma trovandosi da fronte incalzalo, e dalle spalle stretto dagli stessi volteggiatori, che sempre sulle montagne girando una controvallazione avevan fatto, dono ordine di ripiegare per sopra i monti, col prendere alla meglio la via di Mormanno e Murano. Questa operazione da principio ottenne buon riuscimento, attesocché quei cavalieri affidati al Minutolo al mezzo passo dei loro cavalli, con delle continue fermate, e col fuoco di carabina la ritirata della infanteria sostennero; anzi in allora che impraticabile per essi divenne la montata dei monti boscosi, messi questi piedi a terra a mantenere il francese impeto pur tuttavolta seguitarono; ma allorché l'intera brigata fu circondata dai volteggiatori ed incalzata d’appresso da quei che la inseguivano, ciascuno a se medesimo diede pensiero, e chi la fuga non prese cadde vittima del proprio coraggio.

In conseguenza di detta catastrofe, ebbero i napolitani la morte di duecento cinquanta uomini, e la prigionia di 1900, con 180 uffiziali, fra i quali il Brigadiere Ricci e l’altro Tschudy, il Colonnello Rothe ed il Tenente Colonnello Montferreè. I francesi, a cui costo pure la perdita di 400 combattenti tra morti e feriti, entrarono la sera in Murano promiscui ad un gran numero di fuggitivi. La vanguardia di Reynier bivacco dinanzi la città; la brigata Verdier sul declivio posteriore della montagna; e la riserva si tenne accampata in mezzo alle nevi di Campotenese alla custodia di prigionieri.

XIV. Tale disastro di Damas costrinse l’altro corpo napolitano guidato da Rosenheim ritirarsi del pari; si riunì esso la notte seguente ai residui salvati da Campotenese, e proseguì seco loro a ripiegare verso la Calabria Ultra. Traversato il fiume Coscile il giorno io sopra il ponte costruito dall’Escamardi, il Generale Minutolo rimase l’ultimo a quel passaggio per invigilarlo e dirigerlo; e dopo avere lungamente ed indarno attesa la retroguardia di Rosenheim, mancandone affatto di nuove, ruppe il ponte e si allontano. Il Brigadiere bardella comandante la delta retroguardia erasi così ben condotto nella sua ritirata, minacciando in fianco i francesi, che oltre ad aver loro impedito dì spingersi troppo oltre, aveva ancora concesso il mezzo ai suoi, che!o precedevano di riuniti più facilmente. Arrivato esso al Coscile e vistosi interciso ed abbandonato sulla sponda sinistra, senza perdersi d’animo, seguì in vicinanza, e per così lire, sotto gli occhi dell’armata francese, un movimento di fianco lungo il fiume, e quindi retrogrado fino a Cedrone, ivi imbarcata la fanteria, lanciandone il comando al Generale De Cesare, retrocesse e passo arditamente per mezzo alla linea francese raggiungendo il Quartier Generale dei napolitani con circa 200 cavalli.

Il 10 la vanguardia francese entrò in Cassano il grosso dell'esercito accampato presso Castrovillari. La brigata Peyrì che il dì 11 formava l’antiguardo, passò il Coscile presso il villaggio di Sant'Antonio della Fiera e marciò verso Tarsia. La pioggia dirotta caduta in quel giorno fece uscire dagli argini ih nominato fiume, ed impedì fino al seguente dimani il passaggio al rimanente dell’esercito di Reynier. Era questa una circostanza molt’opportunità colla quale i Generali comandanti le truppe di Napoli eseguivano la ritirata, avesse loro concesso di volgersi qualche volta indietro; ma d’essi senza arrestarsi né in Cosenza, né in Monteleone, e correndo sempre solleciti verso la spiaggia di Bagnara, arrivarono in quel Porto il dì 10 Marzo; di là quelle disgraziate truppe, che non pagate, mal nutrite, mal vestite nel più rigoroso inverno, defatigate da lunghe e penose maree, si erano non pertanto tenute salde sotto le bandiere, imbarcarono. Il Principe ereditario ed il di lui fratello Leopoldo, il Generale Damas ed altri personaggi sì civili, che militari, insiememente a quelle milizie, salparono dalle coste napolitane ed il 19 passarono in Messina, in dove arrivati appena fu pensiero del Damas per discolparsi di quanto prodotto aveva la perdita del Regno, di declamare contro quelli, che erano rimasti per le sue erronee disposizioni prigioni a Campotenese, od altrove. Ma questi vituperi e queste calunnie ebbero compenso dal continuo ripetere di Reynier, essere causa di quel rovesciò di Campotenese solo «l'imperizia del Capo, mostrando invece i soldati di Napoli gran sangue freddo ed intrepidezza.» Queste opinione io riporto per conforto di coloro che delle patrie cose nostre hanno voglia d’intendere il vero.

A questo tempo il Generale Reynier avanzando possibilmente in proporzione delle difficoltà della strada, delle sussistenze e del riposo, che gli conveniva accordare alle truppe, non incontrando intoppo alcuno, occupo la città di Reggio, e fece presidiare dai suoi la fortezza di Scilla.

XV. Durante la spedizione del Generale Reynier, il Generale Saint-Cyr, che aveva riunito a Matera la Divistone di gente italiana obbediente a Lecchi, e le altre truppe destinate a penetrare in Calabria per la strada della Basilicata, riceve l’ordine di recarsi sopra la città, di Cassano con quattro battaglioni di fanti ed il Reggimento dei Dragoni Napoleone. Trattenuto sulla sponda del Basiento, per lo straripamento di questo torrente, che seco trasporto al mare gran quantità di materiali, ed i ponti che gl’italiani vi avevano costrutti, non potè Saint-Cyr eseguire il suo movimento, ed arrivare a Cassano se non con una porzione del suo vanguardo, il quale traversato aveva il Basiento, e l'Acri prima della pioggia e dello straripamento. L’avviso spedito da Reynier della disfatta dell’esercito napolitano, sospese, ed anzi fece cambiare le disposizioni di Saint-Cyr: egli fermo le sue truppe a Policoro ed a Rocca Imperiale, spinse dei drappelli numerosi lungo diverse direzioni, fece inseguire i militari napolitani che ritirati si erano dal lato dell’Adriatico, e s’impadronì delle armi e dei cannoni ch'essi avevano lasciato a Rossano e ad altri luoghi. Il Brigadiere Rodio perseguitato aspramente da Lecchi, fu presa, nelle montagne di Pomarico (dì ciò che avvenne indi sul conta dii questo imprigionate, ne faremo parola nel capitolo seguente). Le truppe italiane di: Lecchi andando sempre limanti, s’innoltrarono fino alla città di Taranto, opportuna pel suo sita ad accennare egualmente a Corfù ed alla Sicilia.

È d’uopo avvertire il lettore in riguardo a questa guerra calabrese, che le truppe del Generale Reynier non batterono la marcia del trionfo, poiché in quel volgere di tempo non furono esse totalmente prive di ostacoli come avevano cercato far credere i francesi e gli aderenti loro; ma bensì un gran numero di soldati sbandati dell’esercito napolitano, riuniti a molti calabresi avversi a quelli occupatori, comandati da diversi Capi formarono più e separate bande, e tormentarono l'esercito il di e la notte al passo dei gioghi e degli stretti, e nell’asprezza dei monti, uccidendo gli sbandati distruggendo i piccoli drappelli e gl’isolati soldati, infestando le comunicazioni, e intercidendo i convogli ed i corrieri; ed ora apparendo in un punto e quindi rapidamente dileguandosi, per ricomparire più numerosi in un altro, dettero principio a quella famose riunioni, tanto ricordate da ognuno, che io ne parlerò diffusamente allorché nell’apice loro furono ridotte, le quali vennero poscia dagli Spagnuoli tanto imitate e con tanto successo: epperò dire puossi con franchezza, che la composizione delle cosi dette guerriglie ebbe il suo cominciamento ed origine nelle montagne, nostre di Calabria. Ed a far sì, che queste cose che io dico credito maggiore acquistino, riporterò qui un brano di una lettera del Generale Reynier scritta a Parigi all’imperatore sul proposito di oprare una spedizione in Sicilia ora che h Calabria consideravasi vinta. «Non esservi più in questa lunga penisola un sol punto, che offrisse la menoma resistenza; essere l’invasione completa; sembrare pacificate le Provincie; ma non potersi i francesi chiamar padroni se non del terreno, che calpestavano; e che se non fossero state prontamente inviate in suo soccorso novelle forze, doversi considerare questo paese, come non conquistato».

È a questi tempi che soffrimmo il forte cordoglio della perdita del nostro connazionale Federico Gravina, altra volta nominato in questi ragguagli, uno dei tre Ammiragli in capite ai quali apporto la morte quella estraordinaria battaglia di Trafalgar, forse la prima tra i fasti della marineria, in cui meglio di ottanta vascelli di linea vomitando rovine, fecero avvertito il vincitore di Austerlitz ch’egli comandar doveva alla terra e non al mare. Il nome del Gravina fu sempre caro e riverito a chi tenne perennemente in pregio il valore e la virtù. Fu egli nel dire piacevole ed espressivo, amabile nelle maniere, di costumi onorati, nemico del vile interesse, soccorrevole a larga mano dei bisognosi, giusto, leale, affabile e nel tempo stesso dignitoso; con sue belle doti seppe guadagnarsi il cuore dell’ultimo dei marinai da esso dipendenti. Il suo ben provato valore, e le abbastanza esperimentate virtù molto a ragione lo fanno annoverare nel bel numero di quei valorosi, che giammai non morranno nella memoria dei posteri. Non è inoltre da tacersi che gli stessi nemici si recarono a dovere di rendere giustizia al merito di esso, stanteché l’Ammiraglio Colirigwood scrisse por lui al Marchese della Solona una lettera di condoglianza, piena di lusinghiere espressioni, e la Cronaca di Gibilterra (giornale di quel tempo) sotto la data del 15 Marzo 1806 si espresse così: «Siamo al sommo dolenti nell’udire la morte del valoroso Generale a Federico Gravina. I suoi amici vissuti per molte tempo in isperanza di salvezza sono rimasti delusi. nei loro fervidi voti. La Spagna perdo il più esperimentato uffiziale delle sue armate navali, il quale ha sempre meritato le più alte lodi o vinto o vincitore.» Finì egli la sua vita nel due Marno 1806 nel grado di Capitan generale, e ciò fu per grave ferita riportata sul braccio in quel conflitto già detto: morì esso onore della Sicilia e del Regno unito, ma non morì il suo norme, non morrà la sua gloria.

È d’uopo in queste carte ancora spargere un fiore ed una lacrima alla memoria di Alessandro Filangieri Principe di Cutò, che al sesto giorno di Marzo del narrato anno uscì di vita; quel desso che resse supremamente e con successo i nostri cavalieri inviati nel 1794 in Lombardia; quel desso che in quella, per noi gloriosa campagna, riporto ferita di sciabla, e per l’arditezza sua, troppo innoltrandosi unitamente ad altri uffiziali, cadde prigione nelle mani dell’avversario, ma per le sue qualità, al nemico anche cognite, furongli renduti tutti quanti gli omaggi di Generale francese, cioè la guardia d’onore al suo palazzo, ed ogni maniera di militare ossequio. Ebbe egli poscia l'imperio della Città e Forte di Messina, indi fu fatto governatore della Fortezza di Capua, poi Ministro della Giunta dei Generali, ed alla morte del. Viceré di Sicilia Caramanica andò a rimpiazzarlo togliendo le veci di Re Ferdinando; e coloro i quali a lui si volsero per giustizia, per amministrazione e per soccorso in ogni epoca della sua vita, tutti concordemente il predicarono pregevole ed urbano, equo, onesto e generoso; epperò amarissime lutto ed assai grave cordoglio apportò all’universale la morte del valentuomo; e quindi le sue spoglie mortali con pompa funebre di militari e civili onoranze, traversando la popolosa Palermo, furono accompagnate dalla venerazione dei potenti, e dalle lagrime degl’infelici, chiari pruove di non aver mai inteso nell’animo suo l’acre delizia di abusar del potere; ed è per ciò che noi ricordiamo qui questo benemerito cittadino degno del suffragio dei posteri.



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CAPITOLO II

Pensieri di Napoleone sulla Sicilia: il Principe Giuseppe parte per la Calabria; itinerario del suo viaggio: è nominato Re delle due Sicilie; osservazione su di ciò. — Seguito del viaggio di Giuseppe; è esso chiamato in Napoli, e perché: morte di Rodio: ingresso di Giuseppe nella Capitale qual Sovrano; Ricevimento ed accoglienza ad esso fatta. —Presa dell'isola di Capri fatta dagl’inglesi condotti da Sidney Smith. — Prime operazioni di Giuseppe divenuto Re: nuova imperiale disposizione—Stato del Regno in quel tempo, e torbidi in esso. — Della Piazza di Civitella del Tronto presa per capitolazione dai Francesi. — Gl’inglesi ed i Siciliani l'anno sbarco in Calabria; battaglia di Maida perduta dai francesi; Insurrezione di Calabria; ritirata dei francesi; vengono questi salvati dal Generalo Pignatelli Strongoli: invasione di Stuart, e perché; i francesi di Reynier hanno rinforzi: ed indi ordine di ritirarsi a Cassano. — Alcuni dettagli delle operazioni fatte dalle due opposte parti. —I sollevati borboniani si rendono padroni delle coste del Tirreno, che ne segue da ciò. —Altre operazioni per la stessa causa. — Osservazioni sulle cose precedentemente dette; altri fatti di simile natura: modi barbari usati da'  francesi su’ prigionieri borboniani: si crea nella città di Napoli una guardia Civica. —Politica delle Potenze di Europa in riguardo al Regno di Napoli! morte di Monsignore Agostino Gervasio.

Erasi Napoleone lusingato, che dei mezzi sufficienti si troverebbero nel Regno di Napoli per imbarcarvi un corpo d’armata e tragittarlo in Sicilia: sperava egli, che profittando dei primitivi momenti di terrore si preverrebbero i soccorsi degl’inglesi, e si potrebbe compiere la conquista in totale delle due parti del reame. Il Principe Giuseppe il quale scorgeva più da vicino le difficoltà e non sapeva partecipare a tale speranze, per meglio appagare l’animo dell'Imperatore suo fratello fece risoluzione di andare ad esaminare da per se stesso i irroghi ed i punti convenienti all’impresa e conoscervi i mezzi adoprabili per mettere ad effetto un suo audace divisamento. Il Generale Reynier aveva già dato un cenno delle difficoltà di una spedizione di tal fatta. Scrivendo all'Imperatore nel modo seguente nella stessa lettera di sopra citata «Io penetrai fitto a Reggio, è nulla vi trovai. Gl’inglesi hanno trasportato tutto in Sicilia cannoni, polveri, munizioni, armi, bastimenti; tutto è in loro potere. Non vedesi intorno alla spiaggia tampoco una barca pèscareccia, a cosicché è impossibile il tentare cosa alcuna contro la Sicilia. Bisognerà costruire delle barche, e dei bastimenti da guerra, adatti a questa spedizione, e con tutto ciò non si potrà pensare a porsi in movimento, che da qui a qualche mese.

Stante cosi le cose il Principe Giuseppe annunziava ai popoli napolitani, il «recarsi a visitare le Calabrie», e rivistare le truppe del Generale Reynier. In conformità di tale dichiarazione partì egli il 5 Aprile per Salerno, scortalo da quattro compagnie di granatieri e volteggiatori, e da un distaccamento di cacciatori a cavallo, comandati dal suo Capitano delle guardie Generale Soligny. Ebbe il Principe da quei popoli segni di obbedienza, ma non di affetto; e questa obbedienza era occasionata dalla vittoria riportata testé, e dall’essere congiunto con legami di sangue al dominatore di Europa. Nel domani del giungere a Salerno proseguì il suo viaggio per Eboli Pesto e Persano ove fermossi ad osservare lo stato e l’amministrazione di quella tenuta, una delle più belle delizie della legittima Dinastia; il dì 6 ripiglio la strada della Calabria ed andò a Lagonegro, e dopo due giorni giunse in Cosenza; breve dimora fec’egli in quel paese; dato seguito al transitare, superò le alte montagne della Sila, e nel 13 Aprile giungendo al borgo di Scigliano, capoluogo di quella contrada, ricevé un decreto da Parigi datato del 30 Marzo, e spedito il primo del corrente Aprile, nel quale eravi la nomina sua a Re delle due Sicilie; avvegnacchè giudicava l’Imperatore che arrivato fosse il momento propizio per mandare fuori quello, che si aveva già da lungo tempo concetto. Un tale atto si esprimeva così: «Napoleone—per la grazia di Dio, e per le Costituzioni, Imperatore dei Francesi e Re d’Italia— A tutt’i presenti e futuri salute. Gl’interessi del nostro popolo, l’onore della nostra Corona, e la tranquillità del Continente dell’Europa esigendo, che noi assicuriamo in una maniera stabile e definitiva la sorte de’ popoli di Napoli e di Sicilia caduti in nostro potere per diritto di conquista, facendo altronde parte dei grande Impero, noi abbiamo dichiarato e dichiariamo colle presenti di riconoscere per Re di Napoli e di Sicilia il nostro caro fratello Giuseppe Napoleone Granfe d’Eiettore di Francia. Questa corona sarà eredita ria per ordine di primogenitura nella sua discendenza mascolina legittimai e naturale. Venendo ad estinguersi, che Dio non voglia, la sudetta sua discendenza, Noi intendiamo chiamarvi i nostri figli maschi legittimi e naturali, quelli del nostro fratello Luigi, e la sua discendenza legittima e naturale per ordine di primogenitura, riservandoci (se il nostro fratello Giuseppe Napoleone venisse a morire vivendo noi, senza lasciar figli maschi legittimi e naturali) il dritto di nominare per succedere alla detta Corona un Principe della nostra Casa, ed anche di chiamarvi un figlio adottivo secondo che lo giudicheremo conveniente per. l’interesse de’ nostri popoli e pel vantaggio del gran sistema, che la Divina previdenza ci ha destinato a fondare. Noi istituiamo nel detto Regno di Napoli e di Sicilia sei grandi feudi dell’impero col titolo di Ducato, e gli stessi vantaggi e prerogative di quelli, che sono istituiti nelle provincie Veneziane riunite alla nostra corona d’Italia, per essere detti Ducati grandi feudi dell’Impero a perpetuità, venendo il caso a nostra nomina, e da quella de’ nostri successori. Tutt’i dettagli della formazione dei detti feudi sono rimessi alla cura del detto nostro fratello Giuseppe Napoleone. Noi ci riserbiamo sul detto Regno di Napoli e di Sicilia la disposizione, di un milione discredito per essere distribuito ai Generali, Uffiziali e soldati della nostra armata che hanno reso più servjgi alla patria ed al trono, e che noi nomineremo a questo effetto sotto la condizione espressa di non potere prima di dieci anni compiti vendere, o alienare i detti crediti, che colla nostra autorizzazione. Il Re di Napoli sarà a perpetuità gran dignitario dell’impero col titolo di Grand’Elettore, riservandoci nulla di meno quando lo crederemo conveniente, di creare la dignità di Principe Vice Grand’Elettore. Noi intendiamo, che la corona di Napoli e di Sicilia, che noi passiamo sulla testa del nostro fratello Giuseppe Napoleone e dei suoi discendenti non porti ostacolo in alcuna maniera qualunque ai loro diritti di successione al trono di Francia, che d’Italia, come di Napoli e di Sicilia non possano essere mai riuniti sullo stesso capo. — Napoleone»().

A tal proposito dice il signor Bignon nella sua Storia di Francia al Tomo V. «Pare che Napoleone abbia voluto fare una parodia del grand’esempio della creazione del mondo, dicendo il mio fratello sia Re ed il suo fratello è stato fatto Re!!!». Posteriormente un Senatus consulto stabilì che tutt'i principi della Famiglia divenuta Reale di Napoli sarebbero educaci a Parigi sotto la direzione dell’Imperatore; e finalmente determinò le regole, che il Re ed i suoi figliuoli osservar dovevano verso di lui. In cotal modo Napoleone con lo stesso atto di violenza operava due grandi attentati; rapiva il trono ad un legittimo Sovrano, e spogliando il regno di quella dignità che avea sempre goduta specialmente dalla fausta venula dei Borboni, gittavalo nella condizione abbietta di un gran feudo della Francia; ed i beni dello Stato erano destinati ad alimentare i grandi dell’Impero Francese, ovvero a premiare i suoi guerrieri! In conseguenza di un tal sistema, e degli ordini ricevuti da Parigi, furono conferiti, come anderemo narrando, i posti di Ministri, di Consiglieri e la maggior parte delle grandi dignità della Corte, e dello Stato ai francesi, i quali a poco per volta posero le mani in ogni più minuto ramo di amministrazione.

XVII. Dopo essersi trattenuto Giuseppe in Nicastro ed in Monteleone giunse a Palmi nel 16 Aprile, e costeggiando sempre la spiaggia del mare arrivò a Scilla; ivi fu ricevuto dal Generale Reynier, unitamente al quale visitò il forte eretto all’estremità del promontorio, e gli altri punti di difesa sul canale di Messina: salito quindi il rovesciò della montagna detta della Meglia dominarne il forte per un lato, e per l’altro le belle campagne di Reggio si rivolse in fino a quella città, ch'era il termine dell’intrapreso viaggio, ove vi pervenne il 17. Fatta dimora per tre dì in Reggio, ne parti il 20 onde proseguire la sua ricognizione per Capo dell'Armi, per quello di Spartivento, ch’è la punta più meridionale dell'Italia e l’estrema del continente europeo. Trattenutosi a Gerace, si diresse per Squillace a Catanzaro, capoluogo della Ulteriore Calabria, allora occupata dalla riserva di Reynier comandata dal Generale Franceschi. Prima di restituirsi a Napoli volle Giuseppe visitare la città di Taranto, la cui rada reputatasi da Napoleone come l’ancoraggio, il più sicuro ed il più importante per i suoi vascelli, sia per la protezione delle isole Ionie, sia come punto di partenza per una spedizione in levante: per trasferirsi nel detto paese proseguì il viaggio costeggiando, insieme alla sua scorta, il mare Adriatico; fu egli a Cassano e di là a Taranto giungendovi nel terzo dì di Maggio, quivi si fece fermata per alcuni giorni onde esaminare con agio i lavori, che per ordine di Napoleone, e per difesa del la rada vi avevano successivamente falli eseguire i Generali Soult e Gouvion Saint-Cyr: da quel luogo passo a Matera ed a Gravina, indi a Cerignola, d’onde, per la circostanza che segue, rivocò le disposizioni della partenza alla volta di Foggia, e con gran sollecitudine si recò a Caserta, giungendovi il 10 Maggio, per far ritorno nella Capitale.

Il decreto di nomina di Re per Giuseppe era stato sentito in Napoli con sufficienti dissapori, con qualche rara esternazione di allegrezza venne fatta in quel rincontro, lo fu più tosto tra i nobili, che tra civili, ed i popolani i quali fermi st tenevano alla divozione di già mostrata per la dinasti dei Borboni. Aveva quel Principe, durante la stia assenta da Napoli lasciato al Ministro di Polizia Saliceti la suprema direzione del comando degli affari. In quell’assenta fu dato destino ai militari caduti nelle mani degli occupatori a Campotenese ed in altri luoghi del Regno, decretando «libertà e premio a chi giurava fede al novello governo, e prigionia ai rimasti saldi al già dato giuramento», da questa emanazione ne fu eccettuato il Brigadiere Marchese Rodio il quale dopo del suo arresto fatto dal Tenente Stocchi nelle montagne di Pomarico, fu trasportato in Napoli dalle truppe di Lecchi; e quindi ebbe giudizio di morte, ingiusto ed iniquo giudizio! Era egli stato operosamente fedele al proprio Sovrano nell'anno 1799 come dicemmo, e nel 1804, quando le atrni francesi tenevano gli Abruzzi e le Puglie, Rodio detto dal Re Ferdinando Commessario Civile in quelle medesime provincie servì con zelo il suo Re, dando impedimento a molti danni, contrastando a tutta possa le rapaci voglie di quelli occupatori; per la qual cosa, com’è costume dei prepotenti, l’odio di essi si attirò, e fu covato contro di lui risentimento di vendetta. Ora divenuto prigione, in luogo di entrare nella rubrica generale, il primitivo suo oprare e le recenti inimicizie, motivi furono di separato ed isolato processo; motivi furou questi e non colpe: onde a pretesto accasato di aver commosso i popoli alle spalle dell’esercito francese, una Commissione Militare, che la prima di quelle istituite nel Regno, tribunale terribile, perché inappellabile, lo dichiarò innocente; ma certi francesi a lui nemici più superbi, e con questi due napolitani, de'  quali per l'infamia commessa lo tralascio di mandare i nomi alla posterità, indussero il governo a rompere ogni argine di statuto, facendo sottoporre Rodio ad un novello giudizio, fingendo non so quale pericolo di Stato. La seconda Commissione, perché comprata nella votazione da quei prepotenti, lo danno a morte, e per fino il modo del morire fu acerbo, essendo stato archibugiato alle spalle: e così quel misero in dieci ore fu giudicato due volte, venendo in prima assoluto, e ciò senz’appellazione, e secondariamente condannato e spento anche senz’appellazione. Per l'atto dell’arresto del Rodio il Tenente Stocchi ricevé in premio il grado di Capitano, e ducati 5000 di gratificazione. La inumanità e la singolarità, di un tal procedere spiacque ad ogni classe di cittadini e ad ogni partito, e grande ed universale divenne il terrore: la persona dunque di Giuseppe nella Capitale fu creduta interessante, epperò avvertito da’ suoi, rapidamente traversò la Capitanata e la Puglia ed in Napoli si recò.

Né a ciò fu solo il pensiero di rimettere gli animi in tranquillo stato, ma bensì la pronta ed ardente volontà di sedere nella Capitale qual Sovrano assoluto. Nel giorno 11 Maggio faceva quel Principe, qual novello Re ritorno in Napoli, con ricevimento di regio fasto: ma il popolo per tante apparenze di non amata grandezza in un misterioso silenzio restava, ed era la parte la più rara in su le vie ove il corteggio reale procedeva. La truppa schierata lungo il sentiero, che da Capodichino mena al Palazzo Reale in bella mostra facevasi vedere, ed il cannone dei vari Forti incessantemente si udiva trarre con fuoco di esultanza. Giungeva al Reale Albergo il Principe e smontando di carrozza riceveva gli omaggi del Maresciallo Jourdan Governatore di Napoli, del Senato, e de’ Generali Uffiziali dell’armata: fiutagli la presentazione delle chiavi, montò a cavallo, e fu in questi forma seguito da numeroso corteggio, finché si pervenne al largo del Mercatello, ove sotto di un arco trionfale attendeva il Cardinale Luigi Ruffo Scilla Arcivescovo di Napoli, in abito ponteficale, con tutto il suo clero. Quando il novello Re vi fu giunto scese di sella, e ricevuto sotto ricco pallio fu accompagnato così fino alla chiesa dello Spirito Santo, dove fu cantato il Te Deum: all’uscire di quel tempio lungo la strada di Toledo marciava egli a piedi in mezzo ad un quadrato di scelta truppa, avendo a sinistra il Cardinale Arcivescovo, ed appresso in più ordini tutt'i Generali ed Uffiziali primari dell’annata francese, oltre ai Ministri di Stato, ed a tutti gli altri che già l'avevano accompagnato fino al tempio. Giunto Giuseppe a Palazzo trovò a piè delle scali buon numero della alta nobiltà del Regno, i Capi dei Tribunali, ed altre genti impiegate; le quali lo scortarono fino agli appartamenti, ove ricevé la Deputazione del Senato Conservatore dell’Impero Francese, composta dal Maresciallo dell'Impero Perignon il Generale Ferino ed il Signore Roederer venuti a porgergli le felicitazioni di quel Corpo per lo suo innalzamento al Trono delle due Sicilie; Furonvi in quel rincontro per tre dì consecutivi luminarie, feste e teatri in gala; canzoni e sonetti. vennero sparsi dagli amatori di quel nuovo Stato in memoria dell'avvenimento; in fine l’entusiasmo degli amici di Francia fu scosso altamente, ma esso non era di gran vaglia.

XVIII. Un disgustoso frangente poco mancò, che non intorbidasse in modo estraordinario quel primo dì clamoroso di feste e di esaltazioni. Per la già detta vittoria dei francesi sembrava, che poca speranza restasse a Re Ferdinando, di far frutto nel continente; ma egli sapeva, che non mancherebbero mali semi contro il nuovo Signore, se gli inglesi sbarcando sulle terre calabresi avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Stuart succeduto a Craig nel governo dei saldali brittanici in Sicilia ripugnando grandemente ad una spedizione in terra ferma, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principale fine degl’inglesi fosse la conservazione della Sicilia: egli prevedeva il pericolo, che incorrerebbe quest’isola, qualora la spedizione riuscisse infelice, e saviamente calcolava, che in ogni modo di niun frutto sarebbe per la terra ferma, se riuscisse felicemente, a motivo della eccessiva forza dei francesi. Fortunato Capitano non sarebbe lodato, infortunato biasimato. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney Smith, quell’ammiraglio inglese medesimo, che arrestata la prospera fortuna di Bonaparte in oriente, si era persuaso di poterla arrestare anche in occidente: a quest’uomo in quell’epoca, avrebbe potuto, a buon diritto addirsi il titolo di grande agitatore, di cui va ora superbo un famoso tribuno irlandese. Stimolato dalla propria natura, dalle giuste premure di Re Ferdinando, e della Regina, che sempre cercava ricuperare ciò che l’era stato tolto, continuamente esortava Stuart alla fazione; ma la soverchia circospezione dell’uno superava l’audacia dell’altra, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a far qualche sforzo da sé colle forze marittime, per far vedere a Stuart, che la materia era meglio disposta, ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra, e molte annonarie, con intento di andare a visitare le coste di Napoli; due fini principalmente il movevano; il primo di rinfrescare Gaeta, il secondo d'incitare e di provvedere di armi e di munizioni le Calabrie. Dopo avere sbarcato in Gaeta dei viveri, delle munizioni e quattro pezzi. di grosso calibro, ch'estrasse da uno dei suoi vascelli, lasciò in quella: rada dodici scialuppe, cannoniere, sotto gli ordini del Capitano Richardson, per secondare col loro fuoco di fianco ed a rovescio, come si vedrà nella relazione dell’assedio, la bella difesa che faceva di questa Piazza il Principe d'Hassia. Sidney giudicando, che vi coopererebbe anche più efficacemente mediante una diversione, la quale richiamaste verso la Capitale l'attenzione e le forze dei francesi, fece vela alla volta del Golfo e comparve in vista di Napoli con quattro vascelli, due fregate, alcune bombarde, va rie scialuppe cannoniere, ed altri piccoli bastimenti armati il giorno stesso dell'ingresso solenne del Re Giuseppe. Poteva egli cagionare una quantità immensa di danni e disordini, se delle bombe vi avesse tirate, ma riflettendo, che per ritrarre da questo attacco un successo momentaneo, conveniva per lo meno sbancare un numerosissimo corpo di truppe ed esporsi ad un cimento sempre difficile, così operò saviamente astenendosene, e non tirò tampoco un colpo di cannone contro la città, i cui Forti ben armati erano pronti a rispondergli. Questa minaccia nascondeva il suo vero disegno, qual'era quello d impossessarsi dell’isola di Capri, punto essenzialissimo a conservarsi dai soldati di Giuseppe, per proteggere la navigazione del Golfo, e per allontanare dalle coste adiacenti, una osservazione incomodosissima. Circa 100 uomini, la maggior parte napoletani, comandati da un Capitano, custodivano il Forte di quell'isola. Sidney intimò loro la resa. L’isola di Capri altro non è che uno scoglio dirupato per ogni parte, abbordabile soltanto dal lato del nord, per un piccolo seno di mare posto ai piè del detto scoglio, che bisogna piuttosto scalate che salirei è questo ingresso difficilissimo. Un nonnulla, in confronto delle maggiori difficoltà, che posteriormente s’incontrano, poiché pervenuti ad una specie di scala a spirale, d’essa pone capo in alcuni stretti e serpeggianti viottoli i quali guidano al paese di Anna Capri ed al Fortino situato alla sorammità. Fidando troppo sulla cura toltasi dalla natura, di fortificare il nascondiglio il più inaccessibile, che scegliere potesse Tiberio imperatore, quando l'orrore e lo spavento, seminati da questo mostrò sulla terra, retrocessero nel suo cuore, erasi trascurato di rafforzare un posto così interessante. La comparsa della squadra inglese in quei mari lo fecero risovvenire; ma il tempo era ornai trascorso per adempiere così savia precauzione. Il Capitano, che comandava in Capri rifiutò d’arrendersi, e dichiarò che difenderebbe il suo posto fino alla morte, egli mantenne la sua parola. L’ammiraglio fece appressare a tiro di moschetto, ed al punto dove operar si doveva lo sbarco il vascello da guerra l'Aquila e due bombarde. I soldati difensori sparsi in bersaglieri per le vigne fulminati dal fuoco dei due ponti del vascello, che proteggeva lo sbarco dei soldati della marina e dei marinari della squadra, sostennero per molto più di un ora questa pugna ineguale. Il loro Capitano tormentato dalle perdite che ad ogni momento soffriva, fece ripiegare la sua gente sull'altura Verso il Forte e si mantenne fermamente nel posto più stretto del solo passaggio, pel quale potesse il nemico arrivare fino a lui. Malgrado le difficoltà del terreno, gli inglesi attaccarono quel luogo con moltissima risoluzione: nuova soldatesca sostituiva ad ogni momento la perduta, ch'era già molta. Il vascello e gli altri legni raddoppiavano il fuoco, convergendole tutto su quel gruppo di bravi di già assai menomati: stavano gli inglesi per rinunziare alla loro impresa, quando i pochi soldati superstiti rimasti privi, per la morte ai tutt’i loro uffiziali, di capo, non sapendo più che si fare capitolarono con le condizioni però offerte da Sir Sidney prima del sito sbarco, «gli onori della guerra ed il loro libero ritorno in Napoli». Tale fu il modo con cui Sidney, venne a capo dell'espugnazione di questo posto importantissimo, che rese le armi inglesi quasi signore del golfo. Lasciatovi un numeroso presidio nell’isola. obbediente al Colonnello Lowe qual governatore, lo stesso che anni, dopo, fu custode di Buonaparte in S. Elena, se ne andò Sidney alla conquista: dell’altra isola vicina, cioè Ponza, la quale perché anche vinta ma con molta minore resistenza fu dai siciliani presidiata, e dal Principe di Canosa retta. Poscia radendo i lidi a seconda verso scirocco, andò quell’inglese ammiraglio ora qua ora là mostrandosi, e con la presenza sua, coll’esortazioni: e colle somministrazioni, fra quei popoli vivo il fuoco dell’entusiasmo e della divozione per Ferdinando vi mantenne. Scoverte inclinazioni al sito divisato favorevoli, ma non sufficienti perché potessero fare da sé, tornossone tosto in Sicilia e la incitando ed esortando, tanto fece e disse, che lo Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto d’armi sulle calabresi terre, come saremo per dire.

XIX. Adottava Giuseppe, divenuto Re per decreto un lasso estraordinario, superiore di molto alle risorse del Regno; vedovasi nella sua Corte una prodigalità senza pari, e. ciò succedeva per la debolezza di lui, che niun argine sapeva porre agli abusi di coloro, che lo circondavano, poiché abbandonandosi a tutto potere fin dal principio del regnare, alle distrazioni voluttuose, che ad un Principe convenir. non debbono, a quelle, soltanto teneva fermo il pensiero: né i cambiamenti succeduti e da succedere, né lo spirito di parte messo molto in movimento, né le rivalità dei subalterni impiegati, non che quelle dei Capi per brama di migliorar fortuna, né il disordine delle finanze, essenziale pensiero, cagionavano in lui occupazione di sort’alcuna; le spese, che per esso si facevano, producevano una profusione a cui nessun tesoro reggere avrebbe potuto, ancorché pinguissimo esso fosse stato.

Incominciato cosi il nuovo regno, ebbersi i posti più interessanti coverti dai francesi; ma per non dare a vedere che in quest’elezioni in totale trascuranza erano messi i napoletani, nomavasi il Marchese del Gallo a Ministro degli affari esteri, il quale essendo stato Ambasciatore di Ferdinando a Parigi, come dicemmo, rivoltandosi subitamente alla fortuna di Napoleone, divenne Ambasciatore di Giuseppe, ed a questi giorni sedé tra i Ministri di Stato: anche il Duca di Santa Teodora Ambasciatore di Ferdinando nelle Spagne, poco prima mandato da lui a mansuetare il vincitore, ebbe onori supremi nella Corte 'di Giuseppe; qualche altro napolitano in dignità fu elevato, ma in vero il più delle cariche, e le più cospicue dai francesi vennero occupate: molti funzionari dell’antico legittimo governo si demisero dagl’impieghi che covrivano, essendo stati chiamati a riconoscere Giuseppe qual Re di Napoli. Il Card. Arcivescovo Luigi Ruffo Scilla quantunque pochi giorni prima ricevé Giuseppe sotto il baldacchino, pure ricusò di prestare il giuramento di obbedienza al nuovo dominatore, epperò partì dal Regno nel 26 Maggio come espulso; e con esso gran numero d’individui presi da simile spirito, man mano da loro medesimo oprarono lo stesso.

Giungeva correndo queste novità novella imperiale disposizione, in virtù della quale altri stranieri le ricchezze del Regno in legittimo modo, s‘appropriavano: conferivasi nel cadere di Aprile, per effetto del dettato della istituzione dei novelli grandi feudi dell'impero, Gaeta a GaudinFouchet Ministro di Polizia: Taranto al Generale Macdonald, e Reggio all’altro Oudinot «col diritto di possederli in piena proprietà e sovranità come feudi immediati dell’Impero francese trasmissihili con ordine di primogenitura alla discendenza mascolina.» ()

Ministro delle Finanze della Francia; Otranto a

A tale imperiale volere un altro qualche mese dopo ne seguì, col quale le città e tenimenti di Benevento e Pontec0rvo, quantunque del dominio papale, ma nel Regno di Napoli situate, conferite vennero la prima a Talleyrand Gran Ciambellano e Ministro degli affari esteri e l’altra al Maresciallo dell’Impero Bernadotte, epperò il Generale Lauchantin prese possesso dello stato beneventano in nome del Gran Cancelliere; e l’altro Fregeville di quello di Pontecorvo per Bernadotte. Si disse che ciò succedeva perché la nuova Corte di Napoli aveva sollecitata in Parigi l’autorizzazione d’impossessarsi di Benevento e di Pontecorvo, epperò Napoleone esitando a decidere, tolse ogni speme al suo fratello Giuseppe con una tale dichiarazione. Del resto, certo, è, che per questa disposizione Napoleone non curossi di permettere alcuna trattativa, o partecipazione al Sommo Pontefice; soltanto nell’annunziarla al Senato avverti. «Questi paesi essere oggetti di eterni litigi fra il Re di Napoli e la Corte di Roma, aver perciò creduto conveniente di mettere un termine a tale discussione riducendoli a feudi immediati del suo impero».()

Il possesso di questi feudi fu preso, qualche mese dopo la emanazione dell’imperiale volere, dalle truppe napolitane, comandate da capi napolitani.

XX. Mentre però il nuovo governo lusingavasi, che colla dispersione dell'esercito di Ferdinando, e con quei primieri felici suoi successi un termine alla guerra si porrebbe, e saldezza e permanenza verrebbe esso ad acquistare, questa all'opposto in modo si riproduceva molto più fiera. L’esercito d’invasione costoso immensamente al Regno, per gli eccessivi e differenti abusi commessi da molti dei suoi Capi; la fiducia dei pacifici cittadini alterata nelle provincie per le numerose esazioni, e per i tributi imposti dai comandanti e da altri agenti del Governo; la niuna repressione di questi arbitri, e di queste fraudi; il dislocamento e la miseria di molti militari ed impiegati, erano altrettante cause atte ad aumentare il malcontento. L'esercito francese avvezzo a gloriose, brevi e decise campagne, seguite sempre da copiose ricompense, che solito era Napoleone di far piovere sopra di lui, era pur esso non soddisfatto: disteso sur una vasti francese avvezzo a gloriose, brevi e decise campagne, seguite sempre da copiose ricompense, che solito era Napoleone di far piovere sopra di lui, era pur esso non soddisfatto: disteso sur una vasta estensione di paesi, stanco e noiato dai lavori di un lungo assedio, altrove dalle marcie continue; esposto quasi da per tutto a degli oscuri pericoli nel perseguire le diverse e moltipliche bande borboniane, e bene spesso colpito dalla venefica influenza delle maremme, fremeva della posizione sua. Queste cause rendevano i soldati aspri, intrattabili e molto insolenti verso gli abitanti anche più pacifici; perlocché unite tutte queste circostanze alla presa dell’isola di Capri, alle promesse degl’inglesi ed all’affezione per la dinastia dei Borboni, fecer sì, che si manifestasse a poco a poco un bisbiglio, un fermento, un minacciare tempestoso nella Basilicata e nelle due Calabrie. Invano tentarono i francesi reprimere sul principio questi moti turbolenti, che anzi si fecero sempre più gravi. Uscirono nuovamente in campo quei celebri capibanda del 1799. Sciarpa Fra Diavolo, Pancianera, De Donatis, Sciabolane, Ermenegildo Piccioli, Pane di Grano, Mecco, Santoro, Falsetti, ed altri, i quali o di proprio moto, o stimolati, o sbarcati dalla Sicilia comparvero alla testa di bande armate più o meno numerose in differenti punti del Regno. Un tale Colonnello Gernalis napolitano al servizio inglese, percorrendo audacemente le provincie, andava animandole in nome del legittimo Sovrano Ferdinando a riunirsi per esso; in fatti Casa Marciana inalberò apertamente lo stendardo della legittimità, Felice Pesce uno de’ suoi principali abitanti si fece capo della sommossa, e quantunque le guardie nazionali dei luoghi vicini congiunte alle truppe regolari vi accorressero immediatamente, e dopo lungo spargimento di sangue e l’arresto e la fucilazione di diversi Capi, pervenissero a sedare la sommossa, pure l’esempio era dato, e ciò basto per porre in fermento l'intera provincia. Così calmato i! fuoco in un luogo, si accendeva tosto nell'altro, ed a poco a poco l'incendio facevasi generale: gli armatori inglesi e siciliani lo fomentavano; scorrendo le coste dell’Adriatico e del Tirreno ora apparivano in soccorso di una provincia, ora ne eccitavano un’altra men calda, qui recando denaro, la munizioni ed armi. Stabilitasi un’attiva corrispondenza fra il continente napolitano e la Sicilia, le lancie armate che n’erano incaricate, servivano anche a raccogliere, lungo le coste, le bande, che troppo incalzate o danneggiate, mal potendosi sostenere in un punto, venivano a reclamare il soccorso dei legni per essere trasportate in un altro: in fine questo moto di sudditi fedeli al governo legittimo e nemici dell’occupazione militareBel polzi, esiliato da Genova, arrestato a Parigi, e poi venuto nel Regna di Napoli, si era fatto capo: insiememente ad esso eravi Fra Antonio da Cvrro zoccolante calabrese, Vittorio Antonio Mellica già militare, ed Andrea Sommella; tanto quest’ultimo, quanto un altro Capo chiamato Pietro Pagliucca andando di concerto dovevano condurre le loro numerose bande verso le selve di Marano, e cominciare al più presto possibile le ostilità. Da Curro erasi trasferito più volte a Capri e per mezzo di altri federati spargeva le notizie le più analoghe a far prosperare la loro causa. Sommella, Mollica, il zoccolante, e Michele Albanese traditi da qualche compagno venduto a Saliceti, furono arrestati, tradotti al Castello dell'Uovo, giudicati, e nel corso di ventiquattro ore fucilati. Riuscì agli altri di fuggire e di andare ad aumentare il numero di quelli, che in aperta campagna movevano una guerra unita, disperata e sanguinosa ai francesi.

si presentò in un aspetto minaccioso e terribile. Le riunioni, le conventicole, le associazioni segrete pullulavano per ogni dove; l’ardire dei congiurati fu tale, che combinarono i loro progetti per fino nel seno medesimo della Capitale, e per cosi dire sotto gli occhi dello stesso Saliceti; esse ramificavano con le provincie ed ovunque prendevano piede. Una congiura fu tramata in Napoli, il di cui scopo era contro il nuovo governo; questa perché effetto non ebbe, fatale divenne alla maggior parte dei Capi: tal congiurazione estendevasi dalla Capitale fino alle maremme del Cilento, di qui fino a Matera, avendo anche delle ramificazioni nelle Puglie, dove un tale

Pochi giorni dopo questa esecuzione, e precisamente nel 18. Giugno una porzione delle bande che occupavano la parte occidentale della, Basilicata e le frontiere dei Principato di Salerno, nulla calendosi dei francesi, audacemente entrarono a tamburo battente nel borgo di SassoFrancesco Pignatelli Strangoli, che comandava nella Basilicata, il quale di moto proprio, e con l’adesione dell’Intendente Susanna, avendo disposto una leva a stormo in tutta la Provincia, riunì della gente, la quale, porzione sostenuta da qualche frazione di truppe di linea, contenne nelle montagne le masse calabresi, ed altra formante due battaglioni di guardia nazionale ascendenti a 1400 uomini, frammisti a dei francesi, condotti tutti da Pignatelli medesimo, marciò all’incontro delle masse principali nemiche, che a Rocca Imperiale, a Senise ed alla CannaMuro d’Avigliano e di Picerno per non trovarsi lungamente avvolti in quella guerra molestissima, concorsero a dar la mano agli obbedienti a Pignatelli, perché creduti più forti, e formatesi da essi pure un tutto armato, andarono in cerca delle nemiche bande, per cui ne insorse una funesta cd orribile civile guerra. Belpolzi fuggito in Lucera e nascostosi in un convento, fu scoverto, poscia arrestato e consegnato alla polizia di Napoli, che tosto il fece decapitare.

che taglieggiarono, per essersi quelli abitanti dimostrati a pro di Giuseppe. Ad interrompere i loro arditi progressi si fece innanzi il Generale stavano, le quali per le istruzioni loro ricevute, di schivare gl’incontri forti e pericolosi, e di recar danno senza mollo incontrarne, all’arrivo del Pignatelli si allontanarono da quei luoghi recandosi altrove: in allora dei drappelli volanti composti di napoletani e francesi promiscui, percorsero in ogni senso la Basilicata ed il Principato di Salerno stringendo sempre d’appresso quelli ardili calabresi. Accadde intanto che gli abitanti di

XXI. Si è detto altrove che la Piazza di Civitella del Tronto rimaneva il solo propugnacolo alla invasione francese negli Abruzzi: ora perché la cronologia dei tempi ce ne segna l’epoca dell’onorata capitolazione e cessione, così di queste cose intraprendiamo a narrare; e se ci duole l'animo di fare spesso memoria in questi Ragguagli, di casi mali avventurati, questo avvenimento per contrario conforto ci reca, rammemorando delle valorose azioni fatte da napolitani in mezzo alla tristezza della fortuna.

Giace Civitella sulla vetta d'una montagna presso la frontiera del primo Abruzzo ulteriore in distanza di cinque miglia dal fiume Tronto: per la sua posizione signoreggia sulla vallata del Salinello dal quale fiume viene bagnata, e sulle diverse strade che da Ascoli ed Ancorano si distendono presso Civitella, ed indi si diramano verso Campli e verso la costa. Ha circa due mila abitanti. Sulla vetta della montagna havvi un piano inclinato di 200 tese di lunghezza e di 30 di larghezza all’incirca, ch'è racchiuso dalla cinta di un antico castello di figura irregolare: le pendenze della montagna che si elevano dalla vallata del Salinello sono molto ripide, le altre sono più dolcemente inclinate, e talune con piccolo avvallamento vanno a congiungersi al gruppo delle altre montagne, che si distendono verso dell’Adriatico. Sull’anzidetta pendenza appiè del castello giace la città, ch’è separata dalla cinta di quello, per mezzo di una cresta di roccie, che nella parte inferiore diviene più piana ed accessibile. La città è di figura quadrilatera allungata, de’ cui lunghi lati l’uno è addossato alla cinta del castello, e l’altro è rivolto ad alcune alture che lo dominano. In questo Iato e negli altri due, che sono molto più corti, evvi una porla: il suo perimetro è chiuso da un’antica irregolare cinta guarnita di torri, che per lo più consiste in una semplice muraglia in parte rovinala, e. d innanzi di queste non havvi né fossato, ne strada coperta, né spalto. Tali fortificazioni, per la loro natura e per lo stato rovinoso in cui si trovavano, erano incapaci di fare alcuna vigorosa resistenza. Il castello, che s’erge nella parte più elevata della montagna, ha una unica cinta irregolare, questa secondo l'andamento della cresta della montagna presenta una irregolare figura inscrittibile in un allungato quadrato. I principali mezzi di difesa sono apprestati dalla natura del sito, epperò per la grand’elevazione sulla sottoposta valle, per la ripidezza della pendenza della montagna, e per l'inaccessibile cresta di roccie su cui s innalza il Forte, diviene quas’inattaccabile; il solo lato debole di esso, è quello che si unisce con la città, e particolarmente ove le abitazioni sono congiunte alla sua. cinta. Dal che si rileva che la durata della resistenza del castello dipende da quella della città; e si riduce a pochi giorni quando mancano i mezzi di difendere vigorosamente quest’ultima. Trovavasi, a Ravvicinarsi dei francesi nel Regno, a governare quella fortezza il Maggiore del Reggimento Principe Matteo Wade uomo ardente ai animo, prode, ed amatore di gloria; perciò costretto dal dovere, risolveva rinchiudersi col presidio in quel luogo, in sino a che le nemiche genti di Francia, che circondato lo avevano, non avessero gittato in terra le mura. Una eroica intrapresa operata in una disperata posizione di case, suole spesso riuscire sterile di utilità allo Stato, in particolar modo allorché si tratta di una lotta molto disuguale: non pertanto essa nulla perde del suo merito intrinseco, e deve al contrario fare apprezza re vie maggiormente il coraggio e la fermezza di carattere di colui che non si e lasciato imporre dal generale abbattimento d’animo. Allorché la fortuna arride, e le cose vanno prosperando, tutti gli uomini sogliono essere coraggiosi ed arditi; a pochi però è conceduta l’imperturbabile fermezza di mostrarsi superiore alle avversità ed agl’infortuni, in ciò consiste il sublime valore, quando è infiammato e sostenuto da una nobile passione, com’è quella del punto di onore e della gloria militare, conosceva il Wade che la resistenza di quel Castello non potev’apportare altro vantaggio al Re Ferdinando, che tenere impiegata, innanzi di se una piccola porzione delle forze nemiche, e quali nota avrebbero potuto agire contro l’armata napolitana in Calabria: l’idea di poter rendere questo servizio, congiunta a quella onoratissima di non cedere debolmente al nemico una posizione che si poteva difendere, lo determino a fare una ostinata resistenza. Fu per tale risoluzione, che al Generale francese Miollis, che faceva intima di resa alla Piazza, così dal comandante di essa risposto «che avendo copia di munizioni e di vettovaglie, non sapere altro ascoltare, che la voce del dovere, la quale comanda di combattere e difendere quel Castello». Era il ventidue Gennaio, ricevuta sì fatta risposta i francesi, stringevano di assedio Civitella, col disegno di bloccare il paese, e toglierne le comunicazioni col Castello; ma tal cosa eseguitasi per poco, difficile riusciva loro; quindi fecero pensiero di aprire la breccia nella parte debole. Il Governatore per travagliare gli assediami, aveva di ogni provisioni forniti gli abitanti di quella terra, dividendo con essi quanto nella Piazza trovavasi di approvisionamento, i quali abitanti assai bene rispondevano alle intenzioni di lui, trattenendo molto spesso, e molestando alle spalle e di fronte gli assalitori. La gente, che a custodia del Forte sì tenera, era un battaglione di Milizie provinciali, la cui forza appena ascendeva a 500 soldati; quindici tra sott’uffiziali e comuni di artiglieria, con due Aiutanti, ed un Capitano in secondo nominato D. Giovambattista Sanguan; un Aiutante maggiore, un Cappellano, un Chirurgo, ed un Capitano delle chiavi, in tutto sommanti 323 individui. Diecinove cannoni di dissimili dimensioni, montati per lo più su di affusti di marina ed un mortaio guarnivano le diverse batterie del castello. Tutte le munizioni consistevano in cento cantata di polvere tanto in barili, che in cartocci da cannoni e fucilieri; in alcune piramidi di palle di diversi calibri, in una mediocre quantità di metraglie ed in dodici bombe. Il magazzino dei viveri era fornito per tre mesi; non perciò l'assedio venne a durare oltre a quattro mesi, essendo le artiglierie governale da valorosi ed intrepidi cannonieri, che talmente i lavori degli assediami molestavano, ch'erano questi sforzati a non punto oprarli di giorno, talché non poterono prima del diecinnove Febbraio lanciare nella città e nel castello gran numero di palle e di bombe. Sollecita e non iscoraggito in tal giorno il Governatore riparava i danni, muniva i luoghi minacciali, confortava le milizie, ed agli abitanti della città dava esortanza di difendere le loro case, dalla cui resistenza quella del castello dipendeva; questi congiunti a piccol numero di soldati, facevano giornalmente grandi prodigi di valore, venendo guidati da un gentiluomo per nome Vasches. che per lungo tempo aveva servito in Ispagna, di forte animo e della natale sua terra tenerissimo.

Volgeva il terminare di Febbraio operandosi queste cose, ed il Generale Lecchi, succeduto all'altro Miollis nel comando delle truppe degli Abruzzi, offriva al Maggiore Wade un’onorata capitolazione, gli articoli della quale erano conformi a ciò ch’erasi convenuto tra la Reggenza rimasta in Napoli ed i Commessari francesi, relativamente alla immediata consegna delle Piazze e Castelli del Regno: ma invano, che questi pur sempre costante nel proponimento suo, non voleva ascoltare voci di patii né di arrendersi. Proseguiva così l’assedio in fino al ventisei Marzo, ma il tirare delle artiglierie del Forte scemando andavano sempre, poiché di munizioni s’incominciava ad aver penuria, ed alcuni cannoni erano stati dalle loro carrette scavalcati. In questo giorno, altra proposta di resa si presentav’al Comandante, che di nuovo fermo nel divisato preso, di cedere negava. Allora il Generale francese, avvedendosi, che i mezzi di convenir mento inutili divenivano per la resa della Piazza, mise pensiero a stringere virilmente l’assedio; e siccome di grosse artiglierie mancava, così mandò a Pescara di dove tutto l’occorrente ottenne.

Nel 25 Aprile cominciavasi dai francesi il bombardamento, cd in quel giorno quattrocento bombe venivano gittate in verso i nemici, che patir fecero case, magazzini, alloggiamenti e la polveriera posta all’estremità del Forte verso il fiume; per a qual cosa i difensori tutti di unita al Comandante costretti erano a vivere al sereno: ebbesi fortuna in questo avvenimento di porre in salvo buona quantità di polveri dalla rovinata polveriera e trasportarla in una casa matta sotto la batteria inferiore. Nello stesso tempo, che questo bombardamento succedeva, gli assediami fecero rapidamente avanzare vari distaccamenti diretti ad assaltare diversi punti della città: l’effetto però non corrispose al. disegno. Gli abitanti essendosi avveduti a tempo di tal movimento, accorsero in gran numero sulle muraglie, e cominciarono a fare un vivo e ben diretto fuoco contro il nemico; il castello egualmente percuoteva a metraglia verso i distaccamenti che scopriva, mentre il Governatore teneva in riserva la sua guarnigione per accorrere ove il bisogno lo avesse richiesto. Intanto il nemico trovandosi spartito in piccole frazioni, non potè fare un aziono di vigore in alcun punto, ed essendo battuto con vivacità da tutt’i lati, fu costretto a ritirare’ in fuga, lasciando buon numero di morti e feriti.

XXII. Stavano in questi termini le cose di Civitella del Tronto, quando fu creduto da’ nemici essere il miglior partito per menare ad obbedienza quella rocca di castello, che già tanto stento gli costava, di scalare la città e farsi strada nel Forte per mezzo di mine, tostocché di quella si fossero impadroniti; furono perciò allestite duecento scale guernite con uncini di ferro, e quanto altro vi faceva d’uopo per la menzionata scalata si mandava ad Ascoli per farne proviggioni. Era ogni giorno incessante, lo strepito delle bombe, il trarre dei cannoni continuo; e da una parte e dall’altra aspro diveniva l’accanimento. Faceva la mezza notte di una giornata oscura e piovosa nel terminare di Aprile, i francesi spinsero verso i punti. più accessibili della città un forte Reggimento diviso in varie porzioni. Tosto che queste, col massimo silenzio, giunsero appiè della cinta, senza essere stati scoperti, imperiosamente l’assaltarono: le poche sentinelle degli abitanti, ed i loro rispettivi piccoli posti di guardia si. opposero da principio, ma sopraffatti dal numero furono costretti a ritirarsi verso il castello. I più animosi abitanti, ch'erano accorsi in sostegno de’ suddetti piccoli posti dalla testa delle strade, e dalle finestre delle abitazioni facevano fuoco contro il nemico, e disputando il terreno a palmo a palmo rincularono ancor essi verso il castello. Il Governatore con avvedutezza non volendo commettere all’azzardo nelle tenebre della notte la sorte della guarnigione e del Forte, si tenne con la parte disponibile della sua gente all’avanzata del medesimo, e spedì delle pattuglie, per animare gli abitanti a difendersi saldamente: incessante fu in quella notte, dalle due parti, il fuoco di fucileria; i francesi essendo costretti di forzare le abitazioni per discacciarne i difensori, cominciarono a sbandarsi in più minute frazioni, e si diedero al saccheggio delle case. Sul far dell’alba il Governatore essendosi accorto del loro disordine, seppe ben profittare delle opportunità del momento; colla sua piccola forza avauzossi in buon ordine per le strade principali, ed impetuosamente alla baionetta attacco e rovesciò gli sbandati nemici. Gli abitanti dal loro canto avendo ripreso coraggio si spinsero innanzi per le altre strade, affin d’invilupparli, e fecero un vivo fuoco contro di essi. I francesi che credevano di essere già padroni della città, e di aver combattuto e vinto nella notte anche la guarnigione, rimasero sorpresi e sconcertali per un tale impetuoso attacco, che loro non diede il tempo, di riconoscersi e di riunirsi. Incalzati vivamente di fronte dalle milizie del presidio, che avanzavano in una stretta ordinanza, e bersagliati di fianco dagli abitanti, disordinatamente abbandonarono la città: al di fuori di questa, a piccola distanza il loro comandante era tutto intento a riunirli ed ordinarli, e mostravasi indeciso se doveva ritirarsi, o ritornare all'assalto, quando fu raggiunto dal valoroso drappello della guarnigione, e fu trapassato da un colpo di fucile, che gli si scarico addosso da corpo a corpo. A tale perdita i nemici, ch’erano attaccati con tanta bravura da fronte, e bersagliati vivamente dalla fucileria della città e dalla metraglia del castello, si scoraggiarono affatto, e senza opporre alcuna ulteriore resistenza, con precipitosa e disordinata fuga, si ritirarono nelle loro posizioni. Il Wade per mezzo di un parlamentario fece conoscere ai francesi, che il Comandante della truppa, che avev’assaltata la città era rimasto estinto nell’azione, e che egli non aveva difficoltà di permettere loro di trasportar via quel cadavere, per rendergli i dovuti onori funebri: il che fu tosto eseguito dai francesi.

Andato in vano riuscimento agli assalitori questa pruova, ricominciavano essi a tirare in breccia con estraordinario ardore, e per alquanti giorni il po polo ed i soldati ebbero a soffrire aspri tormenti: in questo tempo la scarsezza delle vettovaglie riduceva la popolazione a spatriare, ed a disertare giornalmente molti delle milizie, che forza in loro non sentivano il patire in tutt’i dì a cielo aperto e venti e pioggie; talché alla metà di maggio soli settanta difensori presso il Wade rimanevano, i quali raddoppiavano di destrezza a fine di ascondere agli assediami le ricevute diserzioni; in questo numero erano compresi trenta feriti o infermi rendut’inutili alla difesa, e per conseguenza il valoroso drappello de’ difensori in quel periodo consisteva in quaranta combattenti, tra’ quali annoveravalisi nove Uffiziali, e gli artiglieri di linea. Gli abitanti e le milizie, ch'erano pratici del paese nel fuggire dalla città sepperò eludere tutta la vigilanza dei contrari, in modo che questi ignoravano pienamente l’avvenuta diserzione. Il Governatore esercitato negli stratagemmi di guerra, servendosi di alcuni abiti esistenti nel Forte, faceva nella muta delle sentinelle cambiare ad essi di divisa, per forma che il nemico risguardando coi cannocchiali pensasse vi fossero molti Reggimenti rinserrati. Addì 31 Maggio sospinti da ira e da collera i francesi, per aver perduti inutilmente circa settecento uomini: assalivano la città e la prendevano di assalto, e niuno ostacolo trovandovi mettevano le case a sacco, e sangue correva per tutte le strade; veniva da essi ucciso il generoso Vasches e fin sotto il castello si cacciavano; e se valore e rabbia dall’una parte era, intrepidezza e costanza dall’altra non cessava. Il Wade quantunque vedesse l’inimico padrone del paese, e rotti i parapetti del Forte, rovesciati i rivestimenti, le batterie scavalcate, le case diroccate, in penuria estrema di ogni maniera d’approvigionamento, pur non domabile, non sapeva ancora deliberarsi alla resa, anzi raccolti i pochi Uffiziali, che dalla strage erano campali, loro parlava in questi modi: «Miei generosi compagni d'armi, eccoci già vicini al termine della gloriosa carriera, che con tanti disagi e pericoli abbiamo percorsa. Non potendo più oltre difendere il castello contro un potente nemico messo nella città, è imminente la decisione della nostra sorte. Prima di farvi parola della nostra situazione, mi è grato il rendervi testimonianza della mia piena soddisfazione per tanta bravura, e ve ne presentò i più alti elogi. Per ciascun di voi, la vostra gloria militare è giunta al suo colmo. Dall’altro canto riesce assai doloroso al mio cuore, che in vece di annunziarvi ricompense dovute a tanta virtù, debba esporre alla vostra considerazione, che dobbiamo prepararci a più duri trattamenti dalla parte nemica. Inasprite le genti di Francia per le gravi loro perdite, sdegnati per la nostra virile resistenza, conoscendo che ora non più abili siamo a contrastar loro, certo prendere vorranno il castello per forza d’armi. In questa dura posizione è in noi la scelta di perire quasi invendicati, o di lasciare una eterna memoria di noi. Non potendo più difendere questi avanzi di mura, sarà cosa degna il morire sotto le loro rovine; sicché mettiamo la polvere che ci avanza sotto la breccia, e quando i francesi a sanguinoso assalto correranno, noi con le spade in mano cacciamoci a loro incontro, e mentre combattiamo, dato fuoco alla mina, trovino essi pure insieme con noi la morte».

A sì focose parole tutti concordemente quei valorosi altro non risposero, se non che bisognava da prima dimandare al nemico onorevolissimi capitoli di resa, e che negati questi erano tutti decisi a correre all’ultimo combattimento, e pronti a dar fuoco alla mina. Venivano per ciò proposti i patti da Pardi uffiziale Aiutante maggiore di quella Piazza, ed il Comandante francese non credendo a tal estremità la Piazza ridotta, sottoscriveva «di uscire libero il presidio con armi, bagaglio, micce accese, suoni di tamburi, e bandiere spiegate in sino allo spalto, in dove deposte le armi passare potesse il presidio tutto intero, se il volesse, oltre il Faro». Splendeva il 22 Maggio, la invitta guarnigione. ridotta ad undici artiglieri, e dieci soldati, a otto uffiziali oltre il valoroso Capitano, usciva dal Forte sfilando col contegno del trionfo innanti ai francesi. Era commovente ed onoranda quella vista per i napolitani, acerbissima ed obbrobriosa per i francesi; costoro indispettiti di osservare tanta gloria in soli trenta uomini, che immensi disagi ed accanita strage avevano loro cagionato per ben quattro mesi di ostinata difesa, riguardavano come insulto il vedere il regio drappello in mano di un cieco e vecchio soldato condotto da un suo commilitone, che a secondo i patti doveva loro essere consegnato; e chiestone la ragione al Wade; questi con nobile fierezza rispose: «tutti volemmo sottrarci all’onta di dare in vostra mano quella bandiera, che abbiamo, fino a che il potemmo, col nostro sangue difesa; epperò fu deputato a così spiacevole atto, uno che privo degli occhi, veder non potesse l’amaro sogghigno del vincitore: e quell’onorando vessillo venne quindi trasmesso nelle mani de’ francesi.

Ogni soldato nobile di animo avrebbe ammirato e recat’onore a quegl’invitti; ma non così fece il Generale Frègeville Capo degli assediami, che avendo dimandato a Wade ove fosse la sua guarnigione, ed avutone in risposta che non aveva altra gente di quella ch'ei vedeva, lacero con ira i capitoli della resa, e «mai non credetti disse con iscortese baldanza «che avessi avuto a patteggiare con un brigante». E da vilissimo brigante, mandò sotto buona scorta di dragoni Wade in Pescara a piedi; dalla qual città il Generale Ottavi italiano, che meglio del Frégeville seppe onorare nel nemico la virtù ed il valore, fece ogni suo potere onde fosse scortato sciolto al luogo deputato alla prigionia. E dolenti pel pensiero che, pur doveva essere un giorno messo nella Storia l’assedio di Civitella, che in qualche maniera potrebbe agguagliare quelli di Ulma e di Mantova, i francesi dimentichi dell’onorevole modo col quale furono trattati i loro Governatori di vinte Piazze Scherer Latour-Foissac, Fiorella, Bechaud, Gardanne, Gast, Clément, fecero, che ih Wade anche un sì lungo cammino vilmente menasse a piedi, non somministrandogli altro cibo se non bruno pane, e pochi risi o fave; gli volevano anche togliere la vita, ma più così il rendevano chiaro e glorioso: ed allorché il Wade si trovava prigione nella cittadella di Torino, il Comandante di essa Maresciallo Menou, vilissimo rinnegato, ponendogli a colpa l’aver valorosamente combattuto, rapporto al Ministro in Parigi, perché fosse come reo giudicato da un tribunale militare: ma non pertanto quel Ministro Clarke irlandese, statuì mandarlo anche a Nimes, ove vi stavano altri prigionieri, e fra questi gli uffiziali che avevano militato in Civitella sotto di lui, essendo stati mandati i soldati in Alessandria. Rimasto otto anni Wade colà, nego più volte di servire, fosse anche da Generale, sotto le aquile di quell’Impero, anteponendo l’onore all’ambizione ed alla fellonìa la fede. Che se per altri esempi non si conoscesse qual cosa fosse la fortezza d’animo nell’avversa fortuna, a dimostrarlo basterebbe pur solo questo nostro illustre prigioniero, e quei suoi uffiziali, i quali fermi come il Wade non vollero rinnegare il giuramento dato, talché da Napoleone istesso, lodi ed encomi ne riscossero: qual cosa gli produsse, che alla ricomposizione delle politiche perturbazioni Re Ferdinando dono all’impavido Wade una pensione di seicento ducati annui, e rimeritò di larghe ricompense gli uffiziali, i soldati e cittadini, che avevano fortemente sostenuto l’assedio; ordinando ancora che sulla porta di quella rocca, posta fosse la seguente iscrizione che facesse noto ai futuri quella ferma difesa, ed il nome prestantissimo del Comandante.


MEMORIAE POSTERITATIS

LAPIS HIC COMMENDAT

FORTITUDINEM VIRTUTEMQUE BÈLLICAM

CIVIUM TRUENTINORUM

QUI ANNO MDCCCVI

CUM PARVA MANU MILITUM PRAESIDIARIORUM

DUCE MATTHAEO WADE ARCIS PRAEFECTO

PATRIAE PROPUGNATIONE SUSCEPTA

IMPETUM GALLORUM

MAGNIS COPIIS GRAVIQUE OBSIDIONE

CASTRUM PREMENTTUM

PER IIII. MENSES

SINGULARI FIDELITATIS EXEMPLO

SUST1NUERUNT.


E noi per non porre in obblio i nomi di quelli uffiziali nostri connazionali, che per tanta impresa al Wade strettamente si unirono, diremo essere essi un Salomone, un Sanguan, un Fontana, l’anzi detto Pardi, un Marcellosi, un Solimena e due fratelli Sebastiani. E la maestà di Francesco I. poscia, secondando il desiderio del suo augusto figliuolo, allora principe della gioventù, ed oggi nostro amatissimo Sovrano, con magnanima munificenza comando che fosse eretto in Civitella un cenotafio che onorasse il valore e la fede di quelli egregi difensori, ed alla fede pure ed al valore accendesse gli animi delle milizie napolitane; e fa dieci anni che vedesi collocato tra quei vetusti armati merli, saldi testimoni della virtù e del valore di prodi napolitani.

XXIII. Arrivava il mese di Giugno quasi al suo termine, e la Corte di Sicilia sempre crescenti notizie aveva, che la condotta del Governo militare di Napoli aumentava il numero de suoi nemici, ed in vari punti si riunivano questi, talché le squadre francesi percorrendo le terre della Calabria che avean prese o prendevan le armi in difesa del legittimo Governo portandovi guerra, danni e terrori, aizzavano quelle popolazioni contro del medesimo in questo tempo medesimo una gran parte dell’esercito di Francia occupato all’assedio di Gaeta si teneva, dappoiché la guarnigione rinforzata da Sicilia si difendeva determinatamente, ed il di lei comandante Principe di Hassia Philipstall, se non con intelligenza e perizia di un buono ingegniere ne regolava la difesa; l’esempio però donava di porre in disprezzo i pericoli, e deciso era a seppellirsi sotto le rovine della Piazza piuttosto che renderla, prima che l’ultimo cannone smontato fosse, e la breccia largamente praticabile' Per queste cose giudicava Sidney Smith, ed il Re Ferdinando lo approvava, essere quello opportuno e propizio momento di fare sbarco nel continente, e tentare se si potesse così, per la seconda volta, il riconquisto del Regno. Tal idee trovate possibili da Lord Stuart, lo risolverono ad eseguire una spedizione sulle coste calabresi. Compiuti i necessari preparativi, sciolse questa le vele dal porto di Messina nel primo di quel Luglio: la flotta di Sidney e tutte le barche armate siciliane, che si erano potute raccogliere sbarcarono senza incontrare ostacoli, in faccia al villaggio fabbricato sulle rovine di Sant’Eufemia, quattro mila ed ottocento inglesi e tremila e più siciliani o napolitani. Il Capo Faticano nascondendo ai posti francesi, collocati lungo quella costa, il movimento della flotta, le fregate ed i vascelli poterono abbordare la spiaggia a mezzo tiro di cannone: la scelta di questo punto non era utile soltanto per lo sbarco, ma per potere eziandio, stante la vicinanza di Nicastro, trasferirsi con una sola marcia a Catanzaro, intercidere la comunicazione fra le due provincie, ed isolare il Corpo di Reynier nella Calabria ulteriore. A Stuart, dopo eseguito lo sbarco, pervenne notizia, che Reynier con un corpo di quattromila e cinquecento fanti tra francesi e svizzeri, un reggimento di cacciatori a cavallo polacco, ed una batteria di artiglieria leggiera si teneva postato a Maida, terra distante circa undici miglia dal mare: udiva al tempo stesso, che un novello corpo di tremila uomini accorreva in soccorso di Reynier perciocché la nuova della venuta degl’inglesi, già nei dintorni andava spargendosi; quindi Stuart che destro e saggio Capitano era, deliberava di assaltare il nemico, prima che il soccorso con esso lui congiunto si fosse, e per ciò verso d’esso traeva la marcia. Erano le genti francesi situate sul pendio di una collina boscata sotto il villaggio di Maida soprastante alla pianura di Sant’Eufemia venendo assicurati i di loco fianchi da folte selvi; scorreva innanzi di essi il fiume Amalo, che sebbene in ogni luogo guadoso, tuttavia per aver le sue rive di paludi ingombre, difficile assai rende il passo a chi traversarlo vuole: sulla destra sponda di quel. fiume istesso giunti erano gli anglo siculi.

Forte, come si vede, era questo sito occupato da Reynier, ed atto sarebbe stato ad attendere l’inimico, più che a lasciarlo; ma Reynier o nel proprio valore troppo confidando, o ai quello del nemico giudicandone debolmente, nel giorno sei di Luglio a calare dalla collina consentì, a varcare il fiume e ad innoltrarsi nella pianura per attaccare il nemico; forse a questo partito il mosse, lo avere con se quella cavalleria, della quale arma gl’inglesi mancavano affatto; o pure avido di vendetta, perché egli in Egitto combattendo contro Stuart ebbe mala fortuna, perciò sperava forse esserne ristorato in Calabria. Si faceva dalla sua parte molto lentamente avanti la truppa di Stuart, ed incominciavasi la battaglia: l’ala destra dei coalizzati composta tutta di siciliani si teneva la più prossima ai francesi, perché seguendo la configurazione del fiume, erano questi poco più innanti del centro e della sinistra; una numerosa quantità di bersaglieri vantaggiosamente postati in un piccolo bosco e nelle macchie, che guarniscono la sponda destra del fiume fecero maestrevolmente il loro debito. I francesi, e propriamente la gente comandata dal Generale Compère, ch’era la vanguardia di Reynier, varcato l'Amato, credendo di andare a facile e sicura vittoria, stupefatti restarono all’inopinato fuoco dei bersaglieri contrari, non pertanto andarono ancora innanti: vivi incalzavano i francesi, stabili rimanevano i contrari; ma gli anglo siculi con la loro fermezza facendo al nemico forte impressione lo scoraggiarono, quindi incominciò a piegare; i siciliani avanzatisi allora contro Compère, e furiosamente assalitolo, ne mandarono in piena sconfitta tutta la sua intera brigata. I fuggitivi urtarono con tanto accecamento e disordine nelle schiere consecutive di Reynier, occupate a traversare il fiume, che seminarono pure fra mezzo ad esse lo scompiglio e la confusione; ne trassero immediatamente partito i siciliani, per investire di bel nuovo con ardore gli oscillanti battaglioni francesi; dopo un breve menar di mani, cominciò la sinistra di questa a piegare, quindi la destra il centro sopravanzato indietreggio pur esso; si sostenne alquanto, ma termino col rimanere abbattuto e scomposto: la fanteria francese spezzata e per gruppi, correva alla rinfusa a rifuggiarsi dietro la cavalleria, la quale fu da Reynier fatta avanzare per ristorare la fortuna attaccando la truppa siciliana; quest’accolse imperturbabilmente ed a piè fermo la carica francese, salmeggio da vicino con moschetteria ed artiglieria i cavalieri nemici, e recò loro sì grave danno, che più precipitosi in rotta ne andarono dei loro fanti. Si pruovava allora Reynier, per non darsi per vinto, di riorganizzare di bel nuovo i suoi cavalli e mandarli per la seconda volta alla carica, ma invece di attaccare di fronte ingiungeva a quelli di girare la punta dei contrari ed urtarla di fianco od alle spalle, e romperla: pericolosa per gli anglo-siculi divenne allora la battaglia, poiché già la nemica cavalleria, piena di rabbia per la già ricevuta rotta, circoivagli, quando un reggimento scozzese arrivato alla parte attaccata, mandato appositamente a sostenerla, postosi innanzi ad un rialto per non lasciarsi alle spalle percuotere, fece fronte ai cavalli, e tanto fu il suo fuoco e sì bene ordinato che non solo l'impeto' di essi arresto, ma ancora alla ritirata gli costrinse più rotti che prima; aggiungi che nel trambusto della mischia una intera razza ai cavalli che del Principe di Granito era, sbigottitasi dallo spesseggiare dei vicini colpi, uscendo dai suoi limiti, nelle file della cavalleria francese si frammise, e seco con essa nella precipitosa ritirata investì la rotta fanteria, e contribuì così ancora al pieno disordine di quelli. Dopo questo successo le genti francesi scomposta tutte e sbaragliate in fuga precipitosa si posero, ciascuno salute cercando nella sua velocipede agilità; e senza ordine 0 norma, come meglio avvisava, si ridusse sopra i monti di Nicastro e di Tiriolo. Gl’inseguirono i coalizzati per qualche tratto, ma come mancanti di cavalleria non poterono conseguire quei successi che erano da sperarsi quando questa vi fosse stata.

Morirono dei francesi settecento, duemila vennero in potere dei vincitori parte sul campo di battaglia, parte nei luoghi convicini ove ridotti si erano i bagagli al i cannoni di essi anche divennero prezzo dell’impresa per gli anglo siculi; orno massimamente la vittoria la prigionia del Generale Compère ferito in una coscia, quel desso, come da taluno è stato detto, che risolver fece Reynier ad abbandonare la posizione tenuta. Cagiono a Stuart quest’azione un contento indicibile, per aver riportato uri secondo trionfo sopra di Reynier.

XXIV. Le notizie dello sbarco degl’inglesi, e quelle della vittoria di Maida, furono il segnale. per i calabresi della completa rivolta: contro gli occupatori militari; suonarono a stormo tutte le campane dei villaggi, sventolarono sui campanili le bandiere borboniane, numerosi drappelli d’armati accorsero ad unirsi alle truppe anglo sicule; in somma l’insurrezione in Calabria divenne universale, ed il grido di morte ai francesiVerdier che comandava in quella provincia trovandosi in Cosenza con mille e cinquecento uomini fu assalito dalle masse insorte, e battuto e discaccialo, ritirar si dovette sopra Tarsia e Gassano, ove non potè penetrare, che in mezzo ad una grandine di fucilate, che dalle case e dalle coline, e da ogni parte sopra di lui scagliavansi. accompagnato in tal guisa fino a Matera capoluogo della Basilicata, giunse quivi a stento a ristorarsi, dopo aver perduto la metà delle sue truppe, restando l’altra assai malconcia. Ma né questi, né Reynier sarebbersi forse condotti in luogo di sicurezza, senza gli aiuti del Generale Pignatelli Strongoli comandante in Basilicata, il quale come già vedemmo seguitando nella sua attività fu cagione della salvezza di essi; non potè Reynier raccozzare i scheletri dei suoi battaglioni se non a stento in Catanzaro, perché senza posa molestato, contrariato in ogni passo e stretto in ogni momento. Per queste cose fu abbastanza fortunato, per giungere ai suo destino senza sventure, il latore del rapporto dell’avvenimento di Sant’Eufemia, che Reynier mandò a Giuseppe Bonaparte. Il Generale Stuart }persuaso intanto che la sollevazione generale delle Calabrie avrebbe costretto il suo antagonista ad evacuarle, non sì curo troppo d’inseguirlo, ma in vece ne affido l'incarico ai medesimi calabresi. Bramoso il Duce inglese d? impadronirsi dei forti di Scilla e di Reggio, che replicato avevano negativamente alle reiterate sue intimazioni, rivolse piuttosto le sue truppe alle loro espugnazioni, le quali furono menate a buon successo con faciltà, come verrà detto, più per Scilla, che per Reggio. Poteva Stuart avanzarsi come la lava del Vesuvio, ed in modo più facile di quello che Ruffo precedentemente fatto aveva; poteva egli abbattere ogni opposizione, farsi seguire in massa dalla maggior parte della popolazione, facilitare e dirigere l’impeto delle masse ed avere trionfi decisi; poteva egli in fine dare il crollo alla mal ferma dominazione francese, se arditamente e celeramente marciato avesse alla volta della Capitale ove tal’era la trepidanza dei nuovi dominatori, che fu posto il partito se convenisse rannodare tutto l’esercito negli Abruzzi per aspettare soccorsi dalla Francia ma non avendo egli alcun piano determinato, le circostanze non seppero tampoco farlo risolvere ad adottarne uno ad esso coerente: perduto il momento opportuno, facile non era così, che ei sapesse nuovamente incontrarlo. Vari furono i motivi prodotti per giustificare il trattenersi dell’armata anglo sicula Sull’Amato dopo la battaglia di Sant’Eufemia; ma tutti esaminati, due sembrano i più essenziali. Primieramente il Gabinetto di S. James trattando sotto del ministero Fox della pace con la Francia, ordinato aveva al Generale Stuart di sospendere la spedizione contro il Regno di Napoli? ordine che gli pervenne dopo eseguito Io sbarco. Un caso naturale, che Stuart avrebbe potuto evitare formava l’altro motivo: l’atmosfera delle marine di Sant’Eufemia alla paludosa foce del fiume Amato, è nella stagione estiva una delle più pestilenziali dei climi meridionali; l’essere stato a campo l’esercito anglo-siculo per più giorni in quelle insalubri lande, fece ammalare la maggior parte degli uomini, e li ridusse tutti in talentato di debolezza, che non è esagerazione il dire, che quei coalizzati cercar dovevano l’ospedale piuttosto che un nuovo campo di gloria.

risuono in ogni parte. I militari isolati, i piccoli posti destinati a mantenere aperte le comunicazioni, e formare la linea di corrispondenza, in ogni luogo assaliti, furono nel massimo numero trucidati: gli artisti, i manifattori abbandonavano le loro officine; i pastori le loro greggi per armarsi e correre a combattere l’odiato invasore. Ma la rivolta maggiore nella Citra Calabria era ed il Generale

In questo tempo giunsero a Reynier tre mila uomini di rinforzo, quelli di cui se n’è fatta parola precedentemente; tale soccorso, che avrebbe senza alcun fallo subito la sorte medesima del resto dell’esercito francese, qualora Stuart avesse col necessario vigore agito, servì in vece a porgere nuova Iena e coraggio ad esso, ed a’ suoi partitanti, noti che a rianimarli nelle loro speranze. Nell’istesso tempo pervenne a Reynier il riscontro del testé enunciato rapporto, inviato a Giuseppe; e se quel foglio primitiva pervenuto era facilmente al suo destino, non con altrettanta faciltà giungere ne potè a Reynier la risposta, ora che le comunicazioni tutte con la Capitale gli erano rigorosamente intercise. Per fare che quel foglio giungesse fu duopo che Giuseppe spedisse a Taranto i suoi ordini, onde di là inviati fossero per la via di mare su qualche punto della costa calabrese, tuttora occupata dalle truppe inglesi: in tal guisa quella lettera dopo mille pericoli pervenne fino a Cotrone; l'uffiziale polacco che in quella città comandava bloccato lui pure dagl’insorgenti, non sapeva come inviare fino al Corpo di Reynier quello importante dispaccio; nella sua perplessità dissugellatolo, e conosciutone l'importanza focene quattro copie, consegnandone ciascheduna di essa separatamente a quattro differenti affidati; questi travestili in modo diverso ed ignari l'uno dell’altro, seguendo dei sentieri nascosti e solitari per, varie direzioni si rivolsero a Catanzaro luogo ove Reynier stazionava allora; un solo tra essi ebbè la sorto di sfuggire alla vigilanza dei suoi concittadini e di adempiere la ricevuta commissione. Era in quel foglio ordinato: «Ritirarsi Reynier da Catanzaro a Cassano per attendervi il Maresciallo Masseria, il quale tosto, che la presa di Gaeta avesse avuta termine, si sarebbe messo in marcia col suo corpo di armata ()».

XXV. Le numerose bande di borboniani, non avendo un Capo generale, che ne riunisse la direzione, non seppero abbastanza contrariare il movimento retrogrado di Reynier, quantunque però lo inseguissero e tributassero con continuo fucilamento fino a Cottone: quivi fece quel Generale prendere alte sue truppe un breve respiro, ed avendo perduto tutt’i mezzi di trasporto a lui stati tolti insieme ai bagagli dai calabresi; fu costretto di abbandonare in quella Città i suoi ammalati e feriti, sotto la custodia di una guarnigione: appena Reynier se ne fu allontanato assediarono i calabresi la città e costrinsero il presidio a capitolare ed a rendersi a discrezione. Il Generale francese proseguendo intanto a ritirarsi con tutta quella rapidità, che la necessità di procacciarsi dei viveri poteva permettergli, giunse al villaggio di Strangoli, ove chiese delle vettovaglie; ma avendone questo rifiutato il somministrargliene, ordinò Reynier di metterlo alle fiamme; gli abitanti si opposero, epperò ne nacque un sanguinoso conflitto ove i francesi perdettero non poca gente, ma riuscì loro d’incendiare il paese. Sperava Reynier con un tale atto di rigore rendere più timide le popolazioni. Infatti la città di Ciro sita a poca distanza dall'arso villaggio, affrettossi ad offrire a quelle truppe tutto ciò che le fu richiesto: questa condotta, consigliata dal timore, increbbe in modo tale agli altri popoli circonvicini, che appena i francesi si allontanarono corsero a devastare le terre dei Ciresi chiamandoli vili e traditori, e permettendosi i più riprovevoli eccessi. I francesi dal canto loro irritati contro uomini, che a nessun modo potevangli soffrire, allorché posizionati si trovavano saccheggiavano ed ardevano tutte le terre, che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e niun rispetto avendo al sesso, ed alla età. In molti luoghi, come accader suole in tutte le popolari sommosse, dall’inveire contro i nemici, i calabresi stessi alla persecuzione dei proprietari loro concittadini passarono, e molti perché ricchi saccheggiati furono come giacobini. Ma conviene sovvenirsi, che in mezzo a quella numerosa riunione d’uomini armati e senza disciplina, eranvi promiscui dei banditi, delle persone cariche di delitti; quindi una riunione, ed un amalgama di buoni e di pessimi. Tali atti di ribalderia ebbero audacia di estenderli fino al campo inglese, in dove Stuart fu costretto mandare a morte tutti quelli tra essi pervenuti per, rapinare e saccheggiare il campo. Questa primitiva disposizione del Duce inglese fu seguita da una seconda mollo più conveniente; informato esso, che dai sollevati commettevatisi contro i francesi che cadevano nelle loro mani eccessi estraordinari, mandò fuori un bando, nel quale ordinava ai regi di desistere dai massacri, promettendo dieci ducati per ciaschedun soldato, e quindici per ogni ufficiale, che fossero dagli abitanti sani e salvi condotti al suo Quartier generale; misura siffatta fu cagione di salvezza per molli individui dell’armata francese.

Proseguiva frattanto Reynier la sua ritirata, circondato da mille pericoli, che ad ogni passo rinnovavagli gli avversari; in Rossano però ebbe egli dei viveri, e la più parte della popolazione mostrossi alla bandiera sua obbediente. Non così gli avvenne nelle comuni di Atri, S. Demetrio ed in altri piccoli paesi, poiché i terrazzani di quei luoghi unironsi tutti in Corigliano per opporsi all’ingresso di Reynier, qualora tentar volesse nella sua marcia retrograda il penetrare in quel luogo. Questo Generale avendo infatti spedito alla comune del paese la solita cedola requisitoria, la comune scrisse per risposta in calce di quel foglio venite a prenderla. Conosciutasi da Reynier non essere quella, che una piccola e turbolente riunione da nessun Capo guidata, ed affidata alla speranza di lontani soccorsi, tenne per facile discioglierla, e combattendola porgere cosi alle altre popolazioni un clamoroso esempio. Dette egli pertanto l'ordine ad un reggimento di fanti di circondare le alture che il paese dominano e discacciarne i terrazzani nel momento stesso, che il rimanente della colonna marcerebbe contro la città: riuscì il primo nell’affidatoli incarico, ma la seconda pervenuta quasi senza opposizione fino alle prime case, si trovò accolta di repente da una così fiera scarica, che uccisele circa cinquanta nomini, e scomposti quelli che le venivano appresso la obbligo a retrocedere disordinatamente. Ricompose alla meglio il Generale francese le sue schiere, ed attese dall’inesperienza dei suoi nemici quel trionfo, che ottener non poteva dalla propria forza: infatti i terrazzani incoraggiati dalla presa fuga dei francesi uscirono precipitosi dai loro ripari, ed alla rinfusa si dettero ad inseguirli nella pianura. Reynier traendo profitto opportunamente di quel disordinato contegno, lanciò contro loro il nono dei Cacciatori, che caricandoli improvvisamente ne massacrò un buon numero e disperse gli altri per le montagne. In siffatto tempo fortunato la fanteria francese rincorata a vicenda dall'esito nato della carica dei cacciatori, riprese ardire, e volta la faccia al nemico, corse col passo di carica in Corigliano, e trovatolo senza difesa vi penetrò e saccheggiò da cima a fondo tutte le abitazioni, indi lo diede in preda alla fiamme: i soldati francesi raccolsero un immenso bottino; in una sola casa trovarono essi un deposito di ottanta mila ducati.

Finalmente la truppa di Reynier sdrucita, spossata ed abbattuta delle continue marcie dai disagi, dalle perdite e dai consecutivi combattimenti pervenne a Cassano, dove trincerandosi con tutta la possibile cura e diligenza prese stanza e riposo. Quivi venne a rannodarsi la piccola divisione di Verdier, ed entrambe si posero in comunicazione col Generale Pignatelli Strangoli, combinando seco lui un piano di guerra di difesa, fintantoché i rinforzi, che loro si promettevano da Napoli fossero, venuti a raggiungerli.

XXVI. Allorché siffattamente si mantenevano gli affari dei francesi nelle orientali provincie del Regno i sollevati borboniani fatti padroni delle coste del Tirreno estendevano ampiamente la radice della insurrezione fin sotto Salerno, posizionandosi a 20 miglia di distanza da quella città e per esso a 50 dalla Capitale: si alloggiavano questi nei siti principali, d’onde comunicando con gl’inglesi nel mare, che in ciò si mostravano attivissimi, e da loro ricevendo armi e munizioni le tramandavano nell’interno del paese, somministrando così continua esca a quel continuo incendio. Amantea, Scalea V. Isola di Dina sulle coste della Calabria, citeriore erano tenute dai ferdinandiani; Maratea, Sapea, Camerota, Palinuro, ed altre terre del golfo di Policastro a loro parimenti obbedivano. Molti distaccamenti francesi e polacchi erano stati, fatti a pezzi lungo le pubbliche strade: la divisa del nemico, la differenza delle opinioni, segnale e rano di uccisione: queste cose avevano origine dal perché Smith studiava tutte le più minute occasioni per suscitar danni ai nemici della sua patria.

Per dare una idea della guerra micidialissima che a tal tempo, in quelle estreme provincie del Regno, si faceva dai napolitani ai francesi, e da questi a quelli; per dimostrare il coraggio e l’entusiasmo delle due opposte parti, citeremo alcuni dei fatti accaduti nei mesi di Giugno e di Luglio del 1806 prendendoli alla ventura sopra tanti e tanti che abbiamo sott’occhio, e che per brevità tralasciamo.

Io non ignoro, che i dettagli e le minuzie, allorché sono isolate, recano noia; ma ritengo per cosa certa ed incontrastabile, che quando dall’intelligenza dei lettori sanno essi associarsi a dei grandi rapporti a delle idee d’ordine o di dovere, esser ponno altresì origine di molti e sublimi pensieri, da risvegliare il sentimento della nostra grandezza e della nostra dignità. Io so, che v’ha taluno tra nostri concittadini, testimone ed attore di quelle terribili guerre, che va tessendo delle memorie molto estese intorno ad un periodo così interessarne e glorioso per i napoletani, io lascio ad esso la cura di far comparire nel loro vero splendore una folla di azioni onorevoli, le quali potranno certamente presentarsi come luminose e vittoriose, in opposizione di quelle calunnie addossate a noi dai nostri detrattori. Pure onde rendere pago quel sentimento di curiosità che fornito esser deve ogni lettore di cose patrie, io dirò, che resi audaci maggiormente i calabresi dai successi felici fin'allora ottenuti contro i francesi, si recarono ai primi di Giugno ad. attaccarli nella posizione da essi occupata a Rocca Imperiale; dopo averli a viva forza discacciati e costretti a rinserrarsi nel Forte, che lasciarono bloccato, si rivolsero i calabresi a percorrere quei luoghi, ove era loro sembrato che gli abitanti favorito avessero la causa dei nemici; queste minaccie e degli eccessi partoriti da esse, avevano ridotte alcune popolazioni ad armarsi ed organizzarsi in guardie nazionali e ad associarsi alla causa francese. Trasse tosto profitto il governo di Giuseppe di tali disposizioni per aumentare le proprie forze, componendo delle colonne mobili formata per due terzi di guardie nazionali, ed il residuo ai gente francese o italiana: erano esse incaricate di percorrere i circonvicini territori, onde discacciarne le bande reali che gli occupavano.

Due di queste colonne comandate dai Colonnelli Belletti e Gentile attaccarono nel 16 Giugno nello Stato di Cuccaro le bande regie di M. Ludovicì, di A. Suriotti, di Rocco Sternuti, di Vincenzo Costa e di Guariglia, erano queste vantaggiosamente postate sulle alture che avevano guarnite di trinceramenti, di barricati e di altre difese dietro alle quali reputavansi inespugnabili: i due suddetti Colonnelli dopo aver esaminati i luoghi, attaccarono sul far del giorno 17 i contrari. Converrebbe ignorare affatto la cruda ferocia, con cui si combatte nelle civili guerre, per non immaginarsi la lunghezza e l’ostinazione della pugna; è appunto in queste fazioni sciaguratissime, che l’equilibrio posto dal clima, dall’educazione e dalla natura dei luoghi nella forza fisica e morale dei combattenti, allontanando dalle loro fantasie suscettibili, ogni gigantesca illusione, ne lascia si netto l’odio, la rabbia e la coscienza della propria forza: costituite le due masse combattenti in circostanze eguali, mono che nella militale disciplina, ottennero la vittoria, dopo sette ore di accanito contrasto, quelle, che possedevano un tal vantaggio, scomposte quelle bandi, furono da Bellelli e Gentili inseguite senza riposo. Nel dì 22 trasferironsi i due Colonnelli a S. Mango, ove sapevano avere il capo di quel paese suscitato il popolo alla rivolta: accadde pur qui un nuovo fatto sanguinoso con esito felice delle truppe regolarizzate. La colonna vittoriosa proseguir, il giorno 23 la sua marcia sopra S. Mauro ov’erasi ritirato il Capo banda Guariglia dopo l’azione del giorno 16 insieme a tutti quelli ch'erano ad esso rimasti uniti: conosciuto a questo capo l’avvicinamento ed i successi delle truppe regolarizzate, si ritrasse al mare. Marciarono esse allora il giorno 24 alla volta di Ceraso rinforzate da alcune compagnie di cacciatori Corsia Scoppiata contemporaneamente altra insurrezione nel comune di Terra Dura e vicini villaggi, si mise in marcia per quel sito a tutta possa il Colonnello Gentile alla testa dei Corsi; rapido ne fu il movimento intrapreso da Capaccio; la maggior parte degli abitami erasi armata, aveva presa la rossa coccarda e stava preparata a ricevere imperturbabilmente il partito avverso; quando preso da maggiore urgenza diverse il cammino e si congiunse novellamente il Gentile al Bellelli per recarsi entrambi a Rocca d’Aspide, ed a Piaggine ove si tenevano riunite le masse più numerose dei borboniani di quei luoghi; essi le incontrarono lungo la via dirette a combatterli, i Corsi ed i napolitani di Giuseppe, formatisi in colonna serrata, marciarono ad assalire le bande avverse; queste ritiratesi sulle alture, studiarono danneggiarli con vivissime scariche, talché quella disposizione di manovra delle genti di Giuseppe non servì che ad essere più comodo bersaglio alle scariche dei regi, epperò grande esterminio di quelli in tal fazione vi fu: la notte diede termine alla strage. Il dì 25 il capo banda Guariglia, che colla sua truppa era stato raccolto dalla crociera Anglo-sicula, sbarco verso sera presso Agropoli con un centinaio di satelliti, e si diresse alla volta di Eboli. Un distaccamento di Corsi aumentato da molti volontari della guardia nazionale, corse ad' incontrare il Guariglia, il quale dopo asprissima resistenza fu vinto. I prigionieri raccolti in questa occasione tradotti nelle prigioni di Capaccio, vennero poco da poi archibugiati. Ma queste misure estreme, a nulla valevano, poiché dissipati e battuti gli avversi ai francesi in un luogo, come le teste dell’Idra, comparivano più audaci ed irritati in un altro, tanto era l’animosità portata a quelli occupatati, e la decisione nella difesa del Sovrano legittimo.

XXVII. Il lettore non avrà obliato, come i borboniani costretto avessero i francesi a rinchiudersi nel castello di. Rocca Imperiale. Aspirando essi attualmente alla gloria della di lui espugnazione, eransi intorno ad esso accampate alcune delle principali guerriglie, dei limitrofi paesi; mentre munite di due piccoli cannoni, battevano queste il castello, come, già dicemmo, percorrevano altre i circonvicini luoghi, sorprendendo, attaccando e massacrando spesso i posti franco-napolitani, o quei corpi, che colà si dirigevano per recare soccorsi agii assediati. L’utilità del possesso di Rocca Imperiale, la liberatone del presidio, che la guarniva, e la necessità di reprimere l’audacia sempre crescente delle dette bande, fecer sì che il Generale Ventimiglia, il Colonnello Henry e l’altro Belletti combinassero per differenti direzioni di recarsi in soccorso dell’assediato castello: le loro, marcie furono concertate in modo, che le tre colonne pervennero quasi contemporaneamente sul luogo. Fatta accorta la guarnigione del sopraggiunto soccorso, uscì pur essa dal ’orte, e piombò a gara con i nuovi venuti sulle bande borboniane. Assalite queste, in tal modo impensato, da per ogni parte, non si mostrarono punto atterrite, anzi conservando un ordine ed una fermezza sorprendente venderono molto a caro prezzo la vittoria, Malmenate, profittarono delle tenebre per mettersi in salvo, lasciando in balia dei nemici i luoghi assai guasti, una bandiera e dite cannoni. Non si erano appena i borboniani radunati alla Polla che arrivò loro addosso una grossa schiera di truppe di Giuseppe; questa volta essi non si batterono per ottener la vittoria, ma bensì per la libertà e per la vendetta, danneggiando il nemico in tutt'i sensi ed in ogni possibile maniera: infatti come se stati fossero essi diretti da un Capo intelligente ed agguerrito, non perderemo palmo di terra, che inaffiato non fosse dal sangue egli aggressori; il massimo ordine regno in meno alla loro retrocessione, e gli stessi, nemici ammirarono il buon talento messo nelle disposizioni, e l'esattezza dell’eseguimento: Castelluccio, Casalnuovo, Castel Saraceno, Scerni, tutti luoghi ov’essi tentarono e si ostinarono a tener testa, conservarono per lunga pezza le traccie del disperato loro valore: ciò prova, che il timore del pericolo o un nome vano, allora quando si combatte perla patria, per i figli, e per la legittima dinastia.

Una mano di regi si teneva fra Sicignano e Controne, ingannati dall’evoluzioni dei francesi, e discordi in principio di opinione fra loro, quantunque cadessero in una prima insidia, non disperarono di ristorare la loro sorte. Ritiratisi disordinatamente in Sicignano, e quivi dai francesi inseguiti, malgrado che le fiamme incendessero quel paese, sovvenuti dagli abitanti di ogni età e di ogni sesso, si volsero ad. una disperate difesa. Le campane, che per ogni dove suonavano a stormo, misero in aumento anche ben presto il loro numero, così migliorandosi la loro condizione, la strage divenne più grande il fiume Calore nel quale cadevano i cadaveri dell’una e dell’altra, parte tornò a macchiarsi di sangue. Non pochi religiosi, guidati dal vero e santo amore di patria, animavano colle parole e cogli esempi alla fermezza ed al coraggio; una fiamma divina sembrava lampeggiasse sulle loro fronti, e rapida volasse quale scintilla elettrica ad accendere la mente, il cuore ed il braccio dei più resti: le voci da essi pronunziate altamente di libertà dallo straniero, o morte erano altrettanti irresistibili eccitamenti, che' scendendo dall’orecchio al cuore di quei popoli, li spingevano arditamente al sacrifizio od alla vittoria. Il conflitto fu lungo, ostinato e bene spesso indeciso; la vinsero da fine i realisti, ed i francesi battuti, rotti e fugati andarono a raccogliere nuove forze onde ripristinare l’onore tante volte umiliato delle loro armi.

Nel 4 luglio D. Scipione la Marra, ed il Colonnello Carbone sbarcarono m Amantea con circa 300 combattenti; avanzatisi alla volta di Cosenza; posero essi a tumulto i casali di Figline e di Cellara; gli abitanti di Tarsia, e S. Lorenzo guidati da Giuseppe Sarri e da un tale Teresia, il quale portava in mano una gran bandiera bianca, congiunti ad essi, marciarono contro Spezzano. Invano gli abitanti di questo ultimo paese, eccitati dalla presenza del francese presidio, si opposero ai contrari; la morte, il fuoco ed il saccheggio furono le conseguenze della foro difesa.

XXVIII. Mentre gli amatori del reggime borbonico non cessavano di tribolare i francesi e gli aderenti loro dentro terra, non desistevano tampoco gl’inglesi di fare altrettanto dalla parte del mare. Dei legni di questa nazione accostatisi alla spiaggia di Cantone, e posti a terra alcune centinaia di siciliani e calabresi, il paese sollevatosi in massa attacco i francesi, vinti e superati furono questi tostamente trasportati a Capri: accorse, ma troppo tardi il commessario Monglas, con delle truppe civiche e francesi: gl’inglesi eransi già dileguati, mentre i sollevati dopo sufficiente contrasto ritiratisi nelle montagne di S. Agata, non poterono essere per lungo tempo, snidati. Proclami, regali, insinuazioni, sovvenzioni, promesse, nulla rispiarmiarasi dalla nazione inglese, per mantenere vivo nel Regno il fuoco della insurrezione contro gl’invasori: intatti tre quarti delle Calabrie eransi già dichiarate a favore della causa ferdinandea, la quale avrebbe ottenuto il suo pieno risultamento e ad effetto fossero ite le reiterate promesse della Gran Brettagna: ma tal è il destino dei popoli poco numerosi, e che costretti sono a contare sugli altrui sussidi, vittime di una interessata politica, mancano di un aiuto necessario, appunto quando più ne' abbisognano, cadendo così a vuoto tutti gli sforzi generosi, ch'essi hanno fatto per conservare. la loro propria libertà ed indipendenza. I francesi camminavano sopra, altrettanti vulcani, che spenti momentaneamente della loro presenza, riaccendevansi ove quella mancasse. Le dette cose al nuovo Governo sdegno e sospetti aggiugevano, perlocché fatta potentissima la Polizia, surse un gran numero di spiatori e di delatori delle opere e dei pensieri altrui, che riempir facendo, per mezzo di loro assertive, le prigioni di. colpevoli e d’infelici, le Commissioni militari non bastavano al tristo uffizio di giudicarli; le morti per condanne, o comandi non erano numerate né numerabili; vari, nuovi e terribili divennero i modi del giustiziare, quasiché ad estinguere uomini, non bastassero l’archibugio, la mannaia ed il capestro. In Monteleone fu appeso al muro un uomo vivente e fatto morire lapidato; ed in Lagonegro fu visto un misero conficcato al palo con barbarie ottomana fatto morire. Non eran prescritte in vero dal governo quelle specie di morti, ma tra gl’impulsi e gli abusi d’imperio, e la estrema servitù dei vinti il giudizio e la fantasia degli agenti del nuovo regime, avevano potenza di legge: e di fatti quel martirio del palo fu comandato da un Colonnello francese, ch’era stato in Turchia viaggiatore e prigioniero.

Facendo pericolo il gran numero dei carcerati, che spesso spesso rompendo le catene uscivano feroci ed animati da vendetta e disperazione, la Polizia aveva presa a sgravarsene in due modi: o col pretesto di tradurli ad altro carcere, facendoli per via uccidere, o mandandoli prigioni in Compiano, Fenestrelle ed in altre più remote fortezze della Francia; al primo modo s’immolarono i più oscuri di nome, al secondo i più chiari; e per questi atti al popolo, che ne aveva conoscenza, cresceva il terrore.

I servigi resi dalla guardia civica creatasi nelle diverse Provincie del Regno, eccitò i provvedimenti, del Ministro di Polizia Saliceti coadiuvato dal Signor Tito Manzi: Saliceti sottopose all’approvazione di Giuseppe il progetto per la fondazione di una Guardia Civica anche per la Capitale. Il Decreto d’istallazione era presso a poco concepito nei seguenti termini. «Sarà fondata una guardia civica nella città di Napoli, composta di sei reggimenti, ed ognuno di questi di due battaglioni, e ciascheduno battaglione di sei compagnie. Vi sarà il rispettivo Stato maggiore come nei corpi militari. Non potranno essere ammessi nella detta guardia, che gli antichi militari, i possidenti, i negozianti, gli artisti, i loro figli, e le persone addette al real servizio. Tutti gli uffiziali saranno nominati dal Re. La guardia civica di Napoli goderà di tutt’i vantaggi, onori e prerogative accordate, con altro real decreto, alle guardie provinciali. L’uniforme sarà turchino bleu, rivolte bianche, e sott’abito bianco, il tutto a seconda del modello, che si farà pubblico. La guardia civica è destinata al mantenimento dell’ordine nell’interno della città, a far rispettare le persone e le proprietà. Ella è immediatamente comandata dal Maresciallo dell’impero Jourdan, Governatore di Napoli. Visaranno in ogni quartiere dei luoghi distinti per la riunione dei battaglioni. Lo stabilimento ed il mantenimento dei corpi di guardia, e le spese d’amministrazione, sono a carico della città di Napoli. L’arma-mento della guardia sarà somministrato dagli arsenali militari. E proibito a qualunque individuo, che non farà parte delle guarclie civiche o provinciali, di portare annida fuoco ed ogni a tra che sia proibita. Tutte le permissioni accordate da qual si voglia autorità sono annullate. Tutti quelli che saranno trovati armati nelle strade della città di Napoli e suoi casali, senza essere membri della guardia civica provinciale, saranno arrestati e tradotti alla commissione militare per esservi giudicati come autori o fautori di rivolta o di sedizione ecc. » ()

XXIX. Fu in questo tempo che nelle pacifiche mire intraprese dai due opposti rivali gabinetti, cioè di Francia e d’Inghilterra, molto si discusse intorno al Regno nostro, tenendosi persuasi entrambi, che i domini di quà e di là del Faro dovessero ad un solo Sovrano necessariamente obbedire; epperò Lord Jarmouth plenipotenziario inglese a Parigi, che della pacificazione trattava chiese «la restituzione del Regno di Napoli ai Re di Sicilia, come necessaria condizione de la pace» e persistendo esso su tal proposito, Talleyrand, che per la parte francese negoziava, non volendo punto staccare il Regno di Napoli dall’Impero francese, quale cosa era stata strettamente da Napoleone ordinata, a proporre compensi pel Re Ferdinando si rivolse, offrendo primieramente le città Anseatiche e quindi la Dalmazia, l’Albania e Ragusi. Questa proposta fu anche dall’incaricato Russo signor d’Oubril appoggiata, dicendo «essere vantaggioso tanto alla Russia, quanto all’Austria, che la Dalmazia non nel potere dei francesi fosse; allora il Ministro inglese non rigettò la proposizione del compenso, ma soggiunse bensì doversi in ogni caso eseguire il divisato cambio col libero consenso del Re Ferdinando, e colla condizione, che il territorio da cedersi fosse di tale importanza che il nuovo Regno considerar si potesse come indipendente. Non doversi poi comprendere l’Albania e Ragusi spettando queste all’Impero Ottomano; potersi piuttosto alla Dalmazia congiungere l’Istria con una parte dello Stato Veneto, comprendendovi se fosse possibile e la stessa città di Venezia». ‘Ma mentre su questo suo articolo trattavasi Napoleone agiva nel tempo stesso in modo di unire al suo Impero, mediante la Confederazione Renana, una parte della Germania; della qual cosa essendosene accorto l’incaricato Russo, temette per l’Austria, e giudicò poterla salvare mercé una particolare pace, in forza della quale la Francia ritirasse le sue truppe dalla Germania, e ne sottoscrisse con ClarkeFox, e da quel punto il gabinetto di Londra decise di rompere i negoziati di pace: a questa disposizione unissi ancora, per particolari suoi affari la Russia, e quindi quello che d’innanzi si era statuito, cadde in non detto, epperò il Re Ferdinando continuò a mantenere la Sicilia sotto la sua dominazione ().

plenipotenziario francese il trattato: in esso anche della Sicilia si tenne discorso, e si stabili «che il Re Ferdinando avesse le isole Baleari in compenso della Sicilia, e che questa fosse al Regno di Napoli congiunta sotto la dominazione francese»: ma allora quando questo trattato giunse a Pietroburgo era colà mutazione di Ministri accaduta, e l'Imperatore Alessandro di ratificarlo ricusò, facendo annunziare «Essere quanto per Ferdinando si trattava, contrario alle benevoli sue intenzioni, non che agli ordini ed alle istruzioni comunicate al suo incaricato. Del resto volendo esaurire tutt’i mezzi tendenti a ristabilire la pace e la tranquillità generale, avrebbe proseguito a negoziare, purché la Sicilia fossse garentita al Re Ferdinando». Questa politica della Russia influì necessariamente sui negoziati tra la Francia e l’Inghilterra e contribuì primieramente a prolungarli. In questa prolungazione di trattative, nel tredici Settembre avvenne la morte del Ministro

È d’uopo ricordare in queste carti Monsignore Agostino Gervasio uomo di somma vivacità d’intendimento e di decisa volontà di bene avvalersene, fu egli Cappellano Maggiore e precedentemente era stato teologo dell’Imperatore d’Austria, per aver’egli letta teologia nell’università di Vienna con sommo plauso; vennegli conferita da poi la sede di Vescovo di Melfi e Rapolla, ed indi l'Arcivescovado di Capua. Fu nella dignità di Cappellano Maggiore, che seguitando a governare la chiesa capuana fe' costruire; un novello Seminario capace di albergare, 150 alunni. Generoso coi poveri, fornito di gran memoria, eloquente nel favellare i suoi ragionamenti riuscivano al sommo graditi: nella carico di Cappellano Maggiore si diportò in maniera da non disgustare né il sacerdozio, né l’imperio, Oppresso da fiera podagra ne fu vittima nella notte del 16 Marzo narrante anno, nella età di 76 anni e mesi Duc.



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CAPITOLO III

Assedio di Gaeta, come sostenuto, e come finito — Re Ferdinando crea una medaglia di onore, ed in ricompensa la dona a coloro che nel detto assedio si sono distinti: vari casi dolenti manifestati nel Regno di Napoli Assedio dei Castello di Scilla fatto dagl’inglesi, e cessione di quello. ~ Nuove leggi e nuove istituzioni nel Regno di Napoli. —Discussioni insorte tra la Santa Sede e. Napoleone su i dritti d investitura del Regno di Napoli: morte di Giuseppe Maria Galante e di Oronzio do Bernardi.

Mi confido, che non mi si abbia a lagnate il lettore, nel vedersi riportalo qualche mese indietro, e propriamente all’epoca dell’entrata dei francesi nel Regno; poiché dovendo tessere la storia dell’assediata Gaeta, è d’uopo il filo rintracciarne fin da quell’epoca. Amore delle armi proprie mi spinge ad essere, alquanto prolisso nel narrarla, quantunque la temperanza retorica esigerrebbe che io non discendessi a tutte le particolarità che ve ricordando; ma è desiderio mio, per merito effettivo da fatti, il dare un distinto dettaglio a quella bella pagina di nostra gloria.

Vi ridevano ancora due ore perché il dieci Febbraio cadesse, allora quando i francesi sulla strada littorale conducente a Gaeta sboccavano, ed erano veduti dall’altissima montagna di Orlando. Non travasasi quella prima Fonema del Regno in tal tempo preparata ad una valida difesa, quantunque avrà pur dovuto esserlo pienamente. Resta Gaeta sul promontorio dell’estremità di un istmo sporgente assai nel mare Tirreno, ed è da questo circondata e difesa per tre lati. Le spiaggie di Serapo e di Moia guarnite da numerose e ben collocate batterie la garantiscono sui due lati dagli assalti di mare: dei spaziosi seni scavati dalla natura intorno alla spiaggia della detta Città, offrono ai legni degli assediati sicuri asili per porsi al coperto dalle imprese di mare. Se all'incontro libera è per gli assediati la via del mare, possono essi allora con le loro navi battere lungo i due fianchi tutt’i punti della lingua di terra per cui è Gaeta congiunta al continente, impedire e disturbare i lavori degli assedianti, favorire le sortite e retrocessioni del presidio, e recargli i mezzi di sussistenza e di resistenza. Delle rupi quasiché impraticabili a piede umano compongono le parti ovest e sud del recinto della Piazza: la parte occidentale più bassa e più accessibile è chiusa da un ramparo che per la grossezza. della sua camicia, la pone al coperto da; qualunque sorpresa. Il quarto lato, il solo che ria suscettibile di essere attaccato dai un nemico non padrone. del mare, è quello rivolto verso levante, ossia verso rimboccatura dell’istmo: esso presenta un fronte estesissimo, e quasi in linea retta tiene delle batterie disposte a scalini le une: superiormente alle altre, rivolte a danno del terreno, lungo il quale l’assediarne potrebbe incominciare. i suoi attacchi; questo terreno. oltre ad essere totalmente scoperto e, dominato dai fuochi della Piazza, non è suscettibile m tutt’i punti: d’essere smosso dalla zappa, mentre è formato in molti luoghi da duro macigno. Il fronte rivolto verso l’istmo è disposto in modo da procacciare dei fuochi fiancheggiami a tutte le parli che ne abbisognano e possiede il prezioso vantaggio di essere al coperto dai tiri di rimbalzo o d’infilata, privando così l’assediante di uno dei suoi maggiori mezzi di successo.

In quel tempo la Fortezza aveva 150 bocche a fuoco. messe in batteria. Il Governatore, che fermo. militare era, aveva incominciato coladdentro a dar pruova di sua fermezza fin dall'abbandonarci glie frontiere de'  russi e degl’inglesi, come disopra dicemmo; dopo il qual caso con somma previdenza aveva egli fatto stare sempre sull’ancora ed all’erta due barche cannoniere sullo sbocco appunto che chiamasi la scansatola, due miglia dalle mura distante; le quali barche in questo tempo dalle succennate due ore non mai dal percuotere sì ristettero, talché impossibile divenir fecero ai francesi il trarre più innanzi, perdendo in quel sito alquante genti, tra le quali il Generale Grigny, cui fu mozzato il capo da una palla di cannone.

Sommavano i difensori 5918 uomini cosi divisati, all’infuori dello Staio Maggiore della Piazza e di altre genti


Secondo e Terzo Battaglione del Reggimento Reali Presidi 1129
Secondo e Terzo Battaglione del Reggimento Real Principe I 1218
Terzo Battaglione del Reggimento Real Carolina II 1148
Battaglione de’ Cacciatori Appuli 500
I Corpo Franco 1059
II Corpo Franco 650
A riportare 6664
Riporto 5664
Distaccamento di Cavalleria 22
Due Compagnie, di Artiglieria di linea 154
Artiglieri littorali  76
Genio-Maggiore Bardet, e Tenente Roberti
Totale 5918

Tali truppe si trovavano tutte coscritte tra il Decembre del trascorso 1806, e nel Gennaio del 1806 perché le veterane erano andate alle frontiere, e molte di queste, mercé le catastrofi e le calamitose circostanze dello Stato, fomite non erano state ancora di vestimento: il battaglione dei cacciatori Appuli, e le due compagnie dì Artiglieria di linea, erano i soli due corpi da potersene tener conto, perché organizzati; per la qual cosa quei cacciatori condotti dal loro comandante Tenente Colonnello D. Luigi Sandier nell’avanzarsi i francesi, furono spediti verso Fondi con l’istruzione di osservare i movimenti del nemico e retrocedere nella Piazza; epperò sostennero essi valorosamente degli scontri con gli avamposti contrari.

Il Principe d’Hassia Philipstal aveva dal canto suo, con la più grande attività disposte e preparate le cose per una lunga difesa; la quale incompatibile si trovava con le circostanze della guarnigione; e dolente era esso al sommo grado, per non potersi servire delle truppe onde contrastare al di fuori della Piazza l’investitura e le prime operazioni dell’assedia. Il Maggiore D. Luigi Bardet, i due Capitani Lantini e Ros

dell’artiglieria e tutti gli altri uffiziali gareggiarono col Comandante nel rendere di maggior vantaggio tutto ciò che le circostanze potevano offrire.

FHILLIPSTHAL



Al dì 11 ìmpegnavasi un forte cannonamento tra le lande cannoniere, ed alquanti cannoni di campagna messi dall’inimico in ordinanza di batteria dietro di un giardino: appresso più ore di fuoco ì cannoni nemici tacevano, ed un messaggio, con la solita baldanza francese, faceva intima di resa alla Piazza in tempo di ventiquattro ore. Per la qual cosa venivagli dal Philipstall risposto «la Fortezza si renderà quando ne saranno tutti estinti «i difensori». Immantinenti dal Governatore, dopo questa risposta, fu ordinata una sortita, la quale composta di. cacciatori Appuli e di duecento operai, era diretta dal Maggiore Bardet, per distruggere dei muri degli ortolizi; e quelle fabriche le quali mascherando quanto dal campo si oprava tenevano veci di trinceramenti: il disegno venne compiuto con prontezza e soddisfazione prima che il mezzodì giungesse, non ostante le opposizioni valide fatte dai francesi: nell’intero resto del giorno sì dalla Piazza, che dalle barche non altro si fece che cannoneggiare l’inimico. Giunti a notte avanzata i francesi corsero per assaltare la strada coperta, ma gagliardamente dai difensori vennero abbattuti; e nell’apparire del giorno seguente tre partite, Composte di uffiziali della Piazza, sortendo annientarono e distrussero quelle opere che dal nemico si erano fatte in proprio vantaggio e a danno del presidio.

Nel giorno 15 il Generale francese fece tenere un piego al Governatore nel quale insieme ad un altra di lui lettera d’invito, gli avvolse un ordine della Reggenza, nel quale si diceva di «consegnare al momento la Piazza, giusta gli articoli stabiliti tra essa ed i Commessati francesi»: ed il Principe d’Hassia, rimandando con buoni modi il messaggiere al suo campo, risposegli «non riconoscere altri ordini fuori di quelli del proprio Sovrano e che volendo per altro secondare quei principi di filantropia, di cui se gli faceva menzione nella lettera, avrebbe acconsentito volentieri ad un armistizio fino all’arrivo degli ordini del suo Sovrano, a condizione, che i francesi non avessero oltrepassata la scansatola». Ma questa proposizione non essendo accetta dal nemico, alle ore cinque della sera vennero le ostilità riprodotte.

Dopo il secondo rifiutò i francesi cominciarono a persuadersi che bisognava espugnare la Piazza colla forza delle armi. Lusingavansi per altro, che la posizione delle cose generali, la qualità della guarnigione, e soprattutto l’esempio della resa delle altre Piazze e Fortezze del Regno,. avessero alla fine indotto il Principe d’Hassia a prestare orecchio ad una onorata capitolazione, quando il di lui onore fosse restato salvo per una mediocre difesa fatta. In questa veduta essi, nel portare innanzi i lavori dell’assedio, non desisterono mai di fare tutt’i tentativi, or servendosi di minacce, come in seguito vedremo, ed or di vistose promesse per piegare la di lui fermezza. Nel domani della ricevuta risposta gli assediami posero a fuoco parecchie masserie dintorno al Monistero di Sant'Agata, e fecero ricerca di barche a Mola: il Governatore ciò sapendo, dichiarò franco quel porto, ed armo sei feluche ponendovi genti da sbarco, e su ciascuna un Uffiziale; costoro facendo prodigi d’intrepidezza catturarono quattro barche nemiche ripiene di munimenti: e Michele Pezza, che in quel tempo rinchiuso in quella Piazza si era, e sempre presso il Governatore si teneva, essendo rivestito del grado di Colonnello, contemporaneamente uscito da essa con buon numero dei suoi, vi ritorno con gran quantità di animali vaccini, e carico di ogni provigione.

Di nuovo si viene in sul dire ed in sullo scrivere; e giungono nella Piazza l’un dopo l’altre due parlamentari per un convenimento di armistizio a miglior patto, ed uno degli Aiutanti di Campo del Governatore, avendone ricevuto ordine da esso, conviene «potere i francesi tenere mezzo borgo, cominciando da sopra il ritroso di Atratina in fino alla spiaggia ai Serapo a modo di blocco». In tal tempo si era fatta dal Capo degli ingegneri dell’assedio, Generale Vallungue, più esatta ricognizione della Piazza, e se n’era a Giuseppe trasmesso ragionato ragguaglio, per attenderne ordini.

Ai dieciotto il sesto Reggimento di fanteria francese assediatrice viene scambiato col sessantaduesimo, ed è mandata una compagnia di Zappatori a Mola per provvedersi delle cose pertinenti all’incominciatura delle fortificazioni estemporanee. Il Generale degli assediami nello stesso giorno intima arrogantemente di bel nuovo «quei tenaci difensori «che in capo di sei ore, si cedesse la Piazza» ed il Philipslall fermo sempre sulla negativa, queste parole non calcolando, niuna risposta alla dimanda concede: di là a pochi giorni una lettera del Generale Reynier giunge nella Piazza diretta al Principe d’Hassia, essa è scritta nei seguenti termini: «Prima di proseguire le opere, che devono farmi padrone della Piazza ch’Ella comanda la invito a considerare le condizioni, e la necessità in cui si trova di renderla. Son poche le guardie, e scarsi i modi di difesa: fra qualche giorno io l'avrò ridotto all’estremo, ed Ella non ignora quanto gli abitanti ed i soldati dovranno allora soffrire. Sa che nulla può opporsi alla mar«eia vittoriosa dell’esercito di Francia, e che fra poco il Regno tutto sarà conquistato, e cambierà padrone. Oggi Generale le concederei una capitolazione con tutti gli onori della guerra: la invito però a consegnare senza dilazione una risposta al mio Aiutante di Campo; stasera Ella non sarebbe più a tempo». Alla quale scritta, il Governatore tostamente riscontra. «Avendo ricevuto dalla Maestà del Re, mio Sovrano, decisi ordini per difendere questa Fortezza fino all’estremità di forza e di fame, ed avendone somminosi strato l'occorrente, non devo far altro che obbedire. però la prevengo non potere accettare niuna capitolazione, risoluto che mi sono di rispondere pienamente alla fiducia in me riposta». Poco appresso, tal risposta il Generale Reynier ricevendo ordine di recarsi in Napoli per essere messo a combattere nelle Calabrie, lasciato al Generale Guvot Barone di Lecour il comando di quelle operazioni, per le terre della Provincia di Salerno fece viaggio.

Prima che quel Generale partisse erasi tentato di sedurre particolarmente la reai Marina che in difesa si teneva della Piazza: i parlamentari che spedirono a bordo di legni da guerra, allorché questi si trovavano alla vela, in risposta dei più lusinghieri inviti, riportarono il più nobile rifiutò e la mortificazione insieme di avere attentato al punto di onore dei bravi e distinti militari. Eglino ebbero occasione di sperimentare costantemente a loro danno, che tutt'i difensori di Gaeta animati erano dai medesimi sentimenti di gloria di cui era infiammate il loro. generoso Castellano, e si tenevano fermamente decisi a percorrere fin all’estremo la nobile intrapresa carriera.

XXI. Nella sera del diecisette il Principe Giuseppe arriva innanzi Gaeta accompagnato da Massena e dai Generali Dulolois e Campredon, il primo capo dell'artiglieria, il secondo degl’ingegnieri, per vedere a qual punto arrivati erano i lavori, ed affrettarli ancora; giudicandosi da quei due Generali dovere avanzare di molto l’assedio pelle offese doppie di mare e di terra, il Principe lascia Campredon colà soltanto per disporre il seguito delle cose intraprese, ed egli in unione di Dulolois immantinenti si riconduce nella Capitale.

Nel venticinque due compagnie di Zappatori giungono con quanto fa di prima e capitale necessità nella guerra di assedio; arriva pur anco un battaglione della legione corsa, il tredicesimo reggimento di linea composto di genovesi, ed una compagnia di artiglieria; così il numero degli assediami ben si aumenta.

In tutto il residuo del Febbraio il fuoco dei merli alternando con quello di mare, e quando viene richiesto l'uno rinforza e protegge l’altro, diretto sempre contro a barche ed a soldati francesi; ed i lavori non che i lavoranti sono del continuo inquietati dalle fucilate degli uomini frequentemente usciti sotto la tutela del Colonnello Pezza, uomo che allorquando il furore nemico cresce, allora con più di audacia deridendolo a quello d’innanzi si mostra, tanto che il Generale Valentini che ne aveva ricevuto l’apposito carico non lugli possibile giammai di circoirlo o tagliarlo.

Il tempo sinistro del mese di Marzo non permette che i legni della squadra di difesa costeggiano e facciano soprattenere l'avanzamento delle fortificazioni del campo; i francesi ne profittano e formano altre batterie, che lievi offese, per la loro non buona posizione, recano alla Piazza. Non si cessa mai dagli assediami dal trarre, finalmente nella notte del giorno, che procede l’aurora del 10 viene aperta la trincea; piena ed oscura quella notte, favorisce a questi primi moti, e perché vengono coverti dagli alberi, e sono lontani di molto non è possibile riconoscere, i lavori che a giorno fatto. Nel mattino medesimo entra nel porto la Fregata reale la Minerva tutelata dal Capitano di Vascello Vicugna ed arreca al Governatore vari dispacci, menando sotto sua scorta due grosse barche onerarie. Una Corvetta francese da 20 cannoni carica di munizioni viene ad ancorarsi nella spiaggia tra Conga e Vindice sotto la protezione di quattro batterie, che da vicino incrociano il loro fuoco: la piccola flottiglia rinforzata dalla lancia e barcaccia della fregata Minerva si porta valorosamente a combattere per ben due volte il brigantino nel cennato ancoraggio. Ad onta del fuoco di questo e delle quattro batterie, la flottiglia gli cagiona tali danni, che lo costringe ad investire a terra.

Fino ai 17 i lavori procedono con lentezza poiché si travaglia solamente la notte a cagione delle difficoltà che presenta il suolo pietroso di poter coprire i tra vagì latori dal fuoco della Piazza. La gente di assedio è anche più accresciuta, un altro reggimento di fanteria, due compagnie di pontonieri, quattro altre compagnie di artiglieri e molti soldati del treno arrivano tra quelli; ed altri ne avrebbe trasportato l'Endimione se una tempestosa notte, e le offese delle cannonerie horboniane non lo avessero sforzalo a riparare, assai mal concio, in Napoli.

Nel giorno diecinnove vengono tentate novelle vie di moderazioni dai francesi, un messaggio novello si presenta alla Piazza; è deputato dagli assediati il Capitano di Artiglieria Ros al colloquio; il proponente fa un quadro tristo delle varie circostanze del Regno, e dimanda per ciò la resa della Piazza. «Pure fosse vostro il Regno tutto gli rispondeva fermo il Ros fossero laceri tutti questi parapetti, le artiglierie tutte scavalcate, noi noi! ascolteremmo condizioni di pace, che dopo l'assalto sulla breccia, quando la guarnigione sarà ridotta all’estremità». Parte pieno di vergogna il francese messo, e non scorre un quarto d’ora, che novello fulminare si apre nel campo e sulle mura: sul cominciare della notte Pezza mena seco centoventi soldati dei due corpi franchi comandati dal Capitano Rumolo e va a contrastare le rapaci voglie degli occupatori; i quali non potevano ignorare che nella guerra mille rovesci dell'aggredito sono da meno che un solo dell’aggressore. Nell’innoltrarsi di quella notte medesima si montarono 5 mortai in una batteria vicino al Convento degli Agostiniani, ed in un sito del borgo detto l'antica dogana del sale, furono postali nel tempo stesso 5 pezzi di grosso calibro per tirare. palle infocate contro i legni ch’erano nel porto. La mattina sul far dell’alba si aprì il fuoco dalle due anzidette batterie, alle quali la Piazza corrispose con gran vivacità: dopo un ora una bomba della Piazza cadde sul deposito di polveri della batteria degli Agostiniani, e l'esplosione che ne risultò, avendo fatto crollare una parte del Convento, ch'era indietro, e ch'era stato già tormentato dall’artiglieria dell’assediato, il terrapieno della batteria fu ricoperto di rottami e tre degli anzidetti mortai si renderono inutili; per tal caso, tra per il fuoco, e tra per le mura spiombate, caddero morti più di centocinquanta persone, in questo fatto si dimostrarono valorosi e gagliardi FAI fiere delle provinciali milizie Gabriele Luciani, e gli altri due del Reggimento Principe Tommaso Sardi, e Michele Campanelli. Nel mattino stesso i francesi da una batteria situata sulla spiaggia per ben nove ore tirarono in su le navi del porto e della rada, col disegno d’incendiarie, ma inutile riuscì questo loro pensamento.

Trascorso di alcune ore il meriggio il Generale Guyot spedisce al Governatore altra intima di resa, ripetendo le istesse cose dette dall’ultimo messo, ed il Principe d’Hassia sorridendo a proposizione di tal fatta, replico «che i napolitani risponderebbero a Guyot dalla breccia».

Nella notte del 26 i francesi si avanzarono ad assaltare la strada coperta, e palle roventi, bombe, granate coi nemici vicendevolmente si scambiarono, ma vennero respinti al pari della prima volta; indi si seguito sempre dagli assediati incessantemente nel percuotere e nell’essere percossi. Il mese di Marzo va al termine, adoprandosi alla reciproca distruzione le due nemiche parti; incomincia l’Aprile e nel suo principio non vede alcun' che di nuovo; nel 5 al far del giorno si apre il fuoco di una batteria di due pezzi stabilita sulla strada del borgo per battere contro il porto, animatamente all’altra che le restava indietro: indiriruno esse palle infocate e granate contro le navi 5 ma dopo due ore la nuova batteria è ridotta in silenzio u distrutta dal vivo fuoco dei bastioni Santa Maria, Vico Santantonio e Cittadella; cotal cimento grande fidanza e maggiore orgoglio mette nel presidio, e massimo dispetto produce negli assediami. Inutile divenuta la bombardata del 91 Marzo ed inutile pure quella del 5 ora narrata gli assalitori volgono altro disegno nell’animo loro, epperò gl’ingegnieri emettono il seguente progetto dì attacco «tirar profitto dagli accidenti del terreno irregolarissimo tra i due seni dì mare, non che della massa del fabricato del borgo; aprire e moltiplicare con esattezza le comunicazioni; acquistare insensibilmente e quanto più si potesse di terreno fine al tiro più comodo, armare le batterie quando avessero potuto operare contemporaneamente, aprire due braccie con celerità, favorire gli ultimi approcci in modo che non s’incontrassero ostacoli forti a vincersi, e finalmente fare sboccare dalle estremità delle vie coperte le genti destinate all’assalto, per recarsi direttamente sulle treccie da praticarsi nel corpo stesso a della Piazza». Opinate queste cose due batterie sono piantate sull’Atratina; e nel giorno 14 vengono menate a compimento. Gli abitanti del borgo abbandonano le loro case essendo tutte in pericolo, molte delle quali già cambiate sono in Fortini, e stoltissime traforate per potersi i francesi recare a Montesecco senza dar vista.

In vari giorni di questo mese è rinforzato il nevaio degli assediati, quattro Fregate inglesi sbarcarono munizioni tanto da guerra, quanto da bocca, e rincorano i difensori con i loro incessanti spari. Ciononostante i lavori dei francesi erano pertinacemente seguitati e con sollecitudine maggiore, poschiacchè le faccende della Calabria non andavano molto a seconda della loro causa, ed abbisognavasi di gente. Allora il Governatore vedendo che questi si andavano avanzando verso la Piazza destinava per fate una vigorosa sortita 300 uomini dei Corpi Franchi divisi in ire distaccameli di egual numero, dei quali due attaccar dovevano le ah dei favori dell’assedio, 'ed il terzo il centro per mettersi in comunicazione con gli altri due, e sostenersi scambievolmente. Verso la mezzanotte del 24 al 25 i tre distaccamenti sotto gli ordini del Capitano Angellotti, Aiutante di Campo del Philipstall, particolarmente comandante quello del centro, e dei Tenenti Fusco, e Fatisi di quelli dei fianchi, uscirono in buon ordine e col massimo silenzio dalla strada coperta, e quando in distanza furono da poter essere. scoperti dal nemico, impetuosamente alla corsa si precipitarono sopra i punti indicati dell’attacco. Tosto che i due distaccamenti delle ali penetrarono nel ridotto sulla spiaggia di Serapo, e nelle trincee dei SS. Apostoli, ii terzo si precipito col medesimo ardore su posti del Casino di Catanzaro, e della Madonna dalla Catena che si trovavano nel centro dei lavori. Il nemico sorpreso all’impensata da tale impetuoso attacco, non ebbe il tempo di riunirsi e formarsi pei opporvisi: i travagliatori e la guardia della trincea si diedero ad una precipitosa fuga ed andarono a far riunione verso la coda della trincea. Il ridotto di Sarapo fu in parte distrutto, e ne furono inchiodati i cannoni; gli altri lavori furono quasi tutti rovesciati, e si raccolsero e si portarono nella Piazza in gran quantità gli strumenti da lavoro, che il nemico aveva lasciato nelle trincee ed alquanti fucili. Intanto il Principe d’Hassia, che sulle mosse del nemico vegliava, tosto che si avvide accorrere questo in forza per respingere ed inviluppare la sortita che era distesa su d’un gran fronte; fece battere la ritirata, la quale venn’eseguita con celerità e buon ordine. Da nostra parte furonvi tre morti soltanto, e tra costoro il sergente Lafragola il quale per la sua bravura inestimabile è richiesto che vada ricordato in queste istorie, due dispersi e diecinnove feriti. Dalla parte avversa molti soldati incontrarono la morte, ed alquanti Uffiziali, inclusovi il Colonnello di artiglieria Corda. Questo fatto, sopra gli altri, consiglio all'eccellente castellano di fare incidere una medaglia di argento premio dei valorosi, coli’ impronta del Sovrano sul dritto, e queste parole sul rovesciò Signum praestantiae die XXV aprilis MDCCCVI P. H. D.

La notte del 26 al 97 il nemico, in contracambio della Sortita fatta dalla Piazza, oprò un falso attacco contro la strada coperta; ma fu subito respinto da un vivo fuoco di fucileria sortito dalla strada coperta.e di artiglieria dalla cinta.

Circa questo tempo il Governatore conoscendo essere savio espediente il richiamare l’attenzione dei contrari su altri punti del Regno, spedi l'intraprendente Pezza in Palermo onde progettare al Re Ferdinando uno sbarco verso le Calabrie; qual cosa andando d’accordo con le idee di Sir Sidney Smith fu messo in fatto, come dicemmo, ed il Pezza nella detta impresa rimase sempre all’immediazione di quel Contrarnmiraglio.

XXXII. I pericoli del presidio d’ora in ora si aumentano: le batterie al principio del borgo ed agli Scalzi addrizzano le loro offese la prima al bastione Cittadella, e la seconda all’altro Breccia; ma gli spari della Fortezza sono cosi giustamente diretti che il nemico e sforzato per ben due volte a decampare, e già muove per cambiare nuovamente il campo. I lavori della dritta vanno compiendosi, ed al dodicesimo giorno dal cominciamento. la batteria vicino la Madonna della catena sulla marina di Serapo viene a termine. Fin qui erano pervenute altre due Fregate inglesi, una delle quali portava una compagnia di artiglieria co’ suoi uffiziali. Il Principe d’Hassia osservando che la detta batteria vicino alla Madonna della catena, fatta per opporsi agli attacchi-delle barche cannoniere, isolata restava e distante degli altri lavori, concepì l’idea di distruggerla. A tal oggetto nella notte del 15 al 14 Maggio vi spedì per via di mare un distaccamento di 50 uomini comandati dal Tenente Gennaro Parisi, testé nominato con l’istruzione di sbarcare alle spalle della batteria, attaccarne vivamente la guardia, e rendere inutile l’artiglieria che vi era montata. L’impresa viene coronata da successo felice: morte le sentinella, fugate le guardie, inchiodati i quattro cannoni che vi erano, distrutti i carretti che ad essi sostavano, rotte in somma e cadute le artiglierie, tutto è messo in subita devastazione, mentre i cannoni delle lancio e quelli dei muri proteggendo il fatto e meglio dando abilità al Parisi gli procurano una sicura ritirata tra le acclamazioni dei suoi. La bravura di quest’Uffiziale non rimase senza premio, poiché trascorsi appena due giorni fu fatto Capitano.

Il buon esito di questa spedizione servi a preparare il successo d’una impresa di molto maggior momento. L’opinione che avevano i francesi sulla cattiva qualità della guarnigione non suscettibile d’intraprendere un ordinata azione di vigore, fece si, che trascurarono tutte le regole di precauzioni che prescrive l’arte, nella disposizione della guardia della trincea, e nel dare la dovuta protezione alle opere che si spingono innanzi per mezzo di quelle che rimangono in dietro. Ad onta però della lezione testé ricevuta, continuarono essi a restar fermi nell’idea, che dalla Piazza non eravi da temere se non qualche notturna mal concertata irruzione, contro cui si misero al coperto dando un migliore ordine alla guardia della trincea: fermi nella loro baldanza, erano molto lontani da credere che la guarnigione tentare avesse potuto di giorno una ben combinata impresa, ed in tale persuasione lenendosi, di notte soltanto raddoppiavano la loro vigilanza; ma vennero essi assicurati poscia che pure inesperti coscritti napolitani potevan fare alcun molo, ed ebbero grandemente a pagare la loro fidanza in vivere tanto alla sicura ed alla spensierata. Il Principe d’Hassia visto il prospero risultamento dell’irruzione già descritta, mise pensiero di fare eseguire con più gran quantità di gente una sortite di giorno con buon successo; per tanto bisognava non dar sospetto ai nemici, e mantenerli nell’opinione, ch'egli volgesse in mente soltanto notturne intraprese. In questa veduta la sera del 14 Maggio fece imbarcare 100 uomini su quattro piccoli legni, scortati dalla Fregate Minerva e da quattro lancie cannoniere. Questa spedizione ebbe l’ordine di simulare degli sbarchi nella spiaggia di Scauri e di cannoneggiare lungo la medesima, e verso Mola e Cartellone, ovunque scoprissero nemici. Altri fio uomini, quei, medesimi che nella notte precedente sorpresa avevano la batteria della Madonna delle Catena, furono messi su di alcuni battelli accompagnati da palischermi inglesi, ingiungendo a quelli di sbarcare nella spiaggia di S. Agostino, portarsi di bel nuovo contro la suddetta batteria e ritirarsi allorché il nemico fosse accorso in forze. Altre lancie-cannoniere comandale dal Tenente di Vascello Niscemi dei Principi di Valguarnera, ed altro da Domenico di Martino di simile grado, furono incaricate di far fuoco la notte contro la spiaggia del borgo e trovarsi la seguente mattina fuori tiro delle batterie innanzi a quella: in fine il residuo delle barche cannoniere e lancie dei legni da guerra dovevano costeggiare la mattina lungo la spiaggia di Serapo. L’inganno fu felicissimo; i francesi se la cedettero, e si distesero in gran numero lungo le spiaggie, e nel.. tempo stesso il cannone della Piazza veniva diretto contro le trincee per far loro credere, che uno sbarco era tentato, e che volevasene slontanare l’attenzione. Le due partite dei 100 e dei 50 uomini fecero il loro debito dopo che furono sbarcate: il fuoco era prossimo a tacere, com’era prossimo il nascere del giorno; le navi della Piazza dopo di aver rimbarcata quella gente, in aspetto di ritirarsi, davano piena sicurtà agli assedianti. Quando cesso il fuoco contro le due spiaggie, anche la Piazza si tacque. Le lancie cannoniere mantenevansi fuori il tiro. delle batterie nemiche, e facevan mostra di attendere i legni più lontani per ritirarsi: tutto annunziava una impresa fallita. I francesi, che nella intera notte avevano vegliato sotto le armi, ed erano stati spediti in differenti direzioni, giudicando svanito. ogni tentativo, si ritirarono al loro campo; il rinforzo della guardia della, trincea fu egualmente. richiamato, e la guardia di. quel posto si abbandono ad un tranquillo riposo, null’avvertendo il. minacciato pericolo. Ma non al riposo abbandonato si era il Philipstall, che prevedendo i pericoli, e provvedendo ai rimedi, in osservazione si era rimasto di tutt’i movimenti del nemico: verso le otto ore del mattino fece cominciare l’ordinario fuoco di artiglieria, diretto, contro i lavori dell’assedio; dopo mezz’ora, collo sparo di un cannone indicato e con una bomba lanciata verso il nemico, diede il segnale, della sortita alle truppe, che dalla notte riunite stavano nella strada coperta per una tal’intrapresa. Al segno dato 605 uomini divisi in differenti distaccamenti, condotti dai Capitani Angellotti e Barilla, e dai Tenenti Fusco e Correa, e 200 travagliatori della guarnigione guidati dal Ruberti, slanciaronsi dalla strada coperta nel seguente ordine, conforme alle istruzioni date. Un Aiutante e 24 scelti sott’uffiziali alla corsa si precipitarono sul centro dei lavori dell’assedio tra due attacchi; un distaccamento di 140 comuni, che seguiva il primo immediatamente colla stessa velocità, penetro col centro sui passi del primo e poggio la dritta sotto l'Atratina e la sinistra nei giardini di oliva; due altre partite di 70 uomini ciascuna, si prolungarono l’una sulla sinistra del secondo, e l’altra avanzòssi nel centro delle trincee di Montesecco; altri due distaccamenti di egual forza rapidamente s’incontrarono sopra le trincee costrutte nella spiaggia e nei giardini di Serapo; un altro corpo di 160 combattenti comandato dall’Angellotti, che serviva di riserva a tutti gli altri, attacco le due teste degli attacchi; in fine i travagliatori che seguivano l’ultimo distaccamento diedero principio a demolire i lavori. La guardia della trincea, non avendo il minimo sospetto d’una sortita, all’intutto se ne stava spensierata, e le sue sentinelle tenevansi al coperto delle trincee, per sottrarsi dai tiri della Fortezza, diretti a bersagliare le creste dei parapetti: i francesi quindi non si avvidero della sortita, se non quando 4 primi distaccamenti giunti sopra le trincee, fecero fuoco da corpo a corpo contro tutti coloro che vi si trovavano; i travagliatori senz’avere ih tempo di prendere le armi lasciando le zappe, le pale, le vanghe, i badilli, i picconi ed ogni altro. strumento che si avevano nelle mani, si diedero ad una precipitosa fuga, e di trincea in trincea furono inseguiti dal primo distaccamento e da gli altri che gli venivano d’appresso; la guardia della trincea non ebbe agio di raccogliersi e ai contrastare, tutti furono voltali in presta fuga; le truppe di guardia dei rami di trincea dei due attacchi essendo state tagliate dalle partite avanzate verso, jl. centro, e. venendo incalzate da quella di riserva, si. abbandonarono fuggendo ad un estraordinario disordine, e parte furono tagliate a pezzi; i due distaccamenti spinti per la spiaggia di Serapo discacciarono il nemico da quelle trincee, si impadronirono del ridotto, lo distrussero in parte, e ne inchiodarono, i cannoni, e poscia si misero in comunicazione con gli altri commilitoni. In breve volgere di tempo le truppe uscite dalla Piazza rimasero padrone di tutte le. trincee, distendendosi alle comunicazioni al di là della prima parallela, ed occupando l'altura di Monte secco, d’onde facevan fuoco contro la guardia della trincea, ch'erasi rifugiata nei giardini ai rovesciò dell’anzidetta altura. Per lo spazio di due ore all’incirca, le genti napolitane avendo occupate tutte le trincee, una porzione di quelle, ed i 200 travagliatori a tutta possa diedero il guasto ai lavori dell’assedio. Visto questo procedere ardilo e risoluto, fuwi nelle genti del. campo allarme e sollecitudine immensa, quindi tutte le truppe messe in ordinanza si avanzarono verso gli aggressori in due colonne di fanti dirette per la montagna dei Cappuccini, ed in una di fanti e cavalli, pel Borgo a soccorso del tristissimo caso. Il Governatore, vigile ch'egli era sempre stato dall'angolo sporgente della falsa braca, comandava ài tamburi che battessero in ritirata, e gli artiglieri tirassero molto numero di cannonate con grandissimo impeto per sostenerla. Le lande cannoniere a queste viste, furiosamente annientarono il loro non cessato trarre sul nemico; la colonna che avanzava sul borgo essendo esposta in molti punti al fuoco provvedente da mare, fu costretta a ritrocedere ed a gittarsi nella coda della trincea; la cavalleria che formava la testa di quella, soffri una enorme perdita. Egualmente 400 uomini situati nella strada coperta bersagliavano con aggiustatezza le truppe nemiche a misura che ad essi si avvicinavano; in somma i francesi fulminati da tutte le parti, non osarono andare oltre le loro opere per inseguire le truppe della sortita, che si ritirarono in buon’ordine, salvo il Capitano Parisi il quale non potendo fare lo stesso senza essere taglieggiato, avviso congiungersi coll’altro Capitano Sesti, che la più tempo campeggiava all’intorno con partite volanti. Furono calcolati i danni di ambe le parti e furono trovati per i' francesi la morte di settecento combattenti, tra i quali un Colonnello degl’ingegnieri, un Tenente colonnello di artiglieria, e moltissimi uffiziali; e le ferite di molti altri, ricevendone una Mortale il Generale Gruvot, il quale partì per Napoli, e venne sostituito dall’altro Gardan; tra l'feriti vi furono di quelli che rimasero prigionieri, come avvenne al Capitano direttore dei lavori Pietro Michele Nempde, del comandante i pionieri, di un sergente e di parecchi soldati. Cannoni inchiodati, strumenti da spianatoci, fucili, vestiti, zaini, sciable, ed altre cose rapite. I nostri danni furono assai minori, cinquantanove tra morti e prigioni, e venti lievemente feriti. Nè queste sono parole di iattanza: fino i nemici confessavano di mai non aver veduto simigliante ardenza nel combattere, né tanta fedeltà e bravura. Nel dì seguente una lettera del Generale degli assedianti giunge al Philipstall raccomandando i feriti prigionieri; alla quale gentilmente rispondeva il Governatore, conchiudendo non essergli «ignote le leggi della guerra, dell'umanità e dell'incivilimento».

XXIII. I francesi dopo le cose narrate tenendo in maggior conto la guarnigione, misero in pratica tutt’i mezzi di precauzione dettati dall’arte. Essi quindi dal 15. Maggio al 16. Giugno non intrapresero nuovi lavori in avanti, ma occuparonsi solamente ad arginare i guasti prodotti dall’irruzione, ad assicurar meglio con altri rami le trincee esistenti, e restaurare i danni giornalieri, che vi produceva il continuo trarre delle artiglierie della Piazza; come pure a costruire, le batterie destinai a percuotere in breccia ed a distruggere le difese.

Nella sera del 16 Maggio giunse in rada un vascello inglese conducendo due barche bombardiere; nel seguente dì né partiva per condurre 400 coscritti in Palermo, e dopo qualche giorno ritornava novellamente per imbarcare altri di questi molti prigionieri.

Nel 12 Giugno una gran mestizia si sparse pel campo degli assediati, i| Generale Vallongue venne stramazzato ed ucciso da bomba tirata dalla Piazza caduta nella batteria detta Vallongue dal suo nome; in quel giorno medesimo se gli resero gli uffizi estremi, e fu sostituito in sua vece il Generale Chambarliach.

Il Principe d’Hassia quantunque osservasse tutte le disposizioni di precauzione che faceva il nemico, purè volle fare un altro tentativo: nel 15. Giugno a tre ore dopo il merigio fece uscire impetuosamente dalla strada coperta 50 uomini comandati dal Tenente Andrea Maring; delle altre truppe si tenevano pronte nella medesima per precipitarsi su i passi di quelle già uscite, nel caso che avessero avuto qualche successo. Il cennato distaccamento con valore slanciossi sul ramo di trincea più vicino alla Piazza, e ne discaccio i travagliatori, ma la guardia della trincea in buon ordine carico le truppe della sortita, le quali furono costrette a rinculare sotto la protezione dell’artiglieria della Piazza, e della fucileria della strada coperta: esse ebbero un uomo ucciso e sette feriti.

Altri rami di trincea si aprono dai francesi; s’intraprende la costruzione di una piazza d’armi sulla dritta d’uno degli anzidetri rami; molte case vengono demolite nel Borgo per la situazione d’una batteria sulla strada del medesimo: la Fortezza fulmina per tutti i lati, epperò queste opere hanno lento camino.

A’ 5 Luglio giunge da Napoli una flottiglia nemica di 12 lancie cannoniere comandata dal Capitano di Fregala Giovanni Bausan, mentre allestivansene altre sette per lo stesso proposito di cooperare alla espugnazione di quella città forte; schiva questa sapientemente la vigile crociera anglo sicula, e riesce a gittare l’ancora nella spiaggia di CastelIona tra due batterie. Il dopo pranzo del dì medesimo entra nel porto un convoglio prov veniente dalla Sicilia portante il Reggimento Val di Mazzara e i due battaglioni di Cacciatori Val di Mazzara ed Albanesi la cui forza in totale montava a 1780 individui: ad onta di tali rinforzi, ed altri ricevuti nel mese di Giugno; per la lunga durata dell’assedio e per le conseguenze di questo, nella Piazza, del 4 Luglio sì sommavano a 5000 difensori e poco più: e fuori presso i francesi 14 battaglioni, 11000 e più uomini, senza sommare un Reggimento di fanti ed uno di cavalli che erano alle foci del Garigliano per impedire e combattere gli sbarchi di parte contraria.

Nella notte del 5 al 4 erano già pronti a percuotere verso la Piazza 25 mortai, e 21 pezzi sulla gran batteria postata in Montesecco: la Fortezza tirava micidialmente gran quantità di metraglie perché nugoli di palle esterminassero gli assediami riparati nelle trincee, dalle quali ora spianavamo schioppettate, ora venivano infranti con la baionetta calata a piè dello spalto sotto la batteria dei cinque piani. I francesi nel loro divisamento di attacco avevano stabilito di aprire anche una breccia nel bastione Cappelletti ed in un fianco della Cittadella affine di stringere la resa della Piazza assaltandola da due parti nel tempo stesso. Per giungere al piede di tali opere faceva d’uopo attraversare il basso fondo del mare, che si frapponeva tra quelle e le trincee. Quantunque fossero rimasse distrutte le difese di tutte le opere, che guardavano le treccie, pure non si avrebbe mai potuto tentare con successo un assalto, se una flottiglia unitamente alla batteria del Borgo non si fosse opposta a quella della Piazza. A tale oggetto avevano fatte venire da Napoli le la lancio cannoniere ancorate nella spiaggia di Castellone.

La marineria tenuta in difesa della Piazza era rimasta al sommo grado dolente perché il tempo non le avea permesso di andare ad incontrare i legni nemici al loro tragitto; indispettita pel contrattempo, che li aveva fatto sfuggire dalle sue mani, si propose di attaccarli ed abbordarli nel loro medesimo ancoraggio protetto dalle batterie di terra. Sulla Fregata inglese la Giunone era Richardson comandante supremo in questa faccenda, e sulla napolitano la Minerva Vicuna: verso le 11 ore della sera del 4 l'6 Luglio, 17 lancie cannoniere e tre bombardiere si disposero a piccola distanza in linea curva di battaglia i cui fianchi convergevano sulF anzidetto ancoraggio: sopra l'ala dritta aveva comando Kalguarnerav ed Almagro dello stesso grado del predetto, imperava sulla manna; le lancie armate dei legni da guerra inglesi e napoli-sicule pronte si tenevano per portarsi all’arrembaggio appena che qualche disordine si manifestasse nella flottiglia contraria. Ahi! ch'erano napolitane le due contrarie parti, erano esse di quella medesima nazione che l’animosità e l’invidia di alcuni stranieri, sempre accaniti contro il nostro suolo, volle, senza curarsi di analizzare 0 calcolare le circostanze, giudicare come poco atta alle fazioni guerresche! Dolente era Bausan che per politiche vicende eresi. a tale da rivolgere contro i fratelli le armi cittadine, pure, adempiendo al debito del suo ministero, pieno di zelo, animoso ed antiveggente tenevasi sempre all’erta e con la sciabla alla mano dava a’ suoi la mostra del dover combattere. Tosto le cannoniere aprirono il più violento fuoco a palle e metraglie; sul principio i legni nemici e le batterie vi corrisposero con vivacità, ma dopo un ora il fuoco delle prime si rallento e poscia si ridusse in silenzio; i loro equipaggi, vedendosi dal maggior numero avvinti, e prevedendo ciò che volevasi oprare, si ricoverarono a terra: era questo il tempo di dare l'arrembaggio, e le lande armate si avanzarono velocemente, mentre che le cannoniere rivolsero il loro fuoco sulle due batterie laterali. Intanto due battaglioni di fanteria che si trovavano accampali presso Castellone erano accorsi alta spiaggia sul cominciale dell'azione, e facevano un vivo fuoco contro le lande armate; gli equipaggi che si erano ritirati a terra colla fucileria difendevano i loro legni: un obice dell’artiglieria a cavallo unì alla fucileria il suo fuoco a metraglia; in fine le due batterie laterali, senza curarsi più delle cannoniere di attacco, rivolsero il loro trarre anche a mitraglie contro le medesime lande; queste, sotto una violente grandine di palle e metraglie per lo spazio di mezz’ora in circa, si sforzarono di menare via le cannoniere nemiche; ma tutt’i loro sforzi riuscirono vani per essere quelle trattenute a terra con catene di ferro: sopravenendo poi sempre nuove truppe di rinforzo, che a mezzo tiro di distanza facevan fuoco su d’esse, furono alla fine costrette a rinunziare all’impresa ed a ritirarsi. Bello era il vedere in quella sera, che netta e limpida era, chiarita dal raggio argentea della palliali duna, l'esattezza e la calma delle manovre da ambo le parti, le orribili vampe che incessantemente una flotta e l’altra coprivano, i densi e neri globi di forno che ad ogni momento le inviluppavano, e che nel dileguarsi o dilatarsi mostravano i prodi combattenti in mezzo alle nubi. Questa operazione eseguita con tanto valore, che non ebbe la meritata riuscita, per coloro che l’intrapresero, a cagione di ostacoli maggiori ed impreveduti, mise in allarme tutte le truppe dell’assedio, di cui una porzione si porto verso la suddetta spiaggia, e la residua parte si condusse a rinforzare la guardia della trincea, per assicurare i lavori dell’assedio, di una sortita, che nel tempo stesso avesse potuto tentare la Piazza.

 XXIV. Le faccende! impertanto dei francesi pericolavano nel Regno, e già il tempo era molto trascorso. Massena stesso era venuto a prendere la direzione Suprema dell’assedio avendo» sotto gli ordini suoi i Generali Lecchi e Gardan, ed i Brigadieri Severoli, Ottavi Dambrovscki, Valentini Lamarque, Danzelot ed altri. Vi arrivava egualmente Giuseppe Bonaparte onde con la sua presenza incoraggiare e lusingare le truppe, il quale ebbe ivi a ravvisare ed il coraggio del Capitano Nicola Luigi de Majo Aiutante di campo del Generale Cesare Berthier, Capo dello Stato Maggiore, cosicché oltre di averlo proposto all’Imperatore per la legion di onore lo chiamo a far parte della sua Guardia.

Si tace fino al 7 Luglio, ma 70 cannoni e 50 tra mortai ed obici scanno nelle batterie degli assedianti: giunge in quel giorno nel campo il tristo annunzio della battaglia di Sant’Eufemia combattuta e perduta da Reynier. a questo disastro dei Francesi aumentasi la necessità di ridurre la Piazza in breve tempo; epperò all'aurora del seguente di ad uno scoppio di proietti vuoti, segnale dato, piombano su i difensori i fuochi preparati; l'effetto prodotto da questi fuochi è l’esplosione consecutiva di tre polveriere, e di quello anche più funesto di un magazino di bombe già cariche. ciò non ostante la brava guarnigione impassibile a tanti disastri, recavasi con ordine e disciplina maravigliosa, ove maggiore ravvisava il pericolo, sia per estinguere gli incendi, sia per risarcire i danni cagionati dalle bombe e dalle suddette esplosioni, sia finalmente per presentare sulle mura ed ai posti avanzati delle guardie determinate a respingere col valore e fermezza qualunque assalto. I cannonieri dettero sopra tutti m questo assedio l’esempio di uno estraordinario valore e di un iutiero sacrifizio di loro stessi; poiché non solo trovavano essi esposti ai consueti pericoli degli altri, ma i parapetti e le guancie delle troniere essendo di pietra o di mattoni, siccome usavali Vauban i colpi dei francesi nel percuotervi, facevano schizzare i rottami dintorno con tanta violenza, che ferivano ed uccidevano una quantità di quei bravi, i quali erano prontamente sostituiti da altrettanti intrepidi volontari. Ma fu per gli assediati massima sciagura il caso avvenuto nel io al Principe d’Hassia, mentre stava sul bastione, che oggi ha nome di Philipstall: allorché questi, ch'era la molle principale; e l'anima della difesa, e che aveva saputo guadagnarsi la piana. fiducia della guarnigione stava tutto intento a dare delle disposizioni per la difesa, fu su d’una batteria mortalmente ferito dal rovesciamento d un muro percosso nel tempo stesso da più palle nemiche e rimase sepolto sotto i rottami: essendo tutto infranto il di lui capo, appena diede qualche segno di vita, quando fu disotterrato dalle rovine, e quasi com’estinto fu trasportato su d’un legno da guerra. Egli non cominciò a ri acquistare l'uso de’ sensi, se non molti giorni dopo la capitolazione. Questa irreparabile perdita sparse la più profonda costernazione in tutti gli animi. Il Colonnello Hotz colpe il più anziano Uffiziale superiore, che trovatasi nella Fortezza gli succedette nel comando: costui, benché bravo, non ispirava alcuna confidenza, e tutti sentivano le conseguenze di una tanta perdita: in sì funesta circostanza il generale abbattimento di animo sarebbe per certo prevaluto, se il sentimento della gloria, di cui si era fin’allora ricoperta la guarnigione, non fosse venuto in sostegno del suo coraggio, onde continuare ad illustrarsi nella gloriosa carriera, quantunque di giorno in giorno sempre maggiori divenissero i pericoli.

Il Generale. Masseria essendo, stato; informato, che il Principe d’Hassia aveva ricevuta mortale ferita, vi spedì il Generale Danzelot come parlamentario, con una lettera diretta al Governatore, con cui l'invitava di «accettare una onorata capitolazione prima di attendere gli ultimi momenti». Si rispose al Danzelot da un Uffiziale superiore appositamente incaricato, che «il Principe d’Hassia non era in istato di vedere alcuno, che se volerà consegnare la lettera a lai diretta, gli si sarebbe fatto subito tenere riscontro». Consegnata la lettera il Colonnello Hotz rispose con laconismo, che «la Piazza non era nel caso di capitolare, e che egli intendeva difendersi fino all'estremo». A tal riscontro Massena aumento di attività per ridurre il presidio, poiché gli stava sommamente a cuoce di accelerare in tutt'i conti la resa della Piazza, per correre in soccorso di Reynier; ordinò egli immediatamente la costruzione delle batterie di breccia, le quali furono innalzate alla distanza di 50 tese dalla fronte attaccala. Quest’operazione per quanto costasse assai in uomini e tempo, stante, il fuoco continuo e micidialissimo della Piazza, pure fu spinta a fine, e cominciato lo spacco delle mura. Siccome però il punto essenziale a cui mirava il Maresciallo Massena era il piede della Cittadella, cosi fece egli costruire delle batterie rivolte contro il cammino coperto. Il giorno 15 erano quasi le breccie praticabili; quella soprattutto aperta nel lato della Cittadella, lasciando scorgere allo, scoperto le case della città e presentando un facile accesso, fecero credere a Massena non essere immatura. una nuova intimazione di resa; ma avendogli la guarnigione replicato negativamente, si addoppio il fuoco. Dettesi anche principio dagl’ingegnieri francesi all’apertura di una nuova breccia nel fianco dell’opera bassa della cittadella, per la quale conveniva passare prima di giungere all’altra breccia, che dicemmo già aperta. Un Uffiziale del Genio con due pontonieri portassi a riconoscere il fondo del mare che dovevasi attraversare per giungere alla breccia del fianco del bastione basso, al disotto della Cittadella; vi si scandagliarono due piedi di acqua all’incirca col fondo ingombro di erba; conosciute queste cose, non solo si assicuro della praticabilità del fondo del mare, ma si potè ben anco comodamente verificare la facilità che porgeva il lato del mare per appressatisi, come gretola sicura al più facile conquisto della Piazza.

Quantunque però fossero stati incessantemente adoperati contro il bastione a tre piani 12 in 15 cannoni di grosso calibro, pure lo squarcio in esso prodotto, stante la solidità delle mura e la tenacità, delle terre, non offriva per anco un varco sufficiente, né una salita capace da potervisi avventurare una colonna all’assalto. Il lato il più facile per penetrare in città essendo dunque quello della Cittadella, furono da questa parte segretamente e maggiormente rivolte le cure degl’ingegnieri, abbenché mostrassero occuparsi piuttosto, della breccia del bastione a tre piani. La guarnigione intenta altresì a togliere ogni apparente vantaggio al nemico non desisteva mai dell’invigilare e rispondere colla scarsa artiglieria servibile che rimaneva a quella di Massena: il Comandante del Genio Maggiore Bardet, che sentiva tutte le conseguenze dello stato della Piazza, indefessamente faceva giorno e notte scendere i suoi travagliatori nel fosso per isgombrarlo dai rovesciali materiali, e procurava coi risarcimenti, gli apparati, le contromura, i controfossi, le abbarrate ecc: rendere se non impossibile, almeno assai difficile il pervenire nell’interno; ma quantunque queste operazioni si eseguissero con ardore, ad onta della gran perdita di gente ch'era colpita dalle palle e dèi rottami che crollavano, pur non si giungeva a togliere la ‘decima parte delle immense rovine, che di ora in ora producevano le artiglierie nemiche in larghi ed elevati rivestimenti. Una tale onorevole attività e persistenza, costrinse Massena a duplicare ed avvicinare sempre più le sue artiglierie, le quali pervennero a Battere così furiosamente ed in tanta Vicinanza li sbrani già fatti nelle mura, che sensibilmente dilatandosi, resero finalmente ambedue le brecce capaci di concedere il passo a 16 uomini di fronte.

Massena, nato italiano, e perciò giusto ammiratore del valore dispiegato dal presidio, torno a rinnovare l’intimazione di resa prima di risolversi a dare un assalto. Ricevutane un’altra ripulsa, dispose lutto per adempire a ciò che il suo dovere gl’imponeva. Ventisei compagnie scelte tanto italiane che francese, completate tutte a 100 uomini dovevano formare le teste di due colonne, guidate ciascheduna da due Uffiziali del Genio, e destinate a salire alle brecce: la terza colonna era incaricata di penetrare nel camino coperto, ove il presidio teneva costantemente una forte riserva, per attaccarla, prenderla o distruggerla, affinché gli attacchi delle due brecce non fossero disturbati, ciascheduna colonna aveva la sua riserva particolare ed eravi finalmente una riserva generale; tutta questa gente assediatrice ascendeva in quel tempo a 16 in 17 mila combattenti. In questo stato ai cose il nuovo Governatore concepì il periodo di poter essere la Piazza espugnata d’assalto con un azione di vigore, epperò, nella sua avanzata età essendo bea più circospetto che in imprendente, non giudicò essere prudente consiglio l'avventurare la sorte della guarnigione per prolungare la difesa di altri pochi giorni: dall'altro canto avendo a cuore di salvare così valorose truppe a Re Ferdinando, vedeva bene, che non avrebbe potuto ottenere nel prosieguo la condizione di non rimanere prigioniere di guerra, quando fosse divenuta maggiore la probabilità della riuscita d’un assalto. Sospinto da tali considerazioni convoco egli a consiglio tutti gli Uffiziali superiori della guarnigione, e loro esponendo le sue avvertenze, nonché i casi tristi della Piazza, esterno il suo parere di essere giunto il tempo di trattare un’onorata capitolazione. Mollo si contese intorno a questa opinione, e lunghe e calde furono le discussioni, ma da fine tutti, gli altri entrarono nelle vedute del Governatore, ed alle ore 3 dopo il mezzodì del 18 Luglio s’innalberò la bandiera bianca, chiedendo le seguenti cose come patti a convenire; le quali cose ricevendo categoriche risposte verso la mezzanotte, furono del tutte sistemate.

Art: Primo. Domanda. Si chiede, che il culto della nostra santa religione cattolica, apostolica romana sia rispettato e conservato. Risposta. «Accordato».

Art: Secondo. Che tutta la guarnigione possa imbarcarsi colle armi, bagagli, viveri, e tutto il treno da campagna esistente nella Piazza. Risposta. «Attesa la valorosa difesa fatta dalla guarnigione di Gaeta è accordato alla medesima la facoltà di imbarcarsi con armi, e bagagli:ben?inteso che i corpi che la compongono, non potranno portare le armi, né servire contro la Francia e suoi alleali, né contro S. M. il Re Giuseppe Napoleone, durante un anno ed un giorno, sia sul continente sia nelle, isole. Gli si accordano pure otto cannoni a da Campagna. Il resto dell'artiglieria da campagna, quella della Piazza, e tutt’i magazzini tanto di munizioni, che di viveri ed altri effetti militari, saranno fedelmente consegnati all’armata francese, senza, che se ne possa estrarre cosa alcuna. Gli si accordano pure i viveri per dieci giorni».

Art: Terzo. Domanda. Tutt’i feriti che resteranno nella Piazza, non che gl’infermi, goderanno di tutt’i diritti dell’ospitalità, colle paghe, secondo i loro gradi, e ciò somministrato dall’armata francese. Risposta. «Accordato».

Art: Quarto. Che tutti gl’impiegati regi, come il Governatore politico, l’uditore dell’esercito, e tutta la Corte del piccolo tribunale sieno rispettati nelle loro persone proprietà e famiglie, e che qualunque individuo volesse uscire dalla Piazza per mutar paese, non li si possa impedire, né ad esso né alla sua famiglia; ma si debbano munire, per loro sicurezza, dei necessari passaporti. «Accordato».

Art: Quinto. Che dopo 24 ore, principiando dal momento della ratifica, tempo in cui s’imbarcherà la truppa napolitana, soltanto allora potranno entrare le truppe francesi in Gaeta, ed in questo frattempo, un uffiziale d’artiglieria della real Piazza, unito ad un uffiziale d’artiglieria francese si daranno scambievolmente la consegna della Piazza, in ciò che riguarda l'artiglieria munizioni ed altre. Risposta «Alle ore otto della sera del 19 Luglio tutte le troppe della guarnigione di Gaeta, dovranno essere imbarcate. Nulla di meno, alle cinque della mattina del detto giorno, la porta principale della città, e la porta del soccorso collocata nel bastione della breccia, che sporge alla falsa braca saranno consegnate alle truppe francesi. Verna soldato francese potrà penetrar in città, o nella cittadella all'eccezione degli uffiziali e commissari incaricati dì ricevere l'artiglieria ed i magazzini della Piazza. Alle ore otto precise della sera, la città, tutto il suo fronte di mare e la cittadella saranno occupati dalle truppe imperiali».

Fatto e sottoscritto, e convenuto per parte della guarnigione di Gaeta dai Signori D. Luigi Bardet di Villanova Tenente Colonnello del Genio, e D. Gaetano Barone Comandante il primo corpo Franco, muniti di poteri dal Signor Colonnello D. Francesco Hotz, Comandante della Piazza e Governatore provvisorio della medesima: per parte di S. E. il Signor Maresciallo dell’impero Massena, comandante il corpo d armata d’assedio innanzi a Gaeta, dal Signor Generale di brigata Franceschi, comandante della legion d’onore, Capo dello Stato maggiore generale del primo Corpo d’armata francese nel Regno di Napoli, munito di pieni poteri e facoltà dal detto Signor Marescialli Questo dì 18 Luglio 1806 alle Ore 11 della sera ().

La perdita sofferta dalla guarnigione durante l’assedio ascese a 900 e più uomini ed a 1900 e taluni altri quella degli assedianti.

Nella narrazione dei fatti avvenne durante questa titolare faccenda, e nella esposizione dei nomi di coloro, che vi ebbero una più attiva parte, è degno di andar ricordalo anche quello di Maria Scarnico popolana della città di Gaeta, la quale di animo virile e sprezzatrice d'ogni estranea sente, in una delle notti di Maggio, si presenta al Principe Governatore e si offre di uscir tacita e sola per inchiodare dei cannoni molti molesti, nelle batterie dei nemici. Questi si maraviglia dapprima alla novità del coraggio e poscia perché vedutala risoluta ed animosa la provvide dei necessari strumenti, e fattala accompagnare da uno scarso drappello, ordina che le fosse libera immantinenti l’uscita. Maria sale su piccola barca coi suoi seguaci, ne discende alla spiaggia d’Ariana, guida il drappello per i ciechi anfratti di scoscesa rupe, sbocca nel luogo ove quei perni si tenevano, ne assale ed uccide la guardia, ed inchioda cinque dei sei cannoni tenuti m batteria: si grida alcnne, una moschetta la colpisce nel capo, la coraggiosa assalitrice; essa benché ferita non dimostra mancanza di ardire; per non andare nelle mani del nemico si cela, e solo all’apparire dell’aurora si ritrae lentamente per la rupe nella Piana. Giunta in quella è condotta fra la acclamazioni al cospetto del Governatore dal quale viene degnamente lodata ed a larga mano rimeritata essa nel prosieguo delle operazioni dell’assedio fe’ quanto ogn’altro valoroso e prode.

La difesa di Gaeta del 1806 passerà con gloriosa memoria alla posterità, non tanto pel valore con cui fu eseguita, e per le belle imprese oprate, quanto per la ferma di carattere di quella guarnigione. Essa servirà di esempio e modello di ciò che possono oprare il punto d’onore, e quell'ambizione di gloria che esse debbono l’essenziale e costante norma della condotta dei militari. Per tal causa io amatore di sì nobile e generosa condotta, che a niuno dei nostri aristarchi porge occasione di maldirci, ne ho prolungata la narrazione, presentandola in tutta la sua estensione, desiderando ardentemente, che un sì illustre esempio, possa m boi militari eccitare una nobile emulazione d’imitarlo, allorché il corso delle cose ne offrisse l’occasione.

XXV. Andate al termine le faccende di Gaeta, andavano i soldati napolitani di quella guarnigione per mure in Sicilia, ove i sodati patti li chiamavano: fu in detta isola, che Re Ferdinando per ricompensare quelli bravi, creò una medaglia di onore, onde decorare non solo gli uffiziali tutti, i bass’uffiziali ed altre genti, che avevano presa; parte alla virile impresa di terra e di mare ricevendone ferite, ma ben ancora tutti gli uffiziali di artiglieria, dei pionieri e del genio, gli aiutanti bass’uffiziali e comuni di artiglieria, e pionieri avanzati alla strage dei loro commiliti.


Fu al Principe d’Hassia parimenti concessa la gran croce di S. Ferdinando meritevole, premio ai suo valorosi oprato. La predetta medaglia porta da un lato l'effige Sovrana con l’elmo in testa, e nel giro le parole Ferdinandus IV D. G. dr. Siciliarum Rex; dall’altro lato la venuta scenografica di Gaeta od intorno le seguenti allusive, parole: Merito et fidei Cajetae defensorum 1806.

 Nella durata di questa militare, vicenda, si manifestarono dei casi: dolenti nel Regno di Napoli, occasionati dalla natura vulcanica del napolitano suolo. Il Vesuvio nei 51 Maggio verso le ore' due della sera Te sentire tino scuotimento; nella terra, accompagnato da continuo:sotterraneo rombo, che scoppiando di tratto in tratto, somigliava al fragore dei cannone; un denso fumo sorgeva dal cratere di quel vulcano, che spinto dal vento, libero lasciava l'aspetto di una vivissima fiamma, la quale:traendo seco dei grandi sassi, ricadendo questi sopra se medesimi, Ir rimandava con grande strepito in fondo alla voragine; ili meteo alle fiamme strisciavano che terribile fischio rosseggiami saette. Duro questo gioco fin quasi all’alba del dì seguente, quando dense nubi ingombrarono l'aria all’intorno; allora la fermentazione fu da tanto, da produrre una strepitosa eruzione, quindi cominciarono con incredibile impeto a sboccare fuori le materie vulcaniche, che in pochi momenti scorrendo sulle antiche lave si diressero verso la Torre del Greco, lambendo lateralmente a Camaldoli. Il Vesuvio, dopo di avere per due giorni inondate di fuoco le sottoposte terre vers’Ottaiano, e sparse di ceneri o di lapillo le vicine ville, sembrava, che avesse esaurito tutto ciò che teneva nelle sue viscere preparato; ma nel dì 6 Giugno, trascorso il meriggio di quattr’ore, cominciò a fremere d’una maniera straordinaria; un mugghiare continuo, un cupo ed orrendo rimbombo assordava le orecchie e rattristava l’animo: pareva che minacciasse altr’estraordinarie rovine. Questo intronamento non mai interrotto, durò circa quattr’ore nel qual tempo non si vide uscire altro dal suo cratere che vortici di densissimo fumo, che dal vento ero gittate verso il usare; la sera parte non comparve, che una fiamma di mediocre altezza. La lava incenerì gran parte delle convicine vigne e lasciò il terreno ingombro di un solidissimo masso di materie, vulcaniche: le ceneri ed i lapilli distrussero in un attimo il frutto dei travagli e le sperarne degli agricoltori, bruciando nel loro nascere i fiori, e le frondi delle ricche piantaggioni, che le falde di quel vulcano adornano. Dopo quel tempo scemando di vigoria, di tratto in tratto li vulcano fe comparire le sue fiamme; ma nella natte del 15 al 16 Giugno bellamente fece sentire il solito minaccevole rombo nel fondo delle sue viscere, dando temenca. dello scoppio di altra eruzione, ma così, per buona fortuna, degli abitanti di quei dintorni e dei proprietari delle terre, non avvenne. Dei casi tristi in tal rincontro ebbero effetto, poiché taluni tra quei contadini per amore al patrìo suolo non volendosi da quello dipartire, vittime rimasero della furia, del monte, però non molti, essi furono perché la più, parte presentendo l’impeto minacciato, da quei circonvicini luoghi via ne andarono.

A Sala in Provincia di Salerno, anche altro fenomeno tristo e fuori dell’ordine natural avvenne, da essere ricordato in queste carti. Nel 9 Giugno un furiosissimo turbine urtando impetuosamente le montagne alle cui faldi è posta la città e ristretto in un torrente che la divide, scosse con tanta forza le case, che ne smantellò dalle fondamenta cicca ottanta e ne portò via le rovine. I sassi di smisurata mole, che diroccati dai monti, venivano dalle acque trascinate, e l’impeto con cui erano sospinte le fabbriche, producevano uno strepito che assordiva le orecchie e agghiacciava le vene, mentre una densa nebbia copriva agli occhi dello spettatore la violenza degli infuriati elementi e non lasciava scorgere ad esso ove andasse finire sì fiero ed estraordinario flagello. Gli abitanti presero quasi tutti la fuga, ma intorno, a centoventi persone dell’uno e dell’altro sesso non trovarano scampo, e molti n’ebbero spezzate o gambe a braccia, e parecchi ne riportarono mortali ferite; taluni furono dissepelliti, mercé la carità e filantropia di quelli abitanti, ma altri rimasero avvolti nelle succedute rovine.

Altro avvenimento rattristante accadde nel 15 Luglio, che mise spavento in Napoli, e recò grave malanno nel sito ov’ebbe effetto. Al far del giorno, di quel dì passavano per S. Giovanni a Teducci 12 carri di polveri, che venivano dalla fabrica della Torre dell’Annunziata ed erano tratti dai bovi e cavalli: giunti alle sette e mezzo d’Italia presso il Palazzo del Duca di Simari prese fuoco un carro, e da quello comunicandosi l'incendio al vicino, produsse un terribile scoppio; tal rumore parve nella Capitale grande strepito di artiglieria e nei luoghi convicini si stimò tremuoto o scossa del Vesuvio, scuotendone fortemente le abitazione. Per tanto rimasero estinti e gli uomini che li guidavano, e gli animali che li traevano, e le case in prossimità ne soffrirono grandemente a segno, che la maggior parte caddero in rovina. Dietro le più diligenti indagini adoprate per venire a capo della cagione di questo disastro, solo alla negligenza e poco avvedutezza di coloro che guidavano i carri unicamente si attribuì. Scorreva la polvere dalle fessure di un barile non ben compatto, e quindi andando a stritolare tra l’asse e le ruote del carro la frizione continua produsse l'infiammamento e l’esplosione: in fatti fu osservata una striscia di fuoco, dopo dello scoppio, per lungo tratto della strada percorsa, che dimostrava una continua traccia di polvere. Accolse subito il Commessario Generale di Polizia e diede gli ordini opportuni perché venissero disotterrati i cadaveri si recasse soccorso ai feriti e si spegnesse il fuoco acceso nelle abitazioni: e per volere di Giuseppe furono sparse delle beneficenze tra gl’infelici, che avevano sofferto o nella persona o negli averi. Il numero degli estinti montò a 42 individui, quelli dei feriti a 64 e 17 risultarono gli animali morti.

XXVI. Il Castello di Scilla distrutto a metà dal terremoto del 1783 all’epoca del 1° Giugno 1806 non aveva, che delle batterie per difendere la rada; e la cisterna ad uso delle acque da beni ai trovava quasicchè ingombra da rottami; quindi scarsa n’era la provisione di quelle, le quali anche guaste erano divedute. A quel tempo il Capo battaglione dei Genio Michel ebbe ordine dal Generale Reynier di chiudersi in quel Forte con dei zappattori, una cinquantina di cannonieri, e due compagnie. della 23ma mezza brigata; sommanti tutti 500 sostenitori all'incirca. Il Michel al suo primo giungere del Castello esplorò lo stato delle sussistenze, e trovò del biscotto in gran copia, e delle carni sufficienti pel breve periodo di quattro. giorni; fece egli poscia nettare la cisterna, e per mezzo di barili di acqua condotti a schiena di muli ne aumentò la quantità ridusse e così da farne uso. Da Reggio per ordine dello stesso Reynier vi andò il Capitano anche del Genio Chareunef, il quale, unitamente al Michel disegnarono, e fecero costruire una batteria all'entrata del Forte ed alzare e ricomporre delle mura da lungo tempo fesse per difenderla. Il Capo battaglione non avendo ricevuto dal Generale Reynier alcuna sorte di moneta per l’occorrevole, fece intima agli abitanti di dargliene, ed in tal modo dopo molte contestazioni, ebbe qualche centinaio di ducati, con la qual somma pagò gli operai messi al travaglio delle batterie, e comprare fece delle sussistenze diverse.

Nella notte del 7 un piccolo bastimento inglese nominato Planter avendo a bordo cento e più feriti, si presentò alla rada, credendo quel punto occupato da suoi connazionali; ma dei colpi di cannoni tiratigli a dosso, gli avvertirono essere diversa l’occupazione di quel posto, epperò non essendo atto a far resistenza, si rese prigione, i feriti vennero mandati, sotto parola di onore di non servire contro i francesi, in Messina, ed il bastimento rimase durante l’assedio fatto dagl’inglesi e Calabresi, ancoralo sempre sotto il tiro del cannone del Forte,. in fine a che non fu ripreso dagl’inglesi medesimi.

Nel giorno 8 circa 200 calabresi vennero ad attaccare il presidio, il quale perché disposto a riceverli, delle fucilate scambiò con essi. Nel domani i colpi di archibugi fecensi in tutto il giorno sentire, ed un parlamentario dell’ammiraglio Smith con una lettera offri al Comandante francese, una capitolazione, alla quale si rispose «non essere accettabile la richiesta, perché non trovarsi il prersidio nello stato di cedere.» Durante la notte del nove ai dieci si fece dalla guarnigione del Castrilo una corata per prendere un pesco da 24, che si trovava su d’una batteria al littorale; e di fatti fu questo trasportato nel Forte, contemporaneamente a delle carni e del pesce salso, proprietà di una dozzina di calabresi, i quali alle case loro per familiare uso conducevano quelle vettovaglie allorché quella mano di francesi nel Forte si ritiravano; e perché questi mostrarono della resistenze ebbero saluto di fucilate tali, che tutti uscirono di vita. Nel dieci lo spesso scoppio degli archibugi divenne incessante dalla parte dei calabresi, e sei scialuppe cannoniere attaccarono il castello e lo misero tra due fuochi; il trarre di questi legni sottili duro fino alla notte; ed in quel mentre va seconde parlamentario inglese ingiunse al Comandante di cedere il castello con sollecitudine, ma ne riporto anche negativa risposta. Alla novella alba le scialuppe si lasciano vedere bellamente, e le genti disposte per l’assedio danno principio alla costruzione di talune batterie nel piano a sinistra di Scilla: a quelle ostili misure dai castello si percuote, onde turbare l’intrapreso travaglio, per come riesce possibile, ma ciò non diviene sufficiente attesa l’incessantezza degli operai inglesi e calabresi. Verso le cinque della sera una colonna inglese si porta su di Scilla, ed il Comandante Michel riceve una notifica dal Generale Oswald alla quale risponde come nelle precedenti volte.

Nel 12 in verso le dieci ore del mattino, la batteria a sinistra della città denominata la Cappella e dodici barche cannoniere cominciando il fuoco lo proseguono fino a mezzodì, nol qual tempo gli inglesi formano il loro campo al di sotto della città a 7 o 800 tese dal Forte; nel giorno medesimo il fuoco è ripreso e cominciato fino a notte avanzata. Nel 15 le batterie di terra instancabilmente si. fanno sentire, e trascorso di tre ore il meriggio va il loro fuoco sempre in aumento, fino alla vegnente notte, le scialuppe situate sulla dritta del Forte molto prossimamente traggono verno quello con grande agio, non avendo gli assediati ad opporgli che un solo cannone dire la batteria della Cappella tengono, gl’inglesi piazzati in vari punti dei piccoli pensi per dar molestia ai difensori. Nel 14 il fuoco si riaccende dallo spuntare del sole con molta furia, e gl’inglesi situando, dei cannoni in prossimità di un convento di Cappuccini cercano battere la porta del Forte e lo parti adiacenti di esso, le quali: si trovavano di già grandemente danneghiate dal fuoco delle barche cannoniere: nei precedenti giorni il cannoneggiamento cessando verso le due dopo il mezzodì, alle quattro ricomincia di nuovo, ed ha durate fino alle nove con grandissima vivacità.

Nella notte del 14 al 15 il Comandante Michel fa mettere in due camere del Castello due pezzi per rispondere alle scialuppe; questa operazione nel domani essendosi dagli assedianti scoverta, attira il fuoco spessissimo della batteria di terra sita a’ Cappuccini, e per ciò il lato del Castello da quella parte rimane inabitabile: nel mattino continuando sempre con la stessa attività e valenza nel trarre i due mortai soli esistenti nel Forte, vengono ridotti fuori servizio; e nella notte susseguente si chiude con muro a secco la porta del Forte precedentemente percossa e quasi fratturata da più colpi di cannoni. In questo mezzo tempo gli assedianti alzano una batteria al disotto della città a 100 tese dal Castello; nel 16 il fuoco di questi incominciato dal mattino diviene molto più vivo, essendosi aumentate le batterie di terra, le quali traendo con più di certezza riducono la guarnigione a non aver sito ove ricoverarsi; il fuoco delle scialuppe anche a quello si congiunge durando fino alla notte; in detto giorno tutte le mura feritoie del Forte cadono, e quella parte rivolta verso la città si rende impraticabile; nel domani il trarre degl’inglesi va scemando nel corso del giorno, ma verso le ore 6 pomeridiane tutte le batterie fino a sera l’eseguono contemporaneamente con grande impeto; in questo giorno medesimo le barche si avvicinano a tiro di mitraglia, ma fatta breve comparsa, come per imporre, si cacciano alla larga.

Nella notte del 17 al 18 su d’un attrice del Castello viene costruito con grande sollecitudine un parapetto con botti e rottami a fine di piazzare un cannone da 16 onde scambiare dei colpi con le nemiche batterie di terra; all’alba del vegnente riprendendosi il cannoneggiare è seguito sempre fittamente fino alle ore 8: mercé un simile trarre il parapetto situato sull’astrico, da poche ore innalzato, cade, e l’astrico istesso esce dall’usarsi. Il Vascello il Pompei in quel giorno medesimo facendo mossa dal Faro, si avvicina al Forte; a quella vista si preparano nella Piazza delle palli arroventate, ma non sono queste menate ad effetto, attesocchè quella nave prende la rotta di Palermo. Nei due susseguenti giorni gli inglesi in pieno meriggio ed a faccia scoverta costruiscono delle nuove batterie molto prossime alla Porta del Castello, le quali immensi danni recano alla Guarnigione, e nel domani si erge una nuova batteria per battere in breccia il fronte del bastione di sinistra: tutti gli sforzi oprati dagli assedianti per annientire una simile opera vanno falliti: nella sera 14 barche a prono il fuoco, il quale per la sua eccessiva quantità, e per essere ben diretto fa si che il Castello tace totalmente e non ardisce più trarre.

Nel 21 e 22 il fuoco degl’inglesi ripetendosi a diverse riprese, ma sempre violento, e la batte ria innalzata per trarre in breccia essendo ultimata del tutto, nel secondo di quei giorni fa con grande impeto il suo officio molto efficacemente. A cinque ore della sera del 22 medesimo un quarto parlamentario mostrandosi al presidio chiede di conferire col Comandante; e questi giudicando suo dovere ascoltare le cose da proporsi, atteso lo stato nel quale trovasi ridotta la guarnigione senz'acqua e senza viveri, da facoltà al messo di entrare nel, Forte ed esporre le proposizioni; quindi si accetta l'intima ed i patti proposti, ma con condizione di avere ventiquattr’ore di armistizio innanti di passare alle conferenze difinitive: una tal dimanda è accordata dal parlamentario, e nel 23 Giugno a mezzogiorno si convengono tra Mr OswaldStuard Comandante in capite le truppe inglesi, Mr MichelCamprendon per parte dei francesi. «La Guarnigione del Forte di Scilla si rende prigioniera di guerra, con promessa di non servire contro le truppe di S. M. Brittanica e quelle dei suoi alleati fino al cambio dei prigionieri. Essa sarà trasportata a Tolone su bastimenti inglesi ed a cura di questi. La guarnigione sortirà dal Forte con tutti gli onori della guerra, cioè armi, bagaglio, vessillo spiegato, tamburro battente, cannoni e micce accese, ginnt’alla riva del mare i soldati lasceranno le loro armi, ed i sott’uffiziali ed uffiziali conserveranno le proprie sciable o spade. Tutti gli effetti appartenenti agli uffiziali, soldati ed a coloro che si trovano rinchiusi nel Forte di Scilla gli resteranno e saranno garentiti. I rifuggiati calabresi 0 italiani, che si troveranno chiusi nel Forte saranno liberi di rendersi alle loro case se il vonno, o di seguire la guarnigione francese; le loro persone, i loro effetti e le loro proprietà saranno rispettate. I feriti 0 resteranno nel Forte, 0 saranno trasportati nel l'ospedale di Messina raccomandati all’umanità ed alla generosità inglese, ed allorché saranno guariti, goderanno del vantaggio della presente capitolazione e saranno trasportati in Francia.

Comandante una divisione di truppe di S. M. Brittanica sotto gli ordini del Cavaliere Capo di battaglione del Genio, le seguenti cose, le quali sono vidimate ed approvate dal Generale

Un uffiziale di salute francese, unitamente ad un altro inglese prescelto da Mr Oswald avranno cura della salute degl’infermi. Si daranno 48 ore di tempo, a contare dalla rettifica della pre sente capitolazione, per fare che la guarnigione s’imbarchi. Tutti gli effetti, munizioni, artiglierie, tutto ciò ch’è di pubblica proprietà, sarà rimesso nelle mani del Commissario nominato dal Colonnello Generale M.r Osvvald.» (). Convenute queste cose, il presidio uscì dal Forte nel 25 al mezzodì, e fu imbarcato su d’un vascello inglese, indi trasportato alla Ciotat uno dei migliori porti del Mediterraneo nel dipartimento del Rodano.

XXXVII. Mentre i menzionati affligenti casi, e le dette militari operazioni nel Regno accadevano, il novello Re, residente nella Capitale, nuovi ordini e nuove leggi dettava. Creava egli un Consiglio di Stato con decreto datato del 20 Maggio, nel quale detto era «il Consiglio di Stato sarà incaricato di discutere tutti gli oggetti, la di cui cognizione gli i sarà rinviata da Noi, sul rapporto d’uno dei nostri ministri. Esso sarà necessariamente inteso in materia d’imposizione. Verrà preseduto da Noi, e da quello fra i suoi membri, che sarà da Noi delegato. Il numero dei Consiglieri di Stato non potrà eccedere quello di ventiquattro. Vi saranno un Segretario, un Bibliotecario, otto Relatori ed un numero sufficiente di Uditori. Sono nominati Consiglieri di «Stato i signori Principe di Bisignano ministro delle finanze, Duca di Campochiaro ministro di Casa Reale, Principe di Canosa membro del tribunale conservatore della nobiltà, Duca di Carignano membro del Senato, Capecelatro Arcivescovo di Taranto, Duca di Cassano ministro dell’Ecclesiastico, Michel Angelo Cianciulli ministro di giustizia e grazia, Cavaliere Nicola Codronchi, Generale Matteo Dumas ministro della Guerra, Paolo Ferri Pisani segretario di Gabinetto, Domenico Martucci presidente del Tribunale di Commercio, Andrea Francesco Miot ministro dell'Interno, Barone Antonio Nolli, Generale Giuseppe Parisi, Commendatore Pignatelli ministro di Marina, Conte dì Policastro, Francesco Ricciardi, Saliceti ministro della Polizia generale. Il signor professore Tito Manzi è nominato Segretario generale del detto Consiglio; ed il signor Avvocato Giuseppe Galante diviene bibliotecaria del medesimo (). Nel mese di Luglio poi furono aggiunti a questa nomina, quali Consiglieri di Stato, il Duca di Cauzano, il Duca di Sant’Arpino, ed il signor Francesco Desimone Colonnello della Real Marina ()».

Con legge apposita si diede al Ministro dell’interno il peso di quella parte di economia civile, che le amministrazioni delle comuni e delle provincie racchiude; le arti, le scienze, le fondazioni di pietà ed utilità pubbliche vennero del pari ad esso affidate.

In data del 23 detto mese fu decretata «l’abolizione delle grana cinque al rotolo, imposta sul dazio del sale con dispaccio del 1805, e fu ordinato nell’11 Giugno, che la distribuzione di detto cespite, e la riscossione del dazio su di esso, si facesse in tutto il Regno in quel modo che trovavasi stabilito nelle Calabrie, e nelle Puglie, eccettuata la sola città di Napoli; e ciò da avere esecuzione nel 1.° Settembre Corrente anno». ()

In questo tempo istesso si mise pensiero per la composizione delle guardie provinciali nelle provincie, e per le civiche nella città dì Napoli. Con decreto del 5 Maggio ebbesi che «per ogni provincia vi fosse una legione, la quale dovess’essere divisa trai Distretti e le Comunità; nella sol città di Napoli sei Reggimenti si creassero, il di cui servizio fosse gratuito a sostegno degli ordigni interni, divenendo legionari i possidenti dei beni, o d’industrie, e gl’impiegati a scelta dell’autorità civili a nomina del Re».()

Furono queste le basi della milizia interna, nelle quali nacque il sospetto che dalle milizie civili l’esercito si coscrivesse: i pericoli del servire, attesocché gl’insorgenti molti erano ed audaci, e l'anzidetto sospetto produsse cagione di popolari scontentezze e ritegno a queste legge; la quale resto rotta di effetto per alquanto tempo. Si ridussero per effetto di legge degli 11 Giugno «a due i già sette banchi della Città di Napoli, cioè uno di Corte stabilito in S. Giacomo, e l’altro dei privati nella Cassa detta dei poveri». () il primo abbondava di danaro, raccogliendo per ordinanza tutte le entrate del fisco; l’altro scarso e vuoto si teneva, dipendendo i depositi da farvisi, da propria volontà, che essendo dubbia la fede nel governo poco in esso vi faceva, riporre. Non trascorse molto e fu composto it Tesoro pubblico, deve con regole di leggi le entrate e le uscite delle finanze si concentravano. Con decreto anche del mese di Giugno fu disposto «che tutte le contribuzioni da pagarsi di quadrimestri in quadrimestri, si pagassero in dodici rate eguali alla fine di ogni, mese». () Con altra emanazione dello stesso mese si ebbero vari regolamenti intorno alle Posti.

Fatte queste cose, si rivolse il Governo, con una particolare cura alle finanze, che in grande confusione si trovavano: imperciocché alcuni dazi erano stati dai Viceré spagnuoli alienati, 0 pignorati ai particolari, i quali esigevanli col nome di arrendamenti. Frattanto si percepivano ventitré diverse tasse a titolo di contribuzioni dirette, queste non in egual modo fra le provincie venivano divise, ed in ciascuna delle provincie con altra ineguaglianza fra contribuenti erano ripartite in alcuni luoghi sopra imperfetti catasti si esigevano; in altri sopra i consumatori, ed in altri su i beni comunali. I feudi esenti si tenevano dalle ordinarie contribuzioni; ma soggetti erano all’estraordinario, non meno gravose. Tutto ciò fu abolito, stabilendosi con decreto, del 25 Giugno «che le percezioni di tutti gli arrendamenti, di qualunque natura fossero, e sotto qualunque amministrazione si trovassero, si percepissero dal 1. del prossimo Luglio per conto del tesoro pubblico, che tutt'i creditori conosciuti, sotto il nome di Consegnatari od Assegnatari di detti arrendamenti, venissero pagati de’ loro averi dal pubblico erario alla fine di ogni trimestre, cominciando tal pagamento dal 30 del prossimo Settembre». In data del 20 Luglio fu emanata altra legge per rifare dei loro capitoli gli assegnatati degli arrendamenti, divenuti in virtù del predetto decreto creditori della Corte, e faremo a questi conceduti dei beni nazionali in soddisfazione dei loro capitali (). «Abolite poi tutte le indicate tasse, fu ordinato che si percepisse dal cominciare dal prossimo anno 1807 una sola contribuzione sui terreni sugli edifizi, sui creditori dello Stato e sulle rendite impiegate nel commercio. Questa fosse calcolata sulla base del quarto del fruttato dei fondi, di modo, che dall’erario si percepivano, per questo titolo, sette milioni di ducati all’anno. Fu ordinato altresì che un particolare consiglio liquidasse e consolidasse il pubblico debito». ()

XXVIII. Nel primo giorno del mese di Luglio fo. aperto il Colleggio di Marina col nome di Accademia di Martha, in virtù di decreto del giorno precedente; in esso si stabiliva «il non potervi essere in quella riunione più di quarantaquattro allievi, la di cui età non fosse minore dei 12 aiuti, né maggiore dei 15». ().

Nel cominciare del mese istesso, venne pubblicata una Sovrana determinazione con la quale furono espulsi dal Regno di Napoli i Gesuiti, col pretesto che l’ordine di essi aveva esistenza soltanto nei paesi nemici alla Francia: si dispose in questa, che i napolitani, se il volessero, potessero restare in patria, e gli stranieri avessero di tempo per quanto bastasse ad apparecchiarsi pel viaggio (). Nel domani di detta emanazione ebbesi nuovo decreto, il quale venn’eseguito con sollecitudine, cioè «di porre in sequestro tutt’i beni di coloro, che ritirati si erano in Sicilia, rimanendo confiscati per indi alienarli come beni dello Stato; disponendo che le ipoteche sopra tali beni a favore dei terzi, fossero dichiarate valide, come le ipoteche generali e particolari fossero rispettate.» () Una tale disposizione conosciutasi da Ferdinando nell’isola, fu per rappresaglia anche oprata su i beni che colà molti napolitani possedevano, che in quella ritirata non l'avevano seguito.

Altro atto Sovrano fu emanato presso a poco in detta epoca; con esso rimase «stabilita un’Amministrazione generale de’ dazi indiretti, nominando Direttore Generale di questa, sotto gli ordini del Ministro delle Finanze, il Consigliere di Stato signor Domenico Martucci, e membri dell’amministrazione il francese Lecoulteux le Blanc de Faulx, il signor Francesco Vetere, ed il signor Vincenzo Pecorari col trattamento di ducati 3000 annui; cessando però al Vetere il soldo come Presidente dì camera (). In conseguenza di questa nomina il signor Vetere ed il signor Pecorari presentarono al Governo la rinunzia degl’impieghi accordati loro; ma di questi spontanei rifiuti, si accetto soltanto quello del Pecorari, sostituendosi in vece il Marchese de Turris.

Diverse altre nomine furono emesse nella prima metà del corrente Luglio: «con la creazione di «un’amministrazione del demanio Reale se ne nominò Direttore Generale il signor Cavaignac, ed amministratori il signor le Blanc de Pommard, ed il Principe di Capasse. Per la liquidazione del debito Pubblico fu chiamato Direttore Generale di quel rama amministrativo il signor Freville, ed amministratore il signor a Douzan. Per la direzione delle Dogane vi fu a messo a Capo il signor Ferrier. Il signor Antonio Roederer divenne Segretario generale del Ministero della Casa del Re: ed il Marchese Dragonetti ebbe nomina di Presidente del Supremo Tribunale di Commercio in luogo del Martucci» ().

Nel cadere del detto mese fu terminata la totale organizzazione di un Reggimento di Artiglieria a piedi di 20 compagnie di cannonieri, e di una di artefici; e si fisso la formazione di un corpo del Genio, nominandone Ispettore il già Maresciallo Parisi Consigliere di Stato. Verso questa medesima epoca vide la luce l'organico della Gendarmeria Reale, e si andò sempre aumentando la forza dei Reggimenti 1. Cacciatori Napolitani, 1. e 2. Reggimento d’infanteria leggiera, e 2. Reggimento l’infanteria di linea ().

Fu il Regno, con decreto dell’8 Agosto, diviso in tredici Provincie, e queste suddivise in Distretti ed Università o Comuni; fu ad ogni provincia dato un magistrato incaricato dell’amministrazione civile e finanziera, e dell’alta Polizia chiamandolo Intendente, rimanendo abolita la dignità di Preside; ad ogni distretto un Sott’intendente anche fu dato, ed un Sindaco alle Comuni. Si ordinò del pari che un Consiglio comunale detto Decurionato fissasse in ogni Comune i bisogni, non che le spese, le entrate, gl’impiegati municipali, i quali durassero per un anno dopo di averli eletti, e vegliasse su questi che non mancassero ai loro debiti. Le rappresentanze delle comunità si componessero secondo il numero degli abitanti da dieci a trenta, scelti a sorte tra i possidenti di età maggiore dei ventuno anni, rinnovandone in ogni anno la quarta parte. ciò ch'era il Decurionato per la Comunità, esser doveva ancora il Consiglio Distrettuale pel Distretto, ed il Consiglio Provinciale per la Provincia: dieci membri componevano il primo, venti il secondo; gli uni e gli altri proposti dai Decurionati a maggioranza tra i possidenti del Distretto e della Provincia, ed eletti dal Re, che vi aggiungeva un Presidente. Si disponeva che quei Consigli adunati in ogni anno, giudicassero i conti dei Sott’intendenti e dell’Intendente, distribuissero le regie imposte fra i Distretti e Comuni, e fosse loro obbligo il proporre dei mali pubblici i possibili rimedi, e riferire ài Governo direttamente le speranze ed i voti dei popoli; () epperò l’Intendente Capo della Provincia, veniva ogni anno sindacato da’ suoi soggetti e censurato od accusato se ingiusta e manchevole fosse la sua amministrazione. «Le 13 Provincie furono così chiamate: Napoli con Napoli per capoluogo; 1. Abruzzo ultra con Teramo; Abruzzo ultra con Aquila; Abruzzo citra con Chieti; Terra di LavoroPrincipato Citra con Salerno; Principato ultra con Avellino; Capitanata e Contado di Molise con Foggia; Terra di Bari con Bari; Terra d’Otranto con Lecce; Basilicata con Potenza; Calabria citra con Cosenza; Calabria ultra con Monteleone (). Agl’Intendenti fu dato il soldo annuale di Ducati 1800; ai Segretari generali quello di Ducati 600; una egual somma ebbero i Sott’intendenti; ed i Consiglieri d’intendenza Ducati 180. Agl’Intendenti per impiegati subalterni, servienti e spese di segreteria fu l'accordata una indennità annuale di Duc. 1500, ed ai Sott’intendenti quella di Duc. 360»().

con Santamaria;

Con decreto dello stesso giorno furono eletti l'Intendenti i Presidi, ciascuno nella Provincia che era di sua pertinenza, ed il signor D. Raimondo di Gennaro ebbe nomina d’Intendente di Napoli: nello stesso decreto leggevasi sono nominati Segretari generali per Napoli Augusto Turgis, per Terra di Lavoro Filippo del Giudice, per Principato citra Ferdinando Torre, per Principato ultra Carlo Demarco, per Terra d’Otranto Giacinto Antelmy, per Terra di Bari Dionisio Pipino, per Capitanata e contado di Molise Nicola Lucente, per Aquila Bernardino Muzj, per Chieti Giuseppe Ratizza, per Teramo Francesco Saverio Petrone, per Basilicata Giacomo Rossi, per Calabria citra Ignazio Carabelli; e per Calabria ultra Gaetano Rodinò ().

In conseguenza dei riferiti decreti con altra nomina del 15 Agosto si ebbe «il Corpo della Città «di Napoli in rimpiazzo del Senato di Napoli, nominandone presidente il Duca di Carignano, Consigliere di Stato, e membri i signori Michele Filangieri, Giovanni Caraffa, il Marchese di Pescopagano, il Consigliere Giuseppe Carta, il Consigliere Costantino Melillo ed Antonio Lignota»().

Verso il cominciare di Agosto venne da Parigi la disposizione inserita nel bullettino delle leggi dell’Impero «che in ogni anno nel giorno 15 Agosto, sacro all’Assunzione, ed anniversario della conchiusione del Concordato, si celebrasse la «festa di Napoleone; e nella prima Domenica di Dicembre si solennizassc l’anniversario della coronazione e della battaglia d’Austerlitz». Per questa Sovrana volontà, in quel giorno indicato in Napoli si celebro con pompa estraordinaria la festa onomastica dell’Imperatore, la quale fu annunziata la sera del 14 con salve di artiglieria, che si ripeterono nel domani da tutt’i Castelli allo spuntare del dì, nel mezzo, ed alla sera: in quel giorno medesimo vi fu gran circolo a Corte, nella Real Cappella venne cantata un solenne Te Deum assistendovi Giuseppe, e tutte le autorità civili, militari e diplomatiche; indi pranzo lauto a Palazzo, e la sera illuminazione per la città, con uno spettacolo estraordinario ed allegorico al Teatro S. Carlo.

XXIX.. I beni feudali non solo furono soggetti alle ordinarie contribuzioni, ma subirono una riforma nella proprietà istessa.. Per chiarire quest’avvenuto, è d uopo che io prenda da lungi la descrizione della cosa, esponendo che in alcuni feudi i vassalli venivano soggetti a capricciose tasse, e talvolta obbligati a lavorare per un. determinato numero di giorni gratuitamente pel Barone; in altri luoghi, diverse personali servitù erano state cangiate in prestazione pecuniarie. I Baroni poi generalmente avevano il dritto di percepire su i terreni dei loro feudi una porzione del prodotto che talvolta era della decima parte, ed alcune altre fino alla quinta si estendeva: essi in oltre godevano del dritto del pascolo, né il contadino seminar poteva il terreno, se non in un determinato giro di due, di tre e talvolta anche di sei anni. Le acque correnti erano di esclusiva proprietà dei Baroni, essi soli potevano aver mulini, come pure forni ed alberghi: di più in molti luoghi, pel transito che si faceva alle barriere dei feudi, si erano messi vari pedagi. Eranvi quasi da pertutto latifondi, che demani denominavansi, ed in questi avevano diritti misti di pascere, di seminare e di legnare tanto i Baroni che gli abitanti dei feudi. La giustizia criminale e parte della civile veniva esercitata in nome dei Baroni, ed erano appunto baronali la parte maggiore delle terre e delle stesse città del Regno. Questo sistema feudale rendeva i baroni comunemente ricchi, e spesso prepotenti, non senza detrimento della prosperità pubblica, e della Regia autorità. Per rimediare ai disordini che da tal sistema derivavano alle amministrazioni, Tanucci Ministro di Re Carlo III incominciato aveva energicamente a procedere coi feudatari; ma tutte le disposizioni sue a particolari provvidenze si limitarono, colle quali ad essi sentir si faceva la forza della Sovrana autorità. Intanto Delfico, Signorelli, Galanti ed altri, non che Filangieri nelle opere loro contro gli abusi feudali, e i dritti misti declamarono; e da tuttocciò uno spirito pubblico formossi in forza del quale, come nel cominciamento di questi Ragguagli dicemmo, nel 1791 incominciò l'abolizione dei pedaggi. Si ordinò quindi che «nella vendita dei beni devoluti al fisco la qualità feudale si sopprimesse e nel 1792 si prescrisse che si dividessero i fondi ch’erano confusamente soggetti a servitù di uso». Prevalse frattanto la massima «che il prepotente non prescrive mai, e nel 1799 s’ingiunse ai Baroni, come narrai, di giustificare con autentici documenti il legittimo possesso dei loro feudi, altrimenti i beni sarebbero stati divisi agli abitanti». Ma il pronto ristabilimento dei Borboni, dopo la partenopea Repubblica, trattenne per allora il corso alla feudale rovina. Occupato però il potere da Giuseppe, decretassi nel giorno 2 di Agosto «essere abolita la feudalità con tutte le sue attribuzioni: conservarsi soltanto la nobiltà ereditaria co’ suoi titoli; essere aboliti senza compenso le prestazioni personali ed i proibitivi diritti, conservarsi però le prestazioni territoriali. I demani appartenenti ai soppressi feudi di restare agli attuali possessori, e conservare le popolazioni su dei medesimi i loro usi civici sino alla divisione». Con posteriori leggi si stabilì quindi, «doversi ripartire i demani fra i condomini, per essere come libere proprietà posseduti da coloro ai quali sarebbero toccati: assegnarsene alle università quella parte che fosse più vicina alle abitazioni, e questa doversi fra cittadini ripartire col peso del canone verso il comune (). Si prescrisse eziandio «che si commutassero in prestazioni pecuniarie i canoni già feudali, che dianzi pagavansi coi generi stessi in natura, dandosi la facoltà ai canonisti di redimere anche a rate le loro annue prestazioni»().

Si dispose similmente, che si concedessero ad enfiteusi i latifondi noti colla denominazione di Tavoliere di Puglia, che nell’estensione di mille e cento miglia quadrate, fin dai tempi di Alfonso I di Aragona, erano stati vincolati con particolari leggi, e per la maggior parte lasciati ad uso di pascoli. Queste leggi tutte furono mandate ad esecuzione in un modo violento. S’istituirono commessioni speciali per conoscere senza appellazioni le cause dei feudi, e delle divisioni dei demani; ed a queste commissioni furono comunicate particolari istruzioni le quali sommariamente contenevano «sotto la denominazione di rendite e diritti signorili aboliti, essere compresi così i personali che i giudiziari, non meno che quelli i quali avevano per fondamento una prerogativa, o una privativa. Le convenzioni ed anche i giudicati che avessero conservato tali specie di rendite e di dritto, o il loro equivalente trasformandoli in prestazioni di denaro, di opere, o di derrate cessassero di essere obbligatorie. Gli arretrati non essere più dovuti. Nel dubbio, presumersi signorili quelle rendite che non avessero per base né la cessione della proprietà o del godimento di essa, né di una cosa data e l'altra ricevuta. L’uso delle acque pubbliche essere di pubblica ragione, salvo il diritto alla vigilanza del Governo per la buona economia delle medesime. Chiunque allegasse feudalità universale del territorio di un Comune doverla provare, producendo una concessione del Principe. Essere eccettuati da questa regola i feudi recentemente abitati, in questi il lungo possesso equivalere alla concessione. Non riputarsi però concessione o investitura et l'atto di vendita che il fisco avesse fatto di un feudo. Tutt’i feudi (tranne le difese costituite secondo le leggi del Regno) essere soggetti agli usi civici. Una proprietà feudale per essere leggittima dovere avere per se la concessione o un giudicato, o un lungo univoco e non contradetto possesso. Questo poi dover essere provato con gli atti della cancelleria aragonese, co’ rilievi uniformi, con atti fiscali o con cabrei e capitolazioni di antica data. Le alienazioni dei corpi e delle rendite comunali essere soggette alla sanzione delle prammatiche diciotto e ventidue de admimstrandis universitatibus e della legge civitas dig. de reb. cred. La stessa teoria seguita dover essere relativamente ai crediti dei Baroni contro i Governi per mutui, o altre legittime cause. Per le proprietà allodiali dover essere i baroni giudicati con le ordinarie leggi. Quando però queste proprietà non fossero da loro possedute, ma da cittadini col peso di un censo, e dover produrre o il titolo del loro acquisto, o per lo meno la primitiva concessione da essi fatta dal fendo al censo soggetto. Nei domini Feudali essere i coloni inamovibili ossia perpetui, dover pagare il Barone in luogo della solita prestazione il decimo del prodotto principale della coltura di ogni armo. Essere però immuni da ogni prestazione i legumi e le piante degli orti. I coloni perpetui aver pieno diritto all’erba dei loro fondi»().

Con questi principi la commissione feudale in Napoli stabilita, giudicò (e spesso tumultuariamente) di tutt'i feudi del Regno, ed il risultato ne fu, che la maggior parte della nobiltà napolitana dianzi dovizioso, restò impoverita.

XL. Mentre, queste cose si facevano, la Polizia mostravasi operativa e vigile all’estremo, onde mantenere con mano ferma la tranquillità e la quiete; tali misure si rendevano pubbliche o fondate su basi vere o immaginarie che fossero state, perché intrinsecamente a via di spaventi tener in freno si volevano lé malcontente parti della popolazione: quindi verso la metà di Luglio furono obbligati ad uscire dal Regno le seguenti persone, perché sospette al governo, il Presidente Tranfo padre della Marchese Guidomansi, il Conte Dentice Massarenghi il Presidente d’Auria, il Giudice Frascolla, l’ex Brigadiere Ricci, Ciachi ed il Duca di Roccaromana. nel mese istesso furono arrestate molle genti, fra le quali i satelliti di Francesco Cozzolino altrimenti detto il rinnegato di Resina la compagnia del capomassa Giorgio Punzo di S. Giorgio a Cremano, quella di Nicola Almeyda il portoghese, e Giuseppe Jorio detto il Giudeo di Afragola. L’ex Colonnello Francesco Antonio Rascia no fu dal Preside e dal Comandante della Provincia arrestato e mandato in Napoli sotto buona scorta unitamente a gran quantità di gente anche arrestata, ed il Rusciano fu messo alle secrete della Vicaria in unione di due frati Alcantarini del Convento di S. Pasquale di Napoli. Fatti molti di questi arresti e riunite gran quantità di persone nelle carceri si venne al mese di Agosto, e nel giorno 8 di quello, uscì fuori il seguente Decreto. «Per giudicare al più presto la folla di quelli che per reità di Stato sono detenuti nelle carceri provinciali, Sua Maestà ha creato quattro tribunali estraordinari, i quali dovranno conoscere esclusivamente di tutt’i delitti contro la pubblica siculi rezza commessi a mano armata in campagna, o sulle pubbliche vie; degli attruppamenti sediziosi ed armati; delle unioni clandestine e sediziose; delle sommosse popolari; della reclutazione, dello spionaggio, e di ogni altra colpevole corrispondenza a favore dei nemici; e finalmente degli autori di libelli e voci manifestamente dirette a turbare la pubblica quiete e dei vagabondi. La giurisdizione di ognuno dei Tribunali indicali, sarà separata da quella dell’altro. Alla giurisdizione del medesimo tribunale saranno sottoposti: 1. Le provincie di Terra di Lavoro, di balenio e di Montefusco. 2. Le tre degli Abruzzi. 3. Quelle di Lucera, Trani e Lecce. 4. La Basilicata e le due Calabrie. Ogni tribunale sarà composto di 8 Giudici compreso il Presidente, di un Procuratore Reggio e di un Segretario: cinque degli otto giudici saranno civili, e tre militari, non inferiori al grado di Capitano».

In conseguenza di questo Decreto fu nominato «il tribunale speciale per la prima delle «sopraddette giurisdizioni, e vennero prescelti i signori Domenico Sanzone Presidente, Giacomo Farina Procuratore Regio, Francesco Raggi Segretario; Giudici Gennaro Presta, Giacinto Mariucci, Giuseppe Marini, ………..Voleri; Colonnello Antonio Amato; Maggiore Ottavio Ciccone, Capitan Comandante del Genio Pietro Colletta»().

A tal proposito mi permetterà il lettore che io gli dia taluni schiarimenti sulla vita di quest’ultimo individuo, giudice di un tanto tribunale di severità. A cosa siffatta io sono chiamato per debito di verità non solamente, ma per chiarire e riempire varie lagune che nella vita del Colletta, premessa alla opera intitolata Istoria del Reame di Napoli, si trovano, tralasciate ad arte dall’autore di quella vita, ch’è egli stesso!!! Il Colletta giovane ufficiale di Artiglieria nell’anno 1799 perdè il grado di cui era rivestito insiememente a tutti gli altri che servirono la sedicente Repubblica Partenopea. Molti dei suoi compagni dei Corpi di artiglieria e degl’ingegnicri militari, che si trovarono a simile sua condizione servirono con distinzione negli eserciti stranieri, riscuotendone lodi e dignità: non così fec’egli, che anzi, mentre i suoi compagni di sventura s’illustravano dal 1799 al 1806, il Colletta poltriva nell’ozio; se in quel tempo avesse il Colletta esercitata l’onorevole professione di architetto, come asserisce l’autore della vita, potrebbe questi estrarre qualche commessa del Tribunale, o altro documento in appoggio delle di lui millanterie, sulle quali era egli larghissimo spacciatore. Su tal. cosa per altro noi non taceremo, che di tempo in tempo assisteva questi allo studio del mediocrissimo architetto Francesco Maresca. Al ritirarsi della Corte in Sicilia nel 1806, fino a tutto il Regno di Giuseppe si scovre in quella vita una lunga laguna, come se il Colletta non fosse stato tra gli uomini; epperò avendo tolto il carico di riempirla, abbiamo il dovere di aggiungervi una pagina. Chi non crederebbe che il Colletta alunno di Artiglierie nel 1799, ammesso di nuovo in quel corpo col grado di Tenente nel 1806, non si fosse dato a tutta possa ad esercitare ed a riprendere gli studi del suo mestiere? Bella occasione se gli presentava, avvegnacché conscio Napoleone delle buone doti dei Corpi facoltativi di Napoli, domandava al fratello un numero di uffiziali, che furono sparsi nelle isole dell’Arcipelago, a Mantova e nelle Fortezze di Germania, ove furono impiegati anche in qualche assedio. Ben altro era l’intento del Colletta, si affaticò egli soltanto a meritare, colle arti del cortigiano, i favori del Ministro di Polizia Saliceti, dal quale fu prescelto per sedere da Giudice in quel tribunale novello per delitti di Stato di sopra enunciato. In questo consesso di severità acquisto fama di estraordinario compiacitore delle passioni di colui, che a quella riunione avevano piazzato. Il carattere di lui fecesi presto scorgere in molti processi, che si potrebbero nominare all’uopo; pure è notabile ch’egli mostrò nelle sue dissertazioni e dispute tanta bile contro la razza degl’inquisitori, come se mai a quella classe foss’egli appartenuto, forse sperando di acquistar così nel futuro grande riputazione di virtù!!! Tanto è a sufficienza per ora.

XLI. Altre cose ed altri ordinamenti pure si fecero. Fa assegnata una pensione di annui ducati mille, e duecento alla vedova del pubblicista Gaetano Filangieri in considerazione dei servizi che il medesimo aveva resi allo Stato (). Si stabili, che dal primo del prossimo Gennaio fossero tutte le contribuzioni aumentate di un decimo del pagamento degl’interessi del debito pubblico; ed inoltre fossero addetti alla Cassa di ammortizzazione annui ducati duecentoeinquantamila provenienti da alcune rendite demaniali (). Fu ordinato pure che il monistero del Gesù nuovo, e quello di S. Nicola alla Carità venissero destinai per alloggi militari, perchè precedentemente erari disposto, che tutti gli Uffiziali da Colonnelli in sotto non fossero più alloggiati presso i particolari nella città di Napoli: la Chiesa del Gesù nuovo fu assegnata pel servizio Divino ai frati di S. Luigi di Palazzo (). Con legge posteriore ebbesi la composizione e l’uso del sigillo dello Stato e dello Stemma Reale ().

Con apposito organico venne regolata l’amministrazione civile; e con altra l'organizzazione del pubblico tesoro. Fu ordinato inoltre la pronta liquidazione del debito del banca di Corte e di quello dei particolari; che i pagamenti si facessero dagli amministratori con polizze del Banco di Corte; che le polizze di detto banco, risultanti dalla vendita dei beni dello Stato, si spedissero al pubblico tesoro; che le cariche di Scrivano di nazione e di Tesoriere generale fossero abolite, sostituendosi in vece due Pagatori generali, e due Controllori; che tutt’i privilegi e franchigie su i pubblici dazi, non più avessero vigore; che tutte le concessioni di proprietà e di usofrutto fatte dal Governo dopo del 13 Giugno 1799 rimanessero distrutte; che tutte le cause pendenti nella Camera della Sommaria tra gli ex-feudatari ed i Comuni, o tra i Comuni ed i particolari passassero alla cognizione de| Sacro regio Consiglio; che si desse un mensuale assegnamento a favore degli ospedali degli Incurabili, dell’Annunciata e di Sant’Eligio in rimpiazzo degli arrendamenti che precedentemente percepivano. () Trascorsi altri giorni fu decretata l’abolizione del dritto di patente, e del rilascio del 1.° soldo por i nuovi nominati all'impiego; e l'annulllamento delle prammatica, che limitava le doti delle Dame napolitane a ducati 15mila. Furono fatte leggi per la riapertura dei Seminari, dandosi anche norme intorno al ricevimento degli Ordini sagri: indi venne comandato doversi chiedere il Real permesso per ricorrere alla Santa Sede per affari spirituali ed ecclesiastici ()

XLII. Con legge apposita fu dichiarato che gl’Intendenti fossero presidenti di tutti gli stabilimenti di pubblica beneficenza, e che questi badassero, a seconda del regolamento già emanato, alla conservazione dei canali e dei fiumi. Nel quattro di quel Decembre col fissarsi i distretti delle Provincie del Regno, si bandi che il Contado di Molise dividendosi dalla Provincia di Capitanata divenisse una provincia a parte, incaricando tanto l’Intendente di Capitanata, che quello di Molise di emettere le debite disposizioni intorno a tale divisione, dichiarando il Comune di Larino sott’intendenza della nuova stabilita provincia (). I ministri furono chiamati all’obbligo di presentare al Re in ogni quindici giorni lo stato dei rispettivi ministeri. Si dispose l’apertura di una vasta e pubblica piazza avanti alla Reggia di Napoli: si destinò un nuovo locale per la fabbricazione della porcellana, e si stabili un nuovo organico pell’Università degli studi (). Facendo queste leggi e questi dettami, si arrivò al termine dell’anno 1806, che vide solo il disposto e non l’esecuzione delle predette cose, dappoiché lo stato del Regno ne impediva gli effetti, essendosi le insurrezioni ingrandite oltre modo, e divenendo gli agenti del governo, massime i forestieri, gli operatori dei danni maggiori; perocché i capi militari nelle Provincie ponevano delle taglie arbitrari nelle città; menavano in prigione ed a morte i cittadini a pieno loro piacimento; le antiche leggi conculcavano, non che le novissime fatte; e gli usi patri, e le più care abitudini dei cittadini, che in nulla il sistema governativo toccavano, con la pesante ed irresistibile legge della prepotenza andavano con mano di ferro distruggendo. Verso il cadere di questo anno, e propriamente nell'Ottobre, dall’altra parte del Faro la maestà di Ferdinando IV stabiliva con decreto in Palermo l’Università degli Studi pel bene e meglio di quelle popolazioni sì per la parte scientifica, che per quella morale (), A quesiti di e propriamente nel 6 Ottobre, avvenne la morte di Giuseppe Maria Galante, nello anno 63 di sua vita, uomo ricco di varietà di cognizioni rivolle tutte all’utilità pubblica: la morte di questo benemerito e grande uomo venne riguardala una pubblica sciagura. Le utili riforme da lui proposte a Re Ferdinando, non poterono mandarsi ad effetto a causa delle turbolenze politiche in cui si viveva. Coloro i quali hanno predicate, che i cangiamenti operati nel Regno durante il decennio della francese occupazione, erano cose sconosciute in Italia, non hanno avuta certamente cognizione delle opere del. Galanti: in esse quasi tutte le riforme messe in opera erano suggerite, massime nella voluminosa relazione falla al Re nella qualità di visitatore Generale del Regna Al vero desiderio ond’era acceso per la gloria del Re e pel bene della patria, accoppiava una rata modestia, un ardore instancabile pel travaglio, una fierezza, che non facevalo mai piegare ad un atto inconciliabile col decoro; e né adulatore egli era, né affannone, preferiva il meritare all’ottenere gli onori; talché la divisa di quest’uomo grande potrebbe essere quel dello di Sallustio: plurimum facere; minimum ipse de se loqui.

Con viene spargere a tal proposito anche fiori alla memoria di Oronzo de Bernardi il quale non solo in Napoli, ma in molti altri luoghi dell’Europa fece rifulgere la sua dottrina, epperò venne a scritto quale accademico, in quella, imperiale di Pietroburgo, in quelle di Edimburgo e di GottingaReale delle Scienze di Parigi; finì egli la sua vita in Terlizzi città della Puglia, sua patria, nel 29 Novembre con un apoplessia fulminante di anni 71. Generale e spontaneo fu il lutto della città di cui era stato l’ornamento e tutt’i buoni piansero in lui la perdita di un uomo che a dottrina profonda accoppiava tante virtù cittadine.



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CAPITOLO IV

Le truppe che erano state all‘assedio di Gaeta vanno in Calabria sotto il comando di Massena; le Calabria sono dichiarate in istato di guerra; Giuseppe segue la marcia di queste truppe; vari attacchi degli insorgenti contro i francesi. — Esortazioni del Colonnello Gernalis agli insorgenti calabresi per animarli contro i francesi; opposizioni i Massena a questi eccitamenti; vari capi massa e loro imprese; morte di Gernalis e sue qualità; il Maresciallo Massena a Cosenza, giornaliere fazioni delle contrarie parti combattute aspramente. — Il Quartier generale francese passa a Monteleone; operazioni di Falzetti, operazioni di Guerriglia; Sciabolone si dà ai francesi. — Eccitamenti degli inglesi sulle popolazioni del littorale del Regno di Napoli; altre gesta dei sollevati, e come risultano, lettera di Napoleone al fratello Giuseppe sulla sollevazione della Calabria; il Maresciallo Massena è chiamato dall’Imperatore per condurre l’esercito di Polonia. — Osservazioni sulle gesta del capo massa Michele Pezza, di lui valore, scontri ricevuti, sua fermezza, mia morte, sue qualità fisiche e morali.

La resa di Gaeta dava grande vantaggio alle condizioni dei francesi nel Regno. La forte schiera espugnatrioe di quella, ascendente a 16 in 17 mila combattenti ad un bel circa, rimasta disponibile, andava a ricuperare le Calabrie; e siccome il nome di Massena era di molta imponenza, cosi veniva affidata a lui la direzione principale di questo esercito, incaricato, insieme ai soldati di Verdier e di Reynier, di soggiogare quelle provincie ribellate. Perchè un uomo terribile avesse potestà terribile, decretava Giuseppe così nel giorno 31 Luglio «Le Calabrie sono dichiarate in istato di guerra: in conseguenza le autorità civili e militari eseguiranno gli ordini del Generale Comandante in Capo la spedizione e gli renderanno conto di ogni cosa. Questo Generale è autorizzato a nominare delle Commissioni-militari, i cui giudizi saranno eseguibili senz’appello fra le ore ventiquattro. Le truppe saranno a carico de’ paesi rivoltati. I beni degli assassini e capi ribelli giudicati colpevoli dalle commissioni militari, siano presenti, siano per contumacia, saranno venduti per essere il prodotto di questa vendita diviso fra gli abitanti delle Università, che avranno fatte delle somministrazioni alle truppe al pro rata delle medesime. I Conventi i cui religiosi non dichiareranno al Preside, od al Generale nelle ore ventiquattrore dopo la pubblicazione del presente decreto, quegli che fra loro avessero prese le armi, 0 servite di spie al nemico, o d’istigatori, ai rivoltati, saranno chiusi; i religiosi che avranno più di settant’anni saranno condotti in un Convento di. loro ordine; gli altri rinviati dal Regno, e puniti di morte se infrangono il loro bando. I proprietari, che essendosi ritirati fuori del Regno, non hanno profittato della libertà che noi abbiamo dato loro di rientrare, che hanno aspettato l’esito della rivolta ch’è stata organizzata,, sono dichiarati nemici dello Stato; i loro beni sono confiscati. Le guardie provinciali che saranno richieste, saranno pagate come le truppe di linea, finché esse rimarranno. in attività di servizio. Ogn’individuo, che non trovandosi iscritto nella guardia provinciale, conservasse armi da fuoco, od altre armi proibite, ventiquattr’ore dopo che l’ordine di disarmamento sarà dato all’università di cui esso fa parte dal Generale comandante la spedizione, sarà tradotto d’innanti alla commissione militare e condannato a morte. Presidi formeranno uno stato delle perdite sofferte dai particolari attaccati alla loro patria, un altro dei beni dei ribelli. Le Università che consegneranno gli autori degli assassini ed i capi di rivolta giudicati tali, saranno esenti da ogni prestazione» (). Annunziando in tal modo il terrore della missione, arti Massena da Napoli il 1 Agosto, dopo aver dato avviso della sua marcia a Reynier, il quale come già dicemmo crasi ritirato nel suo campo di Cassano. Segui personalmente Giuseppe e da vicino il Maresciallo rendendosi con la riserva, composta della sua Guardia, prima a Salerno ed indi a Lagonegro.

Continui erano stati gli attacchi degl’insurgenti durante la permanenza in Cassano di Reynier, ma senza poterlo costringere a sloggiare da quel paese. Fra i fatti d’armi accaduti in quel torno, merita particolar menzione il seguente per la sua singolarità. Due battaglioni svizzeri formavano parte delle truppe di Reynier: i loro uniformi rossi, simili, soprattutto in lontananza, alla divisa delle truppe inglesi, avevano più di una volta indotto in errore i sollevati. I detti due battaglioni sulla cui fedeltà, coraggio e disciplina, sapeva Reynier potersi intieramente fidare, ebbero da esso l’ordine la sera del 10 Luglio di uscire dal campo, e facendo un lungo giro tortuoso giungere all’alba dell’11 dinanzi ad un villaggio, ove trovavasi una riunione numerosa d’insurgenti. Questi vedendo appressarsi da un lato opposto al campo francese una truppa con divisa scarlatta, e che non faceva sprona ostile dimostrazione, non dubitarono punto che non fossero inglesi sbarcati nel corso della notte. Accorsero essi dunque festosamente al loro incontro, tua non rimasero quei, troppo creduli lungamente in errore: accolti ad un tratto da una terribile scarica di moschetti; e quindi caricati colla baionetta, pagarono ben trecento di essi quella fatale ed imprudente sicurezza, mentre gli svizzeri di poco menomati, tornarono al campo carichi di facile gloria e di copioso bottino. Lo sdegno dei calabresi per questo accaduto si mostrò nei feroci assalti mossi contro Reynier nei giorni consecutivi, i quali lo avrebbero certamente ridotto a mal partito, senza le sorti felici di Massena.

Arrivato questo Maresciallo a Lagonegro, aveva scontrato un buon numero di sollevati, comandati da Gernalis, fortificati sul monte Cocuzzo ed a Lauria: Massena dopo aver per lungo tratto ed inutilmente atteso, com’era stato lusingato, che essi gli inviassero una deputazione per sottoporsi, li fece attaccare di fronte dai reggimenti francesi 52mo e 102mo i quali furono respinti con gravissima perdita. In allora campeggiò in modo il Maresciallo colle sue truppe da circondare la posizione di Cocuzzo pel rovesciò del monte Galdo. Tutta quella riunione che così bravamente aveva fino a quel momento persistito ai replicati ed impetuosi attacchi francesi, postasi ad un tratto in sospetto e quindi in temenza delle evoluzioni nemiche, e poco serbando obbedienza al proprio comandante Gernalis si sciolse insensibilmente, e per piccoli gruppi si trasferì in altre posizioni che a norma del diverso parere di ciascun Capo, giudicate furono più vantaggiose e sicure. Sgombro il passo il pili difficile all'avanzamento dei francesi, perduta la forza dell’unità ed assaliti in più posti dalle truppe disciplinate di Massena, furono i borboniani rotti e fugati. Lauria, residenza fino allora del maggior numero fra gl’insorti, venne per primitivo esempio di rigore, messa a sacco ed arsa, sì che bruciarono con le case alcuni dei rimasti abitanti deboli ed innocenti. Dei pastori che custodivano le mandre sull'alta montagna Pollina in prossimità di Castrovillari, udito il fragore del combattimento di Lauria ed informali dai disciolti, della sconfitta da essi ricevuta, scesero tosto alla pianura, andando a recare tale nuove agli abitanti di Castrovillari e di Murano. Senza frapporre indugio, spedirono questi da Reynier a Cassano una deputazione per protestare sommissione e per pregarlo d’inviare delle truppe francesi alle loro terre. Reynier nulla sapendo del citato avvenimento di Lauria, ed intento sempre a trar profitto delle circostanze, che se gli paravano d’innanti, accordo con prestezza alla deputazione tutto ciò ch'essa chiese. La vanguardia di Massena pervenuta in prossimità di Murano, poche ore dopo l’arrivo del forte drappello speditovi da Reynier scorgendo da lungi a balenare una quantità d’armi intorno al paese, disponevasi ad un attacco. Ignari del pari le genti di Reynier dell’avvicinamento di Massena, vedendosi minacciati così da vicino, supposero essere quella una truppa nemica e munironsi alle difese. I bersaglieri delle due parti scambiarono anche sul principio qualche colpo fra loro; ma bentosto riconosciate l'equivoco, accadde in Murano la riunione delle geriti di Massena con quelle di Reynier.

XLIV. «Il diritto il più Sacro, ed anzi il primo dei doveri dell’uomo» diceva Gernalis ai suoi «certamente quello di difendere il suolo che gli fu cuna, il tetto paterno, la propria famiglia, i propri figli. Tutt’i mezzi di resistenza sono buoni, legittimi ed autorizzati, quando sono essi diretti a mandare a vuoto un ingiust’aggressione. Un invasione straniera, la quale pretende imporre leggi ad un popolo, che nulla ha seco di comune né favella, né costumi, né clima. Ha la natura stessa» aggiungeva questo condottiero «tracciato i limiti delle nazioni. (Non sine provvidentissimo deorum immortalium consilio, Alpes Italiam et Gallum diviserunt). TITO LIVIO: con qual diritto dunque pretendono adesso i francesi d'infrangerli? con quello forse del più forte? E bene? tentiamo con ogni modo, qualunque ei siasi, di rendere eguali le condizioni reciproche.» Rispondeva Massena a queste proclamazioni ed incitamenti; altre cose per chiarire la condotta del governo Napoleonico; ed in mezzo a questi diversi e continui scritti, avanzavano i francesi, senza però che i borboniani si mostrassero punto dissanimati; ch’anzi ridotta a mal partito presso Castrovillari un reggimento francese, in rutta prossimità del rimanente dell’esercito, sarebbe rimasto infallibilmente distrutto, senza l’aiuto della legione Corsa la quale disciolse i contrari.

Combattendo ed incalzando delle spicciolate partite, senza mai vincerle e distruggerle s'inoltrava l'esercito di Massena verso Cosenza. Ad una forza cotanto imponente non avevano i calabresi, da opporre, che le bande di Giovanni Marincola, di Giovanni Mirabelli di Niocota, di Claudio di Luca, del medico Francesco Salvatone, di Antonio Palmieri, del Marchese Antonio Ferrari, de Padre Ala e di un Cappuccino. Per quanto minor di numero queste squadre fossero delle truppe del Maresciallo, avevano ciò non ostante deliberato di esperimentare in terreno favorevole la sorte delle armi, prima di permettere al Maresciallo l’ingresso in Cosenza; ma una marcia forzata di trenta miglia fatta eseguire in un giorno da quel Duce alle sue truppe, distrusse, tutt'i calcoli e le disposizioni dei detti capi, bene spesso fra essi discordi. Deluse cosi le loro speranze si dettero allora nuovamente a quella guerra spicciolata che tanto danno reca alle annate. In queste fazioni si distinse sopra le altra la banda del Capo Falzetti; il quale postosi colla sua gente al passo di Seracena contrastò lungamente i progressi della vanguardia di Massena, né cedé il posto, da esso sì valorosamente difeso, se non quando si accorse che stava per essere da ogni parte circondato. Da sua ritirata non potè tampoco essere disturbata dai contrari, avendola eseguita con lentezza e precisione, e recando sempre un danno; infinito ai propri avversari, che in questo fatto soffersero molta perdita. La divisione Reynier incaricata d’inseguir Falzetti marciò alla volta di S. Demetrio punto centrale fra i due mari alle falde delle montagne della Sila: ivi eransi adunate le bande guidate in capo da Gernalis, voleva costui ritirarsi, opinavano gli altri suoi dipendenti diversamente; da questa disparità di opinione ne nacque quasi una mischia ed in mezzo al disordine ed al tumulto da essi cagionata perì lo stesso Gernalis per mano de’ suoi subalterni, che lo dichiararono traditore di Re Ferdinando. Fu così chiamato il. Gernalis, sennonché precedentemente molti Uffiziali e soldati tanto francesi, che Italiani gli dovettero la vita, perché aveva ordinato che li fossero condotti tutti coloro che venivano presi; epperò un Uffiziale in tal guisa guidato presso di esso a Rossano, oltre: all’essere benissimo accolto, fu alloggiato nella stessa sua casa, onde sottrarlo dalle violenze dei sollevati, dai quali trovavasi circondato; questo ed altri atti simili di umanità insospettirono i suoi dipendenti e lo resero disgraziato. Era egli stato antico Uffiziale nello esercito napolitano, ed eletto dai Lord Stuard e Sidney al comando delle masse, perché avevano in esso ravvisato moltissime attività ed intelligenza, soprattutto per la piccola guerra. Educato, coraggioso, colto, erasi generalmente fatto in quel tempo molto nome, e sotto il titolo di Generale inglese guido a suo modo per lunga pezza, come dicemmo, quelle teste calde e vivaci dei calabresi: parlava egli con estrema facilità, oltre la propria lingua la francese, l’inglese, la tedesca e la greca. La sua morte dispiacque sì agli inglesi, che ai francesi.

In conseguenza della descritta dissenzione; avanzatasi la gente di Reynier senza ostacoli fino a Monteleone, penetrò in Seminara, ma non potè occupare tutto il paese, esigendo tale azione delle forze numerose, e soprattutto delle frequenti colonne mobili per costringere le popolazioni sollevate a rientrare nell’obbedienza. Il Maresciallo Massena intanto stabilito il suo quartier generale in Cosenza, ed accampalo il rimanente della sua armata all’intorno spediva per ogni lato delle numerose frazioni di truppe, onde purgare i circonvicini paesi dalle sedizioni. Conveniva però a queste truppe usare un attività estrema, ed una somma vigilanza, mentre i calabresi quando le vedevano arrivare, e conoscevano non essere utile di seco loro misurarsi apertamente, sbandavansi e ritiravansi nelle montagne, da dove tornavano poi più numerosi ad infestare lo stesso luogo, tostocché la truppa, contraria allontanata se n’era, ovvero piombavano addosso di quella secondocché bilanciavano la certezza dell’impresa. Giornalieri erano le fazioni e le pugne di questo genere: i soldati di Massena trucidavano i calabresi nelle imboscate, nelle battaglie e nei giudizi; i calabresi a vicenda ammazzavano i contrari negli aguati nelle case e nelle battaglie: dall’una parte e dall’altra si saccheggiavano e s’incendiavano le città che ardivano opporre qualche resistenza. Il Generale Franceschi, munito d’ordine terribile, e di forze proporzionate, traverso i boschi della Sila, e fece diverse spedizioni perniciosissime ai borboniani dal lato di Catanzaro e di Gasparina:Squillace apri le chiuse porte, ed il Franceschi vi stabilì una guardia forte, incaricata della difesa del luogo. Riunitisi frattanto di nuovo i sollevati nelle vicinanze di Catanzaro prepararonsi ad assalire e sorprendere questa città Io seppe appena Franceschi e. volo colla sua cavalleria, e colla più veloce e scelta fanteria su quel luogo, ove entrò nella notte nascostamente. Ignari i sollevali di tale arrivo, penetrarono con sicurezza in Catanzaro; allora uscita la cavala lena ed i volteggiatori francesi, dai loro aguati; piombarono così improvvisamente sopra i disgraziati calabresi, che non avendo tampoco l'agio di porsi sulla difesa, cercarono riprendere novella niente lai canvpagna e nel riiirarvisi invilupparono in una imboscata tesa loro da talune compagnie francesi. Diversi Capi e non pochi terrazzani caddero do questo trambusto in potere del fortunato Franceschi.

spaventata da questi due terribili esempi la città di

Non così felicemente riuscirono le spedizioni del Generale Gardan lungo le coste del Mediterraneo, affine d’intercidere le comunicazioni che gli anglo-siculi mantenevano nel paese ribattuto in più scontri, gli convenne farsi rinforzare onde conservarsi nelle posizioni che gli erano sta te assegnate. Il Generale ottenne qualche piccolo successo nei diversi punti che era incaricato di percorrere; ma avendo voluta impadronirsi della città di Amantea della quale avevano i calabresi formato la loro i principale piazza d’armi, e le cui amiche mura erano forti tutt'ora, venne respinto con grave perdita, fugato, ed inseguito fino a Cosenza. Una egual sorte ottennero tre battaglioni polacchi spediti da Massena a prendere possesso di Cariati, ed un reggimento francese inviato a Fiume freddo. La Calabria Citeriore per questi ed altri eventi felici proseguì ad essere la fucina dell’insurrezione e della guerra. Una compagnia di volteggiatori del 52mo Reggimento francese, fu anche più infelice nella sua missione, di quel che noi fossero i corpi francesi di sopra indicali: era essa stata spedita al villaggio di S. Pietro discosto tre miglia da Cosenza, per requisirvi paglia, materassi ed altri generi ad uso dei feriti, che ingombravano gli ospedali, le case, le Chiese ed i conventi della suddetta città: mentre i soldati occupavansi della loro commissione, una banda d’insurgenti nascosta nelle vicinanze le piombò addosso improvvisamente: invano cercarono i volteggiatori difendersi, essi caddero quasicché tutti (meno il Capitano e tre uomini, che riuscirono a fuggire fino in Cosenza) nelle mani dei calabresi, i quali gittarono due uffiziali cd alcuni soldati nel fuoco di una casa che ardeva per ordine di uno dei due uffizi di stessi. Il furore reciproco partoriva le morti, le morti furore: gli nomini civili divenivano barbari, e questi sempre più aumentavano la loro ferocia. Per quanto i calabresi scorgessero, che l’ostinazione produceva l’incendio ed il saccheggio delle cise e delle città intere, pure il loro accanimento ed il loro odio contro quelli occupatovi era giunto a tal estremo, che faceva d’uopo a questi ultimi combattere a morte onde acquistare il più piccolo spazio di terreno. Il Crati ed il Basiento, fiumi in cui furono principalmente gittati a mucchio i cadaveri degli uccisi, portarono con le acque loro al mare i sanguinosi segni della fermezza e del coraggio di una popolazione disperata, e risoluta di perire per difendere i suoi diritti, i suoi privilegi, anziché sottomettersi al giogo straniero.

XLV. Il Maresciallo Massena trasferito intanto il suo quartier generale a Monteleone, lasciò in Cosenza il Generale Verdier, e l’altro Reynier si recò a Mileto, facendo delle continue escursioni sulle sponde dell’Adriatico, nella parte che chiamasi la pianura, cioè a dire verso Casalnuovo ed Oppido. La strada maestra da Cosenza a Napoli era così mal sicura, che Verdier fu costretto a fortificare il ponte di Lagonegro; e non erano appena compiti i lavori, che vi comparve intorno con la sua banda il celebre Mecco onde assalire quel recinto. Gli abitanti si unirono ai francesi per difendere le loro mura, ma la disperata resistenza degli uni e degli altri, a nulla sarebbe valsa, senza l’opportuno arrivo d’un possente rinforzo di guardie provinciali, accorse dai vicini paesi, e di altra numerosa schiera francese. Da assalitore divenne Mecco allora assalito, non ostante riuscigli ritirarsi, perdendo però molti dei suoi, che con disperato coraggio si erano tutti riuniti in un punto per far testa grossa al nemico.

Nel 15 Agosto il famoso Capo guerriglia Raffaele Falsetti si accampò colla sua banda in poca distanza di Mongrassano, dinanzi al Monistero dci Cisterciensi di Marco. Da colà minacciando strage e rovine a tutte le popolazioni convicine, quando non si fossero seco esso unite per respingere il comune nemico, stava attendendone la decisione. Riflettendo e bilanciando queste popolazioni intorno alle loro presenti circostanze, guidate dai suggerimenti dei partitanti francesi, elessero di scacciare dalla presa posizione il Falsetti. Riuniti a tal effettuate tutti gli abitanti atti alle armi, non che gli armigeri baronali, uscirono in campagna guidati dal possidente Camillo Sarri devoto al nuovo reggimento. Falsetti supponendo venirgli questo conduttiere in aiuto, lo lasciò appressare placidamente; tratto poi d’ inganno, dall’ingresso ostile fatto in Mongrassano dal Serri, vennero le due parti all’empia pruova delle armi. Cederono e cambiarono di stazione i seguaci di Falsetti, ma 375 cittadini uccisi, ed altri feriti dai loro fratelli, perirono prima d’ottenere tal trionfo!!!

Anche nella Provincia di Salerno vedevansi pure di tratto in tratto apparire dei semi di rivolta, e delle bande che accorrevano per fomentarli e proteggerli, Tali mosse insurrezionali cagionavano bene spesso dei fatti d’armi trai quali merita essere distinto il seguente. Le diverse masse della sopraddetta provincia si erano novellamente riunite sotto il comando del Guarriglia, creato da Re Ferdinando in Palermo Maggiore, delle milizie reali.

Stanche di correre le montagne, si erano esse concentrate a Camerota villaggio poco discosto dal golfo di Policastro, posto spara una balza, avente alle spalle ed ai fianchi un precipizio alto ben 400 piedi, mentre difeso era nella fronte da vecchie torri quadrate, armate con due piccoli cannoni di ferro. Il Generale Lamarque, al quale era affidata la polizia di quel circondario, perché spessamente simulato da Masseria, raccolte le truppe che aveva sotto suoi ordini, e molte guardie provinciali, marciò il 7 Settembre per assaltare Camerota. Procedeva la colonna, che attaccar doveva la fronte del villaggio un buon numero di zappatori e minatori, incaricati di abbattere porta, stata già dal Guerriglia murata: circondato anche il paese da per ogni lato, spedì Lamarque alla marina di Camerota un battaglione, onde impedire ai sollevati ogni scampo. Questi lasciarono appressare le colonne francesi, e quindi le accolsero con un fuoco sì vivo, che desse retrocederono assai più celeri che avanzate non si fossero. Raggiunti in questo tempo i soldati di Lamarque dalle guardie civiche di Castel dell’Abate e di Pisciotta fu rinnovato l’assalto. Quelle milizie nazionali, volendo dar pruova del loro coraggio, si avanzarono arditamente fino sotto le mura del villaggio, soffrirono impassibilmente il fuoco vivissimo che le tempestava, ed appoggiate le scale alle mura, ove le sapevano meno difficili, ascesero insieme coi francesi alla vetta: abbattuto contemporaneamente dai zappatori il muro della porta, rimase come innondato il villaggio dalla folla degli armati nemici, che vi penetrarono. Fecersi i terrazzani massacrare per la maggior parte, anzi che rendersi, e le vecchie legioni francesi rimasero maravigliate di una fermezza e di un ordine cotanto pregevole. Il numero e la disciplina avendo prevalso, si gittarono alcuni terrazzani dalle mura, scalarono intrepidamente i precipizi e corsero al mare; altri, anche più audaci, formata una massa di disperati risolutissimi, si cacciarono in mezzo alle truppe dei loro nemici, ed aprendosi a viva forza una strada pervennero essi pure al mare rovesciando e deridendo il battaglione francese impostatovi da Lamarque, quindi s’imbarcarono cogli altri ‘sopra dei legni siciliani. Riavuti dalla sorpresa, accorsero i soldati derisi di Lamarque alla riva, ma tardi vi giunsero, non pertanto sfogarono la loro rabbia cannoneggiando i battelli, uno dei quali calarono a fondo. Morì a Lamarque molta gente ed ebbe eziandio da 80 e più feriti: i borboniani subirono un danno quasi eguale. Il Maggiore Guariglia si ritirò nell’isola di Capri sua consueta residenza, da dove partiva per far ritorno nel continente ogni qual volta l’ammiraglio inglese Sidney Smith gliel’ordinava. Questo Maggiore si conduceva con i prigionieri con molta generosità; tutti quelli che cadevano nelle sue mani non ne uscivano senza recar seco loro la gratitudine più sincera per gli atti cortesi ricevuti.

Gl’italiani di Lecchi nel percorrere gli alti monti degli Abruzzi non avevano perduto di vista il famoso capobanda Sciabolone, il quale ridotto all’ultima disperazione, preferì andare da se stesso a consegnarsi al Generale summentovato che teneva il suo central quartiere a Chieti.

XLVI. Gl’inglesi incrociando con le loro flotte nel Tirreno e nell’Adriatico, ed avendo piè ferino nella Sicilia e nell’isola di Capri, fomentavano con ogni loro potere le bande contrarie ai francesi, armi, munizioni, vettovaglie, promesse, minaccia di sbarchi ora sopra un punto, ora sopra un altro delle coste del Regno di Napoli, ed ogni mezzo che fosse utile per nuocere ai loro odiati rivali era messo all’atto. Nella Puglia presso Bari, e nel Principato presso Salerno spesso il fuoco della ribellione accendevasi o sedavasi, secondoché le forze degli occupatori vi si trovavano più o meno numerose e presenti. I capi massa Attolino di Trigiano, Carmosino di Ceglie, Canarico Michele Rotuardo, l’Arciprete Andrea Binelli, Vocella, Mangiai, Piccioli, de Filippi, de Michele Cancellieri, d’Aprigliano, Pellegrini, Correa, Majorana è cento altri, vi si erano già resi celebri. Le truppe di Giuseppe si tenevano in una continua attività e vigilanza onde rintracciarli e sperderli. Verso quest’epoca scoppiar doveva una nuova rivolta nel Regno: la principal sua sede era in S. Vito presso Lanciano; una tale famiglia nominata Anechini ne possedeva i fili principali; una solenne festa nella domenica 27 Settembre porgerne doveva l’occasione. Una donna di era stata ammessa al segreto, lo palesò al comandante di Lanciano, il quale spedi a S. Vito nascostamente dalla fotta con un polso di cavalleria; arrestati in precedenza i capi, e la maggior parte dei congiurati, tutte le disposizioni vennero per loro stesse a cadere. Questa cospirazione estendevasi fino a Matera. Ivi un tale Montemurrò, già detenuto nelle prigioni, unito agli altri camerati aveva fermato il progetto, che doveva essere secondato da tre suoi fratelli liberi, da vari soldati ferdinandiani e dagli sbirri, di aprire le carceri, e congiunti tutti a quelli della trama, piombare addosso alle truppe organizzate da Pignatelli, uccidere esso e tutti gli uffiziali, e così sollevare la città. Era il segnale un fuoco d’artifizio che far. dovevasi nella festa di Sant’Eustachio: mezz’ora prima che questa rivolta scoppiasse, un sott’uffiziale, che n’era pur complice, si portò a palesarla al suddetto Pignatelli; costui, senza frapporre indugio, trattenuto il sott'uffiziale in sua casa, fece arrestare colla massima sollecitudine tutt'i capi del complotto, ordinò di custodirli strettamente nelle carceri, fece abbattere la macchina del sott’uffiziale, e finalmente visitò e dispose in tutt'i punti della città le sue guardie, in modo che il pericolo della rivolta fu dissipato.

l Generali e le schiere di Massena, non che le truppe ed i partitanti di Giuseppe, non avevano un momento di posa onde ristorare le loro persone; costretti in questa ferocissima guerra ad occupare più terreno che potessero possibilmente difendere, non sapevano come far fronte ad una fatica, che omai superava le forze disponibili. La morte aveva già mietuto in Cosenza da più di duemila francesi, fra i quali il Generale Ventimiglia ed il Colonnello del 102mo reggimento di fanteria: l’esercito era omai scoraggiato; non passava giorno, ora, o momento, che quelle milizie non si battessero senza che ottenessero un resultato positivo. La colonne mobili amano di rado degl’impegni significanti nei punti ove si recavano; bene spesso per conoscenza delle località, dopo le prime fucilate scambiate, non vi trovavano tampoco con chi combattere; ma appena amano esse abbandonate il terreno tessuto di mira, tornavanvi le bande nemiche, e davano caccia alle spalle ed ai fianchi delle truppe, le quali da offensori divenivano offesi, epperò gl’isolati soldati, gli arretrati, i piccoli drappelli di fiancheggiatori e dietroguardie, non che quelli di minor numero dagl’insorgenti erano senza pietà massacrati; quest’insorgenti quantunque sembrassero dispersi, sapevano rendere quella guerra guerriata, non meno micidiale della campale. Il levarsi in armi era stato organizzato quasi, come lo fu di poi nella Spagna; ogni paese aveva i suoi capi, i quali radunavano sopra dei punti convenuti le loro bande battute, disperse, ma mai distrutte: esse sparivano, lasciavano passare il torrente, da quelle genti chiamato, la furia francese e si riunivano alle spalle e sui fianchi delle colonne. Le commissioni militari facevano giornalmente fucilare un immenso numero di paesani presi colle armi alla mano; ma siccome quelle genti non consideravano un tal genere di morte come infamia, così andavano fieri ed orgogliosi a riceverla. Massena vollle alloca, perché altamente gli pungeva quel disprezzo che i giustiziabili serbavano, tentare di stabilire nelle piazze pubbliche dei villaggi delle forche, come pure lungo le strade destinandole invece delle fucilazioni per i condannati. Questo metodo di morte assegnato soltanto ai malfattori ed ai briganti di professione, umiliò i terrazzani, e sedò, con gran meraviglia, in alcuni punti l'insurrezione, perché i borboniani nella nobiltà della causa che avevano intrapresa difendere, riconoscevano un volerli confondere con quella dispregevole gente, cosa che altamente toccava il loro amor proprio: simile eroica condotta destava una universale sorpresa, ed i calabresi riscuotevano l'intima ammirazione ed i voti di tutta l'Europa. Questa specie di riuscita morale, artifizio di Massena, fece sì che nel prosieguo da’ partitanti Napoleonici, che su di quell’epoca detttagliarono, nomassero i borboniani calabresi coll’ignoàii0isso titolo di briganti.

Le particolarità di questa guerra gloriosa; erano riferite con passione, dai giornali di Madrid, di Londra, della Germania settentrionale, e di Pietroburgo, talché Napoleone scrisse riservatamente al fratello «che avesse fatto tacere i fogli periodici su tali argomenti, che comunque presentati, additavano chiaramente i danni che ne risultavate per le sue truppe, e servivano d’un esempio contagioso agli altri popoli, che la sola forza trattneva sotto il suo dominio». ()

Per questa volontà scaltra di Napoleone, faremo osservare allo scrutinatore ed investigatore di quell’epoca, che quantunque la costanza ed il coraggio dei calabresi, abbia sempre proseguito a dimostrarsi nella lunga guerra da essi sostenuta contro quelli occupatori, pure le loro imprese da quest’epoca in poi, poco dall’Europa furono conosciute, stante il silenzio a cui erano i giornali napolitani obbligati restare. Non per tanto faremo a ravvisare che la difesa di Amantea, di Maratea e di Cotrone, le quali, man mano verranno dettagliate, non solo si rassomigliarono, ma anzi può dirsi servirono di modello e di esempio, a quelle che posteriormente fecero nella Spagna Gerona e Saragozza ed altre città. In ambo i luoghi il popolo più che le truppe le guarnì e le sostenne contro i soldati di una nazione reputata invincibile, i quali se vennero poi a capo di conquistarle, non camminarono certamente trionfanti e baldanzosi su quelle terre, ma bensì decimali in estraordinario modo, e su mucchi di cadaveri martiri delle loro opinioni, di ceneri e d’informi macerie.

Stando a queste tristizie le cose di quelle meridionali parti del Regno, che tra la bravura ed il coraggio, la costanza ed il furore, e esacerbaziani e la rapina ondeggiavano, fu Massena chiamato dall'Imperatore Napoleone a condurre gli eserciti di Polonia; per la qual cosa divenne suo successore al comando supremo di quelle ribollenti provincie il Generale Reynier, altra volta preposto a tanto fare.

XLVII. Le straordinario e sorprendenti imprese eseguite nella guerra che io vado ragguagliando da Michele Pezza, rivestito del grado di Colonnello delle armi di Re Ferdinando IV, lo resero talmente celebre, che il suo nome soltanto incuteva presso le popolazioni e presso il nuovo governo meraviglia e spavento: l'avere per molte volte nominato in queste relazioni un tanto uomo, che per antonomasia, assai giustamente, veniva chiamato fra Diavolo, fa sì che io palesi per verità d’istoria ai suoi connazionali ed agli esteri, taluni dettagli sul conto di questo famigerato fedele agitatore della causa borbonica. L’Europa però ingannata dallo spirito di partito, non conobbe mai un tale soggetto, che mediante i pubblici fogli, o i prezzolati ragguagli, fatti fare dalla nazione, che a quel volgere di tempo ci dominava; dimodocché Michele Pezza, fra Diavolo, e capo d’assassini suonavano come sinonimi, ed anche tutt’oggi suonano così nell’opinione di molti non scienti abbastanza dell’istoria della patria in generale, e non istruiti dei particolari della vita del Pezza. La condotta di questo Capo banda, i gravi danni da esso cagionati agli avversi francesi, lo spirito, la destrezza, l’audacia dimostrata in tanti e così dissimili rincontri, meritano una particolare relazione, nel dettaglio della quale il lettor mi sarà cortese scusarne la prolissità; a tanto anche mi sono indotto, poiché gran pane delle operazioni militari eseguite dopo la cessione di Gaeta, ebbero causa dalla condotta di quest’uomo. Io prego coloro che hanno sott’occhio questo mio lavoro, non lasciarsi guidare punto dalla prevenzione: avendo forse alcuno d’essi inteso per lungo tratto di tempo il nome di Michele Pezza, potrà dire: oh il nostro autore di memorie, vuol fare l’apologista dei briganti? No, freddamente gli rispondo; un tal divisamento non fu mai mia intenzione. Ma fa d’uopo rammentarsi ed esaminare attentamente le epoche in cui furono taluni individui caratterizzati: sotto quel titolo; spogliarli delle odiosità di cui le circostanze cd i tempi, volevano rivestirli, ed allora guardarli sotto il prisma della imparzialità, con cui deve al vero l’uomo considerare i suoi simili e le cose. Avendo io adottato dunque questo principio, d’imparzialità, mi credo in dovere di rendere noti e eommendevoli tutti quei napolitani che spesero i loro sangue, i loro sudori le loro veglie, le loro fatiche per quella causa a cui giustamente si credevano legati, per dovere, per onore, o per elezione; qual cosa io di già ho eseguita con coloro, che incontrammo l’epoca già dai nostri Ragguagli percorsa. Una volta per sempre io dichiaro non avere altra opinione, che quella della gloria del mio paese e bramo provare ai nostri detrattori, allo straniero, qualunque esso sia, ed alla posterità che la natura provvide copiosamente tutte le classi di questo bel paese, da requisiti necessari alla virtù ed alla gloria, che io ripeto con fondamento, qualità indigene del nostro suolo.

Comandante il Pezza un corpo numeroso di volontari realisti, scorreva con essi in ogni senso la campagna, piombava, improvviso sui quartieri francesi, attaccava con audacia i convogli, il più delle volte se ne impadroniva, quando alle sue genti era d’uopo di mezzi; impediva all’opinione favorevole ai francesi di manifestarsi, per la tema che ai partitanti inspiravano le repentine sue comparse; e finalmente il suo nome teneva luogo in più incontri della sua stessa persona. Durante l’assedio di Gaeta aveva egli reso dei servizi essenzialissimi, come vedemmo, al Principe d’Hassia Philipstall; uscito da quella Piazza per danneggiare alle spalle il campo degli assediami, adempì esattamente la sua missione: reso di giorno in giorno più audace e più intraprendente, era divenuto il terrore del paese che rimane tra il Volturno, e gli Stati del Papa; cercavanlo le colonne; ch'egli intanto con astuti mezzi e stratagemmi danneggiava, ed alle quali sempre sfuggiva: incontrato finalmente da quella di truppe italiane comandata dal Capobattagliona Bonelli sulle montagne di Rocca Guglielma, attaccato a Monticelli ed a Sant'Oliva e quivi soprattutto sofferto un grave danno, scoraggiati i suoi seguaci lo abbandonarono; quanto a lui, affidatosi solo a dei pericolosi e totalmente inusitati sentieri, pervenne felicemente alla marina di Scarni, ove s’imbarcò, e come già palesammo, retrocesse a Gaeta.

Vedendo il Pezza che l’assedio di quella piazza viemaggiormente incalzava, opinò che uno sbarco di genti borboniche nelle Calabrie fosse ottimo divisato ed opportuno, per attirare le truppe di Francia in altro punto del Regno, e non fare che tutte sotto Gaeta si portassero; quindi comunicata tale idea al Principe Philipstall, ed essendo trovato ottimo e conducente quel diversivo proposto, venne da S. A. Governatore inviato a Palermo per manifestare al Re quello che da esso si era opinato; e venendo il divisamento in discorso con soddisfazione approvato, fu sì che il Pezza partisse da Palermo sotto gli ordini immediati del Contrammiraglio inglese Sir Sidney Smith e fosse presente a tutte le operazioni succedute al litorale del Regno contre le truppe dell’occupatore, mostrando in quei rincontri ed in quel genere di guerra valore estraordinario e perizia somma.

Ricondotto al partito del Re la massima parte del littorale e buona porzione dell’interno delle Calabrie, e volendosi operare una diversione novella in altri punti del continente napolitano, il Contrammiraglio ordinò al Colonnello di eseguire uno sbarco nelle vicinanze della Piazza di Gaeta, la quale da pochi giorni era stata ceduta alle armi di Francia, ed indi innoltrarsi nella Provincia di Terra di Lavoro e percorrere gli Abruzzi, a di rimuovere l’attenzione somma dei francesi dalle Calabrie, per potere a tempo opportuno trar profitto delle ottime disposizioni di quei popoli. Difficoltosa anzicchenò era la commissione affidata al Pezza, poiché la posizione geografica del suolo, ed il gran numero delle truppe che quell’occupavano, non permetteva una possibile ritirata alle marine; non per tanto deciso di essere utile, per quanto fosse in suo potere, alla causa del proprio Sovrano, e mostrargli così la sua gratitudine, si mise all’opera e sbarcò il 17 Settembre all’isoletta di Santo Stefano, ove riuniti da circa 300 uomini s’incarnino seco loro ad Itri sua patria. Colà egli sperava trarsi dietro tutta quella popolazione, mediante le numerose relazioni di parentela ed amicizia che possedeva. Ciò nonostante e ad onta che pochi io secondassero, osò attaccare la guarnigione d Itri, e dopo averla sloggiata, la costrinse a ritirarsi fino sotto le mura di Gaeta.

XLVIII. Al primo annunzio dello sbarco di fra-Diavolo, il Generale Valentìn riunì alle sue truppe le guardie provinciali dei paesi convicini e specialmente di Fondi, e corse sollecitamente sul posto ove di già si combatteva. Fra Diavolo conosciuto essere troppo inferiore di forze per cimentarsi, pensava ritirarsi; ma trovatosi molto dappresso incalzato, piuttosto che allontanarsi con la fuga, accetto lo scontro, nel quale avendo paralizzate le forze del nemico, eseguì in buon'ordine la sua, ritirata. Tragittato il fiume Liri, ed innoltratosi nelle montagne di Atina, si vendicò della poca riuscita del suo precedente progetto, sorprendendo, elassi alcuni giorni un numeroso convoglio, inutilizzandone la scoria ed impossessandosi della munizione ed altri oggetti in esso esistenti: se ne vendicò inoltre con delle incessanti escursioni nelle vicine terre amiche dei francesi; quivi procacciandosi partito, munizioni ed armi, Pezza si formò di Atina, punto centrale nel distretto di Sora sulla strada, che da S. Germane mena negli Abruzzi, un luogo di stazione da cui spiccavansi le sue masse. Sora eletta audacemente poi per suo quartier generale, fu da esso alla meglio fortificata e posta in essere di evitare un assalto improvviso ed una repentina sorpresa. Le guardie civiche, e le provinciali, non potendo seco competere, chiesero aiuto al Governo, il quale spedì loro, in più volte, delle truppe, che furono sempre battute Finalmente conosciuto l’entità. della cosa, vennero inviati loro da Napoli due battaglioni di circa 700 uomini cadauno, e 16 brigate di gendarmeria comandate dal Capitano de Francis:due colonne mobili composte una di 600, e l’altra di 400 uomini partirono egualmente da Capua per assalire di concerto con gli altri le truppe di fra Diavolo.

Quantunque questi ne fosse in tempo avvertito, non cessò pertanto di proseguire le sue giornaliere escursioni; ed Atina, Capriati, Piedimonte, Castello, Terelle ed alcuni altri paesi, sospetti di avere richiesto al Governo di Giuseppe i sopraddetti soccorsi, soffrirono il peso della vendetta di quel terribile realista. Un distaccamento di cavalleria francese, ed un battaglione di mori, furono i primi ad attaccare e respingere i posti del Pezza, quasi fin sotto le mura del detto paese. Troppo incoraggiati dai loro successi vollero i mori tentare l’assalto: Sora difesa dalla natura e dall’arte, la bagna da un lato il fiume Liri, e la protegge dall'altro un’antica rocca o Castello. Avanzaronsi i mori con estrema bravura, giunsero perfino agli spaldi; ma ributtali da un fuoco micidialissimo, fino allora trattenuto appositamente, retrocessero con sollecitudine, ed attesero per rinnovare l’assalto, l’arrivo delle truppe che da per ogni lato colà s’inviarono, per essere riunite e guidate dal Generale d’Espagne. Non rimase ozioso frattanto il Pezza, ma aumentate con molta intelligenza le proprie difese, muro le porte della città, distrusse tutti i ponti del Garigliano, e collocò in batteria sei pezzi, che si trovarono nel paese, quantunque servili da inesperti cannonieri, al solo punto ove fosse il fiume guadabile Pervenuto il Generale d’Espagne in vicinanza di Sora con un reggimento di dragoni francesi comandato dal Colonnello Cavaignac, con diverse guardie nazionali e truppe di linea napoletane, e finalmente con un battaglione del 10° reggimento francese fanteria, riunì in sé il battaglione dei mori, ed il distaccamento di cavalleria, e diede le seguenti disposizioni. Il Colonnello Cavaignac, comandante la destra, dovea attaccare con le guardie provinciali, sostenute dai suoi dragoni, la Porta S. Lorenzo; il Capo squadrone Forestier, guidando la sinistra, era incaricato di circondare la piazza per la valle di Roveto, finalmente il Generale d'Espagne medesimo, col rimanente delle guardie civiche e provinciali, e col 10° reggimento. riserbavasi l’assunto il più pericoloso, cioè quello di passare il fiume e forzare la porta di Napoli. Le altre truppe formavano la riserva. Pervenute le colonne al luogo loro assegnato, si cominciò il combattere con un fuoco vivissimo di artiglieria e moschetteria: le guardie provinciali ed il 10° reggimento si precipitarono pel fiume, lo guadarono, assalirono la batteria, e dopo lungo contrasto, la presero: ristabilito allora i ponti, il fiume fu traversato, e le truppe attaccarono Sora. Non è da descriversi il furore della mischia, che durò oltre quattr’ore; il suolo rimase ingombro di cadaveri straziati e di feriti mutilati. Visto in fine fra Diavolo estremamente menomata il già scarso numero dei suoi, e prossimi i franco-napolitani a penetrare in città, raccolti i più risoluti e seco loro slanciatosi nella valle di Roveto, rovesciò la colonna di Forestier, le passo quasi sul corpo, la disperse in un lampo, proseguì oltre, e disparve, andando a rifugiarsi nelle montagne di Miranda. Questo attacco di fra Diavolo venn’esegnito con tanta celerità e bravura, che prima che il Generale d'Espagne il sapesse, riunisse le truppe, e dasse gli ordini per inseguire il Pena, egli era già sparito senta lasciare traccia alcuna della sta ritirata. Le colonne franco napolitane si divisero per inseguirlo, le une dirigendosi verso Veroli, Frossinone e Ceprano, le altre per Roveto alla via di Tagliacozzo, Sulmona, e Castel di Sangro.

Non tardò gran tempo il Colonnello Pezza a ricomparire più numeroso. e più terribile, che nel passato; le sue scorrerie, i suoi attacchi improvvisi la maggior parte riusciti felici, fecero talmente aumentare il terrore e l'influenza che acquistava sui popoli, che il governo sentì il necessario bisogno di occuparsi in serio modo di questo capo guerriglia altrettante destro che formidabile; il quale nell'Ottobre scriveva al Governatore d’Isernia officialmente ed in nome di S. M. il Re Ferdinando IV di «far prendere le armi alla sua popolazione contro i francesi».

Per mandare ad effetto ciò che dal Governo si opinava, venne proposto al Generale Radet, incaricato dell’ispezione, e dell’organizzazione della gendarmeria nel Regno, il comando della colonna mobile destinata contro fra Diavolo; ma essendosene questo Generale scusato a motivo delle numerose incombenze a cui già lo sottoponeva il suo impiego Giuseppe ne affido l’incarico al Cavaliere Sigismondo Hugo, padre del celebre poeta dei nostri giorni Vittorio e consorte di una vandeista fedelissima al suo partito, Colonnello del 2° Reggimento leggiero napolitano, il quale era desioso ai fama e ai avanzamenti: infatti la commissione non poteva essere né più difficile, né più pericoloso. Trattavasi di perlustrare in ogni senso i più alti e scoscesi, monti del Regno, per andare in cerca della guerriglia la più numerosa e formidabile, condotta da un capo intrepidissimo, audace ed avveduto. Trattavasi non solo di batterlo o di scacciarlo, ma d’impadronirsene in mezzo a dei luoghi dirupati, scoscesi, precipitosi, dei quali egli conosceva ogni menomo balzo, e sapeva come e dove trarne vantaggioso profitto.

La colonna sottoposta al Colonnello Hugo riunita in Capua, componevasi di diversi forti drappelli della Guardia Reale, del Reale Affricano, della Legione Corsa, del 10° di linea, di tutto il secondo reggimento leggiero napolitano, di un distaccamento ai dragoni, in somma 3000 e più uomini e due cannoni di campagna. Non disponeva il Pezza che circa mille seguaci, con i quali erasi inselvato nel gruppo dei monti interposto fra il mare, gli Stati ecclesiastici ed il Garigliano. Nell’atto della partenza di Hugo, il governo essendo stato infermato della posizione de| Pezza, ingiunse al detto Colonnello di traversare il Garigliano, spingersi nell’indicata direzione alla ricerca del nemico, ed una volta raggiunto, mai più perderlo di vista. Tutte le autorità civili e militari, le guardie nazionali e provinciali e finalmente la forz’armata di quei contorni, ebbero l’ordine di stare in armi ed all’erta, onde secondare il Colonnello Hugo nelle sue intraprese. Le promesse, le ricompense, gli eccitamenti di ogni specie, un taglione ricchissimo, nulla rimase intentato per far cadere fra Diavolo nelle mani dei francesi: le più energiche disposizioni furono eziandio adottate, affinché non potesse egli uscire dal circondario in cui si trovava. Per tal fine il Generale Dahesme copriva colla sua Divisione il patrimonio di S. Pietro, il Generale Golou occupava con una brigata la valle di Sora, il Garigliano era guarnito di truppe, ed il Generale Valentin che Comandava il circondario di Gaeta, invigilava sul littorale onde impedire al Pezza di rimbarcarsi: insomma a questo tempo. novemila combattenti ad un bel circa erano occupati a tener d’occhio quest’uomo formidabile; il quale informato delle disposizioni, che tendevano a circondarlo, non credè dovere attendere le colonne di Hugo epperò postosi, immediatamente in cammino, sorprese mediante uno stratagemma la guardia nazionale di Rocca Guglielma, piombò improvviso sopra un battaglione francese accampato sotto Arce, lo pose interamente in fuga e si diresse a Cervaro. Avvertitone Hugo, la mattina del 29 Settembre mediante i concertati segnali, lo inseguì da Vicino: le montagne collocate alle spalle di Cervaro sono estremamente boschive e di difficile ascesa; i soldati di Hugo, divisi per piccole colonne, marciarono di fronte alle posizioni in cui presumevano trovare l’inimico, mentre altri evoluzionavano per circondarlo: i bersaglieri avevano l’ordine di non impegnarsi che leggermente; ma accortosi il Pezza di queste mosse, e sicuro che la stanchezza non avrebbe permesso ai soldati di Hugo d’inseguirlo, proseguì a sempre più inoltrarsi fra le montagne. Infatti la notte, l'ignoranza dei luoghi ed il bisogno di nutrimento, costrinse Hugo a retrocedere in Cervaro, ove entrò con i suoi alle ore 10 della sera.

XLIX. Nel domani 30 Settembre al primo rompere dell’alba, le colonne di Hugo postesi nuovamente in viaggio nell’ordine del dì precedente, pervennero fino ai gioghi di Acqua fondata ove il Pezza aveva astutamente lasciato un retroguardo, per trattenere e ritardare i suoi persecutori. Il Capitano Faglienti con i granatieri del 2° reggimento leggiero napolitano, fu il primo ad assalire la posizione, secondato poi dalle altre truppe, che a mano a mano su quell’erta arrivarono. I seguaci del Pezza tennero fermi quasi fino alla notte, elio una pioggia dirotta e le tenebre permise loro di ritirarsi con sicurezza. I buonapartisti si ricoverarono nelle capanne pastorali.

In generale quando si percorrono le alte creste dei monti, sarebbe necessario fermarsi qualche ora innanzi il tramonto del Sole, onde non ammalarsi; più tardi le nubi si accumulano, e per quanto poco uno s’innalzi, è necessario di traversarle, le quali agitate dal vento sgorgano sempre una pioggia fredda e minuta, e delle nebbie di una tal densità, che nulla si scorge alla distanza di pochi passi: cosi per poco che rimangasi o si prosiegua in questo stato, gli uomini arretrati e stanchi corrono il. rischio di perdersi. Fortunatamente il Colonnello Hugo aveva rinviaci cannoni ed i dragoni, mentre potevano appena le bestie da soma passare, senza il rischio di precipitarsi, tango li stretti sentieri battuti dal Pezza. Questi pratico perfettamente dei luoghi, serpeggiava e correva da un monte all'altro, avanzava e retrocedeva a capriccio, per cui la truppa di Hugo per non perdere le sue tracce, che i pastori quasi sempre indicavangli, erta costretta essa pure a traversare ora lo asciutto letto dei torrenti, ora le sinuosità e le balze dirupate e scoscese dei monti, ora finalmente gli intrigati sentieri delle selve e dei boschi. Un tal genere faticoso di vita proseguì per più giorni, avendo le troppe appena il tempo di cibarsi e di prendere un breve riposo.

Il Ministro della Polizia Saliceti aveva fatto accompagnare il Colonnello Hugo da una quantità di fiduciari, i quali circolavano durante la notte tutto all’intorno, fino presso al luogo ove si trovava fra Diavolo. Essi venivano incessantemente spediti a tutt’i governatori politici del circondario, per ricevere delle nozioni e dei schiarimenti intorno alla strada seguita da fra Diavolo: malgrado però tutto questo rigore di disposizioni, erasi egli mantenuto fin allora invisibile al grosso delle truppe. Accadde intanto che un battaglione italiano, che per la strada degli Abruzzi dirigevasi a Napoli, seppe per accidente dagli abitanti del paese, trovarsi nelle loro vicinanze il famigerato il Comandante di questa truppa, prestato ascolto alle insinuazioni dei magistrati, si mosse nella notte segretamente, per andare a sorprenderlo. Il Pezza di tutto informato, non attendendosi per quel fato un attacco, si trovò di fatti sorpreto, assalito e ributtato con perdita; dessa non gli riuscì funesta, che per avene dato certa contezza alla colonna da cui era inseguito, del luogo e della strada che proseguiva: infatti l’arrivo della truppa di Hugo quas’immediato, sul punto ov’egli, erasi ritirato, dopo questo avvenimento, lo pose nella necessità di ricorrere ancora alla sua astuzia onde trarsi d’impiccio. Raccolto per tanto i suoi ufficiali disse loro «Per isfuggire alla colonna che si ostinatamente, c’insegue, io vi dividerò una dozzina di piccoli drappelli; ciascheduna di voi si darà il mio nome, e procurerà avvicinandosi per quella strada che più gli sembrerà conveniente di arrivare ad un qualche porta, imbarcarsi e venirmi a raggiungere in Sicilia, ove farò il possibile di trasferirmi».

Fra~Diavolo altrettanto attivo nella sua condotta, che deciso nelle sue risoluzioni, eseguì questa senza dilazione, e disparve quasi ad un tratto dagl’inseguenti.

I rapporti ricevuti dal Colonnello Hugo da differenti punti, portavano che fra Diavolo era passato, circa alla medesima ora da dei luoghi distantissimi l’uno all’altro: relazioni si strane immersero Hugo in un mare di incertezza; uno di questi rapporti, diceva averlo viste dirigere sulla sponda destra del fiume Biferno, un altro sulla sponda sinistra, altri verso gli Abruzzi, altri alla volta di Napoli, altri dal lato delle Puglie. Il Colonnello Hugo, dopo aver per qualche giorno bilanciato, si sovvenne essere questo lo stratagemma praticato altra volta dal Maresciallo, di Rautzen, dimodochè non gli restò, che da scoprire con quale di queste piccole colonne trovavasi il vero fra Diavolo, lo che poche persone li poterono accertare, mentre poco aveva egli sempre dato a conoscere. In tale perplessità risolse Hugo di campeggiare in modo da spingere tutte queste colonne sopra una medesima direzione. Per tale oggetto fec’egli marciare la legione Corsa da Isernia pel Malese; i drappelli napolitani lungo la sponda sinistra del Biferno, la Guardia Reale e gli africani seco lui per Cantalupo e la valle dì Bojano. Malgrado il funestissimo terremoto, che come dissi nell'anno precedente 1805, aveva rovesciato da capo a fondo tante città, borghi e villaggi nella Contea di Molise; malgrado che gli infelici abitanti si fossero rifugiati nelle rovine delle loro case, od in alcune baracche provvisorie, erano essi, ciò non ostante, organizzati per forza tutti come guardie nazionali, disposti a secondare i movimenti di Hugo, ed a concorrere colle armi alla mano al risultato delle di lui operazioni. I terrazzani che questi spediva com’espressi, viaggiavano tento di notte come di giorno con una fedeltà meravigliosa per togliersi prestamente il peso dell’affidatagli commissione. Da per tutto essi trovavano i governatori politici, ì quali perché stretti dal governo, davano delle risposte più o meno colme di schiarimenti. In ogni luogo, per ordine di Saliceti, concorreva puranco la guardia nazionale a perlustrare il paese, ed i suoi corpi più o meno numerosi in proporzione della popolazione, ne imponevano abbastanza al Pezza per non avventurarsi contro alcuno di loro sapeva egli ciononostante sfuggire con meravigliosa destrezza così generale e premurosa ricerca. L’evoluzioni dei bnonapartisti avevano frattanto costrette i diversi drappelli del Pezza inseguiti da vicino, a gittarsi nella valle di Bojano.

Già da più giorni una pioggia tempestosa accompagnava gli armati dell’uno e dell’altro partito nelle loro marcie: i torrenti erano talmente ingrossati, che faceva d’uopo traversarli ad ogni momento col massima rischio. Fra Diavolo incalzato dappresso e pervenuto a Vinchiaturo, trovò la guardia nazionale di quel luogo in atto di disputargli il passo del fiume Biferno estremamente gonfio: esso senza esitare, l’attacca disperatamente e si fa strada in mezzo a lei, fuggendo anche a questo frangente, che sembrava dover essere l’ultimo della sua fortuna. Pochi momenti dopo tra Bojano ed il villaggio della Guardia si riunirono tutte le diverse colonne di Hugo: fra Diavolo liberato allora da un gran pericolo, notato di dover sempre rivolgere le spalle ai suoi nemici, qual cosa egli teneva per obbrobriosa, pieno di desiderio di raccogliere egli pure i propri drappelli, che sapeva essere incalzati in quella direzione, invece di proseguire la sua ritirata, scelta una buona posizione, vi ri schiero, in battaglia, onde avere l’inimico in viso, e volle esperimentare, pieno di allegrezza, la sorte delle armi. Accettarono i buonapartisti l’invito e lo assalirono: il Reale africano e la Guardia Reale s’impegnarono i primi; te altre colonne e quindi tutti, presero parte insensibilmente al combattimento. La ruggine e l’umidità delle armi, non che la pioggia dirotta rendendo impossibile il fuoco, che già due ore era durato, i due partiti li assalirono ferocemente ed a vicenda colle bajonette, con le pistole, coi pugnali, col calcio dei fucili e spezzati questi anche a lotta personale come pucillatori; la mischia ferveva disperata ed indecisa per molto tempo, fra Diavolo era da per ogni dove incoraggiando con ilarità e sostenendo i suoi con la voce e con l'esempio, e quasi un prestère era la sua persona; quando sopraggiunte le guardie azionali dei contorni dettero, pur esse addosso, con le loro armi da fuoco, in buono stato, alla banda di fra Diavolo. Allora animata questa nella disgraziata sua posizione da un coraggio veramente spinto all’eccesso, combatté ad esterminio, e poterono appena di essi, dopo sei ore circa di ostinata battaglia, sempre combattendo e seguendo il loro. Capo ritirarsi per la valle del Ramaro, nella, sezione di Benevento. Gli altri, all’eccezione di 35, che rimasero uccise, e di quelli che si. annegarono nel traversare i torrenti, caddero, in potere dei buonapartisti.

I vincitori avevano pagata troppo cara la loro vittoria, perchè oltre i quattrocento che furono uccisi, ebbero molti feriti ed ammaccati, e si trovavano d’altronde gli altri troppo stanchi dalla farcia della notte precedente e dal combattere, per poter darsi ad inseguire così tostamente fra Diavolo. I feriti reclamavano un soccorso ed una. qualche sicurezza; la maggior parte dei soldati, mancavano di scarpe, ed erano poi tutti così bagnati dalla pioggia, e dai torrenti passati, che Hugo credè indispensabile comandare qualche riposo. Requisite in Bojano tutte le scarpe di cui poterono, gli abitanti spropriarsi, partirono, prima degli altri nella colonna di Hugo la Guardia Reale ed i Corsi. Il primo di linea che aveva maggiormente sofferto, scorto i prigionieri: della truppa, divisa in due colonne si pose il movimento qualche ora più tardi; la guardia nazionale del villaggio di Guardia fiancheggiò il movimento. Un orribile tempesta accompagnata da diversi fulmini, che tolsero di vita alcuni soldati, e da una leggiera scossa di terremoto, Sorprese la colonna di Hugo in prossimità del villaggio di Morcone. Fra Diavolo intanto scorgendo è necessita di proseguire la sua marcia, non si era punto attestato e malgrado la fiera ed orribile tempesta che imperversava, era giunto in tempo al fiume Calore per traversarlo e dirigersi verso la Puglia. Il drappello della Guardia Reale, che lo inseguiva era pure diretto al Calore per impadronirsi del passaggio di Solopaca. Ma il fiume, cresciuto dopo il passaggio del Pezza d’oltre 16 piedi il suddetto drappello dové retrocedere a Benevento ov'era eziandio pervenuto il Colonnello Hugo colle altre colonne arretrate. Ivi trovarono esse una numerosa guardia nazionale pronta a secondarle ove fosse richiesta.

L. I soldati di Hugo contrariati dal tempo ed eccessivamente stanchi, speravano riposarsi un intero giorno in Benevento, prima di rimettersi in viaggio; ma oltre che fra Diavolo acquistava 24 ore di vantaggio, eravi da temere; che questo indugio non gli accordasse il tempo d’imbarcarsi per Capri; così dettò Hugo l’ordine di partenza. Fiacchi, laceri, assonnati, impiagati, mostraronsi i soldati renitenti ad obbedire: vinse ciò non ostante la disciplina e l'onore, poiché recatosi il Colonnello Hugo alla caserma insieme ad altri uffiziali, ed avendo questi mostrato alla truppa la necessità di non per avere il più bel frutto di tante fatiche, convinti i soldati dell’esortazioni dei loro superiori, proseguirono senza più titubare la loro marcia per Montesarchio. Il comandante le guardie nazionali del paese assicuro il colonnello Hugo, che fra Diavolo avendo rovesciato ed. evitato tutte le colonne mobili, trovavasi già al di là dei monti Verginei e che non sarebbe raggiunto, a meno che il movimento generale, operato da Napoli per circuirlo, non per venisse a rallentare la di lui rapida marcia.

Montesarchio comune situata sulla Strada di Napoli a Benevento nella parte celebre dell’appennino, cognita sotto il nome di Forche Caudine le quali forche sono formate per un lato dal monte Taburno per l’altro dal monte Vergine, cosi chiamato dal bel convento della Vergine, che trovasi all’occidente sul territorio della ricca, provincia d’Avellino. Quest’ultimo monte è talmente scosceso dalla parte della strada di Benevento, che le sole mentre delle capre e degli agnelli possono arrampicarvisi. ciò non ostante risolse il Colonnello di farlo traversare alla sua truppa, battendo una strada ove mai né uomini, ne cavalli, si erano avventurati: nel superare questo monte veniva Hugo a racquistare le 24 ore perdute dalla marcia non interrotta del Pezza, ed a potersi lusingare di raggiungerlo e distruggerne la banda.

All’alba del giorno Ottobre partì dunque la truppa, e seguendo i pastori che la servivano di guida, cominciò ad arrampicarsi sulla montagna, dirupati e sdrucciolevoli, erano i sentieri sopra tutto in prossimità della cresta, i sterpi e gli arbusti aiutarono i soldati attaccandovisi a superarla. Dopo infinite pene, fatiche e pericoli, pervenuti finalmente alla cima, e diradatesi le nubi, scorsero con lieta meraviglia innanzi a loro il magnifico aspetto del golfo di Napoli, ed alla falda del monte stesso il villaggio di Avella. Appunto quivi riposava colla sua truppa Michele Pezza, riputandosi ornai al coperto dall’inseguimento dei suoi nemici; quando i soldati di Hugo, tacitamente scavalcato il monte, piombarono veloci ed improvvisi su i di lui posti avanzati, i quali perché sorpresi e rovesciati misersi in ritirata, e facendo sempre fuoco entrarono in paese promiscui ai buonapartisti. Quantunque fra Diavolo non si trovasse punto in grado di combattere, pure vi fu costretto, 2 volendo ritirarsi in buon ordine, vide cadere una parte dei suoi compagni sotto i colpi della vanguardia e dei Corsi sboccali per i primi a suo danno. A misura che gli altri corpi di Giuseppe giungevano, anelavano di prender parte all’azione; ma fra Diavolo più riposato, per aver dormito due buone notti lungi da loro, riuscì ad evadere insieme a cicca trenta dei suoi. Il rimanente o fu ucciso e preso, o si disperse per varie direzione.

Per quanto le truppe di Hugo non si fermassero in Avella e tenessero dietro alle tracce del Pezza, pure stante la loro enorme stanchezza, non poterono impedirgli di acquistare un gran vantaggio di strada. Ritrocedendo attraverso gli alberi da cui è coperto quel bel paese, poteva forse Pezza salvarsi; ma troppo erano le insidie e le truppe destinate a circondarlo e prenderlo: minacciato per tanti lati, esposto a cori immensi pericoli disporti una quantità dei suoi per varie direzioni, non rimaneva finalmente a Pezza, quando egli giunse in vicinanza della strada maestra della Puglia, che circa venti seguaci compreso Vito Adelizzi suo uffiziale, il suo fratello Giuseppe, e Stefano Belardi altro suo uffiziale. Perlustrata la detta strada da un reggimento di cavalleria leggiera francese, imbavasi questi appunto in poca distanza dal luogo. ove sboccava il Pezza con i suoi compagni, e veniva precisamente al suo incontro. Trattenuto in fronte e nella direzione della sua marcia da questo impensato ostacolo, accaduto alla distanza di circa un tiro di cannone dai soldati, di Hugo, che lo inseguivano, minacciato ai fianchi dalle pattuglie che lo circondavano, la caduta del Pezza sembrava ornai inevitabile. Era impossibile il nascondersi, e molto meno il fuggire: qual mezzo dunque per salvarsi? Tutt’i suoi compagni perplessi e spaventati, fissavano gl’inquieti loro sguardi sopra di lui, aspettando che il genio suo prodigo in espedienti, gliene suggerisse uno onde liberarli da una posizione altrettanto pericolosa che difficile. Egli non deluse le loro speranze. Dopo breve riflessione, rivolto al suo piccolo distaccamento gli disse «legatemi subito le mani dietro alla schiena e fate lo stesso a Vito Adelizzi; ma? replicarono gli altri. A banda i ma; legateci, circondateci come se ci scortaste, ed in tal guisa conduceteci sulla strada; traversate pure allegramente i ranghi di questa cavalleria; rispondete alle sue interrogazioni dicendo, che siete guardie nazionali dei contorni, che supponendoci della truppa di fra Diavolo ci avete presi e ci conducete a Napoli per ottenere il premio accordato a quelli che arrestano dei briganti. Ma se questa cavalleria volesse incaricarsi di condurvi ella stessa, cosa avverrebbe di voi? Non temete: tutti si meraviglieranno del vostro zelo, e vi colmeranno di elogi: in quanto a noi gl’insulti le ingiurie le minacce non ci saranno risparmiate ma saranno privi d’effetto». La cosa fu sul momento disposta, come fra Diavolo l'aveva ideata. Questo fa la parte dello sbalordito, e le pretese guardie civiche si avanzano fieramente fingendo scortarlo. Tormentate dalle interrogazioni, rispondono con sicurezza e giungono finalmente alla coda del reggimento. Poco distante trovavasi il sentiero traverso, che guidava alla spiaggia. Il bravo Pezza non volle inoltrarvisi senza prima rendere accorti i cacciatori a cavallo del loro errore e vendicarsi della breve umiliazione alla quale erasi assoggettato: egli fece scaricare contro i francesi per ben due volte tutt'i fucili della sua piccola truppa e quindi si ritirò. Il reggimento maravigliato e divertito da questo stratagemma astutissimo, non osò inseguire l’autore tuttavia ignoto, in paese boschivo e quas’impraticabile per la cavalleria. Pochi momenti da poi traverso la stessa strada un nffiziale dello Stato Maggiore, il quale andava in cerca della colonna di Hugo, per recare una gratificazione ai sott'ufficiali e soldati che la componevano: raggiuntala sulla strada di Avellino» ove prendeva un breve ed indispensabile riposo, ed informatale dell’accaduto, si rimise ella tosto in viaggio per Lettere, piccolo paese nelle vicinanze di Castellammare, ove pervenne la stessa sera. Da questo luogo il Pezza trovavasi ben poco distante. Istruito Hugo della posizione di Pezza per mezzo di alcuni fuochi ch’egli ebbe l'imprudenza di per» mettere ai suoi che accendessero lo raggiunse, lo attacco e gli uccise la maggior parte della gente, ch'era seco rimasta. Quanto al Pezza, abbenché ferito, pervenne ancora ad evaderà dalla parte della Cava o di Salerno. La banda di esso distrutta 0 dispersa in totalità, più non restava che impadronirà di lui. Lo Stato Maggiore generale, aveva date tutte le disposizioni per impedirgli d’imbarcarsi: le guardie civiche e nazionali, una numerosa gendarmeria perlustravano la spiaggia e tutt’i contorni onde discoprirlo e completarne la distruzione. Malgrado le sue disgrazie, alcuni pochi a lui affezionati lo avevano raggiunto; ma egli era troppo esperto ed intelligente della piccola guerra, per non accorgersi che il conservarsi il resto della sua truppa in quel momento, era per lui assai più pericoloso che utile. Prima però di essersi risoluto a congedare i suoi compagni, fu egli incontrato dalle guardie nazionali di Campagna, ed inseguito con tanto vigore, che appena potè egli solo scamparle.

La numerosa quantità delle colonne mobili, che circondavano il paese dalla Cava fino ad Eboli la loro incessante mobilità e la loro forza potevano farle considerare come altrettante forti pattuglie, in mezzo alle quali fra Diavolo andava errando. Un taglione di ottomila piastre posto sulla sua testa, lo rendeva anche più circospetto. Sarebbesi egli volentieri inoltrato nel Cilento, ov’eranvi delle forti bande per Ferdinando; ma le guardie civiche non vestite di militar divisa gli rassomigliavano talmente, che potendo ingannarsi e prendere le une per le altre, temeva di consegnarsi da se medesimo. In preda a cotali pensieri vagava egli alle falde degli Appennini sopra un lungo strato di neve, nella notte freddissima del 27 di Ottobre, non sapendo ove dirigersi, ove coricarsi per prendere fiato. Addolorato dalle sue ferite, che ne aveva ricevute tre, e massime di una riportata nel combattimento sostenuto contro le guardie nazionali di Campagna; sfinito per la stanchezza, poiché erano 29 giorni che non erasi quasi mai fermato; bisognoso di nutrimento, non essendosi più cibato dopo Avella, egli non sapeva formare ornai altro desiderio se non quello di un refugio solitario, ove gustare le sole dolcezze di cui tosse avido adesso; un poco di pane ed un sonno tranquillo! Dopo avere stentatamente, ma. pur anco assai camminato, giunse verso le nove della sera alla capanna di un pastore; assicuratosi che non vi era che un uomo, entrò per chiederli ospizio: affidato alle risposte a lui date da questo contadino, che in quella direzione non vedevansi mai né truppe, né guardie civiche, depose il Pezza le sue armi in un canto, ed assiso vicino al fuoco, raccolse e mangiò poche patate che il pastore, già sazio, faceva cuocere sotto la cenere, egli godeva finalmente di quel momento di riposo tanto bramato, allettandosi colla dolce lusinga che lo gusterebbe intero senza disturbo; quando verso la mezza notte, quattro briganti del Cilento, armati di tutto punto, entrarono nella capanna, e facendo chinare il volto a terra al Pezza ed al pastore gli rapiscono tutto ciò ch’essi hanno, non escluse le armi, da essi briganti, invano dimandato a chi appartenessero. Fatto quindi sorgere in piedi il fuggitivo, e lungamente molestatolo, lo costrinsero a seguirli. Il disgraziato Pezza i di cui piedi erano totalmente laceri ed impiagati, non camminando abbastanza celere, quanto essi volevano, e restando sovente arretrato, dopo essere stato aspramente percosso, venne da coloro abbandonato nella montagna, ed in mezzo ad un paese per lui affatto ignoto.

Errando per molte ore alla ventura, potè finalmente in lontananza distinguere un fuoco, ed a quello si diresse: la sua sorte non poteva ornai più peggiorare! Penetrato in Baronissi sul far dell’alba, un farmacista chiamato Tito Galdi del comune di Coverchia, che apriva appunto in questa ora il suo negozio, scorgendo un uomo fermo in mezzo alla neve in ora ed in apparenza si strana, si appresso ad esso per sapere ciò che facesse. Risponde il Pezza che viene dalla Calabria, e che aspetta per rimettersi in viaggio per Napoli alcuni suoi compatrioti rimasti arretrati. Insospettito il farmacista dal non ravvisare in lui l’accento di quella provincia, lo induce a passare nella sua cucina a scaldarsi e rifocillarsi, ed attendere i suoi compagni: entrati in discorso, il Pezza riconosce essere il farmacista una persona ad esso cognita, che salvata gli aveva la vita nel ricupero del Regno nel 1799, o chiama per nome, gli risovviene del fatto, si appalesa ad esso apertamente, e contento della combinazione, si tiene per salvo: ma costui d’animo perverso, non abbituato al piacevole sentimento della gratitudine, della riconoscenza e dell’amistà, mentre fra Diavolo riposa, le sue membra oppresse dalla stanchezza, manda la fantesca a prevenire la guardia civica, che nella sua dimora vi si trovava un uomo sospetto, in vero, senza però appalesarne il nome: la guardia accorre immediatamente, il Pezza è svegliato; se gli dimandano le carti convenienti per viaggiare, ma lo sfortunato era ben lungi dall’averne «si parla tanto di briganti» gli dice il caporale «che le precauzioni non ponno mai essere soverchie; così giacché non potete giustificare chi voi siete, né da dove venite noi vi condurremo a Salerno».

La speranza di non essere riconosciuto, sosteneva tute ora l’infelice, e certamente si sarebbe tratto d’impaccio, se per accidente uno zappatore del 2:° Reggimento leggiero napolitano, chiamato Andrea Pavese non fosse entrato nella stanza del Capo squadrone Farinaè fra Diavolo» e con ciò cagionare una sorpresa universale, fu un punto solo. Il prigioniero si sforza dissuadere il zappatore, ma questi lo conosceva troppo, perché gli aveva per le molte volte prestate gli onori militari in Gaeta, per ingannarsi: egli sostenne con tanta fermezza essere quegli fra Diavolo, che si acquisto finalmente la certezza di aver catturato un Capo così terribile. Condotte in Napoli fu menate nei più orribili criminali, e subito fu aperto il processo a suo carico: ma del valore di lui ne fu anche l'inimico ammiratore, epperò il Ministro Saliceti gli disse per parte di Giuseppe Buonaparte «che se amasse servire nell’armata francese, gli avrebbe conservato il grado di Colonnello di Gendarmeria, titoli, pensioni ed ogni altra cosa conceduta di già da Re Ferdinando, obbligandosi solo mantenere l'interna tranquillità del Regno. Il Pezza non mise tempo a rispondere, e fece tosto sentire, che prima mille morti avrebbe desiderato, che mancare alla fede data al proprio Sovrano, il quale per niuna causa avrebbe tradito».

Comandante di quella Piazza, mentre s’interrogava il prigioniero. Vederlo, riconoscerlo ed esclamare «

In seguito di tal dichiarazione nel dì 11 Novembre ebbe la morte; la quale saputasi in Palermo, dalla Corte fu appalesata dispiacenza estrema; e per onorare la memoria di questo fidelissimo suddito, che potendo scampare la morte, la volle ricevere in gloria del proprio Sovrano, si ordinò che nella Chiesa di S. Giovanni dei napoletani, se gli rendessero solenni esequie, alle quali intervennero il Capitan generale e le truppe inglesi e napoletane.

Era il Pezza basso di statura, di sguardo vivace e penetrante, di carattere fermo ed inclinato alla generosità; di spirito fino e coltivato; bravo, attivo, intraprendente, instancabile; univa a tutte queste qualità quelle di essere abilissimo cacciatore, ed il più bravo camminatore del Regno, come pure il più leale ed affezionato suddito di Re Ferdinando.



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CAPITOLO V

Varie colonne mobili nel Regno, loro operazioni; Commissioni militari; avvenimento all’Aquila, suo sviluppo — Sistema continentale stabilito nel Regno di Napoli; riflessioni su di esso; pirateria; regolamento per le prede marittime; quale utile ne venisse alla Sicilia — Soppressione di molti Ordini religiosi tanto di Monaci che di Monache, conseguenze, ed osservazioni su questa legge; abolizione delle sostituzioni fedecommissarie; si dispongono scuole per i fanciulli e fanciulle; dei collegi e delle case di educazione, come queste cose vengono eseguite; fondazione di varie accademie e convitti; istituzione della Società Reale; nuova strada fatta per Capodimonte — Si continua a maneggiare l’occupazione; considerazioni sulla guerra detta di brigantaggio: Assedio di Maratea fatto dal Generale Lamarque — Le truppe di Verdier vanno ad impossessarsi di Amantea, descrizione di quell'assedio, suo sviluppo — l francesi da Amantea passano contro Reggio, ma sono costretti a ritirarsi in Monteleone, altre truppe s'inviano verso San Lucido e Fiume freddo per dissipare delle riunioni di sollevati, ed altre pel villaggio di Longobardi; conseguenze di queste spedizioni: il Generale Reynier di nuovo si reca a Monteleone e spedisce varie colonne mobili. Considerazioni su quella epoca.

La partenza del Maresciallo Massena dal Regno di Napoli per la Polonia, produsse moti insurrezionali molto maggiori di quelli precedentemente operanti; avvegnacché le calabresi sollevazioni spandendosi sempre più, e nel cominciare del novello anno smascherandosi del tutto, diedero animo al partito dei legittimisti di muoversi apertamente in ogni recondito angolo di Provincia: questi moli furono tanto seri, cne vano riuscì ai francesi occupatori, non che a coloro di nostra nazione, che ad essi eransi avvicinali, il ritentare con placidi olezzi di ridurre le masse sollevate all’obbedienza del nuovo regime. A reprimere sconvolgimento siffatto, si vide il Regno intero pieno zeppo di colonne mobili; le quali per l’estremo rigore che mettevano nel ricercare i contrari, spesso confondendo ogni classe di persona con la gente facinorosa, avevano innaspriti gli animi fortemente degli abitanti delle terre e delle campagne, tal che divenne costumanza di questi per rappresaglia, il vendicare con morte ogni oltraggio che loro si arrecava; quindi il furore cittadino partoriva esterminio dei francesi, e l’esterminio di questi riproduceva il furore.

Alle colonne mobili si aggiungeva la crudele severità delle Commissioni militari stabilite nelle Capitali di ciascuna Provincia, giudicanti ad arbitrio e senza regola di giustizia alcuna; le quali cercando mostrare più zelo e più fedeltà, coll’agire con maggiore impeto ed asprezza, senza esame dannavano a morie, od alle torture tutti coloro che loro si presentavano per scrutinare.

Onde avvalorare quanto ho accennato, narrerò ciò che avvenne all’Aquila nei primi giorni di questo anno. Viveva in Castel S. Angelo piccola tèrra del circondario d’Introdoco uri cerio Giovanni Vittorio Cestarelli che quivi esercitava l'uffizio di baglivo: cosi era detto allora un servente del Comune e della Corte locale, che metteva i pubblici bandi, dava le citazioni, e veniva impiegato in altre simili cose. Il meschino è accusato di corrispondenza con i sollevati, e per detto conforme di molti testimoni, i quali vengono esaminati dal Sott-intendente del Distretto Signor Boccanera, risulta vera l’accusa: siccome avviene in giudizi di questa natura, un procedimento incalza l’altro, e l’infelice è vicino ad essere oppresso. Intanto uno di coloro, i quali avevano deposto a pregiudizio di lui è vinto dal rimorso, e trema all’idea di sentir morto per sua colpa un uomo innocente: si presenta lagrimando al Sott-intendente Boccanera, gli narra di aver servito alle suggestioni di un notaio per nome Marcantonio Elmetti; e lo prega di far noto alle autorità superiori, che quanto è stato asserito da lui e da altri in danno dell’imputato è menzogna pretta, è calunnia reale. Atterrito l'inquisitore Boccanera, scrive tosto un rapporto al Presidente della Commissione militare, ed al Capitano relatore, e svela l’intrigo: ma la persona incaricata di presentare i suoi fogli, se ne da sì poca pena, che intanto il Cestarelli è condannato alla morte. Alla pur fine li consegna e chiede instantemente che si soprassegga alla pena. Il chiede poco appresso, col più grande calore, l’Intendente, il Vescovo, e la più parte delle autorità e persone probe, cui quel turpissimo atto toccava il cuore: il pubblico intero, dopo alcune ore saputa la cosa, affollatosi verso il locale ove la Commissione era riunita, il chiede pure: ma tutto fu in vano. Quegli uomini inflessibili, siccome il destino, e perversi come il demone, non sanno dare, che una sola e ben tagliente risposta «le sentenze delle Commissioni militari debbono eseguirsi fra le 24 ore». E fremendo il popolo di Aquila, ed inorridendo tutt’i buoni, il misero Cestarelli è condotto alla morte. Tale fu il dolore che n’ebbe l’inquisitore Boccanera, che poco appresso infermatosi perdette la vita. Ma il sangue dell'innocente non rimase invendicato; perche il suo accusatore tradotto in giudizio presso il tribunale straordinario, venne sospeso alle forche; ed il figliuolo di lui, che fu convinto di essere stato suo complice, ebbe condanna ai ferri come pure un nipote.

Per mitigare questo avvenuto, che tanto grido sparse nelle abbruzzesi terre, e fortemente le innaspi! contro quella occupatrice dinastia, il Governo mostrò prenderne parte, e si fece spargere voce del congedamento dei membri della Commissione militare: leggerissimo castigo di colpa sì grave! senza però esternare se dalla Commissione, o dal servizio fosse ciò succeduto. Il certo è, che quest’individui essendo stati allontanati dagli Abruzzi, covrirono impieghi più graditi in altra parte.

Nell’istoria delle calamità del 'Regno di Napoli, non si conosce altro esempio d’insensibilità sì sfrontata e garentita dal Governo alla sorte dell’innocente: ma di vittime sacrificate alla precipitanza dei giudizi, all’impegno di procurarsi l’approvazione degli Occupatoli con ogni viltà e vituperio, e dal furore di parte è ben lungo il catalogo, e ne saranno documento alcuno dei casi che mi resta a narrare. Questo procedere generale di severità inumana v anzicché congiungere le genti al nuovo regime, le allontanava per molto, vedendosi soltanto l’arbitrio ed il fanatismo perverso gestori di esso.

LII. Napoleone al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse monca, se non fosse di tutto intimamente padrone, volle e prescrisse, che il Sistema Continentale anche tra noi, cerne parte componente il grand’Impero francese, si stabilisse, come nella Francia stabilito si era; quindi nel 20 Dicembre del 1806 ebbesi la legge che ne ordinava l’osservanza; ma in vero nel Febbraio corrente anno il Regno di Napoli venne congiunto alla già fetta coalizzazione di tutte le potenze europee. «La Gran Brettagna diceva Napoleone ha bisogno del Continente tanto per ismerciare i suoi prodotti delle Indie orientali ed occidentali, e le sue manifatture, quanto per procurarsi il grano, il legname, la lana, il sevo, il cuoio, la canape ed il ferro che le occorrono. Vietando con severità ogni commercio con l'Inghilterra, ella soffrirà necessariamente in mezzo alla sovrabbondanza dei suoi prodotti».

Per questo convincimento, prescrisse severissime leggi, secondo le quali qualunque vascello od altra nave soffrisse la visita degl’inglesi, sarebbe considerato come nemico; ed ogni merce venuta per mare, riguardata come di provenienza inglese, epperò presa e bruciata, od in altro modo distrutta. Una tanto rabiosa legge fu originata dal che le armi inglesi non permisero più ad alcuno vascello francese di sortire dai porti della Francia, e presero per forza d’armi la flotta Danese raccolta sotto Copenhagen conducendola nei loro porti, per togliere ai francesi ogni opportunità di farsene padroni, e servirsene essi medesimi. In conseguenza di questa emanazione il Consiglio brittannieo nel Gennaio prescrisse varie cose in rappresaglia contro la Francia, le quali vennero più largamente diffuse con un ordine del giorno dell’undici Novembre, che con tutta severità venne bandito.

Su questa legge mi sia permess’osservare, che il commercio diretto, che l’Inghilterra faceva col continente europeo, era solo una parte del suo traffico, quindi togliendo questo, le restarono aperte altre vie, e col proprio lavoro si procuro d’ora innanzi ciò che l’Europa le aveva fio allora somministrato. Dall’altra parte l'Impero francese, e per simili 'tutti gli Stati che si erano sottomessi alla volontà di Napoleone, perderono uno sbocca principalissimo dei prodotti loro sì naturali che artefatti; gli agricoltori e gli artieri si trovarono, in breve senzà occupazioni e senza guadagno: il commercio fu quasi ridotto al nulla, e quel poco che tuttavolta sen faceva, opera vasi con mezzi che ogni uomo onesto detesta e sdegna, cioè con la frode e la menzogna: perciocché, i Ministri che Napoleone mandava sulle coste per impedire il traffico coll’Inghilterra, si lasciavano corrompere, e devenivano per conseguenza diligentissimi agenti del commercio inglese; e Napoleone medesimo non tardò a vendere licenze pel commercio di esportazione coll’Inghilterra. Tutto il continente fu costretto a prendere parte a questa coalizzazione, che altro non era, se non una violenta misura condannata dal buon senso e dalla ragione, fondata sul preteso diritto di rappresaglia: questa legge contribuì assaissimo alla caduta di Napoleone; imperciocché per metterla ad esecuzione convenne adoperare mezzi oppressivi, e proibire ogni contraria manifestazione; quindi la libertà della stampa, tanto desiderata in Francia, fu annichilita, le pubbliche scuole sottoposte a nuovi regolamenti, ed i soli studi che riguardavano la scienza delle armi e la tattica militerà favoriti ed incoraggiati. Molti adunque cominciarono a desiderare la fine di un tale stato di cose noiose; e guari non andò, che la fortuna offerse ai popoli conquistati l'occasione d’un sollevamento universale.

Questa disposizione, a cui si diede tra noi rigorosa esecuzione bruciando le merci inglesi che s’introducevano, e togliendo la nazionalità a quelle navi che avevano sofferta visita da inglesi, o pagata imposta in alcun luogo al governo inglese, rovinò molte fortune, e fe cessare il commercio esterno della via di mare, e la parte di tal commercio che vien detta da trasporto. Questo continentale sistema fece sorgere dopo alcun poco di tempo la micidiale pirateria, che degrada qual siasi popolo civile e prende di mira la distruzione del commercio più della guerra stessa; fu tanto essa portata oltre, che sorgendo infinite quistioni su questo abuso, fu necessità regolarlo, definirlo e far nascere diritti; onde nel 31 Agosto fu messa fuori una legge su tal riguardo, e nel 12 Ottobre si fecero dei regolamenti per le prede marittime; s'istituì poi nel 24 Novembre un Consiglio, che, come tribunale, giudicasse della validità di tali prede, il quale fu composto da un Consigliere di Stato presidente e da quattro giudici, poi accresciuto a sei, e da un Segretario.

Questo angarioso sistema, che ne’ Domini di qua del Faro fu oltremodo dannoso, divenne per la Sicilia utilissimo, perché le navi da commercio inglesi e quelle a questa nazione amiche, trovando dei porti nel centro del Mediterraneo, quali erano quelli della Sicilia, si rivolgevano con faciltà in essi, tanto per commerciare liberamente, che per avere protezione dalle flotte inglesi che colà stavano. Senza pericolo d’inganno, può dirsi, che l’epoca dello stabilimento e della durata del sistema continentale in Europa, fu la più ricca e la più prospera pel commercio della Sicilia: tal cosa unitamente allo spendere molto vistoso, che facevano gl’inglesi in essa dimoranti per utile proprio, e non per affezione a quelle popolazioni, furono cagioni, che in seguito scematane ed allontanatone la causa, non più si trovassero i siciliani nella floridezza in cui da prima erano vivuti.

LIII. Intorno a questo tempo altre disposizioni legislative furono da Giuseppe emanate. Narrerò primieramente che nel 13 di Febbraio venne fuori una legge la quale disponendo senza il dovuto concorso della Chiesa di materie alla medesima spettanti, diceva e stabiliva, «la forza delle cose, obbligare ogni nazione a seguire più o meno lentamente il movimento impresso sullo spirito di ciascun secolo. Gli ordini religiosi i quali avevano resi tanti servizi nei tempi di barbarie, essere meno utili divenuti per effetto del successo medesimo delle istituzioni loro. Decretare per tanto, essere in tutto il Regno soppressi gli ordini delle regole di S. Bernardo e di S. Benedetto e le loro diverse affiliazioni. Le proprietà appartenenti ai medesimi essere unite al demanio della Corte, per vendersi a profitto dei creditori dello Stato. Assegnarsi una penzione ai religiosi degli ordini soppressi. Le biblioteche e gli archivi di Montecassino, della Cava, e di Monte Vergine essere conservate, e la loro custodia affidati ad individui già religiosi degli stessi monasteri. Il Ministro del culto essere incaricata a di prendere conto delle situazioni delle Parrocchie del Regno, e preporre i mezzi per migliorarne la sorte, in guisa che nessuno parroco avesse una rendita minore di annui ducati centoventi, ed un competente assegno per gli economi, oltre i diritti di stola. Le case degli ordini dei mendicanti, che volessero consacrare il tempo dei loro individui ad insegnare ai fanciulli il leggere, lo scrivere ed i principi di religione, avrebbero avuto una sovvenzione dal pubblico tesoro». In conseguenza di tale legge gli ordini monastici Cassinesi, Olivetani, Verginiani, Certosini, Camaldolesi, Cisterciensi e BernardiniCertosa della Padula, il ristabilimento dell'Ospizio di Campotenese ed un altro nel piano di cinque miglia.

vennero soppressi. In seguito di questa disposizione si ebbe lo stabilimento di un Ospizio di salute nella

Nel corso dell’anno poi fu disposto che «i mobili dei monisteri soppressi, si ripartissero agli ospedali civici e militari più prossimi ai medesimi; e che gli arredi sagri si dividessero alle parrocchie più bisognose della stessa provincia» si prescrisse pure quale uso dovesse farsi degli oggetti di arti esistenti nei monisteri soppressi; e s’indicarono dei beni per dotazione dei Soppressi monisteri di Montecassino, Montevergine e Trinità della Cava dicendo che i cespiti assegnati in dote a quest’ultimo monistero si distaccassero dall’amministrazione dei siti reali. Quindi seguendo il principiato procedere si chiamarono allo Stato anche i beni di dodici ricchi conventi di monache della città di Napoli, e da ultimo dopo qualche tempo, si comando la soppressione di tutt’i conventi di monaci nel nostro reame che possedevano beni; epperò i conventi soppressi dei monaci e delle monache formarono il numero di duecentodieci, e la proprietà tornata allo Stato, ascese alla somma in bel circa di centocinquanta milioni di ducati, calcolandoli però per quanto potevano valere in tempi ordinari, e non già per quanto, con depreziamento, furono volti a vari usi.

 Questo tesoreggiare della finanza non fu fatto con buon frutto; avvegnacché l’impegno di migliorare questa era apparente; ma bensì il vero spirito dell’emanazione della legge si spandeva sul nuocere alla religione, e sullo spogliare le chiese; i patrimoni di esse non ad altro servirono che a ricompensa dei giuramenti traditi, al decoro vilipeso, e di nudrimento di tutte le passioni di falangi d’impiegati, moltiplicati nel decennio pel solo bisogno ch’ebbe il potere di raddoppiare il numero dei suoi adulatori. In somma l’effetto il più naturale di quell’atto Sovrano, fu l’ingrandimento di pochi e la ruina di molti; ed è difficile il decidere quale di queste due conseguenze sia riuscita più fatale allo Stato.

Con altra legge si decreto nel 15 Marzo «essere abolite le sostituzioni fedecommessarie di qualunque natura, ed i beni che vi si tenevano soggetti rimanere liberi». I sostituiti viventi, se erano discendenti avere il diritto alla totalità della successione, se collaterali alla metà soltanto. In quest’abolizione si dichiararono, con regolamento del 18 Giugno «compresi tutti coloro chiamati al godimento di prelature, commende familiari, legati pii, cappellanie laicali, e benefizi semplici».

Diverse prescrizioni furono fatte in seguito affinché ogni città, ed ogni borgo avesse maestri per i fanciulli e per le fanciulle, onde istruirli nella lettura, nello scrivere, e nei doveri del proprio stato; che ogni provincia tenesse per gli uomini un col leggio, ed una casa di educazione per le donne; ai quali stabilimenti se gli addissero in dote annui ducati seimila: queste cose quantunque disposte, ed in se stesse utilissime, pure andarono talmente a rilento nell’esecuzione, che l’educazione della gioventù andò per diversi anni mancante quas’interamente d’istituzione; e non fu prima del 1810, che si videro istituite scuole in taluni Comuni; ed i Colleggi che essere dovevano in numero di quindici, solo otto n’erano aperti in quel tempo, contenendo appena 200 alunni. Narrando queste cose osservo, che laddove l’azienda dell’istruzione e della educazione pubblica non è curata con molta buona fede, dottrina, ingegno ed amor di patria è meglio non farne un conto diretto, poiché non v’è denaro che merita essere più accuratamente guardata e speso di quello, che un popolo paga a se stesso per ingentilirsi ed educarsi.

Venne ordinato pure, che nella sola città di Napoli capo del Regno fiorisse una università per genere ed altezza di studi. Con altra emanazione si organizzarono delle speciali scuole, e queste furono una Reale Militare, un altra Politecnica altra della belle arti, delle arti e mestieri, ed altra ancora per i sordi e muti; un Accademia pel disegno, un Convitto di chirurgia e medicina, un secondo di musica ebbero ordinamento in quel torno. Di tutte queste, fondazioni alcune poche riceverono allora vita, ed altre, perché già esistenti, vennero cambiate nei sistemi precedentemente tenute, andando però tutte a rilento.

Si diede in seguito una modificazione anche all’organico dell’Accademia di storie ed antichità, di scienze ed arti, che fu chiamata Società Reale:Miot, zelantissimo mostra tosi per portarla innanti, tanti valenti uomini; le opere dei quali avevano già arricchito l’orbe letterario: ripeterò per alfabeto i nomi dei pruni che la composero Andre, Arditi, Calo, Capecelatro, Carcami, Carelli, Ctampitti, Cotugno, Daniele, Deifico, Gargiulli, Giglio, Greco, Lupoli, Marano, Parisi, Pessetti, Rosici, Rossi, Villarosa. Al mancare di alcuno in seguito vi si ammisero de Rogati, Tortora ed Attellis, indi il romano Pietro la Fega: essa ebbe tre Segretari, cioè il famoso ripetuto Francesco Daniele, il dotto Signore Emmanuele Ascione uffiziale del Genio, e immortale professore naturalista Teodoro Monticelli.

in essa si riunirono per opera del Ministro dell’Interno signor

Fu a questi giorni che volendosi spianare una strada larga cento passi agevole e vaga, che conducesse dal Real Palazzo ai Napoli alla Real villa di Capodimonte si perforasse il monte che v’era innanti, Non si concepì da prima coll’intento che direttamente conducesse da un punto all'altro; e si pensò in seguito sul progetto fattone dall’architetto Niccola Leanti ai levare un ponte nel bel mezzo della strada della chiesa della Sanità, che congiungesse la piazza di S. Agostino dei carmelitani scalzi, colla piazza della strada Napoleone. Questo ponte s’intraprese in vista del decreto di quel 25 Agosto, ma la costruzione di esso, perché mancante dei requisiti che rendevano eterne le fabbriche degli Etrusci e dei Romani, minacciò fatale rovina appena nato, che obbligò a sostruzioni dispendiosissime ed a sostegni solidi e pronti.

LIV. Continuavasi in questo mezzo tempo per varie vie a maneggiare le pratiche dell'occupazione. Aspro tormento ed assai pungente spina era stat’a quelle genti di Francia, inorgoglite dalle parole i fuoco dettele dal vincitore di Austerlitz nel mandarle verso queste parti, la difesa di Gaeta e quella di Civitella del Tronto eseguite da soldati napolitani; ma il portentoso sostenimento operato dal popolo in Amantea che dal primo giorno di Marzo del già passato anno 1806, chiuso si era ad ostinata oppugnazione; non che quello fatto dalla popolazione di Maratea

che egreggie e rare pruove di valore debbonsi nominare, non solo le riempiva di rabia, ma le teneva ardenti di vendetta; imperciocchè ne risultava l'affievolimento della loro forza morale: era umiliante per quella truppa cui i più gravi ostacoli, erano sempre sembrati lievissimi, il lasciare un paese non fortificato e difeso dai soli abitanti, i quali orgogliosamente sfidandola e. provocandola formasse uno dei principali nidi delle insorrezioni calabresi. Il Maresciallo Massena bramando di estirpare un esempio cotanto scandalosa, e sapendo che in meno di un anno l’esercito a lui commesso era stato scemato di oltre a ventimila uomini, aveva ordinato con caldezza di emanazione al Generale Verdier di prendere tutte le opportune disposizioni, affinché quel ricettacolo di gente contraria cadesse in suo potere. Il Generale obbedendo alle ingiunzioni del Maresciallo, dopo essersi provvisto di quanto riputava più necessario per quella espugnazione, cominciò il movimento.

Nel dover narrare questi avvenimenti è d’uopo far considerare primieramente, non convenire a questa guerra il nome di brigantaggio, come si fe studio di darle da molti, i quali confusero la difesa del proprio legittimo Sovrano animata da carità di patria che non sa piegarsi a voler patire giogo forestiere col brigantaggio solo intento alla rapina, alla civile guerra ed al pubblico danno. Rimane pure a considerarsi, e dar lode assoluta alla sobrietà, destrezza e valore, qualità insite delle nostre popolazioni; e far convenire che queste produssero uomini sì tenaci e fermi nelle intraprese loro, per le parti nelle quali fu il Regno diviso in questi tempi, che simili, ma non più decisi di essi poteronsi e possonsi trovare. Dirò prima di Maratea, per l'ordine cronologico impostomi seguire, perché prima cedé, indi narrerò dell’altra; anzi avrei dovuto di essa parlarne nel precedente anno, ma come terra assai vicina ad Amantea, che di un tre miglia ne dista, così ne ho tralasciata la narrazione per avvicinarla all’altra, che ora ne corre il tempo; tanto più, che il termine della disfatta di Maratea, forma il cominciamento del cinto assedio di Amantea.

Il piano degli insorti calabresi era stato assai bene concepito, imperciocché i punti nei quali si erano trincerati, erano stati scelti in modo da potere in egual tempo proteggere lo sbarco dei rinforzi e delle munizioni inviate dalla Sicilia, ed intercidere da lunga e difficile comunicazione da Lagonegro a Cosenza. Maratea situata sulla costa nel golfo di Policastro, ad una piccola distanza dalle gole di Lauria, lungo la strada di Napoli; era una delle loro migliori piazze d’armi. Gli abitanti di Maratea erano divenuti più audaci dacché degli uffiziali inglesi si erano a loro uniti, e dacché l’intendente civile di Cosenza Alessandro Mandarini uomo pieno di ardire, e dotato di sommo ingegno, investito di poteri della Corte di Palermo, vi aveva stabilito il suo quartiere principale. Il Generale Lamarque, che dopo l’assedio di Gaeta, aveva ricevuto sotto i suoi ordini una gran parte della divisione di Lecchi; e seco aveva distrutto i più ascosi e forti ripari degl’insorgenti del Cilento, fu incaricato della spedizione contro Maratea. Egli lasciò Lagonegro nei primi giorni del Decembre del 1806 si stabilì a San Lorenzo della Padula, e con delle marcie rapide e dei movimenti abilmente combinati, pervenne ad incalzare e rinchiudere nella piazza duemila insorgenti, ventidue dei loro Capi, e fra questi il celebre Mecca. Giunto avanti Maratea il 15 Decembre con 7 Battaglioni, ne cominciò l’investimento. Maratea dividesi in città bassa e città alta: questa ultima situata sopra un immenso scoglio impossibile a scalfire, e che nei sette ottavi del suo contorno ha la figura di un pane di zucchero rovesciato, è soltanto praticabile lungo uno spazio di 150 in 200 tese, quantunque siane la scarpa sommamente ripida. Questa specie di cittadella circondata da un muro di 25 piedi d’altezza è fiancheggiata da talune torri di cui erano state risarcitele antiche troniere o feritoie. Il Generale Lamarque fece sollecitamente spedirsi da Lagonegro e da Salerno delle artiglierie, e pervenne a farle trasportare dopo i più penosi lavori, fino sopra alcune punte di scoglio dalle quali si discopre la piazza. Gl’inglesi che avevano diverse Fregate ancorale d’innanti al porto, tentarono di operare vari sbarchi; ma le truppe di Lamarque fecero formale resistenza a quei tentativi. Gl’insorgenti dispersi pel paese, attaccarono molte volte le truppe contrarie a fine di sbloccare la piazza; ma non riuscirono nell’intento; la guarnigione reitero, le sortite, ma fu ricacciata nelle sue mura. Se io dovessi fermi a narrare le azioni, il valore, la pertinacia d’ambo le parli, soverchiamente dovrei dilungarmi; d’altronde troppo mi duole il mostrare con minutezza le stragi dissumanate; lascerò dunque, che il lettore le deduca dai pochi cenni a cui mi ristringo su questa narrazione, divenendo prolisso su quella di Amantea per darne maggiore conoscenza. La posizione militare di Lamarque mentre non permettevagli di limitarsi ad un blocco, gli toglieva ogni possibilità di tentare un assedio: in tale tristissima combinazione il Generale per avvicinarsi alla Piazza immagino di far costruire delle trincee in rilievo fabricando dei muri a secco, ed innalzando a ciascheduno svolto una torre nella quale stabilirebbe dei bersaglieri. Questo lavoro faticoso e difficile, mercé lo impegno messovi nel costruirlo, fu portato a termini in soli 12 giorni, terminati i quali, quelle truppe pervennero sotto le mura della città. Gli assediati non avendo che dei cannoni di. piccolo calibro,. non poterono impedire l’avvicinamento dei loro nemici: in allora cominciaronsi dalle truppe di Lamarque i lavori della mina; già tutto era pronto per lo scoppio, quando i napolitani giudicando la loro posizione disperata, fecero una sortita generale, e rovesciando le prime opere andarono oltre. Gli assediami respinti, tornarono alla carica e ripresero il loro vantaggio; la zuffa fu viva e micidialissima: un gran numero d’insorgenti armati di pugnali e di ogni altri arma corta, presi di rabia, scagliavansi con un coraggio estraordinario nelle file degli assediami, e vi trovavano e trovar vi facevano la morte. Quest’azione rinnovata più d’una volta con furore ognora crescente, costo non poco sangue ad ambo le parti, finalmente dopo 22 giorni di un assedio, che non fu se non. una serie continua di combattimenti vivissimi, gl’insorgenti esaurito ogni mezzo di difesa, e posti nella massima strettezza, chiesero di capitolare. Gli uffiziali inglesi e l’intendente Mandarino ottennero di ritornare in Sicilia: venti Capi delle masse e più di 2mila dei difensori furono fatti prigionieri di guerra; gli altri abitanti patirono gran numero di morti e crudeltà dissumanate, tanto guasto essendo il costume di quelli occupatori, nel credere che l’umanità serbata in guerra non dovess’essere serbata per i popoli armati.

LV. Il tre Decembre una forte colonna composta di due battaglioni del primo, e quattordicesimo reggimento di fanti leggieri francesi, di un battaglione della legione Corsa, di due battaglioni napoletani, di uno squadrone del 29mo dei Dragoni, di una compagnia di artiglieria leggiera ed un’altra di zappatori si pose in movimento da Cosenza nella direzione di Amantea sotto la condotta del Generale Verdier, al quale, come facemmo avvertire, era commessa da Massena la presura di quella città; detta truppa traeva seco due obici, e due pezzi da tre portati sopra dei muli, delle munizioni, dei viveri, delle scale, e gli utensili necessari ai lavori della trincea. La vanguardia di essa ebbe contrarietà nella sua marcia dalle guerriglie dei sollevati, perché postate vantaggiosamente sui gioghi dominanti le strette e lunghe gole che ella doveva traversare, le cagiono non poco danno. Contrastarono queste guerriglie con tanta destrezza ogni passo dei bersaglieri esploratori francesi, che senza aver troppo sofferto del loro fuoco, non gli permisero per quel giorno di oltrepassare Lago» così Verdier non trova vasi di aver percorso dopo 14 ore di marcia che tre leghe di distanza appena, È Lago un piccolo villaggio situato all’ingresso di una strettissima gola che conduce ad Amantea dopo sei miglia di cammino, ed in mezzo alla quale scorre un ruscello che le pioggie trasformano quasi sempre in torrente: il Generale francese nel partire il giorno 4 Decembre da questo villaggio (ove aveva passato la notte) per proseguire il suo viaggio, diresse alla destra della gola, sulla cresta della montagna il battaglione Corso, ed alla sinistra il secondo battaglione del primo reggimento; il resto delle truppe, come pure i bagagli, tennero il centro lungo la strada. Queste tre colonne si avanzarono lentamente, ed in pari movimento l’una dall’altra, precedente dalle compagnie dei volteggiatori, che non cessarono un momento di combattere. I terrazzani imboscati ed appiattati dietro gli alberi, ai massi, ai dirupi facevano pagare caro ai loro nemici ogni palmo ai terreno da essi acquistato. La riunione delle tre colonne dopo una penosissima marcia, fecesi in S. Pietro paesetto discosto un miglio all’incirca da Amantea. Nell’avanzare verso questo luogo, scorse il Generale francese un numeroso distaccamento nemico postato sur una montagna alla sinistra: due battaglioni vennero da esso spinti per attaccare i contrari, i quali, dopo averli data molta molestia, si ritirarono. Le truppe francesi si posizionarono su d’una montagna, dalla quale scoprivasi tutta intera la città, oggetto dell’accennata spedizione.

Lungi 150 tese e poco più dalla spiaggia del Mediterraneo, ed allo sbocco di una gola r innalza una rupe isolata in forma di ceno tronco, la cui base dalla parte del Nord è lambita da una piccola riviera nominata Catacastro: sul pendio meridionale di quest’altura, cioè dal lato del mare, è fabbricata Amantea la quale non ha altra difesa da questo lato, che una rupe impraticabile alta circa 60 piedi al di sopra del livello del mare: un muro antichissimo, ancheggiato alle due estremità da due annosi bastioni i quali vanno a congiungersi allo scoglio di cui abbiamo parlato, compie u recinto della città. Sopra la spianala, che forma la base superiore del cono tronco, e che domina tutto il paese, ergesi un castello diruto di forma irregolare, la cui vantaggiosa posizione permette di battere, è quindi di difendere comodamente e ad un tempo la gola, il lato del mare e la porta principale della città. È questa città l’antica Lampetra di cui accenna Tito Livio nel 3omo libro delle sue storie: famosa era stata essa perla divozione all’aragonese dinastia, restando sempre sorda alle lusinghe di Carlo VIII, e di Luigi XII. Nel 1630 era investilo della padronanza di Amantea il Principe di Belmonte Giambattista Ravaschieri, venduta a lui per 6omila ducati dal Duca di Alcalà Viceré di Filippo V. Pure franchi e valorosi quelli abitanti, non vollero darsi a cotesto padrone, il quale comparve innanzi alle porte con seicentottanta fanti e duecento cavalli, e spedirono Orazio Baldacchini nella Spagna a chiedere che la città loro fosse consertata nel regio demanio, senza patire giogo feodale: qual cosa ottennero. Il Castello di costruzione vecchissima armato di tre pezzi di cannoni era servito in questo tempo da una ventina di soldati di antica milizia, da taluni micheletti e da cinque o sei. artiglieri: esso è dominato al Nord, da una montagna opposta a quella ove i francesi avevano presa posizione; tutto il terreno dall’Est al Sud è frastagliato ed intersecato di piccoli poggi; di case e di limiti di giardini, che formano una specie di sobborghi.

Ai piedi della posizione occupata dalle truppe del Generale Verdier trovavasi un Convento di monache, ove alloggiarono due compagnie di granatieri; il battaglione, di fanteria leggiera francese e quello della legione Corsa furono inviati nel 5 Decembre sulla cresta della montagna che domina il Forte per opporsi ai tentativi, che potrebbero fare a favore dei sollevati di Amantea, quelli della piccola città di Belmonte situata non molto distante al Nord d’Amantea. Il Generale francese fece lavorare immediatamente alla costruzione di una batteria, per collocarvi i due obici, che aveva seco condotti. Le due compagnie dei granatieri del 1° Reggimento di linea, collocate in alcune case davanti al convento, furono attaccate a diverse riprese il 5 dai terrazzani comandati dal Dottore Salvadori e dal Frate Michele Ala: brillava nei primi ranghi, esponendosi ai maggiori pericoli, una nuova amazzone, cioè la Baronessa Laura Fava, (a) la quale cavalcando alla testa dei suoi domestici, mugnai e torrieri mostravasi tra le maggiori contenzioni, ed accorrendo sempre ove le fazioni diventavano più ardenti dava l’esempio agli uomini dell'intrepidità e della fermezza: animata da un fervido spirito patrio, detestava indistintamente gli stranieri chiunque essi fossero, e cercava insinuare nell'animo del suo sesso, pur anco uguali nobili e forti sentimenti. Poco manco che all’impeto dell’assalto, le due compagnie dei granatieri non perdessero i loro posti trincerati; fortunatamente per loro un rinforzo giunto a proposito, devio il pericolo, senza però ché cessasse per tutto quel giorno il fuoco di fucileria.

LVI. Ridolfo Mirabelli uno dei più ricchi possidenti di Amantea, già tenente Colonnello nell’armata napolitana, comandava la risoluta popolazione di quella città, e teneva questo carico fin dal 1799: era costui temuto dalle truppe francesi, per aver loro arrecato gravissimi danni durante la campagna sanguinosa da essi sostenuta: dotato di esperienza di guerra, estimatore di vero onore, caldo perle regie parti, di volontà egregia, aveva ottenuto dalla Corte di Sicilia insinuazioni di contrariare l'inimico fino all’astremo. Non mancava la città di Amantea di cose necessarie alla prima difesa, e fossero anche queste mancate, gli animi di quelle popolazioni ne ridondavano.

(a) Madre della moglie del Generale Garzia oggi Direttore della Beai Segreteria e Ministero di Guerra e Marina Nata Procida.

La Fregata Minerva agli ordini del Capitano di Vascello Picuna ed il Pacchetto reale, nel terminare di Aprile del 1806, ne avevano abbastanza trasportate. V’erano farine, gallette, carne salata, sale, vino ed acquavite perle munizioni da bocca: tre cannoni di ferro aa 18 su i rispettivi carretti, come dicemmo, palle di piombò e di ferro, trentacinque cantata di polveri, moltissime cartuccie per fucileria e non pochi cartocci per artiglieria, carta, pietre e tutti quanti i fornimenti, attrezzi ed ingegni delle bocche da fuoco e piccoli carriaggi erano le munizioni da guerra. Dopo quella epoca avendo le vettovaglie ricevute sufficienti diminuzioni l’Alfiere Stocco, al quale erano belle doti coraggio e perizia negli affari difficili, avea fatte con alquanti uomini due valorose sortite dalle mura di quella città, che sempre erano state guardate dai francesi, una sullo spirare di Settembre, alla volta di Pietramola lungi dodici miglia, per provvedere la fortezza di ammali, frumenti e frutti secchi; e l'altra a mezz’Ottobre per l'egual fine; le qual imprese non vennero fallite.

La sera stessa del 5, mentre i sollevati, che si erano tutto il di fucilali a viso scoperto coi francesi, credevano la giornata ornai compita, il Generale Verdier fece marciare un battaglione della guardia nazionale ed uno del primo Reggimento all’attacco del sobborgo. I pochi uomini rimastivi a guardia, quantunque non si aspettassero un tale assalto, stettero salai quanto il poterono, ed il loro fuoco fu così bene diretto ed in tanta prossimità, che i francesi furono sottoposti a delle gravissime perdite, e fra le altre a quella del Capobattaglione Drovet e di altri uffiziali. Prima dell'alba dei giorno 6, mentre Verdier faceva distribuire delle scale alle due compagnie de’ granatieri; i due battaglioni del im0 di linea insieme a quello della guardia nazionale, presero le armi e si schierarono in battaglia col massimo silenzio dietro alle case del sobborgo: il segnale dell’assalto doveva essere dato da due obici tirati dalle batterie: alcuni scelti drappelli, diretti contro diverse parti del recinto, erano incaricati di dividere l’attenzione del nemico, ed ingannarlo sul vero punto di attacco; ma questa volta i calabresi stavano alle vedette. Appena le colonne d’assalto sboccarono, che Mirabelli ben comprendendo l’oggetto dei diversi drappelli spediti per distrarre la sua attenzione dallo scopo, essenziale, mandò dei plotoni di terrazzani contro essi, e quindi si occupo della fronte minacciata. Guarnita questa di numerosi bersaglieri, accolsero le colonne francesi con un vivissimo fuoco: i cannoni del Forte non cominciarono pure i loro tiri, se non quando Mirabelli, si accorse ch'essi potevano ottenere un effetto deciso.

Infatti i francesi ne rimasero talmente scomposti, che oscillarono e finalmente si diedero ad una precipitosa fuga, in mezzo agli urli ed ai fischi di derisione ed alle imprecazioni degli amanteani. Verdier accorso per ristorare la battaglia, non riuscì che a porre al coperto da questo fuoco terribile dietro alle case del sobborgo i battaglioni spediti allo assalto, i quali lasciarono più di 70 morti sul terreno, ed altrettanti feriti.

Il Generale Verdier temendo di essere costretto ad abbandonare per una seconda volta l'impresa d’Amantea, chiese al Maresciallo Massena un rinforzo di combattenti di viveri e di munizioni: proseguendo intanto ad occupare le sue posizioni, vi si trincero con molta cautela, in attenzione dei richiesti soccorsi. Mirabelli credendo che avrebbero i francesi rinnovato il loro assalto il giorno 7, li attese inutilmente fino alle due pomeridiane. Allora distacco una buona mano d’intraprendenti terrazzani ad attaccare il battaglione dal 1mo leggiero francese, che occupava la sommità della montagna destra, mentre i sollevati di Belmonte attaccavano il battaglione Corso collocato sulla cresta della montagna di sinistra che separa Amantea da Belmonte. Verdier fece passare dei rinforzi al primo leggiero, ed il combattimento si prolungo fino a notte avanzala, senza risultati notabili.

Frattanto essendo stato quel Generale rinforzalo da più di 800 uomini, condotti dal Colonnello Stuard del 42mo, fece mettere in batteria i suoi due pezzi da tre, per tentare di danneggiare il muro del recinto della città, ovvero romperne la porta principale; ma il calibro essendo troppo debole per questa operazione, fu d’ uopo limitarsi a tirare sulle case con gli obici. Gli abitanti della città, per quanto non si fossero per anco riavuti dagli effetti delle stragi e delle fatiche del primo assedio, si erano però preparati a resistere con maggiore intrepidezza. Verdier bramoso di venire a capo di una impresa, che aveva da prima reputata assai lieve, e lacerato dalla vergogna di tale idea, senza curare le osservazioni che andavano facendogli gli uffiziali che lo affiancavano, uomini tutti valevoli a conoscere e valutare le debite misure d’un assedio, senz’ascoltare quanto all’uopo gli facevano presente il Colonnello Ortigoni Capo degli artiglieri, ed il Tenente Colonnello Giulietti della stessa arma, non che il Colonnello Costanzo e gli altri uffiziali degli ingegnieri Montemayor, Macdonald, Coseni e Romei per l’impossibilità di accostarsi alle mura dalla parte del mare, scalando lo scoglio accennato, chiama i Capi delle sue truppe e così gli dice «Il nemico custodisce malamente il fronte dalla parte del mate, ed i pochi che lo guardano, stanno disavveduti nella notte. Vi è una facile via che mena a quel punto, e la indicherà il Capitano del Genio Razzo, di quel paese: muovano alquanti nostri soldati per quel cammino, e siano da altri seguiti in lontano. Se a va felice il disegno, sarà in una notte compiuto il nostro trionfo, e non avremo a ritornare più sulle cose da deliberare».

Dette queste parole, ne ordinò l'esecuzione, senza permettere osservazioni alcune: un battaglione di fanteria leggiera, il primo Reggimento, ed il quarantaduesimo ebbero l'ingiunzione di tentare per quel lato un passaggio onde penetrare in città.

Il 7 Dicembre ad un ora e mezzo della notte, le truppe comandate per questo attacco, presero le armi e si riunirono chetamente nel subborgo: la fanteria leggiera, precedente gli altri, insinuatasi in uno stretto sentiero condusse la colonna in tanta vicinanza del dirupato. scoglio, già sopra detto, da potere udire il movimento dalle sentinelle calabresi. All’incontro il fragore delle onde frangentisi con violenza ai piedi degli scogli, impediva, a queste ultime di distinguere i movimenti che si facevano dagli assalitori. Giunti i francesi al sito indicato per la scalata, si posero bocconi per terra onde aspettare che tutta la colonna uscita dallo stretto sentiero si fosse disposta regolarmente per l’assalto. Un fanciullo amanteano, che trovavasi per accidente sulla vetta dello scoglio guardando il mare, sembrandogli scorgere da questo lato, in mezzo all’oscurità, un qualche moto, ne da avviso ad una donna ch’era colà prossima, cioè vicina al macinatoio della casa Amato, chiamata Elisabetta de Noto moglie dell’Alfiere Stocco, già nominato; costei osservando meglio la cosa, e riconosciuto essere quel. moto gente moventi, per un istantaneo impulso, comprendendo chi da quella parte potesse essere, si pone a gridare: su su, ecco i francesi! A queste voci ripetute dalle sentinelle l’avviso dell’all’armi, i terrazzani di guardia si affacciarono alle mura e spararono all’azzardo in ogni senso dall’alto al basso. Diversi granatieri feriti dalle palle, ebbero la costanza di rimanere nella posizione già presa, senza muoversi e senza proferire un solo lamento. Credendosi però gli assalitori scoperti, volevano almeno attendere, che il nemico incoraggialo dal loro silenzio azzardasse di uscire dalla città per attaccarli. Ed in falli i terrazzani si disponevano a farlo, se Mirabelli non lo avesse loro vietalo, obbligandoli ad attendere. Impose egli eziandio silenzio a tutti, e mentre teneva preparata e disposta la sua gente sopra le mura, fece distaccare dall’alto alcuni grossi macigni, che lasciati rotolare per quei scogli, recarono grave danno agli appiattali assalitori, i quali ciò non ostante rimasero taciti ed immobili. Sventuratamente per questi, l'esplosione di un obice avvenuta per l’aria, illuminando ad un tratto l’oscurità, non solo dette a verificare gli annunzi ricevuti, ma porse anche il mezzo di distinguere palesemente in qual posto essi fossero. Ad aumentare la loro disgrazia, spunto in cielo poco dopo la luna, e gli pose totalmente allo scoperto, di modo che furono con intiera sicurezza diretti contro di loro tutt'i colpi degli assediati. Non avevano essi ornai più tempo da perdere, se non volevano trovarsi totalmente annientati o schiacciati dai macigni, dal fuoco e dalle pietre che a tutta possa si facevano sopra di loro cadere: così Verdier fatta abbandonare ai suoi francesi l’incommoda e pericolosa situazione in cui gli aveva fin’allora tenuti, ordinò loro di avanzarsi, e di guadagnare terreno come meglio potessero. Frattanto le truppe lasciate nel sobborgo, che avevano l’ordine di muovere un finto assalto per quel lato, onde richiamarvi i difensori, ed allontanarli in tal guisa dai vero punto di attacco, cominciarono il fuoco a cui fu replicato colla stessa vivacità tanto dalla fucileria, che dai cannoni del Castello. L’attenzione finalmente divisa, Verdier, ostinato nel suo proponimento, spinse in tal modo innanzi la compromessa sua colonna, che dopo aver essa superato non pochi difficili dirupi ingombri di virgulti, di sterpi e di macchie, si trovò sotto il grande scoglio tagliato a picco, che forma il rampavo della città da quel lato. Risoluti i granatieri vi appoggiano le scale; ma una maggiore tempesta di grossi macigni, precedentemente preparati, rotolano e piombano schizzando per quell’erto pendio, sugli assalitori e sulle scale schiacciando gli uni e stritolando le altre. Appostati dietro ai massi, alle punte degli scogli, scagliano contemporaneamente i calabresi con sicurezza la morte nelle file degli aggredienti, e ne aumentano il disordine. Questi, menomati ed incessantemente tormentati da qualche colpo, del quale non possono in modo alcuno ritrarre vendetta, dopo una vana insistenza dei più bravi, sono finalmente costretti a ritirarsi a precepizio, ponendosi in salvo dietro le case del sobborgo. Quivi rimasero. fino allo spuntare del giorno, ritirandosi umiliati e confusi ai loro bivacchi. Ebbero i francesi circa 220 morti e 150 feriti, mentre i terrazzani mediante la loro posizione ne uscirono affatto illesi.

LVII. Il felice risultato ottenuto dagli abitanti, inspiro loro un tale ardore, che fino sulle labra dei fanciulli non udivansi altre parole, se non che piuttosto morire, che arrendersi. Il Generale francese quasi sbigottito da tante reiterate sconfitte, che oltre al costargli più di 500 uomini, abbattevano il. morale della sua truppa, ed innalzavano quello dei nemici, dovette convincersi, che la Piazza, era assai meglio munita di quel che si era fin’allora immaginato, e ch’erano pertanto necessari dei maggiori mezzi per impadronirsene. Dimodocché dopo un maturo riflesso, fe risoluzione di ritirarsi. Praticati a tal’uopo tutt'i convenienti preparativi cominciarono i francesi nella notte dell’8 al, Decembre il loro movimento retrogrado col maggior ordine e silenzio possibile. Il numero infinito dei feriti, che seco loro traevano, li costrinse a coricarli sopra delle barre!le, non essendo stati sufficienti tutt'i cavalli dei dragoni del 29m0 al trasporto. Umiliato ed assetato di atroce vendetta Verdier, e dolente a morte, che sì vile luogo gli avesse a togliere e carni ed onore, rientro in Cosenza il 10 Decembre scortando l’immenso convolo dei feriti, vittime di un mal’inteso disprezzo, o di un mal fondato amor proprio. Creduto aveva quel Generale di scoraggire gli Amanteani nel far penetrare in mezzo ad essi la notizia, che gl’inglesi erano fuggiti in Sicilia; ma per quanto affliggente e spaventoso si fosse questo disastro alla causa calabrese, non ebbe alcun effetto; all’incontro non fece che aumentare l’ardore degli assediati, ed eccitare in loro una nuova energia, per supplire alla mancanza di quelle speranze di diversioni, che avevano fin’allora concepiti.

La impresa mal riuscita di Amantea era quella che più pesasse sull’amor proprio di Reynier, cosicché divenuto arbitro e regolatore di tutt’i suoi mezzi, penso tosto a rivolgerli intieramente a danno di quella città. Da questa infatti spiccavansi tutte le principali guerriglie, da essa si fomentavano e spargevano i semi della resistenza agli occupatori, in essa finalmente risiedeva una specie di governo centrale e direttore di ogni movimento sedizioso. Riunitesi per tanto da Reynier tutte le sovvenzioni necessarie, sia di munizioni, come di artiglieria di grosso calibro, spedì per la terza volta Verdier contro Amantea, onde formare l'assedio regolare. Erano adesso le truppe di questo Generale aumentate del 52mo Reggimento di linea francese, e dalla brigata Polacca, al servizio d’Italia, comandata dal Generale italiano Peyrì. Divise da Verdier le sue truppe in due colonne, ne diresse una sotto la condotta di Peyrì verso Belmonte, e riserbandosi la direzione della seconda, seco lei si rivolse ad Amantea. Doveva Peyrì intimare al comandante di Belmonte di aprirgli le porti, spaventarlo con delle minaccie e delle dimostrazioni, ed evitando impegnarsi qualora trovasse i nemici ostinati, raggiungere Verdier sotto Amantea: locché fece. Verdier aveva in contrario nella sua marcia ostacoli assai maggiori, che le altre volte; ma provisto anche di mezzi più formidabili, pervenne dopo qualche contrasto sotto le mura della nemica città il 30 Decembre. Ivi postosi a campo, colloco il Generale Peyrì colla sua gente sul monte che separa e taglia dalla parte del Nord le comunicazioni di Belmonte con Amantea, dandosi tosto a formare l’investimento di questa ultima città. In tal guisa terminare l’anno 1806 senza che i francesi, vincitori dell'Europa coalizzata, avessero potuto peranco venire a capo di sottomettere un pugno d’intrepidi calabresi, determinati di farsi spegnere, anzicché sottoporsi al giogo straniero.

Era a questo tempo il Generale Verdier pieno di rabia, rivolto ed impegnato a sollecitare con tutta l’alacrità del suo spirito, l’espugnazione della valorosa ed ostinata città. Già il 3 Gennaio 1807 aveva egli fatto aprire una trincea dinnanzi al fronte della Piazza rivolta al mare. Intenzionato di stabilire quivi nascostamente una batteria di breccia, contro la destra della muraglia adiacente allo scoglio, aveva egli armato in altro sito una batteria di due piccoli pezzi da tre, col progetto di deviare l’attenzione degli assediati dal vero punto di attacco. Una quantità di feritoie erano state praticale nelle diverse case del sobborgo, per collocarvi le guardie avanzate, e non poche traverse innalzate lungo la linea dell’investimento, avevano resa facile e sicura la comunicazione da un posto all’altro. Cominciato il 5 Gennaio da due piccoli pezzi da tre, il fuoco contro la Piazza, tentarono gli assediati smontare quei pezzi; ma mentre essi occupavansi di questo accessorio, progredivano a furia i lavori della nascente batteria ove i francesi avevano potuto trascinare con sommo stento e fatica sei cannoni da dodici, due mortai e due obici destinati i primi a far. breccia, i secondi ad incendiare la città.

Il giorno 6 una fregata e due corvette con insegna siciliana, comparvero dinnanzi alla baia di Amantea e cannonarono i posti francesi fino a notte. All’alba del 7, avanzatasi la fregata trasse un colpo di cannone, che gli fu replicalo dal Forte: era questo un segnale. Infatti nella notte gli abitanti di Amantea, i quali cominciato avevano ad accorgersi dei lavori, fecero un fuoco vivissimo di moschetteria che nocque infinitamente ai francesi Malgrado ciò allo spuntare del giorno 8 era già la trincea spinta tant’oltre, da garantire i progressi dei lavori dal fuoco della Piazza. Camminando i francesi per un canale scavato, o ramo di trincea, trasportarono la batteria dei due pezzi da tre in un collocamento, che loro parve più favorevole per allontanarne i bersaglieri calabresi dalla parte del rampare attiguo ai bastioni ed alla porta di destra. Questa batteria non essendo distante che un tiro di fucile dalle mura, fu affidata alla custodia di una numerosa guardia. Gli assediati credendo intanto, che il segnale dato dalla Fregata siciliana, fosse per avvertirli di un prossimo soccorso, stettero preparati a secondarne lo sbarco con una vigorosa sortita. Restando in quest’avvertenza, e solo a ciò pensando, si astennero fino alla notte del 10 all’11 dal disturbare il progredimento dei lavori dei contrari: costoro invece approfittando di tale inavvedutezza, spinsero nel frattempo a termine le loro batterie, e le misero. in armi completamente. La mattina dell’11il oltre la Fregata e le due corvette, vidersi dalla parte dell’isola di Stromboli diversi altri legni: simile comparsa, nell’avvalorare sempre più le speranze degli assediati, aumento i sospetti di Verdier, il quale nell’apprensione di uno sbarco, prese tutte le disposizioni opportune per opporvisi. Frattanto alle 9 di quel medesimo dì, smascheratesi le batterie francesi, incominciarono un vivissimo fuoco contro la Piazza: i cannoni da 12 tirarono a far breccia, i due obici ed i due mortari ad incendiare il paese, ed i piccoli cannoni da tra a spazzare le mura dai difensori che vi apparivano. Risposero gli amanteani con i loro piccoli cannoni, ma non poterono impedire, che dopo qualche tempo fossero abbattuti e distrutti alcuni ripari di legname e fascine, stati elevati per guarentire il posto più scoperto e pericoloso delle mura. I bersaglieri calabresi apparirono allora allo scoperto, e sprezzando sommamente i colpi delle artiglierie francesi, sostennero con un’audacia senza pari quella lotta ineguale.

LVIII. I densi globi di fumo prodotti dalla polvere, dalle rovine e dalle continue accensioni mantenevano sulla piccola città di Amantea una sorta di crepuscolo frequentemente e vieppiù rischiarato dal fuoco e dalle vampe degli spari incessanti. In mezzo alla tempesta delle bombe e degli obici, vedevansi per le strade le donne ed i fanciulli insieme agli altri, adoperarsi a spegnere gl’incendi, a portare cartuccie, armi e bevande ai combattenti, prendere cura dei feriti, trasportarli al coperto ed incoraggiare cogli atti e colla voce i padri, i fratelli e gli sposi. Laura Fava soprattutto, quella cittadina che maschi e patriottici aveva la mente ed il cuore, fattasi direttrice dei drappelli situati nei luoghi i più esposti vi rimaneva intrepida e ferma per avvalorare col suo esempio l’attività, il coraggio e la costanza dei difensori. Non un gemito, non un sospiro, non un rammarico udivasi alla vista del danno che il paese offriva, che anzi quell’aspetto raddoppiava il furore: i meno capaci, i feriti medesimi piuttosto che desistere dal combattere e dal custodire il posto che era stato loro affidato, si ostinavano a resistervi, giurando di prima perire che permettere all’abborrito nemico di contaminarlo col suo piede. I sacerdoti zelanti più che altri della gloria nazionale, offrivansi per primi come in olocausto nei luoghi i più perigliosi, sia per combattere, sia per curare i feriti, sia per amministrare ai moribondi i soccorsi della religione; ed in tal caso, infelicemente troppo spesso ripetuto, vedevansi questi uomini rispettabili, abbandonando il trombone od il moschetto, porsi genuflessi accanto agli agonizzanti, e con quella stessa calma, soliti a dimostrare nelle tranquille dimore degli ammalati, rendere dolce e felice il passaggio ad un altra vita a quei buoni, che spesa l’avevano in prò della patria. Per quanto grandi si fossero i flagelli risultanti ai meschini abitanti dalla smisurata tenzone, e tendessero tutti a favorire i francesi, ciò non pertanto niuno osò mai alzar la voce per consigliare la resa.

Bordeggiavano i legni, e con sguardi amorosi dall'alto delle mura gli amanteani li seguivano; ma sia contrarietà di venti, sia cognizione delle severe misure di cautela dei francesi, sia strattagemma, nelle ore pomeridiane del di 11 dopo aver fatto palpitare d’impazienza e speranza il cuore degli amanteani, tornarono a prendere il largo. Si staccò però da essi una lancia, che audacemente facendo forza di remi si diresse verso lo scoglio sottoposto al bastione di sinistra del paese. Respinta dal fuoco dei posti e dei bersaglieri francesi, che le uccisero alcuni uomini, parve che l’inutilità di quel tentativo inducesse a pentimento i legni anglo-siculi. Un ora appena trascorsa, tornarono essi dunque ad avvicinarsi alla sponda fino a mezzo tiro di cannone, quivi ponendosi in panna, una delle corvette costeggio anche il littorale, sparo una fucilata contro i posti francesi, i quali eransi collocati al coperto dietro a dei monticelli di arena sulla spiaggia. Una fìluga armata di petrieri, venne eziandio presso alla costa ad ancorarsi in ri ai nemici: ma tutto si limito a queste semplici operazioni. Ripeterono i legni anglo siculi il giorno 12 le stesse minaccie, ma senza partorire niun effetto salutare per gli assediati. Sembro dunque, che lo scopo a cui mirasse la flottiglia, fosse quello di comunicare degli ordini e delle istruzioni alla Piazza, dimodocché i francesi cautelaronsi in maniera da impedirgli pur questo. Nel 15 appressatasi sempre più la flottiglia alla spiaggia, e lungo ed innanzi ad essa distesasi, cominciò a sparare senza interruzione contro i posti e contro i campi degli assediami. Risoluti allora gli assediati di conoscere il vero motivo di quelle manovre, fecero un audace tentativo: uscito un drappello di bravi dalla città, si sparpaglio dietro ai scogli, ai massi, alle mura, ai rialti e cominciò a scagliare un vivo fucilamento contro i cannonieri francesi, a cui recarono gravissimo danno. In mezzo a questo frastuono, uno fra i più ardili calabresi chiamato Giuseppe Segreti soprannominato Galli Galli di anni trentadue robusto e bello nell’aspetto, armato di solo stile rotolatosi dalla scogliera, e sopraggiunto carpone ed improvviso sopra la sentinella francese che trovavasi su quel lato ascoso, dopo averla uccisa, ghiaiosi a nuoto venne tosto raccolto da una lancia spedita immantinenti a riceverlo, che lo condusse sano e salvo lla flotta. Cessò il fuoco allora dei legni, né ricominciò che a notte, innoltrata quando fatta gli assediati una vigorosa sortita, piombarono con tanto impeto su i posti francesi, che per quanto questi si fossero premuniti alle difese, pure si trovarono rovesciati e respinti. Distrutti tostamente i loro lavori, rimase libera pel resto della notte la comunicazione degli assediati colla flotta, dalla quale riceverono quel rinforzo di vettovaglie e munizioni ch’essa arrecavagli. Manco poco che nell'ardita intrapresa degli amanteani, i cannoni da tre dei francesi non cadessero in loro potere; la sollecitudine con cui furono essi ritirati poterono soltanto salvarli.

Ottenuto tutto quello a cui per le loro circostanze potessero gli amanteani aspirare, rientrarono nella Piazza, ed i legni si allontanarono. In quel momento soltanto tornarono i francesi ad occupare i perduti posti, ricominciandone i distrutti lavori. Il risarcimento di queste opere occuparono gli assediami fino all’alba del 14. Verdier avendo conosciuta la necessità di togliere agli assediati ogni comunicazione coi mare fece anche cominciare dei lavori per prolungare la trincea da quel lato. Non fu senza sangue ch’egli potè ottenere un qualche intento.

Frattanto la batteria dei pezzi da 12 non aveva mai cessato dal tirare contro la vecchia muraglia. Credutasi ornai la breccia praticabile fece Verdier riunire nella notte del 14 al 15 tutte le compagnie scelte del corpo assediante, per montare all’assalto. Preceduti dal fuoco degli obici e dei mortai si avanzarono quelli eletti soldati con audacia e fierezza alla terribile impresa: non con meno saldo petto, a piè fermi, attendevagli i tenaci difensori. Appostati dietro la breccia e per gli scogli, fecero essi piovere sugli assalitoli un diluvio di fuoco. Malgrado questo, salirono le compagnie scelte del Reggimento Real Corso per le prime sulle macerie del rovescialo muro: quivi si sostennero esse lungamente; ma tormentale le altre truppe che le seguivano da incessanti ed immense perdite, retrocessero in confusione fino alle spalle delle proprie trincee. Costì riparatesi tutte insanguinate, non riuscì più agli uffiziali di ricondurle allo scoperto. Perduta i Corsi la speranza di essere soccorsi, dopo aver subito non poche morti e ferizioni, si ripararono essi pure al coperto. Il Generale Verdier defraudato nelle sue speranze, corse ad arringare le colonne: quando credè averle decise, si pose alla loro testa gridando, mi seguano i più bravi. Eccitati da quello esempio, uscirono in fatti i granatieri di nuovo e furiosamente lo seguirono fino al piè della breccia: ma quivi simile ad un’onda tempestosa, che fragorosamente si avanza e contro gl’immobili scogli spezzata e schiumante s’infrange e si ritira, così quei prodi vedendo atterrali i più arditi, conosciuta l'impossibilità d’accostarsi a quelle mura difese dal valore e dall’amor nazionale, tornarono a ripiegarsi più mal conci di prima, dietro i parapetti testé abbandonati.

Simile disgraziato tentativo che costo a Verdier meglio che 250 uomini delle sue truppe scelte, Io costrinse a differire una tale impresa ad un più favorevole momento. Festeggiarono gli amanteani tutto quel giorno il loro trionfo e divenuti soverchiamente arditi, fecero uscire la sera stessa alle ore io dalla Piazza un drappello di 200 animosi: assaliti da questi i posti francesi sulla strada di Belmonte, e rovesciati, fugali ed uccisi i più pertinaci, recaronsi quei 200, senza incontrare altri ostacoli, fino al predetto villaggio, ove penetrarono tranquillamente poche ore dopo.

LIX. La città di Amantea, così costante nel combattere gli stranieri, non era soltanto tormentala dagli orrori della guerra e degl’incendi, ma il cattivo nutrimento, le pene, gli stenti e le fatiche, avevano fatto sviluppare un flagello non meno terribile, cioè le febbri epidemiche. Per quanto tutti questi malori fossero altrettanti potenti alleali degli assediami, giungere non potevano a menomare di un nulla la costanza degli assediati. Moltiplicavansi, per così dire, i sani, onde supplire alle assenze dei malati, ed ogni età, ogni sesso era occupato a pro del paese. Chi adoperavasi a formare gabbioni o fascine, chi a scavar fossi, chi ad ammucchiar pietre e terra per i lavori, quali a curare gli ammalali ed i feriti, qual altro a confezionare cartuccie, ed in fine tutti a porgersi una mano scambievole per allontanare il periglio comune. Riuscite le ultime imprese, vedevi accorrere in folla i volontari a farsi registrare, per essere destinati alla prima sortita che si tentasse: rifiutati, andavano a collocarsi nei luoghi i più esposti onde battersi allo scoperto, e mostrare il più alto sprezzo della vita.

Fremeva Verdier del fallito suo tentativo, e prepara vasi a trovare nella sua fertile mente un compenso: questo suppose averlo egli rinvenuto nei lavori sotterranei. A tal effetto nella notte del 17 al 18 tutt’i minatori e zappatori francesi furono impiegati a lavorare una via sotterranea, per minare e far saltare il bastione di sinistra, solo punto, che fosse dagl’ingegnieri giudicato conveniente per tentare un nuovo assalto. Mentre una tal opera avanzava a gran passi, il Generale Verdier chiamato alla grande armata sulla Passorga venne sostituito nel comando dell’assedio dall’italiano Peyrì. Il copioso sangue versato, e che più verserebbero senza dubbio quei decisi amanteani, italiani pur essi e quindi suoi connazionali, pesava al cuore del prode da lungo tempo; vistosi finalmente regolatore principale di quell’assedio, penso tosto a far cessare le stragi, ed a chiamare a più umane risoluzioni gli assediati. A tal effetto essendo giunto nel campo il Colonnello Amato comandante la Gendarmeria nella Calabria, determino di farne l’organo dei suoi sentimenti cogli assediati. Scrisse in fatti il Colonnello al Mirabelli invitandolo, in nome dell’umanità, a far cessare uno stato di cose così pregiudizievole agl'interessi della loro patria comune, e scongiurollo in conseguenza ad accettare una capitolazione onorevole. Riflettendo Mirabelli alle calamità che opprimevano gli abitanti, allo scarso numero di quelli rimasti in grado di combattere, attesocché i duecento uomini spediti a Belmonte non erano più rientrati in Amantea, e dando uno sguardo alle diroccate mura, già aperte in due lati e dilatate dal cannone nemico, risolse affidarsi alla parola del Generale Pevrì, uscir dalla Piazza ed abboccarsi col Colonnello Amato. Ma appena il popolo ebbe conosciuta questa sua determinazione, che fattoglisi incontro, tanto lo scongiuro, grido e minaccio, che finalmente parve svolgerlo dal suo proposto. Quando però credè Mirabelli essersi un poco sedala l’effervescenza popolare, studio ogni mezzo per rendersi favorevole i principali, facendo spargere, che se non volevasi cedere la Piazza, si tentasse almeno ottenere un armistizio, assolutamente indispensabile per fortificarsi con comodo, prendere fiato e dar campo all’arrivo di un qualche soccorso promesso dagl’inglesi. Cedé finalmente la plebe e venne disteso e sottoscritta fra il Generale Pevrì e Mirabelli una convenzione d’armistizio, mediante la quale obbligavasi questo, in nome del popolo, a cedere la Piazza ed il forte, qualora in capo a io giorni non fosse stato soccorso.

Frattanto il Generale Reynier avendo saputo il convenio, non ne permise l’esecuzione, e portossi esso medesimo sotto Amantea per ordinare, che si proseguissero i lavori della mina e si perfezionassero quelli della trincea. Si oppose Pevrì, ma invano; l’ira e la rabbia di quel Capo reggitore, quantunque di carattere freddo e dolce, ruppe ogni legge, ed il patto, che dalla umanità e dalla ragione era stato tentato, venne infranto: così durante la notte del 26 Gennaio i lavori della mina furono ripresi e spinti fino al muro del bastione. Gli assediati supponendo l’intenzione dei francesi e quantunque non pratici del modo di difendere una Piazza, lavorarono pure a praticare nell’interno delle mura una tagliata corrispondente e di faccia al bastione, che veniva minacciato dalla mina. Alle due trascorsa la mezza notte del 27, distaccò il Generale Reynier una colonna forte di 500 uomini presi sulle compagnie scelte dei corpo assediante, per secondare un assalto da esso ordinato contro il villaggio di Longobardi, attacco che doveva essere principalmente operato da una colonna che a tal effetto aveva egli stesso condotta da Cosenza. Questa spedizione disposta ed eseguita con sagacità e segretezza, ebbe un esito completo: il villaggio fu circondato. Una turba numerosa di gente recentemente sbarcata dalla Sicilia, e che lutto aveva in quei luoghi posto a soqquadro, venne sorpresa; la maggior parte uccisa, salvandosi soltanto il suo Capo de Micheli con pochi altri.

LX. Reduce Reynier colla sua colonna sotto Amantea, e date le necessarie disposizioni per proseguire i lavori allo scoperto, torno a Cosenza. Sdegnatisi gli amanteani dell’infranto armistizio ricominciarono il fuoco. Comparsa era di nuovo da qualche giorno la flotta anglo sicula in vicinanza della costa: bordeggiando essa in molta prossimità del littorale, e tempestando su dei posti francesi dav’a vedere di nutrire un qualche progetto maggiore. Infatti aveva essa l’intenzione di vettovagliare e munizionare un altra volta la Piazza. Avendone dato il consueto segnale, tosto quaranta fra i più robusti e valorosi amanteani, nel momento in cui il fuoco della flottiglia era maggiore, tentarono scendere ed accostarsi alla spiaggia: ma un centinaio di Corsi fattisi innanzi da quel lato dopo ostinato contrasto li costrinse a retrocedere da dov’erano venuti. Andato a vuoto il tentativo la flotta gitto l’ancora a mezzo tiro di cannone dalla Piazza, e trascorse quivi la notte facendo dei segnali agli assediati, ai quali andarono essi incessantemente rispondendo. Rinserrati, privi di ogni comunicazione e quasi d’ogni speranza, la condizione di questi ultimi cominciava ad essere veramente disperata: le malattie, le uccisioni, le ferite, la fame, le fatiche, gli stenti, la mancanza di riposo ed il recente armistizio, avevano in taluni diminuita la prima energia.

La mattina del 3 Febbraio delle nuove batterie di mortai, obici e cannoni produssero dei nuovi e più terribili mali alla città. Peyrì ed il Colonnello Amato dolenti dei mali a cui sottoposti vedevano i loro concittadini, rinnovarono a Mirabelli le proposizioni già fatte. Questo riunito il popolo, le comunicò pubblicamente. Un grido unanime si alzò da ogni lato «No; c’ingannarono: i francesi si mancarono alla parola; ci mancherebbero di nuovo. Meglio è ormai il seppellirsi sotto il rimanente delle ruine del nostro paese, che arrendersi». E l’energia assopita, parve dopo questo avvenimento ravvivarsi. Alcuni che per un momento manifestarono una contraria opinione, poterono a stento salvarsi dall’ira popolare.

Udita la negativa si accinse Peyrì ad ultimare le cose. Ricomincia più feroce il bombardamento, scoppia la mina, crollano le mura, le case ed i ripari; la breccia tanto si dilata da concedere comodo spazio alle colonne assalitrici. Riunite Pevri le compagnie scelte del 22.mo di fanteria leggiera francese, le spedisce all’assalto. I pochi abitanti che tuttavia rimangono abili alle armi, ricevono con intrepidità e fermezza gli assalitori, gli opprimono di colpi, e quantunque per ben tre volte i granatieri francesi si raccozzino e tornino alla carica, pure menomati della metà, feriti o malconci gli altri, terminano col rinunziare alla loro impresa. Esultanti di gioia gli amanteani della nuova vittoria, stanchi per le sofferte fatiche e per le veglie incessanti, ridotti a pochi e mal sani, creduli troppo nello spavento che speravano avere inspirato ai nemici, mal vigilavano nella notte degli 8 al 9 Febbraio: quando un sorgente Corso fattosi innanti chetamente fino alla breccia, e trovata la sentinella addormentata, la uccide con la baionetta: tornato con tranquillità al suo posto della trincea e dato avviso dell’accaduto ai suoi uffiziali 3 questi nc prevengono sollecitamente il Generale Pevrì. In un lampo, e con sommo silenzio, fa egli riunire tutte le truppe le più prossime: salile queste con altrettanta quiete in cim’alla breccia e penetrate nella Piazza, occupano tosto le prime case, ove sono raggiunte dai rinforzi che loro conduce lo stesso Pevrì. L’esecuzione di questa impresa era stata sì tacita e violenta, che tardi si accorsero gli amanteani della loro sventura. Frementi corsero alle armi, si opposero ai progressi dei francesi e si prepararono ad un ultima e disperata guerra: sbarrate in fretta tutte le strade, che dagli ottenuti possessi dei francesi in città conducevano, costruttivi, come meglio seppero, dei parapetti e delle batterie di terra e fascine, scavano sulla loro fronte delle piccole fossa della larghezza di ire pertiche e della profondità di due e mezzo. All’alba del g fa Pevrì cominciare l’attacco dai bersaglieri, sostenuti dai piccoli cannoni, che si erano nella notte fin lassù trasportati, e che tirano una quantità di colpi a mezzo tiro di pistola. Tendono dietro ai bersaglieri diverse colonne; ma abbenché desse avanzino con estrema audacia, vengono ciò non ostante obbligate a tornare ad appiattarsi nelle case acquistate. Morte ai francesi, tal è il grido universale degli amanteani: gli ammalati usciti dai letto, le donne, i fanciulli prendono parte a questa difesa, che costa più sangue d’ogni altra fazione.

Rinnovatosi nella sera dai francesi l’assalto, acquistano nuovo terreno e s’impadroniscono di una chiesa: ivi combattono i religiosi ed i paesani colla furia della disperazione: in questo sacro asilo fu disputato il terreno palmo a palmo, le colonne, le cappelle laterali e l’altare massimo divennero al trinanti rampari, e furono più volte assaltati, presi e ripresi; il pavimento rimase coperto dei sanguinosi avanzi dei corpi dei contrari. La battaglia infieriva ognor più: la interruppero le bombe e gli obici, che percuotendo quel luogo, ne fecero crollare e rovinare il letto su gl’incalzanti ed incalziti combattenti. La maggior parte rovesciata o estinta, quelli che sopravvissero balzarono in piedi per azzuffarsi di nuovo. Ascondono le tenebre della notte le scene di lutto di sangue e di orrore, che la città ingombrano, né perciò cessano le stragi. Il fuoco, il fumo, le rovine compiono l'orrendo spettacolo. La baronessa Fava ed altre eroine sue campagne a guisa d’amazzoni furibonde, corrono a mischiarsi ove più calda si mostra la pugna. La stanchezza dei combattenti, anziché la loro volontà, mette fine agli orrori di quella memoranda notte.

I francesi erano padroni di due terzi del paese: gli abitanti piangevano tutti, chi il padre, chi il fratello, chi l’amico; la difesa era ormai ristretta in pochissimi. Mirabelli esorto nuovamente alla pace. Ridotti a questi estremi, le contrarietà e le opposizioni furono scarse. Il residuo degli amanteani autorizzo quel Capo a cedere, sempre però che onorevoli fossero le condizioni accordate. La mattina dei io Febbraio spedì Mirabelli il Tenente Trigona qual parlamentario al Generale Peyrì per promettere la resa della Piazza, a condizione che desso «Mirabelli avrebbe la libertà di trasferirsi in Sicilia, che gli abitanti non sarebbero molestati per la loro passata condotta, e che gl’insorgenti estranei alla terra potessero ritirarsi ai rispettivi focolari dopo aver deposte le armi». Per quanto interessasse al Generale Reynier acconsentire alle prime domande, questo ultimo articolo incontro più che gli altri delle difficoltà gravissime; ciò non ostante, non volendo egli ridurre alla disperazione degli uomini che fatt’avevano una resistenza così valorosa, condiscese a tutto, e concesse la facoltà al Generale Pevrì di sottoscrivere la capitolazione.

Presero le truppe francesi possesso della Piazza, ove non trovarono né viveri, né munizioni: la fontana di acqua sorgiva, i pozzi e le cisterne erano ridotte a secco da qualche giorno, non pertanto quell’imperterriti difensori per dissetarsi e per ogni altro uso della vita, bravavano il fuoco nemico cacciandosi sotto la porta detta di Catacastro per attingere da quella fiumara acqua torbida; erano più di quindici giorni da che gli amanteani non potendo trarre profitto dei mulini, per la poca quantità di pane che si faceva, perché fuori della città situati avevano preso ad usare delle macchine da olive, dei mortai da cucina e delle macine da caffè per far farina, tutto era esaurito; e la fame, che già fatt’aveva perire alcuni individui, era stata più d’ogni altra cosa la causa di determinare gli amanteani ad un passo che ripugnava al loro deciso coraggio. Se questi casi estremi non fossero avvenuti, quelli armigeri calabresi, che sentono l'amicizia e Famore fino alla illusione, e lo sdegno e la nimistà fino alla ferocia, non avrebbero a quelle condizioni obbedito t essi che per dieci mesi respinsero ben mille attacchi, e che sostennero quaranta e più giorni di ben formato assedio, affrontando quattro assalti alla breccia, sarebbersi piuttosto falli sepellire sotto gli avanzi della loro patria, che vedersi trattati senza dignità.

LX. I. Sbrigatosi il supremo Comandante francese di guerreggiare sotto di Amantea, diviso fare impeto contro Reggio, sperando di cacciare da colà la truppa borboniana che vi stava a guardia, per poi rivolgere le offese contro il presidio inglese di Scilla. Per questa volontà spedì il Generale Abbè con la sua brigata onde forzare il Colonnello Nunziante il quale dopo la battaglia di S. Eufemia rimasto era per ordine di Stuard, acconsentendovi poscia anche il Re Ferdinando, col Reggimento da lui comandato Reali Sanniti nel distretto di Reggio unitamente ad uno squadrone di cavalleria retto dal Maggiore de Luca e parecchie bocche a fuoco da montagna, col disegno che dove si avesse potuto guardare quella città o le sue adiacenze, oltre che sarebbe stato un riparo contro i francesi, se avessero tentato di dare contro la Sicilia, una via aperta era anche a quei del Pisola per rientrare nel Regno; epperò il Nunziante venuto appena in Reggio, diede tosto rassetto al castello che vi sta, e scorrendo per i siti intorno, considero quali sarebbero stati quelli convenevoli alla difesa, ed occupolli. Voleva Reynier che le truppe napolitane abbandonassero le posizioni che occupavano nel piano della Melia ed in Aspromonte ma la resistenza opposta dal bravo Reggimento Sanniti, obbligo i francesi a ritirarsi in Seminara; questo cattivo successo fe si, che Reynier medesimo, messosi alla testa di numerose truppe, attacco novellamente il Colonnello Nunziante, il quale anche questa volta nel 23 e 24 Decembre con vigoria si sostenne nelle sue posizioni in Pentimele, ed obbligo il nemico a ritirarsi con non lieve perdita in Monteleone.

In quel tempo, che il Generale Verdier fece ritirata in Cosenza scortando il convoglio dei feriti, vennegli ordinato da Reynier di spedire delle truppe nelle vicinanze di San Lucido e di Fiume freddo sul littorale del Mediterraneo al di sopra di Amantea, per dissipare una riunione di sollevali formata nelle vicinanze di quei luoghi. Il primo Reggimento di linea francese ed un battaglione di guardia nazionale furono per quella impresa spediti: i combattimenti che ne avvennero riuscirono micidiali ed ostinali, in ispecie per parte delle guardie nazionali e degl’insorgenti, i quali appena potevano frenare col sangue e colla morte lo scambievole furore che gli animava. Sciagurati! non si accorgevano, tanto gli uni, che gli altri, che assassinando i propri fratelli, porgevano la mano alle catene degli estranei! Rimasero inceneriti diversi villaggi, ed il sangue produceva ogni ora novello sangue. A Fiume Freddo si limitarono i progressi della colonna franco napolitana; poiché quivi incontrata una maggiore resistenza, venne da quelli abitanti aspramente incalzata e con ferocia respinta fino sotto le mura di Cosenza.

Il Generale Reynier avendo contezza che il Preside de Michele nominato da Ferdinando Governatore delle due Calabrie, faceva la sua residenza consueta nel villaggio di Longobardi, e di là teneva il freno dei popolani, vi spedi delle truppe onde impadronirsi di questo personaggio: una buona mano di borboniani avendo incontrata lungo la via la gente mandata per un tal fine, tenne il solito contegno da essi sempre praticato ritirandosi di bosco in bosco, di dirupo in dirupo, e molestando tribolando e danneggiando a più potere i nemici; ne uccisero gl’isolati e gli arretrati, ed intercidendo le comunicazioni li affamarono ove poterono, impassibile veggendo poi il saccheggio e l'abbruciamento delle loro dimore. Il villaggio di Longobardi fu così conquistato ed arso dai francesi; ma la spedizione non ottenne il risultato a cui era essa diretta, e costo gran sangue, soprattutto durante la loro retrocessione a Cosenza, mediante i frequenti e reiterati attacchi intrapresi dagl’innaspriti calabresi, tanto su i fianchi, che alla coda delle colonne.

Appena Reynier si vide libero dalle operazioni di Amantea, rivolse molte sue genti contro il Castello di Fiume freddo, essendo riuscito vano il primiero tentativo da lui disposto; epperò avendo lasciato Buon presidio in Amantea, spedì al Generale Pevrì l’ordine di fare avanzare alquante delle sue truppe verso quel luogo, ove dopo l’affare del villaggio di Longobardi si era rinchiuso il Preside de Michele. Quel castello accolse i francesi con tanto vigore che convenne loro spedire dei nuovi rinforzi, due cannoni da dodici ed uno dei mortai che servito avevano all’espugnazione d’Amantea: l’artiglieria posta in batteria contro questo Forte cominciò ad abbattere due piccole torri che guardavano l’ingresso di esso, i calabresi proseguirono a far fuoco per quel giorno col coraggio della disperazione; ma finalmente esaurito ogni mezzo per la difesa, spedì de Micheli un Sacerdote in parlamentario, onde ottenere le medesime condizioni del Mirabelli. Queste rifiutategli, si preparo a morire sotto le rovine del Castello; ma come colà dentro eranvi taluni codardi, alla cui memoria è apposto indelebilmente il bollo della viltà e della ignominia, vedendo essi già aperta una larga breccia nel corpo del Forte e nessuna possibilità di durata difesa, tagliarono spontaneamente le catene del ponte levatoio, e facilitarono, malgrado la resistenza di alcuni Capi, l’ingresso nel Castello ai granatieri nemici, che già mossi si erano per l’assalto. Penetrali i francesi in (juel luogo, ricompensarono i traditori colla libertà e colla vita, fucilando sul momento il De Micheli e 25 uffiziali di quelle masse, i quali tutti conosciuto essere quello l’ultimo momento di loro esistenza, disprezzando tal pensiero, fecersi trovare riuniti nel maschio del Forte inermi!!! Cosi gli onesti perirono ed i malvagi trionfarono. Perché non sempre gli uomini savi discernono e giudicano perfettamente, bisogna che spesso si dimostrino segni della debolezza dell’intelletto umano! Il Generale Reynier sodate queste nuove conquiste, si trasferì di bel nuovo in Monteleone, in ove stabilì il suo Quartier generale, estendendo i posti francesi all’estremità della Calabria fino a Seminara ed a Palmi: non ostante queste cose i Forti di Reggio e di Scilla erano sempre occupati dalle truppe di Sicilia. Da Monteleone prescrisse Reynier ai Generali suoi dipendenti di fare uscire varie truppe in colonne mobili congiuntamente a delle compagnie di coloro che per la Francia si erano spiegati, onde, conoscendo questi i luoghi per le differenti montagne delle circonvicine provincie ove mantenevasi il seme della ribellione, facile riuscisse loro il ridurre all’obbedienza verso il nuovo governo quelle opposte parti. Tale misura cagiono un numero di fatti importanti e ben mille altre zuffe tra quelle rupi appennine, che anderei molto per le lunghe se descrivere le volessi: in vero però gli sforzi di quelli uomini decisi, per quanto tenaci fossero stati, dopo questa epoca, pure non essendo avvalorati da veruna forza di grande ed armigera potenza, verso la metà del Febbraio di questo anno, incominciarono a declinare: quella Calabria, che bene a ragione, fu nominata da taluni scrittori francesi la Vandée napolitaìne, scemò la ferocia della memoranda sua guerra.

Quantunque ciò andasse succedendo rimane sempre il vanto alle parti nelle quali fu il Regno diviso in questi tempi, di aver ato l’esempio del guerreggiare popolesco, imitato dappoi dagli Spagnuoli, dai Tirolesi e dai Russi: se in vece di essere rivolte ad idee differenti per sostenere ciascuna parte il suo principio; se deponendo le armi fratricide, le avessero le genti del nostro Regno, con la medesima energia converse congiuntamente contro i stranieri, che con ingiustizia volevano dominare un paese da cui li bandiva la natura medesima del suolo, del cielo, dei costumi e della favella; se il diviso coraggio e la divisa gloria rivolta si fosse tutta per la causa della non invasione, le vecchie legioni francesi avrebbero dovuto abbandonare il pensiero di occupare il Regno. Un paese ove la popolazione è dotata di tanta energia; i troni che hanno per base il cuore e le braccia di sudditi siffatti, sopravvivono ai secoli.



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CAPITOLO VI

Nuove truppe francesi nel Regno di Napoli: decreto per le Guardie provinciali napolitane: nuova colleganza contro la Francia: matrimonio del Duca del Genovese con l'Infante di Spagna Maria Cristina Amalia—. Da Sicilia si pensa spedire truppe nel continente napolitano, perché: la spedizione è affidata al Principe d’Hassia, sua composizione, navigazione e sbarco, prime disposizioni ed operazioni—Il Colonnello Nunziante move per Aspromonte, ed il Tenente Colonnello Meitzen per Solano, il Quartier generale è alla Melia; altri movimenti, si pone il campo a Mileto. — Operazioni dei francesi: due uffiziali napolitani sono mandati per esplorare, essi vanno da Reynier con sotterfugio: composizione delle truppe francesi, loro prime operazioni, s’incontrano con i napolitani, ciò che ne avviene, battaglia di Mileto, Philipstall parla ai Sanniti, questi combattono da'  eroi. — Ritirata dei napolitani: disposizione del Philipstall, altre del Nunziante, intrepidezza di questo, si ritira nel Castello di Reggio con degli uffiziali: messo francese in quel Forte, come accolto; discorso del Nunziante alta guarnigione. — Utilità dell'aver mantenuto i napolitani il Castello di Reggio; vari distaccamenti sono mandati a sostenere Cotrone: lettera del Generale inglese Moore al Nunziante, altre operazioni dei napolitani: Corem Cantar difende Cotrone, sua risoluzione: osservazione. — Voci sparse in Napoli, loro risultato, intrigo, congiure immaginarie, arr resti, condanne di morte, ed altre, esecuzioni, grazie accordate in seguito delle vittorie dell’armata francese. — Chiarimento di queste macchinazioni, espediente preso dal Governo dell’occupatore. — Armistizio di Tilsit lega tra Alessandro e Napoleone: apice della fortuna di questo; adulazioni in ogni modo: il Portogallo è tolto ai loro antichi Signori ed è dato ai nuovi, i Braganzesi se ne vanno in America; un’armata francese entra in Portogallo. — Avvenimenti di Spagna: i Borboni di quel Regno sono costretti a lasciare il Governo, angarie usategli da Napoleone: come i Spagna oli sentono queste cose. — Truppe napolitane in Ispagna, chi esse sono, e da chi comandate: miglioramento dello stato militare napolitano: altri regolamenti in diversi rami: nuova moneta.

Mentre tanto sangue si versava nel nostro Regno per sostenere e contrariare la dinastia occupatrice, la guerra che in Prussia si faceva erasi tutta rivolta a vantaggio di Napoleone: la battaglia di Jena avvenuta nel 14 Ottobre del precedente anno, e l’altra di Averstaedt combattuta nella stessa giornata, ambe con perdita della Prussia, produssero il discioglimento di quasi tutto l’esercito di quella nazione. Questa completa vittoria, metteva al possibile, il far passare, verso il finire di quel Decembre e nello scorrere di Gennaio, un rinforzo di 20 mila soldati nel Regno di Napoli, tolti dalle riserve formate nell'Italia settentrionale, e ciò a richiesta di Giuseppe, in rimpiazzo delle scemate forze: ed allorché questi sussidi tra noi pervennero, si mandarono senza farli entrare nella Capitale, per non fare avvertire lo scemamento già succeduto, ove maggiore la necessità se ne sentiva.

Fu in questo tempo medesimo, che Giuseppe opinando essere opportuno il momento per ricompensare le Guardie provinciali, che degli essenziali servizi nel corso del 1806 avevano reso al suo governo, distribuì a non pochi componenti quelle milizie copiose ricompense; indi per ridurle a migliore e più vantaggiosa istituzione, emano un decreto, il quale in sostanza le seguenti disposizioni conteneva: «Tutta la forza nazionale sedentaria sarà organizza la sotto il solo nome di Guardia provinciale. Gl’individui della medesima, saranno quelli, che hanno la facoltà di portare le armi. Le compagnie saranno organizzale in ciascheduna università. Nelle Capitali delle Provincie potranno & che e provinciali, sarà nominato legione di una Provincia, La nomina degl’impieghi d’ogni et grado spelta al Re. Le guardie predette non potranno essere impiegate, che alla difesa delle proprietà ed al mantenimento dell’ordine pubblico, e ciò nei limiti della Università, Distretto e Provincia ecc. Quando usciranno dalla loro cornute ne a richiesta dell’autorità, riceveranno come le truppe di linea le razioni di viveri ecc.» ()

Del resto la novella colleganza formata nell’autunno del precedente anno 1806 contro la Francia ira la Prussia, la Russia, l7 Inghilterra e la Svezia si segnalo per la mancanza di un piano generale ben concertato, e per l’imperizia dei Gabinetti che esposero le loro forze ad essere successivamente battute dall’abbondevole nervo dell’esercito di Francia e dei suoi alleati. Parve particolarmente in questa circostanza, che gl’inglesi mancassero di quel giusto colpo d’occhio, che scovre ai politici il vero punto vulnerabile del loro nemico, e del coraggio morale che somministra la confidenza nell’esecuzione delle grandi imprese. Le armate di essi, invece di unire tutto il loro disponibile a quello degli alleati, ed agire di comun concerto sopra un teatro di operazioni unanimamente scelto, si dispersero su tutte le parti del globo per punzellare il loro nemico. Nel principio di questo anno, allorché i prussiani rivenivano dallo stupore in cui cadere gli aveva fatti la superiorità dell’ingegno militare di Napoleone, ed il valore delle sue veterane schiere, sopra i loro Generali e su le belle, ma non più agguerrite loro truppe, e risvegliati dal natio genio guerriero, riprendevano le armi loro cadute dalle mani; allorché il Re di Svezia, quantunque tardi, tirava la spada ed incominciava una potente diversione; allorché russi e prussiani rendevano problematico ad Eylau l’esito della campagna d’inverno; gli inglesi in vece di attaccare alle spalle i francesi nella Germania settentrionale e nell’Olanda, erano spettatori quas’indifferenti di quella lotta; essi in quel tempo invece mandavano i loro reggimenti a farsi sconfiggere ed a capitolare sul Rio della Plata. Contemporaneamente in luogo di raddoppiare i loro sforzi congiungendoli a quelli del Re Ferdinando di Sicilia, ed a quelli del Re di Sardegna per distrarre i francesi, attaccando di bel nuovo l'Italia, mandavano le loro truppe stanzianti in Sicilia a sostenere il momentaneo ed inutile possesso di Alessandria in Egitto, e spedivano le loro armate a farsi rovinare dalle batterie dei Dardanelli per presentare uno spauracchio a Costantinopoli; le quali imprese non potevano affatto distaccare il Turco dalla naturale sua lega con la Francia, che in quel tempo richiamava contro di se le forze dell'Impero russo, allorché queste già minacciavano di scacciarle dall’Europa.

Correndo questa epoca il Duca del Genovese Carlo Felice fratello minore del Re di Sardegna, che in seguito successegli al trono, passando da Caglieri a Palermo per elettivo viaggio, fu molto accollo ed acclamato dalla Corte colà residente; la buon’armonia e la familiarità in cui visse con essa, diede causa al matrimonio della infante di Spagna Maria Cristina Amalia Teresa figlia di Ferdinando e di Carolina, la quale nel 7 Marzo sposo questo Principe; epperò mentre nel Regno continentale penosamente si viveva per i frequenti militari movimenti, e per le altre cose che sarò per dire, in Palermo e nella Sicilia tutta si facevano grandi rallegramenti e festini. Trascorso qualche giorno pero, ebbesi notizia della morte dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa avvenuta nel 10 Aprile, quindi la Corte, perché nata essa Principessa delle due Sicilie, come dicemmo, da rallegramenti, passo tosto in mestizie.

LXIII. II Gabinetto inglese, come vedemmo, avendo mandate le sue truppe su i vari punti del globo, tenevasi incessante nell’animare la Corte di Sicilia onde attaccasse, militarmente i francesi nel Regno napolitano. Per dare forza a tal’insinuazioni prometteva che soccorsi di ogni cosa si accorderebbero: Re Ferdinando quantunque vedesse di giorno in giorno aumentare le sue truppe, contando già disponibili cinque Reggimenti di fanti napolitani, tre di cavalleria ed uno di esteri, oltre delle truppe del genio e di artiglieria, circa 10000 soldati, non vedendo le promesse mandate ad effetto, da va gli poco ascolto; avvegnacché comprendeva che il massimo soccorso essere doveva in quel tempo di uomini e non di cose: questo pensava Ferdinando, perché sapeva che in Polonia si guerreggiava tuttavia, e conosceva che i francesi aumentando nella parte dei domini napolitani, generalmente l’esercito di Giuseppe, per i soccorsi ricevuti dalla Francia e dall’Italia, trovavasi già sommante 40 mila combattenti. Non ignorava pure Ferdinando, che molti devoti alla sua causa, avendo vista la scarsa perseveranza e la freddezza degl’inglesi nel soccorrerlo, scemati avevano di volontà e di ardore. Pure la Corte di Palermo, dopo reiterate istanze, trascorso qualche mese, malgrado conoscesse e prevedesse gli ostacoli da incontrarsi nel formare un nuovo tentativo sul Regno di Napoli, si lasciò piegare per mostrare all'Inghilterra la sua buona volontà nel secondarla. A questo atto il decideva stimolo che un Ministro potente continuamente faceva per la spedizione, poiché la presenza del Principe d’Hassia Phylipstall reduce da Gaeta, che se ne viveva in Palermo altiero e fierissimo, come quella altra volta del Cardinale Fabrizio Ruffo gli faceva invidia; così sperava, che impetuoso come costui era, mettendolo a Capo della truppa da inviarsi, sarebbe senza meno perito in qualche azione.

Tutto già disposto, venne la spedizione affidata alla direzione di colui, che dal Ministro si voleva. Il corpo di truppe riunito imbarcatosi in Palermo dopo ore di felice navigazione, giunse in Reggio il giorno 11 Maggio: esso componevasi di 10 Compagnie in due battaglioni del Reggimento Sanniti già stanziarne nelle Calabrie, il di cui Colonnello Nunziante funzionante da Brigadiere, veniva il Corpo in quella circostanza guidato dal Tenente Colonnello Duca di S. Paolo, 2 Compagnie di Granatieri Valdimazzara obbedienti al Maggiore Pousset, 4 Compagnie di Cacciatori appuli all’ordine del Maggiore Sandier ed 8 Compagnie di Cacciatori Philipstall subordinate al Tenente Colonnello MaitzenValdimazzara retti dal Colonnello Lyon di Toro riuniva 381 cavalli; un Corpo di artiglieria di 126 individui con 8 pezzi di montagna era mosso dal Capitano Ros e 71 pionieri capitanati dal Capitano Palenza. Formavano lo Stato maggiore di tali truppe il Brigadiere Cancellieri comandante i Corpi irregolari aggiunti alle truppe, cioè una massa di 1500 uomini, il Tenente Colonnello Bardete il Maggiore Martucci ed il Capitano del Genio Roberti; per la qual cosa le genti tutte dipendenti da Philipstall ammontavano a 5o53 individui, incluso il corpo dei Sanniti e lo squadrone di cavalleria del Maggiore de Luca stanziarne in Calabria presso del Nunziante.

formavano la fanteria sommante 2871 uomini; un corpo di cavalleria di quattro Squadroni

Il quartier generale fu stabilito nella città di Reggio, e subito si visitarono e rinforzarono gli avamposti stabiliti così. A Fiumara di Muro una forte mano comandata dal Maggiore Gaetano Pastore del Reggimento Sanniti, spingendo innanti un cordone di esploratori che dalle alture di Scilla passava per i boschi di Solano ed andava nel piano di Aspromonte; di là si estendeva altra linea di posti avanzati per Colarma, Orti e Terreti;Staiti vi stava il battaglione Calabro comandato dal Siore Pousset, una partita di fucilieri ed una ra baronale a cavallo. I giorni 12 13 e 14 si passarono in alquanta quiete, ed ogni corpo fu fornito di un numero di animali sufficienti al trasporto delle munizioni da guerra. In questi giorni medesimi si spedirono molti esploratori su diversi Sunti della linea nemica ad oggetto di conoscerne l'forza e la posizione, i medesimi riferirono che il nemico ira il piano della Corona e Monteleone inclusiva mente non era più forte di due mila uomini d’infanteria ed uno squadrone di cavalleria, ed era sfornito di artiglierie. Gli stessi esploratori sparsero diversi proclami e decreti reali ne’ paesi, ed asserirono al loro ritorno di avere esattamente eseguita la commissione, ma ciò fu riconosciuto falso all’ingresso che fecero le truppe borboniche nei rispettivi paesi; ed il Phylipstall mise a conoscere da ciò la perfidia ed il poco profitto che poteva trarsi dagl’individui raccolti nelle masse, qual cosa era stata esposta già da Nunziante in una sua lettera diretta al Re, allorché s’incominciò a parlare della spedizione, alla quale lettera o non si potè, o non si volle dare ascolto.

da questo ultimo sito sin dentro la marina vi erano semplici posti d’avviso, giacché ivi il nemico non aveva mandata nessuna forza. Nel villaggio di

Nel giorno 13 il Maggiore Martucci traversando il bosco di Rosarno si presentò di rimpetto il piano della Corona con 250 uomini del Reggimento Sanniti, e 30 cavalli, respinse gli avamposti nemici, pervenne ad eseguire una riconoscenza militare, e rilevo che i contrari avevano circa sei in settecento, fanti ed una sessantina di cavalieri. Nella giornata del 16 non si ebbe alcuno scontro coi francesi, e furono rettificati e posti a confronto i rapporti dei diversi esploratori, i quali tutti assicuravano che l’inimico radunava le sue forze in Monteleone ove aveva già raccolte le milizie civiche di ogni paese, composte di tutti ceti di persone a piedi ea a cavallo. In contrario nel campo de’ napolitani si cercava di riunire le masse, le quali non si piegavano né ad una organizzazione, né ad una subordinazione militare, che il loro scopo tendeva solo alle rapine ed al disordine. Nel 17 il Tenente Colonnello Bardet Capo del Genio fece la sua riconoscenza sull’istesso piano della Corona, ave si credeva esservi piccolo trinceramento inalzato su d’una altura fiancheggiante la posizione nemica; ma fatto certo non esservi colà alcuna opera militare, stabilì il piano di offesa unitamente a tutti gli altri uffiziali del Genio, e nel 18 e 19 si decise l'attacco nel Piano della Corona; quindi si diedero le seguenti disposizioni.

Il Brigadiere Cancellieri con 700. uomini di massa, una Compagnia del 1.° Cacciatore, scortati dalla Corvetta l'Aurora, otto lancie cannoniere, e quantità di barche, ebbe l’ordine di méttere piede sulla spiaggia di Gioia e Rosarno, e dopo di avere stabilir i segnali che potessero far conoscere alla colonna che moveva per terra lo sbarco e le operazioni susseguenti, doveva occupare Rosarno colla massa e tutti gli sbocchi del bosco che menano a Monteleone, e tagliare così la ritirata al nemico sulla città; ma quel distaccamento poco fece di tutto ciò. Contemporaneamente al Tenente Colonnello Santoro con 300 uomini di massa scortati da due galeotte, e due obici, se gl’ingiunse di marciare sopra Cotrone; qual cosa ben’eseguì. Il Pousset con i Tenenti Colonnelli Veneti e Mirabelìi, d il battaglione calabro mossero da Staiti sopra Oppido passando Motta Galati onde dividere l’attenzione del nemico, ed esplorare il terreno sulla dritta dell’esercito. II Principe Philipstall mosse da Reggio con tutta la truppa, eccettuato il 3.° battaglione dei Sanniti, che resto di presidio al Castello, e pose il campo sotto Fiumara di Muro.

LXIV. La mattina del ai il Colonnello Nunziante col Reggimento Sanniti, il corpo del Capo massa Necco, i cacciatori Sanniti, sei plotoni di cavalleria, due cannoni di montagna e mezza compagnia di Pionieri mossero sopra Aspromonte, per indi nel vegnènte dimani, ad ora fissata, attaccare l'inimico nel fianco sinistro, calando per Sinopoli e S. Anna. Vuoisi che, per mancanza del provveditore dei viveri, la colonna non potè esattamente seguire gli ordini ricevuti, ed in vece di ritrovarsi nell’ora stabilita nelle adiacenze di S. Anna, fu nel caso appena d’incominciare allora il movimento, e vi giunse tre ore dopo che il nemico aveva oltrepassato quel villaggio. Si perderono in tale occasione cinque in sei cento prigionieri, ed i francesi ebbero tal rinforzo, che in seguito fu molto pernicioso alle napolitane truppe. Le otto Compagnie Philipstall, le due di granatieri Valdimazzara secondo, due pezzi di artiglieria, e sei plotoni di cavalleria comandati dal Tenente Colonnello Meitzen, e guidate dal Maggiore Martucci e dall'Aiutante di campo di Philipstall Andrea Angelotti, volsero per i terribili passi di Solano, onde attaccare l’inimico sulla fronte nel piano della Corona. Il Quartier generale con tre Compagnie del Primo Cacciatore, uno Squadrone di cavalleria e due pezzi di montagna, si trasferì nel piano della Melia. Delle due colonne la prima pose il campo sopra Aspromonte, e la seconda sopra il villaggio di Solano.

La mattina del 22 alle ore sei le colonne si presentarono nel piano della Corona, ed il nemico si ritiro senza perdita di tempo per i boschi di Seminara, Gioja, e Rosarno sopra Monteleone, ove andò a riconcentrare le sue forze, non incontrando alcun ostacolo per le masse, le quali lungi dall'adoprarsi pel buon risultato dell’impresa, erano tutte intente al solo latrocinio; la qual cosa eseguila durante l'intera campagna, fu causa di alienare dal partito borbonico quasi tutta la classe dei possidenti e le persone da bene. Nel medesimo di le colonne di fanteria occuparono Palma e Seminara d’onde erano i francesi usciti. Ai 23 trascorso il meriggio, il Principe comandante con la truppa ordinata in una sola colonna, si affretto di partire da Seminara per Rosarno, a fine di frenare le masse, che si erano sparse in tutte le città e nei paesi della piana spogliando e commettendo disordini di ogni genere. La truppa fu sorpresa dalla notte essendo nei contorni di Rizziceli, e fatto alto, sereno nel bosco. All’apparire dell’alba del giorno 24 la colonna di Philipstall si rimise in movimento, e pervenne verso le 11 a Rosarno, ove il Generale in capo dispose, che immediatamente il Brigadiere Cancellieri colle masse di Santoro, Carbone, Panedigrano e Franca trippaLeonetti verso Squillane e Catanzaro. Questi diversivi sarebbero risultati di grand’effetto, se si fosse serbato il segreto; ma ciò era impossibile, avvegnacché tali operazioni essere dovevano eseguite dalle masse raccogliticce, cioè da gente non conosciute e mancanti di quel principio di onore, che regola le permanenti milizie. Le dette disposizioni si diedero mentre S. A. Philipstall si proponeva di attaccare la città di Monteleone, che sarebbe stata al certo inviluppata se Panedigrano, Carbone e Prancatrippa in vece d’imbarcarsi, non si fossero portate a predare Mileto, scacciandone il Generale Abbé comandante la retroguardia di Reynier; queste depredazioni si estesero anche su i luoghi circonvicini, sperando di fare in seguito altrettanto nella città Capo della Provincia.

s’imbarcasse per andare in S. Eufemia accompagnato dalla Corvetta e le lancie cannoniere, ed ordinò parimenti al Colonnello Carbone di portarsi colla massa di

La mattina del 25 il Brigadiere Cancellieri s’imbarco, ma in vece di avere con esso 500 uomini di masse, potè appena riunirne £2. In quel giorno la truppa di linea riposo in Rosarno ad eccezione di uno squadrone di cavalleria comandalo dal Colonnello Leon di Toro onde sostenere una piccola posizione presa dal Capitano Gennaro Parisi sopra Mileto: questo posto fu fortemente assalito e respinto dal nemico dopo reiterati attacchi, ed ebbe la perdita di alcuni soldati uccisi ed altri feriti.

Correndo quel medesimo dì, pervennero al Quartier generale dei napolitani molte deputazioni dei paesi della piana, offrendo spontaneamente quantità di viveri per l’esercito, domandando una salvaguardia, onde non essere molestati dai distaccamenti delle masse, i quali erano partili senza licenza dai loro posti per commettere eccessivi disordini.

Il 26 a giorno fatto, tutta la truppa di linea si mosse da Rosarno per la direzione di Mileto: la vanguardia comandata dal Maggiore Gaetano Pastore appoggiava al mare, ed aveva ordine di esplorare e riconoscere il terreno che doveva battere la colonna principale; seguivano i pionieri comandati dal Capitano Potenza, il quale aveva il particolare incarico di preparare e rendere praticabile le strade al passaggio delle artiglierie. E qui cade in acconcio il notare, come una sola Compagnia di pionieri fosse sufficiente a tanto scopo; secondo il presente metodo di far la guerra, e per metterci sul sistema delle altre armate, erano necessarie, camminando per quelle contrade, di avere per lo meno 300 soldati pionieri. Con un ora di distanza seguiva il corpo Comandato da Philipstall, e poco appresso la retroguardia. Queste truppe arrivate sul piano di Mileto verso le ore 23, presero le necessarie e convenienti posizioni, ed immediatamente si mandarono al servizio degli avamposti due compagnie del Primo Cacciatore, il Corpo di Necco, ed uno squadrone di cavalleria: or siccome la linea dei napolitani era poco estesa, l'inimico eseguì la riconoscenza della posizione con facilità e prontezza, e la mattina del 27 allorché si ritiro ebbesi un falso allarme in quel campo di Mileto.

LXV. Occupava Reynier la città di Monteleone con circa 6 mila fanti e 400 cavalli; sollecitando l’arrivo delle truppe, che attendeva dalla Calabria citeriore, prepara vasi ad opporre una solida resistenza all'ulteriore progresso dei napolitani; ma tosto che seppe, per la seguita ricognizione, essere eglino in forze assai minori di quelle ch'ei disponeva, delibero di andarle ad assalire prima che più di più si rinforzassero. Dette egli per tanto il 27, con la massima segretezza, tutte le opportune disposizioni pel suo divisamento.

Il principe Philipstall allorché pervenne a Mileto, non avendo avuto fino a quel momento precise notizie sulla quantità dei nemici, mando, sotto il pretesto di messaggio, il Maggiore Martucci ed il Capitano di cavalleria Tanfani al Generale dei contrari, onde esplorare, con alquant’approssimazione, le vere forze degli avversari, costoro per meglio eseguire la commissione si portarono ov’era Reynier in mezzo alle truppe, e l'invitarono a cedergli la città; questi non comprendendone il vero spirito, diede risposta per l'intima, e disse in sogghigno, che «prima del nuovo sole sarebbe uscito». Al ritorno i detti uffiziali rapportarono, essere le truppe francesi tante per quanto di sopra è stato numerato, non comprese le milizie civiche: fu dunque allora, che Philipstall opinò cambiare di posizione nel vegnente domani.

Ma tal cosa non potè aver’ effetto, avvegnacchè Reynier conducendo seco da Monteleone 20 compagnie del 29 Reggimento d’ordinanza,, di quello La Tour d'Auvergne, un battaglione del 52.mo, un altro del 23.mo leggiero, ed il 9. 0 Reggimento dei Cacciatori a cavallo, lasciando le altre truppe in quella città con i Generali Abbé, Camus, Milet, e Senégal avanzò verso Mileto nella notte del 27 al 28, ed all’alba di quel giorno diede improvvisamente con la gente di Abbè su i posti avanzati dei napolitani comandati dal Maggiore Santier, il quale incalzato dal nemico vivamente, si ritiro con la sua gente sempre combattendo, coni’ era proprio debito, sulla massa principale dei suoi, e riporto più ferite nell’azione. Fatta padrone la vanguardia francese di Mileto, il Generale Abbè, che solo era entrato in pugna, formò delle sue genti due battaglioni in colonna di attacco, e li seguì personalmente con altri due battaglioni e due squadroni, ed il Generale Camus rimase in riserva con altro Reggimento davanti il paese.

Il piccolo corpo dei napolitani spiegatosi immediatamente in battaglia innanzi al suo campo, mostrò la fanteria in prima linea, i Sanniti i granatieri e la cavalleria in seconda, e gl’insorgenti alle ali. Le truppe leggiere francesi oltrepassando le ali della linea napolitana, si trovò questa attaccata non solo da fronte, ma anche nei fianchi, nella quale posizione fu bersagliata da un vivissimo fuoco che partiva dai terrazzani e dalle finestre delle ultime case di Mileto, che il nemico aveva occupate: la prima linea rispose nondimeno al fuoco col fuoco, e quantunque formata dai cacciatori Philipstall, quasi tutti raccogliticci, poco istruiti e punto disciplinati, pure opposero una tenacità maravigliosa. Intanto la cavalleria del Philipstall avendo ricevuto ordine di fare impeto contro il nemico, riuscì a scompigliare il 29.mo d’ordinanza, facendo molti prigionieri, fra i quali il Tenente Colonnello Laborìce: allora il Generale Reynier, fatt’avanzare la sua riserva, fece assalire con furia i napolitani cavalieri, che costretti a retrocedere produssero del disordine nella prima linea.

Per riparare quest’oscillamento il Principe d’Hassia dispose un passaggio di linea onde fare entrare in azione la seconda linea, e questa evoluzione difficile ad eseguirsi sul campo di battaglia anche da truppe agguerrite, fu dai napolitani manovrata sotto il fuoco vivissimo del nemico con tale precisione a sangue freddo che i vecchi guerrieri francesi ne fecero le meraviglie. Era stato ferito a morte nel frattempo il giovanetto Migliaccio cadetto del Reggimento Sanniti, ed il padre Capitano della sua compagnia, ufficiale di gran cuore, raccolto ne aveva tra le braccia il corpo quasi morente; immantinenti giunge la voce del comando avanti Sanniti, allora quell’intrepido padre, chiamato a combattere, lascia a terra il misero figliuolo, lo benedice, e va senza lagrime gridando io corro a vendicarti. Il Reggimento Sanniti entrato in prima linea, si avanzò risolutamente contro il nemico con la baionetta in avanti, ma le truppe leggieri francese avendo avviluppato con forze maggiori il fianco sinistro degli opposti, fu desso obbligato a pors'in ritirata, ed i| Principe d’Hassia il quale con ammirabile intrepidezza, si era fermato nel luogo il più esposto alle offese del nemico per animare i suoi, sarebbe caduto infallibilmente vittima della sua temerità, o. prigioniero di guerra, se l’uffiziale Demetrio Lecca dello Stato-maggiore, non avesse, con molta presenza di spirito, richiamata l’attenzione di lui nell’altra parte del campo, ove propriamente le truppe incominciavano a ritirarsi. Allora quel Generale, degno di mostrarsi fino all’ultimo quel valoroso che nella difesa di Gaeta era stato, raccozzo prontamente gli ordini della sua piccola divisione, e non volendo sacrificarla tutta, proferì offrirne una porzione in olocausto alla salvezza dell’altra. Recatosi pertanto la dov’erano i Sanniti sostenendo la mischia disse loro «bravi Sanniti, voi soli dovete oggi far salvo il resto della truppa; io ho tale fiducia in voi, che a voi affido l'incarico di arrestare queste truppe francesi; qui dovete morire o vincere; l'onore, il dovere, l'amor della patria v’antepone di essere una muraglia di ferro per procacciare la salvezza dei vostri compagni, e salvare l'onore delle vostre armi».

Non ebbe appena egli terminata quest’allocuzione, che i francesi furongli addosso. Si ritiro Philipstall, ed i bravi Sanniti formatisi in quadrato doppio, sbarrando la strada, parve che si radicasse al terreno che occupavano, sapendo non esservi per loro altro dover d’adempiere, che incontrare fermamente la morte; gloriosi e superbi dell’incarico ottenuto si batterono da disperati, ricordando gli uni gli altri chi essi fossero stati, allorché nel turbolentissimo anno 1799 furono dal Colonnello Giuseppe Pronto composti. Non riuscì ai francesi rompere quella fortezza vivente fino a sera, e quando oltre i 300 dei componenti già mordevano la polvere. Fu d'uopo usare la mitraglia per venirne a capo: taluni dei residui spossati, privi di cartucce e di sangue si arresero, altri, e questi il più gran numero, strettamente congiunti, come in ordine di falange, si ritirarono per sentieri intricati e boschivi, col favore delle tenebre, su i passi dei compagni, che di lunga l'avevano preceduti; ma erano sicuri tutti di non avere ismentita la nobile fiducia in loro riposta. I francesi medesimi colmarono di elogi coloro che si diedero ad essi, e colle attenzioni usategli, cercarono diminuire il rammarico che cagionava in quei bravi Sanniti il sopravvivere ai loro fratelli. Questa battaglia, che non deve stimarsi qual vorrebbe darla credere i malevoli, quantunque le genti di Napoli piegassero, produsse ai francesi, molto più dei contrari, il non poter contare tutte glorie, poiché meglio di 600 tra uffiziali e soldati restarono morti, e molti prigioni.

LXVI. La gente salvata dal combattimento, si ritiro regolarmente sopra Rosarno, dopo aver lasciato sul campo più di 400 tra uccisi e feriti, e 300 prigionieri: il numero delle soldatesche riunite, quantunque considerevole fosse, sarebbe risultato maggiore, se gli abitanti di Gioia, Palmi e Seminara, per vendicare quanto dalle masse era staio fatto loro, non avessero usato l’infamia di far fuoco sopra di quelle, ed appiattarsi nei passaggi per arrestare coloro che rimanevano arretrati, e consegnarli al nemico. Da Rosarno, riuniti alla riserva, andò quella gente a rimbarcarsi iti Reggio. Arrivato in detta città nel 99 il Principe d’Hassia ed il Colonnello Nunziante, si passo da quest’ultimo l’intera giornata, nel riordinare le scompigliate truppe, e disporre l’occorrente per l'imbarco della cavalleria; ed il Philipstall si trasferì immediatamente a Scilla per operare la medesima cosa colà; ciò fatto, nella notte del 29 al 30 fece ritorno presso del Nunziante.

Stavansi caricando sulle navi i carriaggi ed ogni altra cosa pertinente a quelle truppe, allorché al primo albore del 5o la vanguardia lasciata nel piano della Melia a specolare le nemiche mosse, diede conoscenza della marcia dei francesi spartiti in due colonne. A questi avvisi il Principe Philipstall ordinò al Colonnello Nunziante d’imbarcare tosto tutte le truppe, e specialmente tre pezzi di montagna ch'erano nel Castello; indi ritirossi in Messina, d’ove con sollecitudine spedì in Reggio le munizioni per le barche cannoniere divenute sommamente necessarie. Il Nunziante assentendo a quell’ordine, e risguardando nelle cose politiche, dispose che gli avanzi dei Reggimenti, si portassero alla marina per passare sulle barche, ed i pochi Sanniti, ognora pieni di coraggio e bravura, ed i tre pezzi su mentovati, restassero a terra sempre disponibili, onde avere qualche speranza di conservare a Re Ferdinando il Castello di Reggio; poscia salito a bordo della Corvetta comandata dall’Alfiere di vascello Longo fece in sua presenza imbarcare quasi tutta la cavalleria ed altre milizie.

Dal bordo delle navi scovrivasi lo spettacolo del primo attacco oprato contro il Castello: vede va si la cavalleria nemica cacciarsi da per ogni dove, cercando sorprendere i soldati napolitani che credeva trovare in città, ed i cacciatori bersagliando verso del Castello, ventre respinti, non senza perdita di morti, da coloro che il difendevano, epperò trovarsene buon numero estinti nel piano del Castello. A quelle viste il Colonnello Nunziante do lorosissimo dal trovarsi lungi dai suoi amati soldati, ardente d’ira, rivolto l'animo al dovere ed all’onore, riprende il lido, e fatto seguito di taluni uffiziali che colà trovavansi, ai quali aveva gridato «chi avesse cuore il seguisse cioè l'Aiutante maggiore Bischietti l'Alfiere del Genio Ruiz, il Tenente Schmit, e gli Alfieri Almeyda, figlio di Nicola nominato nel Capitolo terzo, e Botta, dando tutti di piglio a dei schioppetti, si misero in furia ad andare verso il Castello, e così sparando ed avanzando, giunsero salvi al luogo desiderato, non ostante che gl’inimici tirassero sopra di loro alla disperata; arrivai in quello, furono quei prodi acclamati con sentimenti di vivo trasporto.

Entrato nel Forte rimase Nunziante oltremodo soddisfatto delle disposizioni date dal Capitano Leonardo Cacciatori Comandante il luogo, ed altre n’emise onde trarre a miglior partito quelle armi residue. Al cadere del giorno i francesi presero le alture e vi passarono la notte, mandando delle scoverte fino sotto le mura del Castello, ma niente vi fu di successo, per la massima vigilanza usata. Allo spuntare del giorno 31 le genti di Reynier cominciarono a battere le fortificazioni con due pezzi di montagna, ma uno di quelli fu subito scavalcato dall’artiglieria del castello, e l’altro, trascorso poco tempo, divenne quas’inutile.

Circa le ore 11 avanzòssi dal campo francese un parlamentario, il quale con le debite regole fu ricevuto nel Castello; questi recava al Colonnello Nunziante la qui trascritta lettera a firma del Capitano del Genio Sabe «I temperamenti che voi «avete osservato prendersi, vi annunziano che le armi vincitrici dell’Imperatore dei francesi e Re d’Italia sono volle a fare ogni sforzo per mettersi in possesso, quanto prima, del Castello di Reggio. Nulla di meno per risparmiare novella effusione di sangue e scemare il più che si poste sa le triste conseguenze della guerra, a nome ed a comando del mio Generale io v’invito di volerlo rendere tostamente, accertandovi sulla fede mia, che la più vantaggiosa capitolazione vi sarà concessa, se incontanente vi piegate, ma a in contrario voi durerete l’estremo rigore, opponendo una resistenza che niuna cagione saprebbe onestare». A tale scritta l’onorato e fermo napolitano rispose «Io non conosco che il mio dovere, e l’onor mio. Ad un tempo che le rendo mille ringraziamenti delle generose profferte che mi ha fatto, la prego essere persuaso che sono io risoluto di battermi insiememente ai miei a bravi Sanniti».

Non era ancora lontano il primo parlamentario, che comparve il Capitano Pelliccia da Tropea qual secondo messo; fu ricevuto costui, ma non inteso, perché i sentimenti dei difensori erano già stati manifestati al primo. Appena uscito dal forte questo apportatore di patti, il Nunziante raccoglie i suoi eli conforta con virile e gagliardo discorso «Bravi Sanniti. Nulla io voglio, nulla io debbo tacervi» gli dice «Non è un ora, che un secondo parlamentario si è presentato in queste mura. L’ho rimandato senza risposta, perché le proposizioni non sono degne del Generale Reynier che l’ha spedito. A chi prezza l’onore, non si dice di lasciare il servizio del proprio Sovrano, per ottenere i vantaggi in quello nell’usurpatore re del nostro Re, né si ricorda che tiene una re moglie e quattro figli in Napoli come ostaggi. Soldati! il militare di onore deve seguire la fortuna del Re suo Signore. Io non servirò che il re nostro Sovrano. Pensate voi siccome io penso. Facciamo il dover nostro e confidiamo nella Provvidenza, che avrà cura di noi e delle famiglie nostre. Nati sudditi prima d’addivenire e sposi e padri, non ci rimane che pensare così e non altrimenti. Io dunque ho risoluto di sepellirmi sotto le ruine di questo forte. I vostri sentimenti essendo simili ai miei, l'Europa apprenderà, che fra gli ultimi Appennini un pugno di bravi, relique della battaglia di Mileto, gloriosa pel Reggimento Sanniti, conoscendo il valore della fedeltà, l’han voluta terminare da bravi al grido di Viva il Re» (). Queste calde e nobili parole riempirono più di più di entusiasmo quei Sanniti, che nelle circostanze vegnenti si mostrarono d’ogni lode degni.

Verso le ore quattro pomeridiane i francesi in forza di circa duemila soldati eseguirono taluni movimenti sulle alture a vista del Castello, i quali diedero a comprendere di aver cambiato di posizione. L’indomani primo di Giugno togliendo quelle truppe l’investimento che avevano fatto intorno a Reggio, si ritirarono prendendo la strada di Bova, ed andiedero alla marina di Gerace.

LXVII. Il non essers'imbarcata tutta la truppa, e l’avere con gli avanzi del Reggimento Sanniti mantenuto il Castello di Reggio, procuro non solo il vantaggio di riacquistare molte centinaia d’individui dell’esercito, che man mano sopraggiunsero e si riunirono in quello, i quali sarebbero caduti prigioni al nemico, se tal sito estremo non si fosse tenuto per Re Ferdinando, ma bensì il ricuperò dei cavalli di regio conto, che non essendosi potuti far salire sul bordo delle navi nel 50 per l’improvisa comparsa dei francesi, furono sul lido abbandonati alla sola protezione delle barche cannoniere. Nel giorno due fino alle sei si prepararono i materiali, e s’imbarcarono talune truppe di quelle ultimamente riunite, e degli uomini delle masse, sotto gli ordini dell'Aiutante di Campo del Philipstall Andrea Angellotti per la volta di Cottone, e nel 7 questa spedizione mise alla vela.

In detto giorno il Generale Moore supremo Comandante le forze inglesi stanziali nel Mediterraneo, estimando la bravura di quei pochi di Mileto, non potè fare a meno di manifestare sensi larghissimi di ammirazione in una apposita scrittura diretta al Colonnello Nunziante con data del 29. Maggio, cioè precedente alla difesa del Castello, «Abbiamo sentito ei diceva in ultimo vero compiacimento nel rendere giustizia alla condotta serbata dal Reggimento Sanniti, che in realtà a somm’onor vostro torna per averlo sì egregiamente retto ed esaltato»().

Passarono senz’azione quattro altri giorni, e nel mattino del 12 partì come parlamentario l’uffiziale dello stato Maggiore Demetrio Lecca onde recare alquanti soccorsi ai napolitani rimasti feriti in Monteleone, e chiedere al Generale Reynier, da parte di S. A. Philipstall, il notamento dei prigionieri. Nei cinque giorni susseguenti si diede qualche forma di organizzazione ai scheletri dei corpi, che si aumentavano giornalmente sempre più, con soldati fuggiti dalle mani del nemico. Là mattina del 17. la corvetta l’Aurora provveniente da Cottone ritorno d’ond’era partita, conducendo a bordo il Capo massa Santoro arrestato per delitti commessi in quella Piazza, ed un Tenente del Genio venuto per dare esalto ragguaglio della situazione e condizione di quelle fortificazioni: a costui furono dati dei viveri e delle munizioni, insieme mente ad un altro distaccamento di 70 uomini, e nel domani ebbe quella Piazza altri soccorsi di vettovaglie.

Avutosi nel mattino del 20, dopo essersi passato il precedente giorno in osservazione, un allarme dietro Reggio; vi si condussero verso quel luogo alquanti soldati ed un obice. Nel ai. vennero riconosciuti e verificati dal Nunziante, promosso al grado di Brigadiere, gli avamposti di fanteria messi nel villaggio di Muro e Melia, e nel 25 S. A. Philipstall portandosi ad osservare buona parte di quelle contrade, spedì un terzo rinforzo di genti in Cottone. Nell'ultimo giorno di Giugno i francesi operarono alcune sortite contro gli avamposti messi nel piano della Melia: in tal modo quel mese andò oltre senza niun’azione positiva verso quelle parli.

Mentre le descritte cose avevano effetto il celebre Capo banda Corem Cantar che all’epoca dello sbarco anzidetto, aveva pur egli messo piede a terra dalla Sicilia in Calabria, con circa ottanta uomini, ebbe la sorte di trovare la città di Cotrone rimasta sguernita di truppe francesi, per aver voluto Reynier, con mal talento, riunire all’estremità di quella penisola tutte le sue truppe disponibili. Questo uomo, diretto da qualche antico militare, raccoltovi 3 in 4 cento sollevati, e con i vari soccorsi di truppe avuti in seguito da Philipstall, attese a fortificare quelle mura con alcuni cannoni inviati da Reggio. Non appena sgomberate le Calabrie dal Corpo del Principe Philipstall, determinò Reynier di riprendere Cotrone, all‘atto sospettando, che ad espugnarla avrebbero i francesi versato più sangue ancora, che non costò loro la conquista di Maratea e di Amantea. Cominciate l’assedio di quella città forte il 2 Giugno dal Generale Peyrì, durò circa 40 giorni, nei quali l’audacissimo presidio con frequenti ed impetuosa sortite fece strage nelle fila degli assedianti rinforzati continuamente da truppe fresche, epperò i polacchi della brigata di quel Generale, che vi ebbero somma parte alle operazioni di fatica, patirono aspri tormenti: ogni più esatta vigilanza, per garentirsi delle insidie per coloro che stavano fuori, era vana, e conveniva per fino, onde non rimanerne le vittime, riposare colle armi alla mano tanto di giorno che di notte. Ma da ultimo smontate all'atto le bocche da fuoco, che guarnivano i baluardi, aperte due brecce, esaurite i viveri e le munizioni, ridotti per molte morti e feriti a pochi uomini sani il presidio, il coraggioso Corem veduta la sicura perdita, si appigliò ad un atto audacissimo, l’unico, che gli rimanesse; postosi all’alba del 9. Luglio alla testa dei residui della sua guarnigione, uscì impetuosamente dalla Piazza, ed aprendosi a viva forza il passo in mezzo al nemico, sbalordito da tant’audacia, andò fino alla marina ove imbarcò con la sua gente sopra alcuni legni siciliani ch’erano alla vela in quelle acque, e che condussero quei valorosi in Messina, i quali salvarono insiemamente ad essi e la gloria dell’impresa, e l’onore della bandiera per cui combatterono. I francesi non trovarono nella susseguente mattina del 10 in Cotrone, che i feriti, i vecchi, i bambini e le donne che avevano ancor esse contribuito virilmente alla difesa della patria per tutto il resto del giorno 9.

Dopo la conoscenza delle descritte cose di guerra, e dopo l’esatto ragguaglio dei fatti di Maratea, Amantea e Cotrone potrà ancora parlarsi della codardia dei napolitani!!! non è ella una fatalità cotesta? Certo dopo i 30 giorni (dall'8 Ottobre al 7 Novembre) nei quali si vide distrutta la monarchia del gran Federico, ed il superbo esercito prussiano; dopo le terribili battaglie perdute dai russi, non poteva la fortuna di Mileto riguardarsi altrimenti, che come una temeraria intrapresa, cui dava forse qualche risalto il nome del condottiero; questo impercettibile episodio della guerra di quel tempo, avvicinalo a quel gran dramma, è atto a far notare come costante il destino nella sua perversità verso di noi, abbia sempre fatto coincidere le nostre militari operazioni con l’inazione o con le disfatte dei nostri amici ed alleati. Che mai potevano fare 2000 uomini, che soli nell'ima parte della penisola italiana gettavano il guanto a chi aveva in un baleno disarmata l’Europa? ciò ben intendevano i nostri soldati e non ostante obbedienti alla voce del dovere, con istoica imperturbabilità andavano ad affrontare un nemico già forte, e che da un istante all’altro pareva sempre più ingigantire!

LXVIII. Erasi sparsa voce nel Regno di Napoli che la Corte di Sicilia aveva messo pensiero di spedire anche delle altre truppe sotto la condotta del Generale Bourcard nel golfo di Policastro, per farle sbarcare in qualche terra della Basilicata 0 della Provincia di Salerno, ove possibile riuscisse, e coordinare i movimenti ulteriori dei due Corpi militari con la cooperazione delle milizie irregolari, che opina vasi di far riunire presso Rosarno con qualche compagnia di truppe regolari. Questo esteso concetto di guerra, che si diceva, non essere andato ad effetto tutto contemporaneamente per mancanza di mezzi, e per averne troppo voluto il Gabinetto inglese sollecitare il primo passo nella Calabria, fu causa di dar luogo a degli avvenimenti di cui la storia napolitana di quell’anno ha snervati e cambiati affatto per malizia e ragiri della Polizia di Napoli a quei tempi. A me sembra, che il trarre dalle tenebre talune enormi falsità radicate nella mente di molti, per solo spirito di propensione al male a cui la specie umana inclina, sia sufficienti a fornire delle grand’istruzioni per la morale e la politica.

Fra i maggiori infortuni in cui trovavasi afflitto il Regno di Napoli in quel tempo, fuvvi quello di coloro che con molto senno venivano chiamat’i Congiuristi: costoro conoscendo fino a qual punto fosse timido Giuseppe Napoleone, persuasero a quel Re di ventura esser somma la propensione dei napolitani a ribellarsi: e volgendo i delitti comuni ad intendimento politico, richiamando a sistema le operazioni imprudenti, che di poi erano punite col più grande rigore, e fingendo assai cose che punto non esistevano, erano giunti ad impadronirsi e della fiducia e del favore del nuovo governo; ed avevano così, per conto proprio, ottenuti onori e ricchezze, ed assai più ne attendevano dall’uso degli stessi mezzi.

In tale stato di cose la Regina Maria Carolina d'Austria scrisse da Palermo delle lettere del più semplice tenore a taluni suoi familiari di Napoli: esse caddero in potere della Polizia di Saliceti, e diedero il campo all’innalzamento dell'edifìzio perfido e calunnioso, che per le cause dette di sopra si cercava far divenire saldo. Aveva in quella Polizia l’uffizio di Capo di Divisione uno straniero di acuto ingegno, di molta facondia e di cuore perverso, che con voce assai propria fu da un uomo di mente denominato il Tartufo alludendo al carattere d’ippocrita rappresentato dal protagonista nella Commedia di Molìer che porta tal nome. Fece costui chiamare a se un impiegato di cognome Abussi di cui non visse mai il più pronto e più destro imitatore di scritture; e per avventura fingendo di volere discoprire una trama di cui diceva di aver sentore, gli prescrisse, che su caratteri di quelle lettere vere, ne foggiasse altre false delle quali gli dette minuta. Pose in questa dell’espressioni, da cui poteva argoirsi un forte movimento della fazione borbonica nel Regno di Napoli, e non si fece alcuno scrupolo, che scrupoli non v'erano nella sua morale, d'inserirvi anche i nomi di alcuni degl'individui che dovevano prenderne parte. In tal modo congegnate le lettere apocrife sotto diverse date, furono distribuite in differenti giorni, per mano di un finto marinaio a tutti coloro cui erano indirette. Ad alcuni il buon senno gli suggerì l'espediente di esibirle al piùpre sto alla stessa Polizia, andarono altri a rilento, od illusi preferirono di ritenerle in silenzio. Nè d’altro fu mestieri, perché sorpresi all'improvviso, fossero immantinenti gittati in duro carcere, e proclamati ribelli.

Volò da per ogni dove la fama del loro attentato; e molte furono le lodi di chi lo aveva messo in luce. Per contestare queste cose, con sollecitudine furono incaricate delle Corti militare, le quali giudicarono sul conto di quell'infelice incarcerati, con gli elementi ammaniti da cotesto uomo; e come l’inclinazioni al maraviglioso, procura in ogni tempo grandissima voga a simili accuse, così quei miseri, furono giudicati colpevoli e soggettati a gravissime pene.

Onde avvalorare sempre più e dar corpo a siffatta macchinazione infame, che in faccia alla pretta e santa verità sempre si sarebbe appalesata, si pretese far doppio colpo con la pubblicazione di un volume a stampa, nel quale mostrandosi riunite tutte le lettere, che avevano dato luogo alle diverse condanne, si fossero non solo accertati sul fatto le genti di quell’età, ma si trasmettesse ai posteri un documento irrefracabile di una trama estraordinaria, cui l’avvedutezza di taluno aveva saputo discoprire. Leggevasi in quel volume, nel rapporto diretto al Re, in data del 25 Luglio, premesso alle lettere ed altri documenti pretesi giustificativi, in N. di 35 differenti fogli, ed un diploma a disegno, che «essendo impossibile di vegliare con esattezza su d’una costa di novecento e più miglia. (qual'era quella del Regno di Napoli) era miglior partito governare una cospirazione, che non si poteva del tutto impedire)» () quindi con questa premessa, si dav’a credere che la Polizia avesse per ben sette mesi mantenuto un non interrotto carteggio con la Sicilia, facilitandone i mezzi allorché gli divenivano necessari, e spesso ancora dirigendoli; epperò era venuta a conoscenza delle vere fila della trama, la quale si riduceva al trucidamento dei francesi e seco essi i loro fautori, ed all’arresto ed uccisione del Re Giuseppe. Entrando in seguito nel dettaglio di quanto si diceva essere venuto a capo, si rapportava, palesarsi due classi degli agenti immediati alcuni, cioè quelli ch'erano i principali istrumenti; mediati gli altri, ovvero coloro che stando nel continente, corrispondevano con i primi e ne ricevevano le impulsioni e le tramandavano. Erano rubricali quali agenti immediati un Salvatore Bruni residente in Capri, il Principe di Canosa figlio stabilito in Ventotene, il Marchese della Schiara rimasto talvolta alla crociera nell'Adriatico, la Marchesa Villatranfo, l’Abate Scagliotti, il dottore Polisicchio, il Consigliere Fiore ed il Presidente de Giorgio, Gli agenti mediati, o siano i capi delle società cospiratrici, dividevansi in due classi, taluni erano politici, e tal altri militari; tra i primi si annoveravano Salvatore Guarrasio, il figlio del Duca di Frammarino la Marchesa Lizzano, il Barone Zona, il Cavaliere del Vecchio, il Presidente Versace, il Cavaliere Talamo, l'Avvocato Colonna, il dottore Corvino, il Sacerdote Lanzetta, un tale del Gesso, un tale Lucarelli il Cavaliere Grassi, il dottore de Giorgio, Stefano Caso ed alcuni altri: tra i secondi eranvi il Marchese Palmieri, Baldassarre Paliotti, Scipione Mantelli, l'ex Maggiore Costa, l'ex Maggiore Bardignes, tre Capi masse di Basilicata, tre altri di Principato Citra, due di Principato Ultra, e molti di Terra di Lavoro. In tutto 13 immediati e 29 mediati erano quelli che si appalesavano nel rapporto; dicendo avere pure molti indizi per la complicità di altri individui. ().

Si faceva noto in oltre in quella scritta, che ognuno dei suddetti capi regolar doveva un’unione di cospiratori subalterni, e nessuno di essi conosceva l’altro: le società erano tenute divise, indipendenti ed a vicenda ignorate, onde la scoperta di una, non traesse la rovina di tutte. Gli attacchi esterni dovevano essere tre: in Calabria, in un punto della costiera di Salerno, e nelle vicinanze di Napoli. Il primo comandato da Philipstall il secondo dal Generale Bourcard ed il terzo dal Principe Francesco, e con ciò si cercava secondare quanto effettivamente si sapeva intorno al piano di guerra da effettuirsi dalle truppe borboniane nel Regno; proseguendo, che il primo sbarco doveva seguire il dodici Maggio; il secondo poco più tardi del ventuno; e l'ultimo ai primi giorni di Giugno (a). Questo terzo sbarco divenir doveva il segnale della fusione di tutte le società in una sola, e del loro urto contemporaneo e fatale. Nell’intervallo dei tre disbarchi principali, dovevano aver luogo dei minori, cioè la discesa delle masse su vari punti del littorale, la comparsa di Canosa con i suoi galeotti in Sperlonga ed altre simili operazioni.

Nel medesimo rapporto furono nominati, con particolarità i nomi ai Talamo e di Mosca, dicendo avere il primo promesso ai congiurati l’arresto di Giuseppe, ed il secondo essersi appiattato nella montagna di S. Angelo, onde uccidere il Capo del Governo mentre questi dovevasi recare in Castellamare.

In conseguenze di tutte queste fila tessute con analogia alle cose già succedute in Calabria, essendo stati nel finire di Maggio arrestati tutti coloro che abbiamo nominati come mediati unitamente ad altri molli ancora, il Marchese Palmieri, il figlio del Duca di Frammarino ed il Mosca furono in Napoli dannati a morte, ed i residui subirono differenti pene.

Premessi questi atti di rigore, che portarono del malcontento nel generale della popolazione, per mitigare le conseguenze, forse effettivamente da divenir funeste, ebbesi un decreto in data del cadere di Luglio, col quale si disse. «Le vittorie delle «armate francesi e le speranze di una vicina pace, offrire al Re Giuseppe l’opportunità di esercitare la sua clemenza, verso coloro che avevano preso parte all’ultima congiura.

(a) Si ricordi il lettore che queste cose erano pubblicate nel 23 di Luglio, cioè allorché le truppe di Philipstall non solo erano sbarcate in Calabria, ma pure ritirate in Sicilia; quindi il dare un’epoca precisa su questa prima operazione, era cosa molto facile e da tutti possibile.

Ordinare per tanto, che i più colpevoli fossero inviati fuori del Regno, e tutti gli altri restituiti alle loro famiglie.»(). In conseguenza di questa emanazione, circa ducento carcerati furono di fatti mess’in libertà, e molli espulsi; fu in tale tempo ancora, che gran numero di condannati essendo stati mandati oltre gli Stati di Giuseppe, furono condotti a lavorare intorno alle fortezze dell'alta Italia.

LXIX. Mentre queste cose andavano succedendo, accadde che un collega del Tartufo non bene comportando, che questi per lo merito della vantata scoperta, si levasse più in alto di quanto già elevalo si era, sparse dei sospetti nell’animo di Saliceti ministro di Polizia, e tali essi furono, che lo stesso congiurista n’ebbe serio timore. Pure tenne modo di uscirne; e ne uscì in Fra gl’imputati di alto tradimento, in profondo e nero carcere si contava, come annunciai il figliuolo del Duca di Frammarino vecchio Magistrato. Si disse al misero giovane, che una morte dura ed infame gli pendeva sul capo, e che il solo modo di evitarla era il fare una confessione, la quale fosse conforme al desiderio del Tartufo. Molto riluttò il giovane detenuto a sì fatta proposizione; perocché protestava con i più vivi schiamazzi di nulla sapere in ordine alla detta congiura. Fu mestieri per deciderlo a tal passo, che s’inviasse una sorella a lui carissima, che determinata a salvarlo dall’imminente supplizio, non risparmio a persuaderlo né parole, né lagrime, né singhiozzi. Vinto dalle lagrime e dagli affanni della Sorella, scrisse allora il giovane una dimanda, in cui a fatto d’impunità offeriva di fare delle rivelazioni importanti.

A raccogliere queste, fu delegato Io stesso autore dell’insidia il quale in vece di riceverle, le detto secondo il piano di cospirazione preconcepito da lui e manifestato al Ministro. Tuttoché esse presentassero visibilmente le tinte dello stile di lui, non facile a nascondersi, pure la prevenzione nella quale si era, riuscì a farle riguardare, siccome prove invincibili della pretesa congiura. Bastarono dunque alla condanna ai molt’imputati ed illustri; non bastarono alla salvezza del misero rivelatore deluso; perocché fu detto al Ministro, che la promessa dell’impunità fosse stata venduta da quel Capo di divisione per sei mila ducati, e da ciò si tolse il pretesto di renderla utile. Pur molli opinavano, aver questi servito ad una smodata ambizione, anzi che all’avarizia.

Era già molto tempo da che gli avanzi inonorati di tant’infelici giacevano sotterra; e l’orrenda macchinazione che li aveva perduti era ancora un arcano; quanto sorsero improvvisamente a salvarlo due arditissimi uomini toscano l’uno, napolitano l’altro, ambi stati familiari di quell’uomo perfido, ed ambi divenuti a lui nimicissimi. Costoro offrirono di rimanere in prigione, in fino a che risultasse da un regolare processo o l’innocenza dell’accusato, o la colpa di lui. Era necessario a compilare un informazione sì grave e cotanto straordinaria un uomo non solo abile, ma pure capace di resistere ed alla molta potenza ed agli artifizi infiniti del colpevole: a sì grand’uopo fu scelto Pasquale Borrelli allora segretario generale della Prefettura di Polizia. Chiamato da lui l’Abussi fu questo assai meno restio, che non si sarebbe creduto a confessare il fatto denunziato; ed a giustificazione di se stesso, protesto, che aveva ceduto all’autorità del suo Capo nell’intendimento di scoprire una congiure, e non mai di trarre a supplizio gl’inimici del governo. Aggiunse che avvedutosi di essere stato deluso, ne aveva fatto schiamazzo col suo seduttore; ma che intimidito dalle sue forte minaccie, si era poi rassegnato al silenzio.

Avute queste relazioni il Borrelli, interrogo l’Abussi di quale lettere fosse stato scrittore; e questi, con franco dire, indico precisamente quelle, su le quali il Frammarino, il Marchese Palmieri ed altri di tal novero, erano stati dannati: disse pure essere stato l’autore di un altra simile lettera, la quale era servita ad un altro processo (a quello di Mosca).

Gli si obbiettava dal Borrelli, che i documenti da lui chiamati per apocrifi erano stati esaminati con ripetute perizie e giudicati genuini (a). Propose allora quel fermo ed esiziale uomo, che si formasse una lettera in più originali; che sottrattone uno, gli si desse ad imitare; e che indi si mischiasse il falso co’ veri; egli sfidava i più dotti e più esperimentaii calligrafi a discernerne l’uno dagli altri. In udire queste cose il Borrelli inorridito e quasi soprappreso da subita febbre, interruppe l’esame.

(a) Si osservi alla pagina 19 e 20 del già nominato Volume di lettere e documenti, e si troverà che due Notari della Città di Napoli certificarono sulla verità del carattere di quelle carte, e che il Mastrodatti dei Notari, ed il Presidente del Sacro Real Consiglio vice Gran protonotario del Regno contestarono essere quei due Notari inseriti nella nota dei notari della Capitale.


Nel dì seguente chiamata ed interrogata la sorella del tradito Frammarino, confermo pur troppo costei il racconto dei due accusatori e fra i singhiozzi ed il pianto, confesso di essere stata ingannevolmente travolta a rovinare un fratello di cui sollecitava la salvezza.

A queste prove, tante altre poco a poco si aggiunsero che ve n’erano già troppe per la punizione dell’imputato. Ma sembro invece ai governanti di quel tempo, che la pubblicazione di un intrigo, il quale aveva condotti tant’infelici al patibolo, avrebbe menato tropp’oltre il pubblico scandalo, e lo avrebbe riversato sul governo medesimo. Un espediente adunque si prese, cui non credo che il simile siasi preso giammai: furono mess’in libertà i due accusatori, come quelli che avevano giustificata ogni loro asserzione; e di poi ad uno di loro, cioè al napolitano, che maggiormente importava allettare al silenzio, furono accordate delle facilitazioni per l’acquisto di una casa pertinente al demanio D’altra parte all’accusato si fece il presente di non so quale balocco contornato di brillanti. Restò al pubblico l’orrore di un gravissimo misfatto, non solamente impunito, ma ben anche premiato; il quale per essere stato con eccessiva perfidia teso, è rimasto celato nelle storie napolitane per 37 anni: è tempo di renderlo di pubblica ragione!

LXX. Grosso per numerosi avvenimenti è il quarto trimestre del 1807. Se più non si ode in Europa il fragore inumano della guerra, stride però nel silenzio di alcuni gabinetti la penna dei diplomatici, che senza dubitarlo segnano la sentenza della più aspra e feroce tenzone che giammai sia accaduta. Dopo le memorabili giornate di Eylau e Freidland l’imperatore Alessandro disgustato perché l’Inghilterra avevagli negata la guarentigia di un prestito di sei milioni di lire sterline, o per la spedizione ritardata, e forse anche disanimato dalla renitenza dell'Austria di accedere alla lega di Bartenstein risolvette decisamente di entrare in trattative con Napoleone, e concluse a Tilsitt nel 27 Giugno un armistizio, che fu il 7 Luglio seguito da un trattato definitivo. Narrano che i due Imperatori nelle conferenze più segrete tra loro avute in una isoletta del Niemen, si spartissero l’Europa, e può dirsi anche il modo: avesse Napoleone quella parte ch'è compresa da un lato tra una linea tirata dalla foce della Vistola sino all’isola di Corfù, dall’altro tra le spiaggie del Baltico, dell’Oceano, del Mediterraneo e dell’Adriatico; ed avesse Alessandro il rimanente. Quale di questo sia la verità, il certo è, che convennero, il riconoscere Alessandro il nome e l'autorità regia di Giuseppe Napoleone come Re di Napoli, e consentì che Luigi Napoleone fosse Re di Olanda: aderì pure che si creasse il Regno di Vestfalia e che Girolamo Napoleone fratello minore dell’Imperatore s’investisse di quella dignità: accordo che si creasse il Ducato di Varsavia e che ne fosse Duca Federico Augusto di Sassonia: riconobbe la Confederazione Renana; e stipulo, per articolo segreto, che le bocche di Cattero si sgombrassero dai russi, e si consegnassero in potere di Napoleone. Convenne in fine, che le sette isole Joniche cedessero in possessione del medesimo: stipulazione enorme, perché la indipendenza loro, era stata accordata tra la Russia e la Porta ottomana; quindi non poteva l’opera di due parti essere disfatta da una sola.

I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza, quanti dalle lingue o dalle penne degli uomini siano stati mandati alla memoria dei posteri. L’aver vinto con sì grossa e presta guerra l’Austria, poi, poco, dopo con sì grossa e presta guerra la Prussia, finalmente con grossa e non lunga guerra la Russia, pareva piuttosto accidente favoloso, che vero. Volgevano gli uomini maravigliati nelle menti loro la potenza ed il valore degli austriaci, la gloria ancor fresca di Federico, e imprese mirabili di Suwarow. con la sparsa fama della invincibilità dei russi; né si potevano persuadere come una sola nazione, ed un solo Capitano avessero potuto vincere soldati tanto valorosi, e Capitani tanto rinomati, quasi prima di averli veduti. L’Europa temeva ed adorava per temenza Napoleone; i Principi i primi, anche i più potenti, i popoli i secondi. Non v’era più luogo all’adulazione, perché le lodi, per smisurate che fossero, parevano minori del vero; né i poeti più famosi, quantunque con ogni pensiero vi si sforzassero, potevano arrivare a tant’altezza. I poeti il chiamavano Giove, altri braccio di Dio, i Principi fratello e signore. Un mezzo solo gli restava per accrescere la gloria acquistata, quest’era di usarne moderatamente; ma non così egli fece, amo meglio dilettarsi pruovando quant’oltre potesse trascorrere la viltà degli uomini, che fare generoso se ad altrui. Le adulazioni francesi, austriache, prussiane, russe, italiane erano al massimo grado.

Pieno tutto di quest’esaltazioni, dolevasi fortemente che il Principe Reggente del Portogallo si era ritirato dal volere fare contro gl’inglesi tutto quello ch'egli avrebbe voluto col sistema continentale; quindi con un trattato sottoscritto a Fontainebleau nel 17 Ottobre con il Signore Izquierdo Ministro di Spagna confidente di D. Emmanuele Godoy, tolse il Portogallo ai suoi antichi Signori, che vi erano ancora presenti, e lo dono in potestà ai nuovi. Per esso si accordarono la Francia e la Spagna, che la Provincia portoghese tra Mino e Dauro unitamente alla città di Porto fossero date in proprietà al Re di Etruria, ed egli assumesse il nome di Re della Lusitania settentrionale. che l’Algarvia si desse al Ministro Godoy col titolo di Principe dell'Algarve, che il Beira, il Tramonti e l’Estremadura di Portogallo si tenessero sequestrate sino alla pace; che il Re d’Etruria cedesse il suo reame all’imperatore dei francesi; che un esercito napoleonico entrasse in Ispagna, e congiuntosi con un esercito spagnuolo occupasse il Portogallo. Sotto queste cose vi covava frode contro il Portogallo, frode contro la Spagna per l’introduzione al regnare dei suoi parenti. I Braganzesi avuta notizia del fatto, non valendo aspettare la tempesta che su d’essi si preparava, abbandonando una inutile difesa, s’imbarcarono tostamente pel Brasile, e sopra navi proprie ed inglesi, si diressero, trasportando i loto tesori, valutati cinquecento milioni di franchi.

Per questa partenza levò Napoleone un gran rumore, ed imputò loro a delitto l’essere fuggiti, come diceva «con gl’inglesi» come se in servitù di lui fossero stati obbligati a restare: quindi fece annunziare nel Monitore francese «che in conseguenza della decisione adottata dal Principe reggente, la casa di Braganza aveva cessata di regnare in Europa». A forza di dare le leggi ai più potenti governi, aveva Buonaparte perduto l’uso di consultare i precetti del giusto e dell'onesto; a forza di aumentare i suoi eserciti, e. idi trovare pronti a marciare sotto le sue bandiere gli stessi Principi che aveva prima vinti, si era egli avvezzato a considerarsi come il Re dei Regi: per la qual cosa dispose, che un armata francese entrasse in Portogallo, epperò nel 30 Novembre un Corpo di 28000 uomini occupo Lisbona e tutto stato portoghese agli ordini del Generale Junot che poscia ebbe titolo di Duca d’Abrantès.

LXXI. Unico fra i Sovrani della famiglia Borbonica, rimasto sui troni del continente europeo, governava la Spagna il Re Carlo IV. fratello del nostro Ferdinando, perché figli di Carlo III. Dopo il caso fatale di Luigi XVI. discioltosi per se stesso l’antico patto, di famiglia, la Spagna nel 1795 formò parte della gran lega europea contro la Francia. Vincitrici le falangi repubblicane, venne conclusa una tregua, e quindi nel 22 Luglio in Basilea una intiera riconciliazione fra la Repubblica francese e Carlo IV. Per tal cosa Ministro Godoy ebbe il titolo antonomastico di Principe della pace perché la Spagna credè andare debitrice a lui di un tale benefizio; quindi da quest’epoca acquisto un potere sommo, che ben dir si potè dittatoriale. Lungi però dal prosperare quello Stato, sotto il di lui ministero decadde: prima l'invidia, poscia il disprezzo segnalarono Godav all’odio universale.

La Francia dopo avere per bene sei volte cangiata la forma delle sue costituzioni governative, sempre volubile e mal contenta oggi di quello che ieri applaudiva, aveva innalzato al trono imperiale l’italiano Bonaparte: fu a costui, che Godoy ricorse nel vacillante suo potere offerendogli alleanza, o per dir meglio la dipendenza della Spagna; uomini, danari, armi, flotte tutto era a disposizione della Francia. Queste ultime comandate nella celebre battaglia di Trafalgar dall’intrepido nostro concittadino Gravina, i di cui consigli non vollero da Villeneuve ascoltarsi, parteciparono ai disastri delle flotte francesi. Circondata la Spagna di coste e vivificata essenzialmente dal commercio, toltogli questo pel sistema continentale, interrotta, ogni comunicazione colle sue ricche provincie d’oltre mare, depauperata dai continui sussidi prestati alla Francia, parve ai spagnuoli una dipendenza vergognosa anzicché un alleanza lo stato in cui essi vivevano; non potendosi poi dar pace, del dovere andare alla guerra per gl’interessi di Francia e non piuttosto per i loro: queste considerazioni terminarono col formare un solo volo, cioè, la pace con l’Inghilterra, e la guerra con la Francia. Carlo IV. dette il primo lampo della sua adesione al voto comune, allorché negò riconoscere Giuseppe Bonaparte qual Re di Napoli «Come?» disse Napoleone montando in carrozza per recarsi alla guerra prussiana «Carlo IV. non vuole riconoscere mio fratello qual Re delle Due Sicilie? Lo riconoscerà il suo successore».

Ed ecco arrivato il tempo in cui i disegni napoleonici dovevano colorirsi a danno del Re di Spagna: i mezzi usati furono indegni pari al fine; di modo che avendo Napoleone confidata la cosa a Talleyrand ed avendolo trovalo di contrario sentimento, ne fu preso da tale indignazione, che nel giorno 9 Agosto lo tolse dall’affidatogli ministero degli affari esteri, e lo nomino Vice grand’elettore, sostituendo al suo posto Champagny. Ecco il rapporto fatto dal Signor di Talleyrand su tal proposito, il quale divenne come una profezia sul successo di quei fatti «Sire V. M. mi ha comandato di sottoporle il mio parere sul progetto di collocare sul trono delle Spagne un Principe della vostra casa. Crederei di disonorarmi in faccia all’intero universo, e di tradire gl’interessi della M. V. se non mi dichiarassi apertamente contro questa guerra nella maniera colla quale deve farla un uomo che non transige né colla coscienza, né coi suoi doveri. La guerra di Spagna per tanto è ingiusta, impolitica, è contraria alle leggi tutte Divine ed umane.

«E’ ingiusta perché noi nulla abbiamo da domandare, o da pretendere dalla Spagna, la quale fu sempre nostra fedelissima e costante alleata in tutt'i tempi. È impolitica, perché porta seco l’impronta d’uno smisurato desiderio di conquiste e d’ingrandimento. Le Potenze del Nord tengono gli occhi fissi sopra di voi o Sire. Esse aspettano tutto dai passi falsi che siete per fare. Non prima darete voi entrato in questa lotta sanguinosa, che l'Inghilterra avrà contro di voi, la giustizia e verità dei suoi manifesti, ed il peso del suo oro. La guerra di Spagna è impolitica perché, aprirà la penisola agli eserciti brittannici. La Spagna o Sire non è un paese totalmente e da tutte le parti aperto. Esso è ovunque mucc aito di Piazze forti e pieno di strette gole e di «rupi inacessibili, e tali che un pugno di soldati basta a difenderle Cadice, quel porto sicuro, da cui l'Inghilterra getterà sempre a suo beneplacito nuovi battaglioni sul continente, occuperà esso solo un intiero esercito. Paventate altresì o Sire di risvegliare il valore addormentalo della nazione spagnuola. Abbiamo pur troppo l’esempio di quello che far può un popolo ridotto alla disperazione, e che combatte per li suoi lari e per il suo Re; l’estrema parte dell’Italia tiene fronte ai nostri battaglioni. I trionfi della Francia non ci comandano certamente d’obliare, che quella nazione che ora vogliamo desolare trasse altre volte la Francia sull'orlo del precipizio nelle pianure di Pavia. La guerra di Spagna è ingiusta e contraria alle leggi perché non appartiene a noi d’andare a precipitare dal trono ereditario dei suoi antenati un Principe, il quale non prese partito giammai coi nemici della Francia e della M. V. È a voi riserbata, o Sire un impresa più nobile, più giusta e più degna di V. M, fatevi mediatore disinteressato fra il figlio ed il padre. Se Carlo IV, stanco delle turbolenze che amareggiano i suoi ultimi anni, vuole abdicare la corona a favore del Principe suo figlio, e ritirarsi nei vostri Stati, stendetegli la vostra mano reale e protettrice: preparate a quel Monarca un asilo, che sia degno di una testa coronata; fate finalmente risovvenire all’Europa, che la Francia è ancora il rifugio dei Re sventurati. Vostro fratello è Re di Napoli. I popoli per forza sono già assuefatti al suo governo. Vorrete di là toglierlo? Darete, voi o Sire, lo spettacolo unico al mondo, di vedere un Re, quando sopra un Trono, e quando sopra un altro? simili cambiamenti oscurano i diademi, ed indeboliscono l'autorità reale.

«In fine la M. V. non può dissimulare a se stesso, che per collocare sul Trono delle Spagne un Principe della sua famiglia è d’uopo assolutamente assicurarsi di tutti gl’individui della famiglia Reale; che viene cosi spogliato Carlo IV, la sua consorte, Ferdinando, i suoi fratelli, i suoi zìi; ed i più fedeli servitori di ciascuno di essi debbano trovare in Francia e carceri e carcerieri. Or che farà la Spagna sdegnata di vedere il suo Re ed i suoi Principi prigionieri e strascinati nei ferri? Ella si armerà da un estremità all’altra del Regno. L’indignazione, e la disperazione faranno dei suoi abitanti altrettanti soldati coi quali non vi sarà forza di combattere. La commozione si propagherà ai Sovrani, o alle nazioni del Nord. Fatti accorti dall’esperienza e dalle sciagure di 15 anni, si formeranno un altra tattica. Finalmente i francesi balzati dal settentrione al mezzogiorno, e dal mezzogiorno al settentrione, vi lasceranno dopo furiose disfatte il rammarico di avere intrapresa una guerra ingiusta e colpevole, inutile a V. M; ed inutile alla felicità dell’Impero.»()

Il mettere discordie nella famiglia reale, il far sorgere sospetti nel padre del figlio, dispetto nel figliuolo verso del padre; accarezzare Godoy e farne stromento alle sue macchinazioni, accusare un Principe di Spagna, perché più amava la Spagna che la Francia; fare che a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetta di frode e di tradimento; eia quiete e confidente vita del tutto sbandita, furono le arti di cui si servì Napoleone per l’usurpazione del trono di Spagna. La subitezza spagnuola ruppe quest’iutrighi col fare Re Ferdinando e dimettere Carlo; ma ciò non basto, Napoleone ne ravvivo le fila: accidente stesso di Aranjuez, che pareva dovere scompigliargli la trama, gli diede occasione di mandarla largamente ad effetto. Trasse con le lusinghe il Re Carlo in sua potestà a Baionna: restava che vi tirasse il Re Ferdinando, qual cosa anche seppe fare; rallegrossi allora dell’opera compita, fece chiamare dal padre il figliuolo, fecelo chiamare dalla madre; malamente il fece denominare dalle gazzette: costrinse il padre ed il figliuolo a rinunziare al Regno, facendo loro intimare da Savary «Avere irrevocabilmente stabilito che i Borboni non regnassero più in Ispagna; quinte di rinunciassero assolutamente a quella corona».

Alla strana proposizione atterrito Ferdinando, ricusò di aderirvi, e reclamo contro la violenza dei diritti della sovranità e dell’ospitalità; ma indarno: soltanto gli fu offerto in compenso il piccolo stato dell’Etruria; qual cosa anche Ferdinando pronunzio in contrario. Allora Napoleone cangio artifizio. Indusse Carlo IV. a riassumere l’autorità sovrana pel diritto dei suoi maggiori, facendogli protestare essere stata la sua rinuncia il risultamento «della forza e della violenza» ottenuto ciò costrinse Carlo a cedergli, con un trattato stipulato nel 5 Maggio del 1808 in Baionna, i suoi diritti sul trono ai Spagna e delle Indie, quindi mandò il padre colla Regina e col Principe della Pace, poco liberi prima a Compiégne e poi a Marsiglia; la Regina di Etruria coi figli restar la fece in quella prima città; e Ferdinando VII il suo fratello, e lo Zio Antonio furono condotti prigioni nel Castello di Valencay. A questo fine era stato con, eluso il trattato di Fontainebleau e promessa grandezza al Re di Spagna, per introdurre le sue schiere in quella penisola.

Ma le cose sortirono effetti diversi da quelli che si era promesso; imperciocché non ostante gli intrighi adoperati per palliare l’usurpazione di quella corona, la verità di un fatto così strepitoso, fu a tutti manifesta; e l’Europa intera n’ebbe ribrezzo, e si sollevo virtualmente contro Napoleone: questo attentato politico inescusabile e senza gloria, ove la forza soltanto si fe l’istrumento della perfidia, e la confidenza divenne il principale motore del tradimento, è la più violenta e la più sconveniente usurpazione che mai siasi vista; esso ragionevolmente dono le armi nelle mani di un popolo il quale le adoperò pel disprezzo dei nemici col diritto della rivendica. Sursero adunque sdegnosamente gli spagnuoli avverso le ordite trame, e combatterono a tutto vigore le francesi truppe. Napoleone ed i suoi prezzolati scrittori li chiamarono briganti, li chiamarono assassini, nomi dati anche a noi, come dicemmo, e come dati a tutte le nazioni che gli opposero resistenza: questa infamia mancava a tanti scandali.

LXXII. Napoleone intanto quantunque avesse già nella Spagna delle armate sotto gli ordini dei Generali Moncey e Duhesme ed altri, fu obbligato a mandare nuove truppe per raffrenare gl’impeti delle genti già dimostrate contrarie ai suoi voleri; quindi fattene marciare dal Regno italico quelle italiane già formate, come da altre parli, ne chiese anche al fratello Giuseppe: costui destino per quella spedizione il Primo Reggimento di Linea di fanti napolitani comandato dal Colonnello Pegot e dai Capi battaglioni Angelo d’Ambrosio, e Luigi Antonio d’Aquino, il primo della nobiltà reggitana, che già aveva acquistala fama nella guerra di Tolone, riportandone ferita, ed in quella del 1799, non che poscia tra le schiere austriache; ed il secondo lontano nipote dell’esimio dottore della Chiesa S. Tomaso, uno della legione calabra, che operò le rovine del forte Vigliena, indi Capitano della legione italica: vi congiunse pure il 20 Reggimento dei Cavalleggieri sottoposto al Colonnello Giuseppe Scartata soprannominato Zenardi nativo di Siracusa, che già aveva militato nel 1794 tra le fila della nostra cavalleria nelle pianure lombarde. Questi Corpi formanti per la fanteria due battaglioni in 1944 uomini, e per i cavalli 4 squadroni in tutto 47 individui furono passati a rassegna nella Piazza di Capua nel 26 di quel Luglio, e nel domani presero cammino per condursi nella penisola spagnuola, e congiungersi alla seconda Divisione comandata dal Generale Lecchi obbediente al Generale Duhesme Capo dell'Esercito di osservazione dei Pirinei orientali: essi nel susseguente anno 1808 videro altri connazionali a loro riunirsi, inviati colà per la stessa causa, cioè altri due Reggimenti napolitani, i quali congiuntisi in un tutto, formarono una Divisione napoletana comandata da prima dal Generale Chabob e poi da Pignatelli Strongoli. Delle gesta di queste truppe, se ne terrà altrove discorso, per ora ho accennato la causa perché esse mossero dal Regno di Napoli.

Nel Febbraro e nel Marzo e negli altri mesi del primo semestre di questo anno lo stato militare napolitano continentale ricevé grandi aumenti e considerazioni. Ebbe da prima la formazione di una Compagnia di artiglieria a cavallo, ed una di Cavalleggieri volontari, la Guardia Reale, due compagnie di Cacciatori calabresi altre quattro addette al Corpo del Genio, e dodici di artiglieri littorali: più un Corpo di armigeri; e come nel 1806. eransi formale due corpi di Guardia d onore uno di cavalleria e l’altro di fanteria, così perché ampliato molto il loro numero in adesso, riceverono nuova organizzazione e nuova denominazione; vennero essi chiamati veliti nome dato a dei legionari romani armati alla leggiera, i quali combattevano fuori degli ordini della legione, ed usato tra le truppe di Napoleone; col cambiare di nome, questa scelta milizia incominciò a percepire soldo, per cui chi dei componenti non volle seguire il mestiere delle armi, chiese ed ottenne la sua dimissione: i cavalieri, venendo montati come cacciatori, ebbero qual comandante M. Clary nipote della moglie di Giuseppe, i fanti, facendo parte dei volteggiatori della Guardia; M. Donà già Colonnello, e quindi Generale della Guardia. Con bullettino del 22 Ottobre si stabilì in Capua una scuola pratica di artiglieria; e con legge del 5 Giugno s’istituirono dei Consigli di guerra permanenti, e dei Consigli di revisione per ciascuna Divisione militare, per giudicare i reali militari; emanandosi poco dopo il Codice penale militare} e ristabilendosi l'Orfanotrofio per quel ramo di cittadini. Tutte queste cose furono accelerale per mettere in sistema le nascenti truppe nazionali, perché quelle già formate, fino a questa epoca, per ogni circostanza, ricorrere avevano dovute alle leggi e regolamenti fatti per l'armata francese.

Oltre le già accennate prescrizioni e regolamenti militari, furono fatti in questo anno sistemi per la fissazione del numero dei Consiglieri provinciali e distrettuali; per l’abolizione delle franchigie di gabelle comuniali; e per gli stati discussi delle Comuni; disponendosi che quelli eccedenti la rendita di Ducati 5000 si dovessero inviare al. Ministero dell’Interno per proporli al Consiglio di stato, onde ottenerne l’approvazione. () Si ordinò pure che tutti gli agenti degli ex baroni, più esercitar non potessero, le cariche di sindaco di eletto o di decurioneperente. (). Ebbesi una legge sulla circoscrizione dei circondari; altra sulle censuazioni del tavoliere di Puglia, e sulla liquidazione delle partite di arrendamenti: fu del pari ordinato che i locati del detto tavoliere fossero abilitati a pagare in lane la fida degli erbaggi; che la vendita del prodotto delle loro industrie, fosse facilitata, e che si accordasse una diminuzione di dazio ai locati per la spedizione delle lane ipotecate per il canone dovuto a tutto il primo semestre di quell'anno: per le vendite e censuazioni delle terre già dette, si abbreviò il termine di decima e sesta. (). Si decretò l'abolizione della forma di dispaccio; si prescrissero regolamenti sul registro e bollo; si bandì l'organico della Corte dei Conti in sostituzione della Camera della Sommaria () Si nomino una commissione incaricata di preparare sotto gli ordini immediati del Ministro di Giustizia i lavori concernenti il nuovo sistema dei Tribunali; e si abolì la Giunta ecclesiastica per i delitti atroci ().

sino all’anno 1809: e che tutte le cause introdotte prima del 2 Agosto 1806 tra i comuni ed i baroni, si decidessero da una commissione fino al 1808, spirato il qual termine rimanessero

Nel 4 Agosto poi venne destinata una commissione per esaminare i conti del Banco dei particolari, conoscere i bisogni della sua amministrazione, e proporre i mezzi onde assodarne lo stabilimento, assegnando ad esso nel cadere di Novembre un fondo di annui Ducati 12000; ordinando che le sue polizze fossero messe in circolazione e guarentite. Nel 14 Settembre fu detto avere il Banco di Corte due Casse, una denominata Cassa delle rendite un altra Cassa di Ammortizzazione e fu incaricato questo Banco a pagare gli interessi del debito pubblico e della estinzione progressiva del debito medesimo. Precedentemente nell’11 Giugno erasi ripartito in modo provvisorio la fondiaria fra le Provincie, con la diminuzione del 17 per 100 emettendosi che i contribuenti rimanessero assoluti degli arretrati delle contribuzioni ordinarie anteriori al 1806: si stabilì poscia la fondiaria pel 1808 fissandola a 7 milioni di Ducati come pel 1807 e si diede il metodo per la riscossione delle contribuzioni indirette: si disse che il Libro del debito pubblico fosse destinato a ricevere le iscrizioni di tutt'i creditori dello Stato e dei pensionisti (). Con particolare disposizione venne abolita l’antica carta bollata, e si stabilì il bollo graduale per le patenti, brevetti, diplomi e licenze; disponendosi la riunione dell’amministrazione del diritto di bollo con quella dei dema ni; s’indicarono pure le cani e le scritture che soggette dovevano essere al bollo, ed il prezzo del bollo secondo la diversa dimensione della carta bollata; si distinsero pure in quella legge le ammende, le multe e le pene per i contravventori o frodatori della carta bollata ().

In questo anno medesimo venne soppresso il già Ministero di Casa Reale, organizzandosi il nuovo in altro modo: fu pure destinata un amministrazione provvisoria dei siti reali, abolendo gl’Intendenti delle reali delizie; e s’istituirono le cariche di Gran Maresciallo del Palazzo, di Grand Elemosiniere di Corte e di Direttore del Real Museo. Si stabilì in Napoli un Real Giardino botanico. Si dispose la costruzione di quattro mercati per la vendita del commestibile, e si formò un Consiglio di lavori pubblici ().

Il Reale Istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali, pure in quell'anno venne creato: esso fu composto come al presente di 40 soci ordinarionorari e corrispondenti (a). Nel 12 Gennaio fu disposto di coniarsi ogni specie di moneta nel modo ch'erasi insino allora praticato; quantunque questa legge fosse ampia ed avesse pieno vigore, pure una quantità non rilevante se ne formò, e solo di argento venne coniata tra il 1807 cd il 1808 delle specie di carlini dodici e di carlini sei. Hanno esse nel diritto l’effigie di Giuseppe Bonaparte con le parole abbreviate JOSEPH. NAPOL. D. G. UTR. SIGIL. REX. cioè Giuseppe Napoleone per la grazia di Dio Re delle due Sicilie; e nel rovescio le armi che eransi adottate, con la leggenda PRINC. GALLIC. MAGN. ELECT. IMP. cioè Principe di Francia e Grande Elettore dell’Impero.

e da numero indeterminato di

(a) Nel 1816 il Re Ferdinando, ricuperando i dominii continentali, sanziono questa corporazione di dotti una con gli statuti che la riguardavano. Nel 1821 essendo stata soppressa la Giunta di Arti e Manifatture, ne furono date le attribuzioni al Reale Istituto con i nuovi statuti. Da quell’epoca l’Istituto continuo ad occuparsi del progresso delle scienze naturali, e divenne consultivo del Real Governo in materia di privative, e di altri incoraggimenti chiesti per qualunque siasi escogitazioni: l’Istituto è pure quello che sostiene la biennale solenne esposizione de prodotti della industria. Le società economiche del Regno hanno continuata corrispondenza con l’Istituto, che anzi sono dallo stesso dipendenti: dovendo in ogni mese inviargli i processi verbali delle loro adunanze. Esse sono chiamate benanche a favorire il progresso delle industrie, dell’agricoltura e della pastorizia in ciascuna Provincia.



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CAPITOLO VII

Le truppe francesi sono ripartite nei nuovi accantonamenti come ricevute; caso avvenuto nel villaggio li Parenti; ciò che si fa dai dominatori per impossessarsi dei forti di Reggio e di Scilla. — Dettaglio delle operazioni fatte colà dalle due opposte parti; i francesi acquistano Reggio indi Scilla, quindi restano padroni di quasi tutto il Regno; il Generale Mathieu sostituisce Reynier chiamato ad altre funzioni — S’istituisce l’ordine delle due Sicilie; sì proibisce l’introduzione delle manifatture di cottone; si forma una Camera di commercio ed il Codice di Commercio francese viene nel Regno stabilito; nuova Strada da Napoli a Sorrento; si acquistano dal Governo i terreni che coprivano Pompei; si organizza l’Accademia Pontaniana — Litigi tra la SS. e l’Imperatore Napoleone; si tenta far passare Pio VII iu Palermo, esso non vi aderisce — Macchina incendiaria scoppiata sotto il Palazzo di Saliceti, conseguenze, ciò che allora se ne disse, quanto in seguito si è conosciuto — La Corte di Sicilia sottoscrive nuova convenzione coll'Inghilterra, riordina le sue truppe, forma un corpo di volontari siciliani atti al bisogno di guerra; dichiara non volere pregiudicarsi per la cessione fatta da Carlo IV. a Napoleone, manda il Principe Leopoldo a Gibilterra in appoggio di tale dichiarazione— Giuseppe è chiamato dal fratello a reggere il trono di Spagna parte da Napoli; governo di costui — Vari napolitani seguono Giuseppe; costituzione fatta a Bajonna per ordine di Napoleone pel Regio di Napoli — Promozioni e movimenti avvenuti per ordine di Giuseppe nel primo semestre del 1808.

Dopo la presa di Cotrone furono le truppe napoleoniche ripartite nei nuovi accantonamenti, quantunque gl’insorti non ve le lasciassero mai un momento in riposo. Non era appena sottoposto un villaggio, che Bisognava marciare contro d’un altro, e guai a quei distaccamenti o drappelli, che recandosi da un luogo all’altro, ingannati da una soverchia fiducia, non prendevano, durante il loro viaggio, e nel tempo della loro permanenza in un sito, le più severe e scrupolose precauzioni onde premunirsi dalle sorprese, la punizione della loro negligenza, giungeva tosto sopra di essi. Senza ragguagliare una folla d’azioni parziali di questo genere, mi limiterò ad accennare un solo fatto: una compagnia di volteggiatori del 29.mo Reggimento di linea francese, delusa dalla quiete colla quale era stata accolla nel villaggio detto li Parenti, tralascio di prendere quelle cautele a cui ammaestralo aveva colai guerra; mentre le armi formate a fascio sulla piazza non erano custodite, che da una piccola guardia, e che il rimanente della truppa trovavasi per le bettole e per le case; piombò in pieno giorno una buona mano di giovani e sulla guardia e sui fasci d’arme; disarmata ed uccisa la prima, ed impadronitisi dei fucili, massacrati restarono tutt'i volteggiatori, meno 15, che malconci e feriti per la maggior parte, appena riuscirono a potersi salvare in mezzo a mille pericoli. L’incendio dei villaggi; od altri, atti di rigore, lungi dallo spaventare, sembrava che non facessero se non raddoppiare l'audacia ed il furore dei calabresi.

Mentre tutt’i fogli periodici francesi e napolitani andavano vantando altamente la profonda pace, la tranquillità ed il buon’ordine di quelle regioni estreme d’Italia, non che l’attaccamento di quei popoli al nuov’ordine di cose, noi abbiamo visto ciò che tuttora vi accadeva. Mancato però da qualche tempo ogni punto d’appoggio a quelle popolazioni per la caduta delle Piazze di sostegno, era un’enorme contraddizione, od almeno una gran confessione di debolezza quella di vedere i forti di Reggio e di Scilla ancora in potere dei contrari. Napoleone che comprendeva da ciò il discredito che si arrecava alle sue truppe, aveva più volte reiterato gli ordini per acquistarli; ma era stato a Giuseppe fino allora impossibile l'adempiere una tale ingiunzione. Conveniva però adoperarvisi adesso, e prima che giungesse la stagione favorevole per gli sbarchi, se non volevasi correre dei maggiori rischi. Per rendere facile l'impresa si era fatt’aprire una spaziosa strada da Lagonegro al Campo della Corona al di sopra di Seminara pel trasporto delle artiglierie e delle munizioni, poiché anteriormente a questa epoca non eravi da Lagonegro a Reggio veruna strada carreggiabile. Non ostante tale grande e costosa impresa, per accelerare l'arrivo degli arredi necessari all'assedio dei sopraddetti due Forti, furono in contemporaneo tempo eseguite delle spedizioni per la via di mare fino al Pizzo. Siccome era però importantissimo che il Corpo del Generale Reynier fosse, durante la sua operazione, efficacemente sostenuto e scalinato da altre truppe, due Reggimenti napolitani recentemente organizzati, per occupare i posti di Monteleone, Nicastro, e Cosenza, come precedentemente nel 1806 aveva fatto, mandandoli prima a Salerno e poscia a Lagonegro. Queste forze vennero incaricate di mantenere libere ed aperte le comunicazioni dell'armata di Reynier colla Capitale.

Simile precauzione diveniva tanto più urgente, in quanto che si diceva, trovarsi un corpo di 10 mila anglo siculi riuniti tra Melazzo Messina e sue vicinanze, per minacciare da un momento all’altro, imbarcandosi, di correre a contrariare le operazioni degli assedi, sia sbarcando delle nuove truppe nelle Piazze di cui volevano i francesi impadronirsi, sia venendo a collocarsi alle spalle del corpo assediarne. Il Re Giuseppe medesimo raccolte quante truppe trovò disponibili, ne formò un terzo scalino sotto il comando suo, per invigilare alle coste di Policastro e di Salerno.

Il 13 Dicembre le schiere di Reynier avanzarono verso Scilla, e si stabilirono sulle alture, che dominano questa Piazza, la quale fu ben presto investita. Niuna cosa avevano gl’inglesi trascuralo per fortificare il Castello di Scilla: situato sopra la sommità di una rocca che stende le sue falde nel mare; sedici cannoni di grosso calibro, e trecento uomini di guarnigione componevano la sua difesa: la città bassa era barricata e difesa anche da 300 terrazzani. Una scala intagliata nel vivo masso, e non veduta da verun punto della costa, facilitava i soccorsi e la ritirata del presidio per la via del mare. Nei primi giorni dell’assedio, non avvennero combattimenti importanti, ma semplici scaramuccie fra i volteggiatori francesi ed alcune bande che vagavano per quei contorni.

Nuove difficoltà si presentarono pel trasporto delle artiglierie da Seminara ad Aspromonte. Non solo avrebbe fatto d’uopo appianare il terreno, ma si credè per un momento questa operazione impossibile, stante la rapidità e la larghezza dei torrenti, ch'era indispensabile di traversare, e che precipitosi discendono dai gioghi di Aspromonte. Il Colonnello degl’ingegnieri italiani Francesco Costanzo nato Catanese, propose di risalire l'Aspromonte in modo di non traversare i torrenti che alla loro sorgente, ed in conseguenza ov’erano essi guadabili. La mancanza di accordo fra i comandanti napoli-siculi ed inglesi permise che tai lavori acquistassero il loro termine senza inciampo nel corso d’un mese. Non si condussero in egual modo le bande calabresi, le quali per quanto poco numerose fossero, li contrariarono, li ritardarono e bagnarono di non poco sangue nemico quella estrema punta dell’Italia.

Circolavano intanto le truppe francesi nelle Calabrie per mantenere libera la comunicazione fra la Capitale e Reynier, ma la conquista dei Forti su mentovati, conveniva effettuirla al più presto, cioè innanzi che i 10 mila uomini disponibili in Sicilia, profittando del primo buon vento, avessero potuto impedirla. Operazione eseguibile, qualora sbarcati gl’inglesi a Scilla od a Reggio si fossero opposti di fronte a Reynier, ovvero approdati alle marine dei golfi di S. Eufemia, Policastro o Salerno avessero intercisa la linea di comunicazione del Generale francese. Era per impedire l’effetto di tali combinazioni, che stavano, come già avvertimmo 4 mila uomini sotto il comando del Generale Soligny, fra Catanzaro e Nicastro nella Calabria citeriore, e lo stesso Giuseppe con altre truppe a Persano. Invigilava il primo, mentre serviva di riserva a Reynier sul golfo di S. Eufemia, ed il secondo vegliava sui golfi di Policastro e di Salerno. Già le artiglierie e le munizioni imbarcate a Napoli e sbarcate al Pizzo, malgrado le crociere anglo-sicule, avevano superato, mercé lo zelo del Costanzo i difficili gioghi dell’Aspromonte; già erano esse giunte allo sbocco del piano, e fino dal 10 Decembre del decorso anno, erano cominciati i lavori opportuni per proseguire ad avanzarsi. Estendevansi tali lavori dal Piano della Corona fino verso S. Eufemia. Si opposero validamente i contrari ai loro progressi, sia colle armi, sia colle abbarrate, sia col taglio delle strade. I franco italiani proteggendo collo stesso fervore la propria impresa, pugnarono più e più volte e con gl’inglesi e con i siciliani e con gl’insorti calabresi, accampando bene spesso gli uni e gli altri, dopo tenaci fazioni, in mezzo alle nevi. Finalmente il 18 Gennaro la strada fu condotta fino ad Amelia; scacciati; non senza gagliarda resistenza, i pochi difensori siciliani dal bivio che conduce a Scilla ed a Reggio, vennero postati diversi cannoni da 12; da 16 e da 24 nella stess’Amelia.

LXXIV. Volendosi cominciare le operazioni della presa di Reggio, fu continuata la strada fino a Campo. Il Generale di brigata svizzero Cavaignac ebbe incarico di espugnare Reggio, mentre si proseguirebbe la strada alla volta di Scilla. Nella notte del 26 al 27 Gennaro un corpo di 600 inglesi sbarco a Cannatello ed a Villa S. Giovanni ed assali quei posti: ivi trovatosi il Generale Reynier stacco una compagnia di volteggiatori e circa 200 cacciatori napolitani al loro incontro; questa forza con cui si trovava il Capitano Livron aggiunto allo Stato maggiore, piombò sul nemico, lo pose in rotta e lo inseguì uno al mare.

Ai 30 Gennaro la truppa franco—napolitana inviata contro Reggio, costretta a percorrere il littorale, trovossi talmente esposta e danneggiata dal fuoco di quattro scialuppe cannoniere nemiche, che dal piccolo seno di Pentimele battevano la spiaggia di Pimpinella, che le fu forza arrestarsi. Reynier fatti porre in batteria tutt’i suoi cannoni da 12, rispose a scaglia contro di loro. Questi tiri furono così ben diretti, che persistendo le scialuppe a combattere nel loro ancoraggio, perderono la maggior parte della ciurma, né seppero più muoversi dal posto occupato. Simile costante immobilità, la lentezza e la quasi cessazione del loro fuoco, fecero arditi diversi granatieri e volteggiatori napolitani e francesi a gittarsi a nuoto per accostatisi ed abbordarle; arrivati questi audaci alle barche, vi si slanciarono, e penetrandovi senza ostacolo, non trovarono che dei morti, dei moribondi o dei feriti, che fu loro agevolissimo di far tosto arrendere. Le scialuppe rimurchiate alla costa, vennero dal Generale rimunerati coloro che le catturarono.

Al rumore di questo attacco uscì da Messina un brick inglese armato di 14 caronade da 34 per soccorrere le cannoniere. Egli non cessò tutta la notte dal far fuoco; ma trascinato dalla corrente e da un vento fresco contro la costa, vi si arrenò. Dei volontari di tutt’i corpi accorsi alla spiaggia, fecero un così nutrito fucilamento, contro i marinari nemici, discesi per dissarenare il Brick e contro il Brick medesimo, che furono gl’inglesi costretti non solo a risalire sul bastimento, ma ad abbandonare le manovre sul cassero e chiudere perfino i boccaporti per ripararsi dalle palle. Invano tentarono essi calare le lancie per salvarsi, mentre quanti si presentarono tanti furono infallibilmente uccisi. Il capitano del Brick nominato Glaston, non vide allora altro partito da eleggere, che quello di arrendersi a discrezione, dopo aver perduti 19 uomini. I prigionieri ascesero a 5 uffiziali e 61 soldati.

Il 1. Febbraro una trentina di barche cariche di sette in ottocento uomini di truppe da sbarco, uscirono dal porto di Messina collo scopo di riprendere il Brick rimasto arrenato sulla costa. Il Generale Reynier ordinato che vi si apponesse il fuoco, una sola barca siciliana osò appressarvisi per impedire quella operazione; colpiti però i suoi marinari da una tempesta di palle, si videro astretti a rinunziare alla loro impresa: rimaste le dette barche qualche tempo in vista di Reggio, retrocessero finalmente a Messina.

Guarniva il Forte di Reggio un presidio di circa 800 uomini; avevano essi fortificata la città, barricate le strade, praticato delle ferritoie nelle case esterne, restaurato il castello e ridotto finalmente quel luogo come un vasto posto militare; ma troppo poco numerose quelle genti per poter tutto custodire, eransi concentrati intorno al Castello innalzando dei trinceramenti circolari e lungo le strade per difendere gli approcci di quel Forte. Il 30 gennaro avendo Reynier trovato l’adito aperto a penetrare in città, fece avanzare le sue artiglierie, per battere tutti quei tumultuari ripari esterni. Erano questi difesi da 300 paesani calabresi, i quali dopo lungo contrasto, respinti verso il mare, vi furono raccolti dalle barche siciliane che frattanto si erano appressate alla costa. Il giorno medesimo le artiglierie dei francesi cominciarono il fuoco contro il Castello, al quale risposero i difensori con. i soli g cannoni che avevano, questi per la più parte smontati, nella notte del 2 Febbraro spedirono gli assediati un parlamentario per trattare della resa. La consegna però si protrasse fino al giorno 7 ed allora uscirono dal forte 700 uomini e 67 uffiziali, in capo ai quali v’era il bravo Colonnello Sandier, perché il Nunziante essendo stato promosso Brigadiere, aveva ricevuto richiamo in Sicilia ed era stato messo in Melazzo a comandare le forze siciliane sottoposte al Generalissimo inglese Bentick. Deposte le armi furono condotti alle navi siciliane coloro che dovevano ritirarsi in Sicilia, gli altri, quasi tutti napolitani, vennero inviati nella Capitale.

Terminata frattanto dal Colonnello Costanzo la strada di Scilla, e retrocesso Reynier a quella volta il 4 Febbraro si cominciò la prima batteria; gl’inglesi (poiché erano dessi i soli difensori di Scilla) furono sloggiati dalla posizione dei Cappuccini. Gli uffiziali ingegnieri britanni, com’esponemmo, nulla avevano trascurato per aumentare le fortificazioni di quel Castello, già per se stesso fortissimo: i 500 terrazzani, tenuti a guardia della città bassa, assaliti nel mattino degli 8 Febbraro dalla brigata del Generale Abbè si difesero con un coraggio ed una ostinazione meravigliosa: quantunque non fossero mai sussidiali dagl’inglesi, meno che con l’artiglieria del Castello, pure resero assai costoso e micidiale al 23.° Reggimento di linea, ed al 7.° leggiero francese l’acquisto della città. Quando per la perdita e pel soverchio numero dei nemici dovettero cedere, si ritirarono al mare, e s’imbarcarono, senz’altri ostacoli, su di alcuni bastimenti siciliani. Il dì 11 Febbraro 12 pezzi di artiglieria cominciarono a battere il Forte: il dì seguente parecchi cannoni del Castello furono smontati, e spuntato il parapetto; il 15 si piantarono le batterie di breccia. Abbenché il cattivo tempo non permettesse agli anglo siculi di lasciare il Faro e soccorrere Scilla, pure alcune cannoniere e bombardiere inglesi e siciliane riuscirono, malgrado il fuoco delle batterie franco italiane ad appressarsi ai piedi della ridetta scala ed a caricare parecchi feriti. Il Generale Reynier diresse allora una batteria verso il punto dell'imbarco; ma per quanto si adoperassero gl'ingegnieri a cercare il piè del Forte onde scorgere la scala di ritirata, non fu loro mai possibile discoprirla, tanto era d’essa arteficiosamente costruita. Il 17 si presentarono 50 bastimenti per ricevere la guarnigione, la quale temendo rimanere prigioniera, stante la praticabilità della breccia, s9 imbarco durante la notte, abbandonando il Castello. Questo imbarco, per quanto cheto e notturno, non potè farsi senza che le batterie dei franco napolitani vi cagionassero un grave danno.

La presa di Scilla, può dirsi che terminasse la guerra delle Calabrie; epperò il Regno di Napoli fu tutto in potere dei nuovi dominatori, se si eccettui l'isola di Capri tenuta ancora da Hudson Lowe, e le isole di Ponza e Ventotene non mai disputale al Principe di Canosa e se si eccettuino alcuni moti parziali scoppiati di tratto in tratto nelle diverse provincie, e soffocati ed estinti dalle medesime guardie civiche o provinciali, i quali li vedremo ripullulare con maggiore furore sul cadere di questo anno, e finalmente quasicché estinguersi precipuamente per opera delle tiranniche esecuzioni del sanguinario Generale Carlo Antonio Conte Manhés.

Poco tempo dopo la presa di Scilla essendo stato chiamato Reynier ad altre funzioni, lo sostituì nel comando di quell’armata il Generale Maurizio Mathieu, il quale fu nel mese di Marzo incaricato riunire le sue truppe lungo la costa in faccia a Messina, e raccogliere tutte le barche del paese circonvicino, onde minacciare uno sbarco in Sicilia. Del ragguaglio di questa operazione a suo tempo ne terremo discorso.

LXXV. Stando in tal modo le faccende militari, Giuseppe per eccitare e mantenere l’emulazione, e compensare in egual tempo i servigi resi da coloro che avevano con esso cooperato, secondo egli esprimevasi, alla rigenerazione della patria, volle istituire un Ordine Reale denominato delle due Sicilie del quale si dichiarò Gran Maestro. Per la qual cosa, con decreto del 27 Febbraro fu disposto che vi fossero per dett’ordine 300 Cavalieri, 100 Commendatori, e 50 Dignitari; e si assegnasse ad esso una dote di 100000 ducati di rendita in beni fondi, dai beni degli ordini di Malta e Costantiniano, per cui ogni Cavaliere dovesse ricevere un annua pensione di cinquanta ducati. Di quest’ordine furono decorati parecchi nostri concittadini. La decorazione consisteva in una stella d’oro a cinque punte smallata color rubino, sormontata da un’aquila d’oro pendente da un nastro colore azzurro chiaro. La stella in una delle facce aveva l’arme di Napoli (a) colla iscrizione renovata Patria;

(a) Il Cavallo sfrenato non è stato mai l’emblema del Regno di Napoli; egli è simbolo proprio e particolare della città di Napoli dai tempi della più remota antichità. Pausania ci attesta che sotto questo simbolo additavano gli antichi greci il Dio Nettuno, cui i napolitani avevano eretto un magnifico tempio, ed innanzi ad esso avevano piantato il Cavallo, che dinota, sotto tal forma simbolica, l’incostanza e la mobilità delle acque, alle quali attribuivano gli antichi lo scuotimento della terra, e da queste sterminatrici azioni della natura, lo nominarono il Dio Enosigeo, ossia il Dio scuotitore. Per salvarsi da tali disastri lo adottarono sotto la l'orma dello sfrenato cavallo, come tutelare dei fondamenti e delle mura della città, giusta quel che si legge in Virgilio nel 2 dell’Eneide. Questo animale dunque fu il simbolo della religione dei napolitani.

Vedevasi il cavallo colossale di bronzo sopra d’un piedistallo situato nella piazza del Tempio sacro al Dio Nettuno, ove oggi è la porta minore della Cattedrale di Napoli, nel sito appunto dove fu eretto a spese del pubblico, dopo l'eruzione Vesuviana del 1631, l'attuale obelisco in onore di S. Gennaro, opera del celebre, architetto Cavaliere Fansaga.

A questo sfrenato cavallo il Re Corrado di Svevia, verso l’anno 1251, fece adattare il freno, facendovi gittare sul collo le redini, della stessa materia di bronzo co’ risaputi versi: Hac tenue effraenis Domini nunc paret habenis. Rex domat hunc equum. Parthenopensis equus. Ciò fu eseguita sulla sciocca credenza di questo Re, che fosse quel cavallo simbolo di un popolo che non voleva conoscere alcun freno. Oh ignoranza di quei tempi! Videsi tale antico cavallo tutto intero nella piazza dell'Arcivescovado sino al 1322, da cui venne tolto e disfatto dalla volgare superstizione di quell’epoca. Del corpo furono fatte le campane della Cattedrale, e la testa col collo fu custodita, e dopo alquanti anni si ottenne a stenti da Diomede Carafa per conservarla ai posteri. Oggi vedesi situata in una delle sale terrene del museo Borbonico, ed una copia in gesso nel cortile del Palazzo del Ministro dello Interno Cavaliere A Angelo, altra volta casa del Duca di Colobrano.


e nell’altra faccia le armi di Sicilia (a) col molto Joseph Napoleo Siciliarium Rex instituit. L’ordine ebbe un gran Cancelliere ed un gran Tesoriere, e questi vennero scelti fra i dignitari. Il primo conservava gli statuti ed i sigilli dell’Ordine, contrassegnava e spediva i brevetti di nomina, riceveva le domande e spediva gli avvisi pella convocazione dei capitoli generali che si ordinava dal Gran Maestro nel gran consiglio, le di cui determinazioni spediva dopo averne preso registro.

Il secondo era l’amministratore generale dei beni dell’ordine. Tanto il primo, che il secondo ricevevano per ciascuno un trattamento di annui ducati 400.

Si componeva il gran Consiglio dell’ordine oltre del gran Cancelliere e del gran Tesoriere di due dignitari, i quali godevano annui ducati 3000, ed era presieduto dal Re qual Gran Maestro ()

(a) L’emblema è un volto umano con tre gambe distese: essa è di argento in campo d’oro. Esprime la figura dell’Isola ch ebbe anche il nome di Trinacria e Triquetra a cagione dei suoi tre promontori Pelero, o Faro, Pachino o Passero, Lilibeo o Boco da’ quali prendevano nome le tre parli in cui era prima divisa, cioè Valle di Demone, Valle di Mazzara e Valle di Noto. Oggi la Sicilia, nome datole da siculi, popoli della Liguria che vi stanziarono, dopo aver superalo i Sicani, è divisa in sette provincie, le quali prendono il nome delle Capitali. Esse sono. Palermo, Trapani, Girgenti, Caltanissetta, Noto, Catania, Messina.

Del resto Giuseppe continuando a stabilire nel Regno di Napoli le istituzioni francese, con decreto del 9 Gennaro, vieto l’introduzione di ogni manifattura di coltone, eccetto quelle provvenienti dalla Francia e dal Regno italico () indi seguitando a guardare le cose commerciali, istituì, con legge del 10 Marzo, una Camera di Commercio, ed indi a poco il Codice di Commercio di Francia venne adottato come legge del Regno; () stabilendosi pure gli usi nella piazza di Napoli per le lettere di cambio (). Ordinossi anche nel 18 di quel Gennaro medesimo, che si formasse una strada da Napoli a Sorrento, e si elevasse un monumento alla memoria del gran Torquato Tasso innanzi alla casa di lui in quella città dove nacque al valoroso Bernardo Tasso dalla Dama napolitana sua moglie Porzia Rossi; e nello articolo terzo di quel volere sovrano era prescritto, che vi si trasportassero i manoscritti originali di Torquato, esistenti nella Reale Biblioteca di Napoli. Per altra disposizione Sovrana del 4 Gennaro rallegraronsi oltremodo gli eruditi, perché il Governo acquisto i terreni che coprivano parte della distrutta città di Pompei, e assegno le rendite per proseguire con attività il discoprimento di quelle amiche rovine (). In questo anno medesimo si formò in Napoli l’Accademia Pontaniana (). Questa società di dotti si organizzo per un felice pensiero del Cavaliere D. Giuseppe De Cesare chiaro cultore delle lettere amene, specialmente nelle italiane versatissimo, il quale immagino di rinnovare col fatto la memoria della celebre antica Accademia nostra di tal nome. Questa nel tempo, e durante il reame dei nostri Re aragonesi fece alto onore al nostro Regno, sì per essere stata la prima Accademia a sorgere utile e gloriosa in Italia, sì per la chiarezza e dottrina di coloro che la composero i quali fin oggi ammirati vengono con giustizia tra i più illustri letterati di Europa non che d’Italia. Comunicatone però a vari altri amici letterati l'idea; unanime consenso ne ottenne; sicché fin dal primitivo divisamento del De Cesare prese quell’adunanza amichevole forma di Accademia. Fu tale l'esito felice di questa rinnovata istituzione, che tant’onora la nostra Capitale; che appena trascorso poco tempo, contava già 80 soci residenti tra più chiari letterati sì indigeni, che forestieri, oltre 20; non Residenti, 4 Corrispondenti, e 7 Onorari. L’amore delle lettere e delle scienze, e non l'ambizione furono la base su cui fu tale edilizio inalzato, e l’amicizia, non l'invidia ne fu il cemento; e non avendo mezzi come supplire alle spese, contribuirono i soci residenti una mensile prestazione di un ducato ciascuno. Ebbe fin dalla sua istituzione questa dotta adunanza due Presidenti uno Perpetuo, come anche perpetuo il Segretario, l'altro Annuale scelto tra i soci. Il Presidente Perpetuo fu sempre eletto dall’Accademia tra gli alti impiegati, onde in esso avere un Protettore un appoggio. Primo Presidente ne fu chiamato il Conte Giuseppe Zurlo Ministro allora; ma siccome appunto pel grave peso di sua carica eccelsa, non poteva accudire a lai sua presidenza puranche, così presiedé l’adunanza, e la diresse in sua vece il Presidente annuale, che sul primo anno fu giustamente e meritamente chiamato il prelodato Cavaliere De Cesare, e primo Segretario perpetuo ne fu il signor Giambattista De Rita, cui mancato ai vivi successe il signor Vincenzo De Muro di egregia ricordanza, al quale per la stessa cagione m surrogato il celebre Pietro di Napoli Signorelli; ed attualmente al costui decesso ne occupa degnissimamente la sede l’illustre sputatissimo Francesco Avellino autore di dottissime archeologiche e numismatiche elocubrazioni, e tra i molti altri importanti suoi incarichi Direttore del Real nostro Borbonico Museo. Al Conte Zurlo poi nella Presidenza Perpetua al ritorno dei nostri Sovrani successe il Marchese Tommasi Ministro di Grazia e Giustizia, e degli affari Ecclesiastici, e dalla sua morte viene la Presidenza attualmente occupata da S. E. il signor Marchese di Pietracatella Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio dei Ministri. A questi tre eccellentissimi personaggi molto, e ben molto deve la Pontaniana Accademia. Al primo per averne garantita e promossa l'istituzione novella; al secondo per averla consolidata e protetta; al terzo per Io splendore, che gliene riflette dalle non poche scientifiche e letterarie applaudite sue produzioni (a).

LXXVI. Fisso Napoleone nel concepito proposto d’indurre in qualunque modo il Papa ad entrare nel sistema federativo del grande Impero, fece crescere le vessazioni sempre più, per ottenere con la violenza ciò che fino a quel momento non aveva potuto con i negoziati. Come tra questi litigi il Regno di Napoli in molte volle è nominato, così è d’uopo esporre i fatti che in quell’epoca e da quella circostanza nacquero, per chiarire sempre più l’istoria napolitana, e quanto dalla Corte di Sicilia per tal riguardo si oprò.

(a) Ho voluto nominare questi pochi illustri soggetti a fine di dare coi chiarissimi loro nomi un idea adequata di quali insigni uomini una tale Accademia fin dal primo risorgere si compose, onde non sia maraviglia se prospera e fiorente per l’Italia, e per l’estero la sua fama fin dalla primitiva sua aurora si estese. Duro in tal guisa questa società letteraria fino alÙ anno 1815 allorché restituito dalle vicende politiche a questo suo trono Ferdinando 1F, di sempre veneranda memoria, compiaciutosi di aver trovata nei suoi Stati una letteraria e scientifica istituzione di più, attissima a coltivare ed a propagare tra il suo popolo il sapere e la dottrina d’ogni maniera, giacche questo è dell’Accademia lo scopo; non solo si doli annui ducati seicento, onde far fronte ai bisogni. Volle eziandio, che un’altra Accademia intitolata Sebelia che coltivava tra i giovani specialmente la poesia, alla Pontaniana si riunisse; e ciò non tanto, perché in questa ogni ramo letterario vi fosse innestato allo scientifico, quanto perché i giovani di ben alte speranze siccome quegli erano, vieppiù capaci si rendessero a trar profitto da un esempio immediato e domestico, onde alle più sode cognizioni farsi strada ancor essi, e raggiungere la medesima meta con egual gloria e splendore. Ebbe pertanto l'Accademia varie residenze in vari soppressi Monisteri durante il corso della militare occupazione, finché da ultimo l’attuale Governo gli assegno quella, che ancor chiamasi, e fu la Scuola di S. Tommaso d'Aquino nel Convento di S. Domenico Maggiore dei Padri Domenicani, ove in oggi residendo celebra le sue periodiche tornate. Di questa scientifica Società tanto mio padre, che io abbiamo l’onore di far parte, mio padre qual Socio Residente, io qual Corrispondente per effetto della somma umanità di un tanto illustre Collegio.

Dissimulando Buonaparte l’ultima risposta negativa alle sue richieste avuta da Roma nel precedente anno, ai 9 di Gennaro fece comunicare dal suo Ministro degli affari esteri al Cardinale Caprara sei articoli nei quali in sostanza chiedeva «Si accomodassero agli affari relativamente agl’inglesi nei modi espressi nelle diverse note ministeriali. Gli si accordasse la noce mina di tanti Cardinali francesi quanti componessero la terza parte del sacro Colleggio. Il Papa somministrasse quattrocento mila franchi annui per la manutenzione delle Fortezze e del Porto di Ancona. Riconoscesse Giuseppe in Re di Napoli e tutti gli altri Sovrani e Principi da esso creati. Facesse arrestare cento briganti napolitani domiciliati nello Stato romano e continuamente insidianti ai francesi ed allontanasse da Roma il Console e le altre persone ragguardevoli dipendenti dal Re Ferdinando di Sicilia.» ()


Attualmente in questo anno 1845 in cui ne scrivo il Presidente Annuale n’è il celebratissimo Cavaliere Tenore professore egregio di botanica nella Reale Università di Napoli, soggetto ben cognito in tutta Europa e l’anno scorso lo fu il Cavaliere Luca rinomatissimo Geografo e Matematico, sotto la cui Residenza ebbi l’onore a esservi ascritto. Gli altri soci tutti risplendono non meno pei chiarissimi loro nomi, che per le dotte ed importanti loro opere.


Nel partecipare poi queste cose il Ministro Francese soggiunse al Legato «che se dentro lo spazio di cinque giorni, dell’arrivo in Roma del suo dispaccio, il Santo Padre non avesse dichiarato all’Ambasciatore di Francia la sua totale adesione, tutta la legazione francese sarebbe partita da Roma, ed avrebbe perduto non solo le Marche, ma anche il Perugino il quale si sarebbe unito alla Toscana, la metà della Campagna Romana per unirla al Regno di Napoli, e si sarebbe preso possesso del rimanente degli Stati Pontifici e messo presidio francese in Roma.»()

Il Santo Padre, inteso il parere dei Cardinali, fece rispondere ai 28 di Gennaro «Essere troppo generale la richiesta di accomodare gli affari relativamente agl’inglesi nei modi domandati nelle diverse noti. Essere bensì pronta a chiudere i suoi porti agl’inglesi durante la guerra attuale. Colla condizione poi di una universale conciliazione, si sarebbero fatto tacere in quella occasione i dritti della Sovranità temporale della Santa Sede, e si sarebbe riconosciuto Giuseppe in Sovrano di quel Regno che possedeva. Non potere però in alcun modo aderire all’altra domanda di scacciare da Roma il Console e le persone cospicue dipendenti dal Re Ferdinando IV, poiché non trova vasi in guerra con quel Principe, che possedeva ancora il Regno di Sicilia, ed era cattolico; e per conseguenza non gli era lecito di commettere contro di lui alcun atto ostile. Rigettare la richiesta della nomina di tanti Cardinali francesi, che uguagliassero il terzo del Sacro Collegio. Una tal cosa inaudita ed irregolare sovvertirebbe totalmente il sistema libero ed indipendente della Chiesa. In quanto alle altre petizioni essere disposto ad annuire in quei termini ed in quella misura che non gli era vietato dai doveri dei suo ministero. Intanto s’indicassero quali fossero i briganti napolitani rifugiati nello Stato Pontificio, poiché essi non erano a conoscenza del Governo romano.»()

L’ambasciatore francese non fu soddisfatto di questa risposta e nel giorno 29 di quel medesimo mese prevenne che si sarebbe eseguito l'ordine dei suo Imperatore. Di fatti sei mila uomini partiti precedentemente da Ancona e da Firenze sotto gli ordini del Generale Miollis erano di già arrivati a Terni. Annunziava questo Comandante, con bene inutile stratagemma «di attraversare Io Stato Pontificio per recarsi a Terracina dove avrebbe ricevuto nuovi ordini dal Re di Napoli.» Ma nella mattina del 2 Febbraro entrò in Roma, e l’occupò militarmente, facendosi anche consegnare con minaccie il Castello Sant’Angelo. Il Papa continuo frattanto ad esercitare le sue funzioni tanto pel governo della Chiesa, che dello Stato, ma non uscì più dal Palazzo del Quirinale in cui allora, risedeva, facendo conoscere al Signor Alquier ed al Generale Miollis, che egli si considererebbe come prigioniero finché le truppe fossero in Roma, e che nessun negoziato era più possibile in questa circostanza.

Aumentate vieppiù le angustie del Santo Padre per l'occupazione militare di Roma, tento Napoleone, se poteva in fine trarlo al sistema del grand’impero, ma sempre indarno. Quindi l’Ambasciatore Alquier sul terminare di Febbraro parli da Roma apparentemente, per temporaneo congedo, e lasciò il signor Lejebvre suo Segretario d’Ambasciata, come incaricato di affari, il quale nelle sue relazioni colla Corte romana, mostrò la maggiore gentilezza, i maggiori riguardi e tutto il più vivo desiderio di riuscire nel conciliare le cose che potevansi da lui sperare: ma non andò guari che dovette anch’esso abbandonare Roma, ove il Generale Miollis rimase solo padrone della Polizia del paese.

Fra tanti sconcerti avvenuti in quella Capitale, ed il timore di altri maggiori, il Cardinale Gabrielli allorché era Prosegretario di Staio, aveva concepito il disegno, di far passare il Papa in Sicilia. Comunicata la cosa alla Corte di Palermo questa l’approvo con contento; ed avendone il Gabrielli anche il gradimento ed il concorso dell'Inghilterra, ne affido l'esecuzione, di cornuti consenso col Gabinetto palermitano, al Padre Gaetanp Angelini procuratore generale della Compagnia di Gesù dimorante in Palermo. Costui per tal effetto s’imbarco sur una fregala inglese ed accostassi alla spiaggia romana presso Ostia, spedì segretamente a Roma un frate francescano palermitano che chiamavasi Procida ed un certo Capocetti (romano, altra volta al servizio di Napoli) coll’istruzione di avvisare «essere il tutto pronto pel tragitto del Papa in Sicilia, e la Fregala a ciò destinata avrebbe atteso tre giorni presso Ostia.» Essendo frattanto stati portati via da Roma vari Cardinali e prelati come Cavalchini, Arezzo, Gabrielli ed altri, così il Procida eseguì la commissione presso del Cardinale Pacca surrogato al Gabrielli, ma come questo nulla sapeva del disegno del suo predecessore, poco vi credette, anzi sospetto anche vi fosse qualche trama francese; e senza rispondere nulla di preciso, disse che si fosse presentato altra volta. Riferito il tutto a Pio VII, questi l’informo del disegno concepito dal Gabrielli, ma soggiunse «non essere mai stata sua intenzione l’aderirvi». Ritornato cosi l'Angelini a Palermo senza ottenere l’intento un certa Panni, già insorgente marcheggiano, ed in Sicilia rifuggiato col grado di Colonnello, informalo della cosa, vantossi che sarebbe a lui riuscita l’impresa. Sbarco di fatti sul cadere di Settembre nella spiaggia romana, ma fu subito arrestato dai francesi, e come spia siciliana fucilato.

LXXVII. Risuonò per l’Europa la fama di quell’orribile macchina, che scoppiata all'improvviso nel corso di una notte sotto la casa abitata dal Ministro Saliceti, manco poco che noi seppellisse fra le rovine fumanti. Come la cosa andata sia, quali ne fossero le conseguenze, ciò che allora se ne disse o quanto in seguito si è conosciuto è l’oggetto del presente mio dire, il quale giungerà gradito per lo sviluppo in generale della storia napolitana, e per chiarire le opinioni e la fama di molt’individui che vennero in quel tempo come rivoluzionari rubrigati.

Nella sera del 30 Gennaro il Ministro di Polizia Saliceti essendo stato alla conversazione del Marchese del Gallo, rientro in casa sua, sita alla Riviera di Chiaia di proprietà del Marchese Maresca, ad un ora e mezzo all’incirca dopo la mezza notte. Smontato di vettura percorse la scala e l’intero appartamento, e giunto all’ultima stanza si svestì dei suoi abiti e delle sue scarpe, e nell’atto che stava per sonare un campanello onde avere una veste da camera, intese un fortissimo scoppio, e vide spalancarsi il balcone e tremare le mura laterali della. stanza. Il primo concepimento del Saliceti fu quello di un tremuoto, ma riflettendo nell’istante all’orribile fragore che lo aveva colpito, suppose qualche vicino sviluppo di materie vulcaniche. In questa idea, corse tal quale si trovava, ad aprire la porta del giardino, nel pensiero di raccogliere sua figlia ed il Luca di Lavello consorte di lei: si diresse quindi in un subito al piano superiore dov’essi abitavano, quando entrato in un corridoio, che conduceva ad una scala d’interna comunicazione, intese un puzzo vivissimo di polvere da sparo. Allora tutte le sue supposizioni si scambiarono, e temette che una esplosione criminosa avesse potuto far saltare porzione della casa, ciò non ostante seguito ad andare innanti, sperando trovare non cadute le stanze della figlia. Giunto sopra solo e nelle tenebre, si rivolse a dritta d’onde traspariva un lume. Trovati colà due domestici, sbalorditi per l’avvenuto, e consegnato quel lume ad uno di essi chiamato Cristoforo Culorio, gli ordinò di seguirlo inoltrandosi verso l’appartamento di detta figlia. Camin facendo il fetore della polvere aumento sensibilmente, sino a rendere penosa la respirazione, locchè fece sospettare al Ministro che l’esplosione fosse seguita da quel lato. Pervenuto nella seconda camera, gli manco sotto il pavimento e cadde di slancio abbasso unitamente col domestico, che lo accompagnava; per tal cosa si trovarono nel perfetto buio ed a poca distanza l’uno dall’altro, circondati di rottami; lagnavasi il Culorio avere le gambe rotte; Saliceti intesosi assai forte per sollevarsi, cerco aiutare quello, e quindi incominciò a chiamare ad alta voce il Maestro di casa per nome Cipriano Franceschi, che dopo pochi minuti accorse incamicia con un lume in mano. Uscito con gli aiuti di quest’ultimo da quelle rovine, si accorse il Ministro, che slava nel cortile, e che tutto il lato dell’abitazione dove dormiva la figlia era rovesciato: ad onta di tale trista apparenza, lusingandosi che forse non erasi ancora la figlia ritirata dalla casa del Principe di Torella, ove aveva costume intrattenersi la sera sino al tardi, volle uscire del dubbio io cui viveva, epperò non domandando a nessuno della cosa, nettampoco al domestico ch’era precipitato insiememente a lui, rimonto correndo fino al secondo piano seguito da Cipriano soltanto, e trovato l’altro domestico nel medesimo sito ove lo aveva precedentemente lasciato, lo interrogo se i suoi padroni erano rientrati, avendone per risposta che si erano già messi a letto, fu esso quasi certo della loro perdita; ma pure non disperando del tutto, scese di bel nuovo rapidissimamente nel cortile e mise ad esclamare che si cercasse la figlia: ai gridi continui di Carolina (tal era il nome della figlia) fatti dal Ministro e da Cipriano e da altre persone, usci una voce da dentro i rottami che diceva ripetute volte papà, e che si distinse benissimo essere quella della Duchessa di Lavello. IL suono di quella voce, servì di guida a Cipriano, che si rampico sulle rovine, ed aiutato da altri, tra i quali il Segretario di gabinetto del Ministro Signor Vittorio Montozon, ed il capo di divisione del Ministero della Guerra Signor Antonio Annè, e riuscì ad essi a disotterrare la Duchessa, la quale con la bocca ancora piena di terra pronuncio nel ravvisare il Padre le seguenti parole in francese: Quel bonheur! je revois encore mon pere. (Ah son pur felice, veggo ancora mio padre).

Rassicurato Saliceti della figlia, dimandò del genero Duca di Lavello, e seppe che nell’intervallo della seconda salita all’appartamento superiore, era stato condotto sulla piazza verso la Villa reale. Avuta questa notizia, si recò il padre e la figlia nella stanza del Guardaportone, ove dopo qualche minuto vi sopraggiunse il Lavello. Dopo aver soccorso e medicala la Duchessa, si accorse il Ministro di essere anch’esso ferito nel viso. Da quel luogo furono date le disposizioni onde il Commessario Generale di Polizia ed altre persone accorressero al mantenimento del buon ordine, e dassero tutti quei passi suggeriti dalla circostanza. Messo termine alle ricerche, vennesi a conoscenza, che il solo Luigi Grazia corriere del Ministro mancava tra i suoi familiari. Quindi Saliceti fu trasportato alle contigue case del Ministero della Guerra; e la figlia col consorte in quella del Principe di Torcila.

Le conseguenze ed i danni materiali di detta esplosione furono, che 18 camere della casa del Marchese Maresca, oltre i suppegni vennero rovesciate, e che l’edilizio vicino ove trovavasi stabilito il Ministero della Polizia e della Guerra soffri anche dei guasti sensibili.

Per quelli poi individuali, si ebbe il Ministro Saliceti ferito nella guancia sinistra con lacerazione; e contuso nel dorso, nei lombi, nell’antibraccio destro, nel piede destro; e nella gamba e piede sinistro moltissime contusioni accompagnate da lacerazioni e perdite di sostanze. Al signor D. Giuseppe Caracciolo Duca di Lavello una lacerazione cutanea in tutta l’estensione delle natiche e delle cosce, e lo stesso nella parte interna della gamba e piede sinistro, ed alla gamba istessa molte contusioni accompagnate da due ferite lacerate sotto il ginocchio. Alla signora Carolina Saliceti Duchessa i Lavello una fortissima contusione all'inguine destro, estesa per tutta la coscia corrispondente, accompagnata da gonfiore e spasimo; alla parte anteriore del ginocchio destro altra contusione con lacerazione; ed una contusione e lacerazione sul dorso del piede sinistro; di tutte le suddette ferite e contusioni fu stimala la prima soltanto pericolosa di aborto, poiché la detta Duchessa era gravida di quattro mesi, e per questa ragione pericolosa anche di vita. Al nominato Giovanni Ridolfi una contusione all’antibraccio destro e sull’articolazione dell’omero dello stesso braccio, A Cristofaro Culorio una frattura nella gamba destra e propriamente sopra i melleoli. Ed essendosi cavati molti rottami, si trovò il cadavere di un uomo di alta statura, abbigliato da corriere, che fu riconosciuto appartenere in vita a Luigi Grazia corriere del Ministro.

Proseguendo il cavamento della fabrica rovinata intrapreso sin dal momento che il Saliceti si allontano da quel luogo, furono rinvenuti nel con tenuto della terza camera a pian terreno nel Vico del Carminello a Chiaia i seguenti oggetti, che vennero giudicati criminosi, epperò suggellati e conservati per pezzi convintivi d’ingenere. Un grande ammasso di cordelle catramate, con pezzi anneriti di tela e di carta: altre innumerevoli cordelle catramale, ed altra carta anche annerita con segni di color di zolfo: sei involtini di carta con segno di bruciato e con traccie di nero è di color di zolfo; ciascuno degl’involtini con una ligatura di spago. Due lunghi bastoni di legno, varie pietre, ed alcuni pezzi di tavola anneriti e con macchia di color di zolfo, una stuoja bruciata a metà; dei pezzi di panno, e delle piante secche anche tinte e bruciate.

Per questo avvenuto la Polizia occupandosi della parte generica e prendendo indagini della pruova specifica, richiese un dettagliato rapporto sul successo dai Signori Generali di Divisione Campredon e Dedon e dal Brigadiere del Genio signor Parisi, non che un altro dagli architetti civili signore Antonio de Simone e Francesco Moresca: quindi si conobbe, come dai rapporti, che la forza che rovino la casa del Marchese Maresca era stata una esplosione, e non una cattiva costruzione delle volte. Indi fatti chiamare i signori Giuseppe Sangro, e Vincenzo FlautiSaverio Macri, Gaetano Maria La Pira, e Luigi Sementini professori di chimica; ed Antonio Lombardo ed Ignazio Serra maestri fuochisti, per interrogare su di oggetti appartenenti alle professioni ed arti rispettive; dichiararono essi, che tutt’i corpi a loro presentati conservavano i segni della combustione, e che la materia che li aveva prodotti era stata certamente, la polvere da sparo ossia da guerra.

ambi professori di matematica; i signori

LXXVIII. Non è da dire fino a qual punto Saliceti fosse irritalo e per lo corso pericolo, e per la riuscita di un progetto ch'egli capo della Polizia non aveva saputo scoprire. Pensi ora ciascuno se calda in lui fosse la brama di rinvenire i colpevoli, e mordace divenisse giornalmente il dispiacere di non averli ancora rinvenuti. Per queste circostanze Pietro Colletta di pronte ed alte parole, facile a cogliere i pensamenti d’altrui ed a fecondarli nel suo spirito, destro a trar vantaggio da ogni circostanza propria, vide i desideri del Ministro, e scaltramente lusingandolo gli venne mostrando come, e dove la mina aveva potuto, a parer suo, esser, formata ed accesa. Aveva avuto (diceva egli) e principio e movimento nella farmacia dei Viscardi, la quale era sgraziatamente presso la casa del Ministro. Questa opinione ei sostenne col suo usato ardimento contro il Generale Campredon, che esaminate le rovine per farne il richiesto rapporto, aveva trovata inconciliabile la posizione ai esse con l’ipotesi assunta: epperò quel Generale interrompendo il suo ragionamento disse al Colletta, Quand vous confondez la poudre avec la poussière, je ne peux raisonner avec vous, e preso commiato da Saliceti con tutt'i segni del disprezzo, di slancio uscì fuori dal luogo della discettazione. Pure sulle assertive del Colletta la Polizia fondo le sue indagini, e si principio un processo su dati falsi, che si rivestì con una certa apparenza di verità, il quale con le battiture coi digiuni, coi terrori notturni, e con tutti gli altri ingegni dell’inquisizione segreta si compì. Quel Colletta medesimo ch’erasi fatto incaricare delle requisizioni del Procuratore Regio, e quindi aveva date al processo le prime direzioni, ne giudicò siccome membro del Tribunale straordinario, annunziandosi essere della competenza di questo Tribunale la natura dell'avvenuto.

Per verità sedevano in quella riunione di Giudici alcuni uomini riputati per disposizioni miti ed umane, ma soverchiavano i feroci, e tra i feroci, ferocissimi era tenuto il Colletta. Quindi dal Tribunale straordinario sedente in Napoli, composto dei signori Sansone Presidente, Presti, Valeri, Marini, Martucci, Giudici civili, Tenente Colonnello Colletta, Tenente Colonnello Pedrinelli, Tenente Colonnello Lombardo Giudici militari, Agresti Procuratore Regio, e Marchesani Segretario, fu deciso, con sentenza del io Giugno, da porsi in esecuzione nel corso di 24 ore, che Domenico Viscardi farmacista, perché attaccato agl’interessi della passata dinastia e corrispondente con le nemiche isole, non che d’intelligenza, aiuto, favore, assistenza e cooperazione diretta con i contrari; convinto di avere odio privato contro la persona del Ministro, perché gli aveva fatto chiudere una delle porle del laboratorio chimico inferiore alla di lui abitazione, e servito efficacemente il progetto di rovinare la casa del Ministro, fosse condannalo a morte. Che Pietro Frullo sensale di bastimenti, perché reo di traffico colpevole cogli agenti del nemico, e di assistenza e diretta cooperazione nell’attentato commesso contro la persona e la famiglia del Ministro; e Francesco Jaselli negoziante, convinto di corrispondenza seguita e non interrotta col nemico, incaricato di somministrare dei soccorsi a delle persone riconosciute sospette, anche alla stessa pena soggiacessero; come pure Santo Valente giardiniere, Nicola Petrazzo cocchiere e Giovanni Schioppi falegname, il primo perché reo di tradita confidenza a danno del riposo pubblico, il secondo per essere complice nei delitti di Jaselli e di Valente coi quali trafficava abitualmente, ed il terzo perché colpevole di corrispondenza e di asilo scientemente accordato da un emissario del nemico: i quali tutti sei venissero sospesi alle forche nella gran piazza del Mercato ad esempio e spavento dei malvagi.

Che Francesco Viscardi farmacista padre di Domenico, perché convinto d’intelligenza nel misfatto cui davano mano gl’individui della di lui famiglia, avesse quindici anni di ferri. Che Pasquale Caruso ne avesse cinque, e che Aniello Mascolo soffrisse due anni di detenzione in carcere. In oltre che la famiglia Viscardi e Pietro Frullo fossero condannali alla rifazione dei danni a favore del Marchese Mar esca proprietario della casa rovinata, ed a favore degli eredi di Luigi, Grazia, e che tutt'i condannati venissero solidalmente tenuti alle spese del giudizio. Che i nominati Petronilla Bertolle, Pasquale Pucci, e Francesco Todisco godessero della libertà, perché non convinti dei delitti di cui venivano accusati. Che Antonio Marezzo, il Padre Alessandro di S. Cirillo nel secolo Antonio Graziano teresiano scalzo, Filippo de Bortolopieis e Niccola Simonà restassero tuttavia in carcere fino ad altra disposizione ().

Propagatasi questa decisione, sorsero forti i clamori del Principe di Canosa, che comandava nelle isole di frontiera, tenuto dai francesi come l’architetto di ogni male che ai loro partegiani avveniva, contro questa esecuzione; ma si finse di non porvi mente.

Avvenne alcun tempo dopo, che tornasse dalla Sicilia in Napoli un uomo svelto e sagace, il qual era incaricato di una commissione segreta, (ho ragioni molto forti di non isvelarne il nome) e narrò di avervi conosciuti alcuni ribaldi che davansi vanto di avere attivata la macchina che aveva rovesciata la casa del Ministro; aggiunse che meravigliato della loro baldanza, aveva cercato di conoscere i più minuti particolari di quell’ardito opifizio; ed additava la persona presso cui i malfattori avevano avuto ricovero, ed il modo che avean tenuto nel disporre i loro ordegni. Il Prefetto di Polizia Antonio Maghella, cui diceva queste cose, ne avvertì Saliceti: entrambi, senza concorso di altri, esaminarono con la più minuta attenzione i siti indicati da lui: interrogarono la persona che aveva albergati i tristi ospiti; e riscontrata ad una ad una ogni circostanza di fatto, furono pienamente convinti della verità del racconto. Quindi si conobbe per mezzo di una donna semplice, una di quelle che in Napoli si denominano Monache di casa chiamata Teresa soprannominata la Tintora, che un suo nipote per nome Domenico, ma non Viscardi, calderaro di professione, era stato l'autore vero e l'esecutore della esplosione. Riuscì tanto felice l'operazione dell’espiscare la verità della cosa, che la Polizia ebbe fino in suo potere il modello della macchina infernale, il quale fu trovato ben dissimile dalla costruzione di quei pezzi cui la Polizia erasi servita per convincimento d’ingenere.

Avuta questa conoscenza tutta la forza si pose sulle piste del calderaro, ma costui molto più avveduto 3 terminata appena la sua operazione prese tosto in Sicilia rifugio senza poggiare in altro luogo.

A compruova db quanto io ho ragguagliato aggiungere, che ristabilita nel 1815 la dinastia borbonica in Napoli, il Ministro delle finanze Cavaliere De Medici sempre che n’ebbe l’occasione, proclamo l’innocenza degl’infelici Viscardi e compagni, e narro la cosa a quel modo in cui era stata riferita alla Polizia del governo francese; né cesso mai di avere in ira ed in ispregio gli autori di quella scellerata condanna. Tal sentimento ei divise con molli napolitani che avevano seguita con lui la Corte di Ferdinando, e per i quali l’origine della macchina incendiaria non era un mistero. Quanto al Ministro Saliceti ei fu vergognoso e dolente di ciò ch’era stato operato dai suoi fautori e cagnotti; e delibero di mantenerlo nel più rigoroso segréto: qual cosa non fece Maghella, che a talune persone diede cognizione di un tanto sviluppo, dalle quali io ho attinto.

LXXIX. Allorché in Napoli tanto si operava la Corte di Sicilia avendo saputa la riunione, come dicemmo, di molte truppe nemiche lungo la costa calabrese in faccia a Messina, cercò provvedere alla propria difesa. Primieramente continuando gl’inglesi ad occupare alcuni luoghi della spiaggia orientale dell’isola, nel giorno trenta di Marzo sottoscrisse coi medesimi una convenzione, nella quale fu stabilito. «Vi fosse continuazione di sincera e costante amicizia tra il Re delle due Sicilie e quello della Gran Brettagna. Le due parti contraenti si sarebbero date, nell’attuale guerra contro la Francia, ogni soccorso ed assistenza in proporzione delle loro rispettive forze. Ferdinando promette alle truppe ed ai bastimenti militari inglesi in Sicilia, non che alla marina militare di Malta la franchigia di tutt'i dritti che gli appartenevano sopra le munizioni da guerra e da bocca di cui abbisognassero. In compenso «il Re della Gran Brettagna obbligarsi nell’attuale guerra di difendere le piazze di Messina e di Augusta, di mantenervi per tal effetto a suo carico dieci mila uomini, e di accrescere il nu«mero, se il bisogno lo esiggesse. Obbligarsi inoltre di pagare al Monarca siciliano un annuo sussidio di trecentomila lire sterline (a contare dal dieci di Settembre del mille ottocento cinque, e poca nella quale le truppe inglesi e russe furono chiamate in Napoli) finché durasse la guerra. Ed essendo intenzione del Monarca siciliano d’impiegare i detti sussidi per la sua marina e per le sue truppe di terra, in ogni tre mesi si c sarebbe dato al Governo brittanico un prospetto dell’uso che si sarebbe fatto dei sussidi pagati; subito che si potesse si sarebbe conchiuso un trattato di commercio, i di cui articoli potessero essere egualmente vantaggiosi ai rispettivi sudditi. Il Re delle due Sicilie obbligarsi a non conchiudere colla Francia una pace separata dall’Inghilterra; e questa dalla sua parte obbligarsi egualmente a non pacificarsi colla Francia senza comprendervi e preservare gl’interessi del Monarca siciliano ()». Con questi sussidi, che vennero pagati con estrema puntualità, la Corte di Palermo riordino le truppe di linea e le accrebbe a dodici mila uomini.

In siffatto tempo si stabili pure un Corpo di Volontari Siciliani in gran numero, organizzandosi un tutto di circa 52 Reggimenti di fanteria ed 8 di cavalleria disponibili nell’intera isola, i quali furono messi all’obbedienza del Principe di Butera, ed ebbero come Maggior Generale il Principe della Cattolica: questi volontari vennero tenuti a restare nelle loro consuete dimore, ma istruirsi ed esercitarsi nel mestiere delle armi per essere pronti ad accorrere ovunque il bisogno di guerra il richiedesse. I Capi dei Corpi furono tutti prescelti nella classe dell'alta nobiltà Siciliana, i quali per l’andamento delle cose militari furono affiancati da un Tenente Colonnello tolto dall’armata, col titolo d’istruttore da due Maggiori e da un Quartiermastro Subalterno. Fu detto nel decreto d’istallazione che «ogni Piazza chiusa della Sicilia formar dovesse un Reggimento, che la città di Palermo ne formasse quattro ed uno i dintorni; che i Capitani, se il volessero, potessero concorrere all’esame, per covrire i posti di Maggiore nelle truppe a di linea; che ogni quattro Reggimenti formassero «una Brigata diretta da un Brigadiere anche preso c tra i signori dell’isola, e gli arruolati essere dovessero tutti artieri, o gente che dassero una garenzia c della loro vita: () con questi mezzi, si trovò la Sicilia ad avere in tutt’i punti una forza rispettabile atta alla difesa sua.

Alla cognizione di quanto nel trattato di Baionna erasi convenuto relativamente alla cessione della Spagna fatta da Carlo IV. a Napoleone, Ferdinando IV. dichiarò in solenne modo da Palermo nel 9 di Giugno «Credere indispensabile al suo onore, ai suoi reali diritti e doveri di protestare avanti ai legittimi sovrani del le nazioni tutte, che essendo chiamato per innegabile diritto, in Gaso di mancanza qualunque del primogenito suo fratello e dei suoi figli maschi, alla successione delle Spagne intendeva non rimanere in alcun modo pregiudicato per qualunque atto abdicativo della Sovranità che la forza, o la illusione avesse potuto estorquere dall'infelice Carlo IV». In conseguenza di questa protesta fu mandato nel 24 Luglio il Principe Leopoldo secondo genito di Ferdinando a Gibilterra accompagnato dal Duca d’Orleans, che allora trovavasi in Sicilia, da D. Donato Amato (poscia Marchese e Ministro di Stato) e da D. Filippo Salluzzo dei Duchi di Corigliano, oggi Tenente Generale dei Reali eserciti e Consigliere di Stato, per far valere secondo le circostanze i diritti di sua famiglia: ma la Giunta spagnuola, che frattanto si era stabilita a Siviglia continuando a reggersi da se sola, in nome del proprio Sovrano Ferdinando VII, credette inutile l’intervento di altro Principe Borbone, quindi il detto Principe, dopo breve dimora fatta in quella città, ritornò in Palermo.

LXX. Tostocché le sorti della famiglia Borbone di Spagna furono, nel modo come ho descritto, regolate, e che, Murat divenuto Luogotenente generale dello Stato, rimasto era il vero Sovrano della Spagna; Napoleone spedì un corriere al suo fratello Giuseppe, intimandogli con una lettera di lasciare il Regno di Napoli, e trasferirsi subito a Baionna. Era detto in quella scritta, che gli interessi politici e quelli di famiglia lo chiamavano al trono di Spagna «Io posso morire» gli diceva. «Murat che ha un partito nell’armata, Eugenio ch'è giovane ancora, e che si è già acquistato la stima della nazione che regge, si disputeranno la mia successione, prima che possiate arrivare dal fondo dell’Italia per raccoglierla. È necessario che la corona di Francia non esca mai dalla nostra famiglia: il vostro posto è in Ispagna. Là in caso di disgrazia, mi succedete naturalmente e senza ostacoli. D’altronde questi accomodamenti terminano le nostre familiari e domestiche dissensioni. Io do Napoli a Luciano ecc.» () Quest’ultimo tratto portò un colpo sensibile al cuore di Giuseppe, poiché egli aveva pel suo fratello Luciano altrettanta tenerezza, quanta era l’indisposizione verso il suo cognato Murat.

Napoleone aveva precedentemente offerto il trono di Spagna a Luigi: ma questi vi si era fermamente rifiutato. Giuseppe che si trovava contento nella situazione che il fratello gli aveva di già assegnata, non accolse con soddisfazione il novello messaggio; lo splendore della corona di Spagna e delle Indie ebbe per lui così poco allettamento che mentre preparavasi ad obbedire per recarsi a Baionna ove l’attendeva l’imperatore, disegnò anche rifiutare, come il fratello Luigi, il nuovo dono che far gli voleva il germano. Egli abbandonò Napoli nel 23 Maggio di Lunedì partendo per Milano, senz'annunziare che non doveva tornarvi più. La sua partenza non dispiacque che a ben poche persone del suo partito, i quali avevano fatta fortuna sotto il suo governo. Esso fu seguito dalla moglie Giulia Clary e dalle sue due figlie nel 6 Luglio, venendo datato il decreto di sua nomina nel 6 Giugno: questa donna non per ambizione ma per effetto del nodo coniugale io seguì: era costei figlia di un droghiere di Marsiglia; le sue inclinazioni non oltrepassavano i limiti fissati dalla stessa natura, né alterarono mai il divoto suo temperamento, virtù non apprezzata dal suo marito.

Giuseppe regnò in Napoli non come Principe, ma come Generale di suo fratello: gli abitanti del Regno ebbero a sopportare grandi mali dal suo governo: adottò egli la massima indovuta e falsa, che non era obbligato pagare i debiti dei Principi contro ai quali aveva occupato il Regno; quindi nello stesso tempo che confiscava gl’immensi beni dei luoghi pii, faceva quasi fallire il debito dello Stato riducendolo, con operazioni finanziere, a meno di un quinto fra la porzione che si pagava in terre e quella di cui fondo un debito consolidato. E’ d’uopo avvertire a tal riguardo, che il debito pubblico trovavasi al pari allorché entrarono i francesi nel Regno; e fu estinto da quel Principe col quinto del capitate. Egli aumentò il debito costituito di grosse iscrizioni in favore dei suoi amici, trasferendo loro i crediti dei luoghi pii soppressi in vece di estinguerli. Finalmente contrasse un debito di due milioni di ducati in Olanda.

A queste cagioni di malcontento pubblico eranvene da aggiungere, come svariatamente abbiamo accennato, anche le seguenti. I forestieri che si arricchivano divenivano premurosissimi di spedire in altri paesi i loro capitali acquistati, poiché essi lavoravano come fare sogliono gli europei nelle Indie orientali, onde il solo spirito di guadagno ve li conduce, per raccogliere di passaggio una fortuna, e ritornare nelle proprie terre ben pingui di ogni sorta di commodità di vita. Le soppressioni violenti degli ordini religiosi, senz’avere sostituito di fatto un compenso per l’educazione della gioventù. La poc’applicazione dei capi forestieri nel governare, poiché dopo aver messo il disordine e la confusione in ogni cosa, come succede allorché tutti gli ordini e le leggi di uno Stato si cambiano rapidissimamente, pensavano solamente e troppo alla loro fortuna, per occuparsi indefessamente dei pubblici affari. D’altronde la vita di Giuseppe menata isolatamente in mezzo alla sua Corte, non sapendo porre in opera niuno di quei modi che servono ai principi nuovi per acquistarsi popolarità, lo rendevano poco stimabile; aggiungi la voluttuosità in cui tirava innanti i suoi giorni, e troverai la sorgente del perché era esso caduto nello stato di discredito tale, che pochi più l’accostarono; quindi da questo esempio la corruzione del costume, con tutte le sue conseguenze fu accresciuta ed altamente dai satelliti suoi tenuta in atto, in modo che segnalaronsi quei giorni, come dalla storia antica vengono segnalati quelli degl’imperatori Nerone ed Eleogabalo.

Per tutte queste ragioni fu inteso esclamare qualche uomo d’ingegno, che il Governo dì Giuseppe nasceva pessimamente decrepito. Consideravasi dalla parte istruita della nazione, e da questa si propagava l'idea della considerazione nell'altra meno colta, epperò venne da tutti compreso ed abbraccialo il principio, che poco meritava la pubblica estimazione un governo, che faceva solo quel bene che non costava se non un decreto, e faceva tutto il male che tentava le sue passioni; quindi le civili discordie, le speranze dei nemici esterni, e la nazione scissa in gran parie, fu il prodotto vero e reale che le popolazioni del Regno di Napoli trovarono da un tal sistema di governo, epperò lo Stato si trovò altamente rovinato, centoplicandone le sciagure colf eccitare senza interruzione i malcontenti alla resistenza. Tanto si ebbe dalla rigenerazione, che aveva bandito, rendere ai popoli napolitani il suo antico splendore e la sua antica prosperità!!!

LXXXI. Desiderando Buonaparte far credere alja nazione spagnuola, che il governo di suo fratello Giuseppe era stato bene accetto dalla nobiltà napolitana, fe mettere in pratica tutte le arti della insinuazione onde una parte di essa lo seguisse nella penisola in dimostrazione di affetto: in effetti per queste arti usate, dalla classe scelta andarono nella Spagna Giovanbattista Serra Duca di Cassano Scudiere del Re, che poscia fu Capo Squadrone degli Usseri spagnuoli, Francesco Carafa di Noja Cavaliere di Compagnia, indi Generale, Carlo Filangieri anche Scudiere e militare, che ritornò poco tempo dopo in Napoli per un duello avuto colà col Generale Francischetti, del quale ne terremo discorso in appresso, Marco Antonio e Carlo Colonna di Stigliano pure addetti alla Corte e militari ad un tempo, il primo dei quali ottenne lo stesso grado del Cassano, e l’altro divenne Capo Squadrone dei Cavalleggieri della Guardia Reale. (Reg. francese) Discendendo poi alle altre classi della popolazione napolitana, quarantatré tra coloro che già indossavano la divisa di Guardie d’onore a cavallo, formando un drappello di milizia distinta pur vi andarono. AI seguito e per compagnia della moglie di Giuseppe vi furono la Duchessa di Cassano la Marchese del Gallo, e la Principessa Doria Avellino non che il Principe d’Angri; queste persone, elasso del tempo, ritornarono nel nostro Regno ricchi di doni.

Immaginando pure Buonaparte persuadere gli spagnuoli, che il cambiamento della dinastia avrebbe ad essi non solo fatti ricuperare i diritti perduti, ma dato anche assicurazione di possedere la filosofia stessa sul trono, ordinò a Baionna che si preparasse una Costituzione per la Spagna: e come ad un tempo era egli promettitore e distruttitore di libere instituzioni dei popoli, così foggiar ne fece del pari una pel Regno di Napoli in data del 20 Giugno, che fu mandata presso noi, assicurando di garentirla altamente. La quale Costituzione, che venne pubblicata in Napoli ai 3 del mese di Luglio, ed appellossi Statuto di Bajonna, a ben considerarla altro non contiene che un accozzamento di formole, di cerimonie e di norme di amministrazioni, ed è divisa in undici capi. Nel primo dopo essersi detto, volersi consacrare con uno Statuto costituzionale i principi che dovessero reggere la Monarchia napolitana, si confermava la religione Cattolica Apostolica Romana per quella dello Stato. Nel secondo fermavasi il diritto ereditario alla Corona nella discendenza diretta e leggittima per ordine di primogenitura. Nel terzo si trattava del reggimento dello Stato in caso di minor età. Nel quarto dei titoli e della dote della Real Casa separata, ma pagala, dalla finanza, fissando il. pagamento annuale ad un milione trecento e ventimila ducati, oltre le rendite dei sili reali; aggiungendosi, che lo Stato mantenesse per la Guardia del Re. quattromila uomini.

Nel quinto dei grandi uffiziali della corona. Nel sesto del Ministero, dicendosi che vi fossero sei Ministri, i quali avessero i dicasteri della giustizia e del culto, degli affari esteri, deb l'interno, delle finanze, della guerra e marina, e della polizia generale; e che un Segretario di Stato col grado di Ministro contrassegnasse tutti gli atti. Nel settimo del Consiglio di Stato, prescrivendosi che vi sedessero non meno di ventisei membri e non più di trentasei, i quali discutessero e compilassero i progetti di leggi civili o criminali, ed i regolamenti generali di pubblic’amministrazione: giudicassero dei conflitti di giurisdizione fra i corpi amministrativi ed i giudiziari, del contenzioso circa l’amministrazione e le contribuzioni dell’intimazione di giudizio contro gli agenti della pubblica amministrazione, e degli appelli od abusi in materia ecclesiastica: in tutte queste attribuzioni però non avessero che il voto consultivo. Nell’ottavo creavasi il parlamento nazionale composto di cento persone, divise in cinque sedili, cioè clero, nobiltà, possidenti, dotti e commercianti: ottanta di essi sarebbero eletti dal Re, e gli altri venti dai così detti Collegi elettorali. Gli ecclesiastici, i nobili ed i dotti, dicevasi triennalmente a richiesta del Re, che il poteva prorogare e sciogliere a suo talento. Gli si negava la facoltà di proporre alcuna cosa da sé, ma solo  doveva trattare ciò che al Re piacesse. Le sue sessioni, i voti e le deliberazioni dover’essere segrete, la pubblicazione surrettizia punirsi come ribellione. Sulla proposizione degli oratori del Consiglio di Stato, questo consesso deliberasse intorno al ripartimento delle contribuzioni, tra le provincie, sui cambiamenti notabili da farsi. nel la legislazione, e visti i conti delle finanze, potesse fare quelle rappresentanze che giudicasse convenienti sugli abusi che avessero potuto introdursi nell'amministrazione. Nel nono si stabiliva l’ordine giudiziario, dicendosi, fosse il potere dei giudizi indipendente, e soltanto il Re avesse il diritto di far grazia. Nel decimo’undecimo da ultimo, dettavansi norme generali per la cittadinanza, secondo il modo di averla, di acquistarla e di concedersi, o togliersi.

confermarsi quanto si era fatto riguardo all’amministrazione delle Provincie, aggiungendo che tutto ciò ch’era relativo all’amministrazione di Sicilia sarebbe regolato da un atto particolare. Nell

Una delle cose più memorabili di tale ordinamento politico era la creazione di un corpo intermedio tra il popolo ed il Re, che fin dai tempi di Carlo III. erasi cercato in ogni modo di abattere. Tal corpo, che più non poteva avere politica esistenza, era la nobiltà che lo stesso Governo creava non feudale, non ereditaria, ma con titoli, onori e doni, onde ei stesso si proponeva di premiare il merito in qual siasi persona si fosse. E comecché il Murai venuto in surroga di Giuseppe, avesse promesso di mantenere quello statuto che in piccola parte cangiava la forma del governo, pure o per timore che non avesse aperto un adito a più liberali instituzioni, o per altre cagioni, non ebbe esecuzione alcuna, ad onta che sempre si manifestasse il proponimento di volerlo eseguire; solo il governo convoco di anno in anno, secondo il tempo determinato in una legge di Settembre del 1808 i Consigli, provinciali e distrettuali, i quali, avvegnacché fossero instituiti come corpi municipali, pure tengono in qualche modo alla nostra forma politica.

LXXXII. Innanti che io finisca di ragguagliare quanto sotto il dominio del primo dei Napoleoni fu operato nel nostro Regno, conviene esporre le promozioni ed i movimenti in ogni ramo avvenuti per volere di lui nel primo semestre del 1808.  Avvegnacché giunse in Napoli il Signor d’Aubusson de la Feunland come Ambasciatore di Francia presso la nostra Corte, fu mandato colà in restituzione il Duca di Monteleone. In contemporaneo tempo si spedì il Duca di Montragone per Inviato estraordinario e Ministro plenipotenziario presso S. M. l’imperatore Alessandro delle Russie; il Duca di Riario Sforza per Inviato estraordinario e Ministro plenipotenziario presso il Re d’Olanda; ed il Duca di Campochiaro con l’istesso carattere verso dell’Imperatore d’Austria. Inconseguenza di questa emanazione il Signor Pietro Questiaux già incaricato di affari in Francia, passo Segretario d’ambasciata nella stessa Corte; il Signor Cavaliere Trojano Pescara di Bovalino andò per Segretario di legazione in Olanda, il Signor Francesco Brancia con egual posta in Russia, ed il Signor Francesco Caracciolo di Milissano,

uditore del Consiglio di Stato, ottenne il medesimo grado dei due precedenti presso la corte d’Austria ().

Con decreto del mese di Gennaro il Signor Raimondo de Gennaro Intendente della Provincia di Napoli fu nominato Consigliere di Stato; il Signor Charrons Intendente di Principato Citra, passo a Maestro dei Conti nella Corte di Contabilità; il Signor Dauria Sott-intendente in Montefusco, Intendente a Basilicata; il Signor Sterlik Intendente di Abruzzo ulteriore, Intendente in Terra d’Otranto; il Signor SusannaFilangieri Uditore del Consiglio di Stato, Sott-intendente in Montefusco; ed il Signor Simone Colonna Intendente di Abruzzo ulteriore in vece di Sterlik ().

Intendente di Basilicata, con lo stesso posto a Principato citra; il Signor

Con altro decreto dello stesso mese essendosi istallata la Corte dei Conti, fu nominato il Signor Marchese Vivenzio Presidente di quel consesso; il Signor Suarez Vice presidente, ed i Signori Amati, de Ciutiis, Vetere, Gaetano Basile, Colombo, Saracino, Manes e Negri Maestri dei Conti; il Signor De Marco Procuratore Generale; sostituti di esso i Signori Paziente ed Onofrio e Cancelliere Mastrojanni. In detto mese si ebbe la nomina di tutt’i membri del Consiglio generale e distrettuale delle Provincie e Distretti del Regno, essendosi istituiti i Consigli ().

Con disposizione del mese di Febbraro furono messi quali Uditori del Consiglio di Stato i Signori Giovanni Muscettula Principe di Imperano Nicola Macedonio, Nicola Santangelo (oggi Ministro Segretario di Stato per gli affari interni) e Gaetano Caracciolo Principe di Castagneto ().

Verso quel tempo istesso, per ciò che riguardavano gl’impieghi di Corte, il Signor Luigi Colonna fu fatto Prefetto del Palazzo, ed il Signor Mugnoz comandante gli Alabardieri della Guardia ebbe nomina di Aiutante del Palazzo, ritenendo il comando che aveva ().

Pel ramo militare poi il Signor Colonnello Cuye fu chiamato ad Aiutante di campo di Giuseppe; il Brigadiere Lucotte ascese a Generale di divisione; il Colonnello Ferriere ebbe destino di Comandante in Aquila, e l’altro Bernardino Cattaneo in Chieti; il Capobattaglione Michele Carascosa del 2.° Reggimento di fanteria di linea che trovavasi nelle Spagne, divenne Maggiore nello stesso Corpo. In Marzo ascesero a Capi Squadroni il Signor Livron Capitano aggiunto allo Stato Maggiore, il Signor Mario Clary aiutante di Campo di S. M. e Comandante la Compagnia dei Veliti a Cavallo della Guardia cognato di Giuseppe, ed il Signor Carlo Filangieri Capitano d’una Compagnia della Guardia Reale. Il Tenente di Vascello Pasquale de Cosa fu promosso a Capitano di Fregata ().

Con decreti venuti in seguito da Baionna il Duca di Laurenzano Commissario Generale della Polizia venne nominato Consigliere di Stato; il Signor Vincenzo Pignatelli Strongoli da Colonnello del 1. Reggimento di Cavalleria napolitano fu promosso a Generale di Brigata. Indi con data di Baionna stessa, vennero insegniti del gran Cordone della Legione d’onore i seguenti individui ad istanza di Giuseppe il Duca di Cassano Gran Cacciatore, il Principe di Stigliano Gran Ciambellano, ed il Principe di Bisignano Gran Cancelliere dell’ordine delle due Sicilie. In quel tempo medesimo il Marchese del Gallo Ministro degli affari stranieri ottenne il Gran cordone della Corona di Ferro; il Principe di MontemilettoPrincipe d’Angri Primo Ciambellano della Regina, ed il Generale Blagniac Primo Scudiero della Regina ebbero la Gran Croce d’Olanda ().

Ciambellano del Re, il

Fine della 2a parte e del Secondo Volume.


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INDICE

DE’ CAPITOLI DEL VOLUME SECONDO.

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VOLUME 2° EPOCA 3a PARTE 1a

PRIMA RISTAURAZIONE DEI BORBONI

SUL TRONO DI NAPOLI


CAPITOLO I

Il Cardinale Ruffo restando in Napoli invece del Sovrano, prende il titolo di Vicario generale e Capitan generale del Regno, editto del Re; partenza per Palermo ai questo, rimuneramenti occorsi pel riconquisto fatto del Regno — Avvenimenti in Sicilia, l'uno in Augusta, e l'altro in Palermo — Delle truppe napolitane nello Stato romano, operazioni di esse — Rinforzi a queste truppe; Roma è ceduta ai napolitani, vi entra Bourcard Generale di Napoli — Cose disposte in quello Stato, vi giunge il Generale Naselli spedito da Re Ferdinando per tenere la somma delle cose in esso, suoi adopramenti — I francesi posseggono nello Stato romano soltanto la Piazza marittima di Ancona, come questa viene stretta; masse napolitano con i coalizzati contro di quella — Operazioni pel conseguimento della presa di Ancona; essa capitola onoratamente — Morte del Papa; conclave riunito perla novella elezione: il Cardinale Ruffo lascia Napoli per riunirsi ai suoi colleghi; il Principe del Cassero in luogo del Ruffo — Stato della Francia in tale anno……………………………………………………………………... pag. 7


CAPITOLO II

Disposizioni per la formazione del novello esercito — Considerazioni su ciò — Novella istituzione del Corpo di Città, e della Nobiltà del Regno Il Re istituisce l’ordine di S. Ferdinando; venata del Re di Sardegna in Napoli, indulto; nuovo Reggente di Polizia: innesto del vaiuolo e come questo è inteso nel Regno nostro — Il Cardinale Chiaromonte dichiarato Pontefice: le truppe austriache e napolitano rimettono lo Stato romano nelle mani del proprio elettivo Sovrano — Rivoluzione in Malta: trattato riguardante quell’isola conchiuso tra la nostra Corte, la Russia e l'Inghilterra; l'isola è ceduta dai Francesi ai coalizzati — Nascita di un Principe nella nostra Corte: Stato dell’Europa: la nostra Regina va a Vienna; s’invia un corpo di truppe napolitane verso Roma — Composizione di queste truppe e riflessione su d’esse…..... pag. 28


CAPITOLO III

Ritorno del principe Ereditario nel Regno di Napoli, giubilo e feste della nazione — Operazioni della divisione militare obbediente al Generalo Damas, particolarità dei movimenti —» Osservazioni, su queste operazioni — Formazione di un nuovo corpo di truppe—Il Generale Murat alla testa di un esercito francese scendendo in Italia ai dirige contro il nostro Regno — L’Imperatore delle Russie s’interpone come mediatore tra il Console e Ferdinando, aderimento del Console alla pace, le truppe di Damas retrocedono, lettera di Murat al Generale Damas — Armistizio di Fuligno in conseguenza delle dimostrazioni fatte dal generale Russo Lawaschef alla Corte di Napoli. Trattato di pace fatto a Firenze tra la Francia ed il Regno di Napoli, la divisione di Damas rientra nel Regno—Osservazioni su questo trattato. bando di Murat a’ napolitani emigrati. — La piazza di Lungone è ceduta ai francesi dal Colonnello de Gregori che la comanda, molta sua prudenza e scrupolosità; la guarnigione napolitana si ritirà in Gaeta. — ciò che. succede alla famiglia Buoncompagni intorno alla cessione fatta dal Governo di Napoli dei presidi di Toscana alla Francia. — Morte del Principe Ferdinando e di sua madre, morte di Emmanuele Campolongo, e di Domenico Diodato. Scoverta di un nuovo pianeta……………………………………………………...  pag. 61


CAPITOLO IV

Stato dell'Europa nel cominciare del 1802; idea di una pace generale: il Ministero inglese è cambiato; preliminari sottoscritti a Londra per detta pace; altre convenzioni, particolari fra le alte potenze — Trattato definitivo di pace sottoscritto in Amiens nel 27 Marzo; le truppe francesi che si trovavano nel Regno di Napoli ne escono: il generale Murat fa una scarsa in Napoli — Ritorno del Re Ferdinando nei domini continentali, feste, rallegramenti e premi accordati da ‘esso. Ritorno da Vienna della Regina Maria Carolina: matrimoni con la casa di Spagna. — Affari di Malta, come finiti; le truppe russe sortono anch’esse dal Regno; morte della Regina di Sardegna Maria Clotilde: morte del Marchese Andrea Toudolo — Napoleone Buonaparte primo Console a vita della Repubblica francese — Il governo di Napoli cerca migliorare lo Stato; il cav. de Medici capo delle Finanze, sue disposizioni e progetti: morte di Antonio Planelli e di Domenico de Gennaro. — Rotture della pacificazione di Amiens: l'ordine di Malta si stabilisce in Catania, le genti di Francia rioccupano i lidi del nostro Adriatico: il Re Ferdinando dichiara la sua neutralità in questa nuova guerra — Le bilustre trame di Buonaparte giungono al loro compimento: Condanna del Duca di Enghien. — Buonaparte Imperatore ereditario — Come le varie potenze di Europa sentono questo atto. — Si rimette in Napoli e nel Regno intero la Compagnia di Gesù. pag. 89


CAPITOLO V

Adoperamenti di Napoleone per divenire Sovrano d Italia; incoronazione di esso eseguita a Milano: il Principe Beauharnais suo figliuolo adottivo diventa Viceré d'Italia: Genova si congiunge al Regno italico: l'imperatore e Re ritorna in Francia. — Come la più Sarte dei Governi ai Europa questa erezione sentono: legati manati al nuovo Sovrauo, in che modo essi accolti. — Tremuoto nel Regno di Napoli detto di Sant’Anna. — Macinazioni dell’inglese Ministro Pitt: lega delle Potenze Europee contro la Francia. — Disposizioni di Napoleone contro la lega predetta; tra queste si dettagliano quelle che riguardano il Regno di Napoli. — Ordine dato dal Maggior generale Berthier al Generale Saint-Cyr riguardante il nostro Regno. — Considerazioni di Napoleone sulle sue emanazioni: trattato di neutralità conchidso tra la Francia e Napoli: lettera di Berthier a Saint-Cyr: le truppe francesi sotto di questo generale evacuano il Regno. — Considerazioni della Corte di Napoli sulla politica presente dei Gabinetti di Europa: l'Inghilterra la stimola alla guerra contro la Francia essa vi condiscende. — Giungono in Napoli truppe Russe ed Inglesi per collegarsi alle napolitane e far causa comune contro la Francia: idea del piano di operazione: il Generale Lascy Russo è messo a capo di questa coalescenza; ordine del Re Ferdinando. — L’Ambasciatore francese Signor Alquier abbassa gli stemmi della sua nazione, esce dal Regno, e scrive lettera di dettagli al Generale Verdier a Livorno:'composizioni delle truppe Russe. — Napoleone saputo lo sbarco degl'Inglesi e dei Russi nel Regno di Napoli si dispone ostilmente contro i questo. altra lettera di Berthier al Generale Saint-Cyr. — Il Gabinetto di Napoli cerca mitigare lo sdegno di Napoleone: il Principe Beauharnais si dispone contro la lega dell'Italia meridionale: i francesi trionfano in Europa: pace generale: la guerra si rivolge tutta contro Napoli. — Ordine del giorno 27 Decembre dato da Napoleone all'armata riunita per venire verso Napoli..………………………………………………...  pag. 117


CAPITOLO VI

Disposizioni delle truppe coalizzate dipendenti dal Generale ras» Lascy; notizie giunte in Napoli, cosa esse producono —Coca posizione nell’armata francese comandata da Massena ed ove essa si trova al principiare del nuovo anno 1806; deliberazioni dei Generali Russi ed Inglesi, per le nuove ricevute; considerazioni del Generale Russo Andres su le cose deliberate — Operazioni dei Russi ed Inglesi, e perché queste; s’imbarcano essi sollecitamente e lasciano noi soltanto contro i francesi; tentativo prima di partire. Considerazioni a questo riguardo — S’inviano dal Governo di Napoli dei messi al Generale Comandante l'Armata francese per ottenere un armistizio prima e poscia una pacificazione; come Questi accolti — Re Ferdinando parte per Sicilia e lascia in questi domini una Reggenza preseduta dal Principe Francesco: come queste cose le popolazioni sentono: si organizza in Napoli una Guardia civica: Sovrana adesione a tal riguardo utile, ed osservazione su di questa emanazione — Manifesto del Principe Francesco ai popoli del Settentrione del Regno — Il residuo della Corte s’imbarca per Palermo e ne parte; grave tentativo dei carcerati esistenti nel Reale Albergo dei poveri — Ultimi espedienti tenuti all’opera dalla Reggenza; i Castelli del Regno e le Piazze di esso sono ceduti ai francesi: osservazioni — Manifesto della Reggenza alla popolazione della Capitale; cause di questo, e suo risultato……………………………………………………………... pag. 152

VOLUME 2° EPOCA 4a PARTE 2a

REGNO DI GIUSEPPE NAPOLEONE


CAPITOLO I

La vanguardia dell’armata francese entra in Napoli: condotta del Generale Partonneaux: adoperamenti di questa truppa: una furiosa tempesta fa ritornare nel Golfo di Napoli molte navi che partite erano per la Sicilia; conseguenze di questo ritorno. Morte del Vanni e del Guidobaldi. — Giuseppe Bonaparte giunge nella Capitale qual Luogotenente dell'Imperatore, e si reca al Palazzo dei Re: descrizione della marcia d'entrata: impressione che queste cose fanno sulla massa dei cittadini: Deputazioni presentate all’occupatore: emanazione: alloggiamenti delle truppe. — Il nuovo dominatore si reca alla Cattedrale e presenta a S. Gennaro ricchi doni: proclama diretto ai popoli del Regno dì Napoli; come questo ricevuto. — Di Saliceti Ministro di Polizia: emanazione del Generale. Partouneaux; causa di essa: si compone il nuovo Ministero: alcune organizzazioni militari. — Si pubblicano tre editti riguardanti la finanza: nuoto sistema di Polizia. — Lettere di Saliceti ai Presidi: decreto per la creazione delle Commissioni Militari: Commissione di Polizia. — Promozioni e cambiamenti nella magistratura; lo stesso per i Presidi: istallazione dei Comandi militari, uno per Provincia; la Polizia è messa in piena attività: nota fatta dal Commissario Generale a tutti gli individui della Capitale: registro civico: nomina dei Commissari. — Si riprende il filo delle cose guerriere: operazioni del Generale Lecchi: disposizioni di Massena: si mandano delle truppe francesi verso Otranto e Taranto comandate dal Generale Saint-Cyr; e delle altre per Salerno e Calabria guidate da Reynier. — Del Generale Damas e sue disposizioni: dettaglio di esse. — Osservazioni sull'apertura di questa nuova campagna. — Premure dei Principi Francesco e Leopoldo per la causa Reale: viaggio di visita per quella Provincia fatto dal Principe Francesco: discorso tenuto da questo ai Capi delle masse, e risposta ottenutane: Proclama per infervorare le popolazioni alla causa del Re. — Vari scontri e fazioni di guerra delle due nemiche parti, le quali danno origine alla battaglia di Campotenese: disposizioni dell’armata napolitana per attendere di piè fermo il nemico: osservazioni su queste disposizioni. — Battaglia di Campotenese, e sua fine. — Conseguenze di questa battaglia. — Il Generale Saint-Cyr cambia disposizioni saputo l’esito di Campotenese: avvertenze su questa guerra calabrese: appoggio di queste avvertenze. Morte dell’Ammiraglio Federico Gravina e del Generale Alessandro Filangieri Principe di Cuto……………………………………... pag. 181


CAPITOLO II

Pensieri di Napoleone sulla Sicilia: il Principe Giuseppe parte per la Calabria; itinerario del suo viaggio: è nominato Re delle due Sicilie; osservazione su di ciò. — Seguito del viaggio di Giuseppe; è esso chiamato in Napoli, e perché: morte di Rodio: ingresso di Giuseppe nella Capitale qual Sovrano; ricevimento ed accoglienza ad esso fatta. — Presa dell'isola di Capri fatta dagl’inglesi condotti da Sidney Smith. — Prime operazioni di Giuseppe divenuto Re: nuova imperiale disposizione. — Stato del Regno in quel tempo, e torbidi in esso. — Della Piazza di Civitella del Tronto presa per capitolazione dai francesi. — Gl’inglesi ed i Siciliani fanno sbarco iti Calabria; battaglia di Maida perduta dai francesi; Insurrezione in Calabria; ritirata dei francesi; vengono questi salvati dal Generale Pignatelli Strongoli: inazione di Stuart, e perché; i francesi di Reynier hanno rinforzi: ed indi ordine di ritirarsi a Cassano. — Alcuni dettagli delle operazioni fatte dalle due opposte parti. — I sollevati borboniani si rendono padroni delle coste del Tirreno, che ne segue da ciò. — Altre operazioni per la stessa causa. — Osservazioni sulle cose precedentemente dette; altri fatti di simile natura: modi barbari usati da’ francesi su’ prigionieri borboniani; si crea nella città di Napoli una guardia civica. — Politica delle potenze di Europa in riguardo al Regno di Napoli: morte Monsignore Agostino Gervasio…………..………….. pag. 229


CAPITOLO III

Assedio di Gaeta, come sostenuto, e come finito — Re Ferdinando crea una medaglia di onore, ed in ricompensa la dona a coloro che nel detto assedio si sono distinti: vari casi dolenti manifestati nel Regno di Napoli — Assedio del Castello di Scilla fatto dagl’inglesi, e cessione di quello. — Nuove leggi e nuove istituzioni nel Regno di Napoli. — Discussioni insorte tra la Santa Sede e Napoleone su i dritti d’investitura del Regno di Napoli: morte di Giuseppe Maria Galanti di Oronzio de Bernardi, pag. 289


CAPITOLO IV

Le truppe che erano state all’assedio di Gaeta vanno in Calabria sotto il comando di Massena; le Calabrie sono dichiarate in istato di guerra; Giuseppe segue la marcia di queste truppe; vari attacchi degl'insorgenti contro i francesi. — Esortazioni del Colonnello Gernalis agl’insorgenti calabresi per animarli contro i francesi, op ini prese; morte di Gernalis e sue qualità; il Maresciallo Massena a Cosenza, giornaliere fazioni delle contrarie parti combattute aspramente. — Il Quartier generale francese passa a Monteleone; operazioni di Falzetti, operazioni di Guerriglia; Scia bolo ne si da ai francesi. — Eccitamenti degl’inglesi sulle popolazioni del littorale del Regno di Napoli; altre gesta dei sollevati, e come risultano: lettera di Napoleone al fratello Giuseppe sulla sollevazione della Calabria; il Maresciallo Massena è chiamalo dall’imperatore per condurre l’esercito di Polonia. — Osservazioni sulle gesta del capo massa Michele Pezza, di lui valore, scontri ricevuti, sua fermezza, sua morte, sue qualità fisiche e morali pag. 360


CAPITOLO V

Varie colonne mobili nel Regno, loro operazioni; Commissioni militari; avvenimenti all’Aquila, suo sviluppo—Sistema continentale stabilito nel Regno di Napoli; riflessioni su di esso; pirateria; regolamento per le prede marittime; quale utile ne venisse alla Sicilia — Soppressione di molti ordini religiosi tanto di Monaci che di Monache, conseguenze, ed osservazioni su questa legge; abolizione delle sostituzioni fedecommissarie; si dispongono scuole per i fanciulli e fanciulle; dei collegi e delle case di educazione, come queste cose vengono eseguite; fondazione di varie accademie e convitti; istituzione della Società Reale; nuova strada fatta per Capodimonte—Si continua a maneggiare l'occupazione; considerazioni sulla guerra detta di brigantaggio: Assedio di Maratea fatto dal Generale Lamarque— Le truppe di Verdier vanno ad impossessarsi di Amantea, descrizione di quell'assedio, suo sviluppo—I francesi da Amantea passano contro Reggio, ma sono costretti a ritirarsi in Monteleone, altre truppe s’inviano verso San Lucido e Fiume freddo per dissipare delle riunioni di sollevati, ed altre pel villaggio di Longobardi; conseguenze di queste spedizioni: Il Generale Reynier di nuovo si reca a Monteleone e spedisce varie colonne mobili. Considerazioni su quella epoca……………………………………………………….. pag. 405


CAPITOLO VI

Nuove truppe francesi nel Regno di Napoli: decreto per le Guardie provinciali napolitane: nuova colleganza contro la Francia:. matrimonio del Duca del Genovese con l'Infante di Spagna Maria Cristina Amalia. — Da Sicilia si pensa spedire truppe nel continente napolitano, perché: la spedizione è affidata al Principe d’Hassia, sua composizione, navigazione e sbarco, prime disposizioni ed operazioni—Il Colonnello Nunziante move per Aspromonte, ed il Tenente Colonnello Meitzen per Solano, il Quartier generale è alla Melia; altri movimenti, si pone il campo a Mileto. — Operazioni dei francesi: due uffiziali napolitani sono mandati per esplorare, essi vanno da Reynier con sotterfugio: composizione delle truppe francesi, loro prime operazioni, s’incontrano con i napolitani, ciò che ne avviene, battaglia di Mileto, Philipstall parla ai Sanniti, questi combattono da eroi. — Ritirata dei napolitani: disposizione del Philipstall, altre del Nunziante, intrepidezza di questo, si ritira nel Castello di Reggio con degli uffiziali: messo francese in quel Forte come accolto, discorso del Nunziante alla guarnigione. — Utilità dell’aver mantenuto i napolitani il Castello di Reggio; vari distaccamenti sono mandati a sostenere Cotrone: lettera del Generale inglese Moore al Nunziante, altre operazioni dei napolitani: Corem Cantor difende Cotrone, sua risoluzione: osservazione. — Voci sparse in Napoli, loro risultato, intrigo, congiure immaginarie, arresti, condanne di morte. ed altre esecuzioni, grazie accordata in seguito delle vittorie dell’armata francese. — Chiarimento di queste macchinazioni, espediente preso dal Governo dell'occupatore. — Armistizio di Tilsit, lega fra Alessandro e Napoleone: apice della fortuna di questo; adulazioni in ogni modo: il Portogallo è tolto ai loro antichi Signori ed è dato ai nuovi, i Braganzesi se ne vanno in America; un armata francese entra in Portogallo. — Avvenimenti di Spagna: i Borboni di quel Regno sono costretti a lasciare il Governo, angarie usategli da Napoleone come i spagnuoli sentono queste cose —Truppe napolitane inlspagna, chi esse sono, e da chi comandate; miglioramento dello stato militare napolitano: altri regolamenti in diversi rami: nuova moneta……………………………………………………………….... pag. 456


CAPITOLO VII

Le truppe francesi sono ripartite nei nuovi accantonamenti come ricevute; caso avvenuto nel villaggio li Parenti; ciò che si fa dai dominatori per impossessarsi dei forti di Reggio e di Scilla. — Dettaglio delle operazioni fatte colà dalle due opposte parti; i francesi acquistano Reggio indi Scilla, quindi restano padroni dì quasi tutto il Regno; il Generale Mathieu sostituisce Reynier chiamato ad altre funzioni — S’istituisce l’ordine delle due Sicilie; si proibisce l’introduzione delle manifatture di cottone; si forma una Camera di commercio ed il Codice di Commercio francese viene nel Regno stabilito; nuova Strada da Napoli a Sorrento; si acquistano dal Governo i terreni che coprivano Pompei; si organizza l’Accademia Pontaniana — Litigi tra la SS. e l'Imperatore Napoleone; si tenta far passare Pio VII in Palermo, esso non vi aderisce — Macchina incendiaria sdoppiata sotto il Palazzo di Saliceti, conseguenze, ciò che allora se ne disse, quanto in seguito si è conosciuto — La Corte di Sicilia sottoscrive nuova convenzione coll'Inghilterra, riordina le sue truppe, forma un corpo di volontari siciliani atti al bisogno di guerra; dichiara non voleri pregiudicarsi per la cessione fatta da Carlo IV. a Napoleone, manda il Principe Leopoldo a Gibilterra in appoggio di tale dichiarazione— Giuseppe è chiamato dal fratello a reggere il trono di Spagna parte da Napoli; governo di costui — Vari napolitani seguono Giuseppe; costituzione fatta a Bajonna per ordine di Napoleone pel Regno di Napoli — Promozioni e movimenti avvenuti per ordine di Giuseppe nel primo semestre del 1808 pag. 509

FINE DEI CAPITOLI.



INDICE DELLE FIGURE

VOLUME 2° EPOCA 3a PARTE 1a 

Francesco Principe ereditario 1
Ordine di S. Ferdinando e del Merito N° 4 e 2. 48
Ordine di S. Ferdinando e del Merito N° 1 e 3. 49

VOLUME 2° EPOCA 4a PARTE 2a

Giuseppe Buonaparte 181
Massena 186
Saliceti 190
Philipstall 292
Medaglia per l’assedio di Gaeta 326
Ordine delle due Sicilie 520






































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